IL VIAGGIO, di Luigi Pirandello - pagina 4
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Seggono in fila sulla panca del lungo corridojo polveroso ove si apre lo sportello dell'ufficio d'esattoria, e ognuno aspetta il suo turno, pacificamente pisolando o infrociando tabacco o cacciando via le mosche pian piano.
Il pagamento del baliàtico ai Maltesi è ormai a Nisia tradizionale.
- Marenga Rosa, - grida l'esattore.
- Presente, - risponde il Maltese.
Marenga Rosa De Nicolao è famosa al Municipio di Nisia.
Da piú di vent'anni nutre l'usura dei Maltesi con una serie quasi ininterrotta di quei libretti rossi.
Quanti figliuoli le sono morti in fasce? Non ne ricorda piú il numero neppur lei.
Ne ha tirati sú quattro, femmine.
Tre le ha già maritate.
Ora ha la quarta sposa.
Ma non si sa piú se sia donna o strofinaccio.
Tanto che i Maltesi, a cui si è rivolta per le tre prime figliuole, si sono rifiutati per questa quarta di farle credito.
- Gnora Rosilla, non gliela fate.
- Io? Non gliela faccio, io?
Si è sentita offesa nella dignità di bestia per tanti anni buona per razza e per latte e, poiché non si discute coi taciturni Maltesi, ha strillato ferocemente davanti alle botteghe.
Se all'ospizio le hanno affidato un trovatello, non è segno che hanno riconosciuto in lei la possibilità di allevarlo?
Ma a questo argomento i Maltesi, nell'ombra, dietro il banco della bottega, hanno sorriso sotto il naso, tentennando il capo.
Si può supporre che essi non abbiano molta fiducia nel medico e nell'assessore comunale incaricati di sorvegliare alla sorte dei trovatelli dell'ospizio.
Ma non è questo.
I Maltesi sanno che agli occhi di quel medico e di quell'assessore il còmpito d'una madre che deve maritar la figliuola e non ha altro mezzo che quello d'un libretto rosso, è assai piú grave e merita maggior considerazione che il còmpito d'allevare un trovatello, il quale, se muore, a chi fa male? e chi se ne lagna, se patisce?
Una figliuola è una figliuola; un trovatello è un trovatello.
E se la figliuola non si marita, c'è pericolo che si metta a far crescere anche lei il numero dei trovatelli, a cui il Municipio dovrà poi provvedere.
Se però per il Municipio la morte d'un trovatello è una fortuna, è per il Maltese per lo meno un cattivo affare, anche se riesca a riprendersi la roba anticipata.
Non sono rare perciò, in certe ore del giorno, le visite di perlustrazione dei Maltesi, sotto colore di giratina per sollievo, in quei sudici vicoli formicolanti di bimbi ignudi terrigni arsicci, di majaletti cretacei e di galline, ove da un uscio all'altro ciarlano o piú spesso leticano tutte quelle mamme dai libretti rossi.
Dei trovatelli i Maltesi si prendono la stessa cura che dei majaletti le donne.
Qualche Maltese, al colmo della costernazione, è arrivato perfino a far dare a un trovatello molto deperito una bevutina di latte dalla propria moglie per una mezz 'oretta al giorno.
Basta.
Rosa Marenga ha trovato alla fine un Maltese di second'ordine, un maltesino principiante, il quale le ha promesso di darle un po' per volta non, come di solito, duecento lire di roba, ma centoquaranta.
Lo sposo della figliuola e i suoi parenti se ne sono contentati, e si sono stabilite le nozze.
Ora il trovatello affamato, entro una specie di sacco sospeso con l'arcuccio a due funi in un angolo della tana, strilla da mane a sera, e Tuzza, la figliuola fidanzata di Rosa Marenga, fa all'amore, conversa col promesso sposo, ride, cuce il suo corredo e, di tanto in tanto, tira la cordicella legata a quella culla primitiva e la fa dondolare:
- Aòh, bello, aòh! Mamma Santissima, com'è "rètico" questo nutrico!
"Rètico" viene da eretico e significa inquieto, bizzoso, fastidioso, scontento.
Non si può dire che non sia un modo blando, per gente cristiana, di giudicare gli eretici.
Un po' di latte, e quel bambino diventerebbe subito cristiano! Ma ne ha tanto poco mamma Rosa, di latte.
Bisogna bene che Tuzza si rassegni ad andare a nozze con quella musica di strilli disperati.
Se ella non avesse dovuto sposare, questa volta mamma Rosa, in coscienza, non avrebbe preso dall'ospizio un trovatello.
L'ha preso per lei; il bimbo piange per lei, perché lei possa fare all'amore.
E l'amore ha tanta potenza, che non fa sentire gli strilli dell'affamato.
Il promesso sposo, del resto, che è uno scaricatore di bordo, viene di sera, quando è finito il lavoro del porto; e, se la serata è bella, mamma, figliuola e fidanzato se ne vanno sull'altipiano a respirare il chiaro di luna; e il trovatello rimane a strillar solo al bujo, nella tana serrata, sospeso in quella specie di culla.
Lo sentono i vicini, con smanioso fastidio e con angoscia, e per pietà, tutti d'accordo, gli augurano la morte.
Levano proprio il respiro, quegli strilli ininterrotti.
Finanche il porcellino n'ha fastidio e sbuffa e grufola; e se ne inquietano, raccolte sotto il forno, le galline.
Che borbottano tra loro le galline?
Qualcuna di esse è stata chioccia e ha provato l'angoscia, una volta, di sentirsi chiamare da lontano da un suo pulcino sperduto.
Starnazzando, avventandosi di qua e di là con tutti i merluzzi della cresta erti, non s'era data pace finché non lo aveva ritrovato.
Ora, come mai la mamma di quel piccino, che certo dev'essere anche lui sperduto, non accorre a quei disperati richiami?
Le galline sono tanto stupide, che covano anche le uova fetate da altre, e quando da queste uova non loro nascono i pulcini, non sanno distinguerli da quelli nati dalle uova loro, e li amano e li allevano con la stessa cura.
Non sanno poi, che ai pulcini umani non basta il solo calore materno, ma è necessario anche il latte.
Il porcello lo sa, che ha avuto bisogno di latte anche lui, e n'ha avuto, oh ne ha avuto tanto, perché la mamma sua, benché porca, notte e giorno gliene diede con tutto il cuore, finché ne volle.
Esso perciò non sa concepire che si possa strillar cosí per mancanza di latte e, aggirandosi per la tana buja, protesta co' suoi grugniti da ingordo contro il piccino sospeso nella cuna, "rètico" anche per lui.
Sú, piccino, lascia dormire il porchetto grasso, che ha sonno; lascia dormire le galline e il vicinato.
Credi pure che te lo darebbe il latte mamma Rosa, se ne avesse; ma non ne ha.
Se di te non ha avuto pietà la tua mamma vera, la tua mamma ignota, come vuoi che ne abbia lei, che deve averla invece per la sua figliuola? Lasciala respirare un po' lassú, dopo una giornataccia di rudi fatiche, e beare della gioja della sua figliuola innamorata, che passeggia sotto la luna, a braccio del promesso sposo.
Se tu sapessi che luminoso velo, trapunto di rugiada e tutto sonoro di trilli argentini, stende la luna lassú! E fiorisce spontaneo in quell'incanto delizioso un desiderio accorato di bontà.
Tuzza si promette in cuore d'essere una mamma amorosa per i suoi piccini.
Sú, povero piccolo, fatti capezzolo d'un tuo ditino, e succhia, succhia questo, invece, e addorméntati! Ditino? Oh Dio! Che hai fatto? Il pollice della tua manina manca è diventato cosí enorme che quasi non puoi piú ficcartelo in bocca! Enorme esso solo, quel dito, nella gracile manina gelida e rattrappita; enorme esso solo in tutto il tuo corpicciuolo.
Con codesto pollice in bocca, ti sei tutto succhiato, fino a non lasciare piú che sola pelle attorno agli ossicini del tuo scheletro.
Come, dove trovi in te la forza di strillare ancora cosí?
Miracolo.
Di ritorno dal chiaro di luna, mamma, figliuola e fidanzato trovano, una sera, nella tana un gran silenzio.
- Zitti, per carità! - raccomanda la mamma ai fidanzati che vorrebbero indugiarsi ancora a conversare davanti la porta.
Zitti, sí; ma Tuzza non può trattenere lo scatto di certe risatine a qualche parola che il fidanzato le susurra all'orecchio.
Parola o bacio? Al bujo non si vede.
Mamma Rosa è entrata nella tana; s'è appressata alla cuna, e tende l'orecchio.
Silenzio.
Un raggio di luna s'è allungato dalla porta per terra come un fantasma, nel bujo, fin sotto il forno, ove sono appollajate le galline.
Qualcuna ne prova fastidio e crocchia sotto sotto.
Maledetta! E maledetto anche il vecchio marito, che ritorna ubriaco al solito dalla bettola e inciampa nella porta per scansare i due fidanzati.
Ma che! Il bimbo non si sveglia per nessun rumore.
Eppure ha il sonno cosí lieve, che basta a svegliarlo il volo d'una mosca.
Mamma Rosa se ne costerna; accende il lume; guarda nella culla; allunga càuta una mano alla fronte del piccino e subito caccia un grido.
Tuzza accorre; ma il fidanzato rimane perplesso e sgomento davanti la porta.
Che gli grida mamma Rosa? di venire a sciogliere in fretta in furia una delle funi che reggono sospesa all'angolo la culla? E perché? Sú, presto! presto! Lo sa lei, il perché, mamma Rosa! Ma il giovine, come raggelato d'un tratto dal silenzio mortale del piccino, non sa piú muovere un passo, resta a guardare torbido e scuro dalla porta.
E allora mamma Rosa, prima che il vicinato accorra, balza lei su la seggiola e strappa la fune, gridando a Tuzza di parare il morticino.
Che disgrazia! che disgrazia! La fune s'è strappata, chi sa come! S'è strappata, e il bimbo è caduto dalla culla, ed è morto! L'hanno trovato morto, per terra, freddo e duro! Che disgrazia! che disgrazia!
Tutta la notte, anche quando le ultime vicine accorse alle grida se ne sono tornate a dormire nelle loro case, ella séguita a piangere e a strillare; e, appena spunta il nuovo giorno, riprende a raccontare quella disgrazia a chiunque s'affacci alla porta.
Ma come, caduto? Non ha nessuna ferita, nessun livido, nessuna ammaccatura quel cadaverino.
Ha soltanto una magrezza che incute ribrezzo, e nella manina manca quel dito, quel pollice enorme.
Il medico necroscopo, dopo la visita, se ne va, facendo spallucce e smusate.
C'è tutto il vicinato che attesta a una voce che il bimbo è morto di fame.
E il promesso sposo, pur sapendo in quale angoscia dev'essere Tuzza, non si fa vedere.
Vengono invece, fredde fredde, piano piano, con le labbra cucite, la mamma di lui e una sorella maritata, per assistere alla scena del Maltese, del maltesino principiante, che piomba furibondo nella tana a riprendersi la roba anticipata.
Rosa Marenga strepita, si straccia i capelli, si dà manate sulla faccia e pugni sul petto, si scopre il seno per far vedere che ha latte ancora, e invoca pietà e misericordia per la figliuola sposa, che le si conceda almeno un comporto fino alla sera, il tempo di correre dal sindaco, dall'assessore e dal medico dell'ospizio dei trovatelli, per carità! per carità! E scappa via, cosí gridando, tutta scarduffata, con le braccia per aria, accompagnata dai lazzi e dai fischi dei monelli.
Tutto il vicinato è in fermento là davanti la porta, attorno al maltesino che s'è piantato di guardia alla sua roba, e alla madre e alla sorella del fidanzato, che vogliono vedere come andrà a finire quella storia.
Una vicina caritatevole è entrata nella tana e, con l'ajuto di Tuzza che si scioglie in lagrime, lava e veste il cadaverino.
L'attesa è lunga; il vicinato si stanca, si stancano i parenti del fidanzato e tutti se ne vanno alle loro case.
Solo il maltesino resta lí di guardia, irremovibile.
Si riaffollano tutti davanti la porta sul far della sera, all'arrivo del carro funebre municipale, che trasporterà il morticino al cimitero.
Lo hanno già inchiodato nella piccola bara d'abete; lo sollevano per introdurlo nel carro, quando, tra gli urli di maraviglia e altri lazzi e altri fischi della folla, sopravviene raggiante e trionfante Rosa Marenga con in braccio un altro trovatello.
- Eccolo! eccolo! - grida, mostrandolo da lontano alla figlia che sorride tra le lagrime, mentre il carro funebre s'avvia lentamente al cimitero.
LA MANO DEL MALATO POVERO
Una volta sola? Ci sarò stato almeno tre volte! Tre? Cinque...
non so.
Perché vi fa tanta impressione l'ospedale?
Non ho casa.
Non ho nessuno.
E poi, scusate, spendere denaro, ad averne, per un piacere (lasciamo che io non lo farei mai, perché i piaceri miei non li compro a denari) ma via, potrei ammetterlo.
Non ammetto dopo il malanno, dopo le sofferenze d'una malattia, per giunta pagar le medicine, il medico.
Del resto, non ne ho mai avuti per prendermi i cosí detti piaceri della vita, come li intendono gli altri: dunque, diritto d'aver gratis la cura dei malanni che mi dà.
Parecchi, credo; anzi, senza dubbio.
Sono la tessera d'entrata: senza, non m'avrebbero ricevuto.
E devo anche averli buoni, a quanto sembra: intendo, non passeggeri: qua, non so al cuore; al fegato, ai reni, non so.
Dicono che ho guasto tutto l'organismo.
Sarà vero; ma non me n importa, perché dopo tutto, se mai - dico, se questo fosse vero - non sarebbe un gran guajo.
Il vero guajo è un altro.
- Quale?
Eh, voi, cari amici, volete saper troppo! Al contrario di me che non voglio saper mai nulla.
Se debbo dirvelo io, qual è il vero guajo, è segno che voi non l'avvertite.
E allora perché dovrei dirvelo io?
Ai medici che m'hanno avuto in cura io non ho mai chiesto di che male fosse afflitto il mio corpo.
So che questo povero asino che mi porta l'ho fatto trottar troppo, e per certe vie che non sarebbe mai venuto in mente a nessuno d'infilare.
Solo m'ha seccato d'esser tenuto dai medici, per questo, in conto di malato intelligente.
La noncuranza da parte mia di sapere di che male fossi afflitto, è stata presa dai medici per fiducia nella loro scienza, capite? M'han veduto sempre obbediente cacciar fuori la lingua a ogni loro richiesta; gridare: - trentatré-trentatré - quattro, cinque, dieci volte, sopportando pazientemente il ribrezzo d'una loro orecchia fredda applicata alle mie terga; abbandonare le membra, come se non fossero mie, ai palpeggiamenti troppo confidenziali delle loro mani ben lavate, sí, ma Dio mio adibite allo schifoso servizio pubblico di tutte le piaghe umane; e sopportare i picchi sodi delle loro dita a martello, le punture delle loro siringhette, e ingollarmi tutte le loro porcherie liquide o in pillole, senza mai gemere per nausea o per fastidio: - Oh Dio, dottore, cos'é? È amaro, dottore? - e dunque, chi piú intelligente di me? Un malato che nutra una cosí cieca abbandonata fiducia nella scienza medica, dev'essere per forza, a loro giudizio, intelligentissimo.
Lasciamo questo discorso.
Mi fa tanto piacere vedervi ridere.
Buon pro' vi faccia!
Ecco, sarà perché io propriamente non ho mai capito che gusto ci sia a rivolgere domande agli altri per sapere le cose come sono.
Ve le dicono come loro le sanno, come pajono a loro.
Voi ve ne contentate? Grazie tante! Io voglio saperle per me, e voglio che entrino in me come a me pajono.
- È ben per questo, vedete, che ormai tutte le cose ci stanno sopra, sotto, intorno, col modo d'essere, il senso, il valore che da secoli e secoli gli uomini hanno dato ad esse.
Cosí e cosí il cielo, cosí e cosí le stelle; e il mare e i monti cosí e cosí, e la campagna, la città, le strade, le case...
Dio mio, che ne volete piú? Ci opprimono ormai per forza col fastidio infinito di questa immutabile realtà convenuta e convenzionale, da tutti subíta passivamente.
Le fracasserei.
Vi dico che sedere su una seggiola è divenuto per me un supplizio intollerabile.
Per alleviarlo un poco, bisognerebbe per lo meno - permettete? - che la mettessi cosí, ecco, per lungo, e mi ci mettessi a cavallo.
Tanto per dire! Ma quanti si sforzano di rompere la crosta di questa comune rappresentazione delle cose? di sottrarsi all'orribile noja dei consueti aspetti? di spogliare le cose delle vecchie apparenze che ormai per abitudine, per pigrizia di spirito, ponderosamente si sono imposte a tutti? Eppure è raro che almeno una volta, in un momento felice, non sia avvenuto a ciascuno di vedere all'improvviso il mondo, la vita, con occhi nuovi; d'intravedere in una súbita luce un senso nuovo delle cose; d'intuire in un lampo che relazioni insolite, nuove, impensate, si possono forse stabilire con esse, sicché la vita acquisti agli occhi nostri rinfrescati un valore meraviglioso, diverso, mutevole.
Ahimè, si ricasca subito nell'uniformità degli aspetti consueti, nell'abitudine delle consuete relazioni; si riaccetta il consueto valore dell'esistenza quotidiana; il cielo col solito azzurro vi guarda poi la sera con le solite stelle; il mare v'addormenta col solito brontolío; le case vi sbadigliano di qua e di là con le finestre delle solite facciate, e col solito lastricato vi s'allungano sotto i piedi le vie.
E io passo per pazzo perché voglio vivere là, in quello che per voi è stato un momento, uno sbarbàglio, un fresco breve stupore di sogno vivo, luminoso; là, fuori d'ogni traccia solita, d'ogni consuetudine, libero di tutte le vecchie apparenze, col respiro sempre nuovo e largo tra cose sempre nuove e vive.
Mi s'è guastato il cuore; mi si sono logorati i polmoni: che me n'importa? Sarò pazzo, ma io vivo.
Non ho casa, non ho stato.
Vado all'ospedale? Vi prego di credere che non ci sono mai andato da me, coi miei piedi: mi ci hanno sempre trasportato gli altri, in barella, privo di sensi.
Mi ci sono ritrovato e mi son subito detto:
- Ah, eccoci qua! Ora bisogna cacciar fuori la lingua.
E subito, volenteroso e obbediente, invece di lamentarmi, l'ho cacciata fuori a ogni richiesta per uscirmene presto.
Che effetto curioso fa la faccia dell'uomo - medico o infermiere - guardata da sotto in sú stando a giacere su un letto, che ve la vedete sopra coi due buchi del naso che vengono fuori e l'arco della bocca che va in sú di qua e di là, dalla pallottola del mento.
E quando questa bocca vi parla, e vedete sottosopra la chiostra dei denti, la puntina in mezzo del labbro superiore e il principio del palato.
Anche senza sentire quello che la bocca vi dice, v'assicuro si perde il rispetto dell'umanità.
Ma io vi ho promesso di parlarvi della mano d'un malato povero.
La premessa è stata lunga, ma forse non del tutto inutile; perché voi almeno cosí, adesso, non mi domanderete nulla di quello che vi premerebbe piú di sapere per commuovervi al modo solito, cioè le notizie di fatto:
a) chi fosse quel malato;
b) perché fosse lí;
c) che male avesse.
Niente, cari miei, di tutto questo.
Io non so nulla di nulla; non mi sono curato di saper nulla, come forse avrei potuto domandandone notizie agl'infermieri.
Io ho visto solamente la sua mano e non posso parlarvi d'altro.
Ve ne contentate? E allora, eccomi qua.
Fu nell'ospedale in cui sono stato l'ultima volta.
Ma non fate codesta faccia afflitta, da imbecilli, perché non vi narro una storia triste.
Tra me e l'ospedale - benché non possa soffrire i medici e la loro scienza - ho saputo sempre stabilire dolci e delicatissime relazioni.
Figuratevi che, quest'ospedale di cui vi parlo, aveva la squisita attenzione verso i suoi ricoverati d'impedire che l'uno vedesse la faccia dell'altro, mediante un paraventino a una sola banda, o, piuttosto, un telajo a cui con puntine si fissava ai quattro angoli una tendina di mussolo, cambiata ogni settimana, lavata, stirata e sempre candida.
Certi giorni, tra tutto quel bianco, pareva di stare in una nuvola, e, con la benefica illusione della febbre, di veleggiare nell'azzurro ch'entrava dalle vetrate dei finestroni.
Ogni lettino, nella lunga corsia luminosa, aerata, aveva accanto, a destra, il riparo d'un di quei telaj, che non arrivava oltre l'altezza del guanciale.
Sicché io del malato che mi stava a sinistra veramente non potevo veder altro che la mano, quand'egli tirava il braccio fuori dalle coperte e l'abbandonava sul lettino.
Mi misi a contemplare con curiosità amorosa questa mano, e da essa a poco a poco mi feci narrare la favola che vi dirò.
Me la narrò coi cenni, s'intende, forse incoscienti, che di tanto in tanto faceva; con gli atteggiamenti in cui s'abbandonava, macra, ingiallita, su la bianca coperta, ora sul dorso, con la palma in sú e le dita un po' aperte e appena contratte, in atto di totale remissione alla sorte che l'inchiodava come a una croce su quel letto; ora serrando il pugno, o per un fitto spasimo improvviso o per un moto d'ira e d'impazienza, a cui succedeva sempre un rilassamento di mortale stanchezza.
Compresi ch'era la mano d'un malato povero, perché, quantunque accuratamente lavata come l'igiene negli ospedali prescrive, serbava tuttavia nella gialla magrezza un che di sudicio, indetersibile; che non è sudicio propriamente nella mano dei poveri, ma quasi la pàtina della miseria che nessun'acqua mai porterà via.
Si scorgeva questa pàtina nelle nocche aguzze e un po' scabre delle dita; nelle pieghe interne cartilaginose delle falangi, che facevano pensare al collo della tartaruga; nei segni incisi sulla palma che sono, come si dice, il suggello della morte nella mano dell'uomo.
E allora mi diedi a immaginare a che mestiere fosse addetta quella mano.
Non certo a un rude mestiere, perché era gracile e fina, quasi femminea, per nulla deformata o attrappita, se non forse un po' nell'indice che appariva soverchiamente tenace nell'ultima falange, e nel pollice un po' troppo ripiegato in dentro, e dal nodo alla giuntura eccessivamente sviluppato.
Notai che spesso questo pollice s'assoggettava da sé, come per abitudine, alla pressura della punta dell'indice, quasi che il malato inconsciamente con quella pressura si richiamasse a una realtà lontana e la toccasse lí, su quel pollice cosí premuto; la realtà della sua esistenza, da sano.
Forse una bottega impregnata dal tanfo particolare delle stoffe nuove, disposte in pezze, con ordine, le une su le altre negli scaffali e su panche e nelle vetrine; un banco di vendita; una tavola da tagliatore con sú distesa una stoffa segnata e un pajo di grosse cesoje sopra; un gattone bigio, sotto quella tavola; i lavoratori seduti in fila di qua e di là, intenti a imbastire, a passare a macchina, e lui tra questi.
Non gli piaceva, forse, questa realtà; forse egli non era tutto in quel suo mestiere; ma il suo mestiere era pur lí in quelle due dita, in quel pollice che da sé ormai dopo tant'anni, per abitudine, s'assoggettava alla pressura dell'indice.
E qua, adesso, per lui era una piú triste realtà: il vuoto e l'ozio doloroso di quella corsia d'ospedale, la malattia, l'attesa stanca e piena d'angoscia, chi sa, forse della morte.
Sí; senza dubbio, quella era la mano d'un sarto.
Da un altro cenno di essa compresi poi che quel sarto povero doveva esser padre da poco, aveva certo un bambino.
Levava di tanto in tanto sotto le coperte un ginocchio.
La mano, dapprima inerte, si alzava con le dita tremolanti e quasi vagava su quel ginocchio levato, in una carezza intorno, che non era certo rivolta al ginocchio.
A chi poteva esser rivolta quella carezza?
Forse gli arrivava lí, al ginocchio, la testa del suo bambino, e lí quella mano soleva carezzare i capellucci freschi e morbidi come la seta, di quella testolina.
Certo, gli occhi del malato, mentre la mano illusa, vagellante, accennava sul ginocchio la carezza, stavano chiusi, vedevano sotto le pàlpebre la testolina, e le pàlpebre si gonfiavano di lagrime calde, che traboccavano alla fine sul volto ch'io non vedevo.
Ecco, difatti, la mano interrompeva la vaga carezza, spariva dietro il telajo, dopo aver sollevato la rimboccatura del lenzuolo.
E, poco dopo, quella rimboccatura era rimessa in sesto e bagnata in un punto, dalle lagrime.
Dunque, aspettate: sarto e padre d'un bambino.
Ora vedrete che la storia si complica un poco.
Ma niente: son sempre i cenni e gli atteggiamenti di quella mano.
Una mattina, io mi riscossi tardi da uno dei letarghi profondi, di piombo, che sogliono seguire ai piú forti accessi di quel male, ch'è forse il piú grave tra i tanti di cui soffro.
Aprendo gli occhi, vidi attorno al letto del mio vicino molta gente, uomini, donne, forse parenti.
In prima pensai che fosse morto.
No.
Nessuno piangeva, nessuno si lamentava.
Parlavano anzi col malato e tra loro festosamente, quantunque a bassa voce per non disturbare gli altri malati.
Non era giorno di visita.
Come e perché, dunque, era stata ammessa tutta quella gente fino al letto del malato?
Non udivo, né volevo udire le loro parole.
Anche la loro vista m'era grave agli occhi, nello stordimento lasciatomi dal lungo letargo.
Socchiusi le pàlpebre.
Il corpo d'una vecchia grassa, che mi voltava le spalle, presso il paraventino, specialmente il suo sedere enorme, e la sua gonna rigonfia, tutta a fitte piegoline e a quadretti rossi e neri, m'ingombrava, mi pesava come un incubo intollerabile.
Non mi pareva l'ora che tutti se n'andassero.
Tra le pàlpebre socchiuse mi parve d'intravedere la figura alta d'un prete; non ci feci caso.
Forse ricaddi, anzi certamente ricaddi per lungo tempo nel letargo.
I quadretti rossi e neri di quella gonna mi tesero come una rete, una grata di prigione con sbarre di fuoco e sbarre d'ombra, e quelle di fuoco mi bruciavano gli occhi.
Quando li riaprii, attorno al letto di quel malato non c'era piú nessuno.
Cercai la sua mano.
Attorno all'anulare, un cerchietto d'oro: una fede.
Ah, ecco, sposino.
Le nozze! Quella gente era venuta per farlo sposare.
- Povera mano, tu cosí gialla, cosí macra, con quel segno d'amore? Eh no! Di morte.
Su un letto d'ospedale, non si sposa che in previsione della morte.
Dunque, il male era inguaribile.
Sí: me l'aveva detto chiaramente la mano, troppo incerta nel tatto, nei movimenti.
Con che lenta tristezza, ora, faceva girar col pollice quell'anellino troppo largo attorno all'anulare!
E certo gli occhi guardavano lontano, pur fissi in quel cerchietto d'oro cosí vicino; e la mente forse pensava:
"Quest'anellino...
Che vuol dire? Sto per sciogliermi da tutto, e m'ha voluto legare.
A chi mi lega? per quanto? Oggi me l'hanno messo al dito; domani forse verranno a levarmelo."
La mano s'alzò e si tese ferma davanti al volto.
Piú davvicino volle esser guardata con quell'anellino d'un giorno, che avrebbe potuto dir tante cose e una sola ne diceva, triste, tanto triste.
Ma forse poi pensò che, sí, qualche cosa pure quell'anellino legava: legava il suo nome alla vita del suo figliuolo.
Gli era nato prima delle nozze, quel figliuolo, e non aveva nome; ora l'avrebbe avuto.
Gli levava dunque un rimorso quell'anellino.
La mattina dopo, non la vidi piú: la indovinai appena da una piega del lenzuolo steso su tutto il letto a riparo da certe mosche che sentono la morte da un miglio lontano.
PUBERTÀ
L'abitino alla marinara non era piú per lei: la nonna avrebbe dovuto capirlo.
Certo, trovare un modo grazioso di vestirla, che non fosse piú da ragazzina e non ancora da grande, non era facile.
Aveva visto jeri la Gianchi: che orrore, poverina! Impastojata in un sottanone grigio peloso lungo fin quasi alla noce del piede, non sapeva piú come muoverci dentro le gambe.
Anche lei però, con tutto quel seno in quella giubbetta da bimba!
Sbuffava e scoteva con stizza la testa.
L'avvertimento della fragrante esuberanza del suo corpo, in certe ore, la congestionava.
L'odore dei suoi capelli densi, neri, un po' ricciuti e aridi, quando se li scioglieva per lavarseli; l'odore che le esalava da sotto le braccia nude, quando le alzava per sollevare il soffocante volume di quei capelli; l'odore della cipria intrisa di sudore, le davano smanie piú di nausea che d'ebbrezza: per le tante cose segrete e ingombranti che quell'improvvisa e violenta crescenza le aveva d'un tratto rivelate.
Cose che, certe sere mentre si spogliava per andare a letto, se ci fissava appena il pensiero o un immagine le balzava davanti, dalla rabbia e dallo schifo che n'aveva, avrebbe scaraventato le scarpette contro l'armadio laccato bianco a tre luci, dirimpetto, dove si vedeva tutta, cosí mezza nuda, con una gamba tirata un po' sconciamente sull'altra.
Si sarebbe presa a morsi, graffiata, o messa a piangere da non finir piú.
Poi le veniva da ridere, convulsa, tra le lagrime; e se pensava d'asciugarsi quelle lagrime, ecco che si buttava a piangere di nuovo.
Forse era una sciocca.
Chi sa perché, una cosa cosí naturale, le doveva parer tanto curiosa?
Già con quella prontezza che hanno le donne a capire da uno sguardo che s'è fatto un pensiero su loro, se un uomo la guardava per via, abbassava subito gli occhi.
Non capiva ancora in che potesse consistere il pensiero che un uomo può fare su una donna.
Turbata con gli occhi bassi, provava un irritante ribrezzo, raffigurandosi nell'incertezza, senza volerlo, qualche intimo segreto del suo corpo, come se lo conosceva.
Senza piú guardare, si sentiva guardata.
E si struggeva d'indovinare che cosa guardassero gli uomini a preferenza in una donna.
Ma questo, forse, l'aveva già indovinato.
Appena sola, in casa, si lasciava cader di mano i libri di scuola o i guanti, apposta per chinarsi a raccattarli.
Chinandosi, dalla scollatura si sbirciava il seno.
Non aveva però finito d'intravvederselo e d'avvertirne appena il peso, che s'acchiappava il grosso nodo del fazzoletto nero di seta sotto il bavero della giubbetta alla marinara e se lo strappava subito in sú, in sú, fino agli occhi, disgustatissima.
Un momento dopo, raccoglieva con l'una e con l'altra mano da ambo le parti la stoffa di quella giubbetta; se la stirava in giú, perché le aderisse al busto eretto; andava davanti allo specchio; si compiaceva anche della promettente curva dei fianchi:
- Seducentissima signorina!
E scoppiava a ridere.
Sentí la vocetta bizzosa della nonna, che la chiamava giú, dall'hall del villino, per la lezione d'inglese.
La nonna, per farla stizzire, la chiamava al solito Dreina e non Dreetta come lei voleva esser chiamata.
Bene: sarebbe discesa, quando finalmente alla nonna sarebbe venuto in mente di chiamarla Dreetta e non Dreina.
- Dreetta! Dreetta!
- Eccomi, nonna.
- Eh, santo Dio.
Fai aspettare il professore.
- Scusami.
Ho sentito ora.
D'estate, nel pomeriggio, per ordine della nonna tutte le finestre del villino erano tenute ermeticamente chiuse.
Dreetta, s'intende, le avrebbe volute tutte spalancate.
Le piaceva tanto, perciò, che il sole prepotentissimo, in quell'ombra voluta, ch'era quasi bujo, trovasse pur modo di penetrare.
Erano fremiti e guizzi di luce per tutte le stanze, come scoppiettíi di riso infantile nella severità d'un silenzio comandato.
Anche lei, Dreetta, era spesso cosí tutta fremiti e guizzi, e tante volte come abbagliata, avvolta e rapita da veri lampi di follia.
Subito dopo s'oscurava per il sospetto segreto che le venissero dalla madre ch'ella non aveva mai conosciuta e di cui mai nessuno le aveva parlato.
Del padre sapeva soltanto che era morto giovane; non sapeva come.
C'era un mistero, e forse laido e truce, nella sua nascita e nella fine immatura dei suoi genitori.
Bastava guardare la nonna per intenderlo: la nonna, in quel suo viso di cartilagine e in quegli occhi torbidi, su cui le grosse pàlpebre pareva pesassero, una piú e l'altra meno.
Sempre vestita di nero, aggobbita, se lo teneva stretto con tutt'e due le braccia dentro il petto, quel mistero: le mani sotto la gola: l'una, a pugno chiuso; l'altra, deformata dall'artrite, su quel pugno.
Ma Dreetta non voleva conoscerlo.
Già le pareva di saperlo, dal modo con cui tanti la guardavano sentendola nominare, e dallo sguardo che poi si scambiavano tra loro, esclamando quasi senza volerlo "Ah, è la figlia di..." E non aggiungevano altro.
Fingeva di non udire.
Del resto, c'era adesso per lei lo zio Zeno, con la zia e le cuginette che venivano a prendersela quasi ogni giorno e le procuravano ogni sorta di svaghi.
Lo zio avrebbe voluto averla in casa con sé, visto che zia Tilla, sua moglie, le voleva bene quasi quanto alle sue figliuole; ma finché la nonna era in vita, bisognava se ne stésse con lei.
Dreetta era sicura che la nonna, sempre con quel pugno sotto la gola, non sarebbe mai morta.
E questa era una delle cose che piú spesso le accendevano quei lampi di follia.
Avevano un bel mostrarle le cuginette la camera che le era già destinata, e come gliel'avrebbero adornata, e inventar la vita come insieme sempre tutt'e quattro la avrebbero allora vissuta; se ne compiaceva, diceva a tutto di sí, si buttava a inventare anche lei; ma in fondo non si faceva neppure la piú lontana illusione che quel sogno si potesse avverare.
Se mai le fosse avvenuto di potersi liberare, la liberazione doveva aspettarsela da un caso imprevedibile lí per lí: un incontro per via, per esempio.
Ragion per cui, andando a passeggio con lo zio e le cuginette, o recandosi a scuola o ritornandone, era sempre accesa e come ebbra, in un'ansia fremente che non le faceva prestare orecchio a quel che le dicevano, intesa a guardare di qua e di là, con gli occhi lampeggianti e un sorriso nervoso sulle labbra, come se veramente si sentisse esposta a quel caso imprevedibile che doveva coglierla e rapirsela all'improvviso.
Era pronta.
Nessun vecchio signore inglese o americano s'invaghiva di lei fino al punto di venire a chiedere allo zio
- la sua mano?
- no! che!
la concessione d'adottarla per portarsela via, via lontano dall'incubo di quella nonna, dalla benevolenza cosí ostentatamente pietosa della zia; a Londra, in America, per poi sposarla colà a un nipote o al figlio d'un amico?
Questa stramberia del vecchio signore inglese o americano le era entrata nella testa per non ammettere che, almeno subito, la liberazione le potesse venire da un matrimonio.
Da quelle torbide sensazioni che le ingombravano impetuosamente l'animo di vergogna e di dispetto per le precoci esuberanze del suo corpo, e anche da come gli uomini la guardavano per via, glien'era già nata l'idea, come d'una cosa possibile, ma da arrossirne: eh via, sí! sposare, alla sua età! Per non arrossirne, ci metteva di mezzo, come a riparo, l'inverosimiglianza di quel caso d'adozione da parte d'un vecchio signore inglese o americano; inglese o americano perché, dovendo sposare - ah questo sí, sul serio - non avrebbe sposato che un inglese o un americano, lavato a sette acque e con un po' di cielo, con un po' di cielo almeno negli occhi.
Studiava l'inglese per questo.
Curioso che, tenendo cosí lontana l'idea del matrimonio per non arrossirne, non avesse finora veduto nella persona di Mr.
Walston, suo professore, vicinissimo l'inglese che avrebbe potuto sposarla.
Subito diventò di bragia, come se Mr.
Walston le stésse lí davanti per questo; e si sentí raccapricciare da capo a piedi notando che anche lui, a sua volta, arrossiva.
Eppure, sapeva bene che il signor Walston per sua natura arrossiva di nulla: ne aveva tanto riso come di cosa ridicolissima in un uomo di cosí potente corporatura, quantunque veramente dall'aria bambinesca.
Pareva piú enorme, lí in piedi, presso il gracile tavolinetto dorato del salotto, davanti la finestra, dove di solito le impartiva la lezione.
Tutto vestito estivamente di grigio chiaro: la camicia celeste, le scarpe gialle.
E sorrideva d'un sorriso vano, scoprendo nell'apertura della larga bocca i pochi denti che per un'infermità delle gengive gli restavano.
Sorrideva, senza neppur sapere d'avere arrossito nell'alzarsi all'entrata della sua piccola alunna, lontanissimo com'era dal pensiero che questa aveva fatto su lui.
Invitato a sedere, prese dal tavolino la grammatica inglese, guardò di sopra le lenti con gli occhi azzurri inteneriti l'alunna come a raccomandarsi di non essere interrotto nella lettura dai soliti irrefrenabili scatti di riso alla pronunzia di certe parole; e si mise a leggere, accavalciando una gamba sull'altra.
Ora avvenne che, cosí grosso com'era, nell'accavalciare la gamba scoprí sopra la calza bianca di filo quasi tutto il polpaccio, con l'elastico tirato della vecchia giarrettiera color di rosa.
Dreetta lo intravide e subito ne provò schifo: quello schifo che pure attira a guardare.
Notò che la pelle di quel polpaccio era d'un bianco smorto e che su quella pelle s'arricciolava qua e là qualche metallico peluzzo rossiccio.
Nella penombra tutto il salotto pareva in un'immobile attesa, come per fare avvertire di piú in piú a Dreetta il contrasto tra la sua strana ansia esasperata da quello schifo, quasi da un contatto scottante di vergogna, e la placidità estranea e pensante di quel grosso inglese che leggeva, col polpaccio scoperto, come un qualunque marito già sordo a tutte le sensibilità della moglie.
- Present Time: I do not go, io non vado; thou dost not go, tu non vai; he does not go, egli non va.
Tutt'a un tratto, Mr.
Walston si sentí intronare le orecchie da un grido e, sollevando gli occhi dal libro, vide stolzare la sua alunna, come se qualche cosa le fosse passata per le carni all'improvviso, e precipitarsi fuori del salotto urlando frenetica col viso nascosto tra le braccia.
Stonato, col volto in fiamme, si guardava ancora attorno per raccapezzarsi, quando si vide davanti la vecchia nonna che quasi ballava, convulsa dallo sdegno, gridando parole incomprensibili.
Tutto poteva immaginarsi il pover'uomo tranne che il sorriso vano, di smarrimento, nel suo faccione affocato, potesse in quel momento esser preso come un sorriso d'impudenza.
Si vide afferrare per il petto da un cameriere accorso alle grida e cacciare a spintoni fuori della porta, nel giardino.
Ebbe appena il tempo d'alzare il capo, a uno strillo che veniva dall'alto:
- Professore, mi prenda!
Intravide un corpo penzolante dal cornicione del villino: Dreetta scarmigliata, con gli occhi lampeggianti di follia, che serrava i denti, per terrore, e s'agitava come per riprendersi, pentita: poi, un riso lacerante, che rimaneva un attimo nell'aria, scia dell'orribile tonfo di quel corpo che s'abbatteva sfragellato ai suoi piedi.
GIOVENTÚ
Abbandonata tra i guanciali dentro quell'antico seggiolone di cuojo, che don Buti, il parroco, aveva voluto per forza mandarle dalla casa parrocchiale - ("c'a preuva, madama, e a vëdrà s'a farà nen 'l miracöl d' fela guarí") - la linda vecchina inferma, ancora tanto bella con quei candidi capelli ondulati sotto la cuffia di merletti fini, guardava i prati verdi che si stendevano davanti alla villa, limitati qua e là da alte file di esili pioppi.
Tutta Cargiore era in ansia e in pena per la malattia di lei.
I ragazzi raccolti nell'Asilo d'Infanzia, fatto costruire e mantenuto a sue spese, recitavano, poveri piccini, mattina e sera, una elaborata preghiera composta da don Buti per la sua guarigione.
Nella farmacia (che era insieme drogheria e ufficio postale) dell'arcigno monsü Grattarola, tutti ricordavano che madama Mascetti, nata a Cargiore, maritata per forza a un ricco signore di Torino che se n'era innamorato durante una villeggiatura estiva lassú, dopo quattro anni, rimasta vedova, aveva lasciato il bel palazzo della Capitale e se n'era tornata a Cargiore, per beneficare i suoi compaesani con le vistose sostanze ereditate dal marito.
Solo monsü Grattarola faceva da contrabbasso a quelle sviolinate patetiche con certi duri e profondi grugniti; ma nessuno gli badava.
Sosteneva egli solo che la ragione del ritorno della Mascetti a Cargiore doveva cercarsi nell'ostilità implacabile dei parenti del marito, i quali le avevano finanche tolto il figliuolo, per educarlo a modo loro: il figliuolo che ora, nientemeno, era addetto d'ambasciata a Vienna.
I piú vecchi gli opponevano che la ragione era un'altra, piú antica: l'avversione di Velia per Torino (Velia: la chiamavano cosí, loro, senz'altro) dopo le nozze contratte per forza, che erano state cagione della morte violenta di Martino Prever che s'era ucciso per lei, povero figliuolo; o piuttosto, per la crudeltà dei parenti di lei; ed era sepolto a Cargiore.
E cosí si spiegava la protezione della Mascetti per la famiglia Prever e specialmente per il giovane Martino, pronipote di quell'altro.
Era in mano dei Prever, ora, quella cara Velia.
E il giovane Martino, mentr'ella se ne stava sul seggiolone del parroco a guardare i prati attraverso i vetri della finestra, era di là, nella stanza attigua, a rifarsi un po' delle veglie durate.
Tranne un lampadino votivo su una mensoletta davanti a un antico Crocifisso d'avorio, nessun lume ardeva nella camera dell'inferma arredata con squisita semplicità e rara gentilezza.
Ma il plenilunio la inalbava dolcemente.
Dietro la tenda della finestra, con la fronte appoggiata ai vetri, anche la infermiera guardava fuori.
- Che luna! - sospirò, a un tratto, nel silenzio.
- Pare che raggiorni!
- Se aprissi un tantino, Marietta? Un tantino! - pregò la signora Velia, con voce carezzevole.
- Non mi potrà far male.
- E il signor dottore? - domandò Marietta.
- Che dirà il signor dottore? Sa lei che abbiamo già la neve su Roccia Vré?
- Un tantino! - insisté la padrona.
- Vedi? respiro cosí calma.
Marietta aprí uno spiraglio, dapprima: poi, a poco a poco, per le insistenze dell'inferma, la mezza imposta.
Ah che incanto! che pace! Pareva che la Luna inondasse di luminoso silenzio quei prati: d'un silenzio attonito e pur tutto pieno di fremiti.
Erano sottili, acuti fritinníi di grilli, risi di rivoli giú per le zane.
Per Marietta, l'incanto di quella notte era tutto lí, presente; ma alla vecchina, guardando assorta, pareva che quel silenzio sprofondasse nel tempo, e altre notti pensava, remote, simili a questa, vegliate dalla Luna; e tutta quella pace fascinosa assumeva agli occhi di lei quasi un senso arcano, che la forzava al pianto.
Veniva da lontano, continuo, profondo, come un cupo ammonimento, il borboglío del Sangone nella valle, e di qua presso un rumore, di tratto in tratto, che la inferma non riusciva a spiegarsi.
- Che stride cosí, Marietta?
- Un contadino, - rispose questa lietamente, affacciata alla finestra, nell'aria chiara.
- Falcia il suo fieno, sotto la luna.
Sta a raffilare la falce.
Poco dopo, da un lontano ceppo di case del villaggio tutto sparso a gruppi su quel pianoro tra le prealpi, giunse dolcissimo un coro di donne.
- Cantano a Rufinera, - annunziò Marietta.
Ma la inferma aveva reclinato il capo, soffocata dall'interna commozione.
Marietta non se ne accorse: rimase a contemplare estatica lo spettacolo del plenilunio e ad ascoltare il canto lontano.
A un tratto si scosse, di soprassalto.
La padrona rantolava.
Spaventata, richiuse subito l'imposta; si chinò su l'inferma, le sollevò il capo, la chiamò piú volte, invano; si smarrí, corse a chiamare ajuto nella stanza accanto.
- Signor Martino, signor Martino!
E Marietta scosse violentemente il giovanotto che stava a dormire sul canapè troppo piccolo per lui.
- Ah che stupida sono stata! Venga! Venga! Le avrà fatto male l'aria della notte! - smaniava Marietta, mentre il giovanotto stentava a riprendere coscienza.
Afferrò il lume che ardeva in quella stanza e rientrò nella camera dell'inferma, seguita dal signor Martino.
- M'ajuti! M'ajuti! Bisogna rimetterla a letto.
Non c'è voluta stare, ed ecco le conseguenze!
- Zia Velia! zia Velia! - chiamava intanto il giovanotto con voce grossa, ancora insonnolito.
- Che chiama? non vede che non sente? - gli gridò Manetta, spazientita.
- M'ajuti a rimetterla a letto, e corra per il medico.
Ma si svegli, eh? se no, di qui a che lei va e torna col medico, la povera signora...
ah Dio, non sia mai!
- Muore? - domandò il signor Martino, avvertendo finalmente il rantolo.
Ajutò l'infermiera a rimettere a letto quell'esile corpo abbandonato e scappò per il medico, che abitava nella frazione di Ruadamonte.
- Che luna! - esclamò anche lui, appena fuori.
Meno male; con tutto quel lume, avrebbe potuto correre piú speditamente per i difficili sentieri tra i prati.
Ma non se l'aspettava, Dio santo, d'essere svegliato cosí, sul piú bello.
Povera zia Velia! Tutta la giornata era stata meglio, proprio meglio.
Con le malattie di cuore, però, e a quell'età, da un momento all'altro...
eh, non si sa mai! Se n'affliggeva tanto lui, il signor Martino, ma tuttavia non poteva fare a meno di pensare che da troppo tempo ormai si studiava di non dar mai causa a quella vecchina, che avesse a lamentarsi di lui, e gli veniva di tirare dal fondo dei polmoni un respiro di sollievo.
Non lo tirava perché, subito dopo, avrebbe sentito la puntura d'un rimorso.
Intanto pensava al medico che si sarebbe certo seccato di quella chiamata notturna.
Ma che poteva farci lui? Non poteva certo assumersi la responsabilità di sospendere quelle iniezioni che tenevano artificialmente in vita l'inferma, ora che il figlio da Vienna aveva telegrafato l'annunzio della sua partenza.
Chi sa se avrebbe fatto a tempo, però...
Meglio, forse...
eh sí, meglio non...
- Auff! - sbuffò, a questo punto, il signor Martino, combattuto, interrompendo le amare riflessioni.
Passava davanti al camposanto.
Intravide, per una delle finestre ferrate, aperte lungo il muro di cinta, la tomba gentilizia della sua famiglia e, accanto, quella della Mascetti.
Correre, correre, affannarsi per sé e per gli altri, penare, per poi andare a finir lí, e saper dove...
Meglio non saperlo! Meglio non costruirle avanti, quelle tombe...
Bah! Era giovine, lui, e robusto...
- Che bella luna!
E mise un gran sospiro, come per cacciar via tutti i pensieri.
Tornò alla villa dopo circa due ore, col medico.
Marietta annunziò loro che la malata, appena rimessa a letto, aveva dato in violente smanie, poi - coi segni - le aveva fatto comprendere che voleva scrivere qualche cosa.
- Come come? - domandò sorpreso, impuntandosi, il signor Martino.
- Sí, - riprese Marietta, - e ha scritto, e la lettera sta lí, sotto il guanciale, come ha voluto; poi s'è messa a delirare...
Diceva, non so, che c'era la luna...
che voleva scendere in giardino...
che a Pian del Viermo cantavano, non a Rufinera...
Stramberie! Poi s'è messa a chiamar lei, signor Martino...
- Me? - domandò arrossendo, poi impallidendo, il giovanotto.
- Ero andato per il medico io, non gliel'hai detto?
- Gliel' ho detto; ma non ha capito! - seguitò Marietta.
- Strillava: "No Martino! No! No!" tutta spaventata...
Ora, da un pezzo, sta tranquilla; ma cosí...
Dio! pare morta...
Il dottor Allais, alto, asciutto, coi baffetti ancora biondi e i capelli già canuti, tagliati a spazzola, non si scompose affatto a quella narrazione dell'infermiera: alzò un piede a una traversa del seggiolone del parroco e si chinò per affibbiare una stringa del gambale di cuojo rimasta slacciata nella fretta del vestirsi.
Teneva a dimostrare quella sua rigidezza impassibile.
Possedeva anche lui una villa con un vasto giardino, aveva una simpatica moglietta che gli aveva recata una buona dote e continuava ad esercitare la professione, tanto per fare qualche cosa.
Tastò il polso all'inferma; poi, senza dare a veder nulla a quei due che lo spiavano intentamente, preparò la siringhetta per una nuova iniezione.
- Potrà tirare fino all'alba, - disse, licenziandosi.
- Verso le cinque, tornerò.
- Ma il figlio dovrebbe arrivare nella mattinata di domani, - pregò, afflitto, il signor Martino.
- Potesse almeno tirare fino all'arrivo di lui!
Il dottor Allais si strinse nelle spalle.
- Non dipende da me, caro signor Prever.
E andò via.
Subito il signor Martino assalí di domande Marietta intorno a quella lettera misteriosa.
Ma la infermiera non sapeva leggere, e poté dirgli soltanto che la signora aveva scritto col lapis dietro una vecchia ricetta del medico, poiché lei non aveva potuto trovarle altra carta lí nella camera; e che aveva scritto con stento e che infine aveva chiuso quel pezzo di carta in una busta del farmacista, da cui lei aveva tratto alcune ostie e una cartina di medicinale.
Messa la lettera sotto il guanciale, la padrona aveva balbettato:
- Dopo morta.
Il signor Martino restò assorto, stupito, costernato.
Era ben sicuro che il testamento della vecchia conteneva qualche disposizione in suo favore e in favore della sua famiglia.
Ora questa lettera lo inquietava.
Domandò:
- Ha scritto molto?
- Poco, - rispose Marietta.
- Un pezzettino di carta, cosí...
E la mano le tremava tanto!
- Sai la nuova, Marietta? - riprese, dopo aver pensato un po', il giovanotto.
- Corro a chiamare i miei.
Hai sentito che ha detto il medico?
- Sí, - aggiunse Marietta.
- E il signor parroco anche, se non le dispiace.
Vada, vada.
Marietta, che era e si sentiva "una brava figliuola", rimasta sola, tentennò amaramente il capo.
Non che stimasse cattivo quel bamboccione del signor Martino e interessato l'affetto della famiglia Prever per la sua padrona; ma...
- eh, i dindi, i dindi piacciono a tutti; e la sua padrona ne aveva di molti e quell'aver pensat
...
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