ISTORIE FIORENTINE, di Niccolo' Machiavelli - pagina 32
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Stavano i Viniziani dubi, per non sapere quanto si potevano fidare del Carmignuola, dubitando che la inimicizia del Duca e sua non fusse finta.
E stando così sospesi, nacque che il Duca, per mezzo d'uno servidore del Carmignuola, lo fece avvelenare; il quale veleno non fu sì potente che lo ammazzasse, ma lo ridusse allo estremo.
Scoperta la cagione del male, i Viniziani si privorono di quello sospetto; e seguitando i Fiorentini di sollecitargli, feciono lega con loro; e ciascuna delle parti si obligò a fare la guerra a spese comune; e gli acquisti di Lombardia fussero de' Viniziani, e quelli di Romagna e di Toscana de' Fiorentini; e il Carmignuola fu capitano generale della lega.
Ridussesi per tanto la guerra mediante questo accordo, in Lombardia dove fu governata da il Carmignuola virtuosamente, e in pochi mesi tolse molte terre al Duca, insieme con la città di Brescia; la quale espugnazione, in quelli tempi e secondo quelle guerre, fu tenuta mirabile.
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Era durata questa guerra da il '22 al 27, ed erano stracchi i cittadini di Firenze delle gravezze poste infino allora, in modo che si accordorono a rinnovarle.
E perché le fussero uguali secondo le ricchezze, si provide che le si ponessero a' beni, e che quello che aveva cento fiorini di valsente ne avesse un mezzo di gravezza.
Avendola pertanto a distribuire la legge, e non gli uomini, venne ad aggravare assai i cittadini potenti, e avanti che la si deliberassi era disfavorita da loro.
Solo Giovanni de' Medici apertamente la lodava; tanto che la si ottenne.
E perché nel distribuirla si aggregavano i beni di ciascuno, il che i Fiorentini dicono accatastare, si chiamò questa gravezza catasto.
Questo modo pose, in parte, regola alla tirannide de' potenti; perché non potevano battere i minori e fargli con le minacce ne' Consigli tacere, come potevano prima.
Era adunque questa gravezza dall'universale accettata e da' potenti con dispiacere grandissimo ricevuta.
Ma come accade che mai gli uomini non si sodisfanno, e avuta una cosa, non vi si contentando dentro, ne desiderano un'altra, il popolo, non contento alla ugualità della gravezza che dalla legge nasceva, domandava che si riandassero i tempi passati, e che si vedesse quello che i potenti, secondo il catasto, avevano pagato meno, e si facessero pagare tanto che gli andassero a ragguaglio di coloro che, per pagare quello che non dovevano, avevano vendute le loro possessioni.
Questa domanda, molto più che il catasto, spaventò gli uomini grandi; e per difendersene non cessavano di dannarlo, affermando quello essere ingiustissimo, per essersi posto ancora sopra i beni mobili, i quali oggi si posseggono e domani si perdono; e che sono, oltra di questo, molte persone che hanno danari occulti, che il catasto non può ritrovare.
A che aggiugnevano che coloro che, per governare la republica, lasciavano le loro faccende dovevano essere meno carichi da quella, dovendole bastare che con la persona si affaticassero, e che non era giusto che la città si godesse la roba e la industria loro, e degli altri solo i danari.
Gli altri, a chi il catasto piaceva, rispondevano che, se i beni mobili variano, e possono ancora variare le gravezze, e con il variarle spesso si può a quello inconveniente rimediare; e di quelli che hanno danari occulti non era necessario tenere conto, perché quegli danari che non fruttono non è ragionevole che paghino, e fruttando conviene che si scuoprino; e se non piaceva loro durare fatica per la republica, lasciassilla da parte e non se ne travagliassino, perché la troverrebbe de' cittadini amorevoli, a' quali non parrebbe difficile aiutarla di danari e di consiglio; e che sono tanti i commodi e gli onori che si tira dreto il governo, che doverebbero bastare loro, sanza volere non participare de' carichi.
Ma il male stava dove e' non dicevano; perché doleva loro non potere più muovere una guerra sanza loro danno, avendo a concorrere alle spese come gli altri; e se questo modo si fusse trovato prima, non si sarebbe fatta la guerra con il re Ladislao, né ora si farebbe questa con il duca Filippo; le quali si erano fatte per riempiere i cittadini, e non per necessità.
Questi umori mossi erano quietati da Giovanni de' Medici, mostrando che non era bene riandare le cose passate, ma sì bene provedere alle future; e se le gravezze per lo adietro erano state ingiuste, ringraziare Iddio poi che si era trovato il modo a farle giuste e volere che questo modo servisse a riunire, non a dividere la città, come sarebbe quando si ricercasse le imposte passate, e farle ragguagliare con le presenti; e che chi è contento di una mezzana vittoria sempre ne farà meglio, perché quelli che vogliono sopravincere spesso perdono.
E con simili parole quietò questi umori, e fece che del ragguaglio non si ragionasse.
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Seguitando in tanto la guerra con il Duca, si fermò una pace a Ferrara, per il mezzo d'uno legato del Papa.
Della quale il Duca, nel principio di essa, non osservò le condizioni, in modo che di nuovo la lega riprese le armi; e venuto con le genti di quello alle mani, lo ruppe a Maclovio.
Dopo la quale rotta il Duca mosse nuovi ragionamenti d'accordo, ai quali i Viniziani e i Fiorentini acconsentirono, questi per essere insospettiti de' Viniziani, parendo loro spendere assai per fare potenti altri, quelli per avere veduto il Carmignuola, dopo la rotta data al Duca, andare lento, tanto che non pareva loro da potere più confidare in quello.
Conclusesi adunque la pace nel 1428; per la quale i Fiorentini riebbono le terre perdute in Romagna, e a' Viniziani rimase Brescia, e di più il Duca dette loro Bergamo e il contado.
Spesono in questa guerra i Fiorentini tre milioni e 500 mila ducati; mediante la quale accrebbero a' Viniziani stato e grandezza, e a loro povertà e disunione.
Seguita la pace di fuora, ricominciò la guerra dentro.
Non potendo i cittadini grandi sopportare il catasto, e non vedendo via da spegnerlo, pensorono modi a fargli più nimici, per avere più compagni ad urtarlo.
Mostrorono adunque agli uffiziali deputati a porlo come la legge gli costrigneva ad accatastare ancora i beni de' distrettuali, per vedere se intra quelli vi fussero beni di Fiorentini.
Furono per tanto citati tutti i sudditi a portare, infra certo tempo, le scritte de' beni loro.
Donde che i Volterrani mandorono alla Signoria a dolersi della cosa, di modo che gli uffiziali, sdegnati, ne missono diciotto di loro in prigione.
Questo fatto fece assai sdegnare i Volterrani; pure, avendo rispetto alli loro prigioni, non si mossono.
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In questo tempo Giovanni de' Medici ammalò, e cognoscendo il male suo mortale, chiamò Cosimo e Lorenzo suoi figliuoli, e disse loro: - Io credo essere vivuto quel tempo che da Dio e dalla natura mi fu al mio nascimento consegnato.
Muoio contento, poi che io vi lascio ricchi, sani, e di qualità che voi potrete, quando voi seguitiate le mie pedate, vivere in Firenze onorati e con la grazia di ciascuno.
Perché niuna cosa mi fa tanto morire contento, quanto mi ricordare di non avere mai offeso alcuno, anzi più tosto, secondo che io ho potuto, benificato ognuno.
Così conforto a fare voi.
Dello stato, se voi volete vivere securi, toglietene quanto ve n'è dalle leggi e dagli uomini dato; il che non vi recherà mai né invidia né pericolo, perché quello che l'uomo si toglie, non quello che all'uomo è dato, ci fa odiare, e sempre ne arete molto più di coloro che, volendo la parte d'altri, perdono la loro, e avanti che la perdino vivono in continui affanni.
Con queste arti io ho, intra tanti nimici, intra tanti dispareri, non solamente mantenuta, ma accresciuta la reputazione mia in questa città.
Così, quando seguitiate le pedate mie, manterrete e accrescerete voi.
Ma quando facesse altrimenti, pensate che il fine vostro non ha ad essere altrimenti felice che si sia stato quello di coloro che, nella memoria nostra, hanno rovinato sé e destrutta la casa loro -.
Morì poco di poi, e nello universale della città lasciò di sé uno grandissimo desiderio, secondo che meritavano le sue ottime qualità.
Fu Giovanni misericordioso; e non solamente dava lemosine a chi le domandava, ma molte volte al bisogno de' poveri, sanza esser domandato, soccorreva.
Amava ognuno; i buoni lodava, e de' cattivi aveva compassione.
Non domandò mai onori, ed ebbeli tutti; non andò mai in Palagio, se non chiamato.
Amava la pace, fuggiva la guerra.
Alle avversità degli uomini suvveniva, le prosperità aiutava.
Era alieno dalle rapine publiche, e del bene commune aumentatore.
Ne' magistrati grazioso; non di molta eloquenzia, ma di prudenza grandissima.
Mostrava nella presenza melanconico; ma era poi nella conversazione piacevole e faceto.
Morì ricchissimo di tesoro, ma più di buona fama e di benivolenza.
La cui eredità, così de' beni della fortuna come di quelli dello animo, fu da Cosimo non solamente mantenuta, ma accresciuta.
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Erano i Volterrani stracchi di stare in carcere; e per essere liberi promissono di consentire a quello era comandato loro.
Liberati adunque, e tornati a Volterra, venne il tempo che i nuovi loro priori prendevono il magistrato; de' quali fu tratto uno Giusto, uomo plebeo, ma di credito nella plebe, il quale era uno di quelli che fu imprigionato a Firenze.
Costui, acceso per se medesimo di odio, per la ingiuria publica e per la privata, contro a' Fiorentini, fu ancora stimolato da Giovanni di uomo nobile e che seco sedeva in magistrato, a dovere muovere il popolo con la autorità de' priori e con la grazia sua, e trarre la terra delle mani de' Fiorentini, e farne sé principe.
Per il consiglio del quale, Giusto prese le armi, corse la terra, prese il capitano che vi era pe' Fiorentini, e sé fece, con il consentimento del popolo, signore di quella.
Questa novità seguita in Volterra dispiacque assai a' Fiorentini; pure, trovandosi avere fatto pace con il Duca, e freschi in su gli accordi, giudicorono potere avere tempo a racquistarla; e per non lo perdere, mandorono subito a quella impresa commissari messer Rinaldo degli Albizzi e messer Palla Strozzi.
Giusto intanto, che pensava che i Fiorentini lo assalterebbero, richiese i Sanesi e i Lucchesi di aiuto.
I Sanesi gliene negorono, dicendo essere in lega con i Fiorentini; e Pagolo Guinigi, che era signore di Lucca, per racquistare la grazia con il popolo di Firenze, la quale nella guerra del Duca gli pareva avere perduta per essersi scoperto amico di Filippo, non solamente negò gli aiuti a Giusto, ma ne mandò prigione a Firenze quello che era venuto a domandarli.
I commissari intanto, per giugnere i Volterrani sproveduti, ragunorono insieme tutte le loro genti d'arme, e levorono di Valdarno di sotto e del contado di Pisa assai fanteria, e ne andorono verso Volterra.
Né Giusto, per essere abbandonato da' vicini, né per lo assalto che si vedeva fare da' Fiorentini, si abbandonava; ma rifidatosi nella fortezza del sito e nella grassezza della terra, si provedeva alla difesa.
Era in Volterra uno messer Arcolano, fratello di quello Giovanni che aveva persuaso Giusto a pigliare la signoria, uomo di credito nella nobilità.
Costui ragunò certi suoi confidenti e mostrò loro come Iddio aveva, per questo accidente venuto, soccorso alla necessità della città loro; perché, se gli erano contenti di pigliare le armi, e privare Giusto della signoria, e rendere la città a' Fiorentini, ne seguirebbe che resterebbono i primi di quella terra, e a lei si perserverrebbono gli antichi privilegi suoi.
Rimasi adunque d'accordo della cosa, ne andorono al Palagio, dove si posava il Signore, e fermisi parte di loro da basso, messer Arcolano con tre di loro salì in su la sala, e trovato quello con alcuni cittadini, lo tirò da parte, come se gli volesse ragionare di alcuna cosa importante; e d'un ragionamento in un altro, lo condusse in camera, dove egli e quelli che erano seco con le spade lo assalirono.
Né furono però sì presti che non dessero commodità a Giusto di porre mano all'arme sua; il quale, prima che lo ammazzassero, ferì gravemente duoi di loro; ma non potendo alfine resistere a tanti, fu morto e gittato a terra del Palazzo.
E prese le armi, quelli della parte di messer Arcolano dettono la città ai commissari fiorentini, che con le genti vi erano propinqui; i quali, senza fare altri patti, entrorono in quella.
Di che ne seguì che Volterra peggiorò le sue condizioni, perché, intra le altre cose, le smembrorono la maggiore parte del contado e ridussollo in vicariato.
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Perduta adunque quasi che in un tratto e racquistata Volterra, non si vedeva cagione di nuova guerra, se l'ambizione degli uomini non la avesse di nuovo mossa.
Aveva militato assai tempo per la città di Firenze, nelle guerre del Duca, Niccolò Fortebraccio, nato d'una sirocchia di Braccio da Perugia.
Costui, venuta la pace, fu da' Fiorentini licenziato, e quando e' venne il caso di Volterra si trovava ancora alloggiato a Fucecchio, onde che i commissari, in quella impresa, si valsono di lui e delle sue genti.
Fu opinione, nel tempo che messer Rinaldo travagliò seco quella guerra, lo persuadesse a volere, sotto qualche fitta querela, assaltare i Lucchesi, mostrandogli che, se e' lo faceva, opererebbe in modo, a Firenze, che la impresa contro a Lucca si farebbe, ed egli ne sarebbe fatto capo.
Acquistata pertanto Volterra, e tornato Niccolò alle stanze a Fucecchio, o per le persuasioni di messer Rinaldo, o per sua propria volontà, di novembre, nel 1429, con trecento cavagli e trecento fanti, occupò Ruoti e Compito, castella de' Lucchesi; di poi, sceso nel piano, fece grandissima preda.
Publicata la nuova a Firenze di questo assalto, si fece per tutta la città circuli di ogni sorte uomini, e la maggiore parte voleva che si facesse la impresa di Lucca.
De' cittadini grandi, che la favorivano erano quelli della parte de' Medici, e con loro s'era accostato messer Rinaldo, mosso, o da giudicare che la fusse impresa utile per la republica, o da sua propria ambizione, credendo aversi a trovare capo di quella vittoria; quelli che la disfavorivano erano Niccolò da Uzano e la parte sua.
E pare cosa da non la credere che sì diverso giudizio nel muovere guerra fusse in una medesima città, perché quelli cittadini e quel popolo che, dopo dieci anni di pace, avevono biasimato la guerra presa contro al duca Filippo per difendere la sua libertà, ora, dopo tante spese fatte e in tanta afflizione della città, con ogni efficacia domandassero che si movesse la guerra a Lucca per occupare la libertà d'altri, e dall'altro canto quelli che vollono quella biasimavano questa: tanto variano con il tempo i pareri, e tanto è più pronta la moltitudine ad occupare quello d'altri che a guardare il suo, e tanto sono mossi più gli uomini dalla speranza dello acquistare che dal timore del perdere; perché questo non è, se non da presso, creduto, quell'altra, ancora che discosto, si spera.
E il popolo di Firenze era ripieno di speranza dagli acquisti che aveva fatti e faceva Niccolò Fortebraccio, e dalle lettere de' rettori propinqui a Lucca; perché il vicario di Vico e di Pescia scrivevono che si dessi loro licenza di ricevere quelle castella che venivano a darsi loro, perché presto tutto il contado di Lucca si acquisterebbe.
Aggiunsesi a questo lo ambasciadore mandato dal signore di Lucca a Firenze, a dolersi degli assalti fatti da Niccolò e a pregare la Signoria che non volesse muovere guerra a uno suo vicino e ad una città che sempre gli era stata amica.
Chiamavasi lo ambasciadore messer Iacopo Viviani: costui, poco tempo innanzi, era stato tenuto prigione da Pagolo per avere congiuratogli contro; e benché lo avesse trovato in colpa, gli aveva perdonata la vita, e perché credeva che messer Iacopo gli avesse perdonata la ingiuria si fidava di lui.
Ma ricordandosi più messer Iacopo del pericolo che del benifizio, venuto a Firenze, secretamente confortava i cittadini alla impresa.
I quali conforti, aggiunti all'altre speranze, feciono che la Signoria ragunò il Consiglio, dove convennono quattrocentonovantotto cittadini, innanzi a' quali per i principali della città fu disputata la cosa.
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Intra i primi che volevono la impresa, come di sopra dicemmo, era messer Rinaldo.
Mostrava costui l'utile che si traeva dello acquisto; mostrava la occasione della impresa, sendo loro lasciata in preda dai Viniziani e da il Duca, né possendo essere dal Papa, implicato nelle cose del Regno, impedita.
A questo aggiugneva la facilità dello espugnarla, sendo serva d'un suo cittadino e avendo perduto quel naturale vigore e quello antico studio di difendere la sua libertà; in modo che, o dal popolo per cacciarne il tiranno, o dal tiranno per paura del popolo, la sarà concessa.
Narrava le ingiurie del signore, fatte alla republica nostra, e il malvagio animo suo verso di quella; e quanto era pericoloso, se di nuovo o il Papa o il Duca alla città movesse guerra; e concludeva che niuna impresa mai fu fatta da il popolo fiorentino né più facile, né più utile, né più giusta.
Contro a questa opinione, Niccolò da Uzano disse che la città di Firenze non fece mai impresa più ingiusta, né più pericolosa, né che da quella dovessero nascere maggiori danni.
E prima, che si andava a ferire una città guelfa, stata sempre amica al popolo fiorentino, e che nel suo grembo, con suo pericolo, aveva molte volte ricevuti i Guelfi che non potevono stare nella patria loro.
E che nelle memorie delle cose nostre non si troverrà mai Lucca libera avere offeso Firenze ma se chi l'aveva fatta serva, come già Castruccio e ora costui, l'aveva offesa non si poteva imputare la colpa a lei, ma al tiranno.
E se al tiranno si potesse fare guerra sanza farla a' cittadini, gli dispiacerebbe meno; ma perché questo non poteva essere, non poteva anche consentire che una cittadinanza amica fusse spogliata de' beni suoi.
Ma poi che si viveva oggi in modo che del giusto e dello ingiusto non si aveva a tenere molto conto, voleva lasciare questa parte indietro, e pensare solo alla utilità della città.
Credeva per tanto quelle cose potersi chiamare utili che non potevono arrecare facilmente danno: non sapeva adunque come alcuno poteva chiamare utile quella impresa dove i danni erano certi e gli utili dubbi.
I danni certi erano le spese che la si tirava dietro, le quali si vedevano tante, che le dovevono fare paura ad una città riposata, non che ad una stracca d'una lunga e grave guerra, come era la loro; gli utili che se ne potevono trarre erano lo acquisto di Lucca; i quali confessava essere grandi, ma che gli era da considerare i dubi che ci erano dentro, i quali a lui parevono tanti, che giudicava lo acquisto impossibile.
E che non credessero che i Viniziani e Filippo fussero contenti di questo acquisto; perché quelli solo mostravano consentirlo per non parere ingrati, avendo poco tempo innanzi, con i danari de' Fiorentini, preso tanto imperio; quell'altro aveva caro che in nuova guerra e in nuove spese si implicassero, acciò che, attriti e stracchi da ogni parte, potesse di poi di nuovo assaltargli; e come non gli mancherà modo, nel mezzo della impresa e nella maggiore speranza della vittoria, di soccorrere i Lucchesi, o copertamente, con danari, o cassare delle sue genti e come soldati di ventura mandarli in loro aiuto.
Confortava per tanto ad astenersi dalla impresa, e vivere con il tiranno in modo che se gli facesse, dentro, più inimici si potesse, perché non ci era più commoda via a subiugarla, che lasciarla vivere sotto il tiranno e da quello affliggere e indebolire; per che, governata la cosa prudentemente, quella città si condurrebbe in termine che il tiranno non la potendo tenere, ed ella non sapendo né potendo per sé governarsi, di necessità cadrebbe loro in grembo.
Ma che vedeva gli umori mossi, e le parole sua non essere udite.
Pure voleva pronosticare loro questo: che farebbono una guerra dove spenderebbono assai, correrebbonvi dentro assai pericoli, e in cambio di occupare Lucca, la libererebbono dal tiranno, e di una città amica, subiugata e debole farebbono una città libera, loro nimica, e, con il tempo, uno ostaculo alla grandezza della republica loro.
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Parlato per tanto che fu per la impresa e contro alla impresa, si venne, secondo il costume, secretamente a ricercare la volontà degli uomini; e di tutto il numero, solo novantotto la contradissero.
Fatta per tanto la deliberazione, e creati i Dieci per trattare la guerra, soldorono gente a piè e a cavallo; deputorono commissari Astorre Gianni e messer Rinaldo degli Albizzi, e con Niccolò Fortebraccio di avere da lui le terre aveva prese, e che seguisse la impresa come soldato nostro, convennono.
I commissari, arrivati con lo esercito nel paese di Lucca, divisono quello; e Astorre si distese per il piano, verso Camaiore e Pietrasanta, e messer Rinaldo se ne andò verso i monti, giudicando che, spogliata la città del suo contado, facil cosa fusse, di poi, lo espugnarla.
Furono le imprese di costoro infelici, non perché non acquistassero assai terre, ma per i carichi che furno, nel maneggio della guerra, dati all'uno e all'altro di loro.
Vero è che Astorre Gianni de' carichi suoi se ne dette evidente cagione.
È una valle propinqua a Pietrasanta, chiamata Seravezza, ricca e piena di abitatori, i quali, sentendo la venuta del Commissario, se gli feciono incontro, e lo pregorono gli accettasse per fedeli servidori del popolo fiorentino.
Mostrò Astorre di accettare le offerte; di poi fece occupare alle sue genti tutti i passi e luoghi forti della valle, e fece ragunare gli uomini nel principale tempio loro; e di poi gli prese tutti prigioni, e alle sue genti fe' saccheggiare e destruggere tutto il paese, con esemplo crudele e avaro, non perdonando a luoghi pii, né a donne, così vergini come maritate.
Queste cose, così come le erano seguite, si seppono a Firenze, e dispiacquono non solamente a' magistrati, ma a tutta la città.
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De' Seravezzesi alcuni, che dalle mani del Commissario s'erano fuggiti, corsono a Firenze, e per ogni strada e ad ogni uomo narravano le miserie loro; di modo che, confortati da molti desiderosi che si punisse il Commissario, o come malvagio uomo, o come contrario alla fazione loro, ne andorono a' Dieci e domandorono di essere uditi.
E intromessi, uno di loro parlò in questa sentenza: - Noi siamo certi, magnifici Signori, che le nostre parole troveranno fede e compassione appresso le Signorie vostre, quando voi saprete in che modo occupasse il paese nostro il commissario vostro, e in quale maniera di poi siamo stati trattati da quello.
La valle nostra, come ne possono essere piene le memorie delle antiche cose vostre, fu sempremai guelfa, ed è stata molte volte uno fedele ricetto a' cittadini vostri, che, perseguitati da' Ghibellini, sono ricorsi in quella.
E sempre gli antichi nostri e noi abbiamo adorato il nome di questa inclita republica, per essere stata capo e principe di quella parte; e in mentre che i Lucchesi furono guelfi, volentieri servimmo allo imperio loro; ma poi che pervennero sotto il tiranno, il quale ha lasciati gli antichi amici e seguite le parti ghibelline, più tosto forzati che volontari lo abbiamo ubbidito; e Dio sa quante volte noi lo abbiamo pregato che ci desse occasione di dimostrare l'animo nostro verso l'antica parte.
Quanto sono gli uomini ciechi ne' desiderii loro! Quello che noi desideravamo per nostra salute è stato la nostra rovina.
Perché, come prima noi sentimmo che le insegne vostre venivano verso di noi, non come a nimici, ma come agli antichi signori nostri ci facemmo incontro al commissario vostro, e mettemmo la valle, le nostre fortune e noi nelle sue mani, e alla sua fede ci raccomandammo, credendo che in lui fusse animo, se non di Fiorentino, almeno d'uomo.
Le Signorie vostre ci perdoneranno, perché non potere sopportar peggio di quello abbiamo sopportato ci dà animo a parlare.
Questo vostro commissario non ha di uomo altro che la presenzia, né di Fiorentino altro che il nome: una peste mortifera, una fiera crudele, uno mostro orrendo, quanto mai da alcuno scrittore fusse figurato; perché, riduttici nel nostro tempio, sotto colore di volerci parlare, noi fece prigioni, e la valle tutta rovinò e arse, e gli abitatori e le robe di quella rapì, spogliò, saccheggiò, batté, ammazzò; stuprò le donne, viziò le vergini, e trattele delle braccia delle madri, le fece preda de' suoi soldati.
Se noi, per alcuna ingiuria fatta al popolo fiorentino o a lui, avessimo meritato tanto male, o se armati e difendendoci ci avessi presi, ci dorremmo meno, anzi accuseremmo noi, i quali o con le iniurie o con la arroganzia nostra l'avessimo meritato; ma sendo, disarmati, daticegli liberamente, che di poi ci abbi rubati, e con tanta ingiuria e ignominia spogliati, siamo forzati a dolerci.
E quantunque noi avessimo potuto riempiere la Lombardia di querele, e con carico di questa città spargere per tutta Italia la fama delle iniurie nostre, non lo aviamo voluto fare, per non imbrattare una sì onesta e piatosa republica con la disonestà e crudeltà d'uno suo malvagio cittadino.
Del quale se avanti alla rovina nostra avessimo conosciuto l'avarizia ci saremmo sforzati il suo ingordo animo, ancora che non abbi né misura ne fondo, riempiere, e aremmo per quella via, con parte delle sustanze nostre, salvate l'altre, ma poi che non siamo più a tempo, abbiamo voluto ricorrere a voi, e pregarvi soccorriate alla infelicità de' vostri subietti, acciò che gli altri uomini non si sbigottischino, per lo esemplo nostro, a venire sotto lo imperio vostro.
E quando non vi muovino gli infiniti mali nostri, vi muova la paura dell'ira di Dio, il quale ha veduto i suoi templi saccheggiati e arsi, e il popolo nostro tradito nel grembo suo -.
E detto questo si gittorono in terra, gridando e pregando che fusse loro renduto la roba e la patria; e facessero restituire (poi che non si poteva l'onore) almeno le moglie a' mariti, e a' padri le figliuole.
L'atrocità della cosa, saputa prima, e di poi dalle vive voci di quelli che la avevano sopportata intesa, commosse il magistrato; e sanza differire si fece tornare Astorre, e di poi fu condannato e ammunito.
Ricercossi de' beni de' Seravezzesi e quelli che si poterono trovare si restituirono, degli altri furono dalla città, con il tempo, in varii modi sodisfatti.
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Messer Rinaldo degli Albizzi dall'altra parte era diffamato ch'egli faceva la guerra non per utilità del popolo fiorentino, ma sua, e come, poi che fu commissario, gli era fuggito dell'animo la cupidità del pigliare Lucca, perché gli bastava saccheggiare il contado e riempire le possessioni sue di bestiame e le case sua di preda; e come non gli bastavano le prede che da' suoi satelliti per propria utilità si facevano, che comperava quelle de' soldati, tale che di commissario era diventato mercatante.
Queste calunnie, pervenute agli orecchi suoi, mossono lo intero e altiero animo suo più che ad uno grave uomo non si conveniva, e tanto lo perturborono che, sdegnato contro al magistrato e i cittadini, sanza aspettare o domandare licenza, se ne tornò a Firenze.
E presentatosi davanti a' Dieci, disse che sapeva bene quanta difficultà e pericolo era servire ad un popolo sciolto e ad una città divisa, perché l'uno ogni romore riempie, l'altra le cattive opere perseguita, le buone non premia e le dubie accusa; tanto che vincendo niuno ti loda, errando ognuno ti condanna, perdendo ognuno ti calunnia, perché la parte amica per invidia, la nimica per odio ti perseguita; non di meno non aveva mai per paura d'un carico vano, lasciato di non fare una opera che facesse uno utile certo alla sua città.
Vero era che la disonestà delle presenti calunnie avevano vinta la pazienzia sua, e fattogli mutare natura.
Per tanto pregava il magistrato che volesse per lo avvenire essere più pronto a difendere i suoi cittadini, acciò che quegli fussero ancora più pronti a operare bene per la patria; e poi che in Firenze non si usava concedere loro il trionfo, almeno si usasse dai falsi vituperii difenderli; e si ricordassero che ancora loro erano di quella città cittadini, e come ad ogni ora potria essere loro dato qualche carico, per il quale intenderebbono quanta offesa agli uomini interi le false calunnie arrechino.
I Dieci, secondo il tempo, s'ingegnorono mitigarlo; e la cura di quella impresa a Neri di Gino e Alamanno Salviati demandarono.
I quali, lasciato da parte il correre per il contado di Lucca, s'accostorono con il campo alla terra; e perché ancora era la stagione fredda, si missono a Capannole; dove a' commissari pareva che si perdesse tempo; e volendosi strignere più alla terra, i soldati, per il tempo sinistro, non vi si accordavano, non ostante che i Dieci sollecitassino lo accamparsi e non accettassino scusa alcuna.
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Era, in quelli tempi, in Firenze uno eccellentissimo architettore, chiamato Filippo di ser Brunellesco, delle opere del quale è piena la nostra città, tanto che meritò, dopo la morte, che la sua immagine fusse posta, di marmo, nel principale tempio di Firenze, con lettere a piè che ancora rendono a chi legge testimonianza delle sue virtù.
Mostrava costui come Lucca si poteva allagare, considerato il sito della città e il letto del fiume del Serchio; e tanto lo persuase, che i Dieci commissono che questa esperienza si facesse.
Di che non ne nacque altro che disordine al campo nostro e securtà a' nemici; perché i Lucchesi alzorono con uno argine il terreno verso quella parte che faceno venire il Serchio, e di poi, una notte, ruppono l'argine di quel fosso per il quale conducevano le acque, tanto che quelle, trovato il riscontro alto verso Lucca e l'argine del canale aperto, in modo per tutto il piano si sparsono, che il campo, non che si potesse appropinquare alla terra, si ebbe a discostare.
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Non riuscita adunque questa impresa, i Dieci che di nuovo presono il magistrato mandorono commissario messer Giovanni Guicciardini.
Costui, il più presto che possé, si accampò alla terra; donde che il Signore, vedendosi strignere, per conforto d'uno messer Antonio del Rosso sanese, il quale in nome del comune di Siena era apresso di lui, mandò al duca di Milano Salvestro Trenta e Lionardo Buonvisi.
Costoro per parte del Signore gli chiesono aiuto; e trovandolo freddo, lo pregorono secretamente che dovesse dare loro genti; perché gli promettevano per parte del popolo dargli preso il loro Signore, e apresso la possessione della terra, avvertendolo che, se non pigliava presto questo partito, il Signore darebbe la terra a' Fiorentini, i quali con molte promesse lo sollecitavano.
La paura per tanto che il Duca ebbe di questo gli fece porre da parte i respetti, e ordinò che il conte Francesco Sforza, suo soldato, gli domandasse publicamente licenza per andare nel Regno.
Il quale, ottenuta quella, se ne venne con la sua compagnia a Lucca, non ostante che i Fiorentini, sapendo questa pratica e dubitando di quello avvenne, mandassino al Conte Boccaccino Alamanni suo amico, per sturbarla.
Venuto per tanto il Conte a Lucca, i Fiorentini si ritirarono con il campo a Librafatta; e il Conte subito andò a campo a Pescia dove era vicario Pagolo da Diacceto.
Il quale, consigliato più dalla paura che da alcuno altro migliore rimedio, si fuggì a Pistoia; e se la terra non fusse stata difesa da Giovanni Malavolti, che vi era a guardia, si sarebbe perduta.
Il Conte per tanto, non la avendo potuta nel primo assalto pigliare, ne andò al Borgo a Buggiano, e lo prese, e Stigliano, castello a quello propinquo, arse.
I Fiorentini, veggendo questa rovina, ricorsono a quelli rimedi che molte volte gli avevano salvati, sapiendo come, con i soldati mercenari, dove le forze non bastavano giovava la corruzione, e però profersono al Conte danari, e quello, non solamente si partisse, ma desse loro la terra.
Il Conte, parendogli non potere trarre più danari da Lucca, facilmente si volse a trarne da quelli che ne avevano; e convenne con i Fiorentini, non di dare loro Lucca, che per onestà non lo volle consentire, ma di abbandonarla, quando gli fusse dato cinquantamila ducati.
E fatta questa convenzione, acciò che il popolo di Lucca apresso al Duca lo scusasse, tenne mano con quello che i Lucchesi cacciassero il loro Signore.
25
Era in Lucca, come di sopra dicemmo, messer Antonio del Rosso, ambasciadore sanese.
Costui, con la autorità del Conte, praticò con i cittadini la rovina di Pagolo.
Capi della congiura furono Piero Cennami e Giovanni da Chivizzano.
Trovavasi il Conte alloggiato fuora della terra, in sul Serchio, e con lui era Lanzilao, figliuolo del Signore.
Donde i congiurati, in numero di quaranta, di notte, armati, andorono a trovare Pagolo; al romore de' quali fattosi incontro tutto attonito, domandò della cagione della venuta loro.
Al quale Piero Cennami disse come loro erano stati governati da lui più tempo, e condotti, con i nimici intorno, a morire di ferro e di fame; e però erano deliberati per lo avvenire, di volere governare loro.
E gli domandorono le chiavi della città e il tesoro di quella.
A' quali Pagolo rispose che il tesoro era consumato, le chiavi ed egli erano in loro podestà, e gli pregava di questo solo, che fussero contenti, così come la sua signoria era cominciata e vivuta sanza sangue, così sanza sangue finisse.
Fu dal conte Francesco condotto Pagolo e il figliuolo al Duca, i quali morirono, di poi, in prigione.
La partita del Conte aveva lasciata libera Lucca dal tiranno e i Fiorentini dal timore delle genti sue, onde che quelli si preparorono alle difese e quelli altri ritornorono alle offese; e avevano eletto per capitano il conte di Urbino, il quale, strignendo forte la terra, constrinse di nuovo i Lucchesi a ricorrere al Duca; il quale, sotto il medesimo colore aveva mandato il Conte, mandò in loro aiuto Niccolò Piccino.
A costui, venendo per entrare in Lucca, i nostri si feciono incontro in sul Serchio; e al passare di quello vennono alla zuffa, e vi furono rotti; e il Commissario con poche delle nostre genti si salvò a Pisa.
Questa rotta contristò tutta la nostra città; e perché la impresa era stata fatta dallo universale, non sapendo i popolani contro a chi volgersi calunniavano chi l'aveva amministrata poi che e' non potevono calunniare chi la aveva deliberata, e risucitorono i carichi dati a messer Rinaldo.
Ma più che alcuno era lacero messer Giovanni Guicciardini, accusandolo che gli arebbe potuto, dopo la partita del conte Francesco, ultimare la guerra, ma che gli era stato corrotto con danari, e come ne aveva mandati a casa una soma, e allegavano chi gli aveva portati e chi ricevuti.
E andorono tanto alto questi romori e queste accuse, che il Capitano del popolo, mosso da queste publiche voci, e da quelli della parte contraria spinto, lo citò.
Comparse messer Giovanni tutto pieno di sdegno; donde i parenti suoi, per onore loro, operorono tanto che il Capitano abbandonò la impresa.
I Lucchesi, dopo la vittoria, non solamente riebbero le loro terre, ma occuporono tutte quelle del contado di Pisa, eccetto Bientina, Calcinaia, Livorno e Librafatta, e se non fusse stata scoperta una congiura che si era fatta in Pisa, si perdeva anche quella città.
I Fiorentini riordinorono le loro genti, e feciono loro capitano Micheletto, allievo di Sforza.
Dall'altra parte il Duca seguitò la vittoria, e per potere con più forze affliggere i Fiorentini, fece che i Genovesi, Sanesi e signore di Piombino si collegassero alla difesa di Lucca, e che soldassero Niccolò Piccino per loro capitano, la qual cosa lo fece in tutto scoprire.
Donde che i Viniziani e i Fiorentini rinnovorono la lega e la guerra si cominciò a fare aperta in Lombardia e in Toscana.
E nell'una e nell'altra provincia seguirono, con varia fortuna, varie zuffe; tanto che, stracco ciascuno, si fece, di maggio, nel 1433, lo accordo infra le parti, per il quale i Fiorentini, Lucchesi e Sanesi, che avevano nella guerra occupate più castella l'uno all'altro, le lasciarono tutte, e ciascuno tornò nella possessione delle sua.
26
Mentre che questa guerra si travagliava, ribollivano tuttavia i maligni umori delle parti di dentro; e Cosimo de' Medici, dopo la morte di Giovanni suo padre, con maggiore animo nelle cose publiche, e con maggiore studio e più liberalità con gli amici che non aveva fatto il padre, si governava; in modo che quelli che per la morte di Giovanni si erano rallegrati, vedendo quale era Cosimo si contristavano.
Era Cosimo uomo prudentissimo, di grave e grata presenzia, tutto liberale, tutto umano; né mai tentò alcuna cosa contro alla Parte né contro allo stato, ma attendeva a benificare ciascuno e, con la liberalità sua, farsi partigiani assai cittadini.
Di modo che lo esemplo suo accresceva carico a quelli che governavano, e lui giudicava, per questa via, o vivere in Firenze potente e securo quanto alcuno altro, o, venendosi per la ambizione degli avversarii allo straordinario, essere e con le armi e con i favori superiore.
Grandi strumenti ad ordire la potenza sua furono Averardo de' Medici e Puccio Pucci: di costoro, Averardo con l'audacia, Puccio con la prudenzia e sagacità, favori e grandezza gli sumministravano; ed era tanto stimato il consiglio e il iudicio di Puccio, e tanto per ciascuno cognosciuto, che la parte di Cosimo, non da lui, ma da Puccio era nominata.
Da questa così divisa città fu fatta la impresa di Lucca, nella quale si accesono gli umori delle parti, non che si spegnessero.
E avvenga che la parte di Cosimo fusse quella che l'avesse favorita, non di meno ne' governi di essa erano mandati assai di quelli della parte avversa, come uomini più reputati nello stato: a che non potendo Averardo de' Medici e gli altri rimediare, attendevono con ogni arte e industria a calunniarli; e se perdita alcuna nasceva, che ne nacquero molte, era, non la fortuna o la forza del nimico, ma la poca prudenza del commissario accusata.
Questo fece aggravare i peccati di Astorre Gianni, questo fece sdegnare messer Rinaldo degli Albizzi e partirsi dalla sua commissione sanza licenza, questo medesimo fece richiedere dal Capitano del popolo messer Giovanni Guicciardini; da questo tutti gli altri carichi che a' magistrati e a' commissari si dettero nacquero, perché i veri si accrescevano, i non veri si fingevano, e i veri e i non veri da quel popolo, che ordinariamente gli odiava, erano creduti.
27
Queste così fatte cose e modi estraordinari di procedere erano ottimamente da Niccolò da Uzano e dagli altri capi della Parte cognosciuti, e molte volte avevano ragionato insieme de' rimedi; e non ce gli trovavano, perché pareva loro il lasciare crescere la cosa pericoloso, e il volerla urtare difficile.
E Niccolò da Uzano era il primo al quale non piacevano le vie straordinarie; onde che, vivendosi con la guerra fuora e con questi travagli dentro, Niccolò Barbadori, volendo disporre Niccolò da Uzano ad acconsentire alla rovina di Cosimo, lo andò a trovare a casa, dove tutto pensoso in uno suo studio dimorava, e lo confortò con quelle ragioni seppe addurre migliori a volere convenire con messer Rinaldo a cacciare Cosimo.
Al quale Niccolò da Uzano rispose in questa sentenza: - E' si farebbe per te, per la tua casa e per la nostra republica, che tu e gli altri che ti seguono in questa opinione avessero più tosto la barba d'ariento che d'oro, come si dice che hai tu, perché i loro consigli, procedendo da capo canuto e pieno di esperienza, sarebbero più savi e più utili a ciascheduno.
E' mi pare che coloro che pensono di cacciare Cosimo da Firenze abbino, prima che ogni cosa, a misurare le forze loro e quelle di Cosimo.
Questa nostra parte voi l'avete battezzata la Parte de' nobili, e la contraria quella della plebe: quando la verità correspondesse al nome, sarebbe in ogni accidente la vittoria dubia, e più tosto doverremmo temere noi che sperare, mossi dallo esemplo delle antiche nobilità di questa città, le quali dalla plebe sono state spente.
Ma noi abbiamo molto più da temere, sendo la nostra parte smembrata e quella degli avversarii intera.
La prima cosa, Neri di Gino e Nerone di Nigi, duoi de' primi cittadini nostri, non si sono mai dichiarati in modo che si possa dire che sieno più amici nostri che loro.
Sonci assai famiglie, anzi assai case, divise; perché molti, per invidia de' frategli o de' congiunti, disfavoriscono noi, e favoriscono loro.
Io te ne voglio ricordare alcuno de' più importanti: gli altri considererai tu per te medesimo.
De' figliuoli di messer Maso degli Albizzi, Luca, per invidia di messer Rinaldo, si è gittato dalla parte loro; in casa e Guicciardini, de' figliuoli di messer Luigi, Piero è nimico a messer Giovanni, e favorisce gli avversarii nostri; Tommaso e Niccolò Soderini apertamente, per lo odio portono a Francesco loro zio, ci fanno contro.
In modo che, se si considera bene quali sono loro e quali siamo noi, io non so perché più si merita di essere chiamata la parte nostra nobile che la loro.
E se fusse perché loro sono seguitati da tutta la plebe, noi siamo per questo, in peggiore condizione, e loro in migliore; e in tanto che, se si viene alle armi o a' partiti, noi non siamo per potere resistere.
E se noi stiamo ancora nella dignità nostra, nasce dalla reputazione antica di questo stato, la quale si ha per cinquanta anni conservata; ma come e' si venisse alla pruova, e che e' si scoprisse la debolezza nostra, noi ce la perderemmo.
E se tu dicessi che la giusta cagione che ci muove accrescerebbe a noi credito e a loro lo torrebbe, ti rispondo che questa giustizia conviene che sia intesa e creduta da altri come da noi; il che è tutto il contrario; perché la cagione che ci muove è tutta fondata in sul sospetto che non si faccia principe di questa città: se questo sospetto noi lo abbiamo, non lo hanno gli altri; anzi, che è peggio, accusono noi di quello che noi accusiamo lui.
L'opere di Cosimo che ce lo fanno sospetto sono: perché gli serve de' suoi danari ciascuno, e non solamente i privati ma il publico, e non solo i Fiorentini ma i condottieri; perché favorisce quello e quell'altro cittadino che ha bisogno de' magistrati; perché e' tira, con la benivolenzia che gli ha nello universale, questo e quell'altro suo amico a maggiori gradi di onori.
Adunque converrebbe addurre le cagioni del cacciarlo, perché gli è piatoso, oficioso, liberale e amato da ciascuno.
Dimmi un poco: quale legge è quella che proibisca o che biasimi e danni negli uomini la pietà, la liberalità, lo amore? E benché sieno modi tutti che tirino gli uomini volando al principato, non di meno e' non sono creduti così, né noi siamo sufficienti a darli ad intendere, perché i modi nostri ci hanno tolta la fede, e la città, che naturalmente è partigiana e, per essere sempre vivuta in parte, corrotta, non può prestare gli orecchi a simili accuse.
Ma poniamo che vi riuscisse il cacciarlo, che potrebbe, avendo una Signoria propizia riuscire facilmente: come potresti voi mai, intra tanti suoi amici che ci rimarrebbono e arderebbono del desiderio della tornata sua, obviare che non ci ritornasse? Questo sarebbe impossibile, perché mai, sendo tanti e avendo la benivolenzia universale, non ve ne potresti assicurare; e quanti più de' primi suoi scoperti amici cacciasse tanti più nimici vi faresti in modo che dopo poco tempo e' ci ritornerebbe; e ne aresti guadagnato questo, che voi lo aresti cacciato buono, e tornerebbeci cattivo; perché la natura sua sarebbe corrotta da quelli che lo revocassero, a' quali sendo obligato non si potrebbe opporre.
E se voi disegnassi di farlo morire, non mai per via de' magistrati vi riuscirà, perché i danari suoi, gli animi vostri corruttibili, sempre lo salveranno.
Ma poniamo che muoia, o cacciato non torni: io non veggo che acquisto ci facci dentro la nostra republica; perché, se la si libera da Cosimo, la si fa serva a messer Rinaldo; e io, per me, sono uno di quelli che desidero che niuno cittadino di potenza e di autorità superi l'altro; ma quando alcuno di questi duoi avesse a prevalere, io non so quale cagione mi facesse amare più messer Rinaldo che Cosimo.
Né ti voglio dire altro, se non che Dio guardi questa città che alcuno suo cittadino ne diventi principe; ma quando pure i peccati nostri lo meritassero, la guardi di avere ad ubbidire a lui.
Non volere dunque consigliare che si pigli uno partito che da ogni parte sia dannoso; né credere, accompagnato da pochi, potere opporti alla voglia di molti: perché tutti questi cittadini, parte per ignoranza, parte per malizia, sono a vendere questa republica apparecchiati; ed è in tanto la fortuna loro amica, ch'eglino hanno trovato il comperatore.
Governati per tanto per il mio consiglio: attendi a vivere modestamente; e arai, quanto alla libertà, così a sospetto quelli della parte nostra, come quelli della avversa, e quando travaglio alcuno nasca, vivendo neutrale, sarai a ciascuno grato; e così gioverai a te, e non nocerai alla tua patria.
28
Queste parole raffrenorono alquanto lo animo del Barbadoro, in modo che le cose stettono quiete quanto durò la guerra di Lucca; ma seguita la pace, e con quella la morte di Niccolò da Uzano, rimase la città sanza guerra e sanza freno.
Donde che sanza alcuno rispetto crebbono i malvagi umori; e messer Rinaldo, parendogli essere rimaso solo principe della Parte, non cessava di pregare e infestare tutti i cittadini i quali credeva potessero essere gonfalonieri, che si armassero a liberare la patria di quello uomo che di necessità, per la malignità di pochi e per la ignoranza di molti, la conduceva in servitù.
Questi modi tenuti da messer Rinaldo, e quelli di coloro che favorivano la parte avversa, tenevano la città piena di sospetto; e qualunque volta si creava uno magistrato, si diceva publicamente quanti dell'una e quanti dell'altra parte vi sedevano; e nella tratta de' Signori stava tutta la città sollevata.
Ogni caso che veniva davanti a' magistrati, ancora che minimo, si riduceva fra loro in gara; i secreti si publicavano; così il bene come il male si favoriva e disfavoriva; i buoni come i cattivi ugualmente erano lacerati; niuno magistrato faceva l'ufizio suo.
Stando adunque Firenze in questa confusione, e messer Rinaldo in quella voglia di abbassare la potenza di Cosimo, e sapendo come Bernardo Guadagni poteva essere gonfaloniere, pagò le sue gravezze, acciò che il debito publico non gli togliesse quel grado.
Venutosi di poi alla tratta de' Signori, fece la fortuna, amica alle discordie nostre, che Bernardo fu tratto gonfalonieri per sedere il settembre e l'ottobre.
Il quale messer Rinaldo andò subito a vicitare, e gli disse quanto la parte de' nobili e qualunque desiderava bene vivere si era rallegrato per essere lui pervenuto a quella dignità; e che a lui si apparteneva operare in modo che non si fussero rallegrati invano.
Mostrogli di poi i pericoli che nella disunione si correvono, e come non era altro rimedio alla unione, che spegnere Cosimo; perché solo quello, per i favori che da le immoderate sue ricchezze nascevano, gli teneva infermi; e che si era condotto tanto alto che, se e' non vi si provedeva, ne diventerebbe principe; e come ad uno buono cittadino s'apparteneva rimediarvi, chiamare il popolo in Piazza, ripigliare lo stato, per rendere alla patria la sua libertà.
Ricordogli che messer Salvestro de' Medici potette ingiustamente frenare la grandezza de' Guelfi, a' quali, per il sangue dai loro antichi sparso, si apparteneva il governo; e che quello ch'egli fare contro a tanti ingiustamente potette, potrebbe bene fare esso, giustamente, contro ad uno solo.
Confortollo a non temere, perché gli amici con le armi sarebbono presti per aiutarlo; e della plebe che lo adorava non tenessi conto, perché non trarrebbe Cosimo da lei altri favori che si traessi già messer Giorgio Scali; né delle sue ricchezze dubitasse, perché quando fia in podestà de' Signori, le saranno loro, e conclusegli che questo fatto farebbe la republica secura e unita, e lui glorioso.
Alle quali parole Bernardo rispose brevemente, come giudicava cosa necessaria fare quanto egli diceva; e perché il tempo era da spenderlo in operare, attendessi a prepararsi con le forze, per essere presto, persuaso che gli avesse i compagni.
Preso che ebbe Bernardo il magistrato, disposti i compagni e convenuto con messer Rinaldo, citò Cosimo, il quale, ancora che ne fusse da molti amici sconfortato comparì, confidatosi più nella innocenzia sua che nella misericordia de' Signori.
Come Cosimo fu in Palagio, e sostenuto, messer Rinaldo con molti armati uscì di casa, e apresso a quello tutta la Parte, e ne vennono in Piazza, dove i Signori feciono chiamare il popolo, e creorono dugento uomini di balia per riformare lo stato della città.
Nella quale balia, come prima si potette, si trattò della riforma, e della vita e della morte di Cosimo.
Molti volevono che fusse mandato in esilio; molti morto; molti altri tacevano, o per compassione di lui o per paura di loro.
I quali dispareri non lasciavano concludere alcuna cosa.
29
È nella torre del Palagio uno luogo, tanto grande quanto patisce lo spazio di quella, chiamato l'Alberghettino; nel quale fu rinchiuso Cosimo, e dato in guardia a Federigo Malavolti.
Dal quale luogo sentendo Cosimo fare il parlamento, e il romore delle armi che in Piazza si faceva, e il sonare spesso a balia, stava con sospetto della sua vita; ma più ancora temeva che estraordinariamente i particulari nimici lo facessero morire.
Per questo si asteneva dal cibo tanto che, in quattro giorni, non aveva voluto mangiare altro che un poco di pane.
Della qual cosa accorgendosi Federigo, gli disse: - Tu dubiti, Cosimo di non essere avvelenato; e fai te morire di fame, e poco onore a me, credendo che io volessi tenere le mani ad una simile scelleratezza.
Io non credo che tu abbia a perdere la vita: tanti amici hai in Palagio e fuori; ma quando pure avessi a perderla, vivi securo che piglieranno altri modi che usare me per ministro a tortela, perché io non voglio bruttarmi le mani nel sangue di alcuno e massime del tuo, che non mi offendesti mai.
Sta' per tanto di buona voglia prendi il cibo, e mantienti vivo agli amici e alla patria.
E perché con maggiore fidanza possa farlo, io voglio delle cose tue medesime mangiare teco -.
Queste parole tutto confortorono Cosimo; e con le lagrime agli occhi abbracciò e baciò Federigo, e con vive ed efficaci parole ringraziò quello di sì piatoso e amorevole officio, offerendo essernegli gratissimo, se mai dalla fortuna gliene fusse data occasione.
Sendo adunque Cosimo alquanto riconfortato, e disputandosi il caso suo intra i cittadini, occorse che Federigo, per darli piacere, condusse a cena seco uno familiare del Gonfaloniere, chiamato il Farganaccio, uomo sollazzevole e faceto.
E avendo quasi che cenato, Cosimo, che pensò valersi della venuta di costui, perché benissimo lo cognosceva, accennò Federigo che si partisse.
Il quale, intendendo la cagione, finse di andare per cose che mancassero a fornire la cena; e lasciati quelli soli, Cosimo, dopo alquante amorevoli parole usate al Farganaccio, gli dette uno contrasegno, e gli impose che andasse allo Spedalingo di Santa Maria Nuova per mille cento ducati: cento ne prendesse per sé, e mille ne portasse al Gonfaloniere; e pregasse quello che, presa onesta occasione, gli venisse a parlare.
Accettò costui la commissione: i denari furono pagati; donde Bernardo ne diventò più umano: e ne seguì che Cosimo fu confinato a Padova, contro alla voglia di messer Rinaldo, che lo voleva spegnere.
Fu ancora confinato Averardo e molti della casa de' Medici; e con quelli, Puccio e Giovanni Pucci.
E per sbigottire quelli che erano male contenti dello esilio di Cosimo, dettono balia agli Otto di guardia e al Capitano del popolo.
Dopo le quali deliberazioni, Cosimo, a' dì 3 di ottobre, nel 1433, venne davanti a' Signori, da' quali gli fu denunziato il confine, confortandolo allo ubbidire, quando e' non volesse che più aspramente contro a' suoi beni e contro a lui si procedesse.
Accettò Cosimo con vista allegra il confine, affermando che dovunque quella Signoria lo mandasse era per stare volentieri.
Pregava bene che, poi gli aveva conservata la vita, gliene difendesse; perché sentiva essere in Piazza molti che desideravano il sangue suo.
Offerse di poi, in qualunque luogo dove fusse, alla città, al popolo e a Loro Signorie sé e le sustanze sue.
Fu da il Gonfalonieri confortato, e tanto ritenuto in Palagio che venisse la notte.
Di poi lo condusse in casa sua, e fattolo cenare seco, da molti armati lo fece accompagnare a' confini.
Fu, dovunque passò, ricevuto Cosimo onorevolmente, e da' Viniziani publicamente vicitato, e non come sbandito, ma come posto in supremo grado, onorato.
30
Rimasa Firenze vedova d'uno tanto cittadino e tanto universalmente amato, era ciascuno sbigottito; e parimente quelli che avevano vinto e quelli che erano vinti temevano.
Donde che messer Rinaldo, dubitando del suo futuro male, per non mancare a sé e alla Parte, ragunati molti cittadini amici, disse a quelli che vedeva apparecchiata la rovina loro, per essersi lasciati vincere da' prieghi, dalle lagrime e da' danari de' loro nimici.
E non si accorgevono che poco di poi aranno a pregare e piagnere eglino, e che i loro prieghi non saranno uditi, e delle loro lagrime non troverranno chi abbia compassione: e de' danari presi restituiranno il capitale e pagheranno l'usura con tormenti, morte ed esili.
E che gli era molto meglio essersi stati, che avere lasciato Cosimo in vita e gli amici suoi in Firenze; perché gli uomini grandi o e' non si hanno a toccare o, tocchi, a spegnere.
Né ci vedeva altro rimedio che farsi forti nella città, acciò che, risentendosi e nimici, che si risentirieno presto, si potesse cacciarli con le armi, poi che con i modi civili non se ne erano potuti mandare.
E che il rimedio era quello che molto tempo innanzi aveva ricordato: di riguadagnarsi i Grandi, rendendo e concedendo loro tutti gli onori della città, e farsi forte con questa parte, poi che i loro avversarii si erano fatti forti con la plebe.
E come, per questo, la parte loro sarebbe più gagliarda, quanto in quella sarebbe più vita, più virtù, più animo e più credito; affermando che, se questo ultimo e vero rimedio non si pigliava, non vedeva con quale altro modo si potesse conservare uno stato infra tanti nimici, e cognosceva una propinqua rovina della parte loro e della città.
A che Mariotto Baldovinetti, uno de' ragunati, si oppose, mostrando la superbia de' Grandi e la natura loro insopportabile; e che non era da ricorrere sotto una certa tirannide loro, per fuggire i dubi pericoli della plebe.
Donde che messer Rinaldo, veduto il suo consiglio non essere udito, si dolfe della sua sventura e di quella della sua parte, imputando ogni cosa più a' cieli, che volevono così, che alla ignoranza e cecità degli uomini.
Standosi la cosa adunque in questa maniera, sanza fare alcuna necessaria provisione, fu trovata una lettera scritta da messer Agnolo Acciaiuoli a Cosimo, la quale gli mostrava la disposizione della città verso di lui, e lo confortava a fare che si movesse qualche guerra, e a farsi amico Neri di Gino; perché giudicava, come la città avesse bisogno di danari, non si troverebbe chi la servisse, e verrebbe la memoria sua a rinfrescarsi ne' cittadini e il desiderio di farlo ritornare, e se Neri si smembrasse da messer Rinaldo, quella parte indebolirebbe tanto che la non sarebbe sufficiente a defendersi.
Questa lettera, venuta nelle mani de' magistrati, fu cagione che messer Agnolo fusse preso, collato e mandato in esilio.
Né per tale esemplo si frenò in alcuna parte l'umore che favoriva Cosimo.
Era di già girato quasi che l'anno dal dì che Cosimo era stato cacciato, e venendo il fine di agosto 1434, fu tratto gonfalonieri per i duoi mesi futuri Niccolò di Cocco, e con quello otto Signori tutti partigiani di Cosimo; di modo che tale Signoria spaventò messer Rinaldo e tutta la sua parte.
E perché avanti che i Signori prendino il magistrato eglino stanno tre giorni privati, messer Rinaldo fu di nuovo con i capi della parte sua; e mostrò loro il certo e propinquo periculo e che il rimedio era pigliare le armi e fare che Donato Velluti, il quale allora sedeva gonfalonieri, ragunasse il popolo in Piazza, facesse nuova balia, privasse i nuovi Signori del magistrato, e se ne creasse de' nuovi, a proposito dello stato, e si ardessero le borse e con nuovi squittini, si riempiessero di amici.
Questo partito da molti era giudicato sicuro e necessario, da molti altri troppo violento e da tirarsi dreto troppo carico.
E intra quelli a chi e' dispiacque fu messer Palla Strozzi, il quale era uomo quieto, gentile e umano, e più tosto atto agli studi delle lettere che a frenare una parte e opporsi alle civili discordie.
E però disse che i partiti o astuti o audaci paiono nel principio buoni, ma riescono poi nel trattargli difficili, e nel finirgli dannosi; e che credeva che il timore delle nuove guerre di fuori, sendo le genti del Duca in Romagna sopra i confini nostri, farebbe che i Signori penserebbero più a quelle che alle discordie di dentro; pure, quando si vedesse che volessero alterare (il che non potevono fare che non si intendesse) sempre si sarebbe a tempo a pigliare le armi ed esequire quanto paresse necessario per la salute comune; il che faccendosi per necessità, seguirebbe con meno ammirazione del popolo e meno carico loro.
Fu per tanto concluso che si lasciassero entrare i nuovi Signori e che si vigilassero i loro andamenti, e quando si sentisse cosa alcuna contro alla Parte, ciascuno pigliasse l'armi e convenisse alla piazza di San Pulinari luogo propinquo al Palagio, donde potrebbero poi condursi dove paresse loro necessario.
31
Partiti con questa conclusione, i Signori nuovi entrarono in magistrato; e il Gonfaloniere, per darsi reputazione e per sbigottire quelli che disegnassero opporsegli, condannò Donato Velluti suo antecessore, alle carcere, come uomo che si fusse valuto de' danari publici.
Dopo questo, tentò i compagni per fare ritornare Cosimo; e trovatigli disposti, ne parlava con quelli che della parte de' Medici giudicava capi: da' quali sendo riscaldato, citò messer Rinaldo, Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadoro, come principali della parte avversa.
Dopo la quale citazione, pensò messer Rinaldo che non fusse da ritardare più, e uscì fuora di casa con gran numero di armati: con il quale si congiunse subito Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadoro.
Fra costoro erano di molti altri cittadini, e assai soldati che in Firenze sanza soldo si trovavano, e tutti si fermorono secondo la convenzione fatta, alla piazza di San Pulinari.
Messer Palla Strozzi ancora che gli avesse ragunate assai genti, non uscì fuora, il simile fece messer Giovanni Guicciardini: donde che messer Rinaldo mandò a sollecitargli, e a riprendergli della loro tardità.
Messer Giovanni rispose che faceva assai guerra alla parte nimica, se teneva, con lo starsi in casa, che Piero suo fratello non uscisse fuora a soccorrere il Palagio; messer Palla, dopo molte ambasciate fattegli, venne a San Pulinari a cavallo, con duoi a piè, e disarmato.
Al quale messer Rinaldo si fece incontra, e forte lo riprese della sua negligenzia; e che il non convenire con gli altri nasceva o da poca fede o da poco animo; e l'uno e l'altro di questi carichi doveva fuggire uno uomo che volesse essere tenuto di quella sorte era tenuto egli.
E se credeva, per non fare suo debito contro alla Parte, che gli nimici suoi, vincendo, gli perdonassero o la vita o lo esilio, se ne ingannava.
E quanto si aspettava a lui, venendo alcuna cosa sinistra, ci arebbe questo contento, di non essere mancato innanzi al pericolo con il consiglio, e in sul pericolo con la forza; ma a lui e agli altri si raddoppierieno i dispiaceri, pensando di avere tradita la patria loro tre volte: l'una quando salvorono Cosimo; l'altra quando non presono i suoi consigli; la terza allora, di non la soccorrere con le armi.
Alle quali parole messer Palla non rispose cosa che da' circustanti fusse intesa; ma, mormorando, volse il cavallo, e tornossene a casa.
I Signori, sentendo messer Rinaldo e la sua parte avere prese le armi, e vedendosi abbandonati, fatto serrare il Palagio, privi di consiglio, non sapevano che farsi.
Ma soprastando messer Rinaldo a venire in Piazza, per aspettare quelle forze che non vennono, tolse a sé l'occasione del vincere, e dette animo a loro a provedersi, e a molti cittadini di andare a quelli e confortargli a volere usare termini che si posassero le armi.
Andorono adunque alcuni meno sospetti, da parte de' Signori, a messer Rinaldo; e dissono che la Signoria non sapeva la cagione perché questi moti si facessero, e che non aveva mai pensato di offenderlo; e se si era ragionato di Cosimo, non si era pensato a rimetterlo; e se questa era la cagione del sospetto, che gli assicurerebbero; e che fussino contenti venire in Palagio; e che sarebbono bene veduti e compiaciuti d'ogni loro domanda.
Queste parole non feciono mutare di proposito messer Rinaldo; ma diceva volere assicurarsi con il fargli privati, e di poi a benificio di ciascuno si riordinasse la città.
Ma sempre occorre che dove le autorità sono pari e i pareri sieno diversi, vi si risolve rade volte alcuna cosa in bene.
Ridolfo Peruzzi, mosso dalle parole di quelli cittadini, disse che per lui non si cercava altro se non che Cosimo non tornasse, e avendo questo d'accordo, gli pareva assai vittoria; né voleva, per averla maggiore, riempiere la sua città di sangue; e però voleva ubbidire alla Signoria.
E con le sue genti ne andò in Palagio, dove fu lietamente ricevuto.
Il fermarsi adunque messer Rinaldo a San Pulinari, il poco animo di messer Palla e la partita di Ridolfo avevano tolto a messer Rinaldo la vittoria della impresa; ed erano cominciati gli animi de' cittadini che lo seguivano a mancare di quella prima caldezza.
A che si aggiunse l'autorità del Papa.
32
Trovavasi papa Eugenio in Firenze, stato cacciato da Roma da il popolo.
Il quale, sentendo questi tumulti, e parendogli suo uficio il quietargli, mandò messer Giovanni Vitelleschi patriarca, amicissimo di messer Rinaldo, a pregarlo che venisse a lui; perché non gli mancherebbe, con la Signoria, né autorità né fede a farlo contento e securo, sanza sangue e danno de' cittadini.
Persuaso per tanto messer Rinaldo dallo amico, con tutti quegli che armati lo seguivano, ne andò a Santa Maria Novella, dove il Papa dimorava.
Al quale Eugenio fece intendere la fede che i Signori gli avevano data, e rimesso in lui ogni differenza; e che si ordinerebbono le cose, quando e' posasse l'armi, come a quello paresse.
Messer Rinaldo, avendo veduto la freddezza di messer Palla e la leggerezza di Ridolfo Peruzzi, scarso di migliore partito, si rimisse nelle braccia sua, pensando pure che la autorità del Papa lo avesse a perservare.
Onde che il Papa fece significare a Niccolò Barbadoro e agli altri che fuori lo aspettavano, che andassero a posare l'armi, perché messer Rinaldo rimaneva con il Pontefice per trattare lo accordo con i Signori.
Alla quale voce ciascuno si risolvé e si disarmò.
33
I Signori, vedendo disarmati gli avversarii loro, attesono a praticare lo accordo per mezzo del Papa: e dall'altra parte mandorono secretamente nella montagna di Pistoia per fanterie; e quelle, con tutte le loro genti d'arme, feciono venire, di notte, in Firenze; e presi i luoghi forti della città, chiamorono il popolo in Piazza, e creorono nuova balia.
La quale, come prima si ragunò, restituì Cosimo alla patria e gli altri che erano con quello stati confinati; e della parte nimica confinò messer Rinaldo degli Albizzi, Ridolfo Peruzzi, Niccolò Barbadori e messer Palla Strozzi, con molti altri cittadini; e in tanta quantità che poche terre in Italia rimasero, dove non ne fusse mandati in esilio, e molte fuora di Italia ne furono ripiene, tale che Firenze, per simile accidente, non solamente si privò di uomini da bene, ma di ricchezze e di industria.
Il Papa, vedendo tanta rovina sopra di coloro i quali per i suoi prieghi avieno posate l'armi, ne restò malissimo contento; e con messer Rinaldo si dolfe della ingiuria fattagli sotto la sua fede; e lo confortò a pazienzia, e a sperare bene per la varietà della fortuna.
Al quale messer Rinaldo rispose: - La poca fede che coloro che mi dovevono credere mi hanno prestata, e la troppa che io ho prestata a Voi, ha me e la mia parte rovinata, ma io più di me stesso che di alcuno mi dolgo, poi che io credetti che Voi, che eri stato cacciato della patria vostra, potessi tenere me nella mia.
De' giuochi della fortuna io ne ho assai buona esperienza; e come io ho poco confidato nelle prosperità, così le avversità meno mi offendono; e so che, quando le piacerà, la mi si potrà mostrare più lieta; ma quando mai non le piaccia, io stimerò sempre poco vivere in una città dove possino meno le leggi che gli uomini; perché quella patria è desiderabile nella quale le sustanze e gli amici si possono securamente godere, non quella dove ti possino essere quelle tolte facilmente, e gli amici, per paura di loro propri, nelle tue maggiori necessità ti abbandonono.
E sempre agli uomini savi e buoni fu meno grave udire i mali della patria loro, che vederli; e cosa più gloriosa reputano essere uno onorevole ribello, che uno stiavo cittadino -.
E partito dal Papa pieno di sdegno, seco medesimo spesso i suoi consigli e la freddezza degli amici reprendendo, se ne andò in esilio.
Cosimo, dall'altra parte, avendo notizia della sua restituzione, tornò in Firenze.
E rade volte occorse che uno cittadino, tornando trionfante d'una vittoria, fusse ricevuto dalla sua patria con tanto concorso di popolo e con tanta dimostrazione di benivolenzia, con quanta fu ricevuto egli tornando dallo esilio.
E da ciascuno voluntariamente fu salutato benefattore del popolo e padre della patria.
LIBRO QUINTO
1
Sogliono le provincie, il più delle volte, nel variare che le fanno, dall'ordine venire al disordine, e di nuovo di poi dal disordine all'ordine trapassare; perché, non essendo dalla natura conceduto alle mondane cose il fermarsi, come le arrivano alla loro ultima perfezione, non avendo più da salire, conviene che scendino; e similmente, scese che le sono, e per li disordini ad ultima bassezza pervenute, di necessità, non potendo più scendere, conviene che salghino, e così sempre da il bene si scende al male, e da il male si sale al bene.
Perché la virtù partorisce quiete la quiete ozio, l'ozio disordine, il disordine rovina, e similmente dalla rovina nasce l'ordine, dall'ordine virtù, da questa gloria e buona fortuna.
Onde si è da i prudenti osservato come le lettere vengono drieto alle armi, e che nelle provincie e nelle città prima i capitani che i filosofi nascono.
Perché avendo le buone e ordinate armi partorito vittorie, e le vittorie quiete, non si può la fortezza degli armati animi con il più onesto ozio che con quello delle lettere corrompere; né può l'ozio con il maggiore e più pericoloso inganno che con questo nelle città bene institute entrare.
Il che fu da Catone, quando in Roma Diogene e Carneade filosofi, mandati da Atene oratori al Senato, vennono, ottimamente cognosciuto; il quale, veggendo come la gioventù romana cominciava con ammirazione a seguitarli, e cognoscendo il male che da quello onesto ozio alla sua patria ne poteva risultare, provide che niuno filosofo potesse essere in Roma ricevuto.
Vengono per tanto le provincie per questi mezzi alla rovina; dove pervenute, e gli uomini per le battiture diventati savi, ritornono, come è detto, all'ordine, se già da una forza estraordinaria non rimangono suffocati.
Queste cagioni feciono, prima mediante gli antichi Toscani, di poi i Romani, ora felice ora misera la Italia.
E avvenga che di poi sopra le romane rovine non si sia edificato cosa che l'abbia in modo da quelle ricomperata, che sotto uno virtuoso principato abbia potuto gloriosamente operare, non di meno surse tanta virtù in alcuna delle nuove città e de nuovi imperii i quali tra le romane rovine nacquono, che, sebbene uno non dominasse agli altri, erano non di meno in modo insieme concordi e ordinati che da' barbari la liberorono e difesero.
Intra i quali imperii i Fiorentini, se gli erano di minore dominio, non erano di autorità né di potenza minori; anzi, per essere posti in mezzo alla Italia, ricchi e presti alle offese, o eglino felicemente una guerra loro mossa sostenevono, o ei davono la vittoria a quello con il quale e' s'accostavano.
Dalla virtù adunque di questi nuovi principati, se non nacquono tempi che fussero per lunga pace quieti, non furono anche per la asprezza della guerra pericolosi; perché pace non si può affermare che sia dove spesso i principati con le armi l'uno l'altro si assaltano; guerre ancora non si possono chiamare quelle nelle quali gli uomini non si ammazzano, le città non si saccheggiano, i principati non si destruggono: perché quelle guerre in tanta debolezza vennono, che le si cominciavano sanza paura, trattavansi sanza pericolo, e finivonsi sanza danno.
Tanto che quella virtù che per una lunga pace si soleva nelle altre provincie spegnere fu dalla viltà di quelle in Italia spenta, come chiaramente si potrà cognoscere per quello che da noi sarà da il 1434 al '94 descritto dove si vedrà come alla fine si aperse di nuovo la via a' barbari e riposesi la Italia nella servitù di quelli.
E se le cose fatte dai principi nostri fuori e in casa, non fieno, come quelle degli antichi, con ammirazione per la loro virtù e grandezza lette, fieno forse per le altre loro qualità, con non minore ammirazione considerate, vedendo come tanti nobilissimi popoli da sì deboli e male amministrate armi fussino tenuti in freno.
E se, nel descrivere le cose seguite in questo guasto mondo, non si narrerà o fortezza di soldati, o virtù di capitano, o amore verso la patria di cittadino, si vedrà con quali inganni, con quali astuzie e arti, i principi, i soldati e i capi delle repubbliche, per mantenersi quella reputazione che non avevono meritata, si governavano.
Il che sarà forse non meno utile che si sieno le antiche cose a cognoscere, perché, se quelle i liberali animi a seguitarle accendono, queste a fuggirle e spegnerle gli accenderanno.
2
Era la Italia da quelli che la comandavano in tale termine condotta, che, quando per la concordia de' principi nasceva una pace, poco di poi da quelli che tenevano le armi in mano era perturbata: e così per la guerra non acquistavano gloria né per la pace quiete.
Fatta per tanto la pace intra il duca di Milano e la lega, l'anno 1433, i soldati, volendo stare in su la guerra si volsono contro alla Chiesa.
Erano allora due sette di armi in Italia, Braccesca e Sforzesca: di questa era capo il conte Francesco figliuolo di Sforza, dell'altra era principe Niccolò Piccino e Niccolò Fortebraccio: a queste sette quasi tutte le altre armi italiane si accostavano.
Di queste la Sforzesca era in maggiore pregio, sì per la virtù del Conte, sì per la promessa gli aveva il duca di Milano fatta di madonna Bianca sua naturale figliuola; la speranza del quale parentado reputazione grandissima gli arrecava.
Assaltorono adunque queste sette di armati, dopo la pace di Lombardia per diverse cagioni, papa Eugenio: Niccolò Fortebraccio era mosso dall'antica nimicizia che Braccio avea sempre tenuta con la Chiesa; il Conte per ambizione si moveva; tanto che Niccolò assalì Roma e il Conte si insignorì della Marca.
Donde i Romani, per non volere la guerra, cacciorono Eugenio di Roma.
Il quale, con pericolo e difficultà fuggendo, se ne venne a Firenze, dove considerato il pericolo nel quale era, e vedendosi da' principi abbandonato, i quali per cagione sua non volevono ripigliare quelle armi ch'eglino avieno con massimo desiderio posate, si accordò con il Conte, e gli concesse la signoria della Marca, ancor che il Conte alla ingiuria dello averla occupata vi avesse aggiunto il dispregio, perché, nel segnare in luogo dove scriveva a' suoi agenti le lettere, con parole latine, secondo il costume italiano, diceva: Ex Girfalco nostro Firmiamo, invito Petro et Paulo.
Né fu contento alla concessione delle terre ché volle essere creato gonfaloniere della Chiesa, e tutto gli fu acconsentito: tanto più temé Eugenio una pericolosa guerra che una vituperosa pace.
Diventato per tanto il Conte amico del Papa perseguitò Niccolò Fortebraccio, e intra loro seguirono, nelle terre della Chiesa per molti mesi, varii accidenti, i quali tutti più a danno del Papa e de' suoi sudditi, che di chi maneggiava la guerra seguivono; tanto che fra loro, mediante il duca di Milano, si concluse, per via di triegua, uno accordo, dove l'uno e l'altro di essi nelle terre della Chiesa principi rimasono.
3
Questa guerra, spenta a Roma, fu da Batista da Canneto in Romagna raccesa.
Ammazzò costui in Bologna, alcuni della famiglia de' Grifoni, e il governatore per il Papa con altri suoi nimici cacciò della città; e per tenere con violenza quello stato, ricorse per aiuti a Filippo; e il Papa, per vendicarsi della ingiuria, gli domandò a' Viniziani e a' Fiorentini.
Furono l'uno e l'altro di costoro suvvenuti, tanto che subito si trovorono in Romagna duoi grossi eserciti.
Di Filippo era capitano Niccolò Piccino; le genti viniziane e fiorentine da Gattamelata e da Niccolò da Tolentino erano governate; e propinque a Imola vennono a giornata; nella quale i Viniziani e Fiorentini furono rotti, e Niccolò da Tolentino mandato prigione al Duca; il quale, o per fraude di quello, o per dolore del ricevuto danno, in pochi giorni morì.
Il Duca, dopo questa vittoria, o per essere debole per le passate guerre, o per credere che la lega, avuta questa rotta, posasse, non seguì altrimenti la fortuna, e dette tempo al Papa e i collegati di nuovo ad unirsi.
I quali elessono per loro capitano il conte Francesco, e feciono impresa di cacciare Niccolò Fortebraccio delle terre della Chiesa, per vedere se potevono ultimare quella guerra che in favore del Pontefice avevono cominciata.
I Romani, come e' viddono il Papa gagliardo in su e campi, cercorono di aver seco accordo; e trovoronlo, e riceverono un suo commissario.
Possedeva Niccolò Fortebraccio, intra le altre terre, Tiboli, Montefiasconi, Città di Castello e Ascesi.
In questa terra, non potendo Niccolò stare in campagna, s'era rifuggito, dove il Conte lo assediò, e andando la obsidione in lunga, perché Niccolò virilmente si difendeva, parve al Duca necessario o impedire alla lega quella vittoria, o ordinarsi, dopo quella, a difendere le cose sua.
Volendo per tanto divertire il Conte dallo assedio, comandò a Niccolò Piccino che per la via di Romagna passasse in Toscana; in modo che la lega, giudicando essere più necessario difendere la Toscana che occupare Ascesi, ordinò al Conte proibissi a Niccolò il passo; il quale era di già, con lo esercito suo, a Furlì.
Il Conte dall'altra parte mosse con le sue genti e ne venne a Cesena, avendo lasciato a Lione suo fratello la guerra della Marca e la cura degli stati suoi.
E mentre che Piccinino cercava di passare, e il Conte di impedirlo, Niccolò Fortebraccio assaltò Lione, e con grande sua gloria prese quello, e le sue genti saccheggiò; e seguitando la vittoria, occupò, con il medesimo impeto, molte terre della Marca.
Questo fatto contristò assai il Conte, pensando essere perduti tutti gli stati suoi, e lasciato parte dello esercito allo incontro di Piccinino, con il restante ne andò alla volta del Fortebraccio, e quello combatté e vinse; nella qual rotta Fortebraccio rimase prigione e ferito; della quale ferita morì.
Questa vittoria restituì al Pontefice tutte le terre che da Niccolò Fortebraccio gli erano state tolte, e ridusse il duca di Milano a domandare pace, la quale per il mezzo di Niccolò da Esti marchese di Ferrara si concluse.
Nella quale le terre occupate in Romagna dal Duca si restituirono alla Chiesa, e le genti del Duca si ritornorono in Lombardia, e Battista da Canneto, come interviene a tutti quelli che per forze e virtù d'altri si mantengono in uno stato, partite che furono le genti del Duca di Romagna, non potendo le forze e virtù sue tenerlo in Bologna, se ne fuggì; dove messer Antonio Bentivoglio, capo della parte avversa, ritornò.
4
Tutte queste cose nel tempo dello esilio di Cosimo seguirono.
Dopo la cui tornata quelli che lo avevono rimesso e tanti cittadini ingiuriati pensorono, senza alcuno rispetto, di assicurarsi dello stato loro.
E la Signoria la quale nel magistrato il novembre e decembre succedette, non contenta a quello che da' suoi antecessori in favore della parte era stato fatto, prolungò e permutò i confini a molti, e di nuovo molti altri ne confinò; e ai cittadini non tanto l'umore delle parti noceva, ma le ricchezze, i parenti, le nimicizie private.
E se questa proscrizione da il sangue fusse stata accompagnata, arebbe a quella d'Ottaviano e Silla renduto similitudine; ancora che in qualche parte nel sangue s'intignesse, perché Antonio di Bernardo Guadagni fu decapitato, e quattro altri cittadini, intra i quali fu Zanobi Belfrategli e Cosimo Barbadori, avendo passati i confini, e trovandosi a Vinegia, i Viniziani, stimando più l'amicizia di Cosimo che l'onore loro, gli mandorono prigioni, dove furono vilmente morti.
La qual cosa dette grande reputazione alla parte e grandissimo terrore a' nimici, considerato che sì potente republica vendesse la libertà sua a' Fiorentini, il che si credette avesse fatto, non tanto per benificare Cosimo, quanto per accendere più le parti in Firenze, e fare, mediante il sangue, la divisione della città nostra più pericolosa; perché i Viniziani non vedevano altra opposizione alla loro grandezza, che la unione di quella.
Spogliata adunque la città de' nimici o sospetti allo stato, si volsono a benificare nuove genti, per fare più gagliarda la parte loro: e la famiglia degli Alberti, e qualunque altro si trovava ribelle, alla patria restituirono; tutti i Grandi, eccetto pochissimi, nello ordine populare ridussono; le possessioni de' rebelli intra loro per piccolo prezzo divisono.
Apresso a questo, con leggi e nuovi ordini si affortificorono, e feciono nuovi squittini, traendo delle borse i nimici e riempiendole di amici loro.
E ammuniti dalla rovina degli avversarii, giudicando che non bastassino gli squittini scelti a tenere fermo lo stato loro, pensorono che i magistrati i quali del sangue hanno autorità fussino sempre de' principi della setta loro; e però vollono che gli accoppiatori preposti alla imborsazione de' nuovi squittini, insieme con la Signoria vecchia, avessero autorità di creare la nuova; dettono agli Otto di guardia autorità sopra il sangue; providdono che i confinati, fornito il tempo, non potessero tornare, se prima dei Signori e Collegi, che sono in numero trentasette, non se ne accordava trentaquattro alla loro restituzione; lo scrivere loro e da quelli ricevere lettere proibirono; e ogni parola, ogni cenno, ogni usanza che a quelli che governavano fusse in alcuna parte dispiaciuta era gravissimamente punita.
E se in Firenze rimase alcuno sospetto, il quale da queste offese non fusse stato aggiunto, fu dalle gravezze che di nuovo ordinorono afflitto; e in poco tempo, avendo cacciata e impoverita tutta la parte nimica, dello stato loro si assicurorono.
E per non mancare di aiuti di fuori, e per torgli a quelli che disegnassero offenderli, con il Papa, Viniziani e duca di Milano a difensione degli stati si collegorono.
5
Stando adunque in questa forma le cose di Firenze, morì Giovanna reina di Napoli, e per suo testamento lasciò Rinieri d'Angiò erede del Regno.
Trovavasi allora Alfonso re di Ragona in Sicilia, il quale, per l'amicizia aveva con molti baroni, si preparava ad occupare quel regno.
I Napoletani e molti baroni favorivano Rinieri, il Papa dall'altra parte non voleva né che Rinieri né che Alfonso lo occupasse, ma desiderava che per uno suo governatore si amministrasse.
Venne per tanto Alfonso nel Regno, e fu da il duca di Sessa ricevuto; dove condusse al suo soldo alcuni principi, con animo (avendo Capua, la quale il principe di Taranto in nome di Alfonso possedeva) di costrignere i Napoletani a fare la sua volontà, e mandò l'armata sua ad assalire Gaeta, la quale per li Napoletani si teneva; per la qual cosa i Napoletani domandorono aiuto a Filippo.
Persuase costui i Genovesi a prendere quella impresa; i quali, non solo per sodisfare al Duca, loro principe, ma per salvare le loro mercanzie che in Napoli e in Gaeta avevono, armorono una potente armata.
Alfonso dall'altra parte, sentendo questo, ringrossò la sua, e in persona andò allo incontro de' Genovesi; e sopra l'isola di Ponzio venuti alla zuffa, l'armata aragonese fu rotta, e Alfonso, insieme con molti principi, preso e dato da' Genovesi nelle mani di Filippo.
Questa vittoria sbigottì tutti i principi che in Italia temevono la potenza di Filippo, perché giudicavano avesse grandissima occasione di insignorirsi del tutto.
Ma egli (tanto sono diverse le opinioni degli uomini) prese partito al tutto a questa opinione contrario.
Era Alfonso uomo prudente, e, come prima poté parlare a Filippo, gli dimostrò quanto ei s'ingannava a favorire Rinieri e disfavorire lui, perché Rinieri, diventato re di Napoli, aveva a fare ogni sforzo perché Milano diventassi del re di Francia, per avere gli aiuti propinqui e non avere a cercare ne' suoi bisogni, che gli fusse aperta la via a suoi soccorsi; né poteva altrimenti di questo assicurarsi, se non con la sua rovina, facendo diventare quello stato franzese.
E che al contrario interverrebbe quando esso ne diventassi principe; perché, non temendo altro nimico che i Franzesi, era necessitato amare e carezzare e, non che altro, ubbidire a colui che a suoi nimici poteva aprire la via; e per questo il titolo del Regno verrebbe ad essere appresso ad Alfonso, ma l'autorità e la potenza appresso di Filippo.
Sì che molto più a lui che a sé apparteneva considerare i pericoli dell'uno partito e l'utilità dell'altro, se già e' non volesse più tosto sodisfare ad uno suo appetito, che assicurarsi dello stato; perché nell'uno caso e' sarebbe principe e libero, nell'altro, sendo in mezzo di duoi potentissimi principi, o ei perderebbe lo stato, o e' viverebbe sempre in sospetto, e come servo arebbe ad ubbidire a quelli.
Poterono tanto queste parole nell'animo del Duca, che, mutato proposito, liberò Alfonso, e onorevolmente lo rimandò a Genova, e di quindi nel Regno.
Il quale si transferì in Gaeta, la quale, subito che s'intese la sua liberazione, era stata occupata da alcuni signori suoi partigiani.
6
I Genovesi, veggendo come il Duca, sanza avere loro rispetto, aveva liberato il Re, e che quello de' pericoli e delle spese loro si era onorato, e come a lui rimaneva il grado della liberazione e a loro la ingiuria della cattura e della rotta, tutti si sdegnorono contro a quello.
Nella città di Genova, quando la vive nella sua libertà, si crea per liberi suffragi uno capo, il quale chiamano Doge non perché sia assoluto principe, né perché egli solo deliberi, ma come capo preponga quello che dai magistrati e consigli loro si debba deliberare.
Ha quella città molte nobili famiglie, le quali sono tanto potenti che difficilmente allo imperio de' magistrati ubbidiscono.
Di tutte l'altre, la Fregosa e la Adorna sono potentissime: da queste nascono le divisioni di quella città, e che gli ordini civili si guastono; perché, combattendo intra loro, non civilmente, ma il più delle volte con le armi, questo principato, ne segue che sempre è una parte afflitta e l'altra regge; e alcuna volta occorre che quelli che si truovano privi delle loro dignità, alle armi forestiere ricorrono, e quella patria che loro governare non possono allo imperio d'uno forestiero sottomettono.
Di qui nasceva e nasce che quelli che in Lombardia regnono, il più delle volte a Genova comandono, come allora, quando Alfonso d'Aragona fu preso, interveniva.
E tra i primi Genovesi che erano stati cagione di sottometterla a Filippo era stato Francesco Spinula; il quale, non molto poi che gli ebbe fatta la sua patria serva, come in simili casi sempre interviene, diventò sospetto al Duca.
Onde che egli, sdegnato, si aveva eletto quasi che uno esilio voluntario a Gaeta; dove trovandosi quando e' seguì la zuffa navale con Alfonso, ed essendosi portato ne' servizi di quella impresa virtuosamente, gli parve avere di nuovo meritato tanto con il Duca, che potessi almeno, in premio de' suoi meriti, stare securamente a Genova.
Ma veduto che il Duca seguitava ne' sospetti suoi, perché egli non poteva credere che quello che non aveva amato la libertà della sua patria amasse lui, deliberò di tentare di nuovo la fortuna, e ad uno tratto rendere la libertà alla patria, e a sé la fama e la securtà, giudicando non avere con i suoi cittadini altro rimedio se non fare opera che donde era nata la ferita nascessi la medicina e la salute.
E vedendo la indegnazione universale nata contro al Duca per la liberazione del Re, giudicò che il tempo fusse commodo a mandare ad effetto i disegni suoi; e comunicò questo suo consiglio con alquanti i quali sapeva erano della medesima opinione, e gli confortò e dispose a seguirlo.
7
Era venuto il celebre giorno di Santo Giovanni Batista, nel quale Arismino, nuovo governatore mandato da il Duca, entrava in Genova; ed essendo già entrato dentro, accompagnato da Opicino vecchio governatore e da molti Genovesi, non parve a Francesco Spinola di differire, e uscì di casa armato insieme con quelli che della sua deliberazione erano consapevoli; e come e' fu sopra alla piazza posta davanti alle sue case, gridò il nome della libertà.
Fu cosa mirabile a vedere con quanta prestezza quel popolo e quelli cittadini a questo nome concorressino; tale che niuno il quale, o per sua utilità o per qualunque altra cagione, amasse il Duca, non solamente non ebbe spazio a pigliare le armi, ma appena si potette consigliare della fuga.
Arismino, con alcuni Genovesi che erano seco, nella rocca, che per il Duca si guardava, si rifuggì; Opicino, presumendo potere, se si rifuggiva in Palagio, dove dumila armati a sua ubbidienza aveva, o salvarsi o dare animo agli amici a defendersi, voltosi a quello cammino, prima che in piazza arrivasse fu morto, e, in molte parti diviso, fu per tutta Genova strascinato.
E ridutta i Genovesi la città sotto i liberi magistrati, in pochi giorni il castello e gli altri luoghi forti posseduti da il Duca occuporono, e al tutto da il giogo del duca Filippo si liberorono.
8
Queste cose così governate, dove nel principio avieno sbigottiti i principi di Italia, temendo che il Duca non diventasse troppo potente, dettono loro vedendo il fine che ebbono, speranza di potere tenerlo in freno, e non ostante la lega di nuovo fatta, i Fiorentini e i Viniziani con i Genovesi si accordorono.
Onde che messer Rinaldo degli Albizzi e gli altri capi de' fuori usciti fiorentini vedendo le cose perturbate, e il mondo avere mutato viso, presono speranza di potere indurre il Duca ad una manifesta guerra contro a Firenze; e andatine a Milano, messer Rinaldo parlò al Duca in questa sentenza: - Se noi, già tuoi nimici, vegniamo ora confidentemente a supplicare gli aiuti tuoi per ritornare nella patria nostra, né tu né alcuno altro che considera le umane cose come le procedono, e quanto la fortuna sia varia, se ne debbe maravigliare; non ostante che delle passate e delle presenti azioni nostre, e teco, per quello che già facemmo, e con la patria, per quello che ora facciamo, possiamo avere manifeste e ragionevoli scuse.
Niuno uomo buono riprenderà mai alcuno che cerchi di difendere la patria sua, in qualunque modo se la difenda.
Né fu mai il fine nostro di iniuriarti, ma sì bene di guardare la patria nostra dalle ingiurie: di che te ne può essere testimone che, nel corso delle maggiori vittorie della lega nostra, quando noi ti cognoscemmo volto ad una vera pace, fummo più desiderosi di quella che tu medesimo: tanto che noi non dubitiamo di avere mai fatto cosa da dubitare di non potere da te qualunque grazia ottenere.
Né anche la patria nostra si può dolere che noi ti confortiamo ora a pigliare quelle armi contro a di lei, dalle quali con tanta ostinazione la difendemmo; perché quella patria merita di essere da tutti i cittadini amata la quale ugualmente tutti i suoi cittadini ama, non quella che, posposti tutti gli altri, pochissimi ne adora.
Né sia alcuno che danni le armi in qualunque modo contro alla patria mosse, perché le città ancora che sieno corpi misti, hanno con i corpi semplici somiglianza, e come in questi nascono molte volte infirmità che sanza il fuoco o il ferro non si possono sanare, così in quelle molte volte surge tanti inconvenienti che uno pio e buono cittadino, ancora che il ferro vi fusse necessario, peccherebbe molto più a lasciarle incurate che a curarle.
Quale adunque puote essere malattia maggiore ad uno corpo d'una republica che la servitù? quale medicina è più da usare necessaria che quella che da questa infirmità la sullevi? Sono solamente quelle guerre giuste che sono necessarie, e quelle armi sono pietose dove non è alcuna speranza fuora di quelle.
Io non so quale necessità sia maggiore che la nostra, o quale pietà possa superare quella che tragga la patria sua di servitù: è certissimo per tanto la causa nostra essere piatosa e giusta; il che debbe essere e da noi e da te considerato.
Né per la parte tua questa giustizia manca; perché i Fiorentini non si sono vergognati, dopo una pace con tanta solennità celebrata, essersi con i Genovesi tuoi ribelli conlegati: tanto che, se la causa nostra non ti muove, ti muova lo sdegno.
E tanto più veggendo la impresa facile: perché non ti debbono sbigottire i passati esempli, dove tu hai veduto la potenza di quel popolo e la ostinazione alla difesa; le quali due cose ti doverrebbono ragionevolmente ancora fare temere, quando le fussino di quella medesima virtù che allora: ma ora tutto il contrario troverrai: perché quale potenza vuoi tu che sia in una città che abbia da sé nuovamente scacciato la maggiore parte delle sue ricchezze e della sua industria? quale ostinazione vuoi tu che sia in uno popolo per sì varie e nuove nimicizie disunito? La quale disunione è cagione che ancora quelle ricchezze che vi sono rimase non si possono, in quel modo che allora si potevono, spendere; perché gli uomini volentieri consumono il loro patrimonio, quando ei veggono per la gloria, per l'onore e stato loro proprio consumarlo, sperando quello bene racquistare nella pace, che la guerra loro toglie, non quando ugualmente, nella guerra e nella pace, si veggono opprimere, avendo nell'una a sopportare la ingiuria degli nimici, nell'altra la insolenzia di coloro che gli comandano.
E ai popoli nuoce molto più l'avarizia de' suoi cittadini che la rapacità degli nimici; perché di questa si spera qualche volta vedere il fine, dell'altra non mai.
Tu movevi adunque le armi, nelle passate guerre, contro a tutta una città, ora contro ad una minima parte di essa le muovi; venivi per torre lo stato a molti cittadini e buoni, ora vieni per torlo a pochi e tristi; venivi per torre la libertà ad una città, ora vieni per rendergliene.
E non è ragionevole che, in tanta disparità di cagioni, ne seguino pari effetti; anzi è da sperarne una certa vittoria.
La quale di quanta fortezza sia allo stato tuo facilmente lo puoi giudicare, avendo la Toscana amica e per tale e tanto obligo obligata, della quale più nelle imprese tue ti varrai che di Milano, e dove altra volta quello acquisto sarebbe stato giudicato ambizioso e violento, al presente sarà giusto e pietoso existimato.
Non lasciare per tanto passare questa occasione, e pensa che se le altre tue imprese contro a quella città ti partorirono, con difficultà, spesa e infamia, questa ti abbia, con facilità, utile grandissimo e fama onestissima a parturire.
9
Non erano necessarie molte parole a persuadere al Duca che movesse guerra a' Fiorentini, perché era mosso da uno ereditario odio e una cieca ambizione, la quale così gli comandava; e tanto più sendo spinto dalle nuove ingiurie, per lo accordo fatto con i Genovesi.
Non di meno le passate spese, i corsi pericoli, con la memoria delle fresche perdite, e le vane speranze de' fuori usciti lo sbigottivano.
Aveva questo Duca, subito che gl'intese la ribellione di Genova, mandato Niccolò Piccino, con tutte le sue genti d'arme e quelli fanti che potette del paese ragunare, verso quella città, per fare forza di recuperarla prima che i cittadini avessino fermo lo animo e ordinato il nuovo governo, confidandosi assai nel castello, che dentro, in Genova, per lui si guardava.
E benché Niccolò cacciassi i Genovesi d'in su e monti e togliessi loro la valle di Pozeveri, dove si erano fatti forti, e quegli avessi ripinti dentro alle mura della città, non di meno trovò tanta difficultà nel passare più avanti, per gli ostinati animi de' cittadini a difendersi, che fu constretto da quella discostarsi.
Onde il Duca, alle persuasioni degli usciti fiorentini, gli comandò che assalisse la Riviera di levante, e facessi, propinquo a' confini di Pisa, quanta maggiore guerra nel paese genovese poteva, pensando che quella impresa gli avesse a mostrare di tempo in tempo i partiti che dovessi prendere.
Assaltò adunque Niccolò Serezana, e quella prese.
Di poi, fatti di molti danni, per fare più insospettire i Fiorentini, se ne venne a Lucca dando voce di volere passare, per ire nel Regno, agli aiuti del re di Raona.
Papa Eugenio, in su questi nuovi accidenti, partì di Firenze, e ne andò a Bologna; dove trattava nuovi accordi infra il Duca e la lega, mostrando al Duca che, quando e' non consentisse allo accordo, sarebbe di concedere alla lega il conte Francesco necessitato, il quale allora suo confederato, sotto gli stipendi suoi militava.
E benché il Pontefice in questo si affaticasse assai, non di meno invano tutte le sue fatiche riuscirono; perché il Duca sanza Genova non voleva accordarsi, e la lega voleva che Genova restasse libera.
E per ciò ciascheduno, diffidandosi della pace, si preparava alla guerra.
10
Venuto per tanto Niccolò Piccino a Lucca, i Fiorentini di nuovi movimenti dubitorono, e feciono cavalcare con le loro genti nel paese di Pisa Neri di Gino, e da il Pontefice impetrorono che 'l conte Francesco si accozzasse con seco, e con lo esercito loro feciono alto a Santa Gonda.
Piccinino, che era a Lucca, domandava il passo per ire nel Regno; ed essendogli dinegato, minacciava di prenderlo per forza.
Erano gli eserciti e di forze e di capitani uguali, e per ciò, non volendo alcuno di loro tentare la fortuna sendo ancora ritenuti dalla stagione fredda, perché di dicembre era, molti giorni sanza offendersi dimororono.
Il primo che di loro si mosse fu Niccolò Piccino, al quale fu mostro che, se di notte assalisse Vico Pisano, facilmente lo occuperebbe.
Fece Niccolò la impresa; e non gli riuscendo occupare Vico, saccheggiò il paese allo intorno, e il borgo di San Giovanni alla Vena rubò e arse.
Questa impresa, ancora che la riuscisse in buona parte vana, dette non di meno animo a Niccolò di procedere più avanti, avendo massimamente veduto che il Conte e Neri non si erano mossi; e per ciò assalì Santa Maria in Castello e Filetto, e vinsegli.
Né per questo ancora le genti fiorentine si mossono; non perché il Conte temessi, ma perché in Firenze dai magistrati non si era ancora deliberata la guerra, per la reverenzia che si aveva al Papa, il quale trattava la pace.
E quello che per prudenza i Fiorentini facevano credendo i nimici che per timore lo facessino, dava loro più animo a nuove imprese; in modo che deliberorono espugnare Barga, e con tutte le forze vi si presentorono.
Questo nuovo assalto fece che i Fiorentini, posti da parte i rispetti, non solamente di soccorrere Barga, ma di assalire il paese lucchese deliberorono.
Andato per tanto il Conte a trovare Niccolò, e appiccata sotto Barga la zuffa, lo vinse e quasi che rotto lo levò da quello assedio.
I Viniziani, in questo mezzo, parendo loro che il Duca avesse rotta la pace, mandorono Giovan Francesco da Gonzaga, loro capitano, in Ghiaradadda; il quale, dannificando assai il paese del Duca, lo constrinse a rivocare Niccolò Piccino di Toscana.
La quale rivocazione, insieme con la vittoria avuta contro a Niccolò, dette animo a' Fiorentini di fare la impresa di Lucca e speranza di acquistarla.
Nella quale non ebbono paura né rispetto alcuno, veggendo il Duca, il quale solo temevono, combattuto da i Viniziani, e che i Lucchesi, per avere ricevuto in casa i nimici loro e permesso gli assalissino, non si potevono in alcuna parte dolere.
11
Di aprile per tanto, nel 1437, il Conte mosse lo esercito, e prima che i Fiorentini volessino assalire altri, vollono recuperare il loro; e ripresono Santa Maria in Castello e ogni altro luogo occupato da Piccinino.
Di poi, voltisi sopra il paese di Lucca, assalirono Camaiore; gli uomini della quale, benché fedeli a' suoi signori, potendo in loro più la paura del nimico apresso che la fede dello amico discosto, si arrenderono.
Presonsi con la medesima reputazione Massa e Serezana.
Le quali cose fatte, circa il fine di maggio, il campo tornò verso Lucca, e le biade tutte e i grani guastorono, arsono le ville, tagliorono le viti e gli arbori, predorono il bestiame, né a cosa alcuna che fare contro a nimici si suole o puote perdonorono.
I Lucchesi dall'altra parte, veggendosi da il Duca abbandonati, disperati di potere difendere il paese, lo avieno abbandonato; e con ripari e ogni altro opportuno rimedio affortificorono la città, della quale non dubitavano per averla piena di defensori e poterla un tempo difendere, nel quale speravano, mossi dallo esemplo delle altre imprese che i Fiorentini avevano contro a di loro fatte.
Solo temevono i mobili animi della plebe, la quale, infastidita dallo assedio, non stimassi più i pericoli propri che la libertà d'altri, e gli forzasse a qualche vituperoso e dannoso accordo.
Onde che, per accenderla alla difesa, la ragunorono in piazza, e uno de' più antichi e de' più savi parlò in questa sentenza: - Voi dovete sempre avere inteso che delle cose fatte per necessità non se ne debbe né puote loda o biasimo meritare.
Per tanto, se voi ci accusassi, credendo che questa guerra che ora vi fanno i Fiorentini noi ce la avessimo guadagnata avendo ricevute in casa le genti del Duca e permesso che le gli assalissero, voi di gran lunga vi inganneresti.
E' vi è nota l'antica nimicizia del popolo fiorentino verso di voi, la quale, non le vostre ingiurie, non la paura loro ha causata, ma sì bene la debolezza vostra e la ambizione loro; perché l'una dà loro speranza di potervi opprimere, l'altra gli spigne a farlo.
Né crediate che alcuno merito vostro gli possa da tale desiderio rimuovere, né alcuna vostra offesa gli possa ad ingiuriarvi più accendere.
Eglino per tanto hanno a pensare di torvi la libertà, voi di difenderla; e delle cose che quelli e noi a questo fine facciamo ciascuno se ne può dolere e non maravigliare.
Doliamoci per tanto che ci assaltino che ci espugnino le terre, che ci ardino le case e guastino il paese; ma chi è di noi sì sciocco che se ne maravigli? perché, se noi potessimo, noi faremmo loro il simile o peggio.
E s'eglino hanno mossa questa guerra per la venuta di Niccolò, quando bene e' non fusse venuto, l'arebbono mossa per un'altra cagione; e se questo male si fusse differito, e' sarebbe forse stato maggiore.
Sì che questa venuta non si debba accusare, ma più tosto la cattiva sorte nostra e l'ambiziosa natura loro; ancora che noi non possavamo negare al Duca di non ricevere le sue genti e, venute che le erano, non possavamo tenerle che le non facessino la guerra.
Voi sapete che sanza lo aiuto di uno potente noi non ci possiamo salvare, né ci è potenza che con più fede o con più forza ci possa difendere che il Duca: egli ci ha renduta la libertà, egli è ragionevole che ce la mantenga; egli a' perpetui nimici nostri è stato sempre nimicissimo.
Se adunque, per non ingiuriare i Fiorentini, noi avessimo fatto sdegnare il Duca, aremmo perduto lo amico e fatto il nimico più potente e più pronto alla nostra offesa.
Sì che gli è molto meglio avere questa guerra con lo amore del Duca, che, con l'odio, la pace; e dobbiamo sperare che ci abbi a trarre di quelli pericoli ne' quali ci ha messo, pure che noi non ci abbandoniamo.
Voi sapete con quanta rabbia i Fiorentini più volte ci abbino assaltati, e con quanta gloria noi ci siamo difesi da loro: e molte volte non abbiamo avuto altra speranza che in Dio e nel tempo; e l'uno e l'altro ci ha conservati.
E se allora ci difendemmo, qual cagione è che ora noi non ci dobbiamo defendere? Allora tutta Italia ci aveva loro lasciati in preda; ora abbiamo il Duca per noi, e dobbiamo credere che i Viniziani saranno lenti alle nostre offese, come quelli ai quali dispiace che la potenza de' Fiorentini accresca.
L'altra volta i Fiorentini erano più sciolti, e avieno più speranza di aiuti, e per loro medesimi erano più potenti; e noi savamo in ogni parte più deboli, perché allora noi defendavamo uno tiranno ora difendiamo noi; allora la gloria della difesa era di altri, ora è nostra; allora questi ci assaltavano uniti, ora disuniti ci assaltano, avendo piena di loro rebegli tutta Italia.
Ma quando queste speranze non ci fussino, ci debbe fare ostinati alle difese una ultima necessità.
Ogni nimico debbe essere da voi ragionevolmente temuto, perché tutti vorranno la gloria loro e la rovina vostra; ma sopra tutti gli altri ci debbono i Fiorentini spaventare, perché a loro non basterebbe la ubbidienza e i tributi nostri con lo imperio di questa nostra città, ma vorrebbono le persone e le sustanze nostre, per potere con il sangue la loro crudeltà, e con la roba la loro avarizia saziare: in modo che ciascheduno, di qualunque sorte, gli debbe temere.
E però non vi muovino vedere guastati i vostri campi, arse le vostre ville, occupate le vostre terre; perché, se noi salviamo questa città, quelle di necessità si salveranno; se noi la perdiamo, quelle sanza nostra utilità si sarebbono salvate; perché, mantenendoci liberi, le può con difficultà il nimico nostro possedere; perdendo la libertà, noi invano le possederemmo.
Pigliate adunque le armi, e quando voi combattete, pensate il premio della vittoria vostra essere la salute, non solo della patria, ma delle case e de' figliuoli vostri -.
Furono l'ultime parole di costui da quel popolo con grandissima caldezza d'animo ricevute, e unitamente ciascuno promisse morire prima che abbandonarsi o pensare ad accordo che in alcuna parte maculasse la loro libertà.
E ordinorono infra loro tutte quelle cose che sono per difendere una città necessarie.
12
Lo esercito de' Fiorentini, in quel mezzo, non perdeva tempo, e dopo moltissimi danni fatti per il paese, prese a patti Monte Carlo; dopo lo acquisto del quale si andò a campo a Nozano: acciò che i Lucchesi, stretti da ogni parte, non potessero sperare aiuti e, per fame constretti, si arrendessero.
Era il castello assai forte e ripieno di guardia, in modo che la espugnazione di quello non fu come le altre facile.
I Lucchesi, come era ragionevole, vedendosi strignere, ricorsono al Duca, e a quello con ogni termine e dolce e aspro si raccomandorono; e ora nel parlare mostravano i meriti loro, ora le offese de' Fiorentini; e quanto animo si darebbe agli altri amici suoi difendendogli, e quanto terrore lasciandogli indifesi, e se e' perdevono, con la libertà, la vita, egli perdeva, con gli amici, l'onore, e la fede con tutti quelli che mai per suo amore si avessero ad alcuno pericolo a sottomettere, aggiugnendo alle parole le lagrime, acciò che, se l'obligo non lo moveva, lo movesse la compassione.
Tanto che il Duca, avendo aggiunto all'odio antico de' Fiorentini l'obligo fresco de' Lucchesi, e sopra tutto desideroso che i Fiorentini non crescessino in tanto acquisto, deliberò mandare grossa gente in Toscana, o assaltare con tanta furia e Viniziani, che i Fiorentini fussino necessitati lasciare le imprese loro per soccorrere quelli.
13
Fatta questa deliberazione, s'intese subito a Firenze come il Duca si ordinava a mandare gente in Toscana, il che fece a' Fiorentini cominciare a perdere la speranza della loro impresa, e perché il Duca fusse occupato in Lombardia, sollecitavano i Viniziani a strignerlo con tutte le forze loro.
Ma quelli ancora si trovavano impauriti, per averli il marchese di Mantova abbandonati, ed essere ito a' soldi del Duca; e però, trovandosi come disarmati, rispondevono non potere, non che ingrossare, mantenere quella guerra, se non mandavano loro il conte Francesco, che fusse capo del loro esercito, ma con patto che si obligasse a passare con la persona il Po.
Né volevono stare alli antichi accordi dove quello non era obligato a passarlo, perché senza capitano non volevono fare guerra, né potevono sperare in altro che nel Conte; e del Conte non si potevono valere, se non si obligava a far la guerra in ogni loco.
A' Fiorentini pareva necessario che la guerra si facesse in Lombardia gagliarda; dall'altro canto, rimanendo sanza il Conte, vedevono la impresa di Lucca rovinata; e ottimamente cognoscevano questa domanda essere fatta da' Viniziani, non tanto per necessità avessino del Conte, quanto per sturbare loro quello acquisto.
Dall'altra parte il Conte era per andare in Lombardia ad ogni piacere della lega; ma non voleva alterare lo obligo, come quello che desiderava non si privare di quella speranza quale aveva del parentado promissogli dal Duca.
Erano adunque i Fiorentini distratti da due diverse passioni, e da la voglia di avere Lucca, e dal timore della guerra con il Duca.
Vinse non di meno, come sempre interviene, il timore; e furono contenti che il Conte, vinto Nozano, andasse in Lombardia.
Restavaci ancora un'altra difficultà, la quale, per non essere in arbitrio de' Fiorentini il comporla, dette loro più passione, e più gli fece dubitare che la prima; perché il Conte non voleva passare il Po, e i Viniziani altrimenti non lo accettavono.
Né si trovando modo ad accordarli che liberalmente l'uno cedesse all'altro, persuasono i Fiorentini al Conte che si obligasse a passare quel fiume per una lettera che dovesse alla Signoria di Firenze scrivere, mostrandogli che questa promessa privata non rompeva i patti publici, e come e' poteva poi fare sanza passarlo; e ne seguirebbe questo commodo, che i Viniziani, accesa la guerra, erano necessitati seguirla; di che ne nascerebbe la diversione di quello umore che temevano.
E a' Viniziani dall'altra parte mostrorono che questa lettera privata bastava ad obligarlo, e per ciò fussino contenti a quella; perché, dove ei potevono salvare il Conte per i rispetti che gli aveva al suocero, era bene farlo; e che non era utile a lui né a loro sanza manifesta necessità scoprirlo.
E così per questa via si deliberò la passata in Lombardia del Conte, il quale, espugnato Nozano, e fatte alcune bastie intorno a Lucca per tenere i Lucchesi stretti, e raccomandata quella guerra a commissari passò l'Alpi e ne andò a Reggio, dove i Viniziani, insospettiti de' suoi progressi, avanti ad ogni altra cosa, per scoprire l'animo suo, lo richiesono che passasse il Po e con le altre loro genti si congiugnessi.
Il che fu al tutto da il Conte denegato, e intra Andrea Mauroceno mandato da' Viniziani, e lui furono ingiuriose parole, accusando l'uno l'altro di assai superbia e poca fede, e fatti fra loro assai protesti, l'uno di non essere obligato al servizio, l'altro al pagamento, se ne tornò il Conte in Toscana, e quell'altro a Vinegia.
Fu il Conte alloggiato nel paese di Pisa; e speravano potere indurlo a rinnovare la guerra ai Lucchesi.
A che non lo trovorono disposto; perché il Duca, inteso che per reverenza di lui non aveva voluto passare il Po pensò di potere ancora, mediante lui, salvare i Lucchesi; e lo pregò che fusse contento fare accordo infra i Lucchesi e i Fiorentini e includervi ancora lui potendo, dandogli speranza di fare a sua posta le nozze della figliuola.
Questo parentado moveva forte il Conte, perché sperava, mediante quello, non avendo il Duca figliuoli maschi, potersi insignorire di Milano; e per ciò sempre a' Fiorentini tagliava le pratiche della guerra, e affermava non essere per muoversi, se i Viniziani non gli osservavano il pagamento e la condotta; né il pagamento solo gli bastava, perché, volendo vivere securo degli stati suoi, gli conveniva avere altro appoggio che i Fiorentini.
Per tanto, se dai Viniziani era abbandonato, era necessitato pensare a' suoi fatti; e destramente minacciava di accordarsi con il Duca.
14
Queste gavillazioni e questi inganni dispiacevano a' Fiorentini grandemente, perché vedevano la impresa di Lucca perduta, e di più dubitavano dello stato loro, qualunque volta il Conte e il Duca fussino insieme.
E per ridurre i Viniziani a mantenere la condotta al Conte, Cosimo de' Medici andò a Vinegia, credendo con la reputazione sua muovergli.
Dove nel loro senato lungamente questa materia disputò, mostrando in quali termini si trovava lo stato di Italia, quante erano le forze del Duca, dove era la reputazione e la potenza delle armi, e concluse che, se al Duca si aggiugneva il Conte, eglino ritornerebbono in mare e loro disputerebbono della loro libertà.
A che fu da' Viniziani risposto che cognoscevano le forze loro e quelle degli Italiani, e credevono potere in ogni modo difendersi, affermando non essere consueti di pagare i soldati che servissero altri; per tanto pensassero i Fiorentini di pagare il Conte, poi ch'eglino erano serviti da lui; e come gli era più necessario, a volere securamente godersi gli stati loro, abbassare la superbia del Conte che pagarlo, perché gli uomini non hanno termini nella ambizione loro, e se ora fusse pagato sanza servire, domanderebbe poco di poi una cosa più disonesta e più pericolosa.
Per tanto a loro pareva necessario porre qualche volta freno alla insolenzia sua, e non la lasciare tanto crescere che la diventasse incorrigibile; e se pure loro, o per timore o per altra voglia, se lo volessino mantenere amico, lo pagassino.
Ritornossi adunque Cosimo sanza altra conclusione.
Non di meno i Fiorentini facevano forza al Conte perché non si spiccasse dalla lega, il quale ancora mal volentieri se ne partiva; ma la voglia di concludere il parentado lo teneva dubio, tale che ogni minimo accidente, come intervenne, lo poteva fare deliberare.
Aveva il Conte lasciato a guardia di quelle sue terre della Marca il Frullano, uno de' suoi primi condottieri.
Costui fu tanto dal Duca instigato che rinunziò al soldo del Conte e accostossi con lui; la qual cosa fece che il Conte, lasciato ogni rispetto, per paura di sé, fece accordo con il Duca; e intra gli altri patti furono che delle cose di Romagna e di Toscana non si travagliasse.
Dopo tale accordo, il Conte con instanzia persuadeva a' Fiorentini che si accordassero con i Lucchesi; e in modo a questo gli strinse, che, veggendo non avere altro rimedio, si accordorono con quelli, nel mese di aprile, l'anno 1438.
Per il quale accordo a' Lucchesi rimase la loro libertà, e a' Fiorentini Monte Carlo e alcune altre loro castella.
Di poi riempierono con lettere piene di rammarichii tutta Italia, mostrando che, poi che Iddio e gli uomini non avieno voluto che i Lucchesi venissero sotto lo imperio loro, avevono fatto pace con quelli.
E rade volte occorre che alcuno abbia tanto dispiacere di avere perdute le cose sue, quanto ebbono allora i Fiorentini per non avere acquistato quelle d'altri.
15
In questi tempi, benché i Fiorentini fussero in tanta impresa occupati, di pensare a' loro vicini e di adornare la loro città non mancavano.
Era morto come aviamo detto, Niccolò Fortebraccio, a cui era una figlia del conte di Poppi maritata.
Costui, alla morte di Niccolò, aveva il Borgo a San Sepolcro e le fortezze di quella terra nelle mani e in nome del genero, vivente quello, le comandava.
Di poi dopo la morte di quello, diceva per la dote della sua figliuola possederla, e al Papa non voleva concederla; il quale come beni occupati alla Chiesa la domandava, in tanto che mandò il Patriarca con le genti sue allo acquisto di essa.
Il Conte, veduto non potere sostenere quello impeto, offerse quella terra a' Fiorentini, e quelli non la vollono.
Ma, sendo il Papa ritornato in Firenze, si intromissono intra lui e il Conte per accordargli; e trovandosi nello accordo difficultà, il Patriarca assaltò il Casentino, e prese Prato Vecchio e Romena, e medesimamente le offerse ai Fiorentini; i quali ancora non le vollono accettare, se il Papa non acconsentiva che le potessino rendere al Conte.
Di che fu il Papa, dopo molte dispute, contento; ma volle che i Fiorentini gli promettessero di operare con il conte di Poppi che il Borgo gli restituisse.
Fermo dunque per questa via lo animo del Papa, parve a' Fiorentini, sendo il tempio cattedrale della loro città, chiamato Santa Reparata (la cui edificazione molto tempo innanzi si era cominciata) venuto a termine che vi si potevono i divini offizi celebrare, di richiederlo che personalmente lo consecrasse.
A che il Papa volentieri acconsentì, e per maggiore magnificenza della città e del tempio, e per più onore del Pontefice, si fece un palco da Santa Maria Novella, dove il Papa abitava, infino al tempio che si doveva consecrare di larghezza di quattro e di altezza di dua braccia, coperto tutto di sopra e d'attorno di drappi ricchissimi, per il quale solo il Pontefice con la sua corte venne, insieme con quelli magistrati della città e cittadini i quali ad accompagnarlo furono deputati: tutta l'altra cittadinanza e popolo per la via, per le case e nel tempio a veder tanto spettacolo si ridussono.
Fatte adunque tutte le cerimonie che in simile consecrazione si sogliono fare, il Papa, per mostrare segno di maggiore amore, onorò della cavalleria Giuliano Davanzati, allora gonfaloniere di giustizia e di ogni tempo riputatissimo cittadino; al quale la Signoria, per non parere meno del Papa amorevole, il capitanato di Pisa per un anno concesse.
16
Erano, in questi medesimi tempi, intra la Chiesa romana e la greca alcune differenze, tanto che nel divino culto non convenivano in ogni parte insieme; ed essendosi nell'ultimo concilio, fatto a Basilea, parlato assai, per i prelati della Chiesa occidentale, sopra questa materia, si deliberò che si usassi ogni diligenzia perché lo Imperadore e i prelati greci nel concilio a Basilea convenissero, per fare pruova se si potessino con la romana Chiesa accordare.
E benché questa deliberazione fusse contro alla maiestà dello imperio greco, e alla superbia de' suoi prelati il cedere al Romano Pontefice dispiacesse, non di meno, sendo oppressi dai Turchi, e giudicando per loro medesimi non potere defendersi, per potere con più securtà agli altri domandare aiuti, deliberorono cedere.
E così lo Imperadore, insieme con il Patriarca e altri prelati e baroni greci, per essere, secondo la deliberazione del Concilio, a Basilea, vennono a Vinegia; ma, sbigottiti dalla peste, deliberorono che nella città di Firenze le loro differenzie si terminassero.
Ragunati adunque, più giorni, nella chiesa cattedrale, insieme i romani e greci prelati, dopo molte e lunghe disputazioni, i greci cederono, e con la Chiesa e Pontefice Romano si accordorono.
17
Seguita che fu la pace intra i Lucchesi e i Fiorentini, e intra il Duca e il Conte, si credeva che facilmente si potessero l'armi di Italia, e massimamente quelle che la Lombardia e la Toscana infestavano, posare; perché quelle che nel regno di Napoli intra Rinato d'Angiò e Alfonso d'Aragona erano mosse, conveniva che per la rovina d'uno de' dua si posassero.
E benché il Papa restasse malcontento per avere molte delle sue terre perdute, e che si cognoscesse quanta ambizione era nel Duca e ne' Viniziani, non di meno si stimava che il Papa per necessità, e gli altri per stracchezza, dovessero fermarsi.
Ma la cosa procedette altrimenti, perché né il Duca né i Viniziani quietorono; donde ne seguì che di nuovo si ripresono le armi, e la Lombardia e la Toscana di guerra si riempierono.
Non poteva lo altero animo del Duca che i Viniziani possedessero Bergamo e Brescia sopportare, e tanto più veggendoli in su l'armi e ogni giorno il suo paese in molte parti scorrere e perturbare; e pensava potere non solamente tenergli in freno, ma riacquistare le sue terre, qualunque volta da il Papa, dai Fiorentini e dal Conte ei fussero abbandonati.
Per tanto egli disegnò di torre la Romagna al Pontefice giudicando che, avuta quella, il Papa non lo potrebbe offendere, e i Fiorentini, veggendosi il fuoco appresso, o eglino non si moverebbono per paura di loro, o se si movessino, non potrebbono commodamente assalirlo.
Era ancora noto al Duca lo sdegno de' Fiorentini per le cose di Lucca, contro a' Viniziani e per questo gli giudicava meno pronti a pigliare l'armi per loro.
Quanto al conte Francesco, credeva che la nuova amicizia, la speranza del parentado fussero per tenerlo fermo; e per fuggire carico e dare meno cagione a ciascuno di muoversi, massimamente non potendo, per i capituli fatti con il Conte, la Romagna assalire, ordinò che Niccolò Piccino, come se per sua propria ambizione lo facesse, entrasse in quella impresa.
Trovavasi Niccolò, quando lo accordo infra il Duca e il Conte si fece, in Romagna; e d'accordo con il Duca, mostrò di essere sdegnato per la amiciza fatta intra lui e il Conte suo perpetuo nimico; e con le sue genti si ridusse a Camurata, luogo intra Furlì e Ravenna, dove si affortificò, come se lungamente, e infino che trovasse nuovo partito, vi volessi dimorare.
Ed essendo per tutto sparta di questo suo sdegno la fama, Niccolò fece intendere al Pontefice quanti erano i suoi meriti verso il Duca e quale fusse la ingratitudine sua; e come egli si dava ad intendere, per avere, sotto i duoi primi capitani, quasi tutte l'armi di Italia di occuparla; ma se Sua Santità voleva dei duoi capitani che quello si persuadeva avere poteva fare che l'uno gli sarebbe nimico e l'altro inutile, perché se lo provedeva di danari e lo manteneva in su l'armi, assalirebbe gli stati del Conte che gli occupava alla Chiesa in modo che, avendo il Conte a pensare a' casi propri, non potrebbe alla ambizione di Filippo