IN SILENZIO, di Luigi Pirandello - pagina 2
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Non so proprio nulla! Qua non è mai venuto nessuno: questo glielo posso giurare!
- Non ti disse?
- Mai, nulla! Non mi confidò mai nulla, e io, certo, non potevo domandarle...
Piangeva, sa? Oh tanto, di nascosto...
Non uscí piú di casa, dacché cominciò a parere...
lei m'intende...
Cesarino, raccapricciato, alzò le mani per accennare alla serva di tacere.
Per quanto, nel vuoto orrendo in cui quella morte improvvisa lo gettava, sentisse prepotente il bisogno di sapere, non volle.
L'onta era troppa.
E sua madre n'era morta, ed era ancora di là.
Si premette le mani sul volto, accostandosi alla finestra per fare da solo, nel bujo della mente, le sue supposizioni.
Non ricordava d'aver veduto neanche lui, finché era stato in casa, nessun uomo, mai, che potesse dargli sospetto Ma, fuori? Sua madre era vissuta cosí poco in casa! E che sapeva lui della vita ch'ella aveva condotto fuori? Che cosa fosse sua madre oltre il cerchio ristrettissimo delle relazioni che aveva avuto prima con lui, lí, le sere, a cena? Tutta una vita, a cui egli era rimasto sempre estraneo.
Si era messa con qualcuno, certo...
Con chi?...
Piangeva.
Dunque costui l'aveva abbandonata, non volendo o non potendo sposarla.
Ed ecco perché ella lo aveva chiuso in collegio: per sottrarsi e sottrarlo a una vergogna inevitabile.
Ma dopo? Egli sarebbe pure uscito dal collegio, nel prossimo luglio.
E allora? Intendeva ella forse di cancellare ogni traccia della colpa?
Schiuse le mani per guardar di nuovo il bimbo.
Ecco: la levatrice lo aveva fasciato e messo a giacere sul lettino, in cui egli dormiva, quand'era in casa.
Quella cuffietta, quella camicina, quel bavaglino...
Ma no, ecco: ella intendeva tenerselo, il bimbo.
Lo aveva preparato lei, certo, quel corredino.
E dunque, uscendo dal collegio, egli avrebbe trovato in casa quella nuova creaturina.
E che gli avrebbe detto allora la madre? Ecco, ecco perché era morta! Chi sa quale tremenda tortura segreta, in quei mesi! Ah, vile, vile quell'uomo che gliel'aveva inflitta, abbandonandola, dopo averla svergognata! Ed ella s'era rintanata in casa, a celare il suo stato, e forse aveva perduto il posto d'insegnante alla Scuola Professionale...
Con quali mezzi aveva vissuto in quei mesi? Certo, coi risparmii accumulati in tanti anni di lavoro.
Ma adesso?
Cesarino sentí d'improvviso il vuoto spalancarglisi piú nero e piú vasto d'attorno.
Si vide solo, solo nella vita, senz'ajuto, senz'alcun parente, né prossimo né lontano; solo, con quella creaturina lí che aveva ucciso la mamma venendo al mondo ed era rimasta anche lei, cosí, nello stesso vuoto, abbandonata alla stessa sorte, senza padre...
Come lui.
Come lui? Eh sí, fors'anche lui...
- come non ci aveva mai pensato prima? - fors'anche lui era nato cosí! Che sapeva di suo padre? Chi era stato quel Cesare Brei?...
Brei? Ma non era questo il cognome della madre? Sí.
Enrica Brei.
Cosí ella si firmava, e tutti la conoscevano come la maestra Brei.
Se fosse stata vedova, venuta a Roma, entrata nell'insegnamento, non avrebbe ripreso il suo cognome, magari facendolo seguire da quello del marito? Ma no: Brei era il cognome della madre; ed egli dunque portava soltanto il cognome di lei; e quel fu Cesare, di cui non sapeva nulla, di cui non era rimasta in casa alcuna traccia, forse non era mai esistito: Cesare, forse, sí, ma non Brei...
Chi sa qual era veramente il cognome di suo padre! Come non ci aveva mai pensato, finora, a queste cose?
- Senta, povero signorino! - gli disse la serva.
- La levatrice qui vorrebbe dirle...
Questa creaturina...
- Già, - interruppe la levatrice, - ha bisogno del latte, ora, questa creatura.
Chi glielo darà?
Cesarino la guardò smarrito.
- Ecco, - riprese la levatrice, - io dicevo che...
essendo nato cosí...
e perché la mamma, poverina, non c'è piú...
e lei è un povero ragazzo che non potrebbe badare a questo innocente...
dicevo...
- Portarlo via? - domandò Cesarino, accigliandosi.
- Ma perché, guardi, - seguitò quella, - io dovrei denunziarlo allo Stato Civile...
Bisogna che sappia quel che lei vuol fare.
- Sí, - disse Cesarino, smarrendosi di nuovo.
- Sí...
Aspettate...
Voglio, voglio prima vedere...
E si guardò attorno, come se cercasse qualcosa.
La serva gli venne in ajuto.
- Le chiavi? - gli domandò piano.
- Che chiavi? - fece egli, che non pensava a nulla.
- Vuole il mazzetto di chiavi, per vedere...
non so! Guardi, sono di là, su la specchiera, in camera della mamma.
Cesarino si mosse per andare, ma s'arrestò subito, al pensiero di rivedere la madre, ora che sapeva.
La serva, che s'era messa a seguirlo, aggiunse, piú piano:
- Bisognerebbe, signorino mio, provvedere a tante cose.
Lo so, lei si trova sperduto, cosí solo, povera anima innocente...
È venuto il medico; son corsa in farmacia...
ho preso tanta roba...
Questo sarebbe nulla; ma cè da pensare, ora, anche alla povera mamma, eh? Come si fa?..
Veda un po' lei...
Cesarino andò per prender le chiavi.
Rivide stesa, lunga e rigida sul letto, la madre, e come attratto dalla vista le si appressò.
Ah, mute, mute ora, per sempre, quelle labbra, da cui tante cose egli avrebbe voluto sapere! Se l'era portato via con sé, nel silenzio orribile della morte il mistero di quel bimbo di là, e l'altro della nascita di lui...
Ma, forse, cercando, frugando...
Dov'erano le chiavi?
Le prese dalla specchiera, e seguí la serva nello studiolo della madre.
- Ecco...
veda là, in quello stipetto.
Vi trovò poco piú di cento lire, ch'erano forse il residuo dei risparmii.
- Nient'altro?
- Niente, aspetta...
Aveva scorto in quello stipetto alcune lettere.
Volle leggerle subito.
Ma erano (tre, in tutto) di una maestra della Scuola Professionale, dirette alla madre a Rio Freddo, dove due anni avanti ella, insieme con lui, aveva passato le vacanze estive.
E l'anno dopo, quella maestra, collega della madre, era morta.
Dall'ultima di quelle lettere, a un tratto scivolò a terra un bigliettino, che la serva s'affrettò a raccogliere.
- Da' qua! Da' qua!
Era scritto a lapis, senza intestazione, senza data, e diceva cosí:
Impossibile, oggi.
Forse venerdí.
ALBERTO
- Alberto...
- ripeté, guardando la serva.
- È lui! Alberto...
Lo conosci? Non sai nulla? Proprio nulla! Parla!
- Nulla, signorino mio, gliel'ho detto!
Cercò di nuovo nello stipetto, poi nei cassetti degli armadii, dovunque, scompigliando ogni cosa.
Non trovò nulla.
Solo quel nome! Solo questa notizia: che il padre di quel bimbo si chiamava Alberto.
E suo padre, Cesare...
Due nomi: nient'altro.
E lei, di là, morta.
E tutti quei mobili della casa, inconsapevoli, impassibili.
E lui, ora, senza piú nessun sostegno, in quel vuoto, con quel bimbo là, che, appena nato, non apparteneva piú a nessuno; mentre lui almeno, finora, aveva avuto la madre.
Buttarlo via? No, no, povero piccino!
Commosso da una veemente pietà, ch'era già quasi tenerezza fraterna, sentí destarsi dentro una disperata energia.
Trasse dallo stipetto alcune gioje della madre e le diede alla serva, perché cercasse di cavarne denaro, per il momento.
Si recò nella saletta per pregare il custode, che l'aveva accompagnato, di attender lui a quanto si doveva ancor fare per la mamma.
Ritornò dalla levatrice, per pregarla di cercare subito una balia.
Corse a prendere il suo berretto da collegiale, là, nella camera mortuaria; e dopo avere in cuor suo promesso alla madre che quel suo piccino non sarebbe perito e neanche lui, corse al collegio, a parlare col Direttore.
Era divenuto un altro, in pochi istanti.
Espose al Direttore, senza un lamento, il suo caso, il suo proposito, chiedendogli ajuto, sicuramente, con la ferma convinzione che nessuno avrebbe potuto negarglielo, perché ne aveva il diritto sacrosanto, ormai, per tutto il male che, innocente, gli toccava soffrire, dalla propria madre, da quell'ignoto che gli aveva dato la vita, da quest'altro ignoto che gli aveva tolto la madre, lasciandogli in braccio un bambino appena nato.
Il Direttore che, ascoltandolo, stava a mirarlo a bocca aperta e con gli occhi pieni di lagrime, subito lo assicurò che avrebbe fatto di tutto per ottenergli al piú presto un soccorso, e che non lo avrebbe mai, mai abbandonato.
Se lo strinse al petto, pianse con lui, gli disse che quella sera stessa sarebbe venuto a trovarlo a casa e, sperava, con una buona notizia.
- Sta bene.
Sissignore.
L'aspetto.
E ritornò di furia a casa.
Il soccorso, tenue, giunse sollecito; e Cesarino quasi non se ne accorse, perché serví subito per il trasporto della mamma, a cui pensarono gli altri.
Egli non pensò piú che al bambino, come salvarlo insieme con sé, fuori, fuori di quella trista casa dove tanta agiatezza, chi sa come, chi sa donde era entrata, per finir di confonderlo: mobili, tende, tappeti, stoviglie, tutto quell'arredo, se non proprio di lusso, certo costoso.
Lo guardava quasi con rancore per il segreto ch'esso serbava della sua provenienza.
Bisognava disfarsene al piú presto, trattenendo soltanto le cose piú umili e necessarie per arredarne le tre povere stanzette, prese a pigione fuori di porta con l'ajuto del Direttore del collegio.
Coi negozianti di mobili usati e i rigattieri ai quali si rivolse per consiglio degli altri casigliani, ne contrattò la rivendita con accanimento; perché - cosa strana! - gli parve che appartenessero sopra tutto al bambino, quei mobili, or che la mamma era morta per lui, rendendo nota a tutti cosí la vergogna di quell'agiatezza; e al bambino almeno, perdio, si poteva concedere il diritto, piccino com'era e ignaro di tutto, di non sentirla quella vergogna; se uno, invece di lui, ne difendeva gl'interessi.
Avrebbe rivenduto anche gli abiti e tante galanterie rimaste della mamma a una malinconica rigattiera malaticcia, che gli si presentò tutta gale e cascante di stanchezza e di vezzi, se costei, parlando molle molle tra dolci sorrisi non gli avesse lasciato intendere a quale clientela destinava quegli abiti e quelle gale.
La cacciò via.
Ah quelle spoglie, quasi vive ancora, come serbavano il profumo che tanto lo aveva turbato negli ultimi tempi! Gli parve ora, nella bracciata che ne fece per andarle a riporre, di sentirci come l'alito del bimbo, a riprova della strana impressione che tutto, tutto lí appartenesse a lui, lavato, incipriato, avvolto in quel corredino ricco ch'ella gli aveva preparato prima di morire.
Ecco, gli appariva ormai come una cosa preziosa, preziosa e cara, quel bimbo, non piú soltanto da salvare, ma anche da tener custodito con tutte quelle cure che certamente avrebbe avuto per lui la mamma, di cui era felice di risentire in sé, cosí d'improvviso ridestata, la bella alacrità coraggiosa.
Non s'accorgeva, come potevano accorgersi gli altri, che la vivace e ardente prontezza disinvolta della mamma, nella sgraziata magrezza del suo corpicciuolo, appariva come un disperato sforzo, che lo rendeva ispido, sospettoso ed anche crudele.
Sí, anche crudele, come si dimostrò nel licenziare la vecchia serva Rosa che pure era stata tanto buona per lui, in quel trambusto.
Ma non gli si poteva voler male di quello che faceva o che diceva.
Era giusto, in fondo, che licenziasse la serva, dovendo sostenere la grossa spesa della balia per il bambino: avrebbe, sí, potuto farlo con un'altra maniera; ma gli si perdonava anche questa, come del resto gliel'aveva perdonato la stessa Rosa; perché forse, poverino, neanche il sospetto poteva avere d'esser crudele verso gli altri, lui che sperimentava in quel momento e in quella misura la crudeltà feroce della sorte.
Tutt'al piú, se la compassione non l'avesse impedito, sorridere se ne poteva, nel vederlo cosí assaettato, con quelle spallucce strette e troppo in sú, e la faccetta pallida e dura protesa come a rintuzzare, con gli occhi aguzzi dietro quelle forti lenti da miope.
Affannato, angosciato dalla paura di non arrivare mai a tempo, correva di qua, di là, per trar partito da tutto.
Lo ajutavano e non ringraziava nemmeno.
Non ringraziò neanche il Direttore del collegio quando, nella casetta nuova, dopo lo sgombero, venne ad annunziargli che gli aveva trovato il posto di scrivanello al Ministero della Pubblica Istruzione.
- È poco, sí.
Ma verrai la sera al collegio, all'uscita dal Ministero, per qualche lezioncina privata ai convittori, scolaretti del ginnasio inferiore.
Vedrai che ti basterà.
Tu sei bravo.
- Sissignore.
Ma l'abito?
- Che abito?
- Non posso mica andare al Ministero vestito ancora da collegiale.
- Indosserai uno degli abiti che avevi prima d'entrare in collegio.
- Nossignore, non posso.
Sono tutti come li voleva la mamma, coi calzoni corti.
E poi, neanche neri.
Ogni difficoltà che gli si parava davanti (ed erano tante!), lo irritava, piú che sbigottirlo.
Voleva vincere; doveva vincere.
Ma il dovere di farlo vincere pareva che spettasse agli altri, quanto piú lui ne dimostrava la volontà.
E al Ministero, se gli altri scrivani, tutti uomini maturi o vecchi, passavano il tempo a far la burletta, nonostante la minaccia dei capi che quell'ufficio di ricopiatura sarebbe stato soppresso per lo scarso rendimento che dava, egli dapprima s'agitava sulla seggiola, sbuffando, o pestava un piede, poi si voltava brusco a guardarli dal suo tavolino, battendo il pugno sulla spalliera della seggiola; non perché gli paresse disonesta quella loro stupida negligenza, ma perché, non sentendo l'obbligo di lavorare con lui e quasi per lui, lo mettevano a rischio di perdere il posto.
Nel vedersi cosí richiamati al dovere da un ragazzo, era naturale che quelli ridessero e se lo pigliassero a godere.
Balzava in piedi; minacciava d'andarli a denunziare; e faceva peggio; perché quelli, ecco, lo sfidavano a farlo; allora lui doveva riconoscere che, facendolo, avrebbe forse affrettato il danno di tutti.
Restava a guardarli come se con le loro risate gli avessero squarciato il ventre; poi ricurvava le spallucce sul tavolino, e dalli a ricopiare, a ricopiare quante piú carte poteva, a rivedere anche le poche ricopiate dagli altri per levarne via gli errori; sordo ai motteggi con cui quelli ora si spassavano a sbottoneggiarlo.
Certe sere, perché il lavoro assegnato all'ufficio fosse terminato, usciva dal Ministero un'ora dopo tutti gli altri.
Il Direttore se lo vedeva arrivare al collegio, trafelato ansante, con gli occhi induriti dalla fissità spasimosa che dava loro il pensiero di non bastare a difendersi dalle difficoltà e le contrarietà della sorte, a cui purtroppo s'univa anche la malignità degli uomini, adesso.
- Ma no, ma no, - gli diceva il Direttore, per confortarlo; e qualche volta anche lo rimproverava amorevolmente.
Non sentiva né i conforti né i rimproveri; come per via, correndo, non vedeva mai nulla; la mattina, per trovarsi puntuale all'ufficio, venendo dalla casa lontana fuor di porta; a mezzogiorno, per ritornare fin là a desinare, e poi per ritrovarsi a tempo all'ufficio alle tre, sempre a piedi sia per risparmiare i soldi del tram, sia per la paura di mancare all'orario stando ad aspettare che quello passasse.
Non ne poteva piú, la sera.
Si sentiva cosí stanco, che neanche la forza aveva di reggere in braccio Ninní, stando in piedi.
Doveva prima sedere.
Sul balconcino dalla ringhiera di ferro arrugginita, che gli era parso tanto bello dapprima là alla vista degli orti suburbani, ora, tenendo sulle ginocchia Ninní, avrebbe voluto compensarsi delle corse, delle fatiche, delle amarezze di tutta la giornata.
Ma il bimbo, che aveva già circa tre mesi, non voleva stare con lui, forse perché, non vedendolo quasi mai durante la giornata, ancora non lo riconosceva; fors'anche perché egli non lo sapeva tener bene in braccio; o perché aveva già sonno, come diceva la balia per scusarlo.
- Sú, me lo ridia, gli farò far la nanna; e poi penserò a lei, per la cena.
Aspettando la cena, lí seduto sul balconcino, nell'ultima luce fredda del crepuscolo, guardando (senza neppur forse vederla) la fetta di luna già accesa nel cielo scialbo e vano; poi abbassando gli occhi sulla sudicia stradicciuola deserta costeggiata da una parte da una siepe secca e polverosa a riparo degli orti, si sentiva invader l'anima, in quella stanchezza, da uno squallore angoscioso; ma non appena il pianto accennava di pungergli gli occhi, serrava i denti, stringeva nel pugno la bacchetta di ferro della ringhiera, appuntava lo sguardo all'unico fanale della stradicciuola, a cui i monellacci avevano fracassato a sassate due vetri, e si metteva a pensar cose cattive, apposta, contro gli scolaretti del convitto, anche contro il Direttore, ora che non sentiva piú di poter essere come prima fiducioso con lui, avendo capito che gli faceva il bene, sí, ma quasi piú per sé, per il compiacimento di sentirsi, lui, buono; il che gli dava adesso, nel riceverne quel bene, come un impiccio d'umiliazione.
E quei compagni d'ufficio, coi loro sudici discorsi e certe sconce domande che avrebbero voluto avvilirlo di vergogna: "se e come faceva; se l'aveva mai fatto".
Ed ecco, un improvviso convulso di lagrime lo assaliva al ricordo d'una sera che, andando al solito di furia per via, come un cieco, aveva inciampato in una donnaccia di strada la quale, subito, fingendo di pararlo, se l'era premuto al seno con tutte e due le braccia, costringendolo cosí a cogliere con le nari sulla carne viva, oscenamente, il profumo, quel profumo stesso della sua mamma; per cui s'era strappato da lei, mugolando, ed era fuggito via.
Gli pareva ora di sentirsi frustato dal dileggio di quelli: "Verginello! Verginello!", e tornava a stringere nel pugno la bacchetta della ringhiera e a serrare i denti.
No, non avrebbe potuto mai farlo, lui, perché sempre, sempre avrebbe avuto nelle nari, a dargliene l'orrore, quel profumo della madre.
Ora, nel silenzio, gli arrivavano i secchi tonfi sul mattonato dei piedi della seggiola, prima i due davanti, poi i due di dietro, dondolata dalla balia che addormentava il piccino; e di là dalla siepe il frusciare dell'acqua che usciva a ventaglio dalla tromba lunga come un serpente con cui l'ortolano annaffiava l'orto.
Quel fruscio d'acqua gli piaceva, gli rinfrescava lo spirito; e non voleva che, per distrazione dell'ortolano, in qualche punto ne cadesse troppa; lo avvertiva subito dal rumore della terra che si faceva creta e n'era come affogata.
Perché gli veniva a mente adesso quella tovaglietta da tè, damascata, con l'orlo cilestrino e i pèneri fitti fitti, che la mamma stendeva su un tavolinetto per offrire il tè a qualche amica, capitando insolitamente a casa verso le cinque? Quella tovaglietta...
il corredino di Ninní...
l'eleganza, il gusto, quello scrupolo di pulizia della mamma; e ora, ecco stesa là sulla tavola una sudicia tovaglia; la cena non ancora preparata; il suo letto, di là, non ancora rifatto dalla mattina, e fosse stato almeno ben curato il bimbo; ma nossignori: sporca la vestina, sporco il bavaglino; e a muoverne a quella balia il minimo rimprovero, già la certezza d'indispettirla e il pericolo ch'ella approfittasse dell'assenza di lui per sfogare il dispetto contro la creaturina innocente; e poi subito pronta la doppia scusa che, dovendo badare al bambino, non aveva tempo né di rassettare la casa né di attendere alla cucina; e che, se mancava al bambino qualche cura, questo dipendeva perché le toccava far anche da serva e da cuoca.
Brutta zoticona, venuta sú dalla campagna che pareva un tronco d'albero, e che ora credeva di farsi bella, pettinandosi coi capelli alti e infronzolandosi.
Ma pazienza! Il latte, lo aveva buono; e il bimbo, quantunque trascurato, prosperava.
Ah, come somigliava alla mamma! Gli stessi occhi e quel nasino, quella boccuccia...
La balia gli voleva far credere che somigliasse a lui, invece.
Ma che! Chi sa a chi somigliava lui! Ma ormai, non gl'importava piú di saperlo.
Gli bastava che Ninní somigliasse alla mamma; n'era felice, anzi, perché cosí non avrebbe baciato su quel visino alcun tratto che avrebbe potuto fargli nascere l'idea di quell'ignoto, che ormai non si curava piú di scoprire.
Dopo cena, sulla stessa tavola appena sparecchiata, si metteva a studiare, con l'intenzione di presentarsi l'anno appresso agli esami di licenza liceale, per entrar poi - con l'esenzione dalle tasse, se gli veniva fatto - all'Università.
Si sarebbe iscritto in legge; e se riusciva a ottener la laurea, questa gli avrebbe servito per qualche concorso di segretario allo stesso Ministero della Pubblica Istruzione.
Voleva sollevarsi al piú presto da quella meschina e non ben sicura condizione di scrivano.
Ma studiando, certe sere, era a poco a poco invaso e vinto da un cupo scoraggiamento.
Gli parevan cosí lontane dal suo presente affanno quelle cose da studiare! E, distratto in quella lontananza, sentiva come vano il suo stesso affanno; e che non dovesse né potesse aver mai fine.
Il silenzio di quelle tre stanzette quasi nude era tanto, che gli faceva perfino avvertire il ronzío del lume a petrolio tolto dalla sospensione e posato lí sulla tavola per vederci meglio: si toglieva le lenti dal naso; fissava con gli occhi socchiusi la fiamma e grosse lagrime allora gli pollavano dalle palpebre e piombavano sul libro aperto sotto il mento.
Ma erano momenti.
La mattina dopo tornava ad assaettarsi piú ostinato, protendendo dalle spallucce ricurve, a modo dei miopi, quell'ossuto visetto di cera, stirato e madido, con quei capelli lisci di malato, troppo cresciuti tra gli orecchi e le gote, e quella violenza delle lenti che gli smaltavano gli occhi rimpiccoliti lucenti e precisi, pinzandogli a sangue le gracili pareti del naso.
Di tanto in tanto veniva a fargli qualche visitina Rosa, la vecchia serva.
Piano piano gli faceva notare anch'essa tutte le magagne di quella balia; e, per metterlo in guardia, gli riferiva quanto le dicevano sul conto di lei le donne del vicinato.
Cesarino si stringeva nelle spalle.
Sospettava che Rosa parlasse per rancore, perché fin da principio, per non essere mandata via, gli aveva proposto d'allevare il bimbo col latte sterilizzato, come aveva veduto fare a tante mamme che se n'erano poi trovate contente.
Ma le dovette render giustizia alla fine, quando si vide costretto a cacciar via su due piedi quella balia già gravida da due mesi.
Per fortuna il bambino non soffrí del cambiato allevamento, anche per le cure amorose della buona vecchia, la quale si mostrò lietissima di ritornare al servizio di quei due abbandonati.
E ora, finalmente, Cesarino poté assaporare davvero la dolcezza della pace conquistata con tanta pena.
Sapeva il suo Ninní affidato in buone mani, e poteva lavorare e studiar tranquillamente.
La sera, rincasando, trovava tutto in ordine; Ninní lindo come uno sposino, e gustosa la cena e soffice il letto.
Era la felicità.
I primi gridolini, certe mossette piene di grazia di Ninní lo facevano impazzire dalla gioja.
Lo mandava a pesare ogni due giorni, per paura che calasse di peso con quell'allattamento artificiale, non ostante che Rosa lo rassicurasse:
- Ma non sente che a momenti pesa piú di me? Sempre con la trombetta in bocca!
La trombetta era il biberon.
- Sú, Ninní, fatti una sonatina!
E Ninní, subito: non se lo faceva dire due volte, e non gli bastava che gliela reggessero gli altri, la trombetta; se la voleva reggere anche da sé, là, da bravo trombettiere; e socchiudeva languidi i cari occhiuzzi dalla voluttà.
Lo guardavano tutt'e due, in estasi; e, poiché il bimbo, spesso prima che finisse di succhiare, s'addormentava, zitti zitti si levavano e andavano in punta di piedi e rattenendo il respiro a deporlo nella culla.
Riprendendo lo studio serale con raddoppiata lena, ormai sicuro dell'esito, le vere ragioni per cui Napoleone Bonaparte era stato sconfitto a Waterloo, Cesarino oramai le penetrava benissimo.
Se non che, una sera, rientrando in casa - di furia, come soleva, quasi assetato d'un bacio del suo Ninní - fu arrestato su la soglia da Rosa, la quale, tutta turbata, gli annunziò che c'era di là un signore che voleva parlargli e che lo aspettava da una buona mezz'ora.
Cesarino si trovò di fronte un uomo di circa cinquant'anni, alto di statura e ben piantato, vestito tutto di nero per lutto recentissimo, grigio di capelli e bruno in volto, dall'aria cupa, grave.
Si era alzato al suono del campanello
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