IL VIAGGIO, di Luigi Pirandello - pagina 3
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Propose al cognato di ripartire quello stesso giorno.
Voleva ritornarsene a casa, per lasciarlo libero, dopo quei quattro giorni sottratti alle sue vacanze.
Un altro giorno egli avrebbe perduto per riaccompagnarla; poi poteva riprendere la via, la sua corsa annuale per paesi piú lontani, oltre quell'infinito mare turchino.
Senza timore poteva, ché di sicuro lei non sarebbe morta cosí presto, in quel mese delle sue vacanze.
Non gli disse tutto questo; lo pensò soltanto; e lo pregò che fosse contento di ricondurla al paese.
- Ma no, perché? - le rispose egli.
- Ormai ci siamo; tu verrai con me a Napoli.
Consulteremo là, per maggior sicurezza, qualche altro medico.
- No, no, per carità, Cesare! Lasciami ritornare a casa.
È inutile!
- Perché? Nient'affatto.
Sarà meglio.
Per maggior sicurezza.
- Non basta quello che abbiamo saputo qua? Non ho nulla; mi sento bene, vedi? Farò la cura.
Basterà.
Egli la guardò serio e disse:
- Adriana, desidero cosí.
E allora ella non poté piú replicare: vide in sé la donna del suo paese che non deve mai replicare a ciò che l'uomo stima giusto e conveniente; pensò che egli volesse per sé la soddisfazione di non essersi contentato d'un solo consulto, la soddisfazione che gli altri, là in paese, domani, alla morte di lei, potessero dire: - "Egli fece di tutto per salvarla; la portò a Palermo, anche a Napoli...".
- O forse era in lui veramente la speranza che un altro medico di piú lontano, piú bravo, riconoscesse curabile il male, scoprisse un rimedio per salvarla? O forse...
ma sí, questo era da credere piuttosto: sapendola irremissibilmente perduta, egli voleva, poiché si trovava in viaggio con lei, procurarle quell'ultimo e straordinario svago, come un tenue compenso alla crudeltà della sorte.
Ma ella aveva orrore, ecco, orrore di tutto quel mare da attraversare.
Solo a guardarlo, con questo pensiero, si sentiva mozzare il fiato, quasi avesse dovuto attraversarlo a nuoto.
- Ma no, vedrai, - la rassicurò egli, sorridendo.
- Non avvertirai neppure d'esserci, di questa stagione.
Vedi com'è tranquillo? E poi vedrai il piroscafo...
Non sentirai nulla.
Poteva ella confessargli l'oscuro presentimento che la angosciava alla vista di quel mare, che cioè, se fosse partita, se si fosse staccata dalle sponde dell'isola che già le parevano tanto lontane dal suo paesello e cosí nuove; in cui già tanta agitazione, e cosí strana, aveva provato; se con lui si fosse avventurata ancor piú lontano, con lui sperduta nella tremenda, misteriosa lontananza di quel mare, non sarebbe piú ritornata alla sua casa, non avrebbe piú rivalicato quelle acque, se non forse morta? No, neanche a se stessa poteva confessarlo questo presentimento; e credeva anche lei a quell'orrore del mare, per il solo fatto che prima non lo aveva mai neppur veduto da lontano; e, doverci ora andar sopra...
S'imbarcarono quella sera stessa per Napoli.
Di nuovo, appena il piroscafo si mosse dalla rada e uscí dal porto, passato lo stordimento per il trambusto e il rimescolío di tanta gente che saliva e scendeva per il pontile, vociando, e lo stridore delle grue su le stive; vedendo a grado a grado allontanarsi e rimpiccolirsi ogni cosa, la gente su lo scalo, che seguitava ad agitare in saluto i fazzoletti, la rada, le case, finché tutta la città non si confuse in una striscia bianca, vaporosa, qua e là trapunta da pallidi lumi sotto la chiostra ampia dei monti grigi rossigni; di nuovo si sentí smarrire nel sogno, in un altro sogno maraviglioso, che le faceva però sgranare gli occhi di sgomento, quanto piú, su quel piroscafo, pur grande, sí, ma forse fragile se vibrava tutto cosí ai cupi tonfi cadenzati delle eliche, entrava nelle due immensità sterminate del mare e del cielo.
Egli sorrise di quello sgomento e, invitandola ad alzarsi passandole con una intimità che finora non s'era mai permessa un braccio sotto il braccio, per sorreggerla, la condusse a vedere di là, su la coperta stessa, i lucidi possenti stantuffi d'acciajo che movevano quelle eliche.
Ma ella, già turbata di quel contatto insolito, non poté resistere a quella vista e piú al fiato caldo, al tanfo grasso che vaporavano di là, e fu per mancare e reclinò e quasi appoggiò il capo su la spalla lui.
Si contenne subito, quasi atterrita di quella voglia istintiva d'abbandono a cui stava per cedere.
E di nuovo egli, con maggior premura, le chiese:
- Ti senti male?
Col capo, non trovando la voce, gli rispose di no.
E andarono tutti e due, cosí a braccio, verso la poppa, a guardar lunga scia fervida fosforescente sul mare già divenuto nero sotto il cielo polverato di stelle, in cui il tubo enorme della ciminiera esalava con continuo sbocco il fumo denso e lento, quasi arroventato dal calore della macchina.
Finché, a compir l'incanto, non sorse dal mare la luna; dapprima tra i vapori dell'orizzonte come una lugubre maschera di fuoco che spuntasse minacciosa a spiare in un silenzio spaventevole quei suoi dominii d'acqua; poi a mano a mano schiarendosi, restringendosi precisa nel suo niveo fulgore che allargò il mare in un argenteo pàlpito senza fine.
E allora piú che mai Adriana sentí crescersi dentro l'angoscia e lo sgomento di quella delizia che la rapiva e la traeva irresistibilmente a nascondere, esausta, la faccia sul petto di lui.
Fu a Napoli, in un attimo, nell'uscire da un caffè-concerto, ove avevano cenato e passato la sera.
Solito egli, nei suoi viaggi annuali, a uscire di notte da quei ritrovi con una donna sotto il braccio, nel porgerlo ora a lei, colse all'improvviso sotto il gran cappello nero piumato il guizzo d'uno sguardo acceso, e subito, quasi senza volerlo, diede col braccio al braccio di lei una stretta rapida e forte contro il suo petto.
Fu tutto.
L'incendio divampò.
Là, al bujo, nella vettura che li riconduceva all'albergo allacciati, con la bocca su la bocca insaziabilmente, si dissero tutto, in pochi momenti, tutto quello che egli or ora, in un attimo, in un lampo, al guizzo di quello sguardo aveva indovinato: tutta la vita di lei in tanti anni di silenzio e di martirio.
Ella gli disse come sempre, sempre, senza volerlo, senza saperlo, lo avesse amato; e lui quanto da giovinetta la aveva desiderata, nel sogno di farla sua, cosí, sua! sua!
Fu un delirio, una frenesia, a cui diedero una violenta lena instancabile la brama di ricompensarsi in quei pochi giorni sotto la condanna mortale di lei, di tutti quegli anni perduti di soffocato ardore e di nascosta febbre; il bisogno d'accecarsi, di perdersi, di non vedersi quali finora l'uno per l'altri erano stati per tanti anni, nelle composte apparenze oneste laggiú, nella cittaduzza dai rigidi costumi, per cui quel loro amore, le loro nozze domani sarebbero apparse come un inaudito sacrilegio.
Che nozze? No! Perché lo avrebbe costretto a quell'atto quasi sacrilego per tutti? perché lo avrebbe legato a sé che aveva ormai tanto poco da vivere? No, no: l'amore, quell'amore frenetico e travolgente, in quel viaggio di pochi giorni; viaggio d'amore, senza ritorno; viaggio d'amore verso la morte.
Non poteva piú ritornare laggiú, davanti ai figliuoli.
Lo aveva ben presentito, partendo; lo sapeva che, passando il mare, sarebbe finita per lei.
E ora, via, via, voleva andar via, piú sú, piú lontano, cosí in braccio a lui, cieca, fino alla morte.
E cosí passarono per Roma, poi per Firenze, poi per Milano, quasi senza veder nulla.
La morte, annidata in lei, con le sue trafitture, li fustigava, e fomentava l'ardore.
- Niente! - diceva a ogni assalto, a ogni morso.
- Niente...
E porgeva la bocca, col pallore della morte sul volto.
- Adriana, tu soffri...
- No, niente! Che m'importa?
L'ultimo giorno, a Milano, poco prima di partire per Venezia, si vide nello specchio, disfatta.
E quando, dopo il viaggio notturno, le si aprí nel silenzio dell'alba la visione di sogno, superba e malinconica, della città emergente dalle acque, comprese che era giunta al suo destino; che lí il suo viaggio doveva aver fine.
Volle tuttavia avere il suo giorno di Venezia.
Fino alla sera, fino alla notte, per i canali silenziosi, in gondola.
E tutta la notte rimase sveglia, con una strana impressione di quel giorno: un giorno di velluto.
Il velluto della gondola? il velluto dell'ombra di certi canali? Chi sa! Il velluto della bara.
Com'egli, la mattina seguente, scese dall'albergo per andare a impostare alcune lettere per la Sicilia, ella entrò nella camera di lui: scorse sul tavolino una busta lacerata; riconobbe i caratteri del maggiore dei suoi figliuoli: si portò quella busta alle labbra e la baciò disperatamente; poi entrò nella sua camera; trasse dalla borsa di cuojo la boccetta con la mistura dei veleni intatta; si buttò sul letto disfatto e la bevve d'un sorso.
IL LIBRETTO ROSSO
Nisia.
Grosso borgo affaccendato, su una striscia di spiaggia del mare africano.
Nascere in mal punto non è prerogativa soltanto degli uomini.
Anche un borgo non nasce come o dove vorrebbe, ma là dove per qualche necessità naturale urga la vita.
E se troppi uomini, costretti da questa necessità, convengono in quel punto e troppi ve ne nascono e il punto è troppo angusto, per forza il borgo deve crescere male.
Nisia, se ha voluto crescere, s'è dovuto arrampicare, una casa sull'altra, per le marne scoscese dell'altipiano imminente; il quale, poco oltre il borgo, strapiomba minaccioso sul mare.
Liberamente avrebbe potuto estendersi su questo altipiano vasto e arioso; ma si sarebbe allora allontanato dalla spiaggia.
Forse una casa, posta per forza lassú, un bel giorno, sotto il cappello delle tegole e stretta nello scialle del suo intonaco, si sarebbe veduta scendere come una papera alla spiaggia.
Perché lí, sulla spiaggia, urge la vita.
Su l'altipiano quelli di Nisia hanno posto il cimitero.
Il respiro è lassú, per i morti.
- Lassú respireremo, - dicono quelli di Nisia.
E dicono cosí, perché giú, sulla spiaggia, non si respira; in mezzo al traffico tumultuoso e polverulento dello zolfo, del carbone, del legname, dei cereali e dei salati, non si respira.
Se vogliono respirare, debbono andare lassú; ci vanno morti, e si figurano che, morti, respireranno.
È una bella consolazione.
Molta indulgenza bisogna avere per gli abitanti di Nisia perché non è molto facile essere onesti quando si sta male.
Cova in quelle case oppresse, tane piú che case, un tristo tanfo umido e acre, che corrompe a lungo andare ogni virtú.
Concorrono a questa corruzione della virtú, cioè a crescere il tanfo, il majaletto e le galline, e, non di rado, anche qualche scalpicciante somarello.
Il fumo non trova sfogo e ristagna in quelle tane e annegra soffitto e pareti.
E che smorfie di disgusto fanno dalle stampacce fuligginose i santi protettori appesi a quelle pareti!
Gli uomini lo sentono meno, imbrigati e imbestiati come sono tutto il giorno sulla spiaggia o sulle navi; le donne, lo sentono; e ne sono come arrabbiate, e pare che questa loro rabbia sfoghino facendo figliuoli.
Quanti ne fanno! Chi dodici, chi quattordici, chi sedici...
Vero è che poi non riescono a tirarne sú piú di tre o quattro.
Ma quelli che muojono in fasce ajutano a crescere e a prendere stato quei tre o quattro, non si sa se piú fortunati o sfortunati; ché ogni donna, subito dopo la morte d'uno di quei figliuoli, corre all'ospizio dei trovatelli e se ne prende uno, con la scorta d'un libretto rosso, che vale per parecchi anni trenta lire al mese.
Tutti i mercanti di tele e d'altre stoffe sono a Nisia Maltesi.
Anche se nati in Sicilia, sono Maltesi.
"Andare dal Maltese" vuol dire a Nisia andare a provvedersi di tela.
E i Maltesi, armati di mezzacanna, fanno a Nisia affaroni: fanno incetta di quei libretti rossi; dànno per ciascun libretto duecento lire di roba: un corredo da sposa.
Le ragazze a Nisia si maritano tutte cosí, coi libretti rossi dei trovatelli, a cui le mamme in compenso dovrebbero dare il latte.
È bello vedere, alla fine d'ogni mese, la processione dei panciuti e taciturni Maltesi, in pantofole ricamate e berretto di seta nera, un fazzolettone turchino in una mano e nell'altra la tabacchiera d'osso o d'argento, al Municipio di Nisia, ciascuno con sette o dieci o quindici di quei libretti rossi di baliàtico.
Seggono in fila sulla panca del lungo corridojo polveroso ove si apre lo sportello dell'ufficio d'esattoria, e ognuno aspetta il suo turno, pacificamente pisolando o infrociando tabacco o cacciando via le mosche pian piano.
Il pagamento del baliàtico ai Maltesi è ormai a Nisia tradizionale.
- Marenga Rosa, - grida l'esattore.
- Presente, - risponde il Maltese.
Marenga Rosa De Nicolao è famosa al Municipio di Nisia.
Da piú di vent'anni nutre l'usura dei Maltesi con una serie quasi ininterrotta di quei libretti rossi.
Quanti figliuoli le sono morti in fasce? Non ne ricorda piú il numero neppur lei.
Ne ha tirati sú quattro, femmine.
Tre le ha già maritate.
Ora ha la quarta sposa.
Ma non si sa piú se sia donna o strofinaccio.
Tanto che i Maltesi, a cui si è rivolta per le tre prime figliuole, si sono rifiutati per questa quarta di farle credito.
- Gnora Rosilla, non gliela fate.
- Io? Non gliela faccio, io?
Si è sentita offesa nella dignità di bestia per tanti anni buona per razza e per latte e, poiché non si discute coi taciturni Maltesi, ha strillato ferocemente davanti alle botteghe.
Se all'ospizio le hanno affidato un trovatello, non è segno che hanno riconosciuto in lei la possibilità di allevarlo?
Ma a questo argomento i Maltesi, nell'ombra, dietro il banco della bottega, hanno sorriso sotto il naso, tentennando il capo.
Si può supporre che essi non abbiano molta fiducia nel medico e nell'assessore comunale incaricati di sorvegliare alla sorte dei trovatelli dell'ospizio.
Ma non è questo.
I Maltesi sanno che agli occhi di quel medico e di quell'assessore il còmpito d'una madre che deve maritar la figliuola e non ha altro mezzo che quello d'un libretto rosso, è assai piú grave e merita maggior considerazione che il còmpito d'allevare un trovatello, il quale, se muore, a chi fa male? e chi se ne lagna, se patisce?
Una figliuola è una figliuola; un trovatello è un trovatello.
E se la figliuola non si marita, c'è pericolo che si metta a far crescere anche lei il numero dei trovatelli, a cui il Municipio dovrà poi provvedere.
Se però per il Municipio la morte d'un trovatello è una fortuna, è per il Maltese per lo meno un cattivo affare, anche se riesca a riprendersi la roba anticipata.
Non sono rare perciò, in certe ore del giorno, le visite di perlustrazione dei Maltesi, sotto colore di giratina per sollievo, in quei sudici vicoli formicolanti di bimbi ignudi terrigni arsicci, di majaletti cretacei e di galline, ove da un uscio all'altro ciarlano o piú spesso leticano tutte quelle mamme dai libretti rossi.
Dei trovatelli i Maltesi si prendono la stessa cura che dei majaletti le donne.
Qualche Maltese, al colmo della costernazione, è arrivato perfino a far dare a un trovatello molto deperito una bevutina di latte dalla propria moglie per una mezz 'oretta al giorno.
Basta.
Rosa Marenga ha trovato alla fine un Maltese di second'ordine, un maltesino principiante, il quale le ha promesso di darle un po' per volta non, come di solito, duecento lire di roba, ma centoquaranta.
Lo sposo della figliuola e i suoi parenti se ne sono contentati, e si sono stabilite le nozze.
Ora il trovatello affamato, entro una specie di sacco sospeso con l'arcuccio a due funi in un angolo della tana, strilla da mane a sera, e Tuzza, la figliuola fidanzata di Rosa Marenga, fa all'amore, conversa col promesso sposo, ride, cuce il suo corredo e, di tanto in tanto, tira la cordicella legata a quella culla primitiva e la fa dondolare:
- Aòh, bello, aòh! Mamma Santissima, com'è "rètico" questo nutrico!
"Rètico" viene da eretico e significa inquieto, bizzoso, fastidioso, scontento.
Non si può dire che non sia un modo blando, per gente cristiana, di giudicare gli eretici.
Un po' di latte, e quel bambino diventerebbe subito cristiano! Ma ne ha tanto poco mamma Rosa, di latte.
Bisogna bene che Tuzza si rassegni ad andare a nozze con quella musica di strilli disperati.
Se ella non avesse dovuto sposare, questa volta mamma Rosa, in coscienza, non avrebbe preso dall'ospizio un trovatello.
L'ha preso per lei; il bimbo piange per lei, perché lei possa fare all'amore.
E l'amore ha tanta potenza, che non fa sentire gli strilli dell'affamato.
Il promesso sposo, del resto, che è uno scaricatore di bordo, viene di sera, quando è finito il lavoro del porto; e, se la serata è bella, mamma, figliuola e fidanzato se ne vanno sull'altipiano a respirare il chiaro di luna; e il trovatello rimane a strillar solo al bujo, nella tana serrata, sospeso in quella specie di culla.
Lo sentono i vicini, con smanioso fastidio e con angoscia, e per pietà, tutti d'accordo, gli augurano la morte.
Levano proprio il respiro, quegli strilli ininterrotti.
Finanche il porcellino n'ha fastidio e sbuffa e grufola; e se ne inquietano, raccolte sotto il forno, le galline.
Che borbottano tra loro le galline?
Qualcuna di esse è stata chioccia e ha provato l'angoscia, una volta, di sentirsi chiamare da lontano da un suo pulcino sperduto.
Starnazzando, avventandosi di qua e di là con tutti i merluzzi della cresta erti, non s'era data pace finché non lo aveva ritrovato.
Ora, come mai la mamma di quel piccino, che certo dev'essere anche lui sperduto, non accorre a quei disperati richiami?
Le galline sono tanto stupide, che covano anche le uova fetate da altre, e quando da queste uova non loro nascono i pulcini, non sanno distinguerli da quelli nati dalle uova loro, e li amano e li allevano con la stessa cura.
Non sanno poi, che ai pulcini umani non basta il solo calore materno, ma è necessario anche il latte.
Il porcello lo sa, che ha avuto bisogno di latte anche lui, e n'ha avuto, oh ne ha avuto tanto, perché la mamma sua, benché porca, notte e giorno gliene diede con tutto il cuore, finché ne volle.
Esso perciò non sa concepire che si possa strillar cosí per mancanza di latte e, aggirandosi per la tana buja, protesta co' suoi grugniti da ingordo contro il piccino sospeso nella cuna, "rètico" anche per lui.
Sú, piccino, lascia dormire il porchetto grasso, che ha sonno; lascia dormire le galline e il vicinato.
Credi pure che te lo darebbe il latte mamma Rosa, se ne avesse; ma non ne ha.
Se di te non ha avuto pietà la tua mamma vera, la tua mamma ignota, come vuoi che ne abbia lei, che deve averla invece per la sua figliuola? Lasciala respirare un po' lassú, dopo una giornataccia di rudi fatiche, e beare della gioja della sua figliuola innamorata, che passeggia sotto la luna, a braccio del promesso sposo.
Se tu sapessi che luminoso velo, trapunto di rugiada e tutto sonoro di trilli argentini, stende la luna lassú! E fiorisce spontaneo in quell'incanto delizioso un desiderio accorato di bontà.
Tuzza si promette in cuore d'essere una mamma amorosa per i suoi piccini.
Sú, povero piccolo, fatti capezzolo d'un tuo ditino, e succhia, succhia questo, invece, e addorméntati! Ditino? Oh Dio! Che hai fatto? Il pollice della tua manina manca è diventato cosí enorme che quasi non puoi piú ficcartelo in bocca! Enorme esso solo, quel dito, nella gracile manina gelida e rattrappita; enorme esso solo in tutto il tuo corpicciuolo.
Con codesto pollice in bocca, ti sei tutto succhiato, fino a non lasciare piú che sola pelle attorno agli ossicini del tuo scheletro.
Come, dove trovi in te la forza di strillare ancora cosí?
Miracolo.
Di ritorno dal chiaro di luna, mamma, figliuola e fidanzato trovano, una sera, nella tana un gran silenzio.
- Zitti, per carità! - raccomanda la mamma ai fidanzati che vorrebbero indugiarsi ancora a conversare davanti la porta.
Zitti, sí; ma Tuzza non può trattenere lo scatto di certe risatine a qualche parola che il fidanzato le susurra all'orecchio.
Parola o bacio? Al bujo non si vede.
Mamma Rosa è entrata nella tana; s'è appressata alla cuna, e tende l'orecchio.
Silenzio.
Un raggio di luna s'è allungato dalla porta per terra come un fantasma, nel bujo, fin sotto il forno, ove sono appollajate le galline.
Qualcuna ne prova fastidio e crocchia sotto sotto.
Maledetta! E maledetto anche il vecchio marito, che ritorna ubriaco al solito dalla bettola e inciampa nella porta per scansare i due fidanzati.
Ma che! Il bimbo non si sveglia per nessun rumore.
Eppure ha il sonno cosí lieve, che basta a svegliarlo il volo d'una mosca.
Mamma Rosa se ne costerna; accende il lume; guarda nella culla; allunga càuta una mano alla fronte del piccino e subito caccia un grido.
Tuzza accorre; ma il fidanzato rimane perplesso e sgomento davanti la porta.
Che gli grida mamma Rosa? di venire a sciogliere in fretta in furia una delle funi che reggono sospesa all'angolo la culla? E perché? Sú, presto! presto! Lo sa lei, il perché, mamma Rosa! Ma il giovine, come raggelato d'un tratto dal silenzio mortale del piccino, non sa piú muovere un passo, resta a guardare torbido e scuro dalla porta.
E allora mamma Rosa, prima che il vicinato accorra, balza lei su la seggiola e strappa la fune, gridando a Tuzza di parare il morticino.
Che disgrazia! che disgrazia! La fune s'è strappata, chi sa come! S'è strappata, e il bimbo è caduto dalla culla, ed è morto! L'hanno trovato morto, per terra, freddo e duro! Che disgrazia! che disgrazia!
Tutta la notte, anche quando le ultime vicine accorse alle grida se ne sono tornate a dormire nelle loro case, ella séguita a piangere e a strillare; e, appena spunta il nuovo giorno, riprende a raccontare quella disgrazia a chiunque s'affacci alla porta.
Ma come, caduto? Non ha nessuna ferita, nessun livido, nessuna ammaccatura quel cadaverino.
Ha soltanto una magrezza che incute ribrezzo, e nella manina manca quel dito, quel pollice enorme.
Il medico necroscopo, dopo la visita, se ne va, facendo spallucce e smusate.
C'è tutto il vicinato che attesta a una voce che il bimbo è morto di fame.
E il promesso sposo, pur sapendo in quale angoscia dev'essere Tuzza, non si fa vedere.
Vengono invece, fredde fredde, piano piano, con le labbra cucite, la mamma di lui e una sorella maritata, per assistere alla scena del Maltese, del maltesino principiante, che piomba furibondo nella tana a riprendersi la roba anticipata.
Rosa Marenga strepita, si straccia i capelli, si dà manate sulla faccia e pugni sul petto, si scopre il seno per far vedere che ha latte ancora, e invoca pietà e misericordia per la figliuola sposa, che le si conceda almeno un comporto fino alla sera, il tempo di correre dal sindaco, dall'assessore e dal medico dell'ospizio dei trovatelli, per carità! per carità! E scappa via, cosí gridando, tutta scarduffata, con le braccia per aria, accompagnata dai lazzi e dai fischi dei monelli.
Tutto il vicinato è in fermento là davanti la porta, attorno al maltesino che s'è piantato di guardia alla sua roba, e alla madre e alla sorella del fidanzato, che vogliono vedere come andrà a finire quella storia.
Una vicina caritatevole è entrata nella tana e, con l'ajuto di Tuzza che si scioglie in lagrime, lava e veste il cadaverino.
L'attesa è lunga; il vicinato si stanca, si stancano i parenti del fidanzato e tutti se ne vanno alle loro case.
Solo il maltesino resta lí di guardia, irremovibile.
Si riaffollano tutti davanti la porta sul far della sera, all'arrivo del carro funebre municipale, che trasporterà il morticino al cimitero.
Lo hanno già inchiodato nella piccola bara d'abete; lo sollevano per introdurlo nel carro, quando, tra gli urli di maraviglia e altri lazzi e altri fischi della folla, sopravviene raggiante e trionfante Rosa Marenga con in braccio un altro trovatello.
- Eccolo! eccolo! - grida, mostrandolo da lontano alla figlia che sorride tra le lagrime, mentre il carro funebre s'avvia lentamente al cimitero.
LA MANO DEL MALATO POVERO
Una volta sola? Ci sarò stato almeno tre volte! Tre? Cinque...
non so.
Perché vi fa tanta impressione l'ospedale?
Non ho casa.
Non ho nessuno.
E poi, scusate, spendere denaro, ad averne, per un piacere (lasciamo che io non lo farei mai, perché i piaceri miei non li compro a denari) ma via, potrei ammetterlo.
Non ammetto dopo il malanno, dopo le sofferenze d'una malattia, per giunta pagar le medicine, il medico.
Del resto, non ne ho mai avuti per prendermi i cosí detti piaceri della vita, come li intendono gli altri: dunque, diritto d'aver gratis la cura dei malanni che mi dà.
Parecchi, credo; anzi, senza dubbio.
Sono la tessera d'entrata: senza, non m'avrebbero ricevuto.
E devo anche averli buoni, a quanto sembra: intendo, non passeggeri: qua, non so al cuore; al fegato, ai reni, non so.
Dicono che ho guasto tutto l'organismo.
Sarà vero; ma non me n importa, perché dopo tutto, se mai - dico, se questo fosse vero - non sarebbe un gran guajo.
Il vero guajo è un altro.
- Quale?
Eh, voi, cari amici, volete saper troppo! Al contrario di me che non voglio saper mai nulla.
Se debbo dirvelo io, qual è il vero guajo, è segno che voi non l'avvertite.
E allora perché dovrei dirvelo io?
Ai medici che m'hanno avuto in cura io non ho mai chiesto di che male fosse afflitto il mio corpo.
So che questo povero asino che mi porta l'ho fatto trottar troppo, e per certe vie che non sarebbe mai venuto in mente a nessuno d'infilare.
Solo m'ha seccato d'esser tenuto dai medici, per questo, in conto di malato intelligente.
La noncuranza da parte mia di sapere di che male fossi afflitto, è stata presa dai medici per fiducia nella loro scienza, capite? M'han veduto sempre obbediente cacciar fuori la lingua a ogni loro richiesta; gridare: - trentatré-trentatré - quattro, cinque, dieci volte, sopportando pazientemente il ribrezzo d'una loro orecchia fredda applicata alle mie terga; abbandonare le membra, come se non fossero mie, ai palpeggiamenti troppo confidenziali delle loro mani ben lavate, sí, ma Dio mio adibite allo schifoso servizio pubblico di tutte le piaghe umane; e sopportare i picchi sodi delle loro dita a martello, le punture delle loro siringhette, e ingollarmi tutte le loro porcherie liquide o in pillole, senza mai gemere per nausea o per fastidio: - Oh Dio, dottore, cos'é? È amaro, dottore? - e dunque, chi piú intelligente di me? Un malato che nutra una cosí cieca abbandonata fiducia nella scienza medica, dev'essere per forza, a loro giudizio, intelligentissimo.
Lasciamo questo discorso.
Mi fa tanto piacere vedervi ridere.
Buon pro' vi faccia!
Ecco, sarà perché io propriamente non ho mai capito che gusto ci sia a rivolgere domande agli altri per sapere le cose come sono.
Ve le dicono come loro le sanno, come pajono a loro.
Voi ve ne contentate? Grazie tante! Io voglio saperle per me, e voglio che entrino in me come a me pajono.
- È ben per questo, vedete, che ormai tutte le cose ci stanno sopra, sotto, intorno, col modo d'essere, il senso, il valore che da secoli e secoli gli uomini hanno dato ad esse.
Cosí e cosí il cielo, cosí e cosí le stelle; e il mare e i monti cosí e cosí, e la campagna, la città, le strade, le case...
Dio mio, che ne volete piú? Ci opprimono ormai per forza col fastidio infinito di questa immutabile realtà convenuta e convenzionale, da tutti subíta passivamente.
Le fracasserei.
Vi dico che sedere su una seggiola è divenuto per me un supplizio intollerabile.
Per alleviarlo un poco, bisognerebbe per lo meno - permettete? - che la mettessi cosí, ecco, per lungo, e mi ci mettessi a cavallo.
Tanto per dire! Ma quanti si sforzano di rompere la crosta di questa comune rappresentazione delle cose? di sottrarsi all'orribile noja dei consueti aspetti? di spogliare le cose delle vecchie apparenze che ormai per abitudine, per pigrizia di spirito, ponderosamente si sono imposte a tutti? Eppure è raro che almeno una volta, in un momento felice, non sia avvenuto a ciascuno di vedere all'improvviso il mondo, la vita, con occhi nuovi; d'intravedere in una súbita luce un senso nuovo delle cose; d'intuire in un lampo che relazioni insolite, nuove, impensate, si possono forse stabilire con esse, sicché la vita acquisti agli occhi nostri rinfrescati un valore meraviglioso, diverso, mutevole.
Ahimè, si ricasca subito nell'uniformità degli aspetti consueti, nell'abitudine delle consuete relazioni; si riaccetta il consueto valore dell'esistenza quotidiana; il cielo col solito azzurro vi guarda poi la sera con le solite stelle; il mare v'addormenta col solito brontolío; le case vi sbadigliano di qua e di là con le finestre delle solite facciate, e col solito lastricato vi s'allungano sotto i piedi le vie.
E io passo per pazzo perché voglio vivere là, in quello che per voi è stato un momento, uno sbarbàglio, un fresco breve stupore di sogno vivo, luminoso; là, fuori d'ogni traccia solita, d'ogni consuetudine, libero di tutte le vecchie apparenze, col respiro sempre nuovo e largo tra cose sempre nuove e vive.
Mi s'è guastato il cuore; mi si sono logorati i polmoni: che me n'importa? Sarò pazzo, ma io vivo.
Non ho casa, non ho stato.
Vado all'ospedale? Vi prego di credere che non ci sono mai andato da me, coi miei piedi: mi ci hanno sempre trasportato gli altri, in barella, privo di sensi.
Mi ci sono ritrovato e mi son subito detto:
- Ah, eccoci qua! Ora bisogna cacciar fuori la lingua.
E subito, volenteroso e obbediente, invece di lamentarmi, l'ho cacciata fuori a ogni richiesta per uscirmene presto.
Che effetto curioso fa la faccia dell'uomo - medico o infermiere - guardata da sotto in sú stando a giacere su un letto, che ve la vedete sopra coi due buchi del naso che vengono fuori e l'arco della bocca che va in sú di qua e di là, dalla pallottola del mento.
E quando questa bocca vi parla, e vedete sottosopra la chiostra dei denti, la puntina in mezzo del labbro superiore e il principio del palato.
Anche senza sentire quello che la bocca vi dice, v'assicuro si perde il rispetto dell'umanità.
Ma io vi ho promesso di parlarvi della mano d'un malato povero.
La premessa è stata lunga, ma forse non del tutto inutile; perché voi almeno cosí, adesso, non mi domanderete nulla di quello che vi premerebbe piú di sapere per commuovervi al modo solito, cioè le notizie di fatto:
a) chi fosse quel malato;
b) perché fosse lí;
c) che male avesse.
Niente, cari miei, di tutto questo.
Io non so nulla di nulla; non mi sono curato di saper nulla, come forse avrei potuto domandandone notizie agl'infermieri.
Io ho visto solamente la sua mano e non posso parlarvi d'altro.
Ve ne contentate? E allora, eccomi qua.
Fu nell'ospedale in cui sono stato l'ultima volta.
Ma non fate codesta faccia afflitta, da imbecilli, perché non vi narro una storia triste.
Tra me e l'ospedale - benché non possa soffrire i medici e la loro scienza - ho saputo sempre stabilire dolci e delicatissime relazioni.
Figuratevi che, quest'ospedale di cui vi parlo, aveva la squisita attenzione verso i suoi ricoverati d'impedire che l'uno vedesse la faccia dell'altro, mediante un paraventino a una sola banda, o, piuttosto, un telajo a cui con puntine si fissava ai quattro angoli una tendina di mussolo, cambiata ogni settimana, lavata, stirata e sempre candida.
Certi giorni, tra tutto quel bianco, pareva di stare in una nuvola, e, con la benefica illusione della febbre, di veleggiare nell'azzurro ch'entrava dalle vetrate dei finestroni.
Ogni lettino, nella lunga corsia luminosa, aerata, aveva accanto, a destra, il riparo d'un di quei telaj, che non arrivava oltre l'altezza del guanciale.
Sicché io del malato che mi stava a sinistra veramente non potevo veder altro che la mano, quand'egli tirava il braccio fuori dalle coperte e l'abbandonava sul lettino.
Mi misi a contemplare con curiosità amorosa questa mano, e da essa a poco a poco mi feci narrare la favola che vi dirò.
Me la narrò coi cenni, s'intende, forse incoscienti, che di tanto in tanto faceva; con gli atteggiamenti in cui s'abbandonava, macra, ingiallita, su la bianca coperta, ora sul dorso, con la palma in sú e le dita un po' aperte e appena contratte, in atto di totale remissione alla sorte che l'inchiodava come a una croce su quel letto; ora serrando il pugno, o per un fitto spasimo improvviso o per un moto d'ira e d'impazienza, a cui succedeva sempre un rilassamento di mortale stanchezza.
Compresi ch'era la mano d'un malato povero, perché, quantunque accuratamente lavata come l'igiene negli ospedali prescrive, serbava tuttavia nella gialla magrezza un che di sudicio, indetersibile; che non è sudicio propriamente nella mano dei poveri, ma quasi la pàtina della miseria che nessun'acqua mai porterà via.
Si scorgeva questa pàtina nelle nocche aguzze e un po' scabre delle dita; nelle pieghe interne cartilaginose delle falangi, che facevano pensare al collo della tartaruga; nei segni incisi sulla palma che sono, come si dice, il suggello della morte nella mano dell'uomo.
E allora mi diedi a immaginare a che mestiere fosse addetta quella mano.
Non certo a un rude mestiere, perché era gracile e fina, quasi femminea, per nulla deformata o attrappita, se non forse un po' nell'indice che appariva soverchiamente tenace nell'ultima falange, e nel pollice un po' troppo ripiegato in dentro, e dal nodo alla giuntura eccessivamente sviluppato.
Notai che spesso questo pollice s'assoggettava da sé, come per abitudine, alla pressura della punta dell'indice, quasi che il malato inconsciamente con quella pressura si richiamasse a una realtà lontana e la toccasse lí, su quel pollice cosí premuto; la realtà della sua esistenza, da sano.
Forse una bottega impregnata dal tanfo particolare delle stoffe nuove, disposte in pezze, con ordine, le une su le altre negli scaffali e su panche e nelle vetrine; un banco di vendita; una tavola da tagliatore con sú distesa una stoffa segnata e un pajo di grosse cesoje sopra; un gattone bigio, sotto quella tavola; i lavoratori seduti in fila di qua e di là, intenti a imbastire, a passare a macchina, e lui tra questi.
Non gli piaceva, forse, questa realtà; forse egli non era tutto in quel suo mestiere; ma il suo mestiere era pur lí in quelle due dita, in quel pollice che da sé ormai dopo tant'anni, per abitudine, s'assoggettava alla pressura dell'indice.
E qua, adesso, per lui era una piú triste realtà: il vuoto e l'ozio doloroso di quella corsia d'ospedale, la malattia, l'attesa stanca e piena d'angoscia, chi sa, forse della morte.
Sí; senza dubbio, quella era la mano d'un sarto.
Da un altro cenno di essa compresi poi che quel sarto povero doveva esser padre da poco, aveva certo un bambino.
Levava di tanto in tanto sotto le coperte un ginocchio.
La mano, dapprima inerte, si alzava con le dita tremolanti e quasi vagava su quel ginocchio levato, in una carezza intorno, che non era certo rivolta al ginocchio.
A chi poteva esser rivolta quella carezza?
Forse gli arrivava lí, al ginocchio, la testa del suo bambino, e lí quella mano soleva carezzare i capellucci freschi e morbidi come la seta, di quella testolina.
Certo, gli occhi del malato, mentre la mano illusa, vagellante, accennava sul ginocchio la carezza, stavano chiusi, vedevano sotto le pàlpebre la testolina, e le pàlpebre si gonfiavano di lagrime calde, che traboccavano alla fine sul volto ch'io non vedevo.
Ecco, difatti, la mano interrompeva la vaga carezza, spariva dietro il telajo, dopo aver sollevato la rimboccatura del lenzuolo.
E, poco dopo, quella rimboccatura era rimessa in sesto e bagnata in un punto, dalle lagrime.
Dunque, aspettate: sarto e padre d'un bambino.
Ora vedrete che la storia si complica un poco.
Ma niente: son sempre i cenni e gli atteggiamenti di quella mano.
Una mattina, io mi riscossi tardi da uno dei letarghi profondi, di piombo, che sogliono seguire ai piú forti accessi di quel male, ch'è forse il piú grave tra i tanti di cui soffro.
Aprendo gli occhi, vidi attorno al letto del mio vicino molta gente, uomini, donne, forse parenti.
In prima pensai che fosse morto.
No.
Nessuno piangeva, nessuno si lamentava.
Parlavano anzi col malato e tra loro festosamente, quantunque a bassa voce per non disturbare gli altri malati.
Non era giorno di visita.
Come e perché, dunque, era stata ammessa tutta quella gente fino al letto del malato?
Non udivo, né volevo udire le loro parole.
Anche la loro vista m'era grave agli occhi, nello stordimento lasciatomi dal lungo letargo.
Socchiusi le pàlpebre.
Il corpo d'una vecchia grassa, che mi voltava le spalle,
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