ISTORIE FIORENTINE, di Niccolo' Machiavelli - pagina 35
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Mentre che questa guerra si travagliava, ribollivano tuttavia i maligni umori delle parti di dentro; e Cosimo de' Medici, dopo la morte di Giovanni suo padre, con maggiore animo nelle cose publiche, e con maggiore studio e più liberalità con gli amici che non aveva fatto il padre, si governava; in modo che quelli che per la morte di Giovanni si erano rallegrati, vedendo quale era Cosimo si contristavano.
Era Cosimo uomo prudentissimo, di grave e grata presenzia, tutto liberale, tutto umano; né mai tentò alcuna cosa contro alla Parte né contro allo stato, ma attendeva a benificare ciascuno e, con la liberalità sua, farsi partigiani assai cittadini.
Di modo che lo esemplo suo accresceva carico a quelli che governavano, e lui giudicava, per questa via, o vivere in Firenze potente e securo quanto alcuno altro, o, venendosi per la ambizione degli avversarii allo straordinario, essere e con le armi e con i favori superiore.
Grandi strumenti ad ordire la potenza sua furono Averardo de' Medici e Puccio Pucci: di costoro, Averardo con l'audacia, Puccio con la prudenzia e sagacità, favori e grandezza gli sumministravano; ed era tanto stimato il consiglio e il iudicio di Puccio, e tanto per ciascuno cognosciuto, che la parte di Cosimo, non da lui, ma da Puccio era nominata.
Da questa così divisa città fu fatta la impresa di Lucca, nella quale si accesono gli umori delle parti, non che si spegnessero.
E avvenga che la parte di Cosimo fusse quella che l'avesse favorita, non di meno ne' governi di essa erano mandati assai di quelli della parte avversa, come uomini più reputati nello stato: a che non potendo Averardo de' Medici e gli altri rimediare, attendevono con ogni arte e industria a calunniarli; e se perdita alcuna nasceva, che ne nacquero molte, era, non la fortuna o la forza del nimico, ma la poca prudenza del commissario accusata.
Questo fece aggravare i peccati di Astorre Gianni, questo fece sdegnare messer Rinaldo degli Albizzi e partirsi dalla sua commissione sanza licenza, questo medesimo fece richiedere dal Capitano del popolo messer Giovanni Guicciardini; da questo tutti gli altri carichi che a' magistrati e a' commissari si dettero nacquero, perché i veri si accrescevano, i non veri si fingevano, e i veri e i non veri da quel popolo, che ordinariamente gli odiava, erano creduti.
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Queste così fatte cose e modi estraordinari di procedere erano ottimamente da Niccolò da Uzano e dagli altri capi della Parte cognosciuti, e molte volte avevano ragionato insieme de' rimedi; e non ce gli trovavano, perché pareva loro il lasciare crescere la cosa pericoloso, e il volerla urtare difficile.
E Niccolò da Uzano era il primo al quale non piacevano le vie straordinarie; onde che, vivendosi con la guerra fuora e con questi travagli dentro, Niccolò Barbadori, volendo disporre Niccolò da Uzano ad acconsentire alla rovina di Cosimo, lo andò a trovare a casa, dove tutto pensoso in uno suo studio dimorava, e lo confortò con quelle ragioni seppe addurre migliori a volere convenire con messer Rinaldo a cacciare Cosimo.
Al quale Niccolò da Uzano rispose in questa sentenza: - E' si farebbe per te, per la tua casa e per la nostra republica, che tu e gli altri che ti seguono in questa opinione avessero più tosto la barba d'ariento che d'oro, come si dice che hai tu, perché i loro consigli, procedendo da capo canuto e pieno di esperienza, sarebbero più savi e più utili a ciascheduno.
E' mi pare che coloro che pensono di cacciare Cosimo da Firenze abbino, prima che ogni cosa, a misurare le forze loro e quelle di Cosimo.
Questa nostra parte voi l'avete battezzata la Parte de' nobili, e la contraria quella della plebe: quando la verità correspondesse al nome, sarebbe in ogni accidente la vittoria dubia, e più tosto doverremmo temere noi che sperare, mossi dallo esemplo delle antiche nobilità di questa città, le quali dalla plebe sono state spente.
Ma noi abbiamo molto più da temere, sendo la nostra parte smembrata e quella degli avversarii intera.
La prima cosa, Neri di Gino e Nerone di Nigi, duoi de' primi cittadini nostri, non si sono mai dichiarati in modo che si possa dire che sieno più amici nostri che loro.
Sonci assai famiglie, anzi assai case, divise; perché molti, per invidia de' frategli o de' congiunti, disfavoriscono noi, e favoriscono loro.
Io te ne voglio ricordare alcuno de' più importanti: gli altri considererai tu per te medesimo.
De' figliuoli di messer Maso degli Albizzi, Luca, per invidia di messer Rinaldo, si è gittato dalla parte loro; in casa e Guicciardini, de' figliuoli di messer Luigi, Piero è nimico a messer Giovanni, e favorisce gli avversarii nostri; Tommaso e Niccolò Soderini apertamente, per lo odio portono a Francesco loro zio, ci fanno contro.
In modo che, se si considera bene quali sono loro e quali siamo noi, io non so perché più si merita di essere chiamata la parte nostra nobile che la loro.
E se fusse perché loro sono seguitati da tutta la plebe, noi siamo per questo, in peggiore condizione, e loro in migliore; e in tanto che, se si viene alle armi o a' partiti, noi non siamo per potere resistere.
E se noi stiamo ancora nella dignità nostra, nasce dalla reputazione antica di questo stato, la quale si ha per cinquanta anni conservata; ma come e' si venisse alla pruova, e che e' si scoprisse la debolezza nostra, noi ce la perderemmo.
E se tu dicessi che la giusta cagione che ci muove accrescerebbe a noi credito e a loro lo torrebbe, ti rispondo che questa giustizia conviene che sia intesa e creduta da altri come da noi; il che è tutto il contrario; perché la cagione che ci muove è tutta fondata in sul sospetto che non si faccia principe di questa città: se questo sospetto noi lo abbiamo, non lo hanno gli altri; anzi, che è peggio, accusono noi di quello che noi accusiamo lui.
L'opere di Cosimo che ce lo fanno sospetto sono: perché gli serve de' suoi danari ciascuno, e non solamente i privati ma il publico, e non solo i Fiorentini ma i condottieri; perché favorisce quello e quell'altro cittadino che ha bisogno de' magistrati; perché e' tira, con la benivolenzia che gli ha nello universale, questo e quell'altro suo amico a maggiori gradi di onori.
Adunque converrebbe addurre le cagioni del cacciarlo, perché gli è piatoso, oficioso, liberale e amato da ciascuno.
Dimmi un poco: quale legge è quella che proibisca o che biasimi e danni negli uomini la pietà, la liberalità, lo amore? E benché sieno modi tutti che tirino gli uomini volando al principato, non di meno e' non sono creduti così, né noi siamo sufficienti a darli ad intendere, perché i modi nostri ci hanno tolta la fede, e la città, che naturalmente è partigiana e, per essere sempre vivuta in parte, corrotta, non può prestare gli orecchi a simili accuse.
Ma poniamo che vi riuscisse il cacciarlo, che potrebbe, avendo una Signoria propizia riuscire facilmente: come potresti voi mai, intra tanti suoi amici che ci rimarrebbono e arderebbono del desiderio della tornata sua, obviare che non ci ritornasse? Questo sarebbe impossibile, perché mai, sendo tanti e avendo la benivolenzia universale, non ve ne potresti assicurare; e quanti più de' primi suoi scoperti amici cacciasse tanti più nimici vi faresti in modo che dopo poco tempo e' ci ritornerebbe; e ne aresti guadagnato questo, che voi lo aresti cacciato buono, e tornerebbeci cattivo; perché la natura sua sarebbe corrotta da quelli che lo revocassero, a' quali sendo obligato non si potrebbe opporre.
E se voi disegnassi di farlo morire, non mai per via de' magistrati vi riuscirà, perché i danari suoi, gli animi vostri corruttibili, sempre lo salveranno.
Ma poniamo che muoia, o cacciato non torni: io non veggo che acquisto ci facci dentro la nostra republica; perché, se la si libera da Cosimo, la si fa serva a messer Rinaldo; e io, per me, sono uno di quelli che desidero che niuno cittadino di potenza e di autorità superi l'altro; ma quando alcuno di questi duoi avesse a prevalere, io non so quale cagione mi facesse amare più messer Rinaldo che Cosimo.
Né ti voglio dire altro, se non che Dio guardi questa città che alcuno suo cittadino ne diventi principe; ma quando pure i peccati nostri lo meritassero, la guardi di avere ad ubbidire a lui.
Non volere dunque consigliare che si pigli uno partito che da ogni parte sia dannoso; né credere, accompagnato da pochi, potere opporti alla voglia di molti: perché tutti questi cittadini, parte per ignoranza, parte per malizia, sono a vendere questa republica apparecchiati; ed è in tanto la fortuna loro amica, ch'eglino hanno trovato il comperatore.
Governati per tanto per il mio consiglio: attendi a vivere modestamente; e arai, quanto alla libertà, così a sospetto quelli della parte nostra, come quelli della avversa, e quando travaglio alcuno nasca, vivendo neutrale, sarai a ciascuno grato; e così gioverai a te, e non nocerai alla tua patria.
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Queste parole raffrenorono alquanto lo animo del Barbadoro, in modo che le cose stettono quiete quanto durò la guerra di Lucca; ma seguita la pace, e con quella la morte di Niccolò da Uzano, rimase la città sanza guerra e sanza freno.
Donde che sanza alcuno rispetto crebbono i malvagi umori; e messer Rinaldo, parendogli essere rimaso solo principe della Parte, non cessava di pregare e infestare tutti i cittadini i quali credeva potessero essere gonfalonieri, che si armassero a liberare la patria di quello uomo che di necessità, per la malignità di pochi e per la ignoranza di molti, la conduceva in servitù.
Questi modi tenuti da messer Rinaldo, e quelli di coloro che favorivano la parte avversa, tenevano la città piena di sospetto; e qualunque volta si creava uno magistrato, si diceva publicamente quanti dell'una e quanti dell'altra parte vi sedevano; e nella tratta de' Signori stava tutta la città sollevata.
Ogni caso che veniva davanti a' magistrati, ancora che minimo, si riduceva fra loro in gara; i secreti si publicavano; così il bene come il male si favoriva e disfavoriva; i buoni come i cattivi ugualmente erano lacerati; niuno magistrato faceva l'ufizio suo.
Stando adunque Firenze in questa confusione, e messer Rinaldo in quella voglia di abbassare la potenza di Cosimo, e sapendo come Bernardo Guadagni poteva essere gonfaloniere, pagò le sue gravezze, acciò che il debito publico non gli togliesse quel grado.
Venutosi di poi alla tratta de' Signori, fece la fortuna, amica alle discordie nostre, che Bernardo fu tratto gonfalonieri per sedere il settembre e l'ottobre.
Il quale messer Rinaldo andò subito a vicitare, e gli disse quanto la parte de' nobili e qualunque desiderava bene vivere si era rallegrato per essere lui pervenuto a quella dignità; e che a lui si apparteneva operare in modo che non si fussero rallegrati invano.
Mostrogli di poi i pericoli che nella disunione si correvono, e come non era altro rimedio alla unione, che spegnere Cosimo; perché solo quello, per i favori che da le immoderate sue ricchezze nascevano, gli teneva infermi; e che si era condotto tanto alto che, se e' non vi si provedeva, ne diventerebbe principe; e come ad uno buono cittadino s'apparteneva rimediarvi, chiamare il popolo in Piazza, ripigliare lo stato, per rendere alla patria la sua libertà.
Ricordogli che messer Salvestro de' Medici potette ingiustamente frenare la grandezza de' Guelfi, a' quali, per il sangue dai loro antichi sparso, si apparteneva il governo; e che quello ch'egli fare contro a tanti ingiustamente potette, potrebbe bene fare esso, giustamente, contro ad uno solo.
Confortollo a non temere, perché gli amici con le armi sarebbono presti per aiutarlo; e della plebe che lo adorava non tenessi conto, perché non trarrebbe Cosimo da lei altri favori che si traessi già messer Giorgio Scali; né delle sue ricchezze dubitasse, perché quando fia in podestà de' Signori, le saranno loro, e conclusegli che questo fatto farebbe la republica secura e unita, e lui glorioso.
Alle quali parole Bernardo rispose brevemente, come giudicava cosa necessaria fare quanto egli diceva; e perché il tempo era da spenderlo in operare, attendessi a prepararsi con le forze, per essere presto, persuaso che gli avesse i compagni.
Preso che ebbe Bernardo il magistrato, disposti i compagni e convenuto con messer Rinaldo, citò Cosimo, il quale, ancora che ne fusse da molti amici sconfortato comparì, confidatosi più nella innocenzia sua che nella misericordia de' Signori.
Come Cosimo fu in Palagio, e sostenuto, messer Rinaldo con molti armati uscì di casa, e apresso a quello tutta la Parte, e ne vennono in Piazza, dove i Signori feciono chiamare il popolo, e creorono dugento uomini di balia per riformare lo stato della città.
Nella quale balia, come prima si potette, si trattò della riforma, e della vita e della morte di Cosimo.
Molti volevono che fusse mandato in esilio; molti morto; molti altri tacevano, o per compassione di lui o per paura di loro.
I quali dispareri non lasciavano concludere alcuna cosa.
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È nella torre del Palagio uno luogo, tanto grande quanto patisce lo spazio di quella, chiamato l'Alberghettino; nel quale fu rinchiuso Cosimo, e dato in guardia a Federigo Malavolti.
Dal quale luogo sentendo Cosimo fare il parlamento, e il romore delle armi che in Piazza si faceva, e il sonare spesso a balia, stava con sospetto della sua vita; ma più ancora temeva che estraordinariamente i particulari nimici lo facessero morire.
Per questo si asteneva dal cibo tanto che, in quattro giorni, non aveva voluto mangiare altro che un poco di pane.
Della qual cosa accorgendosi Federigo, gli disse: - Tu dubiti, Cosimo di non essere avvelenato; e fai te morire di fame, e poco onore a me, credendo che io volessi tenere le mani ad una simile scelleratezza.
Io non credo che tu abbia a perdere la vita: tanti amici hai in Palagio e fuori; ma quando pure avessi a perderla, vivi securo che piglieranno altri modi che usare me per ministro a tortela, perché io non voglio bruttarmi le mani nel sangue di alcuno e massime del tuo, che non mi offendesti mai.
Sta' per tanto di buona voglia prendi il cibo, e mantienti vivo agli amici e alla patria.
E perché con maggiore fidanza possa farlo, io voglio delle cose tue medesime mangiare teco -.
Queste parole tutto confortorono Cosimo; e con le lagrime agli occhi abbracciò e baciò Federigo, e con vive ed efficaci parole ringraziò quello di sì piatoso e amorevole officio, offerendo essernegli gratissimo, se mai dalla fortuna gliene fusse data occasione.
Sendo adunque Cosimo alquanto riconfortato, e disputandosi il caso suo intra i cittadini, occorse che Federigo, per darli piacere, condusse a cena seco uno familiare del Gonfaloniere, chiamato il Farganaccio, uomo sollazzevole e faceto.
E avendo quasi che cenato, Cosimo, che pensò valersi della venuta di costui, perché benissimo lo cognosceva, accennò Federigo che si partisse.
Il quale, intendendo la cagione, finse di andare per cose che mancassero a fornire la cena; e lasciati quelli soli, Cosimo, dopo alquante amorevoli parole usate al Farganaccio, gli dette uno contrasegno, e gli impose che andasse allo Spedalingo di Santa Maria Nuova per mille cento ducati: cento ne prendesse per sé, e mille ne portasse al Gonfaloniere; e pregasse quello che, presa onesta occasione, gli venisse a parlare.
Accettò costui la commissione: i denari furono pagati; donde Bernardo ne diventò più umano: e ne seguì che Cosimo fu confinato a Padova, contro alla voglia di messer Rinaldo, che lo voleva spegnere.
Fu ancora confinato Averardo e molti della casa de' Medici; e con quelli, Puccio e Giovanni Pucci.
E per sbigottire quelli che erano male contenti dello esilio di Cosimo, dettono balia agli Otto di guardia e al Capitano del popolo.
Dopo le quali deliberazioni, Cosimo, a' dì 3 di ottobre, nel 1433, venne davanti a' Signori, da' quali gli fu denunziato il confine, confortandolo allo ubbidire, quando e' non volesse che più aspramente contro a' suoi beni e contro a lui si procedesse.
Accettò Cosimo con vista allegra il confine, affermando che dovunque quella Signoria lo mandasse era per stare volentieri.
Pregava bene che, poi gli aveva conservata la vita, gliene difendesse; perché sentiva essere in Piazza molti che desideravano il sangue suo.
Offerse di poi, in qualunque luogo dove fusse, alla città, al popolo e a Loro Signorie sé e le sustanze sue.
Fu da il Gonfalonieri confortato, e tanto ritenuto in Palagio che venisse la notte.
Di poi lo condusse in casa sua, e fattolo cenare seco, da molti armati lo fece accompagnare a' confini.
Fu, dovunque passò, ricevuto Cosimo onorevolmente, e da' Viniziani publicamente vicitato, e non come sbandito, ma come posto in supremo grado, onorato.
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Rimasa Firenze vedova d'uno tanto cittadino e tanto universalmente amato, era ciascuno sbigottito; e parimente quelli che avevano vinto e quelli che erano vinti temevano.
Donde che messer Rinaldo, dubitando del suo futuro male, per non mancare a sé e alla Parte, ragunati molti cittadini amici, disse a quelli che vedeva apparecchiata la rovina loro, per essersi lasciati vincere da' prieghi, dalle lagrime e da' danari de' loro nimici.
E non si accorgevono che poco di poi aranno a pregare e piagnere eglino, e che i loro prieghi non saranno uditi, e delle loro lagrime non troverranno chi abbia compassione: e de' danari presi restituiranno il capitale e pagheranno l'usura con tormenti, morte ed esili.
E che gli era molto meglio essersi stati, che avere lasciato Cosimo in vita e gli amici suoi in Firenze; perché gli uomini grandi o e' non si hanno a toccare o, tocchi, a spegnere.
Né ci vedeva altro rimedio che farsi forti nella città, acciò che, risentendosi e nimici, che si risentirieno presto, si potesse cacciarli con le armi, poi che con i modi civili non se ne erano potuti mandare.
E che il rimedio era quello che molto tempo innanzi aveva ricordato: di riguadagnarsi i Grandi, rendendo e concedendo loro tutti gli onori della città, e farsi forte con questa parte, poi che i loro avversarii si erano fatti forti con la plebe.
E come, per questo, la parte loro sarebbe più gagliarda, quanto in quella sarebbe più vita, più virtù, più animo e più credito; affermando che, se questo ultimo e vero rimedio non si pigliava, non vedeva con quale altro modo si potesse conservare uno stato infra tanti nimici, e cognosceva una propinqua rovina della parte loro e della città.
A che Mariotto Baldovinetti, uno de' ragunati, si oppose, mostrando la superbia de' Grandi e la natura loro insopportabile; e che non era da ricorrere sotto una certa tirannide loro, per fuggire i dubi pericoli della plebe.
Donde che messer Rinaldo, veduto il suo consiglio non essere udito, si dolfe della sua sventura e di quella della sua parte, imputando ogni cosa più a' cieli, che volevono così, che alla ignoranza e cecità degli uomini.
Standosi la cosa adunque in questa maniera, sanza fare alcuna necessaria provisione, fu trovata una lettera scritta da messer Agnolo Acciaiuoli a Cosimo, la quale gli mostrava la disposizione della città verso di lui, e lo confortava a fare che si movesse qualche guerra, e a farsi amico Neri di Gino; perché giudicava, come la città avesse bisogno di danari, non si troverebbe chi la servisse, e verrebbe la memoria sua a rinfrescarsi ne' cittadini e il desiderio di farlo ritornare, e se Neri si smembrasse da messer Rinaldo, quella parte indebolirebbe tanto che la non sarebbe sufficiente a defendersi.
Questa lettera, venuta nelle mani de' magistrati, fu cagione che messer Agnolo fusse preso, collato e mandato in esilio.
Né per tale esemplo si frenò in alcuna parte l'umore che favoriva Cosimo.
Era di già girato quasi che l'anno dal dì che Cosimo era stato cacciato, e venendo il fine di agosto 1434, fu tratto gonfalonieri per i duoi mesi futuri Niccolò di Cocco, e con quello otto Signori tutti partigiani di Cosimo; di modo che tale Signoria spaventò messer Rinaldo e tutta la sua parte.
E perché avanti che i Signori prendino il magistrato eglino stanno tre giorni privati, messer Rinaldo fu di nuovo con i capi della parte sua; e mostrò loro il certo e propinquo periculo e che il rimedio era pigliare le armi e fare che Donato Velluti, il quale allora sedeva gonfalonieri, ragunasse il popolo in Piazza, facesse nuova balia, privasse i nuovi Signori del magistrato, e se ne creasse de' nuovi, a proposito dello stato, e si ardessero le borse e con nuovi squittini, si riempiessero di amici.
Questo partito da molti era giudicato sicuro e necessario, da molti altri troppo violento e da tirarsi dreto troppo carico.
E intra quelli a chi e' dispiacque fu messer Palla Strozzi, il quale era uomo quieto, gentile e umano, e più tosto atto agli studi delle lettere che a frenare una parte e opporsi alle civili discordie.
E però disse che i partiti o astuti o audaci paiono nel principio buoni, ma riescono poi nel trattargli difficili, e nel finirgli dannosi; e che credeva che il timore delle nuove guerre di fuori, sendo le genti del Duca in Romagna sopra i confini nostri, farebbe che i Signori penserebbero più a quelle che alle discordie di dentro; pure, quando si vedesse che volessero alterare (il che non potevono fare che non si intendesse) sempre si sarebbe a tempo a pigliare le armi ed esequire quanto paresse necessario per la salute comune; il che faccendosi per necessità, seguirebbe con meno ammirazione del popolo e meno carico loro.
Fu per tanto concluso che si lasciassero entrare i nuovi Signori e che si vigilassero i loro andamenti, e quando si sentisse cosa alcuna contro alla Parte, ciascuno pigliasse l'armi e convenisse alla piazza di San Pulinari luogo propinquo al Palagio, donde potrebbero poi condursi dove paresse loro necessario.
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Partiti con questa conclusione, i Signori nuovi entrarono in magistrato; e il Gonfaloniere, per darsi reputazione e per sbigottire quelli che disegnassero opporsegli, condannò Donato Velluti suo antecessore, alle carcere, come uomo che si fusse valuto de' danari publici.
Dopo questo, tentò i compagni per fare ritornare Cosimo; e trovatigli disposti, ne parlava con quelli che della parte de' Medici giudicava capi: da' quali sendo riscaldato, citò messer Rinaldo, Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadoro, come principali della parte avversa.
Dopo la quale citazione, pensò messer Rinaldo che non fusse da ritardare più, e uscì fuora di casa con gran numero di armati: con il quale si congiunse subito Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadoro.
Fra costoro erano di molti altri cittadini, e assai soldati che in Firenze sanza soldo si trovavano, e tutti si fermorono secondo la convenzione fatta, alla piazza di San Pulinari.
Messer Palla Strozzi ancora che gli avesse ragunate assai genti, non uscì fuora, il simile fece messer Giovanni Guicciardini: donde che messer Rinaldo mandò a sollecitargli, e a riprendergli della loro tardità.
Messer Giovanni rispose che faceva assai guerra alla parte nimica, se teneva, con lo starsi in casa, che Piero suo fratello non uscisse fuora a soccorrere il Palagio; messer Palla, dopo molte ambasciate fattegli, venne a San Pulinari a cavallo, con duoi a piè, e disarmato.
Al quale messer Rinaldo si fece incontra, e forte lo riprese della sua negligenzia; e che il non convenire con gli altri nasceva o da poca fede o da poco animo; e l'uno e l'altro di questi carichi doveva fuggire uno uomo che volesse essere tenuto di quella sorte era tenuto egli.
E se credeva, per non fare suo debito contro alla Parte, che gli nimici suoi, vincendo, gli perdonassero o la vita o lo esilio, se ne ingannava.
E quanto si aspettava a lui, venendo alcuna cosa sinistra, ci arebbe questo contento, di non essere mancato innanzi al pericolo con il consiglio, e in sul pericolo con la forza; ma a lui e agli altri si raddoppierieno i dispiaceri, pensando di avere tradita la patria loro tre volte: l'una quando salvorono Cosimo; l'altra quando non presono i suoi consigli; la terza allora, di non la soccorrere con le armi.
Alle quali parole messer Palla non rispose cosa che da' circustanti fusse intesa; ma, mormorando, volse il cavallo, e tornossene a casa.
I Signori, sentendo messer Rinaldo e la sua parte avere prese le armi, e vedendosi abbandonati, fatto serrare il Palagio, privi di consiglio, non sapevano che farsi.
Ma soprastando messer Rinaldo a venire in Piazza, per aspettare quelle forze che non vennono, tolse a sé l'occasione del vincere, e dette animo a loro a provedersi, e a molti cittadini di andare a quelli e confortargli a volere usare termini che si posassero le armi.
Andorono adunque alcuni meno sospetti, da parte de' Signori, a messer Rinaldo; e dissono che la Signoria non sapeva la cagione perché questi moti si facessero, e che non aveva mai pensato di offenderlo; e se si era ragionato di Cosimo, non si era pensato a rimetterlo; e se questa era la cagione del sospetto, che gli assicurerebbero; e che fussino contenti venire in Palagio; e che sarebbono bene veduti e compiaciuti d'ogni loro domanda.
Queste parole non feciono mutare di proposito messer Rinaldo; ma diceva volere assicurarsi con il fargli privati, e di poi a benificio di ciascuno si riordinasse la città.
Ma sempre occorre che dove le autorità sono pari e i pareri sieno diversi, vi si risolve rade volte alcuna cosa in bene.
Ridolfo Peruzzi, mosso dalle parole di quelli cittadini, disse che per lui non si cercava altro se non che Cosimo non tornasse, e avendo questo d'accordo, gli pareva assai vittoria; né voleva, per averla maggiore, riempiere la sua città di sangue; e però voleva ubbidire alla Signoria.
E con le sue genti ne andò in Palagio, dove fu lietamente ricevuto.
Il fermarsi adunque messer Rinaldo a San Pulinari, il poco animo di messer Palla e la partita di Ridolfo avevano tolto a messer Rinaldo la vittoria della impresa; ed erano cominciati gli animi de' cittadini che lo seguivano a mancare di quella prima caldezza.
A che si aggiunse l'autorità del Papa.
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Trovavasi papa Eugenio in Firenze, stato cacciato da Roma da il popolo.
Il quale, sentendo questi tumulti, e parendogli suo uficio il quietargli, mandò messer Giovanni Vitelleschi patriarca, amicissimo di messer Rinaldo, a pregarlo che venisse a lui; perché non gli mancherebbe, con la Signoria, né autorità né fede a farlo contento e securo, sanza sangue e danno de' cittadini.
Persuaso per tanto messer Rinaldo dallo amico, con tutti quegli che armati lo seguivano, ne andò a Santa Maria Novella, dove il Papa dimorava.
Al quale Eugenio fece intendere la fede che i Signori gli avevano data, e rimesso in lui ogni differenza; e che si ordinerebbono le cose, quando e' posasse l'armi, come a quello paresse.
Messer Rinaldo, avendo veduto la freddezza di messer Palla e la leggerezza di Ridolfo Peruzzi, scarso di migliore partito, si rimisse nelle braccia sua, pensando pure che la autorità del Papa lo avesse a perservare.
Onde che il Papa fece significare a Niccolò Barbadoro e agli altri che fuori lo aspettavano, che andassero a posare l'armi, perché messer Rinaldo rimaneva con il Pontefice per trattare lo accordo con i Signori.
Alla quale voce ciascuno si risolvé e si disarmò.
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I Signori, vedendo disarmati gli avversarii loro, attesono a praticare lo accordo per mezzo del Papa: e dall'altra parte mandorono secretamente nella montagna di Pistoia per fanterie; e quelle, con tutte le loro genti d'arme, feciono venire, di notte, in Firenze; e presi i luoghi forti della città, chiamorono il popolo in Piazza, e creorono nuova balia.
La quale, come prima si ragunò, restituì Cosimo alla patria e gli altri che erano con quello stati confinati; e della parte nimica confinò messer Rinaldo degli Albizzi, Ridolfo Peruzzi, Niccolò Barbadori e messer Palla Strozzi, con molti altri cittadini; e in tanta quantità che poche terre in Italia rimasero, dove non ne fusse mandati in esilio, e molte fuora di Italia ne furono ripiene, tale che Firenze, per simile accidente, non solamente si privò di uomini da bene, ma di ricchezze e di industria.
Il Papa, vedendo tanta rovina sopra di coloro i quali per i suoi prieghi avieno posate l'armi, ne restò malissimo contento; e con messer Rinaldo si dolfe della ingiuria fattagli sotto la sua fede; e lo confortò a pazienzia, e a sperare bene per la varietà della fortuna.
Al quale messer Rinaldo rispose: - La poca fede che coloro che mi dovevono credere mi hanno prestata, e la troppa che io ho prestata a Voi, ha me e la mia parte rovinata, ma io più di me stesso che di alcuno mi dolgo, poi che io credetti che Voi, che eri stato cacciato della patria vostra, potessi tenere me nella mia.
De' giuochi della fortuna io ne ho assai buona esperienza; e come io ho poco confidato nelle prosperità, così le avversità meno mi offendono; e so che, quando le piacerà, la mi si potrà mostrare più lieta; ma quando mai non le piaccia, io stimerò sempre poco vivere in una città dove possino meno le leggi che gli uomini; perché quella patria è desiderabile nella quale le sustanze e gli amici si possono securamente godere, non quella dove ti possino essere quelle tolte facilmente, e gli amici, per paura di loro propri, nelle tue maggiori necessità ti abbandonono.
E sempre agli uomini savi e buoni fu meno grave udire i mali della patria loro, che vederli; e cosa più gloriosa reputano essere uno onorevole ribello, che uno stiavo cittadino -.
E partito dal Papa pieno di sdegno, seco medesimo spesso i suoi consigli e la freddezza degli amici reprendendo, se ne andò in esilio.
Cosimo, dall'altra parte, avendo notizia della sua restituzione, tornò in Firenze.
E rade volte occorse che uno cittadino, tornando trionfante d'una vittoria, fusse ricevuto dalla sua patria con tanto concorso di popolo e con tanta dimostrazione di benivolenzia, con quanta fu ricevuto egli tornando dallo esilio.
E da ciascuno voluntariamente fu salutato benefattore del popolo e padre della patria.
LIBRO QUINTO
1
Sogliono le provincie, il più delle volte, nel variare che le fanno, dall'ordine venire al disordine, e di nuovo di poi dal disordine all'ordine trapassare; perché, non essendo dalla natura conceduto alle mondane cose il fermarsi, come le arrivano alla loro ultima perfezione, non avendo più da salire, conviene che scendino; e similmente, scese che le sono, e per li disordini ad ultima bassezza pervenute, di necessità, non potendo più scendere, conviene che salghino, e così sempre da il bene si scende al male, e da il male si sale al bene.
Perché la virtù partorisce quiete la quiete ozio, l'ozio disordine, il disordine rovina, e similmente dalla rovina nasce l'ordine, dall'ordine virtù, da questa gloria e buona fortuna.
Onde si è da i prudenti osservato come le lettere vengono drieto alle armi, e che nelle provincie e nelle città prima i capitani che i filosofi nascono.
Perché avendo le buone e ordinate armi partorito vittorie, e le vittorie quiete, non si può la fortezza degli armati animi con il più onesto ozio che con quello delle lettere corrompere; né può l'ozio con il maggiore e più pericoloso inganno che con questo nelle città bene institute entrare.
Il che fu da Catone, quando in Roma Diogene e Carneade filosofi, mandati da Atene oratori al Senato, vennono, ottimamente cognosciuto; il quale, veggendo come la gioventù romana cominciava con ammirazione a seguitarli, e cognoscendo il male che da quello onesto ozio alla sua patria ne poteva risultare, provide che niuno filosofo potesse essere in Roma ricevuto.
Vengono per tanto le provincie per questi mezzi alla rovina; dove pervenute, e gli uomini per le battiture diventati savi, ritornono, come è detto, all'ordine, se già da una forza estraordinaria non rimangono suffocati.
Queste cagioni feciono, prima mediante gli antichi Toscani, di poi i Romani, ora felice ora misera la Italia.
E avvenga che di poi sopra le romane rovine non si sia edificato cosa che l'abbia in modo da quelle ricomperata, che sotto uno virtuoso principato abbia potuto gloriosamente operare, non di meno surse tanta virtù in alcuna delle nuove città e de nuovi imperii i quali tra le romane rovine nacquono, che, sebbene uno non dominasse agli altri, erano non di meno in modo insieme concordi e ordinati che da' barbari la liberorono e difesero.
Intra i quali imperii i Fiorentini, se gli erano di minore dominio, non erano di autorità né di potenza minori; anzi, per essere posti in mezzo alla Italia, ricchi e presti alle offese, o eglino felicemente una guerra loro mossa sostenevono, o ei davono la vittoria a quello con il quale e' s'accostavano.
Dalla virtù adunque di questi nuovi principati, se non nacquono tempi che fussero per lunga pace quieti, non furono anche per la asprezza della guerra pericolosi; perché pace non si può affermare che sia dove spesso i principati con le armi l'uno l'altro si assaltano; guerre ancora non si possono chiamare quelle nelle quali gli uomini non si ammazzano, le città non si saccheggiano, i principati non si destruggono: perché quelle guerre in tanta debolezza vennono, che le si cominciavano sanza paura, trattavansi sanza pericolo, e finivonsi sanza danno.
Tanto che quella virtù che per una lunga pace si soleva nelle altre provincie spegnere fu dalla viltà di quelle in Italia spenta, come chiaramente si potrà cognoscere per quello che da noi sarà da il 1434 al '94 descritto dove si vedrà come alla fine si aperse di nuovo la via a' barbari e riposesi la Italia nella servitù di quelli.
E se le cose fatte dai principi nostri fuori e in casa, non fieno, come quelle degli antichi, con ammirazione per la loro virtù e grandezza lette, fieno forse per le altre loro qualità, con non minore ammirazione considerate, vedendo come tanti nobilissimi popoli da sì deboli e male amministrate armi fussino tenuti in freno.
E se, nel descrivere le cose seguite in questo guasto mondo, non si narrerà o fortezza di soldati, o virtù di capitano, o amore verso la patria di cittadino, si vedrà con quali inganni, con quali astuzie e arti, i principi, i soldati e i capi delle repubbliche, per mantenersi quella reputazione che non avevono meritata, si governavano.
Il che sarà forse non meno utile che si sieno le antiche cose a cognoscere, perché, se quelle i liberali animi a seguitarle accendono, queste a fuggirle e spegnerle gli accenderanno.
2
Era la Italia da quelli che la comandavano in tale termine condotta, che, quando per la concordia de' principi nasceva una pace, poco di poi da quelli che tenevano le armi in mano era perturbata: e così per la guerra non acquistavano gloria né per la pace quiete.
Fatta per tanto la pace intra il duca di Milano e la lega, l'anno 1433, i soldati, volendo stare in su la guerra si volsono contro alla Chiesa.
Erano allora due sette di armi in Italia, Braccesca e Sforzesca: di questa era capo il conte Francesco figliuolo di Sforza, dell'altra era principe Niccolò Piccino e Niccolò Fortebraccio: a queste sette quasi tutte le altre armi italiane si accostavano.
Di queste la Sforzesca era in maggiore pregio, sì per la virtù del Conte, sì per la promessa gli aveva il duca di Milano fatta di madonna Bianca sua naturale figliuola; la speranza del quale parentado reputazione grandissima gli arrecava.
Assaltorono adunque queste sette di armati, dopo la pace di Lombardia per diverse cagioni, papa Eugenio: Niccolò Fortebraccio era mosso dall'antica nimicizia che Braccio avea sempre tenuta con la Chiesa; il Conte per ambizione si moveva; tanto che Niccolò assalì Roma e il Conte si insignorì della Marca.
Donde i Romani, per non volere la guerra, cacciorono Eugenio di Roma.
Il quale, con pericolo e difficultà fuggendo, se ne venne a Firenze, dove considerato il pericolo nel quale era, e vedendosi da' principi abbandonato, i quali per cagione sua non volevono ripigliare quelle armi ch'eglino avieno con massimo desiderio posate, si accordò con il Conte, e gli concesse la signoria della Marca, ancor che il Conte alla ingiuria dello averla occupata vi avesse aggiunto il dispregio, perché, nel segnare in luogo dove scriveva a' suoi agenti le lettere, con parole latine, secondo il costume italiano, diceva: Ex Girfalco nostro Firmiamo, invito Petro et Paulo.
Né fu contento alla concessione delle terre ché volle essere creato gonfaloniere della Chiesa, e tutto gli fu acconsentito: tanto più temé Eugenio una pericolosa guerra che una vituperosa pace.
Diventato per tanto il Conte amico del Papa perseguitò Niccolò Fortebraccio, e intra loro seguirono, nelle terre della Chiesa per molti mesi, varii accidenti, i quali tutti più a danno del Papa e de' suoi sudditi, che di chi maneggiava la guerra seguivono; tanto che fra loro, mediante il duca di Milano, si concluse, per via di triegua, uno accordo, dove l'uno e l'altro di essi nelle terre della Chiesa principi rimasono.
3
Questa guerra, spenta a Roma, fu da Batista da Canneto in Romagna raccesa.
Ammazzò costui in Bologna, alcuni della famiglia de' Grifoni, e il governatore per il Papa con altri suoi nimici cacciò della città; e per tenere con violenza quello stato, ricorse per aiuti a Filippo; e il Papa, per vendicarsi della ingiuria, gli domandò a' Viniziani e a' Fiorentini.
Furono l'uno e l'altro di costoro suvvenuti, tanto che subito si trovorono in Romagna duoi grossi eserciti.
Di Filippo era capitano Niccolò Piccino; le genti viniziane e fiorentine da Gattamelata e da Niccolò da Tolentino erano governate; e propinque a Imola vennono a giornata; nella quale i Viniziani e Fiorentini furono rotti, e Niccolò da Tolentino mandato prigione al Duca; il quale, o per fraude di quello, o per dolore del ricevuto danno, in pochi giorni morì.
Il Duca, dopo questa vittoria, o per essere debole per le passate guerre, o per credere che la lega, avuta questa rotta, posasse, non seguì altrimenti la fortuna, e dette tempo al Papa e i collegati di nuovo ad unirsi.
I quali elessono per loro capitano il conte Francesco, e feciono impresa di cacciare Niccolò Fortebraccio delle terre della Chiesa, per vedere se potevono ultimare quella guerra che in favore del Pontefice avevono cominciata.
I Romani, come e' viddono il Papa gagliardo in su e campi, cercorono di aver seco accordo; e trovoronlo, e riceverono un suo commissario.
Possedeva Niccolò Fortebraccio, intra le altre terre, Tiboli, Montefiasconi, Città di Castello e Ascesi.
In questa terra, non potendo Niccolò stare in campagna, s'era rifuggito, dove il Conte lo assediò, e andando la obsidione in lunga, perché Niccolò virilmente si difendeva, parve al Duca necessario o impedire alla lega quella vittoria, o ordinarsi, dopo quella, a difendere le cose sua.
Volendo per tanto divertire il Conte dallo assedio, comandò a Niccolò Piccino che per la via di Romagna passasse in Toscana; in modo che la lega, giudicando essere più necessario difendere la Toscana che occupare Ascesi, ordinò al Conte proibissi a Niccolò il passo; il quale era di già, con lo esercito suo, a Furlì.
Il Conte dall'altra parte mosse con le sue genti e ne venne a Cesena, avendo lasciato a Lione suo fratello la guerra della Marca e la cura degli stati suoi.
E mentre che Piccinino cercava di passare, e il Conte di impedirlo, Niccolò Fortebraccio assaltò Lione, e con grande sua gloria prese quello, e le sue genti saccheggiò; e seguitando la vittoria, occupò, con il medesimo impeto, molte terre della Marca.
Questo fatto contristò assai il Conte, pensando essere perduti tutti gli stati suoi, e lasciato parte dello esercito allo incontro di Piccinino, con il restante ne andò alla volta del Fortebraccio, e quello combatté e vinse; nella qual rotta Fortebraccio rimase prigione e ferito; della quale ferita morì.
Questa vittoria restituì al Pontefice tutte le terre che da Niccolò Fortebraccio gli erano state tolte, e ridusse il duca di Milano a domandare pace, la quale per il mezzo di Niccolò da Esti marchese di Ferrara si concluse.
Nella quale le terre occupate in Romagna dal Duca si restituirono alla Chiesa, e le genti del Duca si ritornorono in Lombardia, e Battista da Canneto, come interviene a tutti quelli che per forze e virtù d'altri si mantengono in uno stato, partite che furono le genti del Duca di Romagna, non potendo le forze e virtù sue tenerlo in Bologna, se ne fuggì; dove messer Antonio Bentivoglio, capo della parte avversa, ritornò.
4
Tutte queste cose nel tempo dello esilio di Cosimo seguirono.
Dopo la cui tornata quelli che lo avevono rimesso e tanti cittadini ingiuriati pensorono, senza alcuno rispetto, di assicurarsi dello stato loro.
E la Signoria la quale nel magistrato il novembre e decembre succedette, non contenta a quello che da' suoi antecessori in favore della parte era stato fatto, prolungò e permutò i confini a molti, e di nuovo molti altri ne confinò; e ai cittadini non tanto l'umore delle parti noceva, ma le ricchezze, i parenti, le nimicizie private.
E se questa proscrizione da il sangue fusse stata accompagnata, arebbe a quella d'Ottaviano e Silla renduto similitudine; ancora che in qualche parte nel sangue s'intignesse, perché Antonio di Bernardo Guadagni fu decapitato, e quattro altri cittadini, intra i quali fu Zanobi Belfrategli e Cosimo Barbadori, avendo passati i confini, e trovandosi a Vinegia, i Viniziani, stimando più l'amicizia di Cosimo che l'onore loro, gli mandorono prigioni, dove furono vilmente morti.
La qual cosa dette grande reputazione alla parte e grandissimo terrore a' nimici, considerato che sì potente republica vendesse la libertà sua a' Fiorentini, il che si credette avesse fatto, non tanto per benificare Cosimo, quanto per accendere più le parti in Firenze, e fare, mediante il sangue, la divisione della città nostra più pericolosa; perché i Viniziani non vedevano altra opposizione alla loro grandezza, che la unione di quella.
Spogliata adunque la città de' nimici o sospetti allo stato, si volsono a benificare nuove genti, per fare più gagliarda la parte loro: e la famiglia degli Alberti, e qualunque altro si trovava ribelle, alla patria restituirono; tutti i Grandi, eccetto pochissimi, nello ordine populare ridussono; le possessioni de' rebelli intra loro per piccolo prezzo divisono.
Apresso a questo, con leggi e nuovi ordini si affortificorono, e feciono nuovi squittini, traendo delle borse i nimici e riempiendole di amici loro.
E ammuniti dalla rovina degli avversarii, giudicando che non bastassino gli squittini scelti a tenere fermo lo stato loro, pensorono che i magistrati i quali del sangue hanno autorità fussino sempre de' principi della setta loro; e però vollono che gli accoppiatori preposti alla imborsazione de' nuovi squittini, insieme con la Signoria vecchia, avessero autorità di creare la nuova; dettono agli Otto di guardia autorità sopra il sangue; providdono che i confinati, fornito il tempo, non potessero tornare, se prima dei Signori e Collegi, che sono in numero trentasette, non se ne accordava trentaquattro alla loro restituzione; lo scrivere loro e da quelli ricevere lettere proibirono; e ogni parola, ogni cenno, ogni usanza che a quelli che governavano fusse in alcuna parte dispiaciuta era gravissimamente punita.
E se in Firenze rimase alcuno sospetto, il quale da queste offese non fusse stato aggiunto, fu dalle gravezze che di nuovo ordinorono afflitto; e in poco tempo, avendo cacciata e impoverita tutta la parte nimica, dello stato loro si assicurorono.
E per non mancare di aiuti di fuori, e per torgli a quelli che disegnassero offenderli, con il Papa, Viniziani e duca di Milano a difensione degli stati si collegorono.
5
Stando adunque in questa forma le cose di Firenze, morì Giovanna reina di Napoli, e per suo testamento lasciò Rinieri d'Angiò erede del Regno.
Trovavasi allora Alfonso re di Ragona in Sicilia, il quale, per l'amicizia aveva con molti baroni, si preparava ad occupare quel regno.
I Napoletani e molti baroni favorivano Rinieri, il Papa dall'altra parte non voleva né che Rinieri né che Alfonso lo occupasse, ma desiderava che per uno suo governatore si amministrasse.
Venne per tanto Alfonso nel Regno, e fu da il duca di Sessa ricevuto; dove condusse al suo soldo alcuni principi, con animo (avendo Capua, la quale il principe di Taranto in nome di Alfonso possedeva) di costrignere i Napoletani a fare la sua volontà, e mandò l'armata sua ad assalire Gaeta, la quale per li Napoletani si teneva; per la qual cosa i Napoletani domandorono aiuto a Filippo.
Persuase costui i Genovesi a prendere quella impresa; i quali, non solo per sodisfare al Duca, loro principe, ma per salvare le loro mercanzie che in Napoli e in Gaeta avevono, armorono una potente armata.
Alfonso dall'altra parte, sentendo questo, ringrossò la sua, e in persona andò allo incontro de' Genovesi; e sopra l'isola di Ponzio venuti alla zuffa, l'armata aragonese fu rotta, e Alfonso, insieme con molti principi, preso e dato da' Genovesi nelle mani di Filippo.
Questa vittoria sbigottì tutti i principi che in Italia temevono la potenza di Filippo, perché giudicavano avesse grandissima occasione di insignorirsi del tutto.
Ma egli (tanto sono diverse le opinioni degli uomini) prese partito al tutto a questa opinione contrario.
Era Alfonso uomo prudente, e, come prima poté parlare a Filippo, gli dimostrò quanto ei s'ingannava a favorire Rinieri e disfavorire lui, perché Rinieri, diventato re di Napoli, aveva a fare ogni sforzo perché Milano diventassi del re di Francia, per avere gli aiuti propinqui e non avere a cercare ne' suoi bisogni, che gli fusse aperta la via a suoi soccorsi; né poteva altrimenti di questo assicurarsi, se non con la sua rovina, facendo diventare quello stato franzese.
E che al contrario interverrebbe quando esso ne diventassi principe; perché, non temendo altro nimico che i Franzesi, era necessitato amare e carezzare e, non che altro, ubbidire a colui che a suoi nimici poteva aprire la via; e per questo il titolo del Regno verrebbe ad essere appresso ad Alfonso, ma l'autorità e la potenza appresso di Filippo.
Sì che molto più a lui che a sé apparteneva considerare i pericoli dell'uno partito e l'utilità dell'altro, se già e' non volesse più tosto sodisfare ad uno suo appetito, che assicurarsi dello stato; perché nell'uno caso e' sarebbe principe e libero, nell'altro, sendo in mezzo di duoi potentissimi principi, o ei perderebbe lo stato, o e' viverebbe sempre in sospetto, e come servo arebbe ad ubbidire a quelli.
Poterono tanto queste parole nell'animo del Duca, che, mutato proposito, liberò Alfonso, e onorevolmente lo rimandò a Genova, e di quindi nel Regno.
Il quale si transferì in Gaeta, la quale, subito che s'intese la sua liberazione, era stata occupata da alcuni signori suoi partigiani.
6
I Genovesi, veggendo come il Duca, sanza avere loro rispetto, aveva liberato il Re, e che quello de' pericoli e delle spese loro si era onorato, e come a lui rimaneva il grado della liberazione e a loro la ingiuria della cattura e della rotta, tutti si sdegnorono contro a quello.
Nella città di Genova, quando la vive nella sua libertà, si crea per liberi suffragi uno capo, il quale chiamano Doge non perché sia assoluto principe, né perché egli solo deliberi, ma come capo preponga quello che dai magistrati e consigli loro si debba deliberare.
Ha quella città molte nobili famiglie, le quali sono tanto potenti che difficilmente allo imperio de' magistrati ubbidiscono.
Di tutte l'altre, la Fregosa e la Adorna sono potentissime: da queste nascono le divisioni di quella città, e che gli ordini civili si guastono; perché, combattendo intra loro, non civilmente, ma il più delle volte con le armi, questo principato, ne segue che sempre è una parte afflitta e l'altra regge; e alcuna volta occorre che quelli che si truovano privi delle loro dignità, alle armi forestiere ricorrono, e quella patria che loro governare non possono allo imperio d'uno forestiero sottomettono.
Di qui nasceva e nasce che quelli che in Lombardia regnono, il più delle volte a Genova comandono, come allora, quando Alfonso d'Aragona fu preso, interveniva.
E tra i primi Genovesi che erano stati cagione di sottometterla a Filippo era stato Francesco Spinula; il quale, non molto poi che gli ebbe fatta la sua patria serva, come in simili casi sempre interviene, diventò sospetto al Duca.
Onde che egli, sdegnato, si aveva eletto quasi che uno esilio voluntario a Gaeta; dove trovandosi quando e' seguì la zuffa navale con Alfonso, ed essendosi portato ne' servizi di quella impresa virtuosamente, gli parve avere di nuovo meritato tanto con il Duca, che potessi almeno, in premio de' suoi meriti, stare securamente a Genova.
Ma veduto che il Duca seguitava ne' sospetti suoi, perché egli non poteva credere che quello che non aveva amato la libertà della sua patria amasse lui, deliberò di tentare di nuovo la fortuna, e ad uno tratto rendere la libertà alla patria, e a sé la fama e la securtà, giudicando non avere con i suoi cittadini altro rimedio se non fare opera che donde era nata la ferita nascessi la medicina e la salute.
E vedendo la indegnazione universale nata contro al Duca per la liberazione del Re, giudicò che il tempo fusse commodo a mandare ad effetto i disegni suoi; e comunicò questo suo consiglio con alquanti i quali sapeva erano della medesima opinione, e gli confortò e dispose a seguirlo.
7
Era venuto il celebre giorno di Santo Giovanni Batista, nel quale Arismino, nuovo governatore mandato da il Duca, entrava in Genova; ed essendo già entrato dentro, accompagnato da Opicino vecchio governatore e da molti Genovesi, non parve a Francesco Spinola di differire, e uscì di casa armato insieme con quelli che della sua deliberazione erano consapevoli; e come e' fu sopra alla piazza posta davanti alle sue case, gridò il nome della libertà.
Fu cosa mirabile a vedere con quanta prestezza quel popolo e quelli cittadini a questo nome concorressino; tale che niuno il quale, o per sua utilità o per qualunque altra cagione, amasse il Duca, non solamente non ebbe spazio a pigliare le armi, ma appena si potette consigliare della fuga.
Arismino, con alcuni Genovesi che erano seco, nella rocca, che per il Duca si guardava, si rifuggì; Opicino, presumendo potere, se si rifuggiva in Palagio, dove dumila armati a sua ubbidienza aveva, o salvarsi o dare animo agli amici a defendersi, voltosi a quello cammino, prima che in piazza arrivasse fu morto, e, in molte parti diviso, fu per tutta Genova strascinato.
E ridutta i Genovesi la città sotto i liberi magistrati, in pochi giorni il castello e gli altri luoghi forti posseduti da il Duca occuporono, e al tutto da il giogo del duca Filippo si liberorono.
8
Queste cose così governate, dove nel principio avieno sbigottiti i principi di Italia, temendo che il Duca non diventasse troppo potente, dettono loro vedendo il fine che ebbono, speranza di potere tenerlo in freno, e non ostante la lega di nuovo fatta, i Fiorentini e i Viniziani con i Genovesi si accordorono.
Onde che messer Rinaldo degli Albizzi e gli altri capi de' fuori usciti fiorentini vedendo le cose perturbate, e il mondo avere mutato viso, presono speranza di potere indurre il Duca ad una manifesta guerra contro a Firenze; e andatine a Milano, messer Rinaldo parlò al Duca in questa sentenza: - Se noi, già tuoi nimici, vegniamo ora confidentemente a supplicare gli aiuti tuoi per ritornare nella patria nostra, né tu né alcuno altro che considera le umane cose come le procedono, e quanto la fortuna sia varia, se ne debbe maravigliare; non ostante che delle passate e delle presenti azioni nostre, e teco, per quello che già facemmo, e con la patria, per quello che ora facciamo, possiamo avere manifeste e ragionevoli scuse.
Niuno uomo buono riprenderà mai alcuno che cerchi di difendere la patria sua, in qualunque modo se la difenda.
Né fu mai il fine nostro di iniuriarti, ma sì bene di guardare la patria nostra dalle ingiurie: di che te ne può essere testimone che, nel corso delle maggiori vittorie della lega nostra, quando noi ti cognoscemmo volto ad una vera pace, fummo più desiderosi di quella che tu medesimo: tanto che noi non dubitiamo di avere mai fatto cosa da dubitare di non potere da te qualunque grazia ottenere.
Né anche la patria nostra si può dolere che noi ti confortiamo ora a pigliare quelle armi contro a di lei, dalle quali con tanta ostinazione la difendemmo; perché quella patria merita di essere da tutti i cittadini amata la quale ugualmente tutti i suoi cittadini ama, non quella che, posposti tutti gli altri, pochissimi ne adora.
Né sia alcuno che danni le armi in qualunque modo contro alla patria mosse, perché le città ancora che sieno corpi misti, hanno con i corpi semplici somiglianza, e come in questi nascono molte volte infirmità che sanza il fuoco o il ferro non si possono sanare, così in quelle molte volte surge tanti inconvenienti che uno pio e buono cittadino, ancora che il ferro vi fusse necessario, peccherebbe molto più a lasciarle incurate che a curarle.
Quale adunque puote essere malattia maggiore ad uno corpo d'una republica che la servitù? quale medicina è più da usare necessaria che quella che da questa infirmità la sullevi? Sono solamente quelle guerre giuste che sono necessarie, e quelle armi sono pietose dove non è alcuna speranza fuora di quelle.
Io non so quale necessità sia maggiore che la nostra, o quale pietà possa superare quella che tragga la patria sua di servitù: è certissimo per tanto la causa nostra essere piatosa e giusta; il che debbe essere e da noi e da te considerato.
Né per la parte tua questa giustizia manca; perché i Fiorentini non si sono vergognati, dopo una pace con tanta solennità celebrata, essersi con i Genovesi tuoi ribelli conlegati: tanto che, se la causa nostra non ti muove, ti muova lo sdegno.
E tanto più veggendo la impresa facile: perché non ti debbono sbigottire i passati esempli, dove tu hai veduto la potenza di quel popolo e la ostinazione alla difesa; le quali due cose ti doverrebbono ragionevolmente ancora fare temere, quando le fussino di quella medesima virtù che allora: ma ora tutto il contrario troverrai: perché quale potenza vuoi tu che sia in una città che abbia da sé nuovamente scacciato la maggiore parte delle sue ricchezze e della sua industria? quale ostinazione vuoi tu che sia in uno popolo per sì varie e nuove nimicizie disunito? La quale disunione è cagione che ancora quelle ricchezze che vi sono rimase non si possono, in quel modo che allora si potevono, spendere; perché gli uomini volentieri consumono il loro patrimonio, quando ei veggono per la gloria, per l'onore e stato loro proprio consumarlo, sperando quello bene racquistare nella pace, che la guerra loro toglie, non quando ugualmente, nella guerra e nella pace, si veggono opprimere, avendo nell'una a sopportare la ingiuria degli nimici, nell'altra la insolenzia di coloro che gli comandano.
E ai popoli nuoce molto più l'avarizia de' suoi cittadini che la rapacità degli nimici; perché di questa si spera qualche volta vedere il fine, dell'altra non mai.
Tu movevi adunque le armi, nelle passate guerre, contro a tutta una città, ora contro ad una minima parte di essa le muovi; venivi per torre lo stato a molti cittadini e buoni, ora vieni per torlo a pochi e tristi; venivi per torre la libertà ad una città, ora vieni per rendergliene.
E non è ragionevole che, in tanta disparità di cagioni, ne seguino pari effetti; anzi è da sperarne una certa vittoria.
La quale di quanta fortezza sia allo stato tuo facilmente lo puoi giudicare, avendo la Toscana amica e per tale e tanto obligo obligata, della quale più nelle imprese tue ti varrai che di Milano, e dove altra volta quello acquisto sarebbe stato giudicato ambizioso e violento, al presente sarà giusto e pietoso existimato.
Non lasciare per tanto passare questa occasione, e pensa che se le altre tue imprese contro a quella città ti partorirono, con difficultà, spesa e infamia, questa ti abbia, con facilità, utile grandissimo e fama onestissima a parturire.
9
Non erano necessarie molte parole a persuadere al Duca che movesse guerra a' Fiorentini, perché era mosso da uno ereditario odio e una cieca ambizione, la quale così gli comandava; e tanto più sendo spinto dalle nuove ingiurie, per lo accordo fatto con i Genovesi.
Non di meno le passate spese, i corsi pericoli, con la memoria delle fresche perdite, e le vane speranze de' fuori usciti lo sbigottivano.
Aveva questo Duca, subito che gl'intese la ribellione di Genova, mandato Niccolò Piccino, con tutte le sue genti d'arme e quelli fanti che potette del paese ragunare, verso quella città, per fare forza di recuperarla prima che i cittadini avessino fermo lo animo e ordinato il nuovo governo, confidandosi assai nel castello, che dentro, in Genova, per lui si guardava.
E benché Niccolò cacciassi i Genovesi d'in su e monti e togliessi loro la valle di Pozeveri, dove si erano fatti forti, e quegli avessi ripinti dentro alle mura della città, non di meno trovò tanta difficultà nel passare più avanti, per gli ostinati animi de' cittadini a difendersi, che fu constretto da quella discostarsi.
Onde il Duca, alle persuasioni degli usciti fiorentini, gli comandò che assalisse la Riviera di levante, e facessi, propinquo a' confini di Pisa, quanta maggiore guerra nel paese genovese poteva, pensando che quella impresa gli avesse a mostrare di tempo in tempo i partiti che dovessi prendere.
Assaltò adunque Niccolò Serezana, e quella prese.
Di poi, fatti di molti danni, per fare più insospettire i Fiorentini, se ne venne a Lucca dando voce di volere passare, per ire nel Regno, agli aiuti del re di Raona.
Papa Eugenio, in su questi nuovi accidenti, partì di Firenze, e ne andò a Bologna; dove trattava nuovi accordi infra il Duca e la lega, mostrando al Duca che, quando e' non consentisse allo accordo, sarebbe di concedere alla lega il conte Francesco necessitato, il quale allora suo confederato, sotto gli stipendi suoi militava.
E benché il Pontefice in questo si affaticasse assai, non di meno invano tutte le sue fatiche riuscirono; perché il Duca sanza Genova non voleva accordarsi, e la lega voleva che Genova restasse libera.
E per ciò ciascheduno, diffidandosi della pace, si preparava alla guerra.
10
Venuto per tanto Niccolò Piccino a Lucca, i Fiorentini di nuovi movimenti dubitorono, e feciono cavalcare con le loro genti nel paese di Pisa Neri di Gino, e da il Pontefice impetrorono che 'l conte Francesco si accozzasse con seco, e con lo esercito loro feciono alto a Santa Gonda.
Piccinino, che era a Lucca, domandava il passo per ire nel Regno; ed essendogli dinegato, minacciava di prenderlo per forza.
Erano gli eserciti e di forze e di capitani uguali, e per ciò, non volendo alcuno di loro tentare la fortuna sendo ancora ritenuti dalla stagione fredda, perché di dicembre era, molti giorni sanza offendersi dimororono.
Il primo che di loro si mosse fu Niccolò Piccino, al quale fu mostro che, se di notte assalisse Vico Pisano, facilmente lo occuperebbe.
Fece Niccolò la impresa; e non gli riuscendo occupare Vico, saccheggiò il paese allo intorno, e il borgo di San Giovanni alla Vena rubò e arse.
Questa impresa, ancora che la riuscisse in buona parte vana, dette non di meno animo a Niccolò di procedere più avanti, avendo massimamente veduto che il Conte e Neri non si erano mossi; e per ciò assalì Santa Maria in Castello e Filetto, e vinsegli.
Né per questo ancora le genti fiorentine si mossono; non perché il Conte temessi, ma perché in Firenze dai magistrati non si era ancora deliberata la guerra, per la reverenzia che si aveva al Papa, il quale trattava la pace.
E quello che per prudenza i Fiorentini facevano credendo i nimici che per timore lo facessino, dava loro più animo a nuove imprese; in modo che deliberorono espugnare Barga, e con tutte le forze vi si presentorono.
Questo nuovo assalto fece che i Fiorentini, posti da parte i rispetti, non solamente di soccorrere Barga, ma di assalire il paese lucchese deliberorono.
Andato per tanto il Conte a trovare Niccolò, e appiccata sotto Barga la zuffa, lo vinse e quasi che rotto lo levò da quello assedio.
I Viniziani, in questo mezzo, parendo loro che il Duca avesse rotta la pace, mandorono Giovan Francesco da Gonzaga, loro capitano, in Ghiaradadda; il quale, dannificando assai il paese del Duca, lo constrinse a rivocare Niccolò Piccino di Toscana.
La quale rivocazione, insieme con la vittoria avuta contro a Niccolò, dette animo a' Fiorentini di fare la impresa di Lucca e speranza di acquistarla.
Nella quale non ebbono paura né rispetto alcuno, veggendo il Duca, il quale solo temevono, combattuto da i Viniziani, e che i Lucchesi, per avere ricevuto in casa i nimici loro e permesso gli assalissino, non si potevono in alcuna parte dolere.
11
Di aprile per tanto, nel 1437, il Conte mosse lo esercito, e prima che i Fiorentini volessino assalire altri, vollono recuperare il loro; e ripresono Santa Maria in Castello e ogni altro luogo occupato da Piccinino.
Di poi, voltisi sopra il paese di Lucca, assalirono Camaiore; gli uomini della quale, benché fedeli a' suoi signori, potendo in loro più la paura del nimico apresso che la fede dello amico discosto, si arrenderono.
Presonsi con la medesima reputazione Massa e Serezana.
Le quali cose fatte, circa il fine di maggio, il campo tornò verso Lucca, e le biade tutte e i grani guastorono, arsono le ville, tagliorono le viti e gli arbori, predorono il bestiame, né a cosa alcuna che fare contro a nimici si suole o puote perdonorono.
I Lucchesi dall'altra parte, veggendosi da il Duca abbandonati, disperati di potere difendere il paese, lo avieno abbandonato; e con ripari e ogni altro opportuno rimedio affortificorono la città, della quale non dubitavano per averla piena di defensori e poterla un tempo difendere, nel quale speravano, mossi dallo esemplo delle altre imprese che i Fiorentini avevano contro a di loro fatte.
Solo temevono i mobili animi della plebe, la quale, infastidita dallo assedio, non stimassi più i pericoli propri che la libertà d'altri, e gli forzasse a qualche vituperoso e dannoso accordo.
Onde che, per accenderla alla difesa, la ragunorono in piazza, e uno de' più antichi e de' più savi parlò in questa sentenza: - Voi dovete sempre avere inteso che delle cose fatte per necessità non se ne debbe né puote loda o biasimo meritare.
Per tanto, se voi ci accusassi, credendo che questa guerra che ora vi fanno i Fiorentini noi ce la avessimo guadagnata avendo ricevute in casa le genti del Duca e permesso che le gli assalissero, voi di gran lunga vi inganneresti.
E' vi è nota l'antica nimicizia del popolo fiorentino verso di voi, la quale, non le vostre ingiurie, non la paura loro ha causata, ma sì bene la debolezza vostra e la ambizione loro; perché l'una dà loro speranza di potervi opprimere, l'altra gli spigne a farlo.
Né crediate che alcuno merito vostro gli possa da tale desiderio rimuovere, né alcuna vostra offesa gli possa ad ingiuriarvi più accendere.
Eglino per tanto hanno a pensare di torvi la libertà, voi di difenderla; e delle cose che quelli e noi a questo fine facciamo ciascuno se ne può dolere e non maravigliare.
Doliamoci per tanto che ci assaltino che ci espugnino le terre, che ci ardino le case e guastino il paese; ma chi è di noi sì sciocco che se ne maravigli? perché, se noi potessimo, noi faremmo loro il simile o peggio.
E s'eglino hanno mossa questa guerra per la venuta di Niccolò, quando bene e' non fusse venuto, l'arebbono mossa per un'altra cagione; e se questo male si fusse differito, e' sarebbe forse stato maggiore.
Sì che questa venuta non si debba accusare, ma più tosto la cattiva sorte nostra e l'ambiziosa natura loro; ancora che noi non possavamo negare al Duca di non ricevere le sue genti e, venute che le erano, non possavamo tenerle che le non facessino la guerra.
Voi sapete che sanza lo aiuto di uno potente noi non ci possiamo salvare, né ci è potenza che con più fede o con più forza ci possa difendere che il Duca: egli ci ha renduta la libertà, egli è ragionevole che ce la mantenga; egli a' perpetui nimici nostri è stato sempre nimicissimo.
Se adunque, per non ingiuriare i Fiorentini, noi avessimo fatto sdegnare il Duca, aremmo perduto lo amico e fatto il nimico più potente e più pronto alla nostra offesa.
Sì che gli è molto meglio avere questa guerra con lo amore del Duca, che, con l'odio, la pace; e dobbiamo sperare che ci abbi a trarre di quelli pericoli ne' quali ci ha messo, pure che noi non ci abbandoniamo.
Voi sapete con quanta rabbia i Fiorentini più volte ci abbino assaltati, e con quanta gloria noi ci siamo difesi da loro: e molte volte non abbiamo avuto altra speranza che in Dio e nel tempo; e l'uno e l'altro ci ha conservati.
E se allora ci difendemmo, qual cagione è che ora noi non ci dobbiamo defendere? Allora tutta Italia ci aveva loro lasciati in preda; ora abbiamo il Duca per noi, e dobbiamo credere che i Viniziani saranno lenti alle nostre offese, come quelli ai quali dispiace che la potenza de' Fiorentini accresca.
L'altra volta i Fiorentini erano più sciolti, e avieno più speranza di aiuti, e per loro medesimi erano più potenti; e noi savamo in ogni parte più deboli, perché allora noi defendavamo uno tiranno ora difendiamo noi; allora la gloria della difesa era di altri, ora è nostra; allora questi ci assaltavano uniti, ora disuniti ci assaltano, avendo piena di loro rebegli tutta Italia.
Ma quando queste speranze non ci fussino, ci debbe fare ostinati alle difese una ultima necessità.
Ogni nimico debbe essere da voi ragionevolmente temuto, perché tutti vorranno la gloria loro e la rovina vostra; ma sopra tutti gli altri ci debbono i Fiorentini spaventare, perché a loro non basterebbe la ubbidienza e i tributi nostri con lo imperio di questa nostra città, ma vorrebbono le persone e le sustanze nostre, per potere con il sangue la loro crudeltà, e con la roba la loro avarizia saziare: in modo che ciascheduno, di qualunque sorte, gli debbe temere.
E però non vi muovino vedere guastati i vostri campi, arse le vostre ville, occupate le vostre terre; perché, se noi salviamo questa città, quelle di necessità si salveranno; se noi la perdiamo, quelle sanza nostra utilità si sarebbono salvate; perché, mantenendoci liberi, le può con difficultà il nimico nostro possedere; perdendo la libertà, noi invano le possederemmo.
Pigliate adunque le armi, e quando voi combattete, pensate il premio della vittoria vostra essere la salute, non solo della patria, ma delle case e de' figliuoli vostri -.
Furono l'ultime parole di costui da quel popolo con grandissima caldezza d'animo ricevute, e unitamente ciascuno promisse morire prima che abbandonarsi o pensare ad accordo che in alcuna parte maculasse la loro libertà.
E ordinorono infra loro tutte quelle cose che sono per difendere una città necessarie.
12
Lo esercito de' Fiorentini, in quel mezzo, non perdeva tempo, e dopo moltissimi danni fatti per il paese, prese a patti Monte Carlo; dopo lo acquisto del quale si andò a campo a Nozano: acciò che i Lucchesi, stretti da ogni parte, non potessero sperare aiuti e, per fame constretti, si arrendessero.
Era il castello assai forte e ripieno di guardia, in modo che la espugnazione di quello non fu come le altre facile.
I Lucchesi, come era ragionevole, vedendosi strignere, ricorsono al Duca, e a quello con ogni termine e dolce e aspro si raccomandorono; e ora nel parlare mostravano i meriti loro, ora le offese de' Fiorentini; e quanto animo si darebbe agli altri amici suoi difendendogli, e quanto terrore lasciandogli indifesi, e se e' perdevono, con la libertà, la vita, egli perdeva, con gli amici, l'onore, e la fede con tutti quelli che mai per suo amore si avessero ad alcuno pericolo a sottomettere, aggiugnendo alle parole le lagrime, acciò che, se l'obligo non lo moveva, lo movesse la compassione.
Tanto che il Duca, avendo aggiunto all'odio antico de' Fiorentini l'obligo fresco de' Lucchesi, e sopra tutto desideroso che i Fiorentini non crescessino in tanto acquisto, deliberò mandare grossa gente in Toscana, o assaltare con tanta furia e Viniziani, che i Fiorentini fussino necessitati lasciare le imprese loro per soccorrere quelli.
13
Fatta questa deliberazione, s'intese subito a Firenze come il Duca si ordinava a mandare gente in Toscana, il che fece a' Fiorentini cominciare a perdere la speranza della loro impresa, e perché il Duca fusse occupato in Lombardia, sollecitavano i Viniziani a strignerlo con tutte le forze loro.
Ma quelli ancora si trovavano impauriti, per averli il marchese di Mantova abbandonati, ed essere ito a' soldi del Duca; e però, trovandosi come disarmati, rispondevono non potere, non che ingrossare, mantenere quella guerra, se non mandavano loro il conte Francesco, che fusse capo del loro esercito, ma con patto che si obligasse a passare con la persona il Po.
Né volevono stare alli antichi accordi dove quello non era obligato a passarlo, perché senza capitano non volevono fare guerra, né potevono sperare in altro che nel Conte; e del Conte non si potevono valere, se non si obligava a far la guerra in ogni loco.
A' Fiorentini pareva necessario che la guerra si facesse in Lombardia gagliarda; dall'altro canto, rimanendo sanza il Conte, vedevono la impresa di Lucca rovinata; e ottimamente cognoscevano questa domanda essere fatta da' Viniziani, non tanto per necessità avessino del Conte, quanto per sturbare loro quello acquisto.
Dall'altra parte il Conte era per andare in Lombardia ad ogni piacere della lega; ma non voleva alterare lo obligo, come quello che desiderava non si privare di quella speranza quale aveva del parentado promissogli dal Duca.
Erano adunque i Fiorentini distratti da due diverse passioni, e da la voglia di avere Lucca, e dal timore della guerra con il Duca.
Vinse non di meno, come sempre interviene, il timore; e furono contenti che il Conte, vinto Nozano, andasse in Lombardia.
Restavaci ancora un'altra difficultà, la quale, per non essere in arbitrio de' Fiorentini il comporla, dette loro più passione, e più gli fece dubitare che la prima; perché il Conte non voleva passare il Po, e i Viniziani altrimenti non lo accettavono.
Né si trovando modo ad accordarli che liberalmente l'uno cedesse all'altro, persuasono i Fiorentini al Conte che si obligasse a passare quel fiume per una lettera che dovesse alla Signoria di Firenze scrivere, mostrandogli che questa promessa privata non rompeva i patti publici, e come e' poteva poi fare sanza passarlo; e ne seguirebbe questo commodo, che i Viniziani, accesa la guerra, erano necessitati seguirla; di che ne nascerebbe la diversione di quello umore che temevano.
E a' Viniziani dall'altra parte mostrorono che questa lettera privata bastava ad obligarlo, e per ciò fussino contenti a quella; perché, dove ei potevono salvare il Conte per i rispetti che gli aveva al suocero, era bene farlo; e che non era utile a lui né a loro sanza manifesta necessità scoprirlo.
E così per questa via si deliberò la passata in Lombardia del Conte, il quale, espugnato Nozano, e fatte alcune bastie intorno a Lucca per tenere i Lucchesi stretti, e raccomandata quella guerra a commissari passò l'Alpi e ne andò a Reggio, dove i Viniziani, insospettiti de' suoi progressi, avanti ad ogni altra cosa, per scoprire l'animo suo, lo richiesono che passasse il Po e con le altre loro genti si congiugnessi.
Il che fu al tutto da il Conte denegato, e intra Andrea Mauroceno mandato da' Viniziani, e lui furono ingiuriose parole, accusando l'uno l'altro di assai superbia e poca fede, e fatti fra loro assai protesti, l'uno di non essere obligato al servizio, l'altro al pagamento, se ne tornò il Conte in Toscana, e quell'altro a Vinegia.
Fu il Conte alloggiato nel paese di Pisa; e speravano potere indurlo a rinnovare la guerra ai Lucchesi.
A che non lo trovorono disposto; perché il Duca, inteso che per reverenza di lui non aveva voluto passare il Po pensò di potere ancora, mediante lui, salvare i Lucchesi; e lo pregò che fusse contento fare accordo infra i Lucchesi e i Fiorentini e includervi ancora lui potendo, dandogli speranza di fare a sua posta le nozze della figliuola.
Questo parentado moveva forte il Conte, perché sperava, mediante quello, non avendo il Duca figliuoli maschi, potersi insignorire di Milano; e per ciò sempre a' Fiorentini tagliava le pratiche della guerra, e affermava non essere per muoversi, se i Viniziani non gli osservavano il pagamento e la condotta; né il pagamento solo gli bastava, perché, volendo vivere securo degli stati suoi, gli conveniva avere altro appoggio che i Fiorentini.
Per tanto, se dai Viniziani era abbandonato, era necessitato pensare a' suoi fatti; e destramente minacciava di accordarsi con il Duca.
14
Queste gavillazioni e questi inganni dispiacevano a' Fiorentini grandemente, perché vedevano la impresa di Lucca perduta, e di più dubitavano dello stato loro, qualunque volta il Conte e il Duca fussino insieme.
E per ridurre i Viniziani a mantenere la condotta al Conte, Cosimo de' Medici andò a Vinegia, credendo con la reputazione sua muovergli.
Dove nel loro senato lungamente questa materia disputò, mostrando in quali termini si trovava lo stato di Italia, quante erano le forze del Duca, dove era la reputazione e la potenza delle armi, e concluse che, se al Duca si aggiugneva il Conte, eglino ritornerebbono in mare e loro disputerebbono della loro libertà.
A che fu da' Viniziani risposto che cognoscevano le forze loro e quelle degli Italiani, e credevono potere in ogni modo difendersi, affermando non essere consueti di pagare i soldati che servissero altri; per tanto pensassero i Fiorentini di pagare il Conte, poi ch'eglino erano serviti da lui; e come gli era più necessario, a volere securamente godersi gli stati loro, abbassare la superbia del Conte che pagarlo, perché gli uomini non hanno termini nella ambizione loro, e se ora fusse pagato sanza servire, domanderebbe poco di poi una cosa più disonesta e più pericolosa.
Per tanto a loro pareva necessario porre qualche volta freno alla insolenzia sua, e non la lasciare tanto crescere che la diventasse incorrigibile; e se pure loro, o per timore o per altra voglia, se lo volessino mantenere amico, lo pagassino.
Ritornossi adunque Cosimo sanza altra conclusione.
Non di meno i Fiorentini facevano forza al Conte perché non si spiccasse dalla lega, il quale ancora mal volentieri se ne partiva; ma la voglia di concludere il parentado lo teneva dubio, tale che ogni minimo accidente, come intervenne, lo poteva fare deliberare.
Aveva il Conte lasciato a guardia di quelle sue terre della Marca il Frullano, uno de' suoi primi condottieri.
Costui fu tanto dal Duca instigato che rinunziò al soldo del Conte e accostossi con lui; la qual cosa fece che il Conte, lasciato ogni rispetto, per paura di sé, fece accordo con il Duca; e intra gli altri patti furono che delle cose di Romagna e di Toscana non si travagliasse.
Dopo tale accordo, il Conte con instanzia persuadeva a' Fiorentini che si accordassero con i Lucchesi; e in modo a questo gli strinse, che, veggendo non avere altro rimedio, si accordorono con quelli, nel mese di aprile, l'anno 1438.
Per il quale accordo a' Lucchesi rimase la loro libertà, e a' Fiorentini Monte Carlo e alcune altre loro castella.
Di poi riempierono con lettere piene di rammarichii tutta Italia, mostrando che, poi che Iddio e gli uomini non avieno voluto che i Lucchesi venissero sotto lo imperio loro, avevono fatto pace con quelli.
E rade volte occorre che alcuno abbia tanto dispiacere di avere perdute le cose sue, quanto ebbono allora i Fiorentini per non avere acquistato quelle d'altri.
15
In questi tempi, benché i Fiorentini fussero in tanta impresa occupati, di pensare a' loro vicini e di adornare la loro città non mancavano.
Era morto come aviamo detto, Niccolò Fortebraccio, a cui era una figlia del conte di Poppi maritata.
Costui, alla morte di Niccolò, aveva il Borgo a San Sepolcro e le fortezze di quella terra nelle mani e in nome del genero, vivente quello, le comandava.
Di poi dopo la morte di quello, diceva per la dote della sua figliuola possederla, e al Papa non voleva concederla; il quale come beni occupati alla Chiesa la domandava, in tanto che mandò il Patriarca con le genti sue allo acquisto di essa.
Il Conte, veduto non potere sostenere quello impeto, offerse quella terra a' Fiorentini, e quelli non la vollono.
Ma, sendo il Papa ritornato in Firenze, si intromissono intra lui e il Conte per accordargli; e trovandosi nello accordo difficultà, il Patriarca assaltò il Casentino, e prese Prato Vecchio e Romena, e medesimamente le offerse ai Fiorentini; i quali ancora non le vollono accettare, se il Papa non acconsentiva che le potessino rendere al Conte.
Di che fu il Papa, dopo molte dispute, contento; ma volle che i Fiorentini gli promettessero di operare con il conte di Poppi che il Borgo gli restituisse.
Fermo dunque per questa via lo animo del Papa, parve a' Fiorentini, sendo il tempio cattedrale della loro città, chiamato Santa Reparata (la cui edificazione molto tempo innanzi si era cominciata) venuto a termine che vi si potevono i divini offizi celebrare, di richiederlo che personalmente lo consecrasse.
A che il Papa volentieri acconsentì, e per maggiore magnificenza della città e del tempio, e per più onore del Pontefice, si fece un palco da Santa Maria Novella, dove il Papa abitava, infino al tempio che si doveva consecrare di larghezza di quattro e di altezza di dua braccia, coperto tutto di sopra e d'attorno di drappi ricchissimi, per il quale solo il Pontefice con la sua corte venne, insieme con quelli magistrati della città e cittadini i quali ad accompagnarlo furono deputati: tutta l'altra cittadinanza e popolo per la via, per le case e nel tempio a veder tanto spettacolo si ridussono.
Fatte adunque tutte le cerimonie che in simile consecrazione si sogliono fare, il Papa, per mostrare segno di maggiore amore, onorò della cavalleria Giuliano Davanzati, allora gonfaloniere di giustizia e di ogni tempo riputatissimo cittadino; al quale la Signoria, per non parere meno del Papa amorevole, il capitanato di Pisa per un anno concesse.
16
Erano, in questi medesimi tempi, intra la Chiesa romana e la greca alcune differenze, tanto che nel divino culto non convenivano in ogni parte insieme; ed essendosi nell'ultimo concilio, fatto a Basilea, parlato assai, per i prelati della Chiesa occidentale, sopra questa materia, si deliberò che si usassi ogni diligenzia perché lo Imperadore e i prelati greci nel concilio a Basilea convenissero, per fare pruova se si potessino con la romana Chiesa accordare.
E benché questa deliberazione fusse contro alla maiestà dello imperio greco, e alla superbia de' suoi prelati il cedere al Romano Pontefice dispiacesse, non di meno, sendo oppressi dai Turchi, e giudicando per loro medesimi non potere defendersi, per potere con più securtà agli altri domandare aiuti, deliberorono cedere.
E così lo Imperadore, insieme con il Patriarca e altri prelati e baroni greci, per essere, secondo la deliberazione del Concilio, a Basilea, vennono a Vinegia; ma, sbigottiti dalla peste, deliberorono che nella città di Firenze le loro differenzie si terminassero.
Ragunati adunque, più giorni, nella chiesa cattedrale, insieme i romani e greci prelati, dopo molte e lunghe disputazioni, i greci cederono, e con la Chiesa e Pontefice Romano si accordorono.
17
Seguita che fu la pace intra i Lucchesi e i Fiorentini, e intra il Duca e il Conte, si credeva che facilmente si potessero l'armi di Italia, e massimamente quelle che la Lombardia e la Toscana infestavano, posare; perché quelle che nel regno di Napoli intra Rinato d'Angiò e Alfonso d'Aragona erano mosse, conveniva che per la rovina d'uno de' dua si posassero.
E benché il Papa restasse malcontento per avere molte delle sue terre perdute, e che si cognoscesse quanta ambizione era nel Duca e ne' Viniziani, non di meno si stimava che il Papa per necessità, e gli altri per stracchezza, dovessero fermarsi.
Ma la cosa procedette altrimenti, perché né il Duca né i Viniziani quietorono; donde ne seguì che di nuovo si ripresono le armi, e la Lombardia e la Toscana di guerra si riempierono.
Non poteva lo altero animo del Duca che i Viniziani possedessero Bergamo e Brescia sopportare, e tanto più veggendoli in su l'armi e ogni giorno il suo paese in molte parti scorrere e perturbare; e pensava potere non solamente tenergli in freno, ma riacquistare le sue terre, qualunque volta da il Papa, dai Fiorentini e dal Conte ei fussero abbandonati.
Per tanto egli disegnò di torre la Romagna al Pontefice giudicando che, avuta quella, il Papa non lo potrebbe offendere, e i Fiorentini, veggendosi il fuoco appresso, o eglino non si moverebbono per paura di loro, o se si movessino, non potrebbono commodamente assalirlo.
Era ancora noto al Duca lo sdegno de' Fiorentini per le cose di Lucca, contro a' Viniziani e per questo gli giudicava meno pronti a pigliare l'armi per loro.
Quanto al conte Francesco, credeva che la nuova amicizia, la speranza del parentado fussero per tenerlo fermo; e per fuggire carico e dare meno cagione a ciascuno di muoversi, massimamente non potendo, per i capituli fatti con il Conte, la Romagna assalire, ordinò che Niccolò Piccino, come se per sua propria ambizione lo facesse, entrasse in quella impresa.
Trovavasi Niccolò, quando lo accordo infra il Duca e il Conte si fece, in Romagna; e d'accordo con il Duca, mostrò di essere sdegnato per la amiciza fatta intra lui e il Conte suo perpetuo nimico; e con le sue genti si ridusse a Camurata, luogo intra Furlì e Ravenna, dove si affortificò, come se lungamente, e infino che trovasse nuovo partito, vi volessi dimorare.
Ed essendo per tutto sparta di questo suo sdegno la fama, Niccolò fece intendere al Pontefice quanti erano i suoi meriti verso il Duca e quale fusse la ingratitudine sua; e come egli si dava ad intendere, per avere, sotto i duoi primi capitani, quasi tutte l'armi di Italia di occuparla; ma se Sua Santità voleva dei duoi capitani che quello si persuadeva avere poteva fare che l'uno gli sarebbe nimico e l'altro inutile, perché se lo provedeva di danari e lo manteneva in su l'armi, assalirebbe gli stati del Conte che gli occupava alla Chiesa in modo che, avendo il Conte a pensare a' casi propri, non potrebbe alla ambizione di Filippo suvvenire.
Credette il Papa a queste parole, parendogli ragionevoli; e mandò cinque mila ducati a Niccolò, e lo riempié di promesse, offerendo stati a lui e a' figliuoli.
E benché il Papa fusse da molti avvertito dello inganno, nol credeva, né poteva udire alcuno che dicesse il contrario.
Era la città di Ravenna da Ostasio da Polenta per la Chiesa governata.
Niccolò, parendogli tempo da non differire più la impresa sua, perché Francesco suo figliuolo aveva, con ignominia del Papa, saccheggiato Spuleto, deliberò di assaltare Ravenna, o perché giudicasse quella impresa più facile, o perché gli avessi con Ostasio secretamente intelligenzia; e in pochi giorni, poi che l'ebbe assalita, per accordo la prese.
Dopo il quale acquisto, Bologna, Imola e Furlì da lui furono occupate.
E quello che fu più maraviglioso è che di venti rocche, le quali in quelli stati per il Pontefice si guardavano, non ne rimase alcuna che nella potestà di Niccolò non venisse.
Né gli bastò con questa ingiuria avere offeso il Pontefice, che lo volle ancora con le parole, come egli aveva fatto con i fatti, sbeffare; e scrisse avergli occupate le terre meritamente, poi che non si era vergognato avere voluto dividere una amicizia quale era stata intra il Duca e lui, e avere ripiena Italia di lettere che significavano come egli aveva lasciato il Duca e accostatosi a' Viniziani.
18
Occupata Niccolò la Romagna, lasciò quella in guardia a Francesco suo figliuolo, ed egli, con la maggiore parte delle sue genti, se ne andò in Lombardia.
E accozzatosi con il restante delle genti duchesche, assalì il contado di Brescia, e tutto in brieve tempo lo occupò: di poi pose lo assedio a quella città.
Il Duca, che desiderava che i Viniziani gli fussero lasciati in preda, con il Papa, con i Fiorentini e con il Conte si scusava, mostrando che le cose fatte da Niccolò in Romagna, se le erano contro a' capitoli, erano ancora contro a sua voglia; e per secreti nunzi faceva intendere loro che di questa disubbidienza, come il tempo e la occasione lo patisse, ne farebbe evidente demostrazione.
I Fiorentini e il Conte non gli prestavano fede; ma credevono, come la verità era, che queste armi fussero mosse per tenergli a bada, tanto che potesse domare i Viniziani.
I quali, pieni di superbia, credendosi potere per loro medesimi resistere alle forze del Duca, non si degnavono di domandare aiuto ad alcuno, ma con Gattamelata loro capitano la guerra facevano.
Desiderava il conte Francesco, con il favor de' Fiorentini, andare al soccorso del re Rinato, se gli accidenti di Romagna e di Lombardia non lo avessino ritenuto; e i Fiorentini ancora lo arieno volentieri favorito, per l'antica amicizia tenne sempre la loro città con la casa di Francia; ma il Duca arebbe i suoi favori volti ad Alfonso, per la amicizia aveva contratta seco nella presura sua.
Ma l'uno e l'altro di costoro, occupati nelle guerre propinque, dalle imprese più longinque si astennono.
I Fiorentini adunque, veggendo la Romagna occupata dalle forze del Duca, e battere i Viniziani, come quelli che dalla rovina d'altri temono la loro, pregorono il Conte che venisse in Toscana, dove si esaminerebbe quello fussi da fare per opporsi alle forze del Duca, le quali erano maggiori che mai per lo adietro fussero state; affermando che, se la insolenzia sua in qualche modo non si frenava, ciascuno che teneva stati in Italia in poco tempo ne patirebbe.
Il Conte conosceva il timore de' Fiorentini ragionevole, non di meno la voglia aveva che il parentado fatto con il Duca seguisse lo teneva sospeso; e quel Duca, che cognosceva questo suo desiderio, gliene dava speranze grandissime, quando non gli movesse l'armi contro.
E perché la fanciulla era già da potersi celebrare le nozze, più volte condusse la cosa in termine che si feciono tutti gli apparati convenienti a quelle: di poi, con varie gavillazioni, ogni cosa si risolveva.
E per fare crederlo meglio al Conte, aggiunse alle promesse le opere; e gli mandò trenta mila fiorini, i quali, secondo i patti del parentado, gli doveva dare.
19
Non di meno la guerra di Lombardia cresceva; e i Viniziani ogni dì perdevano nuove terre; e tutte le armate che eglino avevano messe per quelle fiumare erano state dalle genti ducali vinte, il paese di Verona e di Brescia tutto occupato, e quelle due terre in modo strette, che poco tempo potevono, secondo la comune opinione, mantenersi; il marchese di Mantova, il quale era molti anni stato della loro repubblica condottiere, fuora d'ogni loro credenza gli aveva abbandonati ed erasi accostato al Duca: tanto che quello che nel principio della guerra non lasciò loro fare la superbia, fece loro fare, nel progresso di quella, la paura.
Perché, cognosciuto non avere altro rimedio che l'amicizia de' Fiorentini e del Conte, cominciorono a domandarla; benché vergognosamente e pieni di sospetto, perché temevono che i Fiorentini non facessino a loro quella risposta che da loro avevono nella impresa di Lucca e nelle cose del Conte ricevuta.
Ma gli trovorono più facili che non speravano e che per li portamenti loro non avevono meritato: tanto più potette in ne' Fiorentini l'odio dello antico nimico, che della vecchia e consueta amicizia lo sdegno.
E avendo più tempo innanzi cognosciuto la necessità nella quale dovevano venire i Viniziani, avevano dimostro al Conte come la rovina di quelli sarebbe la rovina sua, e come egli s'ingannava se credeva che il duca Filippo lo stimasse più nella buona che nella cattiva fortuna, e come la cagione per che gli aveva promessa la figliuola era la paura aveva di lui.
E perché quelle cose che la necessità fa promettere fa ancora osservare, era necessario che mantenessi il Duca in quella necessità; il che sanza la grandezza de' Viniziani non si poteva fare.
Per tanto egli doveva pensare che, se i Viniziani fussino constretti ad abbandonare lo stato di terra, gli mancherieno non solamente quelli commodi che da loro egli poteva trarre ma tutti quelli ancora che da altri, per paura di loro, egli potessi avere.
E se considerava bene gli stati di Italia, vedrebbe quale essere povero, quale suo nimico: né i Fiorentini soli erano, come egli più volte aveva detto, suffizienti a mantenerlo; sì che per lui da ogni parte si vedeva farsi il mantenere potenti in terra i Viniziani.
Queste persuasioni, aggiunto allo odio aveva concetto il Conte con il Duca, per parergli essere stato in quel parentado sbeffato lo feciono acconsentire allo accordo: né per ciò si volle per allora obligare a passare il fiume del Po.
I quali accordi di febraio, nel 1438, si fermorono: dove i Viniziani a' duo terzi, i Fiorentini al terzo della spesa concorsono; e ciascheduno si obligò, a sue spese, gli stati che il Conte aveva nella Marca a difendere.
Né fu la lega a queste forze contenta; perché a quelle il signore di Faenza, i figliuoli di messer Pandolfo Malatesti da Rimino e Pietrogiampaulo Orsino aggiunsono; e benché con promesse grandi il marchese di Mantova tentassero, non di meno dall'amicizia e stipendi del Duca rimuovere non lo posserono; e il signore di Faenza, poi che la lega ebbe ferma la sua condotta, trovando migliori patti, si rivolse al Duca; il che tolse la speranza alla lega di potere presto espedire le cose di Romagna.
20
Era in questi tempi la Lombardia in questi travagli, che Brescia dalle genti del Duca era assediata in modo che si dubitava che ciascun dì per la fame si arrendesse, e Verona ancora era in modo stretta che se ne temeva il medesimo fine, e quando una di queste due città si perdessero, si giudicavano vani tutti gli altri apparati alla guerra, e le spese infino allora fatte essere perdute.
Né vi si vedeva altro più certo rimedio che fare passare il conte Francesco in Lombardia.
A questo erano tre difficultà: l'una disporre il Conte a passare il Po e a fare guerra in ogni luogo; la seconda che a' Fiorentini pareva rimanere a discrezione del Duca, mancando del Conte (perché facilmente il Duca poteva ritirarsi ne' suoi luoghi forti e con parte delle genti tenere a bada il Conte e con l'altre venire in Toscana con li loro ribelli, de' quali lo stato che allora reggeva aveva uno terrore grandissimo); la terza era qual via dovesse con le sue genti tenere il Conte, che lo conducesse sicuro in Padovano, dove l'altre genti viniziane erano.
Di queste tre difficultà, la seconda, che apparteneva a' Fiorentini, era più dubia; non di meno quelli, cognosciuto il bisogno, e stracchi da' Viniziani, i quali con ogni importunità domandavano il Conte, mostrando che sanza quello si abbandonerebbono, preposono la necessità d'altri a' sospetti loro.
Restava ancora la difficultà del cammino; il quale si deliberò che fusse assicurato da' Viniziani.
E perché a trattare questi accordi con il Conte e a disporlo a passare si era mandato Neri di Gino Capponi, parve alla Signoria che ancora si transferisse a Vinegia, per fare più accetto a quella Signoria questo benefizio, e ordinare il cammino e il passo securo al Conte.
21
Partì adunque Neri da Cesena, e sopra una barca si condusse a Vinegia.
Né fu mai alcuno principe con tanto onore ricevuto da quella Signoria, con quanto fu ricevuto egli; perché dalla venuta sua, e da quello che per suo mezzo si aveva a deliberare e ordinare giudicavano avesse a dependere la salute dello imperio loro.
Intromesso adunque Neri al Senato, parlò in questa sentenza: - Quelli miei Signori, Serenissimo Principe, furono sempre di opinione che la grandezza del Duca fusse la rovina di questo stato e della loro republica; e così che la salute d'ambiduoi questi stati fusse la grandezza vostra e nostra.
Se questo medesimo fusse stato creduto dalle Signorie Vostre, noi ci troverremmo in migliore condizione, e lo stato vostro sarebbe securo da quelli pericoli che ora lo minacciano.
Ma perché ne' tempi che voi dovevi non ci avete prestato né aiuto né fede, noi non abbiamo potuto correre presto a' remedi del male vostro; né voi potesti essere pronti al dimandargli, come quelli che nelle prosperità e nelle avversità vostre ci avete poco cognosciuti, e non sapete che noi siamo in modo fatti che quello che noi amammo una volta sempre amiamo, e quello che noi odiammo una volta sempre odiamo.
Lo amore che noi abbiamo portato a questa vostra Serenissima Signoria voi medesimi lo sapete, che più volte avete veduto, per soccorrervi, ripiena di nostri danari e di nostre genti la Lombardia; l'odio che noi portiamo a Filippo, e quello che sempre portammo alla casa sua, lo sa tutto il mondo; né è possibile che uno amore o uno odio antico per nuovi meriti o per nuove offese facilmente si cancelli.
Noi savamo e siamo certi che in questa guerra ci potavamo stare di mezzo, con grado grande con il Duca e con non molto timore nostro; perché, se bene e' fusse con la rovina vostra diventato signore di Lombardia, ci restava in Italia tanto del vivo che noi non avavamo a disperarci della salute; perché, accrescendo potenza e stato, si accresce ancora nimicizie e invidia; dalle quali cose suole di poi nascere guerra e danno.
Cognosciavamo ancora quanta spesa, fuggendo le presenti guerre, fuggiavamo; quanti imminenti pericoli si evitavano; e come questa guerra che ora è in Lombardia, movendoci noi, si potrebbe ridurre in Toscana.
Non di meno tutti questi sospetti sono stati da una antica affezione verso di questo stato cancellati; e abbiamo deliberato con quella medesima prontezza soccorrere lo stato vostro, che noi soccorreremmo il nostro quando fusse assalito.
Per ciò i miei Signori, giudicando che fusse necessario, prima che ogni altra cosa, soccorrere Verona e Brescia, e giudicando sanza il Conte non si potere fare questo, mi mandorono prima a persuadere quello al passare in Lombardia e a fare la guerra in ogni luogo (ché sapete che non è al passare del Po obligato): il quale io disposi, movendolo con quelle ragioni che noi medesimi ci moviamo.
Ed egli, come gli pare essere invincibile con le armi, non vuole ancora essere vinto di cortesia, e quella liberalità che vede usare a noi verso di voi egli l'ha voluta superare; perché sa bene in quanti pericoli rimane la Toscana dopo la partita sua, e veggendo che noi abbiamo posposto alla salute vostra i pericoli nostri, ha voluto ancora egli posporre a quella i respetti suoi.
Io vengo adunque a offerirvi il Conte con sette mila cavagli e dumila fanti, parato ad ire a trovare il nimico in ogni luogo.
Pregovi bene, e così i miei Signori ed egli vi pregono, che, come il numero delle genti sue trapassa quelle con le quali per obligo debbe servire, che voi ancora con la vostra liberalità lo ricompensiate, acciò che quello non si penta di essere venuto a' servizi vostri, e noi non ci pentiamo di avernelo confortato -.
Fu il parlare di Neri da quel Senato non con altra attenzione udito che si farebbe un oracolo, e tanto si accesono gli uditori per le sue parole, che non furono pazienti che il Principe, secondo la consuetudine, rispondesse, ma levati in piè, con le mani alzate, lagrimando in maggiore parte di loro, ringraziavano i Fiorentini di sì amorevole uffizio, e lui di averlo con tanta diligenzia e celerità esequito; e promettevano che mai per alcun tempo, non che de' cuori loro, ma di quelli de' descendenti loro non si cancellerebbe, e che quella patria aveva sempre ad essere comune a' Fiorentini e a loro.
22
Ferme di poi queste caldezze, si ragionò della via che il Conte dovessi fare, acciò si potesse di ponti, di spianate e di ogni altra cosa munire.
Eronci quattro vie: l'una da Ravenna, lungo la marina; questa, per essere in maggiore parte ristretta dalla marina e da paduli, non fu approvata: l'altra era per la via diritta, questa era impedita da una torre chiamata l'Uccellino, la quale per il Duca si guardava, e bisognava, a volere passare, vincerla, il che era difficile farlo in sì breve tempo che la non togliesse la occasione del soccorso, che celerità e prestezza richiedeva: la terza era per la selva del Lugo, ma perché il Po era uscito de' suoi argini, rendeva il passarvi, non che difficile, impossibile: restava la quarta, per la campagna di Bologna, e passare al ponte Puledrano, e a Cento, e alla Pieve, e intra il Finale e il Bondeno condursi a Ferrara, donde poi, tra per acqua e per terra, si potevono transferire in Padovano e congiugnersi con le genti viniziane.
Questa via ancora che in essa fussero assai difficultà e potesse essere in qualche luogo dal nimico combattuta, fu per meno rea eletta.
La quale come fu significata al Conte, si partì con celerità grandissima, e a dì 20 di giugno arrivò in Padovano.
La venuta di questo capitano in Lombardia fece Vinegia e tutto il loro imperio riempiere di buona speranza, e dove i Viniziani parevano prima disperati della loro salute, cominciorono a sperare nuovi acquisti.
Il Conte, prima che ogni altra cosa, andò per soccorrere Verona; il che per obviare, Niccolò se ne andò con lo esercito suo a Soave castello posto intra il Vicentino e il Veronese, e con un fosso, il quale da Soave infino a' paludi dello Adice passava, si era cinto.
Il Conte, veggendosi impedita la via del piano, giudicò potere andare per i monti, e per quella via accostarsi a Verona, pensando che Niccolò, o non credessi che facessi quel cammino, sendo aspro e alpestre, o, quando lo credesse, non fussi a tempo ad impedirlo; e proveduta vettovaglia per otto giorni, passò con le sue genti la montagna, e sotto Soave arrivò nel piano.
E benché da Niccolò fussero state fatte alcune bastie per impedire ancora quella via al Conte, non di meno non furono sufficienti a tenerlo.
Niccolò adunque, veggendo il nimico, fuora d'ogni sua credenza, passato per non venire seco con disavvantaggio a giornata, si ridusse di là dallo Adice; e il Conte, sanza alcuno ostaculo, entrò in Verona.
23
Vinta per tanto felicemente da il Conte la prima fatica, di aver libera dallo assedio Verona, restava la seconda, di soccorrere Brescia.
È questa città in modo propinqua al lago di Garda che, benché la fusse assediata per terra, sempre per via del lago se le potrebbe sumministrare vettovaglie.
Questo era stato cagione che il Duca si era fatto forte in sul lago e nel principio delle vittorie sue aveva occupate tutte quelle terre che, mediante il lago, potevano a Brescia porgere aiuto.
I Viniziani ancora vi avevano galee; ma a combattere con le genti del Duca non erano bastanti.
Giudicò per tanto il Conte necessario dare favore con le genti di terra alla armata viniziana, perché sperava che facilmente si potessino acquistare quelle terre che tenevono affamata Brescia.
Pose il campo per tanto a Bardolino, castello posto in sul lago, sperando, avuto quello, che gli altri si arrendessero.
Fu la fortuna al Conte in questa impresa nimica, perché delle sue genti buona parte ammalorono, talmente che il Conte, lasciata la impresa, ne andò a Zevio, castello veronese, luogo abbondevole e sano.
Niccolò, veduto che il Conte si era ritirato, per non mancare alla occasione che gli pareva avere di potersi insignorire del lago, lasciò il campo suo a Vegasio, e con gente eletta n'andò al lago, e con grande impeto e maggiore furia assaltò l'armata viniziana, e quasi tutta la prese.
Per questa vittoria poche castella restorono del lago che a Niccolò non si arrendessero.
I Viniziani, sbigottiti di questa perdita, e per questo temendo che i Bresciani non si dessero, sollecitavano il Conte con nunzi e con lettere al soccorso di quella.
E veduto il Conte come per il lago la speranza del soccorrerla era mancata, e che per la campagna era impossibile per le fosse, bastie e altri impedimenti ordinati da Niccolò, intra i quali entrando con uno esercito nimico allo incontro si andava ad una manifesta perdita, deliberò come la via de' monti gli aveva fatto salvare Verona, così gli facesse soccorrere Brescia.
Fatto adunque il Conte questo disegno, partì da Zevio e per Val d'Acri n'andò al lago di Santo Andrea, e venne a Torboli e Peneda in sul lago di Garda.
Di quivi n'andò a Tenna, dove pose il campo, perché, a volere passare a Brescia, era lo occupare questo castello necessario.
Niccolò, intesi i consigli del Conte, condusse lo esercito suo a Peschiera; di poi con il marchese di Mantova e alquante delle sue più elette genti, andò ad incontrare il Conte; e venuti alla zuffa, Niccolò fu rotto, e le sue genti sbaragliate; delle quali parte ne furono prese, parte allo esercito, e parte all'armata si rifuggirono.
Niccolò si ridusse in Tenna; e venuta la notte, pensò che, se gli aspettava in quello luogo il giorno, non poteva campare di non venire nelle mani del nimico; e per fuggire uno certo pericolo, ne tentò uno dubio.
Aveva Niccolò seco, di tanti suoi, uno solo servidore, di nazione tedesco, fortissimo del corpo, e a lui sempre stato fedelissimo.
A costui persuase Niccolò che messolo in uno sacco, se lo ponessi in spalla e, come se portassi arnesi del suo padrone, lo conducesse in luogo securo.
Era il campo intorno a Tenna, ma per la vittoria avuta il giorno, sanza guardia e sanza ordine alcuno; di modo che al Tedesco fu facile salvare il suo signore, perché, levatoselo in spalla, vestito come saccomanno, passò per tutto il campo sanza alcuno impedimento, tanto che salvo alle sue genti lo condusse.
24
Questa vittoria adunque, se la fusse stata usata con quella felicità che la si era guadagnata, arebbe a Brescia partorito maggiore soccorso, e a' Viniziani maggiore felicità; ma lo averla male usata fece che l'allegrezza presto mancò, e Brescia rimase nelle medesime difficultà.
Perché, tornato Niccolò alle sue genti, pensò come gli conveniva con qualche nuova vittoria cancellare quella perdita e torre la commodità a' Viniziani di soccorrere Brescia.
Sapeva costui il sito della cittadella di Verona, e dai prigioni presi in quella guerra aveva inteso come la era male guardata, e la facilità e il modo di acquistarla.
Per tanto gli parve che la fortuna gli avesse messo innanzi materia a riavere l'onore suo e a fare che la letizia aveva avuto il nimico per la fresca vittoria ritornassi, per una più fresca perdita, in dolore.
È la città di Verona posta in Lombardia, a piè de' monti che dividono la Italia dalla Magna, in modo tale che la participa di quelli e del piano.
Esce il fiume dello Adice della valle di Trento, e nello entrare in Italia non si distende subito per la campagna, ma, voltosi in su la sinistra, lungo i monti, trova quella città, e passa per il mezzo di essa, non per ciò in modo che le parti sieno uguali, perché molto più ne lascia verso la pianura che di verso i monti.
Sopra i quali sono due rocche, San Piero l'una, l'altra San Felice nominate; le quali più forti per il sito che per la muraglia appariscono, ed essendo in luogo alto, tutta la città signoreggiono.
Nel piano di qua dallo Adice, e adosso alle mura della terra sono due altre fortezze, discosto l'una dall'altra mille passi, delle quali l'una la vecchia, l'altra la cittadella nuova si nominano; dall'una delle quali, dalla parte di dentro, si parte uno muro che va a trovare l'altra, e fa quasi come una corda allo arco che fanno le mura ordinarie della città, che vanno da l'una all'altra cittadella.
Tutto questo spazio posto infra l'uno muro e l'altro è pieno di abitatori, e chiamasi il borgo di San Zeno.
Queste cittadelle e questo borgo disegnò Niccolò Piccino di occupare pensando che gli riuscisse facilmente, sì per le negligenti guardie che di continuo vi si facevano, sì per credere che per la nuova vittoria la negligenzia fusse maggiore, e per sapere come nella guerra niuna impresa è tanto riuscibile quanto quella che il nimico non crede che tu possa fare.
Fatto adunque una scelta di sua gente, ne andò insieme con il marchese di Mantova, di notte, a Verona, e senza essere sentito, scalò e prese la cittadella nuova.
Di quindi, scese le sue genti nella terra, la porta di Santo Antonio ruppono, per la quale tutta la cavalleria intromessono.
Quelli che per i Viniziani guardavano la cittadella vecchia, avendo prima sentito il romore quando le guardie della nuova furono morte, di poi quando e' rompevono la porta, cognoscendo come gli erano i nimici, a gridare e a sonare a popolo e all'arme cominciorono.
Donde che, risentiti i cittadini, tutti confusi, quelli che ebbono più animo presono l'armi e alla piazza de' rettori corsono.
Le genti intanto di Niccolò avevano il borgo di San Zeno saccheggiato, e procedendo più avanti, i cittadini, cognosciuto come dentro erano le genti duchesche, e non veggendo modo a difendersi, confortorono i rettori viniziani a volersi rifuggire nelle fortezze, e salvare le persone loro e la terra; mostrando che gli era meglio conservare loro vivi e quella città ricca ad una migliore fortuna, che volere, per evitare la presente, morire loro e impoverire quella.
E così i rettori e qualunque vi era del nome viniziano, nella rocca di San Felice rifuggirono.
Dopo questo, alcuni de' primi cittadini a Niccolò e al marchese di Mantova si feciono incontro, pregandogli che volessero più tosto quella città ricca con loro onore, che povera con loro vituperio, possedere; massimamente non avendo essi apresso a' primi padroni meritato grado né odio apresso a loro per difendersi.
Furno costoro da Niccolò e dal Marchese confortati; e quanto in quella militare licenza poterono, da il sacco la difesono.
E perché eglino erano come certi che il Conte verrebbe alla recuperazione di essa, con ogni industria di avere nelle mani i luoghi forti s'ingegnorono; e quelli che non potevono avere, con fossi, sbarrate, dalla terra separavano, acciò che al nimico fusse difficile il passare dentro.
25
Il conte Francesco era con le genti sue a Tenna, e sentita questa novella, prima la giudicò vana, di poi, da più certi avvisi cognosciuta la verità, volle con la celerità la pristina negligenzia superare.
E benché tutti i suoi capi dello esercito lo consigliassero che, lasciato la impresa di Verona e Brescia, se ne andasse a Vicenza, per non essere, dimorando quivi, assediati dagli inimici, non volle acconsentirvi, ma volle tentare la fortuna di recuperare quella città; e voltosi, nel mezzo di queste sospensioni d'animo, ai proveditori viniziani e a Bernardetto de' Medici, il quale per i Fiorentini era apresso di lui commissario, promisse loro la certa recuperazione, se una delle rocche gli aspettava.
Fatte adunque ordinare le sue genti, con massima celerità ne andò verso Verona.
Alla vista del quale credette Niccolò ch'egli, come da' suoi era stato consigliato, se ne andasse a Vicenza; ma veduto di poi volgere alla terra le genti e indirizzarsi verso la rocca di San Felice, si volle ordinare alla difesa.
Ma non fu a tempo, perché le sbarre alle rocche non erano fatte, e i soldati, per la avarizia della preda e delle taglie, erano divisi; né potette unirli sì tosto che potessero obviare alle genti del Conte che le non si accostassero alla fortezza e per quella scendessero nella città.
La quale recuperorono felicemente, con vergogna di Niccolò e danno delle sue genti; il quale insieme con il marchese di Mantova, prima nella cittadella, di poi, per la campagna, a Mantova si rifuggirono.
Dove, ragunate le reliquie delle loro genti ch'erano salvate, con l'altre che erano allo assedio di Brescia si congiunsono.
Fu per tanto Verona in quattro dì dallo esercito ducale acquistata e perduta.
Il Conte, dopo questa vittoria, sendo già verno e il freddo grande, poi che ebbe con molta difficultà mandato vettovaglie in Brescia, ne andò alle stanze in Verona, e ordinò che a Torboli si facessero, la vernata, alcune galee, per potere essere, a primavera, in modo per terra e per acqua gagliardo, che Brescia si potesse al tutto liberare.
26
Il Duca, veduta la guerra per il tempo ferma, e troncagli la speranza che gli aveva avuta di occupare Verona e Brescia, e come di tutto ne erano cagione i danari e i consigli de' Fiorentini, e come quelli né per ingiuria che da' Viniziani avessero ricevuta si erano potuti dalla loro amicizia alienare, né per promesse ch'egli avesse loro fatte, se gli era potuti guadagnare, deliberò, acciò che quelli sentissero più da presso i frutti de' semi loro, di assaltare la Toscana.
A che fu da' fuori usciti fiorentini e da Niccolò confortato: questo lo moveva il desiderio aveva di acquistare gli stati di Braccio e cacciare il Conte della Marca, quelli erano dalla volontà di tornare nella loro patria spinti; e ciascuno aveva mosso il Duca con ragioni opportune e conforme al desiderio suo.
Niccolò gli mostrava come e' poteva mandarlo in Toscana e tenere assediata Brescia, per essere signore del lago e avere i luoghi di terra forti e bene muniti, e restargli capitani e gente da potere opporsi al Conte quando volessi fare altra impresa (ma che non era ragionevole la facesse sanza liberare Brescia, e a liberarla era impossibile); in modo che veniva a fare guerra in Toscana e a non lasciare la impresa di Lombardia: mostravagli ancora che i Fiorentini erano necessitati subito che lo vedevono in Toscana, a richiamare il Conte o perdersi; e qualunque l'una di queste cose seguiva, ne resultava la vittoria.
I fuori usciti affermavano essere impossibile, se Niccolò con lo esercito si accostava a Firenze che quel popolo, stracco dalle gravezze e dalla insolenzia de' potenti, non pigliasse le armi contro di loro: mostravongli lo accostarsi a Firenze essere facile, promettendogli la via del Casentino aperta, per la amicizia che messer Rinaldo teneva con quel conte: tanto che il Duca, per sé prima voltovi, tanto più, per le persuasioni di questi, fu in fare questa impresa confirmato.
I Viniziani dall'altra parte, con tutto che il verno fusse aspro, non mancavano di sollecitare il Conte a soccorrere con tutto lo esercito Brescia, la qual cosa il Conte negava potersi in quelli tempi fare; ma che si doveva aspettare la stagione nuova, e in quel tanto mettere in ordine l'armata, e di poi per acqua e per terra soccorrerla.
Donde i Viniziani stavano di mala voglia, ed erano lenti a ogni provisione, talmente che nello esercito loro erano assai genti mancate.
27
Di tutte queste cose fatti certi, i Fiorentini spaventorono, veggendosi venire la guerra adosso e in Lombardia non si essere fatto molto profitto.
Né dava loro meno affanno i sospetti ch'eglino avieno delle genti della Chiesa; non perché il Papa fusse loro nimico, ma perché vedevono quelle armi più ubbidire al Patriarca, loro inimicissimo, che al Papa.
Fu Giovanni Vitelleschi cornetano, prima notaio apostolico, di poi vescovo di Ricanati, appresso patriarca alessandrino; ma diventato in ultimo cardinale, fu Cardinale fiorentino nominato.
Era costui animoso e astuto; e per ciò seppe tanto operare, che dal Papa fu grandemente amato, e da lui preposto alli eserciti della Chiesa; e di tutte le imprese che il Papa in Toscana, in Romagna, nel Regno e a Roma fece, ne fu capitano: onde che prese tanta autorità nelle genti e nel Papa, che questo temeva a comandargli, e le genti a lui solo, e non ad altri, ubbidivano.
Trovandosi per tanto questo cardinale con le genti in Roma quando venne la fama che Niccolò voleva passare in Toscana, si raddoppiò a' Fiorentini la paura, per essere stato quel cardinale, poi che messer Rinaldo fu cacciato, sempre a quello stato nimico, veggendo che gli accordi fatti in Firenze intra le parti per suo mezzo non erano stati osservati, anzi con pregiudizio di messer Rinaldo maneggiati, sendo stato cagione che posasse le armi e desse commodità a' nimici di cacciarlo: tanto che ai principi del governo pareva che il tempo fusse venuto da ristorare messer Rinaldo de' danni, se con Niccolò, venendo quello in Toscana si accozzava.
E tanto più ne dubitavano parendo loro la partita di Niccolò di Lombardia importuna, lasciando una impresa quasi vinta, per entrare in una al tutto dubia; il che non credevono sanza qualche nuova intelligenza o nascoso inganno facesse.
Di questo loro sospetto avevano avvertito il Papa, il quale aveva già conosciuto lo errore suo per avere dato ad altri troppa autorità.
Ma in mentre che i Fiorentini stavano così sospesi la fortuna mostrò loro la via come si potessero del Patriarca assicurare.
Teneva quella republica in tutti i luoghi diligenti esploratori di quelli che portavano lettere, per scoprire se alcuno contro allo stato loro alcuna cosa ordinasse.
Occorse che a Montepulciano furono prese lettere le quali il Patriarca scriveva, sanza consenso del Pontefice, a Niccolò Piccino; le quali subito il magistrato preposto alla guerra presentò al Papa.
E benché le fussero scritte con non consueti caratteri, e il senso di loro implicato in modo che non se ne potesse trarre alcuno specificato sentimento, non di meno questa oscurità, con la pratica del nimico, messe tanto sospetto nel Pontefice, che deliberò di assicurarsene, e la cura di questa impresa ad Antonio Rido da Padova, il quale era alla guardia del castello di Roma preposto, dette.
Costui, come ebbe la commissione, parato ad ubbidire, che venisse la occasione aspettava.
Aveva il Patriarca deliberato passare in Toscana; e volendo il dì seguente partire di Roma significò al Castellano che la mattina fusse sopra il ponte del castello, perché, passando, gli voleva di alcuna cosa ragionare.
Parve ad Antonio che la occasione fusse venuta; e ordinò a' suoi quello dovessero fare; e al tempo aspettò il Patriarca sopra il ponte che, propinquo alla rocca, per fortezza di quella si può, secondo la necessità, levare e porre.
E come il Patriarca fu sopra quello, avendolo prima con il ragionamento fermo, fece cenno a' suoi che alzassero il ponte; tanto che il Patriarca in un tratto si trovò, di comandatore di eserciti, prigione di uno castellano.
Le genti che erano seco prima romoreggiorono; di poi, intesa la volontà del Papa, si quietorono.
Ma il Castellano confortando con umane parole il Patriarca, e dandogli speranza di bene, gli rispose che gli uomini grandi non si pigliavano per lasciargli, e quelli che meritavano di essere presi, non meritavano di essere lasciati.
E così poco di poi morì in carcere; e il Papa alle sue genti Lodovico patriarca di Aquileia prepose.
E non avendo mai voluto per lo adietro nelle guerre della lega e del Duca implicarsi, fu allora contento intervenirvi; e promisse essere presto per la difesa di Toscana, con quattro mila cavagli e dumila fanti.
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Liberati i Fiorentini da questa paura, restava loro il timore di Niccolò e della confusione delle cose di Lombardia, per i dispareri erano tra i Viniziani e il Conte; i quali per intenderli meglio, mandorono Neri di Gino Capponi e messer Giuliano Davanzati a Vinegia; a' quali commissono che fermassero come l'anno futuro si avesse a maneggiare la guerra; e a Neri imposono che, intesa la opinione de' Viniziani, se ne andassi dal Conte per intendere la sua e per persuaderlo a quelle cose che alla salute della lega fussero necessarie.
Non erano ancora questi ambasciadori a Ferrara, ch'eglino intesono Niccolò Piccino con sei milia cavagli avere passato il Po; il che fece affrettare loro il cammino; e giunti a Vinegia, trovorono quella Signoria tutta a volere che Brescia, sanza aspettare altro tempo, si soccorresse, perché quella città non poteva aspettare il soccorso al tempo nuovo, né che si fusse fabricata l'armata, ma, non veggendo altri aiuti, si arrenderebbe al nimico, il che farebbe al tutto vittorioso il Duca, e a loro perdere tutto lo stato di terra.
Per la qual cosa Neri andò a Verona per udire il Conte, e quello che allo incontro allegava.
Il quale gli dimostrò con assai ragioni il cavalcare in quelli tempi verso Brescia essere inutile per allora e dannoso per la impresa futura; perché, rispetto al tempo e al sito, a Brescia non si farebbe frutto alcuno, ma solo si disordinerebbono e affaticherebbono le sue genti, in modo che, venuto il tempo nuovo e atto alle faccende, sarebbe necessitato con lo esercito tornarsi a Verona per provedersi delle cose consumate il verno e necessarie per la futura state; di maniera che tutto il tempo atto alla guerra in andare e tornare si consumerebbe.
Erano con il Conte a Verona, mandati a praticare queste cose, messer Orsatto Iustiniani e messer Giovanni Pisani.
Con questi, dopo molte dispute, si concluse che i Viniziani, per lo anno nuovo, dessino al Conte ottantamila ducati e all'altre loro genti ducati quaranta per lancia, e che si sollecitasse di uscire fuora con tutto lo esercito, e si assalisse il Duca, acciò che, per timore delle cose sue, facesse tornare Niccolò in Lombardia.
Dopo la quale conclusione se ne tornorono a Vinegia.
I Viniziani, perché la somma del danaio era grande, ad ogni cosa pigramente provvedevono.
29
Niccolò Piccino, in questo mezzo, seguitava il suo viaggio, e già era giunto in Romagna; e aveva operato tanto con i figliuoli di messer Pandolfo Malatesti, che, lasciati i Viniziani, si erano accostati al Duca.
Questa cosa dispiacque a Vinegia; ma molto più a Firenze; perché credevono, per quella via, potere fare resistenza a Niccolò; ma veduti i Malatesti ribellati, si sbigottirono, massimamente perché temevono che Pietrogiampaolo Orsino, loro capitano, il quale si trovava nelle terre de' Malatesti, non fusse svaligiato, e rimanere disarmati.
Questa novella medesimamente sbigottì il Conte, perché temeva di non perdere la Marca, passando Niccolò in Toscana; e disposto di andare a soccorrere la casa sua, se ne venne a Vinegia; e intromesso al Principe, mostrò come la passata sua in Toscana era utile alla lega, perché la guerra si aveva a fare dove era lo esercito e il capitano del nimico, non dove erano le terre e le guardie sue: perché, vinto l'esercito, è vinta la guerra; ma vinte le terre, e lasciando intero lo esercito, diventa molte volte la guerra più viva; affermando la Marca e la Toscana essere perdute, se a Niccolò non si faceva gagliarda opposizione; le quali perdute, non aveva rimedio la Lombardia; ma quando l'avesse rimedio, non intendeva di abbandonare i suoi sudditi e i suoi amici; e che era passato in Lombardia signore, e non voleva partirsene condottiere.
A questo fu replicato da il Principe come gli era cosa manifesta che s'egli, non solamente partisse di Lombardia, ma con lo esercito ripassasse il Po, che tutto lo stato loro di terra si perderebbe; e loro non erano