IRCANA IN ISPAAN, di Carlo Goldoni - pagina 3
...
.
Sulla caduta spoglia voglio morir...
(avviandosi verso la scena)
IRCANA:
Signore, (arrestandolo)
Giunge il figliuolo estinto a impietosirti il core?
Morto lo piangi, e in vita d'odio nutristi il vanto?
MACHMUT:
Ah! non credea che il perderlo mi avesse a costar tanto.
Lasciami andar.
IRCANA:
Ti arresta; gente pietosa accorse
All'infelice appresso, della sua vita in forse.
MACHMUT:
Morto non è?
IRCANA:
No, ancora a palpitar lo vidi.
Ma se ti mira e trema, col suo timor l'uccidi.
Rustica man con l'erbe lascia che a vita il renda,
E della cura il fine dal nostro cor si attenda.
MACHMUT:
Deh, al genitore il figlio pietoso ciel ridoni.
IRCANA:
Se lo rivedi in vita, signor, di', gli perdoni?
MACHMUT:
Sì, l'amor mio mel chiede.
IRCANA:
Spera che il ciel pietoso
Ricompensar non lasci quest'amor generoso.
Prendi il duol che provasti qual pena al tuo rigore:
La gioia inaspettata premio sia dell'amore.
MACHMUT:
Che a rivederlo almeno vada tra fronda e fronda...
IRCANA:
Odi, pria di vederlo, ed il tuo cuor risponda
Se gli perdoni, e teco lo guidi alle tue porte,
Che sarà poi di questa sua misera consorte?
MACHMUT:
Fa ch'egli viva, e spera.
IRCANA:
Sì, Machmut pietoso;
Spero nel cuor d'un padre benefico, amoroso
Parmi veder fra l'ombre di quelle piante...
è desso:
Tamas, Tamas, deh vieni al genitore oppresso.
(chiamandolo)
Eccolo ch'egli vive, il cielo a te il ridona.
(a Machmut)
Tamas, ritorna in vita.
Il padre a noi perdona.
SCENA VIII: TAMAS e detti
TAMAS:
Eccomi a' piedi tuoi.
(si getta ai piedi di Machmut)
MACHMUT:
Tamas, ritorna in vita.
Dove, mio caro figlio, dov'è la tua ferita?
TAMAS:
Deh, genitor perdona l'arte pietosa, umana;
La mia ferita ho al cuore, la feritrice è Ircana.
Sì, mi piagar quei lumi della fedel consorte,
E il tuo rigore, o padre, darmi potea la morte.
Ella il tuo cuor calmando, porse al mio male aita;
Tu, genitor pietoso, tu mi richiami in vita.
(Machmut guarda confusamente Tamas e Arcana)
IRCANA:
Ecco di nuova colpa rea questa donna ultrice;
Ma se ti rende un figlio, per te colpa è felice.
Tu l'odieresti ancora, se il mio pietoso inganno
L'odio non ti cambiava in amoroso affanno.
Ma se lodata è l'opra, allor che giova e piace,
Deesi punir talora chi meditolla audace?
Tu perdonasti al figlio sia la tua gioia intera.
Tamas trionfi, e Ircana sia condannata e pera.
(Machmut guarda i due come sopra)
TAMAS:
Padre, possibil fia?
IRCANA:
Non domandargli in dono
La vita di una rea, chiedi per te il perdono,
Prostrati innanzi a lui; della tua sposa esangue
Di' che gli basti il pianto, di' che gli basti il sangue.
TAMAS:
Deh genitor, la vita...
(inginocchiandosi)
IRCANA:
Suocero, a me la morte.
(inginocchiandosi)
MACHMUT:
(Resistere chi puote? ah, non ho il cuor sì forte).
Sorgete
TAMAS:
Sperar posso il padre mio placato?
IRCANA:
Sì, ti perdona il padre: meco fia solo irato
MACHMUT:
Perfida! dal tuo cuore sperar se si potesse...
Ah tu sei fortunata fin nelle colpe istesse.
SCENA IX: ALÌ e detti
ALÌ
Salvati, Machmut: Tamas, ti salva, amico.
Torna Osmano furente, di me, di voi nemico.
Fatima non consente mirar d'Alì consorte;
Lascia il campo e minaccia stragi, ruine e morte.
MACHMUT:
Tardi ver lui mi volsi colla vendetta in mano.
Senza placarlo in prima, qui non si attenda Osmano.
Tornisi in Ispaan nelle paterne mura;
Figlio, fa che tua vita sia salva e sia sicura.
Alì, salvati meco; vieni tu pure, indegna.
(ad Ircana)
Ah non so dir qual astro a tuo favor m'impegna.(parte)
ALÌ:
Pria che qua giunga il duce, noi ricovrar ci giovi.
TAMAS:
Deh vieni meco, Ircana; Osman qui non ci trovi.
IRCANA:
Misera! in tale stato non so quel ch'io mi faccia.
Ho l'inimico a tergo.
Vo alla rivale in faccia.
Ma in quelle soglie ancora, se al mio valor non manco,
Spero vedermi un giorno senza nemici al fianco.
ATTO II
SCENA I: Stanza in casa di Machmut
MACHMUT, TAMAS, ALÌ, Servi e Soldati
MACHMUT:
Voi, domestiche guardie, voi, militari armati,
Alle regie finanze dal Visir deputati,
E voi, servi miei fidi, pronti in ogni ardua impresa,
Di me, di queste soglie vegliate alla difesa.
Armi non mancheranno, non munizion da guerra;
Se l'inimico assale, cada il nemico a terra.
Parte di voi coll'armi formi nel centro un forte,
Altri i giardin difendano, altri le doppie porte.
Sieno appostati alcuni alle finestre, ai fori,
Respinti in ogni lato gli audaci assalitori.
Quadruplicato il prezzo avran da me guerrieri;
Premio prometto ai servi che pugneranno alteri;
E chi più franco e ardito l'armi trattar si vede,
Più generosa aspetti da me la sua mercede.
Agli armati che or sono all'uopo mio concessi,
I regi moschettieri si accoppieranno anch'essi;
E troverà sì forte difesa a noi d'intorno,
Che al campo, onde partissi, Osman farà ritorno.
Tamas, Alì, voi meco a vigilar restate:
Servi, amici, guerrieri, a prepararvi andate.
(partono i servi e i soldati)
Figlio, vedi a qual passo per te son io ridotto?
Per tua cagione Osmano vien da furor condotto.
Ti perdonai, non voglio render la pace amara;
Ma dall'esempio almeno a regolarti impara.
TAMAS:
Conosco i falli miei, condanno i miei trascorsi;
In mezzo a' miei contenti mi turbano i rimorsi.
Scordati, per pietade, quanto potei spiacerti;
Rendimi il primo affetto.
MACHMUT:
Perfido, non lo merti
TAMAS:
Ah se così mi parli, se non rimetti il figlio
Nell'amor tuo primiero, torno al fatale esiglio.
Non so mirar del padre dubbio ver me l'aspetto;
Nel tuo cuor mi rimetti?
MACHMUT:
Basta...
Sì, ti rimetto.
Fa che un novel costume ogni tua colpa emendi.
TAMAS:
Che della tua bontade grato mi mostri, attendi.
(parte)
ALÌ:
Degna del tuo bel cuore è la pietade offerta.
Chi del tuo amore abusa, i doni tuoi non merta.
Tamas che li conosce, Tamas intenerito
Da tua bontade estrema, è dell'error pentito
Quanto spiacer ti ha dato, preso da amor consiglio
Tanto piacer daratti.
Sì, rasserena il ciglio.
(parte)
SCENA II: MACHMUT, poi BULGANZAR e VAJASSA
MACHMUT:
Miseri genitori! usasi ogni arte, ogni opra,
Che la ragion nei figli folle passion non copra;
Sdegni, castighi ed onte lor si minaccia e intima,
Ma dopo il fallo ancora parla l'amor di prima.
Padre se stesso inganna, se disamar procura:
Vince ogni sdegno alfine l'affetto e la natura.
BULGANZAR:
Signor, per le tue donne trovata ho una custode
Che merita ogni stima, che merita ogni lode.
Vecchia, ma non schifosa, non pazza e non ingorda;
Non ha che un sol difetto, è un poco un poco sorda.
MACHMUT:
Dov'è costei?
BULGANZAR:
Ti accosta.
(a Vajassa)
VAJASSA:
Cosa dici?
BULGANZAR:
Ti accosta.
(le fa cenno che venga innanzi)
VAJASSA:
(Si avanza)
MACHMUT:
Sei tartara, o persiana?
BULGANZAR:
Via, non gli dai risposta?
VAJASSA:
Cosa ha detto?
BULGANZAR:
Se sei di Persia o Tartaria.
(forte)
VAJASSA:
Oh son di più lontano.
Son nata in Barbaria.
MACHMUT:
Come in Persia venuta?
VAJASSA:
In Persia, signor sì.
MACHMUT:
Il tuo nome?
VAJASSA:
Trent'anni saran ch'io sono qui.
BULGANZAR:
Il tuo nome ti chiede.
(forte)
VAJASSA:
Vajassa è il nome mio;
Avvezza a custodire le femmine son io.
Sotto di me le schiave riescono brave e buone,
E fo che soprattutto rispettino il padrone.
Se mormorar vorranno...
l'occhio terrò attentissimo,
E se parleran piano, le sentirò benissimo.
MACHMUT:
Credo di no.
VAJASSA:
Che ha detto? (a Bulganzar)
BULGANZAR:
Che non gli par.
VAJASSA:
Che dici?
BULGANZAR:
Che sei sorda.
(forte)
VAJASSA:
Va, pazzo; ho due orecchie felici.
MACHMUT:
Fin che troviam di meglio, costei resti all'uffizio.(a Bulganzar)
VAJASSA:
Cosa dice? (a Bulganzar)
BULGANZAR:
Ti ferma custode al suo servizio.
(forte)
VAJASSA:
Sì, signor, per servizio anch'io la grazia accetto,
E della mia custodia vedrete il buon effetto.
Non lascierò venire nessun, fin ch'io ci sono:
Tu pur ti farò stare lontan, poco di buono; (a Bulganzar)
Perché voi altri eunuchi, se altro mal non ci fate,
L'odore di bestiaccia là dentro ci portate.
MACHMUT:
Sien da costei per ora le donne custodite;
Di te per cenno mio di ciò sieno avvertite.(a Bulganzar)
Di sordità il difetto soffribile è in costei,
Se abilità s'accoppia e fedeltate in lei.
(parte)
SCENA III: VAJASSA e BULGANZAR
BULGANZAR:
Hai capito? (forte)
VAJASSA:
Ho capito
BULGANZAR:
Anderà ben così? (forte)
VAJASSA:
(Non ho inteso parola).
Io crederei di sì.
BULGANZAR:
Vado ad unir le donne, che son fra queste porte
Sparse di qua e di là.
VAJASSA:
Parla un poco più forte.
BULGANZAR:
Non ci senti? (forte)
VAJASSA:
Ci sento.
BULGANZAR:
Se seguiti così,
Ci vuole una trombetta.
VAJASSA:
Trombetta? Eccola qui!
Nelle giornate umide certa flussion mi viene...
Grazie al ciel, non son sorda, ma non ci sento bene:
Parlami in questa canna, che sentirò assai più.
BULGANZAR:
Proviamo.
(parla nella canna all'orecchio di Vaiassa)
VAJASSA:
Non è vero, un bricconcel sei tu.
Oibò che baronate! uh che cose da foco!
Non voglio sentir altro...
Seguita un altro poco.
(mostrando che Bulganzar le dica all'orecchio delle impertinenze)
Sì, va a chiamar le schiave; bene, le spose ancora.
Ti aspetterò.
Sta zitto.
Che dici in tua buon'ora?
Oh che briccon! Va via; tu mi hai solleticata.
BULGANZAR:
(Curcuma in questa vecchia mi par che sia rinata).
SCENA V: VAJASSA
VAJASSA:
Oh che disgrazia è questa, aver perso l'udito!
Meglio per me sarebbe un occhio aver smarrito
Quando le genti parlano, ed io non so di che,
Dubito che fra loro discorrano di me.
E arrabbio dal dispetto di non poter sentire,
E son la mia disgrazia forzata a maledire.
Oh non si tien da conto salute in gioventù,
E poscia vi si pensa quando non si può più.
Ho fatto de' strapazzi, che a dirli ora ho vergogna,
E in questa età canuta penar, soffrir bisogna;
E sino in faccia mia, più di un briccon si prova
A dir: peccati vecchi, e penitenza nuova.
SCENA V: IBRAIMA, ZAMA e detta
IBRAIMA:
Eccola la custode.
Mirala, brutta e antica.
ZAMA:
Sia come esser si voglia, ci giova averla amica.
Diciamle qualche lode all'uso del paese.
VAJASSA:
Eccole; se son buone, anch'io sarò cortese.
ZAMA:
O saggia, o venerabile, degnissima matrona,
O tal che fra le donne ha merto di corona,
O degna d'obbedienza, o degna di rispetto,
Il ciel vi dia salute.
VAJASSA:
Che cosa avete detto?
ZAMA:
Vi offersi il cuor sincero, rispetto e obbedienza,
Lasciate che vi baci la man per riverenza.
(le bacia la mano)
VAJASSA:
Brava la mia figliuola; così vi vorrò bene.
(a Zama)
E voi non vi degnate di far quel che conviene? (a Ibraima)
IBRAIMA:
Il cielo vi conceda e pace e sanità,
E facciavi vedere di Nestore l'età.
Mantengavi, qual siete, il ciel robusta e forte,
E bella, e spiritosa.
VAJASSA:
Dite un poco più forte.
IBRAIMA:
È sorda.
(a Zama)
ZAMA:
Me ne accorsi.
(a Ibraima)
VAJASSA:
Non vo' si parli piano.
IBRAIMA:
Prometto d'obbedirvi, e baciovi la mano.(le bacia la mano)
VAJASSA:
Così mi piacerete, per voi sarò amorosa.
(Vedersi rispettare è pur la bella cosa!)
IBRAIMA:
Io vado a ritirarmi.
ZAMA:
A ricamare io vo.
VAJASSA:
Se mi vorrete bene, anch'io ve ne vorrò.
IBRAIMA:
Son giovane discreta.
ZAMA:
Conosco il dover mio.
IBRAIMA:
Or madre mia voi siete.
ZAMA:
Son vostra figlia anch'io.
VAJASSA:
Andate a ritirarvi, or or sarò da voi.
IBRAIMA:
Stiam ben con questa sorda.
(piano a Zama)
ZAMA:
Anzi, meglio per noi: (a Ibraima)
Potremo a nostra voglia parlar liberamente.
(parte)
IBRAIMA:
Sì, sì, potrem la vecchia burlare impunemente.(parte)
SCENA VI: VAJASSA poi LISCA
VAJASSA:
Cosa mai hanno detto? oh sordità infelice!
M'arrabbio se non posso sentir quel che si dice.
LISCA:
(Eccola qui la sorda che Bulganzar mi ha detto.
Forte convien parlare se intorno ha un tal difetto).
VAJASSA:
(Un'altra donna è qui).
LISCA:
(Vo' farle un complimento).
Madre mia, vi saluto.
(forte nell'orecchio)
VAJASSA:
Non strillate, ci sento.
LISCA:
Scusate, mi hanno detto che poco ci sentite
Perciò parlai sì forte.
VAJASSA:
Come? che cosa dite?
LISCA:
D'aver parlato forte io vi dicea il perché.
Scusatemi, vi prego, se non è vero.
VAJASSA:
Che?
LISCA:
(È sorda, e non vuol esserlo).
Ci parlerem dappoi.
(forte)
VAJASSA:
Ci parlerem, v'ho inteso, quando vorrete voi.
LISCA:
Vi riverisco intanto.
VAJASSA:
Che cosa?
LISCA:
Riverente.
VAJASSA:
Voi avete una voce che non capisco niente.
LISCA:
Dico che vi saluto.
(forte)
VAJASSA:
E sol per salutarmi,
Bisogno c'era dunque di tanto incomodarmi?
Anche nelle parole io voglio economia.
Quando che si saluta, s'inchina, e si va via.
LISCA:
(s'inchina) (Mi fa crepar di ridere la vecchia sgangherata).
(parte)
SCENA VII: VAJASSA, poi FATIMA ed IRCANA
VAJASSA:
Al mover della bocca mi par m'abbia burlata;
Affé, se me ne accorgo, farò quel che far soglio.
Son sorda, sì, son sorda, ma esserlo non voglio.
FATIMA:
(La novella custode render mi voglio amica)
IRCANA:
(Vo' prevenir la vecchia...
Stelle! la mia nemica!)
FATIMA:
(Ircana qui? mi assale un tremore improvviso).
(vedendo Fatima)
IRCANA:
(Sento accendermi il sangue nel rimirarla in viso).
VAJASSA:
(Non si degnan costoro far meco il lor dovere?)
FATIMA:
(Temo il parlar funesto, parmi viltà il tacere).
IRCANA:
(Non vuo' mostrar partendo timor de' sdegni suoi).
VAJASSA:
Via, quel che l'altre han fatto, fate con me anche voi.
(a Fatima ed Ircana)
IRCANA:
(Non ho cor di mirarla).
(guardando un poco Fatima,indi voltandosi con smania)
FATIMA:
Freme ancor per dispetto).
(guardando un poco Arcana, indi voltandosi)
VAJASSA:
(Che sembri agli occhi loro sì orribile d'aspetto?)
IRCANA:
(Coraggio).
In queste soglie, Fatima, non comprendo
Come Alì ti trattenga.
(a Fatima)
VAJASSA:
Forte, che non intendo.
(A Ircana)
FATIMA:
Stupisco anch'io non meno, come fra queste porte
Machmut ti conduca.
VAJASSA:
Parla un poco più forte.
(a Fatima)
Ora con questa canna...
(si pone la canna all'orecchio, e si accosta ad Ircana)
IRCANA:
(Preveggo il mio periglio).
(da sé, non badando a Vajassa)
VAJASSA:
Superba.
(A Ircana)
Parla qui...
(a Fatima accostando la canna)
FATIMA:
(D'uopo avrei di consiglio).
((da sé non badando a Vajassa)
VAJASSA:
Ardite vanarelle, parlar non mi volete?
Meco così si tratta? Voi me la pagherete.
(parte)
SCENA VIII: IRCANA e FATIMA
FATIMA:
Qual stravagante umore nella custode io veggio!
Spiacemi se al governo star della vecchia io deggio.
IRCANA:
Qual siasi la custode premer dovriati poco:
D'Alì dovrà la sposa passar in altro loco.
FATIMA:
Vuole Machmut ch'io resti quivi allo sposo unita:
A parte de' suoi beni noi, generoso, invita.
Torna ver me sdegnato il padre mio furente,
Machmut mi difende.
IRCANA:
E Tamas vi acconsente?
E Fatima, che in seno ha virtù peregrina,
Di vivere non teme al giovane vicina? (con ironia)
FATIMA:
Sazia non sei tu ancora di provocarmi a sdegno?
Giunta ti vidi, Ircana, delle tue mire al segno.
Tamas è sposo tuo, sei del suo cuor signora;
Sola trionfi e godi, e non ti basta ancora?
IRCANA:
No, non mi basta: il cuore debole in lui conosco,
Facile amor vi sparge per leggerezza il tosco.
E sempre, a te vicino, aver degg'io sospetto
Che possa l'incostante dividere l'affetto.
FATIMA:
Fai torto ai pregi tuoi, temendo il mio potere,
Ma sono i tuoi rimorsi che ciò a te fan temere;
Paventi giustamente mirare alfin pentito
Del laccio lusinghiero un cuor che mi hai rapito.
IRCANA:
Tu d'involar pensavi cuor che a me si aspettava.
FATIMA:
Sposa di lui fui scelta; ceder dovea la schiava.
IRCANA:
Ora di schiava il nome cambiato ho in quel di moglie;
Son del suocero in casa, padrona in queste soglie.
FATIMA:
Sì, di Fatima in grazia, che per pietà sottratto
Ha il tuo seno alla morte.
IRCANA:
Per ambizion l'hai fatto.
Colla pietà che meco dissimulando usasti,
Del padre e dello sposo l'amor ti guadagnasti.
L'arte conobbi allora del tuo disegno ascoso.
FATIMA:
Arte per te felice, che ti diè vita e sposo.
IRCANA:
Sì, del tuo cuore ad onta, Tamas è sposo mio.
FATIMA:
Non mel vantare in faccia, che la cagion son io.
IRCANA:
Merito invan pretende l'involontaria aita.
FATIMA:
Gratitudine merta chi serba altrui la vita.
IRCANA:
Via da me che pretendi? Tu mi salvasti, è vero,
Colla pietà coprendo l'idea del tuo pensiero.
L'opera tua giovommi; pensar deggio a premiarla.
Vuoi per mercé lo sposo? Vuoi ch'io tel renda? Parla.
FATIMA:
No, non pretendo un cuore che abbandonommi ingrato.
Lieta son io di sposo che mi concede il fato.
Tamas sia tuo per sempre, fin che tu resti in vita;
Basta che tu mi parli meno orgogliosa e ardita.
Bastami dal tuo seno ogni livor rimosso;
Venderti a minor prezzo le mie ragion non posso.
Non nego esserti amica, non temo i sdegni tuoi;
Amami, se ti cale, odiami, se tu vuoi.(parte)
SCENA IX: IRCANA, poi TAMAS
IRCANA:
E soffrirò vedermi sempre orgogliosa in faccia,
Donna che a mio rossore si vanta e mi rinfaccia?
E soffrirò il periglio che alla rivale appresso
M'insulti e mi rimproveri anche lo sposo istesso?
No, vo' partire; e meco Tamas da queste porte
Tragga veloce il piede, o mi condanni a morte.
Eccolo.
Oh Dei! con Fatima parla l'ingrato.
Ah indegno!
Sugli occhi miei? sì poco a lui cal del mio sdegno?
Ah saprò la rivale ferir fra le sue braccia,
La svenerò ben anche di Machmut in faccia.
(movendosi furiosamente verso la scena)
TAMAS:
Dove così furente?
IRCANA:
A vendicar quei torti
Che fin sugli occhi miei, per mio rossor, mi porti.
TAMAS:
Fermati.
IRCANA:
O andiam per sempre lungi da questo tetto,
O mi vedrai quel seno ferire a tuo dispetto.
TAMAS:
Modera quello sdegno che in te soverchio abbonda.
Qui d'amor non si parla.
Noi Osmano circonda.
Vien cogli armati suoi, e delle guardie ad onta
Stragi minaccia e morte, e chi si oppone affronta.
Fatima vidi, e seco non favellai d'amore,
Ma del furor che guida per essa il genitore.
Ella che disarmato l'ha con i pianti suoi,
Ella col pianto istesso lo può placar per noi.
IRCANA:
Sì, può placare il padre seco furente invano,
Basta che tu le renda l'onor della tua mano.
Osmano entrar vedrassi amico in queste porte,
Al suon di mie catene, o a quel della mia morte.
Salvisi Machmut, Tamas si salvi, e pera
Quest'infelice sposa che ti possiede altera.
Va, compra la tua pace col sagrifizio indegno,
E plachi il sangue mio del Tartaro lo sdegno.
TAMAS:
No, cara, non temere ch'io ti abbandoni a Osmano.
Morrò pria di lasciarti.
IRCANA:
Qui tu lo speri invano.
Comanda in queste soglie sdegnato il genitore,
Consigliavi e promove di Fatima l'amore.
Alì col fido amico troppo è cortese e umano,
È nell'onore offeso per mia cagione Osmano.
Tutti nemici miei, tutto al mio mal congiura:
Altro non vi è rimedio che uscir da queste mura.
TAMAS:
Ah che il furor ti accieca.
Qual scampo al rio perielio
Trovar, se ci esponiamo primi di Osmano al ciglio?
Allor la sua vendetta noi fuggiremmo invano,
Caduti per sventura all'inimico in mano.
IRCANA:
Vile che sei! quel ferro a che ti cingi al fianco?
Va, l'inimico affronta; va risoluto e franco.
E se valor ti manca per assalir quell'empio,
Coraggio in te risvegli di femmina l'esempio.
Dammi una spada.
Io stessa, di cento spade a fronte,
T'insegnerò la via di vendicar nostr'onte.
E se il valor non basta, e se perir bisogna,
La morte è minor male che il torto e la vergogna.
Tamas, o vieni meco ad assalire Osmano,
O attenderlo vilmente meco tu speri invano.
Sì, là esporrommi al campo, sola d'Osmano al piede;
Cadrò vittima ardita del mio amor, di mia fede.
O disarmar l'audace saprò donna orgogliosa.
O morirò fra l'armi, ma morirò tua sposa.
TAMAS:
Non cimentarti, Ircana, non incontrar ruine.
Sei coraggiosa e forte; ma sei femmina alfine.
IRCANA:
Femmina sono, è vero, mancar mi può il valore,
Ma tal son io che in petto più di te forte ha il cuore
Se non vedermi esposta vuoi sola al furor cieco,
Vieni col ferro in mano, vieni a pugnar tu meco.
Fa che gli amici armati, a trepidar non usi,
Restar fra queste soglie non veggansi rinchiusi.
Esci di loro a fronte; io sarò teco al lato.
Tremi di noi quell'empio barbaramente armato.
Spada a spada si opponga, destra si opponga a destra:
Esser suol nei perigli disperazion maestra.
Attenderlo qua dentro è di viltade un segno:
Le leggi, chi non opra, attenda dal suo sdegno.
O vincere o morire mi alletta e mi consola:
O vieni a pugnar meco, o vado a morir sola.(parte)
TAMAS:
No, non morrai tu sola, donna sublime e forte:
A vincer verrò teco, o teco incontro a morte.
Fammi arrossir quel labbro, fammi arrossir quel core.
Mi anima il suo coraggio.
Forza darammi amore.(parte)
ATTO III
SCENA I: Piazza con veduta della casa di Machmut in prospetto, con porta chiusa.
OSMANO alla testa di vari armati, sparsi qua e là per la scena.
OSMANO:
Sian le vie guardate, né giungami improvviso
Stuol da veruna parte senza opportuno avviso
Machmut si difende, il Re gli presta aita;
Ma vendicarmi io voglio a costo della vita.
E vo' che la mia figlia di Machmut sia nuora,
O ch'egli unito al figlio paghi lo scorno e muora.
O Ircana trar io voglio fra lacci a suo dispetto,
O le trarrò col brando il cuor fuori dal petto.
Né forza del Divano, né del Sofì il comando
Potrà se non mi vendico, trarmi di pugno il brando.
SOLDATO:
Signore, il gran Visire a te per quella via
Il Bey delle guardie a favellarti invia.
OSMANO:
Venga, l'ascolterò.
Non credo e non pavento
Che alcun voglia impedirmi il mio risentimento
Pensar dovrà il Sofì, pensar dovrà il Divano,
Ch'io dei Calmucchi e Tartari tengo il comando in mano,
E pria che lo deponga, davanti al regio piede,
Far posso, se m0'impegno, tremar la regal sede.
SCENA II SCACH BEY e detti
SCACH BEY:
Osmano, il gran Visir, che fida in tua virtute,
Per me d'amico in nome t'invia pace e salute.
Strano al Divan rassembra, strano al Sofì regnante,
Che qua, senza il lor cenno, rivolte abbi le piante;
E in luogo di condurre ver Babilonia il campo,
Qui splendere si vegga delle tue spade il lampo.
L'ordine a te fu dato di debellare il Trace,
Che della Persia nostra turba i confini audace:
Ciascuno all'inimico incontro andar ti crede,
E per cagion privata in Ispaan ti vede.
Le tue vittorie illustri, il tuo valore antico,
Fa che ti soffra il regno qual suddito ed amico;
E quel rigor che avrebbe forse con altri usato,
Teco sospender vuole, duce alla gloria nato.
Ordine ho sol di dirti che i tuoi guerrieri armati
Solo a pro della patria a te sono affidati;
Però colle milizie promovere non spetta
In faccia a chi comanda da te la tua vendetta.
Contro di chi ti offese parla, domanda e grida,
Conosci il tuo monarca, in lui solo confida.
Han giudice i privati che siede in tribunale;
Al torto che tu soffri, avrai giustizia eguale;
Ma il ritornar dal campo sol per sì vile oggetto,
Di fellonia può farti reo nel reale aspetto.
Onde ver l'inimico torna a calcar la strada,
O rendi alle mie mani, qual prigionier, la spada.
OSMANO:
Bey, mente chi ardisce rimproverarmi in faccia
Di mancator la colpa, di fellonia la taccia.
Chi della Persia il trono con sue vittorie onora,
Difenderà il monarca col proprio sangue ancora.
Pubblici son miei torti.
La lontananza sola
Di vendicar gl'insulti il comodo m'invola;
E se la mia vendetta pronta non uso e presta;
Nulla sperar dal tempo, nulla ottener mi resta.
Giudici, il so, ha la Persia, vendicatori eletti
All'onte, all'ingiustizie de' popoli soggetti;
Ma quai di lor mi vanti sì giusti ed illibati,
Che dubitar non possa dall'or contaminati?
Il mio nemico è tale che d'oro in casa abbonda;
Raro è quell'uom cui l'oro non piaccia e non confonda.
Del mio sovran conosco la virtù, la giustizia;
Ma anche sul cuor dei regi può dell'uom la malizia.
E a fronte dei vicini chi è al suo signor lontano,
Nella ragion che vanta, può lusingarsi invano.
Lungi non era il campo da questa reggia ancora;
Tornai senza fatica; farò brieve dimora.
Se il Re vuol vendicarmi, se del mio onore ha cura,
Comandi ai suoi soldati uscir da quelle mura.
Lasci che a mio talento possa sfogar lo sdegno
Contro d'un figlio ingrato, contro d'un padre indegno.
SCACH BEY:
Suddito invan patteggia con chi governa e regge;
A te impor non si aspetta, devi accettar la legge.
O parti, o sei ribelle del Re, se fai dimora.
OSMANO:
Pria che ribel chiamarmi, di' che ci pensi ancora.
SCACH BEY:
Non minacciar.
OSMANO:
Non temo.
SCACH BEY:
Ti pentirai
OSMANO:
T'inganni.
SCACH BEY:
Ha da veder la Persia rinascere i tiranni?
Vuoi rinnovar tu adesso di Scach-Abass la storia,
Di cui sì dolorosa vive ancor la memoria?
Per chi? Per una figlia il valoroso Osmano
Sarà col suo signore ingrato ed inumano?
Pensa, vi è tempo ancora.
Torna glorioso al campo,
Cerca all'error commesso, coll'obbedir, lo scampo.
Lascia la cura a noi di vendicar tuoi torti.
Reo non ti far con l'armi che in Ispaan ne porti.
Temi il Re che si offende, temi il Divan che ti ama
Temi la Persia tutta che il difensor ti chiama.
Presto si perde il merto dei conquistati onori.
Cambia sovente il fato in mirti anche gli allori.
Chi troppo in sé confida, spesso pentir s'udìo.
Non rovinar te stesso.
Pensa all'onore; addio.
(parte)
SCENA III: OSMANO e Soldati
OSMANO:
Pensa all'onore? e bene, l'onore or mi consiglia
Ch'io vendichi i miei torti, ch'io vendichi la figlia
Contro del Trace in campo vado a pugnar pel Re;
Contro un nemico in Persia venni a pugnar per me.
Là per l'onor combattere del mio signor degg'io;
Combattere la destra qui dee per l'onor mio.
Se il sangue dalle vene sparsi pel mio sovrano,
Il Re sia più sollecito pel sangue di un Osmano;
Né lagnisi di me, se in lui fidando poco,
Qua scelsi a mio talento tempo, vendetta e loco.
Assalgansi le porte, assalgansi le mura.
(ai soldati)
Salma non sia là dentro dal mio furor sicura.
Chi si oppone, si uccida; sia dalle spade oppressa,
Se all'ira mia contrasta, sino la figlia istessa.
(i soldati si muovono verso la casa di Machmut, e vedesi aprir la porta)
UN SOLDATO:
Signor, s'apron le porte.
OSMANO:
Dall'insultar cessate;
Pietà lor non si nieghi, se chiedonmi pietate.
Venga Tamas pentito; Fatima venga unita.
Sia soddisfatto il padre, lor si dia pace e vita.
SCENA IV: Tamas, Alì, Soldati sulla porta, e detti
TAMAS:
Qui v'arrestate, amici, fino che l'uopo il chiede.
(ai suoi soldati)
Cessa gl'insulti Osmano; volgasi ad esso il piede.
Seguimi; non temere l'uom valoroso e forte.
(ad Alì)
ALÌ:
Teco fui fido in vita; tal sarò teco in morte.
OSMANO:
Olà; pria d'avanzarvi, franchi parlate, e dite
Se amici, o se nemici, perfidi, a me venite.
TAMAS:
Par che alla pace aspiri, non che a pugnar sen vada,
Chi tien contro un armato nel fodero la spada.
E trattenendo il passo al stuol che armato vedi, (accennando ai suoi soldati)
Amici, e non nemici, è forza che noi credi.
ALÌ:
Con quel rispetto in seno, con quell'amore istesso
Che ti raggiunsi al campo, vengoti innanzi adesso.
Se la pietà m'indusse stringere al seno mio...
OSMANO:
Fatima di chi è sposa? questo saper vogl'io.
TAMAS:
So che ti offesi, Osmano, so che in tuo cuor reo sono;
Il mio rossor mi porta a chiederti perdono.
Scusa l'amor protervo che consigliommi altero,
Scusa il mio cuor sedotto da un ciglio lusinghiero.
So che a tua figlia un torto feci incostante, ardito:
Son di mia debolezza, son del mio error pentito.
Vuoi di più? non ti basta, anima generosa,
Ch'umil perdon ti chieda?
OSMANO:
Fatima di chi è sposa?
ALÌ:
Tu mi parlasti al campo con tal disprezzo, Osmano,
Qual fossi al mondo nato da genitor villano.
Non vanta la mia stirpe l'onor de' semidei,
Ma colla plebe abietta me calpestar non dei.
Tamas ha più tesori, mercé fortuna ed arte;
Mi fece il padre suo di sue ricchezze a parte.
Figlio son di tal padre che noto è al regal soglio...
OSMANO:
Fatima di chi è sposa? questo saper io voglio.
TAMAS:
Fatima (ti consola), Fatima è già contenta;
Dubbio non v'è che il padre a sospirar lei senta.
Gode tranquillo stato se tu la lasci in pace
Del suo destino è paga, lieta sen vive, e tace.
SCENA V: IRCANA dalla porta con due soldati e detti.
OSMANO:
Non si risponde a tuono a quel che Osman vi chiede.
Fatima di chi è sposa?
TAMAS:
Del padre mio l'erede
Fatima sarà meco...
IRCANA:
Tamas il ver non taccia:
Il destin della figlia pubblichi al padre in faccia.
Non giungavi il timore ad avvilir così.
(a Tamas, ad Alì)
Osman, Tamas è mio.
Della tua figlia è Alì.
OSMANO:
Tanto saper mi basta, superbe anime ardite! (sfodera la spada)
IRCANA:
Lascia a me questo ferro.(prende la spada ad uno dei suoi soldati)
TAMAS:
Da quelle soglie uscite.(verso la porta)
(Alì e Tamas sfodrano la spada e si pongono in difesa, ed i soldati principiano a uscir dalla porta in ordine di battaglia)
UN SOLDATO:
Ah signor, siam perduti; del Re le guardie pronte
Ci assaliscono a tergo, e gl'inimici a fronte.
OSMANO:
Non paventate, amici, fin che vi regge Osmano.
IRCANA:
Ceda quest'uom sì forte.
OSMANO:
No, tu lo speri invano.(S'attaccano i soldati di Tamas con quelli di Osmano, quali assaliti alle spalle dalle guardie sono obbligati difendersi da due parti.
S'attaccano patimenti Tamas, Alì, ed Ircana contro Osmano, ed i seguaci,e combattendo si sviano tuti e lasciano la scena vuota.)
SCENA VI: MACHMUT dalla porta con la spada alla mano
MACHMUT:
Figlio, mio caro figlio, ahimè, tu sei perduto,
E neghittoso il padre tardo ti reca aiuto.
Ma chi restar doveva a custodir le mura
Per render la famiglia dal barbaro sicura?
Troppo ti rese ardito la sposa tua furente;
Attendere dovevi soccorso sufficiente,
Senza arrischiar te stesso dell'inimico a fronte,
Senza espor la tua vita alle ferite, all'onte.
Vano è il seguirti omai, misero padre e lasso.
Pure l'amor mi sprona...(in atto di partire)
SCENA VII:
OSMANO e detto; poi FATIMA
OSMANO:
Perfido, arresta il passo.
Oppressi dalla forza fuggono i miei guerrieri,
Ma il cor del duce Osmano avvilir non si speri.
Sottratto da' miei colpi per ora il figlio indegno,
Contro del genitore vo' satollar lo sdegno.
MACHMUT:
Non mi spaventi, Osmano: tanto ho valor che basta
Per rintuzzar chi ardito alla ragion contrasta.
OSMANO:
Vieni, se hai cor.
MACHMUT:
Son teco.
(combattono ed Osmano disarma Machmut)
Oh sorte mia funesta!
OSMANO:
Perfido, morirai.
(in atto di ferirlo)
FATIMA:
Ah genitor, ti arresta.
(corre in difesa di Machmut, frapponendosi al colpo)
OSMANO:
Sempre, figlia insensata, fin nell'onor offesa,
De' tuoi nemici indegni ti mirerò in difesa?
FATIMA:
Padre, sai tu chi sia quel che ferire or tenti?
OSMANO:
Cagion del mio rossore, cagion de' tuoi tormenti.
FATIMA:
No, genitor, inganni.
Egli è un eroe pietoso,
Che padre a me si mostra, benefico, amoroso.
Contro del figlio ingrato arse per me di sdegno.
Prese a mio pro egli stesso il più efficace impegno,
Usandomi lo sposo per debolezza inganno,
Dell'onor mio propose di riparare il danno.
Sposa d'Alì mi fece, pieno d'amor, di fede,
Figlia d'amor mi vuole, di sue ricchezze crede.
Con tal bontà mi tratta, con tal dolcezza umana,
Che non gradir suoi doni fora protervia insana
Placati, ch'ei lo merta; credimi a quel ch'io dico.
Degno è del tuo rispetto chi del tuo sangue è amico.
MACHMUT:
(Oh virtù senza pari!)
OSMANO:
Vanti i suoi pregi invano,
in faccia al padre offeso, in faccia di un Osmano.
Tamas fec'io tuo sposo; esser lo dee, lo giuro,
O andar costui non speri dal mio furor sicuro.
FATIMA:
Tu per me fremi a torto.
Sono d'Alì contenta.
Del cambio dello sposo non temer ch'io mi penta.
Se in grazia della figlia arde il tuo cor sdegnato,
Fatima è già felice: sia il genitor placato.
OSMANO:
Sia il tuo piacer verace, sia falso e menzognero,
Non mi sperar cogli empi meno inimico e fiero.
Può perdonar gl'insulti cuore di donna offeso,
Non li perdona Osmano, di giusto zelo acceso.
Scorgo dai molli accenti che donna vil tu sei:
Se tu perdoni i torti, io non perdono i miei.
MACHMUT:
Mostri da ciò, spietato, mostri che apprezzi meno
Della tua figlia istessa bella virtude in seno.
Tu di furor ti vanti; ella di gloria abbonda;
Quale di voi più merta?
OSMANO:
Il ferro mio risponda.
(avventandosi contro Machmut)
FATIMA:
Ah non fia mai.
(si frappone)
OSMANO:
Ritira, figlia, dal ferro il petto,
O non sperar mi giunga ad avvilir l'affetto.
In faccia mia ti toglie della natura il dritto,
Labbro che a pro di un empio approva il suo delitto.
Figlia di lui ti vanti? più padre tuo non sono.
Odio il tuo sangue istesso; no, non sperar perdono.
Se più del padre offeso di chi l'insulta hai stima,
Rea della colpa istessa, mori, crudel, tu in prima.(s'avventa contro Fatima)
MACHMUT:
Ferma, inumano.
(si pone in difesa di Fatima)
SCENA VIII: SCACH BEY,con gente armata e detti
SCACH BEY:
Amici, l'empio s'arresti, o cada.
Cedere, Osman, tu devi o la vita o la spada.
FATIMA:
Oh stelle! oh padre mio!
OSMANO:
Perfidissimo fato!
Empia, sarai contenta.
Il padre è disarmato.
Cruda, se tu non eri, l'indegno avrei ferito.
Lo stuol de' fuggitivi avrei fors'anche unito;
Né mi vedrei costretto, pien di rossori e pene,
Andar senza difesa incontro alle catene.
MACHMUT:
Opra è del ciel codesta, stanco de' tuoi furori.
Vanne, superbo, e fremi; va alla tua pena, e mori.
FATIMA:
Come! a morir mio padre? Tu lo puoi dir, spietato
In faccia di colei che ha il viver tuo serbato?
Pensa che se tua figlia farmi l'amor procura
Del valoroso Osmano figlia mi feo natura;
E non sperar vedermi un qua cessar dal pianto,
Se non ritorna il padre alla sua figlia accanto.(a Machmut)
OSMANO:
Pria di più viver teco, voglio morire, ingrata
Figlia, che per mio danno, per mio rossor sei nata.
Bey, faccia la sorte il peggio che può farmi:
Più della morte istessa costei può spaventarmi.
Perfida, a pro degli empi il tuo bel core impegna.
Muoia chi ti diè vita.
FATIMA:
No, genitore...
OSMANO:
Indegna!(parte seguito da Scach Bey e soldati)
SCENA IX: MACHMUT e FATIMA
FATIMA:
Lo seguirò.
MACHMUT:
T'arresta.
Donna non lice intorno
Andar fra noi scoperta, lontan dal suo soggiorno.
Perdonasi il trasporto che uscir da quelle mura
Ti fece, per impulso d'affetto e di natura.
Torna all'albergo usato, torna all'amico tetto.
FATIMA:
Non lo sperar se il padre...
MACHMUT:
Errar non ti permetto.
FATIMA:
Piacqueti ch'esponessi per te alla spada il seno;
Ora ch'io segua il padre non mi concedi almeno?
MACHMUT:
No, Fatima, rammenta che il cuor mal ti consiglia.
Usa, non tel contendo, usa l'amor di figlia.
Del mio nemico io stesso, per compiacer te sola,
Procurerò lo scampo; ti do la mia parola.
In Ispaan, lo sai, può molto oro ed argento.
Dispor de' scrigni miei ti lascio a tuo talento.
Parlerò cogli amici, col ministero ancora;
Salvo sarà tuo padre, non dubitar ch'ei mora.
Calmati, ed obbedisci chi per te nutre in petto
Salda, verace stima, e sviscerato affetto.
FATIMA:
Signor, tu mi consoli; sulla tua fé riposo.
MACHMUT:
Eccolo il figlio mio.
FATIMA:
Ecco con lui il mio sposo.
SCENA X: TAMAS, ALÌ e detti, poi IRCANA
MACHMUT:
Vieni, o figlio, al mio seno.
TAMAS:
Padre, pietoso il cielo
Diè forza al mio valore, e secondò il mio zelo.
ALÌ:
Fatima perché trovo qui a Machmut unita?
MACHMUT:
Alì, Tamas, io deggio a Fatima la vita.
Ella il mio sen difese contro il nemico altero;
Osman volea ferirmi, Osman va prigioniero:
E la pietà che ad essa ho per dover usata,
Da lei, per sua virtude, fu ben ricompensata.
ALÌ:
Grazie ai Dei, che mi diero simile sposa in dono.
TAMAS:
Fatima, egli è ormai tempo ch'io chieda a te il perdono.
Te lo domando in faccia al genitore amante,
In faccia del tuo sposo, lo chiedo a te dinante.
So che tradii me stesso nel non curar quel core
Ch'è il centro di virtude, l'idea del vero amore.
Le voci tue pietose, le luci tue leggiadre,
Mi preservar la vita; ora mi salvi il padre.
I benefizi usati in mio favor rammento;
So che fui teco ingrato, a mio rossor mi pento.
Degna tu sei d'amore; più amarti a me non lice;
Godi col fido amico, vivi con lui felice.
Dell'abbandono ingrato scusami, o bella, appieno:
Fra noi, se non amore, regni amicizia almeno.
Quel che mi parve un giorno per te sentire affetto,
Ora per te diviene giustissimo rispetto.
E tu, poiché mi amasti con saggio amor pudico,
Scordati d'ogni insulto in grazia dell'amico.
So che da te nol merto, so che un ingrato io sono,
Ma ai miei trascorsi aspetto dal tuo bel cuor perdono.
FATIMA:
(Tal importuno assalto non mi aspettava al cuore).
MACHMUT:
(Questa virtù mi piace).
ALÌ:
(Tamas è un uom d'onore).
IRCANA:
Via; Fatima pietosa alfin s'arrenda e ceda;
A chi la prega umìle il suo perdon conceda.
Le preci se non bastano di un giovane pentito,
Ascolti un padre amante, consigli un buon marito.
E se di tanti ai voti dura il suo cor restio,
I più sinceri uffizi porg
...
[Pagina successiva]