ISTORIE FIORENTINE, di Niccolo' Machiavelli - pagina 41
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Questo parentado moveva forte il Conte, perché sperava, mediante quello, non avendo il Duca figliuoli maschi, potersi insignorire di Milano; e per ciò sempre a' Fiorentini tagliava le pratiche della guerra, e affermava non essere per muoversi, se i Viniziani non gli osservavano il pagamento e la condotta; né il pagamento solo gli bastava, perché, volendo vivere securo degli stati suoi, gli conveniva avere altro appoggio che i Fiorentini.
Per tanto, se dai Viniziani era abbandonato, era necessitato pensare a' suoi fatti; e destramente minacciava di accordarsi con il Duca.
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Queste gavillazioni e questi inganni dispiacevano a' Fiorentini grandemente, perché vedevano la impresa di Lucca perduta, e di più dubitavano dello stato loro, qualunque volta il Conte e il Duca fussino insieme.
E per ridurre i Viniziani a mantenere la condotta al Conte, Cosimo de' Medici andò a Vinegia, credendo con la reputazione sua muovergli.
Dove nel loro senato lungamente questa materia disputò, mostrando in quali termini si trovava lo stato di Italia, quante erano le forze del Duca, dove era la reputazione e la potenza delle armi, e concluse che, se al Duca si aggiugneva il Conte, eglino ritornerebbono in mare e loro disputerebbono della loro libertà.
A che fu da' Viniziani risposto che cognoscevano le forze loro e quelle degli Italiani, e credevono potere in ogni modo difendersi, affermando non essere consueti di pagare i soldati che servissero altri; per tanto pensassero i Fiorentini di pagare il Conte, poi ch'eglino erano serviti da lui; e come gli era più necessario, a volere securamente godersi gli stati loro, abbassare la superbia del Conte che pagarlo, perché gli uomini non hanno termini nella ambizione loro, e se ora fusse pagato sanza servire, domanderebbe poco di poi una cosa più disonesta e più pericolosa.
Per tanto a loro pareva necessario porre qualche volta freno alla insolenzia sua, e non la lasciare tanto crescere che la diventasse incorrigibile; e se pure loro, o per timore o per altra voglia, se lo volessino mantenere amico, lo pagassino.
Ritornossi adunque Cosimo sanza altra conclusione.
Non di meno i Fiorentini facevano forza al Conte perché non si spiccasse dalla lega, il quale ancora mal volentieri se ne partiva; ma la voglia di concludere il parentado lo teneva dubio, tale che ogni minimo accidente, come intervenne, lo poteva fare deliberare.
Aveva il Conte lasciato a guardia di quelle sue terre della Marca il Frullano, uno de' suoi primi condottieri.
Costui fu tanto dal Duca instigato che rinunziò al soldo del Conte e accostossi con lui; la qual cosa fece che il Conte, lasciato ogni rispetto, per paura di sé, fece accordo con il Duca; e intra gli altri patti furono che delle cose di Romagna e di Toscana non si travagliasse.
Dopo tale accordo, il Conte con instanzia persuadeva a' Fiorentini che si accordassero con i Lucchesi; e in modo a questo gli strinse, che, veggendo non avere altro rimedio, si accordorono con quelli, nel mese di aprile, l'anno 1438.
Per il quale accordo a' Lucchesi rimase la loro libertà, e a' Fiorentini Monte Carlo e alcune altre loro castella.
Di poi riempierono con lettere piene di rammarichii tutta Italia, mostrando che, poi che Iddio e gli uomini non avieno voluto che i Lucchesi venissero sotto lo imperio loro, avevono fatto pace con quelli.
E rade volte occorre che alcuno abbia tanto dispiacere di avere perdute le cose sue, quanto ebbono allora i Fiorentini per non avere acquistato quelle d'altri.
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In questi tempi, benché i Fiorentini fussero in tanta impresa occupati, di pensare a' loro vicini e di adornare la loro città non mancavano.
Era morto come aviamo detto, Niccolò Fortebraccio, a cui era una figlia del conte di Poppi maritata.
Costui, alla morte di Niccolò, aveva il Borgo a San Sepolcro e le fortezze di quella terra nelle mani e in nome del genero, vivente quello, le comandava.
Di poi dopo la morte di quello, diceva per la dote della sua figliuola possederla, e al Papa non voleva concederla; il quale come beni occupati alla Chiesa la domandava, in tanto che mandò il Patriarca con le genti sue allo acquisto di essa.
Il Conte, veduto non potere sostenere quello impeto, offerse quella terra a' Fiorentini, e quelli non la vollono.
Ma, sendo il Papa ritornato in Firenze, si intromissono intra lui e il Conte per accordargli; e trovandosi nello accordo difficultà, il Patriarca assaltò il Casentino, e prese Prato Vecchio e Romena, e medesimamente le offerse ai Fiorentini; i quali ancora non le vollono accettare, se il Papa non acconsentiva che le potessino rendere al Conte.
Di che fu il Papa, dopo molte dispute, contento; ma volle che i Fiorentini gli promettessero di operare con il conte di Poppi che il Borgo gli restituisse.
Fermo dunque per questa via lo animo del Papa, parve a' Fiorentini, sendo il tempio cattedrale della loro città, chiamato Santa Reparata (la cui edificazione molto tempo innanzi si era cominciata) venuto a termine che vi si potevono i divini offizi celebrare, di richiederlo che personalmente lo consecrasse.
A che il Papa volentieri acconsentì, e per maggiore magnificenza della città e del tempio, e per più onore del Pontefice, si fece un palco da Santa Maria Novella, dove il Papa abitava, infino al tempio che si doveva consecrare di larghezza di quattro e di altezza di dua braccia, coperto tutto di sopra e d'attorno di drappi ricchissimi, per il quale solo il Pontefice con la sua corte venne, insieme con quelli magistrati della città e cittadini i quali ad accompagnarlo furono deputati: tutta l'altra cittadinanza e popolo per la via, per le case e nel tempio a veder tanto spettacolo si ridussono.
Fatte adunque tutte le cerimonie che in simile consecrazione si sogliono fare, il Papa, per mostrare segno di maggiore amore, onorò della cavalleria Giuliano Davanzati, allora gonfaloniere di giustizia e di ogni tempo riputatissimo cittadino; al quale la Signoria, per non parere meno del Papa amorevole, il capitanato di Pisa per un anno concesse.
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Erano, in questi medesimi tempi, intra la Chiesa romana e la greca alcune differenze, tanto che nel divino culto non convenivano in ogni parte insieme; ed essendosi nell'ultimo concilio, fatto a Basilea, parlato assai, per i prelati della Chiesa occidentale, sopra questa materia, si deliberò che si usassi ogni diligenzia perché lo Imperadore e i prelati greci nel concilio a Basilea convenissero, per fare pruova se si potessino con la romana Chiesa accordare.
E benché questa deliberazione fusse contro alla maiestà dello imperio greco, e alla superbia de' suoi prelati il cedere al Romano Pontefice dispiacesse, non di meno, sendo oppressi dai Turchi, e giudicando per loro medesimi non potere defendersi, per potere con più securtà agli altri domandare aiuti, deliberorono cedere.
E così lo Imperadore, insieme con il Patriarca e altri prelati e baroni greci, per essere, secondo la deliberazione del Concilio, a Basilea, vennono a Vinegia; ma, sbigottiti dalla peste, deliberorono che nella città di Firenze le loro differenzie si terminassero.
Ragunati adunque, più giorni, nella chiesa cattedrale, insieme i romani e greci prelati, dopo molte e lunghe disputazioni, i greci cederono, e con la Chiesa e Pontefice Romano si accordorono.
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Seguita che fu la pace intra i Lucchesi e i Fiorentini, e intra il Duca e il Conte, si credeva che facilmente si potessero l'armi di Italia, e massimamente quelle che la Lombardia e la Toscana infestavano, posare; perché quelle che nel regno di Napoli intra Rinato d'Angiò e Alfonso d'Aragona erano mosse, conveniva che per la rovina d'uno de' dua si posassero.
E benché il Papa restasse malcontento per avere molte delle sue terre perdute, e che si cognoscesse quanta ambizione era nel Duca e ne' Viniziani, non di meno si stimava che il Papa per necessità, e gli altri per stracchezza, dovessero fermarsi.
Ma la cosa procedette altrimenti, perché né il Duca né i Viniziani quietorono; donde ne seguì che di nuovo si ripresono le armi, e la Lombardia e la Toscana di guerra si riempierono.
Non poteva lo altero animo del Duca che i Viniziani possedessero Bergamo e Brescia sopportare, e tanto più veggendoli in su l'armi e ogni giorno il suo paese in molte parti scorrere e perturbare; e pensava potere non solamente tenergli in freno, ma riacquistare le sue terre, qualunque volta da il Papa, dai Fiorentini e dal Conte ei fussero abbandonati.
Per tanto egli disegnò di torre la Romagna al Pontefice giudicando che, avuta quella, il Papa non lo potrebbe offendere, e i Fiorentini, veggendosi il fuoco appresso, o eglino non si moverebbono per paura di loro, o se si movessino, non potrebbono commodamente assalirlo.
Era ancora noto al Duca lo sdegno de' Fiorentini per le cose di Lucca, contro a' Viniziani e per questo gli giudicava meno pronti a pigliare l'armi per loro.
Quanto al conte Francesco, credeva che la nuova amicizia, la speranza del parentado fussero per tenerlo fermo; e per fuggire carico e dare meno cagione a ciascuno di muoversi, massimamente non potendo, per i capituli fatti con il Conte, la Romagna assalire, ordinò che Niccolò Piccino, come se per sua propria ambizione lo facesse, entrasse in quella impresa.
Trovavasi Niccolò, quando lo accordo infra il Duca e il Conte si fece, in Romagna; e d'accordo con il Duca, mostrò di essere sdegnato per la amiciza fatta intra lui e il Conte suo perpetuo nimico; e con le sue genti si ridusse a Camurata, luogo intra Furlì e Ravenna, dove si affortificò, come se lungamente, e infino che trovasse nuovo partito, vi volessi dimorare.
Ed essendo per tutto sparta di questo suo sdegno la fama, Niccolò fece intendere al Pontefice quanti erano i suoi meriti verso il Duca e quale fusse la ingratitudine sua; e come egli si dava ad intendere, per avere, sotto i duoi primi capitani, quasi tutte l'armi di Italia di occuparla; ma se Sua Santità voleva dei duoi capitani che quello si persuadeva avere poteva fare che l'uno gli sarebbe nimico e l'altro inutile, perché se lo provedeva di danari e lo manteneva in su l'armi, assalirebbe gli stati del Conte che gli occupava alla Chiesa in modo che, avendo il Conte a pensare a' casi propri, non potrebbe alla ambizione di Filippo suvvenire.
Credette il Papa a queste parole, parendogli ragionevoli; e mandò cinque mila ducati a Niccolò, e lo riempié di promesse, offerendo stati a lui e a' figliuoli.
E benché il Papa fusse da molti avvertito dello inganno, nol credeva, né poteva udire alcuno che dicesse il contrario.
Era la città di Ravenna da Ostasio da Polenta per la Chiesa governata.
Niccolò, parendogli tempo da non differire più la impresa sua, perché Francesco suo figliuolo aveva, con ignominia del Papa, saccheggiato Spuleto, deliberò di assaltare Ravenna, o perché giudicasse quella impresa più facile, o perché gli avessi con Ostasio secretamente intelligenzia; e in pochi giorni, poi che l'ebbe assalita, per accordo la prese.
Dopo il quale acquisto, Bologna, Imola e Furlì da lui furono occupate.
E quello che fu più maraviglioso è che di venti rocche, le quali in quelli stati per il Pontefice si guardavano, non ne rimase alcuna che nella potestà di Niccolò non venisse.
Né gli bastò con questa ingiuria avere offeso il Pontefice, che lo volle ancora con le parole, come egli aveva fatto con i fatti, sbeffare; e scrisse avergli occupate le terre meritamente, poi che non si era vergognato avere voluto dividere una amicizia quale era stata intra il Duca e lui, e avere ripiena Italia di lettere che significavano come egli aveva lasciato il Duca e accostatosi a' Viniziani.
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Occupata Niccolò la Romagna, lasciò quella in guardia a Francesco suo figliuolo, ed egli, con la maggiore parte delle sue genti, se ne andò in Lombardia.
E accozzatosi con il restante delle genti duchesche, assalì il contado di Brescia, e tutto in brieve tempo lo occupò: di poi pose lo assedio a quella città.
Il Duca, che desiderava che i Viniziani gli fussero lasciati in preda, con il Papa, con i Fiorentini e con il Conte si scusava, mostrando che le cose fatte da Niccolò in Romagna, se le erano contro a' capitoli, erano ancora contro a sua voglia; e per secreti nunzi faceva intendere loro che di questa disubbidienza, come il tempo e la occasione lo patisse, ne farebbe evidente demostrazione.
I Fiorentini e il Conte non gli prestavano fede; ma credevono, come la verità era, che queste armi fussero mosse per tenergli a bada, tanto che potesse domare i Viniziani.
I quali, pieni di superbia, credendosi potere per loro medesimi resistere alle forze del Duca, non si degnavono di domandare aiuto ad alcuno, ma con Gattamelata loro capitano la guerra facevano.
Desiderava il conte Francesco, con il favor de' Fiorentini, andare al soccorso del re Rinato, se gli accidenti di Romagna e di Lombardia non lo avessino ritenuto; e i Fiorentini ancora lo arieno volentieri favorito, per l'antica amicizia tenne sempre la loro città con la casa di Francia; ma il Duca arebbe i suoi favori volti ad Alfonso, per la amicizia aveva contratta seco nella presura sua.
Ma l'uno e l'altro di costoro, occupati nelle guerre propinque, dalle imprese più longinque si astennono.
I Fiorentini adunque, veggendo la Romagna occupata dalle forze del Duca, e battere i Viniziani, come quelli che dalla rovina d'altri temono la loro, pregorono il Conte che venisse in Toscana, dove si esaminerebbe quello fussi da fare per opporsi alle forze del Duca, le quali erano maggiori che mai per lo adietro fussero state; affermando che, se la insolenzia sua in qualche modo non si frenava, ciascuno che teneva stati in Italia in poco tempo ne patirebbe.
Il Conte conosceva il timore de' Fiorentini ragionevole, non di meno la voglia aveva che il parentado fatto con il Duca seguisse lo teneva sospeso; e quel Duca, che cognosceva questo suo desiderio, gliene dava speranze grandissime, quando non gli movesse l'armi contro.
E perché la fanciulla era già da potersi celebrare le nozze, più volte condusse la cosa in termine che si feciono tutti gli apparati convenienti a quelle: di poi, con varie gavillazioni, ogni cosa si risolveva.
E per fare crederlo meglio al Conte, aggiunse alle promesse le opere; e gli mandò trenta mila fiorini, i quali, secondo i patti del parentado, gli doveva dare.
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Non di meno la guerra di Lombardia cresceva; e i Viniziani ogni dì perdevano nuove terre; e tutte le armate che eglino avevano messe per quelle fiumare erano state dalle genti ducali vinte, il paese di Verona e di Brescia tutto occupato, e quelle due terre in modo strette, che poco tempo potevono, secondo la comune opinione, mantenersi; il marchese di Mantova, il quale era molti anni stato della loro repubblica condottiere, fuora d'ogni loro credenza gli aveva abbandonati ed erasi accostato al Duca: tanto che quello che nel principio della guerra non lasciò loro fare la superbia, fece loro fare, nel progresso di quella, la paura.
Perché, cognosciuto non avere altro rimedio che l'amicizia de' Fiorentini e del Conte, cominciorono a domandarla; benché vergognosamente e pieni di sospetto, perché temevono che i Fiorentini non facessino a loro quella risposta che da loro avevono nella impresa di Lucca e nelle cose del Conte ricevuta.
Ma gli trovorono più facili che non speravano e che per li portamenti loro non avevono meritato: tanto più potette in ne' Fiorentini l'odio dello antico nimico, che della vecchia e consueta amicizia lo sdegno.
E avendo più tempo innanzi cognosciuto la necessità nella quale dovevano venire i Viniziani, avevano dimostro al Conte come la rovina di quelli sarebbe la rovina sua, e come egli s'ingannava se credeva che il duca Filippo lo stimasse più nella buona che nella cattiva fortuna, e come la cagione per che gli aveva promessa la figliuola era la paura aveva di lui.
E perché quelle cose che la necessità fa promettere fa ancora osservare, era necessario che mantenessi il Duca in quella necessità; il che sanza la grandezza de' Viniziani non si poteva fare.
Per tanto egli doveva pensare che, se i Viniziani fussino constretti ad abbandonare lo stato di terra, gli mancherieno non solamente quelli commodi che da loro egli poteva trarre ma tutti quelli ancora che da altri, per paura di loro, egli potessi avere.
E se considerava bene gli stati di Italia, vedrebbe quale essere povero, quale suo nimico: né i Fiorentini soli erano, come egli più volte aveva detto, suffizienti a mantenerlo; sì che per lui da ogni parte si vedeva farsi il mantenere potenti in terra i Viniziani.
Queste persuasioni, aggiunto allo odio aveva concetto il Conte con il Duca, per parergli essere stato in quel parentado sbeffato lo feciono acconsentire allo accordo: né per ciò si volle per allora obligare a passare il fiume del Po.
I quali accordi di febraio, nel 1438, si fermorono: dove i Viniziani a' duo terzi, i Fiorentini al terzo della spesa concorsono; e ciascheduno si obligò, a sue spese, gli stati che il Conte aveva nella Marca a difendere.
Né fu la lega a queste forze contenta; perché a quelle il signore di Faenza, i figliuoli di messer Pandolfo Malatesti da Rimino e Pietrogiampaulo Orsino aggiunsono; e benché con promesse grandi il marchese di Mantova tentassero, non di meno dall'amicizia e stipendi del Duca rimuovere non lo posserono; e il signore di Faenza, poi che la lega ebbe ferma la sua condotta, trovando migliori patti, si rivolse al Duca; il che tolse la speranza alla lega di potere presto espedire le cose di Romagna.
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Era in questi tempi la Lombardia in questi travagli, che Brescia dalle genti del Duca era assediata in modo che si dubitava che ciascun dì per la fame si arrendesse, e Verona ancora era in modo stretta che se ne temeva il medesimo fine, e quando una di queste due città si perdessero, si giudicavano vani tutti gli altri apparati alla guerra, e le spese infino allora fatte essere perdute.
Né vi si vedeva altro più certo rimedio che fare passare il conte Francesco in Lombardia.
A questo erano tre difficultà: l'una disporre il Conte a passare il Po e a fare guerra in ogni luogo; la seconda che a' Fiorentini pareva rimanere a discrezione del Duca, mancando del Conte (perché facilmente il Duca poteva ritirarsi ne' suoi luoghi forti e con parte delle genti tenere a bada il Conte e con l'altre venire in Toscana con li loro ribelli, de' quali lo stato che allora reggeva aveva uno terrore grandissimo); la terza era qual via dovesse con le sue genti tenere il Conte, che lo conducesse sicuro in Padovano, dove l'altre genti viniziane erano.
Di queste tre difficultà, la seconda, che apparteneva a' Fiorentini, era più dubia; non di meno quelli, cognosciuto il bisogno, e stracchi da' Viniziani, i quali con ogni importunità domandavano il Conte, mostrando che sanza quello si abbandonerebbono, preposono la necessità d'altri a' sospetti loro.
Restava ancora la difficultà del cammino; il quale si deliberò che fusse assicurato da' Viniziani.
E perché a trattare questi accordi con il Conte e a disporlo a passare si era mandato Neri di Gino Capponi, parve alla Signoria che ancora si transferisse a Vinegia, per fare più accetto a quella Signoria questo benefizio, e ordinare il cammino e il passo securo al Conte.
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Partì adunque Neri da Cesena, e sopra una barca si condusse a Vinegia.
Né fu mai alcuno principe con tanto onore ricevuto da quella Signoria, con quanto fu ricevuto egli; perché dalla venuta sua, e da quello che per suo mezzo si aveva a deliberare e ordinare giudicavano avesse a dependere la salute dello imperio loro.
Intromesso adunque Neri al Senato, parlò in questa sentenza: - Quelli miei Signori, Serenissimo Principe, furono sempre di opinione che la grandezza del Duca fusse la rovina di questo stato e della loro republica; e così che la salute d'ambiduoi questi stati fusse la grandezza vostra e nostra.
Se questo medesimo fusse stato creduto dalle Signorie Vostre, noi ci troverremmo in migliore condizione, e lo stato vostro sarebbe securo da quelli pericoli che ora lo minacciano.
Ma perché ne' tempi che voi dovevi non ci avete prestato né aiuto né fede, noi non abbiamo potuto correre presto a' remedi del male vostro; né voi potesti essere pronti al dimandargli, come quelli che nelle prosperità e nelle avversità vostre ci avete poco cognosciuti, e non sapete che noi siamo in modo fatti che quello che noi amammo una volta sempre amiamo, e quello che noi odiammo una volta sempre odiamo.
Lo amore che noi abbiamo portato a questa vostra Serenissima Signoria voi medesimi lo sapete, che più volte avete veduto, per soccorrervi, ripiena di nostri danari e di nostre genti la Lombardia; l'odio che noi portiamo a Filippo, e quello che sempre portammo alla casa sua, lo sa tutto il mondo; né è possibile che uno amore o uno odio antico per nuovi meriti o per nuove offese facilmente si cancelli.
Noi savamo e siamo certi che in questa guerra ci potavamo stare di mezzo, con grado grande con il Duca e con non molto timore nostro; perché, se bene e' fusse con la rovina vostra diventato signore di Lombardia, ci restava in Italia tanto del vivo che noi non avavamo a disperarci della salute; perché, accrescendo potenza e stato, si accresce ancora nimicizie e invidia; dalle quali cose suole di poi nascere guerra e danno.
Cognosciavamo ancora quanta spesa, fuggendo le presenti guerre, fuggiavamo; quanti imminenti pericoli si evitavano; e come questa guerra che ora è in Lombardia, movendoci noi, si potrebbe ridurre in Toscana.
Non di meno tutti questi sospetti sono stati da una antica affezione verso di questo stato cancellati; e abbiamo deliberato con quella medesima prontezza soccorrere lo stato vostro, che noi soccorreremmo il nostro quando fusse assalito.
Per ciò i miei Signori, giudicando che fusse necessario, prima che ogni altra cosa, soccorrere Verona e Brescia, e giudicando sanza il Conte non si potere fare questo, mi mandorono prima a persuadere quello al passare in Lombardia e a fare la guerra in ogni luogo (ché sapete che non è al passare del Po obligato): il quale io disposi, movendolo con quelle ragioni che noi medesimi ci moviamo.
Ed egli, come gli pare essere invincibile con le armi, non vuole ancora essere vinto di cortesia, e quella liberalità che vede usare a noi verso di voi egli l'ha voluta superare; perché sa bene in quanti pericoli rimane la Toscana dopo la partita sua, e veggendo che noi abbiamo posposto alla salute vostra i pericoli nostri, ha voluto ancora egli posporre a quella i respetti suoi.
Io vengo adunque a offerirvi il Conte con sette mila cavagli e dumila fanti, parato ad ire a trovare il nimico in ogni luogo.
Pregovi bene, e così i miei Signori ed egli vi pregono, che, come il numero delle genti sue trapassa quelle con le quali per obligo debbe servire, che voi ancora con la vostra liberalità lo ricompensiate, acciò che quello non si penta di essere venuto a' servizi vostri, e noi non ci pentiamo di avernelo confortato -.
Fu il parlare di Neri da quel Senato non con altra attenzione udito che si farebbe un oracolo, e tanto si accesono gli uditori per le sue parole, che non furono pazienti che il Principe, secondo la consuetudine, rispondesse, ma levati in piè, con le mani alzate, lagrimando in maggiore parte di loro, ringraziavano i Fiorentini di sì amorevole uffizio, e lui di averlo con tanta diligenzia e celerità esequito; e promettevano che mai per alcun tempo, non che de' cuori loro, ma di quelli de' descendenti loro non si cancellerebbe, e che quella patria aveva sempre ad essere comune a' Fiorentini e a loro.
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Ferme di poi queste caldezze, si ragionò della via che il Conte dovessi fare, acciò si potesse di ponti, di spianate e di ogni altra cosa munire.
Eronci quattro vie: l'una da Ravenna, lungo la marina; questa, per essere in maggiore parte ristretta dalla marina e da paduli, non fu approvata: l'altra era per la via diritta, questa era impedita da una torre chiamata l'Uccellino, la quale per il Duca si guardava, e bisognava, a volere passare, vincerla, il che era difficile farlo in sì breve tempo che la non togliesse la occasione del soccorso, che celerità e prestezza richiedeva: la terza era per la selva del Lugo, ma perché il Po era uscito de' suoi argini, rendeva il passarvi, non che difficile, impossibile: restava la quarta, per la campagna di Bologna, e passare al ponte Puledrano, e a Cento, e alla Pieve, e intra il Finale e il Bondeno condursi a Ferrara, donde poi, tra per acqua e per terra, si potevono transferire in Padovano e congiugnersi con le genti viniziane.
Questa via ancora che in essa fussero assai difficultà e potesse essere in qualche luogo dal nimico combattuta, fu per meno rea eletta.
La quale come fu significata al Conte, si partì con celerità grandissima, e a dì 20 di giugno arrivò in Padovano.
La venuta di questo capitano in Lombardia fece Vinegia e tutto il loro imperio riempiere di buona speranza, e dove i Viniziani parevano prima disperati della loro salute, cominciorono a sperare nuovi acquisti.
Il Conte, prima che ogni altra cosa, andò per soccorrere Verona; il che per obviare, Niccolò se ne andò con lo esercito suo a Soave castello posto intra il Vicentino e il Veronese, e con un fosso, il quale da Soave infino a' paludi dello Adice passava, si era cinto.
Il Conte, veggendosi impedita la via del piano, giudicò potere andare per i monti, e per quella via accostarsi a Verona, pensando che Niccolò, o non credessi che facessi quel cammino, sendo aspro e alpestre, o, quando lo credesse, non fussi a tempo ad impedirlo; e proveduta vettovaglia per otto giorni, passò con le sue genti la montagna, e sotto Soave arrivò nel piano.
E benché da Niccolò fussero state fatte alcune bastie per impedire ancora quella via al Conte, non di meno non furono sufficienti a tenerlo.
Niccolò adunque, veggendo il nimico, fuora d'ogni sua credenza, passato per non venire seco con disavvantaggio a giornata, si ridusse di là dallo Adice; e il Conte, sanza alcuno ostaculo, entrò in Verona.
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Vinta per tanto felicemente da il Conte la prima fatica, di aver libera dallo assedio Verona, restava la seconda, di soccorrere Brescia.
È questa città in modo propinqua al lago di Garda che, benché la fusse assediata per terra, sempre per via del lago se le potrebbe sumministrare vettovaglie.
Questo era stato cagione che il Duca si era fatto forte in sul lago e nel principio delle vittorie sue aveva occupate tutte quelle terre che, mediante il lago, potevano a Brescia porgere aiuto.
I Viniziani ancora vi avevano galee; ma a combattere con le genti del Duca non erano bastanti.
Giudicò per tanto il Conte necessario dare favore con le genti di terra alla armata viniziana, perché sperava che facilmente si potessino acquistare quelle terre che tenevono affamata Brescia.
Pose il campo per tanto a Bardolino, castello posto in sul lago, sperando, avuto quello, che gli altri si arrendessero.
Fu la fortuna al Conte in questa impresa nimica, perché delle sue genti buona parte ammalorono, talmente che il Conte, lasciata la impresa, ne andò a Zevio, castello veronese, luogo abbondevole e sano.
Niccolò, veduto che il Conte si era ritirato, per non mancare alla occasione che gli pareva avere di potersi insignorire del lago, lasciò il campo suo a Vegasio, e con gente eletta n'andò al lago, e con grande impeto e maggiore furia assaltò l'armata viniziana, e quasi tutta la prese.
Per questa vittoria poche castella restorono del lago che a Niccolò non si arrendessero.
I Viniziani, sbigottiti di questa perdita, e per questo temendo che i Bresciani non si dessero, sollecitavano il Conte con nunzi e con lettere al soccorso di quella.
E veduto il Conte come per il lago la speranza del soccorrerla era mancata, e che per la campagna era impossibile per le fosse, bastie e altri impedimenti ordinati da Niccolò, intra i quali entrando con uno esercito nimico allo incontro si andava ad una manifesta perdita, deliberò come la via de' monti gli aveva fatto salvare Verona, così gli facesse soccorrere Brescia.
Fatto adunque il Conte questo disegno, partì da Zevio e per Val d'Acri n'andò al lago di Santo Andrea, e venne a Torboli e Peneda in sul lago di Garda.
Di quivi n'andò a Tenna, dove pose il campo, perché, a volere passare a Brescia, era lo occupare questo castello necessario.
Niccolò, intesi i consigli del Conte, condusse lo esercito suo a Peschiera; di poi con il marchese di Mantova e alquante delle sue più elette genti, andò ad incontrare il Conte; e venuti alla zuffa, Niccolò fu rotto, e le sue genti sbaragliate; delle quali parte ne furono prese, parte allo esercito, e parte all'armata si rifuggirono.
Niccolò si ridusse in Tenna; e venuta la notte, pensò che, se gli aspettava in quello luogo il giorno, non poteva campare di non venire nelle mani del nimico; e per fuggire uno certo pericolo, ne tentò uno dubio.
Aveva Niccolò seco, di tanti suoi, uno solo servidore, di nazione tedesco, fortissimo del corpo, e a lui sempre stato fedelissimo.
A costui persuase Niccolò che messolo in uno sacco, se lo ponessi in spalla e, come se portassi arnesi del suo padrone, lo conducesse in luogo securo.
Era il campo intorno a Tenna, ma per la vittoria avuta il giorno, sanza guardia e sanza ordine alcuno; di modo che al Tedesco fu facile salvare il suo signore, perché, levatoselo in spalla, vestito come saccomanno, passò per tutto il campo sanza alcuno impedimento, tanto che salvo alle sue genti lo condusse.
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Questa vittoria adunque, se la fusse stata usata con quella felicità che la si era guadagnata, arebbe a Brescia partorito maggiore soccorso, e a' Viniziani maggiore felicità; ma lo averla male usata fece che l'allegrezza presto mancò, e Brescia rimase nelle medesime difficultà.
Perché, tornato Niccolò alle sue genti, pensò come gli conveniva con qualche nuova vittoria cancellare quella perdita e torre la commodità a' Viniziani di soccorrere Brescia.
Sapeva costui il sito della cittadella di Verona, e dai prigioni presi in quella guerra aveva inteso come la era male guardata, e la facilità e il modo di acquistarla.
Per tanto gli parve che la fortuna gli avesse messo innanzi materia a riavere l'onore suo e a fare che la letizia aveva avuto il nimico per la fresca vittoria ritornassi, per una più fresca perdita, in dolore.
È la città di Verona posta in Lombardia, a piè de' monti che dividono la Italia dalla Magna, in modo tale che la participa di quelli e del piano.
Esce il fiume dello Adice della valle di Trento, e nello entrare in Italia non si distende subito per la campagna, ma, voltosi in su la sinistra, lungo i monti, trova quella città, e passa per il mezzo di essa, non per ciò in modo che le parti sieno uguali, perché molto più ne lascia verso la pianura che di verso i monti.
Sopra i quali sono due rocche, San Piero l'una, l'altra San Felice nominate; le quali più forti per il sito che per la muraglia appariscono, ed essendo in luogo alto, tutta la città signoreggiono.
Nel piano di qua dallo Adice, e adosso alle mura della terra sono due altre fortezze, discosto l'una dall'altra mille passi, delle quali l'una la vecchia, l'altra la cittadella nuova si nominano; dall'una delle quali, dalla parte di dentro, si parte uno muro che va a trovare l'altra, e fa quasi come una corda allo arco che fanno le mura ordinarie della città, che vanno da l'una all'altra cittadella.
Tutto questo spazio posto infra l'uno muro e l'altro è pieno di abitatori, e chiamasi il borgo di San Zeno.
Queste cittadelle e questo borgo disegnò Niccolò Piccino di occupare pensando che gli riuscisse facilmente, sì per le negligenti guardie che di continuo vi si facevano, sì per credere che per la nuova vittoria la negligenzia fusse maggiore, e per sapere come nella guerra niuna impresa è tanto riuscibile quanto quella che il nimico non crede che tu possa fare.
Fatto adunque una scelta di sua gente, ne andò insieme con il marchese di Mantova, di notte, a Verona, e senza essere sentito, scalò e prese la cittadella nuova.
Di quindi, scese le sue genti nella terra, la porta di Santo Antonio ruppono, per la quale tutta la cavalleria intromessono.
Quelli che per i Viniziani guardavano la cittadella vecchia, avendo prima sentito il romore quando le guardie della nuova furono morte, di poi quando e' rompevono la porta, cognoscendo come gli erano i nimici, a gridare e a sonare a popolo e all'arme cominciorono.
Donde che, risentiti i cittadini, tutti confusi, quelli che ebbono più animo presono l'armi e alla piazza de' rettori corsono.
Le genti intanto di Niccolò avevano il borgo di San Zeno saccheggiato, e procedendo più avanti, i cittadini, cognosciuto come dentro erano le genti duchesche, e non veggendo modo a difendersi, confortorono i rettori viniziani a volersi rifuggire nelle fortezze, e salvare le persone loro e la terra; mostrando che gli era meglio conservare loro vivi e quella città ricca ad una migliore fortuna, che volere, per evitare la presente, morire loro e impoverire quella.
E così i rettori e qualunque vi era del nome viniziano, nella rocca di San Felice rifuggirono.
Dopo questo, alcuni de' primi cittadini a Niccolò e al marchese di Mantova si feciono incontro, pregandogli che volessero più tosto quella città ricca con loro onore, che povera con loro vituperio, possedere; massimamente non avendo essi apresso a' primi padroni meritato grado né odio apresso a loro per difendersi.
Furno costoro da Niccolò e dal Marchese confortati; e quanto in quella militare licenza poterono, da il sacco la difesono.
E perché eglino erano come certi che il Conte verrebbe alla recuperazione di essa, con ogni industria di avere nelle mani i luoghi forti s'ingegnorono; e quelli che non potevono avere, con fossi, sbarrate, dalla terra separavano, acciò che al nimico fusse difficile il passare dentro.
25
Il conte Francesco era con le genti sue a Tenna, e sentita questa novella, prima la giudicò vana, di poi, da più certi avvisi cognosciuta la verità, volle con la celerità la pristina negligenzia superare.
E benché tutti i suoi capi dello esercito lo consigliassero che, lasciato la impresa di Verona e Brescia, se ne andasse a Vicenza, per non essere, dimorando quivi, assediati dagli inimici, non volle acconsentirvi, ma volle tentare la fortuna di recuperare quella città; e voltosi, nel mezzo di queste sospensioni d'animo, ai proveditori viniziani e a Bernardetto de' Medici, il quale per i Fiorentini era apresso di lui commissario, promisse loro la certa recuperazione, se una delle rocche gli aspettava.
Fatte adunque ordinare le sue genti, con massima celerità ne andò verso Verona.
Alla vista del quale credette Niccolò ch'egli, come da' suoi era stato consigliato, se ne andasse a Vicenza; ma veduto di poi volgere alla terra le genti e indirizzarsi verso la rocca di San Felice, si volle ordinare alla difesa.
Ma non fu a tempo, perché le sbarre alle rocche non erano fatte, e i soldati, per la avarizia della preda e delle taglie, erano divisi; né potette unirli sì tosto che potessero obviare alle genti del Conte che le non si accostassero alla fortezza e per quella scendessero nella città.
La quale recuperorono felicemente, con vergogna di Niccolò e danno delle sue genti; il quale insieme con il marchese di Mantova, prima nella cittadella, di poi, per la campagna, a Mantova si rifuggirono.
Dove, ragunate le reliquie delle loro genti ch'erano salvate, con l'altre che erano allo assedio di Brescia si congiunsono.
Fu per tanto Verona in quattro dì dallo esercito ducale acquistata e perduta.
Il Conte, dopo questa vittoria, sendo già verno e il freddo grande, poi che ebbe con molta difficultà mandato vettovaglie in Brescia, ne andò alle stanze in Verona, e ordinò che a Torboli si facessero, la vernata, alcune galee, per potere essere, a primavera, in modo per terra e per acqua gagliardo, che Brescia si potesse al tutto liberare.
26
Il Duca, veduta la guerra per il tempo ferma, e troncagli la speranza che gli aveva avuta di occupare Verona e Brescia, e come di tutto ne erano cagione i danari e i consigli de' Fiorentini, e come quelli né per ingiuria che da' Viniziani avessero ricevuta si erano potuti dalla loro amicizia alienare, né per promesse ch'egli avesse loro fatte, se gli era potuti guadagnare, deliberò, acciò che quelli sentissero più da presso i frutti de' semi loro, di assaltare la Toscana.
A che fu da' fuori usciti fiorentini e da Niccolò confortato: questo lo moveva il desiderio aveva di acquistare gli stati di Braccio e cacciare il Conte della Marca, quelli erano dalla volontà di tornare nella loro patria spinti; e ciascuno aveva mosso il Duca con ragioni opportune e conforme al desiderio suo.
Niccolò gli mostrava come e' poteva mandarlo in Toscana e tenere assediata Brescia, per essere signore del lago e avere i luoghi di terra forti e bene muniti, e restargli capitani e gente da potere opporsi al Conte quando volessi fare altra impresa (ma che non era ragionevole la facesse sanza liberare Brescia, e a liberarla era impossibile); in modo che veniva a fare guerra in Toscana e a non lasciare la impresa di Lombardia: mostravagli ancora che i Fiorentini erano necessitati subito che lo vedevono in Toscana, a richiamare il Conte o perdersi; e qualunque l'una di queste cose seguiva, ne resultava la vittoria.
I fuori usciti affermavano essere impossibile, se Niccolò con lo esercito si accostava a Firenze che quel popolo, stracco dalle gravezze e dalla insolenzia de' potenti, non pigliasse le armi contro di loro: mostravongli lo accostarsi a Firenze essere facile, promettendogli la via del Casentino aperta, per la amicizia che messer Rinaldo teneva con quel conte: tanto che il Duca, per sé prima voltovi, tanto più, per le persuasioni di questi, fu in fare questa impresa confirmato.
I Viniziani dall'altra parte, con tutto che il verno fusse aspro, non mancavano di sollecitare il Conte a soccorrere con tutto lo esercito Brescia, la qual cosa il Conte negava potersi in quelli tempi fare; ma che si doveva aspettare la stagione nuova, e in quel tanto mettere in ordine l'armata, e di poi per acqua e per terra soccorrerla.
Donde i Viniziani stavano di mala voglia, ed erano lenti a ogni provisione, talmente che nello esercito loro erano assai genti mancate.
27
Di tutte queste cose fatti certi, i Fiorentini spaventorono, veggendosi venire la guerra adosso e in Lombardia non si essere fatto molto profitto.
Né dava loro meno affanno i sospetti ch'eglino avieno delle genti della Chiesa; non perché il Papa fusse loro nimico, ma perché vedevono quelle armi più ubbidire al Patriarca, loro inimicissimo, che al Papa.
Fu Giovanni Vitelleschi cornetano, prima notaio apostolico, di poi vescovo di Ricanati, appresso patriarca alessandrino; ma diventato in ultimo cardinale, fu Cardinale fiorentino nominato.
Era costui animoso e astuto; e per ciò seppe tanto operare, che dal Papa fu grandemente amato, e da lui preposto alli eserciti della Chiesa; e di tutte le imprese che il Papa in Toscana, in Romagna, nel Regno e a Roma fece, ne fu capitano: onde che prese tanta autorità nelle genti e nel Papa, che questo temeva a comandargli, e le genti a lui solo, e non ad altri, ubbidivano.
Trovandosi per tanto questo cardinale con le genti in Roma quando venne la fama che Niccolò voleva passare in Toscana, si raddoppiò a' Fiorentini la paura, per essere stato quel cardinale, poi che messer Rinaldo fu cacciato, sempre a quello stato nimico, veggendo che gli accordi fatti in Firenze intra le parti per suo mezzo non erano stati osservati, anzi con pregiudizio di messer Rinaldo maneggiati, sendo stato cagione che posasse le armi e desse commodità a' nimici di cacciarlo: tanto che ai principi del governo pareva che il tempo fusse venuto da ristorare messer Rinaldo de' danni, se con Niccolò, venendo quello in Toscana si accozzava.
E tanto più ne dubitavano parendo loro la partita di Niccolò di Lombardia importuna, lasciando una impresa quasi vinta, per entrare in una al tutto dubia; il che non credevono sanza qualche nuova intelligenza o nascoso inganno facesse.
Di questo loro sospetto avevano avvertito il Papa, il quale aveva già conosciuto lo errore suo per avere dato ad altri troppa autorità.
Ma in mentre che i Fiorentini stavano così sospesi la fortuna mostrò loro la via come si potessero del Patriarca assicurare.
Teneva quella republica in tutti i luoghi diligenti esploratori di quelli che portavano lettere, per scoprire se alcuno contro allo stato loro alcuna cosa ordinasse.
Occorse che a Montepulciano furono prese lettere le quali il Patriarca scriveva, sanza consenso del Pontefice, a Niccolò Piccino; le quali subito il magistrato preposto alla guerra presentò al Papa.
E benché le fussero scritte con non consueti caratteri, e il senso di loro implicato in modo che non se ne potesse trarre alcuno specificato sentimento, non di meno questa oscurità, con la pratica del nimico, messe tanto sospetto nel Pontefice, che deliberò di assicurarsene, e la cura di questa impresa ad Antonio Rido da Padova, il quale era alla guardia del castello di Roma preposto, dette.
Costui, come ebbe la commissione, parato ad ubbidire, che venisse la occasione aspettava.
Aveva il Patriarca deliberato passare in Toscana; e volendo il dì seguente partire di Roma significò al Castellano che la mattina fusse sopra il ponte del castello, perché, passando, gli voleva di alcuna cosa ragionare.
Parve ad Antonio che la occasione fusse venuta; e ordinò a' suoi quello dovessero fare; e al tempo aspettò il Patriarca sopra il ponte che, propinquo alla rocca, per fortezza di quella si può, secondo la necessità, levare e porre.
E come il Patriarca fu sopra quello, avendolo prima con il ragionamento fermo, fece cenno a' suoi che alzassero il ponte; tanto che il Patriarca in un tratto si trovò, di comandatore di eserciti, prigione di uno castellano.
Le genti che erano seco prima romoreggiorono; di poi, intesa la volontà del Papa, si quietorono.
Ma il Castellano confortando con umane parole il Patriarca, e dandogli speranza di bene, gli rispose che gli uomini grandi non si pigliavano per lasciargli, e quelli che meritavano di essere presi, non meritavano di essere lasciati.
E così poco di poi morì in carcere; e il Papa alle sue genti Lodovico patriarca di Aquileia prepose.
E non avendo mai voluto per lo adietro nelle guerre della lega e del Duca implicarsi, fu allora contento intervenirvi; e promisse essere presto per la difesa di Toscana, con quattro mila cavagli e dumila fanti.
28
Liberati i Fiorentini da questa paura, restava loro il timore di Niccolò e della confusione delle cose di Lombardia, per i dispareri erano tra i Viniziani e il Conte; i quali per intenderli meglio, mandorono Neri di Gino Capponi e messer Giuliano Davanzati a Vinegia; a' quali commissono che fermassero come l'anno futuro si avesse a maneggiare la guerra; e a Neri imposono che, intesa la opinione de' Viniziani, se ne andassi dal Conte per intendere la sua e per persuaderlo a quelle cose che alla salute della lega fussero necessarie.
Non erano ancora questi ambasciadori a Ferrara, ch'eglino intesono Niccolò Piccino con sei milia cavagli avere passato il Po; il che fece affrettare loro il cammino; e giunti a Vinegia, trovorono quella Signoria tutta a volere che Brescia, sanza aspettare altro tempo, si soccorresse, perché quella città non poteva aspettare il soccorso al tempo nuovo, né che si fusse fabricata l'armata, ma, non veggendo altri aiuti, si arrenderebbe al nimico, il che farebbe al tutto vittorioso il Duca, e a loro perdere tutto lo stato di terra.
Per la qual cosa Neri andò a Verona per udire il Conte, e quello che allo incontro allegava.
Il quale gli dimostrò con assai ragioni il cavalcare in quelli tempi verso Brescia essere inutile per allora e dannoso per la impresa futura; perché, rispetto al tempo e al sito, a Brescia non si farebbe frutto alcuno, ma solo si disordinerebbono e affaticherebbono le sue genti, in modo che, venuto il tempo nuovo e atto alle faccende, sarebbe necessitato con lo esercito tornarsi a Verona per provedersi delle cose consumate il verno e necessarie per la futura state; di maniera che tutto il tempo atto alla guerra in andare e tornare si consumerebbe.
Erano con il Conte a Verona, mandati a praticare queste cose, messer Orsatto Iustiniani e messer Giovanni Pisani.
Con questi, dopo molte dispute, si concluse che i Viniziani, per lo anno nuovo, dessino al Conte ottantamila ducati e all'altre loro genti ducati quaranta per lancia, e che si sollecitasse di uscire fuora con tutto lo esercito, e si assalisse il Duca, acciò che, per timore delle cose sue, facesse tornare Niccolò in Lombardia.
Dopo la quale conclusione se ne tornorono a Vinegia.
I Viniziani, perché la somma del danaio era grande, ad ogni cosa pigramente provvedevono.
29
Niccolò Piccino, in questo mezzo, seguitava il suo viaggio, e già era giunto in Romagna; e aveva operato tanto con i figliuoli di messer Pandolfo Malatesti, che, lasciati i Viniziani, si erano accostati al Duca.
Questa cosa dispiacque a Vinegia; ma molto più a Firenze; perché credevono, per quella via, potere fare resistenza a Niccolò; ma veduti i Malatesti ribellati, si sbigottirono, massimamente perché temevono che Pietrogiampaolo Orsino, loro capitano, il quale si trovava nelle terre de' Malatesti, non fusse svaligiato, e rimanere disarmati.
Questa novella medesimamente sbigottì il Conte, perché temeva di non perdere la Marca, passando Niccolò in Toscana; e disposto di andare a soccorrere la casa sua, se ne venne a Vinegia; e intromesso al Principe, mostrò come la passata sua in Toscana era utile alla lega, perché la guerra si aveva a fare dove era lo esercito e il capitano del nimico, non dove erano le terre e le guardie sue: perché, vinto l'esercito, è vinta la guerra; ma vinte le terre, e lasciando intero lo esercito, diventa molte volte la guerra più viva; affermando la Marca e la Toscana essere perdute, se a Niccolò non si faceva gagliarda opposizione; le quali perdute, non aveva rimedio la Lombardia; ma quando l'avesse rimedio, non intendeva di abbandonare i suoi sudditi e i suoi amici; e che era passato in Lombardia signore, e non voleva partirsene condottiere.
A questo fu replicato da il Principe come gli era cosa manifesta che s'egli, non solamente partisse di Lombardia, ma con lo esercito ripassasse il Po, che tutto lo stato loro di terra si perderebbe; e loro non erano per spendere più alcuna cosa per difenderlo, perché non è savio colui che tenta di difendere una cosa che si abbia a perdere in ogni modo; ed è, con minore infamia, meno danno perdere gli stati solo, che li stati e i danari.
E quando la perdita delle cose loro seguisse, si vedrebbe allora quanto importa la reputazione de' Viniziani a mantenere la Toscana e la Romagna.
E però erano al tutto contrari alla sua opinione, perché credevono che chi vincesse in Lombardia vincerebbe in ogni altro luogo, e il vincere era facile, rimanendo lo stato del Duca, per la partita di Niccolò, debile in modo che prima si poteva fare rovinare che gli avesse o potuto rivocare Niccolò, o provedutosi di altri rimedi.
E che chi esaminasse ogni cosa saviamente, vedrebbe il Duca non avere mandato Niccolò in Toscana per altro che per levare il Conte da queste imprese, e la guerra che gli ha in casa farla altrove; di modo che, andandogli dietro il Conte, se prima non si veggia una estrema necessità, si verrà ad adempiere i disegni suoi e farlo della sua intenzione godere, ma se si manterranno le genti in Lombardia e in Toscana si provvegga come e' si può, e' si avvedrà tardi del suo malvagio partito, e in tempo che gli arà sanza rimedio perduto in Lombardia e non vinto in Toscana.
Detta adunque e replicata da ciascuno la sua opinione, si concluse che si stesse a vedere qualche giorno per vedere questo accordo de' Malatesti con Niccolò quello partorisse, e se di Pietrogiampaulo i Fiorentini si potevono valere, e se il Papa andava di buone gambe con la lega, come gli aveva promesso.
Fatta questa conclusione, pochi giorni apresso furono certificati, i Malatesti avere fatto quello accordo più per timore che per alcuna malvagia cagione, e Pietrogiampaulo esserne ito con le sue genti verso Toscana, e il Papa essere di migliore voglia per aiutare la lega che prima.
I quali avvisi feciono fermare lo animo al Conte.
E fu contento rimanere in Lombardia; e Neri Capponi tornassi a Firenze con mille de' suoi cavagli e con cinquecento degli altri; e se pure le cose procedessino in modo, in Toscana, che la opera del Conte vi fusse necessaria, che si scrivesse, e che allora il Conte, sanza alcuno rispetto, si partisse.
Arrivò pertanto Neri con queste genti in Firenze di aprile, e il medesimo dì giunse Giampaulo.
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Niccolò Piccino, in questo mezzo, ferme le cose di Romagna, disegnava di scendere in Toscana; e volendo passare per l'alpe di San Benedetto e per la valle di Montone, trovò quelli luoghi, per la virtù di Niccolò da Pisa, in modo guardati, che giudicò che vano sarebbe da quella parte ogni suo sforzo.
E perché i Fiorentini in questo assalto subito erano mal provisti e di soldati e di capi, avevano a' passi di quelle alpi mandati più loro cittadini, con fanterie di subito fatte, a guardarli; intra' quali fu messer Bartolommeo Orlandini cavaliere, al quale fu in guardia il castello di Marradi e il passo di quella alpe consegnato.
Non avendo adunque Niccolò Piccino giudicato potere superare il passo di San Benedetto, per la virtù di chi lo guardava, giudicò di potere vincere quello di Marradi per la viltà di chi l'aveva a difendere.
È Marradi uno castello posto a piè delle alpi che dividono la Toscana dalla Romagna, ma da quella parte che guarda verso Romagna, e nel principio di Val di Lamona; e benché sia senza mura, non di meno il fiume, i monti e gli abitatori lo fanno forte; perché gli uomini sono armigeri e fedeli, e il fiume in modo ha roso il terreno, e ha sì alte le grotte sue, che a venirvi di verso la valle è impossibile, qualunque volta un picciol ponte, che è sopra il fiume, fusse difeso; e dalla parte de' monti sono le ripe sì aspre che rendono quel sito sicurissimo.
Non di meno la viltà di messer Bartolomeo rendé e quelli uomini vili e quel sito debolissimo; perché non prima e' sentì il romore delle genti inimiche, che, lasciato ogni cosa in abbandono, con tutti i suoi se ne fuggì; né si fermò prima che al Borgo a San Lorenzo.
Niccolò, entrato ne' luoghi abbandonati pieno di maraviglia che non fussero difesi e di allegrezza di avergli acquistati, scese in Mugello; dove occupò alcune castella; e a Pulicciano fermò il suo esercito, donde scorreva tutto il paese infino a' monti di Fiesole.
E fu tanto audace che passò Arno, e infino a tre miglia propinquo a Firenze predò e scorse ogni cosa.
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I Fiorentini, dall'altra parte, non si sbigottirono, e prima che ogni altra cosa, attesono a tenere fermo il governo; del quale potevono poco dubitare per la benivolenza che Cosimo aveva nel popolo, e per avere ristretti i primi magistrati intra pochi potenti, i quali con la severità loro tenevono fermo, se pure alcuno vi fusse stato male contento o di nuove cose desideroso.
Sapevano ancora, per gli accordi fatti in Lombardia con quali forze tornava Neri, e da il Papa aspettavano le genti sue: la quale speranza infino alla tornata di Neri li tenne vivi.
Il quale, trovata la città in questi disordini e paure, deliberò uscire in campagna, per frenare in parte Niccolò, che liberamente non saccheggiasse il paese, e fatto testa di più fanti, tutti del popolo, con quella cavalleria si trovavano, uscì fuora, e riprese Remole che tenevano i nimici; dove accampatosi proibiva a Niccolò lo scorrere e a' cittadini dava speranza di levargli il nimico d'intorno.
Niccolò, veduto come i Fiorentini quando erano spogliati di gente non avevono fatto alcuno movimento, e inteso con quanta sicurtà in quella città si stava, gli pareva invano consumare il tempo, e deliberò fare altre imprese, acciò che i Fiorentini avessero cagione di mandargli dietro le genti, e dargli occasione di venire alla giornata; la quale vincendo, pensava che ogni altra cosa gli succedessi prospera.
Era nello esercito di Niccolò Francesco conte di Poppi, il quale si era, come i nimici furono in Mugello ribellato da' Fiorentini con i quali era in lega.
E benché prima i Fiorentini ne dubitassero, per farselo con i benificii amico, gli accrebbono la provisione, e sopra tutte le loro terre a lui convicine lo feciono commissario.
Non di meno (tanto può negli uomini lo amore della parte) alcuno benifizio né alcuna paura gli poté fare sdimenticare l'affezione portava a messer Rinaldo e agli altri che nello stato primo governavano; tanto che, subito che gli intese Niccolò esser propinquo, si accostò con lui; e con ogni sollecitudine lo confortava a scostarsi dalla città e passare in Casentino, mostrandogli la fortezza del paese, e con quale securtà poteva, di quivi, tenere stretti i nimici.
Prese per tanto Niccolò questo consiglio;giunto in Casentino, occupò Romena e Bibbiena; di poi pose il campo a Castel San Niccolò.
È questo castello posto a piè delle alpi che dividono il Casentino da il Val d'Arno; e per essere in luogo assai rilevato, e dentrovi sufficienti guardie, fu difficile la sua espugnazione, ancora che Niccolò con briccole e simili artiglierie continuamente lo combattesse.
Era durato questo assedio più di venti giorni, infra il quale tempo i Fiorentini avevano le loro genti raccozzate; e di già avevano, sotto più condottieri, tremila cavagli a Fegghine ragunati, governati da Pietrogiampaulo capitano e da Neri Capponi e Bernardo de' Medici commissari.
A costoro vennono quattro, mandati da Castello San Niccolò, a pregarli dovessero dare loro soccorso.
I commissari, esaminato il sito, vedevano non li potere soccorrere se non per le alpi che venivano di Val d'Arno; la sommità delle quali poteva essere occupata prima dal nimico che da loro, per avere a fare più corto cammino, e per non potersi la loro venuta celare; in modo che si andava a tentare una cosa da non riuscire e poterne seguire la rovina delle genti loro.
Onde che i commissari lodorono la fede di quelli, e commissono loro che, quando e' non potessero più difendersi si arrendessero.
Prese adunque Niccolò questo castello dopo trentadue giorni che vi era ito con il campo, e tanto tempo perduto per sì poco acquisto fu della rovina della sua impresa buona parte cagione; perché, se si manteneva con le genti d'intorno a Firenze, faceva che chi governava quella città non poteva se non con rispetto, strignere i cittadini a fare danari; e con più difficultà ragunavano le genti e facevono ogni altra provisione avendo il nimico adosso, che discosto; e arebbono molti avuto animo a muovere qualche accordo per assicurarsi di Niccolò con la pace, veggendo che la guerra fusse per durare.
Ma la voglia che il conte di Poppi aveva di vendicarsi contro a quelli castellani, stati lungo tempo suoi nimici, gli fece dare quel consiglio; e Niccolò, per sodisfargli, lo prese, il che fu la rovina dell'uno e dell'altro: e rade volte accade che le particulari passioni non nuochino alle universali commodità.
Niccolò, seguitando la vittoria, prese Rassina e Chiusi.
In questi parti il conte di Poppi lo persuadeva a fermarsi, mostrando come e' poteva distendere le sue genti fra Chiusi, Caprese e la Pieve; e veniva ad essere signore delle alpi, e potere a sua posta in Casentino, in Val d'Arno, in Val di Chiana e in Val di Tevere scendere, ed essere presto ad ogni moto che facessino i nimici.
Ma Niccolò, considerata la asprezza de' luoghi, gli disse che i suoi cavagli non mangiavano sassi; e ne andò al Borgo a San Sepolcro, dove amichevolmente fu ricevuto.
Dal quale luogo tentò gli animi di quelli di Città di Castello, i quali, per essere amici a' Fiorentini, non lo udirono.
E desiderando egli avere i Perugini a sua devozione, con quaranta cavagli se ne andò a Perugia, dove fu ricevuto, sendo loro cittadino, amorevolmente.
Ma in pochi giorni vi diventò sospetto, e tentò con il Legato e con i Perugini più cose, e non gliene successe niuna; tanto che, ricevuto da loro ottomila ducati, se ne tornò allo esercito.
Di quivi tenne pratiche in Cortona per torla a' Fiorentini; e per essersi scoperta la cosa prima che il tempo, diventorono i disegni suoi vani.
Era intra i primi cittadini di quella città Bartolommeo di Senso: costui andando la sera, per ordine del capitano, alla guardia d'una porta, gli fu da uno del contado, suo amico, fatto intendere che non vi andasse, se voleva non esservi morto.
Volle intendere Bartolommeo il fondamento della cosa, e trovò l'ordine del trattato che si teneva con Niccolò.
Il che Bartolommeo, per ordine al capitano rivelò; il quale, assicuratosi de' capi della congiura e raddoppiato le guardie alle porte, aspettò, secondo l'ordine dato, che Niccolò venisse; il quale venne di notte e al tempo ordinato; e trovandosi scoperto, se ne ritornò agli alloggiamenti suoi.
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Mentre che queste cose in questa maniera in Toscana si travagliavano, e con poco acquisto per la gente del Duca, in Lombardia non erano quiete, ma con perdita e danno suo.
Perché il conte Francesco, come prima lo consentì il tempo, uscì con lo esercito suo in campagna; e perché i Viniziani avevano la loro armata del lago instaurata, volle il Conte, prima che ogni cosa, insignorirsi delle acque, e cacciare il Duca del lago, giudicando, fatto questo, che l'altre cose gli sarieno facile.
Assaltò per tanto, con l'armata de' Viniziani, quella del Duca, e la ruppe, e con le genti di terra le castella che al Duca ubbidivano; tanto che l'altre genti ducali, che per terra strignevano Brescia, intesa quella rovina, si allargorono: e così Brescia, dopo tre anni che l'era stata assediata, dallo assedio fu libera.
Apresso a questa vittoria, il Conte andò a trovare li nimici che si erano ridotti a Soncino, castello posto in sul fiume dello Ollio, e quelli diloggiò, e li fece ritirare a Cremona; dove il Duca fece testa, e da quella parte i suoi stati difendeva.
Ma stringendolo più l'uno dì che l'altro il Conte e dubitando non perdere o tutto o gran parte degli stati suoi, cognobbe la malvagità del partito da lui preso, di mandare Niccolò in Toscana; e per ricorreggere lo errore, scrisse a Niccolò in quali termini si trovava e dove erano condotte le sue imprese: per tanto, il più presto potesse, lasciato la Toscana, se ne tornasse in Lombardia.
I Fiorentini, in questo mezzo, sotto i loro commissari avevono ragunate le loro genti con quelle del Papa, e avevano fatto alto ad Anghiari, castello posto nelle radice de' monti che dividono Val di Tevere da Val di Chiana, discosto al Borgo a San Sepolcro quattro miglia, via piana, e i campi atti a ricevere cavagli e maneggiarvisi guerra.
E perché eglino avieno notizia delle vittorie del Conte e della revocazione di Niccolò, giudicorono con la spada dentro e sanza polvere avere vinta quella guerra; e per ciò a' commissari scrissono che si astenessero dalla giornata, perché Niccolò non poteva molti giorni stare in Toscana.
Questa commissione venne a notizia a Niccolò, e veggendo la necessità del partirsi, per non lasciare cosa alcuna intentata, deliberò fare la giornata, pensando di trovare i nimici sproveduti e con il pensiero alieno dalla zuffa.
A che era confortato da messer Rinaldo, da il conte di Poppi e dagli altri fuorusciti fiorentini, i quali la loro manifesta rovina cognoscevano se Niccolò si partiva, ma venendo a giornata, credevono o potere vincere la impresa, o perderla onorevolmente.
Fatta adunque questa deliberazione, mosse lo esercito donde era, intra Città di Castello e il Borgo; e venuto al Borgo sanza che i nimici se ne accorgessero, trasse di quella terra dumila uomini, i quali confidando nella virtù del capitano e nelle promesse sue, desiderosi di predare, lo seguirono.
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Dirizzatosi dunque Niccolò, con le schiere in battaglia, verso Anghiari, era già loro propinquo a meno di dua miglia, quando da Micheletto Attendulo fu veduto un grande polverio; e accortosi come gli erano i nimici, gridò all'arme.
Il tumulto nel campo de' Fiorentini fu grande, perché, campeggiando quelli eserciti per lo ordinario sanza alcuna disciplina, vi si era aggiunta la negligenzia, per parere loro avere il nimico discosto e più disposto alla fuga che alla zuffa; in modo che ciascuno era disarmato, di lungi dagli alloggiamenti, e in quel luogo dove la volontà, o per fuggire il caldo che era grande, o per seguire alcuno suo diletto, lo aveva tirato.
Pure fu tanta la diligenza de' commissari e del capitano, che, avanti fussero arrivati i nimici, erano a cavallo e ordinati a potere resistere allo impeto suo.
E come Micheletto fu il primo a scoprire il nimico, così fu il primo armato ad incontrarlo; e corse con le sue genti sopra il ponte del fiume che attraversa la strada non molto lontano da Anghiari.
E perché, davanti alla venuta del nimico, Pietrogiampaulo aveva fatto spianare le fosse che circundavano la strada che è tra il ponte e Anghiari, sendosi posto Micheletto allo incontro del ponte, Simoncino, condottiere della Chiesa, con il Legato, si mossono da man destra, e da sinistra i commissari fiorentini con Pietrogiampaulo loro capitano, e le fanterie disposono da ogni parte su per la ripa del fiume.
Non restava per tanto agli nimici altra via aperta ad andare a trovare gli avversarii loro, che la diritta del ponte; né i Fiorentini avevono altrove che al ponte a combattere, eccetto che alle fanterie loro avevono ordinato che, se le fanterie nimiche uscivano di strada per essere a' fianchi delle loro genti d'armi, con le balestra le combattessero, acciò che quelle non potessero ferire per fianco i loro cavalli che passassero il ponte.
Furono per tanto le prime genti che comparsono da Micheletto gagliardamente sostenute, e non che altro, da quello ributtate; ma sopravenendo Astor e Francesco Piccinino con gente eletta, con tale impeto in Micheletto percossono, che gli tolsono il ponte e lo pinsono infino al cominciare dell'erta che sale al borgo di Anghiari; di poi furono ributtati e ripinti fuori del ponte da quelli che dai fianchi gli assalirono.
Durò questa zuffa due ore, che ora Niccolò, ora le genti fiorentine erano signori del ponte.
E benché la zuffa sopra il ponte fusse pari, non di meno e di là e di qua dal ponte con disavvantaggio grande di Niccolò si combatteva.
Perché, quando le genti di Niccolò passavano il ponte, trovavano i nimici grossi, che, per le spianate fatte, si potevono maneggiare, e quelli che erano stracchi potevono dai freschi essere soccorsi; ma quando le genti fiorentine lo passavano, non poteva commodamente Niccolò rinfrescare i suoi, per essere angustiato dalle fosse e dagli argini che fasciavano la strada: come intervenne, perché molte volte le genti di Niccolò vinsono il ponte, e sempre dalle genti fresche degli avversarii furono ripinte indietro, ma come il ponte dai Fiorentini fu vinto, talmente che le loro genti entrorono nella strada, non sendo a tempo Niccolò, per la furia di chi veniva e per la incommodità del sito a rinfrescare i suoi, in modo quelli davanti con quelli di dietro si mistorono, che l'uno disordinò l'altro, e tutto lo esercito fu constretto mettersi in volta e ciascuno, sanza alcuno rispetto, si rifuggì verso il Borgo.
I soldati fiorentini attesono alla preda; la quale fu, di prigioni, di arnesi e di cavagli, grandissima, perché con Niccolò non rifuggirono salvi mille cavalli.
I Borghigiani, i quali avevono seguitato Niccolò per predare, di predatori divennono preda, e furono presi tutti e taglieggiati; le insegne e i carriaggi furono tolti.
E fu la vittoria molto più utile per la Toscana, che dannosa per il Duca; perché, se i Fiorentini perdevono la giornata, la Toscana era sua; e perdendo quello, non perdé altro che le armi e i cavagli del suo esercito; i quali con non molti danari si poterono recuperare.
Né furono mai tempi che la guerra che si faceva ne' paesi d'altri fusse meno pericolosa per chi la faceva, che in quelli.
E in tanta rotta e in sì lunga zuffa, che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì altri che uno uomo; il quale, non di ferite o d'altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto espirò: con tanta securtà allora gli uomini combattevano, perché, sendo tutti a cavallo, e coperti d'arme, e securi dalla morte qualunque volta e' si arrendevano, non ci era cagione perché dovessero morire, defendendogli nel combattere le armi, e quando e' non potevono più combattere, lo arrendersi.
34
È questa zuffa, per le cose seguite combattendo e poi, esemplo grande della infelicità di queste guerre; perché, vinti i nimici e ridutto Niccolò nel Borgo, i commissari volevono seguirlo e in quel luogo assediarlo per avere la vittoria intera; ma da alcuno condottiere o soldato non furono voluti ubbidire, dicendo volere riporre la preda e medicare i feriti.
E quello che è più notabile fu che l'altro dì, a mezzo giorno, sanza licenza o rispetto di commissario o di capitano ne andorono ad Arezzo, e quivi lasciata la preda, ad Anghiari ritornorono: cosa tanto contro ad ogni lodevole ordine e militare disciplina, che ogni reliquia di qualunque ordinato esercito arebbe facilmente e meritamente potuto loro torre quella vittoria che gli avieno immeritamente acquistata.
Oltra di questo, volendo i commissari che ritenessero gli uomini d'arme presi, per torre occasione al nimico di rifarsi, contro alla volontà loro li liberorono.
Cose tutte da maravigliarsi come in uno esercito così fatto fusse tanta virtù che sapesse vincere, e come nello inimico fusse tanta viltà che da sì disordinate genti potesse essere vinto.
Nello andare dunque e tornare che feciono le genti fiorentine di Arezzo, Niccolò ebbe tempo a partirsi con le sue genti dal Borgo, e ne andò verso Romagna, con il quale ancora i rebelli fiorentini si fuggirono.
I quali, vedutosi mancata ogni speranza di tornare a Firenze, in più parti, in Italia e fuori, secondo la commodità di ciascuno, si divisono.
De' quali messer Rinaldo elesse la sua abitazione ad Ancona: e per guadagnarsi la celeste patria, poi che gli aveva perduta la terrestre, se ne andò al sepulcro di Cristo; donde tornato, nel celebrare le nozze d'una sua figliuola sendo a mensa, di subito morì: e fugli in questo la fortuna favorevole, che nel meno infelice giorno del suo esilio lo fece morire.
Uomo veramente in ogni fortuna onorato: ma più ancora stato sarebbe, se la natura lo avesse in una città unita fatto nascere; perché molte sue qualità in una città divisa lo offesono, che in una unita l'arebbono premiato.
I commissari adunque, tornate le genti loro da Arezzo, e partito Niccolò, si presentorono al Borgo.
I Borghesi volevono darsi a' Fiorentini, e quelli recusavano di pigliarli: e nel trattare questi accordi, il Legato del pontefice insospettì de' commissari, che non volessero quella terra occupare alla Chiesa; tanto che vennono insieme a parole ingiuriose; e sarebbe seguito intra le genti fiorentine e le ecclesiastiche disordine se la pratica fusse ita molto in lunga ma perché la ebbe il fine che voleva i Legato, ogni cosa si pacificò.
35
Mentre che le cose del Borgo si travagliavano, si intese Niccolò Piccino essere ito verso Roma; e altri avvisi dicevano verso la Marca; donde parve al Legato e alle genti sforzesche di andare verso Perugia, per suvvenire o alla Marca o a Roma, dove Niccolò si fusse volto; e con quelle andasse Bernardo de Medici; e Neri con le genti fiorentine ne andassi allo acquisto del Casentino.
Fatta questa deliberazione Neri ne andò a campo a Rassina, e quella prese, e con il medesimo impeto prese Bibbiena, Prato Vecchio e Romena, e di quivi pose il campo a Poppi, e da due parti lo cinse: una nel piano di Certomondo, l'altra sopra il colle che passa a Fronzoli.
Quel Conte, vedutosi abbandonato da Dio e dagli uomini, si era rinchiuso in Poppi, non perché gli sperasse di potere avere alcuno aiuto, ma per fare l'accordo, se poteva, meno dannoso.
Stringendolo pertanto Neri, egli adimandò patti; e trovolli tali quali in quel tempo ei poteva sperare: di salvare sé, suoi figliuoli e cose che ne poteva portare; e la terra e lo stato cedere ai Fiorentini.
E quando e' capitulorono, discese sopra il ponte di Arno, che passa a piè della terra, e tutto doloroso e afflitto disse a Neri: - Se io avesse bene misurato la fortuna mia e la potenza vostra, io verrei ora amico a rallegrarmi con voi della vostra vittoria, non nimico a supplicarvi che fusse meno grave la mia rovina.
La presente sorte, come la è a voi magnifica e lieta, così è a me dolente e misera.
Io ebbi cavagli, arme, sudditi, stato e ricchezze: che maraviglia è se mal volentieri le lascio? Ma se voi volete e potete comandare a tutta la Toscana, di necessità conviene che noi altri vi ubbidiamo; e se io non avesse fatto questo errore, la mia fortuna non sarebbe stata cognosciuta, e la vostra liberalità non si potrebbe conoscere; perché, se voi mi conserverete, darete al mondo uno eterno esemplo della vostra clemenzia.
Vinca per tanto la pietà vostra il fallo mio; lasciate almeno questa sola casa al disceso di coloro da' quali i padri vostri hanno innumerabili benifici ricevuti -.
il quale Neri rispose come lo avere sperato troppo in quelli che potevono poco lo aveva fatto in modo contro alla republica di Firenze errare, che, aggiuntovi le condizioni de' presenti tempi, era necessario cedesse tutte le cose sue, e quelli luoghi nimico a' Fiorentini abbandonasse, che loro amico non aveva voluti tenere: perché gli aveva dato di sé tale esemplo che non poteva essere nutrito dove, in ogni variazione di fortuna, e' potesse a quella republica nuocere; perché non lui, ma gli stati suoi si temevano; ma che se nella Magna e' potessi essere principe, quella città lo desiderrebbe, e per amore di quelli suoi antichi che gli allegava, lo favorirebbe.
A questo il Conte, tutto sdegnato, rispose che vorrebbe i Fiorentini molto più discosto vedere.
E così, lasciato ogni amorevole ragionamento, il Conte, non veggendo altro rimedio, cedé la terra e tutte le sue ragioni a' Fiorentini; e con tutte le sue robbe, insieme con la moglie e co' figliuoli, piangendo si partì; dolendosi di avere perduto uno stato che i suoi padri per novecento anni avevono posseduto.
Queste vittorie tutte, come s'intesono a Firenze, furono da i principi del governo e da quel populo con maravigliosa allegrezza ricevute.
E perché Bernardetto de' Medici trovò essere vano che Niccolò fusse ito verso la Marca o a Roma, se ne tornò con le genti dove era Neri; e insieme tornati a Firenze, fu loro deliberati tutti quelli onori e quali, secondo l'ordine della città, a loro vittoriosi cittadini si possono deliberare maggiori; e da i Signori e da' Capitani di parte, e di poi da tutta la città, furono ad uso di trionfanti ricevuti.
LIBRO SESTO
1
Fu sempre, e così è ragionevole che sia, il fine di coloro che muovono una guerra, di arricchire sé e impoverire il nimico; né per altra cagione si cerca la vittoria, né gli acquisti per altro si desiderano, che per fare sé potente e debole lo avversario.
Donde ne segue che, qualunque volta o la tua vittoria ti impoverisce o lo acquisto ti indebolisce, conviene si trapassi o non si arrivi a quel termine per il quale le guerre si fanno.
Quel principe e quella republica è dalle vittorie nelle guerre arricchito, che spegne i nimici ed è delle prede e delle taglie signore; quello delle vittorie impoverisce, che i nimici, ancora che vinca, non può spegnere, e le prede e le taglie, non a lui, ma a i suoi soldati appartengono.
Questo tale è nelle perdite infelice e nelle vittorie infelicissimo, perché, perdendo, quelle ingiurie sopporta che gli fanno i nimici; vincendo, quelle che gli fanno gli amici; le quali, per essere meno ragionevoli, sono meno sopportabili, veggendo massime essere i suoi sudditi con taglie e nuove offese di raggravare necessitato; e se gli ha in sé alcuna umanità, non si può di quella vittoria interamente rallegrare, della quale tutti i suoi sudditi si contristono.
Solevono le antiche e bene ordinate republiche, nelle vittorie loro, riempiere d'oro e d'ariento lo erario, distribuire doni nel popolo, rimettere a' sudditi i tributi, e con giuochi e con solenne feste festeggiarli; ma quelle di quelli tempi che noi descriviamo, prima votavono lo erario, di poi impoverivano il popolo, e de' nimici tuoi non ti assicuravano.
Il che tutto nasceva da il disordine con il quale quelle guerre si trattavano: perché, spogliandosi i nimici vinti, e non si ritenendo né ammazzando, tanto quelli a riassalire il vincitore differivono, quanto ei penavano da chi gli conduceva d'essere d'arme e cavagli riforniti.
Sendo ancora le taglie e la preda de' soldati, i principi vincitori di quelle nelle nuove spese de' nuovi soldi non si valevano, ma delle viscere de' loro popoli gli traevono, né partoriva altro la vittoria, in benifizio de' popoli, se non che la faceva il principe più sollecito e meno respettivo ad aggravargli.
E a tale quelli soldati avevono la guerra condotta, che ugualmente al vincitore e al vinto, a volere potere alle sue genti comandare, nuovi danari bisognavano, perché l'uno aveva a rivestirgli, l'altro a premiargli; e come quelli sanza essere rimessi a cavallo non potevano, così quelli altri sanza nuovi premi combattere non volevano.
Di qui nasceva che l'uno godeva poco la vittoria, l'altro poco sentiva la perdita; perché il vinto era a tempo a rifarsi, e il vittorioso non era a tempo a seguire la vittoria.
2
Questo disordine e perverso modo di milizia fece che Niccolò Piccino era prima rimontato a cavallo, che si sapesse per Italia la sua rovina; e maggiore guerra faceva dopo la perdita al nimico, che prima non aveva fatta.
Questo fece che, dopo la rotta di Tenna, e' potette occupare Verona; questo fece che, spogliato delle sue genti a Verona, e' potette venire con un grosso esercito in Toscana; questo fece che, rotto ad Anghiari, innanzi che pervenisse in Romagna, era in su i campi più potente che prima, e potette riempiere il Duca di Milano di speranza di potere difendere la Lombardia, la quale per la sua assenzia gli pareva quasi che avere perduta.
Perché, mentre che Niccolò riempiva di tumulti la Toscana, il Duca si era ridotto in termine che dubitava dello stato suo; e giudicando che potesse prima seguire la rovina sua, che Niccolò Piccino il quale aveva richiamato, fusse venuto a soccorrerlo, per frenare l'impeto del Conte e temporeggiare quella fortuna con la industria, la quale non poteva con la forza sostenere, ricorse a quelli remedi i quali in simili termini molte volte gli erano giovati; e mandò Niccolò da Esti principe di Ferrara a Peschiera, dove era il Conte.
Il quale per parte sua lo confortò alla pace, e gli mostrò come al Conte non era quella guerra a proposito: perché, se il Duca si indeboliva in modo che non potesse mantenere la reputazione sua, sarebbe egli il primo che ne patirebbe, perché da' Viniziani e Fiorentini non sarebbe più stimato.
E in fede che il Duca desiderava la pace, gli offerse la conclusione del parentado: e manderebbe la figliuola a Ferrara; la quale gli prometteva, seguita la pace, dargli nelle mani.
Il Conte rispose che se il Duca veramente cercassi la pace, facilmente la troverrebbe, come cosa dai Fiorentini e Viniziani desiderata: vero era che con difficultà se gli poteva credere conosciuto che non abbi mai fatto pace se non per necessità, la quale come manca, gli ritorna la voglia della guerra; ne anche al suo parentado si poteva prestare fede, sendone stato tante volte beffato non di meno, quando la pace si concludessi, farebbe poi del parentado quanto dagli amici fusse consigliato.
3
I Viniziani, i quali de' loro soldati nelle cose ancora non ragionevoli sospettono, presono ragionevolmente di queste pratiche sospetto grandissimo; il quale volendo il Conte cancellare, seguiva la guerra gagliardamente.
Non di meno l'animo, a lui per ambizione e a' Viniziani per sospetto, era in modo intepidito, che quello restante della state si ferono poche imprese; in modo che, tornato Niccolò Piccino in Lombardia, e di già cominciato il verno, tutti gli eserciti ne andorono alle stanze: il Conte in Verona, in Cremona il Duca, le genti fiorentine in Toscana, e quelle del Papa in Romagna.
Le quali, poi che ebbono vinto ad Anghiari, assaltorono Furlì e Bologna, per trarle di mano a Francesco Piccinino, che in nome del padre le governava; e non riuscì loro, perché furono da Francesco gagliardamente difese.
Non di meno questa loro venuta dette tanto spavento ai Ravennati di non tornare sotto lo imperio della Chiesa, che, d'accordo con Ostasio di Polenta loro signore, si missero nella potestà de' Viniziani; i quali, in guidardone della ricevuta terra, acciò che per alcun tempo Ostasio non potesse loro per forza torre quello che per poca prudenzia aveva loro dato, lo mandarono, insieme con un suo figliuolo, a morire in Candia.
Nelle quali imprese, non ostante la vittoria di Anghiari, mancando al Papa danari vendé il castello del Borgo a Santo Sipolcro venticinquemila ducati, a' Fiorentini.
Stando per tanto le cose in questi termini, e parendo a ciascuno, mediante la vernata, essere sicuro della guerra, non si pensava più alla pace; e massime il Duca, per essere da Niccolò Piccino e dalla stagione rassicurato.
E per ciò aveva rotto con il Conte ogni ragionamento d'accordo, e con grande diligenzia rimisse Niccolò a cavallo; e faceva qualunque altro provedimento che per una futura guerra si richiedeva.
Della qual cosa avendo notizia il Conte, ne andò a Vinegia, per consigliarsi con quel Senato come per lo anno futuro si avessero a governare.
Niccolò dall'altra parte, trovandosi in ordine, e vedendo il nimico disordinato, non aspettò che venisse la primavera; e nel più freddo verno passò l'Adda, e entrò nel Bresciano, e tutto quel paese, fuora che Asola e Orci, occupò; dove più che dumila cavalli sforzeschi, i quali questo assalto non aspettavano, svaligiò e prese.
Ma quello che più dispiacque al Conte e più sbigottì i Viniziani fu che Ciarpellone, uno de' primi capitani del Conte, si ribellò da lui.
Il Conte, avuto questo avviso, partì subito da Vinegia, e arrivato a Brescia trovò Niccolò, fatto quelli danni, essersi ritornato alle stanze; donde che al Conte non parve, poi che trovò la guerra spenta, di raccenderla; ma volle, poi che il tempo e il nimico gli davano commodità a riordinarsi, usarla, per potere poi, con il nuovo tempo, vendicarsi delle vecchie offese.
Fece adunque che i Viniziani richiamassero le genti che in Toscana servivono a' Fiorentini, e in luogo di Gattamelata morto, volle che Micheletto Attendulo conducessero.
4
Venuta adunque la primavera, Niccolò Piccino fu il primo a uscire in campagna; e campeggiò Cignano, castello lontano da Brescia dodici miglia; al soccorso del quale venne il Conte; e tra l'uno e l'altro di quelli capitani, secondo la loro consuetudine, si maneggiava la guerra.
E dubitando, il Conte, di Bergamo, andò a campo a Martiningo, castello posto in luogo da potere facilmente, espugnato quello, soccorrere Bergamo; la qual città da Niccolò era gravemente offesa; e perché egli aveva preveduto non potere esser impedito dal nimico se non per la via di Martiningo, aveva quel castello di ogni difesa fornito; tal che al Conte fu necessario andare a quella espugnazione con tutte le forze.
Donde che Niccolò, con tutto lo esercito suo, si pose in luogo che gli impediva le vettovaglie al Conte, e con tagliate e bastioni in modo si era affortificato, che il Conte nol poteva, se non con suo manifesto pericolo, assalire; e ridussesi la cosa in termine che lo assediatore era in maggiore pericolo che quelli di Martiningo, che erano assediati.
Donde che il Conte non poteva più per la fame campeggiare, né, per il pericolo, poteva levarsi; e si vedeva per il Duca una manifesta vittoria, e per i Viniziani e il Conte una espressa rovina.
Ma la fortuna, alla quale non manca modo di aiutare gli amici e disfavorire i nimici, fece in Niccolò Piccino, per la speranza di questa vittoria, crescere tanta ambizione e insolenzia che, non avendo rispetto al Duca né a sé, gli mandò a dire come, avendo militato sotto le sue insegne gran tempo, e non avendo ancora acquistata tanta terra che vi si potesse sotterrare dentro, voleva intendere da lui di quali premii avesse a essere per le sue fatiche premiato, perché in sua potestà era farlo signore di Lombardia e porgli tutti i suoi nimici in mano; e parendogli che d'una certa vittoria ne avesse a nascere certo premio, desiderava gli concedesse la città di Piacenza, acciò, stanco di sì lunga milizia, potesse qualche volta riposarsi.
Né si vergognò, in ultimo, minacciare il Duca di lasciare la impresa, quando a questa sua domanda non acconsentisse.
Questo modo di domandare ingiurioso e insolente offese tanto il Duca e ne prese tanto sdegno, che deliberò più tosto volere perdere la impresa che consentirlo.
E quello che tanti pericoli e tanti minacci di nimici non avevono fatto piegare, gli insolenti modi degli amici piegorono: e deliberò fare lo accordo con il Conte; a cui mandò Antonio Guidobuono da Tortona; e per quello gli offerse la figliuola e le condizioni della pace; le quali cose furono avidamente da lui e da tutti i collegati accettate.
E fermi i patti secretamente infra loro, mandò il Duca a comandare a Niccolò che facesse tregua per uno anno con il Conte, mostrando essere tanto con le spese affaticato che non poteva lasciare una certa pace per una dubia vittoria.
Restò Niccolò ammirato di questo partito, come quello che non poteva cognoscere qual cagione lo movesse a fuggire sì gloriosa vittoria; e non poteva credere che, per non volere premiare gli amici, e' volesse e suoi nimici salvare.
Per tanto, in quel modo che gli parve migliore, a questa deliberazione si opponeva; tanto che il Duca fu constretto, a volerlo quietare, di minacciarlo che lo darebbe, quando egli non vi acconsentisse, a' suoi soldati e a' suoi nimici in preda.
Ubbidì adunque Niccolò, non con altro animo che si faccia colui che per forza abbandona gli amici e la patria, dolendosi della sua malvagia sorte; poi che ora la fortuna, ora il Duca, de' suoi nimici gli toglievono la vittoria.
Fatta la triegua, le nozze di madonna Bianca e del Conte si celebrorono; e per dota di quella gli consegnò la città di Cremona.
Fatto questo, si fermò la pace, di novembre, nel 1441; dove per i Viniziani Francesco Barbadico e Paulo Trono, e per i Fiorentini messer Agnolo Acciaiuoli convennono, nella quale i Viniziani Peschiera, Asola e Lonato, castella del marchese mantuano, guadagnorono.
5
Ferma la guerra in Lombardia, restavano le armi del Regno; le quali, non si potendo quietare, furono cagione che di nuovo in Lombardia si ripigliassero.
Era il re Rinato da Alfonso di Ragona stato spogliato, mentre la guerra di Lombardia si travagliava di tutto il reame eccetto che di Napoli, tale che Alfonso parendogli avere la vittoria in mano, deliberò, mentre assediava Napoli, torre al Conte Benevento e gli altri suoi stati che in quelle circunstanze possedeva; perché giudicava questo fatto potergli sanza suo periculo riuscire, sendo il Conte nelle guerre di Lombardia occupato.
Successe ad Alfonso per tanto facilmente questa impresa; e con poca fatica tutte quelle terre occupò; ma venuta la nuova della pace di Lombardia, Alfonso temé che il Conte non venisse, per le sue terre, in favore di Rinato, e Rinato sperò per le medesime cagioni in quello.
Mandò per tanto Rinato a sollecitare il Conte, pregandolo che venisse a soccorrere uno amico e d'uno nimico a vendicarsi.
Dall'altra parte Alfonso pregava Filippo che dovesse, per la amicizia aveva seco fare dare al Conte tanti affanni che, occupato in maggiori imprese, fusse di lasciare quella necessitato.
Accettò Filippo questo invito, sanza pensare che turbava quella pace la quale poco davanti aveva con tanto suo disavantaggio fatta.
Fece per tanto intendere a papa Eugenio come allora era tempo di riavere quelle terre che il Conte, della Chiesa, ocupava; e a questo fare gli offerse Niccolò Piccino pagato mentre che la guerra durasse; il quale, fatta la pace, si stava con le sue genti in Romagna.
Prese Eugenio cupidamente questo consiglio, per lo odio teneva con il Conte e per il desiderio aveva di riavere il suo; e se altra volta fu con questa medesima speranza da Niccolò ingannato, credeva ora, intervenendoci il Duca, non potere dubitare di inganno; e accozzate le genti con quelle di Niccolò, assalì la Marca.
Il Conte, percosso da sì inopinato assalto, fatto testa delle sue genti, andò contro al nimico.
In questo mezzo il re Alfonso occupò Napoli; donde che tutto quel regno, eccetto Castelnuovo, venne in sua potestà.
Lasciato per tanto Rinato, in Castelnuovo, buona guardia, si partì; e venuto a Firenze, fu onoratissimamente ricevuto; dove stato pochi giorni, veduto non potere fare più guerra se ne andò a Marsilia.
Alfonso, in questo mezzo, aveva preso Castelnuovo, e il Conte si trovava, nella Marca, inferiore al Papa e a Niccolò; per ciò ricorse a' Viniziani e Fiorentini per aiuti di gente e di danari, mostrando che, se allora ei non pensavano di frenare il Papa e il Re, mentre che gli era ancora vivo, ch'eglino arebbono, poco di poi, a pensare alla salute propria, perché si accosterebbono con Filippo, e dividerebbonsi la Italia.
Stettono i Fiorentini e i Viniziani un tempo sospesi, sì per non giudicare se si era bene inimicarsi con il Papa e con il Re, sì per trovarsi occupati nelle cose de' Bolognesi.
Aveva Annibale Bentivogli cacciato di quella città Francesco Piccinino, e per potersi defendere dal Duca, che favoriva Francesco, aveva a' Viniziani e Fiorentini domandato aiuto; e quelli non gliene avieno negato; in modo che, essendo in queste imprese occupati, non potevono resolversi ad aiutare il Conte.
Ma sendo seguito che Annibale aveva rotto Francesco Piccinino, e parendo quelle cose posate, deliberorono i Fiorentini suvvenire al Conte; ma prima, per assicurarsi del Duca, rinnovorono la lega con quello.
Da che il Duca non si discostò, come colui che aveva consentito si facesse guerra al Conte mentre che il re Rinato era in su l'armi, ma vedutolo spento e privo in tutto del Regno, non gli piaceva che il Conte fusse de' suoi stati spogliato e per ciò, non solamente consentì agli aiuti del Conte, ma scrisse ad Alfonso che fusse contento di tornarsi nel Regno e non gli fare più guerra.
E benché da Alfonso questo fusse fatto mal volentieri, non di meno, per gli oblighi aveva con il Duca, deliberò sodisfargli, e si tirò con le genti di là dal Tronto.
6
Mentre che in Romagna le cose secondo questo ordine si travagliavano, non stettono i Fiorentini quieti infra loro.
Era in Firenze, intra i cittadini reputati nel governo, Neri di Gino Capponi, della cui reputazione Cosimo de' Medici più che di alcuno altro temeva, perché al credito grande che gli aveva nella città, quello che gli aveva con i soldati si aggiugneva; perché, essendo stato molte volte capo degli eserciti fiorentini, se li aveva, con la virtù e con i meriti guadagnati.
Oltre a di questo, la memoria delle vittorie che da lui e da Gino suo padre si ricognoscevano (avendo questo espugnata Pisa, e quello vinto Niccolò Piccino ad Anghiari) lo faceva amare da molti e temere da quelli che desideravono non avere nel governo compagnia Intra molti altri capi dello esercito fiorentino era Baldaccio di Anghiari, uomo in guerra eccellentissimo, perché in quelli tempi non era alcuno, in Italia, che di virtù di corpo e d'animo lo superassi; e aveva intra le fanterie, perché di quelle sempre era stato capo, tanta reputazione che ogni uomo existimava che con quello in ogni impresa e a ogni sua volontà converrebbono.
Era Baldaccio amicissimo a Neri, come quello che per le sue virtù, delle quali era sempre stato testimone, lo amava; il che arrecava agli altri cittadini sospetto grandissimo.
E giudicando che fussi il lasciarlo pericoloso e il tenerlo pericolosissimo, deliberorono di spegnerlo.
Al quale loro pensiero fu in questo la fortuna favorevole: era gonfaloniere di giustizia messer Bartolomeo Orlandini: costui, sendo mandato alla guardia di Marradi quando, come di sopra dicemmo, Niccolò Piccino passò in Toscana, vilmente se ne era fuggito, e aveva abbandonato quel passo che per sua natura quasi si difendeva; dispiacque tanta viltà a Baldaccio, e con parole ingiuriose e con lettere fece noto il poco animo di costui: di che messer Bartolomeo ebbe vergogna e dispiacere grande; e sommamente desiderava vendicarsene, pensando di potere, con la morte dello accusatore, la infamia delle sue colpe cancellare.
7
Questo desiderio di messer Bartolomeo era dagli altri cittadini cognosciuto, tanto che, sanza molta fatica, che dovesse spegnere quello gli persuasono e a un tratto sé della ingiuria vendicasse e lo stato da uno uomo liberasse che bisognava o con pericolo nutrirlo, o licenziarlo con danno.
Fatta per tanto Bartolomeo deliberazione di ammazzarlo, rinchiuse nella camera sua molti giovani armati, ed essendo Baldaccio venuto in Piazza, dove ciascun giorno veniva a trattare con i magistrati della sua condotta, mandò il Gonfaloniere per lui, il quale, sanza alcuno sospetto, ubbidì.
A cui il Gonfaloniere si fece incontro, e con seco per lo andito, lungo le camere de' Signori, della sua condotta ragionando, dua o tre volte passeggiò.
Di poi, quando gli parve tempo, sendo pervenuto propinquo alla camera che gli armati nascondeva, fece loro il cenno.
I quali saltorono fuora, e quello trovato solo e disarmato ammazzorono, e così morto per la finestra che del Palagio in Dogana risponde, gittorono, e di quivi, portatolo in Piazza, e tagliatogli il capo, per tutto il giorno a tutto il popolo spettaculo ne feciono.
Rimase di costui uno solo figliuolo, che Annalena sua donna pochi anni davanti gli aveva partorito, il quale non molto tempo visse.
E restata Annalena priva del figliuolo e del marito, non volle più con altro uomo accompagnarsi; e fatto delle sue case uno munistero, con molte nobili donne che con lei convennono si rinchiuse, dove santamente morì e visse.
La cui memoria, per il munistero creato e nomato da lei, come al presente vive, così viverà sempre.
Questo fatto abbassò, in parte, la potenza di Neri, e tolsegli reputazione e amici.
Né bastò questo a' cittadini, dello stato, perché, sendo già passati dieci anni dopo il principio dello stato loro, ed essendo la autorità della balia finita, e pigliando molti con il parlare e con le opere più animo che non si richiedeva, giudicorono i capi dello stato che, a non volere perdere quello, fussi necessario ripigliarlo, dando di nuovo autorità agli amici e li nimici battendo.
E per ciò, nel 1444, creorono, per i Consigli, nuova balia; la quale riformò gli ufici, dette autorità a pochi di potere creare la Signoria; rinnovò la Cancelleria delle riformazioni, privandone ser Filippo Peruzzi e a quella preponendo uno che secondo il parere de' potenti si governassi; prolungò il tempo de' confini a' confinati, pose Giovanni di Simone Vespucci nelle carcere; privò degli onori gli accoppiatori dello stato nimico, e con quelli i figliuoli di Piero Baroncelli, tutti i Serragli, Bartolomeo Fortini, messer Francesco Castellani e molti altri.
E con questi modi a sé renderono autorità e reputazione, e a' nimici e sospetti tolsono l'orgoglio.
8
Fermo così e ripreso lo stato, si volsono alle cose di fuora.
Era Niccolò Piccino, come di sopra dicemmo, stato abbandonato da il re Alfonso, e il Conte, per lo aiuto che da' Fiorentini aveva avuto, era diventato potente; donde che quello assalì Niccolò presso a Fermo, e quello ruppe di modo che Niccolò, privato quasi di tutte le sue genti, con pochi si rifuggì in Montecchio; dove si fortificò e difese tanto che in breve tempo tutte le sue genti gli tornorono apresso, e in tanto numero che potette facilmente difendersi dal Conte sendo massimamente di già venuto il verno, per il quale furono quelli capitani constretti mandare le loro genti alle stanze.
Niccolò attese tutta la vernata ad ingrossare lo esercito, e da il Papa e da il re Alfonso fu aiutato, tanto che, venuta la primavera, si ridussono quelli capitani alla campagna; dove, essendo Niccolò superiore, era condotto il Conte in estrema necessità; e sarebbe stato vinto, se da il Duca non fussino stati a Niccolò i suoi disegni rotti.
Mandò Filippo a pregare quello che subito andassi a lui, perché gli aveva a parlare di bocca di cose importantissime.
Donde che Niccolò, cupido di intenderle, abbandonò per uno incerto bene una certa vittoria; e lasciato Francesco suo figliuolo capo dello esercito, se ne andò a Milano.
Il che sentendo il Conte, non volse perdere la occasione del combattere mentre che Niccolò era assente e venuto alla zuffa propinquo al castello di Monte Loro, ruppe le genti di Niccolò, e Francesco prese Niccolò, arrivato a Milano, e vedutosi aggirato da Filippo, e intesa la rotta e la presa del figliuolo, per dolore morì.
l'anno 1445, di età di sessantaquattro anni; stato più virtuoso che felice capitano.
E di lui restorono Francesco e Iacopo, i quali ebbono meno virtù e più cattiva fortuna del padre; tanto che queste armi braccesche quasi che si spensero e le sforzesche, sempre dalla fortuna aiutate, diventorono più gloriose.
Il Papa, vedendo battuto lo esercito di Niccolò e lui morto, né sperando molto negli aiuti di Ragona, cercò la pace con il Conte; e per il mezzo de' Fiorentini si conchiuse.
Nella quale al Papa, delle terre della Marca, Osimo Fabriano e Ricanati restorono: tutto il restante sotto lo imperio del Conte rimase.
9
Seguita la pace nella Marca, sarebbe tutta Italia pacificata, se dai Bolognesi non fusse stata turbata.
Erano in Bologna due potentissime famiglie, Canneschi e Bentivogli: di questi era capo Annibale, di quelli Batista.
Avevano, per meglio potersi l'uno dell'altro fidare, contratto intra loro parentado; ma infra gli uomini che aspirano ad una medesima grandezza si può facilmente fare parentado, ma non amicizia.
Era Bologna in lega con i Fiorentini e Viniziani la quale, mediante Annibale Bentivogli, dopo che ne avevono cacciato Francesco Piccinino, era stata fatta; e sapiendo Batista quanto il Duca desiderava avere quella città favorevole, tenne pratica seco di ammazzare Annibale e ridurre quella città sotto le insegne sua.
Ed essendo convenuti del modo, a dì 24 di giugno, nel 1445, assalì Batista Annibale con i suoi e quello ammazzò; di poi, gridando il nome del Duca, corse la terra.
Erano in Bologna i commissari viniziani e fiorentini; i quali al primo romore si ritirorono in casa; ma veduto poi come il popolo non favoriva gli ucciditori, anzi in gran numero, ragunati con le armi in Piazza, della morte di Annibale si dolevono, preso animo, e con quelle genti si trovavono, si accostorono a quelli; e fatto testa, le genti cannesche assalirono, e quelle in poco d'ora vinsono; delle quali parte ammazzorono, parte fuora della città cacciorono.
Batista, non essendo stato a tempo a fuggire, né i nimici ad ammazzarlo, drento alle sue case, in una tomba fatta per conservare frumento, si nascose; e avendone i suoi nimici cerco tutto il giorno, e sapendo come e' non era uscito della città, feciono tanto spavento ai suoi servidori, che da uno suo ragazzo, per timore, fu loro mostro; e tratto di quello luogo, ancora coperto d'armi, fu prima morto, di poi per la terra strascinato e arso.
Così l'autorità del Duca fu sufficiente a farli fare quella impresa, e la sua potenza non fu a tempo a soccorrerlo.
10
Posati adunque, per la morte di Batista e fuga de' Canneschi, questi tumulti, restorono i Bolognesi in grandissima confusione, non vi sendo alcuno della casa de' Bentivogli atto al governo, ed essendo rimaso di Annibale un solo figliuolo, chiamato Giovanni, di età di sei anni, in modo che si dubitava che intra gli amici de' Bentivogli non nascesse divisione, la quale facessi ritornare i Canneschi, con la rovina della patria e della parte loro.
E mentre stavano in questa suspensione di animo, Francesco che era stato conte di Poppi, trovandosi in Bologna, fece intendere a quelli primi della città che, se volevono essere governati da uno disceso del sangue di Annibale, lo sapeva loro insegnare.
E narrò come, sendo, circa venti anni passati, Ercule cugino di Annibale a Poppi, sapeva come egli ebbe cognoscenza con una giovane di quello castello, della quale ne nacque uno figliuolo chiamato Santi, il quale Ercule gli affermò più volte essere suo; né pareva che potesse negarlo, perché chi cognobbe Ercule e cognosce il giovane vede infra loro una somiglianza grandissima.
Fu da quelli cittadini prestato fede alle parole di costui, né differirono punto a mandare a Firenze loro cittadini a ricognoscere il giovane e operare con Cosimo e con Neri che fusse loro concesso.
Era quello che si reputava padre di Santi morto, tanto che quel giovane sotto la custodia d'uno suo zio, chiamato Antonio da Cascese, viveva.
Era Antonio ricco, e sanza figliuoli, e amico a Neri: per ciò intesa che fu questa cosa, Neri giudicò che fussi né da sprezzarla né temerariamente da accettarla, e volle che Santi, alla presenzia di Cosimo, con quelli che da Bologna erano mandati parlasse.
Convennono costoro insieme; e Santi fu dai Bolognesi, non solamente onorato, ma quasi adorato: tanto poteva nelli animi di quelli lo amore delle parti.
Né per allora si concluse alcuna cosa, se non che Cosimo chiamò Santi in disparte, e sì gli disse: - Niuno, in questo caso, ti può meglio consigliare che tu medesimo; perché tu hai a pigliare quel partito a che l'animo ti inclina: perché, se tu sarai figliuolo di Ercole Bentivogli, tu ti volgerai a quelle imprese che di quella casa e di tuo padre fieno degne; ma se tu sarai figliuolo di Agnolo da Cascese, ti resterai in Firenze a consumare in una arte di lana vilmente la vita tua.
- Queste parole commossono il giovane; e dove prima egli aveva quasi che negato di pigliare simile partito, disse che si rimetteva in tutto a quello che Cosimo e Neri ne deliberassi; tanto che, rimasi d'accordo con i mandati bolognesi, fu di veste, cavagli e servitori onorato; e poco di poi, accompagnato da molti, a Bologna condotto e al governo del figliuolo di Annibale e della città posto.
Dove con tanta prudenzia si governò, che, dove i suoi maggiori erano stati tutti dai loro nimici morti, egli e pacificamente visse e onoratissimamente morì.
11
Dopo la morte di Niccolò Piccino e la pace seguita nella Marca, desiderava Filippo avere uno capitano il quale a' suoi eserciti comandasse; e tenne pratiche secrete con Ciarpellone, uno de' primi capi del conte Francesco; e fermo infra loro lo accordo, Ciarpellone domandò licenza al Conte di andare a Milano, per entrare in possessione di alcune castella che da Filippo gli erano nelle passate guerre state donate.
Il Conte dubitando di quello che era, acciò che il Duca non se ne potessi contro a' suoi disegni servire, lo fece prima sostenere e poco di poi morire, allegando di averlo trovato in fraude contro a di lui.
Di che Filippo prese grandissimo dispiacere e sdegno, il che piacque a' Fiorentini e a' Viniziani, come quelli che temevano assai se le armi del Conte e la potenza di Filippo diventavano amiche.
Questo sdegno per tanto fu cagione di suscitare nuova guerra nella Marca.
Era signore di Rimino Gismondo Malatesti, il quale per essere genero del Conte, sperava la signoria di Pesero, ma il Conte, occupata quella, ad Alessandro suo fratello la dette, di che Gismondo sdegnò forte.
Al quale sdegno si aggiunse che Federigo di Montefeltro, suo nimico per i favori del Conte aveva la signoria di Urbino occupata: questo fece che Gismondo si accostò al Duca, e che sollecitava il Papa e il Re a fare guerra al Conte.
Il quale, per fare sentire a Gismondo i primi frutti di quella guerra che desiderava, pensò di prevenirlo, e in un tratto lo assalì.
Onde che subito si riempierono di tumulti la Romagna e la Marca, perché Filippo, il Re e il Papa mandorono grossi aiuti a Gismondo, e i Fiorentini e Viniziani, se non di genti, di danari provedevono il Conte.
Né bastò a Filippo la guerra di Romagna, ché disegnò torre al Conte Cremona e Pontremoli: ma Pontremoli da' Fiorentini, e Cremona da' Viniziani fu difesa.
In modo che in Lombardia ancora si rinnovò la guerra: nella quale, dopo alquanti travagli seguiti nel Cremonese, Francesco Piccinino, capitano del Duca, fu, a Casale, da Micheletto e dalle genti de' Viniziani rotto.
Per la quale vittoria i Viniziani sperarono di potere torre lo stato al Duca; e mandorono uno loro commissario in Cremona, e la Chiaradadda assalirono, e quella tutta, fuori che Crema, occuporono; di poi, passato l'Adda, scorrevono per infino a Milano, donde che il Duca ricorse ad Alfonso, e lo pregò volesse soccorrerlo, mostrandogli i pericoli del Regno, quando la Lombardia fusse in mano de' Viniziani.
Promisse Alfonso mandargli aiuti, i quali con difficultà, sanza consentimento del Conte, potevono passare.
12
Per tanto Filippo ricorse con i prieghi al Conte: che non volesse abbandonare il suocero, già vecchio e cieco.
Il Conte si teneva offeso dal Duca per avergli mosso guerra; dall'altra parte la grandezza de' Viniziani non gli piaceva, e di già i danari gli mancavano, e la lega lo provedeva parcamente, perché a' Fiorentini era uscita la paura del Duca, la quale faceva loro stimare il Conte, e i Viniziani desideravano la sua rovina, come quelli che giudicavano lo stato di Lombardia non potere essere loro tolto se non da il Conte.
Non di meno, mentre che Filippo cercava di tirarlo a' suoi soldi, e gli offeriva il principato di tutte le sue genti, purché lasciasse i Viniziani e la Marca restituisse al Papa, gli mandorono ancora loro ambasciadori, promettendogli Milano se lo prendevano, e la perpetuità del capitaneato delle loro genti, pure che seguisse la guerra nella Marca e impedisse che non venissero aiuti di Alfonso in Lombardia.
Erano adunque le promesse de' Viniziani grandi, e i meriti loro grandissimi, avendo mosso quella guerra per salvare Cremona al Conte; e dall'altra parte le ingiurie del Duca erano fresche, e le sue promesse infedeli e deboli.
Pure non di meno stava dubio il Conte di qual partito dovessi prendere: perché dall'uno canto l'obligo della lega, la fede data, i meriti freschi e le promesse delle cose future lo movevano; dall'altro i prieghi del suocero, e sopra tutto il veleno che dubitava che sotto le grandi promesse de' Viniziani si nascondesse; giudicando dovere stare, e delle promesse e dello stato, qualunque volta avessero vinto, a loro discrezione; alla quale niuno prudente principe non mai, se non per necessità, si rimisse.
Queste difficultà di risolversi al Conte furono dalla ambizione de' Viniziani tolte via: i quali, avendo speranza di occupare Cremona per alcune intelligenzie avieno in quella città, sotto altro colore vi fecero appressare le loro genti.
Ma la cosa si scoprì da quelli che per il Conte la guardavano; e riuscì il loro disegno vano; per che non acquistorono Cremona, e il Conte perderono; il quale, posposti tutti i rispetti, si accostò al Duca.
13
Era morto papa Eugenio, e creato per suo successore Niccola V, e il Conte aveva già tutto lo esercito a Cutignuola per passare in Lombardia, quando gli venne avviso Filippo essere morto, che correva l'anno 1447, all'ultimo di agosto.
Questa nuova riempié di affanni il Conte; perché non gli pareva che le sue genti fussero ad ordine, per non avere avuto lo intero pagamento; temeva de' Viniziani, per essere in su l'armi e suoi nimici, avendo di fresco lasciati quelli e accostatosi al Duca; temeva di Alfonso, suo perpetuo nimico; non sperava nel Papa né ne' Fiorentini: in questi, per essere collegati con i Viniziani; in quello, per essere delle terre della Chiesa possessore.
Pure deliberò di mostrare il viso alla fortuna, e secondo gli accidenti di quella consigliarsi; perché molte volte, operando, si scuoprono quelli consigli che, standosi, sempre si nasconderebbono.
Davagli grande speranza il credere che, se i Milanesi dalla ambizione de' Viniziani si volessero difendere, che non potessero ad altre armi che alle sue rivolgersi.
Onde che, fatto buono animo, passò nel Bolognese; e passato di poi Modena e Reggio, si fermò con le genti in su la Lenza, e a Milano mandò a offerirsi.
De i Milanesi, morto il Duca parte volevono vivere liberi, parte sotto uno principe: di quelli che amavano il principe l'una parte voleva il Conte l'altra il re Alfonso.
Per tanto, sendo quelli che amavano la libertà più uniti, prevalsono agli altri, e ordinorono a loro modo una republica, la quale da molte città del Ducato non fu ubbidita, giudicando ancora quelle potere, come Milano, la loro libertà godere; e quelle che a quella non aspiravano, la signoria de' Milanesi non volevono.
Lodi adunque e Piacenza si dierono a' Viniziani, Pavia e Parma si feciono libere.
Le quali confusioni sentendo il Conte, se ne andò a Cremona; dove i suoi oratori insieme con oratori milanesi vennono, con la conclusione che fusse capitano de' Milanesi con quelli capitoli che ultimamente con il duca Filippo aveva fatti.
A' quali aggiunsono che Brescia fusse del Conte, e acquistandosi Verona, fusse sua quella, e Brescia restituisse.
14
Avanti che il Duca morisse, papa Niccola, dopo la sua assunzione al pontificato, cercò di creare pace intra i principi italiani; e per questo operò, con gli oratori che i Fiorentini gli mandorono nella creazione sua, che si facesse una dieta a Ferrara, per trattare o lunga triegua o ferma pace.
Convennono adunque, in quella città, il legato del Papa, gli oratori viniziani, ducali e fiorentini; quelli del re Alfonso non v'intervennono.
Trovavasi costui a Tiboli, con assai genti a piè e a cavallo, e di quivi favoriva il Duca; e si crede che, poi ch'eglino ebbono tirato da il canto loro il Conte, che volessino apertamente i Fiorentini e i Viniziani assalire, e in quel tanto che l'indugiavano le genti del Conte ad essere in Lombardia, intrattenere la pratica della pace a Ferrara; dove il Re non mandò, affermando che ratificherebbe a quanto da il Duca si concludesse.
Fu la pace molti giorni praticata; e dopo molte dispute, si concluse o una pace per sempre o una tregua per cinque anni, quale di queste dua al Duca piacesse; ed essendo iti gli oratori ducali a Milano per intendere la sua volontà, lo trovorono morto.
Volevono, non ostante la sua morte, i Milanesi seguire lo accordo; ma i Viniziani non vollono, come quelli che presono speranza grandissima di occupar quello stato, veggendo massime che Lodi e Piacenza, subito dopo la morte del Duca, si erano loro arrese; tale che li speravano, o per forza o per accordo, potere in breve tempo spogliare Milano di tutto lo stato, e quello di poi in modo opprimere, che ancora esso si arrendesse prima che alcuno, lo suvvenisse; e tanto più si persuasono questo, quando viddono i Fiorentini implicarsi in guerra con il re Alfonso.
15
Era quel re a Tiboli, e volendo seguire la impresa di Toscana, secondo che con Filippo aveva deliberato, parendogli che la guerra che si era già mossa in Lombardia fusse per darli tempo e commodità, desiderava avere un piè nello stato de' Fiorentini, prima che apertamente si movesse; e per ciò tenne trattato nella rocca di Cennina, in Valdarno di sopra, e quella occupò.
I Fiorentini, percossi da questo inopinato accidente, e veggendo il Re mosso per venire a' loro danni, soldorono genti, creorono i Dieci, e secondo il loro costume si preparorono alla guerra.
Era già condotto il Re con il suo esercito sopra il Sanese, e faceva ogni suo sforzo per tirare quella città a' suoi voleri: non di meno stierono quelli cittadini nella amicizia de' Fiorentini fermi, e non riceverono il Re in Siena, né in alcuna loro terra: provedevanlo bene di viveri, di che gli scusava la impotenza loro e la gagliardia del nimico.
Non parve al Re entrare per la via del Valdarno, come prima aveva disegnato, sì per avere riperduta Cennina, sì perché di già i Fiorentini erano in qualche parte forniti di gente; e si inviò verso Volterra, e molte castella nel Volterrano occupò.
Di quindi n'andò in quello di Pisa; e per li favori che gli feciono Arrigo e Fazio de' conti della Gherardesca, prese alcune castella, e da quelle assalì Campiglia; la quale non possé espugnare, perché fu da' Fiorentini e dal verno difesa.
Onde che il Re lasciò, nelle terre prese, guardie da difenderle e da potere scorrere il paese, e con il restante dello esercito si ritirò alle stanze in nel paese di Siena.
I Fiorentini intanto, aiutati dalla stagione, con ogni studio si providdono di gente, capi delle quali erano Federigo signore di Urbino e Gismondo Malatesti da Rimino; e benché fra questi fusse discordia, non di meno, per la prudenza, di Neri di Gino e di Bernardetto de Medici commissari, si mantennono in modo uniti che si uscì a campo sendo ancora il verno grande, e si ripresono le terre perdute nel Pisano e le Ripomerancie nel Volterrano; e i soldati del Re, che prima scorrevono le maremme, si frenorono di sorte che con fatica potevono le terre loro date a guardia mantenere.
Ma venuta la primavera, i commissari feciono alto, con tutte le loro genti, allo Spedaletto, in numero di cinquemila cavalli e due mila fanti; e il Re ne venne con le sue, in numero di quindicimila, propinquo a tre miglia a Campiglia.
E quando si stimava tornassi a campeggiare quella terra, si gittò a Piombino, sperando di averlo facilmente, per essere quella terra male provvista, e per giudicare quello acquisto a sé utilissimo e ai Fiorentini pernizioso; per ché da quel luogo poteva consumare con una lunga guerra i Fiorentini, potendo provederlo per mare, e tutto il paese di Pisa perturbare.
Per ciò dispiacque a Fiorentini questo assalto; e consigliatisi quello fusse da fare, giudicorono che, se si poteva stare con lo esercito nelle macchie di Campiglia, che il Re sarebbe forzato partirsi o rotto o vituperato.
E per questo armarono quattro galeazze avevono a Livorno, e con quelle messono trecento fanti in Piombino, e posonsi alle Caldane, luogo dove con difficultà potevono essere assaliti, perché alloggiare alle macchie, nel piano, lo giudica vano pericoloso.
16
Aveva lo esercito fiorentino le vettovaglie dalle terre circunstante, le quali, per essere rade e poco abitate, lo prevedevono con difficultà; tale che lo esercito ne pativa, e massimamente mancava di vino, perché, non vi se ne ricogliendo e d'altronde non ne potendo avere non era possibile che se ne avesse per ciascuno.
Ma il Re, ancora che dalle genti fiorentine fusse tenuto stretto, abbondava, da strame in fuora, d'ogni cosa, perché era per mare di tutto proveduto.
Vollono per tanto i Fiorentini fare pruova se per mare ancora le genti loro potessero suvvenire, e caricorono le loro galeazze di viveri; e fattole venire, furono da sette galee del Re incontrate, e dua ne furono prese, e dua fugate.
Questa perdita fece perdere la speranza alle genti fiorentine del rinfrescamento; onde che dugento saccomanni o più, per mancamento massime del vino, si fuggirono nel campo del Re; e l'altre genti mormoreggiavano, affermando non essere per stare in luoghi caldissimi, dove non fusse vino a l'acque fussero cattive; tanto che i commissari deliberorono abbandonare quel luogo, e volsonsi alla recuperazione di alcune castella che ancora restavano in mano al Re.
Il quale dall'altra parte, ancora che non patissi di viveri e fusse superiore di genti, si vedeva mancare, per essere il suo esercito ripieno di malattie che in quelli tempi i luoghi maremmani producono; e furono di tanta potenza che molti ne morivano e quasi tutti erano infermi.
Onde che si mossono pratiche di accordo, per il quale il Re domandava cinquanta mila fiorini, e che Piombino gli fusse lasciato a discrezione.
La qual cosa consultata a Firenze, molti, desiderosi della pace, l'accettavano, affermando non sapere come si potesse sperare di vincere una guerra che a sostenerla tante spese fussero necessarie, ma Neri Capponi, andato a Firenze, in modo con le ragioni la sconfortò, che tutti i cittadini d'accordo a non la accettare convennono, e il signore di Piombino per loro raccomandato accettorono, e a tempo di pace e di guerra di suvvenirlo promissono, purché non si abbandonasse, e si volesse, come infino allora aveva fatto, difendere.
Intesa il Re questa deliberazione, e veduto, per lo infermo suo esercito, di non potere acquistare la terra si levò quasi che rotto da campo; dove lasciò più che dumila uomini morti; e con il restante dello infermo esercito si ritirò nel paese di Siena, e di quindi nel Regno, tutto sdegnato contro a' Fiorentini, minacciandoli, a tempo nuovo, di nuova guerra.
17
Mentre che queste cose in Toscana in simil modo si travagliavano, il conte Francesco, in Lombardia, sendo diventato capitano de' Milanesi, prima che ogni altra cosa si fece amico Francesco Piccinino, il quale per li Milanesi militava, acciò che nelle sue imprese lo favorisse, o con più rispetto lo ingiuriasse.
Ridussesi adunque con lo esercito suo in campagna, onde che quelli di Pavia giudicorono non si potere dalle sue forze difendere, e non volendo dall'altra parte ubbidire a' Milanesi, gli offersono la terra con queste condizioni che non li mettessi sotto lo imperio di Milano.
Desiderava il Conte la possessione di quella città, parendogli uno gagliardo principio a potere colorire i disegni suoi, né lo riteneva il timore o la vergogna del rompere la fede, perché gli uomini grandi chiamono vergogna il perdere, non con inganno acquistare; ma dubitava, pigliandola, non fare sdegnare i Milanesi in modo che si dessero a' Viniziani; e non la pigliando, temeva del duca di Savoia, al quale molti cittadini si volevono dare, e nell'uno caso e nell'altro gli pareva essere privo dello imperio di Lombardia.
Pure non di meno, pensando che fusse minor pericolo nel prendere quella città che nel lasciarla prendere ad uno altro deliberò di accettarla, persuadendosi potere acquietare i Milanesi.
A' quali fece intendere ne' pericoli s'incorreva quando non avessi accettata Pavia, perché quelli cittadini si sarebbono dati o a' Viniziani o al Duca, e nell'uno e nell'altro caso lo stato loro era perduto; e come ei dovevono più contentarsi di avere lui per vicino amico, che uno potente, quale era qualunque di quelli, e nimico.
I Milanesi si turborono assai del caso, parendo loro avere scoperta l'ambizione del Conte e il fine a che egli andava; ma giudicorono non potere scoprirsi, perché non vedevono, partendosi dal Conte, dove si volgere altrove che a' Viniziani, de' quali la superbia e le gravi condizioni temevano; e per ciò deliberorono non si spiccare dal Conte, e per allora rimediare con quello ai mali che soprastavano loro, sperando che, liberati da quelli, si potrebbono ancora liberare da lui; perché, non solamente da' Viniziani, ma ancora dai Genovesi e duca di Savoia, in nome di Carlo d'Orliens, nato d'una sorella di Filippo, erano assaliti.
Il quale assalto il Conte con poca fatica oppresse.
Solo adunque gli restorono nimici i Viniziani, i quali con uno potente esercito volevono occupare quello stato, e tenevano Lodi e Piacenza, alla quale il Conte pose il campo, e quella, dopo una lunga fatica, prese e saccheggiò.
Di poi, perché ne era venuto il verno, ridusse le sue genti nelli alloggiamenti, ed egli se ne andò a Cremona, dove tutta la vernata con la moglie si riposò.
18
Ma venuta la primavera, uscirono gli eserciti viniziani e milanesi alla campagna.
Desideravano i Milanesi acquistare Lodi, e di poi fare accordo con i Viniziani, perché le spese della guerra erano loro rincresciute e la fede del capitano era loro sospetta; tal che sommamente desideravano la pace, per riposarsi e per assicurarsi del Conte.
Deliberorono per tanto che il loro esercito andassi allo acquisto di Caravaggio, sperando che Lodi si arrendesse qualunque volta quel castello fusse tratto delle mani del nimico.
Il Conte ubbidì a' Milanesi, ancora che l'animo suo fussi passare l'Adda e assalire il Bresciano.
Posto dunque lo assedio a Caravaggio, con fossi e altri ripari si affortificò, acciò che, se i Viniziani volessero levarlo da campo, con loro disavvantaggio lo avessero ad assalire.
I Viniziani dall'altra parte vennono con il loro esercito, sotto Micheletto loro capitano, propinqui a duoi tiri d'arco al campo del Conte; dove più giorni dimororono, e feciono molte zuffe.
Non di meno il Conte seguiva di strignere il castello, e lo aveva condotto in termine che conveniva si arrendesse, la quale cosa dispiaceva ad i Viniziani, parendo loro, con la perdita di quello, avere perduta la impresa.
Fu per tanto intra i loro capitani grandissima disputa del modo del soccorrerlo; né si vedeva altra via che andare dentro ai suoi ripari a trovare il nimico; dove era disavvantaggio grandissimo; ma tanto stimorono la perdita di quel castello che il Senato veneto, naturalmente timido e discosto da qualunque partito dubio e pericoloso, volle più tosto, per non perdere quello, porre in pericolo il tutto, che, con la perdita di esso, perdere la impresa.
Feciono adunque deliberazione di assalire in qualunque modo il Conte; e levatisi una mattina di buona ora in arme, da quella parte che era meno guardata lo assalirono, e nel primo impeto, come interviene nelli assalti che non si aspettono, tutto lo esercito sforzesco perturborono.
Ma subito fu ogni disordine da il Conte in modo riparato, che i nimici, dopo molti sforzi fatti per superare gli argini, furono, non solamente ributtati, ma in modo fugati e rotti, che di tutto lo esercito, dove erano meglio che dodici mila cavagli, non se ne salvorono mille, e tutte loro robe e carriaggi furono predati; né mai fino a quel dì fu ricevuta dai Viniziani la maggiore e più spaventevole rovina.
E intra la preda e i presi fu trovato...
proveditore viniziano, il quale, avanti alla zuffa e nel maneggiare la guerra, aveva parlato vituperosamente del Conte, chiamando quello bastardo e vile, di modo che, trovandosi dopo la rotta prigione, e de' suoi falli ricordandosi, dubitando non essere secondo i suoi meriti premiato, arrivato avanti al Conte, tutto timido e spaventato, secondo la natura degli uomini superbi e vili, la quale è nelle prosperità essere insolenti e nelle avversità abietti e umili, gittatosi lagrimando ginocchione, gli chiese delle ingiurie contro a quello usate perdono.
Levollo il Conte; e presolo per il braccio gli fece buono animo, e confortollo a sperare bene.
Poi gli disse che si maravigliava che uno uomo di quella prudenza e gravità che voleva essere tenuto egli fusse caduto in tanto errore di parlare sì vilmente di coloro che non lo meritavano; e quanto apparteneva alle cose che quello gli aveva rimproverate, che non sapeva quello che Sforza suo padre si avesse con madonna Lucia sua ma