IL VIAGGIO, di Luigi Pirandello - pagina 8
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Non che stimasse cattivo quel bamboccione del signor Martino e interessato l'affetto della famiglia Prever per la sua padrona; ma...
- eh, i dindi, i dindi piacciono a tutti; e la sua padrona ne aveva di molti e quell'aver pensato a scrivere qualche cosa in quegli ultimi momenti doveva per forza suscitar timori o accendere speranze.
N'ebbe la prova, non appena giunsero, tutti ansanti dalla corsa, i parenti del signor Martino e don Buti.
Piú e piú volte fu costretta a ripetere tutto ciò che poteva dire intorno a quella lettera.
Pareva che ci volessero leggere attraverso le sue parole.
E che facce da spiritati! Don Buti pareva incerto se vederci una minaccia per l'Asilo d'Infanzia o una promessa: forse l'erezione d'un Asilo pei vecchi, o d'un ospedaletto, chi sa? o di una cappella: qualche disposizione, insomma, di beneficenza o in favore della santa religione.
I Prever erano addirittura scombussolati, e se la prendevano con Martino che non s'era trovato presente, giusto in quel momento!
- Ma se ero corso per il medico! - si scusava il giovanotto col padre che pareva il piú contrariato.
La madre sapeva dominarsi meglio: grassa pallida placida, dal parlare lento e dal gesto molle, rivolgeva a Marietta sciocche e inutili domande.
L'inferma accennava di tratto in tratto di riscotersi dallo stato comatoso.
Tutti allora, per un momento, zitti e intenti, intorno al letto di lei.
Ruppe l'alba, alla fine.
Cielo aggrondato, piovoso.
Sú per i greppi delle scabre montagne, veli di nebbia stracciati.
Ritornò il medico, che non volle rispondere nulla, al solito, alle tante interrogazioni dei Prever e di don Buti, protestando:
- Mi lascino ascoltare.
Fece ancora un'iniezione, ma dichiarò ch'era proprio inutile: la morte sarebbe avvenuta da un momento all'altro per paralisi cardiaca.
Poco dopo la partenza del medico, la signora Velia però si riscosse con un lungo sospiro dal profondo letargo in cui pareva inabissata; e schiuse gli occhi.
Subito i Prever spinsero al letto il giovine Martino, suggerendogli sottovoce:
- Chiamala! chiamala!
- Zia Velia! - chiamò il giovanotto.
- Madama Velia! - chiamò contemporaneamente, dall'altro lato del letto, don Buti.
Ma la morente non mostrò di riconoscere né l'uno né l'altro.
Entrò in quel momento nella camera, inavvertito, un signore su i cinquant'anni, bassotto, azzimato, profumato, con le fedine già brizzolate e la calvizie nascosta appena da pochissimi capelli raffilati con meschina cura a sommo del capo.
Si avanzò fino al letto, con le scarpe sgrigliolanti, scostò piano con la mano inguantata il signor Martino, si chinò verso la morente:
- Mamma!
I Prever, don Buti, Marietta si guardarono negli occhi, scostandosi; poi presero tutti a osservarlo, con un'aria mista di suggezione e di diffidenza.
La morente fissò gli occhi velati sul figlio e aggrottò le ciglia; agitò un braccio e nascose il volto, balbettando con espressione di terrore:
- Ch' a vada via chiel!
- Mamma, sono io, sai! sono io! - disse piano, sorridendo, il Mascetti, e si chinò di nuovo verso la morente.
Ma questa raffondò vie piú il capo, come se volesse cacciarlo sotto il guanciale.
Allora la busta, che vi stava nascosta, scivolò sul tappeto.
I cinque Prever e don Buti la puntarono rattenendo il fiato, come tanti cani da caccia.
Il figlio non se ne accorse, e si volse, dolente, per dire:
- Non mi riconosce.
Vedendo tutti gli occhi fissi lí presso i suoi piedi, si chinò anche lui a guardare, e vide la busta.
- Sarà per lei, - gli disse piano Marietta, indicandola.
- La signora però ha detto: "Dopo morta".
Il Mascetti la raccolse, e poiché la madre continuava a dire, soffocata: - Ch'a vada via! ch'a vada via! - si recò, angustiato, nella camera attigua, seguito poco dopo da don Buti.
- Povera, povera Madama!
E il parroco cominciò a tessere al figliuolo l'elogio della madre.
- Grande benefattrice!
Sopraggiunse, con aria smarrita, Prever padre; poi venne anche Prever figlio, rosso come un gambero, spinto evidentemente dalla madre e dalle sorelle.
Il Mascetti se ne stava compunto e taciturno; chinava di tanto in tanto il capo alle parole melate del parroco, ma pensava intanto tra sé all'accoglienza che gli aveva fatto la madre dopo un cosí lungo e precipitoso viaggio intrapreso per rivederla.
- Sí, senza dubbio: nell'incoscienza, povera vecchina.
Era chiaro che lo aveva scambiato per qualche persona a lei odiosa, lí, del paese.
Ma era pur naturale! Che ricordi aveva egli della madre? Quasi quasi aveva piú notizie del padre, morto quand'egli aveva appena tre anni, che della madre, vissuta fino adesso.
Del padre gli avevano parlato tanto i parenti, fin dalla infanzia; mentre la madre era venuta a ritirarsi lassú, ed era vissuta sempre lontana da lui.
Egli era solito scriverle due, tre volte l'anno, nelle feste principali, per farle gli augurii; e lei gli aveva risposto, sí e no, ma sempre con frasi comuni e brevemente e senz'alcuna effusione di cuore, mai.
La notizia della grave malattia di lei gli era arrivata di colpo.
Mah! doveva avere settantatre o settantaquattro anni sua madre: il suo tempo, dunque, lo aveva fatto.
Ne aveva già quasi cinquanta, lui, purtroppo.
Giunsero a un tratto, dalla camera, parole concitate, poi uno strillo di madama Prever e due altri strilli simili delle zitellone.
Il Mascetti balzò in piedi:
- Morta?
- Venga, signore! - chiamò Marietta, facendosi all'uscio, con gli occhi lagrimosi.
Morta, e in quell'atteggiamento di rivolta e di paura preso all'apparire del figlio.
Marietta le aveva pian piano rimesso sul letto il braccio, che ella aveva levato per nascondere la faccia; ma nessuno ardiva di toccarle la testa.
Il Mascetti contemplò un pezzo sua madre, poi si pose una mano sugli occhi.
Non riusciva a piangere, irritato sordamente dal pianto di quegli altri, per lui affatto estranei (ne ignorava finanche i nomi!), ma che pure mostravano d'avere una ragione per piangere sua madre, piú di lui che era il figlio e che non pertanto, alla loro presenza, era stato accolto in quel modo.
Don Buti s'era inginocchiato davanti al letto e recitava la preghiera dei defunti.
Anche i Prever e Marietta si erano inginocchiati e pregavano con lui, tra i singhiozzi.
Il Mascetti tornò a ritirarsi nell'altra stanza.
La signora Velia aveva ricevuto i sacramenti tre giorni avanti.
Finita la preghiera, don Buti scappò in chiesa per far sonare le campane e dar le prime disposizioni per i solenni funerali del giorno appresso: le signore Prever si misero a disposizione di Marietta per accudire al cadavere; il signor Martino fu spedito per i ceri da accendere attorno al letto funebre, e Prever padre, non sapendo che fare, si recò di nuovo a raggiungere nell'altra stanza il Mascetti.
Quella lettera misteriosa gli stava fissa in mente come un chiodo.
"Dopo morta." Forse il figlio, per curiosità, l'aveva già aperta.
Che stupida, quella Marietta! Che c'entrava dire al figlio: "Sarà per lei?" Dall'accoglienza che la moribonda gli aveva fatto, si poteva capir chiaramente che madama Velia non si aspettava di rivedere il figlio; dunque, nello scrivere quella lettera, non aveva nient'affatto pensato a lui.
Le stesse riflessioni facevano nella camera della morta le Prever, e madama anzi non seppe tenersi dal rimproverare, con garbo, Marietta.
E a quella lettera pensava pure, tra le smanie, il signor Martino, andando per i ceri, e don Buti correndo dalla chiesa parrocchiale all'Asilo per far chiudere il portone in segno di lutto e dare anche lí disposizioni per il funerale del giorno seguente.
Solo il Mascetti pareva se ne fosse dimenticato.
Interrogava il Prever su la vita della madre, su Cargiore, per venire indirettamente a sapere tra che gente si trovasse.
Gli era nato finanche il dubbio che quelli fossero lontani parenti materni, di cui egli ignorasse l'esistenza.
Il Prever si struggeva dentro.
Gli diede ragguaglio di sé, della sua famiglia; gli parlò dell'antica amicizia di essa per madama, tacendo però dell'amore e del suicidio dello zio Martino, ed entrò infine a parlargli anche lui delle grandi benemerenze della defunta, delle opere di carità, parte compiute, parte promesse da lei, per concludere che tutta Cargiore era profondamente addolorata e, nello stesso tempo, in legittima ansia di conoscere se...
Oh! il Mascetti s'affrettò a rassicurarlo: con tutto il cuore egli avrebbe adempiuto alle generose promesse della madre, anche se nessuna disposizione si fosse trovata nel testamento.
Ma non mostrò affatto di ricordarsi di quella lettera scivolata di sotto il guanciale.
E tutto quel giorno e fino alla metà del giorno appresso tenne sulla corda quella povera gente.
Don Buti, alla fine, quando già la cassa mortuaria era arrivata, non seppe tenersi piú.
Gli si presentò, seguito dai Prever, tutto cerimonioso e impacciato, con la scusa di non voler mancare a qualche volontà, a qualche disposizione della defunta intorno ai funerali o al seppellimento, espresse probabilmente in quella tal lettera.
- Se Vostra Signoria si ricorda...
- Ah già! - esclamò il Mascetti, cercandosi nelle tasche.
Se n'era proprio dimenticato! Tutti gli si fecero attorno, sospesi in un'ansia trepidante.
La busta, dopo lunga ricerca, fu trovata in fondo ad una tasca dei calzoni.
Il Mascetti l'aprí, ne trasse la ricetta di cui aveva fatto cenno l'infermiera.
La scrittura a lapis era quasi indecifrabile.
Ci fu bisogno del concorso di tutti per l'interpretazione di certe parole smezzate o scritte scorrettamente in dialetto tra altre italiane.
Il biglietto diceva cosí:
"Chi trova questa carta a l'è pregà d'aprire l secound tiroir del comò di faccia al mio letto, prendere con le sue man n fagottin che vi si trova in fondo all'angolo a destra e d butelo d' souta mia testa nt la cassa."
I Prever, don Buti restarono delusi, storditi, non sapendo che pensare.
- Un fagottin? - domandò madama Prever.
- Che sarà?
- Andremo a vedere, - propose, timido, don Buti.
- Intanto sono proprio contento che una disposizione ci sia, come avevo preveduto.
Si recarono tutti nella camera della morta.
La vecchina, parata amorosamente da Marietta, era già deposta nella bara non ancora chiusa.
Il figlio, seguendo le indicazioni del biglietto, aprí il secondo cassetto del canterano e cercò nell'angolo a destra.
Non c'era propriamente alcun fagottino: c'era soltanto l'involto di un pezzo di panno turchino, forato e bruciacchiato in una parte, come da una palla: c'era un guscio di noce, alcuni fiori secchi, una ciocchetta di capelli castani e un pezzettino di carta, su cui erano scritte queste parole già sbiadite dal tempo: "Notte di luna! 22 ottobre 1849", e sotto, due nomi, congiunti da una lineetta: "Velia-Martino".
- S'è ricordata di lui! - scappò, nella sorpresa, al Prever.
Il Mascetti nel volgersi a guardarlo si accorse che don Buti faceva cenno a colui di tacere, e volle sapere allora di chi si fosse ricordata la madre e che significasse quel ritaglio di stoffa cosí forato.
Quando glielo dissero, non seppe piú toccare quegli oggetti, che appartenevano alla remota gioventú di sua madre, prima ch'egli nascesse.
Si scostò dicendo:
- Facciano loro la sua volontà.
IGNARE
Sui bianchi lettucci tolti dalla corsia e disposti uno accanto all'altro in quella camera remota del collegio piena di luce e di silenzio, le quattro giovani suore giacevano immobili.
Le cuffiette di tela, semplici, senza una trina né un nastro, annodate sotto il mento da due cordelline, disegnavano la rotondità del capo e incorniciavano i pallidi visi quasi infantili Aprivano di tanto in tanto gli occhi, dapprima un po' esitanti alla luce, poi attoniti e smemorati; li richiudevano poco dopo con lenta stanchezza, ma ormai senza pena.
Non si curavano piú di sapere se, cosí immobili su quei lettucci, fossero in attesa della guarigione o della morte.
Erano tutte e quattro ferite e fasciate.
Ma di che gravità fossero le ferite, non sapevano.
Stando immobili, non le sentivano.
Pareva a ciascuna di star bene e di poter credere che non fosse piú a ogni modo, per nessuna delle quattro, caso di morte.
Ma poi, chi sa?
Non erano piú sicure di nulla; nemmeno se quella camera fosse d'un ospedale o dell'infermeria d'un collegio di suore; né ricordavano come, quando, da chi vi fossero state portate.
C'era nella loro memoria un abisso: un vero inferno che s'era spalancato loro davanti all'improvviso, inghiottendole e travolgendole; dove tanti demonii avevano fatto scempio e strazio delle loro carni immacolate.
Avevano la vaga impressione d'aver navigato a lungo; e sentivano ancora nelle narici, ogni tanto, quel tanfo particolare, alido, nauseante, che cova nell'interno delle navi; negli orecchi, gli scricchiolíi della carcassa enorme galleggiante, agli urti possenti e fragorosi del mare; e avevano la visione confusa d'un porto affaccendato; di grandi alberature non ben ferme sotto grosse nuvole candenti immote su l'aspro azzurro delle acque; e meno confuso il ricordo di strani aspetti, di strane voci; rumori d'argani e di catene.
Ora erano qua.
E nel candore e nel silenzio di quella camera luminosa che dava loro con la freschezza fragrante dei lini puliti un conforto d'arcana soavità e un senso d'infinita beatitudine, avevano quasi il dubbio che fosse stato un incubo orrendo tutto quell'inferno e quel lungo navigare e quel porto e quegli aspetti strani.
Avevano bisogno di lasciare in quel torpore non solo il corpo, ma anche la coscienza.
Se per qualche movimento inconsulto, o anche soltanto per tirare un piú lungo sospiro, il corpo aveva una fitta di spasimo, pur essa la coscienza si sentiva subito trafitta dal ricordo di quanto a quel loro corpo era stato fatto, caduto in preda alle voglie infami di gente feroce, nemica di quella fede di cui esse erano andate a spargere l'esempio nell'isola straniera, lontana.
L'asilo di pace, una sera, era stato preso d'assalto, invaso e profanato da orde selvagge.
Sotto ai loro occhi s'era compiuta la strage dei ricoverati.
All'orrore delle ferite aperte dal ferro nelle loro carni rispondeva l'orrore piú grande di un'altra ferita insanabile, per cui piú del corpo la loro anima aveva sanguinato.
L'ultima a lasciare il letto, quantunque col seno e un braccio ancora fasciati, fu suor Erminia.
Le tre altre credevano che fossero trattenute nell'infermeria in attesa della guarigione della compagna, per partire poi tutte insieme alla volta di Napoli, per il ritiro.
Ma non fu cosí.
Guarita suor Erminia, la Madre Superiora del Collegio ov'erano state ricoverate e curate, venne ad annunciare che soltanto suor Erminia sarebbe partita quella sera stessa per Napoli.
Ascoltando tutte e quattro a occhi bassi quest'ordine, suor Erminia si chiese in cuore, perché lei sola; e ciascuna delle tre altre, in che la loro sorte potesse essere diversa da quella della compagna che piú di loro aveva stentato a guarire.
Aveva forse bisogno di qualche rimedio che qua non le si poteva apprestare?
Ma allora perché lasciarla partir sola? E perché rimanevano loro tre, se erano al tutto guarite?
Lo seppero la mattina dopo, all'alba, quando insieme con una suora anziana e una vecchia conversa furono fatte salire su una "giardiniera" traballante e svolazzante di tendine di juta.
Sotto le ampie cornette oscillanti erano vestite tutte e tre d'abiti nuovi, ma troppo larghi per il loro corpo già esile e ora piú che mai assottigliato dalle sofferenze.
Avvertivano nel seno, mortificato da anni sotto il modestino, respirando finalmente all'aperto, come un indurimento e, nello stesso tempo, uno strano senso di risveglio che le turbava.
Prima di partire, avevano veduto i vecchi abiti, coi quali erano arrivate, ferite e morenti, da Candia.
Stinti, strappati, macchiati di sangue, avevano suscitato in loro quello sgomento e quel ribrezzo che si prova per gli oggetti appartenuti a qualcuno tragicamente morto.
E tanto piú s'erano costernate, in quanto che alle vestigia, evidentissime lí, d'una violenza terribile, non rispondeva piú in loro, ritornate alla vita, una memoria precisa.
Lasciate addietro le ultime case della città, la vettura si mise a correre per uno stradone costeggiato di qua e di là da fitti boschi d'aranci e di limoni.
S'era d'ottobre e pareva ancora piena estate, sebbene di tratto in tratto, entro quel tepore denso di odori inebrianti, sorvolasse dal mare che s'intravedeva prossimo di tra il fitto turbinío di tutti quei fusti d'alberi, qualche primo brivido di frescura autunnale.
Ma le tre convalescenti non poterono godersi a lungo la delizia di quell'ora e di quei luoghi.
Il traballío della logora vettura cominciò a cagionar loro un grave disturbo.
Tanto che, alla fine, una, suor Agnese, non potendo piú reggere, chiese per grazia se la vettura non potesse andare piú piano.
La vettura si mise quasi di passo.
Use tutte e tre, ormai da tanti anni, a non curare affatto e quasi a non sentire piú il proprio corpo, a dominarne tutti i bisogni, a vincerne la stanchezza, provavano ora un avvilimento e uno smarrimento strano, un'ambascia smaniosa, per quelle loro sofferenze corporali.
La piú giovane, ch'era anche la piú gracile, suor Ginevra, chiese a un certo punto se, andando cosí di passo la vettura, non potesse provarsi a seguirla a piedi.
Si provò; ma dovette poco dopo rimontare, perché le gambe non le ressero alla fatica del cammino in salita.
La suora anziana che le scortava, annunziò, per confortarle, che poco ormai ci voleva ad arrivare.
La vettura difatti si fermò, poco dopo, davanti al cancello d'una grande villa solitaria in cima a un poggiolino, cinta tutt'intorno da un muro.
Era la grangia del collegio.
La conversa sonò il campanello e, levandosi su la punta dei piedi per guardar sopra la banda che copriva la parte inferiore del cancello, chiamò forte:
- Rosaria!
Rosaria era la moglie del contadino che aveva in custodia la grangia ove ogni estate erano condotte le orfanelle a villeggiare.
Invece di Rosaria rispose un grosso cane di guardia con furibondi latrati.
- Ecco "Bobbo " - disse la suora anziana, sorridendo alla conversa.
- Bobbo, Bobbo, siamo noi di casa, - aggiunse la conversa, e sonò di nuovo il campanello.
Accorse alla fine la custode, sbracciata, scarmigliata, col faccione acceso, dorato dal sole, tutto in sudore, due grandi cerchi d'oro agli orecchi, un fazzoletto rosso sgargiante sul seno, e il ventre pregno che le lasciava scoperti, sotto la gonna di baracane tirata sú, i fusoli delle gambe entro le grosse calze turchine di cotone, sporche di creta.
- Oh suor Sidonia mia, suor Sidonia! - cominciò a strillare con furiosi gesti di maraviglia e di gioja.- Come va, con tanta compagnia? Anche voi, donna Mita? Come va? Stavo a lavare e, mi vede? - aggiunse, indicando il ventre immane.
- Dopo otto anni, suor Sidonia mia! Mah! E queste? Sono tre suore nuove?
Le tre convalescenti s'erano un poco allontanate, e guardavano smarrite le vecchie finestre di quella villa, l'antica cisterna patriarcale, là a principio del lungo pergolato, di fronte al portoncino verde.
Si voltarono, nel sentirsi indicate dalla custode, e videro la suora anziana e la conversa parlar piano tra loro; poi la custode prendersi con un gesto d'orrore la testa tra le mani e voltarsi, allargando un po' le mani, a guardare verso di loro, con la bocca aperta e gli occhi pieni di raccapriccio:
- E lo sanno? lo sanno?
Le tre convalescenti si guardarono negli occhi, angosciate.
Quella delle tre, che durante il tragitto non aveva aperto bocca, suor Leonora, ebbe negli occhi come un guizzo di follia; si coprí il volto con le mani, emise un mugolío sordo fra un tremore delle spalle e delle braccia.
- Perché? - chiese allora, suor Ginevra, volgendo gli occhi azzurri infantili all'altra compagna che s'era recata una mano alle labbra e con gli occhi sbarrati era rimasta come sospesa davanti a un abisso scoperto all'improvviso.
Sopravvennero suor Sidonia e la conversa e, poco dopo, con le chiavi della villa, la custode.
Sú per la scala, ove l'aria della campagna stagnava mista col tanfo grasso della corte vicina e con l'umidore esalante della prossima cisterna, suor Leonora afferrò un braccio alla suora anziana e le chiese piano per sé e le compagne se fosse vero ciò che le era parso di dover capire al gesto d'orrore della custode.
Quella socchiuse gli occhi e chinò il capo piú volte, sospirando.
Suor Leonora scivolò sul gradino della scala.
Suor Agnese, ritta addossata al muro, socchiuse gli occhi da cui sgorgarono grosse lagrime.
Ignara ancora restava la piú giovane dagli occhi celesti.
Guardava le lagrime silenziose della compagna addossata al muro, udiva i singhiozzi dell'altra accosciata sullo scalino, ascoltava il conforto e le esortazioni delle tre altre; e non ne capiva ancora la ragione.
Aveva quella villa, nella quiete attonita che regnava tutt'intorno, alcunché di lugubre, con tutti quei fasci di sole che si allungavano di traverso, simmetricamente, nei corridoj.
Si vedeva in ognuno di quei fasci fervere lento il polviscolo.
Di tratto in tratto, il canto d'un gallo pareva volesse rompere il fascino di quella quiete misteriosa; e un altro gallo, che rispondeva da qualche aja lontana, pareva dicesse che lo stesso fascino di misteriosa quiete gravava anche lí, e piú lontano ancora.
Fin dove?
Le tre suore, affacciate alle finestre, si perdevano nella lontananza di quella quiete misteriosa.
Non sapevano dove andare con l'anima, a chi rivolgersi per conforto, come nascondere ai loro stessi occhi l'onta di quel martirio.
Era per due di esse in quella lontananza, ma piú là, assai piú là, dove lo sguardo si perdeva e l'anima non ardiva di arrivare, Sú in Toscana, piú sú in Lombardia, una casa da tanti anni abbandonata.
Picchiare alla porta di quelle case, per conforto, suor Leonora e suor Agnese non potevano.
Né il vecchio padre, né il fratello, né la cognata di suor Leonora dovevano sapere; tanto meno poi, oh Dio, il fratello della cognata! Non dovevano sapere la vecchia madre, né la sorella di suor Agnese in quel tranquillo borgo sul Po, presso Mantova.
Beata suor Ginevra, che non aveva alcuna idea né di casa né di famiglia! Sapeva soltanto d'esser nata a Sorrento; non sapeva da chi; era stata allevata dalle suore in un ospizio, e s'era fatta suora: era dunque, tutta, nell'abito che indossava; e la sciagura presente non le mordeva a sangue le carni offese, coi ricordi d'una vita estranea, d'estranei affetti, da cui le altre due si erano con violenza strappate.
L'abito che aveva indosso, rappresentava per suor Leonora un sacrifizio.
La violenza che aveva dovuto fare a se stessa per serbare intatta, contro l'insidia della sua propria carne, la sua purezza, era stata resa vana dalla violenza altrui, brutale; e Dio aveva permesso che quell'abito, simbolo del sacrifizio, le pesasse ora addosso come uno scherno; Dio permetteva che in un corpo offerto a Lui fosse accolto e stésse a maturare un frutto infame, e sotto quell'abito crescesse la vergogna, il ribrezzo, l'orrore d'una atroce maternità.
Come poteva Dio permetter questo?
Finché ai loro occhi la castità dell'abito non cominciò a essere offesa dal progressivo sformarsi del corpo, stettero insieme tutte e tre, per sentirsi nel cordoglio meno sperdute dentro quell'ampio rustico casamento dai lunghi corridoj rintronanti, ove per tante finestre in fila entravano l'aria salsa e il fragorío continuo del mare, gli odori sparsi della campagna, il ronzío degli insetti, il frusciare delle piante.
Scendevano insieme a pregare nella cappelletta; ma spesso le preghiere erano interrotte dai singhiozzi quasi rabbiosi di suor Leonora, che scappava via.
Le altre due allora la seguivano e cercavano di calmarla nell'ombra del lungo pergolato davanti alla villa o per i sentieruoli in mezzo al frutteto, dove al vespro si raccoglievano tanti uccelli a far sbaldore.
Suor Ginevra aveva trovato lí un cantuccio, ove un certo odore amaro di prugnole e un altro denso e pungente di mentastro le avevano ridestato vivo il ricordo dell'ospizio di Sorrento, in cui aveva passato l'infanzia; e spesso andava lí quasi a covare quel ricordo, felice di sentirsi accanto la sua dolce innocenza d'allora.
Era ancora come stordita dalla sciagura.
Non concepiva affatto l'orrore che ne provavano le altre due; e le guardava e le spiava negli occhi, quasi sospesa in una paurosa, ignota attesa, soffrendo delle fosche, smaniose ambasce dell'una, delle cocenti lagrime dell'altra.
Rosaria, la custode, qualche volta le raggiungeva e, senza rendersi conto della urtante impertinenza delle sue parole, si metteva a parlar loro come a compagne di sventura, che non dovessero aver piú ritegno ormai di guardare quel suo sconcio ventre e di udire certi discorsi circa al loro stato comune.
Si lamentava di aver dato via ad altre contadine piú poverette di lei, le camicine, le fasce, le cuffiette, i bavaglini del corredo, perché mai piú non si sarebbe aspettato di poterne aver bisogno; e ora non aveva tempo di attendere a prepararne uno nuovo.
Aveva comperato la tela: oh, rozza tela per le tènere carnucce d'un bimbo; ma i figli dei poveri, si sa, bisognava che presto imparassero a sentire le durezze della vita.
Subito suor Ginevra si profferse di ajutarla a cucire quel corredino.
Anche suor Agnese allora le disse che la avrebbe ajutata.
Suor Leonora non ne volle sapere.
Con l'inverno, si chiusero ciascuna in una cameretta tra le tante che avevano l'uscio lí sul lungo corridojo.
Le finestre davano su l'orto, e di sul muro di cinta si scorgeva l'azzurro denso del mare, che si congiungeva con quello tenue e vano del cielo.
Ma cielo e mare perdevano spesso, ora, quella loro diversa azzurrità, si mescevano sconvolti in fosche brume, e nel silenzio tetro della villa solitaria durava per giornate intere su i vetri delle finestre il crepitío della pioggia.
Suor Agnese cuciva e si sforzava di non intenerirsi alla vista di quelle camicine, di quelle cuffiette, di quei bavaglini: non doveva pensare al bimbo che sarebbe nato da lei.
Erano per un altro bimbo, quelle camicine, che sarebbe cresciuto lí.
Il suo sarebbe scomparso di furto, ignudo.
E forse non lo avrebbe neppur veduto.
Non doveva intenerirsene: era appunto questo il martirio: accogliere e maturare nel corpo offerto a Dio quel frutto infame.
Ma era in lei; lei lo teneva in grembo, oh Dio! e lo nutriva di sé.
Oh Dio! oh Dio! E non avrebbe potuto, non avrebbe dovuto far nulla per lui? per riscattarlo dall'infamia da cui nasceva? Forse il suo latte, forse le sue cure lo avrebbero redento! Sottratto a lei, allevato in un ospizio, senz'amore, come sarebbe cresciuto, concepito com'era nell'orrore d'una strage, frutto nefando d'un sacrilegio?
Ma Dio, certo, nella sua infinita misericordia, aveva disposto che il martirio di lei, nel tempo ch'ella lo soffriva, giovasse al nascituro, bastasse a mondarlo della colpa originaria, bastassero a lavarlo per sempre di quel sangue osceno le lagrime ch'ella ora versava per l'onta e per il supplizio.
Cosí il suo martirio non sarebbe stato invano.
L'altra, invece, suor Ginevra, sollevando con le mani ceree contro il lume della finestra la camicina or ora cucita, piegava da un lato la testa, la contemplava e sorrideva.
Scendevano adesso nella cappelletta in ore diverse, ciascuna a pregar sola; prendevano il cibo nelle loro camerette e, quand'erano stanche di cucire e di pregare, s'affacciavano alla finestra, oppresse già dal peso del corpo, a guardare l'orto solingo e il mare vicino.
Venne la primavera, e un bel mattino entrò, col sole, nella vecchia villa, Rosaria, ridente e dimagrita, reggendo alto un grosso bimbo roseo tra le ruvide mani e gridando per il corridojo:
- Eccolo qua! È nato! è nato!
Entrò prima nella cella di suor Agnese, che schiuse appena le labbra a un sorriso di infinita tristezza, contemplando con gli occhi rossi di pianto il bimbo e levando come a riparo davanti al seno le mani bianche.
- Coraggio, coraggio, sorella mia! Si fa presto, sa? Vedrà che si fa presto! Vede com'è bello? Ha gli occhi del padre.
E guardi qua, guardi con quanti capelli m'è nato!
Corse poi da suor Ginevra e, senz'altro, le posò in grembo il piccino:
- A lei! Eccolo qua, lo vede che cos'è? Pesa, no? pesa.
Con la cuffietta che gli ha fatto lei; e anche la camicina, vede?
Suor Ginevra si provò a posare le labbra sul petto roseo del bimbo, che la madre aveva scoperto, poi a sollevare su le mani il dolce peso, e con curiosità mista di pena mirava i movimenti delle pàlpebre del neonato per adattar gli occhi a resistere alla luce.
Eccolo: uno cosí, tra poco, sarebbe nato da lei.
E non sapeva ancor come.
Uno cosí!
Rosaria glielo tolse per farlo vedere a suor Leonora; ma questa, storcendo la faccia, la respinse, le gridò sulle furie che non voleva vederlo: via! via! via!
S'era spogliata dell'abito.
Non scendeva piú a pregare.
Passava l'intera giornata a sedere sul letto, inerte, coi denti serrati e gli occhi a terra in una dura e truce fissità.
La notte le due compagne la intravedevano dall'uscio delle loro camerette, andare sú e giú per il corridojo rischiarato a fasci dalla luna: tozza, enorme, con la testa da maschio e i piedi nudi.
Farneticava.
E i tonfi cupi dei passi nella sonorità del lungo corridojo impaurivano suor Ginevra.
La paura diventò terrore una di quelle notti, allorché, destandosi di soprassalto, udí certe grida laceranti e úluli lunghi e mugolii da belva ferita.
Volle accorrere; ma fu trattenuta sull'uscio dalla conversa la quale le annunziò che, non suor Leonora urlava cosí, ma l'altra, l'altra: suor Agnese.
- È l'ora sua.
Ora si libera, poverina!
E suor Ginevra rimase atterrita, addossata all'uscio, a udire quegli urli che non parevano umani e che, partendo dalla compagna silenziosa, le rappresentavano spaventosamente il mistero che si compiva di là.
Avrebbe tra poco urlato cosí anche lei? Come avrebbe fatto, debole e gracile com'era, a resistere ai dolori che strappavano quegli urli?
E urli, altri urli, ancora urli, poco dopo l'alba, piú selvaggi, piú lunghi, fra un gran tramestío per il corridojo, le giunsero agli orecchi.
Gelata, allibita, inginocchiata davanti al lettuccio, col rosario in mano, suor Ginevra ascoltava e tremava tutta, senza ardire di alzarsi e di picchiare all'uscio che la conversa aveva chiuso a chiave.
Seppe nel pomeriggio che tutte e due le compagne s'erano liberate, e che ora riposavano tranquille.
Una domanda angosciosa le affiorò alle labbra, che subito vaní nel silenzio lugubre della villa.
Non si sentiva alcun piccolo vagito.
La conversa aprí le mani e scosse il capo mestamente, con gli occhi socchiusi.
Salí, invece, da un albero dell'orto un cinguettío, nella letizia serena del vespro primaverile.
Tre giorni dopo, sul far della sera, venne la volta di suor Ginevra.
Toccò allora alle altre due, ormai consapevoli, di tremare alle grida disperate della piccola compagna; grida, grida che strappavano altre grida di pietà e di rivolta, come allo spettacolo d'una spietata atroce sopraffazione contro un timido inerme, che invano si dia per vinto.
Tutt'a un tratto, le grida tacquero nella notte.
Fu, per alcuni minuti eterni, un silenzio orribile.
Poi si udí per il corridojo una corsa precipitosa, tra gemiti, e suono di voci cupe tra fiati affannosi, là nella celletta in fondo al corridojo.
Le due compagne non seppero resistere piú oltre all'angoscia che le soffocava; scesero dal letto, si buttarono addosso le prime vesti che vennero loro sotto mano e, vacillanti, s'avviarono a quella celletta.
Nessuno parlò.
La vecchia conversa ricomponeva sul letto le membra della morta, a cui nel pallido, livido visino affilato erano rimasti semiaperti i dolci occhi azzurri.
E pareva che in quel pallore la piccola morta sorridesse d'essersi liberata cosí.
Assalita all'improvviso da un impeto di singhiozzi, suor Agnese andò a buttarsi in ginocchio accanto al letto.
Ma suor Leonora, volgendo attorno obliquamente gli occhi da matta, scorse in un angolo un movimento convulso dentro un lenzuolo insanguinato, tutto avvoltolato per terra.
Con una mossa da belva balzò a quell'angolo, raccattò da terra una creaturina paonazza, che emise un vagito rôco, e scappò nella sua cella; vi si chiuse, e con gioja selvaggia offrí il seno che le scoppiava a quella creaturina.
La Madre Superiora, accorsa alcune ore dopo dalla città, dovette stentare a lungo per persuaderla a riaprire l'uscio.
Pareva impazzita; si teneva quella creaturina stretta al seno e gridava:
- La prendo io! la prendo io! O datemi la mia! Butto via l'abito! Dio ha voluto troppo, ha voluto troppo, ha voluto troppo!
Pian piano, dolcemente, quella trovò il verso di sciogliere in lagrime quel fiero ingorgo di demenza; e la piccina fu fatta sparire.
Poco dopo, le due compagne superstiti piangevano e pregavano inginocchiate ai due lati del letto della piccola morta, che certo aveva riaperto in paradiso i suoi dolci occhi di cielo.
L'OMBRELLO
- "Pue le bacchette, pue le bacchette" - ripeteva Mimí, sgambettando e cercando di pararsi davanti alla mamma che la teneva per mano sotto l'ombrello.
All'altro lato Dinuccia, la sorellina maggiore, andava come una vecchina, seria e precisa, reggendo a due mani un altro ombrello, già vecchio, sforacchiato, che presto, comperato il nuovo, sarebbe passato alla serva.
- "E pue l'ombello", - seguitava Mimí, - "due ombelli, due tappotti, quatto bacchette."
- Sí, cara; le barchette e tutto; ma andiamo, sú! - la esortava la mammina impaziente, che voleva andare spedita tra il confuso viavai della gente che spiaccicava pur lí sul marciapiedi, sotto lo spruzzolío incessante d'una lenta acquerugiola.
Con sordi ronzíi, tra accecanti sbarbagli le lampade elettriche già s'accendevano, opaline, rossastre, gialligne, davanti alle botteghe.
Pensava, andando, quella mammina frettolosa, che le stagioni non avrebbero dovuto mutar mai, e l'inverno, sopra tutto, mai venire.
Quante spese! E per i libri di scuola, che sempre ogni anno di nuovi; e ora per riparare dal freddo, dal vento, dalla pioggia quelle due povere piccine rimaste orfane prima che l'ultima avesse avuto il tempo d'imparare a dir babbo.
Carnucce tènere! che strazio vederle andar fuori cosí sprovviste di tutto, certe mattine!
Lei s'adoperava in tutti i modi; ma come bastare, con quel po' di pensioncina lasciata dal marito, quando poi il crollo viene inatteso, e da tant'anni s'ha l'abitudine di viver bene?
Quest'anno anche Mimí aveva cominciato a frequentare il giardino d'infanzia, ed erano altre sei lire al mese di tassa; perché...
ma sí, non aveva saputo togliere Dinuccia, la maggiore, dalle scuole a pagamento per mandarla a quelle pubbliche; e le toccava di pagare per due, adesso.
E le tasse erano il meno! Tutte alunne per bene, in quella scuola, e le sue piccine non dovevano sfigurare.
Non si perdeva lei, no: morto il marito, che aveva vent'anni piú di lei, pur dovendo attendere a quelle due creaturine, aveva avuto la forza di ripigliare gli studii interrotti all'ultimo anno; aveva preso il diploma; poi, avvalendosi del buon nome lasciato dal marito e delle molte aderenze ch'egli aveva, facendo anche considerare le sue tristi condizioni, era riuscita a ottenere una classe aggiunta in una scuola complementare.
Ma la retribuzione, insieme con la pensioncina del marito, non bastava o bastava appena appena.
Se avesse voluto...
Non vestiva bene; non si curava piú per nulla di sé; si pettinava, là, alla svelta, ogni mattina; s'appuntava un cappellino che non era piú neanche di moda; e via alla scuola, senza guardare mai nessuno; eppure, se avesse voluto, già due partiti.
Chi sa perché, anche quella sera là, mentre andava frettolosa fra le sue bambine, tutti si voltavano a mirarla; e pioveva! Figurarsi, però, se lei avrebbe voluto mai dare un altro babbo a Dinuccia e a Mimí.
Pazzie! pazzie!
Quell'ammirazione, intanto, quegli sguardi ora arditi e impertinenti, ora languidi e dolci, colti a volo per via, con apparente fastidio o anche, certe volte, con sdegno, le cagionavano in fondo una frizzante ebbrezza; le ilaravano lo spirito; davano quasi un sapore eroico a quella sua rinunzia al mondo, e le facevano stimar bello e lieve il sacrifizio per il bene delle due figliuole.
Era un po' il piacere dell'avaro, il suo; dell'avaro che non soffre tanto delle privazioni a cui s'assoggetta, pensando che, se volesse, potrebbe godere senz'alcuna difficoltà.
Ma che sarebbe dell'avaro, se da un momento all'altro l'oro del suo forziere perdesse ogni valore?
Ebbene, certi giorni, senza saper perché, o meglio, senza volersene dire la ragione, ella cadeva in una cupa irrequietezza; era agitata da una sorda irritazione, che cercava in ogni piú piccola contrarietà (e quante ne trovava, allora!) un pretesto per darsi uno sfogo.
Le erano mancati per via quegli sguardi, quell'ammirazione.
E segnatamente sulla maggiore delle figliuole, su Dinuccia, si scaricava allora la maligna elettricità di quelle torbide giornate.
La piccina, senza saperlo, attirava quelle scariche col suo visino pallido, silenziosamente vigile, coi suoi sguardi attoniti e serii, che seguivano la mammina furiosa, la mammina che si sentiva spiata e credeva di scorgere un rimprovero in quell'attonimento penoso e in quello sguardo serio e indagatore.
- Stupida! - le gridava.
Stupida, perché? Perché non capiva la ragione per cui la mammina era cosí nervosa, quel giorno, e cattiva? Ma se non voleva capirla neanche lei, questa ragione! Era soltanto meravigliata, la piccina, di non vederla gaja come gli altri giorni, ecco.
Meravigliata? Si meravigliava a torto; perché non tutti i giorni si può essere gaj; e non era mica gioconda per la mammina quella vita di stenti e d'angustie.
Lo sapeva bene lei sola, quanti pensieri e quanti bisogni e quante difficoltà.
Soffocava cosí il rimorso d'aver maltrattato e fatto piangere ingiustamente la bambina.
Erano pur veri sí, i pensieri, gli stenti, i bisogni, le angustie, le difficoltà; ma il non voler confessare a se stessa la vera ragione della sua tristezza e della sua nervosità la rendeva ancora piú triste e nervosa.
Per fortuna, c'era l'altra piccina, Mimí, che faceva ogni volta il miracolo di rasserenarla tutt'a un tratto, con qualcuno de' suoi vezzi infantili, pieni di grazia, irresistibili.
Mimí prima la guardava, la guardava per un pezzo, ma non con quegli occhi vigili e serii della maggiore; con occhi ingenui e amorosi la guardava; poi faceva parlare quello sguardo, soffiando coi labbruzzi di ciliegia:
- Mammina bella!
Si alzava, s'inchinava con le manine a tergo e domandava, scotendo tutti i riccioli neri della testina:
- Vuoi bene?
Cosí.
Non diceva: - "Mi vuoi bene" - ma per tutti, semplicemente: - "Vuoi bene?".
- E allora ella le tendeva le braccia e appena quel batuffoletto le saltava al collo, se lo stringeva forte forte al seno, rompendo in pianto; chiamava subito a sé anche Dinuccia; le abbracciava tutt'e due, con fremente tenerezza, carezzando anche di piú la piccina poc'anzi maltrattata; e godeva di sentirsi inebbriare da quest'altra gioja pura, che nasceva dal suo dolore e dalla sua bontà, che nasceva veramente dal suo sacrifizio, imposto dalla crudeltà della sorte, e ch'ella era felice, felice di compiere per quelle due creaturine, unicamente per loro.
Quella sera, intanto, la mammina era molto gaja.
- Sú, Mimí! Ecco, è qua: siamo arrivate!
La bambina era restata a bocca aperta davanti a certe grandi vetrine abbarbaglianti in capo a via Nazionale.
Tirata dalla mamma, entrò nella bottega, ripetendo ancora una volta:
- "Le bacchette! Pima le bacchette!"
- Ecco, sí, zitta! - le gridò la madre, a cui s'era fatto innanzi un commesso di negozio.
- Barch...
cioè, vedi? lo fai dire anche a me.
Mi dia due paja di...
- "Bacchette! "
- E dàlli! "Calosce", per queste bambine.
Le chiama barchette la mia piccina.
Veramente, si potrebbero anche chiamare cosí, per non usare quella parolaccia forestiera.
- Soprascarpe, - suggerí asciutto, con aria di sufficienza il commesso, marcando le ciglia.
- Barchette però sarebbe piú carino.
- "Pima a me! Pima a me! " - gridava intanto Mimí, arrampicatasi sul divano, agitando i piedini.
- Mimí! - la sgridò la mamma, guardandola severamente e cangiandosi in volto.
Subito Dinuccia notò questo repentino cambiamento, e assunse, con gli occhi attoniti e serii, quell'aria di attonimento penoso, che tanto urtava la madre.
E nessuna delle due badò alla gioja di Mimí, a cui quell'antipatico commesso aveva già provato la prima "barchetta".
Voleva subito subito scendere dal divano per camminarci, senz'aspettare l'altra.
- Qua, ferma, Mimí! O via a casa! Troppo larga, non vedi? Qua!
Il commesso, prima d'andare a prendere un altro pajo d'ultima misura, avrebbe voluto provare quelle alla maggiore; ma Dinuccia si schermí, indicando la sorellina:
- Prima a lei.
- Stupida, è lo stesso! - le gridò la madre, prendendola sotto le ascelle e sedendola con mal garbo sul divano.
Intanto, per quietare Mimí, disse al commesso che gliel'avrebbe calzate lei, quelle, alla maggiore; e che egli per piacere andasse nel frattempo a prendere il pajo per la piccola.
Dinuccia, calzata, rimase a sedere sul divano; Mimí invece ne scivolò via lesta, battendo le mani, e si mise a saltare, a girare su se stessa come una trottolina, cacciando gridi di gioia; e ora levava un piede, ora l'altro, per guardarselo.
Dal divano, Dinuccia la guardava, e sorrideva pallidamente.
Si rifece seria, udendo la madre esclamare:
- Quaranta lire? Venti il pajo?
- Fabbrica americana, signora, - rispose il commesso, opponendo alla maraviglia della compratrice la freddezza dignitosa di chi conosce il valore della merce che si vende in bottega.
- "Articolo" indistruttibile.
Lei lo può stringere in un pugno, guardi!
- Capisco, ma...
scusi, per un piedino cosí, venti lire?
E il commesso:
- Due soli prezzi, signora: per i piccoli, venti lire; per i grandi, trentacinque.
Un po' piú lunghe, un po' piú corte, capirà, ciò che conta è la fattura.
- Non me lo sarei mai aspettato! - confessò allora, afflitta, la mammina.
- Avevo calcolato, al piú al piú, venti lire per tutt'e due.
- Uh, non lo dica nemmeno! - protestò il commesso, quasi inorridito.
- Guardi, - si provò ad allettarlo la mammina,, - dovrei comperare altra roba: due "loden", pure per le piccine; due ombrelli.
- Abbiamo tutto.
- Lo so; sono venuta qua apposta.
Mi faccia qualche riduzioncina.
Il commesso alzò le mani, inflessibile:
- Prezzi fissi, signora.
Prendere o lasciare.
La mammina gli lanciò uno sguardo torbido, di sdegno.
Facile a dire, lasciare! Come togliere dai piedini a Mimí le barchette? La solita furia.
Avrebbe dovuto prima contrattare, ecco.
Ma poteva mai supporre che gliene domandassero tanto? E poi, se erano prezzi fissi...
Aveva calcolato di spendere in tutto centoventi lire: piú non poteva.
- I "loden", - disse, - mi faccia vedere.
Che prezzo hanno?
- Ecco, favorisca di qua.
- Dinuccia! Mimí! - chiamò la mammina irritata.
- Buona, sai, Mimí, o ti levo le calosce! Vieni qua.
Lasciami vedere! Non ti vanno troppo larghe anche queste?
Voleva tentare di levargliele per provare se le riuscisse di trovarne a minor prezzo in qualche altra bottega.
Le veniva ormai di schiaffeggiarlo quel commesso.
- "Lagghe? No, belle! " - gridò Mimí, ribellandosi.
- E lasciami vedere!
- Belle no, belle! tanto belle! - seguitò Mimí, scappando via.
E si mise a soffiare, gonfiando le gote, e ad agitare i braccini e a sgambettare, come se fosse in mezzo all'acqua e vi passasse sicura, con quelle barchette ai piedi.
La degnò di un sorriso, alla fine, quel commesso di negozio.
Ma non l'avesse mai fatto! Vedendolo ridere come per compassione, la mammina sentí rimescolarsi tutto il sangue.
Pensò che aveva soltanto centotrentacinque lire nella borsetta.
I "loden", quaranta lire l'uno; quaranta le due paja di soprascarpe; non ne restavano che quindici, poche per due ombrelli: sí e no, avrebbe potuto comperarne uno, e d'infima qualità.
Ora, il piacere delle bambine era appunto d'avere un ombrello per ciascuna, l'ombrello e le barchette.
A quei cappotti impermeabili, grevi, grigi, pelosi, non fecero alcuna festa: e quando seppero che di ombrelli non se ne poteva comperar che uno, cominciarono le liti.
Dinuccia sosteneva con ragione che toccava a lei, ch'era la piú grande; ma Mimí non voleva sentirla questa ragione, poiché un ombrello era stato promesso anche a lei; e invano la mamma, per metter pace, badava a ripetere che non sarebbe stato né dell'una né dell'altra, ma di tutt'e due in comune, dovendo andare a scuola insieme.
- "Pelò, lo lleggio io!" - protestò Mimí.
- No, io! - si ribellò Dinuccia.
- Un po' l'una, un po' l'altra, - troncò la madre, e rivolgendosi a Mimí: - Tu non potrai; non saprai reggerlo.
- "Sí che lo lleggio!"
- Ma se è piú alto di te, non vedi?
E, per fargliene la prova, la mammina glielo pose accanto.
Subito Mimí se lo strinse al petto con tutte e due le braccia.
Questa parve a Dinuccia una prepotenza, e stese le mani per strapparglielo.
- Vergogna! - gridò la mamma.
- Che spettacolo! che bambine per bene! Qua, a me l'ombrello! Non l'avrà nessuna delle due!
Per via, benché coi "loden" addosso e le barchette ai piedi, le due bambine andarono taciturne, imbronciate, con gli occhietti sfavillanti, fisso il pensiero a quell'ombrello, per cui la lite si sarebbe certo riaccesa, appena varcata la soglia di casa.
La proprietà, in comune: va bene; ma a chi lo avrebbe affidato, la mattina appresso, la mamma? Tutto era qui: portarlo aperto per via, quell'ombrello, sotto la pioggia! E Dinuccia pensava che toccava a lei, a lei di diritto: non solo perché la maggiore, ma anche perché...
ecco qua: si poteva dare una prova migliore di quella che dava lei, in quello stesso momento, di saper reggere ombrelli per via? E per quella prova, cosí ben disimpegnata anche nell'andare, non si meritava adesso di reggere l'ombrello nuovo? Perché lo aveva comperato la mamma? per tenerlo chiuso sotto il braccio? Se la mamma riparava col suo Mimí, perché lasciar lei intanto con quello vecchio, della serva? Il castigo, se mai, doveva essere per quella Mimí soltanto, per quella Mimí prepotentona, che mai e poi mai avrebbe saputo reggere un ombrello come lei.
Eh, avrebbe voluto vederla!
Cosí pensando, Dinuccia si provava a lanciare un'occhiatina alla mamma, di sotto l'ombrello, senza perdere l'equilibrio, per vedere se ella si accorgesse di quella sua bravura.
Ma scorse, invece, piú che mai torbido e aggrondato il volto della mamma; e l'ombrello tentennò tra le due manine che lo sorreggevano.
Uscita dalla bottega in preda a una rabbiosa mortificazione, la mammina lottava in quel momento per espungere dall'animo il piú cattivo dei pensieri contro la sua Dinuccia: un pensiero orribile, ch'ella non voleva assolutamente le si riflettesse neppure per un attimo sulla coscienza, dove sarebbe rimasto, al minimo contatto, come una macchia, come una piaga.
Eppure, a ogni urto anche lieve contro la dura realtà, in certi momenti, quel pensiero odioso le si riaffacciava all'improvviso.
E il pensiero odioso era questo: che se lei, Dinuccia, non ci fosse stata (non che dovesse morire, Dio, no!; ma se non ci fosse stata, ecco, se non l'avesse avuta), ella, con Mimí soltanto, ch'era d'indole cosí gaja e aperta, sempre contenta, con Mimí soltanto, ella si sarebbe rimaritata.
Mimí, senza dubbio, si sarebbe fatta amare da colui ch'ella avrebbe scelto per compagno, gli sarebbe subito saltata al collo, domandando anche a lui, con la solita grazia, scotendo la testina ricciuta: "Vuoi bene?".
E come non volerle bene? Dinuccia invece, con quegli occhi, sempre attoniti e serii...
Ecco, se li immaginava, quegli occhi, rivolti penosamente al patrigno e...
no, no, mai! sentiva che con lei e per lei ella non lo avrebbe mai fatto, quel passo, non avrebbe potuto farlo.
La guardò, e subito, come le soleva avvenir sempre, sentí un acuto rimorso e un'angosciosa tenerezza per quella sua povera piccina.
La vide ancora tutta intenta a dare quella sua prova di bravura e non poté fare a meno di sorridere.
Lei, no; ma avrebbe voluto che qualcuno per via esclamasse "Ma brava! Guardate come sa regger bene l'ombrello quella pupetta!".
L'ombrello vecchio, poverina...
Chi sa che gioja, se le avesse dato il nuovo! Già: ma l'altra allora? Eh, l'altra...
Tutte vinte? Se aveva fatto male a promettere anche a lei un ombrello tutto per sé, se non aveva potuto comperarne due, doveva andarci di mezzo la povera piccina? Mimí non doveva far capricci, e Dinuccia, che sapeva regger cosí bene l'ombrello, doveva reggere il nuovo e non il vecchio.
Glielo diede.
Ma la piccina non lo accolse con quella festa ch'ella s'era immaginata.
Non perché avesse indovinato il tristo pensiero della mamma (come avrebbe potuto mai indovinarlo?); ma, subito dopo che le aveva scorto quel volto torbido e aggrondato, aveva sentito un brivido alla schiena, Dinuccia, e gli occhietti le si erano infoscati, e s'era messa a pensare che non la sola Mimí era cattiva, ma anche la mamma cattiva, la mamma che riparava Mimí e non badava a lei, e la lasciava sola, con quell'ombrellaccio vecchio della serva, che sgocciolava e che pesava tanto, ormai, tanto che lei se ne sentiva tutt'e due i braccini indolenziti; e non poteva e non sapeva reggerlo piú.
Ora, il nuovo pesava meno, e Dinuccia ringraziò la mamma soltanto con un sorriso.
Parve poco alla mamma, e si rivolse subito a Mimí:
- Tu stai qua sotto con me, buona buona, è vero? Dinuccia si ripara da sé.
Che direbbe la gente vedendola con quest'ombrellaccio vecchio? "Uh, che poverella!", direbbe.
"È forse la servetta? " E tu non vorresti, è vero? che si dicesse cosí della tua sorellina.
Mimí non fiatò: aveva una sua idea.
Appena arrivate al portone di casa, s'affrettò a pregare la mamma:
- "Oa, mamma, io pelle ccale! Lo lleggio io pelle ccale!"
E cosí entrò in casa, dove si sentiva piú sicura, con l'ombrello in suo potere; e non volle cederlo, salite le scale, perché la mamma lo riponesse, con la scusa che Didí lo aveva tenuto tanto tempo per istrada.
La lite - inevitabile - scoppiò, mentre la mamma si svestiva di là.
Dinuccia strappò l'ombrello a Mimí e la fece cadere per terra con un urtone.
Strilli di Mimí; restituzione a lei dell'ombrello; e Dinuccia castigata senza cena.
Sul tardi però, quando la mamma andò a cercare Dinuccia che s'era rincantucciata in un angolo dietro l'armadio, e la trovò che dormiva, comprese perché la piccina non aveva accolto con festa, per via, l'ombrello nuovo, e perché poi, contro il solito, lei che come una vecchina compativa sempre i capricci di Mimí, l'aveva fatta piangere quella sera: Dinuccia scottava dalla febbre!
La mamma restò un pezzo, sgomenta, a contemplarla; poi se la tolse in braccio, gridando:
- Oh Dio, no, Dinuccia mia! No, no, no!
La svestí, la mise a letto e le si sedette accanto, con l'anima vuota e sospesa, come intronata dalla pioggia, che scrosciava furiosa di fuori.
Piovve tutta quella notte, e piovve per sei giorni di fila quasi senza interruzione.
Il pensiero di Mimí, la mattina dopo, allo svegliarsi, fu per l'ombrello, per le barchette e il cappotto nuovo.
L'ombrello se l'era messo accanto al lettino, e se lo trovò subito in mano; scappò per le barchette e per il cappotto.
Pioveva; e dunque festa! sarebbe andata a scuola munita di tutto punto, le barchette ai piedi, il cappotto addosso, e l'ombrello in mano, aperto, sotto l'acqua!
No? Non si andava a scuola? Perché? Dinuccia era malata? Che peccato! Pioveva cosí bene...
Avrebbe voluto chiedere alla mamma, perché non mandava a scuola lei sola, con la serva.
Ma la mamma non le badava; piangeva.
Lo chiese alla serva; ma questa, già lí lí per uscire in fretta in furia in cerca d'un medico, nemmeno si voltò per risponderle.
Mimí rimase un pezzo dietro la vetrata della finestra a guardare la bell'acqua scrosciante, impetuosa; poi andò a pararsi davanti allo specchio dell'armadio col "loden" e con le barchette; si tirò sulla testina il cappuccetto fin su le ciglia; aprí con molto stento l'ombrello, e si contemplò beata nello specchio, tutta ristretta nelle spallucce, coi piedini giunti, ridendo e tremando dei brividi che le comunicava quella pioggia immaginaria.
Per cinque giorni, ogni mattina, Mimí fece quella prova davanti allo specchio.
E dopo essersi contemplata per piú d'un'ora, a piú riprese, toltisi il cappotto e le barchette, andava a nascondere l'ombrello in un certo posto che sapeva lei sola.
Ah, quell'ombrello era suo, ormai, tutto suo, suo unicamente, e mai lo avrebbe ceduto, neppure alla mamma! Che pena, intanto, che tutta quella pioggia andasse sprecata...
La sera del sesto giorno, Mimí fu condotta dalla serva nel quartierino accanto, abitato da due vecchie signore, amiche della mamma, che in quei giorni parecchie volte aveva veduto per casa, affaccendate tra la camera da letto e la cucina.
Era tanto presa di quei suoi tesori, che non ci badò; non badava a nulla da sei giorni; ed era anzi contenta che la mamma fosse tutta intenta alla sorellina malata e non si curasse affatto di lei, perché cosí poteva "fare l'inverno" ("l'invenno", diceva lei) a suo agio e con la massima libertà.
Era del resto di cosí facile natura, che s'accomodava subito e si sentiva a posto, ovunque la mettessero: traeva da sé la vita e la spandeva intorno festosamente, popolando di meraviglie ogni cantuccio, fosse anche il piú nudo e il piú oscuro.
Cenò in casa delle vicine, giocò, chiacchierò a lungo con la serva, saltando di palo in frasca, e finalmente le si addormentò in grembo.
Si svegliò a notte alta, di soprassalto, sbalordita da un formidabile fragore, che aveva scosso tutta la casa e che ora s'allontanava con cupi rimbombi tra lo scroscio violento della pioggia.
La bambina si guardò attorno, smarrita.
Dov'era? Quella non era la sua casa; quello non era il suo lettino...
Chiamò la serva due o tre volte, si liberò della coperta in cui era avvolta e balzò a sedere sul letto.
Era ancora vestita.
Guardò il lettino accanto, intatto, e si raccapezzò: quella era la camera in cui dormivano le due vecchie signore: v'era entrata tante volte! Scivolò dal letto; attraversò una stanza al bujo; trovò la porta aperta, e uscí sul pianerottolo della scala, atterrita dal fragorío della pioggia che cadeva sul lucernario, e dal palpitante bagliore dei lampi.
Aperta era anche la porta della sua casa; e Mimí cacciò dentro e corse alla camera da letto, gridando:
- Mamma! mamma!
Una delle due vecchie signore, che se ne stava accanto al lettuccio della bambina agonizzante, le corse subito incontro, per fermarla sulla soglia.
- Va', va', piccina mia, - le disse, - la mamma è di là.
- Didí? - domandò allora la bimba sbigottita, intravedendo al debole chiarore della lampada il viso cereo della sorellina sul letto.
- Sí, cara - le rispose quella, - il Signore la vuole per sé.
Se ne va in cielo Didí...
- In cielo?
E Mimí uscí, senza aspettare risposta; si fermò nella saletta al bujo, un po' perplessa; udí novamente, attraverso la porta aperta, il tremendo fragorío della pioggia sul lucernario della scala: intravide dalla finestra a un nuovo palpito di luce il cielo sconvolto, e scappò via, lungo il corridojo.
Poco dopo, le due vecchie signore che vegliavano l'agonia di Dinuccia, se la videro venire innanzi con quell'ombrellone piú grosso di lei tra le braccia, balbettando:
- "L'ombello...
a Didí...
in cielo...
piove".
ZAFFERANETTA
Sirio Bruzzi corse esultante in camera della madre, agitando la lettera del cugino arrivata or ora, datata da Banana su la foce del Congo.
- La porterà, mamma! Ah, "mimmomammina" mia, come sono felice! La mia Titti! la mia Titti! "Giongo" risale il fiume, lo "steamer" è in partenza! Povero Giongo mio! caro mio piccolo Gionghicello! deve andare per...
non so piú dove per qual diavolo di pasticcio burocratico; uno dei soliti! Tra una quarantina di giorni sarà a Mesània; forse c'è già, a quest'ora; corre a Mokàla; prende la mia Titti, e ritorna, ritorna anche lui per sempre! Sú, va', mamma, va' ad annunziarlo alla zia Nena! chi sa come ne sarà contenta anche lei! Io scappo da Nora.
Uscendo dalla zia, vieni da "Nianò" anche tu, a pigliarmi, eh? t'aspetto!
Si chinò a baciare la mamma e scappò via, con quella lettera in mano.
La povera signora Bruzzi restò un pezzo stordita, come le soleva avvenire a ogni nuovo assalto di quel benedetto figliuolo.
Ma il sorriso lieto, provocato dall'esultanza di lui, a poco a poco le s'illanguidí sulle pallide labbra.
Pensò che Norina, la fidanzata a cui Sirio era corso a far leggere quella lettera, non poteva certo in cuor suo esultare come lui per la notizia ch'essa recava; ne doveva anzi provare afflizione, e tanto piú forte, quanto piú viva avrebbe veduto ridere e gridare la gioja di lui.
Non era questa gioja a costo d'un suo sacrifizio? Sí, Norina vi s'era rassegnata; ma non per questo Sirio avrebbe dovuto darle ora spettacolo di quella gioja, e quasi pretendere che ne partecipasse.
Ah, benedetto figliuolo, proprio non ragionava piú!
Quando mai però, a dir vero, aveva ragionato il suo Sirio?
Del padre, morto giovine e tragicamente in duello, aveva preso la furia di gettarsi alle piú rischiose avventure.
Pareva avesse dentro, per anima, una bufera: investiva e scompigliava tutto.
Quando non poteva altro, storpiava i nomi, ruzzolava frasi sconclusionate, parole inconcludenti; s'abbaruffava con le sillabe di esse, faceva far loro capitomboli: Nora, Nianò, Rorina, Elinanò.
Non sapeva piú lei stessa, la signora Bruzzi, come avesse fatto a condurlo sano e salvo dall'infanzia alla giovinezza.
Lo aveva fatto arrestare una prima volta, quando le era scappato di casa, giovinetto, per correre in Grecia a raggiungere la spedizione garibaldina; poi, una seconda volta, già in partenza per l'Africa, in difesa dei Boeri.
Alla fine, per il Congo, aveva dovuto chiudere gli occhi e chinare la testa.
Sirio era già maggiorenne.
Finiti insieme col cugino Lelli i sei mesi d'ufficiale di complemento, tutti e due erano andati nel Belgio a fare il corso coloniale e s'erano arruolati nella milizia dello Stato libero del Congo.
Dopo sei anni le era ritornato in licenza, irriconoscibile: pieno di piaghe e con la dissenteria; e, sissignori, appena rimesso in piedi, voleva ritornarci.
E sarebbe ritornato; i pianti, gli scongiuri, il pensiero di lei che, già vecchia, malata di cuore, ne sarebbe morta certamente, non avrebbero avuto potere di trattenerlo, se, a Nocera, dove lo aveva condotto a villeggiare e per la cura delle acque, non le fosse venuta in ajuto quella buona Norina, Norina Rua, col fascino della sua grazia e della sua musica.
Appena s'era accorta che quella signorina Rua riusciva a far breccia nel cuore di lui, le s'era messa attorno, quasi a covare la passione nascente.
Approssimandosi man mano il termine della licenza, Sirio, nel sentirsi già legato dall'amore, aveva cominciato a dare in ismanie, a cadere in cupe malinconie, finché una sera se l'era visto entrare in camera disperato; s'era messo a piangere, a piangere come un bambino; era innamorato, straziato dal rimorso d'aver turbato il cuore di quella cara fanciulla con vane lusinghe; e doveva partire, partire per forza.
- Ma perché?
Ah, perché...
Aveva laggiú, nel "settore" di Mokàla, di cui era capo, una figliuola di cinque anni, nata da una giovinetta negra, che un giorno gli si era presentata, fuggiasca da un villaggio lontano; era stata con lui circa due anni e poi era sparita, durante una sua escursione nella foresta, abbandonando la bimba.
Ebbene: egli amava piú di se stesso quella sua creaturina, quel fiore selvaggio della sua vita avventurosa; nessun altro amore avrebbe potuto vincere quello.
E, seguitando a piangere, le aveva parlato di tutte le cure, di tutti gli stenti per allevare quella piccina abbandonata, che per cinque anni aveva riempito la solitudine atroce della sua vita laggiú.
Non poteva piú distaccarsene: doveva partire, ritornare a lei.
A un solo patto avrebbe potuto rimanere, che cioè il cugino Lelli, il quale tra qualche mese doveva ritornare in Italia, in licenza anche lui, gli portasse la sua Titti, e che la signorina Rua...
Ma come sperare che ella volesse accettarlo piú, ora, con quella bambina?
Aveva accettato, la signorina Rua.
Era andata lei, la mamma, a scongiurarla, e Norina aveva accettato, non ostante che la zia, l'unica parente ch'ella avesse, con molte e sagge considerazioni avesse voluto indurla almeno a riflettere bene, prima di dire di sí, alla gravità e alle conseguenze di quel sacrifizio.
Senza dubbio, era una prova di bontà e di costanza, quell'affetto per la piccina; l'unica prova, a dir vero, che potesse dare un certo affidamento; perché il giovine, via, onesto sí, ma scapato, impetuoso, disordinato...
Ah che sgraffii avrebbe voluto allungare la signora Bruzzi sulla faccia di cartapecora di quella vecchia mummia con gli occhiali! Tanto piú lunghi e profondi, quanto piú in cuor suo riconosceva saggi veramente quei consigli e quelle considerazioni.
Ma la Norina, per fortuna, era innamorata davvero.
Certo ormai che la piccina sarebbe presto arrivata col cugino, Sirio volle affrettare le nozze.
La tempestosa impazienza di far sua Norina, trattenuta a stento finora dal timore di possibili difficoltà che il cugino avrebbe potuto accampare, si scatenò al solito in una furia cosí veemente, che Norina, pur felice di sentirsi rapita in essa come un turbine, n'ebbe quasi sgomento.
Chiuse gli occhi e vi si abbandonò.
Sirio s'era proposto di dedicarsi ora all'agricoltura.
Voleva prendere in affitto una tenuta della campagna romana e bonificarla.
Là, nel suo settore, a Mokàla, aveva bene imparato il governo colònico dei negri; qua, invece dei negri, avrebbe governato la gente di Sabina.
Aspettava che cadesse un po' il primo impeto d'amore, e un'altra cosa aspettava, con una irrequietezza, che sua madre avrebbe voluto vedere almeno un po' dissimulata.
- Quando arriva? quando arriva?
E moveva, convulso, tutte le dieci dita delle mani per aria, o se le faceva scattare come in galoppo su la fronte, sul naso, sul mento, fino a sgraffiarsi; e sbuffava, e correva a strappar dal naso alla zia gli occhiali, o ad abbracciare forte forte la madre, fin quasi a soffocarla, o a stringere le braccia alla mogliettina, gridandole frenetico, man mano che stringeva vieppiú e la sollevava da terra:
- Nianò, Nianò, Nianò, naso di madreperla, pettine di tartaruga, pampina di vite!
- Lascia...
no! ahi! cattivo...
guarda, i lividi...
- gemeva Norina.
- E quest'è niente! Vedrai! - le gridava egli allora.
- Tu zapperai, io zapperò.
Gente della Sabina, udite il bando! Sirio Bruzzi, "bungiu" congolese, bonificatore della campagna romana! Re d'un placido mondo, d'una landa infinita, a un popolo fecondo voglio donar la vita! Tu canterai sul tuo liuto, in sonni placidi io dormirò.
E si buttava a dormire sul canapè.
Ancora Norina non era riuscita a farsi raccontare le sue imprese coloniali, ad avere una descrizione dei luoghi ov'era stato.
Sul piú bello del racconto, mentre descriveva il gran fiume selvaggio, o la vita dei villaggi tra le palme e le banane, o la corsa delle piroghe su le rapide, o la traversata delle paludi entro la foresta senza fine, o la caccia all'elefante e al leopardo, tranquillamente, nel vederla tutta intenta ad ascoltare cominciava a infilzar pian piano, con viso fermo, senza cangiar tono, le sue frasi sconclusionate:
- ...e allora, là, capisci? su tutto quel pacciame di foglie, tra il groviglio delle liane, che è? che non è? un piccolo, piccolissimo punto a croce, con le cavallette d'un disegno acrobatico, a nappe azzurre, a fiocchi neri, cara mia, dietro l'indice teso del tuo salvatore mokungi...
Norina si ribellava, s'arrabbiava; ma non c'era verso di richiamarlo piú alla narrazione cosí crudelmente interrotta.
Era già incinta da un mese Norina, quando finalmente il cugino Lelli - "Giongo", come Sirio lo chiamava col soprannome che i negri gli avevano affibbiato laggiú - arrivò con la piccina congolese.
Norina aveva già notato che su tutto Sirio scherzava, tutti i nomi storpiava, tranne quello della figliuola, su la quale non scherzava mai: la Titti era sempre la Titti; e ogni qual volta la nominava, gli occhi gli ridevano umidi di commozione.
Aveva potuto anche argomentare quanto la amasse dalle notizie che le aveva dato sul linguaggio di lei.
La Titti comprendeva l'italiano e lo parlava anche; ma parlava meglio il congolese che, a suo dire, era un linguaggio da bambini.
Come dicono i bambini? Dicono "bombo", dicono "bua".
Ebbene, cosí parlavano i congolesi, "molenghe ti bungiu ", figli dei bianchi.
Volevano acqua? dicevano "n'gu".
Comprese, vide l'enorme follia della sua condiscendenza, fin dal primo momento, allorché Sirio, corso alla stazione ad accogliere la piccina, le entrò in camera con le braccia e le gambe di quel mostriciattolo avviticchiate al collo e al petto.
Non vide dapprima che queste gambe e queste braccia, gracili, color di zafferano, e i capelli ricci, gremiti, piuttosto lunghi, boffici e quasi metallici.
Quand'egli alla fine riuscí a sviticchiarla da sé, parlandole in quello strano linguaggio infantile, ed ella poté vederle la faccia, anch'essa color di zafferano, con quel casco di capelli ricci d'ebano quasi soprammessi, la fronte ovale, protuberante, gli occhioni densi, truci, fuggevoli, smarriti, il nasino a pallottola e i labbruzzi divaricati, non tumidi, un po' lividi, si sentí gelare: istintivamente compose il volto a una espressione di pena e di raccapriccio:
- Carina...
poverina...
- non poté dir altro, restringendo innanzi al seno le braccia con le mani levate e raggricchiate quasi per paura ch'egli gliel'accostasse e gliela facesse baciare.
- Eccola qua! eccola qua, la mia Titti! - esclamava egli intanto, con le lagrime agli occhi.
- Ti par brutta, è vero? Anche a te, mamma? Ma non è brutta, non è brutta la mia Titti! Poi la vedrete...
vi abituerete...
Guarda, non è mica brutto questo nasino...
questi labbruzzi qua non sono mica brutti con questi dentini...
ma sí, ma sí, perché "baba" era "bungiu", Titti mia, se la mamma era nera! Titti mia! Titti mia! Sú, sú, fa' sentire la tua vocina, cara! Di chi sono io? Di', di', di chi sono? Rispondi.
La piccina, in mezzo alla camera, sperduta, cosí stridentemente diversa da tutto ciò che la circondava, come una strana bambola di cera dipinta, rispose in modo macchinale, con una voce che non parve sua:
- Mio.
Il padre le si precipitò addosso e se la strinse al petto furiosamente, con la bocca sulla bocca, quasi a succhiarsi, ingordo d'amore dopo tanti mesi d'attesa, quella risposta.
- No, no, - riprese poi, - di' come sai dire tu, cara; come dici "mio" tu? rispondi? di chi sono?
La bimba allora, con voce sua, dolcissima, e con un sorriso indefinibile, tendendo le braccia, rispose:
- "Ti m'bi..."
Egli se la rapí di furia e scappò via in un'altra stanza, seguito dal cugino.
Nora, la madre, la zia restarono un pezzo silenziose, oppresse di stupore.
Poi, Nora si nascose il volto tra le mani, rabbrividendo.
Ah, il modo con cui quella piccina là, nel suo strano linguaggio, aveva detto "mio", escludeva assolutamente ch'egli potesse esser d'altri, almeno nella stessa misura.
La madre si alzò, si appressò alla nuora, si chinò a baciarla sui capelli, senza dir nulla, e le fece appoggiare il capo sul suo fianco.
La zia, con gli occhi fissi dietro gli occhiali, sospirò:
- Ve l'avevo detto io?
No, non era gelosia.
Un altro sentimento era, duro rodente indefinibile, quello che Norina provava e da cui si sentiva svoltare il cuore in petto: rabbia fredda, invidia, dispetto, schifo e pietà insieme, nel vederlo già padre, lí, sotto gli occhi suoi, di quella scimmietta; e senza un pensiero dell'altro figlio che già cominciava a vivere in grembo a lei: un altro per lui, ma per lei no, per lei il solo, il vero figlio.
Ecco, questo, questo non poteva soffrire Norina: che il suo, domani, dovesse per lui essere un altro figlio, accanto a quella pupattola ramata; e che fuori di lei, ch'era sua moglie, da mille e mille miglia lontano, da un altro mondo ch'ella non sapeva neanche immaginare, ma che doveva esser pieno d'un grandioso fascino ardente, fosse venuto a lui, vivo, chiuso in quella scorza selvaggia il sentimento della paternità, di cui le dava spettacolo.
Vergogna le suscitava inoltre quanto c'era di strano e di goffo, in quella paternità di lui.
Pareva ch'egli non se n'accorgesse; forse non se n' accorgeva davvero, perché attorno alla sua bambina vedeva tutto quel mondo là lontano, vivo ancora in lui, e non poteva perciò notarne la stranezza, che avventava invece agli occhi degli altri.
Ecco, e si portava a spasso, felice, quel suo mostriciattolo esotico.
Tutta la gente, certo, si voltava per istrada e forse i monelli lo seguivano; al caffé gli amici gli avrebbero domandato:
- E tua moglie, che ne dice?
E certo egli doveva mostrar loro, che non gl'importava affatto ciò che ella potesse dirne.
Era innanzi a tutti, e lí per casa, una violenza grottesca quella bimba; pareva che lei stessa, la poverina, lo avvertisse e ne soffrisse.
Aveva negli occhioni attoniti, non piú truci adesso, ma anzi profondamente mesti e quasi velati di fuliggine, uno smarrimento angoscioso.
Teneva le labbra serrate e le manine rattratte, e vibrava tutta a ogni minimo rumore, a ogni sensazione, a cui certo non poteva rispondere dentro di lei un'immagine che gliela chiarisse e la tranquillasse.
Doveva essere invasa dallo sgomento quell'animuccia selvaggia.
Norina stava a mirarla in silenzio, quando Sirio non c'era; e, mirandola, s'accorgeva che veramente "Zafferanetta" (l'avevano battezzata cosí la zia e la cameriera) non era poi tanto brutta: solo la tinta, quella tinta ramata, incuteva ribrezzo.
E Zafferanetta, immobile, seduta su la sediolina di bambú, si lasciava mirare, battendo le pàlpebre quasi con pena su gli occhioni fuligginosi.
Ah, che impressione faceva quel battito delle pàlpebre, quel movimento reale e comune e presente, in quell'esseruccio che pareva finto, non vero, diverso e lontano.
La signora Bruzzi si profferí di persuadere Sirio a portar da lei quella piccina; ma Nora non volle.
Era sicura che Sirio, allora, avrebbe passato tutta la giornata in casa della madre.
Egli s'era accorto che la piccina deperiva, deperiva sempre piú di giorno in giorno, e non sapeva staccarsi piú da lei un momento.
Non pensava piú alle trattative già avviate per l'affitto della tenuta, e se ne stava quasi tutto il giorno chiuso con lei e col cugino Lelli nello scrittojo, tra gli strani ricordi portati da laggiú, a parlare, a parlare...
Troncavano il discorso appena ella entrava; e, dal modo con cui egli si voltava a guardarla, Norina intendeva che la sua presenza non solo non gli era gradita, ma anzi lo urtava.
Spesso lo sorprendeva seduto per terra, con la figlia addormentata su le ginocchia, e gli occhi rossi di pianto.
- Che fa? sta male? - domandava, non a lui, ma al cugino Lelli, che alzava gli occhi su lei come a scusarsi.
- Sta male! sta male! - le rispondeva lui irosamente e quasi con rancore.
Poi, cangiando voce, chinandosi su la bimba e scotendola lievemente, le domandava:
- Che ti senti, Titti mia? di' a "baba ", di' a "baba "che ti senti...
La bimba schiudeva appena gli occhi e rispondeva:
- "Kubèla..."
(- Malata, - traduceva piano il cugino Lelli a Nora).
- "Kubela ti nie?" - s'affrettava Sirio a domandare alla piccina.
Questa, allora, richiudendo gli occhi e sollevando appena una manina, su cui era caduta una grossa lagrima del padre, sospirava:
- "M'bi ingalo pepè..."
- Che dice? - domandava Nora.
- Dice, - rispondeva il cugino Lelli, - che non lo sa, di che è malata.
Ma lo sapeva lui, lui, Sirio, di che era malata la sua piccina: del suo stesso male era malata: era malata di Mokàla, della vita di là che le mancava, della foresta, del fiume, della solitudine immensa, del sole dell'Africa, che le mancavano, era malata! Ah, via! via! via!
- Senti...
a un solo patto...
- venne a dirle un giorno tutto stravolto, fremente, quasi impazzito.
- Che tu venga laggiú con me...
che tu mi segua...
se no, ti lascio! Non posso, non posso vedermela morire cosí...
Muore, la mia Titti muore! Per carità, Nora mia, per carità!
- Ma tu sei pazzo! Io, laggiú, con te? - gli gridò Nora.
- Pazzo, sí, pazzo! Come tu vuoi! Sono stato pazzo; sarò pazzo, e ti chiedo perdono, ma...
- Per quella lí? Per quella lí? - inveí Nora, accesa d'ira e di sdegno.
- Tu vuoi sacrificare me, la mia creatura, per quella lí?
- No, no! - la interruppe egli.
- Hai ragione! Ma io, come faccio io? Tu capisci che non posso vedermela morire cosí? che non posso stare piú qua neanche io? Impazzisco, impazzisco! Muojo anch'io con lei! Per carità, lasciami partire...
Quando sarò lontano, forse ritornerò; certo ritornerò, perché sarai tu allora la piú forte...
Ma ora lasciami partire con la mia Titti, che non muoja qui, che non muoja qui...
Morrà in viaggio; ne sono sicuro! Ma potrò almeno consolarmi, pensando che ho voluto darle ajuto e che, per lei, sono arrivato fino a lasciar te, qua, in questo stato! Lasciami partire, per carità, Nora: dimmi di sí! dimmi di sí!
Nora comprese che, per il suo cuore ormai, sarebbe stato inutile dirgli di no, anche se egli fosse rimasto.
- Parti, - gli disse.
E Sirio Bruzzi due giorni dopo ripartí per il Congo, con la piccina inferma e col cugino Lelli.
Non tornò piú
FELICITÀ
La vecchia mamma duchessa uscí quasi imbalordita dalla stanza ove il marito s'era segregato, dal giorno che la nuora coi due nipotini aveva abbandonato il palazzo e la città per ritornare dai suoi parenti di Nicosía.
Quasi si sentisse lacerare dentro, contrasse il volto e si restrinse tutta in sé al cigolío lamentoso dell'uscio, che avrebbe voluto richiudere pian piano.
Che era stato quel cigolío? Niente.
Forse il duca non lo aveva nemmeno avvertito.
Eppure la vecchia duchessa ne rimase un pezzo vibrante e ansante e in preda a una sorda stizza, quasi quell'uscio, pur trattato con tanta delicatezza, avesse voluto farle un crudelissimo dispetto.
Come gli animi, tutti gli oggetti di quella casa, animati da tanti ricordi familiari, pareva fossero da qualche tempo in una tensione di spasimo violenta: a toccarli appena appena, davano un lamento.
Stette un po' in orecchi: poi, con la cèrea faccia disfatta, il collo piegato come sotto un giogo, si mosse sui soffici tappeti, attraversò molte stanze in penombra, dove tra i cortinaggi antichi e gli alti mobili scuri e quasi funebri stagnava un alido strano, come un'afa del passato, e si presentò sulla soglia della camera remota, nella quale Elisabetta, la figliuola, stava ad attenderla in smaniosa ambascia.
Nel vedere quell'aria della madre, Elisabetta si sentí venir meno.
L'impeto, con cui nell'attesa avrebbe voluto correrle incontro, le mancò a un tratto, e subito tutte le membra le si rilassarono cosí, che non poté neanche sollevare le gracili mani per nascondersi il volto.
Ma la vecchia mamma le si accostò e, posandole lievemente una mano sulla spalla:
- Figlia mia, le annunziò, - ha detto di sí.
La figliuola ebbe un sussulto e, con la faccia sconvolta, guardò la madre.
Era cosí violento il contrasto fra l'esultanza che quell'annunzio le suscitava e la soffocazione che le incuteva quell'aria di stordimento e di pena della madre, che la poverina, storcendosi le mani, stridette convulsa tra il riso e il pianto:
- Sí? sí? ma come? sí?
- Sí, - ripeté la mamma, piú col cenno che con la voce.
- Ha gridato? s'è infuriato?
- No, niente.
- E allora?
Ma subito comprese che, appunto perché il padre aveva detto di sí senza gridare né infuriarsi, la madre era cosí oppressa di doloroso stupore.
Aveva fatto chiedere al padre, che volesse condiscendere alle nozze di lei col precettore de' due figliuoli della nuora andata via da poco.
Ma la condiscendenza del padre, cosí, senza gridi né furie, aveva per lei un significato ben diverso da quello che aveva per la madre.
Ben diverso; non meno penoso.
Forse perché donna e secondogenita, forse perché non bella, cosí timida in apparenza, umile di cuore e di maniere, schiva e taciturna, non era stata mai calcolata da lui come una figliuola, ma piuttosto come un ingombro lí per casa, un ingombro di cui provava fastidio solo quando si sentiva guardato; non metteva conto, dunque, che si adirasse o si amareggiasse il sangue, se ella voleva sposare un servitore, un precettoruccio, un maestrino di scuole elementari; forse per lui non era degna d'altre nozze.
La madre, invece, che con tanto terrore, spinta dall'amore per la figlia, s'era presentata con quella proposta al marito, di cui conosceva bene l'orgoglio, tanto piú fanatico e fiero, quanto piú angustiose si erano a mano a mano ridotte le condizioni finanziarie del casato, e le ire furibonde che lo assalivano per ogni atto del volgo, che gli paresse un nuovo attentato a' suoi privilegi nobiliari; pensava che se egli derogava cosí a se stesso, ai suoi piú forti sentimenti, doveva senza dubbio essere già cominciato l'estremo sfacelo del suo spirito, dopo l'ultimo colpo che gli aveva dato il figlio, unico erede del nome, invescato da una donnaccola di teatro e fuggito via con essa, ormai da un anno.
Don Gaspare Grisanti, duca di Rosàbia, marchese di Collemagno, barone di Fontana e di Gibella, devoto per la vita al passato governo delle Due Sicilie, "Chiave d'oro" della Corte di Napoli e onorato ancora della corrispondenza epistolare con gli ultimi superstiti della dinastia decaduta; colui che troneggiava ogni giorno per via Maqueda, all'ora del passeggio, dall'alto della sua carrozza antica, con due valletti dietro, immobili come statue, in parrucca, e un altro valletto accanto al gigantesco cocchiere, senza mai salutare nessuno, rigido, cupo, sprezzante, diretto al solitario parco della Favorita; consentiva che la figliuola sposasse un signor Fabrizio Pingiterra, maestro elementare e di ginnastica, già precettore de' suoi nipotini.
Ma ormai! Aveva sperato di ristorare le sorti del casato col matrimonio del duchino con una ricchissima ereditiera, figlia unica d'un barone di campagna.
Quel tristo s'era infognato in un amorazzo per cui, tra tante vergogne, era dovuto scappar via; la nuora, sorda a tutte le preghiere, aveva ottenuto dal tribunale la separazione di beni e persona dal marito e se n'era ritornata al suo paese.
Tutto era finito.
Solo, a costo di qualunque sacrifizio voleva ancora mantenere quella carrozza pomposa coi tre valletti in parrucca, per la sua quotidiana comparsa in pubblico, e giú, a piè del palazzo, il guardaportone con la mazza, quantunque da un mese, cioè dal giorno che la nuora era andata via, il cancello dello scalone fosse chiuso per non lasciar passare piú nessuno.
- Non sei morta tu? - aveva domandato alla moglie.
- E anche io, - aveva soggiunto.
- I figli, nel fango; e noi seguitiamo, da morti, la nostra mascherata.
Elisabetta si riscosse con un sospiro e domandò alla mamma:
- Che t'ha detto?
La madre voleva attenuare in qualche modo la durezza dei patti e delle condizioni posti dal padre, con calmo e freddo sprezzo che non ammetteva replica; ma la figlia la pregò di dir tutto, crudamente.
- Mah, sai che da un pezzo non vuole piú vedere nessuno.
- Dunque non vuol vederlo.
Poi?
- Poi, lo scalone, tu sai, è chiuso, dacché tua cognata...
- Vuole allora ch'egli séguiti a salire per la scaletta della servitú.
Poi?
La madre esitava piú che mai.
Non sapeva come dire alla figlia, che dopo il matrimonio non doveva piú metter piede, neanche sola, nel palazzo.
- Per...
per vederci, - balbettò, - quando...
sí, poi quando sarai sposata, verrò io, verrò io ogni giorno a casa tua.
Elisabetta prese una mano della madre e gliela baciò e gliela bagnò di lagrime, gemendovi sopra:
- Povera mamma...
povera mamma...
- Sai? - riprese questa,......
mi ha fatto quasi ridere...
Sai quanto tenga alla sua carrozza...
bene, quella no, dice, quella no!
E come se questa fosse veramente una cosa da ridere, la vecchia mamma duchessa si mise a ridere, a ridere e a fingere che quelle scosse di riso le impedissero di seguitare a dire alla figlia quest'altra condizione che, via, non era altro che ridicola.
- Vuole che prenda a nolo, dice, una carrozzella per venire da te.
Permette però che usciamo insieme, a passeggio, con questa...
con quella no! con quella no! eh, quella...
quella...
- Quanto mi vuol dare? - domandò Elisabetta.
La mamma finse ancora di non capire, o piuttosto, di non aver bene inteso, per prendere tempo e preparare quest'altra risposta, ch'era la piú angustiosa.
- Di che? - disse.
- Di dote, mamma.
Era qui il punto.
Non si faceva la minima illusione, Elisabetta.
Sapeva che colui non la avrebbe sposata per altro.
Aveva anche sette anni piú di lui, e riconosceva che, già appassita, peggio! disseccata senz'essere stata mai in fiore, nel silenzio e nell'ombra di quella casa oppressa da tante cose morte, non aveva nulla, proprio nulla in sé, da suscitare e accendere il desiderio d'un uomo.
Senza il danaro, neppure l'ambizione di diventare - fosse pur soltanto di nome - genero del duca di Rosàbia, sarebbe valsa a fargliela accettare.
Già glielo aveva lasciato intendere chiaramente, forse prevedendo che il duca non si sarebbe mai abbassato a considerarlo e a trattarlo da genero; oh, aveva avuto finanche l'ardire di confessarle che egli Fabrizio Pingiterra, essendo come il duchino di cui godeva l'amicizia, di sentimenti democratici e liberali, quasi quasi faceva un sacrificio a imparentarsi con un patrizio d'idee cosí notoriamente retrive; ma che per lei lo faceva volentieri, per lei cosí mite e buona; unicamente per lei.
- Cioè, unicamente per il danaro, - aveva ella tradotto fra sé, senza schifo né ribrezzo.
No no: né schifo né ribrezzo: tenere alte, ben alte - questo sí - gelosamente custodite e nascoste, in vetta allo spirito, la nobiltà e la purezza dei suoi sentimenti e dei suoi pensieri, perché non s'insozzassero minimamente nel contatto indegno; ma poi, abbassarsi fino a lui, lasciar sospettare di sé le cose piú vili, umiliarsi, concedersi, abbandonarsi - questo no, questo non doveva farle né schifo né ribrezzo, perché era necessario, inevitabile, per arrivare allo scopo; voleva vivere, vivere: cioè, esser madre, voleva: un figlio voleva, suo, tutto suo; e non avrebbe potuto averlo altrimenti.
Questa frenesia le era nata e divampata, dando con tutto il cuore, con tutta l'anima, tutte le cure d'una madre e fino il sonno delle sue notti a quei due nipotini andati via da un mese, ai due figliuoli della cognata che, aprendo gli occhi, avevano acceso l'alba non solamente nelle tenebre di quel palazzo, ma anche nell'anima di lei che n'era piena; un'alba d'una dolcezza e d'una freschezza inesprimibili, che l'avevano tutta rinnovellata.
Ah che fuoco e che tortura a non poterli far suoi, suoi del suo sangue e della sua carne, quei piccini, a furia di stringerli a sé e di baciarli e di renderli padroni assoluti di lei, là, coi loro rosei piedini su la sua faccia, cosí, sul suo seno, cosí.
Perché non avrebbe potuto averlo, lei, un figlio suo, veramente suo? Sarebbe impazzita dalla felicità! Avrebbe sofferto qualunque umiliazione, qualunque vergogna, anche il martirio, per la gioja d'un figlio suo!
Poteva non accorgersi di questo il giovine precettore chiamato a dare i primi tormenti dell'alfabeto a quei due bambini, là su le ginocchia stesse della zietta, che essi non volevano lasciare neanche per un momento?
Ora, tutto stava che egli accettasse quei patti e quelle condizioni.
Niente dote, pur troppo: un semplice assegno di venti lire al giorno, e le spese per l'arredo d'una modesta casetta.
Comprendeva Elisabetta che, quanto piú duri quei patti, tanto piú cara avrebbe pagata la sua felicità, se egli li accettava.
Attese, spasimando d'ansia, che la madre quella sera stessa glieli comunicasse.
Ecco, egli era di là.
Povera mamma santa, chi sa quanto doveva soffrire in quel momento! E lei? lei? Si torceva le mani, si nascondeva gli occhi, si premeva le tempie, serrava i denti, e con tutta l'anima protesa verso di lui gli gridava: - "Accetta! accetta! tu non sai qual bene puoi avere da me, se accetti!" poi tendeva l'orecchio.
Ecco: se egli non accettava, la mamma sarebbe apparsa da quell'uscio come un'ombra, povera mamma, con le braccia cadute.
Se accettava, invece, ah se accettava, la avrebbero chiamata di là...
Oh Dio quando? quando? ancora?
Apparve come un'ombra la vecchia mamma da quell'uscio, e di nuovo Elisabetta, guardandola, si sentí morire.
Ma, come già la mattina, quella le si accostò e, posandole una mano sulla spalla, le disse ch'egli aveva accettato; solo si era lasciato prendere dalle furie per il patto di salire dalla scaletta della servitú! Ma, santo Dio, se lo scalone era chiuso per tutti! se era sempre salito di là! Basta; s'era molto sdegnato e, per non addolorarla troppo con la vista del suo...
come aveva detto? già, rimescolamento, era andato via per non rimettere piede mai piú, mai piú nel palazzo; si sarebbero però veduti fuori, ogni giorno, per la scelta della casa e la compera degli arredi; voleva che tutto si facesse nel piú breve tempo possibile.
Ma figurarsi! subito, di volo! Parve che la gioja mettesse le ali a Elisabetta; e, bella no, bella non poteva renderla; ma di quanta luce le accese gli occhi, di che dolce e mesto fascino le animò i sorrisi, di quanta timida grazia i modi, per ammansare lo sdegno di quell'uomo, per compensarlo delle offese alla sua dignità, per dimostrargli, se non proprio amore, remissione intera e riconoscenza!
La casetta fu presto trovata, fuorimano, quasi in campagna, in via Cuba, tutta fragrante di zàgare e di gelsomini; il corredo, ricco di trine di nastri di ricami, era già pronto da un pezzo; i mobili, semplici, quasi rustici, appena comperati furono messi a posto, e il matrimonio, senz'inviti e senza l'intervento del duca, quasi clandestino, poté esser concluso nel tempo piú strettamente necessario per le pratiche e le formalità civili e religiose.
Con tutta quella furia, nessuna sposa piú d'Elisabetta andò a legarsi conscia della gravità e della santità dell'atto.
E per circa quattro mesi, con la gioja che le raggiava come un fascino da tutto il corpo trasfigurato, riuscí a legare a sé amorosamente il marito, cioè fino a quando ebbe bisogno di lui.
Poi si accecò nell'ebbrezza del primo segno rivelatore della sua maternità, e non vide allora piú nulla; non le importò piú di nulla: se egli usciva e tardava a rincasare; se non rincasava affatto; se le mancava di rispetto e la maltrattava; se le portava via e le spendeva chi sa come, chi sa dove e con chi, quelle poche lire dell'assegno, che la mamma ogni giorno veniva a lasciarle.
Non voleva risentirsi di nulla, a nulla badare per non turbare affatto l'opera santa della natura, che si compiva in lei e che doveva compiersi in letizia, bevendo ella con l'anima l'azzurra purità del cielo, l'incanto di quella chiostra di monti che respiravano nell'aria accesa e palpitante come se non fossero di dura pietra, e il sole, il sole ch'entrava nelle sue stanzette come non era entrato mai, là, nei tetri saloni del palazzo paterno.
- Ma sí, mamma, non vedi? sono felice! felice!
La carrozzella d'affitto andava quasi a passo per non scuotere troppo la gestante, e tutti si voltavano e si fermavano per via a mirare con espressione di pietà la vecchia duchessa di Rosàbia in quella vetturetta, con quella figliuola accanto cosí miseramente vestita, cosí decaduta, scacciata dal padre, maritata di nascosto, chi sa quando, chi sa con chi, piú squallida che mai, deformata dalla gravidanza, e pur cosí ridente; oh sí, poverina, eccola là, tutta ridente sotto gli occhi della madre pieni di compassione.
E la duchessa di Rosàbia, ingannata da quella letizia, non avrebbe mai sospettato che quel vile arrivava fino al punto di lasciarle digiuna la figliuola, se un giorno, avendo fatto cenno al vetturino di arrestarsi davanti la bottega d'un dolciere per comperarle alcune paste, Elisabetta con tono scherzoso non avesse trovato modo di dirle che, invece di quelle paste, se la mamma aveva da spendere, avrebbe preferito qualche cosa di piú sostanzioso, e che le avrebbe insegnato lei dove poteva darle da mangiare: lí presso alla sua casetta, in un orto, nella capanna d'una vecchia contadina che aveva tanti colombi e tante galline e le vendeva le uova ogni giorno.
Fame, fame, aveva proprio fame, lei.
- Ma tu non mangi a tavola? - le domandò la mamma, vedendo, di lí a qualche ora, la figliuola seduta a una tavola rustica davanti alla capannetta, nell'orto di quella contadina, divorare, anche con gli occhi, un galletto arrostito.
Ed Elisabetta, ridendo e senza smettere di mangiare:
- Ma sí! tanto mangio...
tanto! ma non mi sazio mai, vedi? mangio per due!
Intanto, di nascosto, la vecchia contadina faceva alla duchessa certi cenni con gli occhi e col capo, che questa non capiva.
Capí qualche tempo dopo, quando, entrando nella casetta della figlia, la trovò invasa da tante guardie di questura che vi facevano una perquisizione giudiziaria.
Fabrizio Pingiterra, accusato di falso e come affiliato a una banda di truffatori, era scappato, non si sapeva se in Grecia o in America.
Come la vide, Elisabetta le corse incontro quasi a ripararla, a escluderla dalla vista di quello spettacolo, e prese a dirle affollatamente:
- Niente, mamma, niente! non ti spaventare! Vedi, sono tranquilla! Ringraziamo Dio, anzi, mamma, ringraziamo Dio! - E le soggiunse piano, in un orecchio, vibrando tutta: - Cosí non lo vedrà! non lo conoscerà, capisci? e sarà piú mio, tutto mio, tutto mio!
Ma l'agitazione affrettò il parto, e non senza rischio, cosí per lei come per il nascituro.
Quando però ella si vide salva col bimbo, quando vide quella sua carne che palpitava viva, recisa da lei, carne che piangeva fuori di lei, che le cercava il seno, cieca, e il calore che le mancava; quando poté porgere al suo bimbo la mammella, godendo che entro a quel corpicino uscito or ora dal suo corpo entrasse subito quella sua tepida vena materna, sí che il pargolo potesse sentire nel calore del latte ancora il calore del grembo di lei, parve veramente che volesse impazzire dalla gioja.
E non sapeva capacitarsi perché la madre, pur vedendola cosí, venisse di giorno in giorno a visitarla sempre piú dolente e cupa.
Ma perché?
La vecchia mamma alla fine glielo disse: aveva sperato che il padre, ora che la figlia era sola lí, abbandonata, si sarebbe piegato a riaccoglierla in casa: ebbene, no, non voleva.
- Per questo? - esclamò Elisabetta.
- Oh povera mamma mia! Me ne duole per te; ma io piangerei, credi, se dovessi portare là, in quella tristezza, in quella oppressione, il mio bimbo, che ha tanto riso di luce, qua, vedi? tanta allegrezza!
E in mezzo alla nuda, santa semplicità della casetta, levò alto sulle braccia il suo bambino al sole che entrava festivamente, con la frescura degli orti, dai balconi spalancati.
SPUNTA UN GIORNO
Lo squallore dell'alba s'è fermato, spettrale, ai vetri della finestra rimasta con gli scuri aperti, e pare non abbia piú forza d'alitare da lí nel bujo della camera.
A poco a poco comincia a effondersi come un brulichío nell'ombra.
E prima s'impiglia nel trapunto lieve delle tendine; poi, quasi vaporando, traspare di tra le grétole rarefatte d'una gabbiola che pende dal palchetto in capo alla finestra, nel mezzo, senza destare tuttavia il canarino accoccolato sul ballatojo.
Poi, ecco, inoltrandosi, lambisce appena le gambe, l'orlo d'un tavolino nero davanti la finestra; e, grado grado, si soffonde sul piano di esso, avvistandone quasi a tentoni gli oggetti: alcune carte sparse, alcuni libri, una bugia di ferro smaltato col bocciuolo d'ottone, in cui la candela s'è consumata tutta; una lettera suggellata; un'altra lettera; un cannello di ceralacca; un ritratto fotografico...
Oh! e che ha quel ritratto? Uno spillone da cappello confitto nel collo.
E ride? Sí, si può discernere bene: il giovine effigiato in quel ritratto ride con aria spavalda, senza punto curarsi di quello spillone confitto nel collo.
E poi? Una rivoltella.
Un braccio? Sí; e un altro braccio; e il capo scarmigliato d'una donna.
Morta?
La squallida luce passa oltre, senza un brivido, a quella scoperta.
Il capo rovesciato di quella donna non le importa piú del trapunto di quelle tendine, piú del legno del tavolino o del manico d'osso della rivoltella.
Séguita a penetrare lentamente nella camera; arriva alla parete di contro alla finestra e vi scopre un piccolo lavabo con lo specchio ovale a piè del letto; il letto intatto, su cui sono buttati un cappellino, una vecchia borsetta di cuojo rosso, un ombrello, un libro.
A un tratto, il canarino si desta nella gabbiola; guarda verso il cielo piegando da un lato il capino giallo; si rigira sul saltatojo con un breve squittio.
Buon giorno!
Le braccia, la testa della donna rimangono abbandonate sul piano del tavolino.
Tra i neri capelli scomposti s'intravede un orecchio che pare di cera.
Bravo, sí.
Puoi ridere.
Che t'ha fatto infine questa donna, configgendoti nel collo lo spillone del cappello?
Niente.
Forse, questa notte, mentre dormivi placidamente, ti sarai sentito pinzare come da un insetto costí nel collo, e avrai alzato una mano a grattarti, seguitando a dormire e a sorridere nel sonno.
Perché si vede: tu hai l'aria di non credere alla minaccia d'un suicidio.
Hai, costí presso, il capo abbandonato di lei e, ridendo, guardi altrove, come se ancora tu non creda che ella possa essersi uccisa veramente.
Guardi lontano, tu.
Sai che il mondo è vasto e che puoi facilmente trovare posto ovunque: non hai nulla dentro che ti possa trattenere, qua o altrove.
Chi ha molta vita in sé, vita d'affetti e di pensieri, e la dispensa con amore anche fra le quattro pareti d'una cameretta, può anche non avvertirne piú l'angustia materiale, perché quella cameretta diviene idealmente tutto il suo mondo; e non saprebbe piú distaccarsene.
Ma uno come te, senza ingombro d'affetti e di pensieri, dico di quelli che non si lasciano mettere da un momento all'altro nelle valige per essere trasportati altrove, può viaggiare facilmente e trovare posto ovunque.
Per te la vita è fuori.
Questa camera è troppo impregnata ora dal lezzo nauseante del sego della candela bruciata fino in fondo.
Tu non lo senti e te ne ridi, perché sei qua soltanto in effigie.
Non lo sente piú neanche lei.
Forse lo sentirà il canarino.
Guarda! Lo sportello della gabbiola è aperto.
Lo avrà lasciato lei cosí aperto jersera, legato con un nastrino a una grétola per tenere lo scatto.
Il canarino séguita a guardare, scotendo il capino giallo e saltando irrequieto da un regoletto all'altro.
Non s'è ancora accorto che lo sportellino è aperto.
Se n'è accorto; ecco che vi s'affaccia; allunga e ritira il capino.
Pare che faccia le riverenze.
O aspetta un invito per spiccarsi di là?
L'invito non viene e, perplesso, di tratto in tratto séguita a tentare, quasi a bezzicar l'aria, con brevi acuti squittíi.
Ah ecco, è volato verso il letto.
Sul punto di posarvisi si trattiene sulle ali, come sgomento; cade sulla rimboccatura del lenzuolo intatta e composta sul guanciale; saltella, cercando, gemendo; scende sul piano del letto, molleggiando; s'accosta alla borsetta di cuojo rosso; spia due e tre volte e poi le allunga una beccatina; un altro salto ed è sull'ombrello; guarda di là piú a lungo, smarrito; e via di nuovo alla gabbia.
Tu, dal ritratto, séguiti a ridere.
Forse sai che ella aveva la gentile abitudine di lasciare aperto cosí, ogni sera, lo sportellino della gabbia, perché poi la mattina quella cara bestiolina volasse a lei sul letto, a un richiamo, e le saltasse tra le dita o le cercasse il tepore del seno o le bezzicasse le labbra o il lobo dell'orecchio?
Giú per la strada si sente già lo struscío delle granate degli spazzini; poi il rotolío di qualche carretto di lattaio.
La luce è già cresciuta e vibra ilarandosi a mano a mano.
Una mosca, dalla vetrata della finestra, vola sulla tenda e poi dalla tenda sulla spalla di lei.
In due tratti scorre sull'orlo del bavero del giacchettino, incerta se saltare a posarsi sulla nuca che si scorge un po', tra i riccioli neri, anch'essa come di cera.
Rivola; è sullo spillone che tu hai confitto nel collo; scende lunghesso e ti viene in faccia; ti lascia un piccolo neo sulla guancia, e via.
Oh, cosí, con codesto neo sulla guancia, ora tu sem
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