IN SILENZIO, di Luigi Pirandello - pagina 21
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sí, lui la...
la perseguitava, ecco!
Il Mauri ruppe in un altro ghigno, scrollando il capo.
- Vah, io non capisco! - esclamò il prete.
- Non c'è stato possibile, creda, mandarlo via.
- E non me ne andrò! - raffibbiò sordamente il Mauri, guardando verso terra.
Silvio Gelli lo fissò un tratto; poi domandò al Righi:
- Questa è casa vostra?
- Albergo! - rispose il Mauri, invece del prete, senza alzar gli occhi.
- Nossignore! - rimbeccò pronto il Righi, su le furie - Chi gliel'ha detto? dove sta scritto? Questa è, se mai, pensione, ma d'estate.
Ora non è stagione, ed è casa mia soltanto, e vi ricevo chi mi pare e piace, e le ripeto: Vada via! Quante volte gliel'ho a dire? Come parere ch'io abbia tollerato la sua sconvenienza, scusi! Lei non ha piú nulla da far qui, ora, che è venuto il signor professore! Dunque, si levi sú!
- Non me ne vado! - ripeté il Mauri, rimanendo seduto e guardando fisso il prete, con gli occhi da matto.
- Neanche se vi scaccio io? - gli gridò allora il Gelli, appressandosi e parandoglisi di fronte.
- Nossignore! M'insulti, mi bastoni; ma mi lasci star qui! - proruppe, con un orribile schianto nella voce, il Mauri.
- Che le faccio io? che ombra posso piú darle? Me ne starò qua, in questa camera...
per carità! Mi lasci piangere.
Lei non può piangerla, signore.
La lasci piangere a me: perché quella infelice non ha bisogno, creda, d'essere perdonata; ma d'esser pianta! Lei, mi perdoni, avrebbe dovuto ammazzare come un cane colui che prima gliela tolse e poi ebbe cuore d'abbandonarla; non deve scacciar me che l'ho raccolta, che l'ho adorata e che per lei ho spezzato anche la mia vita.
Per lei, io, Marco Mauri, sappia che ho abbandonato la mia famiglia, mia moglie, i miei figli!
Si levò in piedi, cosí dicendo, con gli occhi sbarrati, le braccia alzate, e soggiunse:
- Veda un po' se è possibile che lei mi scacci!
Silvio Gelli, in preda a uno sbalordimento che non lasciava intendere se in lui fosse piú sdegno o pietà, ira o vergogna, rimase a guardare quell'uomo già maturo, cosí alterato dalla furia del disperato cordoglio.
Gli vide scorrere grosse lagrime per la faccia contratta, che andavano a inzuppargli l'ispida barba nera, qua e là brizzolata, spartita sul mento.
Un gemito angoscioso venne dalla camera da letto.
Il Mauri si mosse istintivamente per accorrere.
Ma il Gelli lo arrestò, intimandogli:
- Non entri!
- Sí signore, - si rimise egli, inghiottendo le lagrime.
- Vada Lei; è giusto.
Veda, veda se sia possibile far qualche cosa.
Lei è un gran medico, lo so.
Ma già, meglio che muoja! Dia retta, la lasci morire, perché...
se lei è venuto a perdonarla, io...
Si nascose il volto con le mani, rompendo un'altra volta in singhiozzi, e andò a buttarsi di nuovo sul divanuccio, tutto raggomitolato, nel rabbioso cordoglio che lo divorava.
Don Camillo Righi toccò pian piano il braccio al Gelli e indicò la camera della moribonda, che forse si era scossa dal letargo.
- Ma no, scusate...
- gli disse il Gelli, con un sorriso sforzato, tremante su le labbra.
- Intenderete bene che io non m'aspettavo...
- Ha ragione, ha ragione; ma la prego di compatire: costui è pazzo...
- si lasciò scappare il Righi.
- Pazzo...
pazzo...
- nicchiò allora il Mauri.
- Sí, per disperazione forse, sí...
per rimorso! Ma perché non gli hai tu scritto, prete, che Flora s'è uccisa per me?
- Flora? - domandò il Gelli, senza volerlo.
- Fulvia, Fulvia, lo so! - si corresse subito il Mauri.
- Ma s'è fatta chiamar Flora, dopo.
Lei non lo sa, e io so tutto: la sua vita d'ora e quella di prima: tutto; e so anche perché lei è venuto qua.
- Ah, bene! - esclamò il Gelli.
- Io, invece, comincio a non saperlo piú.
- Glielo dico io! - ribatté il Mauri.
- Senta: sono su l'orlo d'un abisso, sia ch'ella viva, sia che muoja; posso dunque parlare come voglio, senza piú riguardo a nulla né a nessuno.
- Signor professore, scusi...
- si provò a suggerire di nuovo il Righi, tra le spine.
- Ma no, ma no: lo lasci dire...
- gli rispose il Gelli.
- Siamo davanti alla morte! - esclamò il Mauri.
- Non c'è piú gelosia.
Né lei, del resto, può aver ragione di adontarsi di me.
Flora, quand'io la conobbi, era sulla strada.
Dunque? Ha fatto male codesto prete a non scriverle che si è uccisa per me.
- Ma io, - si scusò il Righi, tirato di nuovo in ballo, - io ho obbedito al mio sacro ministero, e basta.
- Buffonate! - tornò a sghignare il Mauri.
- Volete sul serio rappresentare la commedia del perdono, adesso? Bene: vada là, dunque, lei; vada ad accordarle il perdono e se ne torni dond'è venuto, là, là, a Como, nell'amena sua villa di Cavallasca, con l'amor proprio contento, con la bella soddisfazione della propria generosità! Ma vi par questo il luogo e l'ora di rappresentar commedie? Glielo dica lei, francamente, a codesto prete, che cosa l'ha spinto a venir qua.
Il rimorso, prete, il rimorso! Perché lui, lui, ridusse quella disgraziata alla disperazione, tant'anni fa! È vero? Lo dica.
Finiamola.
Là c'è una donna che muore assassinata.
Finiamola! Ora lei s'è fatto un uomo virtuoso, uno scienziato illustre...
Sfido! S'è tenuta con sé la figliuola!
- Vi proibisco...
- gridò il Gelli, fremendo in tutto il corpo e contenendosi a stento.
- E che dico io? - riprese umile il Mauri.
- Dico che quell'anima innocente ha avuto il potere di farla rinsavire non è vero? Ma pensi intanto, che neppure quella donna sarebbe là, se lei non si fosse tenuta la figliuola.
- Voi avete abbandonato i vostri figli, e avete il coraggio di parlare cosí, di fronte a me?
- Sissignore! E io m'accuso, io! Io sono qua con lo strazio d'un doppio delitto, infatti.
Perché l'ho ingannata io, questa donna.
Sissignore: le ho detto ch'ero scapolo, che non avevo nessuno.
Le ho detto la verità a modo mio.
Quella che era verità per me.
Mia moglie invece, capisce? è andata a trovarla...
lí, a Perugia, e le ha detto...
che le avrà detto? Io non so! So che lei, lusingandosi di ridar la pace a una famiglia, se n'è venuta qua, per tôrsi di mezzo...
Ora come vuole ch'io me ne vada? Lei, la martire, m'ha perdonato.
Ma a me non può bastare il suo perdono.
Bisogna che io me ne stia a piangere, qua, finch'ella è in vita, e poi...
poi, non so! Senta: mi vuol dare ascolto? Si levi la maschera, lei che è venuto a perdonare, e vada a buttarsi in ginocchio davanti a quel letto, a farsi piuttosto perdonare lei, e dica a quella povera donna che è una santa, le dica che è la vittima di tutti noi, le dica che gli uomini sono vigliacchi: non si disonorano mai, gli uomini! Solo se rubano un po' di danaro, perché, se poi rubano l'onore a una donna, è niente! se ne vantano! Guardi, guardi come dovremmo fare, noi uomini...
D'improvviso s'inginocchiò davanti alla sbiobbina atterrita; le prese le braccia e le gridò:
- Sputami! Sputami! sputami in faccia!
Sopravvennero alle grida due donne, svegliate di soprassalto, mezzo discinte: la signora Nàccheri, cognata del Righi, vedova, e la figliuola Giuditta, con un bambino in braccio.
Il Gelli e il prete erano rimasti lí, sbalorditi dalla violenza di quel forsennato.
La Nàccheri accorse a liberare la povera sbiobbina, che tremava tutta, lí lí per svenire.
- Va', va', Margherita! Oh guardate, Signore Iddio, che s'ha a vedere! Ma si vergogni, lei, e la faccia finita una buona volta! Siamo stufi, sa! siamo stufi! Sú, via, si levi, sú!
Il Mauri, rimasto ginocchioni, con la faccia per terra, singhiozzava.
A un tratto, balzò in piedi, e domandò:
- Non sono piú un uomo civile, io, è vero? Non c'è piú neppure l'ombra della civiltà, in me? Che scompiglio, gran Dio, per questo illustre signore che è venuto a perdonare! per questo signor Canonichetto affittacamere! E lei, signora? Oh oh oh, guarda! E il parrucchino riccio, biondo? Se l'è dimenticato sul tavolino da notte? Buffoni, buffoni! M'inchino, mille ossequii, buffoni!
E, inchinandosi furiosamente e sghignazzando, scappò via.
- Quell'uomo impazzisce...
- mormorò il Gelli, stupefatto.
- Ma mi pare che sia già ito via col cervello, scusi! - osservò la Nàccheri.
- Screanzato! - aggiunse la figlia.
Don Camillo Righi, rimasto piú a lungo degli altri trasecolato (pensava forse che il matto avrebbe potuto buttargli in faccia ben altre accuse), si scosse per presentare alla cara cognata e alla nipote il signor professore, che aveva avuto la santa ispirazione di accorrere all'invito, per accordare di presenza il perdono:
- Dio lo benedica! Tanto buono...
Le due donne cercavano di scusarsi con lui di quanto era accaduto e per i loro indumenti notturni, quand'ecco di ritorno il Mauri, ilare, che si spingeva innanzi un omacciotto calvo, barbuto, stizzito dalla furia sconveniente di quel matto.
- Ecco il dottor Balla!
- Lei vada via! subito! via! - inveí allora il Gelli, afferrando per il bavero della giacca il Mauri e scrollandolo e spingendolo verso l'uscio sul corridojo.
- Sissignore! sissignore! - disse il Mauri, senza opporre nessuna resistenza, rinculando.
- Mi lasci dire soltanto due parole al dottore! Ecco, dottore; la salvi lei, per carità! Non la faccia salvare a lui, altrimenti per me è perduta...
Me ne vado, me ne vado da me...
si calmi!..
Mi raccomando, dot...
Il Gelli gli diede un ultimo spintone e richiuse l'uscio.
- Ha fatto bene, benone, benissimo - esclamò il Righi sollevato.
- Ma la porta, giú, scusate, perché ha da rimanere aperta? - domandò la Nàccheri, stizzita, al cognato.
- Che modo è codesto? Va', Margherita, va': di' che chiudano subito!
La sbiobbina andò, e tutti, vedendola passare in mezzo a loro, osservarono il modo con cui ella moveva le gambe sbieche; come se non avessero altro da fare in quel momento.
Il dottor Balla sbuffò; poi, guardando con dispetto tutti quei visi stravolti intorno a sé, annunziò:
- Sono stato a Montepulciano.
- Ah, bene! Dunque? - domandò il Righi.
- Dunque...
che dunque? Niente! Una scarrozzata inutile.
Ho visto il collega Cardelli...
gli ho riferito...
Ma egli stima...
sí, inutile ormai la sua venuta.
- Abbiamo qui con noi, - disse il Righi, - il marito della signora...
il dottor Gelli...
un luminare.
- Ah, - esclamò il Balla.
- Felicissimo!
Gli s'appressò e, con la facondia collerica di un uomo esasperato della propria sorte, il quale, convinto delle persecuzioni continue di essa, abbia precisato nel suo cervello le ingiustizie patite e le ripeta sempre con le stesse parole, con la stessa espressione, quasi compiacendosi di aver saputo cosí bene precisarle ed esprimerle, gli espose le sciagurate condizioni in cui si trovava in quel piccolo paese di Toscana, a esercitare la professione di medico.
C'era, è vero, un ospedaletto fornito anche...
sí, discretamente; ma erano due medici soli: l'uno, il Nardoni, dedicato piú specialmente alla chirurgia; lui, alla fisica.
Ora il collega Nardoni era infermo da parecchi giorni.
- Infermo, già, infermo...
- ripeté, come se il Nardoni glielo facesse apposta, per creargli imbarazzi.
Quindi concluse improvvisamente: - Scusi, ha visitato la signora?
Il Gelli negò col capo.
- No? come no? Ah...
già!
E il Balla guardò con stizza il Righi, compunto, e le due donne ancor piú compunte.
- Che dobbiamo fare, insomma? - domandò alla fine.
- È già quasi il tocco, scusino.
Il Gelli entrò per primo nella camera da letto; gli altri lo seguirono.
II
La moribonda aveva aperto gli occhi, il cui colore azzurro smoriva con infinita tristezza tra il livido delle occhiaje incavate.
Alla vista del marito, fece quasi per rannicchiarsi, sgomenta, nel fondo del letto.
Dagli occhi le sgorgarono due lagrime che, non potendo scorrerle per le guance, le invetrarono lo sguardo smarrito.
Con un sorriso nervoso, involontario, che esprimeva lo sforzo atroce che faceva su sé stesso per dominare il fermento degli opposti sentimenti: odio, nausea, pietà, ira, dispetto, Silvio Gelli si chinò su lei:
- Fulvia, eh...
vedi? eccomi qua...
Tu m'hai fatto chiamare, è vero? Son venuto.
- Opera di vera misericordia! - sospirò di nuovo, dall'altra sponda del letto, don Camillo Righi, per ajutarlo.
Ma il Gelli non gliene fu grato:
- No! Nient'affatto! - negò anzi, con ira.
- Son venuto, debbo dirlo, per riconoscere il danno...
il danno degli antichi miei torti, debbo dirlo.
Non mi aspettavo, è vero...
di...
di sentirmelo dire da altri, ecco!
E sorrise di nuovo, nervosamente, guardando in giro il dottor Balla, le due donne, il prete, che annuirono, imbarazzati.
- Ma sono venuto proprio per questo, - raffermò, chinandosi di nuovo sul letto.
- Sí, Fulvia; e non mi pento d'esser venuto.
Si rialzò soddisfatto, parendogli d'avere almeno rimediato in qualche modo al ridicolo della sua posizione.
La moribonda aveva richiuso gli occhi, e le due lagrime, ora, le scorrevano lente.
Agitò le labbra.
- Che dici? - domandò egli, tornando a chinarsi, pronto, su lei.
Tutti si protesero verso il letto.
- Grazie, - alitò ella.
- No, no, - rispose egli.
- Ora, io...
Che dici?
Le pàlpebre chiuse della moribonda si erano gonfiate di nuove lagrime e, quasi punte da lievi tremiti, si agitavano insieme con le labbra.
Egli comprese che una parola, un nome, tremava in quelle lagrime nascoste e su quelle labbra, senza trovar la voce, nell'angoscia; si rabbujò in volto profondamente commosso:
- Livia?...
Sí...
Basta, ora...
Non agitarti cosí...
Parleremo poi.
- La figlia, - spiegò piano il Righi al dottor Balla.
Questi chinò piú volte il capo, seccato; poi, vedendosi guardato dal Gelli, domandò perplesso:
- Vogliamo?...
Prego, signori, ci lascino soli.
Il Righi, la cognata e la nipote uscirono, trepidi, con gli occhi lagrimosi.
Il dottor Balla chiuse l'uscio della camera, poi s'accostò al letto, per scoprire la giacente.
Ma questa, come impaurita, fissando il marito, trattenne con una mano la coperta, e disse:
- Tu?
- Come? - domandò il Balla, sorpreso, e si volse a guardare il Gelli.
Gli vide il volto contratto, come per un fitto spasimo improvviso, o per vivo ribrezzo.
- Non vuoi? - le domandò il Gelli, chinandosi un'altra volta su lei.
- Non debbo? È vero, sí...
io non sono venuto qua come medico...
e forse...
Si alzò, guardò il medico e aggiunse:
- Mi assumerei una tremenda responsabilità...
- Sono già tre giorni e una notte, - disse il Balla, interpretando a suo modo la perplessità del marito.
- Ed è evidente che il processo di infiammazione è molto inoltrato...
Tentare ora, dice lei? Eh già, una tremenda responsabilità...
Ma d'altra parte...
- Sí, d'altra parte, bisognerà pure tentare, - soggiunse il Gelli.
- Dunque, pazienza, eh? signora...
- disse allora il Balla, tirando pian piano la coperta.
Ella richiuse gli occhi e aggrottò dolorosamente le ciglia.
Il Balla si mise a sfasciare la ferita.
Nel silenzio, gli oggetti della camera, le tende, la candela che ardeva sul cassettone, riflessa nello specchio, parve al Gelli che assumessero, nella immobilità loro, sentimento di vita e fossero come sospesi in una attesa angosciosa.
Impressionato dalla lucidezza di questa sua percezione, in quel momento, si distrasse: guardò in giro la camera, come per far la conoscenza di quegli oggetti che cosí, in un paese lontano, a lui ignoto, erano testimoni di quel triste imprevedibile avvenimento della sua vita.
Quando il Balla lo richiamò a sé, dicendo: - Ecco...
- egli chinò subito gli occhi su la ferita scoperta, calmo, e non vide altro, non pensò piú ad altro, come se fosse venuto lí per un consulto.
Esaminò a lungo, attentamente, la ferita.
Forse, tentata a tempo la laparatomia, ci sarebbe stata qualche speranza di salvezza.
Ma ormai, dopo quattro giorni...
Silvio Gelli si sollevò; guardò il Balla acutamente.
Questi si strinse nelle spalle e, tanto per dire qualcosa, indicando certi segni esteriori attorno alla ferita, diede alcune spiegazioni affatto inutili.
Il Gelli si chinò di nuovo a osservare; poi guardò la moglie, senza badare all'altro che domandava:
- Rifasciamo?
Rifasciata e ricoperta, Fulvia schiuse gli occhi, guardò il marito e domandò con un filo di voce:
- Muojo?
- No, - rispose egli, posandole una mano su la fronte.
- Sta' tranquilla, sta' tranquilla.
A domani, dottore.
Farò io.
Prepari tutto.
Il Balla lo guardò perplesso, se intendere come una pietosa bugia quel proponimento e quell'ordinazione.
- Gli strumenti dell'ospedale? - domandò.
- Sí, - rispose il Gelli.
- Tutto.
- E...
e farò venire anche, - aggiunse il Balla, cercando gli occhi di lui per fargli un cenno d'intelligenza, - anche la nostra infermiera, che è il braccio destro del collega Nardoni, eh?
- Nardoni? No, non c'è bisogno di lui.
- No, scusi...
dico l'infermiera, Aurelia.
Sta da circa tredici anni, lí, nel nostro ospedaletto.
- Ah! bene! - sospirò il Gelli, astratto.
- Tredici anni? Proprio tredici anni...
è vero, Fulvia? Tredici anni...
- Di che? - fece il Balla.
Non capiva.
Attese ancora un po', quindi, seccato, scrollò le spalle e andò via.
Silvio Gelli sedette accanto al letto.
La moribonda allora volse il capo verso di lui; ma i capelli, nel volgersi, la impacciarono.
Egli con una mano glieli ravviò e, intenerendosi a quel suo atto, sospirò:
- Povera Fulvia!
Sí, i capelli erano ancora quelli d'un tempo, ma quanto, quanto piú misero e sparuto le rendevano ora il volto cangiato, e che ruga, ora, su quella fronte un giorno cosí altera! Tredici anni! Che abisso!
Ella si provò a sporgere una mano dalle coperte, e ripeté, piú con gli occhi che con le labbra:
- Grazie.
Egli prese quella mano e la tenne stretta fra le sue.
Ma non il contatto delle mani l'uno e l'altra avvertirono in quel punto: gli occhi dovevano prima intendersi tra loro e non potevano ancora, poiché non solo lo sguardo, ma tutta l'aria di lui aveva per Fulvia un'espressione nuova, incomprensibile.
Cercò egli con gli occhi di rassicurare, di sorreggere quasi, lo sguardo di lei che gli sfuggiva, come in un dubbioso attonimento, e aggiunse con la voce:
- Sí, Fulvia...
per tutto quello che tu soffristi con me...
e che hai sofferto dopo, per causa mia, fino a questo punto...
Questo tuo atto disperato ne è una prova...
Sí, io...
S'interruppe; volse il capo verso l'uscio, che il Balla, andandosene, aveva lasciato aperto.
Di là, c'era forse qualcuno che poteva sentire; c'era stato quel matto che, nel furore della passione, osava dire in faccia a tutti la verità, e che aveva creduto di interpretare il sentimento, ond'egli era stato spinto ad accorrere al letto della moglie moribonda.
Ora egli ripeteva, quasi, le parole di lui.
Ma no, no, non era vero: non dal rimorso soltanto era stato spinto a venire; ma da qualch'altra cosa insieme, anzi da qualche altra cosa principalmente: da un bisogno strano.
Doveva dirlo...
- Aspetta.
Le lasciò la mano e si recò a richiudere l'uscio.
- Anch'io però, sai, Fulvia? ho sofferto tanto anch'io: non saprei piú dir come...
come non mi sarei mai aspettato.
Subito, fin dal primo giorno.
Compresi tutto; e, nello stesso tempo, non compresi piú nulla...
Proprio cosí.
La bestialità mia, cinica, senza ragione e senza scopo, o meglio, con questo solo scopo: di dimostrarti che io potevo tutto e tu niente...
Facevo...
Che facevo? Non mi sono mai divertito! Ma era come una sfida...
A urtoni, ma...
coi guanti, è vero? ti sospinsi fin quasi all'orlo del precipizio, e ti lasciai lí, esposta, senza riparo, senza difesa, aspettando che la vertigine ti cogliesse.
E tu, disperata, col tuo orgoglio, accettasti infine la sfida, ti lasciasti cogliere dalla vertigine, e giú, nel precipizio! Che vuoto! Con la piccina sola, abbandonata...
io, inetto...
io, indegno...
Ho cercato di colmarlo, comunque, da allora, questo vuoto dentro e intorno a me, con le cure per la bambina...
coi miei studii...
invano! Dentro di me piú profondo...
intorno a me, piú vasto, e nero! Ho cercato finanche di soffrire, apposta, per affermare in qualche modo me stesso in questo vuoto...
Ma no; niente: non soffro...
non soffro per te, non soffro per me; soffro per la vita che è cosí: tu qua ti uccidi...
un altro là impazzisce...
chi crede di ragionare e non conclude nulla...
Vengo qua; dico: Muore; vuole andarsene in pace; va', va', accorri...
E il mio sentimento s'infrange contro una realtà che non potevo immaginare.
Sí: io non debbo perdonare, debbo essere perdonato.
Mi perdoni?
Si tolse le mani dalle tempie: aveva come parlato a stesso; si volse verso il letto: ella si era di nuovo assopita con le ciglia un po' sollevate, come inorridita di quel che aveva inteso, e pareva che ne singultasse ancora dentro, cosí muta, rigida, col capo volto verso di lui.
Stette a contemplarla un pezzo, quasi impaurito.
Gli parve che lo stiramento delle guance si fosse un po' allentato.
E, per un momento, rivide precisa in quel volto l'immagine ch'egli per tanti anni aveva serbato di lei.
Era bella, era bella ancora! Chi sa fin dove era caduta?...
Ma la nobiltà dei lineamenti era rimasta intatta; come se il fango non l'avesse toccata.
O forse ora la morte...
Si alzò pian piano, per non destarla, e in punta di piedi si recò nella stanza attigua, dove la sbiobbina era rimasta sola ad aspettare.
- Dorme, - le annunziò sottovoce, mirandola, costernato del mistero che pareva racchiudesse in sé, nel silenzio di quella notte orribile, quella creatura che viveva quasi per una atroce beffa della natura.
Ella gli sorrise di nuovo, di quel suo sorriso incosciente e disse:
- Vado io.
III
Il Gelli si pose a sedere su la stessa sedia, donde quella s'era levata, lí presso al tavolino su cui ardeva la candela.
Poco dopo, sobbalzò.
L'uscio, che dava sul corridojo, si schiudeva come da sé, pian piano, nel silenzio.
Marco Mauri sporse il capo, con un dito su la bocca per far segno di tacere; e si introdusse, dicendo sottovoce:
- M'ero nascosto qua, al bujo, nel corridojo...
Sss...
Ora che siamo noi due soli, zitto zitto, senza fiatare, me ne starò qui.
Lei me lo può permettere: nessuno ci vede.
Qua noi due soli, zitti zitti, eh?
Il Gelli lo guardò sorpreso, accigliato; poi, senza volerlo, sorrise nervosamente a un gesto supplice che quegli con ambo le mani gli rivolgeva; scrollò le spalle e gl'indicò il canapè lí presso.
Il Mauri vi si pose a sedere, tutto contento.
Stettero entrambi un lungo tratto in silenzio.
Poi il Mauri disse:
- Se Lei volesse stendersi qua, a riposare un poco...
No, è vero? E neanche io.
La bestia vorrebbe dormire: la coscienza non glielo permette.
Molti anni fa, quando mi morí un figliuolo, dopo nove notti di veglia assidua, non sentii pena, sul momento: avevo troppo sonno, e dovetti prima dormire; poi, quando mi destai, il dolore mi assalí.
Ma allora la coscienza non mi rimordeva.
Ora, quattro notti, sa, che non chiudo occhio; e non ho sonno!
Tacque un pezzo, assorto; poi domandò, fissando la fiamma della candela:
- Come lo chiamavano gli antichi quel fiume? Ah, sí! Lete...
il Lete...
già! Il fiume dell'oblío...
Scorre nelle taverne, ora, questo fiume.
E io non bevo! Da quattro giorni, sa? niente: neanche un boccone di pane.
Acqua, là nella conca della fontana, giú in piazza, come le bestie.
Acquaccia amara, renosiccia! puh! ma non mi va niente Un po' d'acido prussico m'andrebbe...
Mi sento gli occhi, sa come? questi due archi qua delle ciglia, come i due archi di certi ponticelli che accavalciano la rena e i ciottoli d'un greto asciutto, arido, pieno di grilli...
Ci ho due grilli maledetti, qua negli orecchi: stridono, stridono, e mi fanno impazzire...
Parlo bene, eh? Mi par d'essere in campagna, quando m'esercitavo nell'oratoria, sperando d'esser promosso Pubblico Ministero, e imbussolavo i temi e poi mi mettevo a improvvisare ad alta voce, fra gli alberi: Signori della Corte, Signori Giurati...
Parlo, parlo, mi scusi, perché non posso farne a meno...
Ho una smania, qua, nello stomaco...
Mi metterei a gridare!
Si stese, cosí dicendo, bocconi, sul canapè, col mento sul bracciuolo e gli occhi sbarrati.
Il Gelli lo guatò e, preso da un senso di paura, si alzò e si diresse verso l'uscio della camera da letto; guardò dentro; poi si trattenne là, sulla soglia.
Il Mauri si rimise a sedere e domandò ansiosamente:
- Riposa?
Il Gelli accennò di sí col capo.
- E...
dica, non c'è piú speranza proprio?...
Nessuna?..
Se riposa!...
Me la vuol far vedere? da costà dov'è lei...
un momentino...
Sí?
Balzò in piedi: gli s'accostò, rattenendo il fiato, si rizzò su la punta dei piedi e guardò nella camera.
La sbiobbina, che sedeva accanto al letto, vide cosí le teste di quei due uomini, l'una presso l'altra, che guardavano la moribonda.
Lo stupore di lei si ripercosse sul Gelli che respinse allora indietro, con un braccio, il Mauri.
- A sedere...
Andate a sedere.
- Sissignore...
Grazie...
- disse questi, obbedendo.
- Eh, muore...
muore...
muore...
Gli occhi gli si arrossarono, e copiose lagrime ripresero a colargli per le guance, mentre si sforzava di soffocare i singhiozzi che gli scotevano il petto.
Quand'ebbe pianto, cosí, un pezzo, aprí le braccia, si strinse nelle spalle e fece per parlare; ma, sentendo che la voce gli usciva ancora grossa di pianto, s'addentò una mano; strizzò gli occhi; ricacciò indietro violentemente le lagrime.
- Ce ne staremo qua, - poi disse, - tutti e due insieme, buoni buoni, a vegliarla fino all'ultimo...
Come due coccodrilli...
Poi la accompagneremo fino alla fossa, e quindi ciascuno riprenderà la sua via...
Lei, la riprenderà: lei ha una casa, una gioja...
la figliuola ignara.
I-gna-ra - beata lei! I miei figli, invece, sanno tutto.
Ha svelato loro tutto la madre, per istintiva crudeltà.
Che bisogno ne aveva? non mi ama, non mi ha mai amato; non sa proprio che farsi di me.
Se li è cresciuti lei, là in campagna a modo suo; e non hanno mai avuto per me né rispetto né considerazione.
Mi chiamano Pretore; anzi Preto', come la loro madre, si figuri! "È in casa il Preto'? No, è alla Pretura il Preto'..." Ah, Lei non sa, signore, che cosa voglia dire capitare a venticinque anni in un paesettaccio, e marcirvi per quattro, cinque, dieci eterni anni...
pretore! Se Le dicessi che io sposai per avere in casa un pianoforte? Perché musica io ho studiato; non ho mai studiato legge...
E ho sposato una donna piú vecchia di me, che aveva case e campagne...
e che...
Ma se si diventa bruti! Dopo quattro o cinque anni, assediati dalle miserie, dalle bassezze umane, non ci resta piú addosso neppur una di quelle finzioni con cui la società ci mascherava e scopriamo allora che l'uomo è porco, per diritto di natura.
Scusi, sa! noi, questo diritto, ce lo siamo negato, perché la società ci ha mandato a scuola, da piccini, e ci ha insegnato l'educazione, per farci soffrire e non farci ingrassare; ma che c'entra? L'uomo bisogna vederlo là, nel suo ambiente naturale, come l'ho veduto io, tant'anni.
Che uomini siamo noi? Lei mi compatisce e io la rispetto...
Che bella cosa!
Rise e si stirò a lungo, prima da una parte, poi dall'altra, le due bande della barba; ma infine se le strinse tutt'e due nel pugno e rimase a pensare, con gli occhi vividi, ilari, parlanti.
Il Gelli stette un pezzo a osservarlo, poi gli domandò con voce cupa:
- Dove l'avete conosciuta?
- Io? Flora? A Perugia, - s'affrettò a rispondergli il Mauri, scotendosi.
- Un mese appena dopo il mio trasferimento colà, nel gabinetto d'un mio collega, giudice istruttore.
- Era arrestata?
- Nossignore.
Era venuta per deporre.
Stava anche lei a Perugia da poco piú d'un mese.
- Sola? Come?
- Mal'accompagnata.
Con uno che...
aspetti!...
un certo Gamba, sissignore, che si spacciava per artista...
per pittore: era invece un miserabile applicatore mosaicista, della Fabbrica di...
di Murano, credo: mandato per restaurare un mosaico di non so piú qual chiesa di Perugia.
Ciò...
ciò...
ciò...
Un mascalzone, che s'ubriacava tutti i santi giorni, e...
e la picchiava.
Fu trovato morto, una notte, su la strada, con la testa spaccata.
Il Gelli si coprí il volto con le mani.
- Orrore, eh? - scattò il Mauri, levandosi in piedi.
- Mi faccia il piacere: lasci andare! "Fin dove era caduta!", è vero? Che orrore! Buffonate, via.
Lei m'insegna che tutto sta nel togliersi d'addosso, una prima volta, sotto gli occhi di tutti, l'abito che ci ha imposto la società.
Si provi Lei, una volta, a rubare cinque lire, e faccia che venga scoperto nell'atto di rubare.
Me ne saprà dire qualche cosa! Ma Lei non ruba, è vero? Grazie! E quella disgraziata avrebbe forse fatto quello che fece se Lei, suo marito...
Lasci andare! lasci andare! Eppure, sa? Flora, di Lei, non diceva male, come non diceva male d'alcuno; neppure di quel vigliacco che l'abbandonò, cosí da un giorno all'altro, senza ragione.
Lo scusava, anzi; diceva d'averlo stancato, oppresso coi suoi continui timori e la sua gelosia.
E anche Lei scusava, incolpando invece d'ogni suo torto le donne, le donne che ella odiava tutte profondamente in se stessa...
E quando, pochi giorni or sono, sono venuto a raggiungerla qua, ha voluto scusare anche me, il mio tradimento, la mia menzogna, incolpando se stessa, certi suoi vezzi involontarii, il malvagio istinto, com'ella lo chiamava, il bisogno, cioè, che sentono tutte le donne di piacere finanche al marito della propria sorella...
Seguitò cosí un pezzo a sparlare, a sparlare.
Il Gelli aveva appoggiato le braccia al tavolino, e vi aveva affondato il volto.
S'era addormentato? A un tratto, Margherita, la sbiobbina, si presentò su la soglia, spaventata.
Il Mauri le fe' cenno di non parlare.
- Morta? - domandò, senza voce.
Quella chinò il capo piú volte, e allora il Mauri, in punta di piedi, corse alla camera da letto; ma, alla vista della donna esanime, scoppiò in violenti singhiozzi e si buttò su di lei disperatamente.
La sbiobbina s'accostò al dormente, per scuoterlo; ma Silvio Gelli levò il capo dalle braccia e le disse, aggrondato, con gli occhi chiusi:
- Non dormo, sa.
Lo lasci piangere, ormai...
lo lasci..
LO SPIRITO MALIGNO
Carlo Noccia fu da giovane per circa sette anni in Africa, a Bona, commerciante, vi soffrí anche la fame nei primi tempi, e soltanto a furia di stenti, di rischi e d'incredibili fatiche riuscí a metter da parte un gruzzolo modesto.
Ritornato in Sicilia, per non apparire ingenuo in mezzo ai commercianti suoi compaesani, produttori e sensali d'agrumi e di zolfo, gente ladra, usa a combattere tra le insidie e con ogni sorta d'inganni, provò il bisogno di lasciar loro intendere che con quelle stesse arti egli aveva guadagnato colà il suo danaro.
Dovette insomma confarsi al modo di pensare di quelli e disonorar le sue fatiche e il frutto di esse per aver pregio e considerazione agli occhi loro.
E s'aggirò, faccente, con l'aria d'un furbo matricolato, in mezzo al traffico rumoroso del piccolo porto di mare, tra i grandi depositi di zolfo accatastati su la spiaggia; a bordo dei piroscafi d'ogni nazione, tra marinai e interpreti e scaricatori e stivatori, aspirando con voluttà l'odor del catrame e della pece, mentre gli occhi gli lacrimavano bruciati dalla polvere dello zolfo diffusa nell'aria.
Stordito dai gridi dei barcaioli e dei facchini del porto, tra un continuo sbaccaneggiar di liti, e i fischi delle sirene e il fumo delle macchine, credette sinceramente che la necessità d'ingannare, i cattivi pensieri venissero dal fermento stesso di quella vita esagitata, esalassero dalle bocche delle stive, dall'acqua stessa del mare sporca di zolfo e di carbone, dal muffido pacciame delle alghe secche su la spiaggia solcata, scavata dal transito incessante dei carri striduli, carichi di minerale; credette sinceramente ch'egli, senza volere, vivendo lí, respirando in quell'aria, avrebbe appreso quell'arte in poco tempo; e fu felicissimo quando poté aver la dimostrazione che già gli altri credevano che non avesse piú bisogno d'apprender altro.
Si vide tutt'a un tratto posto a capo d'uno dei piú grossi depositi di zolfo.
Il proprietario, giovanotto ambizioso, che aveva dovuto interrompere gli studi universitarii per la morte improvvisa del padre, era affatto ignaro di commercio e attendeva piuttosto a ingraziarsi con servigi e favori gli animi dei suoi compaesani per essere eletto sindaco del Comune.
Naturalmente, diventò subito preda dei piú furbi speculatori di piazza, e segnatamente di un certo Grao, il quale cominciò a irretirlo in una vasta impresa da tentare col nobilissimo scopo di allibertare il commercio dello zolfo dallo sfruttamento delle case estere d'esportazione che avevano sede nei maggiori centri dell'isola; impresa per cui egli, in poco tempo, centuplicando le sue ricchezze (e diceva poco!) avrebbe avuto gloria di salvatore dell'industria zolfifera siciliana, e sarebbe stato eletto sindaco subito, senza alcun dubbio.
Il Noccia ammirava sopra tutti questo Grao; lo teneva in conto d'un oracolo.
Forse, a destare in lui tanta ammirazione e cosí cieca fiducia aveva gran parte una figliuola, che costui aveva, bellissima, e della quale egli si era innamorato.
Il fatto è che quando il Grao gettò in quella vasta impresa il suo principale, e questi domandò a lui, suo magazziniere e amministratore, consigli e schiarimenti sui giuochi ora al rialzo ora al ribasso a cui quegli lo esponeva, egli, con la massima buona fede, gli dette sempre quei consigli e quegli schiarimenti che il Grao di nascosto e senza parere gli aveva suggeriti.
Se non che, sempre, alla scadenza degli impegni, il suo principale, se aveva giocato al ribasso, s'era trovato di fronte a uno spaventoso rialzo, e viceversa; sicché in meno d'un anno era stato liquidato.
Nessuno volle credere alla buona fede del Noccia.
Come mai non s'era accorto che il Grao faceva volta per volta di soppiatto il giuoco inverso?
Non se n'era accorto, perché anche lui credeva a occhi chiusi che quella vasta impresa commerciale, se non proprio centuplicato, avrebbe certo accresciuto di molto le ricchezze del suo principale.
Al primo, al secondo, al terzo colpo fallito, credette sinceramente alla disperazione del Grao, e che nel nuovo giuoco proposto fosse la salvezza e il rifacimento dei danni.
Del resto, ad attestar la sua buona fede stava il fatto che alla fine nella rovina del suo principale egli vide anche la sua: perduto il posto e, quel che piú gli dolse, anche la speranza di far sua la figlia del Grao; e che si sentí come cascar dalle nuvole allorché il Grao gli venne avanti con le braccia aperte per ringraziarlo di quanto aveva fatto.
Protestò allora, di fronte al Grao stesso, la sua innocenza e la sua buona fede ma quegli, ammiccando furbescamente e battendogli una mano sulla spalla, gli fece intendere che lo riteneva, anche per quella protesta, suo degno compare, anzi suo degno genero; e un'altra cosa gli fece intendere: che nessuno lo avrebbe lodato di non essersi approfittato del suo posto e di quel giuoco per arricchire, e che anzi sarebbe stato stimato da tutti uno sciocco, un buono a nulla, proprio come quel suo principale e degno come questo d'esser giocato e poi buttato là in un canto con una pedata.
Avvenne intanto che per invidia dell'agiatezza che gli era venuta da quelle nozze con la figlia del ricchissimo speculatore, si vide addosso inaspettatamente l'odio feroce di tutti i suoi compaesani.
Presero a chiamarlo Giuda e a stimarlo capace d'ogni infamia, di ogni perfidia e ad avvelenargli con questa stima anche l'amore per la sposa.
Volle dimostrare che non era, non era, perdio, quel che tutti lo stimavano; ma ecco che in tre o quattro occasioni, senza che ne sapesse né il come né il perché, dai suoi atti e dalle sue buone intenzioni era saltata fuori all'improvviso la dimostrazione contraria, fino al punto che, un giorno, per una inesplicabile intestatura su un conto sbagliato, s'era visto citare in tribunale per poche centinaja di lire da un suo subalterno colmato di beneficii.
Il Noccia cominciò a credere allora all'esistenza d'un certo spirito maligno nato e nutrito dall'odio, dall'invidia, dal rancore, dai cattivi pensieri e insomma da tutto il male che ci vogliono i nostri nemici; uno spirito maligno che ci sta sempre attorno agile vigile e pronto a nuocerci, approfittando dei nostri dubbi e della nostra perplessità, con spinte e suggerimenti e consigli e insinuazioni che hanno in prima tutta l'aria della piú onesta saggezza, del piú sennato consiglio, e che poi tutt'a un tratto si scoprono falsi e insidiosi, sicché tutta la nostra condotta appare all'improvviso agli occhi altrui e anche ai nostri stessi sotto una luce sinistra, dalla quale non sappiamo piú, cosí soprappresi, come sottrarci.
Certo era stato questo spirito maligno a fargli sbagliare quel conto.
E intanto, ecco qua, anche capace d'approfittarsi di poche centinaja di lire a danno d'un poveretto lo avevan creduto i suoi compaesani.
E d'allora in poi ciascuno s'era sentito in diritto di negargli quel che gli doveva, sicché per riavere il suo si vedeva ogni volta costretto a intentare una lite.
Ora, per una di queste liti, che da un pezzo si trascinava nei tribunali e che forse il Noccia, stanco e avvilito, avrebbe volentieri mandato a monte, se la rabbia non lo avesse forzato a dimostrare ancora una volta che la giustizia stava dalla sua, eccolo in viaggio per Roma a sollecitare di persona il patrocinio del deputato del suo collegio.
Aveva già quarantasette anni, e l'animo gli s'era profondamente incupito per tutta quella guerra d'odio e di invidia.
Come una bestia, ferita in una caccia feroce, e ricoverata in una tana non sua, egli si guardava ormai davanti e dietro, diffidente e ombroso.
I grandi occhi chiari, d'acciajo, negli sguardi obliqui, davano in quel suo volto fosco, bruno, cotto dal sole nelle lontane arrabbiate spiagge di Sicilia, l'impressione d'un vuoto strano.
E in quel suo volto egli sentiva ora quasi un disagio insolito per certe rughe che di tratto in tratto gli si spianavano, ammirando lo splendore della città.
Aveva in petto il portafogli gonfio di molte migliaja di lire.
Forse, partendo dalla Sicilia, s'era proposto di concedersi, se non tutti, parecchi di quegli svaghi per lui affatto nuovi, che una città come Roma poteva offrirgli.
Ma in quattro giorni, per quel ritegno ombroso, divenuto in lui quasi istintivo, non aveva ancora ceduto a nessuna tentazione, e si sentiva stanco, oppresso e inquieto.
Aveva preso alloggio nell'albergo della Nuova Roma presso la stazione, e faceva ogni volta chilometri e chilometri per andarvisi a rinchiudere per una mezz'oretta; ne riusciva poco dopo piú smanioso di prima e senza mèta.
Cosí gli avvenne, la mattina del quinto giorno, di cacciarsi in un caffeuccio lí nei pressi della stazione, per passarvi un po' di tempo.
C'erano pochi avventori e molte mosche.
Il Noccia ordinò una tazza di birra e stese la mano al tavolino accanto per prendere un giornale che vi stava posato.
Ma le mosche lo tormentavano.
Per cacciarne una, sfondò il giornale; voleva ripagarlo, ma il padrone non permise; per cacciarne un'altra, per poco non rovesciò la tazza di birra.
Smise allora di leggere e, sbuffando, allungò le mani sulla panca imbottita di cuojo; ma subito ne ritrasse una, la destra, che aveva toccato qualche cosa, e si voltò a guardare.
Era una vecchia borsetta, evidentemente lasciata lí da qualche avventore.
Forse era vuota.
Se non vuota, che poteva mai contenere? pochi soldi, qualche lira d'argento.
E il Noccia rimase un pezzo perplesso, se prenderla o farla prendere dal caffettiere, perché la restituisse al proprietario, se fosse venuto a cercarla.
Guardò il caffettiere dietro il banco.
Non gli parve che avesse faccia da restituir la borsetta, se ci fosse dentro qualche cosa.
Forse sarebbe stato meglio accertarsene, prima.
Allungò cautamente la mano e la prese.
Pesava.
L'aprí un poco; vi intravide una piastra d'argento e due monetine da due centesimi.
Tornò a guardare il caffettiere, e non ebbe alcun dubbio che quella piastra e quelle due monetine sarebbero andate a finire nella ciotola dentro il banco.
Che fare? Pensò che il giorno avanti aveva letto nella cronaca d'un giornale un nobile esempio da imitare: quello d'un fattorino di telegrafo che aveva trovato per istrada un portafogli con piú di mille lire, ed era andato a depositarlo in questura.
Imitare quel nobile esempio? In questura avrebbero voluto il suo nome e lo avrebbero stampato sui giornali nel dar l'annunzio della borsetta trovata.
Pensò che nel circolo di compagnia gli sfaccendati del suo paese leggevano i giornali di Roma dall'articolo di fondo all'ultimo avviso di pubblicità in sesta pagina.
Quantunque lo ritenessero capace di approfittarsi anche di poche lire, avrebbero detto sghignazzando che la borsetta, lui, l'aveva consegnata alla questura perché conteneva soltanto una piastra e quattro centesimi.
Veramente, darsi per cosí poco tutta quell'aria d'onestà gli parve troppo.
Che fare allora? Durando quell'esitazione, non stimò prudente tenere ancora la borsetta in mano, alla vista di tutti, e se la ficcò nel taschino del panciotto per riflettere con comodo se non gli sarebbe meglio convenuto, per non aver tanti impicci, rimetterla al posto dove l'aveva trovata.
Ma forse allora qualche altro avventore senza scrupoli se la sarebbe presa senza pensar due volte; e quel poveretto che l'aveva smarrita...
- Oh via, - fece tra sé a questo punto il Noccia.
- In fin dei conti, son cinque lire...
E stava per trarre dal taschino la borsa, quando entrò di furia nel caffeuccio e s'avventò verso il suo tavolino una sudicia vecchia dalla faccia aguzza, che soffiava come un biacco, col naso da civetta e il muso irto di grigi peluzzi, tirandosi via dagli occhi i capelli lanosi, scarmigliati sotto il decrepito cappellino annodato al mento.
- C'è lí la borsetta! la mia borsetta! l'ho lasciata lí.
Cosí investito, il Noccia guardò la grinta della vecchi, e subito concepí il sospetto che, essendosi egli messo in tasca la borsetta, quella dovesse ritener per certo che avesse voluto appropriarsela, e allora le rivolse un sorriso vano da scemo, e si finse ignaro: - Una borsetta? dove? - E prima si scostò e poi si alzò per farla cercar bene; e quando la vecchia, dopo aver cercato su la panca, sotto la panca tra i piedi dei tavolini con irosa smania che lasciava intender chiaramente quel sospetto, levò l'arcigna faccia e gli domandò, squadrandolo biecamente: - Lei non l'ha trovata? - egli, che pur si struggeva di non poter piú ormai cacciarsi due dita in tasca per restituirgliela, ebbe naturalmente, per quello stesso struggimento, un fiero scatto e, arrossendo fin nel bianco degli occhi, le rispose:
- Siete matta?
Il caffettiere e i pochi avventori gli diedero ragione e, appena la vecchia piangendo e brontolando se ne fu andata, gli dissero che era una poveraccia da compatire, mezzo svanita di cervello e stordita sempre dal caffè e dai liquori che ingozzava, dacché le era morta all'ospedale l'unica figliuola.
Il Noccia ora si sentiva su le spine; voleva subito pagare e andar via.
Intanto, aveva messo la borsetta della vecchia nello stesso taschino ove teneva la sua.
Se nel cavar questa, fosse venuta fuori anche quell'altra? si sentiva tutto il sangue alla testa, e gli occhi gli brillavano come per febbre.
Trasse dalla tasca in petto il portafogli gonfio di carte da cento.
- Non avrebbe spicci? - gli domandò il caffettiere, meravigliato.
Ed egli non trovò la voce per rispondergli; disse di no, col capo.
Uno degli avventori si profferse di cambiar lui il biglietto, e il Noccia, lasciando una mancia di cinque lire, uscí dal caffeuccio.
Appena fuori, il suo primo pensiero fu quello di buttar via la borsetta in qualche angolo nascosto.
Ma quell'ultima notizia che gli avevano dato della vecchia nel caffè, che ella cioè era una poveretta mezzo impazzita per la morte della figliuola, gli fece stimare piú che mai indegno quell'atto.
Pur ammesso che la vecchia avesse avuto il sospetto ch'egli volesse tenersi la borsetta trovata, questo sospetto in fondo non era ingiusto, poiché egli veramente, contro la sua volontà, ridendo prima come uno scemo, poi scostandosi e alzandosi per farla cercar lí nel posto, aveva agito come se in realtà avesse voluto appropriarsi quella borsetta.
E buttandola via, ora, non avrebbe avuto sempre la colpa della sottrazione? L'avrebbe trovata un altro, che non avrebbe sentito l'obbligo di restituirla, l'obbligo che ne aveva lui, lui che conosceva a chi essa apparteneva e gliel'aveva negata in faccia.
No, no: buttarla via sarebbe stato un atto anche piú vile di quel che aveva dianzi commesso.
Pensò allora che quei pochi avventori del caffeuccio e il caffettiere avevano dovuto accorgersi dal suo portafogli ben fornito ch'egli era un signore, un signore il quale poteva permettersi il lusso d'offrire a quella povera vecchia un compenso di dieci o venti lire per la borsetta perduta.
Ecco, sí.
Avrebbe lasciato al banco venti lire alla presenza di quei testimoni, o avrebbe domandato al caffettiere l'indirizzo della vecchia per recarsi lui stesso a dargliele.
E il Noccia ritornava con questo proposito sui proprii passi, quand'ecco, lí presso l'entrata del caffeuccio, di nuovo la vecchia che, tenendosi con ambo le mani i cerfugli lanosi spioventi su gli occhi, andava curva e piangente, guardando in terra, ancora in cerca della sua borsetta.
Il Noccia la fermò, toccandole lievemente una spalla, trasse dal portafogli due biglietti da dieci lire e, tutto commosso per la buona azione che faceva, glieli porse, balbettando che li accettasse per la perdita sofferta.
Ma si vide tutt'a un tratto acciuffato dalla vecchia, la quale, scrollandolo furiosamente, si mise a strillare:
- Venti lire? A chi le dai? Ah, ladro! E il resto? Venti lire sole mi dai? Al ladro! al ladro!
Accorse gente da tutte le parti, accorsero anche due guardie di questura e al Noccia che, dapprima stordito, poi abbrancato da cento braccia aveva preso a divincolarsi inferocito, fu trovata addosso la borsetta, nella quale, sissignori, c'era la piastra da cinque, ma c'erano anche due vecchi marenghi da venti lire e non due monetine da due centesimi, come al Noccia era sembrato a prima vista, là, nel caffeuccio.
Perciò la vecchia reclamava con tanta rabbia il resto.
Ma anche cento lire, anche duecento, anche mille, gliene avrebbe date ora il Noccia.
E cavava dalla tasca il portafogli.
Se non che, anche quel portafogli, come la borsetta, siamo giusti, poteva ormai credersi rubato.
E il Noccia fu trascinato in questura.
Ora, è certo che a un ladro non passa per il capo di restituire una parte del suo furto.
Ma anche generalmente si crede che neppure a un galantuomo possa passare per il capo di mettersi in tasca una borsetta che non gli appartiene, e di negarlo poi in faccia, cosí come il Noccia aveva fatto.
Bisognava dunque trattenerlo in arresto e domandare ragguagli in Sicilia sul conto di lui.
Non sarebbe stato serio prestar fede alla persecuzione di un certo spirito maligno, di cui quell'arrestato farneticava.
ALLA ZAPPA!
Il vecchio Siròli da piú di un mese sembrava inebetito dalla sciagura che gli era toccata, e non riusciva piú a prender sonno.
Quella notte, allo scroscio violento della pioggia, s'era finalmente riscosso e aveva detto alla moglie, insonne e oppressa come lui:
- Domani, se Dio vuole, romperemo la terra.
Ora, dall'alba, i tre figliuoli del vecchio, consunti e ingialliti dalla malaria, zappavano in fila con altri due contadini giornanti.
A quando a quando, ora l'uno ora l'altro si rizzava sulla vita, contraendo il volto per lo spasimo delle reni, e s'asciugava gli occhi col grosso fazzoletto di cotone.
- Coraggio! - gli dicevano i due giornanti.
- Non è caso di morte, alla fine.
Ma quello scoteva il capo; poi si sputava su le mani terrose e incallite e si rimetteva a zappare.
Dal folto degli alberi sulla costa veniva a quando a quando come un lamento, rabbioso.
Il vecchio, ancora valido, attendeva di là alla rimonda e accompagnava cosí, con quel lamento, la sua dura fatica.
La campagna, infestata nei mesi estivi dalla malaria, pareva respirasse, ora, per la pioggia abbondante della notte, che aveva fatto "calar la piena" nel burrone.
Si sentiva infatti, dopo tanti mesi di siccità, scorrere il Drago con allegro fragore.
Da circa quarant'anni Siròli teneva a mezzadria queste terre di Sant'Anna.
Da molte stagioni, ormai, lui e la moglie erano riusciti a vincere il male e a rendersene immuni.
Se Dio voleva, col volgere degli anni, i tre figliuoli che adesso ne pativano avrebbero acquistato anch'essi la immunità.
Tre altri figliuoli però, due maschi e una femmina, ne erano morti e morta era anche la moglie del primo figliuolo, di cui restava solamente una ragazzetta di cinque anni, la quale forse non avrebbe resistito neppur lei agli assalti del male.
- Dio è il padrone, - soleva dire il vecchio, socchiudendo gli occhi.
- Se lui la vuole, se la prenda.
Ci ha messo qua; qua dobbiamo patire e faticare.
Cieco fino a tal punto nella sua fede, si rassegnava costantemente a ogni piú dura avversità, accettandola come volere di Dio.
Ci voleva soltanto una sciagura come quella che gli era toccata, per accasciarlo e distruggerlo cosí.
Pur avendo bisogno di tante braccia per la campagna, aveva voluto far dono a Dio di un figliuolo.
Era il sogno di tanti contadini avere un figlio sacerdote; e lui era riuscito ad attuarlo, questo sogno, non per ambizione, ma solo per averne merito davanti a Dio.
A forza di risparmii, di privazioni d'ogni sorta, aveva per tanti anni mantenuto il figlio al seminario della vicina città; poi aveva avuto la consolazione di vederlo ordinato prete e di sentire la prima messa detta da lui.
Il ricordo di quella prima messa era rimasto incancellabile nell'anima del vecchio, perché aveva proprio sentito la presenza di Dio quel giorno, nella chiesa.
E gli pareva di vedere ancora il figlio, parato per la solennità con quella splendida pianeta tutta a brusche d'oro, pallido e tremante, muoversi piano piano su la predella dell'altare, davanti al tabernacolo; genuflettersi; congiungere le mani immacolate nel segno della preghiera; aprirle; poi voltarsi, con gli occhi socchiusi verso i fedeli per bisbigliare le parole di rito, e ritornare al messale sul leggío.
Non gli era mai parso cosí solenne il mistero della messa.
Con l'anima quasi alienata dai sensi, lo aveva seguíto e ne aveva tremato, con la gola stretta da un'angoscia dolcissima; aveva sentita accanto a sé piangere di tenerezza la moglie, la sua santa vecchia, e s'era messo a piangere anche lui, senza volerlo, irrefrenabilmente, prosternandosi fino a toccare la terra con la fronte, allo squillo della campanella, nell'istante supremo dell'elevazione.
D'allora in poi, egli, di tanto piú vecchio, e provato e sperimentato nel mondo, s'era sentito quasi bambino di fronte al figlio sacerdote Tutta la sua vita, trascorsa tra tante miserie e tante fatiche senza una macchia, che valore poteva avere davanti al candore di quel figlio cosí vicino a Dio? E s'era messo a parlare di lui come d'un santo, ad ascoltarlo a bocca aperta, beato, quand'egli veniva a trovarlo in campagna dal Collegio degli Oblati, dove per l'ingegno e per lo zelo era stato nominato precettore.
Gli altri figliuoli, destinati alle fatiche della campagna, esposti lí alla morte, non avevano invidiato per nulla la sorte di quel loro fratello, s'erano anzi mostrati orgogliosi di lui, lustro della famiglia.
Infermi, s'erano tante volte confortati col pensiero che c'era Giovanni che pregava per loro.
La notizia che costui s'era macchiato d'un turpe delitto su i poveri piccini affidati alle sue cure in quell'orfanotrofio, era pertanto piombata come un fulmine su la casa campestre del vecchio Siròli.
La madre, dapprima, nella sua santità patriarcale, non aveva saputo neanche farsi un'idea del delitto commesso dal figliuolo: il vecchio marito aveva dovuto spiegarglielo alla meglio; e allora ella ne era rimasta sbalordita, inorridita e pur quasi incredula:
- Giovanni? Che mi dici?
Il Siròli s'era recato in città per avere notizie piú precise e con la speranza segreta che si trattasse d'una calunnia.
S'era presentato a parecchi suoi conoscenti, e tutti, alla sua vista, s'erano turbati, quasi per ribrezzo; gli avevano risposto duramente, a monosillabi, schivando persino di guardarlo.
Aveva voluto andare anche dal Lobruno, ch'era il padrone della terra ch'egli teneva a mezzadria.
Il Lobruno, uomo intrigante, consigliere comunale, amico di tutti, del vescovo e del prefetto, lo aveva accolto malamente, su le furie:
- Ben vi sta! ben vi sta! Sacerdote, eh? Da zappaterra a sacerdote.
Siete contento, ora? Ecco i frutti della vostra smania di salire a ogni costo, senza la preparazione, senza l'educazione necessaria!
Poi s'era calmato, e aveva promesso che avrebbe fatto di tutto perché lo scandalo fosse soffocato.
- Per il decoro dell'umanità, intendiamoci! per il rispetto che dobbiamo tutti alla santa religione, intendiamoci! Non per quel pezzo di majale, né per voi!
E il povero vecchio se n'era ritornato in campagna come un cane bastonato; certo ormai che il delitto del figliuolo era vero; che Giovanni, l'infame, era fuggito, sparito dalla città, per sottrarsi al furore popolare; e che lui ormai, sotto il peso di tanta ignominia, non avrebbe avuto piú pace né il coraggio di alzare gli occhi in faccia a nessuno.
Ora, inerpicato su gli alberi, attendeva alla rimonda.
Nessuno lí lo vedeva e, lavorando, poteva piangere.
Non aveva piú versato una lagrima, da quel giorno.
Considerava la propria vita intemerata, quella della sua vecchia compagna, e non sapeva farsi capace come mai un tal mostro fosse potuto nascere da loro, come mai si fosse potuto ingannare per tanti anni, fino a crederlo un santo.
E s'era inteso di farne un dono a Dio! e per lui, per lui aveva sacrificato gli altri figliuoli, buoni, mansueti, divoti; gli altri figliuoli che ora zappavano di là, poveri innocenti non ben rimessi ancora dalle ultime febbri.
Ah, Dio, cosí laidamente offeso da colui, non avrebbe mai, mai perdonato.
La maledizione di Dio sarebbe stata sempre su la sua casa.
La giustizia degli uomini si sarebbe impadronita di quel miserabile, scovandolo alla fine dal nascondiglio ov'era andato a cacciare la sua vergogna; e lui e la moglie sarebbero morti dall'onta di saperlo in galera.
A un tratto, al vecchio, assorto in queste amare riflessioni, giunse la voce d'uno dei figliuoli: di Càrmine, ch'era il maggiore.
- O pa'! Venite! È arrivato!
Il Siròli ebbe un sussulto, s'aggrappò al ramo dell'albero su cui si teneva in equilibrio e si mise a tremar tutto! Giovanni? Arrivato? E che voleva da lui? E come aveva potuto rimetter piede nella casa di suo padre? alzar gli occhi in faccia alla madre?
- Va'! - gridò in risposta, furente, squassando il ramo dell'albero, - corri a dirgli che se ne vada, subito! Non lo voglio in casa, non lo voglio!
Carmine guardò negli occhi gli altri fratelli per prender consiglio, poi si mosse verso la casa campestre, facendo segno alla nipotina orfana, che aveva recato tutta esultante la notizia dell'arrivo dello zio prete, di precederlo.
Nella corte, Càrmine trovò un campiere del Lobruno seduto sul muretto accanto alla porta.
Evidentemente il prete era arrivato con lui.
- Tuo padre? - domandò il campiere a Càrmine, sollevando il capo e un virgulto che teneva in mano e col quale, aspettando, era stato a percuotere un piccolo sterpo cresciuto lí tra i ciottoli della corte.
- Non vuol vederlo, - rispose Càrmine, - né lo vuole in casa.
Sono venuto a dirglielo.
- Aspetta, - rispose il campiere.
- Torna prima da tuo padre e digli che ho da parlargli a nome del padrone.
Càrmine aprí le braccia e tornò indietro.
Il campiere allora chiamò a sé la piccina che guardava con tanto d'occhi, non sapendo che pensare di tutto quel mistero, come mai non fosse festa per tutti l'arrivo dello zio prete, se la prese tra le gambe e borbottò con un tristo sorriso sotto i bafffi:
- Tu sta' qua, carina, non entrare.
Sei piccina anche tu, e...
non si sa mai!
Poco dopo Càrmine ritornò, seguito dai due fratelli.
- Adesso viene, - annunziò al campiere; ed entrò coi fratelli nell'ampia stanza terrena, umida e affumicata.
In un lato, era la mangiatoja per le bestie: un asino vi tritava pazientemente la sua razione di paglia.
Nel lato opposto, era un gran letto, dai trespoli di ferro non bene in equilibrio su l'acciottolato della stanza in pendío: vi si buttavano a dormire i tre fratelli, non mai tutti insieme, giacché ora l'uno ora l'altro passava la notte all'aperto, di guardia.
Il resto della stanza era ingombro di attrezzi rurali.
Una scaletta di legno conduceva alla camera a solajo, dove dormivano i due vecchi e l'orfana.
Giovanni, seduto sulle tavole del letto, stava col busto ripiegato sulle materasse abballinate e con la testa affondata tra le braccia.
La vecchia madre teneva gli occhi fissi su lui e piangeva, piangeva senza fine, in silenzio, come se tutto il cuore, tutta la vita che le restava volesse sciogliere e disfare in quelle lagrime.
Sentendo entrare gente, il prete alzò il capo e lanciò una occhiata bieca, poi raffondò la testa tra le braccia.
I tre fratelli gl'intravidero cosí il volto cangiato, pallido tra la barba ispidamente cresciuta: lo mirarono un pezzo con un senso di ribrezzo e di pietà insieme, gli videro la tonaca qua e là strappata; poi, abbassando gli occhi, notarono che gli mancava la fibbia d'argento a una scarpa.
La vecchia madre, vedendo gli altri tre figliuoli, ruppe in singhiozzi e si coprí il volto con le mani.
- Ma', zitta, ma'! - le disse Càrmine, con voce grossa; e sedette su la cassapanca presso il letto, insieme con gli altri fratelli, in attesa del padre, taciturni.
Avevano tutt'e tre la faccia gialla, tutt'e tre con le berrette a calza, nere, ripiegate sul capo, e tutt'e tre, sedendo in fila, avevano preso lo stesso atteggiamento.
Finalmente, il vecchio comparve nella corte, curvo, con le mani dietro le reni, guardando a terra.
Portava in capo anche lui una berretta simile a quella dei figliuoli, ma inverdita e sforacchiata.
Aveva i capelli cresciuti e la barba non piú rifatta da un mese.
- Siròli, allegro! - esclamò il campiere del Lobruno, scostando la bambina e alzandosi per venire incontro al vecchio.
- Allegro, vi dico! Tutto accomodato.
Il vecchio Siròli fisse gli occhi, ancora vivi e come induriti nello spasimo, negli occhi del campiere, senza dir nulla, come se non avesse inteso o compreso.
Quegli allora, ch'era un omaccione gagliardo, dal torace enorme, dal volto sanguigno, gli posò una mano su la spalla con aria di protezione, spavalda e un po' canzonatoria, e ripeté:
- Tutto accomodato: sanato, sanato, sarebbe meglio dire! - E rise sguajatamente; poi, riprendendosi: - Quando si ha la fortuna d'aver padroni che ci vogliono bene per la nostra devozione e per la nostra onestà certe...
sciocchezzole, via, si riparano.
Cose da piccini, in fin dei conti, mi spiego? Senza conseguenze.
Io però non ho voluto che questa innocente entrasse là: ho fatto bene?
Il vecchio si contenne: fremeva.
- Che avete da dirmi, insomma? - gli domandò.
Il campiere gli tolse la mano dalla spalla, se la recò insieme con l'altra dietro la schiena, sporse il torace, alzò il capo per guardare il vecchio dall'alto e sbuffò:
- Eccomi qua.
Il padrone, prima di tutto, per rispetto all'abito che indossa indegnamente vostro figlio, poi anche per carità di voi, tanto ha fatto, tanto ha detto, che è riuscito a indurre i parenti di quei poveri piccini, a desistere dalla querela già sporta.
La perizia medica risulta...
favorevole.
Ora vostro figlio partirà per Acireale.
Il vecchio Siròli, che aveva ascoltato fin qui guardando in terra, levò il capo:
- Per Acireale?
- Gnorsí.
Il nostro vescovo s'è messo d'accordo col vescovo di là.
- D'accordo? - domandò nuovamente il vecchio.
- D'accordo, su che?
- Su...
su la frittata, perdio, non capite? - esclamò quegli spazientito.
- Chiudono gli occhi, insomma, e non se ne parla piú.
Il vecchio strinse le pugna, impallidí, mormorò:
- Questo fa il vescovo?
- Questo e piú, - rispose il campiere.
- Vostro figlio starà un anno o due ad Acireale, in espiazione, finché qua non si parlerà piú del fatto.
Poi ritornerà e riavrà la messa, non dubitate.
- Lui! - gridò allora il Siròli, accennando con la mano verso casa.
- Lui, toccare ancora con quelle mani sporcate l'ostia consacrata?
Il campiere scosse allegramente le spalle.
- Se Monsignore perdona...
- Monsignore; ma io no! - rispose pronto il vecchio indignato, percotendosi il petto cavo con la mano deforme, spalmata.
- Venite a vedere!
Entrò nella stanza terrena, corse al letto su cui il prete stava buttato nella stessa positura, lo afferrò per un braccio e lo tirò su con uno strappo violento:
- Va' sú, porco! Spogliati!
Il prete, in mezzo alla stanza, con la tonaca tutta rabbuffata su le terga, i fusoli delle gambe scoperti, si nascose il volto tra le braccia alzate.
I tre fratelli e la madre, rimasti seduti, guardavano costernati ora Giovanni, ora il padre, che non avevano mai visto cosí.
Il campiere assisteva alla scena dalla soglia.
- Va' sú e spogliati! - ripeté il vecchio.
E, cosí dicendo, lo cacciò a spintoni su per la scaletta di legno.
Poi si voltò alla moglie che singhiozzava forte e le impose di star zitta.
La vecchia, d'un tratto, soffocò i singhiozzi, chinando piú volte il capo in segno d'obbedienza.
Era la prima volta, quella, che il marito le parlava cosí, a voce alta.
Il campiere, dalla soglia, urtato, scrollò le spalle, e borbottò:
- Ma perché, vecchio stolido, se tutto è accomodato?
- Voi silenzio! - gridò il vecchio, movendogli incontro.
- Andrete a riferire a Monsignore.
Salí lentamente la scaletta di legno.
Giovanni, lassú, s'era tolta la tonaca ed era rimasto in maniche di camicia col panciotto e i calzoni corti, seduto presso il letto del padre.
Subito si nascose il volto con le mani.
Il vecchio stette a guardarlo un tratto; poi gli ordinò:
- Strappati cotesta fibbia dalla scarpa!
Quello si chinò per obbedire.
Il padre allora gli s'appressò, gli vide la calotta ancora in capo, gliela strappò insieme con un ciuffetto di capelli.
Giovanni balzò in piedi, inferocito.
Ma il vecchio, alzando terribilmente una mano, gl'indicò la scala:
- Giú! Aspetta.
Lí c'è una zappa.
E ti faccio grazia perché neanche di questo saresti piú degno.
Zappano i tuo fratelli e tu non puoi stare accanto a loro.
Anche la tua fatica sarà maledetta da Dio!
Rimasto solo, prese la tonaca, la spazzolò, la ripiegò diligentemente, la baciò; raccattò da terra la fibbia d'argento e la baciò; la calotta e la baciò; poi si recò ad aprire una vecchia e lunga cassapanca d'abete che pareva una bara, dov'erano religiosamente conservati gli abiti dei tre figliuoli morti, e, facendovi sú con la mano il segno della croce, vi conservò anche questi altri; del figlio sacerdote morto.
Richiuse la cassapanca, vi si pose a sedere, nascose il volto tra le mani, e scoppiò in un pianto dirotto.
UNA VOCE
Pochi giorni prima che morisse, la marchesa Borghi aveva voluto consultare, piú per scrupolo di coscienza che per altro, anche il dottor Giunio Falci, per il proprio figlio Silvio, cieco da circa un anno.
Lo aveva fatto visitare dai piú illustri oculisti d'Italia e dell'estero e tutti le avevano detto che era afflitto d'un glaucoma, irrimediabile.
Il dottor Giunio Falci aveva vinto da poco, per concorso, il posto di direttore della clinica oftalmica; ma sia per la sua aria stanca e sempre astratta, sia per la figura sgraziata, per quel suo modo di camminare tutto rilassato e dinoccolato, con la grossa testa precocemente calva, buttata indietro, non riusciva a cattivarsi né la simpatia né la confidenza d'alcuno.
Egli lo sapeva e pareva ne godesse.
Rivolgeva agli scolari, ai clienti domande curiose, penetranti, che aggelavano e sconcertavano; e troppo chiaramente lasciava intendere il concetto che s'era formato della vita, cosí nudo di tutte quelle intime e quasi necessarie ipocrisie, di quelle spontanee, inevitabili illusioni che ciascuno, senza volerlo, si crea e si compone per un bisogno istintivo, quasi di pudor sociale, che la sua compagnia diveniva a lungo andare insopportabile.
Invitato dalla marchesa Borghi, aveva esaminato a lungo, attentamente, gli occhi del giovine senza prestare ascolto, almeno in apparenza, a tutto ciò che la marchesa intanto gli diceva intorno alla malattia, ai giudizi degli altri medici, alle varie cure tentate.
Glaucoma? No.
Non aveva creduto di riscontrare in quegli occhi i segni caratteristici di questa malattia, il colore azzurrognolo o verdiccio dell'opacità, ecc.
ecc.; gli era parso piuttosto che si trattasse di una rara e strana manifestazione di quel male che comunemente suol chiamarsi cateratta.
Ma non aveva voluto manifestare cosí in prima alla madre il suo dubbio, per non farle nascere di improvviso foss'anche una tenue speranza.
Dissimulando il vivissimo interesse che quel caso strano gli destava, le aveva invece manifestato il desiderio di tornare a visitar l'infermo fra qualche mese.
Era infatti ritornato; ma, insolitamente, per quella via nuova, sempre deserta, in fondo ai Prati di Castello dove sorgeva il villino della marchesa Borghi, aveva trovato una frotta di curiosi davanti al cancello aperto.
La marchesa Borghi era morta d'improvviso, durante la notte.
Che fare? Tornarsene indietro? Aveva pensato che, se nella prima visita avesse manifestato il dubbio che il male di quel giovane non fosse, a suo modo di vedere, un vero e proprio glaucoma, forse quella povera madre non sarebbe morta con la disperazione di lasciare il figlio irrimediabilmente cieco.
Ebbene, se non gli era piú dato di consolare con questa speranza la madre, non avrebbe potuto almeno cercare con essa un gran conforto al povero superstite, cosí tremendamente colpito da quella nuova, improvvisa sciagura?
Ed era salito al villino.
Dopo una lunga attesa, fra il trambusto che vi regnava, gli si era presentata una giovine vestita di nero, bionda, dall'aria rigida, anzi severa: la dama di compagnia della defunta marchesa.
Il dottor Falci le aveva esposto il perché di quella visita, che sarebbe stata altrimenti importuna.
A un certo punto, con una lieve meraviglia che tradiva la diffidenza, quella gli aveva domandato:
- Ma vanno dunque soggetti anche i giovani alla cateratta?
Il Falci l'aveva guardata un tratto negli occhi, poi, con un sorriso ironico, percettibile piú nello sguardo che sulle labbra, le aveva risposto:
- E perché no? Moralmente, sempre, signorina: quando s'innamorano.
Ma anche fisicamente, pur troppo.
La signorina, irrigidendosi di piú, aveva allora troncato il discorso, dicendo che, nelle condizioni in cui il marchese si trovava in quel momento, non era proprio possibile parlargli di nulla; ma che, quando si fosse un po' quietato, ella gli avrebbe detto di quella visita e certo egli lo avrebbe fatto chiamare.
Erano trascorsi piú di tre mesi: il dottor Giunio Falci non era stato richiamato.
Veramente, la prima visita aveva lasciato alla marchesa defunta una pessima impressione del dottore.
La signorina Lydia Venturi, rimasta come governante e lettrice del giovane marchese, lo ricordava bene.
Per istintivo malanimo contro quell'antipaticissimo dottore non considerava, intanto, se per avventura non sarebbe stata diversa quella impressione della marchesa, ove il Falci fin da principio le avesse fatto sperare non improbabile la guarigione del figlio.
Per conto suo, stimò da ciarlatano e peggio la seconda visita, quel venire proprio nel giorno che la marchesa era morta a manifestare un dubbio, ad accendere una speranza di quella sorta.
Tanto piú che il giovane marchese pareva ormai rassegnato alla sciagura.
Mortagli cosí d'un tratto la madre, oltre al bujo della sua cecità, un altro bujo s'era sentito addensare piú dentro che attorno, terribile, di fronte al quale, è vero, tutti gli uomini sono ciechi.
Ma da questo bujo, chi abbia gli occhi sani può almeno distrarsi con la vista delle cose intorno: egli no: cieco per la vita, cieco ora anche per la morte.
E in quest'altro bujo, piú freddo e piú tenebroso, sua madre era scomparsa, silenziosamente, lasciandolo solo, in un vuoto orrendo.
A un tratto - non sapeva bene da chi - una voce d'una dolcezza infinita era venuta a lui, come una luce soavissima.
E a questa voce tutta l'anima sua, sperduta in quel vuoto orrendo, s'era aggrappata.
Non era altro che una voce per lui la signorina Lydia.
Ma era pur colei che piú di tutti, negli ultimi mesi, era stata vicina a sua madre.
E sua madre - egli lo ricordava - parlandogli di lei, gli aveva detto ch'era buona e attenta, di squisite maniere, colta, intelligente; e tale egli ora la sperimentava nelle cure che aveva per lui, nei conforti che gli dava.
Lydia, fin dai primi giorni, aveva sospettato che la marchesa Borghi, prendendola al suo servizio, non avrebbe veduto male, nel suo egoismo materno, che il figlio infelice si fosse in qualche modo consolato con lei: se n'era acerbamente offesa e aveva costretto la sua naturale dolcezza a irrigidirsi in un contegno addirittura severo.
Ma dopo la sciagura, quand'egli, tra il pianto disperato, le aveva preso una mano e vi aveva appoggiato il bel volto pallido, gemendo: "Non mi lasci!...
non mi lasci!", s'era sentita vincere dalla compassione, dalla tenerezza, e s'era dedicata a lui, senza piú sospetto.
Presto, con la timida ma ostinata e accorante curiosità dei ciechi, egli s'era messo a torturarla.
Voleva "vederla" nel suo bujo; voleva che la voce di lei diventasse immagine dentro di sé.
Furono dapprima domande vaghe, brevi.
Egli volle dirle come se la immaginava, sentendola leggere o parlare.
- Bionda, è vero?
- Sí.
Bionda era; ma i capelli, alquanto ruvidi e non molti, contrastavano stranamente col colore un po' torbido della pelle.
Come dirglielo? E perché?
- E gli occhi, ceruli?
- Sí.
Ceruli; ma cupi, dolenti, troppo affossati sotto la fronte grave, triste, prominente.
Come dirglielo? E perché?
Bella non era, di volto; ma di corpo elegantissima.
Belle veramente belle, aveva le mani e la voce.
La voce, segnatamente.
D'una ineffabile soavità, in contrasto con l'aria cupa, altera e dolente del volto.
Ella sapeva com'egli, per la malía di questa voce e attraverso alle timide risposte che riceveva alle sue domande insistenti, la vedeva; e si sforzava davanti allo specchio di somigliare a quell'immagine fittizia di lei, si sforzava di vedersi com'egli nel suo bujo la vedeva.
E la sua voce, ormai, per lei stessa non usciva piú dalle sue proprie labbra, ma da quelle ch'egli le immaginava; e, se rideva, aveva subito l'impressione di non aver riso lei, ma di aver piuttosto imitato un sorriso non suo, il sorriso di quell'altra se stessa che viveva in lui.
Tutto ciò le cagionava come un sordo tormento, la sconvolgeva: le pareva di non esser piú lei, di mancare man mano a se medesima, per la pietà che quel giovane le ispirava.
Pietà soltanto? No: era anche amore, adesso.
Non sapeva piú ritrarre la mano dalla mano di lui, scostare il volto dal volto di lui, se egli la attirava troppo a sé.
- No: cosí, no...
cosí, no...
Si dové presto, ormai, venire a una deliberazione, che alla signorina Lydia costò una lunga lotta con se stessa Il giovane marchese non aveva parenti, era padrone di sé e dunque di fare quel che gli pareva e piaceva.
Ma non avrebbe detto la gente che ella approfittava della sciagura di lui per farsi sposare, per diventar marchesa e ricca? Oh sí, certamente, questo e altro avrebbe detto.
Ma tuttavia, come rimanere piú oltre in quella casa, se non a questo patto? E non sarebbe stata una crudeltà abbandonare quel cieco, privarlo delle sue cure amorose, per paura dell'altrui malignità? Era, senza dubbio, per lei una gran fortuna; ma sentiva, in coscienza, di meritarsela, perché ella lo amava; anzi, per lei la maggior fortuna era questa, di poterlo amare apertamente, di potersi dir sua, tutta e per sempre, di potersi consacrare a lui unicamente, anima e corpo.
Egli non si vedeva: non vedeva altro entro di sé che la propria infelicità; ma era pur bello, tanto! e delicato come una fanciulla; e lei, guardandolo, beandosene, senza che egli se n'accorgesse, poteva pensare: "Ecco, sei tutto mio, perché non ti vedi e non ti sai; perché l'anima tua è come prigioniera della tua sventura e ha bisogno di me per vedere, per sentire".
Ma non bisognava prima, condiscendendo alla voglia di lui, confessargli ch'ella non era com'egli se la immaginava? Non sarebbe stato il tacere un inganno da parte sua? Sí, un inganno.
Ma egli era pur cieco, e per lui, dunque poteva bastare un cuore, come quello di lei, devoto e ardente, e l'illusione della bellezza.
Brutta, del resto, non era.
E poi una bella, veramente bella, forse, chi sa! avrebbe potuto ingannarlo ben altrimenti, approfittando della sciagura di lui, se veramente egli, piú che d'un bel volto che non avrebbe mai potuto vedere, aveva bisogno d'un cuore innamorato.
Dopo alcuni giorni di angosciosa perplessità, le nozze furono stabilite.
Si sarebbero fatte senz'alcuna pompa, presto, appena spirato il sesto mese di lutto per la madre.
Ella aveva dunque davanti a sé circa un mese e mezzo di tempo per preparar l'occorrente alla meglio.
Furono giorni d'intensa felicità: le ore volavano fra le lietissime, affrettate cure del nido e le carezze, da cui ella si scioglieva un po' ebbra, con dolce violenza, per salvare da quella libertà che la convivenza dava al loro amore, qualche gioja, la piú forte, per il giorno delle nozze.
Ci mancava ormai poco piú d'una settimana, quando a Lydia fu annunziata improvvisamente una visita del dottor Giunio Falci.
Di primo impeto, fu per rispondere:
- Non sono in casa!
Ma il cieco, che aveva udito parlar sottovoce, domandò:
- Chi è?
- Il dottor Falci, - ripeté il servo.
- Sai? - disse Lydia, - quel medico che la tua povera mamma fece chiamare pochi giorni prima della disgrazia.
- Ah, sí! - esclamò il Borghi, sovvenendosi.
- Mi osservò a lungo...
a lungo, ricordo bene, e disse che voleva ritornare per...
- Aspetta, - lo interruppe subito Lydia, agitatissima.
- Vado a sentire.
Il dottor Giunio Falci stava in piedi in mezzo al salotto, con la grossa testa calva rovesciata indietro, gli occhi socchiusi, e si stirava distrattamente con una mano la barbetta ispida sul mento.
- S'accomodi, dottore, - disse la signorina Lydia, entrata senza ch'egli se n'accorgesse.
Il Falci si scosse, s'inchinò e prese a dire:
- Mi scuserà, se...
Ma ella, turbata, eccitata, volle premettere:
- Lei finora veramente non era stato chiamato, perché...
- Anche quest'altra mia visita è forse inopportuna, - disse il Falci, col lieve sorriso sarcastico su le labbra.
- Ma lei mi perdonerà, signorina.
- No...
perché? anzi...
- fece Lydia arrossendo.
- Lei non sa, - riprese il Falci, - l'interesse che a un pover'uomo che si occupa di scienza possono destare certi casi di malattia...
Ma io voglio dirle la verità, signorina: mi ero dimenticato di questo caso, quantunque a parer mio molto raro e strano.
Ieri, però, chiacchierando del piú e del meno con alcuni amici, ho saputo del prossimo matrimonio del marchese Borghi con lei, signorina; è vero?
Lydia impallidí e affermò, alteramente, col capo.
- Permetta ch'io me ne congratuli, - soggiunse il Falci.
- Ma guardi, allora, tutt'a un tratto, mi sono ricordato.
Mi sono ricordato della diagnosi di glaucoma fatta da tanti illustri miei colleghi, se non m'inganno.
Diagnosi spiegabilissima, in principio, non creda.
Io sono sicuro, in fatti, che se la signora marchesa avesse fatto visitare il figliuolo da questi miei colleghi nel tempo che lo visitai io, anch'essi avrebbero detto facilmente che di glaucoma vero e proprio non era piú il caso di parlare.
Basta.
Mi sono ricordato anche della mia seconda visita disgraziatissima e ho pensato che lei, signorina, dapprima nello scompiglio cagionato dall'improvvisa morte della marchesa, poi nella gioja di questo avvenimento, si era di certo dimenticata, è vero? dimenticata...
- No! - negò con durezza Lydia a questo punto, ribellandosi alla tortura che il lungo discorso avvelenato del dottore le infliggeva.
- Ah, no? - fece il Falci.
- No, - ripeté ella con accigliata fermezza.
- Io ho ricordato piuttosto la poca, per non dir nessuna fiducia, scusi, che ebbe la marchesa, anche dopo la sua visita, su la guarigione del figlio.
- Ma io non dissi alla marchesa, - ribatté pronto il Falci, - che la malattia del figlio, a mio modo di vedere...
- È vero, lei lo disse a me, - troncò Lydia di nuovo.
- Ma anch'io, come la marchesa...
- Poca, anzi, nessuna fiducia, è vero? Non importa, - interruppe a sua volta il Falci.
- Ma lei non riferí intanto, al signor marchese la mia venuta e la ragione...
- Sul momento, no.
- E poi?
- Neppure.
Perché...
Il dottor Falci alzò una mano:
- Comprendo.
Nato l'amore...
Ma lei, signorina, mi perdoni.
Si dice, è vero, che l'amore è cieco; lei però lo desidera cieco proprio fino a questo punto, l'amore del signor marchese? Cieco anche materialmente?
Lydia sentí che contro la sicura freddezza mordace di quell'uomo non bastava il contegno altero, in cui man mano, per difendere la sua dignità da un sospetto odioso, s'interiva vieppiú.
Tuttavia si sforzò di contenersi ancora e domandò con apparente calma:
- Lei insiste nel ritenere che il marchese possa, con l'ajuto di lei, riacquistare la vista?
- Piano, signorina, - rispose il Falci, alzando un'altra volta la mano.
- Non sono, come il Signor Iddio, onnipossente.
Ho esaminato una volta sola gli occhi del signor marchese, e m'è parso di dovere escludere assolutamente che si tratti di glaucoma.
Ecco: questo, che può essere un dubbio, che può essere una speranza, mi pare che dovrebbe bastarle, se veramente, com'io credo, le sta a cuore il bene del suo fidanzato.
- E se il dubbio, - s'affrettò a replicare Lydia, con aria di sfida, - dopo la sua visita non potesse piú sussistere se la speranza restasse delusa? Non avrà lei inutilmente crudelmente, ora, turbata un'anima che si è già rassegnata?
- No, signorina - rispose con dura e seria calma il Falci.
- Tanto vero, ch'io ho stimato mio dovere, di medico, venire senza invito.
Perché qua, lo sappia, io credo di trovarmi non solo di fronte a un caso di malattia, ma anche di fronte a un caso di coscienza, piú grave.
- Lei sospetta...
- si provò a interromperlo Lydia; ma il Falci non le diede tempo di proseguire.
- Lei stessa, - seguitò, - ha detto or ora di aver taciuto al marchese la mia venuta, con una scusa ch'io non posso accettare, non perché m'offenda, ma perché la fiducia o la sfiducia verso me non doveva esser sua, se mai, ma del marchese.
Guardi, signorina: sarà anche puntiglio da parte mia, non nego; le dico anzi che io non prenderò nulla dal marchese, se egli verrà nella mia clinica, dove avrà tutte le cure e l'ajuto che la scienza può prestargli, disinteressatamente.
Dopo questa dichiarazione, sarà troppo chiederle che ella annunzii al signor marchese la mia visita
Lydia si levò in piedi.
- Aspetti, - disse allora il Falci, levandosi anche lui e riprendendo la sua aria consueta.
- La avverto ch'io non dirò affatto al marchese d'essere venuto quella volta.
Dirò anzi, se vuole, che lei, premurosamente, mi ha fatto chiamare, prima delle nozze.
Lydia lo guardò fieramente negli occhi.
- Lei dirà la verità.
Anzi, la dirò io.
- Di non aver creduto in me?
- Precisamente.
Il Falci si strinse nelle spalle, sorrise.
- Potrebbe nuocerle.
E io non vorrei.
Se lei anzi volesse rimandar la visita a dopo le nozze, guardi, io sarei anche disposto a ritornare.
- No, - fece, piú col gesto che con la voce, Lydia, soffocata dall'orgasmo, avvampata in volto dall'onta che quell'apparente generosità del medico le cagionava; e con la mano gli fe' cenno di passare.
Silvio Borghi attendeva impaziente nella sua camera.
- Ecco qua il dottor Falci, Silvio - disse Lydia, entrando convulsa.
- Abbiamo chiarito di là un equivoco.
Tu ricordi che il dottore, nella sua prima visita, disse che voleva ritornare, è vero?
- Sí, - rispose il Borghi.
- Ricordo benissimo, dottore!
- Non sai ancora, - riprese Lydia, - ch'egli difatti ritornò, la stessa mattina che avvenne la disgrazia di tua madre.
E parlò con me e mi disse di ritenere che il tuo male non fosse propriamente quello che tanti altri medici avevano dichiarato; e non improbabile perciò, secondo lui, la tua guarigione.
Io non te ne dissi nulla.
- Perché la signorina, badi, - s'affrettò a soggiungere il dottor Falci, - trattandosi d'un dubbio espresso da me in quel momento, in termini molto vaghi, lo considerò piuttosto come un conforto ch'io volessi apprestare, e non vi diede molto peso.
- Questo è ciò che ho detto io, non quel che pensa lei, - rispose Lydia, pronta e fiera.
- Il dottor Falci, Silvio, ha sospettato ciò che, del resto, è vero, ch'io cioè non ti dissi nulla della sua seconda visita; ed è voluto venir lui spontaneamente, prima delle nozze, per prestarti le sue cure, senz'alcun compenso.
Ora puoi credere con lui, Silvio, ch'io volessi lasciarti cieco, per farmi sposare da te.
- Che dici, Lydia? - scattò il cieco.
- Ma sí, - riprese ella subito, con uno strano riso.
- E può esser vero anche questo, perché, difatti, a questo solo patto io potrei diventare la tua...
- Che dici? - ripeté il Borghi, interrompendola.
- Te ne accorgerai, Silvio, se il dottor Falci riuscirà a ridarti la vista.
Io vi lascio.
- Lydia! Lydia! - chiamò il Borghi.
Ma ella era già uscita, tirando l'uscio a sé con violenza.
Andò a buttarsi sul letto, morse rabbiosamente il guanciale e ruppe dapprima in singhiozzi irrefrenabili.
Ceduta la prima furia del pianto, rimase attonita e come raccapricciata di fronte alla propria coscienza.
Le parve che tutto ciò che il medico le aveva detto, con quel suo fare freddo e mordace, da molto tempo lei lo avesse detto a se stessa, o meglio, che qualcuno in lei lo avesse detto; e lei aveva finto di non udire.
Sí, sempre, sempre si era ricordata del dottor Falci, e ogni qual volta l'immagine di lui le si era affacciata alla mente, come il fantasma d'un rimorso, ella l'aveva respinta con una ingiuria: "Ciarlatano!".
Perché - come negarlo piú, ormai? - ella voleva, voleva proprio che il suo Silvio rimanesse cieco.
La cecità di lui era la condizione imprescindibile del suo amore.
Che se egli, domani, avesse riacquistato la vista, bello com'era, giovane, ricco, signore, perché avrebbe sposato lei? Per gratitudine? Per pietà? Ah, non per altro! E dunque, no, no! Seppure egli avesse voluto; lei, no; come avrebbe potuto accettare, lei che lo amava e non lo voleva per altro? lei, che nella sventura di lui vedeva la ragione del suo amore e quasi la scusa, di fronte alla malignità altrui? E si può dunque transigere cosí, inavvertitamente, con la propria coscienza, fino a commettere un delitto? fino a fondar la propria felicità su la sciagura di un altro? Ella, sí, veramente, non aveva allora creduto che colui, quel suo nemico, potesse fare il miracolo di ridar la vista al suo Silvio; non lo credeva neanche adesso; ma perché aveva taciuto? proprio perché non aveva creduto di prestar fiducia a quel medico; o non piuttosto perché il dubbio che il medico aveva espresso e che sarebbe stato per Silvio come una luce di speranza, sarebbe stato invece per lei la morte, la morte del suo amore, se poi si fosse affermato? Per ora ella poteva credere che il suo amore sarebbe bastato a compensar quel cieco della vista perduta; credere che, se pure egli, per un miracolo, avesse ora riacquistato la vista, né questo bene sommo, né tutti i piaceri che avrebbe potuto pagarsi con la sua ricchezza, né l'amore d'alcun'altra donna, avrebbero potuto compensarlo della perdita dell'amore di lei.
Ma queste erano ragioni per sé, non per lui.
Se ella fosse andata a dirgli: "Silvio, tu devi scegliere fra il bene della vista e il mio amore", "E perché tu vuoi lasciarmi cieco?", avrebbe egli certamente risposto.
Ma perché cosí soltanto, cioè a patto della sciagura di lui, era possibile la sua felicità.
Si levò in piedi improvvisamente, come per un subito richiamo.
Durava ancora la visita, di là? Che diceva il medico? Che pensava egli? Ebbe la tentazione di andare in punta di piedi a origliare dietro quell'uscio ch'ella stessa aveva chiuso; ma si trattenne.
Ecco: dietro l'uscio era rimasta.
Lei stessa, con le sue mani, se l'era chiuso, per sempre.
Ma poteva forse accettare le velenose profferte di colui? Era arrivato finanche a proporle di rimandare la visita a dopo le nozze.
- Se ella avesse accettato...
- No! No! Si strinse tutta in sé, dal ribrezzo, dalla nausea.
Che mercato infame sarebbe stato! il piú laido degli inganni! E poi? Disprezzo, e non piú amore...
Sentí schiudere l'uscio; ebbe un sussulto; corse istintivamente al corridojo per cui il Falci doveva passare.
- Ho rimediato, signorina, alla sua soverchia franchezza, - diss'egli freddamente.
- Io mi sono raffermato nella mia diagnosi.
Il marchese verrà domattina nella mia clinica.
Vada, vada intanto da lui che la aspetta.
A rivederla.
Come annientata, vuota, lo seguí con gli occhi fino all'uscio, in fondo al corridojo; poi udí la voce di Silvio che la chiamava, di là: si sentí tutta rimescolare, ebbe come una vertigine; fu per cadere; si recò le mani al volto, per frenar le lagrime; accorse.
Egli la attendeva, seduto, con le braccia aperte; la strinse, forte, forte a sé, gridando la sua felicità e che per lei soltanto voleva riacquistar la vista, per vedere la sua cara, la sua bella, la sua dolce sposa.
- Piangi? Perché? Ma piango anch'io, vedi? Ah che gioja! Ti vedrò...
ti vedrò! Io vedrò!
Era ogni parola per lei una morte; tanto che egli, pur nella gioia, intese che il pianto di lei non era come il suo e prese allora a dirle che certo, oh! ma certo neanche lui in un giorno come quello, avrebbe creduto alle parole del medico, e dunque, via, basta ora! Che andava piú pensando? Era giorno di festa, quello! Via tutte le afflizioni! via tutti i pensieri, tranne uno, questo: che la sua felicità sarebbe stata intera, ormai, perché egli avrebbe veduto la sua sposa.
Ora ella avrebbe avuto piú agio, piú tempo di preparare il nido; e doveva esser bello, come un sogno, questo nido, ch'egli avrebbe veduto per prima cosa.
Sí, prometteva che sarebbe uscito con gli occhi bendati dalla clinica, e che li avrebbe aperti lí, per la prima volta, lí, nel suo nido.
- Parlami! Parlami! Non lasciar parlare me solo!
- Ti stanchi?
- No...
Chiedimi di nuovo: "Ti stanchi?" con questa tua voce.
Lasciamela baciare, qui, su le tue labbra, questa tua voce...
- Sí...
- E parla, ora; dimmi come me lo preparerai, il nido.
- Come?
- Sí, io non t'ho domandato nulla, finora.
Ma no, non voglio saper nulla, neanche adesso.
Farai tu.
Sarà per me uno stupore, un incanto...
Ma io non vedrò nulla, dapprima: te sola!
Ella, risolutamente, soffocò il pianto disperato, s'ilarò tutta in volto, e lí, inginocchiata innanzi a lui, con lui curvo su lei, abbracciato, cominciò a parlargli del suo amore quasi all'orecchio, con quella sua voce piú che mai dolce e maliosa.
Ma quand'egli, ebbro, la strinse e minacciò di non lasciarla piú, in quel momento, ella si sciolse, si rizzò, fiera come d'una vittoria di fronte a sé stessa.
Ecco: avrebbe potuto, anche ora, legarlo a sé indissolubilmente.
Ma no.
Perché ella lo amava.
Tutto quel giorno, fino a tarda notte, lo inebriò della sua voce, sicura, perché egli era ancora nel bujo, là, suo nel bujo, in cui già fiammeggiava la speranza, bella come l'immagine ch'egli s'era finto di lei.
La mattina seguente volle accompagnarlo in vettura fino alla clinica e, nel lasciarlo, gli disse che si sarebbe messa subito subito all'opera, come una rondine frettolosa.
- Vedrai!
Attese due giorni, in un'ansia terribile, l'esito dell'operazione.
Quando lo seppe felice, attese ancora un po', nella casa vuota; gliela preparò amorosamente, mandando a dire a lui che, esultante, la voleva lí, anche per un minuto, che avesse pazienza ancora per qualche giorno; non accorreva per non agitarlo; il medico non permetteva...
- Sí? - Ebbene, allora sarebbe venuta...
Raccolse le sue robe, e il giorno prima che egli lasciasse la casa di salute, se ne partí ignorata, per rimanere almeno nella memoria di lui una voce, ch'egli forse, uscito ora dal suo bujo, avrebbe cercata su molte labbra, invano.
PENA DI VIVERE COSÍ
I
Silenzio di specchio, odore di cera ai pavimenti, fresca lindura di tendine di mussola alle finestre: da undici anni cosí, la casa della signora Lèuca.
Ma ora s'è fatta nelle stanze come una strana sordità.
Possibile che la signora Lèuca abbia acconsentito che dopo undici anni di separazione il marito torni a convivere con lei?
Fa dispetto che la pèndola grande della sala da pranzo faccia udire in questa sordità, cosí distintamente in tutte le stanze, il suo tic e tac lento e staccato, come se il tempo possa seguitare a scorrere ormai placido e uguale come prima.
Nel salottino (che ha l'impiantito sensibilissimo) fu jeri un tintinnire d'oggettini di vetro e d'argento, quasi che le gocciole dei candelabri dorati sulla mensola e i bicchierini della rosoliera sul tavolino da tè avessero brividi di paura e fremiti d'indignazione alla fine della visita dell'avvocato Aricò che la signora Lèuca chiama con le amiche "grillo vecchio"; dopo aver perorato e perorato quell'avvocato se n'era andato, badando a ripetere fino all'ultimo:
- Eh, la vita...
la vita...
E si stringeva nelle spallucce, socchiudendo i grossi occhi ovati nel visetto olivigno, e stirava penosamente il magro collo per spingere sú e sú, dall'angustia delle spalle cosí ristrette, la punta del piccolo mento aguzzo.
Credevano tutti quegli oggettini di vetro e d'argento che la signora Lèuca, lí, alta e dritta, e cosí fresca, cosí bianca e rosea, con le piccole lenti in cima al naso affilato, di fronte a quel cosino verde e nero che si storceva tutto per licenziarsi ancora una volta ripetendo sulla soglia dell'uscio: - La vita...
la vita...
- dovesse almeno negar col capo o alzar la mano in segno di protesta.
La vita? Eh già, proprio quella, la vita: una vergogna da non potersi nemmeno confessare; una miseria da compatire cosí, stringendo le spalle e socchiudendo gli occhi, o spingendo sú sú il mento come fosse anche un ben duro e amaro boccone da ingozzare.
E che cos'era allora questa che da undici anni lei, la signora Lèuca, viveva qua, in questa sua casa monda e schiva, con le discrete visite di tanto in tanto delle sue buone amiche del patronato di beneficenza e del dotto parroco di Sant'Agnese e di quel bravo signor Ildebrando l'organista?
Non era vita questa che si godeva qua nella santa pace inalterabile, qua in tanta lindura d'ordine, in questo silenzio, tra il tic e tac lento e staccato della pendola grande che batte le ore e le mezz'ore con un suono languido e blando entro la cassa di vetro?
II
Alla parrocchia di Sant'Agnese è corsa a dar l'allarme come una colomba spaventata la vecchia signorina Trecke del patronato di beneficenza.
- La signora Lèuca, la signora Lèuca, col marito...
Lo spavento è divenuto stupore e lo stupore s'è poi liquefatto in un sorriso vano della bianca bocca sdentata davanti al placido assentimento del capo con cui il parroco ha accolto la notizia già nota.
Lunga di gambe, corta di vita e con la schiena ad arco, ancora biondissima a sessantasei anni, la signorina Trecke, mezzo russa, mezzo tedesca, ma piú russa forse che tedesca, convertita dalla buon'anima di suo cognato al cattolicesimo e zelantissima, ha conservato nel viso pallido e flaccido gli azzurrini occhi primaverili dei suoi diciott'anni, come due chiari laghi che tra la desolazione s'ostinino a riflettere i cieli innocenti e ridenti della sua giovinezza.
Eppure molti nuvoloni tempestosi sono passati da allora a offuscarli tante volte.
Ma persiste a fingere di non averne mai saputo nulla la signorina Trecke; e cosí, la sua bontà, che pure è vera, assume spesso apparenze d'ipocrisia.
Non vuole che l'amarezza delle tristi esperienze insidii e corroda la saldezza della nuova fede, e preferisce manifestare la sua bontà come affatto ingenua e inesperta, vale a dire come proprio non è.
E questo provoca tanta stizza in chi le vuol bene, perché non si capisce come lei non riconosca quanto piú merito avrebbe della sua bontà se la manifestasse come superstite sperimentata e vittoriosa di tutte le tristezze della vita.
Liquefatta in quel sorriso vano, comincia a domandare con una compunta maraviglia se il signor Marco Lèuca, marito della signora Lèuca, è dunque veramente degno di perdono, cosa che lei non ha mai immaginato perché - saranno forse calunnie, dato che il signor parroco approva la riconciliazione - ma non ha tre figli, tre, tre femminucce, questo signor Lèuca, con una...
come si dice? sí, con un'altra donna? E allora come...
che farà adesso? le abbandonerà per riconciliarsi con la moglie? Ah no? E che allora? Due case? Qua la moglie, e là quell'altra con le tre, sí, come si dice?, figliuole naturali?
- Ma no, ma no, - si prova a rassicurarla il parroco con la consueta placidità soffusa di mite aria protettrice.
(Ci sono le catacombe a Sant'Agnese e anche la chiesa sotterranea, cupa e solenne; ma poi la casa parrocchiale è in mezzo a un verde cosí dolce e chiaro e con tanto aperto davanti e tanta aria e tanto sole; e si vede negli occhi limpidi del parroco e si sente nella calda voce di lui il bene che fanno, non pure al corpo, anche all'anima.)
- No, cara signorina Trecke.
Niente due case, niente abbandono; e neppure una vera e propria riconciliazione: avremo, se Dio vorrà, un semplice amichevole riavvicinamento, qualche visitina di tanto in tanto, e basterà cosí.
Per un po' di conforto.
- A lui?
- Ma sí, a lui.
Un po' di sollievo alla colpa che pesa; il balsamo d'una buona parola al rimorso che punge.
Non ha chiesto altro, e la nostra eccellente signora Lèuca non avrebbe potuto del resto accordargli altro.
Stia tranquilla.
Le posa come fossero cose, le parole, il signor parroco: cose pulite e levigate - là - là - là - bei vasetti di porcellana sul tavolino che gli sta davanti, ciascuno con un fiorellino di carta, di quelli con lo stelo di fil di ferro ricoperto di carta velina verde, che fanno un cosí grazioso effetto e costano poco.
Ma bisognerebbe consigliare a quel bravo signor Ildebrando, l'organista che fa anche da segretario al signor parroco, di non approvarle tanto con quei melliflui sorrisi e quelle mossettine del capo.
Se ne sente finir lo stomaco quella brava signorina Trecke.
Il signor Ildebrando non ha saputo mai perdonare ai suoi genitori, morti da tanto tempo, d'avergli imposto un nome cosí sonoro e compromettente, il piú improprio di tutti i nomi che avrebbero potuto imporgli, non solo al suo corpicciuolo gracile, fievole, ma anche alla sua indole, al suo animo.
Non ha mai potuto soffrire il signor Ildebrando quegli omacci sanguigni e prepotenti che han bisogno di far fracasso, gettar certe occhiatacce, prender certe pose con le mani sul petto: ci sono io, ci sono io; non ha mai voluto esserci per nulla, lui; ha cercato sempre di restare in ombra, tepido appena appena, insipido e scolorito.
Gli pare che la signorina Trecke, cosí scolorita anche lei, dovrebbe far come lui, e invece, ecco che vuol mettersi in mezzo, immischiarsi in ciò che non la riguarda; ecco che, a proposito di quel signor Marco Lèuca, domanda al signor parroco:
- E allora, potrei anche invitarlo a cena a casa mia?
Il parroco casca dalle nuvole:
- Ma no! Che c'entra lei, signorina Trecke?
E questa stiracchiando il vano sorriso della bocca bianca:
- Eh, se se ne deve aver pietà...
Mia nipote dice di conoscerlo.
Il parroco la guarda severamente:
- Lei farebbe bene, cara signorina, a sorvegliare un po' la sua nipote.
- Io? E come potrei, signor parroco? Non capisco proprio nulla io; e gliene sto dando ora stesso la prova.
Proprio nulla, proprio nulla...
E cosí dicendo, apre le braccia e s'inchina per andar via, ancora con quel sorriso sulle labbra e gli occhi infantili velati di pena per quest'incorreggibile ignoranza che sempre, Dio mio, la affliggerà.
III
Tre giorni dopo, il signor Marco Lèuca, accompagnato dall'avvocatino Aricò, fece la sua prima visita alla moglie.
Tutto arruffato, arrozzito, malandato, irto di commozione, fu, tra quella specchiante lindura di casa, per quei mobiletti gracili, nitidi del salottino, gelosi della loro castità, uno sbalordimento d'angosciosa trepidazione.
Cinque minuti senza poter parlare, ad arrangolare come una bestia ferita, con un tremore spaventoso di tutto il corpo.
E che terrore poi, che balzo, che scompiglio, quando, non potendo parlare, quasi afferrato e costretto dalla disperazione, si buttò a terra sui ginocchi davanti alla moglie, su quell'impiantito sensibilissimo.
La signora Lèuca, che stentava ancora a riconoscerlo, cosí cangiato, cosí arrozzito e invecchiato dopo undici anni, avrebbe voluto accostarsi per sollevarlo da terra, ma non riusciva a vincere il ribrezzo e lo spavento, e si tirava indietro, invece, per non vederselo cosí davanti in ginocchio, e gemeva:
- Ma no...
Dio, no!
Le toccò ripeterla piú volte quest'esclamazione e fu quasi tentata di scapparsene di là a un certo punto, quando parve che lui e l'Aricò si volessero azzuffare.
L'Aricò l'aveva investito irritatissimo gridandogli di non far scenate, d'alzarsi e star tranquillo e composto; e lui l'aveva respinto con una furiosa bracciata per mostrarsi a lei in tutta la sua disperazione e abiezione; voleva alzare la faccia disfatta da terra e guardarla, e non poteva; e restava lí, Dio, restava lí, certo con la vergogna, ora, del suo atto teatrale mancato, che pur avrebbe voluto sostenere fino all'ultimo perché vi era stato trascinato dalla foga d'un sentimento sincero, dalla speranza forse che lei se ne sarebbe lasciata commuovere, intenerire fino a posargli la mano sui capelli in atto di perdono, non per carezza.
Dio mio, ma poteva far questo la signora Lèuca? Avrebbe dovuto capirlo, che non poteva.
Commiserazione, sí, compatimento può aver per lui, carità, come per tutti quei disgraziati che al pari di lui sentono la vita come una fame che insudicia e non si sazia mai.
- La vita!
Cosí, ecco, come lui l'ha scritta in faccia, con una violenza che comincia a rilassarsi sguajatamente.
Che brutto segno, quel labbro inferiore che gli pende bestialmente e quelle borse nere intorno agli occhi torbidi e addogliati.
Ma verrà qui ora, di tanto in tanto - ecco, sí, come dice l'avvocato - per respirare un po' di pace, per ristoro dello spirito, ora che i capelli si son fatti grigi - lei li ha già tutti bianchi - e risentire la dolcezza della casa, benché...
- Benché?
- La dolcezza della casa, lei dice, avvocato?
La signora Lèuca sa bene che non ha piú nessuna dolcezza la sua casa; solo una gran quiete.
Ma quella quiete poi...
No, non dice che le pesi; dice anzi che n'è contenta, la signora Lèuca: legge, lavora per sé e per i poveri, va in questua con le amiche del patronato di beneficenza, va in chiesa, esce anche spesso per compere o per andare dalla sarta (ché ancora le piace vestir bene), va quando deve dall'avvocato Aricò che ha cura dei suoi affari, e insomma non sta in ozio un momento.
È contenta cosí, certo, poiché Dio non volle che fosse contenta altrimenti, che la sua vita cioè avesse altri piú intimi affetti.
Ma c'è pur questo silenzio che a volte, tra un punto e l'altro della maglietta di lana per una bimba povera del quartiere, o tra un rigo e l'altro del libro che sta leggendo, pare sprofondi tutt'a un tratto nel tempo senza fine e vi renda vani, o piuttosto, sconsolati ogni pensiero, ogni opera.
Gli occhi si fissano su un oggetto della stanza e, per quanto lí da tanto tempo e familiare, quell'oggetto è come se non l'abbiano mai veduto, o come se tutt'a un tratto si sia votato d'ogni senso.
E sorge un rimpianto: no, di nulla piú ormai, ma di quello che non ha avuto, che non ha potuto avere; e una certa pena anche, non pena piú veramente, un certo senso di disgusto che si fa quasi stizza dentro, per l'inganno che il suo stesso cuore un tempo le fece, di potere esser lieta, anzi felice, sposando un uomo che...
- un uomo, insomma.
Non sa piú nemmeno disprezzarlo, ormai, la signora Lèuca.
- La vita...
Pare che debba esser cosí.
Questo, ecco, il disgusto.
Non come il suo cuore, da giovinetta, la sognò; ma questa miseria che (forse è peccato dirlo) ad accostarcisi, pare debba proprio insudiciare; da compiangere fors'anche, certo anzi da compiangere, perché ogni piacere è poi pagato a prezzo di lagrime e di sangue.
Ma non è facile.
Per rispondere al signor parroco che le ha domandato: "Ma chi le ha detto, in nome di Dio, che la carità debba esser facile?" lei s'è lasciata persuadere a ricevere il marito di tanto in tanto, per una breve visita, ora che il disprezzo di prima s'è cangiato in questa commiserazione, che non è propriamente per lui soltanto, ma per tutti quei disgraziati che sentono la vita come lui.
Ha riconosciuto la signora Lèuca che molte delle opere di carità a cui attende sono anche un modo per lei di passare il tempo; fa, è vero, piú di quanto potrebbe; si stanca a salire e scendere tante scale e vince spesso con la volontà la stanchezza degli occhi e delle mani nel lavorare per i poveri fino a tarda notte; dà poi in beneficenza gran parte delle sue rendite, privandosi di cose che per lei non sarebbero al tutto superflue; ma un vero e proprio sacrifizio non può dire che l'abbia mai fatto, come sarebbe vincere quel disgusto, quel certo orrore che nasce dalla propria carne al pensiero d'un contatto insoffribile, o rischiar di rompere quell'armonia di vita raccolta in tanta lindura d'ordine.
Ha paura che non potrà mai farlo.
Nascono pure in lei gli stessi sentimenti che in tutti gli altri; ma mentre gli altri vi s'abbandonano cecamente, lei, appena sorti, li avverte e, se buoni, li accompagna come s'accompagna un bambino per mano.
Ha troppo attento lo spirito; ha troppo vissuto in silenzio.
La vita le si è quasi diradata fino al punto che le relazioni tra lei e le cose piú consuete non hanno piú talvolta nessuna certezza, e le avviene allora di scoprire di quelle cose tutt'a un tratto aspetti nuovi e strani che la turbano, come se d'improvviso e per un attimo lei penetrasse in un'altra insospettata realtà che le cose abbiano per sé, nascosta, oltre quella che comunemente si dà loro.
Teme d'impazzire, a fissarcisi.
Ma distrarsene è difficile, con quel sospetto che le persiste come agguattato sotto il consueto aspetto delle cose.
Che gli altri credano placidissima la sua vita e abbiano di lei il concetto che sia la serenità in persona, dovrebbe perciò irritarla, almeno in segreto.
Invece no.
Se ne compiace, perché anche lei vuol crederlo, sicura di non aver mai dato campo a desiderii, di cui, appena balenati, non abbia respinto tante volte l'immagine.
Perché veramente lei ha il disgusto della vita che insudicia.
Vi sta in mezzo, la cerca per portarvi la sua opera di carità.
Ma non potrebbe, se non sentisse che il suo spirito ne resta immune.
Il solo sacrificio che lei può fare, è questo: vincere quest'orrore.
È poco.
Perché anche in questo, ciò che lei fa per gli altri è assai meno di ciò che ha fatto per sé quando, tante volte, ha dovuto vincere l'orrore del suo stesso corpo, della sua stessa carne, per tutto ciò che nell'intimità si passa, anche senza volerlo, e che nessuno vuol confessare nemmeno a se stesso.
IV
Con l'aria consueta di svagata innocenza, la signorina Trecke è venuta intanto a prendere informazioni, portando con sé la nipote.
Ha trovato altre amiche in visita: la signora Marzorati con la figliuola, la signora Mielli, alle quali la signora Lèuca, spinta a parlare, cerca di dire il meno che può su quella prima visita del marito.
La signorina Trecke esclama:
- Ah senti! È dunque venuto?
La nipote ha subito uno scatto di fastidio:
- Perché fingi di non saperlo, se lo sai?
La signorina Trecke la guarda e si liquefà nel suo sorriso vano:
- Lo sapevo? Ah sí, lo sapevo...
Ma che doveva venire, non che fosse venuto.
La nipote si scrolla e le volta le spalle per mettersi a parlare con la signorina Marzorati; il che cagiona subito una viva apprensione alla mamma, signora Marzorati, che non ha affatto piacere che la nipote della signorina Trecke parli con la sua figliuola.
È davvero uno scandalo quella nipote della signorina Trecke.
Basta vedere come va vestita.
E si dicono di lei certe cose!
Solo la signora Lèuca, tra le tante amiche, comprende che se quella ragazza è cosí, la colpa non è tutta sua, ma dipende anche da ciò che quotidianamente avviene tra lei e la zia.
S'è impegnata, tra loro due, come una gara molto pericolosa.
La zia s'ostina a mostrare di non comprendere il male che la nipote fa; e questa allora lo fa per costringerla a comprenderlo e a smettere quella fintaggine insopportabile.
E chi sa dove arriverà!
Ma Dio mio, come deve regolarsi la signorina Trecke, se si dà sempre il caso che, dove lei suppone che ci possa esser male, là - nossignori - male non c'è; e viceversa poi par che ci sia, e grave, dove lei proprio non riesce a capire che ci possa essere?
Sarà una sventura, ma è cosí.
Ecco, per esempio: ha creduto che dovesse portare chi sa quale sconvolgimento nell'animo della signora Lèuca quella "terribile" visita del marito, la vista di lui dopo undici anni di separazione, e invece niente: placida e fresca, la signora Lèuca ne discorre con le amiche, come se non fosse avvenuto nulla.
- Ma se non è proprio avvenuto nulla, - sorride la signora Lèuca.
- È stato qui un quarto d'ora, con l'avvocato.
- Ah, meno male, con l'avvocato! Ho avuto tanta, oh tanta paura io, che venisse solo.
- Ma no, perché?
- Mia nipote m'ha detto che è tanto violento.
Insegna appunto nella scuola, Nella, dove lui porta ogni mattina la maggiore delle sue...
Dio mio, sí, non saranno legittime, ma credo, non so, che si debbano chiamar figliuole, no? benché non ne portino il nome.
Eh, Nella, come hai detto che si chiamano?
La nipote, brusca:
- Smacca.
- Sarà il cognome della madre, - osserva la signora Mielli, che pare arrivi ogni volta da molto lontano alle poche parole che le avviene di dire.
- Già, forse, - riprende la signorina Trecke.
- Si figurino che una mattina a questa figliuola, in presenza di mia nipote, diede un...
come si dice? ceffone, già, ceffone...
ma cosí forte che la mandò in terra, poverina, e dice che con l'unghia, nel darglielo, la ferí alla guancia; per quanto poi, vedendo che s'era fatta male, dice che s'è messo a piangere.
Oh! avrà, avrà pianto anche qua, suppongo.
La signora Lèuca, poiché anche le due altre amiche si voltano a guardarla per sapere se il marito abbia pianto davvero durante la visita, è costretta a dir di sí.
E subito allora la nipote della signorina Trecke torna a voltarsi, come se, pur discorrendo fervidamente con la signorina Marzorati, sia stata sempre a orecchi tesi verso il crocchio delle signore, e di scatto, rivolgendosi alla zia:
- Niente di male, sai! niente di male, per la signora Lèuca, in questo pianto del marito.
Te n'avverto, perché tu non finga di commuovertene.
Detto questo, riprende il suo discorso con la signorina Marzorati.
La signora Lèuca non può non notare che in quelle parole, nel tono con cui sono state proferite, è contenuta una sprezzante provocazione a lei, per uno scopo che non riesce a indovinare, se non è solo quello d'offendere con la derisione il suo modo di comportarsi.
Non dice nulla.
Guarda le due amiche, che si son guardate tra loro facendo un viso lungo lungo di gelata maraviglia, e con pena sorride come per indurre a compatire, per riguardo a quella povera signorina Trecke, la quale, al solito, non ha capito nulla ed è rimasta, allo scatto della nipote, liquefatta in quel sorriso vano della sua bocca sdentata.
- Ora non si vede tanto, - confida in quel mentre Nella Trecke in un orecchio alla signorina Marzorati, - ma le assicuro che dev'essere stato al suo tempo un gran tipo chic il marito della signora Lèuca.
La signora Marzorati dà a vedere di sentirsi piú che mai sulle spine vedendo la figliuola interessarsi tanto a ciò che le dice quella diavola là.
E la signora Lèuca torna a sorridere con pena per quell'ambascia di madre.
È una ragazzona rubiconda con gli occhiali, la figlia della signora Marzorati, soffocata da un gran seno, ma gonfio soltanto d'una certa allarmata ingenuità infantile che, di tratto in tratto investita, a sbuffi, da strani pensieri segreti o subitanee impressioni, le avvampa il viso, le riempie gli occhi di lagrime improvvise, perché teme di non esser piú creduta quella fanciullona che è.
Ma forse dubita anche lei stessa, dentro di sé, d'esser qualche volta cattiva, perché resta in forse lei stessa della sua sincerità, per via di quei lampi pazzeschi che nella sua bambinaggine la fanno intravedere diversa da quella che lei si crede e che tutti la credono.
Dio, come appar chiaro tutto questo alla signora Lèuca! Ed è una sofferenza, non è mica una soddisfazione per lei, che i suoi occhi vedano cosí chiaro, cosí a dentro, tutto, con la piú precisa coscienza di non ingannarsi.
E là, quella signora Mielli, con quell'aria di non saper mai quello che fa, come se facesse o dicesse tutto lontano da sé, senz'accorgersi di nulla, quasi per poter dire a un bisogno, se colta in fallo: "Ah sí? Oh guarda! Io? ho fatto questo? ho detto questo?".
Quando, alla fine, le cinque amiche se ne vanno, si sente cosí stanca e triste, la signora Lèuca.
Guarda le sedie del salottino, smosse, dov'esse poc'anzi stavano sedute.
Quelle sedie vuote, fuori di posto, pare domandino sperdute il perché di quel loro disordine; che cosa quelle signore siano venute a fare; se avevan proprio bisogno di quella visita.
Mah! Pare di sí, che ci sia questo bisogno di sapere che cosa dà agli altri o come è per gli altri la vita, e che se ne pensi e che se ne dica.
Bisogno di viver fuori, in questa curiosità della vita degli altri, o per riempire il vuoto della nostra, distrarci dai fastidi, dagli affanni che ci dà.
E cosí passare il tempo.
È accaduta una disgrazia? un caso strano? Com'è? Come si spiega? Si corre a vedere, a sentire.
Ah, è cosí? Ma no, che! Cosí non può essere.
E allora come? Quando poi non avviene nulla, la noja, il peso delle solite occupazioni.
E l'angoscia di vedere, come ora la signora Lèuca la vede, lentamente morire ai vetri la luce del giorno.
V
S'era stabilito col parroco e l'avvocato che il signor Marco Lèuca non sarebbe venuto mai solo in casa della moglie, e che le visite - brevi - non dovessero essere piú di due al mese.
Invece, a pochi giorni di distanza dalla prima, eccolo un'altra volta, e solo; con l'aria d'un cane che preveda d'esser male accolto e, aspettandosi un calcio, sogguardi pietosamente.
La signora Lèuca riesce a dissimulare il turbamento per la contrarietà che ne prova, e lo fa entrare e sedere nella saletta da pranzo.
Appena seduto, lui si copre con le grosse mani la faccia e si mette a piangere; ma senza nessuna teatralità, questa volta.
La signora Lèuca lo guarda e comprende che quel pianto, per finire, aspetta che lei dica una parola di pietosa esortazione.
E poi?
No no.
Che sia ritornato, cosí presto e solo, e che lei non si sia rifiutata di riceverlo, è già troppo.
Incoraggiarlo con qualche buona parola sarebbe come accettar senz'altro che i patti possano d'ora in poi non esser piú rispettati e abilitarlo a venire anche ogni giorno e a chiedere subito chi sa che cos'altro.
No no.
Bisogna che lo trovi lui da sé, smettendo di piangere, il coraggio di dire perché è ritornato.
La ragione.
Una ragione di fatto, se l'ha.
Dio mio! Dio mio! Dopo due ore di supplizio, la signora Lèuca resta come intronata, convulsa in tutte le fibre del corpo.
Le ha detto d'esser venuto perché voleva confessarsi.
E invano lei gli ha ripetuto piú volte ch'era inutile, perché sapeva, sapeva tutto dall'avvocato Aricò.
H