IN SILENZIO, di Luigi Pirandello - pagina 35
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- Ebbene, vedremo stasera, - gli risponde la signora Lèuca.
- Se riusciamo a metterla a letto qua, le starai tu accanto, finché non si sarà addormentata.
Altrimenti, pazienza! trasporteremo di là il lettuccio, e dormirà in camera tua.
S'accorge, cosí dicendo, che Sandrina e Lauretta ne sarebbero molto contente, non tanto perché resterebbero loro due sole, allora, padrone della bella camera, quanto perché da che stanno qui e han preso quell'aria di ragazzine ben messe e ben educate, vorrebbero dimostrare che ormai capiscono come bisogna stare in una casa signorile, cosí diversa da quell'altra in cui sono nate e cresciute, e temono che non sarà loro possibile con quella sorellina, la quale invece dimostra di voler con tanta tenacia rimanere attaccata alla vita di prima.
Quasi quasi non han piacere neanche di vedere il padre ora, lí nella bella casa, dov'esse per tre giorni sono state cosí bene, sole, a respirare nella nuova vita, in compagnia della "zia".
Veramente si ha l'impressione che anche lui, il padre, con quell'aria rabbuffata e cupa, non potrà adattarsi a viver qua, e che resterà sempre come estraneo, trattenuto da quelle braccine che non vogliono staccarglisi dal collo.
Eccolo là, infatti; quasi non osa guardare; non sa che cosa dire; confuso, imbarazzato, ripete con voce grossa:
- Troppo...
troppo...
Poi domanda licenza d'andare in camera sua a disfar le valige per mettere a posto la roba, come se all'improvviso gli fosse sorto il timore che altri si fosse messo a disfarle in vece sua.
- Zia, - domanda allora Lauretta, - perché noi sí, di nero, per la mamma, e papà no?
La signora Leuca, che non ha badato al colore dell'abito del marito, resta a guardar la ragazza, e lí per lí non sa che cosa risponderle; non già perché le sia difficile trovare una ragione qualsiasi, ma perché pensa che egli forse non s'è vestito di nero per un riguardo a lei, per non portarle sotto gli occhi il lutto di quell'altra donna.
Se n'addolora e se n'impensierisce.
Egli la deve aver pianta, quella donna.
Ha bene impresse in mente la signora Lèuca le orribili cose che le confessò quel giorno, e comprende che se egli poté odiare colei mentr'era viva, per la schiavitú dei sensi in cui lo teneva, ora certo tra sé si struggeva d'essersene liberato, e chi sa a qual prezzo vorrebbe riaverla e come e quanto la avrà dunque rimpianta finora e la rimpiangerà a lungo ancora.
Tranne che...
La signora Lèuca tronca la supposizione, che da tanti giorni ormai la turba e la tiene agitata.
È sicura, sicurissima che avverrà purtroppo quanto ha previsto, discorrendo col vecchio parroco e con l'avvocato Aricò e ponendo i patti per il ritorno del marito in casa.
Non avverrà oggi, non avverrà domani, ma appena egli avrà vinto quel primo imbarazzo e ripreso un po' di confidenza, avverrà di certo.
Il turbamento e l'agitazione si fanno tanto piú vivi, quanto piú ella nota in lui modi, atteggiamenti, espressioni, che dovrebbero anzi quietarla e rassicurarla: quell'avvilimento, quella remissione, e la pazienza e l'affetto per le figliuole, di cui, almeno fino a tal punto, non l'avrebbe mai creduto capace; tante cose, insomma, che le consigliano un particolar riguardo per la sua condizione d'ospite ricoverato, e che le destano una pietà molto piú intensa di quella a cui già, quasi per dovere, si sentiva disposta.
A cena, che impressione! vedergli alzare a un certo punto, discorrendo dell'avvocato, uno dei sopraccigli, ma contraendolo dalla parte del naso in un'increspatura di volontà intelligente, come soleva fare un tempo, discutendo con lei, nei primi anni del matrimonio: riconoscere nel viso mutato, alterato sguajatamente dai vizi, quell'antico segno d'intelligenza, che le piaceva.
E che impressione, anche, nell'osservare in lui ancora i tratti dell'antico signore, a tavola!
Imbarazzo, soltanto se lei lo guardava.
(Abbassava subito gli occhi, allora, o li volgeva, torbidi, altrove.) Ma nessun imbarazzo nel modo di comportarsi, di servirsi; benché per le due figliuole piú grandi dovesse esser nuovo, quel modo, perché guardavano il padre come se non lo riconoscessero piú.
Ma lo riconosceva lei, quel modo ch'era, con sua meraviglia, quello d'un tempo, ma ancora come nativo in lui e perfettamente spontaneo.
Il vino...
Dio mio, che pena! Vedersi costretta, ogni volta, a stornar subito gli occhi che le si fissavano sulla bottiglia, senza che lei lo volesse.
Eppure, restava lí quasi intatta quella bottiglia...
Le rendevano vano, quegli occhi maledetti, lo sforzo di dissimulargli che ella sapeva dall'avvocato Aricò del suo vizio d'ubriacarsi quasi ogni sera.
Certo, egli doveva soffrire a bere cosí poco, a non ber quasi niente; ma non lo dava affatto a vedere.
È vero che quella era la prima volta che sedeva a tavola con lei dopo tanti anni.
Chi sa, se in seguito - domani a colazione; domani sera a cena - sarebbe riuscito a frenarsi ancora cosí...
E poi, dopo cena, quella sua bocca divenuta brutta, quasi nera sotto i baffi neri un po' brizzolati nel mezzo, che sorriso bello, di paterna tenerezza, aveva saputo trovare nel mostrarle la bimba che gli s'era addormentata sulle ginocchia! E le aveva domandato sottovoce se non sarebbe stato bene provarsi a svestirla pian piano, per andarla a deporre sul suo lettino, là in camera, dove già erano andate a dormire le sorelline maggiori.
Sí, certo.
Ed ecco che lei s'era curvata fin quasi a toccarlo con la spalla sul petto, fin quasi a porgli il capo sotto la bocca, tanto che sui capelli ne aveva avvertito il respiro; e poi, per forza, piú volte aveva dovuto toccarlo davvero, dovendo svestirgliela sulle ginocchia, la bimba; ma l'atto le aveva fatto meno impressione del pensiero di poterlo fare.
E che stizza dentro di sé, intanto, per quelle sue mani che potevano dargli a vedere e a credere ch'ella non si sentisse al tutto calma e sicura!
Infine, adagiata sul letto con tutte le precauzioni la bambina, e usciti tutti e due in punta di piedi dalla camera, era venuto il momento piú pericoloso: quello di vedersi loro due soli, di nuovo insieme, per un momento, prima di recarsi a dormire, nel silenzio e nell'intimità della casa.
Ebbene, non era accaduto nulla.
Appena richiuso l'uscio della camera delle bambine, egli aveva tratto un respiro di sollievo, e a bassa voce, sorridendo, le aveva detto che ormai poteva esser sicuro di stare in pace fino a domattina, perché la bimba non si svegliava mai durante la notte; poi, umile ma tranquillamente, le aveva augurato la buona notte e s'era ritirato nella sua camera.
Da un'ora, a letto, ritorna con la mente a tutte queste sue impressioni, la signora Lèuca; prova un acerbo dispetto contro se stessa, per quel turbamento che ha avuto, e che le pare tanto piú indegno, quanto piú lo confronta con l'umiltà, con l'avvilimento e la mortificazione di lui; di lui che non ha nemmeno osato guardarla, e che certamente, certamente non si sogna neppure, per ora, di poter tentare di riaccostarsi a lei piú di quanto ella gli possa permettere.
Che s'è aspettato, Dio mio? E ha chiuso a chiave l'uscio, appena entrata! Quasi quasi scenderebbe dal letto per andare a levar quella serratura, tanto le fa stizza che abbia pensato di dover premunirsi cosí fin dalla prima sera.
L'ha notato il signor parroco, dopo l'ultimo convegno delle dame del patronato nella casa parrocchiale, parlandone col signor Cesarino, che dice di averlo notato anche lui; l'hanno notato ugualmente le amiche, signora Mielli e signora Marzorati e, pare quasi impossibile, anche la brava signorina Trecke.
Una cosa che...
sí, ecco, fa proprio dispiacere.
Lo zelo della signora Lèuca s'è piú d'un po' raffreddato.
Non viene, da circa due mesi, alle riunioni del patronato; non solo, ma ha saltato anche la santa messa qualche domenica; piú d'una! E un certo raffreddamento anche è evidente verso le amiche, come se sospettasse anche in loro una certa responsabilità per le non liete condizioni in cui s'è lasciata mettere con quelle tre bambine in casa, e quell'uomo là, il quale, per quanto dicano che sia molto rispettoso verso di lei, pur tuttavia deve pesarle come un macigno sul petto.
Non c'è dubbio che le daranno molto da fare quelle tre bambine; ma se è vero (e dev'esser vero) ch'esse non sapevano neanche farsi la croce la prima sera ch'ella le accolse in casa; tanto piú, adesso, non dovrebbe trascurare di condurle a messa regolarmente tutte le domeniche, e ora anche alla novena in preparazione della festa dell'Immacolata Concezione di Maria Santissima, che cade il giorno otto.
La signora Mielli nota poi che l'amica, prima cosí curata sempre nelle vesti, nell'acconciatura, ora è proprio trascurata, pettinata male, se non addirittura spettinata, come se non avesse piú né tempo né voglia di guardarsi allo specchio.
Francamente, ella ha quattro bambini, non tre, e tutte le cure e tutte le attenzioni per essi, per il marito, per la casa; ma il tempo di pettinarsi a modo e di vestirsi bene e con comodo, lo vuole; e, volendo, si trova, via, si trova! È chiaro che ancora la signora Lèuca deve farci l'abitudine, a combattere coi figliuoli.
Eh, vita beata, quella che viveva prima! Ma il merito può esser soltanto quando si vincono le difficoltà; non quando tutto è semplice e facile, non è vero?
Peccato, sí, ha perduto la serva affezionata che stava con lei da tanti anni, povera signora Lèuca.
Ma naturale! Avrebbe dovuto prenderne un'altra per ajuto, considerando in tempo che una sola non poteva piú bastare, con tre bambine ora e con un uomo per casa.
- Ma l'aveva presa! l'aveva presa! - dice la signorina Trecke.
- Sembra però che abbia dovuto licenziarla su due piedi, perché il marito...
non so...
- Come come? Il marito? - domanda la signora Marzorati, facendo un viso lungo lungo.
La signorina Trecke apre la bocca al suo solito sorriso.
Non capisce bene di che cosa si possa essere accorta, la signora Lèuca, ma il fatto è che sua nipote si mise tanto a ridere, ma tanto, ma tanto, allorché lei andò a dirle di quel licenziamento.
- Come una matta, rise, chi sa perché!
- Ma già! - esclama con gli occhi lontani lontani la signora Mielli.
- È certo che quell'uomo, adesso....
- Ma Dio mio - osserva indignata la signora Marzorati.
- Se la signora Lèuca (e ha ragione, poverina: moglie io, al suo posto, ma piuttosto mi butterei da una finestra!)...
dico, lei m'intende, signora Mielli.
Fuori di casa, però!
A questo punto, beata come se fosse stata in cielo con gli angioletti nel tempo che le due signore si sono scambiate quelle poche parole tra molti ammiccamenti, la signorina Trecke scappa a dir, sorridendo, che - sí - va fuori di casa infatti ogni sera il signor Lèuca.
- Tant'è vero, - soggiunge - che viene da me.
La signora Marzorati si volta a guardarla, sorpresa e accigliata:
- Da lei? E come? a far che?
E la signorina Trecke risponde: - A trovare mia nipote.
Non ci può esser niente di male per lei in queste visite del signor Lèuca a sua nipote, visto che il signor Lèuca s'è riconciliato con la signora Lèuca e che il signor parroco ha tanto favorito questa riconciliazione.
- Ma che riconciliazione, che riconciliazione! - le dà sulla voce la signora Marzorati.
- Dica un po', sa che discorsi fanno, almeno, tra loro?
La signorina Trecke abbassa con furbizia assassina le vecchie palpebre cartilaginose da scimmia, sui chiari occhi innocenti, e rapidamente, sempre sorridendo in quel suo modo, accenna piú volte di sí col capo:
- Parlano dell'Equatore, - dice.
- Della Repubblica dell'Equatore.
Perfino la signora Mielli, cosí sempre lontana da tutto, sgrana tant'occhi.
- Della Repubblica dell'Equatore?
- Sí, - spiega la signorina Trecke.
- Perché è partita una spedizione di grossi industriali per la Repubblica dell'Equatore.
C'è tutto da fare, nella Repubblica dell'Equatore.
Ponti, strade, ferrovie, illuminazione, scuole...
E mia nipote conosce uno che fa parte della spedizione.
Dice che ce ne sarà una nuova, tra poco, piú numerosa, d'operai, di contadini, d'ingegneri, e anche d'avvocati, di maestri.
E dice che ci vuole andare anche lei, mia nipote, nella Repubblica dell'Equatore.
Ecco, parlano di questo.
Ha una faccia cosí stupida nel dar quella notizia, la signorina Trecke, che la signora Marzorati e la signora Mielli, per non sgraffiargliela dalla stizza che ne provano, preferiscono tenersi in corpo la curiosità e mettersi a parlar d'altro tra loro.
Finito tutto.
Non si duole di quanto è avvenuto, la signora Lèuca; né di chi le ha procurato e inflitto un tale supplizio.
Di sé si duole e di quanto è avvenuto in lei, contro ogni sua aspettativa; quando invece s'attendeva che il male da un momento all'altro le dovesse venir da fuori, da parte degli altri.
Appunto perché questo male, previsto, temuto e da un momento all'altro atteso, le è mancato, ella ha patito il supplizio.
È sicura di potere ancora affermare a se stessa, non ostante lo sdegno di cui è piena per la sua carne miserabile, che se una di quelle sere il marito, nel silenzio della casa, la avesse ghermita, non avrebbe ceduto, lo avrebbe respinto, opponendosi anche alla lusinga della sua coscienza, la quale tentava d'indurla a considerare che, respingendolo, avrebbe dato lei a quell'uomo il pretesto di ricadere nell'orribile vita di prima.
Ancora, fermamente sostiene che no, non si sarebbe lasciata vincere neppure dalla previsione certa di questo rimorso.
Sí; ma è ugualmente sicura la signora Lèuca che, se questo fosse avvenuto, il supplizio per lei sarebbe stato molto meno crudele di quello che ha sofferto, non essendo avvenuto.
Perché a poco a poco l'orrore del corpo di lui, in tutte quelle immagini indelebili che le si erano destate durante la confessione delle sue turpitudini, era divenuto orrore del suo stesso corpo; il quale, ogni sera, davanti allo specchio, appena ella si richiudeva in camera (e senza piú girar la chiave nella serratura!) le domandava, se davvero esso fosse ormai cosí poco desiderabile, da non esser piú nemmeno guardato di sfuggita da un uomo come quello, che s'era contentato fino a poco fa d'una donnaccia volgare.
Ella era ancor bella, e lo sapeva dagli occhi di tanti uomini, che spesso tuttora per via la richiamavano a ricordarsene, quando meno ci pensava.
Quei capelli divenuti prestissimo di neve, ancor prima di compire i trent'anni, davano maggior risalto alla freschezza della carne e una grazia ambigua, come d'una menzogna innocua, al suo sorriso, quand'ella, additandoli, diceva:
- Ormai son vecchia...
E il suo collo si spiccava ancora agile e senza una ruga dal busto formoso, e...
- Dio, che miseria, quell'intimo esame di tutto il suo corpo per affermare che sí, sí, era ancor bella, era ancor desiderabile; e che poteva perciò sicuramente prevedere, parlando col parroco e l'Aricò, che il marito l'avrebbe messa presto alle strette e si sarebbe fatto cacciar di casa.
E allora, per quest'orrore del proprio corpo, di giorno in giorno crescente, quanto piú le cresceva la certezza della piú tranquilla noncuranza di esso da parte del marito (sempre, per altro, umile e come mortificato davanti a lei), via ogni tentazione di guardarsi allo specchio! Non s'era piú guardata neanche di mattina, per pettinarsi; ma senza voler tuttavia riconoscere che lo faceva per questo, rappresentando la commedia davanti a se stessa, dicendosi che doveva rifarsi, cosí, in fretta in furia, i capelli, perché non aveva piú tempo, con quelle due piú grandicelle da badare ogni mattina, perché arrivassero in orario alla scuola.
E quando poi aveva scoperto, nella stanza di lui, dentro il cassetto del comodino, aperto per caso, il ritratto di quella donnaccia senza piú la cornice di rame! Con che occhi da assetata s'era buttata a guardarlo! E che disillusione! Procace, sí, ma brutta, con certi occhi da pazza, e volgarissima, quella donna...
E lei che se l'era immaginata bella! Ma era naturale, via, che a lui ormai dovessero piacere le donne di quel genere.
Se non che, ecco qua tutta festosa la signorina Nella, la nipote della signorina Trecke, che non si può dir volgare, d'aspetto; eppure è chiaro che piace al marito.
Ella adesso insegna nella scuola elementare di via Novara, dove vanno Sandrina e Lauretta.
Sandrina è stata sua scolaretta, due anni fa, nell'altra scuola fuori Porta del Popolo, a cui, di prima nomina, ella era stata assegnata.
Che combinazione! Ecco che ora ritrova qua la sua scolaretta di laggiú, il primo giorno di scuola, e vuol riportarla a casa, alla fine delle lezioni, insieme col padre, tenendola per mano, il padre di qua e lei di là.
La signora Lèuca - ora che tutto è finito - non vuole piú dolersi neanche di questa perfida, che sempre, per istintiva avversione, le è stata nemica.
Il marito, per quello ch'era sempre stato e che si sapeva bene che fosse, non aveva certo bisogno d'esser sedotto.
Eppure, ecco che quella s'era fatto un vero godimento di venirglielo a sedurre lí, sotto gli occhi, in casa, quasi ogni giorno, con la scusa di Sandrina, sua scolaretta antica, e di Lauretta, sua scolaretta nuova.
Veniva a sedurglielo sotto gli occhi, sicurissima che una signora come lei non dovesse accorgersene e che se mai se ne fosse accorta, via, un po' piú di sdegno, al massimo, per quel pover'uomo là, accolto con le figliuole per compassione.
E lei, dapprima, aveva quasi accettato la sfida, che era chiara negli sguardi e nei sorrisi di colei; e aveva finto di non accorgersi di nulla, per non dover riconoscere che fosse provocata dall'oscura, segreta, insorgente gelosia l'indignazione, per tanta sfrontatezza; e quando finalmente non aveva piú potuto contenere quest'indignazione e aveva lasciato intendere a quella impudente, che non stesse piú a venirle per casa, s'era vietata d'assumer coscienza del delitto che lasciava compiere non prevenendo quella stupida signorina Trecke e anche il signor parroco; ancora per non dover riconoscere che fosse spinta dalla gelosia.
Ed ecco adesso lo scandalo!
Il signor parroco, le dame del patronato se la prendono con la signorina Trecke, con quella povera stupida signorina Trecke, che ha permesso ai due di vedersi ogni sera in casa sua, dando loro agio cosí di concertar la fuga per la Repubblica dell'Equatore.
La signorina Trecke piange, piange inconsolabilmente, non tanto sulla disgrazia che le è toccata, quanto sulla sua irrimediabile ignoranza del male, che le fa avere da parte del signor parroco e delle amiche del patronato tanti e tanti rimproveri, tutti meritatissimi, ma che purtroppo non varranno a infondere un po' di salutare malizia in quei suoi poveri infantili occhi innocenti, che saranno d'ora in poi (per l'abbandono di quell'ingrata nipote) sempre cosí rossi di pianto.
E infine, per giunta, si vede accusata anche lei, la signora Lèuca, d'aver fatto le cose a mezzo, sempre - s'intende - per il suo difetto di non saper vincere quella tale schifiltà naturale, che tante volte le ha impedito l'intero esercizio della carità, proprio di quella certa carità difficile, che pure questa volta lei stessa era andata a cercare.
Santo Dio, visto che s'era piegata a riprendersi in casa il marito, poteva bene forzarsi a vincerne il disgusto e acconciarsi a ridivenire in tutto e per tutto sua moglie.
Sono croci, si sa! E il merito consiste appunto nel rassegnarsi a portarle.
Ma lascia dire, la signora Lèuca, e lascia pur credere che sia mancato per lei.
Non le importa delle parole, come non le importa dei fatti.
È nell'animo la piaga.
Che siano su questa piaga come gocce di limone, quelle parole, non è male, perché adesso, quanto piú le brucia, questa piaga, meglio è.
Ed ha accolto con un sorriso di compiacenza le congratulazioni che a quattr'occhi ha creduto di venirle a porgere l'avvocatino Aricò; ma sí! d'essersi liberata, dopo tutto, checché ne dica il signor parroco, di quell'animalone lí, che le ingombrava la casa.
Non aveva detto lei, che il male sarebbe stato soltanto per il ritorno di lui, perché per il resto, che fossero venute le bambine, tanto piacere?
Ebbene, ecco qua: lui se n'era andato (e per giunta, non cacciato da lei), e le erano rimaste le bambine.
- Meglio di cosí!
Eh già, meglio di cosí...
Può mai confidare la signora Lèuca a quell'avvocatino Aricò, che tutt'a un tratto, appena saputo della fuga di lui, sparito come per incanto il piacere, ella si è sentito gravare enormemente sulle braccia il peso di quelle tre bambine non sue, e diventate subito totalmente estranee a lei, alla casa?
Non lo vuol confidare neanche a se stessa, la signora Lèuca, e si mostra piú premurosa e piú affettuosa che mai verso quelle tre orfane abbandonate, perché non abbiano minimamente ad accorgersi del suo animo mutato, specie le due maggiori.
E non già perché ella tema che Sandrina e Lauretta siano in grado d'accorgersene piú della piccola; ma perché per la piccola no, per quel batuffolino di carne selvaggia, la signora Lèuca sente, sí, che è anche mutato il suo animo, o piuttosto, che comincia a mutare, ma mutare all'opposto; e ne vede la ragione, per quanto non vorrebbe farsene coscienza.
- Mi vuoi bene?
- Cí!
Le dice quel "ci" Rosina, lí in ginocchio su le sue gambe, protendendo le grinfiette artigliate verso il suo collo per afferrarglielo, e arricciando quel suo puntino di naso e sporgendo anche tutto aggrinzito quel bottoncino di bocca.
- Ma no, Dio mio! Cosí sei brutta!
- Brutta tu!
A prezzo di quanti sgraffii e di quanti calci, e anche di sputi in faccia, è riuscita, non già ad entrarle bene in grazia ancora, ma a ottenere almeno che si lasci prendere in braccio e curare da lei!
Le altre due stanno a guardare, un po' invidiose.
Credono di non meritarsi che lei, davanti a loro, dia quello spettacolo di voler cosí bene a quella Rosina, che è proprio cattiva, mentre loro sono state sempre buone buone.
Solo Sandrina, ma evidentemente anche per conto della sorella minore, ha domandato una volta:
- E papà?
Devono aver compreso, cosí a mezz'aria, qualche cosa, o dalle parole del parroco quand'è venuto, tutto sossopra, ad annunziar la fuga, o dal gran pianto che è venuta a fare il giorno dopo la signorina Trecke, protestando che voleva esser perdonata per la colpa della nipote; o alla scuola.
Ma si sono acquietate alla risposta che lei ha dato:
- Papà è partito.
Ritornerà...
Ritornerà? È sicura di no, la signora Lèuca.
Ma del resto, anche se un giorno o l'altro egli dovesse ritornare, che importerebbe piú a lei, ormai?
Finito tutto.
Resta con quel suo spirito, sempre cosí dolorosamente attento a sé e a tutto, la signora Lèuca, sotto la candida maschera della sua serenità, lacerata dentro da una prova che nessuno ha sospettato; con queste tre bambine non sue, da curare, da crescere; e con questa pena, con questa pena che non passa, non già per lei soltanto, che forse soffre meno di tant'altri, ma per tutte le cose e tutte le creature della terra, com'ella le vede nell'infinita angoscia del suo sentimento che è d'amore e di pietà; questa pena, questa pena che non passa, anche se qualche gioja di tanto in tanto la consoli, anche se un po' di pace dia qualche sollievo e qualche ristoro: pena di vivere cosí...
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