IN SILENZIO, di Luigi Pirandello - pagina 13
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- Dove? - domanda.
- Con me! Senza storie! - gli risponde, brusco, il delegato, prendendolo per una spalla.
- Va bene.
Ma questo figlio? - domanda lui, di nuovo.
- È malato.
A chi lo lascio? Sappia, signor delegato...
- Via! Via! Via! - lo interrompe questi, con violenza.
- Vostro figlio sarà condotto al Sanatorio.
Voi venite con me!
Il professor Corvara Amidei rimette a giacere Dolfino che trema tutto dallo spavento; lo esorta pian piano a far buon animo: ché non è nulla, ché presto ritornerà a lui; e se lo bacia quasi a ogni parola rattenendo le lagrime.
Uno dei carabinieri, spazientito, lo agguanta per un braccio.
- Anche le manette? - domanda il professor Corvara Amidei.
Ammanettato, si china su Dolfino, di nuovo, e gli dice:
- Figlio mio, questi occhiali...
- Che vuoi? - gli chiede il ragazzo, tremando, atterrito.
- Strappameli dal naso, bello mio...
Cosí...
Bravo! Ora non ti vedo piú...
Si volge verso la folla, ammiccando e scoprendo nella contrazione del volto, i denti gialli; si stringe nelle spalle, protende il collo, ma l'angoscia gli serra troppo la gola, e non può ripetere anche questa volta:
- E va bene!
IL GIARDINETTO LASSÚ
I
Che voleva dirmi?
L'affanno cresciuto non dava adito alle parole, che volevano certo esser aspre, a giudicare dagli sguardi e dai gesti con cui, tossendo, cercava di farmi comprendere.
- Il servo? - gli domandai, cercando, angustiato, un'interpretazione.
Accennò di sí piú volte col capo, irosamente; poi con la mano tremolante mi fece altri gesti.
- Lo caccio via?
Sí, sí, sí, m'accennò col capo, di nuovo.
Per quanto l'indignazione, a cui pareva in preda il povero infermo, ora si comunicasse anche a me, al pensiero che quel servo vigliacco si fosse approfittato dei brevi momenti durante la giornata, nei quali ero costretto ad allontanarmi; pure restai perplesso.
Venivo proprio ad annunziargli che, d'ora in poi, non avrei piú potuto trattenermi a vegliarlo, a curarlo, come nei primi giorni della malattia.
Cacciando ora il servo, poteva egli restar solo lí in casa?
Mi venne in mente lí per lí di persuaderlo a cercar ricovero o in un ospedale o in qualche casa di salute, e gliene feci la proposta.
Nonno Bauer (lo chiamavo cosí fin da quand'ero ragazzo) mi guardò con occhi smarriti, poi guardò in giro lentamente la camera, la cui vecchia suppellettile gli era tanto cara quanto la sua stessa persona, e dal seggiolone di cuojo, entro al quale stava sprofondato, volse infine gli occhi alla finestra, senza rispondermi.
C'era di là un giardinetto.
Apparteneva agl'inquilini del secondo piano; ma chi veramente ne godeva era lui, Nonno Bauer, che da quella finestra bassa poteva conversar comodamente col giardiniere e, allungando appena un braccio, toccare i rami d'un mandorlo, che adesso pareva tutto fiorito di farfalle.
Mi accorsi che due lagrime erano sgorgate dai calvi occhi infossati del mio caro vecchietto; due lagrimoni che ora gli scorrevano su le guance di cera.
- Lei non vorrebbe, è vero? - m'affrettai a dirgli, impietosito.
Negò col capo, senza guardarmi, quasi vergognoso, mentre la commozione gli agitava le labbra.
- No? Ebbene, vuol dire che si provvederà in altro modo.
Intanto Lei non si affligga.
Il povero vecchio alzò gli occhi lacrimosi a ringraziarmi, e un mezzo sorriso, quasi puerile, gli affiorò alle labbra che, subito, si contrassero come per fare il greppo.
Tanto intenerimento aveva provato in quel punto per sé.
Povero Nonno Bauer! Moriva, o meglio si spegneva a poco a poco, lí solo; e dopo una lunga vita, tutta stenti e fatiche, esser privato all'ultimo di quegli oggetti familiari, testimoni della pace finalmente conquistata, gli era parsa una vera crudeltà.
II
Era nato in Italia, da genitori alsaziani; e, fin da giovanetto, era stato col nonno, e poi con mio padre, nell'umile ufficio di scritturale di banco.
Dopo il nostro rovescio finanziario e la conseguente morte di mio padre, se n'era andato in Alsazia a trovare i parenti sconosciuti.
Trascorsi circa sette anni, eccolo di ritorno in Italia, vinto dalla nostalgia per il paese in cui era nato e cresciuto.
Era ritornato con una modesta sostanza, ereditata da un cugino morto celibe.
In quei sette anni, io ero rimasto solo, senza piú la mamma, e quasi povero.
Nonno Bauer venne a trovarmi, appena ritornato, e mi profferse di abitare con lui.
Non accettai, perché, per le buone relazioni di cui godevo, avevo da poco ottenuto un impiego di fiducia, che m'obbligava a viaggiare continuamente.
Tuttavia, non perdetti mai di vista il buon vecchietto; andavo a trovarlo ogni qualvolta ritornavo a Roma; e lui m'accoglieva con tenerezza paterna.
Era per me una vera delizia la sua compagnia.
Conversando con lui, mi pareva di tuffar l'anima in un bagno di antica semplicità.
Nonno Bauer era rimasto in uno stato di vergine ignoranza per quasi tutte le cose della vita, e bisognava vedere con quale e quanta meraviglia la sua mente si aprisse man mano alle cognizioni piú ovvie, ora che la vita per lui era quasi finita.
Passava ore e ore in biblioteca a leggere, a studiare, per rendersi conto di tante e tante cose che, veramente, ormai non doveva piú importargli di sapere.
Restava stordito di ciò che apprendeva cosí tardi; riportava l'ammaestramento al tempo in cui avrebbe potuto giovargli, e s'immergeva allora in lunghe e profonde considerazioni, immaginando il diverso cammino che avrebbe potuto prendere con esso la sua vita.
Ma la sua passione piú viva erano le piante.
Una volta andò via da una casa per non veder morire un albero che era cresciuto, non si sa come, in mezzo al cortile.
Quel povero albero - io lo ricordo - s'era levato sul magro stelo cinereo con evidente sforzo e rizzando i rami come a supplicare, desideroso di vedere il sole e l'aria libera, angosciato dalla paura di non avere in sé tanto rigoglio da arrivare oltre i tetti delle case che lo circondavano.
Ma, finalmente, c'era arrivato! E come brillavano felici le frondi della cima e quanta invidia destavano in quelle che stavano giú senz'aria, senza sole! Anche nella morte, nello staccarsi dai rami, in autunno, le foglie di lassú avevano una lieta sorte: volavano via col vento, in alto, cadevano su i tetti, vedevano il cielo ancora; mentre le povere foglie basse morivano nel fango della via, calpestate.
In tutte le stagioni, all'ora del tramonto, quell'albero si popolava d'una miriade di passeri, che pareva vi si dessero convegno da tutti i tetti della città.
Quei rami allora palpitavano piú d'ali che di foglie; pareva che ogni foglia avesse voce; che tutto l'albero cantasse, fremebondo.
Dalle finestre delle case i bambini sorridevano storditi, a quel passerajo fitto, continuo, assordante.
Nonno Bauer si affacciava con me; sorrideva con aria misteriosa di vecchio mago, mi diceva socchiudendo gli occhi:
- Aspetta...
E batteva forte, due volte, le mani.
Subito, come per incanto, tutto l'albero taceva, esanime.
- Che te ne pare?
Ma, di lí a poco, lo sbaldore ricominciava: ogni passero tornava a inebriarsi del proprio gridío e di quello degli altri, e il concento diveniva man mano piú fitto, piú assordante di prima.
Ora avvenne che il proprietario di quella casa, un bel giorno, pensò di alzar tutto in giro il muro per fabbricare un altro piano.
E allora l'albero che con tanto stento si era guadagnata la libertà del sole, dell'aria aperta, piegò avvilito la cima, si curvò sul tronco.
Nonno Bauer, vedendolo cosí, cominciò a smaniare, a sentire una pena che gli toglieva il respiro.
- Guarda, guarda! - mi diceva, mostrandomi i passerotti che dalle grondaje spiccavano il volo e si tenevano sospesi su le ali gridando quasi per esortar piú da vicino l'albero a rizzarsi.
E forse quei passerotti, anche loro, ripetevano al vecchio albero le solite frasi, gli inutili consigli, i vani ammonimenti, che si sogliono dare ai caduti, agli sconsolati: - Fatti coraggio! non bisogna avvilirsi! raccogli le forze! rialzati!
Ma il vecchio albero non aveva ormai piú forza di rialzarsi: aveva stentato tanto per arrivare fin lassú, a quell'altezza: piú sú, ormai, non poteva arrivare.
Meglio morire.
Andato via da quella casa, Nonno Bauer se n'era venuto in questa col giardinetto, che non apparteneva a lui.
Non andava piú da un pezzo in biblioteca; erano cominciati gli acciacchi della vecchiaja, dopo la settantina; e Nonno Bauer, non potendo piú uscir di casa tutti i giorni, se ne stava alla finestra a conversar col giardiniere e a fare all'amore - com'egli diceva - con le rose del giardino.
III
Di quelle rose e degli altri fiori s'innamorò tanto, che cominciò a struggersi dal desiderio di avere anche lui un giardinetto.
Gli venne allora un'idea che non mi piacque affatto quando me la manifestò, quantunque la fondasse in un ragionamento pieno di buon senso.
- Alla mia età, - mi disse, - bisogna pensare, figliuolo mio, anche alla morte.
E giacché non ho tanti quattrini da farmi due case con due giardinetti, me ne farò una sola, ma bella, e con un giardinetto che varrà per due.
Questo mi servirà per sfogare ora il desiderio che m'è nato, quella che mi servirà per poi...
E quando questo poi sarà arrivato, al giardinetto di Nonno Bauer verrai a pensarci tu.
Cosí acquistò un buon pezzo di terra al camposanto.
La casa, sotto, invece che sopra; e senza nessuna pretesa.
Una piccola nicchietta, e lí.
Perché i morti hanno questo di buono: che possono anche fare a meno di star comodi, e dell'aria e del sole e d'ogni altra cosa, visto e considerato che si son tolto per sempre il fastidio di muoversi, di respirare, e che, se son freddi, non sentono piú nessun bisogno di riscaldarsi.
Ma veramente Nonno Bauer, stando intere giornate lassú, quando si sentiva bene, intento a far nascere il giardino da quel suo pezzo di terra, pareva un morto venuto sú dalla sua nicchietta sotterranea per darsi ancora da fare, per muoversi, per bearsi ancora dell'aria e del sole, zitto zitto e affaccendato, senza piú nessun pensiero, nessuna curiosità della vita, senza neppure accorgersi dello stupore di certi visitatori del camposanto che si fermavano in distanza a mirarlo a bocca aperta, lí chino su questa o quella pianta con la forbice o con la zappetta o con l'annaffiatojo, o seduto su la sedia a libricino che si portava ogni mattina appesa al braccio, il cappellaccio di paglia in capo, l'ombrello aperto su la spalla, immobile, con gli occhi fissi nel vuoto, assorti in qualche pensiero lontano, che gli atteggiava d'un lieve sorriso le labbra tra la barbetta argentea.
Veniva a qualcuno, quasi quasi, la tentazione d'andarlo a scuotere e d'ordinargli che se ne tornasse giú subito, a riporsi, perché a un morto non è lecito, perdio, sconcertar cosí la gente, farla impazzire con tutte quelle sue faccende là attorno al giardinetto, o con quella immobilità sul sediolino e quell'ombrello aperto sulla spalla.
La sera, Nonno Bauer, ritornando a casa, parlava col giardiniere dalla finestra.
Bisognava sentire che conversazioni! Aveva ottenuto da lui semi e tralci da trapiantare lassú; e i fiori - sosteneva - sbocciavano meglio, assai meglio là che qua, perché infine i morti a qualche cosa erano ancora buoni.
Ora, inchiodato da quindici giorni in quel seggiolone di cuojo, da cui non doveva piú rialzarsi, egli non sentiva altra pena che quella di non poter recarsi, neanche in vettura, a vedere il suo caro giardinetto lassú.
Ed era per lui una consolazione veder quest'altro, invece, dalla finestra, sollevandosi un poco su la vita, a stento, e allungando il collo quanto piú poteva.
Le rose che vi fiorivano non erano forse sorelle delle rose che fiorivano lassú? Meno belle, ma sorelle.
E sapete perché quel giorno io trovai Nonno Bauer cosí arrabbiato contro il suo servo? Perché non era vero che questi si fosse recato ogni mattina al camposanto a curare il giardinetto, come Nonno Bauer gli aveva ordinato.
Il vicino giardiniere, venuto quella mattina a fargli visita, gliene aveva dato la brutta notizia.
Non ci fu verso: dovetti cacciar via il servo: lo cacciai anche, in verità, perché lo ritenevo infedele e sgarbato.
Il vicino giardiniere promise che ci sarebbe andato lui ogni giorno a curare le piante, sorelle piú belle, e cosí Nonno Bauer si tranquillò.
Io pensai (conoscendo purtroppo che la morte non poteva esser lontana) di domandare l'assistenza di due suore per quegli ultimi giorni, ed egli non si oppose.
Era cosciente del suo stato, e non se ne rammaricava punto; aveva vissuto a lungo, aveva assaporato la pace; ora si sentiva stanco: era tempo di chiudere gli occhi e dormire per sempre, là, nella nicchietta, sotto le rose dell'altro giardino.
IV
Ogni giorno, andando a visitarlo, mi sorgeva innanzi alla porta la speranza che la mia assidua costernazione dovesse essere ovviata da un repentino miglioramento; ma la men giovane delle suore che veniva ad aprirmi la porta, rispondeva sempre con un gesto di triste rassegnazione alla mia prima, ansiosa domanda.
Mi trattenevo da lui qualche ora; la conversazione però languiva, poiché egli, dopo avermi accolto con un sorriso mesto e muto di riconoscenza, spesso richiudeva gli occhi; e allora io, per non disturbarlo, me ne stavo zitto, come le due suore assistenti.
Veramente, quegli occhi, non si sapeva piú come guardarglieli, cosí scavati dentro com'erano nel male che lo consumava.
Nessun rumore, nessun segno di vita arrivava in quella linda casetta appartata, in cui il vecchietto aspettava tranquillo la morte.
Talvolta, nel silenzio, attraverso le vetrate, giungeva il cinguettío di un passero: io e le due suore alzavamo gli occhi alla finestra: il passero era lí, sul ramo fiorito del mandorlo, e, scotendo or di qua or di là il capino, guardava curioso nella camera, come se volesse domandare: - Che fate? - Poi, a un tratto, un frullo, e via! Quasi avesse compreso che cosa in quella camera si stesse ad aspettare.
Un giorno Nonno Bauer mi domandò se ero stato a vedere il suo giardinetto.
C'ero stato, ma non avevo voluto dirglielo.
- Perché non me l'hai detto? - fece egli.
- Qua o là, ormai, non è lo stesso? Anzi, meglio là...
Hai visto come è bello? Vi tengo tutti impicciati, e io ho tanta voglia di dormire...
Gli parlai allora delle sue piante tutte in fiore, esagerando, per fargli piacere, la mia ammirazione.
Gli occhi di Nonno Bauer si avvivarono di contentezza.
- Ci andrò presto...
Peccato, che non possa piú vederlo...
Lo spettacolo di quell'essere ancor del tutto cosciente che con tanta tranquillità s'era conciliato col pensiero della morte, mi cagionava un occulto, indefinibile sentimento.
Ma, di lí a pochi giorni, un'altra cosa doveva stupirmi maggiormente.
S'era ammalato d'una malattia assai grave l'unico figlio di un mio intimo amico, vispo e leggiadro fanciullo di circa sette anni, che già s'accarezzava sul labbro un pajo di baffetti immaginarii e, a cavallo d'una seggiola, con una sciabola di legno in mano, un elmo di cartone in capo, marciava a debellare in Africa i Beduini.
Ero andato a casa di quel mio amico per affari e lo avevo trovato con la moglie in preda a un cordoglio angoscioso, attorno al lettuccio dell'infermo adorato.
- Tifo...
tifo...
Non sapevano dir altro, padre e madre, e si nascondevano la faccia con le mani, come per non vedere il fanciulletto avvampato dalla febbre.
Ancora turbato e commosso andai quel giorno con molto ritardo a visitare Nonno Bauer.
Egli prestò ascolto alla triste notizia recata da me per scusare il ritardo: volle anzi sapere quanti anni avesse il bambino e se i medici avessero dichiarata la malattia.
- Tifo?
Scosse il capo, con le ciglia corrugate, poi richiuse gli occhi, e nella cameretta ritornò il silenzio consueto.
- Quanti giorni sono? - domandò dopo un lungo tratto, senza aprire gli occhi.
Non potendo supporre che egli pensasse ancora a quel fanciullo infermo e non intendendo perciò la domanda, gli domandai a mia volta:
- Quanti giorni di che?
- Che il bambino è ammalato? - spiegò Nonno Bauer, come se parlasse in sogno.
- Nove giorni, - risposi.
- E la febbre sempre alta a un modo.
- Bagni freddi, gliene fanno? Anche uno ogni due ore, senza paura...
Diglielo al tuo amico.
Dopo un altro lungo silenzio, volle sapere anche il nome del fanciullo.
Il giorno appresso mi recai con lo stesso ritardo a visitare Nonno Bauer, e cosí nei giorni successivi.
Andavo prima a prender notizia del bambino, e non già perché questo mi interessasse piú del mio caro vecchietto, ma perché Nonno Bauer se ne interessava lui piú di me, e per prima cosa, ogni giorno, nel vedermi entrare, mi domandava:
- Come sta? Come sta?
Era rimasto impressionato del caso di quel bambino che moriva contemporaneamente a lui; e, mentre per sé non si lagnava nemmeno, di quello si affliggeva cosí che pareva non se ne potesse dar pace.
- Ma di', ma un consulto non l'hanno ancora tenuto?
E consigliava i medici da chiamare.
Avrebbe voluto salvarlo a ogni costo.
Purtroppo però il fanciullo era spacciato.
Il giorno in cui diedi a Nonno Bauer la triste notizia, c'era da lui a visita il vicino giardiniere, il quale era venuto a riferirgli che il rosajo tutto intorno aveva gettato tanto, che la pietra sepolcrale ne era quasi nascosta.
- Signor Bauer, le rose dicono: là dentro non ci si va
Ma Nonno Bauer stava peggio anche lui, quel giorno.
Guardava con occhi spenti; pareva non intendesse.
Andato via il giardiniere, cadde in letargo.
Poi, si riscosse con un sospiro e disse:
- Se volessero portarlo lí...
Credetti che vaneggiasse, e, per richiamarlo in sensi, gli domandai:
- Dove, Nonno Bauer?
- Lí...
E alzò appena la mano.
Compresi, e provai una viva tenerezza.
Egli intendeva nel suo giardinetto, lassú, al camposanto.
Voleva con sé il bambino, lí, nella nicchietta, sotto le rose.
- Diglielo...
diglielo...
- riprese con insistenza, rianimandosi un po' e guardandomi negli occhi: - Glielo dirai?
LA MASCHERA DIMENTICATA
Nella sala già quasi piena per la riunione indetta dal Comitato elettorale in casa del candidato Laleva, tutti, vedendolo entrare zitto zitto zoppicante e con gli occhi fissi e cupi sotto la fronte grinzuta, s'erano voltati, stupiti, a mirarlo.
Don Ciccino Cirinciò? Possibile? E chi lo aveva invitato?
Si sapeva che da anni e anni non s'immischiava piú di nulla, tutto assorto com'era nelle sue sciagure: la morte della moglie e di due figliuoli, la perdita della zolfara dopo una sequela di liti giudiziarie, e la miseria: sciagure che avrebbe fatto meglio a portare in pubblico con dignità meno funebre, perché non spiccasse agli occhi di tutti i maldicenti del paese quel sigillo particolare di scherno con cui la sorte buffona pareva si fosse spassata a bollargliele, se era vero che la moglie gli fosse morta per aver partorito su la cinquantina non si sapeva bene che cosa: chi diceva un cagnolo, chi una marmotta; e che avesse perduto la zolfara per una virgola mal posta nel contratto d'affitto; e che zoppicasse cosí per una famosa avventura di caccia, nella quale invece dell'uccello era volato in aria lui con tutti gli stivaloni e lo schioppo e la carniera e il cane, investito dalle alacce d'un mulino a vento abbandonato sul poggio di Montelusa, le quali tutt'a un tratto s'erano messe a girare da sé; per cui ormai era inteso da tutti come don Ciccino Cirinciò "quello del mulino".
Cosa strana: se da qualche malcreato sentiva fare allusione a quel parto della moglie o a quella virgola nel contratto d'affitto, sorrideva triste o scrollava le spalle; ma nel sentirsi chiamare quello del mulino usciva dai gangheri, minacciava col bastone e urlava che il suo era un paese di carognoni imbecilli.
Ora questi carognoni imbecilli ecco che si maravigliavano del suo intervento alla riunione elettorale.
Ma ci voleva tanto i pensare ch'egli doveva - prima di tutto - gratitudine eterna al vecchio avvocato don Francesco Laleva, padre del candidato d'oggi, l'unico tra tutti gli avvocati del foro che lo avesse ajutato e difeso nell'occasione delle liti per la zolfara? Queste liti, è vero, le aveva perdute; l'ajuto, perciò, se vogliamo, era stato vano; ma che per questo? L'obbligo della gratitudine non restava forse per lui stesso, sacrosanto? E poi - a parte la gratitudine - ci voleva tanto forse a crederlo capace di un sentimento, che doveva in quell'ora esser comune a tutti i galantuomini, disgraziati e non disgraziati? Perdio, il sentimento della dignità del proprio paese! Era, sí o no, un cittadino anche lui? Le disgrazie, va bene; ma, come cittadino, non poteva essere forse indignato anche lui delle spudorate vergogne che il vecchio deputato uscente commetteva da venti anni impunemente? Non parlava; non aveva mai parlato, perché - le parole - vento! Ma ora ch'era venuto il tempo d'agire, sissignori; eccolo qua; si presentava da sé, non invitato, per mettersi a disposizione del figlio del suo antico e unico benefattore.
I radunati stettero un pezzo a mirarlo a bocca aperta; qualcuno si toccò con un dito la fronte, come per dire: "Eh, che volete? Gli s'è voltato il cervello, poveretto!".
Perché sapevano tutti che non era vero che dovesse poi tanta gratitudine al padre del Laleva, il quale non lo aveva né ajutato né difeso; ma solo dissuaso dal mettersi in lite per quella zolfara maledetta.
Se non che, a forza di ragionare tra sé e sé le sue disgrazie, chi sa, povero Cirinciò, com'era arrivato adesso a rappresentarsi uomini e cose, tutti gli avvenimenti della sua vita; e quali parti in questi lontani avvenimenti della sua vita attribuiva a presunti amici, a presunti nemici! E chi sa da che strambe ragioni era stato perciò indotto a presentarsi ora lí non invitato; e che cosa, nei misteriosi arzigogoli, nelle segrete previsioni del suo spirito conturbato, doveva rappresentare per lui questa sua partecipazione alla lotta politica in favore del figlio di don Francesco Laleva; che beneficii sbardellati se ne riprometteva, che tremendi pericoli e responsabilità si immaginava di dovere affrontare...
Ma sí, quegli occhi che lampeggiavano sotto la fronte aggrottata; quelle pugna serrate su i ginocchi...
Povero don Ciccino!
Cirinciò, invece, guardava cosí, perché non riusciva a spiegarsi il perché di tutta quella meraviglia per la sua venuta.
Vedendosi osservato, spiato da lontano con quell'aria di costernazione perplessa e afflitta, cominciò a entrare in sospetto, che non lo volessero lí.
Aveva forse capito male l'invito del Comitato elettorale?
A un certo punto, non potendone piú, s'alzò sdegnoso, e, zoppicando, s'accostò a domandarlo al Laleva:
- Scusate, debbo rimanere o me ne debbo andare? Ho forse fatto male a venire?
- Ma no! Perché, caro don Ciccino? - s'affrettò a rispondergli il Laleva.
- Siamo tutti felicissimi, e io particolarmente, della sua venuta! Ma si figuri! Segga, segga.
L'ho per un onore; e ne ho tanto piacere!
- E allora? - domandò a sé stesso Cirinciò, tornando a sedere.
- Perché tutti mi guardano cosí?
Che ci fosse in lui qualche cosa ch'egli non vedeva e che gli altri vedevano? Perché in quel momento gli pareva proprio che potesse, come tutti gli altri, occuparsi delle elezioni, e che non ci fosse, in questo, nulla di straordinario.
Capiva bene, sí o no? Ma sí, perdio, che capiva benissimo tutte le discussioni che ora si facevano attorno a lui su le probabilità piú o meno di vittoria, sulla disposizione dei varii partiti locali in questo e in quel comune del collegio, sul computo dei voti favorevoli e contrarii, non solo, ma gli pareva anzi di veder piú chiaro di certuni nella tattica da seguire verso qualche capoelettore ancora neutrale nella lotta.
Tanto che a un certo punto, dimenticandosi del dubbio che lo aveva finora tenuto ingrugnato e sospettoso, non poté piú trattenersi; s'alzò, prese la parola e in breve, con chiarezza e semplicità, espresse il suo concetto, come a lui pareva che si dovesse fare.
Fu nella sala uno sbalordimento generale; perché proprio nessuno riusciva a capacitarsi come mai don Ciccino Cirinciò potesse vedere cosí chiaro e giusto.
Eppure, sí, era proprio quella la mossa da tentare; si doveva far proprio come diceva lui.
Tre, quattro volte, durante la lunga discussione, si rinnovò quello sbalordimento per il retto giudizio e la giustezza dei consigli e la finezza degli espedienti da lui suggeriti.
Non pareva vero! Signori miei, don Ciccino Cirinciò...
Ma parlava benissimo! Chi l'avrebbe creduto? Un oratore...
Ma bravo! Ma bene! Viva Cirinciò!
Piú sbalordito di tutti, alla fine, perché da un canto non gli pareva proprio d'aver detto cose cosí straordinarie da suscitare tanto stupore, tanto fervore d'ammirazione; ma, dall'altro canto, mezzo ubriacato dagli applausi, Cirinciò si trovò designato da tutti a un posto di combattimento difficilissimo, nel comune di Borgetto, che si riteneva la cittadella inespugnabile del partito avversario.
Cercò di tirarsi indietro, con la scusa che non conosceva nessuno lí; che non c'era mai stato; disse anche che non erano imprese per lui; che aveva esposto cosí, in astratto il suo modo di vedere, ma che nell'atto pratico si sarebbe perduto.
Non vollero neppur lasciarlo finire di parlare; lo costrinsero ad accettare quel posto di combattimento: e cosí, la mattina dopo, don Ciccino Cirinciò, provvisto di mezzi e di commendatizie, partí per Borgetto.
Vi fece miracoli, a detta di tutti, nei quindici giorni che precedettero l'elezione politica.
Veri miracoli, se in due settimane riuscí a cambiare la posizione del Laleva in quel comune da cosí a cosí.
Fu per il bisogno di raggiungere e toccare una realtà qualunque nel vuoto strano, in cui quell'avventura impensata lo aveva cosí d'improvviso gettato? Vuoto arioso e lieve, nel quale tutti gli aspetti nuovi, d'uomini e di cose gli apparivano come in una luce di sogno, nella freschezza di quell'azzurro di marzo corso da allegre nuvole luminose? O fu per il prorompere di tante energie ancor vive e ignorate, da anni e anni compresse in lui, soffocate dall'incubo delle sciagure? Energie giovanili, intatte, che lo avrebbero portato chi sa dove, chi sa a quali imprese, a quali vittorie, se la sua vita non si fosse chiusa come s'era chiusa nel lutto di quelle sciagure?
Il fatto è che operò miracoli in quel paesello dove nessuno lo conosceva.
E certo perché nessuno lo conosceva.
Tutto fuori di sé, là, in preda a quelle energie insospettate e scatenate d'un subito in lui, affrontò imperterrito gli avversarii, li forzò a discutere e a riconoscere prima gli errori e l'insipienza, poi la vergogna del loro vecchio deputato; e non si diede un momento di requie: ora qua a scrollare i titubanti; ora là a sventare un'insidia, a presiedere un comizio, a sfidare al contraddittorio anche lo stesso deputato uscente, o chi per lui: tutto quanto il paese!
Cose che non avrebbe mai supposto non che di poter dire, ma neppure di pensare lontanamente, gli venivano alle labbra, spontanee, con un'abbondanza e facilità di parola, un'efficacia d'espressioni, che ne restava lui stesso come abbagliato.
Pareva che una vena nuova di vita gli fosse rampollata dentro, e si fosse messa a scorrere in lui con urgenza impetuosa.
Coglieva a volo tutto, comprendeva tutto a un minimo cenno; e ogni cosa, dentro, pur restandogli nuova e fresca, gli diventava subito nota e propria; se n'impadroniva con quelle forze vergini, che non avevano potuto aver mai uno sfogo in lui, e che ora lo rendevano alacre e sicuro della vittoria, come un giovane, tra la frenesia che già aveva preso a bollire in tutti coloro che gli si facevano attorno sempre in maggior numero, e che a stento riuscivano a tenergli dietro in quella tumultuosa agitazione.
Non pensò piú neanche d'aver una gamba zoppicante.
Non gli faceva piú male.
Gli anni? Sessantadue, sí...
Ma che voleva dire? Avanti! Era come se cominciasse ora la vita.
Avanti! Avanti! Qua, per il momento, c'era da correre a minacciare a quel signor assessore la denunzia delle cento schede trattenute ai soci del circolo operajo, poi a documentare il tentativo di corruzione del signor sindaco: il pagamento di cinquanta voti a dieci lire l'uno.
Come documentarlo? Ma con le testimonianze, perdio! S'incaricava lui di far confessare quei contadini alla presenza d'un notajo, lui, lui...
Avanti!
Arrivò cosí al giorno della vittoria che pareva un altro, ricreato in quell'aura di popolarità, tra gente nuova, in un paese nuovo, preso d'assalto, messo sottosopra e conquistato in pochi giorni.
E, la sera della proclamazione del nuovo eletto, si presentò raggiante nella vasta sala del Circolo dei "civili" dove era imbandita una splendida mensa in suo onore; per quanto già gli apparissero evidenti i segni della stanchezza nella vecchia maschera dimenticata.
Circolava intanto in quella sala, nell'attesa che i posti fossero assegnati nella mensa, un certo squallido ometto scontorto, dal cranio d'avorio, luccicante sotto i lumi.
Quasi a nascondersi, teneva il capo insaccato nelle spallucce ossute, ma cacciava in tutti i crocchi la punta della barbetta arguta, gialliccia, come scolorita, e figgeva in faccia a questo e a quello gli occhietti lustri, acuti come due spilli, che gli spiccavano maligni nel cereo pallore del viso.
Si fermava un momento a ripetere una domanda insistente alla quale era chiaro che non riceveva una risposta che lo soddisfacesse; negava col dito, scrollava le spalle come se esclamasse: "Ma che! Ma che! Impossibile!", o stirava il volto sporgendo il labbro inferiore, come uno che non riesca a capacitarsi, e s'allontanava rivoltandosi a guardare di sfuggita e di sbieco, con quegli occhietti puntuti, Cirinciò.
Cirinciò se n'accorse subito.
Pur tra il fervore entusiastico dell'accoglienza, si sentí ferire fin da principio da quegli occhietti.
Cercò di sfuggirli, rituffandosi in mezzo alla confusione della festa.
Ma di qua, di là, da vicino, da lontano, donde meno se l'aspettava, si sentiva pungere dalla fissità quasi spasimosa di quegli occhietti persecutori; e, appena punto, raggelare, sconcertare, rimescolar tutto da un sentimento oscuro che, facendogli impeto rabbiosamente, gli occupava come di una tenebra di vertigine il cervello.
Si ripigliava; ma avvertiva internamente che non gli era piú possibile ormai tenersi fermo, ché tutto, dentro, gli vagellava, non tanto per la persecuzione di quegli occhietti, di cui in fine non aveva nulla da temere, quanto perché...
perché non lo sapeva bene lui stesso.
Non era timore, non era vergogna; ma si sentiva come tratto di dentro a nascondersi e a scomparire da quella festa.
Troppo chiasso, oh Dio...
troppo chiasso.
E andando in giro per la sala, intronato, faceva atto con le mani di smorzare i rumori.
Ma piú faceva cosí, piú si acuiva proprio fino allo spasimo in quei tali occhietti una curiosità pazzesca.
E allora Cirinciò cadde in preda a una cosí cupa esasperazione, che di fuori ebbe lo strano effetto di farlo apparire quasi cangiato all'improvviso.
Si riebbe un momento allorché tutti lo presero e lo portarono in trionfo a sedere a capo tavola; ma, cessata l'agitazione della cerca dei posti, appena tutti si furono accomodati, Cirinciò, volgendo lo sguardo in giro, ricadde piú intronato che mai e nell'intronamento si fissò, come impietrato, vedendosi vicinissimo, a quattro posti di distanza, quell'ometto che seguitava a fissarlo, e ora - ecco - allungava il collo verso di lui, con l'indice teso come un'arma presso uno di quegli occhietti diabolici, quasi a prender la mira, e gli domandava:
- Ma scusate, non siete don Ciccino Cirinciò, voi?
Non era sul nome la domanda.
Non potevano capirlo gli altri; ma lui, sí, Cirinciò lo intese benissimo.
Che quegli fosse don Ciccino Cirinciò, glielo dovevano aver detto e ripetuto tutti cento volte, a quell'ometto.
Ma appunto di questo non riusciva a capacitarsi quell'ometto: che cioè don Ciccino Cirinciò ch'egli tempo addietro aveva conosciuto, fosse questo che ora gli stava davanti...
Questo? Possibile!
- Quello del mulino?
Sí, sí, quello del mulino...
Aveva ragione! Non era credibile!
Cirinciò adesso tutt'a un tratto lo riconosceva anche lui.
Non era credibile, non appariva piú credibile neanche a lui stesso, che quello del mulino, lui, proprio lui, potesse trovarsi lí, in mezzo a quella festa, e che avesse potuto fare tutto quel che aveva fatto, senza saperne piú il perché.
Che importava a lui, infatti, ora che con gli occhi di quell'ometto si vedeva rientrare in sé medesimo con tutte le sue sciagure e la sua miseria, che importava piú a lui della vittoria del Laleva? Delle vergogne del deputato sconfitto?
Tutti i convitati, nel vederlo cosí d'un subito appassire, credettero in prima che fosse effetto di momentanea stanchezza, e cercarono di ravvivarlo con incitamenti e congratulazioni; ma si sentirono rispondere e agghiacciare con certi scemi e strascicati: "Già...
già..." che rivelarono assente, lontano mille miglia dalla festa, lo spirito di lui.
E quando, il giorno appresso, Cirinciò se ne partí da Borgetto, ingrugnato, funebre, rispondendo a mala pena ai saluti, tutti restarono a guardarsi tra loro, non sapendo comprendere la ragione di un mutamento cosí improvviso, e parecchi avanzarono il sospetto che fosse un imbroglione, un miserabile impostore venuto a mistificarli.
LA BALIA
I
- Finalmente! - esclamò la signora Manfroni, strappando di mano alla serva la lettera da Roma tanto sospirata, nella quale il genero, Ennio Mori, doveva darle tutti i minuti ragguagli promessi, intorno al parto recente della figlia Ersilia.
Inforcò subito gli occhiali e si mise a leggere.
Già sapeva da telegrammi precedenti, che il parto era stato laborioso, ma che tuttavia la figlia non correva alcun rischio.
Ora però la lettera le dava a sapere che qualche rischio Ersilia veramente lo aveva corso e che anzi c'era stato bisogno d'un ostetrico.
Questa notizia il Mori la dava non certo per affliggere i parenti della moglie, ora che tutto, bene o male, era passato; ma per lagnarsi della caparbietà di lei che, contro i suoi saggi consigli, s'era ostinata a portare fino all'ultimo il busto troppo stretto, i tacchi delle scarpe troppo alti.
- Asino! i tacchi!
E parecchie volte la signora Manfroni, friggendo, ripeté quell'asino! durante la lettura.
A un tratto s'impuntò, piú che mai stizzita, e levò gli occhi dalla lettera e guardò in giro, quasi cercasse qualcuno con cui sfogarsi.
- Come? come?
Ah, la balia non doveva essere romana? O perché no, signor avvocato Mori? Le balie romane hanno troppe pretensioni? Oh guarda, l'economia adesso! Come se la dote di Ersilia non potesse permettere un tal lusso al signor avvocato socialista.
Eh già! e intanto che bella figura avrebbe fatto Ersilia per le vie di Roma con a fianco una zotica contadinotta siciliana da lavare a sei o a sette acque, parata da balia!
- Asino! Asino! Asino!
- Ohé! Non si mangia oggi? Perché la tavola non è ancora apparecchiata?
Il signor Manfroni entrò, vociando cosí, al solito.
Di là aveva già sgridato la serva e la cuoca.
- Piano, Saverio, piano...
- disse la moglie.
- Sai bene che c'è sempre un mondo da fare in casa nostra.
- Da fare? Voi? E io?
- Leggiti, leggiti la bella lettera del tuo carissimo genero, piuttosto.
- Ersilia?
- Sentirai.
Il signor Manfroni si calmò di botto; scorse la lettera poi, ripiegandola:
- Benissimo! Ho la balia che ci vuole.
Aveva di questi lampi il signor Manfroni, nei quali egli per primo s'abbagliava e a cui doveva - a suo credere - la sua ingente fortuna commerciale.
Con aria derisoria e di sfida la signora Manfroni domandò:
- Sarebbe?
- La moglie di Titta Marullo.
- La moglie di quell'avanzo di forca?
- Taci!
- La moglie di quel capopopolo?
- Taci!
- La moglie d'un coatto!
- Lasciami dire! - gridò il Manfroni.
- Sei donna tu e, per tua norma, qua, Domineddio, stoppa, stoppa, cara mia, ti ci ha messo! stoppa in luogo di cervello.
Con le belle condizioni sociali, nelle quali viviamo...
- Come c'entrano le condizioni sociali? - domandò, stordita, la moglie.
- C'entrano! C'entrano! - ribatté furiosamente il signor Saverio.
- Perché, noi, noi che siamo riusciti col lavoro assiduo e per...
come si dice? perticace, cioè, no...
sí, giusto dico, perticace, a metter da banda una sostanza qualsiasi, noi, oggi, per tua norma, di fronte all'avvenire che si fa man mano piú torbido e minaccioso...
hai capito?
- No! Che vuoi che capisca?
- E non te lo dico io? Stoppa!
Afferrò una seggiola, l'accostò a quella su cui stava la moglie e vi sedette in gran furia, sbuffando.
- Io, Titta Marullo, - riprese, sforzandosi di parlar sotto voce, perché i servi non udissero, - io, Titta Marullo, per tua norma, lo scacciai dal panificio, per le sue idee rivoluzionarie.
- Come quelle del signor Mori, a cui hai dato tua figlia!
- Lasciami dire! - urlò il Manfroni.
- E perché gli ho dato mia figlia, io? Prima di tutto perché Ennio è un ottimo giovine; poi, sissignora, perché socialista! sissignora! E mi è convenuto! e mi ha fatto gioco! Sai dirmi perché sono tanto rispettato, io, da tutta quella canaglia a cui do da mangiare? Stoppa! Ma qui Ennio non c'entra...
Parlavamo di Titta Marullo.
Lo scacciai dal panificio.
Rimasto sul lastrico, il disgraziato, si regolò in modo da farsi mandare all'isola, a domicilio coatto.
Ora io, ricco, ma con qui dentro qualcosa che batte e che, per tua norma, si chiama cuore, prendo sua moglie, la ficco in un vagone di terza classe e la spedisco a Roma, balia del mio nipotino!
Poteva avere centomila ragioni il signor Manfroni, ma aveva anche su uno zigomo un ridicolissimo porro, sul quale la moglie appuntava gelidamente uno sguardo quanto mai dispettoso, quando si vedeva costretta a sottomettersi a quelle ragioni.
E il signor Manfroni, nel vedersi ogni volta guardato il porro, provava un tale urto di nervi che, per non fare uno sproposito, troncava subito la discussione.
Sonò il campanello e ordinò alla serva:
- Di' a Lisi che venga subito qua.
Lisi, che fungeva da cocchiere e da servotto, si presentò su la soglia senza giacca, con le maniche della camicia rimboccate su le braccia e la bocca aperta a un riso muto, come soleva ogni qual volta i padroni lo chiamavano al loro cospetto.
Il signor Manfroni, fin dal primo vederlo, aveva scoperto uno straordinario ingegno in questo ragazzo.
- Sai dove sta la moglie di Titta Marullo?
- Sissignore.
Ho capito! - rispose Lisi, e sollevò una spalla e si contorse, mentre un sorriso scemo gli alzava quasi il bollo in gola.
- Che hai capito, animale? - gli gridò il Manfroni, che non era in vena d'ammirarlo, in quel momento.
Lisi si storcignò di nuovo, come se il padrone gli avesse fatto un bel complimento, e rispose:
- Vado a dirglielo, sissignore.
- Dille che venga subito qua.
Debbo parlarle.
E, di lí a poco, il signor Manfroni ebbe una prova lampantissima del non comune ingegno di Lisi.
Figurarsi che, mentre era ancora a tavola con la moglie, vide irrompere nella stanza Annicchia, la moglie di Titta, piangente di gioja, con un bambinello in braccio di circa due mesi.
- Ah, signorino! signorino mio! si lasci baciare la mano!
E, cosí esclamando, gli s'inginocchiò ai piedi.
La serva, la cuoca s'erano affacciate all'uscio per assistere alla scena, e Lisi innanzi a loro rideva, trionfante, beato.
Tra gli occhi e le sopracciglia del signor Saverio s'impegnò una viva lotta: quelli volevano sbarrarsi per lo stordimento improvviso, e queste contemporaneamente aggrottarsi dalla rabbia.
Ritrasse subito la mano che la giovine inginocchiata voleva baciargli: guardò verso l'uscio e urlò:
- Fuori! No, tu qua, Lisi! Che le hai detto?
- Che Titta verrà! - esclamò Annicchia senza levarsi.
- Che me l'ha liberato Lei, signorino mio!
Il Manfroni balzò in piedi e brandí la seggiola:
- Aspetta, canaglia!
Lisi scappò via come un daino.
- Non è vero? - fece Annicchia, appassendo, rivolta alla signora Manfroni.
E si rialzò lentamente.
Ci volle del bello e del buono per farle intendere che la liberazione del marito non dipendeva, né poteva dipendere in alcun modo dalla volontà e dalle amicizie del signor Manfroni, il quale, se lo aveva scacciato dal panificio, ella era testimonia di quanta longanimità avesse prima dato prova, unicamente per lei che, da bambina, gli era cresciuta in casa ed era stata compagna di giuoco d'Ersilia, tant'anni.
Mentre il marito dava queste spiegazioni, la signora Manfroni osservava la giovine e, con l'immaginazione, la parava da balia e approvava col capo, approvava come se già la vedesse con un goffo zendado rosso in testa e uno spillone dai tremuli fiori d'argento tra i biondi capelli.
Annicchia, allorché il Manfroni le espose la ragione per cui aveva mandato Lisi a chiamarla, restò tra stordita e perplessa.
- E questo mio bambinello? - disse, mostrandolo.
- A chi lo lascio?
Se lo strinse al seno; si mise a piangere di nuovo.
- Tata non torna, Luzzí! non torna!
Infine, scoprendo la faccia lacrimosa, aggiunse, rivolta alla signora Manfroni:
- Non lo conosce; ancora non l'ha veduto, quest'angeletto che gli è nato.
- Potresti darlo ad allevare, con un po' di quello che avrai da Ersilia.
- Oh, per la signorina Ersilia, - s'affrettò a dire Annicchia, - si figuri con che cuore lo vorrei fare! Ma...
troppo lontano! a Roma!
Il signor Saverio spiegò lí per lí che: Partenza! Pronti! col treno e col piroscafo, non c'erano piú distanze, ormai.
- Sissignore, - disse Annicchia, - Vossignoria, dice bene; ma io sono una povera ignorante; mi sperderei.
Non ho mai dato un passo fuori del paese.
E poi, - aggiunse, - Vossignoria sa che ho con me la suocera: come potrei lasciarla, povera vecchia? Siamo restate noi due sole.
Titta me l'ha tanto raccomandata! E se sapesse come viviamo! io, con le braccia legate da questa creaturina; lei, vecchia di settant'anni! Volevo dare ad allevare il piccino e mettermi a servizio.
Già, Titta non troverà piú nulla della bella roba comperata quando sposammo: roba da poverelli, si sa, ma pulita.
Svenduta, a questo e a quello...
Ma la vecchia non vuole ch'io vada a servizio.
È superba; non vuole.
Però, essendo per la signorina Ersilia, forse...
Ecco, potrei tentare di dirglielo.
- Sí, ma la risposta, subito.
Dovresti partire domattina, al piú tardi.
Annicchia rimase ancora perplessa.
- Sentirò, e Le saprò dire sí o no, - disse infine; e andò via.
Abitava in una viucola lí presso.
Già tutte le vicine, al tanto lieto quanto falso annunzio di Lisi, s'erano affollate nella nuda casetta a pian terreno, intorno alla vecchia madre del deportato che se ne stava seduta, tutta inarcocchiata, con un fazzoletto nero in capo annodato sotto il mento e le mani nodose su un rozzo scaldino di terracotta posato su le ginocchia.
Lodavano quelle il buon cuore e la generosità del Manfroni, e la vecchia, con la testa bassa, emetteva di tratto in tratto come un grugnito, non si sapeva se d'assenso o di dispetto, saettando con gli occhi certi sguardi che esprimevano diffidenza e fastidio.
Quando Annicchia si presentò su la soglia e con l'aspetto e con le prime parole raggelò su le labbra delle vicine le frasi ammirative per il signor Manfroni, la vecchia suocera alzò la testa e guardò in giro con sdegno le vicine; poi, all'annunzio della proposta del Manfroni, si levò in piedi.
- Che gli hai risposto?
Annicchia volse uno sguardo alle vicine, come per dire: Fatele intender voi, che io debbo accettare.
- Gli ho risposto che sarei venuta a dirvelo, mamma.
- Non voglio! Non voglio! - gridò subito, irosa, la vecchia.
- Non vorrei nemmeno io; ma...
E di nuovo Annicchia si rivolse per ajuto alle vicine.
Queste allora, un po' l'una e un po' l'altra, cercarono di persuadere alla vecchia le ragioni per cui la nuora non avrebbe dovuto perder l'occasione che le si offriva di provvedere onestamente a sé, a lei, al bambino.
Una, anzi, ch'era venuta col suo figliuolo in braccio, attaccato a una enorme poppa:
- Qua! qua! guardate, - si mise a gridare, - ho latte per due! Me lo piglio io, il bambino...
Qua, guardate!
E, cavando il capezzolo di bocca al poppante, sollevando con una mano la mammella, fece sprizzare il latte in faccia alle comari del vicinato che, ridendo e riparandosi con le braccia, si scostarono addossandosi l'una all'altra.
Ma la vecchia non volle piegarsi; si ribellò a tutte le insistenze, gridando alla nuora:
- Se vai, è contro la mia volontà, e ti maledico! Ricordatene!
II
L'avvocato Ennio Mori aspettava alla stazione l'arrivo del treno da Napoli.
Piccolo di statura, magrissimo, con le spalle in capo, sbuffava, impaziente, o si grattava la faccetta ossuta, dalla tinta itterica, invasa e quasi oppressa da una barba nera troppo cresciuta, o si aggiustava le lenti che non volevano reggerglisi sul naso, o si tastava di tanto in tanto le tasche del pastrano e della giacca piene di giornali.
Si accostò a un ferroviere.
- Scusi, il treno da Napoli?
- È in ritardo di quaranta minuti.
- Ferrovie italiane! Cose da pazzi!
E s'allontanò, in cerca d'un posto qualunque per sedere; là in fondo, sotto l'orologio, in qualche sporgenza del muro, poiché tutti i sedili erano ingombri.
Gli toccava fare anche da servitore alla balia che doveva arrivare:
- Cose da pazzi!
Dopo due anni di matrimonio e di dimora in Roma, sua moglie era come uscita or ora da quella tribú di selvaggi dell'estremo lembo della Sicilia: non sapeva né muoversi per casa, né uscir sola per provvedere ai bisogni minuti della famiglia; non sapeva far altro che rimproverar lui dalla mattina alla sera, sempre imbronciata, e punzecchiarlo dove piú si teneva: nella logica, nella logica; e affliggerlo con la piú stupida e odiosa gelosia, non per amore, ma per puntiglio.
Non si sentiva amata! E sfido! Che aveva mai fatto, che faceva per essere amata? Se pareva anzi che provasse gusto a farsi odiare! Mai una parola gentile, mai una carezza, mai! e sempre armata di diffidenza, spinosa, dura, arcigna, permalosa.
Ah, parola d'onore, aveva fatto un bel guadagno a sposarla!
- Cose da pazzi!
Sbuffò, tornò ad aggiustarsi sul naso le lenti; trasse uno dei tanti giornali e si mise a leggere.
Ma, pure in quella lettura, come in casa trattando con la moglie, non riusciva a trovare un momento di requie; e, quasi a ogni notizia, tornava a ripetere quella sua solita frase: - Cose da pazzi! - Seguitava a leggere, tuttavia; e, ogni giorno, non si dichiarava soddisfatto, se non aveva scorso da capo a fondo tutti i fogli piú in vista di Roma e di Milano, di Napoli, di Torino, di Firenze, di cui aveva sempre cosí piene le tasche.
- Medicina, - soleva dire.
- Mi muovono la bile.
Troppo, però! Eh, glielo aveva detto anche il medico.
Troppo, sí, forse; ma poi, non leggendo i giornali, lo spettacolo diretto dell'amenissima vita italiana, la compagnia della moglie, non gli avrebbero guastato il fegato? Meglio dunque i giornali.
- E questo maledetto treno da Napoli, insomma, arriva o non arriva?
Guardò l'orologio; scattò in piedi, smarrito.
Era trascorsa piú di un'ora! S'avviò di corsa verso l'uscita.
Dove trovare adesso quella poveretta, che doveva essere arrivata e non sapeva l'indirizzo di casa?
Ma la trovò, per fortuna, nell'ufficio della dogana, dove si visitano i bagagli, che piangeva seduta sul sacco.
I doganieri cercavano di confortarla; le consigliavano di andare in questura, non conoscendo essi quell'avvocato moro di cui ella parlava.
- Annicchia!
- Signorino! - gridò la poveretta, levandosi d'un balzo, alla voce.
E per poco non l'abbracciò, dalla gioja.
Tremava tutta.
- Perduta, signorino mio, perduta...
E come avrei fatto io, se Vossignoria non veniva?
- Ma quel degnissimo galantuomo di mio suocero, - le gridò Mori, - non poteva scriverti l'indirizzo di casa mia su un pezzettino di carta?
- Ma io non so leggere...
- gli fece osservare Annicchia, che si sforzava di soffocare gli ultimi singhiozzi e si asciugava le lagrime.
- Cose da pazzi.
Avresti potuto dare l'indirizzo a un vetturino, senza che m'incomodassi io a venire.
Del resto son venuto.
Ero dentro la stazione.
Non mi sono accorto dell'arrivo del treno.
Basta.
Montando in vettura, le raccomandò:
- Non far parola a mia moglie di quest'incidente.
Succederebbe un caso del diavolo.
Trasse di tasca un altro giornale e si mise a leggere.
Annicchia si restrinse, per occupare nella vettura quanto meno posto le fosse possibile.
Provava una gran soggezione, seduta lí, accanto al padrone, sola con lui.
Ma fu per poco.
Era addirittura intronata dal lungo viaggio, dalle tante e nuove impressioni che le avevano tumultuosamente investito la povera anima, chiusa finora e ristretta là, nelle abituali occupazioni dell'angusta sua vita.
Non ricordava piú nulla; non pensava, non vedeva piú nulla; sentiva soltanto il sollievo d'esser giunta, finalmente; d'aver superato il terrore della traversata sul piroscafo da Palermo a Napoli, lo sgomento della furia del treno.
Ov'era giunta? Si provava a guardar fuori della vettura; ma gli occhi le dolevano.
Avrebbe avuto tanto tempo di veder Roma, la grande città dov'era il Papa! Intanto, già si trovava accanto a uno ch'ella conosceva, e tra poco avrebbe riveduto la "signorina sua" e si sarebbe di nuovo sentita quasi nel suo paese.
Sorrise.
Le si affacciò per un istante al pensiero il figliuolo lontano, la vecchia suocera, ma ne scacciò subito l'immagine per il bisogno istintivo di non turbarsi quel momento di sollievo dopo le lunghe sofferenze angosciose del viaggio.
- A Napoli, - le domandò a un tratto il Mori, - è venuto qualcuno a rilevarti sul piroscafo?
- Ah, sissignore! Un galantuomo! Tanto buono...
- s'affrettò a rispondergli Annicchia.
- Anzi mi ha comandato di salutarla.
- Ti ha comandato?
- Sissignore, di salutarla.
- Ti avrà pregato.
- Sissignore; ma...
un padrone mio...
Ennio Mori sbuffò e si rimise a leggere il giornale.
- Medicina, medicina!
- Come dice? - arrischiò, timidamente, Annicchia.
- Niente: parlo con me.
Annicchia rimase un po' perplessa, poi aggiunse:
- Anche a Palermo è venuto alla stazione un altro galantuomo che mi ha poi accompagnata fino al vapore: tanto buono anche lui.
- E t'ha comandato anche lui di salutarmi?
- Sissignore, anche lui.
Il Mori abbassò su le gambe il giornale, si aggiustò sul naso le lenti e le domandò, accigliato:
- Tuo marito?
- Sempre là! - sospirò Annicchia.
- All'isola! Ah, se Vossignoria che sta qui a Roma, che c'è il Re...
- Sta' zitta! - la interruppe, di scatto, il Mori, come se, nominando il re, quella poveretta gli avesse pestato un piede.
- Basterebbe una parolina...
- osò d'aggiungere Annicchia, sommessamente.
- Cose da pazzi! - sbuffò di nuovo il Mori, cosí urtato, che spiegazzò il giornale che teneva su le gambe e lo buttò fuori della vettura.
- Credi che ci abbiano mandato soltanto tuo marito, a domicilio coatto? Ci mandano anche noi!
- I signori? - domandò Annicchia, stupita e incredula.
- Come ce li mandano i signori?
- Sta' zitta! - replicò il Mori, a cui riusciva addirittura insopportabile quella supina ignoranza.
E si mise, fosco, a riflettere su l'impresa disperata di dare una nuova coscienza a quell'infima gente della sua Sicilia, in cui era cosí profondamente radicato il sentimento della servilità.
La carrozza, alla fine, giunse in Via Sistina, ove il Mori abitava.
Ersilia era ancora a letto.
Sotto il roseo parato a padiglione dell'ampio letto, tra il candore dei guanciali e de' merletti, appariva piú bruna di carnagione, quasi nera, immagrita com'era dalle doglie del recente parto.
Annicchia corse ad abbracciarla festosamente.
- Signorina! Signorina mia! Eccomi qua...
Mi pare un sogno! Come sta? Ha sofferto molto, è vero? Oh, figlia mia! Si vede...
Non si riconosce piú...
Mah, cosí vuole Dio: noi donne siamo fatte per patire.
- Un corno! - protestò Ersilia.
- Che stupide, le donne...
Tutte cosí! Ci provate gusto, è vero? a ripetere che noi donne siamo fatte per patire.
E a furia di ripeterlo, eccoli qua, i signori uomini, credono davvero, adesso, che nojaltre dobbiamo stare al loro servizio, per il loro comodo e per il loro piacere.
Noi le schiave, è vero? e loro i padroni.
Un corno!
Ennio Mori, a cui era diretta la botta, ripiegò furiosamente il terzo giornale, sbuffò e uscí dalla camera.
Annicchia guardò la padrona, un po' impacciata, e disse:
- Anche loro, poveretti, hanno tanti guaj...
- Dormire, mangiare e andare a spasso.
Vorrei fare un po' il cambio, io.
Ah, uomo, uomo, e cieco d'un occhio!
- Certo, quando abbiamo finito da poco di patire per loro...
- No, sempre! Li odio tutti!
A questo punto, s'intese dall'altra parte un grido di Ennio Mori:
- L'universo mondo!
A cui rispose un altro grido:
- Eccomi, signorino! Mi comandi.
Ersilia scoppiò a ridere e spiegò ad Annicchia:
- Ho la serva sorda.
Appena si grida un po', si sente chiamata.
Margherita! Margherita!
Su la soglia si presentò la vecchia sorda, con un'aria tra di offesa e di stralunata.
Di là, il Mori, con gli occhi fuori del capo, le aveva fatto un gesto...
un certo gesto sguajato.
- Senti, Margherita, - riprese Ersilia.
- Questa è la balia, arrivata adesso...
adesso, sí.
Bene: ora tu insegnale la sua camera.
Hai capito? Andrai a lavarti, - aggiunse, rivolgendosi ad Annicchia, - sei tutta affumicata.
Annicchia sporse il capo per guardarsi nello specchio dell'armadio e subito esclamò, con le mani per aria:
- Mamma mia!
Il fumo della ferrovia e le lagrime versate alla stazione le avevano insudiciato il volto.
Prima d'andare a lavarsi, volle però raccontare alla "signorina sua", con vivacissimi gesti e frequenti esclamazioni, che facevano sbarrare tanto d'occhi alla serva sorda, le peripezie del viaggio di mare, poi di quello in ferrovia, e come a un certo punto, sentendosi scoppiare il seno per la furia del latte, si fosse messa a piangere come una bambina.
I compagni di viaggio le domandavano che avesse; ma ella si vergognava a dirlo; alla fine, quelli capirono; e allora un giovinastro le propose di succhiarle lui il latte - malcreato! - e già le stendeva, ridendo, le mani al petto.
Ella, gridando, aveva minacciato di buttarsi dal finestrino del vagone.
Ma poi, per fortuna, alla prima fermata del treno, un vecchio ch'era lí accanto a lei, l'aveva condotta a un altro scompartimento, dove c'era una donna che aveva con sé una bambinuccia di tre mesi, misera misera, alla quale finalmente aveva potuto dar latte, sentendosi man mano rinascere.
Ersilia credeva d'aver già preso l'aria della "continentale" ed ebbe perciò fastidio di quelle vive, ingenue espressioni di pudor paesano.
- Basta, a lavarti, ora! Poi mi dirai della mamma e del babbo.
Va', va'.
- E il bambinello? - chiese Annicchia.
- Non me lo vuol far vedere? Lo vedo e me ne vado.
- Là, - disse Ersilia, indicando la culla.
- Ma tu no, non toccare il velo con le mani sporche.
Sú, Margherita, faglielo vedere.
Tra tanta ricchezza di nastri, di veli, di merletti, Annicchia vide un mostriciattolo dal volto paonazzo, piú misero di quella bimba a cui aveva dato latte in treno.
Pure esclamò:
- Bello! Bello! Coruccio mio, dorme come un angioletto...
Vossignoria vedrà quanto glielo farò diventare...
Anche il mio Luzziddu era nato cosí, piccolo piccolo, e ora, se lo vedesse!
S'interruppe, commossa:
- Vado e torno, - poi disse; e seguí la serva nell'altra camera.
III
Avrebbe voluto attaccarsi subito al seno il piccino; il padrone era d'accordo con lei; ma Ersilia, che doveva in tutto contrariare il marito, nossignore, volle prima che un medico esaminasse il latte.
- C'è bisogno del medico? - disse Annicchia, ridendo.
- Non vede come sto?
Era raggiante di salute, fresca e rosea.
Ersilia, dal letto, la guardò odiosamente, come se ella, con quelle parole, avesse voluto attirare l'attenzione del marito.
- Il medico! Voglio subito il medico! - insistette.
E il Mori, borbottando la sua solita frase, dovette andare per il medico.
Questi venne verso sera, quando già Annicchia spasimava di nuovo per il seno inturgidito, e il bambino, che non riusciva ad attaccarsi a quello, del resto, arido della madre, trangosciava, affamato.
Ennio avrebbe voluto assistere alla visita; ma la moglie lo cacciò via:
- Che hai da vedere? Di' piuttosto a Margherita che porti un cucchiajo e un bicchier d'acqua.
- Bionda, eh?...
bionda...
bionda...
- diceva, in tanto, il medico che aveva in vezzo ripetere tre e quattro volte di seguito la stessa parola, guardando con aria astratta, come se stentasse ogni volta a fissare il pensiero.
Annicchia, nel vedersi osservata a quel modo, diventò rossa come un papavero.
- Bionda, eh? diciamo, gentilissima signora, - seguitava intanto il medico, - bionda, è vero? gentilissima signora...
Bella giovane...
bella, e pare sana, anche sana...
Ma bruna, eh, bruna, bruna sarebbe stata meglio...
Il latte delle brune, sicuro, il latte delle brune...
Basta, vediamo un po'.
Fece alzare il capo ad Annicchia e le esaminò le glandule del collo; dopo altre osservazioni, distratto, cominciò a sbottonarle il corpetto.
Annicchia, tremante di vergogna, stupita e imbarazzata, cercò di impedirglielo, riparandosi il seno con le mani.
- Cava, eh? cava fuori, - le disse il medico.
Ersilia scoppiò a ridere.
- Perché...
perché ri...
perché ride, gentilissima signora?
- Ma non vede come si vergogna codesta sciocca? - gli fece notare Ersilia.
- Di me? Io sono il medico!
- Non c'è avvezza, - riprese Ersilia.
- E poi le nostre donne, sa, noi siciliane non siamo mica come le donne di qua.
- Ah, - fece subito il medico, - capisco, capisco...
so bene, so bene...
piú pudibonde, eh? pudibonde...
Ma io sono il medico; un medico è come il confessore.
Vediamo un po': spremi tu stessa qualche goccia in questo cucchiajo.
Quanto tempo ha il tuo figliuolo?
- L'ho comprato, - rispose Annicchia, forzandosi a guardarlo in volto, - che saranno due mesi.
- L'hai comprato? che dici?
- Come debbo dire?
- Ma fatto, figliuola mia, fatto...
I figliuoli si fanno...
si fanno...
Che c'è di male?
Quando il medico finalmente, dopo l'esame del latte, andò via, Annicchia si abbandonò su una seggiola, sfinita come se avesse sostenuto una tremenda fatica:
- Ah, signorina mia, che vergogna! mi sentivo morire.
Poco dopo, udendo vagire il bambino, corse alla culla e subito gli porse il petto.
- Tie', sàziati, figlio bello mio, animuccia mia!
Ersilia, dal letto, la guatò di nuovo: le vide i biondi capelli dorati, spartiti nel mezzo, in due bande che si ripiegavano sugli orecchi e le incorniciavano il volto delicato; le intravide il seno meravigliosamente bianco e formoso; e le disse, stizzita:
- Sarebbe stato meglio custodirlo, prima; e poi dargli il latte per addormentarlo.
- Lo lasci succhiare, poverino! - esclamò Annicchia.
- Ha proprio fame! Se sentisse come succhia, come succhia!
Poco dopo, nella camera accanto, destinata a lei e al piccino, non rifiniva d'esclamare, ammirando la mobilia e i cortinaggi:
- Gesú! che cose, a Roma! che cose!
E si sentí impacciata davanti a quel letto nuovo, cosí bello, apparecchiato per lei.
Ricordò allora l'impaccio piú vivo provato, due anni addietro, alla vista di un altro letto, nel quale per la prima volta avrebbe dovuto coricarsi non piú sola: rivide col pensiero la sua casetta lontana, com'era già, allorché Titta, senza quelle ideacce cattive che lo avevano rovinato, aveva messa sú, amorosamente, per le nozze; com'era adesso, squallida e nuda, con due seggiole appena e un letto solo, per lei e per la suocera.
Ora la vecchia laggiú lo aveva tutto per sé, quel letto a due, poiché forse il bambino dormiva in casa della vicina.
Povero Luzziddu, cosí piccino, là, fuori di casa, e con la mamma sua cosí lontana! Certo quella donna non poteva aver per lui le cure che aveva per il proprio figliuolo; e Luzziddu, messo da parte, doveva aspettar quieto quel po' che avanzava: lui, lui che finora aveva avuto tutta per sé la mamma sua!
Annicchia si mise a piangere; ma poi, temendo che qualcuno se n'avvedesse, asciugò le lagrime e, per confortarsi, pensò che lí presso, a guardia, c'era la nonna, la quale, all'occorrenza, avrebbe saputo farsi valere con quel suo fare cupo e imperioso.
Degna madre di Titta! Ma buona in fondo, com'era buono Titta; certo col tempo si sarebbe convinta che, se la nuora aveva osato disobbedire, vi era stata costretta dalla necessità e per il bene di tutti.
Ora, per dimostrare quasi a se stessa ch'era stato un sacrifizio il suo e che, nel compierlo, aveva pensato soltanto al bene degli altri e non al suo, avrebbe voluto dormire magari per terra e non lí, su quel letto signorile, sotto quel cortinaggio: il piccino, lí, poiché tutta quella ricchezza era profusa per lui; e lei per terra, come una cagna.
Non le dava proprio l'animo di entrare sotto quelle coperte, pensando allo strame su cui giaceva il suo Luzziddu e a quello della suocera.
Ma, di lí a pochi giorni, il goffo e pomposo abbigliamento recato dalla sarta doveva maggiormente offenderla in quel suo segreto sentimento.
Erano proprio per lei tutte quelle galanterie, grembiuli ricamati, nastri di raso, spilloni d'argento? E doveva uscire cosí, come se dovesse andare a una mascherata?
Ersilia, che già s'era levata di letto, si stizzí acerbamente:
- Uh, quante smorfie! Me l'aspettavo.
Qua usa cosí, e cosí devi vestire, ti piaccia o non ti piaccia.
- Come comanda Vossignoria, - s'affrettò a risponderle Annicchia, per calmarla.
- Mi perdoni.
Vossignoria ha speso tanti bei denari per me che non merito nulla.
E poi, che c'entra? Vossignoria è la padrona...
Dicevo, che mi sembra curioso...
perché nel nostro paese...
- Qua siamo a Roma, - troncò Ersilia.
- Del resto, stai benissimo.
Era vero.
Il rosso acceso dello zendado dava un vivo risalto al biondo dei capelli, all'azzurro degli occhi limpidi e gaj.
Ersilia era certa che, uscendo a passeggio con lei, avrebbe fatto una pessima figura; ma la vanità, l'ambizione di aver la balia parata riccamente, erano piú forti in lei della stessa gelosia.
La condusse con sé, la prima volta, in carrozza.
Annicchia, infocata in volto dalla vergogna, teneva gli occhi bassi, sul piccino che le giaceva in grembo.
Ersilia intanto notava che tutti per via si fermavano e si voltavano a mirarla.
- Sú, sú, - le disse, - tieni alta la testa.
Non diamo spettacolo! Pare che t'abbiano schiaffeggiata!
Annicchia si provò ad alzare gli occhi e a tener alta la testa.
A poco a poco, la maraviglia dello spettacolo insolito e grandioso della città le fece scordar la vergogna, e si mise a guardare come allocchita, dove Ersilia le indicava.
- Gesú, Gesú, - mormorava tra sé Annicchia, - che cose grandi! che cose...
Rientrò in casa, da quella prima passeggiata, stordita, quasi vacillante, con gli orecchi che le ronzavano, come se fosse stata in mezzo a un tumulto e avesse faticato tanto a uscirne.
E si sentí di gran lunga, di gran lunga piú lontana dal suo paese, come non si sarebbe mai immaginato, e quasi sperduta in un altro mondo, che non le pareva ancor vero.
- Gesú! Gesú!
Intanto, di là, il Mori dava a leggere alla moglie una lettera arrivata dalla Sicilia, durante l'assenza di lei.
La signora Manfroni scriveva alla figlia che la vecchia Marullo le aveva rimandato il denaro che ella, secondo l'accordo con Annicchia, le aveva anticipato sulla prima mesata del baliatico: la vecchia non aveva voluto neanche vederlo da lontano; piuttosto, diceva, sarebbe morta di fame o sarebbe andata a mendicare di porta in porta un tozzo di pane.
Intanto, era venuta la vicina, a cui Annicchia aveva affidato il bambino, a protestare contro quella vecchia strega, che non le voleva dar nulla, neanche per provvedere ai bisogni della creaturina.
La signora Manfroni aggiungeva che aveva dato a quella vicina metà della mesata, a patto però ch'ella desse ogni giorno alla vecchia, come carità che partisse da lei, un piatto di minestra per non farla proprio morir di fame.
Consigliava alla figlia di non stare a mandar l'altra metà che la Marullo non avrebbe mai accettato, e concludeva dichiarandosi dolentissima di essersi cacciata in questo impiccio per aver voluto seguire il consiglio altrui.
- Il tuo bel consiglio! - scattò Ersilia, ripiegando la lettera.
- Non devi farne mai una giusta!
- Io? - rimbeccò Ennio.
- E che ho forse scritto alla tua degnissima signora madre che mi scegliesse per balia la nuora d'una pazza furiosa?
- No; ma di volere una balia siciliana! Se non avessi avuto questa splendida idea, non ci troveremmo ora in questi impicci.
Del resto, va' là, va' là che ti piace, e molto, la balietta siciliana! Già me ne sono accorta.
Il Mori sgranò tanto d'occhi.
- La balia di mio figlio?
- Grida, grida: fa' sentire tutto di là...
- Prima mi pungi, e poi vuoi che non gridi? Anche gelosa della balia di mio figlio, adesso? Sei pazza?
- Tu sei pazzo! Avessi tu tanto sale qui, quanto ne ho io! Intanto, che si fa? che dobbiamo farne, di questo denaro?
- Non vorrai mica, spero, spiattellarle che sua suocera lo rifiuta.
- Ma figúrati! Darle questo dispiacere? Me ne guarderei bene!
Il Mori perdette la pazienza e, scrollandosi rabbiosamente, andò via.
IV
Gli toccava, ora, anche questo: privarsi di fare una carezza, finanche di volgere uno sguardo al suo piccino, perché la moglie sospettava già che la balia potesse interpretar quelle carezze, quegli sguardi come rivolti a lei.
- E perché, - gli domandava ella, infatti, - perché non ti compiaci di tuo figlio quando sta in braccio a me, e vai invece a fargli tante smorfie quando sta con quella?
Sdegnato, avvilito di quell'ingiusto e odioso sospetto, Ennio le gridava:
- Ma se con te non ci sta mai!
Il bambino, ogni qual volta ella se lo prendeva in braccio, si metteva a piangere e tendeva le manine alla balia.
Forse ella lo teneva male, non tanto perché non ci fosse avvezza, quanto per timore che potesse averne sporcate le ricche vesti da camera di cui faceva grande sfoggio.
Quantunque non ricevesse mai visite e di rado uscisse di casa, pure spendeva enormemente per gli abiti, dei quali alla fine restava sempre scontenta, come di tutto e di se stessa.
Si sentiva, ed era forse davvero infelice; ma di questa sua infelicità incolpava gli altri, anziché la propria indole scontrosa, l'aspro carattere, la mancanza di ogni garbo.
Era convinta che se si fosse imbattuta in un altr'uomo che l'avesse amata e compresa, non avrebbe sentito tutto quel vuoto che sentiva dentro e attorno a sé.
Ora le era venuto in uggia finanche il bambino, perché questi dimostrava di voler piú bene alla balia che a lei.
E non passava giorno che, anneghittita in quell'ozio, non piangesse di nascosto.
Il marito le vedeva qualche volta gli occhi gonfii e rossi, ma fingeva di non accorgersene; schivava quanto piú poteva di parlare con lei, ormai certo che, per quanto dicesse o facesse, non sarebbe riuscito a ispirarle, a comunicarle quell'affetto per la vita, di cui ella sentiva il desiderio smanioso, ma del quale nello stesso tempo la riteneva incapace.
Se l'aspettava dagli altri, la vita, senza intendere che ciascuno deve farsela da sé.
Del resto, se era infelice, non meno infelice era lui che doveva viverci insieme.
Bella esistenza, la sua! Tutto il giorno tappato lí, nello studio.
Meno male che, di tanto in tanto, venivano a trovarlo gli amici del partito, coi quali poteva almeno sfogarsi, discutere liberamente.
Durante quelle discussioni, il vecchio scrivano dello studio era mandato in sala.
S'inchinava, ogni volta, profondamente, il signor Felicissimo Ramicelli a quei signori rivoluzionari e usciva con molta dignità.
Appena varcata la soglia però, e richiuso l'uscio, strizzava un occhio, sollevava un piede e si stropicciava, contentone, le mani; poi rizzandosi le punte dei baffetti ritinti, andava a seder su la panca della sala d'ingresso, con la speranza che vi capitasse Annicchia, la bella balietta siciliana.
Già aveva tentato d'attaccar discorso con lei:
- Sai come mi chiamo? Felicissimo.
Ma Annicchia pareva non capisse; gli voltava le spalle; e il signor Ramicelli diceva allora a sé stesso:
- Felicissimo, eh già! Ma di che?
Gli avevano imposto, come un augurio, questo bel nome superlativo.
- Grazie! - ma, proprio, nella vita, non aveva trovato mai di che dichiararsi, non che felice, ma neppure appena appena contento, il signor Ramicelli.
Guadagnava otto lirette al giorno, che gli sarebbero bastate forse, se non avesse avuto un vizietto...
un certo vizietto...
- Eh, come si fa? Le belle donnine...
Quell'Annicchia, per esempio, che bocconcino! Ogni qualvolta la vedeva, si sentiva toccar l'ugola.
E gli pareva anche una buona ragazza: gli pareva, intendiamoci! perché tutte le balie, si sa: ragazze andate a male, roba da...
da guerra, là!
Annicchia, notando le occhiate, i lezii da scimmia del signor Ramicelli, non sapeva se dovesse riderne o aversene a male.
Le sembrava tanto curioso quel vecchietto ancora cosí biondo! Certo, se non era già andato via col cervello, poco ci doveva mancare.
Là, nella saletta d'ingresso, ella tentava di mettere a prova i piedini del bimbo, reggendolo sotto le ascelle.
Non era ancor riuscita, dopo sei mesi, a pronunziare correttamente il nome che il Mori aveva imposto al bambino: Leonida.
Lo chiamava Nònida.
- Ma che Nònida! - le diceva il signor Ramicelli, per stuzzicarla.
- LE-O-nida.
- Io non so dirlo.
- E Felicissimo? Non sai dirlo neppure Felicissimo? Mi chiamo proprio cosí, sai?
Annicchia si riprendeva in braccio il bambino e andava via dalla saletta, dicendo:
- Non ci credo.
- E neppure io, - concludeva, filosoficamente, il signor Ramicelli, che restava lí ad aspettare che la discussione nello studio terminasse.
- Tattica...
Farabutti...
L'educazione del proletariato...
Programma minimo...
- Queste e simili espressioni giungevano, di tratto in tratto, agli orecchi del Ramicelli, il quale scoteva malinconicamente il capo e si volgeva piuttosto a guardare verso l'uscio per cui era andata via la balia, e sospirava.
Gli giungeva di là, qualche volta, una certa ninna-nanna paesana, che Annicchia cantava con voce dolce e malinconica, forse pensando al suo bambino, e guardando intanto questo che già, col suo latte, s'era fatto grosso e bello, anche piú grosso di quanto aveva lasciato il suo, là! Ah, un gigante, certo, si sarebbe fatto, povero Luzziddu, se ella avesse potuto allattarlo! E invece...
chi sa! Le passavano tante brutte ideacce per il capo! Spesso se lo sognava infermo, magro magro, pelle e ossa, col colluccio vizzo e un testone da rachitico che gli s'abbandonava ora su una spalluccia ora sull'altra e gl'ingrossava di punto in punto, mentr'ella stava a contemplarlo, raccapricciata, allibita: - Questo, il mio Luzziddu? cosí s'è ridotto? - E voleva, nel sogno angoscioso, dargli il suo latte, subito subito; ma il bambino allora la guardava con gli occhi cupi, truci della nonna, e voltava la faccia, rifiutando il seno ch'ella gli porgeva.
Che strazio! Si destava col cuore in gola, e fino a giorno non riusciva a togliersi dagli occhi l'immagine del figliuolo ridotto in quello stato.
Non ardiva piú, intanto, di parlarne alla padrona che già piú volte le aveva risposto male, forse perché urtata della sua soverchia insistenza, o forse perché temeva che ella - pensando troppo alla sua creaturina - trascurasse il bimbo.
Ma questo no, in coscienza: non poteva, né doveva dirlo: eccolo qua Nònida, florido e vispo!
Annicchia quasi quasi non sapeva piú riconoscere nella padrona d'oggi la signorina Ersilia d'un tempo, cosí malamente si vedeva trattata: peggio d'una serva.
Faceva di tutto per lasciarla contenta, si piegava a tanti servizii a cui non era obbligata, ora che Margherita, la sorda, era andata via; e si sforzava di parere allegra e di rincorare anche la padrona che dava in ismanie e si disperava per ogni nonnulla.
- Eccomi qua, ci sono io, faccio tutto io, signorina mia, non si confonda.
Avrebbe voluto, in compenso, un po' piú di considerazione.
Per esempio, quando arrivavano le lettere dalla Sicilia...
Gliele recava lei, tutta contenta, esultante:
- Signorina! Signorina!
- Che c'è? Hai preso un terno al lotto?
La agghiacciava, ogni volta, con quelle parole.
Stava ad aspettarla ch'ella finisse di leggere la lettera, sperando che le desse subito notizia del suo bambino, ma che! nulla; doveva domandargliene lei, quando le vedeva rimettere il foglio nella busta.
- E di Luzziddu, niente?
- Sí; dice che sta bene.
- E mia suocera, mia suocera?
- Anche.
Doveva contentarsi di queste risposte.
Ma possibile che di laggiú non le mandassero a dire altro? Ah come si pentiva adesso di non avere imparato a scrivere! Aveva, sí, supposto, partendo, che la lontananza le sarebbe riuscita penosa; ma tanto poi no: era un vero supplizio, cosí!
Il bambino, però, tra pochi giorni, avrebbe compiuto sette mesi: a nove, per volontà del padre, doveva essere svezzato: dunque, due mesi ancora di quelle sofferenze.
Pazienza!
Non s'aspettava, confortandosi e rassegnandosi cosí alla mala sorte, quel che doveva accaderle proprio nel giorno che il bambino compiva il settimo mese: giorno di doppia festa, perché a Nònida era anche spuntato il primo dentuccio.
Sentendo sonare quel giorno il campanello alla porta, e parendole dalla scampanellata che fosse il postino, s'era recata ad aprire tutta contenta, al solito; ma a un tratto, senza aver avuto neanche il tempo d'accorgersi a chi avesse aperto, s'era trovata per terra, intronata da un terribile schiaffo.
Titta Marullo, il marito, pallido, scontraffatto dall'ira, le era sopra, con un piede alzato, per pestarle la faccia.
- Brutta cagna! Dov'è il tuo padrone?
Al grido, accorsero il Mori, la moglie, il signor Ramicelli.
Titta Marullo, pallido come un morto, si accostò al Mori, gli prese il bavero della giacca e, scrollandoglielo pian piano:
- Mio figlio è morto, sai? Morto! - aggiunse, voltandosi verso Annicchia che aveva cacciato un urlo.
- E tu ora, che vuoi fare? Me lo paghi o vuoi darmi il tuo?
- È pazzo! - gridò Ersilia, tremando, spaventata.
Il Mori respinse con un urtone il Marullo, indicandogli la porta, furente nel corpicciuolo nervoso:
- Via! - gridò.
- Mascalzone! Esci di casa mia, subito!
- Che fai? - gli disse il Marullo, venendogli avanti, a petto.
- Io non ho piú nulla da perdere, bada! Mia madre è all'ospedale: mio figlio è morto! Sono venuto a sputarti in faccia e a prendermi questa cagna.
Sú, alzati! - aggiunse, rivolgendosi alla moglie che stava ancora buttata a terra.
Ma, a questo punto, il Ramicelli ch'era scappato via, non visto, ritornò ansante e spaventato, insieme con due guardie di questura, alle quali subito il Mori, che tremava tutto di rabbia, si rivolse, concitatissimo:
- Via! conducetelo via! È venuto a insultarmi, a minacciarmi fino in casa, codesto mascalzone!
Le due guardie afferrarono per le braccia il Marullo che cercava di svincolarsi, gridando: - Io voglio mia moglie! - e lo trascinarono via, seguiti dal Mori, che volle recarsi in questura a denunziare l'aggressione patita.
V
Il giorno dopo, senza fretta, arrivò la lettera della signora Manfroni, che annunziava la morte del bambino e la malattia della vecchia Marullo.
Di Titta, nessun cenno.
Il Mori suppose dapprima ch'egli fosse evaso dal domicilio coatto; ma poi venne a sapere che era stato graziato per intercessione del prefetto, a cui la madre, ammalata, aveva rivolto una supplica dall'ospedale.
La questura di Roma, intanto, lo aveva rimandato in Sicilia, sotto la minaccia che sarebbe tornato al suo luogo di pena, se laggiú avesse minimamente tentato di sottrarsi alla sorveglianza speciale, a cui era stato sottoposto per tre anni.
Ad Annicchia, per lo spavento del marito e lo strazio della morte del figlio, era sopravvenuta una fierissima febbre.
Parve per tre giorni che volesse impazzire; poi il delirio, le allucinazioni cessarono; rimase come stordita, in un istupidimento che costernava anche piú delle furie di prima.
Guardava, e pareva non vedesse; udiva ciò che le si diceva, rispondeva di sí col capo o con la voce, ma poi dimostrava di non aver compreso.
Il latte le era venuto meno; e il bambino si era dovuto svezzare.
Tutta la casa era sossopra.
Ersilia, inesperta, inetta a tutto, aveva dovuto vegliar due notti il bambino che voleva la balia e non si quietava un momento; aveva dovuto anche attendere alla casa, dar le prime istruzioni alla nuova serva; badare anche un po' alla malata; ed era su le furie contro il marito, che si guardava attorno, con un giornale in mano, senza saper che fare.
Ma che avrebbe potuto fare?
- Che? - gli gridava la moglie.
- Ma muoverti, darti attorno! Non vedi che io sono qua sola, senza nessuno; col bambino in braccio; e non posso badare anche a lei che mi ha cagionato tutto questo scompiglio? Va', esci, procura di trovarle posto in qualche ospedale!
Ennio, a tale proposta, si fermava a guardarla trasecolato.
- All'ospedale?
- Pietà, compassione? - riprendeva Ersilia, inviperita.
- Per lei, è vero? non per me, che non dormo piú da tante notti, che non trovo piú neanche il tempo da pettinarmi.
Devo fare la serva a tutti? Ma aspetta che si rimetta in piedi, e ti farò vedere! Neanche un giorno, neanche un minuto deve rimanere piú in casa mia!
Non ebbe però il coraggio di porre a effetto questa minaccia, appena Annicchia si fu un poco rimessa.
Tentò di muovergliene il discorso, dichiarandole che teneva a disposizione di lei il danaro che la suocera aveva rifiutato; ma Annicchia le rispose:
- E che vuole che me ne faccia piú, oramai? Non ho piú che questo qua, ora!
E si strinse al seno Nònida, ch'era tornato a lei e le dimostrava lo stesso amore, quantunque divezzato.
La prima volta che la serva glielo recò lí a letto, ne provò una viva repulsione; per lui il suo bambino era morto! Ma poi, commossa dall'amorosa impazienza con cui il piccino ignaro le tendeva le manine, se lo abbracciò stretto stretto, come si sarebbe abbracciato il suo stesso figliuolo, e sciolse il cordoglio che la soffocava in un pianto senza fine.
Il piccino le cercava ancora il seno.
- Ah figlio, ah figlio! che vuoi piú da me? non ho piú nulla, io, non posso dar piú nulla, io, né a te né a nessuno...
Finí la mamma tua, amore mio, finí! finí!...
Ah se almeno avesse potuto sapere con certezza come, perché fosse morto il suo bambino, se per mancanza di nutrimento o per qualche male non curato.
Doveva rassegnarsi cosí, senza saperne nulla, piú nulla? Possibile? Come fosse morto un cagnolino! Oh povero innocente abbandonato, senza la mamma sua accanto, senza il padre, senza nessuno, morto lí, fra mani estranee, oh Dio! oh Dio!
Ma chi si curava, ora, della sua pena? La padrona, anzi, era in collera con lei, per via del figlio, privato improvvisamente del latte, a soli sette mesi: e aveva ragione, sí, perché anche lei era mamma e non poteva darsi pensiero che del suo figliuolo.
Che importava a lei che quell'altro fosse morto? Dispetto poteva sentirne, non dolore.
"Sí, ma deve pur comprendere - pensava Annicchia, - che il suo figliuolo appartiene, ora, anche a me: che se ella ci ha messo la pena di farlo, io ci ho rimesso il figlio per lui: e ora non mi resta piú altro."
Per quanto a Ersilia non dispiacesse di sottrarsi al fastidio del bambino, pure non voleva che questo s'affezionasse di piú a colei, che già lo considerava come suo.
E si raffermava sempre piú nel proposito di mandarla via.
Del resto, che obbligo aveva di tenerla ancora? Non era adatta né a far da serva né da bambinaja.
Ella poi voleva che il suo piccino imparasse a parlar bene l'italiano, e, con quella accanto, che parlava soltanto in dialetto, non sarebbe stato possibile.
Dunque, via! via! O doveva forse tenerla perché desse spettacolo della sua bellezza al marito? Via! via! E il marito stesso doveva licenziarla.
- Io? Perché io? - le disse il Mori.
- Perché tu sei il capo di casa.
E poi, perché non so che cosa ella si sia fitto in mente, per la pietà, per la commiserazione che tu hai voluto dimostrarle in questa occasione.
- Io? - ripeté Ennio.
- Non le ho dimostrato nulla, io.
- L'avrà forse creduto lei, allora.
Per me fa lo stesso.
Non vedi? Crede già di essere a casa sua.
Le madri cosí, qua, le padrone di casa, saremmo due.
Ora, se questo può piacere a te, a me non piace!
Ennio, pur sapendo che faceva peggio, si provò ancora una volta a ragionare:
- Ma scusa: perché vuoi ostinarti a vedere il male dove non è, a crearti fantasmi odiosi, quando io, con la mia vita di studio, di lavoro, non ti ho mai dato cagione di dubitare di me? Hai visto che, per stare in pace, per contentarti, mi sono finanche vietato di fare una carezza al mio bambino.
Diffidi ora di quella poveretta? Ma ti pare che possa sorriderle il pensiero di tornare laggiú, dove non troverà piú il figlio, dove troverà invece un bruto, che la incolpa della morte del bambino e di cui lei ha paura? Avendo perduto il proprio figliuolo, per esser venuta qua ad allattare il nostro, crede d'aver acquistato il diritto di stare in casa nostra, presso a quest'altro bambino, al quale ha sacrificato il suo.
Non ti par giusto? non ti par ragionevole?
Ripeteva, senza volerlo, quel che aveva scritto poco prima che la moglie entrasse nello studio a parlargli.
Riflettendo intorno al triste caso di quel bambino morto laggiú in Sicilia, aveva pensato a un passo dell'opera del Malon Le socialisme intégral; e, invece di farsene un rimorso, s'era proposto di farne argomento d'una conferenza che avrebbe tenuto al Circolo Socialista fra qualche giorno.
Ersilia, com'era da aspettarsi, si ribellò a quelle riflessioni umanitarie e uscí dallo studio deliberata a licenziare sul momento Annicchia.
Il Mori, esasperato, afferrò le prime cartelle già scritte della conferenza e le scaraventò a terra.
Poco dopo, attraverso l'uscio chiuso, intese il pianto disperato di quella disgraziata e le parole strazianti con cui pregava la padrona di non mandarla via.
- Mi tenga come serva, senza darmi niente! Mi dia solo un tozzo di pane! quel che dovrà buttar via! Dormirò magari per terra...
Ma non mi scacci, per carità! Io laggiú non posso, non posso piú ritornare...
Abbia pietà di me, lo faccia per amore di questo innocente! Se lei mi scaccia, io mi perdo, signorina; io mi perdo, ma laggiú non torno...
Durarono a lungo quel pianto e quelle angosciose preghiere.
Poi il Mori non intese piú nulla: ritenne che Ersilia si fosse impietosita e avesse concesso a quella poveretta di rimanere col bambino.
Di lí a poco entrò nello studio il signor Felicissimo Ramicelli, senza la consueta dignità, infocato in volto e con gli occhietti lustri.
Che vittoria! che vittoria! Per poco non si fregava le mani, lí, sotto gli occhi dell'avvocato, il signor Ramicelli.
La bella balietta siciliana, scacciata or ora dalla padrona, quella sera stessa sarebbe venuta a dormire in casa sua.
Eh, ma già, le balie - lui lo sapeva bene - tutte ragazze andate a male, roba da...
da guerra, là! Questa qui faceva ancora l'ingenua: mostrava di credere d'aver compreso che lui la volesse soltanto per serva.
Eh sí, per serva...
perché no?
- Signor Ramicelli!
- Comandi, signor avvocato!
- Attento, eh? Scrittura chiara e, mi raccomando, senza svolazzi né in sú né in giú.
E il Mori gli porse da ricopiare le cartelle già scritte della conferenza.
Poi seguitò:
"L'eguaglianza tra gli uomini secondo il socialismo, come diceva il Malon, si deve intendere quindi in un duplice senso relativo: 1° che tutti gli uomini, perché tali, abbiano assicurate le condizioni dell'esistenza; 2° che quindi gli uomini siano uguali nel punto di partenza alla lotta per la vita, sicché ognuno svolga liberamente la propria personalità a parità di condizioni sociali; mentre ora il bambino che nasce sano e robusto, ma povero, deve soccombere nella concorrenza con un bambino nato debole ma ricco..."
- Signor Ramicelli!
- Avvocato!
- Che ha? È impazzito? Perché ride cosí?
IL CORVO DI MÍZZARO
Pastori sfaccendati, arrampicandosi un giorno sú per le balze di Mízzaro, sorpresero nel nido un grosso corvo, che se ne stava pacificamente a covar le uova.
- O babbaccio, e che fai? Ma guardate un po'! Le uova cova! Servizio di tua moglie, babbaccio!
Non è da credere che il corvo non gridasse le sue ragioni: le gridò, ma da corvo; e naturalmente non fu inteso.
Quei pastori si spassarono a tormentarlo un'intera giornata; poi uno di loro se lo portò con sé al paese; ma il giorno dopo, non sapendo che farsene, gli legò per ricordo una campanellina di bronzo al collo e lo rimise in libertà:
- Godi!
Che impressione facesse al corvo quel ciondolo sonoro, lo avrà saputo lui che se lo portava al collo sú per il cielo.
A giudicare dalle ampie volate a cui s'abbandonava, pareva se ne beasse, dimentico ormai del nido e della moglie.
- Din dindin din dindin...
I contadini, che attendevano curvi a lavorare la terra, udendo quello scampanellío, si rizzavano sulla vita; guardavano di qua, di là, per i piani sterminati sotto la gran vampa del sole:
- Dove suonano?
Non spirava alito di vento; da qual mai chiesa lontana dunque poteva arrivar loro quello scampanío festivo?
Tutto potevano immaginarsi, tranne che un corvo sonasse cosí, per aria.
"Spiriti!" pensò Cichè, che lavorava solo solo in un podere a scavar conche attorno ad alcuni frutici di mandorlo per riempirle di concime.
E si fece il segno della croce.
Perché ci credeva, lui, e come! agli Spiriti.
Perfino chiamare s'era sentito qualche sera, ritornando tardi dalla campagna, lungo lo stradone, presso alle Fornaci spente, dove, a detta di tutti ci stavano di casa.
Chiamare? E come? Chiamare: - Cichè! Cichè! - cosí.
E i capelli gli s'erano rizzati sotto la berretta.
Ora quello scampanellío lo aveva udito prima da lontano, poi da vicino, poi da lontano ancora; e tutt'intorno non c'era anima viva: campagna, alberi e piante, che non parlavano e non sentivano, e che con la loro impassibilità gli avevano accresciuto lo sgomento.
Poi, andato per la colazione che la mattina s'era portata da casa, mezza pagnotta e una cipolla dentro al tascapane lasciato insieme con la giacca un buon tratto piú là appeso a un ramo d'olivo, sissignori, la cipolla sí, dentro al tascapane, ma la mezza pagnotta non ce l'aveva piú trovata.
E in pochi giorni, tre volte, cosí.
Non ne disse niente a nessuno, perché sapeva che quando gli Spiriti prendono a bersagliare uno, guaj a lamentarsene: ti ripigliano a comodo e te ne fanno di peggio.
- Non mi sento bene, - rispondeva Cichè, la sera ritornando dal lavoro, alla moglie che gli domandava perché avesse quell'aria da intronato.
- Mangi però! - gli faceva osservare, poco dopo, la moglie, vedendogli ingollare due e tre scodelle di minestra una dopo l'altra.
- Mangio, già! - masticava Cichè, digiuno dalla mattina e con la rabbia di non potersi confidare.
Finché per le campagne non si sparse la notizia di quel corvo ladro che andava sonando la campanella per il cielo.
Cichè ebbe il torto di non saperne ridere come tutti gli altri contadini, che se n'erano messi in apprensione.
- Prometto e giuro, - disse, - che gliela farò pagare
E che fece? Si portò nel tascapane, insieme con la mezza pagnotta e la cipolla, quattro fave secche e quattro gugliate di spago.
Appena arrivato al podere, tolse all'asino la bardella e lo avviò alla costa a mangiar le stoppie rimaste.
Col suo asino Cichè parlava, come sogliono i contadini; e l'asino, rizzando ora questa ora quell'orecchia, di tanto in tanto sbruffava, come per rispondergli in qualche modo.
- Va', Ciccio, va', - gli disse, quel giorno, Cichè.
- E sta' a vedere, ché ci divertiremo!
Forò le fave; le legò alle quattro gugliate di spago attaccate alla bardella, e le dispose sul tascapane per terra.
Poi s'allontanò per mettersi a zappare.
Passò un'ora; ne passarono due.
Di tratto in tratto Cichè interrompeva il lavoro, credendo sempre di udire il suono della campanella per aria; ritto sulla vita, tendeva l'orecchio.
Niente.
E si rimetteva a zappare.
Si fece l'ora della colazione.
Perplesso, se andare per il pane o attendere ancora un po', Cichè alla fine si mosse; ma poi, vedendo cosí ben disposta l'insidia sul tascapane, non volle guastarla: in quella, intese chiaramente un tintinnío lontano; levò il capo:
- Eccolo!
E, cheto e chinato, col cuore in gola, lasciò il posto e si nascose lontano.
Il corvo però, come se godesse del suono della sua campanella, s'aggirava in alto, in alto, e non calava.
"Forse mi vede", pensò Cichè; e si alzò per nascondersi piú lontano.
Ma il corvo seguitò a volare in alto, senza dar segno di voler calare.
Cichè aveva fame; ma pur non voleva dargliela vinta.
Si rimise a zappare.
Aspetta, aspetta; il corvo, sempre lassú, come se glielo facesse apposta.
Affamato, col pane lí a due passi, signori miei, senza poterlo toccare! Si rodeva dentro, Cichè, ma resisteva, stizzito, ostinato.
- Calerai! calerai! Devi aver fame anche tu!
Il corvo, intanto, dal cielo, col suono della campanella, pareva gli rispondesse, dispettoso:
- Né tu né io! Né tu né io!
Passò cosí la giornata.
Cichè, esasperato, si sfogò con l'asino, rimettendogli la bardella, da cui pendevano, come un festello di nuovo genere, le quattro fave.
E, strada facendo, morsi da arrabbiato a quel pane, ch'era stato per tutto il giorno il suo supplizio.
A ogni boccone, una mala parola all'indirizzo del corvo: - boja, ladro, traditore - perché non s'era lasciato prendere da lui.
Ma il giorno dopo, gli venne bene.
Preparata l'insidia delle fave, con la stessa cura, s'era messo da poco al lavoro, allorché intese uno scampanellío scomposto lí presso e un gracchiar disperato, tra un furioso sbattito d'ali.
Accorse.
Il corvo era lí, tenuto per lo spago che gli usciva dal becco e lo strozzava.
- Ah, ci sei caduto? - gli gridò, afferrandolo per le alacce.
- Buona, la fava? Ora a me, brutta bestiaccia! Sentirai .
Tagliò lo spago; e, tanto per cominciare, assestò al corvo due pugni in testa.
- Questo per la paura, e questo per i digiuni!
L'asino che se ne stava poco discosto a strappar le stoppie dalla costa, sentendo gracchiare il corvo, aveva preso intanto la fuga, spaventato.
Cichè lo arrestò con la voce poi da lontano gli mostrò la bestiaccia nera:
- Eccolo qua, Ciccio! Lo abbiamo! lo abbiamo!
Lo legò per i piedi; lo appese all'albero e tornò al lavoro.
Zappando, si mise a pensare alla rivincita che doveva prendersi.
Gli avrebbe spuntate le ali, perché non potesse piú volare; poi lo avrebbe dato in mano ai figliuoli e agli altri ragazzi del vicinato, perché ne facessero scempio.
E tra sé rideva.
Venuta la sera, aggiustò la bardella sul dorso dell'asino; tolse il corvo e lo appese per i piedi al posolino della groppiera; cavalcò, e via.
La campanella, legata al collo del corvo, si mise allora a tintinnire.
L'asino drizzò le orecchie e s'impuntò.
- Arrí! - gli gridò Cichè, dando uno strattone alla cavezza.
E l'asino riprese ad andare, non ben persuaso però di quel suono insolito che accompagnava il suo lento zoccolare sulla polvere dello stradone.
Cichè, andando, pensava che da quel giorno per le campagne nessuno piú avrebbe udito scampanellare in cielo il corvo di Mízzaro.
Lo aveva lí, e non dava piú segno di vita, ora, la mala bestia.
- Che fai? - gli domandò, voltandosi e dandogli in testa con la cavezza.
- Ti sei addormentato?
Il corvo, alla botta:
- Cràh!
Di botto, a quella vociaccia inaspettata, l'asino si fermò, il collo ritto, le orecchie tese.
Cichè scoppiò in una risata.
- Arrí, Ciccio! Che ti spaventi?
E picchiò con la corda l'asino sulle orecchie.
Poco dopo, di nuovo, ripeté al corvo la domanda:
- Ti sei addormentato?
E un'altra botta, piú forte.
Piú forte, allora, il corvo:
- Cràh!
Ma questa volta, l'asino spiccò un salto da montone e prese la fuga.
Invano Cichè, con tutta la forza delle braccia e delle gambe, cercò di trattenerlo.
Il corvo, sbattuto in quella corsa furiosa, si diede a gracchiare per disperato; ma piú gracchiava e piú correva l'asino spaventato.
- Cràh! Cràh! Cràh!
Cichè urlava a sua volta, tirava, tirava la cavezza; ma ormai le due bestie parevano impazzite dal terrore che si incutevano a vicenda, l'una berciando e l'altra fuggendo.
Sonò per un tratto nella notte la furia di quella corsa disperata; poi s'intese un gran tonfo, e piú nulla.
Il giorno dopo, Cichè fu trovato in fondo a un burrone, sfracellato, sotto l'asino anch'esso sfracellato: un carnajo che fumava sotto il sole tra un nugolo di mosche.
Il corvo di Mízzaro, nero nell'azzurro della bella mattinata, sonava di nuovo pei cieli la sua campanella, libero e beato.
LA VEGLIA
I
Marco Mauri, nel bujo della scala avvivato appena da l'incerto barlume che s'insinuava dal corridojo dove aveva lasciato la candela accesa, domandò a un signore che s'affrettava a salire:
- Il medico? Venga, muore!
Quegli si arrestò un istante, come per discernere chi l'investiva con quella domanda e con quell'annunzio:
- Muore?
Il Mauri, singhiozzando e gestendo, senza poter rispondere, si mise a risalire a balzi la scala, poi tolse da terra la candela, attraversò il corridojo, infilò per primo l'uscio in fondo.
- Qua, - disse, - in quest'altra camera!
Il nuovo arrivato lo seguí ansioso, guardingo, come se dalle cose che balzavan dall'ombra al lume fuggente della candela che quegli teneva in mano, volesse prima indovinare dove fosse venuto a cacciarsi.
Su la soglia della seconda camera si arrestò, ansante.
Era un uomo di circa cinquant'anni, alto di statura, dall'aria rabbuffata; portava occhiali a staffa, cerchiati d'oro; non aveva né barba né baffi; quasi calva la sommità del capo ma ciocche di capelli biondi gli scendevano scompostamente su la fronte e su le tempie.
Se le rialzò; e si tenne un tratto le mani sul capo.
Giaceva sul letto disfatto, nella camera in disordine appena rischiarata, una donna.
Livida, col viso già orribilmente stirato ai due lati del naso, teneva gli occhi chiusi, i capelli, d'un bellissimo color rosso, sciolti e sparsi sul guanciale.
Pareva già come inabissata nella morte, ma frequenti, muti singulti incoscienti le scotevano ancora il capo appena appena.
Un vecchio pretucolo senza sottana, bruno, coi calzoni a mezza gamba, le calze lunghe e le fibbie di argento alle scarpine, interruppe la preghiera che labbreggiava distratto accanto al letto e si levò da sedere in un'ansia dubbiosa; mentre il Mauri diceva a bassa voce, smaniando, tra le lagrime:
- Qua, qua, guardi: la ferita è qua! - (e si premeva forte l'indice d'una mano sul basso ventre).
- Qua.
Il colpo, evidentemente, è deviato: la mano era inesperta.
Sente? Singhiozza cosí, da questa mattina...
Perché? Non l'hanno operata a tempo, capisce? non hanno voluto operarla...
Veda, veda Lei, le dia subito ajuto.
Non s'aspettava che quell'uomo, da lui creduto il medico, rimasto lí a piè del letto, con gli occhi dilatati fissi sulla moribonda, si rivoltasse a un tratto a guatarlo.
- Non ode, sa! non ode piú! - aggiunse, allora, con un gesto disperato.
Ma quegli si voltò verso il prete che già si era accostato timido, perplesso.
- Don Camillo Righi? - domandò.
- A servirla, proprio io, sissignore! E...
Lei, di grazia! Il dottor Silvio Gelli?
- Ah, il marito? - ghignò il Mauri.
- Zitto lei! - saltò a dirgli il vecchio pretucolo, stizzito.
- Fuori di qua! fuori di questa camera!
E lo trasse per un braccio nella camera attigua.
- No, scusate, spiegatemi, - sopravvenne a dirgli l'altro, guardandolo freddamente, con disprezzo; ma s'interruppe, vedendo all'improvviso venir fuori da un angolo in ombra un mostriciattolo, una povera sbiobbina, alta appena un metro, dal volto giallastro disfatto, in cui però spiccavano vivacissimi gli occhi neri, pieni di spavento.
- Di là, Margherita, di là, - le disse il prete, indicando la camera della moribonda.
- Mia sorella, - aggiunse, rivolto al Gelli, con uno sguardo che invocava compassione.
Ma il Gelli riprese a dire con durezza:
- Mi avete scritto che moriva...
- Pentita, sí, creda, signor professore! - s'affrettò a rassicurarlo il Righi.
- Proprio pentita, sa! Lei stessa, anzi, la poverina, ha voluto chiederle perdono per mio mezzo.
- Chi è dunque costui? - domandò, sprezzante, il Gelli.
- Ecco, Le dirò...
È venuto, non so di dove...
- Ma sí, da Perugia, da Perugia, - interloquí il Mauri, ponendosi a sedere su un divanuccio presso al tavolino su cui ardeva la candela.
Il Righi riprese, impacciatissimo:
- La sera dello stesso giorno che ci capitò qua la signora.
Io e le mie donne credemmo anzi dapprima che fosse un parente.
Eh, Margherita?
La sbiobbina, rimasta presso l'uscio, impaurita, chinò piú volte il capo, guardando il Gelli, con un sorriso incosciente su le labbra.
- Poi, - seguitò il Righi, - quando la signora...
dopo, volle confessarsi con me, seppi che...
sí, lui la...
la perseguitava, ecco!
Il Mauri ruppe in un altro ghigno, scrollando il capo.
- Vah, io non capisco! - esclamò il prete.
- Non c'è stato possibile, creda, mandarlo via.
- E non me ne andrò! - raffibbiò sordamente il Mauri, guardando verso terra.
Silvio Gelli lo fissò un tratto; poi domandò al Righi:
- Questa è casa vostra?
- Albergo! - rispose il Mauri, invece del prete, senza alzar gli occhi.
- Nossignore! - rimbeccò pronto il Righi, su le furie - Chi gliel'ha detto? dove sta scritto? Questa è, se mai, pensione, ma d'estate.
Ora non è stagione, ed è casa mia soltanto, e vi ricevo chi mi pare e piace, e le ripeto: Vada via! Quante volte gliel'ho a dire? Come parere ch'io abbia tollerato la sua sconvenienza, scusi! Lei non ha piú nulla da far qui, ora, che è venuto il signor professore! Dunque, si levi sú!
- Non me ne vado! - ripeté il Mauri, rimanendo seduto e guardando fisso il prete, con gli occhi da matto.
- Neanche se vi scaccio io? - gli gridò allora il Gelli, appressandosi e parandoglisi di fronte.
- Nossignore! M'insulti, mi bastoni; ma mi lasci star qui! - proruppe, con un orribile schianto nella voce, il Mauri.
- Che le faccio io? che ombra posso piú darle? Me ne starò qua, in questa camera...
per carità! Mi lasci piangere.
Lei non può piangerla, signore.
La lasci piangere a me: perché quella infelice non ha bisogno, creda, d'essere perdonata; ma d'esser pianta! Lei, mi perdoni, avrebbe dovuto ammazzare come un cane colui che prima gliela tolse e poi ebbe cuore d'abbandonarla; non deve scacciar me che l'ho raccolta, che l'ho adorata e che per lei ho spezzato anche la mia vita.
Per lei, io, Marco Mauri, sappia che ho abbandonato la mia famiglia, mia moglie, i miei figli!
Si levò in piedi, cosí dicendo, con gli occhi sbarrati, le braccia alzate, e soggiunse:
- Veda un po' se è possibile che lei mi scacci!
Silvio Gelli, in preda a uno sbalordimento che non lasciava intendere se in lui fosse piú sdegno o pietà, ira o vergogna, rimase a guardare quell'uomo già maturo, cosí alterato dalla furia del disperato cordoglio.
Gli vide scorrere grosse lagrime per la faccia contratta, che andavano a inzuppargli l'ispida barba nera, qua e là brizzolata, spartita sul mento.
Un gemito angoscioso venne dalla camera da letto.
Il Mauri si mosse istintivamente per accorrere.
Ma il Gelli lo arrestò, intimandogli:
- Non entri!
- Sí signore, - si rimise egli, inghiottendo le lagrime.
- Vada Lei; è giusto.
Veda, veda se sia possibile far qualche cosa.
Lei è un gran medico, lo so.
Ma già, meglio che muoja! Dia retta, la lasci morire, perché...
se lei è venuto a perdonarla, io...
Si nascose il volto con le mani, rompendo un'altra volta in singhiozzi, e andò a buttarsi di nuovo sul divanuccio, tutto raggomitolato, nel rabbioso cordoglio che lo divorava.
Don Camillo Righi toccò pian piano il braccio al Gelli e indicò la camera della moribonda, che forse si era scossa dal letargo.
- Ma no, scusate...
- gli disse il Gelli, con un sorriso sforzato, tremante su le labbra.
- Intenderete bene che io non m'aspettavo...
- Ha ragione, ha ragione; ma la prego di compatire: costui è pazzo...
- si lasciò scappare il Righi.
- Pazzo...
pazzo...
- nicchiò allora il Mauri.
- Sí, per disperazione forse, sí...
per rimorso! Ma perché non gli hai tu scritto, prete, che Flora s'è uccisa per me?
- Flora? - domandò il Gelli, senza volerlo.
- Fulvia, Fulvia, lo so! - si corresse subito il Mauri.
- Ma s'è fatta chiamar Flora, dopo.
Lei non lo sa, e io so tutto: la sua vita d'ora e quella di prima: tutto; e so anche perché lei è venuto qua.
- Ah, bene! - esclamò il Gelli.
- Io, invece, comincio a non saperlo piú.
- Glielo dico io! - ribatté il Mauri.
- Senta: sono su l'orlo d'un abisso, sia ch'ella viva, sia che muoja; posso dunque parlare come voglio, senza piú riguardo a nulla né a nessuno.
- Signor professore, scusi...
- si provò a suggerire di nuovo il Righi, tra le spine.
- Ma no, ma no: lo lasci dire...
- gli rispose il Gelli.
- Siamo davanti alla morte! - esclamò il Mauri.
- Non c'è piú gelosia.
Né lei, del resto, può aver ragione di adontarsi di me.
Flora, quand'io la conobbi, era sulla strada.
Dunque? Ha fatto male codesto prete a non scriverle che si è uccisa per me.
- Ma io, - si scusò il Righi, tirato di nuovo in ballo, - io ho obbedito al mio sacro ministero, e basta.
- Buffonate! - tornò a sghignare il Mauri.
- Volete sul serio rappresentare la commedia del perdono, adesso? Bene: vada là, dunque, lei; vada ad accordarle il perdono e se ne torni dond'è venuto, là, là, a Como, nell'amena sua villa di Cavallasca, con l'amor proprio contento, con la bella soddisfazione della propria generosità! Ma vi par questo il luogo e l'ora di rappresentar commedie? Glielo dica lei, francamente, a codesto prete, che cosa l'ha spinto a venir qua.
Il rimorso, prete, il rimorso! Perché lui, lui, ridusse quella disgraziata alla disperazione, tant'anni fa! È vero? Lo dica.
Finiamola.
Là c'è una donna che muore assassinata.
Finiamola! Ora lei s'è fatto un uomo virtuoso, uno scienziato illustre...
Sfido! S'è tenuta con sé la figliuola!
- Vi proibisco...
- gridò il Gelli, fremendo in tutto il corpo e contenendosi a stento.
- E che dico io? - riprese umile il Mauri.
- Dico che quell'anima innocente ha avuto il potere di farla rinsavire non è vero? Ma pensi intanto, che neppure quella donna sarebbe là, se lei non si fosse tenuta la figliuola.
- Voi avete abbandonato i vostri figli, e avete il coraggio di parlare cosí, di fronte a me?
- Sissignore! E io m'accuso, io! Io sono qua con lo strazio d'un doppio delitto, infatti.
Perché l'ho ingannata io, questa donna.
Sissignore: le ho detto ch'ero scapolo, che non avevo nessuno.
Le ho detto la verità a modo mio.
Quella che era verità per me.
Mia moglie invece, capisce? è andata a trovarla...
lí, a Perugia, e le ha detto...
che le avrà detto? Io non so! So che lei, lusingandosi di ridar la pace a una famiglia, se n'è venuta qua, per tôrsi di mezzo...
Ora come vuole ch'io me ne vada? Lei, la martire, m'ha perdonato.
Ma a me non può bastare il suo perdono.
Bisogna che io me ne stia a piangere, qua, finch'ella è in vita, e poi...
poi, non so! Senta: mi vuol dare ascolto? Si levi la maschera, lei che è venuto a perdonare, e vada a buttarsi in ginocchio davanti a quel letto, a farsi piuttosto perdonare lei, e dica a quella povera donna che è una santa, le dica che è la vittima di tutti noi, le dica che gli uomini sono vigliacchi: non si disonorano mai, gli uomini! Solo se rubano un po' di danaro, perché, se poi rubano l'onore a una donna, è niente! se ne vantano! Guardi, guardi come dovremmo fare, noi uomini...
D'improvviso s'inginocchiò davanti alla sbiobbina atterrita; le prese le braccia e le gridò:
- Sputami! Sputami! sputami in faccia!
Sopravvennero alle grida due donne, svegliate di soprassalto, mezzo discinte: la signora Nàccheri, cognata del Righi, vedova, e la figliuola Giuditta, con un bambino in braccio.
Il Gelli e il prete erano rimasti lí, sbalorditi dalla violenza di quel forsennato.
La Nàccheri accorse a liberare la povera sbiobbina, che tremava tutta, lí lí per svenire.
- Va', va', Margherita! Oh guardate, Signore Iddio, che s'ha a vedere! Ma si vergogni, lei, e la faccia finita una buona volta! Siamo stufi, sa! siamo stufi! Sú, via, si levi, sú!
Il Mauri, rimasto ginocchioni, con la faccia per terra, singhiozzava.
A un tratto, balzò in piedi, e domandò:
- Non sono piú un uomo civile, io, è vero? Non c'è piú neppure l'ombra della civiltà, in me? Che scompiglio, gran Dio, per questo illustre signore che è venuto a perdonare! per questo signor Canonichetto affittacamere! E lei, signora? Oh oh oh, guarda! E il parrucchino riccio, biondo? Se l'è dimenticato sul tavolino da notte? Buffoni, buffoni! M'inchino, mille ossequii, buffoni!
E, inchinandosi furiosamente e sghignazzando, scappò via.
- Quell'uomo impazzisce...
- mormorò il Gelli, stupefatto.
- Ma mi pare che sia già ito via col cervello, scusi! - osservò la Nàccheri.
- Screanzato! - aggiunse la figlia.
Don Camillo Righi, rimasto piú a lungo degli altri trasecolato (pensava forse che il matto avrebbe potuto buttargli in faccia ben altre accuse), si scosse per presentare alla cara cognata e alla nipote il signor professore, che aveva avuto la santa ispirazione di accorrere all'invito, per accordare di presenza il perdono:
- Dio lo benedica! Tanto buono...
Le due donne cercavano di scusarsi con lui di quanto era accaduto e per i loro indumenti notturni, quand'ecco di ritorno il Mauri, ilare, che si spingeva innanzi un omacciotto calvo, barbuto, stizzito dalla furia sconveniente di quel matto.
- Ecco il dottor Balla!
- Lei vada via! subito! via! - inveí allora il Gelli, afferrando per il bavero della giacca il Mauri e scrollandolo e spingendolo verso l'uscio sul corridojo.
- Sissignore! sissignore! - disse il Mauri, senza opporre nessuna resistenza, rinculando.
- Mi lasci dire soltanto due parole al dottore! Ecco, dottore; la salvi lei, per carità! Non la faccia salvare a lui, altrimenti per me è perduta...
Me ne vado, me ne vado da me...
si calmi!..
Mi raccomando, dot...
Il Gelli gli diede un ultimo spintone e richiuse l'uscio.
- Ha fatto bene, benone, benissimo - esclamò il Righi sollevato.
- Ma la porta, giú, scusate, perché ha da rimanere aperta? - domandò la Nàccheri, stizzita, al cognato.
- Che modo è codesto? Va', Margherita, va': di' che chiudano subito!
La sbiobbina andò, e tutti, vedendola passare in mezzo a loro, osservarono il modo con cui ella moveva le gambe sbieche; come se non avessero altro da fare in quel momento.
Il dottor Balla sbuffò; poi, guardando con dispetto tutti quei visi stravolti intorno a sé, annunziò:
- Sono stato a Montepulciano.
- Ah, bene! Dunque? - domandò il Righi.
- Dunque...
che dunque? Niente! Una scarrozzata inutile.
Ho visto il collega Cardelli...
gli ho riferito...
Ma egli stima...
sí, inutile ormai la sua venuta.
- Abbiamo qui con noi, - disse il Righi, - il marito della signora...
il dottor Gelli...
un luminare.
- Ah, - esclamò il Balla.
- Felicissimo!
Gli s'appressò e, con la facondia collerica di un uomo esasperato della propria sorte, il quale, convinto delle persecuzioni continue di essa, abbia precisato nel suo cervello le ingiustizie patite e le ripeta sempre con le stesse parole, con la stessa espressione, quasi compiacendosi di aver saputo cosí bene precisarle ed esprimerle, gli espose le sciagurate condizioni in cui si trovava in quel piccolo paese di Toscana, a esercitare la professione di medico.
C'era, è vero, un ospedaletto fornito anche...
sí, discretamente; ma erano due medici soli: l'uno, il Nardoni, dedicato piú specialmente alla chirurgia; lui, alla fisica.
Ora il collega Nardoni era infermo da parecchi giorni.
- Infermo, già, infermo...
- ripeté, come se il Nardoni glielo facesse apposta, per creargli imbarazzi.
Quindi concluse improvvisamente: - Scusi, ha visitato la signora?
Il Gelli negò col capo.
- No? come no? Ah...
già!
E il Balla guardò con stizza il Righi, compunto, e le due donne ancor piú compunte.
- Che dobbiamo fare, insomma? - domandò alla fine.
- È già quasi il tocco, scusino.
Il Gelli entrò per primo nella camera da letto; gli altri lo seguirono.
II
La moribonda aveva aperto gli occhi, il cui colore azzurro smoriva con infinita tristezza tra il livido delle occhiaje incavate.
Alla vista del marito, fece quasi per rannicchiarsi, sgomenta, nel fondo del letto.
Dagli occhi le sgorgarono due lagrime che, non potendo scorrerle per le guance, le invetrarono lo sguardo smarrito.
Con un sorriso nervoso, involontario, che esprimeva lo sforzo atroce che faceva su sé stesso per dominare il fermento degli opposti sentimenti: odio, nausea, pietà, ira, dispetto, Silvio Gelli si chinò su lei:
- Fulvia, eh...
vedi? eccomi qua...
Tu m'hai fatto chiamare, è vero? Son venuto.
- Opera di vera misericordia! - sospirò di nuovo, dall'altra sponda del letto, don Camillo Righi, per ajutarlo.
Ma il Gelli non gliene fu grato:
- No! Nient'affatto! - negò anzi, con ira.
- Son venuto, debbo dirlo, per riconoscere il danno...
il danno degli antichi miei torti, debbo dirlo.
Non mi aspettavo, è vero...
di...
di sentirmelo dire da altri, ecco!
E sorrise di nuovo, nervosamente, guardando in giro il dottor Balla, le due donne, il prete, che annuirono, imbarazzati.
- Ma sono venuto proprio per questo, - raffermò, chinandosi di nuovo sul letto.
- Sí, Fulvia; e non mi pento d'esser venuto.
Si rialzò soddisfatto, parendogli d'avere almeno rimediato in qualche modo al ridicolo della sua posizione.
La moribonda aveva richiuso gli occhi, e le due lagrime, ora, le scorrevano lente.
Agitò le labbra.
- Che dici? - domandò egli, tornando a chinarsi, pronto, su lei.
Tutti si protesero verso il letto.
- Grazie, - alitò ella.
- No, no, - rispose egli.
- Ora, io...
Che dici?
Le pàlpebre chiuse della moribonda si erano gonfiate di nuove lagrime e, quasi punte da lievi tremiti, si agitavano insieme con le labbra.
Egli comprese che una parola, un nome, tremava in quelle lagrime nascoste e su quelle labbra, senza trovar la voce, nell'angoscia; si rabbujò in volto profondamente commosso:
- Livia?...
Sí...
Basta, ora...
Non agitarti cosí...
Parleremo poi.
- La figlia, - spiegò piano il Righi al dottor Balla.
Questi chinò piú volte il capo, seccato; poi, vedendosi guardato dal Gelli, domandò perplesso:
- Vogliamo?...
Prego, signori, ci lascino soli.
Il Righi, la cognata e la nipote uscirono, trepidi, con gli occhi lagrimosi.
Il dottor Balla chiuse l'uscio della camera, poi s'accostò al