ISTORIE FIORENTINE, di Niccolo' Machiavelli - pagina 2
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I primi che di quelle parti settentrionali vennono contro allo Imperio, dopo i Cimbri, i quali furono da Mario cittadino romano vinti, furono i Visigoti; il quale nome non altrimenti nella loro lingua suona, che nella nostra Goti occidentali.
Questi, dopo alcune zuffe fatte a' confini dello Imperio, per concessione delli imperadori molto tempo tennono la loro sedia sopra il fiume del Danubio; e avvenga che, per varie cagioni e in varii tempi, molte volte le provincie romane assalissero, sempre nondimento furono dalla potenza delli imperadori raffrenati.
E l'ultimo che gloriosamente gli vinse fu Teodosio; talmente che, essendo ridutti alla ubbidienzia sua, non rifeciono sopra di loro alcuno re; ma, contenti allo stipendio concesso loro, sotto il governo e le insegne di quello vivevano e militavano.
Ma venuto a morte Teodosio e rimasi Arcadio e Onorio suoi figliuoli eredi dello Imperio, ma non della virtù e fortuna sua, si mutorono, con il principe, i tempi.
Erano da Teodosio preposti alle tre parti dello Imperio tre governatori: Ruffino alla orientale, alla occidentale Stillicone, e Gildone alla affricana; i quali tutti, dopo la morte del principe, pensorono, non di governare, ma come principi possederle.
Dei quali Gildone e Ruffino ne' primi loro principii furono oppressi; ma Stillicone, sapendo meglio celare lo animo suo, cercò di acquistarsi fede con i nuovi imperadori, e dall'altra parte turbare loro in modo lo stato, che gli fusse più facile di poi lo occuparlo.
E per fare loro nimici i Visigoti, gli consigliò non dessero più loro la consueta provisione.
Oltra di questo, non gli parendo che a turbare lo Imperio questi nimici bastassero, ordinò che i Burgundi, Franchi, Vandali e Alani, popoli medesimamente settentrionali, e già mossi per cercare nuove terre, assalissero le provincie romane.
Privati adunque i Visigoti delle provisioni loro, per essere meglio ordinati a vendicarsi della ingiuria, creorono Alarico loro re, e assalito lo Imperio, dopo molti accidenti guastorono la Italia, e presono e saccheggiorono Roma.
Dopo la quale vittoria morì Alarico, e successe a lui Ataulfo, il quale tolse per moglie Placidia, sirocchia delli Imperadori e per quel parentado convenne con loro di andare a soccorrere la Gallia e la Spagna, le quali provincie erano da' Vandali, Burgundioni, Alani e Franchi, mossi dalle sopra dette cagioni, assalite.
Di che ne seguì che i Vandali, i quali avevano occupata quella parte della Spagna detta Betica, sendo combattuti forte da i Visigoti, e non avendo rimedio, furono da Bonifazio, il quale per lo Imperio governava Affrica, chiamati che venissero ad occupare quella provincia; perché, sendosi ribellato, temeva che il suo errore non fusse dallo Imperadore ricognosciuto.
Presono i Vandali, per le cagioni dette, volentieri quella impresa, e sotto Genserico loro re, si insignorirono d'Affrica.
Era, in questo mezzo, successo allo Imperio Teodosio figliuolo di Arcadio, il quale, pensando poco alle cose di occidente, fece che queste populazioni pensorono di potere possedere le cose acquistate.
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E così i Vandali in Affrica, gli Alani e Visigoti in Ispagna signoreggiavano, e i Franchi e i Burgundi, non solamente presono la Gallia, ma quelle parti che da loro furono occupate furono da il nome loro nominate, donde l'una parte si chiamò Francia e l'altra Borgogna.
I felici successi di costoro destorono nuove populazioni alla destruzione dello Imperio; ed altri populi, detti Unni, occuporono Pannonia, provincia posta in sulla ripa di qua dal Danubio, la quale oggi, avendo preso il nome da questi Unni, si chiama Ungheria.
A questi disordini si aggiunse che, vedendosi lo imperadore assalire da tante parti, per avere meno nimici, cominciò ora con i Vandali, ora con i Franchi a fare accordi, le quali cose accrescevano la autorità e la potenzia dei barbari e quella dello Imperio diminuivano.
Né fu l'isola di Brettagna, la quale oggi si chiama Inghilterra, sicura da tanta rovina; perché, temendo i Brettoni di quelli popoli che avevano occupata la Francia, e non vedendo come lo imperadore potesse difenderli, chiamorono in loro aiuto gli Angli, popoli di Germania.
Presono gli Angli, sotto Vortigerio loro re, la impresa, e prima gli difesono, di poi gli cacciorono della isola, e vi rimasono loro ad abitare, e dal nome loro la chiamarono Anglia.
Ma gli abitatori di quella, sendo spogliati della patria loro, diventorono per la necessità feroci, e pensorono, ancora che non avessero potuto difendere il paese loro, di potere occupare quello d'altri.
Passorono pertanto, colle famiglie loro il mare, e occuporono quelli luoghi che più propinqui alla marina trovarono, e dal nome loro chiamorono quel paese Brettagna.
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Gli Unni, i quali di sopra dicemmo avere occupata Pannonia, accozzatisi con altri popoli, detti Zepidi, Eruli, Turingi e Ostrogoti (ché così si chiamano in quella lingua i Goti orientali), si mossono per cercare nuovi paesi; e non potendo entrare in Francia, che era dalle forze barbare difesa, ne vennono in Italia, sotto Attila loro re, il quale poco davanti, per essere solo nel regno, aveva morto Bleda suo fratello; per la qual cosa diventato potentissimo, Andarico re de' Zepidi e Velamir re degli Ostrogoti rimasono come suoi subietti.
Venuto adunque Attila in Italia, assediò Aquileia, dove stette, senza altro ostaculo, duoi anni; e nella obsidione di essa guastò tutto il paese allo intorno e disperse tutti gli abitatori di quello; il che, come nel suo luogo direno, dette principio alla città di Vinegia.
Dopo la presa e rovina di Aquileia e di molte altre città, si volse verso Roma, dalla rovina della quale si astenne per i preghi del pontefice, la cui reverenzia potette tanto in Attila, che si uscì di Italia e ritirossi in Austria, dove si morì.
Dopo la morte del quale, Velamir re degli Ostrogoti e gli altri capi delle altre nazioni presono le armi contro ad Errico e Uric suoi figliuoli, e l'uno ammazzorono, e l'altro constrinsono, con gli Unni, a ripassare il Danubio e ritornarsi nella patria loro; e gli Ostrogoti e i Zepidi si posono in Pannonia, e gli Eruli e i Turingi sopra la ripa di là dal Danubio si rimasono.
Partito Attila di Italia, Valentiniano, imperadore occidentale, pensò di instaurare quella; e per essere più commodo a difenderla da' barbari, abbandonò Roma e pose la sua sedia in Ravenna.
Queste avversità che aveva avute lo imperio occidentale erano state cagione che lo imperadore, il quale in Gonstantinopoli abitava, aveva concesso molte volte la possessione di quello ad altri, come cosa piena di pericoli e di spesa; e molte volte ancora, sanza sua permissione, i Romani, vedendosi abbandonati, per difendersi, creavano per loro medesimi uno imperadore, o alcuno, per sua autorità, si usurpava lo imperio: come avvenne in questi tempi, che fu occupato da Massimo romano, dopo la morte di Valentiniano; e costrinse Eudossa stata moglie di quello, a prenderlo per marito.
La quale, desiderosa di vendicare tale ingiuria, non potendo, nata di sangue imperiale, sopportare le nozze d'uno privato cittadino, confortò secretamente Genserico, re dei Vandali e signore di Affrica, a venire in Italia, mostrandogli la facilità e la utilità dello acquisto.
Il quale, allettato dalla preda, subito venne; e trovata abbandonata Roma, saccheggiò quella, dove stette quattordici giorni; prese ancora e saccheggiò più terre in Italia; e ripieno sé e lo esercito suo di preda, se ne tornò in Affrica.
I Romani, ritornati in Roma, sendo morto Massimo, creorono imperadore Avito romano.
Di poi, dopo molte cose seguite in Italia e fuori, e dopo la morte di più imperadori, pervenne lo imperio di Gostantinopoli a Zenone e quello di Roma a Oreste e Augustulo suo figliuolo, i quali per inganno occuporono lo imperio.
E mentre che disegnavano tenerlo per forza, gli Eruli e i Turingi, i quali io dissi essersi posti, dopo la morte di Attila, sopra la ripa di là dal Danubio, fatta lega insieme, sotto Odeacre loro capitano, vennono in Italia, e ne' luoghi lasciati vacui da quelli vi entrarono i Longobardi, popoli medesimamente settentrionali, condotti da Godoogo loro re, i quali furono, come nel suo luogo direno, l'ultima peste di Italia.
Venuto adunque Odeacre in Italia, vinse e ammazzò Oreste, propinquo a Pavia, e Augustulo si fuggì.
Dopo la quale vittoria, perché Roma variasse con la potenza il titolo si fece Odeacre, lasciando il nome dello imperio, chiamare re di Roma.
E fu il primo che, de' capi de' popoli che scorrevono allora il mondo, si posasse ad abitare in Italia; perché gli altri, o per timore di non la potere tenere, per essere potuta dallo imperadore orientale facilmente soccorrere, o per altra occulta cagione, la avevano spogliata, e di poi cerco altri paesi per fermare la sedia loro.
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Era pertanto, in questi tempi, lo imperio antico romano ridutto sotto questi principi: Zenone, regnando in Gonstantinopoli, comandava a tutto lo imperio orientale; gli Ostrogoti Mesia e Pannonia signoreggiavano; i Visigoti, Suevi e Alani la Guascogna tenevano e la Spagna; i Vandali l'Affrica, i Franchi e Burgundi la Francia, gli Eruli e i Turingi la Italia.
Era il regno degli Ostrogoti pervenuto a Teoderico nipote di Velamir, il quale, tenendo amicizia con Zenone imperadore orientale, gli scrisse come a' suoi Ostrogoti pareva cosa ingiusta, sendo superiori di virtù a tutti gli altri popoli, essere inferiori di imperio, e come egli era impossibile poterli tenere ristretti dentro a' termini di Pannonia, tale che, veggendo come gli era necessario lasciare loro pigliare l'armi e ire a cercare nuove terre, voleva prima farlo intendere a lui, acciò che potesse provedervi, concedendo loro qualche paese, dove con sua buona grazia potessero più onestamente e con loro maggiore comodità vivere.
Onde che Zenone, parte per paura, parte per il desiderio aveva di cacciare di Italia Odeacre, concesse a Teoderigo il venire contro a quello e pigliare la possessione di Italia.
Il quale subito partì di Pannonia, dove lasciò i Zepidi, popoli suoi amici; e venuto in Italia, ammazzò Odeacre e il figliuolo, e con l'esemplo di quello, prese il titulo di re di Italia; e pose la sua sedia in Ravenna, mosso da quelle cagioni che feciono già a Valentiniano imperadore abitarvi.
Fu Teoderigo uomo nella guerra e nella pace eccellentissimo, donde nell'una fu sempre vincitore, nell'altra benificò grandemente le città e i popoli suoi.
Divise costui gli Ostrogoti per le terre, con i capi loro, acciò che nella guerra gli comandassero e nella pace gli correggessero; accrebbe Ravenna, instaurò Roma, ed eccetto che la disciplina militare, rendé a' Romani ogni altro onore; contenne dentro ai termini loro, e sanza alcuno tumulto di guerra, ma solo con la sua autorità, tutti i re barbari occupatori dello Imperio; edificò terre e fortezze intra la punta del mare Adriatico e le Alpi, per impedire più facilmente il passo ai nuovi barbari che volessero assalire la Italia.
E se tante virtù non fussero state bruttate, nell'ultimo della sua vita, da alcune crudeltà causate da varii sospetti del regno suo come la morte di Simmaco e di Boezio, uomini santissimi, dimostrano, sarebbe al tutto la sua memoria degna da ogni parte di qualunque onore, perché, mediante la virtù e bontà sua, non solamente Roma e Italia, ma tutte le altre parti dello occidentale imperio, libere dalle continue battiture che per tanti anni, da tante inundazione di barbari avevano sopportate, si sollevorono, e in buono ordine e assai felice stato si ridussero.
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E veramente, se alcuni tempi furono mai miserabili, in Italia e in queste provincie corse dai barbari, furono quelli che da Arcadio e Onorio infino a lui erano corsi.
Perché, se si considererà di quanto danno sia cagione, ad una repubblica o ad uno regno, variare principe o governo, non per alcuna estrinseca forza, ma solamente per civile discordia (dove si vede come le poche variazioni ogni repubblica e ogni regno, ancora che potentissimo, rovinano), si potrà di poi facilmente immaginare quanto in quelli tempi patisse la Italia e le altre provincie romane; le quali, non solamente variorono il governo e il principe, ma le leggi, i costumi, il modo del vivere, la religione, la lingua, l'abito, i nomi.
Le quali cose ciascuna per sé, non che tutte insieme, farieno, pensandole, non che vedendole e sopportandole, ogni fermo e costante animo spaventare.
Da questo nacque la rovina, il nascimento e lo augumento di molte città.
Intra quelle che rovinorono fu Aquileia, Luni, Chiusi, Populonia, Fiesole e molte altre; intra quelle che di nuovo si edificorono furono Vinegia, Siena, Ferrara, l'Aquila e altre assai terre e castella che per brevità si omettono; quelle che di piccole divennero grandi furono Firenze, Genova, Pisa, Milano, Napoli e Bologna; alle quali tutte si aggiugne la rovina e il rifacimento di Roma, e molte che variamente furono disfatte e rifatte.
Intra queste rovine e questi nuovi popoli sursono nuove lingue, come apparisce nel parlare che in Francia, in Ispagna e in Italia si costuma, il quale mescolato con la lingua patria di quelli nuovi popoli e con la antica romana fanno un nuovo ordine di parlare.
Hanno, oltre di questo, variato il nome, non solamente le provincie, ma i laghi, i fiumi, i mari e gli uomini; perché la Francia, l'Italia e la Spagna sono ripiene di nomi nuovi e al tutto dagli antichi alieni; come si vede, lasciandone indrieto molti altri, che il Po, Garda, l'Arcipelago sono per nomi disformi agli antichi nominati: gli uomini ancora, di Cesari e Pompei, Pieri, Giovanni e Mattei diventorono.
Ma, intra tante variazioni, non fu di minore momento il variare della religione, perché, combattendo la consuetudine della antica fede con i miracoli della nuova, si generavono tumulti e discordie gravissime intra gli uomini; e se pure la cristiana religione fusse stata unita, ne sarebbe seguiti minori disordini; ma, combattendo la chiesa greca, la romana e la ravennate insieme, e di più le sette eretiche con le cattoliche, in molti modi contristavano il mondo.
Di che ne è testimone l'Affrica, la quale sopportò molti più affanni mediante la setta arriana, creduta dai Vandali, che per alcuna loro avarizia o naturale crudeltà.
Vivendo adunque gli uomini intra tante persecuzioni, portavano descritto negli occhi lo spavento dello animo loro, perché, oltre alli infiniti mali che sopportavano, mancava buona parte di loro di potere rifuggire allo aiuto di Dio, nel quale tutti i miseri sogliono sperare; perché, sendo la maggiore parte di loro incerti a quale Iddio dovessero ricorrere, mancando di ogni aiuto e d'ogni speranza, miseramente morivano.
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Meritò pertanto Teoderigo non mediocre lode, sendo stato il primo che facesse quietare tanti mali; talché, per trentotto anni che regnò in Italia, la ridusse in tanta grandezza, che le antiche battiture più in lei non si ricognoscevano.
Ma, venuto quello a morte, e rimaso nel regno Atalarico, nato di Amalasiunta sua figliuola, in poco tempo non sendo ancora la fortuna sfogata negli antichi suoi affanni si ritornò, perché Atalarico, poco di poi che l'avolo morì; e rimaso il regno alla madre, fu tradita da Teodato, il quale era stato da lei chiamato perché l'aiutasse governare il regno.
Costui, avendola morta e fatto sé re, e per questo sendo diventato odioso agli Ostrogoti, dette animo a Iustiniano imperadore di credere poterlo cacciare di Italia, e deputò Bellisario per capitano di quella impresa; il quale aveva già vinta l'Affrica, e cacciatine i Vandali, e riduttola sotto lo Imperio.
Occupò dunque Bellisario la Sicilia, e di quivi, passato in Italia, occupò Napoli e Roma.
I Goti, veduta questa rovina, ammazzorono Teodato loro re, come cagione di quella, ed elessono in suo luogo Vitigete, il quale, dopo alcune zuffe, fu da Bellisario assediato e preso in Ravenna.
E non avendo ancora al tutto conseguito la vittoria, fu Bellisario da Iustiniano revocato, e in suo luogo posto Giovanni e Vitale, disformi in tutto a quello di virtù e di costumi; di modo che i Goti ripresono animo e creorono loro re Ildovado, che era governatore in Verona.
Dopo costui, perché fu ammazzato, pervenne il regno a Totila, il quale ruppe le genti dello Imperadore, e recuperò la Toscana e Napoli e ridusse i suoi capitani quasi che allo ultimo di tutti gli stati che Bellisario avea recuperati.
Per la qual cosa parve a Iustiniano di rimandarlo in Italia.
Il quale, ritornato con poche forze, perdé più tosto la reputazione delle cose prima fatte da lui, che di nuovo ne riacquistasse; perché Totila trovandosi Bellisario con le genti ad Ostia, sopra gli occhi suoi espugnò Roma; e veggendo non potere né lasciare né tenere quella, in maggiore parte la disfece, e caccionne il popolo, e i senatori ne menò seco, e stimando poco Bellisario, ne andò con lo esercito in Calavria, a rincontrare gente che, di Grecia, in aiuto di Bellisario venivano.
Veggendo per tanto Bellisario abbandonata Roma, si volse ad una impresa onorevole, perché, entrato nelle romane rovine, con quanta più celerità potette, rifece a quella città le mura, e vi richiamò dentro gli abitatori.
Ma a questa sua lodevole impresa si oppose la fortuna, perché Iustiniano fu, in quel tempo, assalito da' Parti, e richiamò Bellisario; e quello, per ubbidire al suo signore, abbandonò la Italia; e rimase quella provincia a discrezione di Totila, il quale di nuovo prese Roma.
Ma non fu con quella crudeltà trattata che prima, perché, pregato da san Benedetto, il quale in quelli tempi aveva di santità grandissima opinione, si volse più tosto a rifarla.
Iustiniano intanto aveva fatto accordo con i Parti, e pensando di mandare nuova gente al soccorso di Italia, fu dagli Sclavi, nuovi popoli settentrionali, ritenuto, i quali avieno passato il Danubio e assalito la Illiria e la Tracia; in modo che Totila quasi tutta la occupò.
Ma, vinti che ebbe Iustiniano gli Sclavi, mandò in Italia con gli eserciti Narsete, eunuco, uomo in guerra eccellentissimo; il quale, arrivato in Italia ruppe e ammazzò Totila, e le reliquie che de' Goti dopo quella rotta rimasero si ridussero in Pavia, dove creorono Teia loro re.
Narsete dall'altra parte dopo la vittoria, prese Roma, e in ultimo si azzuffò con Teia, presso a Nocera, e quello ammazzò e ruppe.
Per la quale vittoria si spense al tutto il nome de' Goti in Italia, dove settanta anni, da Teoderigo loro re a Teia, avevono regnato.
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Ma, come prima fu libera l'Italia dai Goti, Iustiniano morì, e rimase suo successore Iustino suo figliuolo, il quale, per il consiglio di Sofia sua moglie, rivocò Narsete di Italia e gli mandò Longino suo successore.
Seguitò Longino l'ordine degli altri, di abitare in Ravenna; e oltre a questo dette alla Italia nuova forma, perché non costituì governatori di provincie, come avevano fatto i Goti, ma fece, in tutte le città e terre di qualche momento, capi i quali chiamò duchi.
Né in tale distribuzione onorò più Roma che le altre terre; perché, tolto via i consoli e il senato, i quali nomi insino a quel tempo vi si erano mantenuti, la ridusse sotto un duca, il quale ciascuno anno da Ravenna vi si mandava, e chiamavasi il ducato romano; e a quello che per lo imperadore stava a Ravenna e governava tutta Italia pose nome esarco.
Questa divisione fece più facile la rovina di Italia, e con più celerità dette occasione a' Longobardi di occuparla.
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Era Narsete sdegnato forte contro allo Imperadore, per essergli stato tolto il governo di quella provincia che con la sua virtù e con il suo sangue aveva acquistata, perché a Sofia non bastò ingiuriarlo rivocandolo, che la vi aggiunse ancora parole piene di vituperio, dicendo che lo voleva far tornare a filare con gli altri eunuchi, tanto che Narsete ripieno di sdegno, persuase ad Alboino re de' Longobardi, che allora regnava in Pannonia, di venire ad occupare la Italia.
Erano, come di sopra si mostrò entrati i Longobardi in quelli luoghi presso al Danubio, che erano dagli Eruli e Turingi stati abbandonati, quando da Odeacre loro re furono condotti in Italia; dove sendo stati alcuno tempo, e pervenuto il regno loro ad Alboino, uomo efferato e audace, passorono il Danubio e si azzufforono con Commundo re de' Zepidi, che teneva la Pannonia, e lo vinsono.
E trovandosi nella preda Rosmunda, figliuola di Commundo, la prese Alboino per moglie, e si insignorì di Pannonia; e mosso dalla sua efferata natura, fece del teschio di Commundo una tazza, con la quale in memoria di quella vittoria beeva.
Ma, chiamato in Italia da Narsete, con il quale nella guerra de' Goti aveva tenuto amicizia, lasciò la Pannonia agli Unni, i quali dopo la morte di Attila dicemmo essersi nella loro patria ritornati, e ne venne in Italia; e trovando quella in tante parti divisa, occupò in un tratto Pavia, Milano, Verona, Vicenza, tutta la Toscana, e la maggior parte di Flamminia, chiamata oggi Romagna.
Talché parendogli, per tanti e sì subiti acquisti, avere già la vittoria di Italia, celebrò in Verona uno convito; e per il molto bere diventato allegro, sendo il teschio di Commundo pieno di vino, lo fece presentare a Rosismunda regina, la quale allo incontro di lui mangiava, dicendo con voce alta, in modo che quella potette udire, che voleva che, in tanta allegrezza, la bevesse con suo padre.
La quale voce fu come una ferita nel petto di quella donna; e deliberata di vendicarsi, sappiendo che Elmelchilde, nobile lombardo giovine e feroce, amava una sua ancilla, trattò con quella che celatamente desse opera che Elmelchilde, in suo scambio, dormisse con lei.
Ed essendo Elmelchilde, secondo l'ordine di quella, venuto a trovarla in loco oscuro, credendosi essere con l'ancilla, iacé con Rosismunda.
La quale, dopo il fatto, se gli scoperse, e, mòstrogli come in suo arbitrio era o ammazzare Alboino e godersi sempre lei e il regno, o essere morto da quello come stupratore della sua moglie, consentì Almelchilde di ammazzare Alboino.
Ma, di poi che eglino ebbono morto quello, veggendo come non riusciva loro di occupare il regno, anzi dubitando di non essere morti da' Longobardi per lo amore che ad Alboino portavano, con tutto il tesoro regio se ne fuggirono a Ravenna, a Longino, il quale onorevolmente gli ricevette.
Era morto, in questi travagli, Iustino imperadore, e in suo luogo rifatto Tiberio, il quale, occupato nelle guerre de' Parti, non poteva alla Italia suvvenire; onde che a Longino parve il tempo commodo a potere diventare, mediante Rosismunda e il suo tesoro, re de' Longobardi e di tutta Italia; e conferì con lei questo suo disegno e le persuase ad ammazzare Elmelchilde e pigliare lui per marito.
Il che fu da quella accettato; e ordinò una coppa di vino avvelenato, la quale di sua mano porse ad Elmelchilde, che assetato usciva del bagno.
Il quale, come la ebbe beuta mezza, sentendosi commuovere le interiori, e accorgendosi di quello che era, sforzò Rosismunda a bere il resto; e così, in poche ore, l'uno e l'altro di loro morirono, e Longino si privò di speranza di diventare re.
I Longobardi intanto, ragunatisi in Pavia, la quale avevano fatta principale sedia del loro regno, feciono Clefi loro re; il quale riedificò Imola, stata rovinata da Narsete, occupò Rimino e, infino a Roma, quasi ogni luogo; ma nel corso delle sue vittorie morì.
Questo Clefi fu in modo crudele, non solo contro agli esterni, ma ancora contro ai suoi Longobardi, che quegli, sbigottiti della potestà regia, non vollono rifare più re; ma feciono intra loro trenta duchi, che governassero gli altri.
Il quale consiglio fu cagione che i Longobardi non occupassero mai tutta Italia, e che il regno loro non passasse Benevento, e che Roma, Ravenna, Cremona, Mantova, Padova, Monselice, Parma, Bologna, Faenza, Furlì, Cesena, parte si difendessero un tempo, parte non fussero mai da loro occupate.
Perché non avere re li fece meno pronti alla guerra; e poi che rifeciono quello, diventorono, per essere stati liberi un tempo, meno ubbidienti e più atti alle discordie infra loro, la qual cosa, prima ritardò la loro vittoria, di poi, in ultimo, gli cacciò di Italia.
Stando adunque i Longobardi in questi termini, i Romani e Longino ferno accordo con loro, che ciascuno posasse l'armi e godesse quello che possedeva.
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In questi tempi cominciorono pontefici a venire in maggiore autorità che non erano stati per lo adietro; perché i primi dopo san Piero, per la santità della vita e pe
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