ISTORIE FIORENTINE, di Niccolo' Machiavelli - pagina 3
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Le quali cose ciascuna per sé, non che tutte insieme, farieno, pensandole, non che vedendole e sopportandole, ogni fermo e costante animo spaventare.
Da questo nacque la rovina, il nascimento e lo augumento di molte città.
Intra quelle che rovinorono fu Aquileia, Luni, Chiusi, Populonia, Fiesole e molte altre; intra quelle che di nuovo si edificorono furono Vinegia, Siena, Ferrara, l'Aquila e altre assai terre e castella che per brevità si omettono; quelle che di piccole divennero grandi furono Firenze, Genova, Pisa, Milano, Napoli e Bologna; alle quali tutte si aggiugne la rovina e il rifacimento di Roma, e molte che variamente furono disfatte e rifatte.
Intra queste rovine e questi nuovi popoli sursono nuove lingue, come apparisce nel parlare che in Francia, in Ispagna e in Italia si costuma, il quale mescolato con la lingua patria di quelli nuovi popoli e con la antica romana fanno un nuovo ordine di parlare.
Hanno, oltre di questo, variato il nome, non solamente le provincie, ma i laghi, i fiumi, i mari e gli uomini; perché la Francia, l'Italia e la Spagna sono ripiene di nomi nuovi e al tutto dagli antichi alieni; come si vede, lasciandone indrieto molti altri, che il Po, Garda, l'Arcipelago sono per nomi disformi agli antichi nominati: gli uomini ancora, di Cesari e Pompei, Pieri, Giovanni e Mattei diventorono.
Ma, intra tante variazioni, non fu di minore momento il variare della religione, perché, combattendo la consuetudine della antica fede con i miracoli della nuova, si generavono tumulti e discordie gravissime intra gli uomini; e se pure la cristiana religione fusse stata unita, ne sarebbe seguiti minori disordini; ma, combattendo la chiesa greca, la romana e la ravennate insieme, e di più le sette eretiche con le cattoliche, in molti modi contristavano il mondo.
Di che ne è testimone l'Affrica, la quale sopportò molti più affanni mediante la setta arriana, creduta dai Vandali, che per alcuna loro avarizia o naturale crudeltà.
Vivendo adunque gli uomini intra tante persecuzioni, portavano descritto negli occhi lo spavento dello animo loro, perché, oltre alli infiniti mali che sopportavano, mancava buona parte di loro di potere rifuggire allo aiuto di Dio, nel quale tutti i miseri sogliono sperare; perché, sendo la maggiore parte di loro incerti a quale Iddio dovessero ricorrere, mancando di ogni aiuto e d'ogni speranza, miseramente morivano.
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Meritò pertanto Teoderigo non mediocre lode, sendo stato il primo che facesse quietare tanti mali; talché, per trentotto anni che regnò in Italia, la ridusse in tanta grandezza, che le antiche battiture più in lei non si ricognoscevano.
Ma, venuto quello a morte, e rimaso nel regno Atalarico, nato di Amalasiunta sua figliuola, in poco tempo non sendo ancora la fortuna sfogata negli antichi suoi affanni si ritornò, perché Atalarico, poco di poi che l'avolo morì; e rimaso il regno alla madre, fu tradita da Teodato, il quale era stato da lei chiamato perché l'aiutasse governare il regno.
Costui, avendola morta e fatto sé re, e per questo sendo diventato odioso agli Ostrogoti, dette animo a Iustiniano imperadore di credere poterlo cacciare di Italia, e deputò Bellisario per capitano di quella impresa; il quale aveva già vinta l'Affrica, e cacciatine i Vandali, e riduttola sotto lo Imperio.
Occupò dunque Bellisario la Sicilia, e di quivi, passato in Italia, occupò Napoli e Roma.
I Goti, veduta questa rovina, ammazzorono Teodato loro re, come cagione di quella, ed elessono in suo luogo Vitigete, il quale, dopo alcune zuffe, fu da Bellisario assediato e preso in Ravenna.
E non avendo ancora al tutto conseguito la vittoria, fu Bellisario da Iustiniano revocato, e in suo luogo posto Giovanni e Vitale, disformi in tutto a quello di virtù e di costumi; di modo che i Goti ripresono animo e creorono loro re Ildovado, che era governatore in Verona.
Dopo costui, perché fu ammazzato, pervenne il regno a Totila, il quale ruppe le genti dello Imperadore, e recuperò la Toscana e Napoli e ridusse i suoi capitani quasi che allo ultimo di tutti gli stati che Bellisario avea recuperati.
Per la qual cosa parve a Iustiniano di rimandarlo in Italia.
Il quale, ritornato con poche forze, perdé più tosto la reputazione delle cose prima fatte da lui, che di nuovo ne riacquistasse; perché Totila trovandosi Bellisario con le genti ad Ostia, sopra gli occhi suoi espugnò Roma; e veggendo non potere né lasciare né tenere quella, in maggiore parte la disfece, e caccionne il popolo, e i senatori ne menò seco, e stimando poco Bellisario, ne andò con lo esercito in Calavria, a rincontrare gente che, di Grecia, in aiuto di Bellisario venivano.
Veggendo per tanto Bellisario abbandonata Roma, si volse ad una impresa onorevole, perché, entrato nelle romane rovine, con quanta più celerità potette, rifece a quella città le mura, e vi richiamò dentro gli abitatori.
Ma a questa sua lodevole impresa si oppose la fortuna, perché Iustiniano fu, in quel tempo, assalito da' Parti, e richiamò Bellisario; e quello, per ubbidire al suo signore, abbandonò la Italia; e rimase quella provincia a discrezione di Totila, il quale di nuovo prese Roma.
Ma non fu con quella crudeltà trattata che prima, perché, pregato da san Benedetto, il quale in quelli tempi aveva di santità grandissima opinione, si volse più tosto a rifarla.
Iustiniano intanto aveva fatto accordo con i Parti, e pensando di mandare nuova gente al soccorso di Italia, fu dagli Sclavi, nuovi popoli settentrionali, ritenuto, i quali avieno passato il Danubio e assalito la Illiria e la Tracia; in modo che Totila quasi tutta la occupò.
Ma, vinti che ebbe Iustiniano gli Sclavi, mandò in Italia con gli eserciti Narsete, eunuco, uomo in guerra eccellentissimo; il quale, arrivato in Italia ruppe e ammazzò Totila, e le reliquie che de' Goti dopo quella rotta rimasero si ridussero in Pavia, dove creorono Teia loro re.
Narsete dall'altra parte dopo la vittoria, prese Roma, e in ultimo si azzuffò con Teia, presso a Nocera, e quello ammazzò e ruppe.
Per la quale vittoria si spense al tutto il nome de' Goti in Italia, dove settanta anni, da Teoderigo loro re a Teia, avevono regnato.
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Ma, come prima fu libera l'Italia dai Goti, Iustiniano morì, e rimase suo successore Iustino suo figliuolo, il quale, per il consiglio di Sofia sua moglie, rivocò Narsete di Italia e gli mandò Longino suo successore.
Seguitò Longino l'ordine degli altri, di abitare in Ravenna; e oltre a questo dette alla Italia nuova forma, perché non costituì governatori di provincie, come avevano fatto i Goti, ma fece, in tutte le città e terre di qualche momento, capi i quali chiamò duchi.
Né in tale distribuzione onorò più Roma che le altre terre; perché, tolto via i consoli e il senato, i quali nomi insino a quel tempo vi si erano mantenuti, la ridusse sotto un duca, il quale ciascuno anno da Ravenna vi si mandava, e chiamavasi il ducato romano; e a quello che per lo imperadore stava a Ravenna e governava tutta Italia pose nome esarco.
Questa divisione fece più facile la rovina di Italia, e con più celerità dette occasione a' Longobardi di occuparla.
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Era Narsete sdegnato forte contro allo Imperadore, per essergli stato tolto il governo di quella provincia che con la sua virtù e con il suo sangue aveva acquistata, perché a Sofia non bastò ingiuriarlo rivocandolo, che la vi aggiunse ancora parole piene di vituperio, dicendo che lo voleva far tornare a filare con gli altri eunuchi, tanto che Narsete ripieno di sdegno, persuase ad Alboino re de' Longobardi, che allora regnava in Pannonia, di venire ad occupare la Italia.
Erano, come di sopra si mostrò entrati i Longobardi in quelli luoghi presso al Danubio, che erano dagli Eruli e Turingi stati abbandonati, quando da Odeacre loro re furono condotti in Italia; dove sendo stati alcuno tempo, e pervenuto il regno loro ad Alboino, uomo efferato e audace, passorono il Danubio e si azzufforono con Commundo re de' Zepidi, che teneva la Pannonia, e lo vinsono.
E trovandosi nella preda Rosmunda, figliuola di Commundo, la prese Alboino per moglie, e si insignorì di Pannonia; e mosso dalla sua efferata natura, fece del teschio di Commundo una tazza, con la quale in memoria di quella vittoria beeva.
Ma, chiamato in Italia da Narsete, con il quale nella guerra de' Goti aveva tenuto amicizia, lasciò la Pannonia agli Unni, i quali dopo la morte di Attila dicemmo essersi nella loro patria ritornati, e ne venne in Italia; e trovando quella in tante parti divisa, occupò in un tratto Pavia, Milano, Verona, Vicenza, tutta la Toscana, e la maggior parte di Flamminia, chiamata oggi Romagna.
Talché parendogli, per tanti e sì subiti acquisti, avere già la vittoria di Italia, celebrò in Verona uno convito; e per il molto bere diventato allegro, sendo il teschio di Commundo pieno di vino, lo fece presentare a Rosismunda regina, la quale allo incontro di lui mangiava, dicendo con voce alta, in modo che quella potette udire, che voleva che, in tanta allegrezza, la bevesse con suo padre.
La quale voce fu come una ferita nel petto di quella donna; e deliberata di vendicarsi, sappiendo che Elmelchilde, nobile lombardo giovine e feroce, amava una sua ancilla, trattò con quella che celatamente desse opera che Elmelchilde, in suo scambio, dormisse con lei.
Ed essendo Elmelchilde, secondo l'ordine di quella, venuto a trovarla in loco oscuro, credendosi essere con l'ancilla, iacé con Rosismunda.
La quale, dopo il fatto, se gli scoperse, e, mòstrogli come in suo arbitrio era o ammazzare Alboino e godersi sempre lei e il regno, o essere morto da quello come stupratore della sua moglie, consentì Almelchilde di ammazzare Alboino.
Ma, di poi che eglino ebbono morto quello, veggendo come non riusciva loro di occupare il regno, anzi dubitando di non essere morti da' Longobardi per lo amore che ad Alboino portavano, con tutto il tesoro regio se ne fuggirono a Ravenna, a Longino, il quale onorevolmente gli ricevette.
Era morto, in questi travagli, Iustino imperadore, e in suo luogo rifatto Tiberio, il quale, occupato nelle guerre de' Parti, non poteva alla Italia suvvenire; onde che a Longino parve il tempo commodo a potere diventare, mediante Rosismunda e il suo tesoro, re de' Longobardi e di tutta Italia; e conferì con lei questo suo disegno e le persuase ad ammazzare Elmelchilde e pigliare lui per marito.
Il che fu da quella accettato; e ordinò una coppa di vino avvelenato, la quale di sua mano porse ad Elmelchilde, che assetato usciva del bagno.
Il quale, come la ebbe beuta mezza, sentendosi commuovere le interiori, e accorgendosi di quello che era, sforzò Rosismunda a bere il resto; e così, in poche ore, l'uno e l'altro di loro morirono, e Longino si privò di speranza di diventare re.
I Longobardi intanto, ragunatisi in Pavia, la quale avevano fatta principale sedia del loro regno, feciono Clefi loro re; il quale riedificò Imola, stata rovinata da Narsete, occupò Rimino e, infino a Roma, quasi ogni luogo; ma nel corso delle sue vittorie morì.
Questo Clefi fu in modo crudele, non solo contro agli esterni, ma ancora contro ai suoi Longobardi, che quegli, sbigottiti della potestà regia, non vollono rifare più re; ma feciono intra loro trenta duchi, che governassero gli altri.
Il quale consiglio fu cagione che i Longobardi non occupassero mai tutta Italia, e che il regno loro non passasse Benevento, e che Roma, Ravenna, Cremona, Mantova, Padova, Monselice, Parma, Bologna, Faenza, Furlì, Cesena, parte si difendessero un tempo, parte non fussero mai da loro occupate.
Perché non avere re li fece meno pronti alla guerra; e poi che rifeciono quello, diventorono, per essere stati liberi un tempo, meno ubbidienti e più atti alle discordie infra loro, la qual cosa, prima ritardò la loro vittoria, di poi, in ultimo, gli cacciò di Italia.
Stando adunque i Longobardi in questi termini, i Romani e Longino ferno accordo con loro, che ciascuno posasse l'armi e godesse quello che possedeva.
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In questi tempi cominciorono pontefici a venire in maggiore autorità che non erano stati per lo adietro; perché i primi dopo san Piero, per la santità della vita e per i miracoli, erano dagli uomini reveriti; gli esempli de' quali ampliorono in modo la religione cristiana, che i principi furono necessitati, per levare via tanta confusione che era nel mondo, ubbidire a quella.
Sendo adunque lo imperadore diventato cristiano, e partitosi di Roma e gitone in Gonstantinopoli, ne seguì, come nel principio dicemmo, che lo imperio romano rovinò più presto e la chiesa romana più presto crebbe.
Nondimeno, infino alla venuta de' Longobardi, sendo la Italia sottoposta tutta o agli imperatori o ai re, non presono mai i pontefici, in quelli tempi, altra autorità che quella che dava loro la reverenza de' loro costumi e della loro dottrina: nelle altre cose o agli imperadori o ai re ubbidivano, e qualche volta da quelli furono morti, e come loro ministri nelle azioni loro operati.
Ma quello che gli fece diventare di maggiore momento nelle cose di Italia fu Teoderigo re de' Goti, quando pose la sua sedia in Ravenna; perché, rimasa Roma sanza principe, i Romani avevono cagione, per loro refugio, di prestare più ubbidienza al papa: nondimeno per questo la loro autorità non crebbe molto; solo ottenne di essere la chiesa di Roma preposta a quella di Ravenna.
Ma, venuti i Lombardi, e ridutta Italia in più parti, dettono cagione al papa di farsi più vivo; perché, sendo quasi che capo in Roma, lo imperadore di Gonstantinopoli e i Lombardi gli avevono rispetto, talmente che i Romani, mediante il papa, non come subietti, ma come compagni con i Longobardi e con Longino si collegarono.
E così, seguitando i papi ora di essere amici de' Lombardi, ora de' Greci, la loro dignità accrescevano.
Ma, seguita di poi la rovina dello imperio orientale (la quale seguì in questi tempi, sotto Eracleo imperadore; perché i popoli Sclavi, de' quali facemmo di sopra menzione, assaltorono di nuovo la Illiria, e quella, occupata, chiamorono dal nome loro Schiavonia; e l'altre parti di quello imperio furono prima assaltate da' Persi, di poi dai Saracini, i quali sotto Maumetto uscirno d'Arabia, e in ultimo da' Turchi, e toltogli la Soria, l'Affrica e lo Egitto), non restava al papa, per la impotenza di quello imperio, più commodità di potere rifuggire a quello nelle sue oppressioni; e dall'altro canto, crescendo le forze de' Longobardi, pensò che gli bisognava cercare nuovi favori, e ricorse in Francia a quelli re.
Di modo che tutte le guerre che, dopo a questi tempi, furono da' barbari fatte in Italia furono in maggior parte dai pontefici causate; e tutti i barbari che quella inundorono furono il più delle volte da quegli chiamati.
Il quale modo di procedere dura ancora in questi nostri tempi; il che ha tenuto e tiene la Italia disunita e inferma.
Per tanto, nel descrivere le cose seguite da questi tempi ai nostri, non si dimosterrà più la rovina dello Imperio, che è tutto in terra, ma lo augumento de' pontefici e di quegli altri principati che di poi la Italia, infino alla venuta di Carlo VIII, governorono.
E vedrassi come i papi, prima con le censure, di poi con quelle e con le armi insieme, mescolate con le indulgenzie, erano terribili e venerandi; e come, per avere usato male l'uno e l'altro, l'uno hanno al tutto perduto, dell'altro stanno a discrezione d'altri.
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Ma, ritornando all'ordine nostro, dico come al papato era pervenuto Gregorio III e al regno de' Longobardi Aistulfo, il quale, contro agli accordi fatti, occupò Ravenna e mosse guerra al Papa.
Per la qual cosa Gregorio, per le cagioni sopra scritte, non confidando più nello imperadore di Gonstantinopoli per essere debole, né volendo credere alla fede de' Lombardi, che la avieno molte volte rotta, ricorse in Francia, a Pipino II, il quale, di signore di Austrasia e Brabante, era diventato re di Francia, non tanto per la virtù sua, quanto per quella di Carlo Martello suo padre e di Pipino suo avolo.
Perché Carlo Martello, sendo governatore di quello regno, dette quella memorabile rotta a' Saraceni presso a Torsi, in sul fiume dell'Era, dove furono morti più che dugento milia di loro; donde Pipino suo figliuolo, per la reputazione del padre e virtù sua, diventò poi re di quel regno.
Al quale papa Gregorio, come è detto, mandò per aiuti contro a' Longobardi: a cui Pipino promesse mandargli; ma che desiderava prima vederlo e alla presenza onorarlo.
Per tanto Gregorio ne andò in Francia, e passò per le terre de' Lombardi suoi nimici, sanza che lo impedissero: tanta era la reverenzia che si aveva alla religione.
Andato adunque Gregorio in Francia, fu da quel Re onorato e rimandato con i suoi eserciti in Italia; i quali assediarono i Longobardi in Pavia.
Onde che Aistulfo, constretto da necessità, si accordò con i Franciosi, e quelli feciono lo accordo per i prieghi del Papa, il quale non volse la morte del suo nimico, ma che si convertisse e vivesse: nel quale accordo Aistulfo promisse rendere alla Chiesa tutte le terre che le aveva occupate.
Ma, ritornate le genti di Pipino in Francia, Aistulfo non osservò lo accordo, e il Papa di nuovo ricorse a Pipino; il quale di nuovo mandò in Italia, vinse i Longobardi e prese Ravenna; e contro alla voglia dello imperadore greco, la dette al Papa con tutte quelle altre terre che erano sotto il suo esarcato, e vi aggiunse il paese di Urbino e la Marca.
Ma Aistulfo, nel consegnare queste terre, morì, e Desiderio lombardo, che era duca di Toscana, prese le armi per occupare il regno, e domandò aiuto al Papa, promettendogli la amicizia sua; e quello gliene concesse, tanto che gli altri principi cederono.
E Desiderio osservò nel principio la fede, e seguì di consegnare le terre al Pontefice, secondo le convenzioni fatte con Pipino: né venne più esarco da Gostantinopoli in Ravenna; ma si governava secondo la voglia del pontefice.
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Morì di poi Pipino, e successe nel regno Carlo suo figliuolo, il quale fu quello che per la grandezza delle cose fatte da lui, fu nominato Magno.
Al papato intanto era successo Teodoro I.
Costui venne in discordia con Desiderio e fu assediato in Roma da lui; talché il Papa ricorse per aiuti a Carlo, il quale, superate le Alpi, assediò Desiderio in Pavia, e prese lui e i figliuoli, e li mandò prigioni in Francia; e ne andò a vicitare il Papa a Roma, dove giudicò che il papa, vicario di Dio, non potesse essere dagli uomini giudicato; e il Papa e il popolo romano lo feciono imperadore.
E così Roma ricominciò ad avere lo imperadore in occidente; e dove il papa soleva essere raffermo dagli imperadori, cominciò lo imperadore, nella elezione, ad avere bisogno del papa, e veniva lo Imperio a perdere i gradi suoi, e la Chiesa ad acquistargli; e per questi mezzi sempre sopra i principi temporali cresceva la sua autorità.
Erano stati i Longobardi dugentotrentadue anni in Italia, e di già non ritenevano di forestieri altro che il nome: e volendo Carlo riordinare la Italia, il che fu al tempo di papa Leone III, fu contento abitassero in quegli luoghi dove si erano nutriti, e si chiamasse quella provincia, dal nome loro, Lombardia.
E perché quelli avessero il nome romano in reverenzia, volle che tutta quella parte di Italia a loro propinqua, che era sottoposta allo esarcato di Ravenna si chiamasse Romagna.
E oltre a questo creò Pipino suo figliuolo re di Italia; la iurisdizione del quale si estendeva infino a Benevento; e tutto il resto possedeva lo imperadore greco, con il quale Carlo aveva fatto accordo.
Pervenne in questi tempi al pontificato Pascale I, e i parrocchiani delle chiese di Roma, per essere più propinqui al papa e trovarsi alla elezione di quello, per ornare la loro potestà con uno splendido titolo, si cominciorono a chiamare cardinali; e si arrogorono tanta reputazione, massime poi che gli esclusono il popolo romano dallo eleggere il pontefice, che rade volte la elezione di quello usciva del numero loro; onde, morto Pascale, fu creato Eugenio II, del titulo di santa Sabina.
E la Italia, poi che la fu in mano de' Franciosi, mutò in parte forma e ordine, per avere preso il papa nel temporale più autorità, e avendo quegli condotto in essa il nome de' conti e de' marchesi, come prima da Longino, esarco di Ravenna, vi erano stati posti i nomi de' duchi.
Pervenne dopo alcuno pontefice, al papato Osporco romano, il quale, per la bruttura del nome, si fece chiamare Sergio; il che dette principio alla mutazione de' nomi, che fanno nelle loro elezioni i pontefici.
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Era intanto morto Carlo imperadore, al quale successe Lodovico suo figliuolo; dopo la morte del quale nacquero intra i suoi figliuoli tante differenzie che, al tempo de' nipoti suoi, fu tolto alla casa di Francia lo imperio, e ridutto nella Magna; e chiamossi il primo imperadore tedesco Ainulfo.
Né solamente la famiglia de' Carli, per le sue discordie, perdé lo imperio, ma ancora il regno di Italia; perché i Lombardi ripresono le forze, e offendevono il papa e i Romani; tanto che il pontefice, non vedendo a chi si rifuggire, creò, per necessità, re di Italia Berengario, duca nel Friuoli.
Questi accidenti dettono animo agli Unni, che si trovavano in Pannonia, di assaltare la Italia; e venuti alle mani con Berengario, furono forzati tornarsi in Pannonia, o vero in Ungheria, ché così quella provincia, da loro, si nominava.
Romano era in questi tempi imperadore in Grecia, il quale aveva tolto lo imperio a Gostantino, sendo prefetto della sua armata.
E perché se gli era in tale novitate, ribellata la Puglia e la Calavria, che allo imperio suo, come di sopra dicemmo, ubbidivano, sdegnato per tale rebellione, permesse a' Saraceni che passassero in que' luoghi; i quali, venuti, e prese quelle provincie, tentorono di espugnare Roma.
Ma i Romani, perché Berengario era occupato in defendersi dagli Unni, feciono loro capitano Alberigo duca di Toscana, e mediante la virtù di quello, salvorono Roma da' Saraceni.
I quali, partiti da quello assedio, feciono una rocca sopra il monte Galgano, e di quivi signoreggiavano la Puglia e la Calavria, e il resto di Italia battevono.
E così veniva la Italia, in questi tempi, ad essere maravigliosamente afflitta, sendo combattuta di verso l'Alpi dagli Unni e di verso Napoli da' Saraceni.
Stette la Italia in questi travagli molti anni, e sotto tre Berengari, che successono l'uno all'altro; nel qual tempo il papa e la Chiesa era ad ogni ora perturbata, non avendo dove ricorrere, per la disunione de' principi occidentali e per la impotenzia degli orientali.
La città di Genova e tutte le sue riviere furono, in questi tempi, da' Saraceni disfatte, donde ne nacque la grandezza della città di Pisa, nella quale assai popoli, cacciati della patria sua, ricorsono.
Le quali cose seguirono negli anni della cristiana religione 931.
Ma, fatto imperadore Ottone, figliuolo di Errico e di Mattelda, duca di Sassonia, uomo prudente e di grande reputazione, Agabito papa si volse a pregarlo venisse in Italia, a trarla di sotto alla tirannide de' Berengari.
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Erano gli stati di Italia, in questi tempi, così ordinati: la Lombardia era sotto a Berengario III e Alberto suo figliuolo; la Toscana e la Romagna per uno ministro dello imperadore occidentale era governata; la Puglia e la Calavria parte allo imperadore greco parte a' Saraceni ubbidiva; in Roma si creavano ciascuno anno duoi consoli della nobilità, i quali secondo lo antico costume la governavano; aggiugnevasi a questo uno prefetto, che rendeva ragione al popolo; avevano un consiglio di dodici uomini, i quali distribuivano i rettori, ciascuno anno, per le terre a loro sottoposte.
Il papa aveva, in Roma e in tutta Italia, più o meno autorità, secondo che erano i favori delli imperadori, o di quelli che erano più potenti in essa.
Ottone imperadore, adunque, venne in Italia e tolse il regno a' Berengari, che avevono regnato in quella cinquantacinque anni, e restituì le sue dignità al pontefice.
Ebbe costui uno figliuolo e uno nipote, chiamati ancora loro Ottone, i quali, l'uno apresso l'altro, successono dopo di lui allo Imperio.
E al tempo di Ottone III, papa Gregorio V fu cacciato dai Romani; donde che Ottone venne in Italia e rimisselo in Roma; e il Papa, per vendicarsi con i Romani, tolse a quelli la autorità di creare lo imperadore, e la dette a sei principi della Magna: tre vescovi, Magonza, Treveri e Colonia; e tre principi, Brandiborgo, Palatino e Sassonia: il che seguì nel 1002.
Dopo la morte di Ottone III, fu dagli Elettori creato imperadore Errico, duca di Baviera, il quale, dopo dodici anni, fu da Stefano VIII incoronato.
Erano Errico e Simeonda sua moglie di santissima vita; il che si vede per molti templi dotati e edificati da loro, intra i quali fu il tempio di San Miniato, propinquo alla città di Firenze.
Morì Errico nel 1024; al quale successe Currado di Svevia, a cui, di poi, Errico II.
Costui venne a Roma; e perché egli era scisma nella Chiesa, di tre papi, gli disfece tutti, e fece eleggere Chimenti II, dal quale fu coronato imperadore.
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Era allora governata Italia parte dai popoli, parte dai principi, parte dai mandati dallo imperadore, de' quali il maggiore, e a cui gli altri riferivano si chiamava Cancellario.
Intra i principi il più potente era Gottifredi e la contessa Mattelda sua donna, la quale era nata di Beatrice, sirocchia di Errico II.
Costei e il marito possedevano Lucca, Parma, Reggio e Mantova, con tutto quello che oggi si chiama il Patrimonio.
A' pontefici faceva allora assai guerra l'ambizione del popolo romano, il quale, in prima, si era servito della autorità di quelli per liberarsi dagli imperadori; di poi che gli ebbe preso il dominio della città, e riformata quella secondo che a lui parve, subito diventò nimico a' pontefici; e molte più ingiurie riceverno quegli da quel popolo, che da alcuno altro principe cristiano.
E ne' tempi che i papi facevono tremare con le censure tutto il Ponente, avevono il popolo romano ribelle, né qualunque di essi aveva altro intento che torre la reputazione e la autorità l'uno all'altro.
Venuto, adunque, al pontificato Niccolao II, come Gregorio V tolse ai Romani il potere creare lo imperadore, così Niccolao gli privò di concorrere alla creazione del papa, e volle che, solo la elezione di quello appartenessi ai cardinali.
Né fu contento a questo, ché convenuto con quelli principi che governavano la Calavria e la Puglia, per le cagioni che poco di poi direno, costrinse tutti gli ufficiali mandati dai Romani per la loro iurisdizione a rendere ubidienzia al papa, e alcuni ne privò del loro ufizio.
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Fu, dopo la morte di Niccolao, scisma nella Chiesa, perché il clero di Lombardia non volle prestare ubbidienza ad Alessandro II, eletto a Roma, e creò Cadolo da Parma antipapa.
Errico che aveva in odio la potenzia de' pontefici, fece intendere a papa Alessandro che renunziasse al pontificato, e ai cardinali che andassero nella Magna a creare uno nuovo pontefice.
Onde che fu il primo principe che cominciasse a sentire di quale importanza fussero le spirituali ferite, perché il Papa fece uno concilio a Roma, e privò Errico dello Imperio e del regno.
E alcuni popoli italiani seguirono il Papa, e alcuni Errico; il che fu seme degli umori guelfi e ghibellini, acciò che la Italia, mancate le inundazioni barbare, fusse dalle guerre intestine lacerata.
Errico adunque, sendo scomunicato, fu costretto da' suoi popoli a venire in Italia e, scalzo, inginocchiarsi al Papa e domandargli perdono: il che seguì l'anno 1080.
Nacque nondimeno poco di poi, nuova discordia intra il Papa ed Errico; onde che il Papa di nuovo lo scomunicò, e lo Imperadore mandò il suo figliuolo, chiamato ancora Errico, con esercito, a Roma, e con lo aiuto de' Romani, che avevano in odio il Papa, lo assediò nella fortezza; onde che Ruberto Guiscardo venne di Puglia a soccorrerlo, ed Errico non lo aspettò, ma se ne tornò nella Magna.
Solo i Romani stettono nella loro ostinazione, tale che Roma ne fu di nuovo da Ruberto saccheggiata e riposta nelle antiche rovine, dove da più pontefici era innanzi stata instaurata.
E perché da questo Ruberto nacque l'ordine del regno di Napoli, non mi pare superfluo narrare particularmente le azioni e nazione di quello.
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Poi che venne disunione intra li eredi di Carlo Magno, come di sopra abbiamo dimostro, si dette occasione a nuovi popoli settentrionali, detti Normandi, di venire ad assalire la Francia e occuporono quel paese il quale oggi da loro, è detto Normandìa.
Di questi popoli una parte ne venne in Italia ne' tempi che quella provincia da' Berengarii, da' Saraceni e dagli Unni era infestata, e occuporono alcune terre in Romagna, dove, intra quelle guerre, virtuosamente si mantennono.
Di Tancredi, uno di questi principi normandi, nacquono più figliuoli, intra i quali fu Guglielmo, nominato Ferabac, e Ruberto, detto Guiscardo.
Era pervenuto il principato a Guglielmo, e i tumulti di Italia in qualche parte erano cessati; nondimeno i Saraceni tenevono la Sicilia e ogni dì scorrevono i liti di Italia; per la qual cosa Guglielmo convenne con il principe di Capua e di Salerno e con Melorco greco, che per lo imperadore di Grecia governava la Puglia e la Calavria, di assaltare la Sicilia, e, seguendone la vittoria, si accordorono che qualunche di loro della preda e dello stato dovesse per la quarta parte participare.
Fu la impresa felice; e cacciati i Saraceni, occuporono la Sicilia.
Dopo la quale vittoria, Melorco fece venire secretamente gente di Grecia, e prese la possessione dell'isola per lo imperadore, e solamente divise la preda.
Di che Guglielmo fu male contento; ma si riserbò a tempo più commodo a dimostrarlo; e si partì di Sicilia insieme con i principi di Salerno e di Capua.
I quali come furono partiti da lui per tornarsene a casa, Guglielmo non ritornò in Romagna, ma si volse con le sue genti verso Puglia, e subito occupò Melfi, e quindi, in breve tempo, contro alle forze dello imperadore greco, si insignorì quasi che di tutta Puglia e di Calavria, nelle quali provincie signoreggiava, al tempo di Niccolao II, Ruberto Guiscardo suo fratello.
E perché gli aveva avute assai differenze con i suoi nipoti per la eredità di quelli stati, usò l'autorità del Papa a comporle; il che fu da il Papa esequito volentieri, desideroso di guadagnarsi Ruberto, acciò che contro agli imperadori tedeschi e contro alla insolenzia del popolo romano lo difendesse; come lo effetto ne seguì, secondo che di sopra abbiamo dimostro, che ad instanzia di Gregorio VII, cacciò Errico di Roma e quello popolo domò.
A Ruberto successono Ruggieri e Guglielmo, suoi figliuoli; allo stato de' quali si aggiunse Napoli e tutte le terre che sono da Napoli a Roma, e di poi la Sicilia; delle quali si fece signore Ruggieri.
Ma Guglielmo, di poi, andando in Gonstantinopoli per prendere per moglie la figliuola dello Imperadore, fu da Ruggieri assalito, e toltogli lo stato.
E insuperbito per tale acquisto, si fece prima chiamare re di Italia; di poi, contento del titolo di re di Puglia e di Sicilia, fu il primo che desse nome e ordine a quel regno; il quale ancora oggi intra gli antichi termini si mantiene, ancora che più volte abbia variato, non solamente sangue, ma nazione; perché, venuta meno la stirpe de' Normandi, si trasmutò quel regno ne' Tedeschi, da quelli ne' Franciosi, da costoro negli Aragonesi, e oggi è posseduto dai Fiamminghi.
17
Era pervenuto al pontificato Urbano II, il quale era in Roma odiato; e non gli parendo anche potere stare, per le disunioni, in Italia securo, si volse ad una generosa impresa, e se ne andò in Francia con tutto il clero, e ragunò in Auverna molti popoli, a' quali fece una orazione contro agli infideli; per la quale intanto accese gli animi loro, che deliberorono di fare la impresa di Asia contro a' Saraceni; la quale impresa con tutte le altre simili furono di poi chiamate Crociate, perché tutti quelli che vi andorono erano segnati sopra le armi e sopra i vestimenti di una croce rossa.
I principi di questa impresa furono Gottifredi, Eustachio e Balduino di Buglò, conti di Bologna, e uno Pietro Eremita, per santità e prudenza celebrato; dove molti re e molti popoli concorsono con danari, e molti privati senza alcuna mercede militorono: tanto allora poteva negli animi degli uomini la religione, mossi dallo esemplo di quelli che ne erano capi.
Fu questa impresa nel principio gloriosa, perché tutta l'Asia Minore, la Soria e parte dello Egitto venne nella potestà de' Cristiani; mediante la quale nacque l'ordine de' cavalieri di Ierosolima, il quale oggi ancora regna, e tiene l'isola di Rodi, rimasa unico ostaculo alla potenzia de' Maumettisti.
Nacquene ancora l'ordine de' Templari, il quale dopo poco tempo, per li loro cattivi costumi venne meno.
Seguirno in varii tempi varii accidenti, dove molte nazioni e particulari uomini furono celebrati.
Passò in aiuto di quella impresa, il re di Francia, il re di Inghilterra, e i popoli pisani, viniziani e genovesi vi acquistorono reputazione grandissima; e con varia fortuna insino a' tempi del Saladino saraceno combatterono, la virtù del quale e la discordia de' Cristiani tolse alla fine loro tutta quella gloria che si avevono nel principio acquistata, e furono dopo novanta anni cacciati di quello luogo ch'eglino avevono con tanto onore felicemente recuperato.
18
Dopo la morte di Urbano, fu creato pontefice Pascale II, e allo Imperio era pervenuto Errico IV.
Costui venne a Roma, fingendo di tenere amicizia col Papa; di poi il Papa e tutto il clero misse in prigione; né mai lo liberò, se prima non gli fu concesso di potere disporre delle chiese della Magna come a lui pareva.
Morì, in questi tempi, la contessa Matelda, e lasciò erede di tutto il suo stato la Chiesa.
Dopo la morte di Pascale e di Errico IV, seguirono più papi e più imperadori, tanto che il papato pervenne ad Alessandro III, e lo Imperio a Federigo Svevo, detto Barbarossa.
Avevano avuto i pontefici, in quelli tempi, con il popolo romano e con gli imperadori molte difficultà, le quali al tempo del Barbarossa assai crebbero.
Era Federigo uomo eccellente nella guerra, ma pieno di tanta superbia che non poteva sopportare di avere a cedere al Pontefice; nondimeno nella sua elezione venne a Roma per la corona, e pacificamente si tornò nella Magna.
Ma poco stette in questa opinione, perché tornò in Italia per domare alcune terre in Lombardia che non lo ubbidivano; nel quale tempo occorse che il cardinale di S.
Clemente, di nazione romano, si divise da papa Alessandro, e da alcuni cardinali fu fatto papa.
Trovavasi in quel tempo Federigo imperadore a campo a Crema; con il quale dolendosi Alessandro dello Antipapa, gli rispose che l'uno e l'altro andasse a trovarlo e allora giudicherebbe chi di loro fussi papa.
Dispiacque questa risposta ad Alessandro; e perché lo vedeva inclinato a favorire l'Antipapa, lo scomunicò e se ne fuggì a Filippo re di Francia.
Federigo intanto, seguitando la guerra in Lombardia, prese e disfece Milano, la qual cosa fu cagione che Verona, Padova e Vicenza si unirono contro a di lui, a difesa comune.
In questo mezzo era morto lo Antipapa, donde che Federigo creò in suo luogo Guido da Cremona.
I Romani, in questi tempi, per la assenza del Papa e per gl'impedimenti che lo Imperadore aveva in Lombardia, avevono ripreso in Roma alquanto di autorità, e andavano ricognoscendo la ubbidienza delle terre che solevono essere loro subiette.
E perché i Tusculani non vollono cedere alla loro autorità, gli andorono popularmente a trovare; i quali furono soccorsi da Federigo, e ruppono lo esercito de' Romani con tanta strage che Roma non fu mai poi né populata né ricca.
Era intanto tornato papa Alessandro in Roma, parendogli potervi stare sicuro per la inimicizia avevono i Romani con Federigo, e per li nimici che quello aveva in Lombardia.
Ma Federigo, posposto ogni rispetto, andò a campo a Roma; dove Alessandro non lo aspettò, ma se ne fuggì a Guglielmo re di Puglia, rimaso erede di quel regno dopo la morte di Ruggieri.
Ma Federigo, cacciato dalla peste, lasciò la obsidione, e se ne tornò nella Magna; e le terre di Lombardia le quali erano congiurate contro a di lui per potere battere Pavia e
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