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... ... E vai a scuola? Oh, già alla quarta!... E allora, quanti anni hai? Già tanti! Nove e mezzo... Vuoi levarti il cappellino? Ecco, posiamolo qua... Siedi, siedi qua, vicino a me...
Si volge a lui che, rimasto in piedi, guarda ancora in quell'atteggiamento, ma già di nuovo con le lacrime agli occhi, e gli dice:
- Forse non sa chi sono...
Ma Sandrina, con gli occhi bassi, risponde:
- La zia.
- Ah cara, sí, la zia, - conferma subito la signora Lèuca, che non s'aspetta la risposta da parte di lei, e si china a baciarle una manina.
Perché sa che è segno di simpatia, se i bambini parlano prima che abbiano preso confidenza con qualcuno.
- La zia! la zia!
È abituata a sentirsi chiamar cosí, "la zia", da parecchie bambine, per suggerimento affettuoso delle mamme, che intendono dimostrarle in tal modo la loro gratitudine. E prova un certo piacere, che egli abbia pensato di suggerir per lei lo stesso appellativo alla figliuola, benché certo per un'altra ragione.
E allora, poiché è la zia, bisogna che la nipotina abbia subito subito la sua merenduccia di cioccolatte e biscottini, e fettine di pane imburrato, e spalmato di marmellata. Qua, qua, seduta a tavola, e col cuscino sotto, cosí, bella alta, come una grande. E ora, questa salviettina al collo qua:
- Va bene cosí?
E gliele imburra lei, le fettine, gliele spalma lei di marmellata.
- E poi un cucchiaino cosí, di questa marmellata, da mettere in bocca solo, senza la fettina, non lo vogliamo? Eh, mi pare di sí!
Sandrina la guarda e sorride, beata, ma come se ancora non credesse bene alla realtà di quanto le accade, di quel che si vede attorno, tanto le par bello e nuovo.
Ora che la vede sorridere, però, la signora Lèuca soffre di piú a guardarle quel vestitino addosso cosí sgarbato, quei capellucci cosí tirati... Le debbono anche far male, povera piccina! E come Sandrina finisce di far merenda, se la porta di là, in camera, per scioglierle quelle treccioline e fargliene una sola, grossa e lenta, ma fino a metà, e sfioccato il resto, con un bel nodo di raso dove termina la treccia; e poi le aggiusta i capellucci davanti, facendoglieli scendere un po' sulla fronte, perché diano piú grazia al visino che s'è tutto colorito per la gioia. E che lustro, che lustro le hanno preso gli occhi!
Pare un'altra, ora, Sandrina. Lei stessa, guardandosi allo specchio, in mezzo alle belle cose che la circondano in quella camera da letto, e che si riflettono quiete e luminose nello stesso specchio, quasi non si riconosce piú.
Non sa capire in prima la signora Lèuca perché il padre, quando ella gliela ripresenta cosí bene acconciata, ora, e cosí tutta ravvivata, invece d'ammirarla e di compiacersene, resti quasi dispiaciuto e turbato.
Possibile che nel cuore di lui, alla vista della nuova grazia che la figliuola ha acquistato, si siano destati all'improvviso gli stessi sentimenti che han turbato lei dianzi nell'acconciare amorosamente quella bambina non sua?
Non vorrebbe la signora Lèuca ch'egli credesse, che le cure che s'è prese per la piccina siano come un modo di significare a lui il rimpianto che quella figlia non abbia potuto esser sua. Curandola, assaporando la gioia di quelle cure, ella non ha voluto dir nulla a lui, proprio nulla; non ha neppur pensato ch'egli stesse ad aspettare di là.
Ma poco dopo ch'egli se n'è andato, la signora Lèuca, che s'è recata alla finestra, non per veder lui sulla strada insieme con la figliuola, ma per veder questa col suo bel fiocco di capelli sulle spallucce; non vedendoli uscire dal portone e, dopo aver aspettato un bel po', andando per curiosità a spiare pian piano dalla porta che cosa sian rimasti a fare tutti e due per le scale, si spiega il perché di quel turbamento di lui e, rinfrancandosi, non può fare a meno di sorridere.
Lo scorge, seduto a metà della terza rampa, su uno scalino, intento a rintrecciare fitti fitti sulla nuca della figliuola quei due codini di prima. S'è levato dalla mano il fazzoletto che vi teneva avvolto; e la signora Lèuca dall'alto scorge allora su quella mano il rosso dello sgraffio; e l'altro piú tremendo sgraffio gli scorge sulla nuca.
Capisce tutto. Si pente di quel che ha fatto senza pensare che avrebbe cagionato a lui un cosí grave impiccio. Si rammenta all'improvviso delle due cordelline bisunte che tenevan legate le treccine della figliuola e che son rimaste sulla specchiera. Come farà egli adesso a legar quelle treccine, se pure riuscirà a portarle a fine con quelle grosse manone disadatte? E le due cordelline dovranno pure esser quelle, se egli vuol riportare a casa la figliuola tal quale ne è uscita, per non far sapere nulla della visita a lei, a quella donnaccia che lo sgraffia cosí.
La signora Lèuca vede necessario il suo intervento per rimediare al mal fatto. Corre a prendere in camera le due cordelline, e scende in fretta, risolutamente, le due rampe di scala, dicendo a lui dall'alto mentre scende:
- Aspetta, aspetta... Lascia fare a me! Scusami, se non ho pensato... Hai ragione... hai ragione...
E, com'egli si alza per cederle il posto, vergognoso d'essere stato sorpreso da lei nella miseria di quell'imbarazzo, siede sullo scalino e, presto presto, rifà le treccine alla ragazza. Nel chinarsi a baciarla, si sente prendere furtivamente una mano, e prima che abbia il tempo di ritirarla, avverte con ribrezzo il contatto dei baffi e delle labbra di lui.
Per un lungo pezzo la signora Lèuca, risalita nella saletta da pranzo, si stropiccia quella mano.

Passano venti giorni, passa un mese, la signora Lèuca non vede piú ritornare il marito.
Ha aspettato ch'egli le portasse in casa, come aveva promesso, le altre due figliuole piú piccole, per fargliele conoscere. Ma forse la madre avrà saputo di quelle visite a lei; gli avrà fatto qualche scenata, e impedito di condurre le altre due.
Suppone ch'egli si vergogni, forse, di venir solo, dopo quella promessa; suppone che possa essersi ammalato, o che possa essersi ammalata qualcuna delle figliuole, o anche quella donna; suppone che egli sia rimasto troppo avvilito l'ultima volta, sorpreso lí a sedere in mezzo alla scala con le treccioline di quella povera piccina in mano. (Ne sorride ancora pietosamente, la signora Lèuca.) O forse si sarà accorto del ribrezzo, con cui ella ritirò violentemente la mano...
Tante supposizioni fa la signora Lèuca. Le amiche del patronato di beneficenza, che vengono a trovarla in quei giorni, osservano, cosí senza parere, che forse ne fa troppe. Ma se, come ritengono, è una pena per lei ricevere in casa il marito, anche cosí per una breve visita di tanto in tanto, dovrebbe esser contenta ch'egli da sé abbia diradato queste visite, che per dir la verità s'eran fatte un po' frequenti e, a quanto pare, non tanto brevi, anche.
Alla fine se ne accorge anche lei, la signora Lèuca, che fa troppe supposizioni; e deve riconoscere che ha una viva curiosità di sapere perché egli non sia piú venuto; ma senza il minimo dubbio tuttavia sulla natura di quel suo interessamento. Vorrebbe saperlo per lui, non per sé; se cioè qualche cosa di male fosse accaduta a lui; non perché possa esser male per lei ch'egli non venga piú.
Né un male, né un bene. Tutto è per lei ormai come lontano. Anche le cose piú vicine. Basta che per un istante le senta vive in sé, e subito le diventano come lontane. Questa curiosità d'ora... Come se un giorno, tanti anni fa, la avesse provata... Può accettare, accogliere qualunque sofferenza, torcersi anche in uno spasimo, e non perdere mai questa facoltà di non sentirsene veramente toccare là dove il suo spirito è come immune di quanto può dare la vita di sofferenze e di spasimi.

Ed ecco che, invece del marito, uno di quei giorni, viene l'avvocatino Aricò insieme col vecchio parroco di Sant'Agnese.
Non c'è piú dubbio che qualche cosa dev'essere accaduta.
Che cosa?
Mah! Non sanno dire, se una fortuna o una disgrazia. È morta la donna. Quella donna.
- Morta?
Sí. Improvvisamente, in tre giorni, d'una polmonite. Ma anche se questo male non l'avesse colta all'improvviso, sarebbe morta lo stesso tra poco, perché il medico accorso a curarla l'aveva trovata affetta da parecchi mesi d'un cancro alla bocca.
La signora Lèuca, a questa notizia, s'aombra. Domanda al parroco e all'avvocato, se quando le proposero d'accordare al marito il conforto di quelle visite, erano a conoscenza di questo male che minacciava la donna.
I due protestano subito di no; il parroco, davanti a Dio; l'avvocatino Aricò, come se non bastasse, anche sulla sua parola d'onore.
- E lui? - domandò allora la signora Lèuca.
- Che cosa, lui?
- Se lui lo sapeva!
- Ah, ecco... sí, - è costretto a confessare l'avvocatino, torcendosi un po' sulla seggiola. - Dice che, sí... ne... ne aveva il sospetto, lui... vago, ecco, dice.
Il vecchio parroco guarda la signora Lèuca accigliata, e poi domanda:
- Suppone che sia stato in previsione di questa morte? Non credo!
- Oh signor parroco, - scatta la signora Lèuca, - per carità, non mi dica cosí. Sapesse che avvilimento è per me! Non ho mica bisogno, creda, che a un bambino sudicio sia prima lavato il viso, per fargli la carità. Mi perdoni! Lei ha poca stima di me, signor parroco.
- Ma no... ma no... - si prova a protestare sorridente, ma pure un po' arrossendo, il vecchio parroco.
- Ma sí, mi scusi! - seguita la signora Lèuca. - Poca stima.
Il vecchio parroco, vedendola cosí insolitamente infiammata, si fa serio.
- Vediamo di non peccar di superbia, mia cara signora.
- Io?
- Lei, sí. Perché c'è tanti modi, veda, di peccar di superbia. Se per esempio lei con un sospetto di questo genere avvilisse troppo l'oggetto della sua carità, credendo cosí di render questa piú meritoria davanti a Dio, o piuttosto davanti alla sua coscienza, che già per questo fatto comincerebbe a essere, creda, qualcosa di diverso.
- La mia coscienza?
- Sí, signora.
- Di diverso da Dio?
- Sí, signora. Gliel'avverto! Da un pezzo, da un pezzo lo noto in lei, con sommo dispiacere. Dico, questo voler troppo vedere le ragioni... con troppa inquietudine, ecco... Se ne guardi.
La signora Lèuca, pentita dello scatto, china il capo dolorosamente, e si reca le mani al volto.
- Sí, è vero, - mormora. - Sono cosí... sono cosí...
A questo punto l'avvocatino Aricò, alla cui fretta ogni discussione che non venga al fatto è una siepe di spine, visto che discuter troppo, secondo che ha finito or ora di dire il signor parroco, equivale ad allontanarsi da Dio, si prova a metter fuori un:
- Sicché dunque, signora mia...
- No, aspetti avvocato, - si volge a dirgli subito la signora Lèuca, scoprendo il volto turbato. - Sarà male, è certamente male, signor parroco, questo che lei mi rimprovera; e io la ringrazio. Ma non è per superbia, creda! Tutt'altro, anzi...
- Avvilir l'oggetto della propria carità...
- No, me, me, signor parroco! ho piuttosto piacere d'avvilir me, se ho fatto un cattivo pensiero, veda! E credo meglio, a ogni modo, che l'ajuto gli venga da una che, in questo caso, sarebbe stata piú cattiva di lui, se è vero che egli quel pensiero non l'ha avuto. Forse non so esprimermi chiaramente. Volevo dirle prima, che anche se egli si fosse riaccostato a me prevedendo prossima la morte di quella donna, io, venendo a saperlo, non mi sarei ritratta dal fare per le sue bambine e per lui tutto quello che mi sarà possibile... Aspetti, aspetti; mi lasci dire! Non creda, per render piú meritoria la mia carità a costo di quest'avvilimento di lui! Tutt'altro! Anzi perché mi sarebbe parso piú naturale, piú umano, e piú pietoso anche, cosí. Senza nessuna apparenza di... di sublimità, di false nobiltà d'intenzioni... Ma cosí, ecco... perché... perché siamo cosí... E se lui non è stato cosí, tanto meglio per lui! Volevo dirle questo.
- Ecco, dunque, - si lancia a dir di nuovo l'avvocatino Aricò, vedendo che anche il signor parroco, soddisfatto della spiegazione, ritornando a sorridere, approva e approva.
Ma purtroppo non ha fortuna. Benedetta donna, questa signora Lèuca! Nobilissima ma tormentosa, per uno che ha tanto da fare! Ecco che si volta a dirgli di nuovo:
- No, aspetti, la prego, avvocato!
Che altro ha da dire? Si vuol togliere del tutto, adesso, il merito della carità. Ah, santo Dio! Quel signor parroco, che cattiva ispirazione, andarla ad accusar di superbia... Sentiamo, sentiamo. Dice che non sarebbe carità, ma un piacere per lei prendersi in casa e curare, educare quelle tre bambine, far loro da mamma. Benissimo! E allora basta cosí. Se sarà anzi un piacere per lei... Questo è piú di quanto s'aspettavano con la loro visita il signor parroco e lui. Ringraziare e andarsene: gli pare che non resti altro da fare.
Nossignori. Eh, nossignori. Piano piano. Il tormento.
La signora Lèuca vuol sapere a qual prezzo intendono che lei paghi questo che sarà un piacere per lei, di far da mamma a quelle tre piccine.
L'avvocatino Aricò sbarra tanto d'occhi in faccia al signor parroco, e si stizzisce notando che questi mostra di comprendere il riposto senso della domanda della signora Lèuca e di trovarsi di fronte a un caso di coscienza che non gli s'era affacciato alla mente venendo a proporre alla signora d'accogliere in casa quelle tre orfane come la piú grande delle concessioni che potesse fare.
C'è anche lui, il marito con le tre piccine. Vedendosi riaccolto in casa, riprendendo a convivere accanto a lei, sotto lo stesso tetto...
- Ah già! ah già! - esclama l'Aricò, grattandosi con un dito la nuca. - Ma gli parlerò io, signora, non dubiti! Gli parlerà anche il signor parroco! Non potrà mica pretendere da lei l'impossibile.
- E allora? - gli domanda, per fermarlo subito, la signora Lèuca.
- Allora, che cosa?
- Avvocato, lei potrà parlargli quanto vuole, non riuscirà mai a mutarlo. Sappiamo com'è, Dio mio, e dobbiamo prenderlo com'è! Lui prometterà, giurerà a lei e al signor parroco. Poi... poi verrà certo il momento che non terrà piú conto della promessa. Ebbene, io dico allora, data questa mia assoluta, assoluta impossibilità... E dico per me, badi, non per lui!
- Come, per lei?
- Per la mia responsabilità, avvocato. Perché io debbo preveder fin d'ora quello che certamente avverrà, sapendo, come so, chi mi riprendo in casa. Vedrà che mi lascerà qui le bambine, e se n'andrà, dicendo che sarà stato per causa mia, perché gliel'avrò aperta io stessa la porta, con le mie mani, per ributtarlo alla sua vita di prima!
- Ma nient'affatto, signora!
- Non neghi cosí precipitosamente. Vedrà che avverrà come le sto dicendo io.
- Eh, ma allora, tanto peggio per lui, scusi! Lei fa già troppo a prendersi in casa quelle figliuole. Se egli vuol seguitare a fare il... (mi perdoni, stavo per dirlo), il responsabile sarà lui, non sarà mica lei!
Ma la signora Lèuca, ora, non guarda piú l'avvocato Aricò che parla cosí; guarda il vecchio parroco che tace.
E da quel silenzio la signora Lèuca ha la certezza che il vecchio parroco non pensa piú, che con questo voler troppo veder le ragioni, e con troppa inquietudine, la coscienza di lei s'allontani da Dio.
Vuol dire dunque che Dio la ispirerà; e che per il momento - questo momento, che già per lei è come lontano lontano - la conclusione bisognerà rimetterla alla vita. Alla vita, com'è stata sempre e come sempre sarà.

Addio silenzio di specchio, ordine, quiete, lindura.
È tutta sossopra la casa della signora Lèuca, per accogliere piú ospiti che non potrebbe; quattro ospiti nuovi, a cui bisognerà trovar posto, guastando, disponendo altrimenti le stanze, abolendo il salottino, la stanza dello spogliatojo, ammassando e anche portando giú in cantina tanti mobili, che forse saranno rivenduti, per collocare al loro posto i tre lettini e altri mobili che saranno comperati per le stanze da letto, le quali, da due che erano (compresa quella della serva), saranno adesso cinque.
La signora Lèuca cederà la sua, che è la piú grande, alle tre bambine, e lei dormirà nella stanzetta accanto, dov'era prima il salottino, rinunziando al grosso armadio a tre specchi, che non vi troverebbe posto. Lui, il marito, bisognerà che s'adatti nello spogliatoio che, dopo quella delle bambine, è la stanza piú larga, benché un po' buia.
Non ha nessun rammarico la signora Lèuca né per la rinunzia a tutte le sue comodità, né per il sacrifizio di tanti oggetti cari. È anzi lieta in mezzo al disordine delle stanze, le quali, da che davano, ordinate, l'impressione di tanta solitudine, ora, cosí disordinate, e solo perché ancora cosí disordinate, pajon già piene di vita.
Il nuovo aspetto ch'esse a mano a mano cominciano ad assumere, sistemate alla meglio, non le par certo bello. Le dà tuttavia uno strano piacere, perché nella sistemazione nuova, secondo il bisogno e le necessità dello spazio, sia degli oggetti vecchi, sia dei nuovi che a poco a poco arrivano, vede attuarsi, prendere consistenza l'immagine della nuova vita della casa. Quegli oggetti, cosí ora disposti, cominciano a rappresentargliela, quasi traendogliela a poco a poco da quell'incertezza in cui le si agita ancora dentro, per fargliela vedere, come sarà - questo qua, questo là - anche se, stando cosí come possono, non stanno come lei forse vorrebbe.
Pazienza.
Ora, intanto, può immaginarsi come farà, come si moverà per le stanze, che le sembrano nuove, per le cure nuove che le nasceranno.
E nuovo, tutto quanto nuovo veramente ha voluto almeno l'arredo per la camera delle bambine, scegliendo lei ogni cosa, in giro per mezze giornate da una bottega all'altra: i tre lettucci bianchi, di ferro smaltato (di legno, li avrebbe voluti; ma, fosse stato uno! tre, costavano troppo; e bisognerà pensare a far un po' d'economia su tutto, d'ora in poi!); bianchi però, li ha voluti anche bianchi, laccati bianchi, i due cassettoni e l'armadietto a specchio, le seggiole e i due tavolinetti da scrivere col palchettino da un lato, per le due piú grandicelle che vanno a scuola (forse, non è stato prudente, bianchi anche questi: ci sarà il pericolo che presto li macchieranno d'inchiostro; ma ella si propone d'insegnar loro a far tutto a modino e di sorvegliarle sempre, tutt'e due, quando faranno i compiti di scuola, non perché non macchino i tavolini, ma per i compiti, che li facciano bene); e poi rosei, i tappetini a piè del letto; rosea anche la tenda alla finestra, e rosee le sopracoperte dei lettucci. Cosí, bianca e rosea, tutta la camera.
Quell'antipatico grillo vecchio dell'Aricò, dice: troppe spese; e che si sarebbero potute risparmiare, facendo trasportare dalla casa del marito almeno quei mobili - letti, sedie, tavolini - che potevano servire ancora per il padre e le figliuole. Ma niente affatto! Nulla, qua, nemmeno un chiodo, di quella casa!
Eh, ma se questa fosse una ripugnanza che prova soltanto lei? Se invece lui e le piccine avessero caro di vedersi attorno qualche oggetto della casa antica?
Non gliela suggerisce l'Aricò, questa riflessione; la fa lei, che ne fa sempre tante. E allora, senz'altro, si reca a visitar quella casa in principio di via Flaminia, accompagnata dall'Aricò.
- Ma come? ora che le spese son fatte?
- Se ci sarà qualche cosa che vogliono conservare...
Le vicine di casa, conoscenti e amiche della morta, si fan tutte sull'uscio o corrono ad affacciarsi alle finestre, quand'ella scende dalla carrozza davanti al vecchio portone sgangherato, alta e dritta, elegantemente vestita, col velo sulla faccia; e quali e quanti commenti, appena, entrando, in principio dell'androne svolta per la scaletta a destra che conduce a un terrazzino, o piuttosto, a una specie di ballatojo, dove sono le due finestre a usciale delle camere poste sul davanti.
- Oh, coi capelli bianchi, hai visto?
- Sí, ma giovane! Che avrà? Avrà, sí e no, quarant'anni!
- Eh, signora fina...
- Per quel bestione là!
- Eppure vedete che se lo viene a riprendere!
- Be', segno che gli serve ancora.
- Per me, che t'ho da dire, una donna con gli occhiali...
Sarà perché viene da fuori; sarà perché la giornata è cupa, la signora Lèuca non riesce a discerner nulla appena entrata da quel ballatojo nella prima stanza. Si sente stringere il cuore, pensando ch'egli s'è ridotto a vivere in una casa come quella; e l'angoscia e insieme il ribrezzo le crescono, appena gli occhi cominciano a distinguere la miseria, il disordine, la sporcizia... Si avverte ancora che la morte è passata di là da poco tempo, in un certo lezzo che è rimasto, di fiori vizzi e di medicinali.
Ma dov'è lui?
Sandrina, che è venuta ad aprire in sottanina, con le magre braccine nude, spettinata, risponde, ancora tutta abbagliata dalla vista inattesa della bella "zia", della casa ricca e lucente, che il babbo è di là, buttato sul letto, e che c'è la sarta.
- Ah, brava, - fa la signora Lèuca, sollevando il velo sulla fronte e chinandosi per baciar la piccina. - La sarta, hai detto? Andiamo, andiamo, Sandrina. Sei contenta, cara, che sia venuta la zia? Sí, è vero? Povera cara piccina mia! Sí, sí, c'è qua la zia, ora... Sarà meglio che ci parli io con questa sarta. Vi prende le misure?
- No, ha fatto tutto...
E la signora Lèuca con Sandrina per mano s'avvia verso l'altra stanza in fondo; ma ecco lui, balzato dal letto, tutto rabbuffato, con la camicia aperta sul petto irsuto e una vecchia giacca nera, certo infilata, or ora, in fretta in furia.
- Tu, qua? Anche lei, avvocato? Sí, c'è la sarta. Per... per gli abitini da lutto... Vieni, vieni...
Ha il cuore grosso; grossa la voce; e mostra una gran fretta, forse per nascondere il turbamento e la commozione; forse per non dar tempo alla moglie d'osservare intorno la miseria della casa, il disordine di quella sua vergognosa intimità.
Ma prima di quei poveri abitini da lutto (che saranno certo uno scempio, allestiti cosí, tutt'e tre, in pochi giorni) ella vuol vedere, conoscere le altre due bambine.
Oh, ma guarda, guarda quella piccola là, che amore! in camicina, con le gambottole nude, che alza il braccino e s'afferra alla nuca tutte quelle belle boccole nere nere, arruffate! Dio, che occhi! È scontrosa?
- Rosetta? Si chiama Rosetta? Che amore!
Sandrina corregge: - No, Rosina.
Rosina? Sarebbe meglio Rosetta, cosí tombolina! Ma né Rosina, né Rosetta, veramente, perché cosí bruna bruna, e con quegli occhioni cupi e che pure, Dio mio, pungono davvero quegli occhioni; e quella boccuccia là, un bottoncino di fuoco; e quel nasino che non pare nemmeno...
- Cinque anni? Ah, deve ancora compirli... E allora no, via, il vestitino nero anche a lei... Bianco, con un bel fascione di seta nera in mezzo...
Ma ci penserà lei, a casa.
- E questa è Lauretta?
La domanda, per quanto vorrebbe essere affettuosa, le vien fuori fredda dalle labbra; perché quella Lauretta è come se lei già la avesse veduta in Sandrina; non tale e quale, certo; ma con quella stess'aria afflitta, gli stessi occhi fermi e serii, il visino pallido piuttosto lungo, e i capelli lisci.
Non è possibile non notar subito che quelle due sorelline piú grandi non hanno nulla, proprio nulla, di comune con la piú piccola, venuta parecchi anni dopo. Perché Lauretta ha già otto anni e tre mesi; vuol dire un anno e qualche mese meno di Sandrina, la maggiore.
La signora Lèuca respinge un sospetto che le sorge spontaneo, sapendo purtroppo che donna era la madre e che liti s'accendevano tra i due per la gelosia. Lo respinge, sia perché quella donna ora è morta, sia perché sa che lui predilige, sopra le altre due, quella piccola.
Anzi, per dissimular subito d'averlo avuto, si mette a discutere con la sarta di quei vestitini cosí mal tagliati e mal cuciti; poi col marito, dello scopo della sua visita. Ma non c'è da portar via nulla da quella casa: egli è subito d'accordo con lei: tutta roba da svendere o da spartire, lí, tra il vicinato. Solo, i suoi abiti e la sua biancheria, e quella in migliore stato delle bambine.
Nell'appressarsi a un canterano per accertarsi se non convenga lasciare anche questa biancheria delle bambine, certamente non fine né graziosa com'ella pensa che dev'essere d'ora in poi, la signora Lèuca sorprende nel marito un atto subito represso, come se volesse trattenerla. Non tarda a comprenderne il perché. Sul piano di quel canterano c'è il ritratto della morta in una volgare cornice di rame. Finge allora di non vederlo; e dice a lui che ci sarà tempo di far la scelta di qualche capo da conservare, e che per il resto, se mai, penserà lei a farne elemosina.
Domanda a Sandrina se, intanto, quella sera stessa non vuol venire a casa con lei.
Sandrina risponde subito di sí, battendo le mani. Ma anche Lauretta dice che vuol venire. E perché non anche la piccina allora? Tutt'e tre con lei, fin da questa sera: la camera, là, è pronta.
Eh, ma la piccina, no. La piccina non si stacca dal padre. Senza il padre, non viene. E lui è meglio che rimanga qua, ancora per qualche giorno, per liquidare quel suo triste passato.

Cosí la signora Lèuca, quella sera, rientra in casa con le due ragazze vestite di nero.
- Ecco la vostra camera, vi piace?
Non riescono neppure a risponder di sí, Sandrina e Lauretta, tanto ne restano ammirate.
- Qua dormirai tu, - dice a Sandrina. - E Lauretta là. E Rosina in mezzo, tra voi due, in questo lettino piú piccolo.
Poi mostra loro i tavolinetti, dove studieranno, e ne assegna uno a ciascuna.
- Col cassetto, sí. Ce l'ha anche l'altro: sono uguali. E c'è anche un cassettino qua, piccolo piccolo, nel palchetto.
E dice che d'ora in poi andranno a un'altra scuola lí vicino, in via Novara; e che le vorrà sempre diligenti e giudiziose e pulite.
Quanto agli abitucci, bisogna che per ora tengano quelli; ne avranno poi di nuovi e di piú belli, per uscire; altri, per casa, e i grembiulini: tutto in ordine.
Intanto, le ripulisce ben bene, le ripettina; mostra loro tutta la casa; dove dormirà il babbo; dove dorme lei. E infine le fa sedere a tavola con sé per la cena.
A poco a poco bisognerà insegnar tante cose, tante, a quelle due povere piccine! Per quella prima sera, meglio lasciarle fare a modo loro. Sono come incantate. Non sanno prendere il bicchiere, non san tenere in mano le posatine comperate apposta per esse. Impareranno a poco a poco. E imparerà anche lei a far che l'indulgenza, suggerita dalla pietà, non divenga troppa e nociva.
Finita la cena, le tiene ancora un po' con sé. Vorrebbe saper tante cose; ma non concede alla sua curiosità neppur di rivolgere una domanda. Cerca soltanto di far parlare Lauretta, che sta a guardar sempre in bocca Sandrina, la quale, per esser stata già una volta con lei, vuol mostrare alla sorellina che ha già preso una certa confidenza. Ma Lauretta, a ogni incitamento, si volta a Sandrina, come convinta che non tocchi a lei di rispondere per quella sera.
Sarà per domani.
Quando le mette a letto, viene a sapere che non sono solite neanche di farsi la croce prima d'addormentarsi. Dice loro, alla meglio, perché bisogna farsela, la croce, e le persuade a ripetere con lei una breve preghiera. Cosí ottiene anche, ma dopo una lunga insistenza, di sentir la voce di Lauretta che non ha voluto parlare.
Spegne la luce, e le lascia sole in camera. Poco dopo, però, origliando all'uscio, per accertarsi se han preso sonno, le sente litigare a bassa voce, ma violentemente, e capisce che Lauretta è discesa dal suo lettino ed è andata a quello di Sandrina, che la respinge. Dio mio, s'azzuffano come due gattine! È certo che si sono afferrate per i capelli e che si danno calci. Che fare? Aprire? Sorprenderle? Forse è meglio no. Perché, se fanno cosí piano per non essere intese da lei, vuol dire che un certo ritegno lo sentono. Ma sarebbe bene conoscere il perché di quella lite. Forse Lauretta ha paura di dormir sola? o forse non è rimasta contenta di qualche risposta che Sandrina ha dovuto dare per conto di lei?
Ecco, si sono quietate. Lauretta torna in punta di piedi al suo lettino. Ma Sandrina ora piange sotto le coperte.
La signora Lèuca rimane a pensare a lungo quella sera, e si domanda che cosa quelle bambine abbiano già per lei piú delle altre che finora ha soccorso e che non potrà piú soccorrere d'ora in poi.
Quasi tutte le altre avevan certo assai piú di queste bisogno del suo soccorso; e lei, non solo non avrebbe mai fatto tante spese, e con tanta premura, per ospitarle; ma non s'era neppur mai sognata di poterne accogliere in casa qualcuna, modestamente, anche per averne lei stessa il vantaggio di qualche servizio.
Ha accolto queste, perché figlie di lui, del marito? (E chi sa! Una, forse, neanche...) No... non per lui. Le ha accolte per sé, per riempire la sua vita, anche coi fastidii e i dispiaceri ch'esse le daranno. E non esse sole, certamente...
Ecco a che l'ha condotta il consiglio della carità difficile! A farsela a sé, lei stessa, la carità, a danno di tante altre piccole derelitte, a cui ora non potrà piú pensare.
Ma no, questo no, non dev'essere!
Se non è piú possibile ormai considerar le altre bambine da lei finora protette come le due che ora dormono di là, già divenute sue, troppo rimorso sarebbe per lei il non far piú nulla per quelle; almeno per qualcuna... Quella malatuccia di via Reggio, Dio mio! E quell'orfanella, Elodina, di via Alessandria, impossibile non soccorrerle piú, abbandonarle, là, alla loro miseria, cosí nera, mentre per queste qua tanto bianco e tanto roseo di lettucci e di mobiletti laccati e di tappetini e sopracoperte, e il piacere ch'ella già prova a immaginare gli acquisti che farà per loro, di biancheria fina, di scarpette eleganti, e la cura che si darà perché siano vestite bene e con grazia.
No no. Sarebbe troppo! sarebbe troppo! E perché poi? Chi son esse infine?
Si potrà lei veramente compiacere che tutti vantino domani la sua generosità per aver accolto in casa, vincendo ogni risentimento e il disgusto per la laida offesa al suo amor proprio di moglie che non poté esser madre, quelle tre figlie che il marito ebbe da un'altra donna? da una donna come quella? No. Perché lei non l'ha fatto per questa generosità, e si sdegnerebbe, se se ne sentisse lodare; anzi il solo pensiero che una tal lode le possa esser rivolta, già le accresce il rimorso per quello che ha fatto.
In tal caso, beneficiando di questa sua presunta generosità, le tre bambine ospitate verrebbero a godersi sfacciatamente il premio della vergogna della loro madre, della colpa del loro padre, "generosamente" da lei perdonate. Mentre non ha perdonato niente, lei, la signora Lèuca, non avendo proprio niente da perdonare, per il solo fatto che non ha sofferto della colpa del marito piú di quanto non abbia sofferto per tant'altro male, anche non fatto a lei direttamente: il male che tutti fanno, inevitabilmente, volendo vivere; il male che lei stessa sta facendo ora a tante povere bambine per aver voluto accogliere in sé, piú viva della loro, la vita di queste tre a lei ugualmente estranee e certo non piú disgraziate.
E bisognerà scontarlo, ora, scontarlo questo male.
Nel silenzio, a un tratto (dev'esser molto tardi) le si fa vivo il tic e tac lento e staccato della pendola. Il vuoto del suo silenzio di prima. E ancora, e forse piú angosciosamente che mai, ella vede vaneggiarvi sconsolato ogni suo pensiero, sconsolata ogni opera, sconsolata ogni immagine di vita.
Ecco, le s'inquadra lontano, nell'ombra, col luccicore della volgare cornice di rame, il ritratto di quella morta, là, sul canterano... E tutte quelle vicine accorse a vederla scendere dalla vettura...
Che farà lui, solo, a quest'ora, in quell'orribile casa, con la piccolina?
Chi sa perché, se lo immagina fermo davanti a quel canterano, con la piccolina in braccio, intento a guardare il ritratto di quella morta, ch'ella non ha potuto vedere.

È d'aver salito, sú, sú, fino alla cima, una cosí alta montagna, la colpa. E non per orgoglio di salire... Che orgoglio? Può anche essere stata una condanna; o il destino.
E, si sa, questo gelo ora, e questo silenzio della cima. E veder tutto piccolo e lontano; e cosí, per forza, velato, soffuso di questa esiliante tristezza di una nebbia, che da vicino, là in basso, forse non c'è e che da lontano e dall'alto si vede, perché la stessa altezza, la stessa lontananza la formano.

Tre giorni dopo, viene il marito con quella piccolina aggrappata al collo, come una gattina selvaggia e impaurita, che non voglia farsi strappare.
Arrabbiato per questa selvatichezza della bimba, che gli ha impedito di portar sú, una per mano, le due vecchie pesanti valige, in cui ha raccolto tutto quel po' che ha creduto potesse entrare senza troppa vergogna nella casa della moglie da quella sua casa ora distrutta, accoglie senza nessuna festa le espansioni d'affetto e di gioja di Sandrina e di Lauretta e non ha occhi per vedere com'esse in tre giorni son quasi rinate.
Le due piccine, che s'aspettavano le meraviglie del padre per il loro contegno e la loro lindura, cosí ben pettinate, con quei grembiulini nuovi, neri, coi risvolti di merletto bianco ai polsi e al collo e la cinturina in mezzo, e le calzette fine e le scarpette nuove, restan deluse e come mortificate.
Per miracolo non bestemmia, il padre, soffocato dalle braccine di quella brutta Rosina, che gli si stringono sempre piú al collo. Alla fine, visto che non riesce, per quanto faccia o dica, a farle allentar la stretta, ecco che, inferocito, con uno strappo violento se la stacca dal collo e (ben le sta!) quasi la butta su una seggiola, gridandole:
- Qua, e zitta, o te le do!
Ma la bimba, frenetica, si rovescia a terra, urlando, tempestando con le gambette, nascondendosi la faccia con le braccine, le mani afferrate ai capelli; mentr'egli va verso la finestra, esasperato, sulle furie:
- Non ne posso piú! non ne posso piú!
Si volta verso la moglie, e aggiunge:
- Da dieci giorni cosí, aggrappata a me, fino a strozzarmi!
E vedendo la bimba correr verso di lui, carponi sul pavimento, come una bestiolina urlante:
- Ecco! la vedi? la vedi?
E alza la gamba, a cui la bimba è venuta ad avvinghiarsi.
Sandrina e Lauretta si mettono a ridere.
- Ah, non si ride! - le ammonisce subito, seria, la signora Lèuca. - Vergogna; mentre la sorellina piange... Andate, andate piuttosto a prendere i giocattolini che le abbiamo comprato jeri...
Il padre intanto s'è chinato a riprendersela in braccio:
- Senti? senti? i giocattolini...
Ripresa in braccio, la bimba, ancor tutta convulsa, cessa di piangere; ma come Sandrina e Lauretta ritornano dalla camera coi giocattoli, udendo il suono che Lauretta cava dai due cembalini di latta d'un pagliaccetto rosso che apre e chiude le braccia, riaffonda la faccina sotto il mento del padre, per non vedere, per non udire, e riprende a smaniare, come per rimettersi a piangere.
La signora Lèuca ha allora l'impressione che quella bimba cosí avvinghiata al padre rappresenti come una condanna che gli abbia lasciato quella donna, di non potersi piú staccare, di non poter piú levarsi a respirare fuori da tutto ciò che essa, in vita, a sua volta rappresentò per lui: miseria, abbrutimento, oppressione.
E prevede che non potrà nulla lei, su quella creaturina, forse mai; perché troppo neri e come unti ancora e impregnati ferinamente del vizio da cui è nata, ha i capelli, tutti quei capellucci ricciuti; e troppo cupi e pungenti gli occhi; e troppo selvaggio il sangue con cui è impastata.
Non si prova nemmeno ad accostarsi per cercar di staccarla dal padre e persuaderla a mettersi a giocare con le sorelline, certa com'è che, non solo non riuscirebbe a nulla, ma anzi farebbe peggio.
Conduce il padre a veder la camera che gli ha assegnata, con l'aria di scusarsi che, data la casa, meglio di cosí non ha potuto alloggiarlo; ma s'accorge subito che non è giusto che si dia quell'aria; e le fa uno strano effetto ch'egli le risponda, infatti, accigliato:
- Ma no, ma no, che dici?
Accigliato, quasi senza volerlo; perché ha veduto il letto, che è per uno; mentre lui finora ha dormito in un letto a due. E aggiunge, indicando la piccina che ha sempre al collo:
- Per questa píttima qua.
- Ma c'è il lettuccio per lei di là, - s'affretta a rispondergli la signora Lèuca. - In mezzo, tra i due delle sorelline. Vieni, ti farò vedere.
Egli resta ammirato davanti alla bella camera bianca e rosea, con quei tre lettini; ammirato e commosso; ma anche dolente; perché si vergogna a dirlo - ma da quand'è morta quella, anche di notte la piccina se n'è stata con lui, nel letto grande al posto della madre; e forse non sarà possibile indurla a dormir sola, adesso, in quel lettino.
- Ebbene, vedremo stasera, - gli risponde la signora Lèuca. - Se riusciamo a metterla a letto qua, le starai tu accanto, finché non si sarà addormentata. Altrimenti, pazienza! trasporteremo di là il lettuccio, e dormirà in camera tua.
S'accorge, cosí dicendo, che Sandrina e Lauretta ne sarebbero molto contente, non tanto perché resterebbero loro due sole, allora, padrone della bella camera, quanto perché da che stanno qui e han preso quell'aria di ragazzine ben messe e ben educate, vorrebbero dimostrare che ormai capiscono come bisogna stare in una casa signorile, cosí diversa da quell'altra in cui sono nate e cresciute, e temono che non sarà loro possibile con quella sorellina, la quale invece dimostra di voler con tanta tenacia rimanere attaccata alla vita di prima. Quasi quasi non han piacere neanche di vedere il padre ora, lí nella bella casa, dov'esse per tre giorni sono state cosí bene, sole, a respirare nella nuova vita, in compagnia della "zia".
Veramente si ha l'impressione che anche lui, il padre, con quell'aria rabbuffata e cupa, non potrà adattarsi a viver qua, e che resterà sempre come estraneo, trattenuto da quelle braccine che non vogliono staccarglisi dal collo. Eccolo là, infatti; quasi non osa guardare; non sa che cosa dire; confuso, imbarazzato, ripete con voce grossa:
- Troppo... troppo...
Poi domanda licenza d'andare in camera sua a disfar le valige per mettere a posto la roba, come se all'improvviso gli fosse sorto il timore che altri si fosse messo a disfarle in vece sua.
- Zia, - domanda allora Lauretta, - perché noi sí, di nero, per la mamma, e papà no?
La signora Leuca, che non ha badato al colore dell'abito del marito, resta a guardar la ragazza, e lí per lí non sa che cosa risponderle; non già perché le sia difficile trovare una ragione qualsiasi, ma perché pensa che egli forse non s'è vestito di nero per un riguardo a lei, per non portarle sotto gli occhi il lutto di quell'altra donna.
Se n'addolora e se n'impensierisce. Egli la deve aver pianta, quella donna. Ha bene impresse in mente la signora Lèuca le orribili cose che le confessò quel giorno, e comprende che se egli poté odiare colei mentr'era viva, per la schiavitú dei sensi in cui lo teneva, ora certo tra sé si struggeva d'essersene liberato, e chi sa a qual prezzo vorrebbe riaverla e come e quanto la avrà dunque rimpianta finora e la rimpiangerà a lungo ancora.
Tranne che...
La signora Lèuca tronca la supposizione, che da tanti giorni ormai la turba e la tiene agitata.
È sicura, sicurissima che avverrà purtroppo quanto ha previsto, discorrendo col vecchio parroco e con l'avvocato Aricò e ponendo i patti per il ritorno del marito in casa. Non avverrà oggi, non avverrà domani, ma appena egli avrà vinto quel primo imbarazzo e ripreso un po' di confidenza, avverrà di certo.
Il turbamento e l'agitazione si fanno tanto piú vivi, quanto piú ella nota in lui modi, atteggiamenti, espressioni, che dovrebbero anzi quietarla e rassicurarla: quell'avvilimento, quella remissione, e la pazienza e l'affetto per le figliuole, di cui, almeno fino a tal punto, non l'avrebbe mai creduto capace; tante cose, insomma, che le consigliano un particolar riguardo per la sua condizione d'ospite ricoverato, e che le destano una pietà molto piú intensa di quella a cui già, quasi per dovere, si sentiva disposta.

A cena, che impressione! vedergli alzare a un certo punto, discorrendo dell'avvocato, uno dei sopraccigli, ma contraendolo dalla parte del naso in un'increspatura di volontà intelligente, come soleva fare un tempo, discutendo con lei, nei primi anni del matrimonio: riconoscere nel viso mutato, alterato sguajatamente dai vizi, quell'antico segno d'intelligenza, che le piaceva.
E che impressione, anche, nell'osservare in lui ancora i tratti dell'antico signore, a tavola!
Imbarazzo, soltanto se lei lo guardava. (Abbassava subito gli occhi, allora, o li volgeva, torbidi, altrove.) Ma nessun imbarazzo nel modo di comportarsi, di servirsi; benché per le due figliuole piú grandi dovesse esser nuovo, quel modo, perché guardavano il padre come se non lo riconoscessero piú. Ma lo riconosceva lei, quel modo ch'era, con sua meraviglia, quello d'un tempo, ma ancora come nativo in lui e perfettamente spontaneo.
Il vino...
Dio mio, che pena! Vedersi costretta, ogni volta, a stornar subito gli occhi che le si fissavano sulla bottiglia, senza che lei lo volesse. Eppure, restava lí quasi intatta quella bottiglia... Le rendevano vano, quegli occhi maledetti, lo sforzo di dissimulargli che ella sapeva dall'avvocato Aricò del suo vizio d'ubriacarsi quasi ogni sera.
Certo, egli doveva soffrire a bere cosí poco, a non ber quasi niente; ma non lo dava affatto a vedere.
È vero che quella era la prima volta che sedeva a tavola con lei dopo tanti anni. Chi sa, se in seguito - domani a colazione; domani sera a cena - sarebbe riuscito a frenarsi ancora cosí...
E poi, dopo cena, quella sua bocca divenuta brutta, quasi nera sotto i baffi neri un po' brizzolati nel mezzo, che sorriso bello, di paterna tenerezza, aveva saputo trovare nel mostrarle la bimba che gli s'era addormentata sulle ginocchia! E le aveva domandato sottovoce se non sarebbe stato bene provarsi a svestirla pian piano, per andarla a deporre sul suo lettino, là in camera, dove già erano andate a dormire le sorelline maggiori.
Sí, certo. Ed ecco che lei s'era curvata fin quasi a toccarlo con la spalla sul petto, fin quasi a porgli il capo sotto la bocca, tanto che sui capelli ne aveva avvertito il respiro; e poi, per forza, piú volte aveva dovuto toccarlo davvero, dovendo svestirgliela sulle ginocchia, la bimba; ma l'atto le aveva fatto meno impressione del pensiero di poterlo fare. E che stizza dentro di sé, intanto, per quelle sue mani che potevano dargli a vedere e a credere ch'ella non si sentisse al tutto calma e sicura!
Infine, adagiata sul letto con tutte le precauzioni la bambina, e usciti tutti e due in punta di piedi dalla camera, era venuto il momento piú pericoloso: quello di vedersi loro due soli, di nuovo insieme, per un momento, prima di recarsi a dormire, nel silenzio e nell'intimità della casa.
Ebbene, non era accaduto nulla.
Appena richiuso l'uscio della camera delle bambine, egli aveva tratto un respiro di sollievo, e a bassa voce, sorridendo, le aveva detto che ormai poteva esser sicuro di stare in pace fino a domattina, perché la bimba non si svegliava mai durante la notte; poi, umile ma tranquillamente, le aveva augurato la buona notte e s'era ritirato nella sua camera.
Da un'ora, a letto, ritorna con la mente a tutte queste sue impressioni, la signora Lèuca; prova un acerbo dispetto contro se stessa, per quel turbamento che ha avuto, e che le pare tanto piú indegno, quanto piú lo confronta con l'umiltà, con l'avvilimento e la mortificazione di lui; di lui che non ha nemmeno osato guardarla, e che certamente, certamente non si sogna neppure, per ora, di poter tentare di riaccostarsi a lei piú di quanto ella gli possa permettere.
Che s'è aspettato, Dio mio? E ha chiuso a chiave l'uscio, appena entrata! Quasi quasi scenderebbe dal letto per andare a levar quella serratura, tanto le fa stizza che abbia pensato di dover premunirsi cosí fin dalla prima sera.

L'ha notato il signor parroco, dopo l'ultimo convegno delle dame del patronato nella casa parrocchiale, parlandone col signor Cesarino, che dice di averlo notato anche lui; l'hanno notato ugualmente le amiche, signora Mielli e signora Marzorati e, pare quasi impossibile, anche la brava signorina Trecke. Una cosa che... sí, ecco, fa proprio dispiacere.
Lo zelo della signora Lèuca s'è piú d'un po' raffreddato. Non viene, da circa due mesi, alle riunioni del patronato; non solo, ma ha saltato anche la santa messa qualche domenica; piú d'una! E un certo raffreddamento anche è evidente verso le amiche, come se sospettasse anche in loro una certa responsabilità per le non liete condizioni in cui s'è lasciata mettere con quelle tre bambine in casa, e quell'uomo là, il quale, per quanto dicano che sia molto rispettoso verso di lei, pur tuttavia deve pesarle come un macigno sul petto.
Non c'è dubbio che le daranno molto da fare quelle tre bambine; ma se è vero (e dev'esser vero) ch'esse non sapevano neanche farsi la croce la prima sera ch'ella le accolse in casa; tanto piú, adesso, non dovrebbe trascurare di condurle a messa regolarmente tutte le domeniche, e ora anche alla novena in preparazione della festa dell'Immacolata Concezione di Maria Santissima, che cade il giorno otto.
La signora Mielli nota poi che l'amica, prima cosí curata sempre nelle vesti, nell'acconciatura, ora è proprio trascurata, pettinata male, se non addirittura spettinata, come se non avesse piú né tempo né voglia di guardarsi allo specchio. Francamente, ella ha quattro bambini, non tre, e tutte le cure e tutte le attenzioni per essi, per il marito, per la casa; ma il tempo di pettinarsi a modo e di vestirsi bene e con comodo, lo vuole; e, volendo, si trova, via, si trova! È chiaro che ancora la signora Lèuca deve farci l'abitudine, a combattere coi figliuoli. Eh, vita beata, quella che viveva prima! Ma il merito può esser soltanto quando si vincono le difficoltà; non quando tutto è semplice e facile, non è vero?
Peccato, sí, ha perduto la serva affezionata che stava con lei da tanti anni, povera signora Lèuca. Ma naturale! Avrebbe dovuto prenderne un'altra per ajuto, considerando in tempo che una sola non poteva piú bastare, con tre bambine ora e con un uomo per casa.
- Ma l'aveva presa! l'aveva presa! - dice la signorina Trecke. - Sembra però che abbia dovuto licenziarla su due piedi, perché il marito... non so...
- Come come? Il marito? - domanda la signora Marzorati, facendo un viso lungo lungo.
La signorina Trecke apre la bocca al suo solito sorriso. Non capisce bene di che cosa si possa essere accorta, la signora Lèuca, ma il fatto è che sua nipote si mise tanto a ridere, ma tanto, ma tanto, allorché lei andò a dirle di quel licenziamento.
- Come una matta, rise, chi sa perché!
- Ma già! - esclama con gli occhi lontani lontani la signora Mielli. - È certo che quell'uomo, adesso....
- Ma Dio mio - osserva indignata la signora Marzorati. - Se la signora Lèuca (e ha ragione, poverina: moglie io, al suo posto, ma piuttosto mi butterei da una finestra!)... dico, lei m'intende, signora Mielli. Fuori di casa, però!
A questo punto, beata come se fosse stata in cielo con gli angioletti nel tempo che le due signore si sono scambiate quelle poche parole tra molti ammiccamenti, la signorina Trecke scappa a dir, sorridendo, che - sí - va fuori di casa infatti ogni sera il signor Lèuca.
- Tant'è vero, - soggiunge - che viene da me.
La signora Marzorati si volta a guardarla, sorpresa e accigliata:
- Da lei? E come? a far che?
E la signorina Trecke risponde: - A trovare mia nipote.
Non ci può esser niente di male per lei in queste visite del signor Lèuca a sua nipote, visto che il signor Lèuca s'è riconciliato con la signora Lèuca e che il signor parroco ha tanto favorito questa riconciliazione.
- Ma che riconciliazione, che riconciliazione! - le dà sulla voce la signora Marzorati. - Dica un po', sa che discorsi fanno, almeno, tra loro?
La signorina Trecke abbassa con furbizia assassina le vecchie palpebre cartilaginose da scimmia, sui chiari occhi innocenti, e rapidamente, sempre sorridendo in quel suo modo, accenna piú volte di sí col capo:
- Parlano dell'Equatore, - dice. - Della Repubblica dell'Equatore.
Perfino la signora Mielli, cosí sempre lontana da tutto, sgrana tant'occhi.
- Della Repubblica dell'Equatore?
- Sí, - spiega la signorina Trecke. - Perché è partita una spedizione di grossi industriali per la Repubblica dell'Equatore. C'è tutto da fare, nella Repubblica dell'Equatore. Ponti, strade, ferrovie, illuminazione, scuole... E mia nipote conosce uno che fa parte della spedizione. Dice che ce ne sarà una nuova, tra poco, piú numerosa, d'operai, di contadini, d'ingegneri, e anche d'avvocati, di maestri. E dice che ci vuole andare anche lei, mia nipote, nella Repubblica dell'Equatore. Ecco, parlano di questo.
Ha una faccia cosí stupida nel dar quella notizia, la signorina Trecke, che la signora Marzorati e la signora Mielli, per non sgraffiargliela dalla stizza che ne provano, preferiscono tenersi in corpo la curiosità e mettersi a parlar d'altro tra loro.

Finito tutto.
Non si duole di quanto è avvenuto, la signora Lèuca; né di chi le ha procurato e inflitto un tale supplizio. Di sé si duole e di quanto è avvenuto in lei, contro ogni sua aspettativa; quando invece s'attendeva che il male da un momento all'altro le dovesse venir da fuori, da parte degli altri.
Appunto perché questo male, previsto, temuto e da un momento all'altro atteso, le è mancato, ella ha patito il supplizio.
È sicura di potere ancora affermare a se stessa, non ostante lo sdegno di cui è piena per la sua carne miserabile, che se una di quelle sere il marito, nel silenzio della casa, la avesse ghermita, non avrebbe ceduto, lo avrebbe respinto, opponendosi anche alla lusinga della sua coscienza, la quale tentava d'indurla a considerare che, respingendolo, avrebbe dato lei a quell'uomo il pretesto di ricadere nell'orribile vita di prima. Ancora, fermamente sostiene che no, non si sarebbe lasciata vincere neppure dalla previsione certa di questo rimorso.
Sí; ma è ugualmente sicura la signora Lèuca che, se questo fosse avvenuto, il supplizio per lei sarebbe stato molto meno crudele di quello che ha sofferto, non essendo avvenuto.
Perché a poco a poco l'orrore del corpo di lui, in tutte quelle immagini indelebili che le si erano destate durante la confessione delle sue turpitudini, era divenuto orrore del suo stesso corpo; il quale, ogni sera, davanti allo specchio, appena ella si richiudeva in camera (e senza piú girar la chiave nella serratura!) le domandava, se davvero esso fosse ormai cosí poco desiderabile, da non esser piú nemmeno guardato di sfuggita da un uomo come quello, che s'era contentato fino a poco fa d'una donnaccia volgare.
Ella era ancor bella, e lo sapeva dagli occhi di tanti uomini, che spesso tuttora per via la richiamavano a ricordarsene, quando meno ci pensava. Quei capelli divenuti prestissimo di neve, ancor prima di compire i trent'anni, davano maggior risalto alla freschezza della carne e una grazia ambigua, come d'una menzogna innocua, al suo sorriso, quand'ella, additandoli, diceva:
- Ormai son vecchia...
E il suo collo si spiccava ancora agile e senza una ruga dal busto formoso, e... - Dio, che miseria, quell'intimo esame di tutto il suo corpo per affermare che sí, sí, era ancor bella, era ancor desiderabile; e che poteva perciò sicuramente prevedere, parlando col parroco e l'Aricò, che il marito l'avrebbe messa presto alle strette e si sarebbe fatto cacciar di casa.
E allora, per quest'orrore del proprio corpo, di giorno in giorno crescente, quanto piú le cresceva la certezza della piú tranquilla noncuranza di esso da parte del marito (sempre, per altro, umile e come mortificato davanti a lei), via ogni tentazione di guardarsi allo specchio! Non s'era piú guardata neanche di mattina, per pettinarsi; ma senza voler tuttavia riconoscere che lo faceva per questo, rappresentando la commedia davanti a se stessa, dicendosi che doveva rifarsi, cosí, in fretta in furia, i capelli, perché non aveva piú tempo, con quelle due piú grandicelle da badare ogni mattina, perché arrivassero in orario alla scuola.
E quando poi aveva scoperto, nella stanza di lui, dentro il cassetto del comodino, aperto per caso, il ritratto di quella donnaccia senza piú la cornice di rame! Con che occhi da assetata s'era buttata a guardarlo! E che disillusione! Procace, sí, ma brutta, con certi occhi da pazza, e volgarissima, quella donna... E lei che se l'era immaginata bella! Ma era naturale, via, che a lui ormai dovessero piacere le donne di quel genere.
Se non che, ecco qua tutta festosa la signorina Nella, la nipote della signorina Trecke, che non si può dir volgare, d'aspetto; eppure è chiaro che piace al marito. Ella adesso insegna nella scuola elementare di via Novara, dove vanno Sandrina e Lauretta. Sandrina è stata sua scolaretta, due anni fa, nell'altra scuola fuori Porta del Popolo, a cui, di prima nomina, ella era stata assegnata. Che combinazione! Ecco che ora ritrova qua la sua scolaretta di laggiú, il primo giorno di scuola, e vuol riportarla a casa, alla fine delle lezioni, insieme col padre, tenendola per mano, il padre di qua e lei di là.
La signora Lèuca - ora che tutto è finito - non vuole piú dolersi neanche di questa perfida, che sempre, per istintiva avversione, le è stata nemica.
Il marito, per quello ch'era sempre stato e che si sapeva bene che fosse, non aveva certo bisogno d'esser sedotto. Eppure, ecco che quella s'era fatto un vero godimento di venirglielo a sedurre lí, sotto gli occhi, in casa, quasi ogni giorno, con la scusa di Sandrina, sua scolaretta antica, e di Lauretta, sua scolaretta nuova. Veniva a sedurglielo sotto gli occhi, sicurissima che una signora come lei non dovesse accorgersene e che se mai se ne fosse accorta, via, un po' piú di sdegno, al massimo, per quel pover'uomo là, accolto con le figliuole per compassione.
E lei, dapprima, aveva quasi accettato la sfida, che era chiara negli sguardi e nei sorrisi di colei; e aveva finto di non accorgersi di nulla, per non dover riconoscere che fosse provocata dall'oscura, segreta, insorgente gelosia l'indignazione, per tanta sfrontatezza; e quando finalmente non aveva piú potuto contenere quest'indignazione e aveva lasciato intendere a quella impudente, che non stesse piú a venirle per casa, s'era vietata d'assumer coscienza del delitto che lasciava compiere non prevenendo quella stupida signorina Trecke e anche il signor parroco; ancora per non dover riconoscere che fosse spinta dalla gelosia.
Ed ecco adesso lo scandalo!
Il signor parroco, le dame del patronato se la prendono con la signorina Trecke, con quella povera stupida signorina Trecke, che ha permesso ai due di vedersi ogni sera in casa sua, dando loro agio cosí di concertar la fuga per la Repubblica dell'Equatore.
La signorina Trecke piange, piange inconsolabilmente, non tanto sulla disgrazia che le è toccata, quanto sulla sua irrimediabile ignoranza del male, che le fa avere da parte del signor parroco e delle amiche del patronato tanti e tanti rimproveri, tutti meritatissimi, ma che purtroppo non varranno a infondere un po' di salutare malizia in quei suoi poveri infantili occhi innocenti, che saranno d'ora in poi (per l'abbandono di quell'ingrata nipote) sempre cosí rossi di pianto.
E infine, per giunta, si vede accusata anche lei, la signora Lèuca, d'aver fatto le cose a mezzo, sempre - s'intende - per il suo difetto di non saper vincere quella tale schifiltà naturale, che tante volte le ha impedito l'intero esercizio della carità, proprio di quella certa carità difficile, che pure questa volta lei stessa era andata a cercare.
Santo Dio, visto che s'era piegata a riprendersi in casa il marito, poteva bene forzarsi a vincerne il disgusto e acconciarsi a ridivenire in tutto e per tutto sua moglie. Sono croci, si sa! E il merito consiste appunto nel rassegnarsi a portarle.
Ma lascia dire, la signora Lèuca, e lascia pur credere che sia mancato per lei. Non le importa delle parole, come non le importa dei fatti. È nell'animo la piaga. Che siano su questa piaga come gocce di limone, quelle parole, non è male, perché adesso, quanto piú le brucia, questa piaga, meglio è.
Ed ha accolto con un sorriso di compiacenza le congratulazioni che a quattr'occhi ha creduto di venirle a porgere l'avvocatino Aricò; ma sí! d'essersi liberata, dopo tutto, checché ne dica il signor parroco, di quell'animalone lí, che le ingombrava la casa.
Non aveva detto lei, che il male sarebbe stato soltanto per il ritorno di lui, perché per il resto, che fossero venute le bambine, tanto piacere?
Ebbene, ecco qua: lui se n'era andato (e per giunta, non cacciato da lei), e le erano rimaste le bambine.
- Meglio di cosí!
Eh già, meglio di cosí...
Può mai confidare la signora Lèuca a quell'avvocatino Aricò, che tutt'a un tratto, appena saputo della fuga di lui, sparito come per incanto il piacere, ella si è sentito gravare enormemente sulle braccia il peso di quelle tre bambine non sue, e diventate subito totalmente estranee a lei, alla casa?
Non lo vuol confidare neanche a se stessa, la signora Lèuca, e si mostra piú premurosa e piú affettuosa che mai verso quelle tre orfane abbandonate, perché non abbiano minimamente ad accorgersi del suo animo mutato, specie le due maggiori. E non già perché ella tema che Sandrina e Lauretta siano in grado d'accorgersene piú della piccola; ma perché per la piccola no, per quel batuffolino di carne selvaggia, la signora Lèuca sente, sí, che è anche mutato il suo animo, o piuttosto, che comincia a mutare, ma mutare all'opposto; e ne vede la ragione, per quanto non vorrebbe farsene coscienza.
- Mi vuoi bene?
- Cí!
Le dice quel "ci" Rosina, lí in ginocchio su le sue gambe, protendendo le grinfiette artigliate verso il suo collo per afferrarglielo, e arricciando quel suo puntino di naso e sporgendo anche tutto aggrinzito quel bottoncino di bocca.
- Ma no, Dio mio! Cosí sei brutta!
- Brutta tu!
A prezzo di quanti sgraffii e di quanti calci, e anche di sputi in faccia, è riuscita, non già ad entrarle bene in grazia ancora, ma a ottenere almeno che si lasci prendere in braccio e curare da lei!
Le altre due stanno a guardare, un po' invidiose. Credono di non meritarsi che lei, davanti a loro, dia quello spettacolo di voler cosí bene a quella Rosina, che è proprio cattiva, mentre loro sono state sempre buone buone.
Solo Sandrina, ma evidentemente anche per conto della sorella minore, ha domandato una volta:
- E papà?
Devono aver compreso, cosí a mezz'aria, qualche cosa, o dalle parole del parroco quand'è venuto, tutto sossopra, ad annunziar la fuga, o dal gran pianto che è venuta a fare il giorno dopo la signorina Trecke, protestando che voleva esser perdonata per la colpa della nipote; o alla scuola. Ma si sono acquietate alla risposta che lei ha dato:
- Papà è partito. Ritornerà...
Ritornerà? È sicura di no, la signora Lèuca. Ma del resto, anche se un giorno o l'altro egli dovesse ritornare, che importerebbe piú a lei, ormai?
Finito tutto.
Resta con quel suo spirito, sempre cosí dolorosamente attento a sé e a tutto, la signora Lèuca, sotto la candida maschera della sua serenità, lacerata dentro da una prova che nessuno ha sospettato; con queste tre bambine non sue, da curare, da crescere; e con questa pena, con questa pena che non passa, non già per lei soltanto, che forse soffre meno di tant'altri, ma per tutte le cose e tutte le creature della terra, com'ella le vede nell'infinita angoscia del suo sentimento che è d'amore e di pietà; questa pena, questa pena che non passa, anche se qualche gioja di tanto in tanto la consoli, anche se un po' di pace dia qualche sollievo e qualche ristoro: pena di vivere cosí...
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