IN SILENZIO, di Luigi Pirandello - pagina 6
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Il giovane dottore, commosso e indignato, si provò dapprima a quietarla un poco; si fece dire chi fosse quella Ninfarosa, dove stesse di casa, per farle il giorno dopo una strapazzata, come si meritava.
Ma la vecchia badava ancora a scusare i figliuoli lontani del lungo silenzio, straziata dal rimorso d'averli incolpati per tanti anni dell'abbandono, sicurissima ora ch'essi sarebbero ritornati, volati a lei se una sola di quelle tante lettere, ch'ella aveva creduto di mandar loro, fosse stata scritta veramente e fosse loro pervenuta.
Per troncare quella scena, il dottore dovette prometterle che la mattina seguente avrebbe scritto lui una lunga lettera per quei figliuoli:
- Sú, sú, non vi disperate cosí! Verrete domattina da me.
A dormire, adesso! Andate a dormire.
Ma che dormire! Circa due ore dopo, il dottore, ripassando per quella straducola, la ritrovò ancora lí, che piangeva, inconsolabile, accosciata sotto il lampioncino.
La rimproverò, la fece levare, le ingiunse d'andar subito a casa, subito, perché era notte.
- Dove state?
- Ah, signor dottore...
Ho un casalino, qua sotto, all'uscita del paese.
Avevo detto a quell'infamaccia di scrivere ai figli miei che lo avrei loro ceduto in vita, se volevano ritornare.
S'è messa a ridere, svergognata! Perché sono quattro muretti di creta e canne.
Ma io...
- Va bene, va bene, - troncò di nuovo il dottore .
- Andate a dormire! Domani scriveremo anche del casalino.
Sú venite, v'accompagno.
- Dio La benedica, signor dottore! Ma che dice? Accompagnarmi, vossignoria! Vada, vada avanti; io sono vecchierella e vado piano.
Il dottore le diede la buona notte, e s'avviò.
Maragrazia gli tenne dietro, a distanza; poi, arrivata al portoncino in cui lo vide entrare, si fermò, si tirò sul capo lo scialle, s'avvolse bene, e sedette su lo scalino lí davanti la porta, per passarvi la notte, in attesa.
All'alba, dormiva, quando il dottore, ch'era mattiniero uscí per le prime visite.
Essendo il portoncino a un solo battente, nell'aprirlo, si vide cadere ai piedi la vecchia dormente, che vi stava appoggiata.
- Ohé! Voi! Vi siete fatta male?
- Vo...
vossignoria mi perdoni, - balbettò Maragrazia, ajutandosi, con ambo le mani, avviluppate nello scialle, a rizzarsi.
- Avete passato qua la notte?
- Sissignore...
È niente, ci sono avvezza, - si scusò la vecchia.
- Che vuole, signorino mio? Non mi so dar pace...
non mi so dar pace del tradimento di quella scellerata! Mi verrebbe d'ammazzarla, signor dottore! Poteva dirmi che le seccava scrivere, sarei andata da un altro; sarei venuta da vossignoria, che è tanto buono...
- Sí, aspettate un po' qua, - disse il dottore.
- Ora passerò io da questa buona femmina.
Poi scriveremo la lettera, aspettate.
E andò di fretta dove la vecchia la sera avanti gli aveva indicato.
Gli avvenne per caso di domandare proprio a Ninfarosa, che si trovava già in istrada, l'indirizzo di colei a cui voleva parlare.
- Eccomi qua, sono io, signor dottore, - gli rispose, ridendo e arrossendo, Ninfarosa; e lo invitò a entrare.
Aveva veduto passare piú volte per la stradetta quel giovane medico dall'aspetto quasi infantile, e com'era sempre sana, e non avrebbe saputo finger di star male per chiamarlo, ora si mostrò contenta, pur nella sorpresa, che egli fosse venuto da sé per parlare con lei.
Appena seppe di che si trattava, e lo vide turbato e severo, si piegò, procace, verso di lui, col volto dolente, per il dispiacere ch'egli si prendeva senza ragione, via! E, appena poté, senza commettere la sconvenienza d'interromperlo:
- Ma scusi tanto, signor dottore, - disse, socchiudendo i begli occhi neri, - lei s'affligge sul serio per quella vecchia matta? Qua in paese la conoscono tutti, signor dottore, e non le bada piú nessuno.
Lei domandi a chi vuole, e tutti le diranno che è matta, da quattordici anni, sa? Da che le sono partiti quei due figliuoli per l'America.
Non vuole ammettere che essi si siano scordati di lei, com'è la verità, e s'ostina a scrivere, a scrivere...
Ora, tanto per contentarla, capisce? Io fingo...
cosí, di farle la lettera; quelli che partono, poi, fingono di prendersela per recapitarla.
E lei, poveraccia, s'illude.
Ma se tutti dovessimo far come lei, a quest'ora, signor dottore mio, non ci sarebbe piú mondo.
Guardi, anch'io che le parlo sono stata abbandonata da mio marito...
Sissignore! E sa che coraggio ha avuto questo bel galantuomo? Di mandarmi un ritratto di lui e della sua bella di laggiú! Glielo posso far vedere.
Stanno tutti e due con le teste, l'una appoggiata all'altra e le mani afferrate cosí, permette? Mi dia la mano...
cosí! E ridono, ridono in faccia a chi li guarda: in faccia a me vuol dire.
Ah, signor dottore, tutta la pietà è per chi parte e per chi resta niente! Ho pianto anch'io, si sa, nei primi tempi; ma poi mi sono fatta una ragione, e ora...
ora tiro a campare e a spassarmela anche, se mi capita, visto che il mondo è fatto cosí!
Turbato dall'affabilità provocante, dalla simpatia che quella bella donna gli dimostrava, il giovane dottore abbassò gli occhi e disse:
- Ma perché voi, forse, avrete da vivere.
Quella poverina, invece...
- Ma che! Quella? - rispose vivacemente Ninfarosa - Avrebbe da vivere anche lei, ih! Bella seduta e servita in bocca.
Se volesse.
Non vuole.
- Come? - domandò il dottore, alzando gli occhi, meravigliato.
Ninfarosa, nel vedergli quel bel faccino stupito, scoppiò a ridere, scoprendo i denti forti e bianchi, che davano al suo sorriso la bellezza splendida della salute.
- Ma sí! - disse.
- Non vuole, signor dottore! Ha un altro figlio qua, l'ultimo, che la vorrebbe con sé e non le farebbe mancare mai nulla.
- Un altro figlio? Lei?
- Sissignore.
Si chiama Rocco Trupía.
Non vuole saperne.
- E perché?
- Perché è proprio matta, non glielo dico? Piange giorno e notte per quei due che l'hanno abbandonata, e non vuole accettare neanche un tozzo di pane da quest'altro che la prega a mani giunte.
Dagli estranei, sí.
Non volendo un'altra volta mostrarsi stupito, per nascondere il turbamento crescente il dottore s'accigliò e disse:
- Forse l'avrà trattata male, codesto figlio.
- Non credo, - disse Ninfarosa.
- Brutto, sí; sempre ingrugnato; ma non cattivo.
E lavoratore, poi! Lavoro, moglie e figliuoli: non conosce altro.
Se vossignoria si vuol levare questa curiosità, non ha da camminare molto.
Guardi, seguitando per questa via, appena a un quarto di miglio, uscito dal paese, troverà a destra quella che chiamano la Casa della Colonna.
Sta lí.
Ha in affitto una bella chiusa, che gli rende bene.
Ci vada, e vedrà che è come le dico io.
Il dottore si levò.
Ben disposto da quella conversazione, allettato dalla dolce mattinata di settembre, e piú che mai incuriosito sul caso di quella vecchia, disse:
- Ci vado davvero.
Ninfarosa si recò le mani dietro la nuca per rassettarsi i capelli attorno allo spadino d'argento, e sogguardando il dottore con gli occhi che le ridevano promettenti:
- Buona passeggiata, allora, - disse.
- E serva sua!
Superata l'erta, il dottore si fermò, per riprender fiato.
Poche altre povere casette di qua e di là e il paese finiva; la viuzza immetteva nello stradone provinciale, che correva diritto e polveroso per piú d'un miglio sul vasto altipiano, tra le campagne: terre di pane, per la maggior parte, gialle ora di stoppie.
Un magnifico pino marittimo sorgeva a sinistra, come un gigantesco ombrello, meta ai signorotti di Fàrnia delle consuete loro passeggiate vespertine.
Una lunga giogaja di monti azzurrognoli limitava, in fondo in fondo, l'altipiano; dense nubi candenti, bambagiose, stavano dietro ad essi come in agguato: qualcuna se ne staccava, vagava lenta pel cielo, passava sopra Monte Mirotta, che sorgeva dietro Fàrnia.
A quel passaggio, il monte s'invaporava d'un'ombra cupa, violacea, e subito si rischiarava.
La quiete silentissima della mattina era rotta di tratto in tratto dagli spari dei cacciatori al passo delle tortore o alla prima entrata delle allodole; seguiva a quegli spari un lungo, furibondo abbajare dei cani di guardia.
Il dottore andava di buon passo per lo stradone, guardando di qua e di là le terre aride, che aspettavano le prime piogge per esser lavorate.
Ma le braccia mancavano, e spirava da tutte quelle campagne un senso profondo di tristezza e d'abbandono.
Ecco laggiú la Casa della Colonna, detta cosí perché sostenuta a uno spigolo da una colonna d'antico tempio greco, corrosa e smozzicata.
Era una catapecchia, veramente; una roba, come i contadini di Sicilia chiamano le loro abitazioni rurali.
Protetta, dietro, da una fitta siepe di fichidindia, aveva davanti due grossi pagliai a cono.
- Oh, della roba! - chiamò il dottore, che aveva paura dei cani, fermandosi davanti a un cancelletto di ferro arrugginito e cadente.
Venne un ragazzotto di circa dieci anni, scalzo, con una selva di capelli rossastri, scoloriti dal sole, e un pajo di occhi verdognoli, da bestiola forastica.
- C'è il cane? - gli domandò il dottore.
- C'è, ma non fa niente: tonosce, - rispose il ragazzo.
- Sei figlio di Rocco Trupía, tu?
- Sissignore.
- Dov'è tuo padre.
- Scarica il toncime, di là, ton le mule.
Sul murello davanti la roba stava seduta la madre, che pettinava la figliuola maggiore, la quale poteva aver presso a dodici anni, seduta su un secchio di latta, con un bambinello di pochi mesi su le ginocchia.
Un altro bambino ruzzava per terra, tra le galline che non lo temevano, a dispetto d'un bel gallo che, impettito, drizzava il collo e scoteva la cresta.
- Vorrei parlare con Rocco Trupía, - disse il giovane dottore alla donna.
- Sono il nuovo medico del paese.
La donna rimase un tratto a guardarlo, turbata, non comprendendo che cosa potesse volere quel medico da suo marito.
Si cacciò la camicia ruvida dentro il busto, che le era rimasto aperto da che aveva finito d'allattare il piccino, se lo abbottonò e si levò in piedi per offrire una sedia.
Il medico non la volle, e si chinò a carezzare il bamboccetto per terra, mentre l'altro ragazzo scappava a chiamare il padre
Poco dopo s'intese lo scalpiccío di grossi scarponi imbullettati, e, di tra i fichidindia, apparve Rocco Trupía, che camminava curvo, con le gambe larghe ad arco, e una mano alla schiena, come la maggior parte dei contadini.
Il naso largo, schiacciato, e la troppa lunghezza del labbro superiore, raso, rilevato, gli davano un aspetto scimmiesco; era rosso di pelo, e aveva la pelle del viso pallida e sparsa di lentiggini; gli occhi verdastri, affossati, gli guizzavano a tratti di torvi sguardi, sfuggenti.
Sollevò una mano per spingere un po' indietro su la fronte la berretta nera, a calza, in segno di saluto.
- Bacio le mani a vossignoria.
Che comandi ha da darmi?
- Ecco, ero venuto - cominciò il medico, - per parlarvi di vostra madre.
Rocco Trupía si turbò:
- Sta male?
- No, - s'affrettò a soggiungere quello.
- Sta al solito; ma cosí vecchia, capirete, lacera, senza cure...
Man mano che il dottore parlava, il turbamento di Rocco Trupía cresceva.
Alla fine, non poté piú reggere, e disse:
- Signor dottore, mi deve dare qualche altro comando? Sono pronto a servirla.
Ma se vossignoria è venuto qua per parlarmi di mia madre, Le chiedo licenza, me ne torno al lavoro.
- Aspettate...
So che non manca per voi, - disse il medico, per trattenerlo.
- M'hanno detto che voi, anzi...
- Venga qua, signor dottore, - saltò sú a dire Rocco Trupía improvvisamente, additando la porta della roba.
- Casa da poverelli, ma se vossignoria fa il medico, chi sa quante altre ne avrà vedute.
Le voglio mostrare il letto pronto sempre e apparecchiato per quella...
buona vecchia: è mia madre, non posso chiamarla altrimenti.
Qua c'è mia moglie, ci sono i miei figliuoli: possono attestarle com'io abbia loro comandato di servire, di rispettare quella vecchia come Maria Santissima.
Perché la mamma è santa, signor dottore! Che ho fatto io a questa madre? Perché deve svergognarmi cosí davanti a tutto il paese e lasciar credere di me chi sa che cosa? Io sono cresciuto, signor dottore, coi parenti di mio padre, è vero, fin da bambino; non dovrei rispettarla come madre, perché essa è sempre stata dura con me; eppure l'ho rispettata e le ho voluto bene.
Quando quei figliacci partirono per l'America, subito corsi da lei per prendermela e portarmela qua, come la regina della mia casa.
Nossignore! Deve far la mendica, per il paese, deve dare questo spettacolo alla gente e quest'onta a me! Signor dottore, Le giuro che se qualcuno di quei suoi figliacci ritorna a Fàrnia, io lo ammazzo per quest'onta e per tutte le amarezze che da quattordici anni soffro per loro: lo ammazzo, com'è vero che sto parlando con Lei, in presenza di mia moglie e di questi quattro innocenti!
Fremente, piú che mai sbiancato in volto, Rocco Trupía si forbí la bocca schiumosa col braccio.
Gli occhi gli s'erano iniettati di sangue.
Il giovane dottore rimase a guardarlo, sdegnato.
- Ma ecco - poi disse, - perché vostra madre non vuole accettare l'ospitalità che le offrite: per codesto odio che nutrite contro i vostri fratelli! È chiaro.
- Odio? - fece Rocco Trupía serrando le pugna indietro e protendendosi.
- Ora sí, odio, signor dottore, per quello che hanno fatto patire alla loro madre e a me! Ma prima, quando erano qua, io li amavo e rispettavo come fratelli maggiori.
E loro, invece, due Caini per me! Ma senta: non lavoravano, e lavoravo io per tutti; venivano qua a dirmi che non avevano da cucinare la sera; che la mamma se ne sarebbe andata a letto digiuna, e io davo; s'ubriacavano, scialacquavano con le donnacce, e io davo; quando partirono per l'America, mi svenai per loro.
Qua c'è mia moglie che glielo può dire.
- E allora perché? - disse di nuovo, quasi a sé stesso il dottore.
Rocco Trupía ruppe in un ghigno
- Perché? Perché mia madre dice che non sono suo figlio!
- Come?
- Signor dottore, se lo faccia spiegare da lei.
Io non ho tempo da perdere: gli uomini di là mi aspettano con le mule cariche di concime.
Debbo lavorare e...
guardi, mi sono tutto rimescolato.
Se lo faccia dire da lei.
Bacio le mani.
E Rocco Trupía se n'andò curvo, com'era venuto, con le gambe larghe, ad arco, e la mano alla schiena.
Il dottore lo seguí con gli occhi per un tratto, poi si voltò a guardare i piccini, ch'eran rimasti come basiti, e la moglie.
Questa congiunse le mani e, agitandole un poco e socchiudendo amaramente gli occhi, emise il sospiro delle rassegnate:
- Lasciamo fare a Dio!
Ritornato in paese, il dottore volle venir subito in chiaro di quel caso cosí strano, da parer quasi inverosimile; e ritrovando la vecchia ancora seduta su lo scalino davanti alla porta della sua casa, come l'aveva lasciata, la invitò a salire con una certa asprezza nella voce.
- Sono stato a parlare con vostro figlio, alla Casa della Colonna, - poi le disse.
- Perché mi avete nascosto che avevate qua quest'altro figlio?
Maragrazia lo guardò, dapprima smarrita, poi quasi atterrita; si passò le mani tremanti su la fronte e sui capelli, e disse:
- Ah, signorino: io sudo freddo, se vossignoria mi parla di quel figlio.
Non me ne parli, per carità!
- Ma perché? - le domandò, adirato, il dottore.
- Che v'ha fatto? Dite sú!
- Nulla, m'ha fatto, - s'affrettò a rispondere la vecchia.
- Questo debbo riconoscerlo, in coscienza! Anzi, m'è sempre venuto appresso, rispettoso...
Ma io...
vede come tremo, signorino mio, appena ne parlo? Non ne posso parlare! Perché quello lí, signor dottore, non è figlio mio!
Il giovane medico perdette la pazienza, proruppe:
- Ma come non è figlio vostro? Che dite? Siete stolida o matta davvero? Non l'avete fatto voi?
La vecchia chinò il capo, a questa sfuriata, socchiuse gli occhi sanguigni, rispose:
- Sissignore.
E sono stolida, forse.
Matta, no.
Dio volesse! Non penerei piú tanto.
Ma certe cose vossignoria non le può sapere, perché è ancora ragazzo.
Io ho i capelli bianchi, sto a penare da tanto tempo io, e n'ho viste! N'ho viste! Ho visto cose, signorino mio, che vossignoria non si può nemmeno immaginare.
- Che avete visto, insomma? Parlate! - la incitò il dottore.
- Cose nere! Cose nere! - sospirò la vecchia scotendo il capo.
- Vossignoria non era allora neanche nella mente di Dio, e io le ho viste con questi occhi che hanno pianto da allora lagrime di sangue.
Ha sentito parlare vossignoria d'un certo Canebardo?
- Garibaldi? - domandò il medico, stordito.
- Sissignore, che venne dalle nostre parti e fece ribellare a ogni legge degli uomini e di Dio campagne e città? N'ha sentito parlare?
- Sí, sí, dite! Ma come c'entra Garibaldi?
- C'entra, perché vossignoria deve sapere che questo Canebardo diede ordine, quando venne, che fossero aperte tutte le carceri di tutti i paesi.
Ora, si figuri vossignoria che ira di Dio si scatenò allora per le nostre campagne! I peggiori ladri, i peggiori assassini, bestie selvagge, sanguinarie, arrabbiate da tanti anni di catena...
Tra gli altri ce n'era uno, il piú feroce, un certo Cola Camizzi, capobrigante, che ammazzava le povere creature di Dio, cosí, per piacere, come fossero mosche, per provare la polvere - diceva, - per vedere se la carabina era parata bene.
Costui si buttò in campagna, dalle nostre parti.
Passò per Fàrnia, con una banda che s'era formata, di contadini; ma non era contento, ne voleva altri, e uccideva tutti quelli che non volevano seguirlo.
Io ero maritata da pochi anni e avevo già quei due figliucci, che ora sono laggiú, in America, sangue mio! Stavamo nelle terre del Pozzetto che mio marito, sant'anima, teneva a mezzadria.
Cola Camizzi passò di là e si trascinò via anche lui, mio marito, a viva forza.
Due giorni dopo, me lo vidi ritornare come un morto; non pareva piú lui; non poteva parlare, con gli occhi pieni di quello che aveva veduto, e si nascondeva le mani, poveretto, per il ribrezzo di ciò ch'era stato costretto a fare...
Ah, signorino mio, mi si voltò il cuore in petto quando me lo vidi davanti cosí: "Nino mio!" gli gridai (sant'anima!) "Nino mio, che hai fatto?" Non poteva parlare.
"Te ne sei scappato? E se ti riafferrano, ora? Ti ammazzeranno!" Il cuore, il cuore mi parlava.
Ma egli, zitto, sedette vicino al fuoco, sempre con le mani nascoste cosí, sotto la giacca, gli occhi da insensato, e stette un pezzo a guardare verso terra; poi disse "Meglio morto!".
Non disse altro.
Stette tre giorni nascosto; al quarto uscí: eravamo poverelli, bisognava che lavorasse.
Uscí per lavorare.
Venne la sera; non tornò...
Aspettai, aspettai, ah Dio! Ma già lo sapevo me l'ero immaginato.
Pure pensavo: "Chi sa! Forse non l'hanno ammazzato; forse se lo sono ripreso!".
Venni a sapere, dopo sei giorni, che Cola Camizzi si trovava con la sua banda nel feudo di Montelusa, che era dei Padri Liguorini, scappati via.
Ci andai, come una pazza.
C'erano, dal Pozzetto, piú di sei miglia di strada.
Era una giornata di vento, signorino mio, come non ne ho piú viste in vita mia.
Si vede il vento? Eppure quel giorno si vedeva! Pareva che tutte le anime degli assassinati gridassero vendetta.
Agli uomini e a Dio.
Mi misi in quel vento, tutta strappata, ed esso mi portò: gridavo piú di lui.
Volai: ci avrò messo appena un'ora ad arrivare al convento, che stava lassú lassú, tra tante pioppe nere.
C'era un gran cortile, murato.
Vi s'entrava per una porticina piccola piccola, da una parte, mezzo nascosta, ricordo ancora, da un gran cespo di capperi radicato su, nel muro.
Presi una pietra, per bussare piú forte; bussai, bussai; non mi volevano aprire; ma tanto bussai, che finalmente m'aprirono.
Ah, che vidi!
A questo punto, Maragrazia si levò in piedi, stravolta dall'orrore, con gli occhi sanguigni sbarrati, e allungò una mano con le dita artigliate dal ribrezzo.
Le mancò la voce in prima, per proseguire.
- In mano...
- poi disse, - in mano...
quegli assassini...
S'arrestò di nuovo, come soffocata, e agitò quella mano, quasi volesse lanciare qualcosa.
- Ebbene? - domandò il dottore, allibito.
- Giocavano...
là, in quel cortile...
alle bocce...
ma con teste d'uomini...
nere, piene di terra...
le tenevano acciuffate pei capelli...
e una, quella di mio marito...
la teneva lui, Cola Camizzi...
e me la mostrò.
Gettai un grido che mi stracciò la gola e il petto, un grido cosí forte, che quegli assassini ne tremarono; ma, come Cola Camizzi mi mise le mani al collo per farmi tacere, uno di loro gli saltò addosso, furioso; e allora, quattro, cinque, dieci, prendendo ardire da quello, gli s'avventarono contro, se lo presero in mezzo.
Erano sazii, rivoltati anche loro della tirannia feroce di quel mostro, signor dottore, e io ebbi la soddisfazione di vederlo scannato lí, sotto gli occhi miei, dai suoi stessi compagni, cane assassino!
La vecchia s'abbandonò su la seggiola, sfinita, ansimante, agitata tutta da un tremito convulso.
Il giovane medico stette a guardarla, raccapricciato, col volto atteggiato di pietà, di ribrezzo e di orrore.
Ma passato il primo stupore, come poté ricomporre le idee, non seppe comprendere che nesso quella truce storia potesse avere col caso di quell'altro figlio; e glielo domandò.
- Aspetti, - rispose la vecchia, appena poté riprender fiato.
- Quello che prima si ribellò, quello che prese le mie difese, si chiamava Marco Trupía.
- Ah! - esclamò il medico.
- Dunque, questo Rocco...
- Suo figlio, - rispose Maragrazia.
- Ma pensi, signor dottore, se io potevo esser la moglie di quell'uomo dopo quanto avevo visto! Mi volle per forza; tre mesi mi tenne con sé, legata, imbavagliata, perché io gridavo, lo mordevo...
Dopo tre mesi, la giustizia venne a scovarlo là e lo richiuse in galera, dove morí poco dopo.
Ma rimasi incinta.
Ah, signorino mio, Le giuro che mi sarei strappate le viscere: mi pareva che stessi a covarci un mostro! Sentivo che non me lo sarei potuto vedere tra le braccia.
Al solo pensiero che avrei dovuto attaccarmelo al petto, gridavo come una pazza.
Fui per morire, quando lo misi alla luce.
Mi assisteva mia madre, sant'anima, che non me lo fece neanche vedere: lo portò subito dai parenti di lui, che lo allevarono...
Ora non Le pare, signor dottore ch'io possa dire davvero ch'egli non è figlio mio?
Il giovane dottore stette un pezzo senza rispondere, assorto a pensare; poi disse:
- Ma lui, in fondo, vostro figlio, che colpa ha?
- Nessuna! - rispose subito la vecchia.
- E quando mai, difatti, le mie labbra hanno detto una parola sola contro di lui? Mai, signor dottore! Anzi...
Ma che ci posso fare, se non resisto a vederlo neanche da lontano! È tutto suo padre, signorino mio; nelle fattezze, nella corporatura finanche nella voce...
Mi metto a tremare, appena lo vedo, e sudo freddo! Non sono io; si ribella il sangue, ecco! Che ci posso fare?
Attese un po', asciugandosi gli occhi col dorso delle mani; poi, temendo che la comitiva degli emigranti partisse da Fàrnia senza la lettera per i suoi figliuoli veri, per i suoi figliuoli adorati, si fece coraggio e disse al dottore ancora assorto:
- Se vossignoria volesse farmi la carità che mi ha promesso...
E come il dottore, riscotendosi, le disse che era pronto si accostò con la seggiola alla scrivania e, ancora una volta, con la stessa voce di lagrime, cominciò a dettare:
- Cari figli...
LA MORTE ADDOSSO
- Ah, lo volevo dire! Lei dunque un uomo pacifico è...
Ha perduto il treno?
- Per un minuto, sa? Arrivo alla stazione, e me lo vedo scappare davanti.
- Poteva corrergli dietro!
- Già.
È da ridere, lo so.
Bastava, santo Dio, che non avessi tutti quegl'impicci di pacchi, pacchetti, pacchettini...
Piú carico d'un somaro! Ma le donne - commissioni...
commissioni...
- non la finiscono piú! Tre minuti, creda, appena sceso dalla vettura, per dispormi i nodini di tutti quei pacchetti alle dita: due pacchetti per ogni dito.
- Doveva esser bello...
Sa che avrei fatto io? Li avrei lasciati nella vettura.
- E mia moglie? Ah sí! E le mie figliuole? E tutte le loro amiche?
- Strillare! Mi ci sarei spassato un mondo.
- Perché lei forse non sa che cosa diventano le donne in villeggiatura!
- Ma sí che lo so! Appunto perché lo so.
Dicono tutte che non avranno bisogno di niente.
- Questo soltanto? Capaci anche di sostenere che ci vanno per risparmiare! Poi, appena arrivano in un paesello qua dei dintorni, piú brutto è, piú misero e lercio, e piú imbizzariscono a pararlo con tutte le loro galenterie piú vistose! Eh, le donne, caro signore! Ma del resto, è la loro professione...
- "Se tu facessi una capatina in città, caro! Avrei proprio bisogno di questo...
di quest'altro...
e potresti anche, se non ti secca (caro, il se non ti secca)...
e poi, giacché ci sei, passando di là..." - Ma come vuoi, cara mia, che in tre ore ti sbrighi tutte codeste faccende? - "Uh, ma che dici? Prendendo una vettura..." - Il guajo è, capisce?, che dovendo trattenermi tre ore sole, sono venuto senza le chiavi di casa.
- Oh bella! E perciò...
- Ho lasciato tutto quel monte di pacchi e pacchetti in deposito alla stazione; me ne sono andato a cenare in una trattoria, poi, per farmi svaporar la stizza, a teatro.
Si crepava dal caldo.
All'uscita, dico, che faccio? Andarmene a dormire in un albergo? Sono già le dodici; alle quattro prendo il primo treno; per tre orette di sonno, non vale la spesa.
E me ne sono venuto qua.
Questo caffè non chiude, è vero?
- Non chiude, nossignore.
E cosí, ha lasciato tutti quei pacchetti in deposito alla stazione?
- Perché? Non sono sicuri? Erano tutti ben legati...
- No no, non dico! Eh, ben legati, me l'immagino, con quell'arte speciale che mettono i giovani di negozio nell'involtare la roba venduta...
Che mani! Un bel foglio grande di carta doppia, rosea, levigata...
ch'è per se stessa un piacere a vederla...
cosí liscia, che uno ci metterebbe la faccia per sentirne la fresca carezza...
La stendono sul banco e poi, con garbo disinvolto, vi collocano sú, in mezzo, la stoffa lieve, ben ripiegata.
Levano prima da sotto, col dorso della mano, un lembo; poi, da sopra, vi abbassano l'altro e ci fanno anche, con svelta grazia, una rimboccaturina, come un di piú, per amore dell'arte; poi ripiegano da un lato e dall'altro a triangolo e cacciano sotto le due punte, allungano una mano alla scatola dello spago; tirano per farne scorrere quanto basta a legar l'involto, e legano cosí rapidamente, che lei non ha neanche il tempo d'ammirar la loro bravura, che già si vede presentare il pacco col cappio pronto a introdurvi il dito.
- Eh, si vede che lei ha prestato molta attenzione ai giovani di negozio...
- Io? Caro signore, giornate intere ci passo.
Sono capace di stare anche un'ora fermo a guardare dentro una bottega, attraverso la vetrina.
Mi ci dimentico.
Mi sembra d'essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta...
quel bordatino...
quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? Se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d'incartarlo...
Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l'involto o appeso al dito o in mano o sotto il braccio...
li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista...
immaginando...
- uh, quante cose immagino! Lei non può farsene un'idea.
Ma mi serve.
Mi serve questo.
- Le serve? Scusi...
che cosa?
- Attaccarmi cosí, dico con l'immaginazione...
attaccarmi alla vita, come un rampicante attorno alle sbarre d'una cancellata.
Ah, non lasciarla mai posare un momento l'immaginazione...
aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri...
ma non della gente che conosco.
No no.
A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse...
una nausea...
Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello.
E sapesse quanto e come lavora! Fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello, ci vivo, ci respiro, fino ad avvertire...
sa quel particolare alito che cova in ogni casa? Nella sua nella mia...
Ma nella nostra, noi, non l'avvertiamo piú perché è l'alito stesso della nostra vita, mi spiego? Eh, vedo che lei dice di sí...
- Sí, perché...
dico, dev'essere un bel piacere, questo che lei prova, immaginando tante cose...
- Piacere? Io?
- Già...
mi figuro...
- Ma che piacere! Mi dica un po'.
È stato mai a consulto da qualche medico bravo?
- Io no, perché? Non sono mica malato!
- No no! Glielo domando per sapere se ha mai veduto in casa di questi medici bravi la sala dove i clienti stanno ad aspettare il loro turno per esser visitati.
- Ah, sí...
mi toccò una volta accompagnare una mia figliuola che soffriva di nervi.
- Bene.
Non voglio sapere.
Dico, quelle sale...
Ci ha fatto attenzione? Quei divani di stoffa scura, di foggia antica...
quelle seggiole imbottite, spesso scompagne...
quelle poltroncine...
È roba comprata di combinazione, roba di rivendita, messa lí per i clienti; non appartiene mica alla casa.
Il signor dottore ha per sé, per le amiche della sua signora, un ben altro salotto, ricco, splendido.
Chi sa come striderebbe qualche seggiola, qualche poltroncina di quel salotto portata qua nella sala dei clienti, a cui basta quell'arredo cosí, alla buona.
Vorrei sapere se lei, quando andò per la sua figliuola, guardò attentamente la poltrona o la seggiola su cui stette seduto, aspettando.
- Io no, veramente...
- Eh già, perché lei non era malato...
Ma neanche i malati spesso ci badano, compresi come sono del loro male.
Eppure, quante volte certuni stan lí intenti a guardarsi il dito che fa segni vani sul bracciuolo lustro di quella poltrona su cui stan seduti! Pensano e non vedono.
Ma che effetto fa, quando poi si esce dalla visita, riattraversando la sala, il riveder la seggiola su cui poc'anzi, in attesa della sentenza sul nostro male ancora ignoto, stavamo seduti! Ritrovarla occupata da un altro cliente, anch'esso col suo male nascosto; o là, vuota, impassibile, in attesa che un altro qualsiasi venga a occuparla...
Ma che dicevamo? Ah, già...
il piacere dell'immaginazione...
Chi sa perché, ho pensato subito a una seggiola di queste sale di medici, dove i clienti stanno in attesa del consulto...
- Già...
veramente..
- Non capisce? Neanche io.
Ma è che certi richiami di immagini, tra loro lontane, sono cosí particolari a ciascuno di noi, e determinati da ragioni ed esperienze cosí singolari, che l'uno non intenderebbe piú l'altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso.
Niente di piú illogico, spesso, di queste analogie.
Ma la relazione, forse, può esser questa, guardi: - Avrebbero piacere quelle seggiole d'immaginare chi sia il cliente che viene a seder su loro in attesa del consulto? Che male covi dentro? Dove andrà, che farà dopo la visita? - Nessun piacere.
E cosí io: nessuno! Vengono tanti clienti, ed esse sono là, povere seggiole, per essere occupate.
Ebbene, è anche un'occupazione simile la mia.
Ora mi occupa questo, ora quello.
In questo momento mi sta occupando lei, e creda che non provo nessun piacere del treno che ha perduto, della famiglia che l'aspetta in villeggiatura, di tutti i fastidii che posso supporre in lei...
- Uh, tanti, sa!
- Ringrazii Dio, se sono fastidii soltanto.
C'è chi ha di peggio, caro signore.
Io le dico che ho bisogno d'attaccarmi con l'immaginazione alla vita altrui, ma cosí, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi...
anzi...
per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla.
E questo è da dimostrare bene, sa? Con prove ed esempii continui a noi stessi, implacabilmente.
Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c'è, c'è, ce lo sentiamo tutti qua, come un'angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell'atto stesso che la viviamo, è cosí sempre ingorda di sé stessa, che non si lascia assaporare.
Il sapore è nel passato, che ci rimane vivo dentro.
Il gusto della vita ci viene di là, dai ricordi che ci tengono legati.
Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua...
a queste noje...
a tante stupide illusioni...
insulse occupazioni...
Sí sí.
Questa che ora qua è una sciocchezza...
questa che ora qua è una noja...
e arrivo finanche a dire questa che ora è per noi una sventura, una vera sventura...
sissignori, a distanza di quattro, cinque, dieci anni, chi sa che sapore acquisterà...
che gusto, queste lagrime...
E la vita, perdio, al solo pensiero di perderla...
specialmente quando si sa che è questione di giorni...
- Ecco...
vede là? Dico là, a quel cantone...
vede quell'ombra malinconica di donna? Ecco, s'è nascosta!
- Come? Chi...
chi è che...?
- Non l'ha vista? S'è nascosta...
- Una donna?
- Mia moglie, già...
- Ah! La sua signora?
- Mi sorveglia da lontano.
E mi verrebbe, creda, d'andarla a prendere a calci.
Ma sarebbe inutile.
È come una di quelle cagne sperdute, ostinate, che piú lei le prende a calci, e piú le si attaccano alle calcagna.
Ciò che quella donna sta soffrendo per me, lei non se lo può immaginare.
Non mangia, non dorme piú...
Mi viene appresso, giorno e notte, cosí...
a distanza...
E si curasse almeno di spolverarsi quella ciabatta che tiene in capo, gli abiti...
Non pare piú una donna, ma uno strofinaccio.
Le si sono impolverati per sempre anche i capelli, qua sulle tempie; ed ha appena trentaquattro anni.
Mi fa una stizza, che lei non può credere.
Le salto addosso, certe volte, le grido in faccia "Stupida!" scrollandola.
Si piglia tutto.
Resta lí a guardarmi con certi occhi...
con certi occhi che, le giuro, mi fa venire qua alle dita una selvaggia voglia di strozzarla.
Niente.
Aspetta che mi allontani per rimettersi a seguirmi - Ecco, guardi...
sporge di nuovo il capo dal cantone...
- Povera signora...
- Ma che povera signora! Vorrebbe, capisce? Ch'io me ne stessi a casa, mi mettessi là fermo placido, come vuole lei, a prendermi tutte le sue piú amorose e sviscerate cure...
a goder dell'ordine perfetto di tutte le stanze, della lindura di tutti i mobili, di quel silenzio di specchio che c'era prima in casa mia, misurato dal tic-tac della pendola nel salotto da pranzo...
Questo vorrebbe! Io domando ora a lei, per farle intendere l'assurdità...
ma no, che dico l'assurdità! La macabra ferocia di questa pretesa, le domando se crede possibile che le case d'Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto che di lí a poco le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene lí tranquille, sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze, obbedienti al piano regolatore della commissione edilizia municipale? Case, perdio, di pietra e travi, se ne sarebbero scappate! Immagini i cittadini d'Avezzano, i cittadini di Messina, spogliarsi tranquilli per mettersi a letto, ripiegare gli abiti, metter le scarpe fuori dell'uscio, e cacciandosi sotto le coperte godere del candor fresco delle lenzuola di bucato, con la coscienza che fra poche ore sarebbero morti...
Le sembra possibile?
- Ma forse la sua signora...
- Mi lasci dire! Se la morte, signor mio, fosse come uno di quegl'insetti strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso...
Lei passa per via; un altro passante, all'improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita protese, le dice: "Scusi, permette? Lei, egregio signore, ci ha la morte addosso".
E con quelle due dita protese, gliela piglia e gliela butta via...
Sarebbe magnifica! Ma la morte non è come uno di questi insetti schifosi.
Tanti che passeggiano disinvolti e alieni, forse ce l'hanno addosso; nessuno la vede; ed essi pensano intanto tranquilli a ciò che faranno domani o doman l'altro.
Ora io, caro signore, ecco...
venga qua...
qua, sotto questo lampione...
venga...
le faccio vedere una cosa...
Guardi qua, sotto questo baffo...
qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo...
piú dolce d'una caramella: Epitelioma, si chiama.
Pronunzii, pronunzii...
sentirà che dolcezza: epiteli-o-ma...
La morte, capisce? È passata.
M'ha ficcato questo fiore in bocca e m'ha detto: "Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!".
Ora mi dica lei, se, con questo fiore in bocca, io me ne posso stare a casa tranquillo e alieno, come quella disgraziata vorrebbe.
Le grido: "Ah sí, e vuoi che ti baci?" - "Sí, baciami!" - Ma sa che ha fatto? Con uno spillo, l'altra settimana s'è fatto uno sgraffio qua, sul labbro, e poi m'ha preso la testa: mi voleva baciare...
baciare in bocca...
Perché dice che vuol morire con me.
È pazza.
A casa io non ci sto.
Ho bisogno di starmene dietro le vetrine delle botteghe, io, ad ammirare la bravura dei giovani di negozio.
Perché, lei lo capisce, se mi si fa un momento di vuoto dentro...
lei lo capisce, posso anche ammazzare come niente tutta la vita in uno che non conosco...
cavare la rivoltella e ammazzare uno che, come lei, per disgrazia, abbia perduto il treno...
No no, non tema, caro signore: io scherzo! - Me ne vado.
Ammazzerei me, se mai...
Ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche...
Come le mangia lei? Con tutta la buccia, è vero? Si spaccano a metà: si premono con due dita, per lungo, come due labbra succhiose...
Ah che delizia! - Mi ossequi la sua egregia signora e anche le sue figliuole in villeggiatura.
Me le immagino vestite di bianco e celeste, in un bel prato verde in ombra...
E mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà.
Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione...
All'alba lei può far la strada a piedi.
Il primo cespuglietto d'erba su la proda.
Ne conti i fili per me.
Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò.
Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando.
Buona notte, caro signore.
VA BENE
I.
STATO DI SERVIZIO
(fino addí 5 marzo del 1904).
A Sorrento, da Corvara Francesco Aurelio e Florida Amidei, nella notte dal 12 al 13 febbrajo dell'anno 1861, nasce Cosmo Antonio Corvara Amidei, e subito è accolto male: a sculacciate; preso per i piedi dalla levatrice e tenuto per qualche momento a testa giú, perché, quasi strozzato a causa delle doglie stanche della madre, è entrato nel mondo senza strillare.
Botte, finché non strilla.
Entrando, bisogna strillare.
Dal 13 di febbrajo del 1861 al 15 di marzo del 1862, cinque balie.
La prima e la seconda, cambiate perché scarse di latte; la terza, perché nel fargli il bagno, una mattina, lo tuffa nell'acqua ancor quasi bollente, scordandosi di temperarla.
Scottatura di secondo grado.
È per morirne; Dio misericordioso non vuole; ma gli muore, invece, la madre.
La quarta balia lo lascia cadere tre volte dal letto, e non di piú; e gli fa poi ruzzolare la scala, insieme con lei, una volta sola.
Ferite di poco conto: la piú grave, rottura dell'osso del naso.
A nove anni, dopo aver sofferto tutte le malattie, che sono come i gradini per cui dalla tenera infanzia - con l'ajuto del medico da un lato e del farmacista dall'altro - si sale alla vispa fanciullezza, Cosmo Antonio Corvara Amidei, animato da fervido zelo religioso, entra in seminario.
Pochi giorni prima d'entrarvi, seguendo alla lettera una delle sette opere corporali di misericordia, s'era spogliato d'un bell'abituccio nuovo che il babbo gli aveva portato da Napoli; ne aveva vestito un povero ragazzetto che se ne stava su la spiaggia ignudo nato, ed era ritornato a casa col solo berrettino da marinajo in capo.
In compenso, il babbo gli aveva detto tante belle cose, imbecille, somaro, scimunito, e gli aveva carezzato con tanto slancio gli orecchi, che per miracolo non glieli aveva strappati.
In seminario Cosmo Antonio Corvara Amidei studia e attende alle pratiche religiose con grandissimo fervore; tanto che - a sedici anni - minaccia di dare in tisico.
Tutt'a un tratto, però, quando ha già preso i primi ordini religiosi, gli avviene d'impuntarsi in questo passo del trattato De Gratia:
"Si quis dixerit gratiam perseverantiae non esse gratis datam, anathema sit."
Perché la perseveranza, per il caso che qualcuno volesse saperlo, è - secondo la teologia cattolica cristiana - una grazia che Dio concede a chi vuol salvare, senza attenzione ai meriti o ai demeriti del salvando.
Deus libere movet, dice San Tommaso.
Cosmo Antonio Corvara Amidei ci ragiona sú ben bene parecchie settimane, e una notte alla fine vien sorpreso in camicia, con una candela in mano, infocato in volto, con gli occhi sbarrati, brillanti di febbre, che va cercando per il dormitorio una chiave.
Che chiave?
La chiave della perseveranza.
È ammattito.
Per fortuna, gli sopravviene la meningite.
Esce dal seminario.
Un mese tra la vita e la morte.
Quando alla fine può riaversi, ha perduto la fede; ma pare che abbia perduto anche tant'altre cose: i capelli, intanto, la parola, un po' anche la vista; non si ricorda piú di nulla e sta, circa un anno, intronato e come levato di cervello.
Si riscuote a furia di trombate d'acqua alla schiena; e, a ventidue anni e qualche mese, può presentarsi agli esami di licenza liceale e andare a Napoli, all'Università, per addottorarsi in lettere e filosofia, calvo, mezzo cieco e col naso schiacciato dalla caduta infantile.
Nell'ottobre del 1887 ottiene, per concorso, il posto di reggente nel ginnasio inferiore di Sassari.
I ragazzi, si sa, sono vivaci; il professore è brutto e non ci vede molto: dunque, baldoria; e, per conseguenza, continue riprensioni del direttore del ginnasio al subalterno che non sa tenere la disciplina.
Ma anche per le vie di Sassari il professor Cosmo Antonio Corvara Amidei è sbeffeggiato da tutti i monelli, finché non viene un collega, Dolfo Dolfi, professore di scienze naturali, che prende a proteggerlo in iscuola e fuori; anzi fa di piú: lo invita ad accasarsi con lui (novembre del 1888).
Dolfo Dolfi entra tardi nell'insegnamento, senza titoli, senza concorso, per protezione d'un deputato autorevolissimo, dopo aver fatto l'esploratore in Africa e per tant'anni a Genova il giornalista: s'è battuto una diecina di volte, e ne ha prese e ne ha date, piú date che prese; è libero pensatore, e ha con sé una figliuola naturale, a cui ha imposto questo magnifico nome: Satanina.
Protetto da Dolfo Dolfi, Cosmo Antonio Corvara Amidei vorrebbe finalmente rifiatare, ma non può: il suo protettore non gliene lascia il tempo: gli parla de' suoi viaggi, delle sue campagne giornalistiche, de' suoi duelli; gli narra le sue innumerevoli, straordinarie avventure, e vuole anche discutere con lui di filosofia, di religione, ecc.
ecc.
Bestialità, con tanto di petto in fuori.
(Nota bene: Dolfo Dolfi ha la faccia piena di nèi e, parlando, se li arriccia tutti; una gamba qua, una gamba là.) Cosmo Antonio Corvara Amidei si fa piccino piccino, man mano che quegli le sballa piú grosse, e approva, approva senza mai contraddire.
Egli ormai è ben protetto, non si nega; gli alunni e i monellacci di strada per paura del Dolfi lo lasciano in pace; ma è vero altresí ch'egli non è piú padrone di sé, del suo tempo, del suo misero stipendiuccio di professore di ginnasio inferiore.
Se ha bisogno imprescindibile di qualche soldino, deve domandarlo a Satanina, e la ragazza, che ha già quindici anni e fa da mammina, glielo dà con gran mistero, raccomandandogli di non farne sapere nulla, per carità, al babbino, ché altrimenti vorrebbe anche lui la sua parte per i minuti piaceri, e dove s'andrebbe a finire?
Buona ragazza, Satanina; tanto che Cosmo Antonio Corvara Amidei vorrebbe chiamarla piú brevemente e graziosamente Nina, Ninetta; ma Dolfo Dolfi non vuole.
- Che Nina! Che Niinetta! Satana, si chiama Satana:
Salute, o Satana,
O ribellione,
O forza vindice
Della ragione
Si va avanti cosí tre anni.
Tutti domandano al professor Corvara Amidei come faccia a andar d'accordo con quella bufera d'uomo che è il professor Dolfo Dolfi; egli si stringe nelle spalle; apre le mani e abbozza un sorriso squallido, socchiudendo gli occhi; perché con quella domanda - è facile intenderlo - la gente vorrebbe farlo capace della sua imbecillità.
Eh sí; Cosmo Antonio Corvara Amidei, in fondo, sarebbe anche disposto a ammettere la propria imbecillità; non ne è però al tutto convinto, giacché, a pensarci bene, gli pare che sia forse alquanto piú imbecille di lui la vita in genere, ecco; e che non valga perciò la pena d'essere o d'apparire accorti o scaltri, massime quand'essa dimostri con tanta perseveranza l'impegno di volerla proprio pigliare coi denti contro di uno.
In questo caso, bisogna lasciarla fare la vita, ché un fine forse - nascosto - lo ha; e, se non ha un fine, avrà pure una fine, questo è certo
L'ebbe, difatti, un bel giorno e d'improvviso, la fine.
Ma non per lui, ahimè! Per il professor Dolfo Dolfi.
Colpo apoplettico fulminante, mentre faceva lezione (16 marzo 1891).
Cosmo Antonio Corvara Amidei ne rimane esterrefatto.
Non se l'aspettava! Gli pare che la casa sia diventata a un tratto vuota, misteriosamente vuota; perché nessun oggetto in essa ha un barlume d'anima, un qualche ricordo intimo per lui; e sembra invece che stia là, triste, a aspettar colui che non potrà piú ritornare
Satanina piange inconsolabile.
Egli, dapprima, non si prova nemmeno a consolarla, stimando che ogni sua parola sarebbe vana.
Ma poi il direttore del ginnasio, i colleghi gli domandano come intenda di regolarsi con quella povera orfana rimasta cosí, in mezzo a una strada, senza diritto a pensione, senza alcun parente, né prossimo né lontano.
Il professor Corvara Amidei risponde subito che se la terrà con sé, c'è bisogno di dirlo? Le farà lui da padre, che diamine! Tanto il direttore del ginnasio quanto i colleghi, a questa sua risposta, alzano le spalle e socchiudono gli occhi, sospirando.
Come! Non ne sono contenti? Non pare loro ben fatto? Il professor Corvara Amidei s'allontana sconcertato.
Ne parla a Satanina, e - con suo sommo stupore - sente rispondersi anche da lei che non è possibile; ch'ella non può piú, ormai, rimanere con lui; che le conviene andar via, al piú presto, anzi subito.
- Dove?
- Alla ventura!
- E perché?
Il perché glielo spiegano poco dopo i colleghi.
Ha poco piú di trent'anni il professor Corvara Amidei; e Satanina, già diciotto; dunque, non cosí vecchio ancora lui da farle da padre, né cosí giovine lei da essere semplicemente sua figlia.
Chiaro, eh? Ma il professor Corvara Amidei si guarda prima la punta delle scarpe, poi quella delle dita; si prova a inghiottire.
Intendono forse i suoi colleghi ch'egli dovrebbe...
sposar Satanina? Appena quest'idea gli balena, rimane come basito; poi sorride amaramente.
Via, glielo dicono per ischerzo.
Si vede costretto a riparlare con Satanina, per convincerla che commetterebbe una pazzia, una vera pazzia, a andarsene - com'ella dice - alla ventura; e allora anche lei, Satanina, gli fa intendere che a un solo patto potrebbe rimanere con lui: a patto, sissignore, di diventare sua moglie.
Cosmo Antonio Corvara Amidei teme d'impazzire, o che tutti si siano messi d'accordo per fargli una beffa atroce.
Non riesce in alcun modo a capacitarsi come quella giovinetta possa sentire sul serio la necessità di diventare sua moglie, quasi che davvero la convivenza con lui possa dar pretesto a ciarle in paese.
Ma possibile che tal necessità non le appaja quasi grottesca e, a ogni modo, ripugnante? Va a guardarsi allo specchio; si vede anche piú brutto di quel che non sia: ingiallito dai patimenti e dalla miseria, squallido, calvo, quasi cieco.
Pensa a lei, a Satanina, cosí giovine, cosí fresca, cosí florida, e ha come una vertigine.
Sua moglie? Possibile? Si reca a ridomandarglielo, balbettando.
E Satanina - sissignore - gli risponde di sí, senz'arrossire, e che anzi, se egli vi fosse disposto, ella gliene serberebbe eterna gratitudine
Cosmo Antonio Corvara Amidei si mette allora a piangere come un bambino, facendole con la mano cenno di tacere, per carità! Grata, lei? Ma che dice? E allora lui? Una tal gioja, dunque, gli serbava la sorte? Come crederci? Per piú giorni il professor Corvara Amidei non può articolar parola.
Le nozze si debbono affrettare, sia per la considerazione che i due fidanzati sono costretti a vivere insieme, sotto lo stesso tetto, sia per la speranza del direttore del ginnasio, che esse valgano a scuotere il professore dal beato istupidimento in cui è caduto.
Ma questa speranza riesce vana.
Dopo le nozze - celebrate solo civilmente (14 marzo 1892), non potendo il professor Corvara Amidei sposare anche davanti a Dio, per i suoi precedenti impegni con la Chiesa - l'istupidimento cresce con la beatitudine.
Quel che tanti anni di sofferenze non han potuto, può tutt'a un tratto la gioja.
Cosmo Antonio Corvara Amidei dimentica la grammatica latina, dimentica tutto, diventa proprio inetto a ogni cosa.
Non vede che Satanina; non pensa che a Satanina, non sogna che Satanina; non attenderebbe piú neanche a cibarsi, se Satanina stessa non ve lo costringesse; tanto gli basta la gioja di vedersela davanti, ridente e vorace; le darebbe da mangiare anche le sue misere carni, se le stimasse degne dei dentini di lei.
Intanto, Dolfo Dolfi non c'è piú per tenere a freno gli scolaretti in iscuola e i monellacci in istrada; e la gazzarra è scoppiata, in classe e fuori, piú indiavolata che mai.
Il direttore del ginnasio ne è furibondo; raffibbia al subalterno le piú dure riprensioni; ma a che possono giovare? Il professor Corvara Amidei lo guarda sorridente, come se non fossero rivolte a lui.
Allora Satanina si vede costretta a scrivere a quel deputato tanto amico e protettore della buon'anima di suo padre, scongiurandolo di far valere la sua cresciuta autorità perché il professor Corvara Amidei sia tolto subito dall'insegnamento e chiamato invece a prestar servizio piú tranquillo o in qualche biblioteca o al Ministero della Pubblica Istruzione.
Cosí, due mesi dopo, Cosmo Antonio Corvara Amidi, con molto dispiacere de' suoi scolaretti che, in fin dei conti, gli vogliono un gran bene, ma con piacere grandissimo del direttore del ginnasio e dei colleghi, parte per Roma, "comandato" al Ministero.
Satanina è incinta, e soffre molto durante il viaggio di mare; ma non ci pensa piú appena sbarcata a Civitavecchia; tal gioja le suscita il rimetter piede nel Continente, il pensiero di Roma, vicina.
Ah, che bollore improvviso alza il sangue del padre avventuroso nelle vene di lei!
Al Ministero, il professore Corvara Amidei è relegato nella stanza degli scrivani, come correttore.
Ma non corregge nulla.
Quei miseri impiegatucci alla giornata han fiutato subito con chi hanno da fare.
Fosse, putacaso, un vecchio ladro di bella reputazione, allora sí; inchini e scappellate; ma un povero galantuomo di quella fatta, perché rispettarlo? Del resto, non gli fanno nulla.
Qualche scherzetto innocente, per passare il tempo, quando mancano le pratiche da ricopiare.
Degli errori poi, che essi commettono ricopiando, la colpa - si sa - è appioppata a lui, al professor Corvara Amidei.
- Mi raccomando, signori miei; lasciatemi riveder le carte.
Attenzione! Lei, ragione, con una g sola la scriva, per piacere, mi raccomando!
- Meglio abbondare, professore, meglio abbondare quando si tratta di ragione.
- E va bene! - sospira il professor Corvara Amidei, stringendosi nelle spalle, allungando il collo e socchiudendo gli occhi dietro le lenti doppie, da miope, che pajono due fondi di bottiglia.
Gli scrivani, ogni qual volta gli sentono emettere questo sospiro: E va bene! Scoppiano a ridere a coro.
Perché? Il professor Corvara Amidei non ci ha fatto mai caso; ma ripete frequentissimamente (quando qualche cosa gli va proprio male) quel suo: E va bene! E ormai tutti quegli scrivani, fra loro, non lo chiamano altrimenti che Il professor Vabene.
Quand'egli viene a saperlo, si stringe nelle spalle, sorridente, allunga il collo, socchiude gli occhi, è proprio lí lí per sospirar...
Ah, ecco, dunque è vero, sí: ha preso questo vezzo, senz'accorgersene, per la lunga abitudine di rassegnarsi ai colpi del destino avverso.
Ma, ormai, un compenso a tutto ciò che ha sofferto, a tutto ciò che gli toccherà forse a soffrire ancora, lo ha, e non gl'importa piú di nulla.
Lo sbeffeggino pure tutti gli scrivani del mondo, lo chiamino Va bene, Va male, Va zero, come che sia, egli ha ora Satanina, e se n'infischia.
A lei, dal Ministero, tien fisso di continuo il pensiero e quasi la vede, là, nelle stanze dell'umile casetta presa a pigione in Via San Niccolò da Tolentino.
Il 15 di agosto del 1893, Satanina dà felicemente alla luce un maschietto, Dolfino.
Fra l'esultanza quasi delirante, un solo piccolo guajo: Satanina non si sente di allattare da sé il figliuolo.
E Dolfino è messo a balia, lontano, in un paesello della Sabina.
Pazienza! Vuol dire che d'ora in poi il professor Corvara Amidei farà a meno del sigaro, del caffè e di qualche altra coserella, per pagar le spese del baliatico.
Quando il saltimbanco, tra l'accorato stupore della folla raccolta intorno, fa lavorare un suo pagliaccetto gracile, pallido, come grida? "Ancora piú difficile, signori! Stiano a vedere: si passa a un esercizio ancora piú difficile!"
Quanti esercizi, dalla nascita in poi, il destino saltimbanco non aveva fatto eseguire a Cosmo Antonio Corvara Amidei, suo pagliaccetto? Ma il piú difficile, ancora non gliel'aveva fatto eseguire.
Aspettava il giorno 20 maggio dell'anno 1894.
Con un cartoccio di schiumette sotto il braccio (quanto piacciono le schiumette a Satanina!) il professor Corvara Amidei rincasa quel giorno, al solito, alle ore diciotto e mezzo precise; sale la scala interminabile; trae il chiavino; cerca e trova a tasto il buco della serratura, apre, entra.
Satanina non è in casa.
E dov'è? Ella non suole mai andar fuori a quell'ora.
Qualcosa, certamente, dev'esserle accaduta; perché, né la tavola nel salottino da pranzo è apparecchiata, né in cucina c'è alcunché preparato per il desinare: i fornelli, spenti; e tutto in ordine, come a mezzogiorno ha dovuto lasciarlo la servetta che tengono a mezzo servizio, per la spesa e la pulizia di casa.
Ma che mai può essere accaduto a Satanina? Forse qualche improvvisa chiamata dalla balia di Dolfino? E sarebbe partita cosí, senza neppure avvertirlo al Ministero? Ridiscende la scala quant'è lunga, per domandare al portinajo qualche notizia; ne domanda anche ai bottegaj lí presso, alla servetta del pigionale che gli sta accanto: nessuno sa nulla.
Sú, in casa, non può resistere a lungo al contrasto fra la confusione che ha nell'animo e l'ordine e la quiete delle tre stanzette, le quali pare stieno a aspettare, con tutti i mobili, che la placida vita consueta seguiti a svolgersi fra loro.
Esce, dapprima senza meta, in cerca; poi si reca al Telegrafo e spedisce alla balia di Dolfino un telegramma d'urgenza, con risposta pagata; seguita a gironzolare, di qua e di là, dove lo portano i piedi, con la testa che gli gira come un molino; e non s'accorge neppure che s'è fatto bujo.
Quando gli pare che il telegramma di risposta non possa ormai piú tardare di molto, rincasa con la speranza di trovar su Satanina; ma il portinajo gliela leva subito; e allora egli si sente cosí stanco, cosí stanco, da non saper come fare a risalire ancora una volta tutta quella scala.
Come Dio vuole, ci riesce; entra al bujo, al bujo perviene nella camera da letto, al bujo rimane a attendere, sprofondato in una poltrona.
Gli pare a un certo punto che un ronzío strano si sia messo a turbinargli dentro, nel capo, nel ventre, fin nelle piante dei piedi e nei ginocchi, sommovendo, sconvolgendo, attirando nella sua furia pensieri e sentimenti; ma quando, di lí a poco, intronato, si reca alla finestra per spiare se qualche fattorino del Telegrafo si faccia alla porta di casa, s'accorge che quel ronzío turbinoso proviene - eh maledetta! - da una lampada elettrica che s'è stizzita, giú, in mezzo alla via.
All'alba arriva finalmente la risposta della balia - negativa.
L'ultimo filo di speranza, cosí, è spezzato.
Poche ore dopo, viene la servetta per far la spesa giornaliera e rimettere in ordine la casa.
È una toscanina; tozza, ma svelta; muso duro e linguacciuta.
- Ben alzato!
- Non c'è...
- le annunzia, con aria stralunata e con faccia cadaverica, il padrone.
- Da jeri.
- Via! O che mi dice?
Il professor Corvara Amidei apre le braccia; poi si cala pian piano a sedere su una seggiola e rimane lí, come inebetito.
Aggiunge:
- Tutta la notte.
- O dove mai la pol'essere andata?
Il professor Corvara Amidei apre di nuovo le braccia.
- Che provi un po', sor padrone, - gli suggerisce allora quella, - che provi un po' a cercarla giú, dove stanno que' certi...
'un so...
son forastieri, che fan le pitture.
So d'uno che le faceva...
'un so, il ritratto.
Il professor Corvara Amidei si scuote, la guarda un po':
- A lei? Il ritratto a lei? E quando?
- Credevo che lo sapesse.
Ma sí! La sora padrona ci andava 'gni mattina, ci andava.
E poi, il dopopranzo.
Egli rimane a bocca aperta, poi comincia a passarsi le mani nocchierute su le gambe, pian piano, zitto.
- Vole, sor padrone, che vada giú io a sentire? In due salti...
'onosco lui, il pittore francese.
Egli par che non senta, e la servetta allora scappa via.
In capo a pochi minuti è su di nuovo, affocata, ansimante.
Appena può trar fiato:
- Eh, mi pareva assai! - esclama.
- Ito via, anche lui.
Da jeri.
Sicché, via...
'oincide.
Il professor Corvara Amidei séguita a star muto, col volto immobile, da ebete, e a passarsi meccanicamente le mani sulle gambe.
La servetta sta un pezzo a mirarlo, impietosita, poi esclama tra sé, alludendo alla padrona:
"Imbecille, vah! Poteva starsene qua, col su' sposo che la trattava 'osí perbenino, tranquillo là, poer'omo, come una tartaruga." - Sú via, sor padrone, si faccia animo, sú! 'un stia 'osí, si dia uno sfogo.
'Gnorantaccia, sa! L'amore...
Sa com'è? L'è come il latte messo al foco, che prima si gonfia, poi alza il bollo e scappa via...
Sú, sú, coraggio.
Si provi un po' a votarsi il core, sor padrone...
'un stia 'osí!
Ma il professor Corvara Amidei, a queste ingenue, amorevoli esortazioni, tentenna appena il capo; non dice nulla.
Non piange, perché non gl'importa di far conoscere che soffre; non vuole intenerire, né chieder conforto o commiserazione.
È stupito, in fondo, di non provare tutto quel cordoglio che forse qualche volta aveva pensato di dover provare se Satanina o l'amore di lei, per un caso atroce imprevedibile, gli fossero venuti a mancare.
Ed ecco: nulla, invece, nulla.
S'aspettava forse che il mondo dovesse crollare, o lui per lo meno restarne fulminato.
Ed ecco, invece, nulla, nulla.
Egli, ora, può licenziare la serva, pagarle il resto della mesata, rispondere anche alle altre esortazioni ch'ella gli fa nell'andarsene, col suo solito:
- E va bene...
E va bene...
Rimasto solo, però, rimessosi a sedere, s'accorge tutt'a un tratto che non ha piú voglia neppure d'alzare un dito, e che il mondo, dunque, davvero è crollato per lui; ma, cosí, quietamente, senza parere.
Le sedie stanno lí, l'armadio sta lí, il letto lí...
ma per che farne piú, ormai?
Egli ora si stropiccia un po' piú forte le gambe con ambo le mani, istintivamente, perché si sente preso dal freddo, da un freddo curioso, alle ossa, invadente.
Ma non si muove.
Ripete fra sé quelle poche notizie che gli ha dato la servetta: "Il ritratto...
Il pittore francese...
Ci andava ogni mattina...".
E ora comincia a battere anche i denti, seguitando a stropicciarsi piú forte, senza saperlo, le gambe che gli ballano.
Quelle tre idee: del ritratto, del pittore francese e di lei che ci andava ogni mattina, gli si fissano nel cervello, come tre stellette di carta, di quelle che piglian vento e girano.
Gli s'annebbia la vista; trema tutto; perde i sensi; casca dalla seggiola, e resta lí.
Siamo nel marzo del 1904.
Sono passati nove anni e dieci mesi.
Il professor Corvara Amidei non si ricorda piú, quasi, d'essere stato lí lí per morire all'ospedale, allora, dopo quell'esercizio ancora piú difficile.
Il pensiero del figlioletto lontano, là, in un paesello della Sabina, lo ha salvato.
Ora egli lo ha con sé, Dolfino.
Ma il povero ragazzo, che ha già dieci anni e par che li abbia proprio per forza, tirati, tirati sú dalle piú minuziose cure del babbo, il povero ragazzo corre ahimè il rischio d'aver la stessa fortuna del padre: o forse no, si spera: perché, cosí gracile, cosí miserino com'è, sembra accenni piuttosto di volersene andare dello stesso male, di cui il babbo fu minacciato da ragazzo, quand'era al seminario.
Dolfino sapeva, fino all'età di otto anni, che la mamma sua era morta nel darlo alla luce, ma, due anni fa, un bel giorno, mentre il padre si trovava all'ufficio, aveva veduto entrare in casa una certa signora vestita alla bizzarra, incipriata, imbellettata, la quale, fra molte lagrime, aveva avuto il piacere di assicurargli che non era vero niente, perché la mamma sua, invece, eccola qua, viveva ancora; era lei, proprio lei, che gli voleva bene, oh tanto! E voleva star sempre con lui e curarlo e carezzarlo giorno e notte cosí, come faceva ora, cosí, il figlietto suo bello, il figlietto suo caro.
Se non che, la balia che lo aveva allevato e che, rimasta vedova e sola, era venuta a trovarlo per star con lui, da governante ora e da serva rientrando in casa con la spesa giornaliera, s'era scagliata addosso a quella femmina, le aveva strappato il ragazzo dalle braccia; e il povero Dolfino, atterrito, aveva sentito ripetere dalla sua balia a colei che si diceva sua madre turpi parole, per cui le due donne eran venute alle mani, e n'era seguita una scena orribile, dopo la quale egli aveva dovuto mettersi a letto assalito da una violentissima febbre.
Cosmo Antonio Corvara Amidei s'era recato in questura a denunziare quella trista donna, che - non contenta di tutto il male fatto a lui - voleva farne dell'altro al figliuolo innocente.
Satanina, che fin dall'età di diciott'anni, alla morte de padre, voleva andarsene - come si sa - alla ventura, fuggita col pittore francese che le faceva il ritratto, era stata quattr'anni a Parigi, poi a Nizza, poi a Torino, poi a Milano, cadendo man mano sempre piú nel fango.
Pochi giorni dopo il suo arrivo a Roma, era stata veduta dal marito il quale, nello scorgerla in quello stato, quantunque già se lo fosse immaginato, s'era sentito mancare in mezzo alla via ed era stato condotto in una farmacia, sorretto per le ascelle.
Egli era già caduto in mano d'un certo prete sardo, conosciuto a Sassari, per nome don Melchiorre Spanu, il quale s'era fisso il chiodo di ricondurre all'ovile quella pecorella da tant'anni smarrita.
Gli dava a leggere, nelle interminabili ore d'ufficio, libri e libri e libri d'argomento religioso; gli dimostrava con le piú lampanti prove che unica e sola causa di tutte le sciagure sofferte era l'indegno modo con cui egli in gioventú s'era regolato con la Santa Madre Chiesa, e che non per nulla, certo, Dio pareva si volesse raccogliere ora nella sede degli angeli e dei beati quel caro ragazzo, quel buon Dolfino: insomma, era un sacro ammonimento, questo, perché il professor Corvara Amidei, l'apostata, rimasto solo, si fosse indotto a entrare in qualche convento: per esempio, in quello della Trappa, alle Tre Fontane.
Santo luogo, santo luogo; quello che proprio ci voleva per far penitenza.
Sentendo questi discorsi, il professor Corvara Amidei si stringeva nelle spalle, protendeva il collo, socchiudeva gli occhi e ripeteva ancora una volta:
- E va bene!
Certi giorni, all'uscita dal Ministero, lo attendevano don Melchiorre Spanu di qua, sui gradini di Santa Maria della Minerva, la moglie di là, appoggiata maestosamente alla ringhiera del Pantheon.
I due si lanciavano da lontano occhiatacce fulminanti: il prete, stropicciandosi le dita sul mento e su le guance, dove le ispide punte della barba pareva gli rinascessero ogni volta sotto il raschiamento del rasojo; la donna, con un sogghignetto perfido su le labbra dipinte.
Il professor Corvara Amidei, uscendo ogni sera su la piazza, volgeva uno sguardo obliquo a quella ringhiera, dove di solito si appostava la moglie; ma andava diviato al prete, pur sapendo che quella in Via Piè di Marmo lo avrebbe senza dubbio raggiunto per chiedergli un po' di denaro, ch'egli non sapeva negarle.
Le aveva già negato piú volte il perdono, sdegnosamente.
A ogni nuovo assalto, per prevenire le rampogne del prete, si accostava a lui, sospirando, con la solita mossa, e stropicciandosi per di piú le mani:
- E va bene! E va bene!
Intanto, era prossima la primavera: stagione piú delle altre nociva ai malati di petto; e il medico aveva consigliato al professor Corvara Amidei di condurre Dolfino al mare, almeno per il primo mese, durante il quale l'aria di Roma sarebbe stata per lui troppo sottile.
Cosí, Cosmo Antonio Corvara Amidei domandò un mese di licenza, e il dí 5 di marzo del 1904 si recò a Nettuno per appigionarvi un quartierino alla vista del mare.
2.
LA PIGNA
La promessa di quel mese di sollievo e di riposo non poteva essere migliore.
Era piovuto fino al giorno avanti: ora, con la freschezza del primo limpido sole di marzo, pareva che la Primavera volesse dire: "Son qua".
E veramente, al professor Corvara Amidei, affacciato al finestrino d'una vettura di terza classe, parve d'intravederla, la Primavera, appena uscito dalla stazione: alle porte di Roma, la Primavera, in un non so che di roseo fuggevole e palpitante tra il tenero verde dei prati.
Che era? Forse un gruppo di peschi fioriti.
Sí sí, eccone un altro, e un altro.
La Primavera! Ah da quanto tempo non l'aveva piú veduta cosí, nel suo primo nascere, con quel roseo riso dei peschi!
Trasse un lungo sospiro, e si sentí da quell'aria nuova inebriare, d'una ebrezza cosí limpida e pura, che lo intenerí fino alle lagrime.
Gli parve una grazia che la sorte nemica gli volesse concedere quella vista deliziosa, da cui gli veniva una letizia cosí arcana che ora, ecco, non sapeva perché, pur lí presente, gli pareva dei lievi anni lontani della sua fanciullezza, là nell'incanto del suo paese nativo.
E dimenticò allora, per un momento, tutte le sue sciagure, passate e presenti; il figliuolo tanto malato, quella donnaccia che lo disonorava; quel prete che l'opprimeva; la spesa superiore alle sue misere condizioni, alla quale bisognava pur sottomettersi per la speranza, forse vana ahimè, di recar bene a Dolfino: la noja cupa, amara; il peso enorme di quella sua insopportabile esistenza.
Di contro a tutto il nero che aveva nell'anima, ecco il verde dei prati, l'azzurro del cielo e quella soave freschezza dell'aria, alito vivo della Primavera.
E rimase, incantato, a mirare.
Sí, poteva, poteva esser bella la vita; ma lí, in mezzo a quel verde, all'aperto, dove la sorte crudele, certo, non poteva esercitare, come in città, la sua feroce persecuzione.
Di questa persecuzione per le opprimenti vie cittadine, egli aveva quasi un'immagine tangibile: se la sentiva realmente dietro le spalle, come un'ombra orrenda, che lo faceva andar curvo, guardingo, tutto ristretto in sé: sua moglie.
Ne scacciò subito l'immagine, che gli aveva tutt'a un tratto offuscato la dolce visione, e si rimise a mirare.
Ecco là i Monti Albani che pareva respirassero nel cielo, lievi, come se non fossero di dura pietra.
Monte Cavo, con la vetta incoronata di aceri e di faggi, e il vecchio convento e il bosco biancheggiante a mezza costa.
Ecco, piú là, Frascati solatía.
Al fragore del treno si levò uno stormo di passeri, e un'allodola, in alto, librata sulle ali brillanti trillò.
Il professor Corvara Amidei si ricordò allora della prima proposizione della grammatica latina, che da tanti anni non insegnava piú: alauda est laeta.
E tentennò il capo.
Ora, quasi quasi, gli parevano belli anche i suoi primi anni d'insegnamento, quando però non s'era ancor messo a far casa comune con quel...
- E va bene! - sospirò, turbandosi di nuovo.
Ma fu per poco.
Passata la stazione di Carroceto cominciò a sentir prossimo il mare, e tutta l'anima gli si allargò, ilare e trepidante, nella viva aspettazione di quella tremula azzurra immensità, che da un momento all'altro gli si sarebbe spalancata davanti a gli occhi.
Ah, il suo mare! Da quanto tempo piú non lo vedeva, e che desiderio acuto, intenso, ardente, di rivederlo! Ma eccolo già! Eccolo! Eccolo! E il professor Corvara Amidei sorse in piedi, tutto tremante dall'emozione, si sporse dal finestrino, e bevve con tanta ansia e tanta voluttà la brezza marina, che n'ebbe una vertigine, e ricadde a sedere su la panca della vettura, con le mani sul volto.
Il treno si arrestò ad Anzio, per pochi minuti, e il professor Corvara Amidei stette con tanto d'occhi a mirare ciò che dalla stazione si scorgeva della bella cittadina, dove non era mai stato.
Scese, di lí a poco, alla stazione di Nettuno, ancora stordito e inebriato da quel primo respiro che, rivedendo il mare, aveva tratto proprio dal fondo dei polmoni, come non gli era piú avvenuto da tanto tempo.
Gli scrivani del Ministero gli avevano dato qualche ragguaglio del paese.
Si recò nella piazza principale, e domandò dove avrebbe potuto trovare un quartierino modesto, di poca spesa, alla vista del mare.
Gli fu indicato un villinetto lí sotto la piazza, a destra, su la spiaggia.
Era veramente un po' troppo caro per lui quel quartierino; ma, pazienza! La finestra della cameretta posta sul davanti, verso lo spiazzo, di fronte alla caserma dei soldati d'artiglieria che venivano in distaccamento per le esercitazioni di tiro, era appena all'altezza d'un mezzanino: quella della camera prospiciente il mare, all'altezza d'un secondo piano.
E il mare, di qua, pareva proprio che volesse entrare in casa; non si vedeva altro che mare.
Il professor Corvara Amidei pagò la caparra al proprietario, gli disse che sarebbe venuto a prender alloggio la mattina dopo, e scese sulla spiaggia.
Dirimpetto al villino, dal lato di ponente, sorgeva e s'avanzava fin nel mare, maestoso, l'antico castello sansovinesco, annerito dal tempo.
Salí su la scogliera sotto il castello, e lí rimase per piú di un'ora stupefatto, a contemplare.
Vide in fondo al mare levarsi azzurrino, quasi fragile, Monte Circello come un'isola aerea, e piú qua, seguendo la riviera, il Castello di Stura; vide prossimo, a destra, il porto d'Anzio popolato di navi, nereggiante per il traffico del carbone, e poi la sterminata distesa delle acque, riscintillante al sole cosí placida, che sulla spiaggia s'arricciava appena, silenziosamente.
Quando alla fine poté scuotersi dal fascino di quello spettacolo, si recò a prendere un boccone; poi, sapendo che prima delle cinque non avrebbe trovato alcun treno per ritornare a Roma, pensò d'occupare le tre ore che aveva innanzi a sé in una visita al magnifico parco dei Borghese, a mezza via tra Anzio e Nettuno.
Non ricordava d'aver mai passato un giorno piú delizioso di quello in vita sua; si sentiva beato entro quel precoce, voluttuoso tepor primaverile, col mare di qua, sotto lo scoscendimento dell'altipiano, e il verde dei campi e dei boschi dall'altra parte.
Il cancello del parco era aperto e il professor Corvara Amidei s'avviava, ammirato, per uno dei viali in pendío, quando si sentí chiamare da una nanerottola che gli correva dietro come una papera:
- Ehi! Ehi! Si paga...
si paga il biglietto!
Cinque soldi.
Li pagò, quantunque si fosse proposto di limitarsi nelle spese.
E riprese a vagare per quei viali profondi, deserti, ombrosi, come in un sogno.
In un sogno parevano veramente assorti quegli alberi maestosi, nel silenzio che il canto degli uccelli non rompeva, ma rendeva anzi piú misterioso.
Gli avevano detto che in quel parco quasi abbandonato c'erano molti usignoli.
Gli parve, ascoltando, di sentirne cantare uno, in fondo, e s'internò da quella parte Si trovò, dopo un lungo tratto, in una meravigliosa pineta.
I fusti altissimi, diritti, davan l'immagine di colonne d'un tempio gigantesco; le fitte corone, lassú, eran confuse ed escludevano del tutto lo sguardo dalla vista del cielo.
Pareva che la pineta avesse una sua propria aria, cuprea, insaporata di quella frescura d'ombra speciale delle chiese.
Il professor Corvara Amidei non seppe andar piú oltre.
Si tolse, quasi istintivamente, il cappello, e sedette per terra; poi si sdrajò.
Da molti e molti anni, fra una grave sciagura e l'altra, i diuturni dolori gli avevano quasi vestito la mente d'una scorza di stupidità; le cure affannose, minute, gli avevano impedito di levar lo spirito a quelle considerazioni che in gioventú lo avevano travagliato fino a fargli perdere per un momento la ragione e poi la fede.
Ora, in quel giorno di tregua, essendo finalmente riuscito
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