IRCANA IN ISPAAN, di Carlo Goldoni - pagina 2
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MACHMUT:
Parla così una sposa fin nell'onore offesa?
FATIMA:
Grazie ad Alì, mio sposo, son nell'onore illesa.
MACHMUT:
Ma d'un amante ingrato come soffrire il torto?
FATIMA:
Saper ch'io non lo merto, signore, è il mio conforto.
MACHMUT:
Fatima, la virtude che del tuo cuore è il nume,
In te produr si vede sì amabile costume.
Ma la virtude istessa, ch'io pur nutro nel petto,
Suol per cagion diversa produr diverso effetto
Tu la pietade ostenti per legge d'amicizia;
Rigore usar io deggio per obbligo e giustizia.
Tamas è reo di colpa che merita il mio sdegno;
È il cuor della rea schiava di mia pietade indegno.
Se amor li rese uniti, se hanno le colpe insieme,
Giusto li abborre il padre, giusto il Signor li preme.
Quel che a ragion mi sembra maggior d'ogn'altro impegno,
È del feroce Osmano il superar lo sdegno
Questo tuo genitore meco prevedo irato.
Per la cagion del figlio, che ti abbandona ingrato;
E il torto che riceve nell'unica sua figlia,
So che vorrà si paghi da tutta la famiglia.
Ma dello sdegno ad onta, è padre, è umano anch'esso:
Andrò fin nel suo campo ad incontrarlo io stesso
Gli parlerò sì umile, tanto offrirogli e tanto,
Che riportare io spero della vittoria il vanto.
Fatima, addio.
Qui resta fin che da Osmano io rieda;
Fa che più lieta in viso al mio tornar ti veda.
Resta padrona in casa, quale venisti, e sposa:
I doni miei, ti prego, non isdegnar ritrosa.
Voce di cuor sincero ad esclamar ripiglia:
Alì viverà meco; Fatima è la mia figlia.
(parte)
SCENA III: FATIMA, poi ZAMA, IBRAIMA e Lisca, ed altre Schiave
FATIMA:
Ah qual astro infelice uscir mi fe'alla luce?
Quale destin protervo della mia vita è il duce?
Un momento di bene aver non spero al mondo;
Veggo a ogni mal che arriva, succedere il secondo.
Non basta che alla sorte m'accheti e mi rassegni,
Le mie rassegnazioni mi accrescono gl'impegni.
Ed ora che Machmut farmi dovria contenta
Temo la mia nemica, e il padre mi spaventa.
IBRAIMA:
Fatima, siam qui tutte a domandar consiglio:
Di noi che farà il padre, or che fuggito è il figlio?
FATIMA:
Non saprei dirlo, amiche; sopra di voi ragione
Ha Machmut istesso, ch'è padre e ch'è padrone.
LISCA:
Certo la schiavitudine ad ogni mal prevale.
Ma un giovine in serraglio servire è minor male.
Da un padrone avanzato vedere a comandarmi,
È il peggio a che la sorte or potea condannarmi.
FATIMA:
Quando servir dovete, dell'età sua che importa?
LISCA:
Talor la gioventude ci allegra e ci conforta
Schiava di un uomo carico e d'anni e di pensieri,
Fatima, vi stareste voi pur mal volentieri.
FATIMA:
Anche a servir costretta soffrirei la mia sorte
ZAMA:
Eh Fatima ha bel dire, che ha un giovine in consorte!
E appena un ne ha perduto, un altro ne ha trovato;
Ed or vivrà contenta, se prima ha sospirato
Noi altre condannate a vivere in prigione,
Siam prive dello sposo, e prive del padrone.
IBRAIMA:
Fatima, che ha per noi un cuor tanto amoroso,
Potrebbeci al serraglio condur del di lei sposo.
FATIMA:
D'Alì non so ben anche qual sia l'inclinazione;
Seguir potrebbe anch'egli lo stil della nazione.
Schiave soffrirò in casa senz'onta e senza orgoglio
Ma ciò co' miei consigli promovere non voglio.
(parte)
SCENA IV: IBRAIMA, ZAMA e LISCA
IBRAIMA:
Sì, sì, l'ho già capita, è docile ed umana,
Ma serba in tal proposito le massime d'Ircana.
Esser vorrebbe sola, la compatisco affé;
Ma in Persia tal fortuna sì facile non è.
LISCA:
Che avidità di sposo che han queste donne in seno!
ZAMA:
Dovriano agli occhi altrui dissimularla almeno.
IBRAIMA:
Pensiamoci un po' bene, e giudichiam dappoi.
Se fossimo in tal caso, che si faria da noi?
Se in luogo d'esser schiave fossimo noi le spose,
D'una rivale amata non saremmo gelose?
LISCA:
Che fareste voi, Zama?
ZAMA:
Lisca, voi che fareste?
LISCA:
Lo stesso anch'io direi; voi lo stesso direste.
SCENAV.
BULGANZAR e dette
BULGANZAR:
Posso venir?
IBRAIMA:
Sì, vieni.
LISCA:
Vien, Bulganzar garbato.
ZAMA:
Racconta qualche cosa.
IBRAIMA:
Narraci quel ch'è stato.
BULGANZAR:
Che volete ch'io narri? Questa è la conclusione:
Ircana finalmente consorte è del padrone.
IBRAIMA:
Eccole tutte due contente in un sol dì.
Una sposato ha Tamas, l'altra ha sposato Alì.
BULGANZAR:
Parvi che sien contente ai lor mariti appresso;
Ma le disgrazie loro hanno principio adesso.
Ircana, che ha ottenuto quel che ottener volea,
Irata, come prima, veduto ho che fremea.
Lo sa che in questa casa venir le fu interdetto;
Sa che Fatima ancora dimora in questo tetto.
Gettarsi ella vorrebbe del suocero alle piante;
Ma ancor le dà sospetto di Fatima il sembiante;
Ed ha che la tormentano, senza ascoltar ragione,
La gelosia da un lato, dall'altro l'ambizione.
ZAMA:
Prego il ciel che non torni.
LISCA:
Or sì, s'ella vi viene
Col nome di padrona, con lei si starà bene!
IBRAIMA:
Meglio per noi, che avesse Fatima a restar qui.
BULGANZAR:
Ora è in un bell'imbroglio anche il povero Alì.
IBRAIMA:
Perché?
BULGANZAR:
Chi sa se Osmano, l'altrier da noi partito,
Contento è ch'egli sia di Fatima marito?
V'è una gran differenza di Tamas dallo stato
A quello di costui, che meno è fortunato.
Egli al campo vicino a ritrovarlo andò;
Ma che ritorni vivo promettere non vuo'.
Osmano è una bestiaccia; se scaldasi il cervello,
Rimanda senza testa il genero novello.
LISCA:
Per Fatima la cosa brutta sarebbe affé,
Vedova andar due volte in men di giorni tre.
IBRAIMA:
Perché andar egli stesso? Altri dovea mandar;
Era men mal che andato fossevi Bulganzar.
BULGANZAR:
Brava; perché s'avesse dunque con me sfogato
IBRAIMA:
Se teco si sfogava, che mal sarebbe stato?
Al mondo poco preme d'un uom come sei tu.
Tu sei su questa terra un mobile di più.
(parte)
BULGANZAR:
Sentite come parla colei con un par mio?
LISCA:
Caro il mio Bulganzar, penso così ancor io.
Un albero incapace di rendere buon frutto,
È ben che dalla terra si sradichi del tutto.
BULGANZAR:
Che ti venga il malanno.
ZAMA:
Non ti sdegnare, amico.
Si sa che tu nel mondo non servi che d'intrico.
Un uom che ha la consorte, da lei non s'ha a dividere:
Se muore Bulganzar, è un uom che fa da ridere.
(parte)
BULGANZAR:
Maltrattano le donne con sprezzo e villania,
Ma alfin, se son qual sono non è per colpa mia.
Eppure intesi a dire vi sieno in altri stati
Degli uomini miei pari, e ricchi e fortunati.
Se avessi bianco viso, andar vorrei lontano,
A far la mia fortuna da musico soprano.
SCENA VI: Campagna rasa con veduta della porta della città d'Ispaan.
TAMAS ed IRCANA, passeggiando ambidue alcun poco senza dir nulla
IRCANA:
Tamas, che pensi?
TAMAS:
Ah penso dove trovare onesto
Luogo per ricovrarci.
IRCANA:
Non ti smarrir per questo.
Lungi da questo cielo errar non mi confondo.
Vivesi dappertutto.
Patria di tutti è il mondo.
TAMAS:
Perché resisti, Ircana, se ritentar mi affretto
Del genitor che m'ama di ritornare al tetto?
IRCANA:
Tamas non ti sovviene ch'ivi colei dimora
Che fu tua donna un tempo, e mia nemica è ancora?
TAMAS:
Sposa è d'Alì.
IRCANA:
Ma invano speri ch'estinto in petto
Abbia ver me lo sdegno, abbia per te l'affetto.
Fin che colei dal fianco di Machmut non riede,
Non ti pensar ch'io porti a quelle soglie il piede.
TAMAS:
Pria di lasciar la patria per procacciare i stenti,
Vuol la ragion che almeno il genitor si tenti.
IRCANA:
Va, se ti cale, ingrato, d'un ben per me perduto.
In faccia al padre offeso rinnova il mio rifiuto.
Se più della mia destra gli agi paterni apprezzi,
Ricompra la tua pace al suon de' miei disprezzi.
Fammi veder che a forza, alla mia destra unito,
L'ombre ti fer mio sposo, ti alzi col sol pentito.
E che, per uso, avvezzo cambiar sposa ed amante,
I tuoi sospir son frutti di un'anima incostante.
TAMAS:
Non si aspettava, Ircana, Tamas fra i mali suoi
Rimprovero sì acerbo udir dai labbri tuoi.
Tu, crudel, mi rinfacci la sposa abbandonata?
Tu della mia incostanza, tu mi favelli, ingrata?
Giacqui con lei fra l'ombre, l'abbandonai col sole.
Per seguir te, dolente lascio d'Osman la prole.
Teco la mia passione mi torna ai primi lacci,
E la mia debolezza, crudel, tu mi rinfacci?
Ah, se ti amassi meno, questo rimbrotto amaro
Farmi potria pentire
IRCANA:
No, non pentirti, o caro.
Scusa l'amor che in questi momenti ancor primieri
Sforza talor ch'io temi, opra talor ch'io speri.
So che piacer tu prendi nel vagheggiar miei lumi,
So che il rigor sapesti soffrir de' miei costumi.
E non vorrai spiacermi, e mi trarrai dal petto
Ogni ombra di timore, ogni ombra di sospetto.
TAMAS:
Tanto desio star teco, tanto il tuo amor mi preme,
Che pria di dispiacerti teco penar vo' insieme.
Faccia di me ancor peggio barbara sorte ultrice,
Mi basta viver teco per essere felice.
Andiam peregrinando per balze e per foreste:
Fuggiam da queste piagge orribili e funeste.
Adatterò la mano fino all'aratro istesso,
Per procacciarmi il pane alla mia sposa appresso;
Servir non mi fia grave fin l'inimico, il Trace,
Purché menare io possa teco i miei giorni in pace.
IRCANA:
Tu servir? tu smarrire di libertà il tesoro?
TAMAS:
Bastami che tu mi ami.
IRCANA:
Idolo mio, ti adoro.
(si scostano alquanto in atto di lacrimare in segreto)
TAMAS:
Oh forza di destino!
IRCANA:
Oh tenerezza, oh amore!
Mira chi a noi sen viene.
TAMAS:
Stelle! il mio genitore.
(si accosta verso la scena per nascondersi)
Non ho cuor di mirarlo.
Troppo mi rende afflitto,
In faccia al padre mio, l'idea del mio delitto.
IRCANA:
Qual delitto? Sposarmi colpa tu credi, ingrato?
Torna, se così pensi, nel libero tuo stato.
TAMAS:
Ma per pietà, crudele, cessa di tormentarmi.
IRCANA:
Va, Machmut si avanza.
TAMAS:
Ah chi potrà salvarmi?
Tremo dell'ira sua.
IRCANA:
Celati.
TAMAS:
E poi?
IRCANA:
Riposa
Sul poter d'una donna, sull'amor di una sposa.
TAMAS:
Idolo mio...
IRCANA:
Ti cela, lascia a me il provvedere.
Il mio voler si faccia
TAMAS:
Facciasi il tuo volere.
(parte)
SCENA VII: IRCANA poi MACHMUT con alcuni Servi che l'accompagnano
IRCANA:
Ah che talor, lo veggo, son tormentosa a torto;
Ma l'inquieto costume fin dalla culla io porto.
Amor però del mio, no, maggior, non si trova;
Venga l'amor, ch'io nutro, colla fierezza in prova.
Tenti un pietoso inganno d'intenerir quel ciglio.
MACHMUT:
(Qui la perfida Ircana?) Empia, dov'è mio figlio?
IRCANA:
Al genitor dolente nuova funesta io porto.
Ah il figlio tuo...
MACHMUT:
Che avvenne?
IRCANA:
Il tuo diletto è morto.
MACHMUT:
Morto Tamas? oh Numi! la vista, ahi, mi si oscura.
Ah de' miei sdegni ad onta langue in me la natura.
Tu senza pianto agli occhi, barbara, lo dicesti?
Il figlio mio chi ha ucciso?
IRCANA:
Crudel! tu l'uccidesti.
MACHMUT:
Io l'uccisor del figlio? No, perfida, il mio sdegno
L'odiai sposo infedele, l'odiai di te consorte:
Seco a ragion mi accese, ma non fino a tal segno.
Sì che bramai punirlo, ma non colla sua morte.
Tu, di furore accesa, perfido core ingrato,
Per vendicar tuoi scorni, tu l'averai svenato.
IRCANA:
No, di sua mano istessa Tamas ferir si vide.
Muoio, diss'ei cadendo, e il genitor mi uccide.
Sì, il padre mio, soggiunse, padre inumano, ingrato,
Che del mio cuore ad onta, m'ha all'imeneo forzato;
Pianger, pregar non valse del genitore al piede,
Seco vantar fu vano l'amor mio, la mia fede;
Strinsi l'odiata sposa a mio dispetto al seno:
Sarà contento il padre, sarà contento appieno.
Ecco (alzando la destra), ecco il tremendo effetto...
MACHMUT:
Ah tu, crudel, lasciasti ch'ei si ferisse il petto?
IRCANA:
Sì, a quella vista, in seno intenerir m'intesi,
Ma dal tuo cuore istesso a incrudelire appresi.
Dissi fra me in quel punto: s'io lo sottraggo a morte,
Sposo di me infelice, qual sarà la sua sorte?
Esule, in odio al padre, senza soccorso e amici,
Meco dovrà, vivendo, menar giorni infelici.
Pria di penar coll'odio del genitore intorno,
Di lunga etade i danni finiscano in un giorno.
Ei mi preceda a morte, lo seguirò fra poco:
Vivremo entrambi uniti per sempre in miglior loco.
Giace colà fra i tronchi il figlio tuo ferito,
E di seguirlo è pronto il mio coraggio ardito.
MACHMUT:
Tamas, se spiri ancora, il mio soccorso aspetta;
Vedrai nel sangue mio, vedrai la tua vendetta.
Sulla caduta spoglia voglio morir...
(avviandosi verso la scena)
IRCANA:
Signore, (arrestandolo)
Giunge il figliuolo estinto a impietosirti il core?
Morto lo piangi, e in vita d'odio nutristi il vanto?
MACHMUT:
Ah! non credea che il perderlo mi avesse a costar tanto.
Lasciami andar.
IRCANA:
Ti arresta; gente pietosa accorse
All'infelice appresso, della sua vita in forse.
MACHMUT:
Morto non è?
IRCANA:
No, ancora a palpitar lo vidi.
Ma se ti mira e trema, col suo timor l'uccidi.
Rustica man con l'erbe lascia che a vita il renda,
E della cura il fine dal nostro cor si attenda.
MACHMUT:
Deh, al genitore il figlio pietoso ciel ridoni.
IRCANA:
Se lo rivedi in vita, signor, di', gli perdoni?
MACHMUT:
Sì, l'amor mio mel chiede.
IRCANA:
Spera che il ciel pietoso
Ricompensar non lasci quest'amor generoso.
Prendi il duol che provasti qual pena al tuo rigore:
La gioia inaspettata premio sia dell'amore.
MACHMUT:
Che a rivederlo almeno vada tra fronda e fronda...
IRCANA:
Odi, pria di vederlo, ed il tuo cuor risponda
Se gli perdoni, e teco lo guidi alle tue porte,
Che sarà poi di questa sua misera consorte?
MACHMUT:
Fa ch'egli viva, e spera.
IRCANA:
Sì, Machmut pietoso;
Spero nel cuor d'un padre benefico, amoroso
Parmi veder fra l'ombre di quelle piante...
è desso:
Tamas, Tamas, deh vieni al genitore oppresso.
(chiamandolo)
Eccolo ch'egli vive, il cielo a te il ridona.
(a Machmut)
Tamas, ritorna in vita.
Il padre a noi perdona.
SCENA VIII: TAMAS e detti
TAMAS:
Eccomi a' piedi tuoi.
(si getta ai piedi di Machmut)
MACHMUT:
Tamas, ritorna in vita.
Dove, mio caro figlio, dov'è la tua ferita?
TAMAS:
Deh, genitor perdona l'arte pietosa, umana;
La mia ferita ho al cuore, la feritrice è Ircana.
Sì, mi piagar quei lumi della fedel consorte,
E il tuo rigore, o padre, darmi potea la morte.
Ella il tuo cuor calmando, porse al mio male aita;
Tu, genitor pietoso, tu mi richiami in vita.
(Machmut guarda confusamente Tamas e Arcana)
IRCANA:
Ecco di nuova colpa rea questa donna ultrice;
Ma se ti rende un figlio, per te colpa è felice.
Tu l'odieresti ancora, se il mio pietoso inganno
L'odio non ti cambiava in amoroso affanno.
Ma se lodata è l'opra, allor che giova e piace,
Deesi punir talora chi meditolla audace?
Tu perdonasti al figlio sia la tua gioia intera.
Tamas trionfi, e Ircana sia condannata e pera.
(Machmut guarda i due come sopra)
TAMAS:
Padre, possibil fia?
IRCANA:
Non domandargli in dono
La vita di una rea, chiedi per te il perdono,
Prostrati innanzi a lui; della tua sposa esangue
Di' che gli basti il pianto, di' che gli basti il sangue.
TAMAS:
Deh genitor, la vita...
(inginocchiandosi)
IRCANA:
Suocero, a me la morte.
(inginocchiandosi)
MACHMUT:
(Resistere chi puote? ah, non ho il cuor sì forte).
Sorgete
TAMAS:
Sperar posso il padre mio placato?
IRCANA:
Sì, ti perdona il padre: meco fia solo irato
MACHMUT:
Perfida! dal tuo cuore sperar se si potesse...
Ah tu sei fortunata fin nelle colpe istesse.
SCENA IX: ALÌ e detti
ALÌ
Salvati, Machmut: Tamas, ti salva, amico.
Torna Osmano furente, di me, di voi nemico.
Fatima non consente mirar d'Alì consorte;
Lascia il campo e minaccia stragi, ruine e morte.
MACHMUT:
Tardi ver lui mi volsi colla vendetta in mano.
Senza placarlo in prima, qui non si attenda Osmano.
Tornisi in Ispaan nelle paterne mura;
Figlio, fa che tua vita sia salva e sia sicura.
Alì, salvati meco; vieni tu pure, indegna.
(ad Ircana)
Ah non so dir qual astro a tuo favor m'impegna.(parte)
ALÌ:
Pria che qua giunga il duce, noi ricovrar ci giovi.
TAMAS:
Deh vieni meco, Ircana; Osman qui non ci trovi.
IRCANA:
Misera! in tale stato non so quel ch'io mi faccia.
Ho l'inimico a tergo.
Vo alla rivale in faccia.
Ma in quelle soglie ancora, se al mio valor non manco,
Spero vedermi un giorno senza nemici al fianco.
ATTO II
SCENA I: Stanza in casa di Machmut
MACHMUT, TAMAS, ALÌ, Servi e Soldati
MACHMUT:
Voi, domestiche guardie, voi, militari armati,
Alle regie finanze dal Visir deputati,
E voi, servi miei fidi, pronti in ogni ardua impresa,
Di me, di queste soglie vegliate alla difesa.
Armi non mancheranno, non munizion da guerra;
Se l'inimico assale, cada il nemico a terra.
Parte di voi coll'armi formi nel centro un forte,
Altri i giardin difendano, altri le doppie porte.
Sieno appostati alcuni alle finestre, ai fori,
Respinti in ogni lato gli audaci assalitori.
Quadruplicato il prezzo avran da me guerrieri;
Premio prometto ai servi che pugneranno alteri;
E chi più franco e ardito l'armi trattar si vede,
Più generosa aspetti da me la sua mercede.
Agli armati che or sono all'uopo mio concessi,
I regi moschettieri si accoppieranno anch'essi;
E troverà sì forte difesa a noi d'intorno,
Che al campo, onde partissi, Osman farà ritorno.
Tamas, Alì, voi meco a vigilar restate:
Servi, amici, guerrieri, a prepararvi andate.
(partono i servi e i soldati)
Figlio, vedi a qual passo per te son io ridotto?
Per tua cagione Osmano vien da furor condotto.
Ti perdonai, non voglio render la pace amara;
Ma dall'esempio almeno a regolarti impara.
TAMAS:
Conosco i falli miei, condanno i miei trascorsi;
In mezzo a' miei contenti mi turbano i rimorsi.
Scordati, per pietade, quanto potei spiacerti;
Rendimi il primo affetto.
MACHMUT:
Perfido, non lo merti
TAMAS:
Ah se così mi parli, se non rimetti il figlio
Nell'amor tuo primiero, torno al fatale esiglio.
Non so mirar del padre dubbio ver me l'aspetto;
Nel tuo cuor mi rimetti?
MACHMUT:
Basta...
Sì, ti rimetto.
Fa che un novel costume ogni tua colpa emendi.
TAMAS:
Che della tua bontade grato mi mostri, attendi.
(parte)
ALÌ:
Degna del tuo bel cuore è la pietade offerta.
Chi del tuo amore abusa, i doni tuoi non merta.
Tamas che li conosce, Tamas intenerito
Da tua bontade estrema, è dell'error pentito
Quanto spiacer ti ha dato, preso da amor consiglio
Tanto piacer daratti.
Sì, rasserena il ciglio.
(parte)
SCENA II: MACHMUT, poi BULGANZAR e VAJASSA
MACHMUT:
Miseri genitori! usasi ogni arte, ogni opra,
Che la ragion nei figli folle passion non copra;
Sdegni, castighi ed onte lor si minaccia e intima,
Ma dopo il fallo ancora parla l'amor di prima.
Padre se stesso inganna, se disamar procura:
Vince ogni sdegno alfine l'affetto e la natura.
BULGANZAR:
Signor, per le tue donne trovata ho una custode
Che merita ogni stima, che merita ogni lode.
Vecchia, ma non schifosa, non pazza e non ingorda;
Non ha che un sol difetto, è un poco un poco sorda.
MACHMUT:
Dov'è costei?
BULGANZAR:
Ti accosta.
(a Vajassa)
VAJASSA:
Cosa dici?
BULGANZAR:
Ti accosta.
(le fa cenno che venga innanzi)
VAJASSA:
(Si avanza)
MACHMUT:
Sei tartara, o persiana?
BULGANZAR:
Via, non gli dai risposta?
VAJASSA:
Cosa ha detto?
BULGANZAR:
Se sei di Persia o Tartaria.
(forte)
VAJASSA:
Oh son di più lontano.
Son nata in Barbaria.
MACHMUT:
Come in Persia venuta?
VAJASSA:
In Persia, signor sì.
MACHMUT:
Il tuo nome?
VAJASSA:
Trent'anni saran ch'io sono qui.
BULGANZAR:
Il tuo nome ti chiede.
(forte)
VAJASSA:
Vajassa è il nome mio;
Avvezza a custodire le femmine son io.
Sotto di me le schiave riescono brave e buone,
E fo che soprattutto rispettino il padrone.
Se mormorar vorranno...
l'occhio terrò attentissimo,
E se parleran piano, le sentirò benissimo.
MACHMUT:
Credo di no.
VAJASSA:
Che ha detto? (a Bulganzar)
BULGANZAR:
Che non gli par.
VAJASSA:
Che dici?
BULGANZAR:
Che sei sorda.
(forte)
VAJASSA:
Va, pazzo; ho due orecchie felici.
MACHMUT:
Fin che troviam di meglio, costei resti all'uffizio.(a Bulganzar)
VAJASSA:
Cosa dice? (a Bulganzar)
BULGANZAR:
Ti ferma custode al suo servizio.
(forte)
VAJASSA:
Sì, signor, per servizio anch'io la grazia accetto,
E della mia custodia vedrete il buon effetto.
Non lascierò venire nessun, fin ch'io ci sono:
Tu pur ti farò stare lontan, poco di buono; (a Bulganzar)
Perché voi altri eunuchi, se altro mal non ci fate,
L'odore di bestiaccia là dentro ci portate.
MACHMUT:
Sien da costei per ora le donne custodite;
Di te per cenno mio di ciò sieno avvertite.(a Bulganzar)
Di sordità il difetto soffribile è in costei,
Se abilità s'accoppia e fedeltate in lei.
(parte)
SCENA III: VAJASSA e BULGANZAR
BULGANZAR:
Hai capito? (forte)
VAJASSA:
Ho capito
BULGANZAR:
Anderà ben così? (forte)
VAJASSA:
(Non ho inteso parola).
Io crederei di sì.
BULGANZAR:
Vado ad unir le donne, che son fra queste porte
Sparse di qua e di là.
VAJASSA:
Parla un poco più forte.
BULGANZAR:
Non ci senti? (forte)
VAJASSA:
Ci sento.
BULGANZAR:
Se seguiti così,
Ci vuole una trombetta.
VAJASSA:
Trombetta? Eccola qui!
Nelle giornate umide certa flussion mi viene...
Grazie al ciel, non son sorda, ma non ci sento bene:
Parlami in questa canna, che sentirò assai più.
BULGANZAR:
Proviamo.
(parla nella canna all'orecchio di Vaiassa)
VAJASSA:
Non è vero, un bricconcel sei tu.
Oibò che baronate! uh che cose da foco!
Non voglio sentir altro...
Seguita un altro poco.
(mostrando che Bulganzar le dica all'orecchio delle impertinenze)
Sì, va a chiamar le schiave; bene, le spose ancora.
Ti aspetterò.
Sta zitto.
Che dici in tua buon'ora?
Oh che briccon! Va via; tu mi hai solleticata.
BULGANZAR:
(Curcuma in questa vecchia mi par che sia rinata).
SCENA V: VAJASSA
VAJASSA:
Oh che disgrazia è questa, aver perso l'udito!
Meglio per me sarebbe un occhio aver smarrito
Quando le genti parlano, ed io non so di che,
Dubito che fra loro discorrano di me.
E arrabbio dal dispetto di non poter sentire,
E son la mia disgrazia forzata a maledire.
Oh non si tien da conto salute in gioventù,
E poscia vi si pensa quando non si può più.
Ho fatto de' strapazzi, che a dirli ora ho vergogna,
E in questa età canuta penar, soffrir bisogna;
E sino in faccia mia, più di un briccon si prova
A dir: peccati vecchi, e penitenza nuova.
SCENA V: IBRAIMA, ZAMA e detta
IBRAIMA:
Eccola la custode.
Mirala, brutta e antica.
ZAMA:
Sia come esser si voglia, ci giova averla amica.
Diciamle qualche lode all'uso del paese.
VAJASSA:
Eccole; se son buone, anch'io sarò cortese.
ZAMA:
O saggia, o venerabile, degnissima matrona,
O tal che fra le donne ha merto di corona,
O degna d'obbedienza, o degna di rispetto,
Il ciel vi dia salute.
VAJASSA:
Che cosa avete detto?
ZAMA:
Vi offersi il cuor sincero, rispetto e obbedienza,
Lasciate che vi baci la man per riverenza.
(le bacia la mano)
VAJASSA:
Brava la mia figliuola; così vi vorrò bene.
(a Zama)
E voi non vi degnate di far quel che conviene? (a Ibraima)
IBRAIMA:
Il cielo vi conceda e pace e sanità,
E facciavi vedere di Nestore l'età.
Mantengavi, qual siete, il ciel robusta e forte,
E bella, e spiritosa.
VAJASSA:
Dite un poco più forte.
IBRAIMA:
È sorda.
(a Zama)
ZAMA:
Me ne accorsi.
(a Ibraima)
VAJASSA:
Non vo' si parli piano.
IBRAIMA:
Prometto d'obbedirvi, e baciovi la mano.(le bacia la mano)
VAJASSA:
Così mi piacerete, per voi sarò amorosa.
(Vedersi rispettare è pur la bella cosa!)
IBRAIMA:
Io vado a ritirarmi.
ZAMA:
A ricamare io vo.
VAJASSA:
Se mi vorrete bene, anch'io ve ne vorrò.
IBRAIMA:
Son giovane discreta.
ZAMA:
Conosco il dover mio.
IBRAIMA:
Or madre mia voi siete.
ZAMA:
Son vostra figlia anch'io.
VAJASSA:
Andate a ritirarvi, or or sarò da voi.
IBRAIMA:
Stiam ben con questa sorda.
(piano a Zama)
ZAMA:
Anzi, meglio per noi: (a Ibraima)
Potremo a nostra voglia parlar liberamente.
(parte)
IBRAIMA:
Sì, sì, potrem la vecchia burlare impunemente.(parte)
SCENA VI: VAJASSA poi LISCA
VAJASSA:
Cosa mai hanno detto? oh sordità infelice!
M'arrabbio se non posso sentir quel che si dice.
LISCA:
(Eccola qui la sorda che Bulganzar mi ha detto.
Forte convien parlare se intorno ha un tal difetto).
VAJASSA:
(Un'altra donna è qui).
LISCA:
(Vo' farle un complimento).
Madre mia, vi saluto.
(forte nell'orecchio)
VAJASSA:
Non strillate, ci sento.
LISCA:
Scusate, mi hanno detto che poco ci sentite
Perciò parlai sì forte.
VAJASSA:
Come? che cosa dite?
LISCA:
D'aver parlato forte io vi dicea il perché.
Scusatemi, vi prego, se non è vero.
VAJASSA:
Che?
LISCA:
(È sorda, e non vuol esserlo).
Ci parlerem dappoi.
(forte)
VAJASSA:
Ci parlerem, v'ho inteso, quando vorrete voi.
LISCA:
Vi riverisco intanto.
VAJASSA:
Che cosa?
LISCA:
Riverente.
VAJASSA:
Voi avete una voce che non capisco niente.
LISCA:
Dico che
...
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