ISTORIE FIORENTINE, di Niccolo' Machiavelli - pagina 4
...
.
Stando adunque i Longobardi in questi termini, i Romani e Longino ferno accordo con loro, che ciascuno posasse l'armi e godesse quello che possedeva.
9
In questi tempi cominciorono pontefici a venire in maggiore autorità che non erano stati per lo adietro; perché i primi dopo san Piero, per la santità della vita e per i miracoli, erano dagli uomini reveriti; gli esempli de' quali ampliorono in modo la religione cristiana, che i principi furono necessitati, per levare via tanta confusione che era nel mondo, ubbidire a quella.
Sendo adunque lo imperadore diventato cristiano, e partitosi di Roma e gitone in Gonstantinopoli, ne seguì, come nel principio dicemmo, che lo imperio romano rovinò più presto e la chiesa romana più presto crebbe.
Nondimeno, infino alla venuta de' Longobardi, sendo la Italia sottoposta tutta o agli imperatori o ai re, non presono mai i pontefici, in quelli tempi, altra autorità che quella che dava loro la reverenza de' loro costumi e della loro dottrina: nelle altre cose o agli imperadori o ai re ubbidivano, e qualche volta da quelli furono morti, e come loro ministri nelle azioni loro operati.
Ma quello che gli fece diventare di maggiore momento nelle cose di Italia fu Teoderigo re de' Goti, quando pose la sua sedia in Ravenna; perché, rimasa Roma sanza principe, i Romani avevono cagione, per loro refugio, di prestare più ubbidienza al papa: nondimeno per questo la loro autorità non crebbe molto; solo ottenne di essere la chiesa di Roma preposta a quella di Ravenna.
Ma, venuti i Lombardi, e ridutta Italia in più parti, dettono cagione al papa di farsi più vivo; perché, sendo quasi che capo in Roma, lo imperadore di Gonstantinopoli e i Lombardi gli avevono rispetto, talmente che i Romani, mediante il papa, non come subietti, ma come compagni con i Longobardi e con Longino si collegarono.
E così, seguitando i papi ora di essere amici de' Lombardi, ora de' Greci, la loro dignità accrescevano.
Ma, seguita di poi la rovina dello imperio orientale (la quale seguì in questi tempi, sotto Eracleo imperadore; perché i popoli Sclavi, de' quali facemmo di sopra menzione, assaltorono di nuovo la Illiria, e quella, occupata, chiamorono dal nome loro Schiavonia; e l'altre parti di quello imperio furono prima assaltate da' Persi, di poi dai Saracini, i quali sotto Maumetto uscirno d'Arabia, e in ultimo da' Turchi, e toltogli la Soria, l'Affrica e lo Egitto), non restava al papa, per la impotenza di quello imperio, più commodità di potere rifuggire a quello nelle sue oppressioni; e dall'altro canto, crescendo le forze de' Longobardi, pensò che gli bisognava cercare nuovi favori, e ricorse in Francia a quelli re.
Di modo che tutte le guerre che, dopo a questi tempi, furono da' barbari fatte in Italia furono in maggior parte dai pontefici causate; e tutti i barbari che quella inundorono furono il più delle volte da quegli chiamati.
Il quale modo di procedere dura ancora in questi nostri tempi; il che ha tenuto e tiene la Italia disunita e inferma.
Per tanto, nel descrivere le cose seguite da questi tempi ai nostri, non si dimosterrà più la rovina dello Imperio, che è tutto in terra, ma lo augumento de' pontefici e di quegli altri principati che di poi la Italia, infino alla venuta di Carlo VIII, governorono.
E vedrassi come i papi, prima con le censure, di poi con quelle e con le armi insieme, mescolate con le indulgenzie, erano terribili e venerandi; e come, per avere usato male l'uno e l'altro, l'uno hanno al tutto perduto, dell'altro stanno a discrezione d'altri.
10
Ma, ritornando all'ordine nostro, dico come al papato era pervenuto Gregorio III e al regno de' Longobardi Aistulfo, il quale, contro agli accordi fatti, occupò Ravenna e mosse guerra al Papa.
Per la qual cosa Gregorio, per le cagioni sopra scritte, non confidando più nello imperadore di Gonstantinopoli per essere debole, né volendo credere alla fede de' Lombardi, che la avieno molte volte rotta, ricorse in Francia, a Pipino II, il quale, di signore di Austrasia e Brabante, era diventato re di Francia, non tanto per la virtù sua, quanto per quella di Carlo Martello suo padre e di Pipino suo avolo.
Perché Carlo Martello, sendo governatore di quello regno, dette quella memorabile rotta a' Saraceni presso a Torsi, in sul fiume dell'Era, dove furono morti più che dugento milia di loro; donde Pipino suo figliuolo, per la reputazione del padre e virtù sua, diventò poi re di quel regno.
Al quale papa Gregorio, come è detto, mandò per aiuti contro a' Longobardi: a cui Pipino promesse mandargli; ma che desiderava prima vederlo e alla presenza onorarlo.
Per tanto Gregorio ne andò in Francia, e passò per le terre de' Lombardi suoi nimici, sanza che lo impedissero: tanta era la reverenzia che si aveva alla religione.
Andato adunque Gregorio in Francia, fu da quel Re onorato e rimandato con i suoi eserciti in Italia; i quali assediarono i Longobardi in Pavia.
Onde che Aistulfo, constretto da necessità, si accordò con i Franciosi, e quelli feciono lo accordo per i prieghi del Papa, il quale non volse la morte del suo nimico, ma che si convertisse e vivesse: nel quale accordo Aistulfo promisse rendere alla Chiesa tutte le terre che le aveva occupate.
Ma, ritornate le genti di Pipino in Francia, Aistulfo non osservò lo accordo, e il Papa di nuovo ricorse a Pipino; il quale di nuovo mandò in Italia, vinse i Longobardi e prese Ravenna; e contro alla voglia dello imperadore greco, la dette al Papa con tutte quelle altre terre che erano sotto il suo esarcato, e vi aggiunse il paese di Urbino e la Marca.
Ma Aistulfo, nel consegnare queste terre, morì, e Desiderio lombardo, che era duca di Toscana, prese le armi per occupare il regno, e domandò aiuto al Papa, promettendogli la amicizia sua; e quello gliene concesse, tanto che gli altri principi cederono.
E Desiderio osservò nel principio la fede, e seguì di consegnare le terre al Pontefice, secondo le convenzioni fatte con Pipino: né venne più esarco da Gostantinopoli in Ravenna; ma si governava secondo la voglia del pontefice.
11
Morì di poi Pipino, e successe nel regno Carlo suo figliuolo, il quale fu quello che per la grandezza delle cose fatte da lui, fu nominato Magno.
Al papato intanto era successo Teodoro I.
Costui venne in discordia con Desiderio e fu assediato in Roma da lui; talché il Papa ricorse per aiuti a Carlo, il quale, superate le Alpi, assediò Desiderio in Pavia, e prese lui e i figliuoli, e li mandò prigioni in Francia; e ne andò a vicitare il Papa a Roma, dove giudicò che il papa, vicario di Dio, non potesse essere dagli uomini giudicato; e il Papa e il popolo romano lo feciono imperadore.
E così Roma ricominciò ad avere lo imperadore in occidente; e dove il papa soleva essere raffermo dagli imperadori, cominciò lo imperadore, nella elezione, ad avere bisogno del papa, e veniva lo Imperio a perdere i gradi suoi, e la Chiesa ad acquistargli; e per questi mezzi sempre sopra i principi temporali cresceva la sua autorità.
Erano stati i Longobardi dugentotrentadue anni in Italia, e di già non ritenevano di forestieri altro che il nome: e volendo Carlo riordinare la Italia, il che fu al tempo di papa Leone III, fu contento abitassero in quegli luoghi dove si erano nutriti, e si chiamasse quella provincia, dal nome loro, Lombardia.
E perché quelli avessero il nome romano in reverenzia, volle che tutta quella parte di Italia a loro propinqua, che era sottoposta allo esarcato di Ravenna si chiamasse Romagna.
E oltre a questo creò Pipino suo figliuolo re di Italia; la iurisdizione del quale si estendeva infino a Benevento; e tutto il resto possedeva lo imperadore greco, con il quale Carlo aveva fatto accordo.
Pervenne in questi tempi al pontificato Pascale I, e i parrocchiani delle chiese di Roma, per essere più propinqui al papa e trovarsi alla elezione di quello, per ornare la loro potestà con uno splendido titolo, si cominciorono a chiamare cardinali; e si arrogorono tanta reputazione, massime poi che gli esclusono il popolo romano dallo eleggere il pontefice, che rade volte la elezione di quello usciva del numero loro; onde, morto Pascale, fu creato Eugenio II, del titulo di santa Sabina.
E la Italia, poi che la fu in mano de' Franciosi, mutò in parte forma e ordine, per avere preso il papa nel temporale più autorità, e avendo quegli condotto in essa il nome de' conti e de' marchesi, come prima da Longino, esarco di Ravenna, vi erano stati posti i nomi de' duchi.
Pervenne dopo alcuno pontefice, al papato Osporco romano, il quale, per la bruttura del nome, si fece chiamare Sergio; il che dette principio alla mutazione de' nomi, che fanno nelle loro elezioni i pontefici.
12
Era intanto morto Carlo imperadore, al quale successe Lodovico suo figliuolo; dopo la morte del quale nacquero intra i suoi figliuoli tante differenzie che, al tempo de' nipoti suoi, fu tolto alla casa di Francia lo imperio, e ridutto nella Magna; e chiamossi il primo imperadore tedesco Ainulfo.
Né solamente la famiglia de' Carli, per le sue discordie, perdé lo imperio, ma ancora il regno di Italia; perché i Lombardi ripresono le forze, e offendevono il papa e i Romani; tanto che il pontefice, non vedendo a chi si rifuggire, creò, per necessità, re di Italia Berengario, duca nel Friuoli.
Questi accidenti dettono animo agli Unni, che si trovavano in Pannonia, di assaltare la Italia; e venuti alle mani con Berengario, furono forzati tornarsi in Pannonia, o vero in Ungheria, ché così quella provincia, da loro, si nominava.
Romano era in questi tempi imperadore in Grecia, il quale aveva tolto lo imperio a Gostantino, sendo prefetto della sua armata.
E perché se gli era in tale novitate, ribellata la Puglia e la Calavria, che allo imperio suo, come di sopra dicemmo, ubbidivano, sdegnato per tale rebellione, permesse a' Saraceni che passassero in que' luoghi; i quali, venuti, e prese quelle provincie, tentorono di espugnare Roma.
Ma i Romani, perché Berengario era occupato in defendersi dagli Unni, feciono loro capitano Alberigo duca di Toscana, e mediante la virtù di quello, salvorono Roma da' Saraceni.
I quali, partiti da quello assedio, feciono una rocca sopra il monte Galgano, e di quivi signoreggiavano la Puglia e la Calavria, e il resto di Italia battevono.
E così veniva la Italia, in questi tempi, ad essere maravigliosamente afflitta, sendo combattuta di verso l'Alpi dagli Unni e di verso Napoli da' Saraceni.
Stette la Italia in questi travagli molti anni, e sotto tre Berengari, che successono l'uno all'altro; nel qual tempo il papa e la Chiesa era ad ogni ora perturbata, non avendo dove ricorrere, per la disunione de' principi occidentali e per la impotenzia degli orientali.
La città di Genova e tutte le sue riviere furono, in questi tempi, da' Saraceni disfatte, donde ne nacque la grandezza della città di Pisa, nella quale assai popoli, cacciati della patria sua, ricorsono.
Le quali cose seguirono negli anni della cristiana religione 931.
Ma, fatto imperadore Ottone, figliuolo di Errico e di Mattelda, duca di Sassonia, uomo prudente e di grande reputazione, Agabito papa si volse a pregarlo venisse in Italia, a trarla di sotto alla tirannide de' Berengari.
13
Erano gli stati di Italia, in questi tempi, così ordinati: la Lombardia era sotto a Berengario III e Alberto suo figliuolo; la Toscana e la Romagna per uno ministro dello imperadore occidentale era governata; la Puglia e la Calavria parte allo imperadore greco parte a' Saraceni ubbidiva; in Roma si creavano ciascuno anno duoi consoli della nobilità, i quali secondo lo antico costume la governavano; aggiugnevasi a questo uno prefetto, che rendeva ragione al popolo; avevano un consiglio di dodici uomini, i quali distribuivano i rettori, ciascuno anno, per le terre a loro sottoposte.
Il papa aveva, in Roma e in tutta Italia, più o meno autorità, secondo che erano i favori delli imperadori, o di quelli che erano più potenti in essa.
Ottone imperadore, adunque, venne in Italia e tolse il regno a' Berengari, che avevono regnato in quella cinquantacinque anni, e restituì le sue dignità al pontefice.
Ebbe costui uno figliuolo e uno nipote, chiamati ancora loro Ottone, i quali, l'uno apresso l'altro, successono dopo di lui allo Imperio.
E al tempo di Ottone III, papa Gregorio V fu cacciato dai Romani; donde che Ottone venne in Italia e rimisselo in Roma; e il Papa, per vendicarsi con i Romani, tolse a quelli la autorità di creare lo imperadore, e la dette a sei principi della Magna: tre vescovi, Magonza, Treveri e Colonia; e tre principi, Brandiborgo, Palatino e Sassonia: il che seguì nel 1002.
Dopo la morte di Ottone III, fu dagli Elettori creato imperadore Errico, duca di Baviera, il quale, dopo dodici anni, fu da Stefano VIII incoronato.
Erano Errico e Simeonda sua moglie di santissima vita; il che si vede per molti templi dotati e edificati da loro, intra i quali fu il tempio di San Miniato, propinquo alla città di Firenze.
Morì Errico nel 1024; al quale successe Currado di Svevia, a cui, di poi, Errico II.
Costui venne a Roma; e perché egli era scisma nella Chiesa, di tre papi, gli disfece tutti, e fece eleggere Chimenti II, dal quale fu coronato imperadore.
14
Era allora governata Italia parte dai popoli, parte dai principi, parte dai mandati dallo imperadore, de' quali il maggiore, e a cui gli altri riferivano si chiamava Cancellario.
Intra i principi il più potente era Gottifredi e la contessa Mattelda sua donna, la quale era nata di Beatrice, sirocchia di Errico II.
Costei e il marito possedevano Lucca, Parma, Reggio e Mantova, con tutto quello che oggi si chiama il Patrimonio.
A' pontefici faceva allora assai guerra l'ambizione del popolo romano, il quale, in prima, si era servito della autorità di quelli per liberarsi dagli imperadori; di poi che gli ebbe preso il dominio della città, e riformata quella secondo che a lui parve, subito diventò nimico a' pontefici; e molte più ingiurie riceverno quegli da quel popolo, che da alcuno altro principe cristiano.
E ne' tempi che i papi facevono tremare con le censure tutto il Ponente, avevono il popolo romano ribelle, né qualunque di essi aveva altro intento che torre la reputazione e la autorità l'uno all'altro.
Venuto, adunque, al pontificato Niccolao II, come Gregorio V tolse ai Romani il potere creare lo imperadore, così Niccolao gli privò di concorrere alla creazione del papa, e volle che, solo la elezione di quello appartenessi ai cardinali.
Né fu contento a questo, ché convenuto con quelli principi che governavano la Calavria e la Puglia, per le cagioni che poco di poi direno, costrinse tutti gli ufficiali mandati dai Romani per la loro iurisdizione a rendere ubidienzia al papa, e alcuni ne privò del loro ufizio.
15
Fu, dopo la morte di Niccolao, scisma nella Chiesa, perché il clero di Lombardia non volle prestare ubbidienza ad Alessandro II, eletto a Roma, e creò Cadolo da Parma antipapa.
Errico che aveva in odio la potenzia de' pontefici, fece intendere a papa Alessandro che renunziasse al pontificato, e ai cardinali che andassero nella Magna a creare uno nuovo pontefice.
Onde che fu il primo principe che cominciasse a sentire di quale importanza fussero le spirituali ferite, perché il Papa fece uno concilio a Roma, e privò Errico dello Imperio e del regno.
E alcuni popoli italiani seguirono il Papa, e alcuni Errico; il che fu seme degli umori guelfi e ghibellini, acciò che la Italia, mancate le inundazioni barbare, fusse dalle guerre intestine lacerata.
Errico adunque, sendo scomunicato, fu costretto da' suoi popoli a venire in Italia e, scalzo, inginocchiarsi al Papa e domandargli perdono: il che seguì l'anno 1080.
Nacque nondimeno poco di poi, nuova discordia intra il Papa ed Errico; onde che il Papa di nuovo lo scomunicò, e lo Imperadore mandò il suo figliuolo, chiamato ancora Errico, con esercito, a Roma, e con lo aiuto de' Romani, che avevano in odio il Papa, lo assediò nella fortezza; onde che Ruberto Guiscardo venne di Puglia a soccorrerlo, ed Errico non lo aspettò, ma se ne tornò nella Magna.
Solo i Romani stettono nella loro ostinazione, tale che Roma ne fu di nuovo da Ruberto saccheggiata e riposta nelle antiche rovine, dove da più pontefici era innanzi stata instaurata.
E perché da questo Ruberto nacque l'ordine del regno di Napoli, non mi pare superfluo narrare particularmente le azioni e nazione di quello.
16
Poi che venne disunione intra li eredi di Carlo Magno, come di sopra abbiamo dimostro, si dette occasione a nuovi popoli settentrionali, detti Normandi, di venire ad assalire la Francia e occuporono quel paese il quale oggi da loro, è detto Normandìa.
Di questi popoli una parte ne venne in Italia ne' tempi che quella provincia da' Berengarii, da' Saraceni e dagli Unni era infestata, e occuporono alcune terre in Romagna, dove, intra quelle guerre, virtuosamente si mantennono.
Di Tancredi, uno di questi principi normandi, nacquono più figliuoli, intra i quali fu Guglielmo, nominato Ferabac, e Ruberto, detto Guiscardo.
Era pervenuto il principato a Guglielmo, e i tumulti di Italia in qualche parte erano cessati; nondimeno i Saraceni tenevono la Sicilia e ogni dì scorrevono i liti di Italia; per la qual cosa Guglielmo convenne con il principe di Capua e di Salerno e con Melorco greco, che per lo imperadore di Grecia governava la Puglia e la Calavria, di assaltare la Sicilia, e, seguendone la vittoria, si accordorono che qualunche di loro della preda e dello stato dovesse per la quarta parte participare.
Fu la impresa felice; e cacciati i Saraceni, occuporono la Sicilia.
Dopo la quale vittoria, Melorco fece venire secretamente gente di Grecia, e prese la possessione dell'isola per lo imperadore, e solamente divise la preda.
Di che Guglielmo fu male contento; ma si riserbò a tempo più commodo a dimostrarlo; e si partì di Sicilia insieme con i principi di Salerno e di Capua.
I quali come furono partiti da lui per tornarsene a casa, Guglielmo non ritornò in Romagna, ma si volse con le sue genti verso Puglia, e subito occupò Melfi, e quindi, in breve tempo, contro alle forze dello imperadore greco, si insignorì quasi che di tutta Puglia e di Calavria, nelle quali provincie signoreggiava, al tempo di Niccolao II, Ruberto Guiscardo suo fratello.
E perché gli aveva avute assai differenze con i suoi nipoti per la eredità di quelli stati, usò l'autorità del Papa a comporle; il che fu da il Papa esequito volentieri, desideroso di guadagnarsi Ruberto, acciò che contro agli imperadori tedeschi e contro alla insolenzia del popolo romano lo difendesse; come lo effetto ne seguì, secondo che di sopra abbiamo dimostro, che ad instanzia di Gregorio VII, cacciò Errico di Roma e quello popolo domò.
A Ruberto successono Ruggieri e Guglielmo, suoi figliuoli; allo stato de' quali si aggiunse Napoli e tutte le terre che sono da Napoli a Roma, e di poi la Sicilia; delle quali si fece signore Ruggieri.
Ma Guglielmo, di poi, andando in Gonstantinopoli per prendere per moglie la figliuola dello Imperadore, fu da Ruggieri assalito, e toltogli lo stato.
E insuperbito per tale acquisto, si fece prima chiamare re di Italia; di poi, contento del titolo di re di Puglia e di Sicilia, fu il primo che desse nome e ordine a quel regno; il quale ancora oggi intra gli antichi termini si mantiene, ancora che più volte abbia variato, non solamente sangue, ma nazione; perché, venuta meno la stirpe de' Normandi, si trasmutò quel regno ne' Tedeschi, da quelli ne' Franciosi, da costoro negli Aragonesi, e oggi è posseduto dai Fiamminghi.
17
Era pervenuto al pontificato Urbano II, il quale era in Roma odiato; e non gli parendo anche potere stare, per le disunioni, in Italia securo, si volse ad una generosa impresa, e se ne andò in Francia con tutto il clero, e ragunò in Auverna molti popoli, a' quali fece una orazione contro agli infideli; per la quale intanto accese gli animi loro, che deliberorono di fare la impresa di Asia contro a' Saraceni; la quale impresa con tutte le altre simili furono di poi chiamate Crociate, perché tutti quelli che vi andorono erano segnati sopra le armi e sopra i vestimenti di una croce rossa.
I principi di questa impresa furono Gottifredi, Eustachio e Balduino di Buglò, conti di Bologna, e uno Pietro Eremita, per santità e prudenza celebrato; dove molti re e molti popoli concorsono con danari, e molti privati senza alcuna mercede militorono: tanto allora poteva negli animi degli uomini la religione, mossi dallo esemplo di quelli che ne erano capi.
Fu questa impresa nel principio gloriosa, perché tutta l'Asia Minore, la Soria e parte dello Egitto venne nella potestà de' Cristiani; mediante la quale nacque l'ordine de' cavalieri di Ierosolima, il quale oggi ancora regna, e tiene l'isola di Rodi, rimasa unico ostaculo alla potenzia de' Maumettisti.
Nacquene ancora l'ordine de' Templari, il quale dopo poco tempo, per li loro cattivi costumi venne meno.
Seguirno in varii tempi varii accidenti, dove molte nazioni e particulari uomini furono celebrati.
Passò in aiuto di quella impresa, il re di Francia, il re di Inghilterra, e i popoli pisani, viniziani e genovesi vi acquistorono reputazione grandissima; e con varia fortuna insino a' tempi del Saladino saraceno combatterono, la virtù del quale e la discordia de' Cristiani tolse alla fine loro tutta quella gloria che si avevono nel principio acquistata, e furono dopo novanta anni cacciati di quello luogo ch'eglino avevono con tanto onore felicemente recuperato.
18
Dopo la morte di Urbano, fu creato pontefice Pascale II, e allo Imperio era pervenuto Errico IV.
Costui venne a Roma, fingendo di tenere amicizia col Papa; di poi il Papa e tutto il clero misse in prigione; né mai lo liberò, se prima non gli fu concesso di potere disporre delle chiese della Magna come a lui pareva.
Morì, in questi tempi, la contessa Matelda, e lasciò erede di tutto il suo stato la Chiesa.
Dopo la morte di Pascale e di Errico IV, seguirono più papi e più imperadori, tanto che il papato pervenne ad Alessandro III, e lo Imperio a Federigo Svevo, detto Barbarossa.
Avevano avuto i pontefici, in quelli tempi, con il popolo romano e con gli imperadori molte difficultà, le quali al tempo del Barbarossa assai crebbero.
Era Federigo uomo eccellente nella guerra, ma pieno di tanta superbia che non poteva sopportare di avere a cedere al Pontefice; nondimeno nella sua elezione venne a Roma per la corona, e pacificamente si tornò nella Magna.
Ma poco stette in questa opinione, perché tornò in Italia per domare alcune terre in Lombardia che non lo ubbidivano; nel quale tempo occorse che il cardinale di S.
Clemente, di nazione romano, si divise da papa Alessandro, e da alcuni cardinali fu fatto papa.
Trovavasi in quel tempo Federigo imperadore a campo a Crema; con il quale dolendosi Alessandro dello Antipapa, gli rispose che l'uno e l'altro andasse a trovarlo e allora giudicherebbe chi di loro fussi papa.
Dispiacque questa risposta ad Alessandro; e perché lo vedeva inclinato a favorire l'Antipapa, lo scomunicò e se ne fuggì a Filippo re di Francia.
Federigo intanto, seguitando la guerra in Lombardia, prese e disfece Milano, la qual cosa fu cagione che Verona, Padova e Vicenza si unirono contro a di lui, a difesa comune.
In questo mezzo era morto lo Antipapa, donde che Federigo creò in suo luogo Guido da Cremona.
I Romani, in questi tempi, per la assenza del Papa e per gl'impedimenti che lo Imperadore aveva in Lombardia, avevono ripreso in Roma alquanto di autorità, e andavano ricognoscendo la ubbidienza delle terre che solevono essere loro subiette.
E perché i Tusculani non vollono cedere alla loro autorità, gli andorono popularmente a trovare; i quali furono soccorsi da Federigo, e ruppono lo esercito de' Romani con tanta strage che Roma non fu mai poi né populata né ricca.
Era intanto tornato papa Alessandro in Roma, parendogli potervi stare sicuro per la inimicizia avevono i Romani con Federigo, e per li nimici che quello aveva in Lombardia.
Ma Federigo, posposto ogni rispetto, andò a campo a Roma; dove Alessandro non lo aspettò, ma se ne fuggì a Guglielmo re di Puglia, rimaso erede di quel regno dopo la morte di Ruggieri.
Ma Federigo, cacciato dalla peste, lasciò la obsidione, e se ne tornò nella Magna; e le terre di Lombardia le quali erano congiurate contro a di lui per potere battere Pavia e Tortona, che tenevono le parti imperiali, edificorono una città che fusse sedia di quella guerra; la quale nominarono Alessandria in onore di Alessandro papa e in vergogna di Federigo.
Morì ancora Guidone antipapa, e fu fatto in suo luogo Giovanni da Fermo, il quale per i favori delle parti dello Imperadore si stava in Montefiasconi.
19
Papa Alessandro, in quel mezzo, se ne era ito in Tusculo, chiamato da quel popolo, acciò che con la sua autorità lo difendesse dai Romani; dove vennono a lui oratori mandati da Errico re di Inghilterra a significargli che della morte del beato Tommaso, vescovo di Conturbia, il loro re non aveva alcuna colpa, sì come publicamente ne era stato infamato.
Per la qual cosa il Papa mandò duoi cardinali in Inghilterra a ricercare la verità della cosa; i quali, ancora che non trovassino il Re in manifesta colpa, nondimeno, per la infamia del peccato e per non lo avere onorato come egli meritava, gli dettono per penitenza che, chiamati tutti i baroni del regno, con giuramento alla presenza loro si scusasse e inoltre mandasse subito dugento soldati in Ierusalem, pagati per uno anno, ed esso fussi obligato, con quello esercito che potesse ragunare maggiore, personalmente, avanti che passassero tre anni, andarvi, e che dovesse annullare tutte le cose fatte nel suo regno in disfavore della libertà ecclesiastica, e dovesse acconsentire che qualunche suo subietto potesse, volendo, appellare a Roma.
Le quali cose furono tutte da Elrico accettate; e sottomessesi a quello iudizio un tanto re, che oggi uno uomo privato si vergognerebbe a sottomettervisi.
Nondimeno, mentre che il Papa aveva tanta autorità ne' principi longinqui, non poteva farsi ubbidire dai Romani; dai quali non potette impetrare di potere stare in Roma, ancora che promettesse d'altro che dello ecclesiastico non si travagliare: tanto le cose che paiono sono più di scosto che da presso temute.
Era tornato, in questo tempo Federigo in Italia, e mentre che si preparava a fare nuova guerra al Papa, tutti i suoi prelati e baroni gli feciono intendere che lo abbandonerebbono, se non si riconciliava con la Chiesa, di modo che fu constretto andare ad adorarlo a Vinegia, dove si pacificarono insieme; e nello accordo il Papa privò lo Imperadore d'ogni autorità che gli avesse sopra Roma, e nominò Guglielmo re di Sicilia e di Puglia per suo confederato.
E Federigo, non potendo stare senza fare guerra, ne andò alla impresa di Asia, per sfogare la sua ambizione contro a Maumetto, la quale contro a' vicari di Cristo sfogare non aveva potuto.
Ma arrivato sopra il fiume..., allettato dalla chiarezza delle acque, vi si lavò dentro, per il quale disordine morì.
E così l'acque fecero più favore a' Maumettisti, che le scomuniche a' Cristiani, perché queste frenorono l'orgoglio suo, e quelle lo spensono.
20
Morto Federigo, restava solo al Papa a domare la contumacia de' Romani; e dopo molte dispute fatte sopra la creazione de' consoli, convennono che i Romani secondo il costume loro gli eleggessero; ma non potessero pigliare il magistrato, se prima non giuravano di mantenere la fede alla Chiesa.
Il quale accordo fece che Giovanni antipapa se ne fuggì in Monte Albano, dove, poco di poi, si morì.
Era morto in questi tempi, Guglielmo re di Napoli, e il Papa disegnava di occupare quel regno, per non avere lasciati quel re altri figliuoli che Tancredi, suo figliuolo naturale; ma i baroni non consentirono al Papa, ma vollono che Tancredi fusse re.
Era papa, allora, Celestino III, il quale, desideroso di trarre quel regno dalle mani di Tancredi, operò che Elrico figliuolo di Federigo fusse fatto imperadore, e gli promisse il regno di Napoli, con questo, che restituisse alla Chiesa le terre che a quella appartenevano.
E per facilitare la cosa, trasse di munistero Gostanza, già vecchia, figliuola di Guglielmo, e gliene dette per moglie.
E così passò il regno di Napoli da' Normandi, che ne erano stati fondatori, ai Tedeschi.
Elrico imperadore, come prima ebbe composte le cose della Magna, venne in Italia con Gostanza sua moglie e con uno suo figliuolo di quattro anni chiamato Federigo, e sanza molta dificultà prese il Regno, perché di già era morto Tancredi, e di lui era rimaso un piccolo fanciullo detto Ruggieri.
Morì, dopo alcun tempo, Elrico, in Sicilia, e successe a lui nel Regno Federigo, e allo Imperio Ottone duca di Sansogna, fatto per i favori che gli fece papa Innocenzio III.
Ma come prima ebbe presa la corona, contro ad ogni opinione, diventò Ottone nimico del Pontefice; occupò la Romagna, e ordinava di assalire il Regno, per la qual cosa il Papa lo scomunicò, in modo che fu da ciascheduno abbandonato, e gli Elettori elessono imperadore Federigo re di Napoli.
Venne Federigo a Roma per la corona, e il Papa non volle incoronarlo, perché temeva la sua potenza e cercava di trarlo di Italia, come ne aveva tratto Ottone; tanto che Federigo sdegnato, ne andò nella Magna, e fatte più guerre con Ottone, lo vinse.
In quel mezzo si morì Innocenzio, il quale, oltre alle sue egregie opere, edificò lo spedale di Santo Spirito in Roma.
Di costui fu successore Onorio III, al tempo del quale surse l'ordine di San Domenico e di San Francesco, nel 1218.
Coronò questo pontefice Federigo, al quale Giovanni disceso di Balduino re di Ierusalem, che era con le reliquie de' Cristiani in Asia e ancora teneva quel titulo, dette una sua figliuola per moglie, e con la dota gli concesse il titulo di quel regno: di qui nasce che qualunche re di Napoli si intitula re di Ierusalem.
21
In Italia si viveva allora in questo modo: i Romani non facevano più consoli, e in cambio di quelli, con la medesima autorità, facevano quando uno quando più senatori; durava ancora la lega che avevano fatta le città di Lombardia contro a Federigo Barbarossa, le quali erano Milano, Brescia, Mantova, con la maggiore parte delle città di Romagna, e di più Verona, Vicenza, Padova e Trevigi; nelle parti dello imperadore erano Cremona, Bergamo, Parma, Reggio, Modena e Trento; le altre città e castella di Lombardia, di Romagna e della Marca trivigiana favorivano, secondo la necessità, ora questa ora quella parte.
Era venuto in Italia, al tempo di Ottone III, uno Ecelino, del quale, rimaso in Italia, nacque uno figliuolo, che generò uno altro Ecelino.
Costui, sendo ricco e potente, si accostò a Federigo II il quale, come si è detto, era diventato nimico del Papa; e venendo in Italia per opera e favore di Ecelino, prese Verona e Mantova, e disfece Vicenza occupò Padova, e ruppe lo esercito delle terre collegate, e di poi se ne venne verso Toscana.
Ecelino, intanto, aveva sottomesso tutta la Marca trivigiana: non potette espugnare Ferrara, perché fu difesa da Azzone da Esti e dalle genti che il Papa aveva in Lombardia; donde che, partita la obsidione, il Papa dette quella città in feudo ad Azzone Estense, dal quale sono discesi quelli i quali ancora oggi la signoreggiano.
Fermossi Federigo a Pisa, desideroso di insignorirsi di Toscana; e nel ricognoscere gli amici e nimici di quella provincia seminò tanta discordia che fu cagione della rovina di tutta Italia; perché le parti guelfe e ghibelline multiplicorono, chiamandosi Guelfi quelli che seguivono la Chiesa, e Ghibellini quelli che seguivono gli imperadori; e a Pistoia in prima fu udito questo nome.
Partito Federigo da Pisa, in molti modi assaltò e guastò le terre della Chiesa, tanto che il Papa, non avendo altro rimedio, gli bandì la crociata contro, come avevono fatto gli antecessori suoi contro a' Saraceni.
E Federigo, per non essere abandonato dalle sue genti ad un tratto, come erano stati Federigo Barbarossa e altri suoi maggiori, soldò assai Saraceni; e per obligarseli, e per fare uno ostaculo in Italia fermo contro alla Chiesa, che non temessi le papali maledizioni, donò loro Nocera nel Regno, acciò che, avendo uno proprio refugio, potessero con maggiore securità servirlo.
22
Era venuto al pontificato Innocenzio IV; il quale, temendo di Federigo, se ne andò a Genova, e di quivi in Francia; dove ordinò uno concilio, a Lione, al quale Federigo deliberò di andare.
Ma fu ritenuto dalla rebellione di Parma; dalla impresa della quale sendo ributtato, se ne andò in Toscana, e di quivi in Sicilia, dove si morì.
E lasciò in Svevia Currado suo figliuolo, e in Puglia Manfredi, nato di concubina, il quale aveva fatto duca di Benevento.
Venne Currado per la possessione del Regno, e arrivato a Napoli si morì; e di lui rimase Curradino piccolo, che si trovava nella Magna.
Pertanto Manfredi, prima, come tutore di Curradino, occupò quello stato; di poi, dando nome che Curradino era morto, si fece re, contro alla voglia del Papa e de' Napoletani, i quali fece acconsentire per forza.
Mentre che queste cose nel Regno si travagliavano, seguirono in Lombardia assai movimenti intra la parte guelfa e ghibellina.
Per la guelfa era uno legato del Papa; per la ghibellina Ecelino, il quale possedeva quasi tutta la Lombardia di là dal Po.
E perché, nel trattare la guerra, se gli ribellò Padova, fece morire dodici mila Padovani; e lui, avanti che la guerra terminasse, fu morto, che era di età di ottanta anni; dopo la cui morte tutte le terre possedute da lui diventorono libere.
Seguitava Manfredi re di Napoli le inimicizie contro alla Chiesa secondo i suoi antinati, e tenea il Papa, che si chiamava Urbano IV, in continue angustie; tanto che il Pontefice, per domarlo, gli convocò la crociata contro, e ne andò ad aspettare le genti a Perugia.
E parendogli che le genti venissero poche, deboli e tarde, pensò che a vincere Manfredi bisognassero più certi aiuti; e si volse per i favori in Francia, e creò re di Sicilia e di Napoli Carlo d'Angiò, fratello di Lodovico re di Francia, e lo citò a venire in Italia a pigliare quel regno.
Ma prima che Carlo venisse a Roma, il Papa morì, e fu fatto in suo luogo Clemente IV; al tempo del quale, Carlo, con trenta galee, venne ad Ostia, e ordinò che l'altre sue genti venissero per terra.
E nel dimorare che fece in Roma, i Romani, per gratificarselo, lo feciono senatore, e il Papa lo investì del Regno, con obligo che dovesse pagare ciascuno anno alla Chiesa cinquanta milia fiorini; e fece uno decreto che per lo avvenire né Carlo né altri che tenessero quel regno non potessero essere imperadori.
E andato Carlo contro a Manfredi, lo ruppe e ammazzò, propinquo a Benevento, e s'insignorì di Sicilia e del Regno.
Ma Curradino, a cui per testamento del padre si apparteneva quello stato, ragunata assai gente nella Magna, venne in Italia contro a Carlo, con il quale combatté a Tagliacozzo; e fu prima rotto, e poi, fuggendosi sconosciuto, fu preso e morto.
23
Stette la Italia quieta, tanto che successe al pontificato Adriano V.
E stando Carlo a Roma, e quella governando per lo ufizio che gli aveva del senatore, il Papa non poteva sopportare la sua potenza, e se ne andò ad abitare a Viterbo, e sollecitava Ridolfo imperadore a venire in Italia contro a Carlo.
E così i pontefici, ora per carità della religione, ora per loro propria ambizione, non cessavano di chiamare in Italia umori nuovi e suscitare nuove guerre; e poi ch'eglino avieno fatto potente uno principe, se ne pentivano, e cercavano la sua rovina; né permettevano che quella provincia la quale per loro debolezza non potevano possedere, che altri la possedesse.
E i principi ne temevano, perché sempre, o combattendo o fuggendo, vincevono; se con qualche inganno non erano oppressi, come fu Bonifazio VIII e alcuni altri, i quali, sotto colore d'amicizia, furono dagli imperadori presi.
Non venne Ridolfo in Italia, sendo ritenuto dalla guerra che aveva con il re di Buemia.
In quel mezzo morì Adriano, e fu creato pontefice Niccolao III di casa Orsina, uomo audace e ambizioso; il quale pensò, ad ogni modo, di diminuire la potenza di Carlo; e ordinò che Ridolfo imperadore si dolesse che Carlo teneva uno governatore in Toscana rispetto alla parte guelfa, che era stata da lui, dopo la morte di Manfredi, in quella provincia rimessa.
Cedette Carlo allo Imperadore, e ne trasse i suoi governatori; e il Papa vi mandò un suo nipote cardinale per governatore dello Imperio; tale che lo Imperadore, per questo onore fattogli, restituì alla Chiesa la Romagna, stata da' suoi antecessori tolta a quella, e il Papa fece duca di Romagna Bertoldo Orsino.
E parendogli essere diventato potente da potere mostrare il viso a Carlo, lo privò dello ufizio del senatore, e fece uno decreto che niuno di stirpe regia potesse essere più senatore in Roma.
Aveva in animo ancora di torre la Sicilia a Carlo, e mosse, a questo fine, secretamente pratica con Pietro re di Ragona, la quale poi, al tempo del suo successore, ebbe effetto.
Disegnava ancora fare di casa sua duoi re, l'uno in Lombardia, l'altro in Toscana, la potenza de' quali defendesse la Chiesa da' Tedeschi che volessero venire in Italia, e da i Franzesi che erano nel Regno.
Ma con questi pensieri si morì; e fu il primo de' papi che apertamente mostrasse la propria ambizione, e che disegnasse, sotto colore di fare grande la Chiesa, onorare e benificare i suoi.
E come da questi tempi indietro non si è mai fatta menzione di nipoti o di parenti di alcuno pontefice, così per lo avvenire ne fia piena la istoria, tanto che noi ci condurreno a' figliuoli; né manca altro a tentare a' pontefici se non che, come eglino hanno disegnato, infino a' tempi nostri, di lasciargli principi, così, per lo avvenire, pensino di lasciare loro il papato ereditario.
Bene è vero che, per infino a qui, i principati ordinati da loro hanno avuta poca vita, perché il più delle volte i pontefici, per vivere poco tempo, o ei non forniscono di piantare le piante loro, o, se pure le piantano, le lasciano con sì poche e deboli barbe, che al primo vento, quando è mancata quella virtù che le sostiene, si fiaccano.
24
Successe a costui Martino IV, il quale, per essere di nazione francioso, favorì le parti di Carlo; in favore del quale, Carlo mandò in Romagna, che se gli era ribellata, sue genti; ed essendo a campo a Furlì, Guido Bonatto astrologo ordinò che, in un punto dato da lui, il popolo gli assaltasse; in modo che tutti i Franciosi vi furono presi e morti.
In questo tempo si mandò ad effetto la pratica mossa da papa Niccolao con Pietro re di Aragona; mediante la quale i Siciliani ammazzorono tutti i Franciosi che si trovorono in quella isola; della quale Pietro si fece signore, dicendo appartenersegli per avere per moglie Gostanza figliuola di Manfredi.
Ma Carlo, nel riordinare la guerra per la recuperazione di quella, si morì; e rimase di lui Carlo II, il quale in quella guerra era rimaso prigione in Sicilia, e per essere libero promisse di ritornare prigione, se infra tre anni non aveva impetrato dal Papa che i reali di Aragona fussero investiti del regno di Sicilia.
25
Ridolfo imperadore, in cambio di venire in Italia per rendere allo Imperio la riputazione in quella, vi mandò un suo oratore, con autorità di potere fare libere tutte quelle città che si ricomperassero, onde che molte città si ricomperorono, e con la libertà mutorono modo di vivere.
Adulfo di Sassonia successe allo Imperio, e al pontificato Pietro del Murrone, che fu nominato papa Celestino; il quale, sendo eremita e pieno di santità, dopo sei mesi renunziò al pontificato; e fu eletto Bonifazio VIII.
I cieli (i quali sapevono come e' doveva venire tempo che i Franciosi e i Tedeschi si allargherebbono da Italia e che quella provincia resterebbe in mano, al tutto, degli Italiani) acciò che il papa, quando mancasse degli ostacoli oltramontani, non potesse né fermare né godere la potenza sua, feciono crescere in Roma due potentissime famiglie, Colonnesi e Orsini, acciò che, con la potenza e propinquità loro, tenessero il pontificato infermo.
Onde che papa Bonifazio, il quale cognosceva questo, si volse a volere spegnere i Colonnesi, e oltre allo avergli scomunicati, bandì loro la crociata contro.
Il che, se bene offese alquanto loro, li offese più la Chiesa; perché quella arme la quale per carità della fede aveva virtuosamente adoperato, come si volse, per propria ambizione, ai cristiani, cominciò a non tagliare; e così il troppo desiderio di sfogare il loro appetito faceva che i pontefici, a poco a poco, si disarmavano.
Privò, oltra di questo, duoi che di quella famiglia erano cardinali, del cardinalato.
E fuggendo Sarra, capo di quella casa, davanti a lui, scognosciuto, fu preso da corsali catelani, e messo al remo; ma cognosciuto di poi, a Marsilia, fu mandato al re Filippo di Francia, il quale era stato da Bonifazio scomunicato e privo del regno.
E considerando Filippo come nella guerra aperta contro a' pontefici, o e' si rimaneva perdente, o e' vi si correva assai pericoli, si volse agl'inganni; e simulato di voler fare accordo con il Papa, mandò Sarra in Italia secretamente.
Il quale, arrivato in Alagna, dove era il Papa, convocati di notte suoi amici, lo prese; e benché, poco di poi, da il popolo d'Alagna fusse liberato, nondimeno, per il dolore di quella ingiuria, rabbioso morì.
26
Fu Bonifazio ordinatore del giubileo, nel 1300, e provide che ogni cento anni si celebrasse.
In questi tempi seguirono molti travagli tra le parti guelfe e ghibelline; e per essere stata abbandonata Italia dagli imperadori, molte terre diventorono libere, e molte furono dai tiranni occupate.
Restituì papa Benedetto a' cardinali Colonnesi il cappello, e Filippo re di Francia ribenedisse.
A costui successe Clemente V, il quale, per essere francioso, ridusse la corte in Francia, ne l'anno 1305.
In quel mezzo Carlo II re di Napoli morì; al quale successe Ruberto suo figliuolo; e allo Imperio era pervenuto Arrigo di Luzimborgo, il quale venne a Roma per coronarsi, non ostante che il Papa non vi fusse.
Per la cui venuta seguirono assai movimenti in Lombardia; perché rimesse nelle terre tutti i fuori usciti, o guelfi o ghibellini che fussero; di che ne seguì che, cacciando l'uno l'altro, si riempié quella provincia di guerra; a che lo Imperadore non potette, con ogni suo sforzo, obviare.
Partito costui di Lombardia, per la via di Genova se ne venne a Pisa, dove s'ingegnò di tòrre la Toscana al re Ruberto; e non faccendo alcun profitto, se ne andò a Roma; dove stette pochi giorni, perché dagli Orsini, con il favore del re Ruberto, ne fu cacciato; e ritornossi a Pisa; e per fare più securamente guerra alla Toscana, e trarla dal governo del re Ruberto, lo fece assaltare da Federigo re di Sicilia.
Ma quando egli sperava, in un tempo, occupare la Toscana e torre al re Ruberto lo stato, si morì.
Al quale successe nello Imperio Lodovico di Baviera.
In quel mezzo pervenne al papato Giovanni XXII; al tempo del quale lo Imperadore non cessava di perseguitare i Guelfi e la Chiesa, la quale in maggior parte da il re Ruberto e dai Fiorentini era difesa.
Donde nacquero assai guerre, fatte in Lombardia dai Visconti contro ai Guelfi, e in Toscana da Castruccio da Lucca contro ai Fiorentini.
Ma perché la famiglia de' Visconti fu quella che dette principio alla ducea di Milano, uno de' cinque principati che di poi governorono la Italia, mi pare da replicare da più alto luogo la loro condizione.
27
Poi che seguì, in Lombardia, la lega di quelle città delle quali di sopra facemmo menzione, per difendersi da Federigo Barbarossa, Milano, ristorato che fu dalla rovina sua, per vendicarsi delle ingiurie ricevute, si congiunse con quella lega, la quale raffrenò il Barbarossa e tenne vive in Lombardia, un tempo, le parti della Chiesa; e ne' travagli di quelle guerre che allora seguirono, diventò in quella città potentissima la famiglia di quelli della Torre; della quale sempre crebbe la reputazione, mentre che gli imperadori ebbono in quella provincia poca autorità.
Ma venendo Federigo II in Italia, e diventata la parte ghibellina, per la opera di Ecelino, potente, nacquono in ogni città umori ghibellini; donde che, in Milano, di quelli che tenevano la parte ghibellina fu la famiglia de' Visconti, la quale cacciò quelli della Torre di Milano.
Ma poco stettano fuora, ché, per accordi fatti intra lo Imperadore e il Papa, furono restituiti nella patria loro.
Ma sendone andato il Papa con la corte in Francia, e venendo Arrigo di Luzimborgo in Italia per andare per la corona a Roma, fu ricevuto, in Milano, da Maffeo Visconti e Guido della Torre, i quali allora erano i capi di quelle famiglie.
Ma disegnando Maffeo servirsi dello Imperadore per cacciare Guido, giudicando la impresa facile per essere quello di contraria fazione allo Imperio, prese occasione dai rammarichii che il popolo faceva per i sinistri portamenti de' Tedeschi; e cautamente andava dando animo a ciascuno, e gli persuadeva a pigliare l'armi e levarsi da dosso la servitù di quegli barbari.
E quando gli parve avere disposta la materia a suo proposito, fece, per alcuno suo fidato, nascere uno tumulto, sopra il quale tutto il popolo prese l'armi contro al nome tedesco.
Né prima fu mosso lo scandolo che Maffeo con gli suoi figliuoli e tutti li suoi partigiani si trovorono in arme; e corsono ad Arrigo, significandogli come questo tumulto nasceva da quelli della Torre, i quali, non contenti di stare in Milano privatamente, avevono presa occasione di volerlo spogliare, per gratificarsi i Guelfi di Italia e diventare principi di quella città ma che stesse di buono animo, ché loro, con la loro parte quando si volesse difendere, erano per salvarlo in ogni modo.
Credette Arrigo essere vere tutte le cose dette da Maffeo, e ristrinse le sue forze con quelle de' Visconti, e assalì quelli della Torre, i quali erano corsi in più parti della città per fermare i tumulti; e quegli che poterono avere ammazzorono, e gli altri, spogliati delle loro sustanze, mandorono in esilio.
Restato adunque Maffeo Visconti come principe in Milano, rimasono, dopo lui, Galeazzo e Azzo; e dopo costoro, Luchino e Giovanni.
Diventò Giovanni arcivescovo in quella città; e di Luchino, il quale morì avanti a lui, rimasero Bernabò e Galeazzo; ma morendo ancora, poco di poi, Galeazzo, rimase di lui Giovan Galeazzo, detto Conte di Virtù.
Costui, dopo la morte dello Arcivescovo, con inganno ammazzò Bernabò suo zio e restò solo principe di Milano; il quale fu il primo che avesse il titulo di duca.
Di costui rimase Filippo e Giovanmariagnolo; il quale sendo morto da il popolo di Milano, rimase lo stato a Filippo, del quale non rimase figliuoli maschi; donde che quello stato si transferì dalla casa de' Visconti a quella degli Sforzeschi, nel modo e per le ragioni che nel suo luogo si narreranno.
28
Ma tornando donde io mi parti', Lodovico imperadore, per dare riputazione alla parte sua e per pigliare la corona, venne in Italia; e trovandosi in Milano, per avere cagione di trarre danari da' Milanesi, mostrò di lasciargli liberi, e misse i Visconti in prigione; di poi, per mezzo di Castruccio da Lucca, gli liberò; e andato a Roma, per potere più facilmente perturbare la Italia, fece Piero della Corvara antipapa; con la reputazione del quale, e con la forza de' Visconti, disegnava tenere inferme le parti contrarie di Toscana e di Lombardia.
Ma Castruccio morì; la quale morte fu cagione del principio della sua rovina; perché Pisa e Lucca se gli ribellorono, e i Pisani mandorono l'Antipapa prigione al Papa in Francia; in modo che lo Imperadore, disperato delle cose di Italia, se ne tornò nella Magna.
Né fu prima partito costui, che Giovanni re di Buemia venne in Italia, chiamato da' Ghibellini di Brescia, e si insignorì di quella e di Bergamo.
E perché questa venuta fu di consentimento del Papa, ancora che fingesse il contrario, il legato di Bologna lo favoriva, giudicando che questo fusse buono rimedio, a provedere che lo Imperadore non tornasse in Italia.
Per il
...
[Pagina successiva]