ISTORIE FIORENTINE, di Niccolo' Machiavelli - pagina 6
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Era intanto tornato papa Alessandro in Roma, parendogli potervi stare sicuro per la inimicizia avevono i Romani con Federigo, e per li nimici che quello aveva in Lombardia.
Ma Federigo, posposto ogni rispetto, andò a campo a Roma; dove Alessandro non lo aspettò, ma se ne fuggì a Guglielmo re di Puglia, rimaso erede di quel regno dopo la morte di Ruggieri.
Ma Federigo, cacciato dalla peste, lasciò la obsidione, e se ne tornò nella Magna; e le terre di Lombardia le quali erano congiurate contro a di lui per potere battere Pavia e Tortona, che tenevono le parti imperiali, edificorono una città che fusse sedia di quella guerra; la quale nominarono Alessandria in onore di Alessandro papa e in vergogna di Federigo.
Morì ancora Guidone antipapa, e fu fatto in suo luogo Giovanni da Fermo, il quale per i favori delle parti dello Imperadore si stava in Montefiasconi.
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Papa Alessandro, in quel mezzo, se ne era ito in Tusculo, chiamato da quel popolo, acciò che con la sua autorità lo difendesse dai Romani; dove vennono a lui oratori mandati da Errico re di Inghilterra a significargli che della morte del beato Tommaso, vescovo di Conturbia, il loro re non aveva alcuna colpa, sì come publicamente ne era stato infamato.
Per la qual cosa il Papa mandò duoi cardinali in Inghilterra a ricercare la verità della cosa; i quali, ancora che non trovassino il Re in manifesta colpa, nondimeno, per la infamia del peccato e per non lo avere onorato come egli meritava, gli dettono per penitenza che, chiamati tutti i baroni del regno, con giuramento alla presenza loro si scusasse e inoltre mandasse subito dugento soldati in Ierusalem, pagati per uno anno, ed esso fussi obligato, con quello esercito che potesse ragunare maggiore, personalmente, avanti che passassero tre anni, andarvi, e che dovesse annullare tutte le cose fatte nel suo regno in disfavore della libertà ecclesiastica, e dovesse acconsentire che qualunche suo subietto potesse, volendo, appellare a Roma.
Le quali cose furono tutte da Elrico accettate; e sottomessesi a quello iudizio un tanto re, che oggi uno uomo privato si vergognerebbe a sottomettervisi.
Nondimeno, mentre che il Papa aveva tanta autorità ne' principi longinqui, non poteva farsi ubbidire dai Romani; dai quali non potette impetrare di potere stare in Roma, ancora che promettesse d'altro che dello ecclesiastico non si travagliare: tanto le cose che paiono sono più di scosto che da presso temute.
Era tornato, in questo tempo Federigo in Italia, e mentre che si preparava a fare nuova guerra al Papa, tutti i suoi prelati e baroni gli feciono intendere che lo abbandonerebbono, se non si riconciliava con la Chiesa, di modo che fu constretto andare ad adorarlo a Vinegia, dove si pacificarono insieme; e nello accordo il Papa privò lo Imperadore d'ogni autorità che gli avesse sopra Roma, e nominò Guglielmo re di Sicilia e di Puglia per suo confederato.
E Federigo, non potendo stare senza fare guerra, ne andò alla impresa di Asia, per sfogare la sua ambizione contro a Maumetto, la quale contro a' vicari di Cristo sfogare non aveva potuto.
Ma arrivato sopra il fiume..., allettato dalla chiarezza delle acque, vi si lavò dentro, per il quale disordine morì.
E così l'acque fecero più favore a' Maumettisti, che le scomuniche a' Cristiani, perché queste frenorono l'orgoglio suo, e quelle lo spensono.
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Morto Federigo, restava solo al Papa a domare la contumacia de' Romani; e dopo molte dispute fatte sopra la creazione de' consoli, convennono che i Romani secondo il costume loro gli eleggessero; ma non potessero pigliare il magistrato, se prima non giuravano di mantenere la fede alla Chiesa.
Il quale accordo fece che Giovanni antipapa se ne fuggì in Monte Albano, dove, poco di poi, si morì.
Era morto in questi tempi, Guglielmo re di Napoli, e il Papa disegnava di occupare quel regno, per non avere lasciati quel re altri figliuoli che Tancredi, suo figliuolo naturale; ma i baroni non consentirono al Papa, ma vollono che Tancredi fusse re.
Era papa, allora, Celestino III, il quale, desideroso di trarre quel regno dalle mani di Tancredi, operò che Elrico figliuolo di Federigo fusse fatto imperadore, e gli promisse il regno di Napoli, con questo, che restituisse alla Chiesa le terre che a quella appartenevano.
E per facilitare la cosa, trasse di munistero Gostanza, già vecchia, figliuola di Guglielmo, e gliene dette per moglie.
E così passò il regno di Napoli da' Normandi, che ne erano stati fondatori, ai Tedeschi.
Elrico imperadore, come prima ebbe composte le cose della Magna, venne in Italia con Gostanza sua moglie e con uno suo figliuolo di quattro anni chiamato Federigo, e sanza molta dificultà prese il Regno, perché di già era morto Tancredi, e di lui era rimaso un piccolo fanciullo detto Ruggieri.
Morì, dopo alcun tempo, Elrico, in Sicilia, e successe a lui nel Regno Federigo, e allo Imperio Ottone duca di Sansogna, fatto per i favori che gli fece papa Innocenzio III.
Ma come prima ebbe presa la corona, contro ad ogni opinione, diventò Ottone nimico del Pontefice; occupò la Romagna, e ordinava di assalire il Regno, per la qual cosa il Papa lo scomunicò, in modo che fu da ciascheduno abbandonato, e gli Elettori elessono imperadore Federigo re di Napoli.
Venne Federigo a Roma per la corona, e il Papa non volle incoronarlo, perché temeva la sua potenza e cercava di trarlo di Italia, come ne aveva tratto Ottone; tanto che Federigo sdegnato, ne andò nella Magna, e fatte più guerre con Ottone, lo vinse.
In quel mezzo si morì Innocenzio, il quale, oltre alle sue egregie opere, edificò lo spedale di Santo Spirito in Roma.
Di costui fu successore Onorio III, al tempo del quale surse l'ordine di San Domenico e di San Francesco, nel 1218.
Coronò questo pontefice Federigo, al quale Giovanni disceso di Balduino re di Ierusalem, che era con le reliquie de' Cristiani in Asia e ancora teneva quel titulo, dette una sua figliuola per moglie, e con la dota gli concesse il titulo di quel regno: di qui nasce che qualunche re di Napoli si intitula re di Ierusalem.
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In Italia si viveva allora in questo modo: i Romani non facevano più consoli, e in cambio di quelli, con la medesima autorità, facevano quando uno quando più senatori; durava ancora la lega che avevano fatta le città di Lombardia contro a Federigo Barbarossa, le quali erano Milano, Brescia, Mantova, con la maggiore parte delle città di Romagna, e di più Verona, Vicenza, Padova e Trevigi; nelle parti dello imperadore erano Cremona, Bergamo, Parma, Reggio, Modena e Trento; le altre città e castella di Lombardia, di Romagna e della Marca trivigiana favorivano, secondo la necessità, ora questa ora quella parte.
Era venuto in Italia, al tempo di Ottone III, uno Ecelino, del quale, rimaso in Italia, nacque uno figliuolo, che generò uno altro Ecelino.
Costui, sendo ricco e potente, si accostò a Federigo II il quale, come si è detto, era diventato nimico del Papa; e venendo in Italia per opera e favore di Ecelino, prese Verona e Mantova, e disfece Vicenza occupò Padova, e ruppe lo esercito delle terre collegate, e di poi se ne venne verso Toscana.
Ecelino, intanto, aveva sottomesso tutta la Marca trivigiana: non potette espugnare Ferrara, perché fu difesa da Azzone da Esti e dalle genti che il Papa aveva in Lombardia; donde che, partita la obsidione, il Papa dette quella città in feudo ad Azzone Estense, dal quale sono discesi quelli i quali ancora oggi la signoreggiano.
Fermossi Federigo a Pisa, desideroso di insignorirsi di Toscana; e nel ricognoscere gli amici e nimici di quella provincia seminò tanta discordia che fu cagione della rovina di tutta Italia; perché le parti guelfe e ghibelline multiplicorono, chiamandosi Guelfi quelli che seguivono la Chiesa, e Ghibellini quelli che seguivono gli imperadori; e a Pistoia in prima fu udito questo nome.
Partito Federigo da Pisa, in molti modi assaltò e guastò le terre della Chiesa, tanto che il Papa, non avendo altro rimedio, gli bandì la crociata contro, come avevono fatto gli antecessori suoi contro a' Saraceni.
E Federigo, per non essere abandonato dalle sue genti ad un tratto, come erano stati Federigo Barbarossa e altri suoi maggiori, soldò assai Saraceni; e per obligarseli, e per fare uno ostaculo in Italia fermo contro alla Chiesa, che non temessi le papali maledizioni, donò loro Nocera nel Regno, acciò che, avendo uno proprio refugio, potessero con maggiore securità servirlo.
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Era venuto al pontificato Innocenzio IV; il quale, temendo di Federigo, se ne andò a Genova, e di quivi in Francia; dove ordinò uno concilio, a Lione, al quale Federigo deliberò di andare.
Ma fu ritenuto dalla rebellione di Parma; dalla impresa della quale sendo ributtato, se ne andò in Toscana, e di quivi in Sicilia, dove si morì.
E lasciò in Svevia Currado suo figliuolo, e in Puglia Manfredi, nato di concubina, il quale aveva fatto duca di Benevento.
Venne Currado per la possessione del Regno, e arrivato a Napoli si morì; e di lui rimase Curradino piccolo, che si trovava nella Magna.
Pertanto Manfredi, prima, come tutore di Curradino, occupò quello stato; di poi, dando nome che Curradino era morto, si fece re, contro alla voglia del Papa e de' Napoletani, i quali fece acconsentire per forza.
Mentre che queste cose nel Regno si travagliavano, seguirono in Lombardia assai movimenti intra la parte guelfa e ghibellina.
Per la guelfa era uno legato del Papa; per la ghibellina Ecelino, il quale possedeva quasi tutta la Lombardia di là dal Po.
E perché, nel trattare la guerra, se gli ribellò Padova, fece morire dodici mila Padovani; e lui, avanti che la guerra terminasse, fu morto, che era di età di ottanta anni; dopo la cui morte tutte le terre possedute da lui diventorono libere.
Seguitava Manfredi re di Napoli le inimicizie contro alla Chiesa secondo i suoi antinati, e tenea il Papa, che si chiamava Urbano IV, in continue angustie; tanto che il Pontefice, per domarlo, gli convocò la crociata contro, e ne andò ad aspettare le genti a Perugia.
E parendogli che le genti venissero poche, deboli e tarde, pensò che a vincere Manfredi bisognassero più certi aiuti; e si volse per i favori in Francia, e creò re di Sicilia e di Napoli Carlo d'Angiò, fratello di Lodovico re di Francia, e lo citò a venire in Italia a pigliare quel regno.
Ma prima che Carlo venisse a Roma, il Papa morì, e fu fatto in suo luogo Clemente IV; al tempo del quale, Carlo, con trenta galee, venne ad Ostia, e ordinò che l'altre sue genti venissero per terra.
E nel dimorare che fece in Roma, i Romani, per gratificarselo, lo feciono senatore, e il Papa lo investì del Regno, con obligo che dovesse pagare ciascuno anno alla Chiesa cinquanta milia fiorini; e fece uno decreto che per lo avvenire né Carlo né altri che tenessero quel regno non potessero essere imperadori.
E andato Carlo contro a Manfredi, lo ruppe e ammazzò, propinquo a Benevento, e s'insignorì di Sicilia e del Regno.
Ma Curradino, a cui per testamento del padre si apparteneva quello stato, ragunata assai gente nella Magna, venne in Italia contro a Carlo, con il quale combatté a Tagliacozzo; e fu prima rotto, e poi, fuggendosi sconosciuto, fu preso e morto.
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Stette la Italia quieta, tanto che successe al pontificato Adriano V.
E stando Carlo a Roma, e quella governando per lo ufizio che gli aveva del senatore, il Papa non poteva sopportare la sua potenza, e se ne andò ad abitare a Viterbo, e sollecitava Ridolfo imperadore a venire in Italia contro a Carlo.
E così i pontefici, ora per carità della religione, ora per loro propria ambizione, non cessavano di chiamare in Italia umori nuovi e suscitare nuove guerre; e poi ch'eglino avieno fatto potente uno principe, se ne pentivano, e cercavano la sua rovina; né permettevano che quella provincia la quale per loro debolezza non potevano possedere, che altri la possedesse.
E i principi ne temevano, perché sempre, o combattendo o fuggendo, vincevono; se con qualche inganno non erano oppressi, come fu Bonifazio VIII e alcuni altri, i quali, sotto colore d'amicizia, furono dagli imperadori presi.
Non venne Ridolfo in Italia, sendo ritenuto dalla guerra che aveva con il re di Buemia.
In quel mezzo morì Adriano, e fu creato pontefice Niccolao III di casa Orsina, uomo audace e ambizioso; il quale pensò, ad ogni modo, di diminuire la potenza di Carlo; e ordinò che Ridolfo imperadore si dolesse che Carlo teneva uno governatore in Toscana rispetto alla parte guelfa, che era stata da lui, dopo la morte di Manfredi, in quella provincia rimessa.
Cedette Carlo allo Imperadore, e ne trasse i suoi governatori; e il Papa vi mandò un suo nipote cardinale per governatore dello Imperio; tale che lo Imperadore, per questo onore fattogli, restituì alla Chiesa la Romagna, stata da' suoi antecessori tolta a quella, e il Papa fece duca di Romagna Bertoldo Orsino.
E parendogli essere diventato potente da potere mostrare il viso a Carlo, lo privò dello ufizio del senatore, e fece uno decreto che niuno di stirpe regia potesse essere più senatore in Roma.
Aveva in animo ancora di torre la Sicilia a Carlo, e mosse, a questo fine, secretamente pratica con Pietro re di Ragona, la quale poi, al tempo del suo successore, ebbe effetto.
Disegnava ancora fare di casa sua duoi re, l'uno in Lombardia, l'altro in Toscana, la potenza de' quali defendesse la Chiesa da' Tedeschi che volessero venire in Italia, e da i Franzesi che erano nel Regno.
Ma con questi pensieri si morì; e fu il primo de' papi che apertamente mostrasse la propria ambizione, e che disegnasse, sotto colore di fare grande la Chiesa, onorare e benificare i suoi.
E come da questi tempi indietro non si è mai fatta menzione di nipoti o di parenti di alcuno pontefice, così per lo avvenire ne fia piena la istoria, tanto che noi ci condurreno a' figliuoli; né manca altro a tentare a' pontefici se non che, come eglino hanno disegnato, infino a' tempi nostri, di lasciargli principi, così, per lo avvenire, pensino di lasciare loro il papato ereditario.
Bene è vero che, per infino a qui, i principati ordinati da loro hanno avuta poca vita, perché il più delle volte i pontefici, per vivere poco tempo, o ei non forniscono di piantare le piante loro, o, se pure le piantano, le lasciano con sì poche e deboli barbe, che al primo vento, quando è mancata quella virtù che le sostiene, si fiaccano.
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Successe a costui Martino IV, il quale, per essere di nazione francioso, favorì le parti di Carlo; in favore del quale, Carlo mandò in Romagna, che se gli era ribellata, sue genti; ed essendo a campo a Furlì, Guido Bonatto astrologo ordinò che, in un punto dato da lui, il popolo gli assaltasse; in modo che tutti i Franciosi vi furono presi e morti.
In questo tempo si mandò ad effetto la pratica mossa da papa Niccolao con Pietro re di Aragona; mediante la quale i Siciliani ammazzorono tutti i Franciosi che si trovorono in quella isola; della quale Pietro si fece signore, dicendo appartenersegli per avere per moglie Gostanza figliuola di Manfredi.
Ma Carlo, nel riordinare la guerra per la recuperazione di quella, si morì; e rimase di lui Carlo II, il quale in quella guerra era rimaso prigione in Sicilia, e per essere libero promisse di ritornare prigione, se infra tre anni non aveva impetrato dal Papa che i reali di Aragona fussero investiti del regno di Sicilia.
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Ridolfo imperadore, in cambio di venire in Italia per rendere allo Imperio la riputazione in quella, vi mandò un suo oratore, con autorità di potere fare libere tutte quelle città che si ricomperassero, onde che molte città si ricomperorono, e con la libertà mutorono modo di vivere.
Adulfo di Sassonia successe allo Imperio, e al pontificato Pietro del Murrone, che fu nominato papa Celestino; il quale, sendo eremita e pieno di santità, dopo sei mesi renunziò al pontificato; e fu eletto Bonifazio VIII.
I cieli (i quali sapevono come e' doveva venire tempo che i Franciosi e i Tedeschi si allargherebbono da Italia e che quella provincia resterebbe in mano, al tutto, degli Italiani) acciò che il papa, quando mancasse degli ostacoli oltramontani, non potesse né fermare né godere la potenza sua, feciono crescere in Roma due potentissime famiglie, Colonnesi e Orsini, acciò che, con la potenza e propinquità loro, tenessero il pontificato infermo.
Onde che papa Bonifazio, il quale cognosceva questo, si volse a volere spegnere i Colonnesi, e oltre allo avergli scomunicati, bandì loro la crociata contro.
Il che, se bene offese alquanto loro, li offese più la Chiesa; perché quella arme la quale per carità della fede aveva virtuosamente adoperato, come si volse, per propria ambizione, ai cristiani, cominciò a non tagliare; e così il troppo desiderio di sfogare il loro appetito faceva che i pontefici, a poco a poco, si disarmavano.
Privò, oltra di questo, duoi che di quella famiglia erano cardinali, del cardinalato.
E fuggendo Sarra, capo di quella casa, davanti a lui, scognosciuto, fu preso da corsali catelani, e messo al remo; ma cognosciuto di poi, a Marsilia, fu mandato al re Filippo di Francia, il quale era stato da Bonifazio scomunicato e privo del regno.
E considerando Filippo come nella guerra aperta contro a' pontefici, o e' si rimaneva perdente, o e' vi si correva assai pericoli, si volse agl'inganni; e simulato di voler fare accordo con il Papa, mandò Sarra in Italia secretamente.
Il quale, arrivato in Alagna, dove era il Papa, convocati di notte suoi amici, lo prese; e benché, poco di poi, da il popolo d'Alagna fusse liberato, nondimeno, per il dolore di quella ingiuria, rabbioso morì.
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Fu Bonifazio ordinatore del giubileo, nel 1300, e provide che ogni cento anni si celebrasse.
In questi tempi seguirono molti travagli tra le parti guelfe e ghibelline; e per essere stata abbandonata Italia dagli imperadori, molte terre diventorono libere, e molte furono dai tiranni occupate.
Restituì papa Benedetto a' cardinali Colonnesi il cappello, e Filippo re di Francia ribenedisse.
A costui successe Clemente V, il quale, per essere francioso, ridusse la corte in Francia, ne l'anno 1305.
In quel mezzo Carlo II re di Napoli morì; al quale successe Ruberto suo figliuolo; e allo Imperio era pervenuto Arrigo di Luzimborgo, il quale venne a Roma per coronarsi, non ostante che il Papa non vi fusse.
Per la cui venuta seguirono assai movimenti in Lombardia; perché rimesse nelle terre tutti i fuori usciti, o guelfi o ghibellini che fussero; di che ne seguì che, cacciando l'uno l'altro, si riempié quella provincia di guerra; a che lo Imperadore non potette, con ogni suo sforzo, obviare.
Partito costui di Lombardia, per la via di Genova se ne venne a Pisa, dove s'ingegnò di tòrre la Toscana al re Ruberto; e non faccendo alcun profitto, se ne andò a Roma; dove stette pochi giorni, perché dagli Orsini, con il favore del re Ruberto, ne fu cacciato; e ritornossi a Pisa; e per fare più securamente guerra alla Toscana, e trarla dal governo del re Ruberto, lo fece assaltare da Federigo re di Sicilia.
Ma quando egli sperava, in un tempo, occupare la Toscana e torre al re Ruberto lo stato, si morì.
Al quale successe nello Imperio Lodovico di Baviera.
In quel mezzo pervenne al papato Giovanni XXII; al tempo del quale lo Imperadore non cessava di perseguitare i Guelfi e la Chiesa, la quale in maggior parte da il re Ruberto e dai Fiorentini era difesa.
Donde nacquero assai guerre, fatte in Lombardia dai Visconti contro ai Guelfi, e in Toscana da Castruccio da Lucca contro ai Fiorentini.
Ma perché la famiglia de' Visconti fu quella che dette principio alla ducea di Milano, uno de' cinque principati che di poi governorono la Italia, mi pare da replicare da più alto luogo la loro condizione.
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Poi che seguì, in Lombardia, la lega di quelle città delle quali di sopra facemmo menzione, per difendersi da Federigo Barbarossa, Milano, ristorato che fu dalla rovina sua, per vendicarsi delle ingiurie ricevute, si congiunse con quella lega, la quale raffrenò il Barbarossa e tenne vive in Lombardia, un tempo, le parti della Chiesa; e ne' travagli di quelle guerre che allora seguirono, diventò in quella città potentissima la famiglia di quelli della Torre; della quale sempre crebbe la reputazione, mentre che gli imperadori ebbono in quella provincia poca autorità.
Ma venendo Federigo II in Italia, e diventata la parte ghibellina, per la opera di Ecelino, potente, nacquono in ogni città umori ghibellini; donde che, in Milano, di quelli che tenevano la parte ghibellina fu la famiglia de' Visconti, la quale cacciò quelli della Torre di Milano.
Ma poco stettano fuora, ché, per accordi fatti intra lo Imperadore e il Papa, furono restituiti nella patria loro.
Ma sendone andato il Papa con la corte in Francia, e venendo Arrigo di Luzimborgo in Italia per andare per la corona a Roma, fu ricevuto, in Milano, da Maffeo Visconti e Guido della Torre, i quali allora erano i capi di quelle famiglie.
Ma disegnando Maffeo servirsi dello Imperadore per cacciare Guido, giudicando la impresa facile per essere quello di contraria fazione allo Imperio, prese occasione dai rammarichii che il popolo faceva per i sinistri portamenti de' Tedeschi; e cautamente andava dando animo a ciascuno, e gli persuadeva a pigliare l'armi e levarsi da dosso la servitù di quegli barbari.
E quando gli parve avere disposta la materia a suo proposito, fece, per alcuno suo fidato, nascere uno tumulto, sopra il quale tutto il popolo prese l'armi contro al nome tedesco.
Né prima fu mosso lo scandolo che Maffeo con gli suoi figliuoli e tutti li suoi partigiani si trovorono in arme; e corsono ad Arrigo, significandogli come questo tumulto nasceva da quelli della Torre, i quali, non contenti di stare in Milano privatamente, avevono presa occasione di volerlo spogliare, per gratificarsi i Guelfi di Italia e diventare principi di quella città ma che stesse di buono animo, ché loro, con la loro parte quando si volesse difendere, erano per salvarlo in ogni modo.
Credette Arrigo essere vere tutte le cose dette da Maffeo, e ristrinse le sue forze con quelle de' Visconti, e assalì quelli della Torre, i quali erano corsi in più parti della città per fermare i tumulti; e quegli che poterono avere ammazzorono, e gli altri, spogliati delle loro sustanze, mandorono in esilio.
Restato adunque Maffeo Visconti come principe in Milano, rimasono, dopo lui, Galeazzo e Azzo; e dopo costoro, Luchino e Giovanni.
Diventò Giovanni arcivescovo in quella città; e di Luchino, il quale morì avanti a lui, rimasero Bernabò e Galeazzo; ma morendo ancora, poco di poi, Galeazzo, rimase di lui Giovan Galeazzo, detto Conte di Virtù.
Costui, dopo la morte dello Arcivescovo, con inganno ammazzò Bernabò suo zio e restò solo principe di Milano; il quale fu il primo che avesse il titulo di duca.
Di costui rimase Filippo e Giovanmariagnolo; il quale sendo morto da il popolo di Milano, rimase lo stato a Filippo, del quale non rimase figliuoli maschi; donde che quello stato si transferì dalla casa de' Visconti a quella degli Sforzeschi, nel modo e per le ragioni che nel suo luogo si narreranno.
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Ma tornando donde io mi parti', Lodovico imperadore, per dare riputazione alla parte sua e per pigliare la corona, venne in Italia; e trovandosi in Milano, per avere cagione di trarre danari da' Milanesi, mostrò di lasciargli liberi, e misse i Visconti in prigione; di poi, per mezzo di Castruccio da Lucca, gli liberò; e andato a Roma, per potere più facilmente perturbare la Italia, fece Piero della Corvara antipapa; con la reputazione del quale, e con la forza de' Visconti, disegnava tenere inferme le parti contrarie di Toscana e di Lombardia.
Ma Castruccio morì; la quale morte fu cagione del principio della sua rovina; perché Pisa e Lucca se gli ribellorono, e i Pisani mandorono l'Antipapa prigione al Papa in Francia; in modo che lo Imperadore, disperato delle cose di Italia, se ne tornò nella Magna.
Né fu prima partito costui, che Giovanni re di Buemia venne in Italia, chiamato da' Ghibellini di Brescia, e si insignorì di quella e di Bergamo.
E perché questa venuta fu di consentimento del Papa, ancora che fingesse il contrario, il legato di Bologna lo favoriva, giudicando che questo fusse buono rimedio, a provedere che lo Imperadore non tornasse in Italia.
Per il quale partito la Italia mutò condizione, perché i Fiorentini e il re Ruberto, vedendo che il Legato favoriva le imprese de' Ghibellini, diventorono nimici di tutti quelli di chi il Legato e il re di Buemia era amico; e sanza avere riguardo a parti guelfe e ghibelline, si unirono molti principi con loro, intra i quali furono i Visconti, quegli della Scala, Filippo Gonzaga mantovano, quegli da Carrara, quegli da Esti.
Donde che il Papa gli scomunicò tutti e il Re per timore di questa lega, se ne andò, per ragunare più forze, a casa; e tornato di poi in Italia con più gente, gli riuscì nondimeno la impresa difficile; tanto che, sbigottito, con dispiacere del Legato, se ne tornò in Buemia; e lasciò solo guardato Reggio e Modona, e a Marsilio e Piero de' Rossi raccomandò Parma, i quali erano in quella città potentissimi.
Partito costui, Bologna si accostò con la lega, e i collegati si divisono infra loro le quattro città che restavano nella parte della Chiesa; e convennono che Parma pervenisse a quelli della Scala, Reggio a' Gonzaga, Modona a quelli da Esti, e Lucca ai Fiorentini.
Ma nelle imprese di queste terre seguirono molte guerre, le quali furono poi, in buona parte, dai Viniziani composte.
E' parrà forse ad alcuno cosa non conveniente che, infra tanti accidenti seguiti in Italia, noi abbiamo differito tanto a ragionare de' Viniziani, sendo la loro una repubblica che, per ordine e per potenza, debbe essere sopra ogni altro principato di Italia celebrata; ma perché tale ammirazione manchi, intendendosene la cagione, io mi farò indietro assai tempo, acciò che ciascuno intenda quali fussero i principii suoi, e perché differirono tanto tempo nelle cose di Italia a travagliarsi.
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Campeggiando Attila re degli Unni Aquileia, gli abitatori di quella, poi che si furono difesi molto tempo, disperati della salute loro, come meglio poterono, con le loro cose mobili, sopra molti scogli, i quali erano, nella punta del mare Adriatico disabitati, si rifuggirono.
I Padovani ancora, veggendosi il fuoco propinquo, e temendo che, vinta Aquileia, Attila non venisse a trovargli, tutte le loro cose mobili di più valore portorono dentro al medesimo mare, in uno luogo detto Rivo alto; dove mandorono ancora le donne, i fanciugli e i vecchi loro e la gioventù riserborono in Padova, per difenderla.
Oltre a di questi, quegli di Monselice, con gli abitatori de' colli allo intorno, spinti da il medesimo terrore, sopra scogli del medesimo mare ne andorono.
Ma presa Aquileia, e avendo Attila guasta Padova, Monselice, Vicenza e Verona, quelli di Padova, e i più potenti, si rimasero ad abitare le paludi che erano intorno a Rivo alto.
Medesimamente tutti i popoli allo intorno, di quella provincia che anticamente si chiama Vinezia, cacciati dai medesimi accidenti, in quelle paludi si ridussero.
Così, constretti da necessità lasciorono luoghi amenissimi e fertili, e in sterili, deformi, e privi di ogni commodità abitorono.
E per essere assai popoli in un tratto ridotti insieme, in brevissimo tempo feciono quelli luoghi, non solo abitabili, ma dilettevoli; e constituite infra loro leggi e ordini, intra tante rovine di Italia, sicuri si godevano.
E in breve tempo crebbero in riputazione e forze; perché, oltre ai predetti abitatori, vi rifuggirono molti delle città di Lombardia, cacciati massime dalle crudeltà di Clefi re de' Longobardi; il che non fu di poco augumento a quella città, tanto che a' tempi di Pipino re di Francia quando, per i prieghi del Papa, venne a cacciare i Longobardi di Italia, nelle convenzioni che seguirono intra lui e lo Imperadore de' Greci fu che il duca di Benevento e i Viniziani non ubbidissino né all'uno né all'altro, ma, di mezzo, la loro libertà si godessero.
Oltre a di questo, come la necessità gli aveva condotti ad abitare dentro alle acque, così gli forzava a pensare, non si valendo della terra, di potervi onestamente vivere, e andando con i loro navigi per tutto il mondo, la città loro di varie mercanzie riempievano; delle quali avendo bisogno gli altri uomini, conveniva che in quel luogo frequentemente concorressero.
Né pensorono per molti anni ad altro dominio che a quello che facesse il travagliare delle mercanzie loro più facile; e però acquistorono assai porti in Grecia e in Sorìa, e ne' passaggi che i Franciosi feciono in Asia, perché si servirono assai de' loro navigi, fu consegnato loro in premio l'isola di Candia.
E mentre vissono in questa forma, il nome loro in mare era terribile, e dentro, in Italia venerando di modo che di tutte le controversie che nascevano il più delle volte erano arbitri; come intervenne nelle differenze nate intra i collegati per conto di quelle terre che tra loro si avevano divise, che, rimessa la causa ne' Viniziani, rimase a' Visconti Bergamo e Brescia.
Ma avendo loro, con il tempo, occupata Padova, Vicenza, e Trevigi, e di poi Verona, Bergamo e Brescia, e nel Reame e in Romagna molte città, cacciati dalla cupidità del dominare, vennono in tanta opinione di potenza, che, non solamente a' principi italiani, ma ai re oltramontani erano in terrore; onde, congiurati quelli contro a di loro, in uno giorno fu tolto loro quello stato che si avevano in molti anni con infinito spendio guadagnato; e benché ne abbiano, in questi nostri ultimi tempi; riacquistato parte, non avendo riacquistata né la reputazione né le forze, a discrezione d'altri, come tutti gli altri principi italiani, vivono.
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Era pervenuto al pontificato Benedetto XII, e parendogli avere perduto in tutto la possessione di Italia, e temendo che Lodovico imperadore non se ne facesse signore, deliberò di farsi amici in quella tutti coloro che avevano usurpato le terre che solevono allo imperadore ubbidire, acciò che avessero cagione di temere dello Imperio e di ristrignersi seco alla difesa di Italia; e fece uno decreto che tutti i tiranni di Lombardia possedessero le terre che si avevano usurpate, con giusto titulo.
Ma sendo in questa concessione morto il Papa e rifatto Clemente VI, e vedendo lo Imperadore con quanta liberalità il Pontefice aveva donate le terre dello Imperio, per non essere ancora egli meno liberale delle cose d'altri che si fussi stato il Papa, donò a tutti quegli che nelle terre della Chiesa erano tiranni le terre loro, acciò che con la autorità imperiale le possedessero.
Per la qual cosa Galeotto Malatesti e i frategli diventorono signori di Rimino, di Pesero e di Fano, Antonio da Montefeltro della Marca e di Urbino, Gentile da Varano di Camerino, Guido di Polenta di Ravenna, Sinibaldo Ordelaffi di Furlì e Cesena, Giovanni Manfredi di Faenza, Lodovico Alidosi di Imola; e oltre a questi in molte altre terre molti altri, in modo che di tutte le terre della Chiesa poche ne rimasono senza principe.
La qual cosa infino ad Alessandro VI tenne la Chiesa debole; il quale, ne' nostri tempi, con la rovina de' discendenti di costoro, le rendé l'autorità sua.
Trovavasi lo Imperadore, quando fece questa concessione, a Trento; e dava nome di volere passare in Italia; donde seguirono guerre assai in Lombardia, per le quali i Visconti si insignorirono di Parma.
Nel qual tempo Ruberto re di Napoli morì, e rimasono di lui solo due nipote, nate di Carlo suo figliuolo, il quale più tempo innanzi era morto; e lasciò che la maggiore, chiamata Giovanna, fusse erede del Regno, e che la prendesse per marito Andrea, figliuolo del re di Ungheria, suo nipote.
Non stette Andrea con quella molto, che fu fatto da lei morire, e si maritò ad uno altro suo cugino, principe di Taranto, chiamato Lodovico.
Ma Lodovico re di Ungheria e fratello di Andrea, per vendicare la morte di quello, venne con gente in Italia, e cacciò la reina Giovanna e il marito del Regno.
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In questo tempo seguì a Roma una cosa memorabile, che uno Niccolò di Lorenzo, cancelliere in Campidoglio, cacciò i senatori di Roma, e si fece, sotto titulo di tribuno, capo della republica romana; e quella nella antica forma ridusse, con tanta reputazione di iustizia e di virtù, che non solamente le terre propinque, ma tutta Italia gli mandò ambasciadori; di modo che le antiche provincie, vedendo come Roma era rinata, sollevorono il capo, e alcune mosse da la paura, alcune dalla speranza, l'onoravano.
Ma Niccolò, non ostante tanta reputazione, se medesimo ne' suoi primi principii abbandonò; perché, invilito sotto tanto peso, sanza essere da alcuno cacciato, celatamente si fuggì, e ne andò a trovare Carlo re di Buemia, il quale, per ordine del Papa, in dispregio di Lodovico di Baviera, era stato eletto imperadore.
Costui, per gratificarsi il Pontefice, gli mandò Niccolò prigione.
Seguì di poi, dopo alcuno tempo, che, ad imitazione di costui, uno Francesco Baroncegli occupò a Roma il tribunato, e ne cacciò i senatori: tanto che il Papa, per il più pronto remedio a reprimerlo, trasse di prigione Niccolò, e lo mandò a Roma, e rendégli l'ufficio del tribuno; tanto che Niccolò riprese lo stato e fece morire Francesco.
Ma sendogli diventati nimici i Colonnesi, fu ancora esso, non dopo molto tempo, morto, e restituito l'ufficio ai senatori.
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In questo mezzo il Re di Ungheria, cacciata che gli ebbe la regina Giovanna, se ne tornò nel suo regno; ma il Papa, che desiderava piuttosto la Reina propinqua a Roma che quel re, operò in modo che fu contento restituirle il Regno, pure che Lodovico suo marito, contento del titulo di Taranto, non fusse chiamato re.
Era venuto l'anno 1350, sì che al Papa parve che il giubileo, ordinato da papa Bonifazio VIII per ogni cento anni, si potesse a cinquanta anni ridurre, e fattolo per decreto, i Romani, per questo benifizio, furono contenti che mandassi a Roma quattro cardinali a riformare lo stato della città, e fare secondo la sua volontà i senatori.
Il Papa ancora pronunziò Lodovico di Taranto re di Napoli; donde che la reina Giovanna, per questo benifizio, dette alla Chiesa Avignone, che era di suo patrimonio.
Era, in questi tempi, morto Luchino Visconti, donde solo Giovanni arcivescovo di Milano era restato signore; il quale fece molta guerra alla Toscana e a' suoi vicini, tanto che diventò potentissimo.
Dopo la morte del quale rimasono Bernabò e Galeazzo suoi nipoti; ma poco di poi morì Galeazzo, e di lui rimase Giovangaleazzo, il quale si divise con Bernabò quello stato.
Era in questi tempi, imperadore Carlo re di Buemia, e pontefice Innocenzio VI, il quale mandò in Italia Egidio cardinale di nazione spagnuolo, il quale con la sua virtù, non solamente in Romagna e in Roma, ma per tutta Italia aveva renduta la reputazione alla Chiesa: recuperò Bologna, che dallo arcivescovo di Milano era stata occupata; constrinse i Romani ad accettare uno senatore forestiero, il quale ciascuno anno vi dovesse dal papa essere mandato; fece onorevoli accordi con i Visconti; roppe e prese Giovanni Auguto inghilese, il quale con quattromila Inghilesi in aiuto de' Ghibellini militava in Toscana.
Onde che succedendo al pontificato Urbano V, poi che gl'intese tante vittorie, deliberò vicitare Italia e Roma, dove ancora venne Carlo imperadore; e dopo pochi mesi Carlo si tornò nel regno, e il Papa in Avignone.
Dopo la morte di Urbano, fu creato Gregorio XI; e perché gli era ancora morto il cardinale Egidio, la Italia era tornata nelle sue antiche discordie, causate dai popoli collegati contro ai Visconti, tanto che il Papa mandò prima uno legato in Italia con seimilia Brettoni, di poi venne egli in persona, e ridusse la corte a Roma nel 1376, dopo settantuno anno che la era stata in Francia.
Ma seguendo la morte di quello, fu rifatto Urbano VI, e poco di poi, a Fondi, da dieci cardinali che dicevano Urbano non essere bene eletto, fu creato Clemente VII.
I Genovesi, in questi tempi, i quali più anni erano vivuti sotto il governo de' Visconti, si ribellorono; e intra loro e i Viniziani, per Tenedo insula, nacquero guerre importantissime, per le quali si divise tutta Italia; nella quale guerra furono prima vedute le artiglierie, strumento nuovo trovato dai Tedeschi.
E benché i Genovesi fussero un tempo superiori, e che più mesi tenessero assediata Vinegia, nondimeno, nel fine della guerra, i Viniziani rimasono superiori, e per mezzo del Pontefice feciono la pace, negli anni 1381.
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Era nata, come abbiamo detto, scisma nella Chiesa; onde che la reina Giovanna favoriva il papa scismatico; per la qual cosa Urbano fece fare contro a di lei la impresa del Regno a Carlo di Durazzo, disceso de' reali di Napoli; il quale, venuto, le tolse lo stato e si insignorì del Regno; ed ella se ne fuggì in Francia.
Il re di Francia, per questo sdegnato, mandò Lodovico d'Angiò in Italia per recuperare il Regno alla Reina, e cacciare Urbano di Roma e insignorirne l'Antipapa.
Ma Lodovico, nel mezzo di questa impresa, morì, e le sue genti, rotte, se ne tornorono in Francia.
Il Papa, in questo mezzo, se ne andò a Napoli, dove pose in carcere nove cardinali per avere seguitata la parte di Francia e dello Antipapa.
Di poi si sdegnò con il Re, perché non volle fare uno suo nipote principe di Capua; e fingendo non se ne curare, lo richiese gli concedesse Nocera per sua abitazione; dove poi si fece forte, e si preparava di privare il Re del Regno.
Per la qual cosa il Re vi andò a campo, e il Papa se ne fuggì a Genova, dove fece morire quelli cardinali che aveva prigioni.
Di quivi se ne andò a Roma, e per farsi reputazione creò ventinove cardinali.
In questo tempo Carlo re di Napoli ne andò in Ungheria, dove fu fatto re, e poco di poi fu morto; e a Napoli lasciò la moglie con Ladislao e Giovanna suoi figliuoli.
In questo tempo ancora Giovangaleazzo Visconti aveva morto Bernabò suo zio e preso tutto lo stato di Milano, e non gli bastando essere diventato duca di tutta la Lombardia, voleva ancora occupare la Toscana; ma quando e' credeva prenderne il dominio, e di poi coronarsi re di Italia, morì.
Ad Urbano VI era succeduto Bonifazio IX.
Morì ancora in Avignone l'antipapa Clemente VII, e fu rifatto Benedetto XIII.
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Erano in Italia, in questi tempi, soldati assai, inghilesi, tedeschi e brettoni, condotti parte da quelli principi i quali in varii tempi erano venuti in Italia, parte stati mandati dai pontefici quando erano in Avignone.
Con questi tutti i principi italiani feciono più tempo le loro guerre, infino che surse Lodovico da Conio romagnolo, il quale fece una compagnia di soldati italiani, intitolata in San Giorgio; la virtù e la disciplina del quale in poco tempo tolse la reputazione alle armi forestiere, e ridussela negli Italiani, de' quali poi i principi di Italia, nelle guerre che facevano insieme, si valevano.
Il Papa, per discordia avuta con i Romani, se ne andò a Scesi; dove stette tanto che venne il giubileo del 1400; nel quale tempo i Romani acciò che tornasse in Roma per utilità di quella città, furono contenti accettare di nuovo uno senatore forestiero mandato da lui, e gli lasciorono fortificare Castel Santo Agnolo, e con queste condizioni ritornato, per fare più ricca la Chiesa, ordinò che ciascuno, nelle vacanze de' beneficii, pagasse una annata alla Camera.
Dopo la morte di Giovan Galeazzo duca di Milano, ancora che lasciasse duoi figliuoli, Giovanmariagnolo e Filippo, quello stato si divise in molte parti; e ne' travagli che vi seguirono, Giovanmaria fu morto e Filippo stette un tempo rinchiuso nella rocca di Pavia, dove, per fede e virtù di quello castellano si salvò.
E intra gli altri che occuporono delle città possedute dal padre loro, fu Guglielmo della Scala, il quale, fuoruscito, si trovava nelle mani di Francesco da Carrara signore di Padova; per il mezzo del quale riprese lo stato di Verona, dove stette poco tempo, perché, per ordine di Francesco, fu avvelenato, e toltogli la città.
Per la qual cosa i Vicentini, che sotto le insegne de' Visconti erano vivuti sicuri, temendo della grandezza del signore di Padova, si dierono a' Viniziani; mediante i quali i Viniziani presono la guerra contro a di lui, e prima gli tolsono Verona, e di poi Padova.
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In questo mezzo Bonifazio papa morì, e fu eletto Innocenzio VII; al quale il popolo di Roma supplicò che dovesse rendergli le fortezze e restituirgli la sua libertà; a che il Papa non volle acconsentire; donde che il popolo chiamò in suo aiuto Ladislao re di Napoli.
Di poi, nato intra loro accordo, il Papa se ne tornò a Roma, che per paura del popolo se ne era fuggito a Viterbo dove aveva fatto Lodovico suo nipote conte della Marca.
Morì di poi, e fu creato Gregorio XII, con obligo che dovesse renunziare al papato, qualunche volta ancora l'Antipapa renunziasse.
E per conforto de' cardinali, per fare pruova se la Chiesa si poteva riunire, Benedetto antipapa venne a Porto Venere, e Gregorio a Lucca, dove praticorono cose assai e non ne conclusono alcuna, di modo che i cardinali dell'uno e dell'altro papa gli abbandonorono, e dei papi, Benedetto se ne andò in Ispagna e Gregorio a Rimini.
I cardinali dall'altra parte, con il favore di Baldassare Cossa cardinale e legato di Bologna, ordinorono uno concilio a Pisa dove creorono Alessandro V, il quale, subito, scomunicò il re Ladislao e investì di quel regno Luigi d'Angiò; e insieme con i Fiorentini, Genovesi e Viniziani, e con Baldassare Cossa legato, assaltorono Ladislao, e gli tolsono Roma.
Ma nello ardore di questa guerra morì Alessandro, e fu creato papa Baldassare Cossa, che si fece chiamare Giovanni XXIII.
Costui partì da Bologna, dove fu creato, e ne andò a Roma, dove trovò Luigi d'Angiò, che era venuto con la armata di Provenza; e venuti alla zuffa con Ladislao, lo ruppono.
Ma per difetto de' condottieri non poterono seguire la vittoria; in modo che il Re, dopo poco tempo, riprese le forze, e riprese Roma; e il Papa se ne fuggì a Bologna, e Luigi in Provenza.
E pensando il Papa in che modo potesse diminuire la potenza di Ladislao, operò che Sigismondo re di Ungheria fusse eletto imperadore e lo confortò a venire in Italia, e con quello si abboccò a Mantova; e convennono di fare uno concilio generale, nel quale si riunisse la Chiesa; la quale, unita, facilmente potrebbe opporsi alle forze de' suoi nemici.
36
Erano, in quel tempo, tre papi, Gregorio, Benedetto e Giovanni; i quali tenevano la Chiesa debile e sanza reputazione.
Fu eletto il luogo del concilio Gostanza, città della Magna, fuora della intenzione di papa Giovanni; e benché fusse, per la morte del re Ladislao, spenta la cagione che fece al Papa muovere la pratica del concilio, nondimeno, per essersi obligato, non potette rifiutare lo andarvi; e condotto a Gostanza, dopo non molti mesi, cognoscendo tardi lo errore suo, tentò di fuggirsi; per la qual cosa fu messo in carcere, e constretto rifiutare il papato.
Gregorio, uno degli antipapi ancora, per uno suo mandato, rinunziò; e Benedetto, l'altro antipapa, non volendo rinunziare, fu condennato per eretico.
Alla fine, abbandonato dai suoi cardinali, fu constretto ancora egli a rinunziare; e il Concilio creò pontefice Otto, di casa Colonna, chiamato di poi papa Martino V.
E così la Chiesa si unì, dopo quaranta anni che l'era stata in più pontefici divisa.
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Trovavasi, in questi tempi, come abbiamo detto, Filippo Visconti nella rocca di Pavia; ma venendo a morte Fazino Cane, il quale ne' travagli di Lombardia si era insignorito di Vercelli, Alessandria, Novara e Tortona, e aveva ragunate assai ricchezze, non avendo figliuoli, lasciò erede degli stati suoi Beatrice sua moglie, e ordinò con i suoi amici operassero in modo che la si maritasse a Filippo.
Per il quale matrimonio diventato Filippo potente, riacquistò Milano e tutto lo stato di Lombardia.
Di poi, per essere grato de' benefizi grandi, come sono quasi sempre tutti i principi, accusò Beatrice sua moglie di stupro, e la fece morire.
Diventato pertanto potentissimo, cominciò a pensare alle guerre di Toscana, per seguire i disegni di Giovan Galeazzo suo padre.
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Aveva Ladislao re di Napoli, morendo, lasciato a Giovanna sua sirocchia, oltre al Regno, uno grande esercito, capitanato dai principali condottieri di Italia, intra i primi de' quali era Sforza da Cotignuola reputato, secondo quelle armi, valoroso.
La Reina, per fuggire qualche infamia di tenersi uno Pandolfello, il quale aveva allevato, tolse per marito Iacopo della Marcia, francioso, di stirpe regale, con queste condizioni, che fussi contento di essere chiamato principe di Taranto, e lasciasse a lei il titolo e il governo del Regno.
Ma i soldati, subito che gli arrivò in Napoli, lo chiamorono re; in modo che intra il marito e la moglie nacquono discordie grandi, e più volte superorono l'uno l'altro; pure, in ultimo, rimase la Reina in istato; la quale diventò poi nimica del Pontefice, onde che Sforza, per condurla in necessità, e che l'avesse a gittarsegli in grembo, rinunziò, fuora di sua opinione, al suo soldo.
Per la qual cosa quella si trovò in un tratto disarmata; e non avendo altri rimedi, ricorse per gli aiuti ad Alfonso re di Ragona e di Sicilia, e lo adottò in figliuolo, e soldò Braccio da Montone, il quale era quanto Sforza nelle armi reputato, e inimico del Papa per avergli occupata Perugia e alcune altre terre della Chiesa.
Seguì di poi la pace intra lei e il Papa, ma il re Alfonso, perché dubitava che ella non trattasse lui come il marito, cercava cautamente insignorirsi delle fortezze; ma quella, che era astuta, lo prevenne, e si fece forte nella rocca di Napoli.
Crescendo adunque intra l'una e l'altro i sospetti, vennono alle armi; e la Reina, con lo aiuto di Sforza, il quale ritornò a' suoi soldi, superò Alfonso, e cacciollo di Napoli, e lo privò della adozione, e adottò Lodovico d'Angiò: donde nacque di nuovo guerra intra Braccio, che aveva seguitate le parti di Alfonso, e Sforza, che favoriva la Reina.
Nel trattare della qual guerra, passando Sforza il fiume di Pescara, affogò; in modo che la Reina di nuovo rimase disarmata; e sarebbe stata cacciata del Regno, se da Filippo Visconti duca di Milano non fusse stata aiutata; il quale constrinse Alfonso a tornarsene in Aragona.
Ma Braccio, non sbigottito per essersi abbandonato Alfonso, seguitò di fare la impresa contro alla Reina; e avendo assediata l'Aquila, il Papa, non giudicando a proposito della Chiesa la grandezza di Braccio, prese a' suoi soldi Francesco figliuolo di Sforza; il quale andò a trovare Braccio a l'Aquila, dove lo ammazzò e ruppe.
Rimase, della parte di Braccio, Oddo suo figliuolo; al quale fu tolta da il Papa Perugia, e lasciato nello stato di Montone.
Ma fu, poco di poi, morto, combattendo in Romagna per i Fiorentini; tale che, di quelli che militavono con Braccio, Niccolò Piccino rimase di più riputazione.
39
Ma perché noi siamo venuti, colla narrazione nostra, propinqui a quelli tempi che io disegnai; perché quanto ne è rimaso a trattare non importa, in maggiore parte, altro che le guerre che ebbono i Fiorentini e i Viniziani con Filippo duca di Milano, le quali si narreranno dove particularmente di Firenze tratteremo; io non voglio procedere più avanti: solo ridurrò brevemente a memoria in quali termini la Italia, e con i principi e con le armi, in quelli tempi dove noi scrivendo siamo arrivati, si trovava.
Degli stati principali, la reina Giovanna II teneva il regno di Napoli; la Marca, il Patrimonio e Romagna, parte delle loro terre ubbidivano alla Chiesa, parte erano dai loro vicari o tiranni occupate: come Ferrara, Modona e Reggio da quelli da Esti; Faenza da e Manfredi; Imola dagli Alidosi; Furlì dagli Ordelaffi; Rimino e Pesero dai Malatesti, e Camerino da quelli da Varano.
Della Lombardia parte ubbidiva al duca Filippo, parte a' Viniziani; perché tutti quelli che tenevano stati particulari in quella erano stati spenti, eccetto che la casa di Gonzaga, la quale signoreggiava in Mantova.
Della Toscana erano la maggiore parte signori i Fiorentini: Lucca solo e Siena con le loro leggi vivevano; Lucca sotto i Guinigi, Siena era libera.
I Genovesi, sendo ora liberi ora servi o de' Reali di Francia o de' Visconti, inonorati vivevano, e intra gli minori potentati si connumeravono.
Tutti questi principali potentati erano di proprie armi disarmati: il duca Filippo, stando rinchiuso per le camere e non si lasciando vedere, per i suoi commissari le sue guerre governava; i Viniziani, come ei si volsono alla terra, si trassono di dosso quelle armi che in mare gli avevano fatti gloriosi, e seguitando il costume degli altri Italiani, sotto l'altrui governo amministravano gli eserciti loro; il Papa per non gli stare bene le armi in dosso sendo religioso, e la reina Giovanna di Napoli per essere femina, facevono per necessità quello che gli altri per mala elezione fatto avevano; i Fiorentini ancora alle medesime necessità ubbidivano, perché, avendo per le spesse divisioni spenta la nobilità, e restando quella republica nelle mani d'uomini nutricati nella mercanzia, seguitavano gli ordini e la fortuna degli altri.
Erano adunque le armi di Italia in mano o de' minori principi o di uomini senza stato; perché i minori principi, non mossi da alcuna gloria, ma per vivere o più ricchi o più sicuri, se le vestivano; quegli altri, per essere nutricati in quelle da piccoli, non sapendo fare altra arte, cercavono in esse, con avere o con potenza, onorarsi.
Intra questi erano allora i più nominati: il Carmignuola, Francesco Sforza, Niccolò Piccino allievo di Braccio, Agnolo della Pergola, Lorenzo e Micheletto Attenduli, il Tartaglia, Iacopaccio, Ceccolino da Perugia, Niccolò da Tolentino, Guido Torello, Antonio dal Ponte ad Era e molti altri simili.
Con questi erano quelli signori de' quali ho di sopra parlato; ai quali si aggiugnevano i baroni di Roma, Orsini e Colonnesi, con altri signori e gentili uomini del Regno e di Lombardia; i quali, stando in su la guerra, avevano fatto come una lega e intelligenza insieme, e riduttala in arte; con la quale in modo si temporeggiavono, che il più delle volte, di quelli che facevano guerra, l'una parte e l'altra perdeva; e in fine la ridussono in tanta viltà che ogni mediocre capitano, nel quale fusse alcuna ombra della antica virtù rinata, gli arebbe, con ammirazione di tutta Italia, la quale per sua poca prudenza gli onorava, vituperati.
Di questi, adunque, oziosi principi e di queste vilissime armi sarà piena la mia istoria.
Alla quale prima che io discenda, mi è necessario, secondo che nel principio promissi, tornare a raccontare della origine di Firenze, e fare a ciascuno largamente intendere quale era lo stato di quella città in questi tempi, e per quali mezzi, intra tanti travagli che per mille anni erano in Italia accaduti, vi era pervenuta.
LIBRO SECONDO
1
Intra gli altri grandi e maravigliosi ordini delle republiche e principati antichi che in questi nostri tempi sono spenti era quello mediante il quale, di nuovo e d'ogni tempo, assai terre e città si edificavano; perché niuna cosa è tanto degna di uno ottimo principe e di una bene ordinata republica, né più utile ad una provincia, che lo edificare di nuovo terre dove gli uomini si possino, per commodità della difesa o della cultura, ridurre; il che quelli potevono facilmente fare, avendo in uso di mandare ne' paesi o vinti o voti nuovi abitatori, i quali chiamavono colonie.
Perché, oltre allo essere cagione questo ordine che nuove terre si edificassero, rendeva il paese vinto al vincitore più securo, e riempieva di abitatori i luoghi voti, e nelle provincie gli uomini bene distribuiti manteneva.
Di che ne nasceva che, abitandosi in una provincia più commodamente, gli uomini più vi multiplicavano, ed erano nelle offese più pronti e nelle difese più sicuri.
La quale consuetudine sendosi oggi per il malo uso delle republiche e de' principi spenta, ne nasce la rovina e la debolezza delle provincie; perché questo ordine solo è quello che fa gli imperii più securi, e i paesi, come è detto, mantiene copiosamente abitati: la securtà nasce perché quella colonia la quale è posta da un principe in uno paese nuovamente occupato da lui è come una rocca e una guardia a tenere gli altri in fede; non si può, oltra di questo, una provincia mantenere abitata tutta, né perservare in quella gli abitatori bene distribuiti, senza questo ordine.
Perché tutti i luoghi in essa non sono o generativi o sani; onde nasce che in questi abbondono gli uomini, negli altri mancano; e se non vi è modo a trargli donde gli abbondono, e porgli dove e' mancano, quella provincia in poco tempo si guasta; perché una parte di quella diventa, per i pochi abitatori, diserta, un'altra, per i troppi, povera.
E perché la natura non può a questo disordine supplire, è necessario supplisca la industria: perché i paesi male sani diventano sani per una moltitudine di uomini che ad un tratto gli occupi; i quali con la cultura sanifichino la terra e con i fuochi purghino l'aria, a che la natura non potrebbe mai provedere.
Il che dimostra la città di Vinegia, posta in luogo paludoso e infermo: nondimeno i molti abitatori che ad un tratto vi concorsono lo renderono sano.
Pisa ancora, per la malignità dell'aria, non fu mai di abitatori ripiena, se non quando Genova e le sue riviere furono dai Saraceni disfatte; il che fece che quelli uomini, cacciati da' terreni patrii, ad un tratto in tanto numero vi concorsono, che feciono quella popolata e potente.
Sendo mancato per tanto quello ordine del mandare le colonie, i paesi vinti si tengono con maggiore difficultà, e i paesi voti mai non si riempiano, e quelli troppo pieni non si alleggeriscono.
Donde molte parti nel mondo, e massime in Italia, sono diventate, rispetto agli antichi tempi, diserte: e tutto è seguito e segue per non essere ne' principi alcuno appetito di vera gloria, e nelle republiche alcuno ordine che meriti di essere lodato.
Nelli antichi tempi, addunque, per virtù di queste colonie, o e' nascevano spesso città di nuovo, o le già cominciate crescevano; delle quali fu la città di Firenze, la quale ebbe da Fiesole il principio e da le colonie lo augumento.
2
Egli è cosa verissima secondo che Dante e Giovanni Villani dimostrano che la città di Fiesole, sendo posta sopra la sommità del monte, per fare che i mercati suoi fussero più frequentati e dare più commodità a quegli che vi volessero con le loro mercanzie venire, aveva ordinato il luogo di quelli, non sopra il poggio, ma nel piano, intra le radice del monte e del fiume d'Arno.
Questi mercati giudico io che fussero cagione delle prime edificazioni che in quelli luoghi si facessero, mossi i mercatanti da il volere avere ricetti commodi a ridurvi le mercanzie loro i quali con il tempo ferme edificazioni diventorono; e di poi, quando i Romani avendo vinti i Cartaginesi, renderono dalle guerre forestiere la Italia secura, in gran numero multiplicorono.
Perché gli uomini non si mantengono mai nelle difficultà, se da una necessità non vi sono mantenuti; tale che, dove la paura delle guerre costrigne quelli ad abitare volentieri ne' luoghi forti e aspri, cessata quella, chiamati dalla commodità, più volentieri ne' luoghi domestici e facili abitano.
La securtà adunque, la quale per la reputazione della romana republica nacque in Italia, potette fare crescere le abitazioni già nel modo detto incominciate, in tanto numero che in forma d'una terra si ridussero, la quale Villa Arnina fu da principio nominata.
Sursono di poi in Roma le guerre civili, prima intra Mario e Silla, di poi intra Cesare e Pompeo, e apresso intra gli ammazzatori di Cesare e quelli che volevano la sua morte vendicare.
Da Silla adunque in prima e di poi da quelli tre cittadini romani i quali dopo la vendetta fatta di Cesare si divisono l'imperio, furono mandate a Fiesole colonie; delle quali o tutte o parte posono le abitazioni loro nel piano, presso alla già cominciata terra; tale che, per questo augumento, si ridusse quello luogo tanto pieno di edifici e di uomini e di ogni altro ordine civile che si poteva numerare intra le città di Italia.
Ma donde si derivasse il nome di Florenzia, ci sono varie opinioni: alcuni vogliono si chiamasse da Florino, uno de' capi della colonia; alcuni non Florenzia, ma Fluenzia vogliono che la fusse nel principio detta, per essere posta propinqua al fluente d'Arno; e ne adducono testimone Plinio, che dice: - i Fluentini sono propinqui ad Arno fluente -.
La qual cosa potrebbe essere falsa, perché Plinio nel testo suo dimostra dove i Fiorentini erano posti, non come si chiamavano; e quello vocabolo "Fluentini" conviene che sia corrotto, perché Frontino e Cornelio Tacito, che scrissono quasi che ne' tempi di Plinio, gli chiamono Florenzia e Florentini; perché di già ne' tempi di Tiberio secondo il costume delle altre città di Italia si governavano, e Cornelio referisce essere venuti oratori Florentini allo Imperadore, a pregare che l'acque delle Chiane non fussero sopra il paese loro sboccate; né è ragionevole che quella città, in un medesimo tempo, avesse duoi nomi.
Credo per tanto che sempre fusse chiamata Florenzia, per qualunque cagione così si nominasse; e così, da qualunque cagione si avesse la origine, la nacque sotto lo Imperio romano, e ne' tempi de' primi imperadori cominciò dagli scrittori ad essere ricordata.
E quando quello Imperio fu da' barbari afflitto fu ancora Florenzia da Totila re degli Ostrogoti disfatta, e dopo 250 anni, di poi, da Carlo Magno riedificata.
Dal qual tempo infino agli anni di Cristo 1215 visse sotto quella fortuna che vivevano quelli che comandavano ad Italia.
Ne' quali tempi prima signoreggiorono in quella i discesi di Carlo, di poi i Berengari, e in ultimo gli imperadori tedeschi, come nel nostro trattato universale dimostrammo.
Né poterono in questi tempi i Florentini crescere, né operare alcuna cosa degna di memoria, per la potenza di quelli allo imperio de' quali ubbidivano, nondimeno, nel 1010, il dì di santo Romolo giorno solenne a' Fiesolani, presono e disfeciono Fiesole; il che feciono, o con il consenso degli imperadori, o in quel tempo che dalla morte dell'uno alla creazione dell'altro ciascuno più libero rimaneva.
Ma poi che i pontefici presono più autorità in Italia, e gli imperadori tedeschi indebolirono, tutte le terre di quella provincia con minore reverenzia del principe si governarono; tanto che nel 1080, al tempo di Arrigo III, si ridusse la Italia intra quello e la Chiesa in manifesta divisione; la quale non ostante, i Fiorentini si mantennono infino al 1215 uniti, ubbidendo a' vincitori, né cercando altro imperio che salvarsi.
Ma come ne' corpi nostri quanto più sono tarde le infirmità tanto più sono pericolose e mortali, così Florenzia, quanto la fu più tarda a seguitare le sette di Italia, tanto di poi fu più afflitta da quelle.
La cagione della prima divisione è notissima, perché è da Dante e da molti altri scrittori celebrata; pure mi pare brevemente da raccontarla.
3
Erano in Florenzia, intra le altre famiglie, potentissime Buondelmonti e Uberti; apresso a queste erano gli Amidei e i Donati.
Era nella famiglia de' Donati una donna vedova e ricca, la quale aveva una figliuola di bellissimo aspetto.
Aveva costei infra sé disegnato a messer Buondelmonte, cavaliere giovane e della famiglia de' Buondelmonti capo, maritarla.
Questo suo disegno, o per negligenzia, o per credere potere essere sempre a tempo, non aveva ancora scoperto a persona; quando il caso fece che a messer Buondelmonte si maritò una fanciulla degli Amidei; di che quella donna fu malissimo contenta.
E sperando di potere, con la bellezza della figliuola, prima che quelle nozze si celebrassero, perturbarle, vedendo messer Buondelmonte, che solo veniva verso la sua casa, scese da basso, e dietro si condusse la figliuola, e nel passare quello, se gli fece incontra, dicendo: - Io mi rallegro veramente assai dello avere voi preso moglie, ancora che io vi avesse serbata questa mia figliuola, - e sospinta la porta, gliene fece vedere.
Il cavaliere, veduta la bellezza della fanciulla, la quale era rara, e considerato il sangue e la dote non essere inferiore a quella di colei ch'egli aveva tolta, si accese in tanto ardore di averla, che, non pensando alla fede data, né alla ingiuria che faceva a romperla, né ai mali che dalla rotta fede gliene potevano incontrare, disse: - Poi che voi me la avete serbata, io sarei uno ingrato, sendo ancora a tempo, a rifiutarla; - e senza mettere tempo in mezzo celebrò le nozze.
Questa cosa, come fu intesa, riempié di sdegno la famiglia degli Amidei e quella degli Uberti, i quali erano loro per parentado congiunti; e convenuti insieme con molti altri loro parenti, conclusono che questa ingiuria non si poteva sanza vergogna tollerare, né con altra vendetta che con la morte di messer Buondelmonte vendicare.
E benché alcuni discorressero i mali che da quella potessero seguire, il Mosca Lamberti disse che chi pensava assai cose non ne concludeva mai alcuna, dicendo quella trita e nota sentenza: «Cosa fatta capo ha».
Dettono pertanto il carico di questo omicidio al Mosca, a Stiatta Uberti, a Lambertuccio Amidei e a Oderigo Fifanti.
Costoro, la mattina della Pasqua di Resurressione, si rinchiusono nelle case degli Amidei, poste intra il Ponte Vecchio e Santo Stefano; e passando messer Buondelmonte il fiume sopra uno caval bianco, pensando che fusse così facil cosa sdimenticare una ingiuria come rinunziare ad uno parentado, fu da loro a piè del ponte, sotto una statua di Marte, assaltato e morto.
Questo omicidio divise tutta la città, e una parte si accostò a' Buondelmonti, l'altra agli Uberti; e perché queste famiglie erano forti di case e di torri e di uomini, combatterono molti anni insieme sanza cacciare l'una l'altra; e le inimicizie loro, ancora che le non finissero per pace, si componevano per triegue; e per questa via, secondo i nuovi accidenti, ora si quietavano e ora si accendevano.
4
E stette Florenzia in questi travagli infino al tempo di Federigo II; il quale, per essere re di Napoli, potere contro alla Chiesa le forze sue accrescere si persuase; e per ridurre più ferma la potenza sua in Toscana, favorì gli Uberti e i loro seguaci; i quali, con il suo favore, cacciorono i Buondelmonti, e così la nostra città ancora, come tutta Italia più tempo era divisa, in Guelfi e Ghibellini si divise.
Né mi pare superfluo fare memoria delle famiglie che l'una e l'altra setta seguirono.
Quelli adunque che seguirono le parti guelfe furono: Buondelmonti, Nerli, Rossi, Frescobaldi, Mozzi, Bardi, Pulci, Gherardini, Foraboschi, Bagnesi, Guidalotti, Sacchetti, Manieri, Lucardesi, Chiaramontesi, Compiobbesi, Cavalcanti, Giandonati, Gianfigliazzi, Scali, Gualterotti, Importuni, Bostichi, Tornaquinci, Vecchietti, Tosinghi, Arrigucci, Agli, Sizi, Adimari, Visdomini, Donati, Pazzi, Della Bella, Ardinghi, Tedaldi, Cerchi.
Per la parte ghibellina furono: Uberti, Mannegli, Ubriachi, Fifanti, Amidei, Infangati, Malespini, Scolari, Guidi, Galli, Cappiardi, Lamberti, Soldanieri, Cipriani, Toschi, Amieri, Palermini, Migliorelli, Pigli, Barucci, Cattani, Agolanti, Brunelleschi, Caponsacchi, Elisei, Abati, Tedaldini, Giuochi, Galigai.
Oltra di questo all'una e all'altra parte di queste famiglie nobili si aggiunsono molte delle popolari; in modo che quasi tutta la città fu da questa divisione corrotta.
I Guelfi adunque, cacciati, per le terre del Valdarno di sopra, dove avevano gran parte delle fortezze loro, si ridussero; e in quel modo potevano migliore contro alle forze delli nimici loro si difendevano.
Ma venuto Federigo a morte, quegli che in Florenzia erano uomini di mezzo e avieno più credito con il popolo, pensorono che fusse più tosto da riunire la città, che, mantenendola divisa, rovinarla.
Operorono adunque in modo che i Guelfi, deposte le ingiurie, tornorono, e i Ghibellini, deposto il sospetto, gli riceverono; ed essendo uniti, parve loro tempo da potere pigliare forma di vivere libero e ordine da potere difendersi, prima che il nuovo imperadore acquistasse le forze.
5
Divisono pertanto la città in sei parti, ed elessono dodici cittadini, duoi per sesto, che la governassero; i quali si chiamassero Anziani e ciascuno anno si variassero.
E per levare via le cagioni delle inimicizie che dai giudicii nascano, providdono a duoi giudici forestieri, chiamato l'uno Capitano di popolo e l'altro Podestà, che le cause così civili come criminali intra i cittadini occorrenti giudicassero.
E perché niuno ordine è stabile senza provedergli il difensore, constituirono nella città venti bandiere, e settantasei nel contado, sotto le quali scrissono tutta la gioventù e ordinorono che ciascuno fusse presto e armato sotto la sua bandiera, qualunque volta fusse o dal Capitano o dagli Anziani chiamato; e variorono in quelle i segni, secondo che variavano le armi, perché altra insegna portavano i balestrieri e altra i palvesari; e ciascuno anno, il giorno della Pentecoste, con grande pompa davano a nuovi uomini le insegne, e nuovi capi a tutto questo ordine assegnavano.
E per dare maestà ai loro eserciti, e capo dove ciascuno, sendo nella zuffa spinto, avesse a rifuggire, e rifuggito potesse di nuovo contro al nimico far testa, uno carro grande, tirato da duoi buoi coperti di rosso sopra il quale era una insegna bianca e rossa, ordinorono.
E quando e' volevono trarre fuora lo esercito, in Mercato nuovo questo carro conducevono, e con solenne pompa ai capi del popolo lo consegnavano.
Avevano ancora, per magnificenza delle loro imprese, una campana detta Martinella, la quale uno mese continuamente, prima che traessero fuora della città gli eserciti, sonava, acciò che il nimico avesse tempo alle difese: tanta virtù era allora in quegli uomini, e con tanta generosità di animo si governavano che dove oggi lo assaltare il nimico improvisto si reputa generoso atto e prudente, allora vituperoso e fallace si reputava.
Questa campana ancora conducevono ne' loro eserciti, mediante la quale le guardie e l'altre fazioni della guerra comandavano.
6
Con questi ordini militari e civili fondorono i Fiorentini la loro libertà.
Né si potrebbe pensare quanto di autorità e forze in poco tempo Firenze si acquistasse; e non solamente capo di Toscana divenne, ma intra le prime città di Italia era numerata; e sarebbe a qualunque grandezza salita, se le spesse e nuove divisioni non la avessero afflitta.
Vissono i Fiorentini sotto questo governo dieci anni, nel qual tempo sforzorono i Pistolesi, Aretini e Sanesi a fare lega con loro; e tornando con il campo da Siena, presono Volterra, disfeciono ancora alcune castella, e gli abitanti condussono in Firenze.
Le quali imprese tutte si feciono per il consiglio de' Guelfi, i quali molto più che i Ghibellini potevano, sì per essere questi odiati da il popolo per li loro superbi portamenti quando al tempo di Federigo governorono, si per essere la parte della Chiesa più che quella dello Imperadore amata; perché con lo aiuto della Chiesa speravono perservare la loro libertà, e sotto lo Imperadore temevano perderla.
I Ghibellini per tanto veggendosi mancare della loro autorità, non potevono quietarsi, e solo aspettavano la occasione di ripigliare lo stato.
La quale parve loro fusse venuta, quando viddono che Manfredi figliuolo di Federigo si era del regno di Napoli insignorito e aveva assai sbattuta la potenza della Chiesa.
Secretamente adunque praticavano con quello di ripigliare la loro autorità; né posserono in modo governarsi, che le pratiche tenute da loro non fussero agli Anziani scoperte.
Onde che quelli citorono gli Uberti, i quali, non solamente non ubbidirono, ma prese le armi, si fortificorono nelle case loro; di che il popolo sdegnato, si armò, e con lo aiuto de' Guelfi gli sforzò ad abbandonare Firenze e andarne con tutta la parte ghibellina a Siena.
Di quivi domandorono aiuto a Manfredi re di Napoli, e per industria di messer Farinata degli Uberti furono i Guelfi dalle genti di quel re, sopra il fiume della Arbia, con tanta strage rotti, che quegli i quali di quella rotta camparono, non a Firenze, giudicando la loro città perduta, ma a Lucca si rifuggirono.
7
Aveva Manfredi mandato a' Ghibellini, per capo delle sue genti, il conte Giordano, uomo in quelli tempi nelle armi assai reputato.
Costui, dopo la vittoria, se ne andò con i Ghibellini a Firenze, e quella città ridusse tutta alla ubbidienza di Manfredi, annullando i magistrati e ogni altro ordine per il quale apparisse alcuna forma della sua libertà.
La quale ingiuria, con poca prudenza fatta, fu dallo universale con grande odio ricevuta; e di nimico ai Ghibellini diventò loro inimicissimo; donde al tutto ne nacque, con il tempo, la rovina loro.
E avendo, per le necessità del Regno il conte Giordano a tornare a Napoli, lasciò in Firenze per regale vicario il conte Guido Novello, signore di Casentino.
Fece costui uno concilio di Ghibellini ad Empoli, dove per ciascuno si concluse che, a volere mantenere potente la parte ghibellina in Toscana, era necessario disfare Firenze, sola atta per avere il popolo guelfo, a fare ripigliare le forze alle parti della Chiesa.
A questa sì crudel sentenzia, data contra ad una sì nobile città, non fu cittadino né amico, eccetto che messer Farinata degli Uberti, che si opponesse, il quale apertamente e senza alcuno rispetto la difese, dicendo non avere con tanta fatica corsi tanti pericoli, se non per potere nella sua patria abitare; e che non era allora per non volere quello che già aveva cerco, né per rifiutare quello che dalla fortuna gli era stato dato; anzi per essere non minore nimico di coloro che disegnassero altrimenti, che si fusse stato ai Guelfi; e se di loro alcuno temeva della sua patria, la rovinasse, perché sperava, con quella virtù che ne aveva cacciati i Guelfi, difenderla.
Era messer Farinata uomo di grande animo, eccellente nella guerra, capo de' Ghibellini, e apresso a Manfredi assai stimato: la cui autorità pose fine a quello ragionamento; e pensorono altri modi a volersi lo stato perservare.
8
I Guelfi, i quali si erano fuggiti a Lucca, licenziati dai Lucchesi per le minacce del Conte, se ne andorono a Bologna.
Di quivi furono dai Guelfi di Parma chiamati contro ai Ghibellini; dove, per la loro virtù superati gli avversarii, furno loro date tutte le loro possessioni; tanto che, cresciuti in ricchezze e in onore, sapiendo che papa Clemente aveva chiamato Carlo d'Angiò per torre il Regno a Manfredi, mandorono al Pontefice oratori ad offerirgli le loro forze.
Di modo che il Papa, non solamente gli ricevé per amici, ma dette loro la sua insegna; la quale sempre di poi fu portata da' Guelfi in guerra, ed è quella che ancora in Firenze si usa.
Fu di poi Manfredi da Carlo spogliato del Regno, e morto; dove sendo intervenuti i Guelfi di Firenze, ne diventò la parte loro più gagliarda, e quella de' Ghibellini più debole, donde che quelli che insieme col conte Guido Novello governavono Firenze giudicorono che fussi bene guadagnarsi con qualche benefizio quel popolo che prima avevano con ogni ingiuria aggravato; e quelli rimedi che, avendogli fatti prima che la necessità venisse, sarebbono giovati, facendogli di poi, sanza grado, non solamente non giovorono, ma affrettorono la rovina loro.
Giudicorono per tanto farsi amico il popolo e loro partigiano, se gli rendevono parte di quelli onori e di quella autorità gli avevono tolta; ed elessono trentasei cittadini popolani, i quali, insieme con duoi cavalieri fatti venire da Bologna, riformassero lo stato della città.
Costoro, come prima convennono, distinsono tutta la città in Arti, e sopra ciascuna Arte ordinorono uno magistrato il quale rendesse ragione a' sottoposti a quelle; consegnorono, oltre di questo, a ciascuna una bandiera, acciò che sotto quella ogni uomo convenisse armato, quando la città ne avesse di bisogno.
Furono nel principio queste Arti dodici, sette maggiori e cinque minori; di poi crebbono le minori infino in quattordici, tanto che tutte furono, come al presente sono, ventuna; praticando ancora i
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