IRCANA IN ISPAAN, di Carlo Goldoni - pagina 4
...
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VAJASSA:
Che cosa?
LISCA:
Riverente.
VAJASSA:
Voi avete una voce che non capisco niente.
LISCA:
Dico che vi saluto.
(forte)
VAJASSA:
E sol per salutarmi,
Bisogno c'era dunque di tanto incomodarmi?
Anche nelle parole io voglio economia.
Quando che si saluta, s'inchina, e si va via.
LISCA:
(s'inchina) (Mi fa crepar di ridere la vecchia sgangherata).
(parte)
SCENA VII: VAJASSA, poi FATIMA ed IRCANA
VAJASSA:
Al mover della bocca mi par m'abbia burlata;
Affé, se me ne accorgo, farò quel che far soglio.
Son sorda, sì, son sorda, ma esserlo non voglio.
FATIMA:
(La novella custode render mi voglio amica)
IRCANA:
(Vo' prevenir la vecchia...
Stelle! la mia nemica!)
FATIMA:
(Ircana qui? mi assale un tremore improvviso).
(vedendo Fatima)
IRCANA:
(Sento accendermi il sangue nel rimirarla in viso).
VAJASSA:
(Non si degnan costoro far meco il lor dovere?)
FATIMA:
(Temo il parlar funesto, parmi viltà il tacere).
IRCANA:
(Non vuo' mostrar partendo timor de' sdegni suoi).
VAJASSA:
Via, quel che l'altre han fatto, fate con me anche voi.
(a Fatima ed Ircana)
IRCANA:
(Non ho cor di mirarla).
(guardando un poco Fatima,indi voltandosi con smania)
FATIMA:
Freme ancor per dispetto).
(guardando un poco Arcana, indi voltandosi)
VAJASSA:
(Che sembri agli occhi loro sì orribile d'aspetto?)
IRCANA:
(Coraggio).
In queste soglie, Fatima, non comprendo
Come Alì ti trattenga.
(a Fatima)
VAJASSA:
Forte, che non intendo.
(A Ircana)
FATIMA:
Stupisco anch'io non meno, come fra queste porte
Machmut ti conduca.
VAJASSA:
Parla un poco più forte.
(a Fatima)
Ora con questa canna...
(si pone la canna all'orecchio, e si accosta ad Ircana)
IRCANA:
(Preveggo il mio periglio).
(da sé, non badando a Vajassa)
VAJASSA:
Superba.
(A Ircana)
Parla qui...
(a Fatima accostando la canna)
FATIMA:
(D'uopo avrei di consiglio).
((da sé non badando a Vajassa)
VAJASSA:
Ardite vanarelle, parlar non mi volete?
Meco così si tratta? Voi me la pagherete.
(parte)
SCENA VIII: IRCANA e FATIMA
FATIMA:
Qual stravagante umore nella custode io veggio!
Spiacemi se al governo star della vecchia io deggio.
IRCANA:
Qual siasi la custode premer dovriati poco:
D'Alì dovrà la sposa passar in altro loco.
FATIMA:
Vuole Machmut ch'io resti quivi allo sposo unita:
A parte de' suoi beni noi, generoso, invita.
Torna ver me sdegnato il padre mio furente,
Machmut mi difende.
IRCANA:
E Tamas vi acconsente?
E Fatima, che in seno ha virtù peregrina,
Di vivere non teme al giovane vicina? (con ironia)
FATIMA:
Sazia non sei tu ancora di provocarmi a sdegno?
Giunta ti vidi, Ircana, delle tue mire al segno.
Tamas è sposo tuo, sei del suo cuor signora;
Sola trionfi e godi, e non ti basta ancora?
IRCANA:
No, non mi basta: il cuore debole in lui conosco,
Facile amor vi sparge per leggerezza il tosco.
E sempre, a te vicino, aver degg'io sospetto
Che possa l'incostante dividere l'affetto.
FATIMA:
Fai torto ai pregi tuoi, temendo il mio potere,
Ma sono i tuoi rimorsi che ciò a te fan temere;
Paventi giustamente mirare alfin pentito
Del laccio lusinghiero un cuor che mi hai rapito.
IRCANA:
Tu d'involar pensavi cuor che a me si aspettava.
FATIMA:
Sposa di lui fui scelta; ceder dovea la schiava.
IRCANA:
Ora di schiava il nome cambiato ho in quel di moglie;
Son del suocero in casa, padrona in queste soglie.
FATIMA:
Sì, di Fatima in grazia, che per pietà sottratto
Ha il tuo seno alla morte.
IRCANA:
Per ambizion l'hai fatto.
Colla pietà che meco dissimulando usasti,
Del padre e dello sposo l'amor ti guadagnasti.
L'arte conobbi allora del tuo disegno ascoso.
FATIMA:
Arte per te felice, che ti diè vita e sposo.
IRCANA:
Sì, del tuo cuore ad onta, Tamas è sposo mio.
FATIMA:
Non mel vantare in faccia, che la cagion son io.
IRCANA:
Merito invan pretende l'involontaria aita.
FATIMA:
Gratitudine merta chi serba altrui la vita.
IRCANA:
Via da me che pretendi? Tu mi salvasti, è vero,
Colla pietà coprendo l'idea del tuo pensiero.
L'opera tua giovommi; pensar deggio a premiarla.
Vuoi per mercé lo sposo? Vuoi ch'io tel renda? Parla.
FATIMA:
No, non pretendo un cuore che abbandonommi ingrato.
Lieta son io di sposo che mi concede il fato.
Tamas sia tuo per sempre, fin che tu resti in vita;
Basta che tu mi parli meno orgogliosa e ardita.
Bastami dal tuo seno ogni livor rimosso;
Venderti a minor prezzo le mie ragion non posso.
Non nego esserti amica, non temo i sdegni tuoi;
Amami, se ti cale, odiami, se tu vuoi.(parte)
SCENA IX: IRCANA, poi TAMAS
IRCANA:
E soffrirò vedermi sempre orgogliosa in faccia,
Donna che a mio rossore si vanta e mi rinfaccia?
E soffrirò il periglio che alla rivale appresso
M'insulti e mi rimproveri anche lo sposo istesso?
No, vo' partire; e meco Tamas da queste porte
Tragga veloce il piede, o mi condanni a morte.
Eccolo.
Oh Dei! con Fatima parla l'ingrato.
Ah indegno!
Sugli occhi miei? sì poco a lui cal del mio sdegno?
Ah saprò la rivale ferir fra le sue braccia,
La svenerò ben anche di Machmut in faccia.
(movendosi furiosamente verso la scena)
TAMAS:
Dove così furente?
IRCANA:
A vendicar quei torti
Che fin sugli occhi miei, per mio rossor, mi porti.
TAMAS:
Fermati.
IRCANA:
O andiam per sempre lungi da questo tetto,
O mi vedrai quel seno ferire a tuo dispetto.
TAMAS:
Modera quello sdegno che in te soverchio abbonda.
Qui d'amor non si parla.
Noi Osmano circonda.
Vien cogli armati suoi, e delle guardie ad onta
Stragi minaccia e morte, e chi si oppone affronta.
Fatima vidi, e seco non favellai d'amore,
Ma del furor che guida per essa il genitore.
Ella che disarmato l'ha con i pianti suoi,
Ella col pianto istesso lo può placar per noi.
IRCANA:
Sì, può placare il padre seco furente invano,
Basta che tu le renda l'onor della tua mano.
Osmano entrar vedrassi amico in queste porte,
Al suon di mie catene, o a quel della mia morte.
Salvisi Machmut, Tamas si salvi, e pera
Quest'infelice sposa che ti possiede altera.
Va, compra la tua pace col sagrifizio indegno,
E plachi il sangue mio del Tartaro lo sdegno.
TAMAS:
No, cara, non temere ch'io ti abbandoni a Osmano.
Morrò pria di lasciarti.
IRCANA:
Qui tu lo speri invano.
Comanda in queste soglie sdegnato il genitore,
Consigliavi e promove di Fatima l'amore.
Alì col fido amico troppo è cortese e umano,
È nell'onore offeso per mia cagione Osmano.
Tutti nemici miei, tutto al mio mal congiura:
Altro non vi è rimedio che uscir da queste mura.
TAMAS:
Ah che il furor ti accieca.
Qual scampo al rio perielio
Trovar, se ci esponiamo primi di Osmano al ciglio?
Allor la sua vendetta noi fuggiremmo invano,
Caduti per sventura all'inimico in mano.
IRCANA:
Vile che sei! quel ferro a che ti cingi al fianco?
Va, l'inimico affronta; va risoluto e franco.
E se valor ti manca per assalir quell'empio,
Coraggio in te risvegli di femmina l'esempio.
Dammi una spada.
Io stessa, di cento spade a fronte,
T'insegnerò la via di vendicar nostr'onte.
E se il valor non basta, e se perir bisogna,
La morte è minor male che il torto e la vergogna.
Tamas, o vieni meco ad assalire Osmano,
O attenderlo vilmente meco tu speri invano.
Sì, là esporrommi al campo, sola d'Osmano al piede;
Cadrò vittima ardita del mio amor, di mia fede.
O disarmar l'audace saprò donna orgogliosa.
O morirò fra l'armi, ma morirò tua sposa.
TAMAS:
Non cimentarti, Ircana, non incontrar ruine.
Sei coraggiosa e forte; ma sei femmina alfine.
IRCANA:
Femmina sono, è vero, mancar mi può il valore,
Ma tal son io che in petto più di te forte ha il cuore
Se non vedermi esposta vuoi sola al furor cieco,
Vieni col ferro in mano, vieni a pugnar tu meco.
Fa che gli amici armati, a trepidar non usi,
Restar fra queste soglie non veggansi rinchiusi.
Esci di loro a fronte; io sarò teco al lato.
Tremi di noi quell'empio barbaramente armato.
Spada a spada si opponga, destra si opponga a destra:
Esser suol nei perigli disperazion maestra.
Attenderlo qua dentro è di viltade un segno:
Le leggi, chi non opra, attenda dal suo sdegno.
O vincere o morire mi alletta e mi consola:
O vieni a pugnar meco, o vado a morir sola.(parte)
TAMAS:
No, non morrai tu sola, donna sublime e forte:
A vincer verrò teco, o teco incontro a morte.
Fammi arrossir quel labbro, fammi arrossir quel core.
Mi anima il suo coraggio.
Forza darammi amore.(parte)
ATTO III
SCENA I: Piazza con veduta della casa di Machmut in prospetto, con porta chiusa.
OSMANO alla testa di vari armati, sparsi qua e là per la scena.
OSMANO:
Sian le vie guardate, né giungami improvviso
Stuol da veruna parte senza opportuno avviso
Machmut si difende, il Re gli presta aita;
Ma vendicarmi io voglio a costo della vita.
E vo' che la mia figlia di Machmut sia nuora,
O ch'egli unito al figlio paghi lo scorno e muora.
O Ircana trar io voglio fra lacci a suo dispetto,
O le trarrò col brando il cuor fuori dal petto.
Né forza del Divano, né del Sofì il comando
Potrà se non mi vendico, trarmi di pugno il brando.
SOLDATO:
Signore, il gran Visire a te per quella via
Il Bey delle guardie a favellarti invia.
OSMANO:
Venga, l'ascolterò.
Non credo e non pavento
Che alcun voglia impedirmi il mio risentimento
Pensar dovrà il Sofì, pensar dovrà il Divano,
Ch'io dei Calmucchi e Tartari tengo il comando in mano,
E pria che lo deponga, davanti al regio piede,
Far posso, se m0'impegno, tremar la regal sede.
SCENA II SCACH BEY e detti
SCACH BEY:
Osmano, il gran Visir, che fida in tua virtute,
Per me d'amico in nome t'invia pace e salute.
Strano al Divan rassembra, strano al Sofì regnante,
Che qua, senza il lor cenno, rivolte abbi le piante;
E in luogo di condurre ver Babilonia il campo,
Qui splendere si vegga delle tue spade il lampo.
L'ordine a te fu dato di debellare il Trace,
Che della Persia nostra turba i confini audace:
Ciascuno all'inimico incontro andar ti crede,
E per cagion privata in Ispaan ti vede.
Le tue vittorie illustri, il tuo valore antico,
Fa che ti soffra il regno qual suddito ed amico;
E quel rigor che avrebbe forse con altri usato,
Teco sospender vuole, duce alla gloria nato.
Ordine ho sol di dirti che i tuoi guerrieri armati
Solo a pro della patria a te sono affidati;
Però colle milizie promovere non spetta
In faccia a chi comanda da te la tua vendetta.
Contro di chi ti offese parla, domanda e grida,
Conosci il tuo monarca, in lui solo confida.
Han giudice i privati che siede in tribunale;
Al torto che tu soffri, avrai giustizia eguale;
Ma il ritornar dal campo sol per sì vile oggetto,
Di fellonia può farti reo nel reale aspetto.
Onde ver l'inimico torna a calcar la strada,
O rendi alle mie mani, qual prigionier, la spada.
OSMANO:
Bey, mente chi ardisce rimproverarmi in faccia
Di mancator la colpa, di fellonia la taccia.
Chi della Persia il trono con sue vittorie onora,
Difenderà il monarca col proprio sangue ancora.
Pubblici son miei torti.
La lontananza sola
Di vendicar gl'insulti il comodo m'invola;
E se la mia vendetta pronta non uso e presta;
Nulla sperar dal tempo, nulla ottener mi resta.
Giudici, il so, ha la Persia, vendicatori eletti
All'onte, all'ingiustizie de' popoli soggetti;
Ma quai di lor mi vanti sì giusti ed illibati,
Che dubitar non possa dall'or contaminati?
Il mio nemico è tale che d'oro in casa abbonda;
Raro è quell'uom cui l'oro non piaccia e non confonda.
Del mio sovran conosco la virtù, la giustizia;
Ma anche sul cuor dei regi può dell'uom la malizia.
E a fronte dei vicini chi è al suo signor lontano,
Nella ragion che vanta, può lusingarsi invano.
Lungi non era il campo da questa reggia ancora;
Tornai senza fatica; farò brieve dimora.
Se il Re vuol vendicarmi, se del mio onore ha cura,
Comandi ai suoi soldati uscir da quelle mura.
Lasci che a mio talento possa sfogar lo sdegno
Contro d'un figlio ingrato, contro d'un padre indegno.
SCACH BEY:
Suddito invan patteggia con chi governa e regge;
A te impor non si aspetta, devi accettar la legge.
O parti, o sei ribelle del Re, se fai dimora.
OSMANO:
Pria che ribel chiamarmi, di' che ci pensi ancora.
SCACH BEY:
Non minacciar.
OSMANO:
Non temo.
SCACH BEY:
Ti pentirai
OSMANO:
T'inganni.
SCACH BEY:
Ha da veder la Persia rinascere i tiranni?
Vuoi rinnovar tu adesso di Scach-Abass la storia,
Di cui sì dolorosa vive ancor la memoria?
Per chi? Per una figlia il valoroso Osmano
Sarà col suo signore ingrato ed inumano?
Pensa, vi è tempo ancora.
Torna glorioso al campo,
Cerca all'error commesso, coll'obbedir, lo scampo.
Lascia la cura a noi di vendicar tuoi torti.
Reo non ti far con l'armi che in Ispaan ne porti.
Temi il Re che si offende, temi il Divan che ti ama
Temi la Persia tutta che il difensor ti chiama.
Presto si perde il merto dei conquistati onori.
Cambia sovente il fato in mirti anche gli allori.
Chi troppo in sé confida, spesso pentir s'udìo.
Non rovinar te stesso.
Pensa all'onore; addio.
(parte)
SCENA III: OSMANO e Soldati
OSMANO:
Pensa all'onore? e bene, l'onore or mi consiglia
Ch'io vendichi i miei torti, ch'io vendichi la figlia
Contro del Trace in campo vado a pugnar pel Re;
Contro un nemico in Persia venni a pugnar per me.
Là per l'onor combattere del mio signor degg'io;
Combattere la destra qui dee per l'onor mio.
Se il sangue dalle vene sparsi pel mio sovrano,
Il Re sia più sollecito pel sangue di un Osmano;
Né lagnisi di me, se in lui fidando poco,
Qua scelsi a mio talento tempo, vendetta e loco.
Assalgansi le porte, assalgansi le mura.
(ai soldati)
Salma non sia là dentro dal mio furor sicura.
Chi si oppone, si uccida; sia dalle spade oppressa,
Se all'ira mia contrasta, sino la figlia istessa.
(i soldati si muovono verso la casa di Machmut, e vedesi aprir la porta)
UN SOLDATO:
Signor, s'apron le porte.
OSMANO:
Dall'insultar cessate;
Pietà lor non si nieghi, se chiedonmi pietate.
Venga Tamas pentito; Fatima venga unita.
Sia soddisfatto il padre, lor si dia pace e vita.
SCENA IV: Tamas, Alì, Soldati sulla porta, e detti
TAMAS:
Qui v'arrestate, amici, fino che l'uopo il chiede.
(ai suoi soldati)
Cessa gl'insulti Osmano; volgasi ad esso il piede.
Seguimi; non temere l'uom valoroso e forte.
(ad Alì)
ALÌ:
Teco fui fido in vita; tal sarò teco in morte.
OSMANO:
Olà; pria d'avanzarvi, franchi parlate, e dite
Se amici, o se nemici, perfidi, a me venite.
TAMAS:
Par che alla pace aspiri, non che a pugnar sen vada,
Chi tien contro un armato nel fodero la spada.
E trattenendo il passo al stuol che armato vedi, (accennando ai suoi soldati)
Amici, e non nemici, è forza che noi credi.
ALÌ:
Con quel rispetto in seno, con quell'amore istesso
Che ti raggiunsi al campo, vengoti innanzi adesso.
Se la pietà m'indusse stringere al seno mio...
OSMANO:
Fatima di chi è sposa? questo saper vogl'io.
TAMAS:
So che ti offesi, Osmano, so che in tuo cuor reo sono;
Il mio rossor mi porta a chiederti perdono.
Scusa l'amor protervo che consigliommi altero,
Scusa il mio cuor sedotto da un ciglio lusinghiero.
So che a tua figlia un torto feci incostante, ardito:
Son di mia debolezza, son del mio error pentito.
Vuoi di più? non ti basta, anima generosa,
Ch'umil perdon ti chieda?
OSMANO:
Fatima di chi è sposa?
ALÌ:
Tu mi parlasti al campo con tal disprezzo, Osmano,
Qual fossi al mondo nato da genitor villano.
Non vanta la mia stirpe l'onor de' semidei,
Ma colla plebe abietta me calpestar non dei.
Tamas ha più tesori, mercé fortuna ed arte;
Mi fece il padre suo di sue ricchezze a parte.
Figlio son di tal padre che noto è al regal soglio...
OSMANO:
Fatima di chi è sposa? questo saper io voglio.
TAMAS:
Fatima (ti consola), Fatima è già contenta;
Dubbio non v'è che il padre a sospirar lei senta.
Gode tranquillo stato se tu la lasci in pace
Del suo destino è paga, lieta sen vive, e tace.
SCENA V: IRCANA dalla porta con due soldati e detti.
OSMANO:
Non si risponde a tuono a quel che Osman vi chiede.
Fatima di chi è sposa?
TAMAS:
Del padre mio l'erede
Fatima sarà meco...
IRCANA:
Tamas il ver non taccia:
Il destin della figlia pubblichi al padre in faccia.
Non giungavi il timore ad avvilir così.
(a Tamas, ad Alì)
Osman, Tamas è mio.
Della tua figlia è Alì.
OSMANO:
Tanto saper mi basta, superbe anime ardite! (sfodera la spada)
IRCANA:
Lascia a me questo ferro.(prende la spada ad uno dei suoi soldati)
TAMAS:
Da quelle soglie uscite.(verso la porta)
(Alì e Tamas sfodrano la spada e si pongono in difesa, ed i soldati principiano a uscir dalla porta in ordine di battaglia)
UN SOLDATO:
Ah signor, siam perduti; del Re le guardie pronte
Ci assaliscono a tergo, e gl'inimici a fronte.
OSMANO:
Non paventate, amici, fin che vi regge Osmano.
IRCANA:
Ceda quest'uom sì forte.
OSMANO:
No, tu lo speri invano.(S'attaccano i soldati di Tamas con quelli di Osmano, quali assaliti alle spalle dalle guardie sono obbligati difendersi da due parti.
S'attaccano patimenti Tamas, Alì, ed Ircana contro Osmano, ed i seguaci,e combattendo si sviano tuti e lasciano la scena vuota.)
SCENA VI: MACHMUT dalla porta con la spada alla mano
MACHMUT:
Figlio, mio caro figlio, ahimè, tu sei perduto,
E neghittoso il padre tardo ti reca aiuto.
Ma chi restar doveva a custodir le mura
Per render la famiglia dal barbaro sicura?
Troppo ti rese ardito la sposa tua furente;
Attendere dovevi soccorso sufficiente,
Senza arrischiar te stesso dell'inimico a fronte,
Senza espor la tua vita alle ferite, all'onte.
Vano è il seguirti omai, misero padre e lasso.
Pure l'amor mi sprona...(in atto di partire)
SCENA VII:
OSMANO e detto; poi FATIMA
OSMANO:
Perfido, arresta il passo.
Oppressi dalla forza fuggono i miei guerrieri,
Ma il cor del duce Osmano avvilir non si speri.
Sottratto da' miei colpi per ora il figlio indegno,
Contro del genitore vo' satollar lo sdegno.
MACHMUT:
Non mi spaventi, Osmano: tanto ho valor che basta
Per rintuzzar chi ardito alla ragion contrasta.
OSMANO:
Vieni, se hai cor.
MACHMUT:
Son teco.
(combattono ed Osmano disarma Machmut)
Oh sorte mia funesta!
OSMANO:
Perfido, morirai.
(in atto di ferirlo)
FATIMA:
Ah genitor, ti arresta.
(corre in difesa di Machmut, frapponendosi al colpo)
OSMANO:
Sempre, figlia insensata, fin nell'onor offesa,
De' tuoi nemici indegni ti mirerò in difesa?
FATIMA:
Padre, sai tu chi sia quel che ferire or tenti?
OSMANO:
Cagion del mio rossore, cagion de' tuoi tormenti.
FATIMA:
No, genitor, inganni.
Egli è un eroe pietoso,
Che padre a me si mostra, benefico, amoroso.
Contro del figlio ingrato arse per me di sdegno.
Prese a mio pro egli stesso il più efficace impegno,
Usandomi lo sposo per debolezza inganno,
Dell'onor mio propose di riparare il danno.
Sposa d'Alì mi fece, pieno d'amor, di fede,
Figlia d'amor mi vuole, di sue ricchezze crede.
Con tal bontà mi tratta, con tal dolcezza umana,
Che non gradir suoi doni fora protervia insana
Placati, ch'ei lo merta; credimi a quel ch'io dico.
Degno è del tuo rispetto chi del tuo sangue è amico.
MACHMUT:
(Oh virtù senza pari!)
OSMANO:
Vanti i suoi pregi invano,
in faccia al padre offeso, in faccia di un Osmano.
Tamas fec'io tuo sposo; esser lo dee, lo giuro,
O andar costui non speri dal mio furor sicuro.
FATIMA:
Tu per me fremi a torto.
Sono d'Alì contenta.
Del cambio dello sposo non temer ch'io mi penta.
Se in grazia della figlia arde il tuo cor sdegnato,
Fatima è già felice: sia il genitor placato.
OSMANO:
Sia il tuo piacer verace, sia falso e menzognero,
Non mi sperar cogli empi meno inimico e fiero.
Può perdonar gl'insulti cuore di donna offeso,
Non li perdona Osmano, di giusto zelo acceso.
Scorgo dai molli accenti che donna vil tu sei:
Se tu perdoni i torti, io non perdono i miei.
MACHMUT:
Mostri da ciò, spietato, mostri che apprezzi meno
Della tua figlia istessa bella virtude in seno.
Tu di furor ti vanti; ella di gloria abbonda;
Quale di voi più merta?
OSMANO:
Il ferro mio risponda.
(avventandosi contro Machmut)
FATIMA:
Ah non fia mai.
(si frappone)
OSMANO:
Ritira, figlia, dal ferro il petto,
O non sperar mi giunga ad avvilir l'affetto.
In faccia mia ti toglie della natura il dritto,
Labbro che a pro di un empio approva il suo delitto.
Figlia di lui ti vanti? più padre tuo non sono.
Odio il tuo sangue istesso; no, non sperar perdono.
Se più del padre offeso di chi l'insulta hai stima,
Rea della colpa istessa, mori, crudel, tu in prima.(s'avventa contro Fatima)
MACHMUT:
Ferma, inumano.
(si pone in difesa di Fatima)
SCENA VIII: SCACH BEY,con gente armata e detti
SCACH BEY:
Amici, l'empio s'arresti, o cada.
Cedere, Osman, tu devi o la vita o la spada.
FATIMA:
Oh stelle! oh padre mio!
OSMANO:
Perfidissimo fato!
Empia, sarai contenta.
Il padre è disarmato.
Cruda, se tu non eri, l'indegno avrei ferito.
Lo stuol de' fuggitivi avrei fors'anche unito;
Né mi vedrei costretto, pien di rossori e pene,
Andar senza difesa incontro alle catene.
MACHMUT:
Opra è del ciel codesta, stanco de' tuoi furori.
Vanne, superbo, e fremi; va alla tua pena, e mori.
FATIMA:
Come! a morir mio padre? Tu lo puoi dir, spietato
In faccia di colei che ha il viver tuo serbato?
Pensa che se tua figlia farmi l'amor procura
Del valoroso Osmano figlia mi feo natura;
E non sperar vedermi un qua cessar dal pianto,
Se non ritorna il padre alla sua figlia accanto.(a Machmut)
OSMANO:
Pria di più viver teco, voglio morire, ingrata
Figlia, che per mio danno, per mio rossor sei nata.
Bey, faccia la sorte il peggio che può farmi:
Più della morte istessa costei può spaventarmi.
Perfida, a pro degli empi il tuo bel core impegna.
Muoia chi ti diè vita.
FATIMA:
No, genitore...
OSMANO:
Indegna!(parte seguito da Scach Bey e soldati)
SCENA IX: MACHMUT e FATIMA
FATIMA:
Lo seguirò.
MACHMUT:
T'arresta.
Donna non lice intorno
Andar fra noi scoperta, lontan dal suo soggiorno.
Perdonasi il trasporto che uscir da quelle mura
Ti fece, per impulso d'affetto e di natura.
Torna all'albergo usato, torna all'amico tetto.
FATIMA:
Non lo sperar se il padre...
MACHMUT:
Errar non ti permetto.
FATIMA:
Piacqueti ch'esponessi per te alla spada il seno;
Ora ch'io segua il padre non mi concedi almeno?
MACHMUT:
No, Fatima, rammenta che il cuor mal ti consiglia.
Usa, non tel contendo, usa l'amor di figlia.
Del mio nemico io stesso, per compiacer te sola,
Procurerò lo scampo; ti do la mia parola.
In Ispaan, lo sai, può molto oro ed argento.
Dispor de' scrigni miei ti lascio a tuo talento.
Parlerò cogli amici, col ministero ancora;
Salvo sarà tuo padre, non dubitar ch'ei mora.
Calmati, ed obbedisci chi per te nutre in petto
Salda, verace stima, e sviscerato affetto.
FATIMA:
Signor, tu mi consoli; sulla tua fé riposo.
MACHMUT:
Eccolo il figlio mio.
FATIMA:
Ecco con lui il mio sposo.
SCENA X: TAMAS, ALÌ e detti, poi IRCANA
MACHMUT:
Vieni, o figlio, al mio seno.
TAMAS:
Padre, pietoso il cielo
Diè forza al mio valore, e secondò il mio zelo.
ALÌ:
Fatima perché trovo qui a Machmut unita?
MACHMUT:
Alì, Tamas, io deggio a Fatima la vita.
Ella il mio sen difese contro il nemico altero;
Osman volea ferirmi, Osman va prigioniero:
E la pietà che ad essa ho per dover usata,
Da lei, per sua virtude, fu ben ricompensata.
ALÌ:
Grazie ai Dei, che mi diero simile sposa in dono.
TAMAS:
Fatima, egli è ormai tempo ch'io chieda a te il perdono.
Te lo domando in faccia al genitore amante,
In faccia del tuo sposo, lo chiedo a te dinante.
So che tradii me stesso nel non curar quel core
Ch'è il centro di virtude, l'idea del vero amore.
Le voci tue pietose, le luci tue leggiadre,
Mi preservar la vita; ora mi salvi il padre.
I benefizi usati in mio favor rammento;
So che fui teco ingrato, a mio rossor mi pento.
Degna tu sei d'amore; più amarti a me non lice;
Godi col fido amico, vivi con lui felice.
Dell'abbandono ingrato scusami, o bella, appieno:
Fra noi, se non amore, regni amicizia almeno.
Quel che mi parve un giorno per te sentire affetto,
Ora per te diviene giustissimo rispetto.
E tu, poiché mi amasti con saggio amor pudico,
Scordati d'ogni insulto in grazia dell'amico.
So che da te nol merto, so che un ingrato io sono,
Ma ai miei trascorsi aspetto dal tuo bel cuor perdono.
FATIMA:
(Tal importuno assalto non mi aspettava al cuore).
MACHMUT:
(Questa virtù mi piace).
ALÌ:
(Tamas è un uom d'onore).
IRCANA:
Via; Fatima pietosa alfin s'arrenda e ceda;
A chi la prega umìle il suo perdon conceda.
Le preci se non bastano di un giovane pentito,
Ascolti un padre amante, consigli un buon marito.
E se di tanti ai voti dura il suo cor restio,
I più sinceri uffizi porgo alla bella anch'io.
(con ironia)
TAMAS:
(Ah il ragionar conosco, che simula il dispetto.
Odo da lungi il tuono, il fulmine mi aspetto).(da sé)
FATIMA:
Non ha bisogno, Ircana, di stimoli il mio cuore
Per far quel che mi dettan le leggi dell'onore.
Tamas perdon mi chiede d'avermi a torto offesa
Me lo scordai qualora sposa d'Alì fui resa.
Di Machmut rispetto in lui l'unico figlio;
D'Alì, sposo ed amico, seguir deggio il consiglio.
E tu le preci tue usa ad uopo migliore,
Usale per te stessa, del tuo diletto al cuore.
Prega di cuor lo sposo che tollerar s'impegni
Donna che i benefizi suol compensar coi sdegni.(parte)
SCENA XI: MACHMUT,ALÌ,TAMAS IRCANA
MACHMUT:
Non più fra noi discordie; lungi lo stile audace.
Regni fra noi l'amore, regni fra noi la pace.
Andiam, figlio.
IRCANA:
Signore, scusa, vorrei con esso
Sola restar.
(a Machmut)
MACHMUT:
Nol niego.
Resta alla sposa appresso.
Ah non so dir qual astro per te, per essa, in cuore
Abbia in amor sì tosto cambiato il mio furore.
Convien dir che la forza del prossimo periglio
M'abbia ad amar costretto chi mi sedusse il figlio.
(parte)
ALÌ:
Tamas, con noi ritorna, non ci lasciar così.
IRCANA:
Alì, lasciaci soli.
TAMAS:
Deh non partire, Alì.
IRCANA:
Per consolar la sposa, il caro amico attendi?(ad Alì)
ALÌ:
Il tuo soverchio ardire a moderare apprendi.(parte)
SCENA XII: TAMAS ed IRCANA
TAMAS:
(Eccoci soli alfine).
IRCANA:
Tamas, da me t'invola.
Segui il tuo fido amico; la sposa sua consola.
TAMAS:
So che vuoi dirmi, Ircana, ma tu m'insulti a torto.
IRCANA:
Perfido, in quelle soglie, no, il piede mio non porto.
Va da te solo; Alì, saggio, costante amico,
Di Fatima ti ponga nel suo possesso antico.
TAMAS:
Cara, se per te meno provassi in cuore affetto,
Esposto io non avrei alle ferite il petto.
Per sostenere il nodo che a te mi lega e unisce,
Mi cimentai fra l'armi.
IRCANA:
No, il labbro tuo mentisce.
Spinto da' miei rimproveri (che tollerasti a stento)
Fingesti, anima vile, discendere al cimento.
Se non veniva io stessa, testimon di tua fede
D'Osman la tua incostanza ti avria gettato al piede.
Dir non ardivi ad esso, per ambizione insana:
"Fatima è d'Alì sposa, è la mia sposa Ircana".
E se un momento solo tardava il venir mio,
"Sposo" le avresti detto "di Fatima son io".
Io provocai la pugna il tuo rossor destando,
Io fui la prima allora ad impugnare il brando;
E fu quel che or mi vanti insolito valore,
Timor della tua vita, non della sposa amore.
TAMAS:
Ma se in mio danno ogni opra dell'amor mio converti,
Come scordare i segni puoi di mia fé più certi?
L'abbandonar la sposa fino con atto indegno,
Scarso sarà d'amore, scarso di fede un segno?
IRCANA:
Segno sarà, se dritto esaminar si deve,
Che nel tuo seno il corso della costanza è breve.
Segno che, qual tu fosti con Fatima spergiuro,
L'amor, che per me vanti, meco e ancor malsicuro.
TAMAS:
Falso argomento indegno d'anima vacillante
Prendi tu, che mi festi per amor tuo incostante.
Ecco la mia mercede; ecco qual via si tenta
Da una consorte ingrata, perché il mio cuor si penta.
Ma no, troppo ha profonde le sue radici in petto
L'amor che a te mi lega; ti amerò a tuo dispetto.
IRCANA:
Prova maggior io chiedo di quell'amor che vanti.
Più della mia nemica non comparire innanti.
O fa che il padre tuo più non la tenga appresso,
O lascia di vedere perfino il padre istesso.
S'egli di te più l'ama, amami più di lui;
Se mi soddisfi in questo, teco sarò qual fui.
Ti crederò mio caro, più non darotti un duolo;
Tutto soffrir m'impegno, contentami in ciò solo.
Non ti smarrir temendo di mendicar tua sorte,
Non ti avvilisca il peso di docile consorte;
Evvi per tutti un Nume che provveder non cessa,
Ti aiuterò il tuo pane a procacciarti io stessa.
O servirem fra l'armi, lasciando io pur la gonna,
O adatterò la mano a ciò che lice a donna.
Teco vivrò contenta in ogni stato e loco,
Pur che turbar non vegga da gelosia il mio foco.
Quel che ti chiedo è molto, ma contrastar nol dei,
Se mi vorrai felice, se l'amor mio tu sei.
TAMAS:
Sì, il tuo voler si faccia; andiam pel mondo erranti,
Pria di vederti in pene, pria di vederti in pianti.
Tutto per soddisfarti, tutto tentar mi è in grado,
Dal genitor io stesso a congedarmi or vado.
IRCANA:
Fermati; in quelle soglie la mia rival dimora.
S'ella t'incontra, e parla, puoi ripentirti ancora:
Fuggi, s'è ver che mi ami, fuggi il fatal periglio.
TAMAS:
E il genitor pietoso?
IRCANA:
Più non rivegga il figlio.
TAMAS:
Ah non volermi, o cara, sì perfido e malvaggio;
Padre da me non abbia questo secondo oltraggio.
Ho tal rossor che basta, se gli error miei rammento;
Dell'onte a lui commesse nell'alma ho il pentimento;
Né sarà mai che torni col genitor placato
Ad onta di natura a comparire ingrato.
IRCANA:
Vanne, e il padre consola.
TAMAS:
Meco tu pur deh vieni.
Udirai come parlo, di me ti fida.
IRCANA:
Tieni.(gli vuol dare uno stilo)
Questo ferro conosci?
TAMAS:
Con ciò, che dir mi vuoi?
IRCANA:
Questo è quel che doveva finire i giorni tuoi:
Con questo di mia mano saresti al suol caduto,
Se Fatima opportuno non ti recava aiuto.
Ella di me più merta, poiché poteo salvarti;
Io merto i sdegni tuoi, se fin tentai svenarti.
Pur, di ragione ad onta, pretendo esser amata,
Pretendo dal tuo cuore fin la rivale odiata.
E vanto nel mio seno la pretension sì forte
Che sol può sradicarla o la tua, o la mia morte.
Ecco, a te mi presento, no a domandar perdono;
Che, vile qual tu sei, anima vil non sono:
Ma per troncare i nodi di un infelice amore,
Chiedo che tu mi passi con questo ferro il cuore.
TAMAS:
Sì, tal da me pretendi sforzo d'amore ingrato,(prende lo stilo)
Che sol può dalla morte venir ricompensato.
Sia che ti accenda il seno amor, sdegno o dispetto,
Vo' soddisfarti, Ircana, vo' trapassarmi il petto.(in atto di ferirsi)
IRCANA:
Ferma; ver me rivolta il braccio feritore.
TAMAS:
Barbara, s'egli è vero che in me viva il tuo core,
Questo tuo cor spietato ferir non mi è concesso
Senza passarmi il seno, senza morire io stesso.
IRCANA:
Ah, l'amor tuo mi cale; il tuo morir non bramo.
TAMAS:
Credimi.
IRCANA:
Sì, ti credo
TAMAS:
Seguimi, o cara.
IRCANA:
Andiamo
(partono tutti e due ed entrano in casa di Machmut)
ATTO IV
SCENA I: Sala di Machmut con varie porte e con vari guanciali per sedere.
ZAMA, IBRAIMA, LISCA, VAJASSA
VAJASSA:
Figlie, vi amerò sempre, sempre vi vorrò bene;
Ma a me portar rispetto ed obbedir conviene.
Soprattutto mi preme saper con verità
Tutto quel che si parla, tutto quel che si fa.
Talor quando il scirocco a inumidir ci viene,
Per dir la verità, ci sento poco bene;
Ma se il Caucaso freddo ci manda il vento asciutto,
Si scioglie la flussione, e sento quasi tutto.
LISCA:
Oggi che borea spira, ci sentirete.
VAJASSA:
Che?
ZAMA:
Sorda è sempre ad un modo.
(ad Ibraima)
IBRAIMA:
Pare così anche a me.(a Zama)
VAJASSA:
Voglio saper di ognuna prima di tutto il nome,
Quando comprate foste, donde veniste, e come;
E più dell'altre schiave conoscere mi preme
Due che son qui venute ad ingiuriarmi insieme.
IBRAIMA:
Ibraima è il mio nome, tartara di nazione
Saran due anni ormai che mi comprò il padrone.
VAJASSA:
Quando saprò chi siete, saprò anch'io regolarmi.
IBRAIMA:
Se parlo, e non mi sente, è vano il faticarmi.
ZAMA:
Zama son io...
VAJASSA:
Non credo di domandar gran cosa.
ZAMA:
Ma il mio destin crudele...
VAJASSA:
Son donna di buon cuore;
Anch'io son stata giovine, e so cos'è l'amore.
Saprò qualche cosetta facilitare anch'io:
Basta che il ver mi dite.
LISCA:
Mosca è il paese mio.
Lisca mi chiamo; in Persia venni, non so dir come.
VAJASSA:
Via, ditemi, ragazze, la vostra patria e il nome.
LISCA:
Non vel dissi? (forte)
VAJASSA:
Può darsi.
ZAMA:
Non avete sentito
Da noi la patria e il nome?(forte)
VAJASSA:
Eh sì, sì, vi ho capito.
(Di lor poco mi preme).
Da voi vogl'io sapere
Chi son quell'altre due che sembrano più altere.
LISCA:
Una è Fatima e l'altra è Ircana l'orgogliosa.
L'una è sposa d'Alì, l'altra è di Tamas sposa.
VAJASSA:
Una si chiama? (ponendosi la canna all'orecchio)
LISCA:
Fatima.(forte nella canna)
VAJASSA:
Bene: quell'altra? (come sopra)
LISCA:
Ircana.
? (come sopra)
IBRAIMA:
Non basta ad informarla né anche una settimana.
(a Zama)
VAJASSA:
Sono schiave? ? (come sopra)
LISCA:
No, spose.
? (come sopra)
VAJASSA:
Spose entrambe? Di chi? ? (come sopra)
LISCA:
L'una è sposa di Tamas, l'altra è sposa d'Alì.
(come sopra)
VAJASSA:
Tamas di chi è consorte? ? (come sopra)
LISCA:
Fatima avea sposata; (come sopra)
Ma vi dirò poi dopo la cosa come è andata.
Sappiate che il padrone...
VAJASSA:
Per or basta così.
Ho inteso, sarà dunque sposo d'Ircana Alì.
Tamas sposo di Fatima, d'Ircana Alì è marito.
Non me lo scordo più.
ZAMA:
Brava! ha bene capito.
(con ironia)
VAJASSA:
Ritiratevi, o figlie, a lavorare un poco;
Poi tornerete unite al passatempo, al gioco.
Sarò con voi discreta più assai che non pensate;
Ma far quel che conviene prima si deve: andate.
ZAMA:
Andiam, che ormai crepare dal ridere mi sento:
Non vi è di questa vecchia miglior divertimento.
(ad Ibraima e parte)
IBRAIMA:
A lei quel che si vuole può dirsi impunemente:
Vecchia, befana, arpia.
VAJASSA:
Che dici?
IBRAIMA:
Oh niente, niente.(parte)
VAJASSA:
D'una madre amorosa il ciel vi ha provveduto.(a Lisca)
LISCA:
Che ti venga il malanno.
VAJASSA:
Che dici?
LISCA:
Vi saluto.(forte e parte)
SCENA II: VAJASSA poi FATIMA
VAJASSA:
Con queste che mi stimano discreta, anch'io ragiono
Ma le due spose altiere mi proveran chi sono.
Eccone una; eppure sembra nel volto umana.
Non so se questa sia o Fatima od Ircana.
FATIMA:
(Eccola la custode).
Vi chiedo umil perdono,
Se men ch'io non doveva...
VAJASSA:
Chi sei?
FATIMA:
Fatima io sono.
VAJASSA:
Che?
FATIMA:
Fatima.(più forte)
VAJASSA:
Il mio grado si dee più rispettare.
FATIMA:
Vedrete il mio rispetto...
VAJASSA:
Andate a lavorare.
Le spose delle schiave non son meno obbligate
A far quel che bisogna.
FATIMA:
Cerco lo sposo...
VAJASSA:
Andate.
FATIMA:
Sia questo il primo segno ch'esser vi voglio amica.
Andrò per obbedirvi.
VAJASSA:
(Non so che diavol dica).
FATIMA:
Però men delle schiave le spose destinate
Sono ai bassi lavori.
VAJASSA:
Andate, o non andate?
FATIMA:
Sì, vado.
(È troppo fiero il suo temperamento).
(entra in una porta laterale)
SCENA III: VAJASSA
VAJASSA:
Non va dove van l'altre.
Sarà il suo appartamento
Le spose separate van dalle schiave abbiette;
Ma anch'esse alla custode deon essere soggette.
SCENA IV: IRCANA e la suddetta
IRCANA:
(Tamas confuso e mesto, solo in giardin dimora?
Ah che m'inganni io temo, e che si penta ancora).
VAJASSA:
(Sarà Ircana costei).
(da sé)
IRCANA:
(Fin che da lei diviso
Nol vegga, i' tremerò).
(da sé)
VAJASSA:
(Né anche mi guarda in viso).
(da sé)
IRCANA:
(So che quel cor che mi ama, debole ogni ora fu;
So che del padre ei teme).
(da sé)
VAJASSA:
Dimmi: Ircana sei tu?
IRCANA:
Son io; da me che vuoi, si torbida in aspetto?
VAJASSA:
Sei tu Ircana, o non sei?
IRCANA:
Sì quella son, l'ho detto.(forte)
VAJASSA:
Sai ch'io son la custode?
IRCANA:
Lo so.
VAJASSA:
E che orgogliose
Non mi han men delle schiave a rispettar le spose?
IRCANA:
Lo so.
VAJASSA:
Lo sai? (sdegnata)
IRCANA:
Sì, è vero.(forte)
VAJASSA:
Dunque meno arroganza.
Vattene, ed obbedisci, va tosto alla tua stanza.
IRCANA:
Qual è la stanza mia?
VAJASSA:
Non rispondere, ardita.
Vanne colà con Fatima; coll'altra sposa unita.
IRCANA:
No, con colei non vado.
VAJASSA:
Che dici?
IRCANA:
Con colei
Non vo' per verun patto passare i giorni miei.
Anderò in altro sito.
(s'avvia verso la porta di mezzo)
VAJASSA:
No, colà non conviene
Che venga il tuo consorte, là dentro non va bene.
Colà vi son le schiave, cara la mia figliuola,
E Alì, quando ti cerca, vorrà trovarti sola.
IRCANA:
A che cercarmi Alì?
VAJASSA:
Va tu fra quelle porte (le addita un'altra porta laterale)
Dirò che sei là dentro io stessa al tuo consorte.
IRCANA:
Sì, fa che tosto ei venga; seco parlar desio.
VAJASSA:
Vanne, non dubitare.
So far l'uffizio mio.
IRCANA:
Questo è quel dì fatale, in cui dee la mia sorte
Decider di mia vita, ovver della mia morte.(entra nell'altra stanza)
SCENA V: VAJASSA poi TAMAS
VAJASSA:
Con me della superbia dovran lasciare il vizio.
Cospetto! a queste donne io farò far giudizio.
TAMAS:
Dove si cela Ircana? d'uopo ho del suo consiglio.
VAJASSA:
Questi è Tamas, lo so, di Machmut il figlio.
TAMAS:
Donna, vedesti Ircana?
VAJASSA:
Cerchi la sposa?
TAMAS:
Sì.
VAJASSA:
Se cerchi la tua sposa, e vuoi vederla, è lì.(gli addita le stanze di Fatima)
TAMAS:
Vedrà quella inumana se soddisfarla io godo.
Seco partir destino; ma dee pensarsi al modo.(entra nell'appartamento di Fatima)
VAJASSA:
Povero giovinetto, goda la sposa in pace:
Quel che per me vorrei, far per altrui mi piace.
(va per la porta di mezzo, dove son le Schiave)
SCENA VI: IRCANA poi TAMAS
IRCANA:
Ah perfido! ah mendace! ah traditore ingrato,
Vai di nascosto, indegno, della rivale allato?
Ma ti condusse il cielo di mie vendette al segno;
Ambi quei rei mi attendono ad isfogar mio sdegno.
(va per entrare da Fatima)
TAMAS:
Dove t'inoltri, Ircana?
IRCANA:
Ecco la fé giurata,
Ecco le certe prove d'anima scellerata.
Per ricondurmi, infido, pien di pensier sì rei,
A rimirar io stessa l'orror de' scorni miei?
TAMAS:
Odimi.
IRCANA:
Non ti ascolto.
Odo le voci sole
Del mio furor che accendemi, che vendicar mi vuole.
Muoia la mia nemica.
(incamminandosi)
TAMAS:
No, che t'inganni.
IRCANA:
Audace.
Reo, dell'offeso in faccia, palpita almeno, e tace.
Tu, tracotante, ardisci, senza smarrirti in volto,
Mascherar le tue colpe? Vattene, non ti ascolto.
TAMAS:
Odimi, e l'innocenza ti sarà nota, o cara.
IRCANA:
Via, qual menzogna il labbro in tuo favor prepara?
TAMAS:
Fra quelle soglie, il giuro, te rinvenir credea.
IRCANA:
Scarso pretesto e vile d'anima infida e rea.
Vidi te pure io stessa colla custode antica
Parlar; da lei sapesti celarsi ivi l'amica.
Forse per te là dentro fu dalla vecchia ascosa.
TAMAS:
Là disse la custode essere la mia sposa.
Se m'ingannò quel labbro stolido, o menzognero...
IRCANA:
Non t'ingannò, là dentro sta la tua sposa, è vero;
Quella che stringer speri (me abbandonata) al seno
Ma se riaverla aspiri, dammi la morte almeno.
Spenta ch'io sia...
ma pria ch'io sia dal ferro oppressa,
Voglio veder spirare la mia rivale istessa.
Sì, perirà.
TAMAS:
T'arresta.
IRCANA:
Se mi attraversi il passo...
TAMAS:
Se proseguir tu tenti...
SCENA VII: VAJASSA: e detti
VAJASSA:
Cos'è questo fracasso?
Mi han detto che si grida.
TAMAS:
Vecchia, fra quelle porte
Essere chi dicesti?
VAJASSA:
Parla un poco più forte.
IRCANA:
Tu, perfida, celasti colà con trame ordite
La mia rival per esso?
VAJASSA:
Non so cosa che dite.
Ma vi comando e dico che badi ognuno a sé,
Che questa la maniera di vivere non è.
Se tu non hai giudizio, (ad Ircana) se tu non taci, ardito, (a Tamas)
Lo dirò alla tua sposa; (a Tamas)lo dirò a tuo marito.(ad Ircana)
IRCANA:
Mio marito chi è?
VAJASSA:
Certo farò così.
Farò che il sappia Fatima, farò che il sappia Alì.
Credete ch'io non sia istrutta di ogni cosa?
Tu bada a tuo consorte; (ad Ircana), bada tu alla tua sposa.(a Tamas)
IRCANA:
(Parla costei confusa).
TAMAS:
Spiegati, vecchia insana:
Chi è la mia sposa? (forte)
VAJASSA:
È Fatima.
È Alì sposo d'Ircana.
TAMAS:
Odi.
(ad Ircana)
IRCANA:
Chi ciò ti ha detto? (a Vajassa, forte)
VAJASSA:
Le schiave me l'han detto.
TAMAS:
Idolo mio, ravvisi se falso è il tuo sospetto? (ad Ircana)
IRCANA:
Fin che restar ti caglia alla nemica appresso,
Tali funesti incontri ponno accader di spesso.
Siasi innocenza o colpa che ti guidò a quel sito,
Ciò non saria accaduto, se pria fosti partito.
E se partir ti mostri meco ancor renitente,
Il passo che facesti non crederò innocente.
VAJASSA:
E ben? cosa si fa? (a Tamas)
TAMAS:
Vattene.
(a Vajassa, con dispetto)
VAJASSA:
Anche di più?
Subito in quella stanza.
(ad Ircana)
IRCANA:
Taci.
(con isdegno)
VAJASSA:
Non parlo più.
(timorosa)
IRCANA:
Tamas, o vieni meco senza dimora alcuna,
O temi che ormai scoppi furor che in me si aduna.
Salvo non ti do il padre dall'ira mia, la vita
Salva non è di Fatima dalla mia destra ardita.
Paventa per te stesso, per me paventa ancora:
O d'Ispaan si parta, o qui si resti, e mora.
VAJASSA:
(Non intendo parola).
TAMAS:
Facciasi il tuo volere.
Andiam; sovra il cuor mio vedi quant'hai potere.
Ah non veder il padre fa il mio dolor maggiore.
IRCANA:
Senza vederlo andiamo.
TAMAS:
Ecco il mio genitore.
SCENA VIII MACHMUT, ALÌ, Servi e detti
MACHMUT:
Olà, qui si raguni tutta la mia famiglia.
(ai servi)
Fatima v'intervenga, che il nome ha di mia figlia.
Tutte le schiave io voglio, tutti i miei servi uniti:
Il suo signor ciascuno ad ascoltar s'inviti.
(partono alcuni servi per obbedire)
VAJASSA:
Cosa ha detto? (ad Alì)
ALÌ:
Le schiave deon ragunarsi qui.
VAJASSA:
Dite forte.
ALÌ:
Le schiave.
(forte)
VAJASSA:
Subito, signor sì.(parte)
IRCANA:
Partiam.(piano, a Tamas)
TAMAS:
Resta un momento.(piano ad Ircana)
IRCANA:
La mia nemica or viene.(piano a Tamas)
TAMAS:
Non dubitar, mia vita.
.(piano ad Ircana)
IRCANA:
(Vivo fra sdegni e pene) (da sé)
SCENA IX: FATIMA e detti; poi VAJASSA, LISCA,IBRAIMA,ZAMA e dall'altra parte i servi
FATIMA:
Eccomi a' cenni tuoi.
MACHMUT:
Udir non siavi grave
Del signor vostro i detti.
(a tutti)
VAJASSA:
Ecco, signor, le schiave.
(a Machmut)
ALÌ:
Ecco i tuoi servi ancora.
MACHMUT:
Sedete.
(tutti seggono su guanciali)
IRCANA:
Ah, ch'io prevedo
Che di partir ti penti.
(piano a Tamas)
TAMAS:
Si partirà.
(piano, ad Ircana)
IRCANA:
Nol credo.
(piano a Tamas)
MACHMUT:
Figli, amici, e voi tutti che a Machmut servite,
Il signor vostro, il padre, a ragionare udite.
Salvi siam da un periglio, che sovrastava a tutti:
Goda la mia famiglia della vittoria i frutti.
Lauto convito apprestano ad un mio cenno i cuochi;
Musica avremo e danze, feste, trionfi e giuochi.
Ma quel che più vi bramo, saldo piacer verace,
Quel che fra voi mi preme, è, figli miei, la pace.
E perché duri eterna la cara pace amica,
Soffra ciascun ch'io parli, soffra che il vero io dica.
A te mi volgo in prima, mia gioia e mio contento, (s'alza)
Figlio, di padre amante miglior sostenimento.
Il rammentarti è vano quanto per te finora
Fece quel padre offeso, che ti vuol salvo ancora.
Torna in te stesso, e pensa se più di quel che festi
A un genitor pietoso, fatto a un nemico avresti.
Quale ai deliri tuoi, qual non offersi aiuto,
Nel precipizio orrendo sol per amor caduto?
Io ti porsi la mano a sollevarti in alto:
Volesti tu di nuovo precipitar d'un salto.
Ecco, tornasti ancora, senza acquistarti un merto,
Del genitore al seno a ricovrarti aperto.
Ecco, il paterno albergo dove, crudel, sei nato;
Torna a soffrir quel piede che lo calpesta ingrato.
Né sol te il padre accoglie, teco pietoso ancora,
Ma, tua mercé, la schiava soffre abbracciar qual nuora.
Mirami, Ircana, in volto, vedi colui che offeso
Fu da te fin nell'alma, miralo vinto e reso.
Che non facesti, ingrata, coll'arti e col consiglio
Per insultar un padre, per involargli un figlio?
Ferri, veleni e stragi, tutto volgesti in mente
Contro chi ben ti ha fatto, femmina sconoscente!
Ecco l'illustre donna, ecco la sventurata, (verso Fatima)
Sposa per te tradita, da sposo abbandonata.
Ella per te ad Osmano chiese il perdon col pianto;
Ella al cuor mio pietosa feo l'amoroso incanto.
Ed or vedila come soffre l'insulto in pace;
Mira d'altrui lo sposo, e non si lagna, e tace.
Fatima, se tu taci, parla per te il mio cuore;
Se ti lasciò il mio figlio, non ti lasciò il mio amore.
Caro Alì generoso, da cui virtù s'impara,
Questa a te raccomando figlia onorata e cara.
Tua sarà quella dote che ha il padre a lei concessa,
Ma la maggior sua dote è la virtude istessa.
Tanto però non basta all'amor mio sincero;
Più per costei si faccia degnissima d'impero.
Parte de' beni miei già le concessi in dono:
Uso del don si faccia, Tamas, padron ne sono.
Pur dell'amor in segno, con cui tratto un mio figlio,
Prima di usarne il dritto, chiedo da te il consiglio.
Freme in carcere Osmano; lui dalle regie porte
Trasporterà il delitto nella gran piazza a morte.
Muore in Osmano il padre di questa a cui dobbiamo,
Figlio, la stessa vita che ambidue respiriamo.
Te da colei difese che ti voleva estinto;
Salvò dall'inimico me disarmato e vinto.
Pietà del padre suo, pietà per lei ne chiede.
A chi ha con noi tal merto, si può negar mercede?
No, che in te non prevedo d'ingrato cor la taccia.
Facciasi ciò che sento.
Sì, figlio mio, si faccia.
Comprisi la sua vita, comprisi ad ogni prezzo:
Ché il Persian Divano vender le grazie è avvezzo.
Osmano a noi dovendo la libertà e la vita,
Calmati avrà i trasporti di un'anima sì ardita.
Si scorderà l'insulto fatto da te alla figlia:
Vedi se ancora in questo l'amor mio mi consiglia.
Lieto colla tua sposa godrai giorni felici.
Padre son io di tutti.
Tutti vi voglio amici.
Se ha del mio sangue ancora d'uopo un sì caro oggetto,
Pronto sarei per tutti, pronto ad aprirmi il petto.
(siede e tutti si mostrano inteneriti)
IRCANA:
Tu piangi? (piano a Tamas)
TAMAS:
Al padre in faccia poss'essere inumano? (piano, ad Ircana)
IRCANA:
No; pietoso ti mostra, ma andiam di qua lontano.
(piano a Tamas)
TAMAS:
(Oh dura legge!) (da sé)
FATIMA:
Il pianto finor mi ha trattenuto
All'amor tuo, signore, di rendere un tributo.
Alla bontà che nutri, alla pietade, al zelo,
Sia co' suoi benefizi compensatore il cielo.
(a Machmut)
MACHMUT:
Venga il Bey.
(ad un servo che parte)
ALÌ:
Permetti, signor, ch'io pur ti dica
Ch'alma rinchiudi in seno della virtude amica;
E che dai Numi istessi, che hanno il bel cuor formato,
Sarà con larghi doni il don ricompensato.
TAMAS:
Deh! se favello al padre tenero anch'io, perdona.(piano, ad Ircana)
IRCANA:
Tenero parla al padre, ma di partir ragiona.(piano a Tamas)
TAMAS:
Deh genitor...
MACHMUT:
Sospendi.
Ecco, il Bey si vede.
Per la vita d'Osmano sentiam quel ch'ei ne chiede.
Schiave, servi, al ritiro.
Vi benedica il cielo.
Spose voi qui restate, ma che vi copra il velo.
(partono le Schiave, ed i Servi.
Fatima e Ircana col velo si coprono)
SCENA X: MACHMUT, IRCANA, FATIMA, TAMAS, ALÌ e VAJASSA
VAJASSA:
Signor, chiedo una grazia.
MACHMUT:
Tutto ti sia concesso.
VAJASSA:
Ditemi quel che avete parlato infino adesso:
MACHMUT:
Non intendesti?
VAJASSA:
Che?
MACHMUT:
Sovverchio è il tuo difetto.
VAJASSA:
Cosa dite?
MACHMUT:
Domani vattene dal mio tetto.
VAJASSA:
Ho capito.
Il congresso si è fatto in grazia mia:
Non me n'importa niente, domani anderò via.
Se altri servir non posso, sorda qual son così,
Andrò a servir i muti in corte del Soffì.
(parte)
MACHMUT:
Ecco il Bey: mi aspetto sia nella grazia offerta
Dal vel della clemenza l'avidità coperta.
Alzar tutti dobbiamo, usar dobbiam rispetto
A chi del signor nostro porta il gran nome in petto.
(si alzano)
SCENA XI: SCACH BEY e detti
SCACH BEY:
Il grande, alto, possente, dominator del mondo,
Il Sofì della Persia, re di pietà fecondo,
Figlio del sol lucente, prole di semidei,
Consolator de' giusti sterminator dei rei,
Me suo ministro umile, scelto tra' servi suoi,
Manda di sua clemenza apportatore a voi.
(tutti odono queste parole col capo chino, colla mano alla fronte)
MACHMUT:
Bey, siedi.
Sedete.
(siede e fa sedere tutti.)
SCACH BEY:
Spiacque al Re mio signore
Che fosse a tal eccesso spinto Osman dal furore.
N'ebbe il Visir cordoglio, spiacer n'ebbe il Divano,
Piangono le milizie l'error del capitano;
Ma delle glorie ad onta d'uom valoroso e forte,
Condannano le leggi lo sventurato a morte.
Giunsero a piè del trono di Machmut i voti,
Di Machmut i pregi non sono al regno ignoti.
Questi all'imprese aggiunti del valoroso Osmano,
E vita e libertade gli otterran dal Divano.
Il gran Visir istesso la grazia ha già soscritto,
Indi ha il firman segnato l'alto monarca invitto.
Ma per vietar lo scandalo in faccia alla milizia,
Dee in parte soddisfarsi la pubblica giustizia;
Onde quel che doveva pagar sangue sì caro,
Concedesi che vaglia pagar con il denaro.
Per sua cagion si contano cento guerrier fuggiti:
Sono sessanta i morti, ottanta e più i feriti.
Devono risarcirsi, e monta il prezzo loro,
Con pietà calcolato, a trenta borse d'oro.
Queste al Casnà si denno del sommo alto Regnante;
Al Visir, al Divano, si devono altrettante.
Mercé borse sessanta, Osmano avrà il perdono;
E chi il danar mi conta, ha la sua vita in dono.
MACHMU
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