IL VIAGGIO, di Luigi Pirandello - pagina 6
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Anche la loro vista m'era grave agli occhi, nello stordimento lasciatomi dal lungo letargo.
Socchiusi le pàlpebre.
Il corpo d'una vecchia grassa, che mi voltava le spalle, presso il paraventino, specialmente il suo sedere enorme, e la sua gonna rigonfia, tutta a fitte piegoline e a quadretti rossi e neri, m'ingombrava, mi pesava come un incubo intollerabile.
Non mi pareva l'ora che tutti se n'andassero.
Tra le pàlpebre socchiuse mi parve d'intravedere la figura alta d'un prete; non ci feci caso.
Forse ricaddi, anzi certamente ricaddi per lungo tempo nel letargo.
I quadretti rossi e neri di quella gonna mi tesero come una rete, una grata di prigione con sbarre di fuoco e sbarre d'ombra, e quelle di fuoco mi bruciavano gli occhi.
Quando li riaprii, attorno al letto di quel malato non c'era piú nessuno.
Cercai la sua mano.
Attorno all'anulare, un cerchietto d'oro: una fede.
Ah, ecco, sposino.
Le nozze! Quella gente era venuta per farlo sposare.
- Povera mano, tu cosí gialla, cosí macra, con quel segno d'amore? Eh no! Di morte.
Su un letto d'ospedale, non si sposa che in previsione della morte.
Dunque, il male era inguaribile.
Sí: me l'aveva detto chiaramente la mano, troppo incerta nel tatto, nei movimenti.
Con che lenta tristezza, ora, faceva girar col pollice quell'anellino troppo largo attorno all'anulare!
E certo gli occhi guardavano lontano, pur fissi in quel cerchietto d'oro cosí vicino; e la mente forse pensava:
"Quest'anellino...
Che vuol dire? Sto per sciogliermi da tutto, e m'ha voluto legare.
A chi mi lega? per quanto? Oggi me l'hanno messo al dito; domani forse verranno a levarmelo."
La mano s'alzò e si tese ferma davanti al volto.
Piú davvicino volle esser guardata con quell'anellino d'un giorno, che avrebbe potuto dir tante cose e una sola ne diceva, triste, tanto triste.
Ma forse poi pensò che, sí, qualche cosa pure quell'anellino legava: legava il suo nome alla vita del suo figliuolo.
Gli era nato prima delle nozze, quel figliuolo, e non aveva nome; ora l'avrebbe avuto.
Gli levava dunque un rimorso quell'anellino.
Tornò col pollice ad accarezzarselo; poi la mano, stanca, ricadde sul letto.
La mattina dopo, non la vidi piú: la indovinai appena da una piega del lenzuolo steso su tutto il letto a riparo da certe mosche che sentono la morte da un miglio lontano.
PUBERTÀ
L'abitino alla marinara non era piú per lei: la nonna avrebbe dovuto capirlo.
Certo, trovare un modo grazioso di vestirla, che non fosse piú da ragazzina e non ancora da grande, non era facile.
Aveva visto jeri la Gianchi: che orrore, poverina! Impastojata in un sottanone grigio peloso lungo fin quasi alla noce del piede, non sapeva piú come muoverci dentro le gambe.
Anche lei però, con tutto quel seno in quella giubbetta da bimba!
Sbuffava e scoteva con stizza la testa.
L'avvertimento della fragrante esuberanza del suo corpo, in certe ore, la congestionava.
L'odore dei suoi capelli densi, neri, un po' ricciuti e aridi, quando se li scioglieva per lavarseli; l'odore che le esalava da sotto le braccia nude, quando le alzava per sollevare il soffocante volume di quei capelli; l'odore della cipria intrisa di sudore, le davano smanie piú di nausea che d'ebbrezza: per le tante cose segrete e ingombranti che quell'improvvisa e violenta crescenza le aveva d'un tratto rivelate.
Cose che, certe sere mentre si spogliava per andare a letto, se ci fissava appena il pensiero o un immagine le balzava davanti, dalla rabbia e dallo schifo che n'aveva, avrebbe scaraventato le scarpette contro l'armadio laccato bianco a tre luci, dirimpetto, dove si vedeva tutta, cosí mezza nuda, con una gamba tirata un po' sconciamente sull'altra.
Si sarebbe presa a morsi, graffiata, o messa a piangere da non finir piú.
Poi le veniva da ridere, convulsa, tra le lagrime; e se pensava d'asciugarsi quelle lagrime, ecco che si buttava a piangere di nuovo.
Forse era una sciocca.
Chi sa perché, una cosa cosí naturale, le doveva parer tanto curiosa?
Già con quella prontezza che hanno le donne a capire da uno sguardo che s'è fatto un pensiero su loro, se un uomo la guardava per via, abbassava subito gli occhi.
Non capiva ancora in che potesse consistere il pensiero che un uomo può fare su una donna.
Turbata con gli occhi bassi, provava un irritante ribrezzo, raffigurandosi nell'incertezza, senza volerlo, qualche intimo segreto del suo corpo, come se lo conosceva.
Senza piú guardare, si sentiva guardata.
E si struggeva d'indovinare che cosa guardassero gli uomini a preferenza in una donna.
Ma questo, forse, l'aveva già indovinato.
Appena sola, in casa, si lasciava cader di mano i libri di scuola o i guanti, apposta per chinarsi a raccattarli.
Chinandosi, dalla scollatura si sbirciava il seno.
Non aveva però finito d'intravvederselo e d'avvertirne appena il peso, che s'acchiappava il grosso nodo del fazzoletto nero di seta sotto il bavero della giubbetta alla marinara e se lo strappava subito in sú, in sú, fino agli occhi, disgustatissima.
Un momento dopo, raccoglieva con l'una e con l'altra mano da ambo le parti la stoffa di quella giubbetta; se la stirava in giú, perché le aderisse al busto eretto; andava davanti allo specchio; si compiaceva anche della promettente curva dei fianchi:
- Seducentissima signorina!
E scoppiava a ridere.
Sentí la vocetta bizzosa della nonna, che la chiamava giú, dall'hall del villino, per la lezione d'inglese.
La nonna, per farla stizzire, la chiamava al solito Dreina e non Dreetta come lei voleva esser chiamata.
Bene: sarebbe discesa, quando finalmente alla nonna sarebbe venuto in mente di chiamarla Dreetta e non Dreina.
- Dreetta! Dreetta!
- Eccomi, nonna.
- Eh, santo Dio.
Fai aspettare il professore.
- Scusami.
Ho sentito ora.
D'estate, nel pomeriggio, per ordine della nonna tutte le finestre del villino erano tenute ermeticamente chiuse.
Dreetta, s'intende, le avrebbe volute tutte spalancate.
Le piaceva tanto, perciò, che il sole prepotentissimo, in quell'ombra voluta, ch'era quasi bujo, trovasse pur modo di penetrare.
Erano fremiti e guizzi di luce per tutte le stanze, come scoppiettíi di riso infantile nella severità d'un silenzio comandato.
Anche lei, Dreetta, era spesso cosí tutta fremiti e guizzi, e tante volte come abbagliata, avvolta e rapita da veri lampi di follia.
Subito dopo s'oscurava per il sospetto segreto che le venissero dalla madre ch'ella non aveva mai conosciuta e di cui mai nessuno le aveva parlato.
Del padre sapeva soltanto che era morto giovane; non sapeva come.
C'era un mistero, e forse laido e truce, nella sua nascita e nella fine immatura dei suoi genitori.
Bastava guardare la nonna per intenderlo: la nonna, in quel suo viso di cartilagine e in quegli occhi torbidi, su cui le grosse pàlpebre pareva pesassero, una piú e l'altra meno.
Sempre vestita di nero, aggobbita, se lo teneva stretto con tutt'e due le braccia dentro il petto, quel mistero: le mani sotto la gola: l'una, a pugno chiuso; l'altra, deformata dall'artrite, su quel pugno.
Ma Dreetta non voleva conoscerlo.
Già le pareva di saperlo, dal modo con cui tanti la guardavano sentendola nominare, e dallo sguardo che poi si scambiavano tra loro, esclamando quasi senza volerlo "Ah, è la figlia di..." E non aggiungevano altro.
Fingeva di non udire.
Del resto, c'era adesso per lei lo zio Zeno, con la zia e le cuginette che venivano a prendersela quasi ogni giorno e le procuravano ogni sorta di svaghi.
Lo zio avrebbe voluto averla in casa con sé, visto che zia Tilla, sua moglie, le voleva bene quasi quanto alle sue figliuole; ma finché la nonna era in vita, bisognava se ne stésse con lei.
Dreetta era sicura che la nonna, sempre con quel pugno sotto la gola, non sarebbe mai morta.
E questa era una delle cose che piú spesso le accendevano quei lampi di follia.
Avevano un bel mostrarle le cuginette la camera che le era già destinata, e come gliel'avrebbero adornata, e inventar la vita come insieme sempre tutt'e quattro la avrebbero allora vissuta; se ne compiaceva, diceva a tutto di sí, si buttava a inventare anche lei; ma in fondo non si faceva neppure la piú lontana illusione che quel sogno si potesse avverare.
Se mai le fosse avvenuto di potersi liberare, la liberazione doveva aspettarsela da un caso imprevedibile lí per lí: un incontro per via, per esempio.
Ragion per cui, andando a passeggio con lo zio e le cuginette, o recandosi a scuola o ritornandone, era sempre accesa e come ebbra, in un'ansia fremente che non le faceva prestare orecchio a quel che le dicevano, intesa a guardare di qua e di là, con gli occhi lampeggianti e un sorriso nervoso sulle labbra, come se veramente si sentisse esposta a quel caso imprevedibile che doveva coglierla e rapirsela all'improvviso.
Era pronta.
Nessun vecchio signore inglese o americano s'invaghiva di lei fino al punto di venire a chiedere allo zio
- la sua mano?
- no! che!
la concessione d'adottarla per portarsela via, via lontano dall'incubo di quella nonna, dalla benevolenza cosí ostentatamente pietosa della zia; a Londra, in America, per poi sposarla colà a un nipote o al figlio d'un amico?
Questa stramberia del vecchio signore inglese o americano le era entrata nella testa per non ammettere che, almeno subito, la liberazione le potesse venire da un matrimonio.
Da quelle torbide sensazioni che le ingombravano impetuosamente l'animo di vergogna e di dispetto per le precoci esuberanze del suo corpo, e anche da come gli uomini la guardavano per via, glien'era già nata l'idea, come d'una cosa possibile, ma da arrossirne: eh via, sí! sposare, alla sua età! Per non arrossirne, ci metteva di mezzo, come a riparo, l'inverosimiglianza di quel caso d'adozione da parte d'un vecchio signore inglese o americano; inglese o americano perché, dovendo sposare - ah questo sí, sul serio - non avrebbe sposato che un inglese o un americano, lavato a sette acque e con un po' di cielo, con un po' di cielo almeno negli occhi.
Studiava l'inglese per questo.
Curioso che, tenendo cosí lontana l'idea del matrimonio per non arrossirne, non avesse finora veduto nella persona di Mr.
Walston, suo professore, vicinissimo l'inglese che avrebbe potuto sposarla.
Subito diventò di bragia, come se Mr.
Walston le stésse lí davanti per questo; e si sentí raccapricciare da capo a piedi notando che anche lui, a sua volta, arrossiva.
Eppure, sapeva bene che il signor Walston per sua natura arrossiva di nulla: ne aveva tanto riso come di cosa ridicolissima in un uomo di cosí potente corporatura, quantunque veramente dall'aria bambinesca.
Pareva piú enorme, lí in piedi, presso il gracile tavolinetto dorato del salotto, davanti la finestra, dove di solito le impartiva la lezione.
Tutto vestito estivamente di grigio chiaro: la camicia celeste, le scarpe gialle.
E sorrideva d'un sorriso vano, scoprendo nell'apertura della larga bocca i pochi denti che per un'infermità delle gengive gli restavano.
Sorrideva, senza neppur sapere d'avere arrossito nell'alzarsi all'entrata della sua piccola alunna, lontanissimo com'era dal pensiero che questa aveva fatto su lui.
Invitato a sedere, prese dal tavolino la grammatica inglese, guardò di sopra le lenti con gli occhi azzurri inteneriti l'alunna come a raccomandarsi di non essere interrotto nella lettura dai soliti irrefrenabili scatti di riso alla pronunzia di certe parole; e si mise a leggere, accavalciando una gamba sull'altra.
Ora avvenne che, cosí grosso com'era, nell'accavalciare la gamba scoprí sopra la calza bianca di filo quasi tutto il polpaccio, con l'elastico tirato della vecchia giarrettiera color di rosa.
Dreetta lo intravide e subito ne provò schifo: quello schifo che pure attira a guardare.
Notò che la pelle di quel polpaccio era d'un bianco smorto e che su quella pelle s'arricciolava qua e là qualche metallico peluzzo rossiccio.
Nella penombra tutto il salotto pareva in un'immobile attesa, come per fare avvertire di piú in piú a Dreetta il contrasto tra la sua strana ansia esasperata da quello schifo, quasi da un contatto scottante di vergogna, e la placidità estranea e pensante di quel grosso inglese che leggeva, col polpaccio scoperto, come un qualunque marito già sordo a tutte le sensibilità della moglie.
- Present Time: I do not go, io non vado; thou dost not go, tu non vai; he does not go, egli non va.
Tutt'a un tratto, Mr.
Walston si sentí intronare le orecchie da un grido e, sollevando gli occhi dal libro, vide stolzare la sua alunna, come se qualche cosa le fosse passata per le carni all'improvviso, e precipitarsi fuori del salotto urlando frenetica col viso nascosto tra le braccia.
Stonato, col volto in fiamme, si guardava ancora attorno per raccapezzarsi, quando si vide davanti la vecchia nonna che quasi ballava, convulsa dallo sdegno, gridando parole incomprensibili.
Tutto poteva immaginarsi il pover'uomo tranne che il sorriso vano, di smarrimento, nel suo faccione affocato, potesse in quel momento esser preso come un sorriso d'impudenza.
Si vide afferrare per il petto da un cameriere accorso alle grida e cacciare a spintoni fuori della porta, nel giardino.
Ebbe appena il tempo d'alzare il capo, a uno strillo che veniva dall'alto:
- Professore, mi prenda!
Intravide un corpo penzolante dal cornicione del villino: Dreetta scarmigliata, con gli occhi lampeggianti di follia, che serrava i denti, per terrore, e s'agitava come per riprendersi, pentita: poi, un riso lacerante, che rimaneva un attimo nell'aria, scia dell'orribile tonfo di quel corpo che s'abbatteva sfragellato ai suoi piedi.
GIOVENTÚ
Abbandonata tra i guanciali dentro quell'antico seggiolone di cuojo, che don Buti, il parroco, aveva voluto per forza mandarle dalla casa parrocchiale - ("c'a preuva, madama, e a vëdrà s'a farà nen 'l miracöl d' fela guarí") - la linda vecchina inferma, ancora tanto bella con quei candidi capelli ondulati sotto la cuffia di merletti fini, guardava i prati verdi che si stendevano davanti alla villa, limitati qua e là da alte file di esili pioppi.
Tutta Cargiore era in ansia e in pena per la malattia di lei.
I ragazzi raccolti nell'Asilo d'Infanzia, fatto costruire e mantenuto a sue spese, recitavano, poveri piccini, mattina e sera, una elaborata preghiera composta da don Buti per la sua guarigione.
Nella farmacia (che era insieme drogheria e ufficio postale) dell'arcigno monsü Grattarola, tutti ricordavano che madama Mascetti, nata a Cargiore, maritata per forza a un ricco signore di Torino che se n'era innamorato durante una villeggiatura estiva lassú, dopo quattro anni, rimasta vedova, aveva lasciato il bel palazzo della Capitale e se n'era tornata a Cargiore, per beneficare i suoi compaesani con le vistose sostanze ereditate dal marito.
Solo monsü Grattarola faceva da contrabbasso a quelle sviolinate patetiche con certi duri e profondi grugniti; ma nessuno gli badava.
Sosteneva egli solo che la ragione del ritorno della Mascetti a Cargiore doveva cercarsi nell'ostilità implacabile dei parenti del marito, i quali le avevano finanche tolto il figliuolo, per educarlo a modo loro: il figliuolo che ora, nientemeno, era addetto d'ambasciata a Vienna.
I piú vecchi gli opponevano che la ragione era un'altra, piú antica: l'avversione di Velia per Torino (Velia: la chiamavano cosí, loro, senz'altro) dopo le nozze contratte per forza, che erano state cagione della morte violenta di Martino Prever che s'era ucciso per lei, povero figliuolo; o piuttosto, per la crudeltà dei parenti di lei; ed era sepolto a Cargiore.
E cosí si spiegava la protezione della Mascetti per la famiglia Prever e specialmente per il giovane Martino, pronipote di quell'altro.
Era in mano dei Prever, ora, quella cara Velia.
E il giovane Martino, mentr'ella se ne stava sul seggiolone del parroco a guardare i prati attraverso i vetri della finestra, era di là, nella stanza attigua, a rifarsi un po' delle veglie durate.
Tranne un lampadino votivo su una mensoletta davanti a un antico Crocifisso d'avorio, nessun lume ardeva nella camera dell'inferma arredata con squisita semplicità e rara gentilezza.
Ma il plenilunio la inalbava dolcemente.
Dietro la tenda della finestra, con la fronte appoggiata ai vetri, anche la infermiera guardava fuori.
- Che luna! - sospirò, a un tratto, nel silenzio.
- Pare che raggiorni!
- Se aprissi un tantino, Marietta? Un tantino! - pregò la signora Velia, con voce carezzevole.
- Non mi potrà far male.
- E il signor dottore? - domandò Marietta.
- Che dirà il signor dottore? Sa lei che abbiamo già la neve su Roccia Vré?
- Un tantino! - insisté la padrona.
- Vedi? respiro cosí calma.
Marietta aprí uno spiraglio, dapprima: poi, a poco a poco, per le insistenze dell'inferma, la mezza imposta.
Ah che incanto! che pace! Pareva che la Luna inondasse di luminoso silenzio quei prati: d'un silenzio attonito e pur tutto pieno di fremiti.
Erano sottili, acuti fritinníi di grilli, risi di rivoli giú per le zane.
Per Marietta, l'incanto di quella notte era tutto lí, presente; ma alla vecchina, guardando assorta, pareva che quel silenzio sprofondasse nel tempo, e altre notti pensava, remote, simili a questa, vegliate dalla Luna; e tutta quella pace fascinosa assumeva agli occhi di lei quasi un senso arcano, che la forzava al pianto.
Veniva da lontano, continuo, profondo, come un cupo ammonimento, il borboglío del Sangone nella valle, e di qua presso un rumore, di tratto in tratto, che la inferma non riusciva a spiegarsi.
- Che stride cosí, Marietta?
- Un contadino, - rispose questa lietamente, affacciata alla finestra, nell'aria chiara.
- Falcia il suo fieno, sotto la luna.
Sta a raffilare la falce.
Poco dopo, da un lontano ceppo di case del villaggio tutto sparso a gruppi su quel pianoro tra le prealpi, giunse dolcissimo un coro di donne.
- Cantano a Rufinera, - annunziò Marietta.
Ma la inferma aveva reclinato il capo, soffocata dall'interna commozione.
Marietta non se ne accorse: rimase a contemplare estatica lo spettacolo del plenilunio e ad ascoltare il canto lontano.
A un tratto si scosse, di soprassalto.
La padrona rantolava.
Spaventata, richiuse subito l'imposta; si chinò su l'inferma, le sollevò il capo, la chiamò piú volte, invano; si smarrí, corse a chiamare ajuto nella stanza accanto.
- Signor Martino, signor Martino!
E Marietta scosse violentemente il giovanotto che stava a dormire sul canapè troppo piccolo per lui.
- Ah che stupida sono stata! Venga! Venga! Le avrà fatto male l'aria della notte! - smaniava Marietta, mentre il giovanotto stentava a riprendere coscienza.
Afferrò il lume che ardeva in quella stanza e rientrò nella camera dell'inferma, seguita dal signor Martino.
- M'ajuti! M'ajuti! Bisogna rimetterla a letto.
Non c'è voluta stare, ed ecco le conseguenze!
- Zia Velia! zia Velia! - chiamava intanto il giovanotto con voce grossa, ancora insonnolito.
- Che chiama? non vede che non sente? - gli gridò Manetta, spazientita.
- M'ajuti a rimetterla a letto, e corra per il medico.
Ma si svegli, eh? se no, di qui a che lei va e torna col medico, la povera signora...
ah Dio, non sia mai!
- Muore? - domandò il signor Martino, avvertendo finalmente il rantolo.
Ajutò l'infermiera a rimettere a letto quell'esile corpo abbandonato e scappò per il medico, che abitava nella frazione di Ruadamonte.
- Che luna! - esclamò anche lui, appena fuori.
Meno male; con tutto quel lume, avrebbe potuto correre piú speditamente per i difficili sentieri tra i prati.
Ma non se l'aspettava, Dio santo, d'essere svegliato cosí, sul piú bello.
Povera zia Velia! Tutta la giornata era stata meglio, proprio meglio.
Con le malattie di cuore, però, e a quell'età, da un momento all'altro...
eh, non si sa mai! Se n'affliggeva tanto lui, il signor Martino, ma tuttavia non poteva fare a meno di pensare che da troppo tempo ormai si studiava di non dar mai causa a quella vecchina, che avesse a lamentarsi di lui, e gli veniva di tirare dal fondo dei polmoni un respiro di sollievo.
Non lo tirava perché, subito dopo, avrebbe sentito la puntura d'un rimorso.
Intanto pensava al medico che si sarebbe certo seccato di quella chiamata notturna.
Ma che poteva farci lui? Non poteva certo assumersi la responsabilità di sospendere quelle iniezioni che tenevano artificialmente in vita l'inferma, ora che il figlio da Vienna aveva telegrafato l'annunzio della sua partenza.
Chi sa se avrebbe fatto a tempo, però...
Meglio, forse...
eh sí, meglio non...
- Auff! - sbuffò, a questo punto, il signor Martino, combattuto, interrompendo le amare riflessioni.
Passava davanti al camposanto.
Intravide, per una delle finestre ferrate, aperte lungo il muro di cinta, la tomba gentilizia della sua famiglia e, accanto, quella della Mascetti.
Correre, correre, affannarsi per sé e per gli altri, penare, per poi andare a finir lí, e saper dove...
Meglio non saperlo! Meglio non costruirle avanti, quelle tombe...
Bah! Era giovine, lui, e robusto...
- Che bella luna!
E mise un gran sospiro, come per cacciar via tutti i pensieri.
Tornò alla villa dopo circa due ore, col medico.
Marietta annunziò loro che la malata, appena rimessa a letto, aveva dato in violente smanie, poi - coi segni - le aveva fatto comprendere che voleva scrivere qualche cosa.
- Come come? - domandò sorpreso, impuntandosi, il signor Martino.
- Sí, - riprese Marietta, - e ha scritto, e la lettera sta lí, sotto il guanciale, come ha voluto; poi s'è messa a delirare...
Diceva, non so, che c'era la luna...
che voleva scendere in giardino...
che a Pian del Viermo cantavano, non a Rufinera...
Stramberie! Poi s'è messa a chiamar lei, signor Martino...
- Me? - domandò arrossendo, poi impallidendo, il giovanotto.
- Ero andato per il medico io, non gliel'hai detto?
- Gliel' ho detto; ma non ha capito! - seguitò Marietta.
- Strillava: "No Martino! No! No!" tutta spaventata...
Ora, da un pezzo, sta tranquilla; ma cosí...
Dio! pare morta...
Il dottor Allais, alto, asciutto, coi baffetti ancora biondi e i capelli già canuti, tagliati a spazzola, non si scompose affatto a quella narrazione dell'infermiera: alzò un piede a una traversa del seggiolone del parroco e si chinò per affibbiare una stringa del gambale di cuojo rimasta slacciata nella fretta del vestirsi.
Teneva a dimostrare quella sua rigidezza impassibile.
Possedeva anche lui una villa con un vasto giardino, aveva una simpatica moglietta che gli aveva recata una buona dote e continuava ad esercitare la professione, tanto per fare qualche cosa.
Tastò il polso all'inferma; poi, senza dare a veder nulla a quei due che lo spiavano intentamente, preparò la siringhetta per una nuova iniezione.
- Potrà tirare fino all'alba, - disse, licenziandosi.
- Verso le cinque, tornerò.
- Ma il figlio dovrebbe arrivare nella mattinata di domani, - pregò, afflitto, il signor Martino.
- Potesse almeno tirare fino all'arrivo di lui!
Il dottor Allais si strinse nelle spalle.
- Non dipende da me, caro signor Prever.
E andò via.
Subito il signor Martino assalí di domande Marietta intorno a quella lettera misteriosa.
Ma la infermiera non sapeva leggere, e poté dirgli soltanto che la signora aveva scritto col lapis dietro una vecchia ricetta del medico, poiché lei non aveva potuto trovarle altra carta lí nella camera; e che aveva scritto con stento e che infine aveva chiuso quel pezzo di carta in una busta del farmacista, da cui lei aveva tratto alcune ostie e una cartina di medicinale.
Messa la lettera sotto il guanciale, la padrona aveva balbettato:
- Dopo morta.
Il signor Martino restò assorto, stupito, costernato.
Era ben sicuro che il testamento della vecchia conteneva qualche disposizione in suo favore e in favore della sua famiglia.
Ora questa lettera lo inquietava.
Domandò:
- Ha scritto molto?
- Poco, - rispose Marietta.
- Un pezzettino di carta, cosí...
E la mano le tremava tanto!
- Sai la nuova, Marietta? - riprese, dopo aver pensato un po', il giovanotto.
- Corro a chiamare i miei.
Hai sentito che ha detto il medico?
- Sí, - aggiunse Marietta.
- E il signor parroco anche, se non le dispiace.
Vada, vada.
Marietta, che era e si sentiva "una brava figliuola", rimasta sola, tentennò amaramente il capo.
Non che stimasse cattivo quel bamboccione del signor Martino e interessato l'affetto della famiglia Prever per la sua padrona; ma...
- eh, i dindi, i dindi piacciono a tutti; e la sua padrona ne aveva di molti e quell'aver pensato a scrivere qualche cosa in quegli ultimi momenti doveva per forza suscitar timori o accendere speranze.
N'ebbe la prova, non appena giunsero, tutti ansanti dalla corsa, i parenti del signor Martino e don Buti.
Piú e piú volte fu costretta a ripetere tutto ciò che poteva dire intorno a quella lettera.
Pareva che ci volessero leggere attraverso le sue parole.
E che facce da spiritati! Don Buti pareva incerto se vederci una minaccia per l'Asilo d'Infanzia o una promessa: forse l'erezione d'un Asilo pei vecchi, o d'un ospedaletto, chi sa? o di una cappella: qualche disposizione, insomma, di beneficenza o in favore della santa religione.
I Prever erano addirittura scombussolati, e se la prendevano con Martino che non s'era trovato presente, giusto in quel momento!
- Ma se ero corso per il medico! - si scusava il giovanotto col padre che pareva il piú contrariato.
La madre sapeva dominarsi meglio: grassa pallida placida, dal parlare lento e dal gesto molle, rivolgeva a Marietta sciocche e inutili domande.
L'inferma accennava di tratto in tratto di riscotersi dallo stato comatoso.
Tutti allora, per un momento, zitti e intenti, intorno al letto di lei.
Ruppe l'alba, alla fine.
Cielo aggrondato, piovoso.
Sú per i greppi delle scabre montagne, veli di nebbia stracciati.
Ritornò il medico, che non volle rispondere nulla, al solito, alle tante interrogazioni dei Prever e di don Buti, protestando:
- Mi lascino ascoltare.
Fece ancora un'iniezione, ma dichiarò ch'era proprio inutile: la morte sarebbe avvenuta da un momento all'altro per paralisi cardiaca.
Poco dopo la partenza del medico, la signora Velia però si riscosse con un lungo sospiro dal profondo letargo in cui pareva inabissata; e schiuse gli occhi.
Subito i Prever spinsero al letto il giovine Martino, suggerendogli sottovoce:
- Chiamala! chiamala!
- Zia Velia! - chiamò il giovanotto.
- Madama Velia! - chiamò contemporaneamente, dall'altro lato del letto, don Buti.
Ma la morente non mostrò di riconoscere né l'uno né l'altro.
Entrò in quel momento nella camera, inavvertito, un signore su i cinquant'anni, bassotto, azzimato, profumato, con le fedine già brizzolate e la calvizie nascosta appena da pochissimi capelli raffilati con meschina cura a sommo del capo.
Si avanzò fino al letto, con le scarpe sgrigliolanti, scostò piano con la mano inguantata il signor Martino, si chinò verso la morente:
- Mamma!
I Prever, don Buti, Marietta si guardarono negli occhi, scostandosi; poi presero tutti a osservarlo, con un'aria mista di suggezione e di diffidenza.
La morente fissò gli occhi velati sul figlio e aggrottò le ciglia; agitò un braccio e nascose il volto, balbettando con espressione di terrore:
- Ch' a vada via chiel!
- Mamma, sono io, sai! sono io! - disse piano, sorridendo, il Mascetti, e si chinò di nuovo verso la morente.
Ma questa raffondò vie piú il capo, come se volesse cacciarlo sotto il guanciale.
Allora la busta, che vi stava nascosta, scivolò sul tappeto.
I cinque Prever e don Buti la puntarono rattenendo il fiato, come tanti cani da caccia.
Il figlio non se ne accorse, e si volse, dolente, per dire:
- Non mi riconosce.
Vedendo tutti gli occhi fissi lí presso i suoi piedi, si chinò anche lui a guardare, e vide la busta.
- Sarà per lei, - gli disse piano Marietta, indicandola.
- La signora però ha detto: "Dopo morta".
Il Mascetti la raccolse, e poiché la madre continuava a dire, soffocata: - Ch'a vada via! ch'a vada via! - si recò, angustiato, nella camera attigua, seguito poco dopo da don Buti.
- Povera, povera Madama!
E il parroco cominciò a tessere al figliuolo l'elogio della madre.
- Grande benefattrice!
Sopraggiunse, con aria smarrita, Prever padre; poi venne anche Prever figlio, rosso come un gambero, spinto evidentemente dalla madre e dalle sorelle.
Il Mascetti se ne stava compunto e taciturno; chinava di tanto in tanto il capo alle parole melate del parroco, ma pensava intanto tra sé all'accoglienza che gli aveva fatto la madre dopo un cosí lungo e precipitoso viaggio intrapreso per rivederla.
- Sí, senza dubbio: nell'incoscienza, povera vecchina.
Era chiaro che lo aveva scambiato per qualche persona a lei odiosa, lí, del paese.
Ma era pur naturale! Che ricordi aveva egli della madre? Quasi quasi aveva piú notizie del padre, morto quand'egli aveva appena tre anni, che della madre, vissuta fino adesso.
Del padre gli avevano parlato tanto i parenti, fin dalla infanzia; mentre la madre era venuta a ritirarsi lassú, ed era vissuta sempre lontana da lui.
Egli era solito scriverle due, tre volte l'anno, nelle feste principali, per farle gli augurii; e lei gli aveva risposto, sí e no, ma sempre con frasi comuni e brevemente e senz'alcuna effusione di cuore, mai.
La notizia della grave malattia di lei gli era arrivata di colpo.
Mah! doveva avere settantatre o settantaquattro anni sua madre: il suo tempo, dunque, lo aveva fatto.
Ne aveva già quasi cinquanta, lui, purtroppo.
Giunsero a un tratto, dalla camera, parole concitate, poi uno strillo di madama Prever e due altri strilli simili delle zitellone.
Il Mascetti balzò in piedi:
- Morta?
- Venga, signore! - chiamò Marietta, facendosi all'uscio, con gli occhi lagrimosi.
Morta, e in quell'atteggiamento di rivolta e di paura preso all'apparire del figlio.
Marietta le aveva pian piano rimesso sul letto il braccio, che ella aveva levato per nascondere la faccia; ma nessuno ardiva di toccarle la testa.
Il Mascetti contemplò un pezzo sua madre, poi si pose una mano sugli occhi.
Non riusciva a piangere, irritato sordamente dal pianto di quegli altri, per lui affatto estranei (ne ignorava finanche i nomi!), ma che pure mostravano d'avere una ragione per piangere sua madre, piú di lui che era il figlio e che non pertanto, alla loro presenza, era stato accolto in quel modo.
Don Buti s'era inginocchiato davanti al letto e recitava la preghiera dei defunti.
Anche i Prever e Marietta si erano inginocchiati e pregavano con lui, tra i singhiozzi.
Il Mascetti tornò a ritirarsi nell'altra stanza.
La signora Velia aveva ricevuto i sacramenti tre giorni avanti.
Finita la preghiera, don Buti scappò in chiesa per far sonare le campane e dar le prime disposizioni per i solenni funerali del giorno appresso: le signore Prever si misero a disposizione di Marietta per accudire al cadavere; il signor Martino fu spedito per i ceri da accendere attorno al letto funebre, e Prever padre, non sapendo che fare, si recò di nuovo a raggiungere nell'altra stanza il Mascetti.
Quella lettera misteriosa gli stava fissa in mente come un chiodo.
"Dopo morta." Forse il figlio, per curiosità, l'aveva già aperta.
Che stupida, quella Marietta! Che c'entrava dire al figlio: "Sarà per lei?" Dall'accoglienza che la moribonda gli aveva fatto, si poteva capir chiaramente che madama Velia non si aspettava di rivedere il figlio; dunque, nello scrivere quella lettera, non aveva nient'affatto pensato a lui.
Le stesse riflessioni facevano nella camera della morta le Prever, e madama anzi non seppe tenersi dal rimproverare, con garbo, Marietta.
E a quella lettera pensava pure, tra le smanie, il signor Martino, andando per i ceri, e don Buti correndo dalla chiesa parrocchiale all'Asilo per far chiudere il portone in segno di lutto e dare anche lí disposizioni per il funerale del giorno seguente.
Solo il Mascetti pareva se ne fosse dimenticato.
Interrogava il Prever su la vita della madre, su Cargiore, per venire indirettamente a sapere tra che gente si trovasse.
Gli era nato finanche il dubbio che quelli fossero lontani parenti materni, di cui egli ignorasse l'esistenza.
Il Prever si struggeva dentro.
Gli diede ragguaglio di sé, della sua famiglia; gli parlò dell'antica amicizia di essa per madama, tacendo però dell'amore e del suicidio dello zio Martino, ed entrò infine a parlargli anche lui delle grandi benemerenze della defunta, delle opere di carità, parte compiute, parte promesse da lei, per concludere che tutta Cargiore era profondamente addolorata e, nello stesso tempo, in legittima ansia di conoscere se...
Oh! il Mascetti s'affrettò a rassicurarlo: con tutto il cuore egli avrebbe adempiuto alle generose promesse della madre, anche se nessuna disposizione si fosse trovata nel testamento.
Ma non mostrò affatto di ricordarsi di quella lettera scivolata di sotto il guanciale.
E tutto quel giorno e fino alla metà del giorno appresso tenne sulla corda quella povera gente.
Don Buti, alla fine, quando già la cassa mortuaria era arrivata, non seppe tenersi piú.
Gli si presentò, seguito dai Prever, tutto cerimonioso e impacciato, con la scusa di non voler mancare a qualche volontà, a qualche disposizione della defunta intorno ai funerali o al seppellimento, espresse probabilmente in quella tal lettera.
- Se Vostra Signoria si ricorda...
- Ah già! - esclamò il Mascetti, cercandosi nelle tasche.
Se n'era proprio dimenticato! Tutti gli si fecero attorno, sospesi in un'ansia trepidante.
La busta, dopo lunga ricerca, fu trovata in fondo ad una tasca dei calzoni.
Il Mascetti l'aprí, ne trasse la ricetta di cui aveva fatto cenno l'infermiera.
La scrittura a lapis era quasi indecifrabile.
Ci fu bisogno del concorso di tutti per l'interpretazione di certe parole smezzate o scritte scorrettamente in dialetto tra altre italiane.
Il biglietto diceva cosí:
"Chi trova questa carta a l'è pregà d'aprire l secound tiroir del comò di faccia al mio letto, prendere con le sue man n fagottin che vi si trova in fondo all'angolo a destra e d butelo d' souta mia testa nt la cassa."
I Prever, don Buti restarono delusi, storditi, non sapendo che pensare.
- Un fagottin? - domandò madama Prever.
- Che sarà?
- Andremo a vedere, - propose, timido, don Buti.
- Intanto sono proprio contento che una disposizione ci sia, come avevo preveduto.
Si recarono tutti nella camera della morta.
La vecchina, parata amorosamente da Marietta, era già deposta nella bara non ancora chiusa.
Il figlio, seguendo le indicazioni del biglietto, aprí il secondo cassetto del canterano e cercò nell'angolo a destra.
Non c'era propriamente alcun fagottino: c'era soltanto l'involto di un pezzo di panno turchino, forato e bruciacchiato in una parte, come da una palla: c'era un guscio di noce, alcuni fiori secchi, una ciocchetta di capelli castani e un pezzettino di carta, su cui erano scritte queste parole già sbiadite dal tempo: "Notte di luna! 22 ottobre 1849", e sotto, due nomi, congiunti da una lineetta: "Velia-Martino".
- S'è ricordata di lui! - scappò, nella sorpresa, al Prever.
Il Mascetti nel volgersi a guardarlo si accorse che don Buti faceva cenno a colui di tacere, e volle sapere allora di chi si fosse ricordata la madre e che significasse quel ritaglio di stoffa cosí forato.
Quando glielo dissero, non seppe piú toccare quegli oggetti, che appartenevano alla remota gioventú di sua madre, prima ch'egli nascesse.
Si scostò dicendo:
- Facciano loro la sua volontà.
IGNARE
Sui bianchi lettucci tolti dalla corsia e disposti uno accanto all'altro in quella camera remota del collegio piena di luce e di silenzio, le quattro giovani suore giacevano immobili.
Le cuffiette di tela, semplici, senza una trina né un nastro, annodate sotto il mento da due cordelline, disegnavano la rotondità del capo e incorniciavano i pallidi visi quasi infantili Aprivano di tanto in tanto gli occhi, dapprima un po' esitanti alla luce, poi attoniti e smemorati; li richiudevano poco dopo con lenta stanchezza, ma ormai senza pena.
Non si curavano piú di sapere se, cosí immobili su quei lettucci, fossero in attesa della guarigione o della morte.
Erano tutte e quattro ferite e fasciate.
Ma di che gravità fossero le ferite, non sapevano.
Stando immobili, non le sentivano.
Pareva a ciascuna di star bene e di poter credere che non fosse piú a ogni modo, per nessuna delle quattro, caso di morte.
Ma poi, chi sa?
Non erano piú sicure di nulla; nemmeno se quella camera fosse d'un ospedale o dell'infermeria d'un collegio di suore; né ricordavano come, quando, da chi vi fossero state portate.
C'era nella loro memoria un abisso: un vero inferno che s'era spalancato loro davanti all'improvviso, inghiottendole e travolgendole; dove tanti demonii avevano fatto scempio e strazio delle loro carni immacolate.
Avevano la vaga impressione d'aver navigato a lungo; e sentivano ancora nelle narici, ogni tanto, quel tanfo particolare, alido, nauseante, che cova nell'interno delle navi; negli orecchi, gli scricchiolíi della carcassa enorme galleggiante, agli urti possenti e fragorosi del mare; e avevano la visione confusa d'un porto affaccendato; di grandi alberature non ben ferme sotto grosse nuvole candenti immote su l'aspro azzurro delle acque; e meno confuso il ricordo di strani aspetti, di strane voci; rumori d'argani e di catene.
Ora erano qua.
E nel candore e nel silenzio di quella camera luminosa che dava loro con la freschezza fragrante dei lini puliti un conforto d'arcana soavità e un senso d'infinita beatitudine, avevano quasi il dubbio che fosse stato un incubo orrendo tutto quell'inferno e quel lungo navigare e quel porto e quegli aspetti strani.
Avevano bisogno di lasciare in quel torpore non solo il corpo, ma anche la coscienza.
Se per qualche movimento inconsulto, o anche soltanto per tirare un piú lungo sospiro, il corpo aveva una fitta di spasimo, pur essa la coscienza si sentiva subito trafitta dal ricordo di quanto a quel loro corpo era stato fatto, caduto in preda alle voglie infami di gente feroce, nemica di quella fede di cui esse erano andate a spargere l'esempio nell'isola straniera, lontana.
L'asilo di pace, una sera, era stato preso d'assalto, invaso e profanato da orde selvagge.
Sotto ai loro occhi s'era compiuta la strage dei ricoverati.
All'orrore delle ferite aperte dal ferro nelle loro carni rispondeva l'orrore piú grande di un'altra ferita insanabile, per cui piú del corpo la loro anima aveva sanguinato.
L'ultima a lasciare il letto, quantunque col seno e un braccio ancora fasciati, fu suor Erminia.
Le tre altre credevano che fossero trattenute nell'infermeria in attesa della guarigione della compagna, per partire poi tutte insieme alla volta di Napoli, per il ritiro.
Ma non fu cosí.
Guarita suor Erminia, la Madre Superiora del Collegio ov'erano state ricoverate e curate, venne ad annunciare che soltanto suor Erminia sarebbe partita quella sera stessa per Napoli.
Ascoltando tutte e quattro a occhi bassi quest'ordine, suor Erminia si chiese in cuore, perché lei sola; e ciascuna delle tre altre, in che la loro sorte potesse essere diversa da quella della compagna che piú di loro aveva stentato a guarire.
Aveva forse bisogno di qualche rimedio che qua non le si poteva apprestare?
Ma allora perché lasciarla partir sola? E perché rimanevano loro tre, se erano al tutto guarite?
Lo seppero la mattina dopo, all'alba, quando insieme con una suora anziana e una vecchia conversa furono fatte salire su una "giardiniera" traballante e svolazzante di tendine di juta.
Sotto le ampie cornette oscillanti erano vestite tutte e tre d'abiti nuovi, ma troppo larghi per il loro corpo già esile e ora piú che mai assottigliato dalle sofferenze.
Avvertivano nel seno, mortificato da anni sotto il modestino, respirando finalmente all'aperto, come un indurimento e, nello stesso tempo, uno strano senso di risveglio che le turbava.
Prima di partire, avevano veduto i vecchi abiti, coi quali erano arrivate, ferite e morenti, da Candia.
Stinti, strappati, macchiati di sangue, avevano suscitato in loro quello sgomento e quel ribrezzo che si prova per gli oggetti appartenuti a qualcuno tragicamente morto.
E tanto piú s'erano costernate, in quanto che alle vestigia, evidentissime lí, d'una violenza terribile, non rispondeva piú in loro, ritornate alla vita, una memoria precisa.
Lasciate addietro le ultime case della città, la vettura si mise a correre per uno stradone costeggiato di qua e di là da fitti boschi d'aranci e di limoni.
S'era d'ottobre e pareva ancora piena estate, sebbene di tratto in tratto, entro quel tepore denso di odori inebrianti, sorvolasse dal mare che s'intravedeva prossimo di tra il fitto turbinío di tutti quei fusti d'alberi, qualche primo brivido di frescura autunnale.
Ma le tre convalescenti non poterono godersi a lungo la delizia di quell'ora e di quei luoghi.
Il traballío della logora vettura cominciò a cagionar loro un grave disturbo.
Tanto che, alla fine, una, suor Agnese, non potendo piú reggere, chiese per grazia se la vettura non potesse andare piú piano.
La vettura si mise quasi di passo.
Use tutte e tre, ormai da tanti anni, a non curare affatto e quasi a non sentire piú il proprio corpo, a dominarne tutti i bisogni, a vincerne la stanchezza, provavano ora un avvilimento e uno smarrimento strano, un'ambascia smaniosa, per quelle loro sofferenze corporali.
La piú giovane, ch'era anche la piú gracile, suor Ginevra, chiese a un certo punto se, andando cosí di passo la vettura, non potesse provarsi a seguirla a piedi.
Si provò; ma dovette poco dopo rimontare, perché le gambe non le ressero alla fatica del cammino in salita.
La suora anziana che le scortava, annunziò, per confortarle, che poco ormai ci voleva ad arrivare.
La vettura difatti si fermò, poco dopo, davanti al cancello d'una grande villa solitaria in cima a un poggiolino, cinta tutt'intorno da un muro.
Era la grangia del collegio.
La conversa sonò il campanello e, levandosi su la punta dei piedi per guardar sopra la banda che copriva la parte inferiore del cancello, chiamò forte:
- Rosaria!
Rosaria era la moglie del contadino che aveva in custodia la grangia ove ogni estate erano condotte le orfanelle a villeggiare.
Invece di Rosaria rispose un grosso cane di guardia con furibondi latrati.
- Ecco "Bobbo " - disse la suora anziana, sorridendo alla conversa.
- Bobbo, Bobbo, siamo noi di casa, - aggiunse la conversa, e sonò di nuovo il campanello.
Accorse alla fine la custode, sbracciata, scarmigliata, col faccione acceso, dorato dal sole, tutto in sudore, due grandi cerchi d'oro agli orecchi, un fazzoletto rosso sgargiante sul seno, e il ventre pregno che le lasciava scoperti, sotto la gonna di baracane tirata sú, i fusoli delle gambe entro le grosse calze turchine di cotone, sporche di creta.
- Oh suor Sidonia mia, suor Sidonia! - cominciò a strillare con furiosi gesti di maraviglia e di gioja.- Come va, con tanta compagnia? Anche voi, donna Mita? Come va? Stavo a lavare e, mi vede? - aggiunse, indicando il ventre immane.
- Dopo otto anni, suor Sidonia mia! Mah! E queste? Sono tre suore nuove?
Le tre convalescenti s'erano un poco allontanate, e guardavano smarrite le vecchie finestre di quella villa, l'antica cisterna patriarcale, là a principio del lungo pergolato, di fronte al portoncino verde.
Si voltarono, nel sentirsi indicate dalla custode, e videro la suora anziana e la conversa parlar piano tra loro; poi la custode prendersi con un gesto d'orrore la testa tra le mani e voltarsi, allargando un po' le mani, a guardare verso di loro, con la bocca aperta e gli occhi pieni di raccapriccio:
- E lo sanno? lo sanno?
Le tre convalescenti si guardarono negli occhi, angosciate.
Quella delle tre, che durante il tragitto non aveva aperto bocca, suor Leonora, ebbe negli occhi come un guizzo di follia; si coprí il volto con le mani, emise un mugolío sordo fra un tremore delle spalle e delle braccia.
- Perché? - chiese allora, suor Ginevra, volgendo gli occhi azzurri infantili all'altra compagna che s'era recata una mano alle labbra e con gli occhi sbarrati era rimasta come sospesa davanti a un abisso scoperto all'improvviso.
Sopravvennero suor Sidonia e la conversa e, poco dopo, con le chiavi della villa, la custode.
Sú per la scala, ove l'aria della campagna stagnava mista col tanfo grasso della corte vicina e con l'umidore esalante della prossima cisterna, suor Leonora afferrò un braccio alla suora anziana e le chiese piano per sé e le compagne se fosse vero ciò che le era parso di dover capire al gesto d'orrore della custode.
Quella socchiuse gli occhi e chinò il capo piú volte, sospirando.
Suor Leonora scivolò sul gradino della scala.
Suor Agnese, ritta addossata al muro, socchiuse gli occhi da cui sgorgarono grosse lagrime.
Ignara ancora restava la piú giovane dagli occhi celesti.
Guardava le lagrime silenziose della compagna addossata al muro, udiva i singhiozzi dell'altra accosciata sullo scalino, ascoltava il conforto e le esortazioni delle tre altre; e non ne capiva ancora la ragione.
Aveva quella villa, nella quiete attonita che regnava tutt'intorno, alcunché di lugubre, con tutti quei fasci di sole che si allungavano di traverso, simmetricamente, nei corridoj.
Si vedeva in ognuno di quei fasci fervere lento il polviscolo.
Di tratto in tratto, il canto d'un gallo pareva volesse rompere il fascino di quella quiete misteriosa; e un altro gallo, che rispondeva da qualche aja lontana, pareva dicesse che lo stesso fascino di misteriosa quiete gravava anche lí, e piú lontano ancora.
Fin dove?
Le tre suore, affacciate alle finestre, si perdevano nella lontananza di quella quiete misteriosa.
Non sapevano dove andare con l'anima, a chi rivolgersi per conforto, come nascondere ai loro stessi occhi l'onta di quel martirio.
Era per due di esse in quella lontananza, ma piú là, assai piú là, dove lo sguardo si perdeva e l'anima non ardiva di arrivare, Sú in Toscana, piú sú in Lombardia, una casa da tanti anni abbandonata.
Picchiare alla porta di quelle case, per conforto, suor Leonora e suor Agnese non potevano.
Né il vecchio padre, né il fratello, né la cognata di suor Leonora dovevano sapere; tanto meno poi, oh Dio, il fratello della cognata! Non dovevano sapere la vecchia madre, né la sorella di suor Agnese in quel tranquillo borgo sul Po, presso Mantova.
Beata suor Ginevra, che non aveva alcuna idea né di casa né di famiglia! Sapeva soltanto d'esser nata a Sorrento; non sapeva da chi; era stata allevata dalle suore in un ospizio, e s'era fatta suora: era dunque, tutta, nell'abito che indossava; e la sciagura presente non le mordeva a sangue le carni offese, coi ricordi d'una vita estranea, d'estranei affetti, da cui le altre due si erano con violenza strappate.
L'abito che aveva indosso, rappresentava per suor Leonora un sacrifizio.
La violenza che aveva dovuto fare a se stessa per serbare intatta, contro l'insidia della sua propria carne, la sua purezza, era stata resa vana dalla violenza altrui, brutale; e Dio aveva permesso che quell'abito, simbolo del sacrifizio, le pesasse ora addosso come uno scherno; Dio permetteva che in un corpo offerto a Lui fosse accolto e stésse a maturare un frutto infame, e sotto quell'abito crescesse la vergogna, il ribrezzo, l'orrore d'una atroce maternità.
Come poteva Dio permetter questo?
Finché ai loro occhi la castità dell'abito non cominciò a essere offesa dal progressivo sformarsi del corpo, stettero insieme tutte e tre, per sentirsi nel cordoglio meno sperdute dentro quell'ampio rustico casamento dai lunghi corridoj rintronanti, ove per tante finestre in fila entravano l'aria salsa e il fragorío continuo del mare, gli odori sparsi della campagna, il ronzío degli insetti, il frusciare delle piante.
Scendevano insieme a pregare nella cappelletta; ma spesso le preghiere erano interrotte dai singhiozzi quasi rabbiosi di suor Leonora, che scappava via.
Le altre due allora la seguivano e cercavano di calmarla nell'ombra del lungo pergolato davanti alla villa o per i sentieruoli in mezzo al frutteto, dove al vespro si raccoglievano tanti uccelli a far sbaldore.
Suor Ginevra aveva trovato lí un cantuccio, ove un certo odore amaro di prugnole e un altro denso e pungente di mentastro le avevano ridestato vivo il ricordo dell'ospizio di Sorrento, in cui aveva passato l'infanzia; e spesso andava lí quasi a covare quel ricordo, felice di sentirsi accanto la sua dolce innocenza d'allora.
Era ancora come stordita dalla sciagura.
Non concepiva affatto l'orrore che ne provavano le altre due; e le guardava e le spiava negli occhi, quasi sospesa in una paurosa, ignota attesa, soffrendo delle fosche, smaniose ambasce dell'una, delle cocenti lagrime dell'altra.
Rosaria, la custode, qualche volta le raggiungeva e, senza rendersi conto della urtante impertinenza delle sue parole, si metteva a parlar loro come a compagne di sventura, che non dovessero aver piú ritegno ormai di guardare quel suo sconcio ventre e di udire certi discorsi circa al loro stato comune.
Si lamentava di aver dato via ad altre contadine piú poverette di lei, le camicine, le fasce, le cuffiette, i bavaglini del corredo, perché mai piú non si sarebbe aspettato di poterne aver bisogno; e ora non aveva tempo di attendere a prepararne uno nuovo.
Aveva comperato la tela: oh, rozza tela per le tènere carnucce d'un bimbo; ma i figli dei poveri, si sa, bisognava che presto imparassero a sentire le durezze della vita.
Subito suor Ginevra si profferse di ajutarla a cucire quel corredino.
Anche suor Agnese allora le disse che la avrebbe ajutata.
Suor Leonora non ne volle sapere.
Con l'inverno, si chiusero ciascuna in una cameretta tra le tante che avevano l'uscio lí sul lungo corridojo.
Le finestre davano su l'orto, e di sul muro di cinta si scorgeva l'azzurro denso del mare, che si congiungeva con quello tenue e vano del cielo.
Ma cielo e mare perdevano spesso, ora, quella loro diversa azzurrità, si mescevano sconvolti in fosche brume, e nel silenzio tetro della villa solitaria durava per giornate intere su i vetri delle finestre il crepitío della pioggia.
Suor Agnese cuciva e si sforzava di non intenerirsi alla vista di quelle camicine, di quelle cuffiette, di quei bavaglini: non doveva pensare al bimbo che sarebbe nato da lei.
Erano per un altro bimbo, quelle camicine, che sarebbe cresciuto lí.
Il suo sarebbe scomparso di furto, ignudo.
E forse non lo avrebbe neppur veduto.
Non doveva intenerirsene: era appunto questo il martirio: accogliere e maturare nel corpo offerto a Dio quel frutto infame.
Ma era in lei; lei lo teneva in grembo, oh Dio! e lo nutriva di sé.
Oh Dio! oh Dio! E non avrebbe potuto, non avrebbe dovuto far nulla per lui? per riscattarlo dall'infamia da cui nasceva? Forse il suo latte, forse le sue cure lo avrebbero redento! Sottratto a lei, allevato in un ospizio, senz'amore, come sarebbe cresciuto, concepito com'era nell'orrore d'una strage, frutto nefando d'un sacrilegio?
Ma Dio, certo, nella sua infinita misericordia, aveva disposto che il martirio di lei, nel tempo ch'ella lo soffriva, giovasse al nascituro, bastasse a mondarlo della colpa originaria, bastassero a lavarlo per sempre di quel sangue osceno le lagrime ch'ella ora versava per l'onta e per il supplizio.
Cosí il suo martirio non sarebbe stato invano.
L'altra, invece, suor Ginevra, sollevando con le mani ceree contro il lume della finestra la camicina or ora cucita, piegava da un lato la testa, la contemplava e sorrideva.
Scendevano adesso nella cappelletta in ore diverse, ciascuna a pregar sola; prendevano il cibo nelle loro camerette e, quand'erano stanche di cucire e di pregare, s'affacciavano alla finestra, oppresse già dal peso del corpo, a guardare l'orto solingo e il mare vicino.
Venne la primavera, e un bel mattino entrò, col sole, nella vecchia villa, Rosaria, ridente e dimagrita, reggendo alto un grosso bimbo roseo tra le ruvide mani e gridando per il corridojo:
- Eccolo qua! È nato! è nato!
Entrò prima nella cella di suor Agnese, che schiuse appena le labbra a un sorriso di infinita tristezza, contemplando con gli occhi rossi di pianto il bimbo e levando come a riparo davanti al seno le mani bianche.
- Coraggio, coraggio, sorella mia! Si fa presto, sa? Vedrà che si fa presto! Vede com'è bello? Ha gli occhi del padre.
E guardi qua, guardi con quanti capelli m'è nato!
Corse poi da suor Ginevra e, senz'altro, le posò in grembo il piccino:
- A lei! Eccolo qua, lo vede che cos'è? Pesa, no? pesa.
Con la cuffietta che gli ha fatto lei; e anche la camicina, vede?
Suor Ginevra si provò a posare le labbra sul petto roseo del bimbo, che la madre aveva scoperto, poi a sollevare su le mani il dolce peso, e con curiosità mista di pena mirava i movimenti delle pàlpebre del neonato per adattar gli occhi a resistere alla luce.
Eccolo: uno cosí, tra poco, sarebbe nato da lei.
E non sapeva ancor come.
Uno cosí!
Rosaria glielo tolse per farlo vedere a suor Leonora; ma questa, storcendo la faccia, la respinse, le gridò sulle furie che non voleva vederlo: via! via! via!
S'era spogliata dell'abito.
Non scendeva piú a pregare.
Passava l'intera giornata a sedere sul letto, inerte, coi denti serrati e gli occhi a terra in una dura e truce fissità.
La notte le due compagne la intravedevano dall'uscio delle loro camerette, andare sú e giú per il corridojo rischiarato a fasci dalla luna: tozza, enorme, con la testa da maschio e i piedi nudi.
Farneticava.
E i tonfi cupi dei passi nella sonorità del lungo corridojo impaurivano suor Ginevra.
La paura diventò terrore una di quelle notti, allorché, destandosi di soprassalto, udí certe grida laceranti e úluli lunghi e mugolii da belva ferita.
Volle accorrere; ma fu trattenuta sull'uscio dalla conversa la quale le annunziò che, non suor Leonora urlava cosí, ma l'altra, l'altra: suor Agnese.
- È l'ora sua.
Ora si libera, poverina!
E suor Ginevra rimase atterrita, addossata all'uscio, a udire quegli urli che non parevano umani e che, partendo dalla compagna silenziosa, le rappresentavano spaventosamente il mistero che si compiva di là.
Avrebbe tra poco urlato cosí anche lei? Come avrebbe fatto, debole e gracile com'era, a resistere ai dolori che strappavano quegli urli?
E urli, altri urli, ancora urli, poco dopo l'alba, piú selvaggi, piú lunghi, fra un gran tramestío per il corridojo, le giunsero agli orecchi.
Gelata, allibita, inginocchiata davanti al lettuccio, col rosario in mano, suor Ginevra ascoltava e tremava tutta, senza ardire di alzarsi e di picchiare all'uscio che la conversa aveva chiuso a chiave.
Seppe nel pomeriggio che tutte e due le compagne s'erano liberate, e che ora riposavano tranquille.
Una domanda angosciosa le affiorò alle labbra, che subito vaní nel silenzio lugubre della villa.
Non si sentiva alcun piccolo vagito.
La conversa aprí le mani e scosse il capo mestamente, con gli occhi socchiusi.
Salí, invece, da un albero dell'orto un cinguettío, nella letizia serena del vespro primaverile.
Tre giorni dopo, sul far della sera, venne la volta di suor Ginevra.
Toccò allora alle altre due, ormai consapevoli, di tremare alle grida disperate della piccola compagna; grida, grida che strappavano altre grida di pietà e di rivolta, come allo spettacolo d'una spietata atroce sopraffazione contro un timido inerme, che invano si dia per vinto.
Tutt'a un tratto, le grida tacquero nella notte.
Fu, per alcuni minuti eterni, un silenzio orribile.
Poi si udí per il corridojo una corsa precipitosa, tra gemiti, e suono di voci cupe tra fiati affannosi, là nella celletta in fondo al corridojo.
Le due compagne non seppero resistere piú oltre all'angoscia che le soffocava; scesero dal letto, si buttarono addosso le prime vesti che vennero loro sotto mano e, vacillanti, s'avviarono a quella celletta.
Nessuno parlò.
La vecchia conversa ricomponeva sul letto le membra della morta, a cui nel pallido, livido visino affilato erano rimasti semiaperti i dolci occhi azzurri.
E pareva che in quel pallore la piccola morta sorridesse d'essersi liberata cosí.
Assalita all'improvviso da un impeto di singhiozzi, suor Agnese andò a buttarsi in ginocchio accanto al letto.
Ma suor Leonora, volgendo attorno obliquamente gli occhi da matta, scorse in un angolo un movimento convulso dentro un lenzuolo insanguinato, tutto avvoltolato per terra.
Con una mossa da belva balzò a quell'angolo, raccattò da terra una creaturina paonazza, che emise un vagito rôco, e scappò nella sua cella; vi si chiuse, e con gioja selvaggia offrí il seno che le scoppiava a quella creaturina.
La Madre Superiora, accorsa alcune ore dopo dalla città, dovette stentare a lungo per persuaderla a riaprire l'uscio.
Pareva impazzita; si teneva quella creaturina stretta al seno e gridava:
- La prendo io! la prendo io! O datemi la mia! Butto via l'abito! Dio ha voluto troppo, ha voluto troppo, ha voluto troppo!
Pian piano, dolcemente, quella trovò il verso di sciogliere in lagrime quel fiero ingorgo di demenza; e la piccina fu fatta sparire.
Poco dopo, le due compagne superstiti piangevano e pregavano inginocchiate ai due lati del letto della piccola morta, che certo aveva riaperto in paradiso i suoi dolci occhi di cielo.
L'OMBRELLO
- "Pue le bacchette, pue le bacchette" - ripeteva Mimí, sgambettando e cercando di pararsi davanti alla mamma che la teneva per mano sotto l'ombrello.
All'altro lato Dinuccia, la sorellina maggiore, andava come una vecchina, seria e precisa, reggendo a due mani un altro ombrello, già vecchio, sforacchiato, che presto, comperato il nuovo, sarebbe passato alla serva.
- "E pue l'ombello", - seguitava Mimí, - "due ombelli, due tappotti, quatto bacchette."
- Sí, cara; le barchette e tutto; ma andiamo, sú! - la esortava la mammina impaziente, che voleva andare spedita tra il confuso viavai della gente che spiaccicava pur lí sul marciapiedi, sotto lo spruzzolío incessante d'una lenta acquerugiola.
Con sordi ronzíi, tra accecanti sbarbagli le lampade elettriche già s'accendevano, opaline, rossastre, gialligne, davanti alle botteghe.
Pensava, andando, quella mammina frettolosa, che le stagioni non avrebbero dovuto mutar mai, e l'inverno, sopra tutto, mai venire.
Quante spese! E per i libri di scuola, che sempre ogni anno di nuovi; e ora per riparare dal freddo, dal vento, dalla pioggia quelle due povere piccine rimaste orfane prima che l'ultima avesse avuto il tempo d'imparare a dir babbo.
Carnucce tènere! che strazio vederle andar fuori cosí sprovviste di tutto, certe mattine!
Lei s'adoperava in tutti i modi; ma come bastare, con quel po' di pensioncina lasciata dal marito, quando poi il crollo viene inatteso, e da tant'anni s'ha l'abitudine di viver bene?
Quest'anno anche Mimí aveva cominciato a frequentare il giardino d'infanzia, ed erano altre sei lire al mese di tassa; perché...
ma sí, non aveva saputo togliere Dinuccia, la maggiore, dalle scuole a pagamento per mandarla a quelle pubbliche; e le toccava di pagare per due, adesso.
E le tasse erano il meno! Tutte alunne per bene, in quella scuola, e le sue piccine non dovevano sfigurare.
Non si perdeva lei, no: morto il marito, che aveva vent'anni piú di lei, pur dovendo attendere a quelle due creaturine, aveva avuto la forza di ripigliare gli studii interrotti all'ultimo anno; aveva preso il diploma; poi, avvalendosi del buon nome lasciato dal marito e delle molte aderenze ch'egli aveva, facendo anche considerare le sue tristi condizioni, era riuscita a ottenere una classe aggiunta in una scuola complementare.
Ma la retribuzione, insieme con la pensioncina del marito, non bastava o bastava appena appena.
Se avesse voluto...
Non vestiva bene; non si curava piú per nulla di sé; si pettinava, là, alla svelta, ogni mattina; s'appuntava un cappellino che non era piú neanche di moda; e via alla scuola, senza guardare mai nessuno; eppure, se avesse voluto, già due partiti.
Chi sa perché, anche quella sera là, mentre andava frettolosa fra le sue bambine, tutti si voltavano a mirarla; e pioveva! Figurarsi, però, se lei avrebbe voluto mai dare un altro babbo a Dinuccia e a Mimí.
Pazzie! pazzie!
Quell'ammirazione, intanto, quegli sguardi ora arditi e impertinenti, ora languidi e dolci, colti a volo per via, con apparente fastidio o anche, certe volte, con sdegno, le cagionavano in fondo una frizzante ebbrezza; le ilaravano lo spirito; davano quasi un sapore eroico a quella sua rinunzia al mondo, e le facevano stimar bello e lieve il sacrifizio per il bene delle due figliuole.
Era un po' il piacere dell'avaro, il suo; dell'avaro che non soffre tanto delle privazioni a cui s'assoggetta, pensando che, se volesse, potrebbe godere senz'alcuna difficoltà.
Ma che sarebbe dell'avaro, se da un momento all'altro l'oro del suo forziere perdesse ogni valore?
Ebbene, certi giorni, senza saper perché, o meglio, senza volersene dire la ragione, ella cadeva in una cupa irrequietezza; era agitata da una sorda irritazione, che cercava in ogni piú piccola contrarietà (e quante ne trovava, allora!) un pretesto per darsi uno sfogo.
Le erano mancati per via quegli sguardi, quell'ammirazione.
E segnatamente sulla maggiore delle figliuole, su Dinuccia, si scaricava allora la maligna elettricità di quelle torbide giornate.
La piccina, senza saperlo, attirava quelle scariche col suo visino pallido, silenziosamente vigile, coi suoi sguardi attoniti e serii, che seguivano la mammina furiosa, la mammina che si sentiva spiata e credeva di scorgere un rimprovero in quell'attonimento penoso e in quello sguardo serio e indagatore.
- Stupida! - le gridava.
Stupida, perché? Perché non capiva la ragione per cui la mammina era cosí nervosa, quel giorno, e cattiva? Ma se non voleva capirla neanche lei, questa ragione! Era soltanto meravigliata, la piccina, di non vederla gaja come gli altri giorni, ecco.
Meravigliata? Si meravigliava a torto; perché non tutti i giorni si può essere gaj; e non era mica gioconda per la mammina quella vita di stenti e d'angustie.
Lo sapeva bene lei sola, quanti pensieri e quanti bisogni e quante difficoltà.
Soffocava cosí il rimorso d'aver maltrattato e fatto piangere ingiustamente la bambina.
Erano pur veri sí, i pensieri, gli stenti, i bisogni, le angustie, le difficoltà; ma il non voler confessare a se stessa la vera ragione della sua tristezza e della sua nervosità la rendeva ancora piú triste e nervosa.
Per fortuna, c'era l'altra piccina, Mimí, che faceva ogni volta il miracolo di rasserenarla tutt'a un tratto, con qualcuno de' suoi vezzi infantili, pieni di grazia, irresistibili.
Mimí prima la guardava, la guardava per un pezzo, ma non con quegli occhi vigili e serii della maggiore; con occhi ingenui e amorosi la guardava; poi faceva parlare quello sguardo, soffiando coi labbruzzi di ciliegia:
- Mammina bella!
Si alzava, s'inchinava con le manine a tergo e domandava, scotendo tutti i riccioli neri della testina:
- Vuoi bene?
Cosí.
Non diceva: - "Mi vuoi bene" - ma per tutti, semplicemente: - "Vuoi bene?".
- E allora ella le tendeva le braccia e appena quel batuffoletto le saltava al collo, se lo stringeva forte forte al seno, rompendo in pianto; chiamava subito a sé anche Dinuccia; le abbracciava tutt'e due, con fremente tenerezza, carezzando anche di piú la piccina poc'anzi maltrattata; e godeva di sentirsi inebbriare da quest'altra gioja pura, che nasceva dal suo dolore e dalla sua bontà, che nasceva veramente dal suo sacrifizio, imposto dalla crudeltà della sorte, e ch'ella era felice, felice di compiere per quelle due creaturine, unicamente per loro.
Quella sera, intanto, la mammina era molto gaja.
- Sú, Mimí! Ecco, è qua: siamo arrivate!
La bambina era restata a bocca aperta davanti a certe grandi vetrine abbarbaglianti in capo a via Nazionale.
Tirata dalla mamma, entrò nella bottega, ripetendo ancora una volta:
- "Le bacchette! Pima le bacchette!"
- Ecco, sí, zitta! - le gridò la madre, a cui s'era fatto innanzi un commesso di negozio.
- Barch...
cioè, vedi? lo fai dire anche a me.
Mi dia due paja di...
- "Bacchette! "
- E dàlli! "Calosce", per queste bambine.
Le chiama barchette la mia piccina.
Veramente, si potrebbero anche chiamare cosí, per non usare quella parolaccia forestiera.
- Soprascarpe, - suggerí asciutto, con aria di sufficienza il commesso, marcando le ciglia.
- Barchette però sarebbe piú carino.
- "Pima a me! Pima a me! " - gridava intanto Mimí, arrampicatasi sul divano, agitando i piedini.
- Mimí! - la sgridò la mamma, guardandola severamente e cangiandosi in volto.
Subito Dinuccia notò questo repentino cambiamento, e assunse, con gli occhi attoniti e serii, quell'aria di attonimento penoso, che tanto urtava la madre.
E nessuna delle due badò alla gioja di Mimí, a cui quell'antipatico commesso aveva già provato la prima "barchetta".
Voleva subito subito scendere dal divano per camminarci, senz'aspettare l'altra.
- Qua, ferma, Mimí! O via a casa! Troppo larga, non vedi? Qua!
Il commesso, prima d'andare a prendere un altro pajo d'ultima misura, avrebbe voluto provare quelle alla maggiore; ma Dinuccia si schermí, indicando la sorellina:
- Prima a lei.
- Stupida, è lo stesso! - le gridò la madre, prendendola sotto le ascelle e sedendola con mal garbo sul divano.
Intanto, per quietare Mimí, disse al commesso che gliel'avrebbe calzate lei, quelle, alla maggiore; e che egli per piacere andasse nel frattempo a prendere il pajo per la piccola.
Dinuccia, calzata, rimase a sedere sul divano; Mimí invece ne scivolò via lesta, battendo le mani, e si mise a saltare, a girare su se stessa come una trottolina, cacciando gridi di gioia; e ora levava un piede, ora l'altro, per guardarselo.
Dal divano, Dinuccia la guardava, e sorrideva pallidamente.
Si rifece seria, udendo la madre esclamare:
- Quaranta lire? Venti il pajo?
- Fabbrica americana, signora, - rispose il commesso, opponendo alla maraviglia della compratrice la freddezza dignitosa di chi conosce il valore della merce che si vende in bottega.
- "Articolo" indistruttibile.
Lei lo può stringere in un pugno, guardi!
- Capisco, ma...
scusi, per un piedino cosí, venti lire?
E il commesso:
- Due soli prezzi, signora: per i piccoli, venti lire; per i grandi, trentacinque.
Un po' piú lunghe, un po' piú corte, capirà, ciò che conta è la fattura.
- Non me lo sarei mai aspettato! - confessò allora, afflitta, la mammina.
- Avevo calcolato, al piú al piú, venti lire per tutt'e due.
- Uh, non lo dica nemmeno! - protestò il commesso, quasi inorridito.
- Guardi, - si provò ad allettarlo la mammina,, - dovrei comperare altra roba: due "loden", pure per le piccine; due ombrelli.
- Abbiamo tutto.
- Lo so; sono venuta qua apposta.
Mi faccia qualche riduzioncina.
Il commesso alzò le mani, inflessibile:
- Prezzi fissi, signora.
Prendere o lasciare.
La mammina gli lanciò uno sguardo torbido, di sdegno.
Facile a dire, lasciare! Come togliere dai piedini a Mimí le barchette? La solita furia.
Avrebbe dovuto prima contrattare, ecco.
Ma poteva mai supporre che gliene domandassero tanto? E poi, se erano prezzi fissi...
Aveva calcolato di spendere in tutto centoventi lire: piú non poteva.
- I "loden", - disse, - mi faccia vedere.
Che prezzo hanno?
- Ecco, favorisca di qua.
- Dinuccia! Mimí! - chiamò la mammina irritata.
- Buona, sai, Mimí, o ti levo le calosce! Vieni qua.
Lasciami vedere! Non ti vanno troppo larghe anche queste?
Voleva tentare di levargliele per provare se le riuscisse di trovarne a minor prezzo in qualche altra bottega.
Le veniva ormai di schiaffeggiarlo quel commesso.
- "Lagghe? No, belle! " - gridò Mimí, ribellandosi.
- E lasciami vedere!
- Belle no, belle! tanto belle! - seguitò Mimí, scappando via.
E si mise a soffiare, gonfiando le gote, e ad agitare i braccini e a sgambettare, come se fosse in mezzo all'acqua e vi passasse sicura, con quelle barchette ai piedi.
La degnò di un sorriso, alla fine, quel commesso di negozio.
Ma non l'avesse mai fatto! Vedendolo ridere come per compassione, la mammina sentí rimescolarsi tutto il sangue.
Pensò che aveva soltanto centotrentacinque lire nella borsetta.
I "loden", quaranta lire l'uno; quaranta le due paja di soprascarpe; non ne restavano che quindici, poche per due ombrelli: sí e no, avrebbe potuto comperarne uno, e d'infima qualità.
Ora, il piacere delle bambine era appunto d'avere un ombrello per ciascuna, l'ombrello e le barchette.
A quei cappotti impermeabili, grevi, grigi, pelosi, non fecero alcuna festa: e quando seppero che di ombrelli non se ne poteva comperar che uno, cominciarono le liti.
Dinuccia sosteneva con ragione che toccava a lei, ch'era la piú grande; ma Mimí non voleva sentirla questa ragione, poiché un ombrello era stato promesso anche a lei; e invano la mamma, per metter pace, badava a ripetere che non sarebbe stato né dell'una né dell'altra, ma di tutt'e due in comune, dovendo andare a scuola insieme.
- "Pelò, lo lleggio io!" - protestò Mimí.
- No, io! - si ribellò Dinuccia.
- Un po' l'una, un po' l'altra, - troncò la madre, e rivolgendosi a Mimí: - Tu non potrai; non saprai reggerlo.
- "Sí che lo lleggio!"
- Ma se è piú alto di te, non vedi?
E, per fargliene la prova, la mammina glielo pose accanto.
Subito Mimí se lo strinse al petto con tutte e due le braccia.
Questa parve a Dinuccia una prepotenza, e stese le mani per strapparglielo.
- Vergogna! - gridò la mamma.
- Che spettacolo! che bambine per bene! Qua, a me l'ombrello! Non l'avrà nessuna delle due!
Per via, benché coi "loden" addosso e le barchette ai piedi, le due bambine andarono taciturne, imbronciate, con gli occhietti sfavillanti, fisso il pensiero a quell'ombrello, per cui la lite si sarebbe certo riaccesa, appena varcata la soglia di casa.
La proprietà, in comune: va bene; ma a chi lo avrebbe affidato, la mattina appresso, la mamma? Tutto era qui: portarlo aperto per via, quell'ombrello, sotto la pioggia! E Dinuccia pensava che toccava a lei, a lei di diritto: non solo perché la maggiore, ma anche perché...
ecco qua: si poteva dare una prova migliore di quella che dava lei, in quello stesso momento, di saper reggere ombrelli per via? E per quella prova, cosí ben disimpegnata anche nell'andare, non si meritava adesso di reggere l'ombrello nuovo? Perché lo aveva comperato la mamma? per tenerlo chiuso sotto il braccio? Se la mamma riparava col suo Mimí, perché lasciar lei intanto con quello vecchio, della serva? Il castigo, se mai, doveva essere per quella Mimí soltanto, per quella Mimí prepotentona, che mai e poi mai avrebbe saputo reggere un ombrello come lei.
Eh, avrebbe voluto vederla!
Cosí pensando, Dinuccia si provava a lanciare un'occhiatina alla mamma, di sotto l'ombrello, senza perdere l'equilibrio, per vedere se ella si accorgesse di quella sua bravura.
Ma scorse, invece, piú che mai torbido e aggrondato il volto della mamma; e l'ombrello tentennò tra le due manine che lo sorreggevano.
Uscita dalla bottega in preda a una rabbiosa mortificazione, la mammina lottava in quel momento per espungere dall'animo il piú cattivo dei pensieri contro la sua Dinuccia: un pensiero orribile, ch'ella non voleva assolutamente le si riflettesse neppure per un attimo sulla coscienza, dove sarebbe rimasto, al minimo contatto, come una macchia, come una piaga.
Eppure, a ogni urto anche lieve contro la dura realtà, in certi momenti, quel pensiero odioso le si riaffacciava all'improvviso.
E il pensiero odioso era questo: che se lei, Dinuccia, non ci fosse stata (non che dovesse morire, Dio, no!; ma se non ci fosse stata, ecco, se non l'avesse avuta), ella, con Mimí soltanto, ch'era d'indole cosí gaja e aperta, sempre contenta, con Mimí soltanto, ella si sarebbe rimaritata.
Mimí, senza dubbio, si sarebbe fatta amare da colui ch'ella avrebbe scelto per compagno, gli sarebbe subito saltata al collo, domandando anche a lui, con la solita grazia, scotendo la testina ricciuta: "Vuoi bene?".
E come non volerle bene? Dinuccia invece, con quegli occhi, sempre attoniti e serii...
Ecco, se li immaginava, quegli occhi, rivolti penosamente al patrigno e...
no, no, mai! sentiva che con lei e per lei ella non lo avrebbe mai fatto, quel passo, non avrebbe potuto farlo.
La guardò, e subito, come le soleva avvenir sempre, sentí un acuto rimorso e un'angosciosa tenerezza per quella sua povera piccina.
La vide ancora tutta intenta a dare quella sua prova di bravura e non poté fare a meno di sorridere.
Lei, no; ma avrebbe voluto che qualcuno per via esclamasse "Ma brava! Guardate come sa regger bene l'ombrello quella pupetta!".
L'ombrello vecchio, poverina...
Chi sa che gioja, se le avesse dato il nuovo! Già: ma l'altra allora? Eh, l'altra...
Tutte vinte? Se aveva fatto male a promettere anche a lei un ombrello tutto per sé, se non aveva potuto comperarne due, doveva andarci di mezzo la p
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