IRCANA IN ISPAAN, di Carlo Goldoni - pagina 7
...
.(entra nell'altra stanza)
SCENA V: VAJASSA poi TAMAS
VAJASSA:
Con me della superbia dovran lasciare il vizio.
Cospetto! a queste donne io farò far giudizio.
TAMAS:
Dove si cela Ircana? d'uopo ho del suo consiglio.
VAJASSA:
Questi è Tamas, lo so, di Machmut il figlio.
TAMAS:
Donna, vedesti Ircana?
VAJASSA:
Cerchi la sposa?
TAMAS:
Sì.
VAJASSA:
Se cerchi la tua sposa, e vuoi vederla, è lì.(gli addita le stanze di Fatima)
TAMAS:
Vedrà quella inumana se soddisfarla io godo.
Seco partir destino; ma dee pensarsi al modo.(entra nell'appartamento di Fatima)
VAJASSA:
Povero giovinetto, goda la sposa in pace:
Quel che per me vorrei, far per altrui mi piace.
(va per la porta di mezzo, dove son le Schiave)
SCENA VI: IRCANA poi TAMAS
IRCANA:
Ah perfido! ah mendace! ah traditore ingrato,
Vai di nascosto, indegno, della rivale allato?
Ma ti condusse il cielo di mie vendette al segno;
Ambi quei rei mi attendono ad isfogar mio sdegno.
(va per entrare da Fatima)
TAMAS:
Dove t'inoltri, Ircana?
IRCANA:
Ecco la fé giurata,
Ecco le certe prove d'anima scellerata.
Per ricondurmi, infido, pien di pensier sì rei,
A rimirar io stessa l'orror de' scorni miei?
TAMAS:
Odimi.
IRCANA:
Non ti ascolto.
Odo le voci sole
Del mio furor che accendemi, che vendicar mi vuole.
Muoia la mia nemica.
(incamminandosi)
TAMAS:
No, che t'inganni.
IRCANA:
Audace.
Reo, dell'offeso in faccia, palpita almeno, e tace.
Tu, tracotante, ardisci, senza smarrirti in volto,
Mascherar le tue colpe? Vattene, non ti ascolto.
TAMAS:
Odimi, e l'innocenza ti sarà nota, o cara.
IRCANA:
Via, qual menzogna il labbro in tuo favor prepara?
TAMAS:
Fra quelle soglie, il giuro, te rinvenir credea.
IRCANA:
Scarso pretesto e vile d'anima infida e rea.
Vidi te pure io stessa colla custode antica
Parlar; da lei sapesti celarsi ivi l'amica.
Forse per te là dentro fu dalla vecchia ascosa.
TAMAS:
Là disse la custode essere la mia sposa.
Se m'ingannò quel labbro stolido, o menzognero...
IRCANA:
Non t'ingannò, là dentro sta la tua sposa, è vero;
Quella che stringer speri (me abbandonata) al seno
Ma se riaverla aspiri, dammi la morte almeno.
Spenta ch'io sia...
ma pria ch'io sia dal ferro oppressa,
Voglio veder spirare la mia rivale istessa.
Sì, perirà.
TAMAS:
T'arresta.
IRCANA:
Se mi attraversi il passo...
TAMAS:
Se proseguir tu tenti...
SCENA VII: VAJASSA: e detti
VAJASSA:
Cos'è questo fracasso?
Mi han detto che si grida.
TAMAS:
Vecchia, fra quelle porte
Essere chi dicesti?
VAJASSA:
Parla un poco più forte.
IRCANA:
Tu, perfida, celasti colà con trame ordite
La mia rival per esso?
VAJASSA:
Non so cosa che dite.
Ma vi comando e dico che badi ognuno a sé,
Che questa la maniera di vivere non è.
Se tu non hai giudizio, (ad Ircana) se tu non taci, ardito, (a Tamas)
Lo dirò alla tua sposa; (a Tamas)lo dirò a tuo marito.(ad Ircana)
IRCANA:
Mio marito chi è?
VAJASSA:
Certo farò così.
Farò che il sappia Fatima, farò che il sappia Alì.
Credete ch'io non sia istrutta di ogni cosa?
Tu bada a tuo consorte; (ad Ircana), bada tu alla tua sposa.(a Tamas)
IRCANA:
(Parla costei confusa).
TAMAS:
Spiegati, vecchia insana:
Chi è la mia sposa? (forte)
VAJASSA:
È Fatima.
È Alì sposo d'Ircana.
TAMAS:
Odi.
(ad Ircana)
IRCANA:
Chi ciò ti ha detto? (a Vajassa, forte)
VAJASSA:
Le schiave me l'han detto.
TAMAS:
Idolo mio, ravvisi se falso è il tuo sospetto? (ad Ircana)
IRCANA:
Fin che restar ti caglia alla nemica appresso,
Tali funesti incontri ponno accader di spesso.
Siasi innocenza o colpa che ti guidò a quel sito,
Ciò non saria accaduto, se pria fosti partito.
E se partir ti mostri meco ancor renitente,
Il passo che facesti non crederò innocente.
VAJASSA:
E ben? cosa si fa? (a Tamas)
TAMAS:
Vattene.
(a Vajassa, con dispetto)
VAJASSA:
Anche di più?
Subito in quella stanza.
(ad Ircana)
IRCANA:
Taci.
(con isdegno)
VAJASSA:
Non parlo più.
(timorosa)
IRCANA:
Tamas, o vieni meco senza dimora alcuna,
O temi che ormai scoppi furor che in me si aduna.
Salvo non ti do il padre dall'ira mia, la vita
Salva non è di Fatima dalla mia destra ardita.
Paventa per te stesso, per me paventa ancora:
O d'Ispaan si parta, o qui si resti, e mora.
VAJASSA:
(Non intendo parola).
TAMAS:
Facciasi il tuo volere.
Andiam; sovra il cuor mio vedi quant'hai potere.
Ah non veder il padre fa il mio dolor maggiore.
IRCANA:
Senza vederlo andiamo.
TAMAS:
Ecco il mio genitore.
SCENA VIII MACHMUT, ALÌ, Servi e detti
MACHMUT:
Olà, qui si raguni tutta la mia famiglia.
(ai servi)
Fatima v'intervenga, che il nome ha di mia figlia.
Tutte le schiave io voglio, tutti i miei servi uniti:
Il suo signor ciascuno ad ascoltar s'inviti.
(partono alcuni servi per obbedire)
VAJASSA:
Cosa ha detto? (ad Alì)
ALÌ:
Le schiave deon ragunarsi qui.
VAJASSA:
Dite forte.
ALÌ:
Le schiave.
(forte)
VAJASSA:
Subito, signor sì.(parte)
IRCANA:
Partiam.(piano, a Tamas)
TAMAS:
Resta un momento.(piano ad Ircana)
IRCANA:
La mia nemica or viene.(piano a Tamas)
TAMAS:
Non dubitar, mia vita.
.(piano ad Ircana)
IRCANA:
(Vivo fra sdegni e pene) (da sé)
SCENA IX: FATIMA e detti; poi VAJASSA, LISCA,IBRAIMA,ZAMA e dall'altra parte i servi
FATIMA:
Eccomi a' cenni tuoi.
MACHMUT:
Udir non siavi grave
Del signor vostro i detti.
(a tutti)
VAJASSA:
Ecco, signor, le schiave.
(a Machmut)
ALÌ:
Ecco i tuoi servi ancora.
MACHMUT:
Sedete.
(tutti seggono su guanciali)
IRCANA:
Ah, ch'io prevedo
Che di partir ti penti.
(piano a Tamas)
TAMAS:
Si partirà.
(piano, ad Ircana)
IRCANA:
Nol credo.
(piano a Tamas)
MACHMUT:
Figli, amici, e voi tutti che a Machmut servite,
Il signor vostro, il padre, a ragionare udite.
Salvi siam da un periglio, che sovrastava a tutti:
Goda la mia famiglia della vittoria i frutti.
Lauto convito apprestano ad un mio cenno i cuochi;
Musica avremo e danze, feste, trionfi e giuochi.
Ma quel che più vi bramo, saldo piacer verace,
Quel che fra voi mi preme, è, figli miei, la pace.
E perché duri eterna la cara pace amica,
Soffra ciascun ch'io parli, soffra che il vero io dica.
A te mi volgo in prima, mia gioia e mio contento, (s'alza)
Figlio, di padre amante miglior sostenimento.
Il rammentarti è vano quanto per te finora
Fece quel padre offeso, che ti vuol salvo ancora.
Torna in te stesso, e pensa se più di quel che festi
A un genitor pietoso, fatto a un nemico avresti.
Quale ai deliri tuoi, qual non offersi aiuto,
Nel precipizio orrendo sol per amor caduto?
Io ti porsi la mano a sollevarti in alto:
Volesti tu di nuovo precipitar d'un salto.
Ecco, tornasti ancora, senza acquistarti un merto,
Del genitore al seno a ricovrarti aperto.
Ecco, il paterno albergo dove, crudel, sei nato;
Torna a soffrir quel piede che lo calpesta ingrato.
Né sol te il padre accoglie, teco pietoso ancora,
Ma, tua mercé, la schiava soffre abbracciar qual nuora.
Mirami, Ircana, in volto, vedi colui che offeso
Fu da te fin nell'alma, miralo vinto e reso.
Che non facesti, ingrata, coll'arti e col consiglio
Per insultar un padre, per involargli un figlio?
Ferri, veleni e stragi, tutto volgesti in mente
Contro chi ben ti ha fatto, femmina sconoscente!
Ecco l'illustre donna, ecco la sventurata, (verso Fatima)
Sposa per te tradita, da sposo abbandonata.
Ella per te ad Osmano chiese il perdon col pianto;
Ella al cuor mio pietosa feo l'amoroso incanto.
Ed or vedila come soffre l'insulto in pace;
Mira d'altrui lo sposo, e non si lagna, e tace.
Fatima, se tu taci, parla per te il mio cuore;
Se ti lasciò il mio figlio, non ti lasciò il mio amore.
Caro Alì generoso, da cui virtù s'impara,
Questa a te raccomando figlia onorata e cara.
Tua sarà quella dote che ha il padre a lei concessa,
Ma la maggior sua dote è la virtude istessa.
Tanto però non basta all'amor mio sincero;
Più per costei si faccia degnissima d'impero.
Parte de' beni miei già le concessi in dono:
Uso del don si faccia, Tamas, padron ne sono.
Pur dell'amor in segno, con cui tratto un mio figlio,
Prima di usarne il dritto, chiedo da te il consiglio.
Freme in carcere Osmano; lui dalle regie porte
Trasporterà il delitto nella gran piazza a morte.
Muore in Osmano il padre di questa a cui dobbiamo,
Figlio, la stessa vita che ambidue respiriamo.
Te da colei difese che ti voleva estinto;
Salvò dall'inimico me disarmato e vinto.
Pietà del padre suo, pietà per lei ne chiede.
A chi ha con noi tal merto, si può negar mercede?
No, che in te non prevedo d'ingrato cor la taccia.
Facciasi ciò che sento.
Sì, figlio mio, si faccia.
Comprisi la sua vita, comprisi ad ogni prezzo:
Ché il Persian Divano vender le grazie è avvezzo.
Osmano a noi dovendo la libertà e la vita,
Calmati avrà i trasporti di un'anima sì ardita.
Si scorderà l'insulto fatto da te alla figlia:
Vedi se ancora in questo l'amor mio mi consiglia.
Lieto colla tua sposa godrai giorni felici.
Padre son io di tutti.
Tutti vi voglio amici.
Se ha del mio sangue ancora d'uopo un sì caro oggetto,
Pronto sarei per tutti, pronto ad aprirmi il petto.
(siede e tutti si mostrano inteneriti)
IRCANA:
Tu piangi? (piano a Tamas)
TAMAS:
Al padre in faccia poss'essere inumano? (piano, ad Ircana)
IRCANA:
No; pietoso ti mostra, ma andiam di qua lontano.
(piano a Tamas)
TAMAS:
(Oh dura legge!) (da sé)
FATIMA:
Il pianto finor mi ha trattenuto
All'amor tuo, signore, di rendere un tributo.
Alla bontà che nutri, alla pietade, al zelo,
Sia co' suoi benefizi compensatore il cielo.
(a Machmut)
MACHMUT:
Venga il Bey.
(ad un servo che parte)
ALÌ:
Permetti, signor, ch'io pur ti dica
Ch'alma rinchiudi in seno della virtude amica;
E che dai Numi istessi, che hanno il bel cuor formato,
Sarà con larghi doni il don ricompensato.
TAMAS:
Deh! se favello al padre tenero anch'io, perdona.(piano, ad Ircana)
IRCANA:
Tenero parla al padre, ma di partir ragiona.(piano a Tamas)
TAMAS:
Deh genitor...
MACHMUT:
Sospendi.
Ecco, il Bey si vede.
Per la vita d'Osmano sentiam quel ch'ei ne chiede.
Schiave, servi, al ritiro.
Vi benedica il cielo.
Spose voi qui restate, ma che vi copra il velo.
(partono le Schiave, ed i Servi.
Fatima e Ircana col velo si coprono)
SCENA X: MACHMUT, IRCANA, FATIMA, TAMAS, ALÌ e VAJASSA
VAJASSA:
Signor, chiedo una grazia.
MACHMUT:
Tutto ti sia concesso.
VAJASSA:
Ditemi quel che avete parlato infino adesso:
MACHMUT:
Non intendesti?
VAJASSA:
Che?
MACHMUT:
Sovverchio è il tuo difetto.
VAJASSA:
Cosa dite?
MACHMUT:
Domani vattene dal mio tetto.
VAJASSA:
Ho capito.
Il congresso si è fatto in grazia mia:
Non me n'importa niente, domani anderò via.
Se altri servir non posso, sorda qual son così,
Andrò a servir i muti in corte del Soffì.
(parte)
MACHMUT:
Ecco il Bey: mi aspetto sia nella grazia offerta
Dal vel della clemenza l'avidità coperta.
Alzar tutti dobbiamo, usar dobbiam rispetto
A chi del signor nostro porta il gran nome in petto.
(si alzano)
SCENA XI: SCACH BEY e detti
SCACH BEY:
Il grande, alto, possente, dominator del mondo,
Il Sofì della Persia, re di pietà fecondo,
Figlio del sol lucente, prole di semidei,
Consolator de' giusti sterminator dei rei,
Me suo ministro umile, scelto tra' servi suoi,
Manda di sua clemenza apportatore a voi.
(tutti odono queste parole col capo chino, colla mano alla fronte)
MACHMUT:
Bey, siedi.
Sedete.
(siede e fa sedere tutti.)
SCACH BEY:
Spiacque al Re mio signore
Che fosse a tal eccesso spinto Osman dal furore.
N'ebbe il Visir cordoglio, spiacer n'ebbe il Divano,
Piangono le milizie l'error del capitano;
Ma delle glorie ad onta d'uom valoroso e forte,
Condannano le leggi lo sventurato a morte.
Giunsero a piè del trono di Machmut i voti,
Di Machmut i pregi non sono al regno ignoti.
Questi all'imprese aggiunti del valoroso Osmano,
E vita e libertade gli otterran dal Divano.
Il gran Visir istesso la grazia ha già soscritto,
Indi ha il firman segnato l'alto monarca invitto.
Ma per vietar lo scandalo in faccia alla milizia,
Dee in parte soddisfarsi la pubblica giustizia;
Onde quel che doveva pagar sangue sì caro,
Concedesi che vaglia pagar con il denaro.
Per sua cagion si contano cento guerrier fuggiti:
Sono sessanta i morti, ottanta e più i feriti.
Devono risarcirsi, e monta il prezzo loro,
Con pietà calcolato, a trenta borse d'oro.
Queste al Casnà si denno del sommo alto Regnante;
Al Visir, al Divano, si devono altrettante.
Mercé borse sessanta, Osmano avrà il perdono;
E chi il danar mi conta, ha la sua vita in dono.
MACHMUT:
Merita ben la vita d'uomo ai trionfi avvezzo
Che vendasi per esso la grazia a un sì gran prezzo.
In vece del suo sangue, borse sessanta d'oro
È una pietà che in premio da noi chiede un tesoro.
SCACH BEY:
Machmut, se del tempo, se della grazia abusi,
Saranno i comun voti dal tribunale esclusi.
O le richieste borse a numerar ti appresta,
O del Bazar a vista troncasi a Osman la testa.
MACHMUT:
Vanne, l'oro richiesto si troverà; saziata
De' persian ministri sia l'ingordigia usata.
A mercatar quel sangue meco venisti, il so.
Non si dona, si vende.
Avidi, il comprerò.
(s'alza)
SCACH BEY:
Tal del monarca ardisci...
MACHMUT:
Ciò non vantarmi in faccia.
Il nome del sovrano si veneri, e si taccia.
Non vende i suoi vassalli chi di tesori abbonda;
Si val del regio nome lo stuol che lo circonda.
Conosco anch'io la corte che in Ispaan fiorisce:
Col sangue degli oppressi s'innalza e si arricchisce.
SCACH BEY:
Tu perderai la grazia, se tal favelli audace.
MACHMUT:
L'oro è già preparato.
Bey, vattene in pace.
SCACH BEY:
L'uso condanno io stesso.
Ti compatisco, addio.
(Perdere non vorrei le dieci borse anch'io).(da sé e parte)
SCENA XII: MACHMUT, FATIMA,TAMAS ALÌ
FATIMA:
Per me sì gran tesoro? (a Machmut)
MACHMUT:
Lo feci, e non mi pento.
Figlio, puoi tu lagnarti?
TAMAS:
No, padre, io son contento.
FATIMA:
Anime generose, non so quel ch'io mi dica.
Vi ricompensi il cielo, il ciel vi benedica.
(piangendo parte)
ALÌ:
Signor, tu sei l'esempio del più sincero amore.
Ah! non credea si desse tanta pietà in un core.((da sé e parte)
SCENA XIII: MACHMUT, TAMAS, e IRCANA
IRCANA:
(O si parli, o si vada).
(piano a Tamas)
TAMAS:
Signor.
MACHMUT:
Figlio, che brami?
TAMAS:
Arrossisco pensando, signor, quanto tu mi ami.
MACHMUT:
Dell'amor mio sei certo, e in avvenir prometto
Darti maggior le prove del tenero mio affetto.
Son nell'età avanzato, son dai disagi oppresso,
L'impiego e la famiglia regolerai tu stesso.
Lieto alla sposa unito vederti or mi consolo;
Tutto il poter ti cedo, comanderai tu solo.
TAMAS:
(Ircana?) (pateticamente guardandola)
IRCANA:
E che vuoi dirmi?
TAMAS:
Senza ch'io parli, intendi.
(come sopra)
MACHMUT:
Vieni, Ircana, e il possesso di questa casa or prendi.
A viver lieta in pace godo che alfin sei giunta:
Ti obbediran le schiave, a Fatima congiunta.
IRCANA:
(Senti?) (a Tamas)
TAMAS:
Che far poss'io?(ad Ircana)
IRCANA:
Anima vile, ingrata! (a Tamas)
MACHMUT:
Che ti molesta, Ircana? Ancor ti mostri irata?
Sei di chi t'ama e onora, sei nel tuo cor nemica?
IRCANA:
Quello che saper brami, il figlio tuo tel dica.
MACHMUT:
Parla, figlio, mi svela questo novello arcano.
TAMAS:
Padre...
signor...
io deggio...
ah che lo tento invano.
(confuso parte)
MACHMUT:
Oimè! qual ria sventura mi vuol sempre infelice?
Parlami tu per esso.
IRCANA:
Sì, più tacer non lice.
Co' benefizi suoi Machmut troppo mi onora.
Esser dovrei contenta, ma non lo sono ancora.
No, superar non posso il duol che all'alma io sento:
Pavento dello sposo, di Fatima pavento.
Una di noi lontana dee andar da questo tetto.
Pensa, risolvi, imponi.
La tua sentenza aspetto.(parte)
SCENA XV: MACHMUT, (solo)
MACHMUT:
Oh terribili donne, oh donne al mondo infeste!
Voi gli uomini infelici a tormentar nasceste.
Eccoci al primo impegno; quel che il mio amore ardente
Fatto ha per lor finora, ecco ridotto al niente.
Che farò? Che risolvo? Numi, consiglio, aita.
Oh terribili donne! flagel di nostra vita.
(parte)
SCENA I: Stanza in casa di Machmut con vari sofà all'intorno.
MACHMUT solo
MACHMUT:
E da colei che solo da mia pietà si regge,
Dalla superba Ircana prender dovrò la legge?
Non basta alla spietata sposo che la consola,
Suocero che l'accoglie, vuolsi veder lei sola?
Tamas, che tanto l'ama, Tamas, che sol per lei
Soffrì co' suoi rimorsi l'orror de' sdegni miei,
No, non sarà sì poco riconoscente e onesto
Di contentar l'ingrata a mio dispetto in questo.
Vidi il suo turbamento al genitore in faccia:
Cuore non ha di farmi l'orribile minaccia.
Non lo farà; pentito è degli error commessi;
Non caderà col padre in replicati eccessi.
Sul di lui cuore Ircana, di sposa ora in sembiante,
Non averà la forza che avea quand'era amante.
Tamas ancor del nodo credo non sia pentito,
Ma se obbedìo l'amante, comanderà il marito.
Tamas, che chiude in seno alma d'onor gelosa,
Adorerà costante il cuor della sua sposa.
Ma mirerà qual passa diversità d'amore
Dal cuor della consorte a quel del genitore.
SCENA II: ALÌ ed il suddetto
ALÌ:
Signor, deh mi concedi parlar con quel rispetto
Che merita d'un padre il generoso affetto.
Lascia che qual gli porge il suo dover consiglio,
Parli colui che onori col titolo di figlio.
Sparsa per la famiglia udii testé la voce
Che Ircana il fiero sdegno cova nel sen feroce;
Che odia la sposa mia, che non la soffre in casa,
Che l'onor nostro insulta, che di timori è invasa.
Grato a' tuoi doni io sono, i tuoi voleri inchino,
Ma la tua pace io bramo, e di partir destino.
MACHMUT:
No, non pensar ch'io voglia di te, di lei privarmi,
Che amo qual figlia: invano tenti, Alì, di lasciarmi.
Sposa è Ircana del figlio, sì, l'accettai per nuora,
Ma quella donna altera non mi comanda ancora:
Né comandar vedrassi con autorevol ciglio,
Nelle mie soglie altera, di Machmut al figlio.
Tanta virtude ha in seno Fatima la tua sposa,
Che vincerà col tempo il cuor dell'orgogliosa;
Tanto conosce Tamas il suo dovere alfine,
Che della sposa ai sdegni imponerà il confine;
Ed io tanto potere serbo ancor nel mio tetto
Per far ch'ella s'accheti, e taccia a suo dispetto.
ALÌ:
Ma se il tuo figlio istesso, per soddisfar l'audace,
D'abbandonar il padre il rio pensier non tace!
E soffrirei vederti per me del figlio privo?
A tal legge indiscreta, signor, non mi soscrivo.
Tanto ti devo e tanto, sono al tuo amor sì grato...
MACHMUT:.
Non dubitar che il figlio siami a tal segno ingrato
Eccolo: a tante prove, onde pietoso io fui,
No, che temer non posso tal sconoscenza in lui.
SCENA III
TAMAS e detti
TAMAS:
Padre, signor, perdona se or più che mai ti spiaccio.
Sono, se parlo, ingrato, ma son più reo, se taccio.
Allor che un de' due mali certo prevede il cuore,
Anche prudenza insegna sceglier dei due il minore.
Male per te, per noi, ch'io di qua mi allontani,
Male ch'io resti, e veggasi scoppio di sdegni insani.
Perdi, s'io parto, un figlio, perdi assai più, s'io resto;
Assicurar tua pace giusto mi sembra e onesto.
Sai che due donne insieme, unite in pari grado,
Mai si veggono in pace, o veggonsi di rado.
Fatima andar non deve lungi da te, il confesso;
Resti con te, che il merta, te lo consiglio io stesso.
Alla virtù che ha in seno, al doppio benefizio
Ch'ella ci usò pietosa, deesi un tal sagrifizio.
Se l'amor tuo il consente, fissar la mia dimora
In Ispaan potrei, poco a te lungi ancora.
Ti vedrò, mi vedrai; basta l'istesso tetto
Non chiuda le due donne che miransi a dispetto.
Deh, se ragion tu trovi nel mio pregar sincero,
Non mi negar tal dono; sì, conseguirlo io spero.
ALÌ:
Tamas, non sarà mai...
MACHMUT:
Taci, non si confonda
Col tuo dritto il mio dritto.
La mia ragion risponda.
(ad Alì)
Figlio, abbastanza ardisti finor nel patrio tetto
Seguir le leggi indegne d'un sregolato affetto.
Tu m'insultasti, ingrato, ti perdonai gl'insulti;
Teco provai gli effetti della natura occulti:
Ma la pietà soverchia colla viltà confina;
Chi feo la tua fortuna, può far la tua rovina.
Fra i due previsti mali, perfido figlio, il veggio,
Per mio rossor tu scegli, per tua sventura, il peggio.
Male per te se parti, male per me se resti;
Ma fra gli estremi il senno mezzi ritrova onesti.
Chi è che il restar con noi rende a te periglioso?
Chi è che da noi lontano promette il tuo riposo?
Una superba donna, in cui d'amore il frutto
A te sarà funesto, e indomito per tutto.
No, non comanda Ircana di Machmut nel tetto;
No, Tamas non isperi partirsi a mio dispetto.
Se la tua sposa altera cova nel sen lo sdegno,
Vada a sfogarsi altrove, cuor di pietade indegno.
A te l'albergo istesso che ti ho, padrone, offerto,
Per pena a' tuoi deliri, in carcere converto.
Vivo non uscirai, crudel, da queste mura:
Qui il genitore offeso ti arresta e ti assicura.
Vivi qual schiavo abbietto, se comandar ricusi,
Soffri il rigor del padre, se dell'amore abusi.
E la spietata Ircana, femmina indegna e prava,
Resti di sposa in vece, qual mia nemica e schiava.
Alì non mi risponda, Tamas o mi ami, o tema,
Fatima non mi sdegni, veggala Ircana, e frema.
(Tamas ed Alì abbassano il capo in segno di riverenza, e tacciono, nel mentre che Machmut passeggia sdegnato.
SCENA IV: Un SERVO e detti
SERVO:
Signor, vien preceduto, all'uso d'Ispaan,
Da corteggio festoso il Bey col firman:
La grazia per Osmano reca il ministro eletto.
MACHMUT:
Si usi ai regi caratteri il solito rispetto.
Vengano i servi tutti, vengan gli amici nostri:
Ciascun la casa onori, ed al firman si prostri.
(parte il Servo)
SCENA V: MACHMUT, TAMAS, ALÌ
MACHMUT:
Ma quando mai, crudele, quando un padre amoroso
Potrà sperar dal figlio la pace ed il riposo?
Non basta ch'io ti dessi, barbaro cuor, la vita,
Non basta a' tuoi disastri la mia paterna aita,
Ch'io l'error tuo mi scordi, di', non ti basta ancora?
Vuoi che comandi Ircana? Lascia, crudel, ch'io mora.
Poco di vita avanza a un genitor dolente;
Poco resister posso al rio fato inclemente.
Aspetti quell'ingrata dal morir mio vittoria;
Ma vuo', morendo ancora, di me lasciar memoria.
Premiar vuo' la virtude, punir la rea baldanza;
La tua minaccia è questa, (a Tamas)quest'è la tua speranza.(ad Alì)
SCENA VI: Al suono di vari strumenti vengono da un alto le Guardie Reali con apparato fastoso, indi Schacc Bey che aperto ed appoggiato alla fronte porta il firman, cioè il decreto reale, e dall'altro lato entrano i Servi e le Guardie di Machmut.
Entrando il Bey col firman, tutti si inchinano colla mano alla fronte.
SCACH BEY:
Del grande, alto, possente, sacro monarca invitto
Ecco in favor di Osmano, ecco il firman soscritto.
Bacialo, Machmut.
MACHMUT:
Alle mie mani il rendi.
(lo bacia)
SCACH BEY:
Offri le borse in cambio, che promettesti.
MACHMUT:
Attendi.
Olà, sia collo stesso festevole decoro
Tratto da quelle stanze a' cenni miei quell'oro.(Tutte le Guardie Reali coll'accompagnamento ed i Servi e le Guardie di Machmut entrano nelle stanze additate e nel medesimo tempo escono da un' altra parte con vari bacili d'oro, sempre al suono di giulivi strumenti.
MACHMUT:
Inchinatevi all'oro, che uscir dee dal mio tetto:
Ecco di grazie il fonte, portategli rispetto.
Che se la man reale diè la vita ad Osmano,
L'oro ha il poter di muovere ancor la regia mano.
Prendi, Bey, quel prezzo che alla pietade alletta.
SCACH BEY:
Prendi il firman, e taci; qua il prigioniero aspetta.(al suono dei soliti strumenti parte il Bey, preceduto dal seguito e dai servi di Machmut coi bacili dell'oro.)
SCENA VII: MACHMUT,TAMAS, ALÌ; poi FATIMA
FATIMA:
Signor, se al genitore la grazia è già concessa,
Permettimi che vada ad incontrarlo io stessa.
Lascia che più serene siano di Osman le ciglia,
Sciogliendo i lacci suoi la man di una sua figlia.
Se più tornar non vedi me fra tue soglie ancora,
Fatima a te lontana ti venera e ti onora.
In te ravviso il padre, il mio benefattore;
Grato ti sarà sempre, infin ch'io viva, il cuore.
Deggio lasciarti alfine, deggio partir, lo vedi:
Vo collo sposo unita, deh per pietà il concedi.
Nel liberar tue soglie da una infelice odiata
D'essere a te pretendo più conoscente e grata.
Finché qui resto, invano speri godere il frutto
Della pietà che usasti: io son cagion del tutto.
Qua non mi soffre Ircana, ella a ragion può dirlo;
Il suo voler comprendo, ed io deggio obbedirlo.
In mio favor soverchio di tua pietà è il consiglio,
Se la pietade offende il genitore e il figlio.
Grazie ti renda il cielo della bontà che usasti,
Se il genitor mi salvi, se l'onor mio salvasti.
Su questa man ch'io bacio, grazie ti rendo al dono:
Vado da te lontana, ma la tua figlia io sono.
MACHMUT:
L'odi? la vedi, ingrato? (a Tamas) No, non sperar ch'io voglia
Che tu mi lasci ancora.
D'un tal pensier ti spoglia.
Sono d'Osmano ancora dubbi dell'alma i sensi:
Non so qual sarà meco, qual d'esser teco ei pensi.
Chi sa che il cor feroce, cui sol lo sdegno alletta,
Ad onta della grazia, non pensi alla vendetta?
Tornar potrebbe al campo senza mirarti in volto;
Potria contro d'Alì lo sdegno aver rivolto;
Contro la figlia istessa esser potrebbe irato,
E si può dar che venga d'ogni furor spogliato.
Ma in così dubbio evento te cimentar non voglio.
Dicolo, e ciò ti basti; più replicar non soglio.
FATIMA:
Ma la sdegnosa Ircana?
ALÌ:
Ma la tua nuora audace?
TAMAS:
Come sperar, signore, come sperar mai pace?
MACHMUT:
E chi è costei che vanta di spaventar la terra,
Che col suo ciglio a tutti suol minacciar la guerra?
È una donna, è una belva, è un'aspide inumana?
Ha di Medusa il volto? Olà, qui venga Ircana.(ad un Servo che parte)
TAMAS:
Lascia, signor, ch'io parta.
MACHMUT:
Vile che sei, ti arresta.
D'un uom che in Persia è nato, qual codardia è codesta?
Nati siam noi nel mondo per dominar quel sesso.
Qua, più d'altrove, il grado vien della donna oppresso.
Schiave son tutte, e solo sposa al talamo eletta
Può comandare all'altre, ma all'uom sempre è soggetta.
E tu cedi l'impero a femmina a tal segno,
Che d'uom nato in Europa l'atto sarebbe indegno?
Va, compatisco Ircana, se ti calpesta insano:
Tutte vorrian le donne tener le briglie in mano.
E se viltà il consente d'uom che sta alla catena,
Solo è di lui la colpa, e sia di lui la pena.
SCENA VIII: IRCANA (e detti)
IRCANA:
Eccomi, chi mi vuole?
MACHMUT:
Son io che ti domanda,
Son io che in queste mura ancor regna e comanda;
Quello che il cuor del figlio solo governa e regge,
E che a te stessa intima elegger la tua sorte,Che d'una donna altera sdegna soffrir la legge;
O schiava contumace, o docile consorte.
IRCANA:
Signor, la mia fierezza portata ho dalla culla:
Sposa non so cangiarmi, se tal fui da fanciulla;
Ma la fierezza mia non è, se dritto miri,
Effetto irragionevole di barbari deliri.
Dimmi: ne' primi giorni che tu mi avesti acerba,
Scorgesti me fra l'altre andar schiava superba?
Umile fui del pari colle più vili e abbiette;
Mi fur senza lagnarmi le tue catene accette;
E se costui che or vedi, non seduceami allora,
Serva sarei coll'altre, senza lagnarmi ancora.
M a se una donna è amata, se lusingar si vede,
Vile è colei che affetto di meritar non crede.
Pure, da sue lusinghe resa superba e vana,
Qual è il delitto alfine, di cui si aggrava Ircana?
Una colpa, e poi basta; Tamas fe' mio quel core:
Sola di quel ch'è mio, sola vogl'io l'onore.
Questa costante brama, questo desire onesto,
Fu il mio primiero incanto, e mi condusse al resto.
Un'altra donna in mezzo di gelosia ai deliri,
Sfogata da se stessa si avria con li sospiri.
Io sospirar non posso, non son vile a tal segno:
Di lagrimare in vece, accendomi di sdegno.
Lo sdegno mio mi porta sino alle stragi in seno,
Ma non smarrisco il dritto, né la ragion vien meno.
Dopo sventure tante stringere al sen mi lice
Il caro sposo, è vero; esser dovrei felice.
Della virtù di Fatima prove ho sicure, il veggo:
So che l'insulto a torto, ma al mio timor non reggo.
Odio ho contro me stessa pel mio sospetto insano:
Tentai dal sen scacciarlo, ma l'ho tentato invano.
Se di partire intimo al figlio tuo che adoro,
A costo di arrischiare la vita e il mio decoro,
Questo pensar sì strano, questa passion, che credi?
Parla giustizia in questo in me più che non vedi.
So che a ragion per Fatima il tuo dover s'impegna,
So che il volerla esclusa è pretensione indegna.
Viver con lei non posso, trarla da te non bramo;
Per evitare il peggio, dico allo sposo: andiamo.
S'ei di venir ricusa, se tu il contrasti e il nieghi,
Vano sarà ch'io parli, vano sarà ch'io prieghi.
Tamas sa il mio disegno: o fuor di queste porte,
O tolgami di pene la mia, non la sua morte.
Ogni ragion invano mi parla e mi consola;
O che al partir mi affretto, o che qui resto io sola.
MACHMUT:
(Ah col rigor si tenta di riparare invano...)
SCENA IX: Un SERVO e detti, poi OSMANO
SERVO:
Signor, da' lacci sciolto, brama vederti Osmano.
(a Machmut)
MACHMUT:
Venga, sentiam quel core s'è impietosito o altero
FATIMA:
(Ah che pavento, e tremo).
TAMAS:
(Ah che più ben non spero).
OSMANO:
Oh Machmut, oh amico, tenero al sen ti stringo.
Esser grato qual devo a te non mi lusingo.
L'opra so generosa del tuo sincero affetto:
Figlia, mia cara figlia, vien che ti stringa al petto.
Genero, Alì mio fido, sì, che tuo padre io sono.
Tamas, della tua colpa mi scordo, e ti perdono.
Vidi nel carcer tetro l'orror non della morte,
Che cento volte e cento la disprezzai da forte;
Ma l'onor mio perduto vidi in orrido aspetto,
E risarcir le macchie dell'onor mio prometto.
Sì, che mi aspetti il Trace più dell'usato altero,
Fin nella reggia istessa dell'ottomano impero.
Suderò della gloria per i smarriti allori,
Sarà di Machmut il prezzo dei sudori.
L'oro avrai che spendesti per me, tra ferri esangue;
A te devo la vita, a te dovuto è il sangue.
Vivo ai trionfi ancora, al mio destin perdono.
Pace vi rendo, amici, pace vi chiedo in dono.
MACHMUT:
Dalla bontà che mostri, anima illustre e grata,
Tutta la mia pietade è ben ricompensata.
Un solo don ti chiedo, e dal tuo cor l'aspetto:
Fatima tua rimetti nel tuo primiero affetto.
Lei collo sposo accogli, Osman, con liete ciglia;
Ma non negar ch'io possa Fatima dir mia figlia.
OSMANO:
Sì, figlia tua sia sempre per l'amorosa cura,
Ma Fatima d'Osmano figliuola è per natura.
Non ricusar che Fatima passi al tetto natio.
Alì vengavi seco, genero e figlio mio.
Vado a pugnar: se il fato tornar non mi concede,
Lo sposo della figlia sarà di me l'erede.
E l'amor tuo sì forte, ch'io lodo e benedico,
Faccia che in te, s'io manco, lor serbi un vero amico.
Prendi, s'è ver che li ami, di regolarli il pondo,
Ché più del sangue istesso val l'amicizia al mondo.
MACHMUT:
Fatima, or son contento.
Osman padre ti accoglie
Vattene collo sposo, vanne alle patrie soglie.
Sempre ti sarò padre, figlia discreta, umana.
Dimmi, vivrai tu in pace? sarai contenta, Ircana?
IRCANA:
Ah, mio signor, qual grazia! Suocero mio, qual dono!
Sposo, diletto sposo, sì, che contenta or sono.
Deh Fatima, perdona il mio geloso eccesso;
Perdona, Alì cortese, perdoni Osmano anch'esso.
Non mi vedrete un giorno turbar sdegnoso il ciglio;
Sarò obbediente al padre, sarò amorosa al figlio.
Dubbio non v'è ch'io senta voglia proterva insana:
Ecco che lieto han fine le avventure d'Ircana.
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