IL VIAGGIO, di Luigi Pirandello - pagina 5
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Non ammetto dopo il malanno, dopo le sofferenze d'una malattia, per giunta pagar le medicine, il medico.
Del resto, non ne ho mai avuti per prendermi i cosí detti piaceri della vita, come li intendono gli altri: dunque, diritto d'aver gratis la cura dei malanni che mi dà.
Parecchi, credo; anzi, senza dubbio.
Sono la tessera d'entrata: senza, non m'avrebbero ricevuto.
E devo anche averli buoni, a quanto sembra: intendo, non passeggeri: qua, non so al cuore; al fegato, ai reni, non so.
Dicono che ho guasto tutto l'organismo.
Sarà vero; ma non me n importa, perché dopo tutto, se mai - dico, se questo fosse vero - non sarebbe un gran guajo.
Il vero guajo è un altro.
- Quale?
Eh, voi, cari amici, volete saper troppo! Al contrario di me che non voglio saper mai nulla.
Se debbo dirvelo io, qual è il vero guajo, è segno che voi non l'avvertite.
E allora perché dovrei dirvelo io?
Ai medici che m'hanno avuto in cura io non ho mai chiesto di che male fosse afflitto il mio corpo.
So che questo povero asino che mi porta l'ho fatto trottar troppo, e per certe vie che non sarebbe mai venuto in mente a nessuno d'infilare.
Solo m'ha seccato d'esser tenuto dai medici, per questo, in conto di malato intelligente.
La noncuranza da parte mia di sapere di che male fossi afflitto, è stata presa dai medici per fiducia nella loro scienza, capite? M'han veduto sempre obbediente cacciar fuori la lingua a ogni loro richiesta; gridare: - trentatré-trentatré - quattro, cinque, dieci volte, sopportando pazientemente il ribrezzo d'una loro orecchia fredda applicata alle mie terga; abbandonare le membra, come se non fossero mie, ai palpeggiamenti troppo confidenziali delle loro mani ben lavate, sí, ma Dio mio adibite allo schifoso servizio pubblico di tutte le piaghe umane; e sopportare i picchi sodi delle loro dita a martello, le punture delle loro siringhette, e ingollarmi tutte le loro porcherie liquide o in pillole, senza mai gemere per nausea o per fastidio: - Oh Dio, dottore, cos'é? È amaro, dottore? - e dunque, chi piú intelligente di me? Un malato che nutra una cosí cieca abbandonata fiducia nella scienza medica, dev'essere per forza, a loro giudizio, intelligentissimo.
Lasciamo questo discorso.
Mi fa tanto piacere vedervi ridere.
Buon pro' vi faccia!
Ecco, sarà perché io propriamente non ho mai capito che gusto ci sia a rivolgere domande agli altri per sapere le cose come sono.
Ve le dicono come loro le sanno, come pajono a loro.
Voi ve ne contentate? Grazie tante! Io voglio saperle per me, e voglio che entrino in me come a me pajono.
- È ben per questo, vedete, che ormai tutte le cose ci stanno sopra, sotto, intorno, col modo d'essere, il senso, il valore che da secoli e secoli gli uomini hanno dato ad esse.
Cosí e cosí il cielo, cosí e cosí le stelle; e il mare e i monti cosí e cosí, e la campagna, la città, le strade, le case...
Dio mio, che ne volete piú? Ci opprimono ormai per forza col fastidio infinito di questa immutabile realtà convenuta e convenzionale, da tutti subíta passivamente.
Le fracasserei.
Vi dico che sedere su una seggiola è divenuto per me un supplizio intollerabile.
Per alleviarlo un poco, bisognerebbe per lo meno - permettete? - che la mettessi cosí, ecco, per lungo, e mi ci mettessi a cavallo.
Tanto per dire! Ma quanti si sforzano di rompere la crosta di questa comune rappresentazione delle cose? di sottrarsi all'orribile noja dei consueti aspetti? di spogliare le cose delle vecchie apparenze che ormai per abitudine, per pigrizia di spirito, ponderosamente si sono imposte a tutti? Eppure è raro che almeno una volta, in un momento felice, non sia avvenuto a ciascuno di vedere all'improvviso il mondo, la vita, con occhi nuovi; d'intravedere in una súbita luce un senso nuovo delle cose; d'intuire in un lampo che relazioni insolite, nuove, impensate, si possono forse stabilire con esse, sicché la vita acquisti agli occhi nostri rinfrescati un valore meraviglioso, diverso, mutevole.
Ahimè, si ricasca subito nell'uniformità degli aspetti consueti, nell'abitudine delle consuete relazioni; si riaccetta il consueto valore dell'esistenza quotidiana; il cielo col solito azzurro vi guarda poi la sera con le solite stelle; il mare v'addormenta col solito brontolío; le case vi sbadigliano di qua e di là con le finestre delle solite facciate, e col solito lastricato vi s'allungano sotto i piedi le vie.
E io passo per pazzo perché voglio vivere là, in quello che per voi è stato un momento, uno sbarbàglio, un fresco breve stupore di sogno vivo, luminoso; là, fuori d'ogni traccia solita, d'ogni consuetudine, libero di tutte le vecchie apparenze, col respiro sempre nuovo e largo tra cose sempre nuove e vive.
Mi s'è guastato il cuore; mi si sono logorati i polmoni: che me n'importa? Sarò pazzo, ma io vivo.
Non ho casa, non ho stato.
Vado all'ospedale? Vi prego di credere che non ci sono mai andato da me, coi miei piedi: mi ci hanno sempre trasportato gli altri, in barella, privo di sensi.
Mi ci sono ritrovato e mi son subito detto:
- Ah, eccoci qua! Ora bisogna cacciar fuori la lingua.
E subito, volenteroso e obbediente, invece di lamentarmi, l'ho cacciata fuori a ogni richiesta per uscirmene presto.
Che effetto curioso fa la faccia dell'uomo - medico o infermiere - guardata da sotto in sú stando a giacere su un letto, che ve la vedete sopra coi due buchi del naso che vengono fuori e l'arco della bocca che va in sú di qua e di là, dalla pallottola del mento.
E quando questa bocca vi parla, e vedete sottosopra la chiostra dei denti, la puntina in mezzo del labbro superiore e il principio del palato.
Anche senza sentire quello che la bocca vi dice, v'assicuro si perde il rispetto dell'umanità.
Ma io vi ho promesso di parlarvi della mano d'un malato povero.
La premessa è stata lunga, ma forse non del tutto inutile; perché voi almeno cosí, adesso, non mi domanderete nulla di quello che vi premerebbe piú di sapere per commuovervi al modo solito, cioè le notizie di fatto:
a) chi fosse quel malato;
b) perché fosse lí;
c) che male avesse.
Niente, cari miei, di tutto questo.
Io non so nulla di nulla; non mi sono curato di saper nulla, come forse avrei potuto domandandone notizie agl'infermieri.
Io ho visto solamente la sua mano e non posso parlarvi d'altro.
Ve ne contentate? E allora, eccomi qua.
Fu nell'ospedale in cui sono stato l'ultima volta.
Ma non fate codesta faccia afflitta, da imbecilli, perché non vi narro una storia triste.
Tra me e l'ospedale - benché non possa soffrire i medici e la loro scienza - ho saputo sempre stabilire dolci e delicatissime relazioni.
Figuratevi che, quest'ospedale di cui vi parlo, aveva la squisita attenzione verso i suoi ricoverati d'impedire che l'uno vedesse la faccia dell'altro, mediante un paraventino a una sola banda, o, piuttosto, un telajo a cui con puntine si fissava ai quattro angoli una tendina di mussolo, cambiata ogni settimana, lavata, stirata e sempre candida.
Certi giorni, tra tutto quel bianco, pareva di stare in una nuvola, e, con la benefica illusione della febbre, di veleggiare nell'azzurro ch'entrava dalle vetrate dei finestroni.
Ogni lettino, nella lunga corsia luminosa, aerata, aveva accanto, a destra, il riparo d'un di quei telaj, che non arrivava oltre l'altezza del guanciale.
Sicché io del malato che mi stava a sinistra veramente non potevo veder altro che la mano, quand'egli tirava il braccio fuori dalle coperte e l'abbandonava sul lettino.
Mi misi a contemplare con curiosità amorosa questa mano, e da essa a poco a poco mi feci narrare la favola che vi dirò.
Me la narrò coi cenni, s'intende, forse incoscienti, che di tanto in tanto faceva; con gli atteggiamenti in cui s'abbandonava, macra, ingiallita, su la bianca coperta, ora sul dorso, con la palma in sú e le dita un po' aperte e appena contratte, in atto di totale remissione alla sorte che l'inchiodava come a una croce su quel letto; ora serrando il pugno, o per un fitto spasimo improvviso o per un moto d'ira e d'impazienza, a cui succedeva sempre un rilassamento di mortale stanchezza.
Compresi ch'era la mano d'un malato povero, perché, quantunque accuratamente lavata come l'igiene negli ospedali prescrive, serbava tuttavia nella gialla magrezza un che di sudicio, indetersibile; che non è sudicio propriamente nella mano dei poveri, ma quasi la pàtina della miseria che nessun'acqua mai porterà via.
Si scorgeva questa pàtina nelle nocche aguzze e un po' scabre delle dita; nelle pieghe interne cartilaginose delle falangi, che facevano pensare al collo della tartaruga; nei segni incisi sulla palma che sono, come si dice, il suggello della morte nella mano dell'uomo.
E allora mi diedi a immaginare a che mestiere fosse addetta quella mano.
Non certo a un rude mestiere, perché era gracile e fina, quasi femminea, per nulla deformata o attrappita, se non forse un po' nell'indice che appariva soverchiamente tenace nell'ultima falange, e nel pollice un po' troppo ripiegato in dentro, e dal nodo alla giuntura eccessivamente sviluppato.
Notai che spesso questo pollice s'assoggettava da sé, come per abitudine, alla pressura della punta dell'indice, quasi che il malato inconsciamente con quella pressura si richiamasse a una realtà lontana e la toccasse lí, su quel pollice cosí premuto; la realtà della sua esistenza, da sano.
Forse una bottega impregnata dal tanfo particolare delle stoffe nuove, disposte in pezze, con ordine, le une su le altre negli scaffali e su panche e nelle vetrine; un banco di vendita; una tavola da tagliatore con sú distesa una stoffa segnata e un pajo di grosse cesoje sopra; un gattone bigio, sotto quella tavola; i lavoratori seduti in fila di qua e di là, intenti a imbastire, a passare a macchina, e lui tra questi.
Non gli piaceva, forse, questa realtà; forse egli non era tutto in quel suo mestiere; ma il suo mestiere era pur lí in quelle due dita, in quel pollice che da sé ormai dopo tant'anni, per abitudine, s'assoggettava alla pressura dell'indice.
E qua, adesso, per lui era una piú triste realtà: il vuoto e l'ozio doloroso di quella corsia d'ospedale, la malattia, l'attesa stanca e piena d'angoscia, chi sa, forse della morte.
Sí; senza dubbio, quella era la mano d'un sarto.
Da un altro cenno di essa compresi poi che quel sarto povero doveva esser padre da poco, aveva certo un bambino.
Levava di tanto in tanto sotto le coperte un ginocchio.
La mano, dapprima inerte, si alzava con le dita tremolanti e quasi vagava su quel ginocchio levato, in una carezza intorno, che non era certo rivolta al ginocchio.
A chi poteva esser rivolta quella carezza?
Forse gli arrivava lí, al ginocchio, la testa del suo bambino, e lí quella mano soleva carezzare i capellucci freschi e morbidi come la seta, di quella testolina.
Certo, gli occhi del malato, mentre la mano illusa, vagellante, accennava sul ginocchio la carezza, stavano chiusi, vedevano sotto le pàlpebre la testolina, e le pàlpebre si gonfiavano di lagrime calde, che traboccavano alla fine sul volto ch'io non vedevo.
Ecco, difatti, la mano interrompeva la vaga carezza, spariva dietro il telajo, dopo aver sollevato la rimboccatura del lenzuolo.
E, poco dopo, quella rimboccatura era rimessa in sesto e bagnata in un punto, dalle lagrime.
Dunque, aspettate: sarto e padre d'un bambino.
Ora vedrete che la storia si complica un poco.
Ma niente: son sempre i cenni e gli atteggiamenti di quella mano.
Una mattina, io mi riscossi tardi da uno dei letarghi profondi, di piombo, che sogliono seguire ai piú forti accessi di quel male, ch'è forse il piú grave tra i tanti di cui soffro.
Aprendo gli occhi, vidi attorno al letto del mio vicino molta gente, uomini, donne, forse parenti.
In prima pensai che fosse morto.
No.
Nessuno piangeva, nessuno si lamentava.
Parlavano anzi col malato e tra loro festosamente, quantunque a bassa voce per non disturbare gli altri malati.
Non era giorno di visita.
Come e perché, dunque, era stata ammessa tutta quella gente fino al letto del malato?
Non udivo, né volevo udire le loro parole.
Anche la loro vista m'era grave agli occhi, nello stordimento lasciatomi dal lungo letargo.
Socchiusi le pàlpebre.
Il corpo d'una vecchia grassa, che mi voltava le spalle, presso il paraventino, specialmente il suo sedere enorme, e la sua gonna rigonfia, tutta a fitte piegoline e a quadretti rossi e neri, m'ingombrava, mi pesava come un incubo intollerabile.
Non mi pareva l'ora che tutti se n'andassero.
Tra le pàlpebre socchiuse mi parve d'intravedere la figura alta d'un prete; non ci feci caso.
Forse ricaddi, anzi certamente ricaddi per lungo tempo nel letargo.
I quadretti rossi e neri di quella gonna mi tesero come una rete, una grata di prigione con sbarre di fuoco e sbarre d'ombra, e quelle di fuoco mi bruciavano gli occhi.
Quando li riaprii, attorno al letto di quel malato non c'era piú nessuno.
Cercai la sua mano.
Attorno all'anulare, un cerchietto d'oro: una fede.
Ah, ecco, sposino.
Le nozze! Quella gente era venuta per farlo sposare.
- Povera mano, tu cosí gialla, cosí macra, con quel segno d'amore? Eh no! Di morte.
Su un letto d'ospedale, non si sposa che in previsione della morte.
Dunque, il male era inguaribile.
Sí: me l'aveva detto chiaramente la mano, troppo incerta nel tatto, nei movimenti.
Con che lenta tristezza, ora, faceva girar col pollice quell'anellino troppo largo attorno all'anulare!
E certo gli occhi guardavano lontano, pur fissi in quel cerchietto d'oro cosí vicino; e la mente forse pensava:
"Quest'anellino...
Che vuol dire? Sto per sciogliermi da tutto, e m'ha voluto legare.
A chi mi lega? per quanto? Oggi me l'hanno messo al dito; domani forse verranno a levarmelo."
La mano s'alzò e si tese ferma davanti al volto.
Piú davvicino volle esser guardata con quell'anellino d'un giorno, che avrebbe potuto dir tante cose e una sola ne diceva, triste, tanto triste.
Ma forse poi pensò che, sí, qualche cosa pure quell'anellino legava: legava il suo nome alla vita del suo figliuolo.
Gli era nato prima delle nozze, quel figliuolo, e non aveva nome; ora l'avrebbe avuto.
Gli levava dunque un rimorso quell'anellino.
Tornò col pollice ad accarezzarselo; poi la mano, stanca, ricadde sul letto.
La mattina dopo, non la vidi piú: la indovinai appena da una piega del lenzuolo steso su tutto il letto a riparo da certe mosche che sentono la morte da un miglio lontano.
PUBERTÀ
L'abitino alla marinara non era piú per lei: la nonna avrebbe dovuto capirlo.
Certo, trovare un modo grazioso di vestirla, che non fosse piú da ragazzina e non ancora da grande, non era facile.
Aveva visto jeri la Gianchi: che orrore, poverina! Impastojata in un sottanone grigio peloso lungo fin quasi alla noce del piede, non sapeva piú come muoverci dentro le gambe.
Anche lei però, con tutto quel seno in quella giubbetta da bimba!
Sbuffava e scoteva con stizza la testa.
L'avvertimento della fragrante esuberanza del suo corpo, in certe ore, la congestionava.
L'odore dei suoi capelli densi, neri, un po' ricciuti e aridi, quando se li scioglieva per lavarseli; l'odore che le esalava da sotto le braccia nude, quando le alzava per sollevare il soffocante volume di quei capelli; l'odore della cipria intrisa di sudore, le davano smanie piú di nausea che d'ebbrezza: per le tante cose segrete e ingombranti che quell'improvvisa e violenta crescenza le aveva d'un tratto rivelate.
Cose che, certe sere mentre si spogliava per andare a letto, se ci fissava appena il pensiero o un immagine le balzava davanti, dalla rabbia e dallo schifo che n'aveva, avrebbe scaraventato le scarpette contro l'armadio laccato bianco a tre luci, dirimpetto, dove si vedeva tutta, cosí mezza nuda, con una gamba tirata un po' sconciamente sull'altra.
Si sarebbe presa a morsi, graffiata, o messa a piangere da non finir piú.
Poi le veniva da ridere, convulsa, tra le lagrime; e se pensava d'asciugarsi quelle lagrime, ecco che si buttava a piangere di nuovo.
Forse era una sciocca.
Chi sa perché, una cosa cosí naturale, le doveva parer tanto curiosa?
Già con quella prontezza che hanno le donne a capire da uno sguardo che s'è fatto un pensiero su loro, se un uomo la guardava per via, abbassava subito gli occhi.
Non capiva ancora in che potesse consistere il pensiero che un uomo può fare su una donna.
Turbata con gli occhi bassi, provava un irritante ribrezzo, raffigurandosi nell'incertezza, senza volerlo, qualche intimo segreto del suo corpo, come se lo conosceva.
Senza piú guardare, si sentiva guardata.
E si struggeva d'indovinare che cosa guardassero gli uomini a preferenza in una donna.
Ma questo, forse, l'aveva già indovinato.
Appena sola, in casa, si lasciava cader di mano i libri di scuola o i guanti, apposta per chinarsi a raccattarli.
Chinandosi, dalla scollatura si sbirciava il seno.
Non aveva però finito d'intravvederselo e d'avvertirne appena il peso, che s'acchiappava il grosso nodo del fazzoletto nero di seta sotto il bavero della giubbetta alla marinara e se lo strappava subito in sú, in sú, fino agli occhi, disgustatissima.
Un momento dopo, raccoglieva con l'una e con l'altra mano da ambo le parti la stoffa di quella giubbetta; se la stirava in giú, perché le aderisse al busto eretto; andava davanti allo specchio; si compiaceva anche della promettente curva dei fianchi:
- Seducentissima signorina!
E scoppiava a ridere.
Sentí la vocetta bizzosa della nonna, che la chiamava giú, dall'hall del villino, per la lezione d'inglese.
La nonna, per farla stizzire, la chiamava al solito Dreina e non Dreetta come lei voleva esser chiamata.
Bene: sarebbe discesa, quando finalmente alla nonna sarebbe venuto in mente di chiamarla Dreetta e non Dreina.
- Dreetta! Dreetta!
- Eccomi, nonna.
- Eh, santo Dio.
Fai aspettare il professore.
- Scusami.
Ho sentito ora.
D'estate, nel pomeriggio, per ordine della nonna tutte le finestre del villino erano tenute ermeticamente chiuse.
Dreetta, s'intende, le avrebbe volute tutte spalancate.
Le piaceva tanto, perciò, che il sole prepotentissimo, in quell'ombra voluta, ch'era quasi bujo, trovasse pur modo di penetrare.
Erano fremiti e guizzi di luce per tutte le stanze, come scoppiettíi di riso infantile nella severità d'un silenzio comandato.
Anche lei, Dreetta, era spesso cosí tutta fremiti e guizzi, e tante volte come abbagliata, avvolta e rapita da veri lampi di follia.
Subito dopo s'oscurava per il sospetto segreto che le venissero dalla madre ch'ella non aveva mai conosciuta e di cui mai nessuno le aveva parlato.
Del padre sapeva soltanto che era morto giovane; non sapeva come.
C'era un mistero, e forse laido e truce, nella sua nascita e nella fine immatura dei suoi genitori.
Bastava guardare la nonna per intenderlo: la nonna, in quel suo viso di cartilagine e in quegli occhi torbidi, su cui le grosse pàlpebre pareva pesassero, una piú e l'altra meno.
Sempre vestita di nero, aggobbita, se lo teneva stretto con tutt'e due le braccia dentro il petto, quel mistero: le mani sotto la gola: l'una, a pugno chiuso; l'altra, deformata dall'artrite, su quel pugno.
Ma Dreetta non voleva conoscerlo.
Già le pareva di saperlo, dal modo con cui tanti la guardavano sentendola nominare, e dallo sguardo che poi si scambiavano tra loro, esclamando quasi senza volerlo "Ah, è la figlia di..." E non aggiungevano altro.
Fingeva di non udire.
Del resto, c'era adesso per lei lo zio Zeno, con la zia e le cuginette che venivano a prendersela quasi ogni giorno e le procuravano ogni sorta di svaghi.
Lo zio avrebbe voluto averla in casa con sé, visto che zia Tilla, sua moglie, le voleva bene quasi quanto alle sue figliuole; ma finché la nonna era in vita, bisognava se ne stésse con lei.
Dreetta era sicura che la nonna, sempre con quel pugno sotto la gola, non sarebbe mai morta.
E questa era una delle cose che piú spesso le accendevano quei lampi di follia.
Avevano un bel mostrarle le cuginette la camera che le era già destinata, e come gliel'avrebbero adornata, e inventar la vita come insieme sempre tutt'e quattro la avrebbero allora vissuta; se ne compiaceva, diceva a tutto di sí, si buttava a inventare anche lei; ma in fondo non si faceva neppure la piú lontana illusione che quel sogno si potesse avverare.
Se mai le fosse avvenuto di potersi liberare, la liberazione doveva aspettarsela da un caso imprevedibile lí per lí: un incontro per via, per esempio.
Ragion per cui, andando a passeggio con lo zio e le cuginette, o recandosi a scuola o ritornandone, era sempre accesa e come ebbra, in un'ansia fremente che non le faceva prestare orecchio a quel che le dicevano, intesa a guardare di qua e di là, con gli occhi lampeggianti e un sorriso nervoso sulle labbra, come se veramente si sentisse esposta a quel caso imprevedibile che doveva coglierla e rapirsela all'improvviso.
Era pronta.
Nessun vecchio signore inglese o americano s'invaghiva di lei fino al punto di venire a chiedere allo zio
- la sua mano?
- no! che!
la concessione d'adottarla per portarsela via, via lontano dall'incubo di quella nonna, dalla benevolenza cosí ostentatamente pietosa della zia; a Londra, in America, per poi sposarla colà a un nipote o al figlio d'un amico?
Questa stramberia del vecchio signore inglese o americano le era entrata nella testa per non ammettere che, almeno subito, la liberazione le potesse venire da un matrimonio.
Da quelle torbide sensazioni che le ingombravano impetuosamente l'animo di vergogna e di dispetto per le precoci esuberanze del suo corpo, e anche da come gli uomini la guardavano per via, glien'era già nata l'idea, come d'una cosa possibile, ma da arrossirne: eh via, sí! sposare, alla sua età! Per non arrossirne, ci metteva di mezzo, come a riparo, l'inverosimiglianza di quel caso d'adozione da parte d'un vecchio signore inglese o americano; inglese o americano perché, dovendo sposare - ah questo sí, sul serio - non avrebbe sposato che un inglese o un americano, lavato a sette acque e con un po' di cielo, con un po' di cielo almeno negli occhi.
Studiava l'inglese per questo.
Curioso che, tenendo cosí lontana l'idea del matrimonio per non arrossirne, non avesse finora veduto nella persona di Mr.
Walston, suo professore, vicinissimo l'inglese che avrebbe potuto sposarla.
Subito diventò di bragia, come se Mr.
Walston le stésse lí davanti per questo; e si sentí raccapricciare da capo a piedi notando che anche lui, a sua volta, arrossiva.
Eppure, sapeva bene che il signor Walston per sua natura arrossiva di nulla: ne aveva tanto riso come di cosa ridicolissima in un uomo di cosí potente corporatura, quantunque veramente dall'aria bambinesca.
Pareva piú enorme, lí in piedi, presso il gracile tavolinetto dorato del salotto, davanti la finestra, dove di solito le impartiva la lezione.
Tutto vestito estivamente di grigio chiaro: la camicia celeste, le scarpe gialle.
E sorrideva d'un sorriso vano, scoprendo nell'apertura della larga bocca i pochi denti che per un'infermità delle gengive gli restavano.
Sorrideva, senza neppur sapere d'avere arrossito nell'alzarsi all'entrata della sua piccola alunna, lontanissimo com'era dal pensiero che questa aveva fatto su lui.
Invitato a sedere, prese dal tavolino la grammatica inglese, guardò di sopra le lenti con gli occhi azzurri inteneriti l'alunna come a raccomandarsi di non essere interrotto nella lettura dai soliti irrefrenabili scatti di riso alla pronunzia di certe parole; e si mise a leggere, accavalciando una gamba sull'altra.
Ora avvenne che, cosí grosso com'era, nell'accavalciare la gamba scoprí sopra la calza bianca di filo quasi tutto il polpaccio, con l'elastico tirato della vecchia giarrettiera color di rosa.
Dreetta lo intravide e subito ne provò schifo: quello schifo che pure attira a guardare.
Notò che la pelle di quel polpaccio era d'un bianco smorto e che su quella pelle s'arricciolava qua e là qualche metallico peluzzo rossiccio.
Nella penombra tutto il salotto pareva in un'immobile attesa, come per fare avvertire di piú in piú a Dreetta il contrasto tra la sua strana ansia esasperata da quello schifo, quasi da un contatto scottante di vergogna, e la placidità estranea e pensante di quel grosso inglese che leggeva, col polpaccio scoperto, come un qualunque marito già sordo a tutte le sensibilità della moglie.
- Present Time: I do not go, io non vado; thou dost not go, tu non vai; he does not go, egli non va.
Tutt'a un tratto, Mr.
Walston si sentí intronare le orecchie da un grido e, sollevando gli occhi dal libro, vide stolzare la sua alunna, come se qualche cosa le fosse passata per le carni all'improvviso, e precipitarsi fuori del salotto urlando frenetica col viso nascosto tra le braccia.
Stonato, col volto in fiamme, si guardava ancora attorno per raccapezzarsi, quando si vide davanti la vecchia nonna che quasi ballava, convulsa dallo sdegno, gridando parole incomprensibili.
Tutto poteva immaginarsi il pover'uomo tranne che il sorriso vano, di smarrimento, nel suo faccione affocato, potesse in quel momento esser preso come un sorriso d'impudenza.
Si vide afferrare per il petto da un cameriere accorso alle grida e cacciare a spintoni fuori della porta, nel giardino.
Ebbe appena il tempo d'alzare il capo, a uno strillo che veniva dall'alto:
- Professore, mi prenda!
Intravide un corpo penzolante dal cornicione del villino: Dreetta scarmigliata, con gli occhi lampeggianti di follia, che serrava i denti, per terrore, e s'agitava come per riprendersi, pentita: poi, un riso lacerante, che rimaneva un attimo nell'aria, scia dell'orribile tonfo di quel corpo che s'abbatteva sfragellato ai suoi piedi.
GIOVENTÚ
Abbandonata tra i guanciali dentro quell'antico seggiolone di cuojo, che don Buti, il parroco, aveva voluto per forza mandarle dalla casa parrocchiale - ("c'a preuva, madama, e a vëdrà s'a farà nen 'l miracöl d' fela guarí") - la linda vecchina inferma, ancora tanto bella con quei candidi capelli ondulati sotto la cuffia di merletti fini, guardava i prati verdi che si stendevano davanti alla villa, limitati qua e là da alte file di esili pioppi.
Tutta Cargiore era in ansia e in pena per la malattia di lei.
I ragazzi raccolti nell'Asilo d'Infanzia, fatto costruire e mantenuto a sue spese, recitavano, poveri piccini, mattina e sera, una elaborata preghiera composta da don Buti per la sua guarigione.
Nella farmacia (che era insieme drogheria e ufficio postale) dell'arcigno monsü Grattarola, tutti ricordavano che madama Mascetti, nata a Cargiore, maritata per forza a un ricco signore di Torino che se n'era innamorato durante una villeggiatura estiva lassú, dopo quattro anni, rimasta vedova, aveva lasciato il bel palazzo della Capitale e se n'era tornata a Cargiore, per beneficare i suoi compaesani con le vistose sostanze ereditate dal marito.
Solo monsü Grattarola faceva da contrabbasso a quelle sviolinate patetiche con certi duri e profondi grugniti; ma nessuno gli badava.
Sosteneva egli solo che la ragione del ritorno della Mascetti a Cargiore doveva cercarsi nell'ostilità implacabile dei parenti del marito, i quali le avevano finanche tolto il figliuolo, per educarlo a modo loro: il figliuolo che ora, nientemeno, era addetto d'ambasciata a Vienna.
I piú vecchi gli opponevano che la ragione era un'altra, piú antica: l'avversione di Velia per Torino (Velia: la chiamavano cosí, loro, senz'altro) dopo le nozze contratte per forza, che erano state cagione della morte violenta di Martino Prever che s'era ucciso per lei, povero figliuolo; o piuttosto, per la crudeltà dei parenti di lei; ed era sepolto a Cargiore.
E cosí si spiegava la protezione della Mascetti per la famiglia Prever e specialmente per il giovane Martino, pronipote di quell'altro.
Era in mano dei Prever, ora, quella cara Velia.
E il giovane Martino, mentr'ella se ne stava sul seggiolone del parroco a guardare i prati attraverso i vetri della finestra, era di là, nella stanza attigua, a rifarsi un po' delle veglie durate.
Tranne un lampadino votivo su una mensoletta davanti a un antico Crocifisso d'avorio, nessun lume ardeva nella camera dell'inferma arredata con squisita semplicità e rara gentilezza.
Ma il plenilunio la inalbava dolcemente.
Dietro la tenda della finestra, con la fronte appoggiata ai vetri, anche la infermiera guardava fuori.
- Che luna! - sospirò, a un tratto, nel silenzio.
- Pare che raggiorni!
- Se aprissi un tantino, Marietta? Un tantino! - pregò la signora Velia, con voce carezzevole.
- Non mi potrà far male.
- E il signor dottore? - domandò Marietta.
- Che dirà il signor dottore? Sa lei che abbiamo già la neve su Roccia Vré?
- Un tantino! - insisté la padrona.
- Vedi? respiro cosí calma.
Marietta aprí uno spiraglio, dapprima: poi, a poco a poco, per le insistenze dell'inferma, la mezza imposta.
Ah che incanto! che pace! Pareva che la Luna inondasse di luminoso silenzio quei prati: d'un silenzio attonito e pur tutto pieno di fremiti.
Erano sottili, acuti fritinníi di grilli, risi di rivoli giú per le zane.
Per Marietta, l'incanto di quella notte era tutto lí, presente; ma alla vecchina, guardando assorta, pareva che quel silenzio sprofondasse nel tempo, e altre notti pensava, remote, simili a questa, vegliate dalla Luna; e tutta quella pace fascinosa assumeva agli occhi di lei quasi un senso arcano, che la forzava al pianto.
Veniva da lontano, continuo, profondo, come un cupo ammonimento, il borboglío del Sangone nella valle, e di qua presso un rumore, di tratto in tratto, che la inferma non riusciva a spiegarsi.
- Che stride cosí, Marietta?
- Un contadino, - rispose questa lietamente, affacciata alla finestra, nell'aria chiara.
- Falcia il suo fieno, sotto la luna.
Sta a raffilare la falce.
Poco dopo, da un lontano ceppo di case del villaggio tutto sparso a gruppi su quel pianoro tra le prealpi, giunse dolcissimo un coro di donne.
- Cantano a Rufinera, - annunziò Marietta.
Ma la inferma aveva reclinato il capo, soffocata dall'interna commozione.
Marietta non se ne accorse: rimase a contemplare estatica lo spettacolo del plenilunio e ad ascoltare il canto lontano.
A un tratto si scosse, di soprassalto.
La padrona rantolava.
Spaventata, richiuse subito l'imposta; si chinò su l'inferma, le sollevò il capo, la chiamò piú volte, invano; si smarrí, corse a chiamare ajuto nella stanza accanto.
- Signor Martino, signor Martino!
E Marietta scosse violentemente il giovanotto che stava a dormire sul canapè troppo piccolo per lui.
- Ah che stupida sono stata! Venga! Venga! Le avrà fatto male l'aria della notte! - smaniava Marietta, mentre il giovanotto stentava a riprendere coscienza.
Afferrò il lume che ardeva in quella stanza e rientrò nella camera dell'inferma, seguita dal signor Martino.
- M'ajuti! M'ajuti! Bisogna rimetterla a letto.
Non c'è voluta stare, ed ecco le conseguenze!
- Zia Velia! zia Velia! - chiamava intanto il giovanotto con voce grossa, ancora insonnolito.
- Che chiama? non vede che non sente? - gli gridò Manetta, spazientita.
- M'ajuti a rimetterla a letto, e corra per il medico.
Ma si svegli, eh? se no, di qui a che lei va e torna col medico, la povera signora...
ah Dio, non sia mai!
- Muore? - domandò il signor Martino, avvertendo finalmente il rantolo.
Ajutò l'infermiera a rimettere a letto quell'esile corpo abbandonato e scappò per il medico, che abitava nella frazione di Ruadamonte.
- Che luna! - esclamò anche lui, appena fuori.
Meno male; con tutto quel lume, avrebbe potuto correre piú speditamente per i difficili sentieri tra i prati.
Ma non se l'aspettava, Dio santo, d'essere svegliato cosí, sul piú bello.
Povera zia Velia! Tutta la giornata era stata meglio, proprio meglio.
Con le malattie di cuore, però, e a quell'età, da un momento all'altro...
eh, non si sa mai! Se n'affliggeva tanto lui, il signor Martino, ma tuttavia non poteva fare a meno di pensare che da troppo tempo ormai si studiava di non dar mai causa a quella vecchina, che avesse a lamentarsi di lui, e gli veniva di tirare dal fondo dei polmoni un respiro di sollievo.
Non lo tirava perché, subito dopo, avrebbe sentito la puntura d'un rimorso.
Intanto pensava al medico che si sarebbe certo seccato di quella chiamata notturna.
Ma che poteva farci lui? Non poteva certo assumersi la responsabilità di sospendere quelle iniezioni che tenevano artificialmente in vita l'inferma, ora che il figlio da Vienna aveva telegrafato l'annunzio della sua partenza.
Chi sa se avrebbe fatto a tempo, però...
Meglio, forse...
eh sí, meglio non...
- Auff! - sbuffò, a questo punto, il signor Martino, combattuto, interrompendo le amare riflessioni.
Passava davanti al camposanto.
Intravide, per una delle finestre ferrate, aperte lungo il muro di cinta, la tomba gentilizia della sua famiglia e, accanto, quella della Mascetti.
Correre, correre, affannarsi per sé e per gli altri, penare, per poi andare a finir lí, e saper dove...
Meglio non saperlo! Meglio non costruirle avanti, quelle tombe...
Bah! Era giovine, lui, e robusto...
- Che bella luna!
E mise un gran sospiro, come per cacciar via tutti i pensieri.
Tornò alla villa dopo circa due ore, col medico.
Marietta annunziò loro che la malata, appena rimessa a letto, aveva dato in violente smanie, poi - coi segni - le aveva fatto comprendere che voleva scrivere qualche cosa.
- Come come? - domandò sorpreso, impuntandosi, il signor Martino.
- Sí, - riprese Marietta, - e ha scritto, e la lettera sta lí, sotto il guanciale, come ha voluto; poi s'è messa a delirare...
Diceva, non so, che c'era la luna...
che voleva scendere in giardino...
che a Pian del Viermo cantavano, non a Rufinera...
Stramberie! Poi s'è messa a chiamar lei, signor Martino...
- Me? - domandò arrossendo, poi impallidendo, il giovanotto.
- Ero andato per il medico io, non gliel'hai detto?
- Gliel' ho detto; ma non ha capito! - seguitò Marietta.
- Strillava: "No Martino! No! No!" tutta spaventata...
Ora, da un pezzo, sta tranquilla; ma cosí...
Dio! pare morta...
Il dottor Allais, alto, asciutto, coi baffetti ancora biondi e i capelli già canuti, tagliati a spazzola, non si scompose affatto a quella narrazione dell'infermiera: alzò un piede a una traversa del seggiolone del parroco e si chinò per affibbiare una stringa del gambale di cuojo rimasta slacciata nella fretta del vestirsi.
Teneva a dimostrare quella sua rigidezza impassibile.
Possedeva anche lui una villa con un vasto giardino, aveva una simpatica moglietta che gli aveva recata una buona dote e continuava ad esercitare la professione, tanto per fare qualche cosa.
Tastò il polso all'inferma; poi, senza dare a veder nulla a quei due che lo spiavano intentamente, preparò la siringhetta per una nuova iniezione.
- Potrà tirare fino all'alba, - disse, licenziandosi.
- Verso le cinque, tornerò.
- Ma il figlio dovrebbe arrivare nella mattinata di domani, - pregò, afflitto, il signor Martino.
- Potesse almeno tirare fino all'arrivo di lui!
Il dottor Allais si strinse nelle spalle.
- Non dipende da me, caro signor Prever.
E andò via.
Subito il signor Martino assalí di domande Marietta intorno a quella lettera misteriosa.
Ma la infermiera non sapeva leggere, e poté dirgli soltanto che la signora aveva scritto col lapis dietro una vecchia ricetta del medico, poiché lei non aveva potuto trovarle altra carta lí nella camera; e che aveva scritto con stento e che infine aveva chiuso quel pezzo di carta in una busta del farmacista, da cui lei aveva tratto alcune ostie e una cartina di medicinale.
Messa la lettera sotto il guanciale, la padrona aveva balbettato:
- Dopo morta.
Il signor Martino restò assorto, stupito, costernato.
Era ben sicuro che il testamento della vecchia conteneva qualche disposizione in suo favore e in favore della sua famiglia.
Ora questa lettera lo inquietava.
Domandò:
- Ha scritto molto?
- Poco, - rispose Marietta.
- Un pezzettino di carta, cosí...
E la mano le tremava tanto!
- Sai la nuova, Marietta? - riprese, dopo aver pensato un po', il giovanotto.
- Corro a chiamare i miei.
Hai sentito che ha detto il medico?
- Sí, - aggiunse Marietta.
- E il signor parroco anche, se non le dispiace.
Vada, vada.
Marietta, che era e si sentiva "una brava figliuola", rimasta sola, tentennò amaramente il capo.
Non che stimasse cattivo quel bamboccione del signor Martino e interessato l'affetto della famiglia Prever per la sua padrona; ma...
- eh, i dindi, i dindi piacciono a tutti; e la sua padrona ne aveva di molti e quell'aver pensato a scrivere qualche cosa in quegli ultimi momenti doveva per forza suscitar timori o accendere speranze.
N'ebbe la prova, non appena giunsero, tutti ansanti dalla corsa, i parenti del signor Martino e don Buti.
Piú e piú volte fu costretta a ripetere tutto ciò che poteva dire intorno a quella lettera.
Pareva che ci volessero leggere attraverso le sue parole.
E che facce da spiritati! Don Buti pareva incerto se vederci una minaccia per l'Asilo d'Infanzia o una promessa: forse l'erezione d'un Asilo pei vecchi, o d'un ospedaletto, chi sa? o di una cappella: qualche disposizione, insomma, di beneficenza o in favore della santa religione.
I Prever erano addirittura scombussolati, e se la prendevano con Martino che non s'era trovato presente, giusto in quel momento!
- Ma se ero corso per il medico! - si scusava il giovanotto col padre che pareva il piú contrariato.
La madre sapeva dominarsi meglio: grassa pallida placida, dal parlare lento e dal gesto molle, rivolgeva a Marietta sciocche e inutili domande.
L'inferma accennava di tratto in tratto di riscotersi dallo stato comatoso.
Tutti allora, per un momento, zitti e intenti, intorno al letto di lei.
Ruppe l'alba, alla fine.
Cielo aggrondato, piovoso.
Sú per i greppi delle scabre montagne, veli di nebbia stracciati.
Ritornò il medico, che non volle rispondere nulla, al solito, alle tante interrogazioni dei Prever e di don Buti, protestando:
- Mi lascino ascoltare.
Fece ancora un'iniezione, ma dichiarò ch'era proprio inutile: la morte sarebbe avvenuta da un momento all'altro per paralisi cardiaca.
Poco dopo la partenza del medico, la signora Velia però si riscosse con un lungo sospiro dal profondo letargo in cui pareva inabissata; e schiuse gli occhi.
Subito i Prever spinsero al letto il giovine Martino, suggerendogli sottovoce:
- Chiamala! chiamala!
- Zia Velia! - chiamò il giovanotto.
- Madama Velia! - chiamò contemporaneamente, dall'altro lato del letto, don Buti.
Ma la morente non mostrò di riconoscere né l'uno né l'altro.
Entrò in quel momento nella camera, inavvertito, un signore su i cinquant'anni, bassotto, azzimato, profumato, con le fedine già brizzolate e la calvizie nascosta appena da pochissimi capelli raffilati con meschina cura a sommo del capo.
Si avanzò fino al letto, con le scarpe sgrigliolanti, scostò piano con la mano inguantata il signor Martino, si chinò verso la morente:
- Mamma!
I Prever, don Buti, Marietta si guardarono negli occhi, scostandosi; poi presero tutti a osservarlo, con un'aria mista di suggezione e di diffidenza.
La morente fissò gli occhi velati sul figlio e aggrottò le ciglia; agitò un braccio e nascose il volto, balbettando con espressione di terrore:
- Ch' a vada via chiel!
- Mamma, sono io, sai! sono io! - disse piano, sorridendo, il Mascetti, e si chinò di nuovo verso la morente.
Ma questa raffondò vie piú il capo, come se volesse cacciarlo sotto il guanciale.
Allora la busta, che vi stava nascosta, scivolò sul tappeto.
I cinque Prever e don Buti la puntarono rattenendo il fiato, come tanti cani da caccia.
Il figlio non se ne accorse, e si volse, dolente, per dire:
- Non mi riconosce.
Vedendo tutti gli occhi fissi lí presso i suoi piedi, si chinò anche lui a guardare, e vide la busta.
- Sarà per lei, - gli disse piano Marietta, indicandola.
- La signora però ha detto: "Dopo morta".
Il Mascetti la raccolse, e poiché la madre continuava a dire, soffocata: - Ch'a vada via! ch'a vada via! - si recò, angustiato, nella camera attigua, seguito poco dopo da don Buti.
- Povera, povera Madama!
E il parroco cominciò a tessere al figliuolo l'elogio della madre.
- Grande benefattrice!
Sopraggiunse, con aria smarrita, Prever padre; poi venne anche Prever figlio, rosso come un gambero, spinto evidentemente dalla madre e dalle sorelle.
Il Mascetti se ne stava compunto e taciturno; chinava di tanto in tanto il capo alle parole melate del parroco, ma pensava intanto tra sé all'accoglienza che gli aveva fatto la madre dopo un cosí lungo e precipitoso viaggio intrapreso per rivederla.
- Sí, senza dubbio: nell'incoscienza, povera vecchina.
Era chiaro che lo aveva scambiato per qualche persona a lei odiosa, lí, del paese.
Ma era pur naturale! Che ricordi aveva egli della madre? Quasi quasi aveva piú notizie del padre, morto quand'egli aveva appena tre anni, che della madre, vissuta fino adesso.
Del padre gli avevano parlato tanto i parenti, fin dalla infanzia; mentre la madre era venuta a ritirarsi lassú, ed era vissuta sempre lontana da lui.
Egli era solito scriverle due, tre volte l'anno, nelle feste principali, per farle gli augurii; e lei gli aveva risposto, sí e no, ma sempre con frasi comuni e brevemente e senz'alcuna effusione di cuore, mai.
La notizia della grave malattia di lei gli era arrivata di colpo.
Mah! doveva avere settantatre o settantaquattro anni sua madre: il suo tempo, dunque, lo aveva fatto.
Ne aveva già quasi cinquanta, lui, purtroppo.
Giunsero a un tratto, dalla camera, parole concitate, poi uno strillo di madama Prever e due altri strilli simili delle zitellone.
Il Mascetti balzò in piedi:
- Morta?
- Venga, signore! - chiamò Marietta, facendosi all'uscio, con gli occhi lagrimosi.
Morta, e in quell'atteggiamento di rivolta e di paura preso all'apparire del figlio.
Marietta le aveva pian piano rimesso sul letto il braccio, che ella aveva levato per nascondere la faccia; ma nessuno ardiva di toccarle la testa.
Il Mascetti contemplò un pezzo sua madre, poi si pose una mano sugli occhi.
Non riusciva a piangere, irritato sordamente dal pianto di quegli altri, per lui affatto estranei (ne ignorava finanche i nomi!), ma che pure mostravano d'avere una ragione per piangere sua madre, piú di lui che era il figlio e che non pertanto, alla loro presenza, era stato accolto in quel modo.
Don Buti s'era inginocchiato davanti al letto e recitava la preghiera dei defunti.
Anche i Prever e Marietta si erano inginocchiati e pregavano con lui, tra i singhiozzi.
Il Mascetti tornò a ritirarsi nell'altra stanza.
La signora Velia aveva ricevuto i sacramenti tre giorni avanti.
Finita la preghiera, don Buti scappò in chiesa per far sonare le campane e dar le prime disposizioni per i solenni funerali del giorno appresso: le signore Prever si misero a disposizione di Marietta per accudire al cadavere; il signor Martino fu spedito per i ceri da accendere attorno al letto funebre, e Prever padre, non sapendo che fare, si recò di nuovo a raggiungere nell'altra stanza il Mascetti.
Quella lettera misteriosa gli stava fissa in mente come un chiodo.
"Dopo morta." Forse il figlio, per curiosità, l'aveva già aperta.
Che stupida, quella Marietta! Che c'entrava dire al figlio: "Sarà per lei?" Dall'accoglienza che la moribonda gli aveva fatto, si poteva capir chiaramente che madama Velia non si aspettava di rivedere il figlio; dunque, nello scrivere quella lettera, non aveva nient'affatto pensato a lui.
Le stesse riflessioni facevano nella camera della morta le Prever, e madama anzi non seppe tenersi dal rimproverare, con garbo, Marietta.
E a quella lettera pensava pure, tra le smanie, il signor Martino, andando per i ceri, e don Buti correndo dalla chiesa parrocchiale all'Asilo per far chiudere il portone in segno di lutto e dare anche lí disposizioni per il funerale del giorno seguente.
Solo il Mascetti pareva se ne fosse dimenticato.
Interrogava il Prever su la vita della madre, su Cargiore, per venire indirettamente a sapere tra che gente si trovasse.
Gli era nato finanche il dubbio che quelli fossero lontani parenti materni, di cui egli ignorasse l'esistenza.
Il Prever si struggeva dentro.
Gli diede ragguaglio di sé, della sua famiglia; gli parlò dell'antica amicizia di essa per madama, tacendo però dell'amore e del suicidio dello zio Martino, ed entrò infine a parlargli anche lui delle grandi benemerenze della defunta, delle opere di carità, parte compiute, parte promesse da lei, per concludere che tutta Cargiore era profondamente addolorata e, nello stesso tempo, in legittima ansia di conoscere se...
Oh! il Mascetti s'affrettò a rassicurarlo: con tutto il cuore egli avrebbe adempiuto alle generose promesse della madre, anche se nessuna disposizione si fosse trovata nel testamento.
Ma non mostrò affatto di ricordarsi di quella lettera scivolata di sotto il guanciale.
E tutto quel giorno e fino alla metà del giorno appresso tenne sulla corda quella povera gente.
Don Buti, alla fine, quando già la cassa mortuaria era arrivata, non seppe tenersi piú.
Gli si presentò, seguito dai Prever, tutto cerimonioso e impacciato, con la scusa di non voler mancare a qualche volontà, a qualche disposizione della defunta intorno ai funerali o al seppellimento, espresse probabilmente in quella tal lettera.
- Se Vostra Signoria si ricorda...
- Ah già! - esclamò il Mascetti, cercandosi nelle tasche.
Se n'era proprio dimenticato! Tutti gli si fecero attorno, sospesi in un'ansia trepidante.
La busta, dopo lunga ricerca, fu trovata in fondo ad una tasca dei calzoni.
Il Mascetti l'aprí, ne trasse la ricetta di cui aveva fatto cenno l'infermiera.
La scrittura a lapis era quasi indecifrabile.
Ci fu bisogno del concorso di tutti per l'interpretazione di certe parole smezzate o scritte scorrettamente in dialetto tra altre italiane.
Il biglietto diceva cosí:
"Chi trova questa carta a l'è pregà d'aprire l secound tiroir del comò di faccia al mio letto, prendere con le sue man n fagottin che vi si trova in fondo all'angolo a destra e d butelo d' souta mia testa nt la cassa."
I Prever, don Buti restarono delusi, storditi, non sapendo che pensare.
- Un fagottin? - domandò madama Prever.
- Che sarà?
- Andremo a vedere, - propose, timido, don Buti.
- Intanto sono proprio contento che una disposizione ci sia, come avevo preveduto.
Si recarono tutti nella camera della morta.
La vecchina, parata amorosamente da Marietta, era già deposta nella bara non ancora chiusa.
Il figlio, seguendo le indicazioni del biglietto, aprí il secondo cassetto del canterano e cercò nell'angolo a destra.
Non c'era propriamente alcun fagottino: c'era soltanto l'involto di un pezzo di panno turchino, forato e bruciacchiato in una parte, come da una palla: c'era un guscio di noce, alcuni fiori secchi, una ciocchetta di capelli castani e un pezzettino di carta, su cui erano scritte queste parole già sbiadite dal tempo: "Notte di luna! 22 ottobre 1849", e sotto, due nomi, congiunti da una lineetta: "Velia-Martino".
- S'è ricordata di lui! - scappò, nella sorpresa, al Prever.
Il Mascetti nel volgersi a guardarlo si accorse che don Buti faceva cenno a colui di tacere, e volle sapere allora di chi si fosse ricordata la madre e che significasse quel ritaglio di stoffa cosí forato.
Quando glielo dissero, non seppe piú toccare quegli oggetti, che appartenevano alla remota gioventú di sua madre, prima ch'egli nascesse.
Si scostò dicendo:
- Facciano loro la sua volontà.
IGNARE
Sui bianchi lettucci tolti dalla corsia e disposti uno accanto all'altro in quella camera remota del collegio piena di luce e di silenzio, le quattro giovani suore giacevano immobili.
Le cuffiette di tela, semplici, senza una trina né un nastro, annodate sotto il mento da due cordelline, disegnavano la rotondità del capo e incorniciavano i pallidi visi quasi infantili Aprivano di tanto in tanto gli occhi, dapprima un po' esitanti alla luce, poi attoniti e smemorati; li richiudevano poco dopo con lenta stanchezza, ma ormai senza pena.
Non si curavano piú di sapere se, cosí immobili su quei lettucci, fossero in attesa della guarigione o della morte.
Erano tutte e quattro ferite e fasciate.
Ma di che gravità fossero le ferite, non sapevano.
Stando immobili, non le sentivano.
Pareva a ciascuna di star bene e di poter credere che non fosse piú a ogni modo, per nessuna delle quattro, caso di morte.
Ma poi, chi sa?
Non erano piú sicure di nulla; nemmeno se quella camera fosse d'un ospedale o dell'infermeria d'un collegio di suore; né ricordavano come, quando, da chi vi fossero state portate.
C'era nella loro memoria un abisso: un vero inferno che s'era spalancato loro davanti all'improvviso, inghiottendole e travolgendole; dove tanti demonii avevano fatto scempio e strazio delle loro carni immacolate.
Avevano la vaga impressione d'aver navigato a lungo; e sentivano ancora nelle narici, ogni tanto, quel tanfo particolare, alido, nauseante, che cova nell'interno delle navi; negli orecchi, gli scricchiolíi della carcassa enorme galleggiante, agli urti possenti e fragorosi del mare; e avevano la visione confusa d'un porto affaccendato; di grandi alberature non ben ferme sotto grosse nuvole candenti immote su l'aspro azzurro delle acque; e meno confuso il ricordo di strani aspetti, di strane voci; rumori d'argani e di catene.
Ora erano qua.
E nel candore e nel silenzio di quella camera luminosa che dava loro con la freschezza fragrante dei lini puliti un conforto d'arcana soavità e un senso d'infinita beatitudine, avevano quasi il dubbio che fosse stato un incubo orrendo tutto quell'inferno e quel lungo navigare e quel porto e quegli aspetti strani.
Avevano bisogno di lasciare in quel torpore non solo il corpo, ma anche la coscienza.
Se per qualche movimento inconsulto, o anche soltanto per tirare un piú lungo sospiro, il corpo aveva una fitta di spasimo, pur essa la coscienza si sentiva subito trafitta dal ricordo di quanto a quel loro corpo era stato fatto, caduto in preda alle voglie infami di gente feroce, nemica di quella fede di cui esse erano andate a spargere l'esempio nell'isola straniera, lontana.
L'asilo di pace, una sera, era stato preso d'assalto, invaso e profanato da orde selvagge.
Sotto ai loro occhi s'era compiuta la strage dei ricoverati.
All'orrore delle ferite aperte dal ferro nelle loro carni rispondeva l'orrore piú grande di un'altra ferita insanabile, per cui piú del corpo la loro anima aveva sanguinato.
L'ultima a lasciare il letto, quantunque col seno e un braccio ancora fasciati, fu suor Erminia.
Le tre altre credevano che fossero trattenute nell'infermeria in attesa della guarigione della compagna, per partire poi tutte insieme alla volta di Napoli, per il ritiro.
Ma non fu cosí.
Guarita suor Erminia, la Madre Superiora del Collegio ov'erano state ricoverate e curate, venne ad annunciare che soltanto suor Erminia sarebbe partita quella sera stessa per Napoli.
Ascoltando tutte e quattro a occhi bassi quest'ordine, suor Erminia si chiese in cuore, perché lei sola; e ciascuna delle tre altre, in che la loro sorte potesse essere diversa da quella della compagna che piú di loro aveva stentato a guarire.
Aveva forse bisogno di qualche rimedio che qua non le si poteva apprestare?
Ma allora perché lasciarla partir sola? E perché rimanevano loro tre, se erano al tutto guarite?
Lo seppero la mattina dopo, all'alba, quando insieme con una suora anziana e una vecchia conversa furono fatte salire su una "giardiniera" traballante e svolazzante di tendine di juta.
Sotto le ampie cornette oscillanti erano vestite tutte e tre d'abiti nuovi, ma troppo larghi per il loro corpo già esile e ora piú che mai assottigliato dalle sofferenze.
Avvertivano nel seno, mortificato da anni sotto il modestino, respirando finalmente all'aperto, come un indurimento e, nello stesso tempo, uno strano senso di risveglio che le turbava.
Prima di partire, avevano veduto i vecchi abiti, coi quali erano arrivate, ferite e morenti, da Candia.
Stinti, strappati, macchiati di sangue, avevano suscitato in loro quello sgomento e quel ribrezzo che si prova per gli oggetti appartenuti a qualcuno tragicamente morto.
E tanto piú s'erano costernate, in quanto che alle vestigia, evidentissime lí, d'una violenza terribile, non rispondeva piú in loro, ritornate alla vita, una memoria precisa.
Lasciate addietro le ultime case della città, la vettura si mise a correre per uno stradone costeggiato di qua e di là da fitti boschi d'aranci e di limoni.
S'era d'ottobre e pareva ancora piena estate, sebbene di tratto in tratto, entro quel tepore denso di odori inebrianti, sorvolasse dal mare che s'intravedeva prossimo di tra il fitto turbinío di tutti quei fusti d'alberi, qualche primo brivido di frescura autunnale.
Ma le tre convalescenti non poterono godersi a lungo la delizia di quell'ora e di quei luoghi.
Il traballío della logora vettura cominciò a cagionar loro un grave disturbo.
Tanto che, alla fine, una, suor Agnese, non potendo piú reggere, chiese per grazia se la vettura non potesse andare piú piano.
La vettura si mise quasi di passo.
Use tutte e tre, ormai da tanti anni, a non curare affatto e quasi a non sentire piú il proprio corpo, a dominarne tutti i bisogni, a vincerne la stanchezza, provavano ora un avvilimento e uno smarrimento strano, un'ambascia smaniosa, per quelle loro sofferenze corporali.
La piú giovane, ch'era anche la piú gracile, suor Ginevra, chiese a un certo punto se, andando cosí di passo la vettura, non potesse provarsi a seguirla a piedi.
Si provò; ma dovette poco dopo rimontare, perché le gambe non le ressero alla fatica del cammino in salita.
La suora anziana che le scortava, annunziò, per confortarle, che poco ormai ci voleva ad arrivare.
La vettura difatti si fermò, poco dopo, davanti al cancello d'una grande villa solitaria in cima a un poggiolino, cinta tutt'intorno da un muro.
Era la grangia del collegio.
La conversa sonò il campanello e, levandosi su la punta dei piedi per guardar sopra la banda che copriva la parte inferiore del cancello, chiamò forte:
- Rosaria!
Rosaria era la moglie del contadino che aveva in custodia la grangia ove ogni estate erano condotte le orfanelle a villeggiare.
Invece di Rosaria rispose un grosso cane di guardia con furibondi latrati.
- Ecco "Bobbo " - disse la suora anziana, sorridendo alla conversa.
- Bobbo, Bobbo, siamo noi di casa, - aggiunse la conversa, e sonò di nuovo il campanello.
Accorse alla fine la custode, sbracciata, scarmigliata, col faccione acceso, dorato dal sole, tutto in sudore, due grandi cerchi d'oro agli orecchi, un fazzoletto rosso sgargiante sul seno, e il ventre pregno che le lasciava scoperti, sotto la gonna di baracane tirata sú, i fusoli delle gambe entro le grosse calze turchine di cotone, sporche di creta.
- Oh suor Sidonia mia, suor Sidonia! - cominciò a strillare con furiosi gesti di maraviglia e di gioja.- Come va, con tanta compagnia? Anche voi, donna Mita? Come va? Stavo a lavare e, mi vede? - aggiunse, indicando il ventre immane.
- Dopo otto anni, suor Sidonia mia! Mah! E queste? Sono tre suore nuove?
Le tre convalescenti s'erano un poco allontanate, e guardavano smarrite le vecchie finestre di quella villa, l'antica cisterna patriarcale, là a principio del lungo pergolato, di fronte al portoncino verde.
Si voltarono, nel sentirsi indicate dalla custode, e videro la suora anziana e la conversa parlar piano tra loro; poi la custode prendersi con un gesto d'orrore la testa tra le mani e voltarsi, allargando un po' le mani, a guardare verso di loro, con la bocca aperta e gli occhi pieni di raccapriccio:
- E lo sanno? lo sanno?
Le tre convalescenti si guardarono negli occhi, angosciate.
Quella delle tre, che durante il tragitto non aveva aperto bocca, suor Leonora, ebbe negli occhi come un guizzo di follia; si coprí il volto con le mani, emise un mugolío sordo fra un tremore delle spalle e delle braccia.
- Perché? - chiese allora, suor Ginevra, volgendo gli occhi azzurri infantili all'altra compagna che s'era recata una mano alle labbra e con gli occhi sbarrati era rimasta come sospesa davanti a un abisso scoperto all'improvviso.
Sopravvennero suor Sidonia e la conversa e, poco dopo, con le chiavi della villa, la custode.
Sú per la scala, ove l'aria della campagna stagnava mista col tanfo grasso della corte vicina e con l'umidore esalante della prossima cisterna, suor Leonora afferrò un braccio alla suora anziana e le chiese piano per sé e le compagne se fosse vero ciò che le era parso di dover capire al gesto d'orrore della custode.
Quella socchiuse gli occhi e chinò il capo piú volte, sospirando.
Suor Leonora scivolò sul gradino della scala.
Suor Agnese, ritta addossata al muro, socchiuse gli occhi da cui sgorgarono grosse lagrime.
Ignara ancora restava la piú giovane dagli occhi celesti.
Guardava le lagrime silenziose della compagna addossata al muro, udiva i singhiozzi dell'altra accosciata sullo scalino, ascoltava il conforto e le esortazioni delle tre altre; e non ne capiva ancora la ragione.
Aveva quella villa, nella quiete attonita che regnava tutt'intorno, alcunché di lugubre, con tutti quei fasci di sole che si allungavano di traverso, simmetricamente, nei corridoj.
Si vedeva in ognuno di quei fasci fervere lento il polviscolo.
Di tratto in tratto, il canto d'un gallo pareva volesse rompere il fascino di quella quiete misteriosa; e un altro gallo, che rispondeva da qualche aja lontana, pareva dicesse che lo stesso fascino di misteriosa quiete gravava anche lí, e piú lontano ancora.
Fin dove?
Le tre suore, affacciate alle finestre, si perdevano nella lontananza di quella quiete misteriosa.
Non sapevano dove andare con l'anima, a chi rivolgersi per conforto, come nascondere ai loro stessi occhi l'onta di quel martirio.
Era per due di esse in quella lontananza, ma piú là, assai piú là, dove lo sguardo si perdeva e l'anima non ardiva di arrivare, Sú in Toscana, piú sú in Lombardia, una casa da tanti anni abbandonata.
Picchiare alla porta di quelle case, per conforto, suor Leonora e suor Agnese non potevano.
Né il vecchio padre, né il fratello, né la cognata di suor Leonora dovevano sapere; tanto meno poi, oh Dio, il fratello della cognata! Non dovevano sapere la vecchia madre, né la sorella di suor Agnese in quel tranquillo borgo sul Po, presso Mantova.
Beata suor Ginevra, che non aveva alcuna idea né di casa né di famiglia! Sapeva soltanto d'esser nata a Sorrento; non sapeva da chi; era stata allevata dalle suore in un ospizio, e s'era fatta suora: era dunque, tutta, nell'abito che indossava; e la sciagura presente non le mordeva a sangue le carni offese, coi ricordi d'una vita estranea, d'estranei affetti, da cui le altre due si erano con violenza strappate.
L'abito che aveva indosso, rappresentava per suor Leonora un sacrifizio.
La violenza che aveva dovuto fare a se stessa per serbare intatta, contro l'insidia della sua propria carne, la sua purezza, era stata resa vana dalla violenza altrui, brutale; e Dio aveva permesso che quell'abito, simbolo del sacrifizio, le pesasse ora addosso come uno scherno; Dio permetteva che in un corpo offerto a Lui fosse accolto e stésse a maturare un frutto infame, e sotto quell'abito crescesse la vergogna, il ribrezzo, l'orrore d'una atroce maternità.
Come poteva Dio permetter questo?
Finché ai loro occhi la castità dell'abito non cominciò a essere offesa dal progressivo sformarsi del corpo, stettero insieme tutte e tre, per sentirsi nel cordoglio meno sperdute dentro quell'ampio rustico casamento dai lunghi corridoj rintronanti, ove per tante finestre in fila entravano l'aria salsa e il fragorío continuo del mare, gli odori sparsi della campagna, il ronzío degli insetti, il frusciare delle piante.
Scendevano insieme a pregare nella cappelletta; ma spesso le preghiere erano interrotte dai singhiozzi quasi rabbiosi di suor Leonora, che scappava via.
Le altre due allora la seguivano e cercavano di calmarla nell'ombra del lungo pergolato davanti alla villa o per i sentieruoli in mezzo al frutteto, dove al vespro si raccoglievano tanti uccelli a far sbaldore.
Suor Ginevra aveva trovato lí un cantuccio, ove un certo odore amaro di prugnole e un altro denso e pungente di mentastro le avevano ridestato vivo il ricordo dell'ospizio di Sorrento, in cui aveva passato l'infanzia; e spesso andava lí quasi a covare quel ricordo, felice di sentirsi accanto la sua dolce innocenza d'allora.
Era ancora come stordita dalla sciagura.
Non concepiva affatto l'orrore che
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