IN SILENZIO, di Luigi Pirandello - pagina 16
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...
hai capito?
- No! Che vuoi che capisca?
- E non te lo dico io? Stoppa!
Afferrò una seggiola, l'accostò a quella su cui stava la moglie e vi sedette in gran furia, sbuffando.
- Io, Titta Marullo, - riprese, sforzandosi di parlar sotto voce, perché i servi non udissero, - io, Titta Marullo, per tua norma, lo scacciai dal panificio, per le sue idee rivoluzionarie.
- Come quelle del signor Mori, a cui hai dato tua figlia!
- Lasciami dire! - urlò il Manfroni.
- E perché gli ho dato mia figlia, io? Prima di tutto perché Ennio è un ottimo giovine; poi, sissignora, perché socialista! sissignora! E mi è convenuto! e mi ha fatto gioco! Sai dirmi perché sono tanto rispettato, io, da tutta quella canaglia a cui do da mangiare? Stoppa! Ma qui Ennio non c'entra...
Parlavamo di Titta Marullo.
Lo scacciai dal panificio.
Rimasto sul lastrico, il disgraziato, si regolò in modo da farsi mandare all'isola, a domicilio coatto.
Ora io, ricco, ma con qui dentro qualcosa che batte e che, per tua norma, si chiama cuore, prendo sua moglie, la ficco in un vagone di terza classe e la spedisco a Roma, balia del mio nipotino!
Poteva avere centomila ragioni il signor Manfroni, ma aveva anche su uno zigomo un ridicolissimo porro, sul quale la moglie appuntava gelidamente uno sguardo quanto mai dispettoso, quando si vedeva costretta a sottomettersi a quelle ragioni.
E il signor Manfroni, nel vedersi ogni volta guardato il porro, provava un tale urto di nervi che, per non fare uno sproposito, troncava subito la discussione.
Sonò il campanello e ordinò alla serva:
- Di' a Lisi che venga subito qua.
Lisi, che fungeva da cocchiere e da servotto, si presentò su la soglia senza giacca, con le maniche della camicia rimboccate su le braccia e la bocca aperta a un riso muto, come soleva ogni qual volta i padroni lo chiamavano al loro cospetto.
Il signor Manfroni, fin dal primo vederlo, aveva scoperto uno straordinario ingegno in questo ragazzo.
- Sai dove sta la moglie di Titta Marullo?
- Sissignore.
Ho capito! - rispose Lisi, e sollevò una spalla e si contorse, mentre un sorriso scemo gli alzava quasi il bollo in gola.
- Che hai capito, animale? - gli gridò il Manfroni, che non era in vena d'ammirarlo, in quel momento.
Lisi si storcignò di nuovo, come se il padrone gli avesse fatto un bel complimento, e rispose:
- Vado a dirglielo, sissignore.
- Dille che venga subito qua.
Debbo parlarle.
E, di lí a poco, il signor Manfroni ebbe una prova lampantissima del non comune ingegno di Lisi.
Figurarsi che, mentre era ancora a tavola con la moglie, vide irrompere nella stanza Annicchia, la moglie di Titta, piangente di gioja, con un bambinello in braccio di circa due mesi.
- Ah, signorino! signorino mio! si lasci baciare la mano!
E, cosí esclamando, gli s'inginocchiò ai piedi.
La serva, la cuoca s'erano affacciate all'uscio per assistere alla scena, e Lisi innanzi a loro rideva, trionfante, beato.
Tra gli occhi e le sopracciglia del signor Saverio s'impegnò una viva lotta: quelli volevano sbarrarsi per lo stordimento improvviso, e queste contemporaneamente aggrottarsi dalla rabbia.
Ritrasse subito la mano che la giovine inginocchiata voleva baciargli: guardò verso l'uscio e urlò:
- Fuori! No, tu qua, Lisi! Che le hai detto?
- Che Titta verrà! - esclamò Annicchia senza levarsi.
- Che me l'ha liberato Lei, signorino mio!
Il Manfroni balzò in piedi e brandí la seggiola:
- Aspetta, canaglia!
Lisi scappò via come un daino.
- Non è vero? - fece Annicchia, appassendo, rivolta alla signora Manfroni.
E si rialzò lentamente.
Ci volle del bello e del buono per farle intendere che la liberazione del marito non dipendeva, né poteva dipendere in alcun modo dalla volontà e dalle amicizie del signor Manfroni, il quale, se lo aveva scacciato dal panificio, ella era testimonia di quanta longanimità avesse prima dato prova, unicamente per lei che, da bambina, gli era cresciuta in casa ed era stata compagna di giuoco d'Ersilia, tant'anni.
Mentre il marito dava queste spiegazioni, la signora Manfroni osservava la giovine e, con l'immaginazione, la parava da balia e approvava col capo, approvava come se già la vedesse con un goffo zendado rosso in testa e uno spillone dai tremuli fiori d'argento tra i biondi capelli.
Annicchia, allorché il Manfroni le espose la ragione per cui aveva mandato Lisi a chiamarla, restò tra stordita e perplessa.
- E questo mio bambinello? - disse, mostrandolo.
- A chi lo lascio?
Se lo strinse al seno; si mise a piangere di nuovo.
- Tata non torna, Luzzí! non torna!
Infine, scoprendo la faccia lacrimosa, aggiunse, rivolta alla signora Manfroni:
- Non lo conosce; ancora non l'ha veduto, quest'angeletto che gli è nato.
- Potresti darlo ad allevare, con un po' di quello che avrai da Ersilia.
- Oh, per la signorina Ersilia, - s'affrettò a dire Annicchia, - si figuri con che cuore lo vorrei fare! Ma...
troppo lontano! a Roma!
Il signor Saverio spiegò lí per lí che: Partenza! Pronti! col treno e col piroscafo, non c'erano piú distanze, ormai.
- Sissignore, - disse Annicchia, - Vossignoria, dice bene; ma io sono una povera ignorante; mi sperderei.
Non ho mai dato un passo fuori del paese.
E poi, - aggiunse, - Vossignoria sa che ho con me la suocera: come potrei lasciarla, povera vecchia? Siamo restate noi due sole.
Titta me l'ha tanto raccomandata! E se sapesse come viviamo! io, con le braccia legate da questa creaturina; lei, vecchia di settant'anni! Volevo dare ad allevare il piccino e mettermi a servizio.
Già, Titta non troverà piú nulla della bella roba comperata quando sposammo: roba da poverelli, si sa, ma pulita.
Svenduta, a questo e a quello...
Ma la vecchia non vuole ch'io vada a servizio.
È superba; non vuole.
Però, essendo per la signorina Ersilia, forse...
Ecco, potrei tentare di dirglielo.
- Sí, ma la risposta, subito.
Dovresti partire domattina, al piú tardi.
Annicchia rimase ancora perplessa.
- Sentirò, e Le saprò dire sí o no, - disse infine; e andò via.
Abitava in una viucola lí presso.
Già tutte le vicine, al tanto lieto quanto falso annunzio di Lisi, s'erano affollate nella nuda casetta a pian terreno, intorno alla vecchia madre del deportato che se ne stava seduta, tutta inarcocchiata, con un fazzoletto nero in capo annodato sotto il mento e le mani nodose su un rozzo scaldino di terracotta posato su le ginocchia.
Lodavano quelle il buon cuore e la generosità del Manfroni, e la vecchia, con la testa bassa, emetteva di tratto in tratto come un grugnito, non si sapeva se d'assenso o di dispetto, saettando con gli occhi certi sguardi che esprimevano diffidenza e fastidio.
Quando Annicchia si presentò su la soglia e con l'aspetto e con le prime parole raggelò su le labbra delle vicine le frasi ammirative per il signor Manfroni, la vecchia suocera alzò la testa e guardò in giro con sdegno le vicine; poi, all'annunzio della proposta del Manfroni, si levò in piedi.
- Che gli hai risposto?
Annicchia volse uno sguardo alle vicine, come per dire: Fatele intender voi, che io debbo accettare.
- Gli ho risposto che sarei venuta a dirvelo, mamma.
- Non voglio! Non voglio! - gridò subito, irosa, la vecchia.
- Non vorrei nemmeno io; ma...
E di nuovo Annicchia si rivolse per ajuto alle vicine.
Queste allora, un po' l'una e un po' l'altra, cercarono di persuadere alla vecchia le ragioni per cui la nuora non avrebbe dovuto perder l'occasione che le si offriva di provvedere onestamente a sé, a lei, al bambino.
Una, anzi, ch'era venuta col suo figliuolo in braccio, attaccato a una enorme poppa:
- Qua! qua! guardate, - si mise a gridare, - ho latte per due! Me lo piglio io, il bambino...
Qua, guardate!
E, cavando il capezzolo di bocca al poppante, sollevando con una mano la mammella, fece sprizzare il latte in faccia alle comari del vicinato che, ridendo e riparandosi con le braccia, si scostarono addossandosi l'una all'altra.
Ma la vecchia non volle piegarsi; si ribellò a tutte le insistenze, gridando alla nuora:
- Se vai, è contro la mia volontà, e ti maledico! Ricordatene!
II
L'avvocato Ennio Mori aspettava alla stazione l'arrivo del treno da Napoli.
Piccolo di statura, magrissimo, con le spalle in capo, sbuffava, impaziente, o si grattava la faccetta ossuta, dalla tinta itterica, invasa e quasi oppressa da una barba nera troppo cresciuta, o si aggiustava le lenti che non volevano reggerglisi sul naso, o si tastava di tanto in tanto le tasche del pastrano e della giacca piene di giornali.
Si accostò a un ferroviere.
- Scusi, il treno da Napoli?
- È in ritardo di quaranta minuti.
- Ferrovie italiane! Cose da pazzi!
E s'allontanò, in cerca d'un posto qualunque per sedere; là in fondo, sotto l'orologio, in qualche sporgenza del muro, poiché tutti i sedili erano ingombri.
Gli toccava fare anche da servitore alla balia che doveva arrivare:
- Cose da pazzi!
Dopo due anni di matrimonio e di dimora in Roma, sua moglie era come uscita or ora da quella tribú di selvaggi dell'estremo lembo della Sicilia: non sapeva né muoversi per casa, né uscir sola per provvedere ai bisogni minuti della famiglia; non sapeva far altro che rimproverar lui dalla mattina alla sera, sempre imbronciata, e punzecchiarlo dove piú si teneva: nella logica, nella logica; e affliggerlo con la piú stupida e odiosa gelosia, non per amore, ma per puntiglio.
Non si sentiva amata! E sfido! Che aveva mai fatto, che faceva per essere amata? Se pareva anzi che provasse gusto a farsi odiare! Mai una parola gentile, mai una carezza, mai! e sempre armata di diffidenza, spinosa, dura, arcigna, permalosa.
Ah, parola d'onore, aveva fatto un bel guadagno a sposarla!
- Cose da pazzi!
Sbuffò, tornò ad aggiustarsi sul naso le lenti; trasse uno dei tanti giornali e si mise a leggere.
Ma, pure in quella lettura, come in casa trattando con la moglie, non riusciva a trovare un momento di requie; e, quasi a ogni notizia, tornava a ripetere quella sua solita frase: - Cose da pazzi! - Seguitava a leggere, tuttavia; e, ogni giorno, non si dichiarava soddisfatto, se non aveva scorso da capo a fondo tutti i fogli piú in vista di Roma e di Milano, di Napoli, di Torino, di Firenze, di cui aveva sempre cosí piene le tasche.
- Medicina, - soleva dire.
- Mi muovono la bile.
Troppo, però! Eh, glielo aveva detto anche il medico.
Troppo, sí, forse; ma poi, non leggendo i giornali, lo spettacolo diretto dell'amenissima vita italiana, la compagnia della moglie, non gli avrebbero guastato il fegato? Meglio dunque i giornali.
- E questo maledetto treno da Napoli, insomma, arriva o non arriva?
Guardò l'orologio; scattò in piedi, smarrito.
Era trascorsa piú di un'ora! S'avviò di corsa verso l'uscita.
Dove trovare adesso quella poveretta, che doveva essere arrivata e non sapeva l'indirizzo di casa?
Ma la trovò, per fortuna, nell'ufficio della dogana, dove si visitano i bagagli, che piangeva seduta sul sacco.
I doganieri cercavano di confortarla; le consigliavano di andare in questura, non conoscendo essi quell'avvocato moro di cui ella parlava.
- Annicchia!
- Signorino! - gridò la poveretta, levandosi d'un balzo, alla voce.
E per poco non l'abbracciò, dalla gioja.
Tremava tutta.
- Perduta, signorino mio, perduta...
E come avrei fatto io, se Vossignoria non veniva?
- Ma quel degnissimo galantuomo di mio suocero, - le gridò Mori, - non poteva scriverti l'indirizzo di casa mia su un pezzettino di carta?
- Ma io non so leggere...
- gli fece osservare Annicchia, che si sforzava di soffocare gli ultimi singhiozzi e si asciugava le lagrime.
- Cose da pazzi.
Avresti potuto dare l'indirizzo a un vetturino, senza che m'incomodassi io a venire.
Del resto son venuto.
Ero dentro la stazione.
Non mi sono accorto dell'arrivo del treno.
Basta.
Montando in vettura, le raccomandò:
- Non far parola a mia moglie di quest'incidente.
Succederebbe un caso del diavolo.
Trasse di tasca un altro giornale e si mise a leggere.
Annicchia si restrinse, per occupare nella vettura quanto meno posto le fosse possibile.
Provava una gran soggezione, seduta lí, accanto al padrone, sola con lui.
Ma fu per poco.
Era addirittura intronata dal lungo viaggio, dalle tante e nuove impressioni che le avevano tumultuosamente investito la povera anima, chiusa finora e ristretta là, nelle abituali occupazioni dell'angusta sua vita.
Non ricordava piú nulla; non pensava, non vedeva piú nulla; sentiva soltanto il sollievo d'esser giunta, finalmente; d'aver superato il terrore della traversata sul piroscafo da Palermo a Napoli, lo sgomento della furia del treno.
Ov'era giunta? Si provava a guardar fuori della vettura; ma gli occhi le dolevano.
Avrebbe avuto tanto tempo di veder Roma, la grande città dov'era il Papa! Intanto, già si trovava accanto a uno ch'ella conosceva, e tra poco avrebbe riveduto la "signorina sua" e si sarebbe di nuovo sentita quasi nel suo paese.
Sorrise.
Le si affacciò per un istante al pensiero il figliuolo lontano, la vecchia suocera, ma ne scacciò subito l'immagine per il bisogno istintivo di non turbarsi quel momento di sollievo dopo le lunghe sofferenze angosciose del viaggio.
- A Napoli, - le domandò a un tratto il Mori, - è venuto qualcuno a rilevarti sul piroscafo?
- Ah, sissignore! Un galantuomo! Tanto buono...
- s'affrettò a rispondergli Annicchia.
- Anzi mi ha comandato di salutarla.
- Ti ha comandato?
- Sissignore, di salutarla.
- Ti avrà pregato.
- Sissignore; ma...
un padrone mio...
Ennio Mori sbuffò e si rimise a leggere il giornale.
- Medicina, medicina!
- Come dice? - arrischiò, timidamente, Annicchia.
- Niente: parlo con me.
Annicchia rimase un po' perplessa, poi aggiunse:
- Anche a Palermo è venuto alla stazione un altro galantuomo che mi ha poi accompagnata fino al vapore: tanto buono anche lui.
- E t'ha comandato anche lui di salutarmi?
- Sissignore, anche lui.
Il Mori abbassò su le gambe il giornale, si aggiustò sul naso le lenti e le domandò, accigliato:
- Tuo marito?
- Sempre là! - sospirò Annicchia.
- All'isola! Ah, se Vossignoria che sta qui a Roma, che c'è il Re...
- Sta' zitta! - la interruppe, di scatto, il Mori, come se, nominando il re, quella poveretta gli avesse pestato un piede.
- Basterebbe una parolina...
- osò d'aggiungere Annicchia, sommessamente.
- Cose da pazzi! - sbuffò di nuovo il Mori, cosí urtato, che spiegazzò il giornale che teneva su le gambe e lo buttò fuori della vettura.
- Credi che ci abbiano mandato soltanto tuo marito, a domicilio coatto? Ci mandano anche noi!
- I signori? - domandò Annicchia, stupita e incredula.
- Come ce li mandano i signori?
- Sta' zitta! - replicò il Mori, a cui riusciva addirittura insopportabile quella supina ignoranza.
E si mise, fosco, a riflettere su l'impresa disperata di dare una nuova coscienza a quell'infima gente della sua Sicilia, in cui era cosí profondamente radicato il sentimento della servilità.
La carrozza, alla fine, giunse in Via Sistina, ove il Mori abitava.
Ersilia era ancora a letto.
Sotto il roseo parato a padiglione dell'ampio letto, tra il candore dei guanciali e de' merletti, appariva piú bruna di carnagione, quasi nera, immagrita com'era dalle doglie del recente parto.
Annicchia corse ad abbracciarla festosamente.
- Signorina! Signorina mia! Eccomi qua...
Mi pare un sogno! Come sta? Ha sofferto molto, è vero? Oh, figlia mia! Si vede...
Non si riconosce piú...
Mah, cosí vuole Dio: noi donne siamo fatte per patire.
- Un corno! - protestò Ersilia.
- Che stupide, le donne...
Tutte cosí! Ci provate gusto, è vero? a ripetere che noi donne siamo fatte per patire.
E a furia di ripeterlo, eccoli qua, i signori uomini, credono davvero, adesso, che nojaltre dobbiamo stare al loro servizio, per il loro comodo e per il loro piacere.
Noi le schiave, è vero? e loro i padroni.
Un corno!
Ennio Mori, a cui era diretta la botta, ripiegò furiosamente il terzo giornale, sbuffò e uscí dalla camera.
Annicchia guardò la padrona, un po' impacciata, e disse:
- Anche loro, poveretti, hanno tanti guaj...
- Dormire, mangiare e andare a spasso.
Vorrei fare un po' il cambio, io.
Ah, uomo, uomo, e cieco d'un occhio!
- Certo, quando abbiamo finito da poco di patire per loro...
- No, sempre! Li odio tutti!
A questo punto, s'intese dall'altra parte un grido di Ennio Mori:
- L'universo mondo!
A cui rispose un altro grido:
- Eccomi, signorino! Mi comandi.
Ersilia scoppiò a ridere e spiegò ad Annicchia:
- Ho la serva sorda.
Appena si grida un po', si sente chiamata.
Margherita! Margherita!
Su la soglia si presentò la vecchia sorda, con un'aria tra di offesa e di stralunata.
Di là, il Mori, con gli occhi fuori del capo, le aveva fatto un gesto...
un certo gesto sguajato.
- Senti, Margherita, - riprese Ersilia.
- Questa è la balia, arrivata adesso...
adesso, sí.
Bene: ora tu insegnale la sua camera.
Hai capito? Andrai a lavarti, - aggiunse, rivolgendosi ad Annicchia, - sei tutta affumicata.
Annicchia sporse il capo per guardarsi nello specchio dell'armadio e subito esclamò, con le mani per aria:
- Mamma mia!
Il fumo della ferrovia e le lagrime versate alla stazione le avevano insudiciato il volto.
Prima d'andare a lavarsi, volle però raccontare alla "signorina sua", con vivacissimi gesti e frequenti esclamazioni, che facevano sbarrare tanto d'occhi alla serva sorda, le peripezie del viaggio di mare, poi di quello in ferrovia, e come a un certo punto, sentendosi scoppiare il seno per la furia del latte, si fosse messa a piangere come una bambina.
I compagni di viaggio le domandavano che avesse; ma ella si vergognava a dirlo; alla fine, quelli capirono; e allora un giovinastro le propose di succhiarle lui il latte - malcreato! - e già le stendeva, ridendo, le mani al petto.
Ella, gridando, aveva minacciato di buttarsi dal finestrino del vagone.
Ma poi, per fortuna, alla prima fermata del treno, un vecchio ch'era lí accanto a lei, l'aveva condotta a un altro scompartimento, dove c'era una donna che aveva con sé una bambinuccia di tre mesi, misera misera, alla quale finalmente aveva potuto dar latte, sentendosi man mano rinascere.
Ersilia credeva d'aver già preso l'aria della "continentale" ed ebbe perciò fastidio di quelle vive, ingenue espressioni di pudor paesano.
- Basta, a lavarti, ora! Poi mi dirai della mamma e del babbo.
Va', va'.
- E il bambinello? - chiese Annicchia.
- Non me lo vuol far vedere? Lo vedo e me ne vado.
- Là, - disse Ersilia, indicando la culla.
- Ma tu no, non toccare il velo con le mani sporche.
Sú, Margherita, faglielo vedere.
Tra tanta ricchezza di nastri, di veli, di merletti, Annicchia vide un mostriciattolo dal volto paonazzo, piú misero di quella bimba a cui aveva dato latte in treno.
Pure esclamò:
- Bello! Bello! Coruccio mio, dorme come un angioletto...
Vossignoria vedrà quanto glielo farò diventare...
Anche il mio Luzziddu era nato cosí, piccolo piccolo, e ora, se lo vedesse!
S'interruppe, commossa:
- Vado e torno, - poi disse; e seguí la serva nell'altra camera.
III
Avrebbe voluto attaccarsi subito al seno il piccino; il padrone era d'accordo con lei; ma Ersilia, che doveva in tutto contrariare il marito, nossignore, volle prima che un medico esaminasse il latte.
- C'è bisogno del medico? - disse Annicchia, ridendo.
- Non vede come sto?
Era raggiante di salute, fresca e rosea.
Ersilia, dal letto, la guardò odiosamente, come se ella, con quelle parole, avesse voluto attirare l'attenzione del marito.
- Il medico! Voglio subito il medico! - insistette.
E il Mori, borbottando la sua solita frase, dovette andare per il medico.
Questi venne verso sera, quando già Annicchia spasimava di nuovo per il seno inturgidito, e il bambino, che non riusciva ad attaccarsi a quello, del resto, arido della madre, trangosciava, affamato.
Ennio avrebbe voluto assistere alla visita; ma la moglie lo cacciò via:
- Che hai da vedere? Di' piuttosto a Margherita che porti un cucchiajo e un bicchier d'acqua.
- Bionda, eh?...
bionda...
bionda...
- diceva, in tanto, il medico che aveva in vezzo ripetere tre e quattro volte di seguito la stessa parola, guardando con aria astratta, come se stentasse ogni volta a fissare il pensiero.
Annicchia, nel vedersi osservata a quel modo, diventò rossa come un papavero.
- Bionda, eh? diciamo, gentilissima signora, - seguitava intanto il medico, - bionda, è vero? gentilissima signora...
Bella giovane...
bella, e pare sana, anche sana...
Ma bruna, eh, bruna, bruna sarebbe stata meglio...
Il latte delle brune, sicuro, il latte delle brune...
Basta, vediamo un po'.
Fece alzare il capo ad Annicchia e le esaminò le glandule del collo; dopo altre osservazioni, distratto, cominciò a sbottonarle il corpetto.
Annicchia, tremante di vergogna, stupita e imbarazzata, cercò di impedirglielo, riparandosi il seno con le mani.
- Cava, eh? cava fuori, - le disse il medico.
Ersilia scoppiò a ridere.
- Perché...
perché ri...
perché ride, gentilissima signora?
- Ma non vede come si vergogna codesta sciocca? - gli fece notare Ersilia.
- Di me? Io sono il medico!
- Non c'è avvezza, - riprese Ersilia.
- E poi le nostre donne, sa, noi siciliane non siamo mica come le donne di qua.
- Ah, - fece subito il medico, - capisco, capisco...
so bene, so bene...
piú pudibonde, eh? pudibonde...
Ma io sono il medico; un medico è come il confessore.
Vediamo un po': spremi tu stessa qualche goccia in questo cucchiajo.
Quanto tempo ha il tuo figliuolo?
- L'ho comprato, - rispose Annicchia, forzandosi a guardarlo in volto, - che saranno due mesi.
- L'hai comprato? che dici?
- Come debbo dire?
- Ma fatto, figliuola mia, fatto...
I figliuoli si fanno...
si fanno...
Che c'è di male?
Quando il medico finalmente, dopo l'esame del latte, andò via, Annicchia si abbandonò su una seggiola, sfinita come se avesse sostenuto una tremenda fatica:
- Ah, signorina mia, che vergogna! mi sentivo morire.
Poco dopo, udendo vagire il bambino, corse alla culla e subito gli porse il petto.
- Tie', sàziati, figlio bello mio, animuccia mia!
Ersilia, dal letto, la guatò di nuovo: le vide i biondi capelli dorati, spartiti nel mezzo, in due bande che si ripiegavano sugli orecchi e le incorniciavano il volto delicato; le intravide il seno meravigliosamente bianco e formoso; e le disse, stizzita:
- Sarebbe stato meglio custodirlo, prima; e poi dargli il latte per addormentarlo.
- Lo lasci succhiare, poverino! - esclamò Annicchia.
- Ha proprio fame! Se sentisse come succhia, come succhia!
Poco dopo, nella camera accanto, destinata a lei e al piccino, non rifiniva d'esclamare, ammirando la mobilia e i cortinaggi:
- Gesú! che cose, a Roma! che cose!
E si sentí impacciata davanti a quel letto nuovo, cosí bello, apparecchiato per lei.
Ricordò allora l'impaccio piú vivo provato, due anni addietro, alla vista di un altro letto, nel quale per la prima volta avrebbe dovuto coricarsi non piú sola: rivide col pensiero la sua casetta lontana, com'era già, allorché Titta, senza quelle ideacce cattive che lo avevano rovinato, aveva messa sú, amorosamente, per le nozze; com'era adesso, squallida e nuda, con due seggiole appena e un letto solo, per lei e per la suocera.
Ora la vecchia laggiú lo aveva tutto per sé, quel letto a due, poiché forse il bambino dormiva in casa della vicina.
Povero Luzziddu, cosí piccino, là, fuori di casa, e con la mamma sua cosí lontana! Certo quella donna non poteva aver per lui le cure che aveva per il proprio figliuolo; e Luzziddu, messo da parte, doveva aspettar quieto quel po' che avanzava: lui, lui che finora aveva avuto tutta per sé la mamma sua!
Annicchia si mise a piangere; ma poi, temendo che qualcuno se n'avvedesse, asciugò le lagrime e, per confortarsi, pensò che lí presso, a guardia, c'era la nonna, la quale, all'occorrenza, avrebbe saputo farsi valere con quel suo fare cupo e imperioso.
Degna madre di Titta! Ma buona in fondo, com'era buono Titta; certo col tempo si sarebbe convinta che, se la nuora aveva osato disobbedire, vi era stata costretta dalla necessità e per il bene di tutti.
Ora, per dimostrare quasi a se stessa ch'era stato un sacrifizio il suo e che, nel compierlo, aveva pensato soltanto al bene degli altri e non al suo, avrebbe voluto dormire magari per terra e non lí, su quel letto signorile, sotto quel cortinaggio: il piccino, lí, poiché tutta quella ricchezza era profusa per lui; e lei per terra, come una cagna.
Non le dava proprio l'animo di entrare sotto quelle coperte, pensando allo strame su cui giaceva il suo Luzziddu e a quello della suocera.
Ma, di lí a pochi giorni, il goffo e pomposo abbigliamento recato dalla sarta doveva maggiormente offenderla in quel suo segreto sentimento.
Erano proprio per lei tutte quelle galanterie, grembiuli ricamati, nastri di raso, spilloni d'argento? E doveva uscire cosí, come se dovesse andare a una mascherata?
Ersilia, che già s'era levata di letto, si stizzí acerbamente:
- Uh, quante smorfie! Me l'aspettavo.
Qua usa cosí, e cosí devi vestire, ti piaccia o non ti piaccia.
- Come comanda Vossignoria, - s'affrettò a risponderle Annicchia, per calmarla.
- Mi perdoni.
Vossignoria ha speso tanti bei denari per me che non merito nulla.
E poi, che c'entra? Vossignoria è la padrona...
Dicevo, che mi sembra curioso...
perché nel nostro paese...
- Qua siamo a Roma, - troncò Ersilia.
- Del resto, stai benissimo.
Era vero.
Il rosso acceso dello zendado dava un vivo risalto al biondo dei capelli, all'azzurro degli occhi limpidi e gaj.
Ersilia era certa che, uscendo a passeggio con lei, avrebbe fatto una pessima figura; ma la vanità, l'ambizione di aver la balia parata riccamente, erano piú forti in lei della stessa gelosia.
La condusse con sé, la prima volta, in carrozza.
Annicchia, infocata in volto dalla vergogna, teneva gli occhi bassi, sul piccino che le giaceva in grembo.
Ersilia intanto notava che tutti per via si fermavano e si voltavano a mirarla.
- Sú, sú, - le disse, - tieni alta la testa.
Non diamo spettacolo! Pare che t'abbiano schiaffeggiata!
Annicchia si provò ad alzare gli occhi e a tener alta la testa.
A poco a poco, la maraviglia dello spettacolo insolito e grandioso della città le fece scordar la vergogna, e si mise a guardare come allocchita, dove Ersilia le indicava.
- Gesú, Gesú, - mormorava tra sé Annicchia, - che cose grandi! che cose...
Rientrò in casa, da quella prima passeggiata, stordita, quasi vacillante, con gli orecchi che le ronzavano, come se fosse stata in mezzo a un tumulto e avesse faticato tanto a uscirne.
E si sentí di gran lunga, di gran lunga piú lontana dal suo paese, come non si sarebbe mai immaginato, e quasi sperduta in un altro mondo, che non le pareva ancor vero.
- Gesú! Gesú!
Intanto, di là, il Mori dava a leggere alla moglie una lettera arrivata dalla Sicilia, durante l'assenza di lei.
La signora Manfroni scriveva alla figlia che la vecchia Marullo le aveva rimandato il denaro che ella, secondo l'accordo con Annicchia, le aveva anticipato sulla prima mesata del baliatico: la vecchia non aveva voluto neanche vederlo da lontano; piuttosto, diceva, sarebbe morta di fame o sarebbe andata a mendicare di porta in porta un tozzo di pane.
Intanto, era venuta la vicina, a cui Annicchia aveva affidato il bambino, a protestare contro quella vecchia strega, che non le voleva dar nulla, neanche per provvedere ai bisogni della creaturina.
La signora Manfroni aggiungeva che aveva dato a quella vicina metà della mesata, a patto però ch'ella desse ogni giorno alla vecchia, come carità che partisse da lei, un piatto di minestra per non farla proprio morir di fame.
Consigliava alla figlia di non stare a mandar l'altra metà che la Marullo non avrebbe mai accettato, e concludeva dichiarandosi dolentissima di essersi cacciata in questo impiccio per aver voluto seguire il consiglio altrui.
- Il tuo bel consiglio! - scattò Ersilia, ripiegando la lettera.
- Non devi farne mai una giusta!
- Io? - rimbeccò Ennio.
- E che ho forse scritto alla tua degnissima signora madre che mi scegliesse per balia la nuora d'una pazza furiosa?
- No; ma di volere una balia siciliana! Se non avessi avuto questa splendida idea, non ci troveremmo ora in questi impicci.
Del resto, va' là, va' là che ti piace, e molto, la balietta siciliana! Già me ne sono accorta.
Il Mori sgranò tanto d'occhi.
- La balia di mio figlio?
- Grida, grida: fa' sentire tutto di là...
- Prima mi pungi, e poi vuoi che non gridi? Anche gelosa della balia di mio figlio, adesso? Sei pazza?
- Tu sei pazzo! Avessi tu tanto sale qui, quanto ne ho io! Intanto, che si fa? che dobbiamo farne, di questo denaro?
- Non vorrai mica, spero, spiattellarle che sua suocera lo rifiuta.
- Ma figúrati! Darle questo dispiacere? Me ne guarderei bene!
Il Mori perdette la pazienza e, scrollandosi rabbiosamente, andò via.
IV
Gli toccava, ora, anche questo: privarsi di fare una carezza, finanche di volgere uno sguardo al suo piccino, perché la moglie sospettava già che la balia potesse interpretar quelle carezze, quegli sguardi come rivolti a lei.
- E perché, - gli domandava ella, infatti, - perché non ti compiaci di tuo figlio quando sta in braccio a me, e vai invece a fargli tante smorfie quando sta con quella?
Sdegnato, avvilito di quell'ingiusto e odioso sospetto, Ennio le gridava:
- Ma se con te non ci sta mai!
Il bambino, ogni qual volta ella se lo prendeva in braccio, si metteva a piangere e tendeva le manine alla balia.
Forse ella lo teneva male, non tanto perché non ci fosse avvezza, quanto per timore che potesse averne sporcate le ricche vesti da camera di cui faceva grande sfoggio.
Quantunque non ricevesse mai visite e di rado uscisse di casa, pure spendeva enormemente per gli abiti, dei quali alla fine restava sempre scontenta, come di tutto e di se stessa.
Si sentiva, ed era forse davvero infelice; ma di questa sua infelicità incolpava gli altri, anziché la propria indole scontrosa, l'aspro carattere, la mancanza di ogni garbo.
Era convinta che se si fosse imbattuta in un altr'uomo che l'avesse amata e compresa, non avrebbe sentito tutto quel vuoto che sentiva dentro e attorno a sé.
Ora le era venuto in uggia finanche il bambino, perché questi dimostrava di voler piú bene alla balia che a lei.
E non passava giorno che, anneghittita in quell'ozio, non piangesse di nascosto.
Il marito le vedeva qualche volta gli occhi gonfii e rossi, ma fingeva di non accorgersene; schivava quanto piú poteva di parlare con lei, ormai certo che, per quanto dicesse o facesse, non sarebbe riuscito a ispirarle, a comunicarle quell'affetto per la vita, di cui ella sentiva il desiderio smanioso, ma del quale nello stesso tempo la riteneva incapace.
Se l'aspettava dagli altri, la vita, senza intendere che ciascuno deve farsela da sé.
Del resto, se era infelice, non meno infelice era lui che doveva viverci insieme.
Bella esistenza, la sua! Tutto il giorno tappato lí, nello studio.
Meno male che, di tanto in tanto, venivano a trovarlo gli amici del partito, coi quali poteva almeno sfogarsi, discutere liberamente.
Durante quelle discussioni, il vecchio scrivano dello studio era mandato in sala.
S'inchinava, ogni volta, profondamente, il signor Felicissimo Ramicelli a quei signori rivoluzionari e usciva con molta dignità.
Appena varcata la soglia però, e richiuso l'uscio, strizzava un occhio, sollevava un piede e si stropicciava, contentone, le mani; poi rizzandosi le punte dei baffetti ritinti, andava a seder su la panca della sala d'ingresso, con la speranza che vi capitasse Annicchia, la bella balietta siciliana.
Già aveva tentato d'attaccar discorso con lei:
- Sai come mi chiamo? Felicissimo.
Ma Annicchia pareva non capisse; gli voltava le spalle; e il signor Ramicelli diceva allora a sé stesso:
- Felicissimo, eh già! Ma di che?
Gli avevano imposto, come un augurio, questo bel nome superlativo.
- Grazie! - ma, proprio, nella vita, non aveva trovato mai di che dichiararsi, non che felice, ma neppure appena appena contento, il signor Ramicelli.
Guadagnava otto lirette al giorno, che gli sarebbero bastate forse, se non avesse avuto un vizietto...
un certo vizietto...
- Eh, come si fa? Le belle donnine...
Quell'Annicchia, per esempio, che bocconcino! Ogni qualvolta la vedeva, si sentiva toccar l'ugola.
E gli pareva anche una buona ragazza: gli pareva, intendiamoci! perché tutte le balie, si sa: ragazze andate a male, roba da...
da guerra, là!
Annicchia, notando le occhiate, i lezii da scimmia del signor Ramicelli, non sapeva se dovesse riderne o aversene a male.
Le sembrava tanto curioso quel vecchietto ancora cosí biondo! Certo, se non era già andato via col cervello, poco ci doveva mancare.
Là, nella saletta d'ingresso, ella tentava di mettere a prova i piedini del bimbo, reggendolo sotto le ascelle.
Non era ancor riuscita, dopo sei mesi, a pronunziare correttamente il nome che il Mori aveva imposto al bambino: Leonida.
Lo chiamava Nònida.
- Ma che Nònida! - le diceva il signor Ramicelli, per stuzzicarla.
- LE-O-nida.
- Io non so dirlo.
- E Felicissimo? Non sai dirlo neppure Felicissimo? Mi chiamo proprio cosí, sai?
Annicchia si riprendeva in braccio il bambino e andava via dalla saletta, dicendo:
- Non ci credo.
- E neppure io, - concludeva, filosoficamente, il signor Ramicelli, che restava lí ad aspettare che la discussione nello studio terminasse.
- Tattica...
Farabutti...
L'educazione del proletariato...
Programma minimo...
- Queste e simili espressioni giungevano, di tratto in tratto, agli orecchi del Ramicelli, il quale scoteva malinconicamente il capo e si volgeva piuttosto a guardare verso l'uscio per cui era andata via la balia, e sospirava.
Gli giungeva di là, qualche volta, una certa ninna-nanna paesana, che Annicchia cantava con voce dolce e malinconica, forse pensando al suo bambino, e guardando intanto questo che già, col suo latte, s'era fatto grosso e bello, anche piú grosso di quanto aveva lasciato il suo, là! Ah, un gigante, certo, si sarebbe fatto, povero Luzziddu, se ella avesse potuto allattarlo! E invece...
chi sa! Le passavano tante brutte ideacce per il capo! Spesso se lo sognava infermo, magro magro, pelle e ossa, col colluccio vizzo e un testone da rachitico che gli s'abbandonava ora su una spalluccia ora sull'altra e gl'ingrossava di punto in punto, mentr'ella stava a contemplarlo, raccapricciata, allibita: - Questo, il mio Luzziddu? cosí s'è ridotto? - E voleva, nel sogno angoscioso, dargli il suo latte, subito subito; ma il bambino allora la guardava con gli occhi cupi, truci della nonna, e voltava la faccia, rifiutando il seno ch'ella gli porgeva.
Che strazio! Si destava col cuore in gola, e fino a giorno non riusciva a togliersi dagli occhi l'immagine del figliuolo ridotto in quello stato.
Non ardiva piú, intanto, di parlarne alla padrona che già piú volte le aveva risposto male, forse perché urtata della sua soverchia insistenza, o forse perché temeva che ella - pensando troppo alla sua creaturina - trascurasse il bimbo.
Ma questo no, in coscienza: non poteva, né doveva dirlo: eccolo qua Nònida, florido e vispo!
Annicchia quasi quasi non sapeva piú riconoscere nella padrona d'oggi la signorina Ersilia d'un tempo, cosí malamente si vedeva trattata: peggio d'una serva.
Faceva di tutto per lasciarla contenta, si piegava a tanti servizii a cui non era obbligata, ora che Margherita, la sorda, era andata via; e si sforzava di parere allegra e di rincorare anche la padrona che dava in ismanie e si disperava per ogni nonnulla.
- Eccomi qua, ci sono io, faccio tutto io, signorina mia, non si confonda.
Avrebbe voluto, in compenso, un po' piú di considerazione.
Per esempio, quando arrivavano le lettere dalla Sicilia...
Gliele recava lei, tutta contenta, esultante:
- Signorina! Signorina!
- Che c'è? Hai preso un terno al lotto?
La agghiacciava, ogni volta, con quelle parole.
Stava ad aspettarla ch'ella finisse di leggere la lettera, sperando che le desse subito notizia del suo bambino, ma che! nulla; doveva domandargliene lei, quando le vedeva rimettere il foglio nella busta.
- E di Luzziddu, niente?
- Sí; dice che sta bene.
- E mia suocera, mia suocera?
- Anche.
Doveva contentarsi di queste risposte.
Ma possibile che di laggiú non le mandassero a dire altro? Ah come si pentiva adesso di non avere imparato a scrivere! Aveva, sí, supposto, partendo, che la lontananza le sarebbe riuscita penosa; ma tanto poi no: era un vero supplizio, cosí!
Il bambino, però, tra pochi giorni, avrebbe compiuto sette mesi: a nove, per volontà del padre, doveva essere svezzato: dunque, due mesi ancora di quelle sofferenze.
Pazienza!
Non s'aspettava, confortandosi e rassegnandosi cosí alla mala sorte, quel che doveva accaderle proprio nel giorno che il bambino compiva il settimo mese: giorno di doppia festa, perché a Nònida era anche spuntato il primo dentuccio.
Sentendo sonare quel giorno il campanello alla porta, e parendole dalla scampanellata che fosse il postino, s'era recata ad aprire tutta contenta, al solito; ma a un tratto, senza aver avuto neanche il tempo d'accorgersi a chi avesse aperto, s'era trovata per terra, intronata da un terribile schiaffo.
Titta Marullo, il marito, pallido, scontraffatto dall'ira, le era sopra, con un piede alzato, per pestarle la faccia.
- Brutta cagna! Dov'è il tuo padrone?
Al grido, accorsero il Mori, la moglie, il signor Ramicelli.
Titta Marullo, pallido come un morto, si accostò al Mori, gli prese il bavero della giacca e, scrollandoglielo pian piano:
- Mio figlio è morto, sai? Morto! - aggiunse, voltandosi verso Annicchia che aveva cacciato un urlo.
- E tu ora, che vuoi fare? Me lo paghi o vuoi darmi il tuo?
- È pazzo! - gridò Ersilia, tremando, spaventata.
Il Mori respinse con un urtone il Marullo, indicandogli la porta, furente nel corpicciuolo nervoso:
- Via! - gridò.
- Mascalzone! Esci di casa mia, subito!
- Che fai? - gli disse il Marullo, venendogli avanti, a petto.
- Io non ho piú nulla da perdere, bada! Mia madre è all'ospedale: mio figlio è morto! Sono venuto a sputarti in faccia e a prendermi questa cagna.
Sú, alzati! - aggiunse, rivolgendosi alla moglie che stava ancora buttata a terra.
Ma, a questo punto, il Ramicelli ch'era scappato via, non visto, ritornò ansante e spaventato, insieme con due guardie di questura, alle quali subito il Mori, che tremava tutto di rabbia, si rivolse, concitatissimo:
- Via! conducetelo via! È venuto a insultarmi, a minacciarmi fino in casa, codesto mascalzone!
Le due guardie afferrarono per le braccia il Marullo che cercava di svincolarsi, gridando: - Io voglio mia moglie! - e lo trascinarono via, seguiti dal Mori, che volle recarsi in questura a denunziare l'aggressione patita.
V
Il giorno dopo, senza fretta, arrivò la lettera della signora Manfroni, che annunziava la morte del bambino e la malattia della vecchia Marullo.
Di Titta, nessun cenno.
Il Mori suppose dapprima ch'egli fosse evaso dal domicilio coatto; ma poi venne a sapere che era stato graziato per intercessione del prefetto, a cui la madre, ammalata, aveva rivolto una supplica dall'ospedale.
La questura di Roma, intanto, lo aveva rimandato in Sicilia, sotto la minaccia che sarebbe tornato al suo luogo di pena, se laggiú avesse minimamente tentato di sottrarsi alla sorveglianza speciale, a cui era stato sottoposto per tre anni.
Ad Annicchia, per lo spavento del marito e lo strazio della morte del figlio, era sopravvenuta una fierissima febbre.
Parve per tre giorni che volesse impazzire; poi il delirio, le allucinazioni cessarono; rimase come stordita, in un istupidimento che costernava anche piú delle furie di prima.
Guardava, e pareva non vedesse; udiva ciò che le si diceva, rispondeva di sí col capo o con la voce, ma poi dimostrava di non aver compreso.
Il latte le era venuto meno; e il bambino si era dovuto svezzare.
Tutta la casa era sossopra.
Ersilia, inesperta, inetta a tutto, aveva dovuto vegliar due notti il bambino che voleva la balia e non si quietava un momento; aveva dovuto anche attendere alla casa, dar le prime istruzioni alla nuova serva; badare anche un po' alla malata; ed era su le furie contro il marito, che si guardava attorno, con un giornale in mano, senza saper che fare.
Ma che avrebbe potuto fare?
- Che? - gli gridava la moglie.
- Ma muoverti, darti attorno! Non vedi che io sono qua sola, senza nessuno; col bambino in braccio; e non posso badare anche a lei che mi ha cagionato tutto questo scompiglio? Va', esci, procura di trovarle posto in qualche ospedale!
Ennio, a tale proposta, si fermava a guardarla trasecolato.
- All'ospedale?
- Pietà, compassione? - riprendeva Ersilia, inviperita.
- Per lei, è vero? non per me, che non dormo piú da tante notti, che non trovo piú neanche il tempo da pettinarmi.
Devo fare la serva a tutti? Ma aspetta che si rimetta in piedi, e ti farò vedere! Neanche un giorno, neanche un minuto deve rimanere piú in casa mia!
Non ebbe però il coraggio di porre a effetto questa minaccia, appena Annicchia si fu un poco rimessa.
Tentò di muovergliene il discorso, dichiarandole che teneva a disposizione di lei il danaro che la suocera aveva rifiutato; ma Annicchia le rispose:
- E che vuole che me ne faccia piú, oramai? Non ho piú che questo qua, ora!
E si strinse al seno Nònida, ch'era tornato a lei e le dimostrava lo stesso amore, quantunque divezzato.
La prima volta che la serva glielo recò lí a letto, ne provò una viva repulsione; per lui il suo bambino era morto! Ma poi, commossa dall'amorosa impazienza con cui il piccino ignaro le tendeva le manine, se lo abbracciò stretto stretto, come si sarebbe abbracciato il suo stesso figliuolo, e sciolse il cordoglio che la soffocava in un pianto senza fine.
Il piccino le cercava ancora il seno.
- Ah figlio, ah figlio! che vuoi piú da me? non ho piú nulla, io, non posso dar piú nulla, io, né a te né a nessuno...
Finí la mamma tua, amore mio, finí! finí!...
Ah se almeno avesse potuto sapere con certezza come, perché fosse morto il suo bambino, se per mancanza di nutrimento o per qualche male non curato.
Doveva rassegnarsi cosí, senza saperne nulla, piú nulla? Possibile? Come fosse morto un cagnolino! Oh povero innocente abbandonato, senza la mamma sua accanto, senza il padre, senza nessuno, morto lí, fra mani estranee, oh Dio! oh Dio!
Ma chi si curava, ora, della sua pena? La padrona, anzi, era in collera con lei, per via del figlio, privato improvvisamente del latte, a soli sette mesi: e aveva ragione, sí, perché anche lei era mamma e non poteva darsi pensiero che del suo figliuolo.
Che importava a lei che quell'altro fosse morto? Dispetto poteva sentirne, non dolore.
"Sí, ma deve pur comprendere - pensava Annicchia, - che il suo figliuolo appartiene, ora, anche a me: che se ella ci ha messo la pena di farlo, io ci ho rimesso il figlio per lui: e ora non mi resta piú altro."
Per quanto a Ersilia non dispiacesse di sottrarsi al fastidio del bambino, pure non voleva che questo s'affezionasse di piú a colei, che già lo considerava come suo.
E si raffermava sempre piú nel proposito di mandarla via.
Del resto, che obbligo aveva di tenerla ancora? Non era adatta né a far da serva né da bambinaja.
Ella poi voleva che il suo piccino imparasse a parlar bene l'italiano, e, con quella accanto, che parlava soltanto in dialetto, non sarebbe stato possibile.
Dunque, via! via! O doveva forse tenerla perché desse spettacolo della sua bellezza al marito? Via! via! E il marito stesso doveva licenziarla.
- Io? Perché io? - le disse il Mori.
- Perché tu sei il capo di casa.
E poi, perché non so che cosa ella si sia fitto in mente, per la pietà, per la commiserazione che tu hai voluto dimostrarle in questa occasione.
- Io? - ripeté Ennio.
- Non le ho dimostrato nulla, io.
- L'avrà forse creduto lei, allora.
Per me fa lo stesso.
Non vedi? Crede già di essere a casa sua.
Le madri cosí, qua, le padrone di casa, saremmo due.
Ora, se questo può piacere a te, a me non piace!
Ennio, pur sapendo che faceva peggio, si provò ancora una volta a ragionare:
- Ma scusa: perché vuoi ostinarti a vedere il male dove non è, a crearti fantasmi odiosi, quando io, con la mia vita di studio, di lavoro, non ti ho mai dato cagione di dubitare di me? Hai visto che, per stare in pace, per contentarti, mi sono finanche vietato di fare una carezza al mio bambino.
Diffidi ora di quella poveretta? Ma ti pare che possa sorriderle il pensiero di tornare laggiú, dove non troverà piú il figlio, dove troverà invece un bruto, che la incolpa della morte del bambino e di cui lei ha paura? Avendo perduto il proprio figliuolo, per esser venuta qua ad allattare il nostro, crede d'aver acquistato il diritto di stare in casa nostra, presso a quest'altro bambino, al quale ha sacrificato il suo.
Non ti par giusto? non ti par ragionevole?
Ripeteva, senza volerlo, quel che aveva scritto poco prima che la moglie entrasse nello studio a parlargli.
Riflettendo intorno al triste caso di quel bambino morto laggiú in Sicilia, aveva pensato a un passo dell'opera del Malon Le socialisme intégral; e, invece di farsene un rimorso, s'era proposto di farne argomento d'una conferenza che avrebbe tenuto al Circolo Socialista fra qualche giorno.
Ersilia, com'era da aspettarsi, si ribellò a quelle riflessioni umanitarie e uscí dallo studio deliberata a licenziare sul momento Annicchia.
Il Mori, esasperato, afferrò le prime cartelle già scritte della conferenza e le scaraventò a terra.
Poco dopo, attraverso l'uscio chiuso, intese il pianto disperato di quella disgraziata e le parole strazianti con cui pregava la padrona di non mandarla via.
- Mi tenga come serva, senza darmi niente! Mi dia solo un tozzo di pane! quel che dovrà buttar via! Dormirò magari per terra...
Ma non mi scacci, per carità! Io laggiú non posso, non posso piú ritornare...
Abbia pietà di me, lo faccia per amore di questo innocente! Se lei mi scaccia, io mi perdo, signorina; io mi perdo, ma laggiú non torno...
Durarono a lungo quel pianto e quelle angosciose preghiere.
Poi il Mori non intese piú nulla: ritenne che Ersilia si fosse impietosita e avesse concesso a quella poveretta di rimanere col bambino.
Di lí a poco entrò nello studio il signor Felicissimo Ramicelli, senza la consueta dignità, infocato in volto e con gli occhietti lustri.
Che vittoria! che vittoria! Per poco non si fregava le mani, lí, sotto gli occhi dell'avvocato, il signor Ramicelli.
La bella balietta siciliana, scacciata or ora dalla padrona, quella sera stessa sarebbe venuta a dormire in casa sua.
Eh, ma già, le balie - lui lo sapeva bene - tutte ragazze andate a male, roba da...
da guerra, là! Questa qui faceva ancora l'ingenua: mostrava di credere d'aver compreso che lui la volesse soltanto per serva.
Eh sí, per serva...
perché no?
- Signor Ramicelli!
- Comandi, signor avvocato!
- Attento, eh? Scrittura chiara e, mi raccomando, senza svolazzi né in sú né in giú.
E il Mori gli porse da ricopiare le cartelle già scritte della conferenza.
Poi seguitò:
"L'eguaglianza tra gli uomini secondo il socialismo, come diceva il Malon, si deve intendere quindi in un duplice senso relativo: 1° che tutti gli uomini, perché tali, abbiano assicurate le condizioni dell'esistenza; 2° che quindi gli uomini siano uguali nel punto di partenza alla lotta per la vita, sicché ognuno svolga liberamente la propria personalità a parità di condizioni sociali; mentre ora il bambino che nasce sano e robusto, ma povero, deve soccombere nella concorrenza con un bambino nato debole ma ricco..."
- Signor Ramicelli!
- Avvocato!
- Che ha? È impazzito? Perché ride cosí?
IL CORVO DI MÍZZARO
Pastori sfaccendati, arrampicandosi un giorno sú per le balze di Mízzaro, sorpresero nel nido un grosso corvo, che se ne stava pacificamente a covar le uova.
- O babbaccio, e che fai? Ma guardate un po'! Le uova cova! Servizio di tua moglie, babbaccio!
Non è da credere che il corvo non gridasse le sue ragioni: le gridò, ma da corvo; e naturalmente non fu inteso.
Quei pastori si spassarono a tormentarlo un'intera giornata; poi uno di loro se lo portò con sé al paese; ma il giorno dopo, non sapendo che farsene, gli legò per ricordo una campanellina di bronzo al collo e lo rimise in libertà:
- Godi!
Che impressione facesse al corvo quel ciondolo sonoro, lo avrà saputo lui che se lo portava al collo sú per il cielo.
A giudicare dalle ampie volate a cui s'abbandonava, pareva se ne beasse, dimentico ormai del nido e della moglie.
- Din dindin din dindin...
I contadini, che attendevano curvi a lavorare la terra, udendo quello scampanellío, si rizzavano sulla vita; guardavano di qua, di là, per i piani sterminati sotto la gran vampa del sole:
- Dove suonano?
Non spirava alito di vento; da qual mai chiesa lontana dunque poteva arrivar loro quello scampanío festivo?
Tutto potevano immaginarsi, tranne che un corvo sonasse cosí, per aria.
"Spiriti!" pensò Cichè, che lavorava solo solo in un podere a scavar conche attorno ad alcuni frutici di mandorlo per riempirle di concime.
E si fece il segno della croce.
Perché ci credeva, lui, e come! agli Spiriti.
Perfino chiamare s'era sentito qualche sera, ritornando tardi dalla campagna, lungo lo stradone, presso alle Fornaci spente, dove, a detta di tutti ci stavano di casa.
Chiamare? E come? Chiamare: - Cichè! Cichè! - cosí.
E i capelli gli s'erano rizzati sotto la berretta.
Ora quello scampanellío lo aveva udito prima da lontano, poi da vicino, poi da lontano ancora; e tutt'intorno non c'era anima viva: campagna, alberi e piante, che non parlavano e non sentivano, e che con la loro impassibilità gli avevano accresciuto lo sgomento.
Poi, andato per la colazione che la mattina s'era portata da casa, mezza pagnotta e una cipolla dentro al tascapane lasciato insieme con la giacca un buon tratto piú là appeso a un ramo d'olivo, sissignori, la cipolla sí, dentro al tascapane, ma la mezza pagnotta non ce l'aveva piú trovata.
E in pochi giorni, tre volte, cosí.
Non ne disse niente a nessuno, perché sapeva che quando gli Spiriti prendono a bersagliare uno, guaj a lamentarsene: ti ripigliano a comodo e te ne fanno di peggio.
- Non mi sento bene, - rispondeva Cichè, la sera ritornando dal lavoro, alla moglie che gli domandava perché avesse quell'aria da intronato.
- Mangi però! - gli faceva osservare, poco dopo, la moglie, vedendogli ingollare due e tre scodelle di minestra una dopo l'altra.
- Mangio, già! - masticava Cichè, digiuno dalla mattina e con la rabbia di non potersi confidare.
Finché per le campagne non si sparse la notizia di quel corvo ladro che andava sonando la campanella per il cielo.
Cichè ebbe il torto di non saperne ridere come tutti gli altri contadini, che se n'erano messi in apprensione.
- Prometto e giuro, - disse, - che gliela farò pagare
E che fece? Si portò nel tascapane, insieme con la mezza pagnotta e la cipolla, quattro fave secche e quattro gugliate di spago.
Appena arrivato al podere, tolse all'asino la bardella e lo avviò alla costa a mangiar le stoppie rimaste.
Col suo asino Cichè parlava, come sogliono i contadini; e l'asino, rizzando ora questa ora quell'orecchia, di tanto in tanto sbruffava, come per rispondergli in qualche modo.
- Va', Ciccio, va', - gli disse, quel giorno, Cichè.
- E sta' a vedere, ché ci divertiremo!
Forò le fave; le legò alle quattro gugliate di spago attaccate alla bardella, e le dispose sul tascapane per terra.
Poi s'allontanò per mettersi a zappare.
Passò un'ora; ne passarono due.
Di tratto in tratto Cichè interrompeva il lavoro, credendo sempre di udire il suono della campanella per aria; ritto sulla vita, tendeva l'orecchio.
Niente.
E si rimetteva a zappare.
Si fece l'ora della colazione.
Perplesso, se andare per il pane o attendere ancora un po', Cichè alla fine si mosse; ma poi, vedendo cosí ben disposta l'insidia sul tascapane, non volle guastarla: in quella, intese chiaramente un tintinnío lontano; levò il capo:
- Eccolo!
E, cheto e chinato, col cuore in gola, lasciò il posto e si nascose lontano.
Il corvo però, come se godesse del suono della sua campanella, s'aggirava in alto, in alto, e non calava.
"Forse mi vede", pensò Cichè; e si alzò per nascondersi piú lontano.
Ma il corvo seguitò a volare in alto, senza dar segno di voler calare.
Cichè aveva fame; ma pur non voleva dargliela vinta.
Si rimise a zappare.
Aspetta, aspetta; il corvo, sempre lassú, come se glielo facesse apposta.
Affamato, col pane lí a due passi, signori miei, senza poterlo toccare! Si rodeva dentro, Cichè, ma resisteva, stizzito, ostinato.
- Calerai! calerai! Devi aver fame anche tu!
Il corvo, intanto, dal cielo, col suono della campanella, pareva gli rispondesse, dispettoso:
- Né tu né io! Né tu né io!
Passò cosí la giornata.
Cichè, esasperato, si sfogò con l'asino, rimettendogli la bardella, da cui pendevano, come un festello di nuovo genere, le quattro fave.
E, strada facendo, morsi da arrabbiato a quel pane, ch'era stato per tutto il giorno il suo supplizio.
A ogni boccone, una mala parola all'indirizzo del corvo: - boja, ladro, traditore - perché non s'era lasciato prendere da lui.
Ma il giorno dopo, gli venne bene.
Preparata l'insidia delle fave, con la stessa cura, s'era messo da poco al lavoro, allorché intese uno scampanellío scomposto lí presso e un gracchiar disperato, tra un furioso sbattito d'ali.
Accorse.
Il corvo era lí, tenuto per lo spago che gli usciva dal becco e lo strozzava.
- Ah, ci sei caduto? - gli gridò, afferrandolo per le alacce.
- Buona, la fava? Ora a me, brutta bestiaccia! Sentirai .
Tagliò lo spago; e, tanto per cominciare, assestò al corvo due pugni in testa.
- Questo per la paura, e questo per i digiuni!
L'asino che se ne stava poco discosto a strappar le stoppie dalla costa, sentendo gracchiare il corvo, aveva preso intanto la fuga, spaventato.
Cichè lo arrestò con la voce poi da lontano gli mostrò la bestiaccia nera:
- Eccolo qua, Ciccio! Lo abbiamo! lo abbiamo!
Lo legò per i piedi; lo appese all'albero e tornò al lavoro.
Zappando, si mise a pensare alla rivincita che doveva prendersi.
Gli avrebbe spuntate le ali, perché non potesse piú volare; poi lo avrebbe dato in mano ai figliuoli e agli altri ragazzi del vicinato, perché ne facessero scempio.
E tra sé rideva.
Venuta la sera, aggiustò la bardella sul dorso dell'asino; tolse il corvo e lo appese per i piedi al posolino della groppiera; cavalcò, e via.
La campanella, legata al collo del corvo, si mise allora a tintinnire.
L'asino drizzò le orecchie e s'impuntò.
- Arrí! - gli gridò Cichè, dando uno strattone alla cavezza.
E l'asino riprese ad andare, non ben persuaso però di quel suono insolito che accompagnava il suo lento zoccolare sulla polvere dello stradone.
Cichè, andando, pensava che da quel giorno per le campagne nessuno piú avrebbe udito scampanellare in cielo il corvo di Mízzaro.
Lo aveva lí, e non dava piú segno di vita, ora, la mala bestia.
- Che fai? - gli domandò, voltandosi e dandogli in testa con la cavezza.
- Ti sei addormentato?
Il corvo, alla botta:
- Cràh!
Di botto, a quella vociaccia inaspettata, l'asino si fermò, il collo ritto, le orecchie tese.
Cichè scoppiò in una risata.
- Arrí, Ciccio! Che ti spaventi?
E picchiò con la corda l'asino sulle orecchie.
Poco dopo, di nuovo, ripeté al corvo la domanda:
- Ti sei addormentato?
E un'altra botta, piú forte.
Piú forte, allora, il corvo:
- Cràh!
Ma questa volta, l'asino spiccò un salto da montone e prese la fuga.
Invano Cichè, con tutta la forza delle braccia e delle gambe, cercò di trattenerlo.
Il corvo, sbattuto in quella corsa furiosa, si diede a gracchiare per disperato; ma piú gracchiava e piú correva l'asino spaventato.
- Cràh! Cràh! Cràh!
Cichè urlava a sua volta, tirava, tirava la cavezza; ma ormai le due bestie parevano impazzite dal terrore che si incutevano a vicenda, l'una berciando e l'altra fuggendo.
Sonò per un tratto nella notte la furia di quella corsa disperata; poi s'intese un gran tonfo, e piú nulla.
Il giorno dopo, Cichè fu trovato in fondo a un burrone, sfracellato, sotto l'asino anch'esso sfracellato: un carnajo che fumava sotto il sole tra un nugolo di mosche.
Il corvo di Mízzaro, nero nell'azzurro della bella mattinata, sonava di nuovo pei cieli la sua campanella, libero e beato.
LA VEGLIA
I
Marco Mauri, nel bujo della scala avvivato appena da l'incerto barlume che s'insinuava dal corridojo dove aveva lasciato la candela accesa, domandò a un signore che s'affrettava a salire:
- Il medico? Venga, muore!
Quegli si arrestò un istante, come per discernere chi l'investiva con quella domanda e con quell'annunzio:
- Muore?
Il Mauri, singhiozzando e gestendo, senza poter rispondere, si mise a risalire a balzi la scala, poi tolse da terra la candela, attraversò il corridojo, infilò per primo l'uscio in fondo.
- Qua, - disse, - in quest'altra camera!
Il nuovo arrivato lo seguí ansioso, guardingo, come se dalle cose che balzavan dall'ombra al lume fuggente della candela che quegli teneva in mano, volesse prima indovinare dove fosse venuto a cacciarsi.
Su la soglia della seconda camera si arrestò, ansante.
Era un uomo di circa cinquant'anni, alto di statura, dall'aria rabbuffata; portava occhiali a staffa, cerchiati d'oro; non aveva né barba né baffi; quasi calva la sommità del capo ma ciocche di capelli biondi gli scendevano scompostamente su la fronte e su le tempie.
Se le rialzò; e si tenne un tratto le mani sul capo.
Giaceva sul letto disfatto, nella camera in disordine appena rischiarata, una donna.
Livida, col viso già orribilmente stirato ai due lati del naso, teneva gli occhi chiusi, i capelli, d'un bellissimo color rosso, sciolti e sparsi sul guanciale.
Pareva già come inabissata nella morte, ma frequenti, muti singulti incoscienti le scotevano ancora il capo appena appena.
Un vecchio pretucolo senza sottana, bruno, coi calzoni a mezza gamba, le calze lunghe e le fibbie di argento alle scarpine, interruppe la preghiera che labbreggiava distratto accanto al letto e si levò da sedere in un'ansia dubbiosa; mentre il Mauri diceva a bassa voce, smaniando, tra le lagrime:
- Qua, qua, guardi: la ferita è qua! - (e si premeva forte l'indice d'una mano sul basso ventre).
- Qua.
Il colpo, evidentemente, è deviato: la mano era inesperta.
Sente? Singhiozza cosí, da questa mattina...
Perché? Non l'hanno operata a tempo, capisce? non hanno voluto operarla...
Veda, veda Lei, le dia subito ajuto.
Non s'aspettava che quell'uomo, da lui creduto il medico, rimasto lí a piè del letto, con gli occhi dilatati fissi sulla moribonda, si rivoltasse a un tratto a guatarlo.
- Non ode, sa! non ode piú! - aggiunse, allora, con un gesto disperato.
Ma quegli si voltò verso il prete che già si era accostato timido, perplesso.
- Don Camillo Righi? - domandò.
- A servirla, proprio io, sissignore! E...
Lei, di grazia! Il dottor Silvio Gelli?
- Ah, il marito? - ghignò il Mauri.
- Zitto lei! - saltò a dirgli il vecchio pretucolo, stizzito.
- Fuori di qua! fuori di questa camera!
E lo trasse per un braccio nella camera attigua.
- No, scusate, spiegatemi, - sopravvenne a dirgli l'altro, guardandolo freddamente, con disprezzo; ma s'interruppe, vedendo all'improvviso venir fuori da un angolo in ombra un mostriciattolo, una povera sbiobbina, alta appena un metro, dal volto giallastro disfatto, in cui però spiccavano vivacissimi gli occhi neri, pieni di spavento.
- Di là, Margherita, di là, - le disse il prete, indicando la camera della moribonda.
- Mia sorella, - aggiunse, rivolto al Gelli, con uno sguardo che invocava compassione.
Ma il Gelli riprese a dire con durezza:
- Mi avete scritto che moriva...
- Pentita, sí, creda, signor professore! - s'affrettò a rassicurarlo il Righi.
- Proprio pentita, sa! Lei stessa, anzi, la poverina, ha voluto chiederle perdono per mio mezzo.
- Chi è dunque costui? - domandò, sprezzante, il Gelli.
- Ecco, Le dirò...
È venuto, non so di dove...
- Ma sí, da Perugia, da Perugia, - interloquí il Mauri, ponendosi a sedere su un divanuccio presso al tavolino su cui ardeva la candela.
Il Righi riprese, impacciatissimo:
- La sera dello stesso giorno che ci capitò qua la signora.
Io e le mie donne credemmo anzi dapprima che fosse un parente.
Eh, Margherita?
La sbiobbina, rimasta presso l'uscio, impaurita, chinò piú volte il capo, guardando il Gelli, con un sorriso incosciente su le labbra.
- Poi, - seguitò il Righi, - quando la signora...
dopo, volle confessarsi con me, seppi che...
sí, lui la...
la perseguitava, ecco!
Il Mauri ruppe in un altro ghigno, scrollando il capo.
- Vah, io non capisco! - esclamò il prete.
- Non c'è stato possibile, creda, mandarlo via.
- E non me ne andrò! - raffibbiò sordamente il Mauri, guardando verso terra.
Silvio Gelli lo fissò un tratto; poi domandò al Righi:
- Questa è casa vostra?
- Albergo! - rispose il Mauri, invece del prete, senza alzar gli occhi.
- Nossignore! - rimbeccò pronto il Righi, su le furie - Chi gliel'ha detto? dove sta scritto? Questa è, se mai, pensione, ma d'estate.
Ora non è stagione, ed è casa mia soltanto, e vi ricevo chi mi pare e piace, e le ripeto: Vada via! Quante volte gliel'ho a dire? Come parere ch'io abbia tollerato la sua sconvenienza, scusi! Lei non ha piú nulla da far qui, ora, che è venuto il signor professore! Dunque, si levi sú!
- Non me ne vado! - ripeté il Mauri, rimanendo seduto e guardando fisso il prete, con gli occhi da matto.
- Neanche se vi scaccio io? - gli gridò allora il Gelli, appressandosi e parandoglisi di fronte.
- Nossignore! M'insulti, mi bastoni; ma mi lasci star qui! - proruppe, con un orribile schianto nella voce, il Mauri.
- Che le faccio io? che ombra posso piú darle? Me ne starò qua, in questa camera...
per carità! Mi lasci piangere.
Lei non può piangerla, signore.
La lasci piangere a me: perché quella infelice non ha bisogno, creda, d'essere perdonata; ma d'esser pianta! Lei, mi perdoni, avrebbe dovuto ammazzare come un cane colui che prima gliela tolse e poi ebbe cuore d'abbandonarla; non deve scacciar me che l'ho raccolta, che l'ho adorata e che per lei ho spezzato anche la mia vita.
Per lei, io, Marco Mauri, sappia che ho abbandonato la mia famiglia, mia moglie, i miei figli!
Si levò in piedi, cosí dicendo, con gli occhi sbarrati, le braccia alzate, e soggiunse:
- Veda un po' se è possibile che lei mi scacci!
Silvio Gelli, in preda a uno sbalordimento che non lasciava intendere se in lui fosse piú sdegno o pietà, ira o vergogna, rimase a guardare quell'uomo già maturo, cosí alterato dalla furia del disperato cordoglio.
Gli vide scorrere grosse lagrime per la faccia contratta, che andavano a inzuppargli l'ispida barba nera, qua e là brizzolata, spartita sul mento.
Un gemito angoscioso venne dalla camera da letto.
Il Mauri si mosse istintivamente per accorrere.
Ma il Gelli lo arrestò, intimandogli:
- Non entri!
- Sí signore, - si rimise egli, inghiottendo le lagrime.
- Vada Lei; è giusto.
Veda, veda se sia possibile far qualche cosa.
Lei è un gran medico, lo so.
Ma già, meglio che muoja! Dia retta, la lasci morire, perché...
se lei è venuto a perdonarla, io...
Si nascose il volto con le mani, rompendo un'altra volta in singhiozzi, e andò a buttarsi di nuovo sul divanuccio, tutto raggomitolato, nel rabbioso cordoglio che lo divorava.
Don Camillo Righi toccò pian piano il braccio al Gelli e indicò la camera della moribonda, che forse si era scossa dal letargo.
- Ma no, scusate...
- gli disse il Gelli, con un sorriso sforzato, tremante su le labbra.
- Intenderete bene che io non m'aspettavo...
- Ha ragione, ha ragione; ma la prego di compatire: costui è pazzo...
- si lasciò scappare il Righi.
- Pazzo...
pazzo...
- nicchiò allora il Mauri.
- Sí, per disperazione forse, sí...
per rimorso! Ma perché non gli hai tu scritto, prete, che Flora s'è uccisa per me?
- Flora? - domandò il Gelli, senza volerlo.
- Fulvia, Fulvia, lo so! - si corresse subito il Mauri.
- Ma s'è fatta chiamar Flora, dopo.
Lei non lo sa, e io so tutto: la sua vita d'ora e quella di prima: tutto; e so anche perché lei è venuto qua.
- Ah, bene! - esclamò il Gelli.
- Io, invece, comincio a non saperlo piú.
- Glielo dico io! - ribatté il Mauri.
- Senta: sono su l'orlo d'un abisso, sia ch'ella viva, sia che muoja; posso dunque parlare come voglio, senza piú riguardo a nulla né a nessuno.
- Signor professore, scusi...
- si provò a suggerire di nuovo il Righi, tra le spine.
- Ma no, ma no: lo lasci dire...
- gli rispose il Gelli.
- Siamo davanti alla morte! - esclamò il Mauri.
- Non c'è piú gelosia.
Né lei, del resto, può aver ragione di adontarsi di me.
Flora, quand'io la conobbi, era sulla strada.
Dunque? Ha fatto male codesto prete a non scriverle che si è uccisa per me.
- Ma io, - si scusò il Righi, tirato di nuovo in ballo, - io ho obbedito al mio sacro ministero, e basta.
- Buffonate! - tornò a sghignare il Mauri.
- Volete sul serio rappresentare la commedia del perdono, adesso? Bene: vada là, dunque, lei; vada ad accordarle il perdono e se ne torni dond'è venuto, là, là, a Como, nell'amena sua villa di Cavallasca, con l'amor proprio contento, con la bella soddisfazione della propria generosità! Ma vi par questo il luogo e l'ora di rappresentar commedie? Glielo dica lei, francamente, a codesto prete, che cosa l'ha spinto a venir qua.
Il rimorso, prete, il rimorso! Perché lui, lui, ridusse quella disgraziata alla disperazione, tant'anni fa! È vero? Lo dica.
Finiamola.
Là c'è una donna che muore assassinata.
Finiamola! Ora lei s'è fatto un uomo virtuoso, uno scienziato illustre...
Sfido! S'è tenuta con sé la figliuola!
- Vi proibisco...
- gridò il Gelli, fremendo in tutto il corpo e contenendosi a stento.
- E che dico io? - riprese umile il Mauri.
- Dico che quell'anima innocente ha avuto il potere di farla rinsavire non è vero? Ma pensi intanto, che neppure quella donna sarebbe là, se lei non si fosse tenuta la figliuola.
- Voi avete abbandonato i vostri figli, e avete il coraggio di parlare cosí, di fronte a me?
- Sissignore! E io m'accuso, io! Io sono qua con lo strazio d'un doppio delitto, infatti.
Perché l'ho ingannata io, questa donna.
Sissignore: le ho detto ch'ero scapolo, che non avevo nessuno.
Le ho detto la verità a modo mio.
Quella che era verità per me.
Mia moglie invece, capisce? è andata a trovarla...
lí, a Perugia, e le ha detto...
che le avrà detto? Io non so! So che lei, lusingandosi di ridar la pace a una famiglia, se n'è venuta qua, per tôrsi di mezzo...
Ora come vuole ch'io me ne vada? Lei, la martire, m'ha perdonato.
Ma a me non può bastare il suo perdono.
Bisogna che io me ne stia a piangere, qua, finch'ella è in vita, e poi...
poi, non so! Senta: mi vuol dare ascolto? Si levi la maschera, lei che è venuto a perdonare, e vada a buttarsi in ginocchio davanti a quel letto, a farsi piuttosto perdonare lei, e dica a quella povera donna che è una santa, le dica che è la vittima di tutti noi, le dica che gli uomini sono vigliacchi: non si disonorano mai, gli uomini! Solo se rubano un po' di danaro, perché, se poi rubano l'onore a una donna, è niente! se ne vantano! Guardi, guardi come dovremmo fare, noi uomini...
D'improvviso s'inginocchiò davanti alla sbiobbina atterrita; le prese le braccia e le gridò:
- Sputami! Sputami! sputami in faccia!
Sopravvennero alle grida due donne, svegliate di soprassalto, mezzo discinte: la signora Nàccheri, cognata del Righi, vedova, e la figliuola Giuditta, con un bambino in braccio.
Il Gelli e il prete erano rimasti lí, sbalorditi dalla violenza di quel forsennato.
La Nàccheri accorse a liberare la povera sbiobbina, che tremava tutta, lí lí per svenire.
- Va', va', Margherita! Oh guardate, Signore Iddio, che s'ha a vedere! Ma si vergogni, lei, e la faccia finita una buona volta! Siamo stufi, sa! siamo stufi! Sú, via, si levi, sú!
Il Mauri, rimasto ginocchioni, con la faccia per terra, singhiozzava.
A un tratto, balzò in piedi, e domandò:
- Non sono piú un uomo civile, io, è vero? Non c'è piú neppure l'ombra della civiltà, in me? Che scompiglio, gran Dio, per questo illustre signore che è venuto a perdonare! per questo signor Canonichetto affittacamere! E lei, signora? Oh oh oh, guarda! E il parrucchino riccio, biondo? Se l'è dimenticato sul tavolino da notte? Buffoni, buffoni! M'inchino, mille ossequii, buffoni!
E, inchinandosi furiosamente e sghignazzando, scappò via.
- Quell'uomo impazzisce...
- mormorò il Gelli, stupefatto.
- Ma mi pare che sia già ito via col cervello, scusi! - osservò la Nàccheri.
- Screanzato! - aggiunse la figlia.
Don Camillo Righi, rimasto piú a lungo degli altri trasecolato (pensava forse che il matto avrebbe potuto buttargli in faccia ben altre accuse), si scosse per presentare alla cara cognata e alla nipote il signor professore, che aveva avuto la santa ispirazione di accorrere all'invito, per accordare di presenza il perdono:
- Dio lo benedica! Tanto buono...
Le due donne cercavano di scusarsi con lui di quanto era accaduto e per i loro indumenti notturni, quand'ecco di ritorno il Mauri, ilare, che si spingeva innanzi un omacciotto calvo, barbuto, stizzito dalla furia sconveniente di quel matto.
- Ecco il dottor Balla!
- Lei vada via! subito! via! - inveí allora il Gelli, afferrando per il bavero della giacca il Mauri e scrollandolo e spingendolo verso l'uscio sul corridojo.
- Sissignore! sissignore! - disse il Mauri, senza opporre nessuna resistenza, rinculando.
- Mi lasci dire soltanto due parole al dottore! Ecco, dottore; la salvi lei, per carità! Non la faccia salvare a lui, altrimenti per me è perduta...
Me ne vado, me ne vado da me...
si calmi!..
Mi raccomando, dot...
Il Gelli gli diede un ultimo spintone e richiuse l'uscio.
- Ha fatto bene, benone, benissimo - esclamò il Righi sollevato.
- Ma la porta, giú, scusate, perché ha da rimanere aperta? - domandò la Nàccheri, stizzita, al cognato.
- Che modo è codesto? Va', Margherita, va': di' che chiudano subito!
La sbiobbina andò, e tutti, vedendola passare in mezzo a loro, osservarono il modo con cui ella moveva le gambe sbieche; come se non avessero altro da fare in quel momento.
Il dottor Balla sbuffò; poi, guardando con dispetto tutti quei visi stravolti intorno a sé, annunziò:
- Sono stato a Montepulciano.
- Ah, bene! Dunque? - domandò il Righi.
- Dunque...
che dunque? Niente! Una scarrozzata inutile.
Ho visto il collega Cardelli...
gli ho riferito...
Ma egli stima...
sí, inutile ormai la sua venuta.
- Abbiamo qui con noi, - disse il Righi, - il marito della signora...
il dottor Gelli...
un luminare.
- Ah, - esclamò il Balla.
- Felicissimo!
Gli s'appressò e, con la facondia collerica di un uomo esasperato della propria sorte, il quale, convinto delle persecuzioni continue di essa, abbia precisato nel suo cervello le ingiustizie patite e le ripeta sempre con le stesse parole, con la stessa espressione, quasi compiacendosi di aver saputo cosí bene precisarle ed esprimerle, gli espose le sciagurate condizioni in cui si trovava in quel piccolo paese di Toscana, a esercitare la professione di medico.
C'era, è vero, un ospedaletto fornito anche...
sí, discretamente; ma erano due medici soli: l'uno, il Nardoni, dedicato piú specialmente alla chirurgia; lui, alla fisica.
Ora il collega Nardoni era infermo da parecchi giorni.
- Infermo, già, infermo...
- ripeté, come se il Nardoni glielo facesse apposta, per creargli imbarazzi.
Quindi concluse improvvisamente: - Scusi, ha visitato la signora?
Il Gelli negò col capo.
- No? come no? Ah...
già!
E il Balla guardò con stizza il Righi, compunto, e le due donne ancor piú compunte.
- Che dobbiamo fare, insomma? - domandò alla fine.
- È già quasi il tocco, scusino.
Il Gelli entrò per primo nella camera da letto; gli altri lo seguirono.
II
La moribonda aveva aperto gli occhi, il cui colore azzurro smoriva con infinita tristezza tra il livido delle occhiaje incavate.
Alla vista del marito, fece quasi per rannicchiarsi, sgomenta, nel fondo del letto.
Dagli occhi le sgorgarono due lagrime che, non potendo scorrerle per le guance, le invetrarono lo sguardo smarrito.
Con un sorriso nervoso, involontario, che esprimeva lo sforzo atroce che faceva su sé stesso per dominare il fermento degli opposti sentimenti: odio, nausea, pietà, ira, dispetto, Silvio Gelli si chinò su lei:
- Fulvia, eh...
vedi? eccomi qua...
Tu m'hai fatto chiamare, è vero? Son venuto.
- Opera di vera misericordia! - sospirò di nuovo, dall'altra sponda del letto, don Camillo Righi, per ajutarlo.
Ma il Gelli non gliene fu grato:
- No! Nient'affatto! - negò anzi, con ira.
- Son venuto, debbo dirlo, per riconoscere il danno...
il danno degli antichi miei torti, debbo dirlo.
Non mi aspettavo, è vero...
di...
di sentirmelo dire da altri, ecco!
E sorrise di nuovo, nervosamente, guardando in giro il dottor Balla, le due donne, il prete, che annuirono, imbarazzati.
- Ma sono venuto proprio per questo, - raffermò, chinandosi di nuovo sul letto.
- Sí, Fulvia; e non mi pento d'esser venuto.
Si rialzò soddisfatto, parendogli d'avere almeno rimediato in qualche modo al ridicolo della sua posizione.
La moribonda aveva richiuso gli occhi, e le due lagrime, ora, le scorrevano lente.
Agitò le labbra.
- Che dici? - domandò egli, tornando a chinarsi, pronto, su lei.
Tutti si protesero verso il letto.
- Grazie, - alitò ella.
- No, no, - rispose egli.
- Ora, io...
Che dici?
Le pàlpebre chiuse della moribonda si erano gonfiate di nuove lagrime e, quasi punte da lievi tremiti, si agitavano insieme con le labbra.
Egli comprese che una parola, un nome, tremava in quelle lagrime nascoste e su quelle labbra, senza trovar la voce, nell'angoscia; si rabbujò in volto profondamente commosso:
- Livia?...
Sí...
Basta, ora...
Non agitarti cosí...
Parleremo poi.
- La figlia, - spiegò piano il Righi al dottor Balla.
Questi chinò piú volte il capo, seccato; poi, vedendosi guardato dal Gelli, domandò perplesso:
- Vogliamo?...
Prego, signori, ci lascino soli.
Il Righi, la cognata e la nipote uscirono, trepidi, con gli occhi lagrimosi.
Il dottor Balla chiuse l'uscio della camera, poi s'accostò al letto, per scoprire la giacente.
Ma questa, come impaurita, fissando il marito, trattenne con una mano la coperta, e disse:
- Tu?
- Come? - domandò il Balla, sorpreso, e si volse a guardare il Gelli.
Gli vide il volto contratto, come per un fitto spasimo improvviso, o per vivo ribrezzo.
- Non vuoi? - le domandò il Gelli, chinandosi un'altra volta su lei.
- Non debbo? È vero, sí...
io non sono venuto qua come medico...
e forse...
Si alzò, guardò il medico e aggiunse:
- Mi assumerei una tremenda responsabilità...
- Sono già tre giorni e una notte, - disse il Balla, interpretando a suo modo la perplessità del marito.
- Ed è evidente che il processo di infiammazione è molto inoltrato...
Tentare ora, dice lei? Eh già, una tremenda responsabilità...
Ma d'altra parte...
- Sí, d'altra parte, bisognerà pure tentare, - soggiunse il Gelli.
- Dunque, pazienza, eh? signora...
- disse allora il Balla, tirando pian piano la coperta.
Ella richiuse gli occhi e aggrottò dolorosamente le ciglia.
Il Balla si mise a sfasciare la ferita.
Nel silenzio, gli oggetti della camera, le tende, la candela che ardeva sul cassettone, riflessa nello specchio, parve al Gelli che assumessero, nella immobilità loro, sentimento di vita e fossero come sospesi in una attesa angosciosa.
Impressionato dalla lucidezza di questa sua percezione, in quel momento, si distrasse: guardò in giro la camera, come per far la conoscenza di quegli oggetti che cosí, in un paese lontano, a lui ignoto, erano testimoni di quel triste imprevedibile avvenimento della sua vita.
Quando il Balla lo richiamò a sé, dicendo: - Ecco...
- egli chinò subito gli occhi su la ferita scoperta, calmo, e non vide altro, non pensò piú ad altro, come se fosse venuto lí per un consulto.
Esaminò a lungo, attentamente, la ferita.
Forse, tentata a tempo la laparatomia, ci sarebbe stata qualche speranza di salvezza.
Ma ormai, dopo quattro giorni...
Silvio Gelli si sollevò; guardò il Balla acutamente.
Questi si strinse nelle spalle e, tanto per dire qualcosa, indicando certi segni esteriori attorno alla ferita, diede alcune spiegazioni affatto inutili.
Il Gelli si chinò di nuovo a osservare; poi guardò la moglie, senza badare all'altro che domandava:
- Rifasciamo?
Rifasciata e ricoperta, Fulvia schiuse gli occhi, guardò il marito e domandò con un filo di voce:
- Muojo?
- No, - rispose egli, posandole una mano su la fronte.
- Sta' tranquilla, sta' tranquilla.
A domani, dottore.
Farò io.
Prepari tutto.
Il Balla lo guardò perplesso, se intendere come una pietosa bugia quel proponimento e quell'ordinazione.
- Gli strumenti dell'ospedale? - domandò.
- Sí, - rispose il Gelli.
- Tutto.
- E...
e farò venire anche, - aggiunse il Balla, cercando gli occhi di lui per fargli un cenno d'intelligenza, - anche la nostra infermiera, che è il braccio destro del collega Nardoni, eh?
- Nardoni? No, non c'è bisogno di lui.
- No, scusi...
dico l'infermiera, Aurelia.
Sta da circa tredici anni, lí, nel nostro ospedaletto.
- Ah! bene! - sospirò il Gelli, astratto.
- Tredici anni? Proprio tredici anni...
è vero, Fulvia? Tredici anni...
- Di che? - fece il Balla.
Non capiva.
Attese ancora un po', quindi, seccato, scrollò le spalle e andò via.
Silvio Gelli sedette accanto al letto.
La moribonda allora volse il capo verso di lui; ma i capelli, nel volgersi, la impacciarono.
Egli con una mano glieli ravviò e, intenerendosi a quel suo atto, sospirò:
- Povera Fulvia!
Sí, i capelli erano ancora quelli d'un tempo, ma quanto, quanto piú misero e sparuto le rendevano ora il volto cangiato, e che ruga, ora, su quella fronte un giorno cosí altera! Tredici anni! Che abisso!
Ella si provò a sporgere una mano dalle coperte, e ripeté, piú con gli occhi che con le labbra:
- Grazie.
Egli prese quella mano e la tenne stretta fra le sue.
Ma non il contatto delle mani l'uno e l'altra avvertirono in quel punto: gli occhi dovevano prima intendersi tra loro e non potevano ancora, poiché non solo lo sguardo, ma tutta l'aria di lui aveva per Fulvia un'espressione nuova, incomprensibile.
Cercò egli con gli occhi di rassicurare, di sorreggere quasi, lo sguardo di lei che gli sfuggiva, come in un dubbioso attonimento, e aggiunse con la voce:
- Sí, Fulvia...
per tutto quello che tu soffristi con me...
e che hai sofferto dopo, per causa mia, fino a questo punto...
Questo tuo atto disperato ne è una prova...
Sí, io...
S'interruppe; volse il capo verso l'uscio, che il Balla, andandosene, aveva lasciato aperto.
Di là, c'era forse qualcuno che poteva sentire; c'era stato quel matto che, nel furore della passione, osava dire in faccia a tutti la verità, e che aveva creduto di interpretare il sentimento, ond'egli era stato spinto ad accorrere al letto della moglie moribonda.
Ora egli ripeteva, quasi, le parole di lui.
Ma no, no, non era vero: non dal rimorso soltanto era stato spinto a venire; ma da qualch'altra cosa insieme, anzi da qualche altra cosa principalmente: da un bisogno strano.
Doveva dirlo...
- Aspetta.
Le lasciò la mano e si recò a richiudere l'uscio.
- Anch'io però, sai, Fulvia? ho sofferto tanto anch'io: non saprei piú dir come...
come non mi sarei mai aspettato.
Subito, fin dal primo giorno.
Compresi tutto; e, nello stesso tempo, non compresi piú nulla...
Proprio cosí.
La bestialità mia, cinica, senza ragione e senza scopo, o meglio, con questo solo scopo: di dimostrarti che io potevo tutto e tu niente...
Facevo...
Che facevo? Non mi sono mai divertito! Ma era come una sfida...
A urtoni, ma...
coi guanti, è vero? ti sospinsi fin quasi all'orlo del precipizio, e ti lasciai lí, esposta, senza riparo, senza difesa, aspettando che la vertigine ti cogliesse.
E tu, disperata, col tuo orgoglio, accettasti infine la sfida, ti lasciasti cogliere dalla vertigine, e giú, nel precipizio! Che vuoto! Con la piccina sola, abbandonata...
io, inetto...
io, indegno...
Ho cercato di colmarlo, comunque, da allora, questo vuoto dentro e intorno a me, con le cure per la bambina...
coi miei studii...
invano! Dentro di me piú profondo...
intorno a me, piú vasto, e nero! Ho cercato finanche di soffrire, apposta, per affermare in qualche modo me stesso in questo vuoto...
Ma no; niente: non soffro...
non soffro per te, non soffro per me; soffro per la vita che è cosí: tu qua ti uccidi...
un altro là impazzisce...
chi crede di ragionare e non conclude nulla...
Vengo qua; dico: Muore; vuole andarsene in pace; va', va', accorri...
E il mio sentimento s'infrange contro una realtà che non potevo immaginare.
Sí: io non debbo perdonare, debbo essere perdonato.
Mi perdoni?
Si tolse le mani dalle tempie: aveva come parlato a stesso; si volse verso il letto: ella si era di nuovo assopita con le ciglia un po' sollevate, come inorridita di quel che aveva inteso, e pareva che ne singultasse ancora dentro, cosí muta, rigida, col capo volto verso di lui.
Stette a contemplarla un pezzo, quasi impaurito.
Gli parve che lo stiramento delle guance si fosse un po' allentato.
E, per un momento, rivide precisa in quel volto l'immagine ch'egli per tanti anni aveva serbato di lei.
Era bella, era bella ancora! Chi sa fin dove era caduta?...
Ma la nobiltà dei lineamenti era rimasta intatta; come se il fango non l'avesse toccata.
O forse ora la morte...
Si alzò pian piano, per non destarla, e in punta di piedi si recò nella stanza attigua, dove la sbiobbina era rimasta sola ad aspettare.
- Dorme, - le annunziò sottovoce, mirandola, costernato del mistero che pareva racchiudesse in sé, nel silenzio di quella notte orribile, quella creatura che viveva quasi per una atroce beffa della natura.
Ella gli sorrise di nuovo, di quel suo sorriso incosciente e disse:
- Vado io.
III
Il Gelli si pose a sedere su la stessa sedia, donde quella s'era levata, lí presso al tavolino su cui ardeva la candela.
Poco dopo, sobbalzò.
L'uscio, che dava sul corridojo, si schiudeva come da sé, pian piano, nel silenzio.
Marco Mauri sporse il capo, con un dito su la bocca per far segno di tacere; e si introdusse, dicendo sottovoce:
- M'ero nascosto qua, al bujo, nel corridojo...
Sss...
Ora che siamo noi due soli, zitto zitto, senza fiatare, me ne starò qui.
Lei me lo può permettere: nessuno ci vede.
Qua noi due soli, zitti zitti, eh?
Il Gelli lo guardò sorpreso, accigliato; poi, senza volerlo, sorrise nervosamente a un gesto supplice che quegli con ambo le mani gli rivolgeva; scrollò le spalle e gl'indicò il canapè lí presso.
Il Mauri vi si pose a sedere, tutto contento.
Stettero entrambi un lungo tratto in silenzio.
Poi il Mauri disse:
- Se Lei volesse stendersi qua, a riposare un poco...
No, è vero? E neanche io.
La bestia vorrebbe dormire: la coscienza non glielo permette.
Molti anni fa, quando mi morí un figliuolo, dopo nove notti di veglia assidua, non sentii pena, sul momento: avevo troppo sonno, e dovetti prima dormire; poi, quando mi destai, il dolore mi assalí.
Ma allora la coscienza non mi rimordeva.
Ora, quattro notti, sa, che non chiudo occhio; e non ho sonno!
Tacque un pezzo, assorto; poi domandò, fissando la fiamma della candela:
- Come lo chiamavano gli antichi quel fiume? Ah, sí! Lete...
il Lete...
già! Il fiume dell'oblío...
Scorre nelle taverne, ora, questo fiume.
E io non bevo! Da quattro giorni, sa? niente: neanche un boccone di pane.
Acqua, là nella conca della fontana, giú in piazza, come le bestie.
Acquaccia amara, renosiccia! puh! ma non mi va niente Un po' d'acido prussico m'andrebbe...
Mi sento gli occhi, sa come? questi due archi qua delle ciglia, come i due archi di certi ponticelli che accavalciano la rena e i ciottoli d'un greto asciutto, arido, pieno di grilli...
Ci ho due grilli maledetti, qua negli orecchi: stridono, stridono, e mi fanno impazzire...
Parlo bene, eh? Mi par d'essere in campagna, quando m'esercitavo nell'oratoria, sperando d'esser promosso Pubblico Ministero, e imbussolavo i temi e poi mi mettevo a improvvisare ad alta voce, fra gli alberi: Signori della Corte, Signori Giurati...
Parlo, parlo, mi scusi, perché non posso farne a meno...
Ho una smania, qua, nello stomaco...
Mi metterei a gridare!
Si stese, cosí dicendo, bocconi, sul canapè, col mento sul bracciuolo e gli occhi sbarrati.
Il Gelli lo guatò e, preso da un senso di paura, si alzò e si diresse verso l'uscio della camera da letto; guardò dentro; poi si trattenne là, sulla soglia.
Il Mauri si rimise a sedere e domandò ansiosamente:
- Riposa?
Il Gelli accennò di sí col capo.
- E...
dica, non c'è piú speranza proprio?...
Nessuna?..
Se riposa!...
Me la vuol far vedere? da costà dov'è lei...
un momentino...
Sí?
Balzò in piedi: gli s'accostò, rattenendo il fiato, si rizzò su la punta dei piedi e guardò nella camera.
La sbiobbina, che sedeva accanto al letto, vide cosí le teste di quei due uomini, l'una presso l'altra, che guardavano la moribonda.
Lo stupore di lei si ripercosse sul Gelli che respinse allora indietro, con un braccio, il Mauri.
- A sedere...
Andate a sedere.
- Sissignore...
Grazie...
- disse questi, obbedendo.
- Eh, muore...
muore...
muore...
Gli occhi gli si arrossarono, e copiose lagrime ripresero a colargli per le guance, mentre si sforzava di soffocare i singhiozzi che gli scotevano il petto.
Quand'ebbe pianto, cosí, un pezzo, aprí le braccia, si strinse nelle spalle e fece per parlare; ma, sentendo che la voce gli usciva ancora grossa di pianto, s'addentò una mano; strizzò gli occhi; ricacciò indietro violentemente le lagrime.
- Ce ne staremo qua, - poi disse, - tutti e due insieme, buoni buoni, a vegliarla fino all'ultimo...
Come due coccodrilli...
Poi la accompagneremo fino alla fossa, e quindi ciascuno riprenderà la sua via...
Lei, la riprenderà: lei ha una casa, una gioja...
la figliuola ignara.
I-gna-ra - beata lei! I miei figli, invece, sanno tutto.
Ha svelato loro tutto la madre, per istintiva crudeltà.
Che bisogno ne aveva? non mi ama, non mi ha mai amato; non sa proprio che farsi di me.
Se li è cresciuti lei, là in campagna a modo suo; e non hanno mai avuto per me né rispetto né considerazione.
Mi chiamano Pretore; anzi Preto', come la loro madre, si figuri! "È in casa il Preto'? No, è alla Pretura il Preto'..." Ah, Lei non sa, signore, che cosa voglia dire capitare a venticinque anni in un paesettaccio, e marcirvi per quattro, cinque, dieci eterni anni...
pretore! Se Le dicessi che io sposai per avere in casa un pianoforte? Perché musica io ho studiato; non ho mai studiato legge...
E ho sposato una donna piú vecchia di me, che aveva case e campagne...
e che...
Ma se si diventa bruti! Dopo quattro o cinque anni, assediati dalle miserie, dalle bassezze umane, non ci resta piú addosso neppur una di quelle finzioni con cui la società ci mascherava e scopriamo allora che l'uomo è porco, per diritto di natura.
Scusi, sa! noi, questo diritto, ce lo siamo negato, perché la società ci ha mandato a scuola, da piccini, e ci ha insegnato l'educazione, per farci soffrire e non farci ingrassare; ma che c'entra? L'uomo bisogna vederlo là, nel suo ambiente naturale, come l'ho veduto io, tant'anni.
Che uomini siamo noi? Lei mi compatisce e io la rispetto...
Che bella cosa!
Rise e si stirò a lungo, prima da una parte, poi dall'altra, le due bande della barba; ma infine se le strinse tutt'e due nel pugno e rimase a pensare, con gli occhi vividi, ilari, parlanti.
Il Gelli stette un pezzo a osservarlo, poi gli domandò con voce cupa:
- Dove l'avete conosciuta?
- Io? Flora? A Perugia, - s'affrettò a rispondergli il Mauri, scotendosi.
- Un mese appena dopo il mio trasferimento colà, nel gabinetto d'un mio collega, giudice istruttore.
- Era arrestata?
- Nossignore.
Era venuta per deporre.
Stava anche lei a Perugia da poco piú d'un mese.
- Sola? Come?
- Mal'accompagnata.
Con uno che...
aspetti!...
un certo Gamba, sissignore, che si spacciava per artista...
per pittore: era invece un miserabile applicatore mosaicista, della Fabbrica di...
di Murano, credo: mandato per restaurare un mosaico di non so piú qual chiesa di Perugia.
Ciò...
ciò...
ciò...
Un mascalzone, che s'ubriacava tutti i santi giorni, e...
e la picchiava.
Fu trovato morto, una notte, su la strada, con la testa spaccata.
Il Gelli si coprí il volto con le mani.
- Orrore, eh? - scattò il Mauri, levandosi in piedi.
- Mi faccia il piacere: lasci andare! "Fin dove era caduta!", è vero? Che orrore! Buffonate, via.
Lei m'insegna che tutto sta nel togliersi d'addosso, una prima volta, sotto gli occhi di tutti, l'abito che ci ha imposto la società.
Si provi Lei, una volta, a rubare cinque lire, e faccia che venga scoperto nell'atto di rubare.
Me ne saprà dire qualche cosa! Ma Lei non ruba, è vero? Grazie! E quella disgraziata avrebbe forse fatto quello che fece se Lei, suo marito...
Lasci andare! lasci andare! Eppure, sa? Flora, di Lei, non diceva male, come non diceva male d'alcuno; neppure di quel vigliacco che l'abbandonò, cosí da un giorno all'altro, senza ragione.
Lo scusava, anzi; diceva d'averlo stancato, oppresso coi suoi continui timori e la sua gelosia.
E anche Lei scusava, incolpando invece d'ogni suo torto le donne, le donne che ella odiava tutte profondamente in se stessa...
E quando, pochi giorni or sono, sono venuto a raggiungerla qua, ha voluto scusare anche me, il mio tradimento, la mia menzogna, incolpando se stessa, certi suoi vezzi involontarii, il malvagio istinto, com'ella lo chiamava, il bisogno, cioè, che sentono tutte le donne di piacere finanche al marito della propria sorella...
Seguitò cosí un pezzo a sparlare, a sparlare.
Il Gelli aveva appoggiato le braccia al tavolino, e vi aveva affondato il volto.
S'era addormentato? A un tratto, Margherita, la sbiobbina, si presentò su la soglia, spaventata.
Il Mauri le fe' cenno di non parlare.
- Morta? - domandò, senza voce.
Quella chinò il capo piú volte, e allora il Mauri, in punta di piedi, corse alla camera da letto; ma, alla vista della donna esanime, scoppiò in violenti singhiozzi e si buttò su di lei disperatamente.
La sbiobbina s'accostò al dormente, per scuoterlo; ma Silvio Gelli levò il capo dalle braccia e le disse, aggrondato, con gli occhi chiusi:
- Non dormo, sa.
Lo lasci piangere, ormai...
lo lasci..
LO SPIRITO MALIGNO
Carlo Noccia fu da giovane per circa sette anni in Africa, a Bona, commerciante, vi soffrí anche la fame nei primi tempi, e soltanto a furia di stenti, di rischi e d'incredibili fatiche riuscí a metter da parte un gruzzolo modesto.
Ritornato in Sicilia, per non apparire ingenuo in mezzo ai commercianti suoi compaesani, produttori e sensali d'agrumi e di zolfo, gente ladra, usa a combattere tra le insidie e con ogni sorta d'inganni, provò il bisogno di lasciar loro intendere che con quelle stesse arti egli aveva guadagnato colà il suo danaro.
Dovette insomma confarsi al modo di pensare di quelli e disonorar le sue fatiche e il frutto di esse per aver pregio e considerazione agli occhi loro.
E s'aggirò, faccente, con l'aria d'un furbo matricolato, in mezzo al traffico rumoroso del piccolo porto di mare, tra i grandi depositi di zolfo accatastati su la spiaggia; a bordo dei piroscafi d'ogni nazione, tra marinai e interpreti e scaricatori e stivatori, aspirando con voluttà l'odor del catrame e della pece, mentre gli occhi gli lacrimavano bruciati dalla polvere dello zolfo diffusa nell'aria.
Stordito dai gridi dei barcaioli e dei facchini del porto, tra un continuo sbaccaneggiar di liti, e i fischi delle sirene e il fumo delle macchine, credette sinceramente che la necessità d'ingannare, i cattivi pensieri venissero dal fermento stesso di quella vita esagitata, esalassero dalle bocche delle stive, dall'acqua stessa del mare sporca di zolfo e di carbone, dal muffido pacciame delle alghe secche su la spiaggia solcata, scavata dal transito incessante dei carri striduli, carichi di minerale; credette sinceramente ch'egli, senza volere, vivendo lí, respirando in quell'aria, avrebbe appreso quell'arte in poco tempo; e fu felicissimo quando poté aver la dimostrazione che già gli altri credevano che non avesse piú bisogno d'apprender altro.
Si vide tutt'a un tratto posto a capo d'uno dei piú grossi depositi di zolfo.
Il proprietario, giovanotto ambizioso, che aveva dovuto interrompere gli studi universitarii per la morte improvvisa del padre, era affatto ignaro di commercio e attendeva piuttosto a ingraziarsi con servigi e favori gli animi dei suoi compaesani per essere eletto sindaco del Comune.
Naturalmente, diventò subito preda dei piú furbi speculatori di piazza, e segnatamente di un certo Grao, il quale cominciò a irretirlo in una vasta impresa da tentare col nobilissimo scopo di allibertare il commercio dello zolfo dallo sfruttamento delle case estere d'esportazione che avevano sede nei maggiori centri dell'isola; impresa per cui egli, in poco tempo, centuplicando le sue ricchezze (e diceva poco!) avrebbe avuto gloria di salvatore dell'industria zolfifera siciliana, e sarebbe stato eletto sindaco subito, senza alcun dubbio.
Il Noccia ammirava sopra tutti questo Grao; lo teneva in conto d'un oracolo.
Forse, a destare in lui tanta ammirazione e cosí cieca fiducia aveva gran parte una figliuola, che costui aveva, bellissima, e della quale egli si era innamorato.
Il fatto è che quando il Grao gettò in quella vasta impresa il suo principale, e questi domandò a lui, suo magazziniere e amministratore, consigli e schiarimenti sui giuochi ora al rialzo ora al ribasso a cui quegli lo esponeva, egli, con la massima buona fede, gli dette sempre quei consigli e quegli schiarimenti che il Grao di nascosto e senza parere gli aveva suggeriti.
Se non che, sempre, alla scadenza degli impegni, il suo principale, se aveva giocato al ribasso, s'era trovato di fronte a uno spaventoso rialzo, e viceversa; sicché in meno d'un anno era stato liquidato.
Nessuno volle credere alla buona fede del Noccia.
Come mai non s'era accorto che il Grao faceva volta per volta di soppiatto il giuoco inverso?
Non se n'era accorto, perché anche lui credeva a occhi chiusi che quella vasta impresa commerciale, se non proprio centuplicato, avrebbe certo accresciuto di molto le ricchezze del suo principale.
Al primo, al secondo, al terzo colpo fallito, credette sinceramente alla disperazione del Grao, e che nel nuovo giuoco proposto fosse la salvezza e il rifacimento dei danni.
Del resto, ad attestar la sua buona fede stava il fatto che alla fine nella rovina del suo principale egli vide anche la sua: perduto il posto e, quel che piú gli dolse, anche la speranza di far sua la figlia del Grao; e che si sentí come cascar dalle nuvole allorché il Grao gli venne avanti con le braccia aperte per ringraziarlo di quanto aveva fatto.
Protestò allora, di fronte al Grao stesso, la sua innocenza e la sua buona fede ma quegli, ammiccando furbescamente e battendogli una mano sulla spalla, gli fece intendere che lo riteneva, anche per quella protesta, suo degno compare, anzi suo degno genero; e un'altra cosa gli fece intendere: che nessuno lo avrebbe lodato di non essersi approfittato del suo posto e di quel giuoco per arricchire, e che anzi sarebbe stato stimato da tutti uno sciocco, un buono a nulla, proprio come quel suo principale e degno come questo d'esser giocato e poi buttato là in un canto con una pedata.
Avvenne intanto che per invidia dell'agiatezza che gli era venuta da quelle nozze con la figlia del ricchissimo speculatore, si vide addosso inaspettatamente l'odio feroce di tutti i suoi compaesani.
Presero a chiamarlo Giuda e a stimarlo capace d'ogni infamia, di ogni perfidia e ad avvelenargli con questa stima anche l'amore per la sposa.
Volle dimostrare che non era, non era, perdio, quel che tutti lo stimavano; ma ecco che in tre o quattro occasioni, senza che ne sapesse né il come né il perché, dai suoi atti e dalle sue buone intenzioni era saltata fuori all'improvviso la dimostrazione contraria, fino al punto che, un giorno, per una inesplicabile intestatura su un conto sbagliato, s'era visto citare in tribunale per poche centinaja di lire da un suo subalterno colmato di beneficii.
Il Noccia cominciò a credere allora all'esistenza d'un certo spirito maligno nato e nutrito dall'odio, dall'invidia, dal rancore, dai cattivi pensieri e insomma da tutto il male che ci vogliono i nostri nemici; uno spirito maligno che ci sta sempre attorno agile vigile e pronto a nuocerci, approfittando dei nostri dubbi e della nostra perplessità, con spinte e suggerimenti e consigli e insinuazioni che hanno in prima tutta l'aria della piú onesta saggezza, del piú sennato consiglio, e che poi tutt'a un tratto si scoprono falsi e insidiosi, sicché tutta la nostra condotta appare all'improvviso agli occhi altrui e anche ai nostri stessi sotto una luce sinistra, dalla quale non sappiamo piú, cosí soprappresi, come sottrarci.
Certo era stato questo spirito maligno a fargli sbagliare quel conto.
E intanto, ecco qua, anche capace d'approfittarsi di poche centinaja di lire a danno d'un poveretto lo avevan creduto i suoi compaesani.
E d'allora in poi ciascuno s'era sentito in diritto di negargli quel che gli doveva, sicché per riavere il suo si vedeva ogni volta costretto a intentare una lite.
Ora, per una di queste liti, che da un pezzo si trascinava nei tribunali e che forse il Noccia, stanco e avvilito, avrebbe volentieri mandato a monte, se la rabbia non lo avesse forzato a dimostrare ancora una volta che la giustizia stava dalla sua, eccolo in viaggio per Roma a sollecitare di persona il patrocinio del deputato del suo collegio.
Aveva già quarantasette anni, e l'animo gli s'era profondamente incupito per tutta quella guerra d'odio e di invidia.
Come una bestia, ferita in una caccia feroce, e ricoverata in una tana non sua, egli si guardava ormai davanti e dietro, diffidente e ombroso.
I grandi occhi chiari, d'acciajo, negli sguardi obliqui, davano in quel suo volto fosco, bruno, cotto dal sole nelle lontane arrabbiate spiagge di Sicilia, l'impressione d'un vuoto strano.
E in quel suo volto egli sentiva ora quasi un disagio insolito per certe rughe che di tratto in tratto gli si spianavano, ammirando lo splendore della città.
Aveva in petto il portafogli gonfio di molte migliaja di lire.
Forse, partendo dalla Sicilia, s'era proposto di concedersi, se non tutti, parecchi di quegli svaghi per lui affatto nuovi, che una città come Roma poteva offrirgli.
Ma in quattro giorni, per quel ritegno ombroso, divenuto in lui quasi istintivo, non aveva ancora ceduto a nessuna tentazione, e si sentiva stanco, oppresso e inquieto.
Aveva preso alloggio nell'albergo della Nuova Roma presso la stazione, e faceva ogni volta chilometri e chilometri per andarvisi a rinchiudere per una mezz'oretta; ne riusciva poco dopo piú smanioso di prima e senza mèta.
Cosí gli avvenne, la mattina del quinto giorno, di cacciarsi in un caffeuccio lí nei pressi della stazione, per passarvi un po' di tempo.
C'erano pochi avventori e molte mosche.
Il Noccia ordinò una tazza di birra e stese la mano al tavolino accanto per prendere un giornale che vi stava posato.
Ma le mosche lo tormentavano.
Per cacciarne una, sfondò il giornale; voleva ripagarlo, ma il padrone non permise; per cacciarne un'altra, per poco non rovesciò la tazza di birra.
Smise allora di leggere e, sbuffando, allungò le mani sulla panca imbottita di cuojo; ma subito ne ritrasse una, la destra, che aveva toccato qualche cosa, e si voltò a guardare.
Era una vecchia borsetta, evidentemente lasciata lí da qualche avventore.
Forse era vuota.
Se non vuota, che poteva mai contenere? pochi soldi, qualche lira d'argento.
E il Noccia rimase un pezzo perplesso, se prenderla o farla prendere dal caffettiere, perché la restituisse al proprietario, se fosse venuto a cercarla.
Guardò il caffettiere dietro il banco.
Non gli parve che avesse faccia da restituir la borsetta, se ci fosse dentro qualche cosa.
Forse sarebbe stato meglio accertarsene, prima.
Allungò cautamente la mano e la prese.
Pesava.
L'aprí un poco; vi intravide una piastra d'argento e due monetine da due centesimi.
Tornò a guardare il caffettiere, e non ebbe alcun dubbio che quella piastra e quelle due monetine sarebbero andate a finire nella ciotola dentro il banco.
Che fare? Pensò che il giorno avanti aveva letto nella cronaca d'un giornale un nobile esempio da imitare: quello d'un fattorino di telegrafo che aveva trovato per istrada un portafogli con piú di mille lire, ed era andato a depositarlo in questura.
Imitare quel nobile esempio? In questura avrebbero voluto il suo nome e lo avrebbero stampato sui giornali nel dar l'annunzio della borsetta trovata.
Pensò che nel circolo di compagnia gli sfaccendati del suo paese leggevano i giornali di Roma dall'articolo di fondo all'ultimo avviso di pubblicità in sesta pagina.
Quantunque lo ritenessero capace di approfittarsi anche di poche lire, avrebbero detto sghignazzando che la borsetta, lui, l'aveva consegnata alla questura perché conteneva soltanto una piastra e quattro centesimi.
Veramente, darsi per cosí poco tutta quell'aria d'onestà gli parve troppo.
Che fare allora? Durando quell'esitazione, non stimò prudente tenere ancora la borsetta in mano, alla vista di tutti, e se la ficcò nel taschino del panciotto per riflettere con comodo se non gli sarebbe meglio convenuto, per non aver tanti impicci, rimetterla al posto dove l'aveva trovata.
Ma forse allora qualche altro avventore senza scrupoli se la sarebbe presa senza pensar due volte; e quel poveretto che l'aveva smarrita...
- Oh via, - fece tra sé a questo punto il Noccia.
- In fin dei conti, son cinque lire...
E stava per trarre dal taschino la borsa, quando entrò di furia nel caffeuccio e s'avventò verso il suo tavolino una sudicia vecchia dalla faccia aguzza, che soffiava come un biacco, col naso da civetta e il muso irto di grigi peluzzi, tirandosi via dagli occhi i capelli lanosi, scarmigliati sotto il decrepito cappellino annodato al mento.
- C'è lí la borsetta! la mia borsetta! l'ho lasciata lí.
Cosí investito, il Noccia guardò la grinta della vecchi, e subito concepí il sospetto che, essendosi egli messo in tasca la borsetta, quella dovesse ritener per certo che avesse voluto appropriarsela, e allora le rivolse un sorriso vano da scemo, e si finse ignaro: - Una borsetta? dove? - E prima si scostò e poi si alzò per farla cercar bene; e quando la vecchia, dopo aver cercato su la panca, sotto la panca tra i piedi dei tavolini con irosa smania che lasciava intender chiaramente quel sospetto, levò l'arcigna faccia e gli domandò, squadrandolo biecamente: - Lei non l'ha trovata? - egli, che pur si struggeva di non poter piú ormai cacciarsi due dita in tasca per restituirgliela, ebbe naturalmente, per quello stesso struggimento, un fiero scatto e, arrossendo fin nel bianco degli occhi, le rispose:
- Siete matta?
Il caffettiere e i pochi avventori gli diedero ragione e, appena la vecchia piangendo e brontolando se ne fu andata, gli dissero che era una poveraccia da compatire, mezzo svanita di cervello e stordita sempre dal caffè e dai liquori che ingozzava, dacché le era morta all'ospedale l'unica figliuola.
Il Noccia ora si sentiva su le spine; voleva subito pagare e andar via.
Intanto, aveva messo la borsetta della vecchia nello stesso taschino ove teneva la sua.
Se nel cavar questa, fosse venuta fuori anche quell'altra? si sentiva tutto il sangue alla testa, e gli occhi gli brillavano come per febbre.
Trasse dalla tasca in petto il portafogli gonfio di carte da cento.
- Non avrebbe spicci? - gli domandò il caffettiere, meravigliato.
Ed egli non trovò la voce per rispondergli; disse di no, col capo.
Uno degli avventori si profferse di cambiar lui il biglietto, e il Noccia, lasciando una mancia di cinque lire, uscí dal caffeuccio.
Appena fuori, il suo primo pensiero fu quello di buttar via la borsetta in qualche angolo nascosto.
Ma quell'ultima notizia che gli avevano dato della vecchia nel caffè, che ella cioè era una poveretta mezzo impazzita per la morte della figliuola, gli fece stimare piú che mai indegno quell'atto.
Pur ammesso che la vecchia avesse avuto il sospetto ch'egli volesse tenersi la borsetta trovata, questo sospetto in fondo non era ingiusto, poiché egli veramente, contro la sua volontà, ridendo prima come uno scemo, poi scostandosi e alzandosi per farla cercar lí nel posto, aveva agito come se in realtà avesse voluto appropriarsi quella borsetta.
E buttandola via, ora, non avrebbe avuto sempre la colpa della sottrazione? L'avrebbe trovata un altro, che non avrebbe sentito l'obbligo di restituirla, l'obbligo che ne aveva lui, lui che conosceva a chi essa apparteneva e gliel'aveva negata in faccia.
No, no: buttarla via sarebbe stato un atto anche piú vile di quel che aveva dianzi commesso.
Pensò allora che quei pochi avventori del caffeuccio e il caffettiere avevano dovuto accorgersi dal suo portafogli ben fornito ch'egli era un signore, un signore il quale poteva permettersi il lusso d'offrire a quella povera vecchia un compenso di dieci o venti lire per la borsetta perduta.
Ecco, sí.
Avrebbe lasciato al banco venti lire alla presenza di quei testimoni, o avrebbe domandato al caffettiere l'indirizzo della vecchia per recarsi lui stesso a dargliele.
E il Noccia ritornava con questo proposito sui proprii passi, quand'ecco, lí presso l'entrata del caffeuccio, di nuovo la vecchia che, tenendosi con ambo le mani i cerfugli lanosi spioventi su gli occhi, andava curva e piangente, guardando in terra, ancora in cerca della sua borsetta.
Il Noccia la fermò, toccandole lievemente una spalla, trasse dal portafogli due biglietti da dieci lire e, tutto commosso per la buona azione che faceva, glieli porse, balbettando che li accettasse per la perdita sofferta.
Ma si vide tutt'a un tratto acciuffato dalla vecchia, la quale, scrollandolo furiosamente, si mise a strillare:
- Venti lire? A chi le dai? Ah, ladro! E il resto? Venti lire sole mi dai? Al ladro! al ladro!
Accorse gente da tutte le parti, accorsero anche due guardie di questura e al Noccia che, dapprima stordito, poi abbrancato da cento braccia aveva preso a divincolarsi inferocito, fu trovata addosso la borsetta, nella quale, sissignori, c'era la piastra da cinque, ma c'erano anche due vecchi marenghi da venti lire e non due monetine da due centesimi, come al Noccia era sembrato a prima vista, là, nel caffeuccio.
Perciò la vecchia reclamava con tanta rabbia il resto.
Ma anche cento lire, anche duecento, anche mille, gliene avrebbe date ora il Noccia.
E cavava dalla tasca il portafogli.
Se non che, anche quel portafogli, come la borsetta, siamo giusti, poteva ormai credersi rubato.
E il Noccia fu trascinato in questura.
Ora, è certo che a un ladro non passa per il capo di restituire una parte del suo furto.
Ma anche generalmente si crede che neppure a un galantuomo possa passare per il capo di mettersi in tasca una borsetta che non gli appartiene, e di negarlo poi in faccia, cosí come il Noccia aveva fatto.
Bisognava dunque trattenerlo in arresto e domandare ragguagli in Sicilia sul conto di lui.
Non sarebbe stato serio prestar fede alla persecuzione di un certo spirito maligno, di cui quell'arrestato farneticava.
ALLA ZAPPA!
Il vecchio Siròli da piú di un mese sembrava inebetito dalla sciagura che gli era toccata, e non riusciva piú a prender sonno.
Quella notte, allo scroscio violento della pioggia, s'era finalmente riscosso e aveva detto alla moglie, insonne e oppressa come lui:
- Domani, se Dio vuole, romperemo la terra.
Ora, dall'alba, i tre figliuoli del vecchio, consunti e ingialliti dalla malaria, zappavano in fila con altri due contadini giornanti.
A quando a quando, ora l'uno ora l'altro si rizzava sulla vita, contraendo il volto per lo spasimo delle reni, e s'asciugava gli occhi col grosso fazzoletto di cotone.
- Coraggio! - gli dicevano i due giornanti.
- Non è caso di morte, alla fine.
Ma quello scoteva il capo; poi si sputava su le mani terrose e incallite e si rimetteva a zappare.
Dal folto degli alberi sulla costa veniva a quando a quando come un lamento, rabbioso.
Il vecchio, ancora valido, attendeva di là alla rimonda e accompagnava cosí, con quel lamento, la sua dura fatica.
La campagna, infestata nei mesi estivi dalla malaria, pareva respirasse, ora, per la pioggia abbondante della notte, che aveva fatto "calar la piena" nel burrone.
Si sentiva infatti, dopo tanti mesi di siccità, scorrere il Drago con allegro fragore.
Da circa quarant'anni Siròli teneva a mezzadria queste terre di Sant'Anna.
Da molte stagioni, ormai, lui e la moglie erano riusciti a vincere il male e a rendersene immuni.
Se Dio voleva, col volgere degli anni, i tre figliuoli che adesso ne pativano avrebbero acquistato anch'essi la immunità.
Tre altri figliuoli però, due maschi e una femmina, ne erano morti e morta era anche la moglie del primo figliuolo, di cui restava solamente una ragazzetta di cinque anni, la quale forse non avrebbe resistito neppur lei agli assalti del male.
- Dio è il padrone, - soleva dire il vecchio, socchiudendo gli occhi.
- Se lui la vuole, se la prenda.
Ci ha messo qua; qua dobbiamo patire e faticare.
Cieco fino a tal punto nella sua fede, si rassegnava costantemente a ogni piú dura avversità, accettandola come volere di Dio.
Ci voleva soltanto una sciagura come quella che gli era toccata, per accasciarlo e distruggerlo cosí.
Pur avendo bisogno di tante braccia per la campagna, aveva voluto far dono a Dio di un figliuolo.
Era il sogno di tanti contadini avere un figlio sacerdote; e lui era riuscito ad attuarlo, questo sogno, non per ambizione, ma solo per averne merito davanti a Dio.
A forza di risparmii, di privazioni d'ogni sorta, aveva per tanti anni mantenuto il figlio al seminario della vicina città; poi aveva avuto la consolazione di vederlo ordinato prete e di sentire la prima messa detta da lui.
Il ricordo di quella prima messa era rimasto incancellabile nell'ani