ISTORIE FIORENTINE, di Niccolo' Machiavelli - pagina 8
...
.
E perché questa venuta fu di consentimento del Papa, ancora che fingesse il contrario, il legato di Bologna lo favoriva, giudicando che questo fusse buono rimedio, a provedere che lo Imperadore non tornasse in Italia.
Per il quale partito la Italia mutò condizione, perché i Fiorentini e il re Ruberto, vedendo che il Legato favoriva le imprese de' Ghibellini, diventorono nimici di tutti quelli di chi il Legato e il re di Buemia era amico; e sanza avere riguardo a parti guelfe e ghibelline, si unirono molti principi con loro, intra i quali furono i Visconti, quegli della Scala, Filippo Gonzaga mantovano, quegli da Carrara, quegli da Esti.
Donde che il Papa gli scomunicò tutti e il Re per timore di questa lega, se ne andò, per ragunare più forze, a casa; e tornato di poi in Italia con più gente, gli riuscì nondimeno la impresa difficile; tanto che, sbigottito, con dispiacere del Legato, se ne tornò in Buemia; e lasciò solo guardato Reggio e Modona, e a Marsilio e Piero de' Rossi raccomandò Parma, i quali erano in quella città potentissimi.
Partito costui, Bologna si accostò con la lega, e i collegati si divisono infra loro le quattro città che restavano nella parte della Chiesa; e convennono che Parma pervenisse a quelli della Scala, Reggio a' Gonzaga, Modona a quelli da Esti, e Lucca ai Fiorentini.
Ma nelle imprese di queste terre seguirono molte guerre, le quali furono poi, in buona parte, dai Viniziani composte.
E' parrà forse ad alcuno cosa non conveniente che, infra tanti accidenti seguiti in Italia, noi abbiamo differito tanto a ragionare de' Viniziani, sendo la loro una repubblica che, per ordine e per potenza, debbe essere sopra ogni altro principato di Italia celebrata; ma perché tale ammirazione manchi, intendendosene la cagione, io mi farò indietro assai tempo, acciò che ciascuno intenda quali fussero i principii suoi, e perché differirono tanto tempo nelle cose di Italia a travagliarsi.
29
Campeggiando Attila re degli Unni Aquileia, gli abitatori di quella, poi che si furono difesi molto tempo, disperati della salute loro, come meglio poterono, con le loro cose mobili, sopra molti scogli, i quali erano, nella punta del mare Adriatico disabitati, si rifuggirono.
I Padovani ancora, veggendosi il fuoco propinquo, e temendo che, vinta Aquileia, Attila non venisse a trovargli, tutte le loro cose mobili di più valore portorono dentro al medesimo mare, in uno luogo detto Rivo alto; dove mandorono ancora le donne, i fanciugli e i vecchi loro e la gioventù riserborono in Padova, per difenderla.
Oltre a di questi, quegli di Monselice, con gli abitatori de' colli allo intorno, spinti da il medesimo terrore, sopra scogli del medesimo mare ne andorono.
Ma presa Aquileia, e avendo Attila guasta Padova, Monselice, Vicenza e Verona, quelli di Padova, e i più potenti, si rimasero ad abitare le paludi che erano intorno a Rivo alto.
Medesimamente tutti i popoli allo intorno, di quella provincia che anticamente si chiama Vinezia, cacciati dai medesimi accidenti, in quelle paludi si ridussero.
Così, constretti da necessità lasciorono luoghi amenissimi e fertili, e in sterili, deformi, e privi di ogni commodità abitorono.
E per essere assai popoli in un tratto ridotti insieme, in brevissimo tempo feciono quelli luoghi, non solo abitabili, ma dilettevoli; e constituite infra loro leggi e ordini, intra tante rovine di Italia, sicuri si godevano.
E in breve tempo crebbero in riputazione e forze; perché, oltre ai predetti abitatori, vi rifuggirono molti delle città di Lombardia, cacciati massime dalle crudeltà di Clefi re de' Longobardi; il che non fu di poco augumento a quella città, tanto che a' tempi di Pipino re di Francia quando, per i prieghi del Papa, venne a cacciare i Longobardi di Italia, nelle convenzioni che seguirono intra lui e lo Imperadore de' Greci fu che il duca di Benevento e i Viniziani non ubbidissino né all'uno né all'altro, ma, di mezzo, la loro libertà si godessero.
Oltre a di questo, come la necessità gli aveva condotti ad abitare dentro alle acque, così gli forzava a pensare, non si valendo della terra, di potervi onestamente vivere, e andando con i loro navigi per tutto il mondo, la città loro di varie mercanzie riempievano; delle quali avendo bisogno gli altri uomini, conveniva che in quel luogo frequentemente concorressero.
Né pensorono per molti anni ad altro dominio che a quello che facesse il travagliare delle mercanzie loro più facile; e però acquistorono assai porti in Grecia e in Sorìa, e ne' passaggi che i Franciosi feciono in Asia, perché si servirono assai de' loro navigi, fu consegnato loro in premio l'isola di Candia.
E mentre vissono in questa forma, il nome loro in mare era terribile, e dentro, in Italia venerando di modo che di tutte le controversie che nascevano il più delle volte erano arbitri; come intervenne nelle differenze nate intra i collegati per conto di quelle terre che tra loro si avevano divise, che, rimessa la causa ne' Viniziani, rimase a' Visconti Bergamo e Brescia.
Ma avendo loro, con il tempo, occupata Padova, Vicenza, e Trevigi, e di poi Verona, Bergamo e Brescia, e nel Reame e in Romagna molte città, cacciati dalla cupidità del dominare, vennono in tanta opinione di potenza, che, non solamente a' principi italiani, ma ai re oltramontani erano in terrore; onde, congiurati quelli contro a di loro, in uno giorno fu tolto loro quello stato che si avevano in molti anni con infinito spendio guadagnato; e benché ne abbiano, in questi nostri ultimi tempi; riacquistato parte, non avendo riacquistata né la reputazione né le forze, a discrezione d'altri, come tutti gli altri principi italiani, vivono.
30
Era pervenuto al pontificato Benedetto XII, e parendogli avere perduto in tutto la possessione di Italia, e temendo che Lodovico imperadore non se ne facesse signore, deliberò di farsi amici in quella tutti coloro che avevano usurpato le terre che solevono allo imperadore ubbidire, acciò che avessero cagione di temere dello Imperio e di ristrignersi seco alla difesa di Italia; e fece uno decreto che tutti i tiranni di Lombardia possedessero le terre che si avevano usurpate, con giusto titulo.
Ma sendo in questa concessione morto il Papa e rifatto Clemente VI, e vedendo lo Imperadore con quanta liberalità il Pontefice aveva donate le terre dello Imperio, per non essere ancora egli meno liberale delle cose d'altri che si fussi stato il Papa, donò a tutti quegli che nelle terre della Chiesa erano tiranni le terre loro, acciò che con la autorità imperiale le possedessero.
Per la qual cosa Galeotto Malatesti e i frategli diventorono signori di Rimino, di Pesero e di Fano, Antonio da Montefeltro della Marca e di Urbino, Gentile da Varano di Camerino, Guido di Polenta di Ravenna, Sinibaldo Ordelaffi di Furlì e Cesena, Giovanni Manfredi di Faenza, Lodovico Alidosi di Imola; e oltre a questi in molte altre terre molti altri, in modo che di tutte le terre della Chiesa poche ne rimasono senza principe.
La qual cosa infino ad Alessandro VI tenne la Chiesa debole; il quale, ne' nostri tempi, con la rovina de' discendenti di costoro, le rendé l'autorità sua.
Trovavasi lo Imperadore, quando fece questa concessione, a Trento; e dava nome di volere passare in Italia; donde seguirono guerre assai in Lombardia, per le quali i Visconti si insignorirono di Parma.
Nel qual tempo Ruberto re di Napoli morì, e rimasono di lui solo due nipote, nate di Carlo suo figliuolo, il quale più tempo innanzi era morto; e lasciò che la maggiore, chiamata Giovanna, fusse erede del Regno, e che la prendesse per marito Andrea, figliuolo del re di Ungheria, suo nipote.
Non stette Andrea con quella molto, che fu fatto da lei morire, e si maritò ad uno altro suo cugino, principe di Taranto, chiamato Lodovico.
Ma Lodovico re di Ungheria e fratello di Andrea, per vendicare la morte di quello, venne con gente in Italia, e cacciò la reina Giovanna e il marito del Regno.
31
In questo tempo seguì a Roma una cosa memorabile, che uno Niccolò di Lorenzo, cancelliere in Campidoglio, cacciò i senatori di Roma, e si fece, sotto titulo di tribuno, capo della republica romana; e quella nella antica forma ridusse, con tanta reputazione di iustizia e di virtù, che non solamente le terre propinque, ma tutta Italia gli mandò ambasciadori; di modo che le antiche provincie, vedendo come Roma era rinata, sollevorono il capo, e alcune mosse da la paura, alcune dalla speranza, l'onoravano.
Ma Niccolò, non ostante tanta reputazione, se medesimo ne' suoi primi principii abbandonò; perché, invilito sotto tanto peso, sanza essere da alcuno cacciato, celatamente si fuggì, e ne andò a trovare Carlo re di Buemia, il quale, per ordine del Papa, in dispregio di Lodovico di Baviera, era stato eletto imperadore.
Costui, per gratificarsi il Pontefice, gli mandò Niccolò prigione.
Seguì di poi, dopo alcuno tempo, che, ad imitazione di costui, uno Francesco Baroncegli occupò a Roma il tribunato, e ne cacciò i senatori: tanto che il Papa, per il più pronto remedio a reprimerlo, trasse di prigione Niccolò, e lo mandò a Roma, e rendégli l'ufficio del tribuno; tanto che Niccolò riprese lo stato e fece morire Francesco.
Ma sendogli diventati nimici i Colonnesi, fu ancora esso, non dopo molto tempo, morto, e restituito l'ufficio ai senatori.
32
In questo mezzo il Re di Ungheria, cacciata che gli ebbe la regina Giovanna, se ne tornò nel suo regno; ma il Papa, che desiderava piuttosto la Reina propinqua a Roma che quel re, operò in modo che fu contento restituirle il Regno, pure che Lodovico suo marito, contento del titulo di Taranto, non fusse chiamato re.
Era venuto l'anno 1350, sì che al Papa parve che il giubileo, ordinato da papa Bonifazio VIII per ogni cento anni, si potesse a cinquanta anni ridurre, e fattolo per decreto, i Romani, per questo benifizio, furono contenti che mandassi a Roma quattro cardinali a riformare lo stato della città, e fare secondo la sua volontà i senatori.
Il Papa ancora pronunziò Lodovico di Taranto re di Napoli; donde che la reina Giovanna, per questo benifizio, dette alla Chiesa Avignone, che era di suo patrimonio.
Era, in questi tempi, morto Luchino Visconti, donde solo Giovanni arcivescovo di Milano era restato signore; il quale fece molta guerra alla Toscana e a' suoi vicini, tanto che diventò potentissimo.
Dopo la morte del quale rimasono Bernabò e Galeazzo suoi nipoti; ma poco di poi morì Galeazzo, e di lui rimase Giovangaleazzo, il quale si divise con Bernabò quello stato.
Era in questi tempi, imperadore Carlo re di Buemia, e pontefice Innocenzio VI, il quale mandò in Italia Egidio cardinale di nazione spagnuolo, il quale con la sua virtù, non solamente in Romagna e in Roma, ma per tutta Italia aveva renduta la reputazione alla Chiesa: recuperò Bologna, che dallo arcivescovo di Milano era stata occupata; constrinse i Romani ad accettare uno senatore forestiero, il quale ciascuno anno vi dovesse dal papa essere mandato; fece onorevoli accordi con i Visconti; roppe e prese Giovanni Auguto inghilese, il quale con quattromila Inghilesi in aiuto de' Ghibellini militava in Toscana.
Onde che succedendo al pontificato Urbano V, poi che gl'intese tante vittorie, deliberò vicitare Italia e Roma, dove ancora venne Carlo imperadore; e dopo pochi mesi Carlo si tornò nel regno, e il Papa in Avignone.
Dopo la morte di Urbano, fu creato Gregorio XI; e perché gli era ancora morto il cardinale Egidio, la Italia era tornata nelle sue antiche discordie, causate dai popoli collegati contro ai Visconti, tanto che il Papa mandò prima uno legato in Italia con seimilia Brettoni, di poi venne egli in persona, e ridusse la corte a Roma nel 1376, dopo settantuno anno che la era stata in Francia.
Ma seguendo la morte di quello, fu rifatto Urbano VI, e poco di poi, a Fondi, da dieci cardinali che dicevano Urbano non essere bene eletto, fu creato Clemente VII.
I Genovesi, in questi tempi, i quali più anni erano vivuti sotto il governo de' Visconti, si ribellorono; e intra loro e i Viniziani, per Tenedo insula, nacquero guerre importantissime, per le quali si divise tutta Italia; nella quale guerra furono prima vedute le artiglierie, strumento nuovo trovato dai Tedeschi.
E benché i Genovesi fussero un tempo superiori, e che più mesi tenessero assediata Vinegia, nondimeno, nel fine della guerra, i Viniziani rimasono superiori, e per mezzo del Pontefice feciono la pace, negli anni 1381.
33
Era nata, come abbiamo detto, scisma nella Chiesa; onde che la reina Giovanna favoriva il papa scismatico; per la qual cosa Urbano fece fare contro a di lei la impresa del Regno a Carlo di Durazzo, disceso de' reali di Napoli; il quale, venuto, le tolse lo stato e si insignorì del Regno; ed ella se ne fuggì in Francia.
Il re di Francia, per questo sdegnato, mandò Lodovico d'Angiò in Italia per recuperare il Regno alla Reina, e cacciare Urbano di Roma e insignorirne l'Antipapa.
Ma Lodovico, nel mezzo di questa impresa, morì, e le sue genti, rotte, se ne tornorono in Francia.
Il Papa, in questo mezzo, se ne andò a Napoli, dove pose in carcere nove cardinali per avere seguitata la parte di Francia e dello Antipapa.
Di poi si sdegnò con il Re, perché non volle fare uno suo nipote principe di Capua; e fingendo non se ne curare, lo richiese gli concedesse Nocera per sua abitazione; dove poi si fece forte, e si preparava di privare il Re del Regno.
Per la qual cosa il Re vi andò a campo, e il Papa se ne fuggì a Genova, dove fece morire quelli cardinali che aveva prigioni.
Di quivi se ne andò a Roma, e per farsi reputazione creò ventinove cardinali.
In questo tempo Carlo re di Napoli ne andò in Ungheria, dove fu fatto re, e poco di poi fu morto; e a Napoli lasciò la moglie con Ladislao e Giovanna suoi figliuoli.
In questo tempo ancora Giovangaleazzo Visconti aveva morto Bernabò suo zio e preso tutto lo stato di Milano, e non gli bastando essere diventato duca di tutta la Lombardia, voleva ancora occupare la Toscana; ma quando e' credeva prenderne il dominio, e di poi coronarsi re di Italia, morì.
Ad Urbano VI era succeduto Bonifazio IX.
Morì ancora in Avignone l'antipapa Clemente VII, e fu rifatto Benedetto XIII.
34
Erano in Italia, in questi tempi, soldati assai, inghilesi, tedeschi e brettoni, condotti parte da quelli principi i quali in varii tempi erano venuti in Italia, parte stati mandati dai pontefici quando erano in Avignone.
Con questi tutti i principi italiani feciono più tempo le loro guerre, infino che surse Lodovico da Conio romagnolo, il quale fece una compagnia di soldati italiani, intitolata in San Giorgio; la virtù e la disciplina del quale in poco tempo tolse la reputazione alle armi forestiere, e ridussela negli Italiani, de' quali poi i principi di Italia, nelle guerre che facevano insieme, si valevano.
Il Papa, per discordia avuta con i Romani, se ne andò a Scesi; dove stette tanto che venne il giubileo del 1400; nel quale tempo i Romani acciò che tornasse in Roma per utilità di quella città, furono contenti accettare di nuovo uno senatore forestiero mandato da lui, e gli lasciorono fortificare Castel Santo Agnolo, e con queste condizioni ritornato, per fare più ricca la Chiesa, ordinò che ciascuno, nelle vacanze de' beneficii, pagasse una annata alla Camera.
Dopo la morte di Giovan Galeazzo duca di Milano, ancora che lasciasse duoi figliuoli, Giovanmariagnolo e Filippo, quello stato si divise in molte parti; e ne' travagli che vi seguirono, Giovanmaria fu morto e Filippo stette un tempo rinchiuso nella rocca di Pavia, dove, per fede e virtù di quello castellano si salvò.
E intra gli altri che occuporono delle città possedute dal padre loro, fu Guglielmo della Scala, il quale, fuoruscito, si trovava nelle mani di Francesco da Carrara signore di Padova; per il mezzo del quale riprese lo stato di Verona, dove stette poco tempo, perché, per ordine di Francesco, fu avvelenato, e toltogli la città.
Per la qual cosa i Vicentini, che sotto le insegne de' Visconti erano vivuti sicuri, temendo della grandezza del signore di Padova, si dierono a' Viniziani; mediante i quali i Viniziani presono la guerra contro a di lui, e prima gli tolsono Verona, e di poi Padova.
35
In questo mezzo Bonifazio papa morì, e fu eletto Innocenzio VII; al quale il popolo di Roma supplicò che dovesse rendergli le fortezze e restituirgli la sua libertà; a che il Papa non volle acconsentire; donde che il popolo chiamò in suo aiuto Ladislao re di Napoli.
Di poi, nato intra loro accordo, il Papa se ne tornò a Roma, che per paura del popolo se ne era fuggito a Viterbo dove aveva fatto Lodovico suo nipote conte della Marca.
Morì di poi, e fu creato Gregorio XII, con obligo che dovesse renunziare al papato, qualunche volta ancora l'Antipapa renunziasse.
E per conforto de' cardinali, per fare pruova se la Chiesa si poteva riunire, Benedetto antipapa venne a Porto Venere, e Gregorio a Lucca, dove praticorono cose assai e non ne conclusono alcuna, di modo che i cardinali dell'uno e dell'altro papa gli abbandonorono, e dei papi, Benedetto se ne andò in Ispagna e Gregorio a Rimini.
I cardinali dall'altra parte, con il favore di Baldassare Cossa cardinale e legato di Bologna, ordinorono uno concilio a Pisa dove creorono Alessandro V, il quale, subito, scomunicò il re Ladislao e investì di quel regno Luigi d'Angiò; e insieme con i Fiorentini, Genovesi e Viniziani, e con Baldassare Cossa legato, assaltorono Ladislao, e gli tolsono Roma.
Ma nello ardore di questa guerra morì Alessandro, e fu creato papa Baldassare Cossa, che si fece chiamare Giovanni XXIII.
Costui partì da Bologna, dove fu creato, e ne andò a Roma, dove trovò Luigi d'Angiò, che era venuto con la armata di Provenza; e venuti alla zuffa con Ladislao, lo ruppono.
Ma per difetto de' condottieri non poterono seguire la vittoria; in modo che il Re, dopo poco tempo, riprese le forze, e riprese Roma; e il Papa se ne fuggì a Bologna, e Luigi in Provenza.
E pensando il Papa in che modo potesse diminuire la potenza di Ladislao, operò che Sigismondo re di Ungheria fusse eletto imperadore e lo confortò a venire in Italia, e con quello si abboccò a Mantova; e convennono di fare uno concilio generale, nel quale si riunisse la Chiesa; la quale, unita, facilmente potrebbe opporsi alle forze de' suoi nemici.
36
Erano, in quel tempo, tre papi, Gregorio, Benedetto e Giovanni; i quali tenevano la Chiesa debile e sanza reputazione.
Fu eletto il luogo del concilio Gostanza, città della Magna, fuora della intenzione di papa Giovanni; e benché fusse, per la morte del re Ladislao, spenta la cagione che fece al Papa muovere la pratica del concilio, nondimeno, per essersi obligato, non potette rifiutare lo andarvi; e condotto a Gostanza, dopo non molti mesi, cognoscendo tardi lo errore suo, tentò di fuggirsi; per la qual cosa fu messo in carcere, e constretto rifiutare il papato.
Gregorio, uno degli antipapi ancora, per uno suo mandato, rinunziò; e Benedetto, l'altro antipapa, non volendo rinunziare, fu condennato per eretico.
Alla fine, abbandonato dai suoi cardinali, fu constretto ancora egli a rinunziare; e il Concilio creò pontefice Otto, di casa Colonna, chiamato di poi papa Martino V.
E così la Chiesa si unì, dopo quaranta anni che l'era stata in più pontefici divisa.
37
Trovavasi, in questi tempi, come abbiamo detto, Filippo Visconti nella rocca di Pavia; ma venendo a morte Fazino Cane, il quale ne' travagli di Lombardia si era insignorito di Vercelli, Alessandria, Novara e Tortona, e aveva ragunate assai ricchezze, non avendo figliuoli, lasciò erede degli stati suoi Beatrice sua moglie, e ordinò con i suoi amici operassero in modo che la si maritasse a Filippo.
Per il quale matrimonio diventato Filippo potente, riacquistò Milano e tutto lo stato di Lombardia.
Di poi, per essere grato de' benefizi grandi, come sono quasi sempre tutti i principi, accusò Beatrice sua moglie di stupro, e la fece morire.
Diventato pertanto potentissimo, cominciò a pensare alle guerre di Toscana, per seguire i disegni di Giovan Galeazzo suo padre.
38
Aveva Ladislao re di Napoli, morendo, lasciato a Giovanna sua sirocchia, oltre al Regno, uno grande esercito, capitanato dai principali condottieri di Italia, intra i primi de' quali era Sforza da Cotignuola reputato, secondo quelle armi, valoroso.
La Reina, per fuggire qualche infamia di tenersi uno Pandolfello, il quale aveva allevato, tolse per marito Iacopo della Marcia, francioso, di stirpe regale, con queste condizioni, che fussi contento di essere chiamato principe di Taranto, e lasciasse a lei il titolo e il governo del Regno.
Ma i soldati, subito che gli arrivò in Napoli, lo chiamorono re; in modo che intra il marito e la moglie nacquono discordie grandi, e più volte superorono l'uno l'altro; pure, in ultimo, rimase la Reina in istato; la quale diventò poi nimica del Pontefice, onde che Sforza, per condurla in necessità, e che l'avesse a gittarsegli in grembo, rinunziò, fuora di sua opinione, al suo soldo.
Per la qual cosa quella si trovò in un tratto disarmata; e non avendo altri rimedi, ricorse per gli aiuti ad Alfonso re di Ragona e di Sicilia, e lo adottò in figliuolo, e soldò Braccio da Montone, il quale era quanto Sforza nelle armi reputato, e inimico del Papa per avergli occupata Perugia e alcune altre terre della Chiesa.
Seguì di poi la pace intra lei e il Papa, ma il re Alfonso, perché dubitava che ella non trattasse lui come il marito, cercava cautamente insignorirsi delle fortezze; ma quella, che era astuta, lo prevenne, e si fece forte nella rocca di Napoli.
Crescendo adunque intra l'una e l'altro i sospetti, vennono alle armi; e la Reina, con lo aiuto di Sforza, il quale ritornò a' suoi soldi, superò Alfonso, e cacciollo di Napoli, e lo privò della adozione, e adottò Lodovico d'Angiò: donde nacque di nuovo guerra intra Braccio, che aveva seguitate le parti di Alfonso, e Sforza, che favoriva la Reina.
Nel trattare della qual guerra, passando Sforza il fiume di Pescara, affogò; in modo che la Reina di nuovo rimase disarmata; e sarebbe stata cacciata del Regno, se da Filippo Visconti duca di Milano non fusse stata aiutata; il quale constrinse Alfonso a tornarsene in Aragona.
Ma Braccio, non sbigottito per essersi abbandonato Alfonso, seguitò di fare la impresa contro alla Reina; e avendo assediata l'Aquila, il Papa, non giudicando a proposito della Chiesa la grandezza di Braccio, prese a' suoi soldi Francesco figliuolo di Sforza; il quale andò a trovare Braccio a l'Aquila, dove lo ammazzò e ruppe.
Rimase, della parte di Braccio, Oddo suo figliuolo; al quale fu tolta da il Papa Perugia, e lasciato nello stato di Montone.
Ma fu, poco di poi, morto, combattendo in Romagna per i Fiorentini; tale che, di quelli che militavono con Braccio, Niccolò Piccino rimase di più riputazione.
39
Ma perché noi siamo venuti, colla narrazione nostra, propinqui a quelli tempi che io disegnai; perché quanto ne è rimaso a trattare non importa, in maggiore parte, altro che le guerre che ebbono i Fiorentini e i Viniziani con Filippo duca di Milano, le quali si narreranno dove particularmente di Firenze tratteremo; io non voglio procedere più avanti: solo ridurrò brevemente a memoria in quali termini la Italia, e con i principi e con le armi, in quelli tempi dove noi scrivendo siamo arrivati, si trovava.
Degli stati principali, la reina Giovanna II teneva il regno di Napoli; la Marca, il Patrimonio e Romagna, parte delle loro terre ubbidivano alla Chiesa, parte erano dai loro vicari o tiranni occupate: come Ferrara, Modona e Reggio da quelli da Esti; Faenza da e Manfredi; Imola dagli Alidosi; Furlì dagli Ordelaffi; Rimino e Pesero dai Malatesti, e Camerino da quelli da Varano.
Della Lombardia parte ubbidiva al duca Filippo, parte a' Viniziani; perché tutti quelli che tenevano stati particulari in quella erano stati spenti, eccetto che la casa di Gonzaga, la quale signoreggiava in Mantova.
Della Toscana erano la maggiore parte signori i Fiorentini: Lucca solo e Siena con le loro leggi vivevano; Lucca sotto i Guinigi, Siena era libera.
I Genovesi, sendo ora liberi ora servi o de' Reali di Francia o de' Visconti, inonorati vivevano, e intra gli minori potentati si connumeravono.
Tutti questi principali potentati erano di proprie armi disarmati: il duca Filippo, stando rinchiuso per le camere e non si lasciando vedere, per i suoi commissari le sue guerre governava; i Viniziani, come ei si volsono alla terra, si trassono di dosso quelle armi che in mare gli avevano fatti gloriosi, e seguitando il costume degli altri Italiani, sotto l'altrui governo amministravano gli eserciti loro; il Papa per non gli stare bene le armi in dosso sendo religioso, e la reina Giovanna di Napoli per essere femina, facevono per necessità quello che gli altri per mala elezione fatto avevano; i Fiorentini ancora alle medesime necessità ubbidivano, perché, avendo per le spesse divisioni spenta la nobilità, e restando quella republica nelle mani d'uomini nutricati nella mercanzia, seguitavano gli ordini e la fortuna degli altri.
Erano adunque le armi di Italia in mano o de' minori principi o di uomini senza stato; perché i minori principi, non mossi da alcuna gloria, ma per vivere o più ricchi o più sicuri, se le vestivano; quegli altri, per essere nutricati in quelle da piccoli, non sapendo fare altra arte, cercavono in esse, con avere o con potenza, onorarsi.
Intra questi erano allora i più nominati: il Carmignuola, Francesco Sforza, Niccolò Piccino allievo di Braccio, Agnolo della Pergola, Lorenzo e Micheletto Attenduli, il Tartaglia, Iacopaccio, Ceccolino da Perugia, Niccolò da Tolentino, Guido Torello, Antonio dal Ponte ad Era e molti altri simili.
Con questi erano quelli signori de' quali ho di sopra parlato; ai quali si aggiugnevano i baroni di Roma, Orsini e Colonnesi, con altri signori e gentili uomini del Regno e di Lombardia; i quali, stando in su la guerra, avevano fatto come una lega e intelligenza insieme, e riduttala in arte; con la quale in modo si temporeggiavono, che il più delle volte, di quelli che facevano guerra, l'una parte e l'altra perdeva; e in fine la ridussono in tanta viltà che ogni mediocre capitano, nel quale fusse alcuna ombra della antica virtù rinata, gli arebbe, con ammirazione di tutta Italia, la quale per sua poca prudenza gli onorava, vituperati.
Di questi, adunque, oziosi principi e di queste vilissime armi sarà piena la mia istoria.
Alla quale prima che io discenda, mi è necessario, secondo che nel principio promissi, tornare a raccontare della origine di Firenze, e fare a ciascuno largamente intendere quale era lo stato di quella città in questi tempi, e per quali mezzi, intra tanti travagli che per mille anni erano in Italia accaduti, vi era pervenuta.
LIBRO SECONDO
1
Intra gli altri grandi e maravigliosi ordini delle republiche e principati antichi che in questi nostri tempi sono spenti era quello mediante il quale, di nuovo e d'ogni tempo, assai terre e città si edificavano; perché niuna cosa è tanto degna di uno ottimo principe e di una bene ordinata republica, né più utile ad una provincia, che lo edificare di nuovo terre dove gli uomini si possino, per commodità della difesa o della cultura, ridurre; il che quelli potevono facilmente fare, avendo in uso di mandare ne' paesi o vinti o voti nuovi abitatori, i quali chiamavono colonie.
Perché, oltre allo essere cagione questo ordine che nuove terre si edificassero, rendeva il paese vinto al vincitore più securo, e riempieva di abitatori i luoghi voti, e nelle provincie gli uomini bene distribuiti manteneva.
Di che ne nasceva che, abitandosi in una provincia più commodamente, gli uomini più vi multiplicavano, ed erano nelle offese più pronti e nelle difese più sicuri.
La quale consuetudine sendosi oggi per il malo uso delle republiche e de' principi spenta, ne nasce la rovina e la debolezza delle provincie; perché questo ordine solo è quello che fa gli imperii più securi, e i paesi, come è detto, mantiene copiosamente abitati: la securtà nasce perché quella colonia la quale è posta da un principe in uno paese nuovamente occupato da lui è come una rocca e una guardia a tenere gli altri in fede; non si può, oltra di questo, una provincia mantenere abitata tutta, né perservare in quella gli abitatori bene distribuiti, senza questo ordine.
Perché tutti i luoghi in essa non sono o generativi o sani; onde nasce che in questi abbondono gli uomini, negli altri mancano; e se non vi è modo a trargli donde gli abbondono, e porgli dove e' mancano, quella provincia in poco tempo si guasta; perché una parte di quella diventa, per i pochi abitatori, diserta, un'altra, per i troppi, povera.
E perché la natura non può a questo disordine supplire, è necessario supplisca la industria: perché i paesi male sani diventano sani per una moltitudine di uomini che ad un tratto gli occupi; i quali con la cultura sanifichino la terra e con i fuochi purghino l'aria, a che la natura non potrebbe mai provedere.
Il che dimostra la città di Vinegia, posta in luogo paludoso e infermo: nondimeno i molti abitatori che ad un tratto vi concorsono lo renderono sano.
Pisa ancora, per la malignità dell'aria, non fu mai di abitatori ripiena, se non quando Genova e le sue riviere furono dai Saraceni disfatte; il che fece che quelli uomini, cacciati da' terreni patrii, ad un tratto in tanto numero vi concorsono, che feciono quella popolata e potente.
Sendo mancato per tanto quello ordine del mandare le colonie, i paesi vinti si tengono con maggiore difficultà, e i paesi voti mai non si riempiano, e quelli troppo pieni non si alleggeriscono.
Donde molte parti nel mondo, e massime in Italia, sono diventate, rispetto agli antichi tempi, diserte: e tutto è seguito e segue per non essere ne' principi alcuno appetito di vera gloria, e nelle republiche alcuno ordine che meriti di essere lodato.
Nelli antichi tempi, addunque, per virtù di queste colonie, o e' nascevano spesso città di nuovo, o le già cominciate crescevano; delle quali fu la città di Firenze, la quale ebbe da Fiesole il principio e da le colonie lo augumento.
2
Egli è cosa verissima secondo che Dante e Giovanni Villani dimostrano che la città di Fiesole, sendo posta sopra la sommità del monte, per fare che i mercati suoi fussero più frequentati e dare più commodità a quegli che vi volessero con le loro mercanzie venire, aveva ordinato il luogo di quelli, non sopra il poggio, ma nel piano, intra le radice del monte e del fiume d'Arno.
Questi mercati giudico io che fussero cagione delle prime edificazioni che in quelli luoghi si facessero, mossi i mercatanti da il volere avere ricetti commodi a ridurvi le mercanzie loro i quali con il tempo ferme edificazioni diventorono; e di poi, quando i Romani avendo vinti i Cartaginesi, renderono dalle guerre forestiere la Italia secura, in gran numero multiplicorono.
Perché gli uomini non si mantengono mai nelle difficultà, se da una necessità non vi sono mantenuti; tale che, dove la paura delle guerre costrigne quelli ad abitare volentieri ne' luoghi forti e aspri, cessata quella, chiamati dalla commodità, più volentieri ne' luoghi domestici e facili abitano.
La securtà adunque, la quale per la reputazione della romana republica nacque in Italia, potette fare crescere le abitazioni già nel modo detto incominciate, in tanto numero che in forma d'una terra si ridussero, la quale Villa Arnina fu da principio nominata.
Sursono di poi in Roma le guerre civili, prima intra Mario e Silla, di poi intra Cesare e Pompeo, e apresso intra gli ammazzatori di Cesare e quelli che volevano la sua morte vendicare.
Da Silla adunque in prima e di poi da quelli tre cittadini romani i quali dopo la vendetta fatta di Cesare si divisono l'imperio, furono mandate a Fiesole colonie; delle quali o tutte o parte posono le abitazioni loro nel piano, presso alla già cominciata terra; tale che, per questo augumento, si ridusse quello luogo tanto pieno di edifici e di uomini e di ogni altro ordine civile che si poteva numerare intra le città di Italia.
Ma donde si derivasse il nome di Florenzia, ci sono varie opinioni: alcuni vogliono si chiamasse da Florino, uno de' capi della colonia; alcuni non Florenzia, ma Fluenzia vogliono che la fusse nel principio detta, per essere posta propinqua al fluente d'Arno; e ne adducono testimone Plinio, che dice: - i Fluentini sono propinqui ad Arno fluente -.
La qual cosa potrebbe essere falsa, perché Plinio nel testo suo dimostra dove i Fiorentini erano posti, non come si chiamavano; e quello vocabolo "Fluentini" conviene che sia corrotto, perché Frontino e Cornelio Tacito, che scrissono quasi che ne' tempi di Plinio, gli chiamono Florenzia e Florentini; perché di già ne' tempi di Tiberio secondo il costume delle altre città di Italia si governavano, e Cornelio referisce essere venuti oratori Florentini allo Imperadore, a pregare che l'acque delle Chiane non fussero sopra il paese loro sboccate; né è ragionevole che quella città, in un medesimo tempo, avesse duoi nomi.
Credo per tanto che sempre fusse chiamata Florenzia, per qualunque cagione così si nominasse; e così, da qualunque cagione si avesse la origine, la nacque sotto lo Imperio romano, e ne' tempi de' primi imperadori cominciò dagli scrittori ad essere ricordata.
E quando quello Imperio fu da' barbari afflitto fu ancora Florenzia da Totila re degli Ostrogoti disfatta, e dopo 250 anni, di poi, da Carlo Magno riedificata.
Dal qual tempo infino agli anni di Cristo 1215 visse sotto quella fortuna che vivevano quelli che comandavano ad Italia.
Ne' quali tempi prima signoreggiorono in quella i discesi di Carlo, di poi i Berengari, e in ultimo gli imperadori tedeschi, come nel nostro trattato universale dimostrammo.
Né poterono in questi tempi i Florentini crescere, né operare alcuna cosa degna di memoria, per la potenza di quelli allo imperio de' quali ubbidivano, nondimeno, nel 1010, il dì di santo Romolo giorno solenne a' Fiesolani, presono e disfeciono Fiesole; il che feciono, o con il consenso degli imperadori, o in quel tempo che dalla morte dell'uno alla creazione dell'altro ciascuno più libero rimaneva.
Ma poi che i pontefici presono più autorità in Italia, e gli imperadori tedeschi indebolirono, tutte le terre di quella provincia con minore reverenzia del principe si governarono; tanto che nel 1080, al tempo di Arrigo III, si ridusse la Italia intra quello e la Chiesa in manifesta divisione; la quale non ostante, i Fiorentini si mantennono infino al 1215 uniti, ubbidendo a' vincitori, né cercando altro imperio che salvarsi.
Ma come ne' corpi nostri quanto più sono tarde le infirmità tanto più sono pericolose e mortali, così Florenzia, quanto la fu più tarda a seguitare le sette di Italia, tanto di poi fu più afflitta da quelle.
La cagione della prima divisione è notissima, perché è da Dante e da molti altri scrittori celebrata; pure mi pare brevemente da raccontarla.
3
Erano in Florenzia, intra le altre famiglie, potentissime Buondelmonti e Uberti; apresso a queste erano gli Amidei e i Donati.
Era nella famiglia de' Donati una donna vedova e ricca, la quale aveva una figliuola di bellissimo aspetto.
Aveva costei infra sé disegnato a messer Buondelmonte, cavaliere giovane e della famiglia de' Buondelmonti capo, maritarla.
Questo suo disegno, o per negligenzia, o per credere potere essere sempre a tempo, non aveva ancora scoperto a persona; quando il caso fece che a messer Buondelmonte si maritò una fanciulla degli Amidei; di che quella donna fu malissimo contenta.
E sperando di potere, con la bellezza della figliuola, prima che quelle nozze si celebrassero, perturbarle, vedendo messer Buondelmonte, che solo veniva verso la sua casa, scese da basso, e dietro si condusse la figliuola, e nel passare quello, se gli fece incontra, dicendo: - Io mi rallegro veramente assai dello avere voi preso moglie, ancora che io vi avesse serbata questa mia figliuola, - e sospinta la porta, gliene fece vedere.
Il cavaliere, veduta la bellezza della fanciulla, la quale era rara, e considerato il sangue e la dote non essere inferiore a quella di colei ch'egli aveva tolta, si accese in tanto ardore di averla, che, non pensando alla fede data, né alla ingiuria che faceva a romperla, né ai mali che dalla rotta fede gliene potevano incontrare, disse: - Poi che voi me la avete serbata, io sarei uno ingrato, sendo ancora a tempo, a rifiutarla; - e senza mettere tempo in mezzo celebrò le nozze.
Questa cosa, come fu intesa, riempié di sdegno la famiglia degli Amidei e quella degli Uberti, i quali erano loro per parentado congiunti; e convenuti insieme con molti altri loro parenti, conclusono che questa ingiuria non si poteva sanza vergogna tollerare, né con altra vendetta che con la morte di messer Buondelmonte vendicare.
E benché alcuni discorressero i mali che da quella potessero seguire, il Mosca Lamberti disse che chi pensava assai cose non ne concludeva mai alcuna, dicendo quella trita e nota sentenza: «Cosa fatta capo ha».
Dettono pertanto il carico di questo omicidio al Mosca, a Stiatta Uberti, a Lambertuccio Amidei e a Oderigo Fifanti.
Costoro, la mattina della Pasqua di Resurressione, si rinchiusono nelle case degli Amidei, poste intra il Ponte Vecchio e Santo Stefano; e passando messer Buondelmonte il fiume sopra uno caval bianco, pensando che fusse così facil cosa sdimenticare una ingiuria come rinunziare ad uno parentado, fu da loro a piè del ponte, sotto una statua di Marte, assaltato e morto.
Questo omicidio divise tutta la città, e una parte si accostò a' Buondelmonti, l'altra agli Uberti; e perché queste famiglie erano forti di case e di torri e di uomini, combatterono molti anni insieme sanza cacciare l'una l'altra; e le inimicizie loro, ancora che le non finissero per pace, si componevano per triegue; e per questa via, secondo i nuovi accidenti, ora si quietavano e ora si accendevano.
4
E stette Florenzia in questi travagli infino al tempo di Federigo II; il quale, per essere re di Napoli, potere contro alla Chiesa le forze sue accrescere si persuase; e per ridurre più ferma la potenza sua in Toscana, favorì gli Uberti e i loro seguaci; i quali, con il suo favore, cacciorono i Buondelmonti, e così la nostra città ancora, come tutta Italia più tempo era divisa, in Guelfi e Ghibellini si divise.
Né mi pare superfluo fare memoria delle famiglie che l'una e l'altra setta seguirono.
Quelli adunque che seguirono le parti guelfe furono: Buondelmonti, Nerli, Rossi, Frescobaldi, Mozzi, Bardi, Pulci, Gherardini, Foraboschi, Bagnesi, Guidalotti, Sacchetti, Manieri, Lucardesi, Chiaramontesi, Compiobbesi, Cavalcanti, Giandonati, Gianfigliazzi, Scali, Gualterotti, Importuni, Bostichi, Tornaquinci, Vecchietti, Tosinghi, Arrigucci, Agli, Sizi, Adimari, Visdomini, Donati, Pazzi, Della Bella, Ardinghi, Tedaldi, Cerchi.
Per la parte ghibellina furono: Uberti, Mannegli, Ubriachi, Fifanti, Amidei, Infangati, Malespini, Scolari, Guidi, Galli, Cappiardi, Lamberti, Soldanieri, Cipriani, Toschi, Amieri, Palermini, Migliorelli, Pigli, Barucci, Cattani, Agolanti, Brunelleschi, Caponsacchi, Elisei, Abati, Tedaldini, Giuochi, Galigai.
Oltra di questo all'una e all'altra parte di queste famiglie nobili si aggiunsono molte delle popolari; in modo che quasi tutta la città fu da questa divisione corrotta.
I Guelfi adunque, cacciati, per le terre del Valdarno di sopra, dove avevano gran parte delle fortezze loro, si ridussero; e in quel modo potevano migliore contro alle forze delli nimici loro si difendevano.
Ma venuto Federigo a morte, quegli che in Florenzia erano uomini di mezzo e avieno più credito con il popolo, pensorono che fusse più tosto da riunire la città, che, mantenendola divisa, rovinarla.
Operorono adunque in modo che i Guelfi, deposte le ingiurie, tornorono, e i Ghibellini, deposto il sospetto, gli riceverono; ed essendo uniti, parve loro tempo da potere pigliare forma di vivere libero e ordine da potere difendersi, prima che il nuovo imperadore acquistasse le forze.
5
Divisono pertanto la città in sei parti, ed elessono dodici cittadini, duoi per sesto, che la governassero; i quali si chiamassero Anziani e ciascuno anno si variassero.
E per levare via le cagioni delle inimicizie che dai giudicii nascano, providdono a duoi giudici forestieri, chiamato l'uno Capitano di popolo e l'altro Podestà, che le cause così civili come criminali intra i cittadini occorrenti giudicassero.
E perché niuno ordine è stabile senza provedergli il difensore, constituirono nella città venti bandiere, e settantasei nel contado, sotto le quali scrissono tutta la gioventù e ordinorono che ciascuno fusse presto e armato sotto la sua bandiera, qualunque volta fusse o dal Capitano o dagli Anziani chiamato; e variorono in quelle i segni, secondo che variavano le armi, perché altra insegna portavano i balestrieri e altra i palvesari; e ciascuno anno, il giorno della Pentecoste, con grande pompa davano a nuovi uomini le insegne, e nuovi capi a tutto questo ordine assegnavano.
E per dare maestà ai loro eserciti, e capo dove ciascuno, sendo nella zuffa spinto, avesse a rifuggire, e rifuggito potesse di nuovo contro al nimico far testa, uno carro grande, tirato da duoi buoi coperti di rosso sopra il quale era una insegna bianca e rossa, ordinorono.
E quando e' volevono trarre fuora lo esercito, in Mercato nuovo questo carro conducevono, e con solenne pompa ai capi del popolo lo consegnavano.
Avevano ancora, per magnificenza delle loro imprese, una campana detta Martinella, la quale uno mese continuamente, prima che traessero fuora della città gli eserciti, sonava, acciò che il nimico avesse tempo alle difese: tanta virtù era allora in quegli uomini, e con tanta generosità di animo si governavano che dove oggi lo assaltare il nimico improvisto si reputa generoso atto e prudente, allora vituperoso e fallace si reputava.
Questa campana ancora conducevono ne' loro eserciti, mediante la quale le guardie e l'altre fazioni della guerra comandavano.
6
Con questi ordini militari e civili fondorono i Fiorentini la loro libertà.
Né si potrebbe pensare quanto di autorità e forze in poco tempo Firenze si acquistasse; e non solamente capo di Toscana divenne, ma intra le prime città di Italia era numerata; e sarebbe a qualunque grandezza salita, se le spesse e nuove divisioni non la avessero afflitta.
Vissono i Fiorentini sotto questo governo dieci anni, nel qual tempo sforzorono i Pistolesi, Aretini e Sanesi a fare lega con loro; e tornando con il campo da Siena, presono Volterra, disfeciono ancora alcune castella, e gli abitanti condussono in Firenze.
Le quali imprese tutte si feciono per il consiglio de' Guelfi, i quali molto più che i Ghibellini potevano, sì per essere questi odiati da il popolo per li loro superbi portamenti quando al tempo di Federigo governorono, si per essere la parte della Chiesa più che quella dello Imperadore amata; perché con lo aiuto della Chiesa speravono perservare la loro libertà, e sotto lo Imperadore temevano perderla.
I Ghibellini per tanto veggendosi mancare della loro autorità, non potevono quietarsi, e solo aspettavano la occasione di ripigliare lo stato.
La quale parve loro fusse venuta, quando viddono che Manfredi figliuolo di Federigo si era del regno di Napoli insignorito e aveva assai sbattuta la potenza della Chiesa.
Secretamente adunque praticavano con quello di ripigliare la loro autorità; né posserono in modo governarsi, che le pratiche tenute da loro non fussero agli Anziani scoperte.
Onde che quelli citorono gli Uberti, i quali, non solamente non ubbidirono, ma prese le armi, si fortificorono nelle case loro; di che il popolo sdegnato, si armò, e con lo aiuto de' Guelfi gli sforzò ad abbandonare Firenze e andarne con tutta la parte ghibellina a Siena.
Di quivi domandorono aiuto a Manfredi re di Napoli, e per industria di messer Farinata degli Uberti furono i Guelfi dalle genti di quel re, sopra il fiume della Arbia, con tanta strage rotti, che quegli i quali di quella rotta camparono, non a Firenze, giudicando la loro città perduta, ma a Lucca si rifuggirono.
7
Aveva Manfredi mandato a' Ghibellini, per capo delle sue genti, il conte Giordano, uomo in quelli tempi nelle armi assai reputato.
Costui, dopo la vittoria, se ne andò con i Ghibellini a Firenze, e quella città ridusse tutta alla ubbidienza di Manfredi, annullando i magistrati e ogni altro ordine per il quale apparisse alcuna forma della sua libertà.
La quale ingiuria, con poca prudenza fatta, fu dallo universale con grande odio ricevuta; e di nimico ai Ghibellini diventò loro inimicissimo; donde al tutto ne nacque, con il tempo, la rovina loro.
E avendo, per le necessità del Regno il conte Giordano a tornare a Napoli, lasciò in Firenze per regale vicario il conte Guido Novello, signore di Casentino.
Fece costui uno concilio di Ghibellini ad Empoli, dove per ciascuno si concluse che, a volere mantenere potente la parte ghibellina in Toscana, era necessario disfare Firenze, sola atta per avere il popolo guelfo, a fare ripigliare le forze alle parti della Chiesa.
A questa sì crudel sentenzia, data contra ad una sì nobile città, non fu cittadino né amico, eccetto che messer Farinata degli Uberti, che si opponesse, il quale apertamente e senza alcuno rispetto la difese, dicendo non avere con tanta fatica corsi tanti pericoli, se non per potere nella sua patria abitare; e che non era allora per non volere quello che già aveva cerco, né per rifiutare quello che dalla fortuna gli era stato dato; anzi per essere non minore nimico di coloro che disegnassero altrimenti, che si fusse stato ai Guelfi; e se di loro alcuno temeva della sua patria, la rovinasse, perché sperava, con quella virtù che ne aveva cacciati i Guelfi, difenderla.
Era messer Farinata uomo di grande animo, eccellente nella guerra, capo de' Ghibellini, e apresso a Manfredi assai stimato: la cui autorità pose fine a quello ragionamento; e pensorono altri modi a volersi lo stato perservare.
8
I Guelfi, i quali si erano fuggiti a Lucca, licenziati dai Lucchesi per le minacce del Conte, se ne andorono a Bologna.
Di quivi furono dai Guelfi di Parma chiamati contro ai Ghibellini; dove, per la loro virtù superati gli avversarii, furno loro date tutte le loro possessioni; tanto che, cresciuti in ricchezze e in onore, sapiendo che papa Clemente aveva chiamato Carlo d'Angiò per torre il Regno a Manfredi, mandorono al Pontefice oratori ad offerirgli le loro forze.
Di modo che il Papa, non solamente gli ricevé per amici, ma dette loro la sua insegna; la quale sempre di poi fu portata da' Guelfi in guerra, ed è quella che ancora in Firenze si usa.
Fu di poi Manfredi da Carlo spogliato del Regno, e morto; dove sendo intervenuti i Guelfi di Firenze, ne diventò la parte loro più gagliarda, e quella de' Ghibellini più debole, donde che quelli che insieme col conte Guido Novello governavono Firenze giudicorono che fussi bene guadagnarsi con qualche benefizio quel popolo che prima avevano con ogni ingiuria aggravato; e quelli rimedi che, avendogli fatti prima che la necessità venisse, sarebbono giovati, facendogli di poi, sanza grado, non solamente non giovorono, ma affrettorono la rovina loro.
Giudicorono per tanto farsi amico il popolo e loro partigiano, se gli rendevono parte di quelli onori e di quella autorità gli avevono tolta; ed elessono trentasei cittadini popolani, i quali, insieme con duoi cavalieri fatti venire da Bologna, riformassero lo stato della città.
Costoro, come prima convennono, distinsono tutta la città in Arti, e sopra ciascuna Arte ordinorono uno magistrato il quale rendesse ragione a' sottoposti a quelle; consegnorono, oltre di questo, a ciascuna una bandiera, acciò che sotto quella ogni uomo convenisse armato, quando la città ne avesse di bisogno.
Furono nel principio queste Arti dodici, sette maggiori e cinque minori; di poi crebbono le minori infino in quattordici, tanto che tutte furono, come al presente sono, ventuna; praticando ancora i trentasei riformatori delle altre cose a benefizio comune.
9
Il conte Guido, per nutrire i soldati, ordinò di porre una taglia a' cittadini; dove trovò tanta difficultà che non ardì di fare forza di ottenerla; e parendogli avere perduto lo stato, si ristrinse con i capi de' Ghibellini; e deliberorono torre per forza al popolo quello che per poca prudenza gli avevono conceduto.
E quando parve loro essere ad ordine con le armi, sendo insieme i trentasei, feciono levare il romore; onde che quelli, spaventati, si ritirorono alle loro case, e subito le bandiere delle Arti furono fuora con assai armati dietro; e intendendo come il conte Guido con la sua parte era a San Giovanni, feciono testa a Santa Trinita, e dierono la ubbidienza a messer Giovanni Soldanieri.
Il Conte dall'altra parte, sentendo dove il popolo era, si mosse per ire a trovarlo; né il popolo ancora fuggì la zuffa; e fattosi incontro al nimico, dove è oggi la loggia de' Tornaquinci si riscontrorono.
Dove fu ributtato il Conte, con perdita e morte di più suoi, donde che, sbigottito temeva che la notte i nimici lo assalissero, e trovandosi i suoi battuti e inviliti, lo ammazzassero.
E tanta fu in lui potente questa immaginazione, che, senza pensare ad altro rimedio, deliberò, più tosto fuggendo che combattendo, salvarsi; e contro al consiglio de' Rettori e della Parte, con tutte le genti sue ne andò a Prato.
Ma come prima per trovarsi in luogo sicuro, gli fuggì la paura, ricognobbe lo errore suo; e volendolo correggere, la mattina, venuto il giorno, tornò con le sue genti a Firenze, per rientrare in quella città per forza, che egli aveva per viltà abbandonata; ma non gli successe il disegno, perché quel popolo che con difficultà lo arebbe potuto cacciare, facilmente lo potette tenere fuora; tanto che, dolente e svergognato, se ne andò in Casentino; e i Ghibellini si ritirorono alle loro ville.
Restato adunque il popolo vincitore, per conforto di coloro che amavano il bene della republica, si deliberò di riunire la città e richiamare tutti i cittadini, così ghibellini come guelfi, i quali si trovassero fuora.
Tornorono adunque i Guelfi, sei anni dopo che gli erano stati cacciati, e a' Ghibellini ancora fu perdonata la fresca ingiuria, e riposti nella patria loro.
Non di meno da il popolo e dai Guelfi erano forte odiati, perché questi non potevono cancellare della memoria lo esilio, e quello si ricordava troppo della tirannide loro mentre che visse sotto il governo di quelli; il che faceva che né l'una né l'altra parte posava l'animo.
Mentre che in questa forma in Firenze si viveva, si sparse fama che Curradino nipote di Manfredi, con gente, veniva della Magna allo acquisto di Napoli; donde che i Ghibellini si riempierono di speranza di potere ripigliare la loro autorità, e i Guelfi pensavano come si avessero ad assicurare delli loro nimici e chiesono al re Carlo aiuti per potere, passando Curradino, difendersi.
Venendo per tanto le genti di Carlo, feciono diventare i Guelfi insolenti, e in modo sbigottirono i Ghibellini, che duoi giorni avanti allo arrivare loro, senza essere cacciati, si fuggirono.
10
Partiti i Ghibellini, riordinorono i Fiorentini lo stato della città; ed elessono dodici capi, i quali sedessero in magistrato duoi mesi, i quali non chiamorono Anziani, ma Buoni uomini; apresso a questi uno consiglio di ottanta cittadini, il quale chiamavano la Credenza; dopo questo erano cento ottanta popolani, trenta per sesto, i quali, con la Credenza e dodici Buoni uomini, si chiamavano il Consiglio generale.
Ordinorono ancora un altro consiglio di cento venti cittadini, popolani e nobili, per il quale si dava perfezione a tutte le cose negli altri consigli deliberate; e con quello distribuivono gli uffici della repubblica.
Fermato questo governo, fortificorono ancora la parte guelfa con magistrati e altri ordini, acciò che con maggiori forze si potessero dai Ghibellini difendere, i beni de' quali in tre parti divisono, delle quali l'una publicorono, l'altra al magistrato della Parte, chiamato i Capitani, la terza a' Guelfi, per ricompenso de' danni ricevuti, assegnorono.
Il Papa ancora, per mantenere la Toscana guelfa, fece il re Carlo vicario imperiale di Toscana.
Mantenendo adunque i Fiorentini, per virtù di questo nuovo governo, dentro con le leggi e fuora con le armi, la reputazione loro, morì il Pontefice; e dopo una lunga disputa, passati duoi anni, fu eletto papa Gregorio X.
Il quale, per essere stato lungo tempo in Sorìa, ed esservi ancora nel tempo della sua elezione, e discosto da gli umori delle parti, non stimava quelle nel modo che dagli suoi antecessori erano state stimate.
E per ciò, sendo venuto in Firenze per andare in Francia, stimò che fusse ufficio di uno ottimo pastore riunire la città; e operò tanto che i Fiorentini furono contenti ricevere i sindachi de' Ghibellini in Firenze per praticare il modo del ritorno loro; e benché lo accordo si concludesse, furono in modo i Ghibellini spaventati, che non vollono tornare.
Di che il Papa dette la colpa alla città, e, sdegnato, scomunicò quella; nella quale contumacia stette quanto visse il Pontefice; ma dopo la sua morte fu da papa Innocenzio V ribenedetta.
Era venuto il pontificato in Niccolò III, nato di casa Orsina; e perché i pontefici temevano sempre colui la cui potenzia era diventata grande in Italia, ancora che la fussi con i favori della Chiesa cresciuta, e perché ei cercavano di abbassarla, ne nascevano gli spessi tumulti e le spesse variazioni che in quella seguivono; perché la paura di uno potente faceva crescere uno debile; e cresciuto ch'egli era, temere, e temuto, cercare di abbassarlo: questo fece trarre il Regno di mano a Manfredi e concederlo a Carlo; questo fece di poi avere paura di lui, e cercare la rovina sua.
Niccolao III per tanto, mosso da queste cagioni, operò tanto che a Carlo, per mezzo dello Imperadore, fu tolto il governo di Toscana, e in quella provincia mandò, sotto nome dello Imperio, messer Latino suo legato.
11
Era Firenze allora in assai mala condizione, perché la nobilità guelfa era diventata insolente e non temeva i magistrati; in modo che ciascuno dì si facevano assai omicidii e altre violenze, sanza essere puniti quegli che le commettevano, sendo da questo e quell'altro nobile favoriti.
Pensorono per tanto i capi del popolo, per frenare questa insolenzia, che fusse bene rimettere i fuori usciti; il che dette occasione al Legato di riunire la città; e i Ghibellini tornorono.
E in luogo de' dodici governatori ne feciono quattordici, d'ogni parte sette, che governassero uno anno e avessero ad essere eletti dal papa.
Stette Firenze in questo governo duoi anni, infino che venne al pontificato papa Martino, di nazione franzese, il quale restituì al re Carlo tutta quella autorità che da Niccola gli era stata tolta; talché subito risuscitorono in Toscana le parti, perché i Fiorentini presono l'armi contro al governatore dello Imperadore, e per privare del governo i Ghibellini e tenere i potenti in freno, ordinorono nuova forma di reggimento.
Era l'anno 1282, e i corpi delle Arti, poi che fu dato loro i magistrati e le insegne, erano assai reputati; donde che quelli per la loro autorità ordinorono che, in luogo de' quattordici, si creassero tre cittadini, che si chiamassero Priori, e stessero duoi mesi al governo della republica, e potessero essere popolani e grandi, purché fussero mercatanti o facessero arti.
Ridussongli, dopo il primo magistrato, a sei, acciò che di qualunque sesto ne fusse uno, il quale numero si mantenne insino al 1342, che ridussono la città a quartieri e i Priori ad otto; non ostante che in quel mezzo di tempo alcuna volta, per qualche accidente, ne facessero dodici.
Questo magistrato fu cagione, come con il tempo si vide, della rovina ne' nobili, perché ne furono da il popolo per varii accidenti esclusi, e di poi sanza alcuno rispetto battuti; a che i nobili, nel principio, acconsentirono per non essere uniti, perché, desiderando troppo torre lo stato l'uno a l'altro, tutti lo perderono.
Consegnorono a questo magistrato uno palagio, dove continuamente dimorasse, sendo prima consuetudine che i magistrati e i consigli per le chiese convenissero; e quello ancora con sergenti e altri ministri necessari onororono; e benché nel principio gli chiamassero solamente Priori, nondimeno di poi, per maggiore magnificenza, il nome de' Signori gli aggiunsero.
Stierono i Fiorentini dentro quieti alcun tempo; nel quale feciono la guerra con gli Aretini, per avere quegli cacciati i Guelfi, e in Campaldino felicemente gli vinsono.
E crescendo la città di uomini e di ricchezze, parve ancora di accrescerla di mura, e le allargorono il suo cerchio in quel modo che al presente si vede, con ciò sia che prima il suo diametro fusse solamente quello spazio che contiene dal Ponte Vecchio infino a San Lorenzo.
12
Le guerre di fuora e la pace di dentro avevano come spente in Firenze le parti ghibelline e guelfe; restavano solamente accesi quelli umori i quali naturalmente sogliono essere in tutte le città intra i potenti e il popolo; perché, volendo il popolo vivere secondo le leggi, e i potenti comandare a quelle, non è possibile cappino insieme.
Questo umore, mentre che i Ghibellini feciono loro paura, non si scoperse; ma come prima quelli furono domi, dimostrò la potenza sua; e ciascuno giorno qualche popolare era ingiuriato; e le leggi e i magistrati non bastavano a vendicarlo, perché ogni nobile, con i parenti e con gli amici, dalle forze de' Priori e del Capitano si difendeva.
I principi per tanto delle Arti, desiderosi di rimediare a questo inconveniente, provviddono che qualunche Signoria, nel principio dello uficio suo, dovesse creare uno Gonfaloniere di giustizia, uomo popolano, al quale dettono, scritti sotto venti bandiere, mille uomini; il quale, con il suo gonfalone e con gli armati suoi, fusse presto a favorire la giustizia, qualunque volta da loro o da il Capitano fusse chiamato.
Il primo eletto fu Ubaldo Ruffoli.
Costui trasse fuora il gonfalone, e disfece le case de' Galletti, per avere uno di quella famiglia morto, in Francia, un popolano.
Fu facile alle Arti fare questo ordine, per le gravi inimicizie che intra i nobili vegghiavano; i quali non prima pensorono al provedimento fatto contro di loro, che viddono la acerbità di quella esecuzione; il che dette loro da prima assai terrore: non di meno poco di poi si tornorono nella loro insolenzia; perché, sendone sempre alcuni di loro de' Signori, avevano commodità di impedire il Gonfaloniere, che non potesse fare l'uficio suo.
Oltra di questo, avendo bisogno lo accusatore di testimone quando riceveva alcuna offesa, non si trovava alcuno che contro a' nobili volesse testimoniare; talché in breve tempo si tornò Firenze ne' medesimi disordini, e il popolo riceveva dai Grandi le medesime ingiurie, perché i giudicii erano lenti e le sentenzie mancavano delle esecuzioni loro.
13
E non sapiendo i popolani che partiti si prendere, Giano della Bella di stirpe nobilissimo, ma della libertà della città amatore, dette animo ai capi delle Arti a riformare la città; e per suo consiglio si ordinò che il Gonfaloniere residesse con i Priori, e avesse quattromila uomini a sua ubbidienza; privoronsi ancora tutti i nobili di potere sedere de' Signori; obligoronsi consorti del reo alla medesima pena che quello; fecesi che la publica fama bastasse a giudicare.
Per queste leggi, le quali si chiamorono gli Ordinamenti della iustizia, acquistò il popolo assai reputazione, e Giano della Bella assai odio; perché era in malissimo concetto de' potenti, come di loro potenza distruttore, e i popolani ricchi gli avevano invidia, perché pareva loro che la sua autorità fusse troppa; il che, come prima lo permisse la occasione, si dimostrò.
Fece adunque la sorte che fu morto uno popolano in una zuffa dove più nobili intervennono, intra i quali fu messer Corso Donati; al quale, come più audace che gli altri, fu attribuita la colpa; e per ciò fu da il Capitano del popolo preso; e comunque la cosa si andasse, o che messer Corso non avesse errato, o che il Capitano temesse di condannarlo, e' fu assoluto.
La quale assoluzione tanto al popolo dispiacque, che prese le armi e corse a casa Giano della Bella a pregarlo dovesse essere operatore che si osservassero quelle leggi delle quali egli era stato inventore.
Giano, che desiderava che messer Corso fusse punito, non fece posare l'armi, come molti giudicavano che dovesse fare, ma gli confortò ad ire a' Signori a dolersi del caso e pregarli che dovessero provedervi.
Il popolo per tanto, pieno di sdegno, parendogli essere offeso dal Capitano e da Giano abandonato, non a' Signori, ma al palagio del Capitano itosene, quello prese e saccheggiò.
Il quale atto dispiacque a tutti i cittadini; e quelli che amavano la rovina di Giano lo accusavano, attribuendo a lui tutta la colpa, di modo che, trovandosi intra gli Signori che di poi seguirono alcuno suo nimico, fu accusato al Capitano come sollevatore del popolo.
E mentre che si praticava la causa sua, il popolo si armò, e corse alle sue case, offerendogli contro ai Signori e suoi nimici la difesa.
Non volle Giano fare esperienza di questi populari favori, né commettere la vita sua a' magistrati, perché temeva la malignità di questi e la instabilità di quelli; tale che, per torre occasione a' nimici di ingiuriare lui, e agli amici di offendere la patria, deliberò di partirsi, e dare luogo alla invidia, e liberare i cittadini dal timore ch'eglino avevano di lui, e lasciare quella città la quale con suo carico e pericolo aveva libera dalla servitù de' potenti, e si elesse voluntario esilio.
14
Dopo la costui partita, la nobilità salse in speranza di ricuperare la sua dignità; e giudicando il male suo essere dalle sue divisioni nato, si unirono i nobili insieme, e mandorono duoi di loro alla Signoria, la quale giudicavano in loro favore, a pregarla fusse contenta temperare in qualche parte la acerbità delle leggi contro a di loro fatte.
La quale domanda, come fu scoperta, commosse gli animi de' popolani, perché dubitavano che i Signori la concedessero loro; e così, tra il desiderio de' nobili e il sospetto del popolo, si venne alle armi.
I nobili feciono testa in tre luoghi: a San Giovanni, in Mercato Nuovo e alla piazza de' Mozzi; e sotto tre capi: messer Forese Adimari, messer Vanni de' Mozzi e messer Geri Spini; i popolani in grandissimo numero sotto le loro insegne al palagio de' Signori convennono, i quali allora propinqui a San Brocolo abitavano.
E perché il popolo aveva quella Signoria sospetta, deputò sei cittadini che con loro governassero.
Mentre che l'una e l'altra parte alla zuffa si preparava, alcuni, così popolari come nobili, e con quelli certi religiosi di buona fama, si messono di mezzo per pacificarli, ricordando ai nobili che degli onori tolti e delle leggi contro a di loro fatte ne era stata cagione la loro superbia e il loro cattivo governo; e che lo avere prese ora l'armi, e rivolere con la forza quello che per la loro disunione e loro non buoni modi si erano lasciati torre, non era altro che volere rovinare la patria loro e le loro condizioni raggravare; e si ricordassero che il popolo, di numero, di ricchezze e di odio era molto a loro superiore, e che quella nobilità mediante la quale e' pareva loro avanzare gli altri non combatteva, e riusciva, come e' si veniva al ferro, uno nome vano, che contro a tanti a difenderli non bastava.
Al popolo dall'altra parte ricordavano come e' non era prudenzia volere sempre l'ultima vittoria, e come e' non fu mai savio partito fare disperare gli uomini, perché chi non spera il bene non teme il male; e che dovevano pensare che la nobilità era quella la quale aveva nelle guerre quella città onorata, e però non era bene né giusta cosa con tanto odio perseguitarla; e come i nobili il non godere il loro supremo magistrato facilmente sopportavano, ma non potevano già sopportare che fusse in potere di ciascuno, mediante gli ordini fatti, cacciargli della patria loro; e però era bene mitigare quelli, e per questo benefizio fare posare le armi, né volessero tentare la fortuna della zuffa confidandosi nel numero, perché molte volte si era veduto gli assai dai pochi essere stati superati.
Erano nel popolo i pareri diversi: molti volevono che si venissi alla zuffa, come a cosa che un giorno di necessità a venire vi si avesse; e però era meglio farlo allora, che aspettare che i nimici fussero più potenti; e se si credesse che rimanessero contenti mitigando le leggi, che sarebbe bene mitigarle; ma che la superbia loro era tanta che non poserieno mai, se non forzati.
A molti altri, più savi e di più quieto animo, pareva che il temperare le leggi non importasse molto, e il venire alla zuffa importasse assai; di modo che la opinione loro prevalse; e providono che alle accuse de' nobili fussero necessari i testimoni.
15
Posate le armi, rimase l'una e l'altra parte piena di sospetto, e ciascuna con torri e con armi si fortificava; e il popolo riordinò il governo, ristringendo quello in minore numero, mosso dallo essere stati quelli Signori favorevoli a' nobili: del quale rimaseno principi Mancini, Magalotti, Altoviti, Peruzzi e Cerretani.
Fermato lo stato, per maggiore magnificenzia e più sicurtà de' Signori, l'anno 1298, fondorono il palagio loro; e feciongli piazza delle case che furono già degli Uberti.
Comincioronsi ancora in quel medesimo tempo le publiche prigioni; i quali edifici in termine di pochi anni si fornirono.
Né mai fu la città nostra in maggiore e più felice stato che in questi tempi, sendo di uomini, di ricchezze e di riputazione ripiena: i cittadini atti alle armi a trentamila, e quelli del suo contado a settantamila aggiugnevano; tutta la Toscana, parte come subietta, parte come amica, le ubbidiva; e benché intra i nobili e il popolo fusse alcuna indignazione e sospetto, non di meno non facevano alcuno maligno effetto, ma unitamente e in pace ciascuno si viveva.
La quale pace, se dalle nuove inimicizie dentro non fusse stata turbata, di quelle di fuora non poteva dubitare; perché era la città in termine che la non temeva più lo Imperio né i suoi fuori usciti, e a tutti gli stati di Italia arebbe potuto con le sue forze rispondere.
Quello male per tanto che dalle forze di fuora non gli poteva essere fatto, quelle di dentro gli feciono.
16
Erano in Firenze due famiglie, i Cerchi e i Donati, per ricchezza, nobilità e uomini potentissime.
Intra loro, per essere in Firenze e nel contado vicine, era stato qualche disparere, non però si grave che si fusse venuto alle armi; e forse non arebbono fatti grandi effetti, se i maligni umori non fussero stati da nuove cagioni accresciuti.
Era intra le prime famiglie di Pistoia quella de' Cancellieri.
Occorse che, giucando Lore di messer Guglielmo e Geri di messer Bertacca, tutti di quella famiglia, e venendo a parole, fu Geri da Lore leggermente ferito.
Il caso dispiacque a messer Guglielmo; e pensando con la umanità di torre via lo scandolo, lo accrebbe; perché comandò al figliuolo che andasse a casa il padre del ferito e gli domandasse perdono.
Ubbidì Lore al padre: nondimeno questo umano atto non addolcì in alcuna parte lo acerbo animo di messer Bertacca; e fatto prendere Lore dai suoi servidori, per maggiore dispregio sopra una mangiatoia gli fece tagliare la mano, dicendogli: - Torna a tuo padre, e digli che le ferite con il ferro e non con le parole si medicano -.
La crudeltà di questo fatto dispiacque tanto a messer Guglielmo, che fece pigliare le armi ai suoi per vendicarlo; e messer Bertacca ancora si armò per difendersi; e non solamente quella famiglia, ma tutta la città di Pistoia si divise.
E perché i Cancellieri erano discesi da messer Cancelliere, che aveva aute due mogli, delle quali l'una si chiamò Bianca, si nominò ancora l'una delle parti, per quelli che da lei erano discesi, "Bianca"; e l'altra, per torre nome contrario a quella, fu nominata "Nera".
Seguirono infra costoro, in più tempo, di molte zuffe, con assai morte di uomini e rovina di case; e non potendo infra loro unirsi, stracchi nel male, e desiderosi o di porre fine alle discordie loro, o con la divisione d'altri accrescerle, ne vennono a Firenze, e i Neri, per avere famigliarità con i Donati, furono da messer Corso, capo di quella famiglia, favoriti; donde nacque che i Bianchi, per avere appoggio potente che contro ai Donati gli sostenesse, ricorsono a messer Veri de' Cerchi, uomo per ciascuna qualità non punto a messer Corso inferiore.
17
Questo umore, da Pistoia venuto, lo antico odio intra i Cerchi e i Donati accrebbe, ed era già tanto manifesto che i Priori e gli altri buoni cittadini dubitavano ad ogni ora che non si venisse infra loro alle armi, e che da quelli, di poi, tutta la città si dividesse.
E per ciò ricorsono al Pontefice, pregandolo che a questi umori mossi quello rimedio che per loro non vi potevono porre con la sua autorità vi ponesse.
Mandò il Papa per messer Veri, e lo gravò a fare pace con i Donati; di che messer Veri mostrò maravigliarsi, dicendo non avere alcuna inimicizia con quelli; e perché la pace presuppone la guerra, non sapeva, non essendo intra loro guerra, perché fusse la pace necessaria.
Tornato adunque messer Veri da Roma senza altra conclusione, crebbono in modo gli umori che ogni piccolo accidente, sì come avvenne, gli poteva fare traboccare.
Era del mese di maggio; nel qual tempo, e ne' giorni festivi, publicamente per Firenze si festeggia.
Alcuni giovani, per tanto, de' Donati, insieme con loro amici, a cavallo, a vedere ballare donne presso a Santa Trinita si fermorono; dove sopraggiunsono alcuni de' Cerchi, ancora loro da molti nobili accompagnati; e non cognoscendo i Donati, che erano davanti, desiderosi ancora loro di vedere, spinsono i cavagli fra loro, e gli urtorono; donde i Donati, tenendosi offesi, strinsono le armi; a' quali i Cerchi gagliardamente risposono; e dopo molte ferite date e ricevute da ciascuno, si spartirono.
Questo disordine fu di molto male principio; perché tutta la città si divise, così quelli di popolo come i Grandi; e le parti presono il nome dai Bianchi e Neri.
Erano capi della parte bianca i Cerchi, e a loro si accostorono gli Adimari, gli Abati, parte de' Tosinghi, de' Bardi, de' Rossi, de' Frescobaldi, de' Nerli e de' Mannelli, tutti i Mozzi, gli Scali, i Gherardini, i Cavalcanti, Malespini, Bostechi, Giandonati, Vecchietti e Arrigucci; a questi si aggiunsono molte famiglie populane, insieme con tutti i Ghibellini che erano in Firenze; tale che, per lo gran numero che gli seguivano, avevono quasi che tutto il governo della città.
I Donati da l'altro canto, erano capi della parte nera, e con loro erano quella parte che delle sopranomate famiglie a' Bianchi non si accostavano, e di più tutti i Pazzi, i Bisdomini, i Manieri, Bagnesi, Tornaquinci, Spini, Buondelmonti, Gianfigliazzi, Brunelleschi.
Né solamente questo umore contaminò la città, ma ancora tutto il contado divise; donde che i Capitani di parte e qualunque era de' Guelfi e della republica amatore temeva forte che questa nuova divisione non facesse, con rovina della città, risuscitare le parti ghibelline.
E mandorono di nuovo a papa Bonifazio perché pensasse al rimedio, se non voleva che quella città, che era stata sempre scudo della Chiesa, o rovinasse o diventasse ghibellina.
Mandò pertanto il Papa in Firenze Matteo d'Acquasparta, cardinale Portuese, legato; e perché trovò difficultà nella parte bianca, la quale per parergli essere più potente temeva meno, si partì di Firenze sdegnato, e la interdisse; di modo che la rimase in maggiore confusione che la non era avanti la venuta sua.
18
Essendo per tanto tutti gli animi degli uomini sollevati, occorse che ad uno mortoro trovandosi assai de' Cerchi e de' Donati vennono insieme a parole, e da quelle alle armi; dalle quali, per allora, non nacque altro che tumulti.
E tornato ciascuno alle sue case, deliberorono i Cerchi di assaltare i Donati, e con gran numero di gente gli andorono a trovare; ma per la virtù di messer Corso furono ributtati e gran parte di loro feriti.
Era la città tutta in arme; i Signori e le leggi erano dalla furia de' potenti vinte; i più savi e migliori cittadini pieni di sospetto vivevano.
I Donati e la parte loro temevono più, perché potevono meno; donde che, per provedere alle cose loro, si ragunò messer Corso con gli altri capi neri e i Capitani di parte; e convennono che si domandasse al Papa uno di sangue reale, che venisse a riformare Firenze, pensando che per questo mezzo si potesse superare i Bianchi.
Questa ragunata e deliberazione fu a' Priori notificata, e dalla parte avversa come una congiura contro al viver libero aggravata.
E trovandosi in arme ambedue le parti, i Signori, de' quali era in quel tempo Dante, per il consiglio e prudenza sua presono animo e feciono armare il popolo, al quale molti del contado aggiunsono; e di poi forzorono i capi delle parti a posare le armi, e confinorono messer Corso Donati con molti di parte nera; e per mostrare di essere in questo giudizio neutrali, confinorono ancora alcuni di parte bianca, i quali poco di poi, sotto colore di oneste cagioni, tornorono.
19
Messer Corso e i suoi, perché giudicavano il Papa alla loro parte favorevole, ne andorono a Roma; e quello che già avevono scritto al Papa alla presenza gli persuasono.
Trovavasi in corte del Pontefice Carlo di Valois, fratello del re di Francia, il quale era stato chiamato in Italia dal re di Napoli per passare in Sicilia.
Parve per tanto al Papa, sendone massimamente pregato dai Fiorentini fuori usciti, infino che il tempo venisse commodo a navigare, di mandarlo a Firenze.
Venne adunque Carlo; e benché i Bianchi, i quali reggevano, lo avessero a sospetto, nondimeno, per essere capo de' Guelfi e mandato da il Papa, non ardirono di impedirgli la venuta; ma, per farselo amico, gli dettono autorità che potesse secondo lo arbitrio suo disporre della città.
Carlo, avuta questa autorità, fece armare tutti i suoi amici e partigiani; il che dette tanto sospetto al popolo che non volesse torgli la sua libertà, che ciascuno prese le armi e si stava alle case sue, per essere presto se Carlo facesse alcuno moto.
Erano i Cerchi e i capi di parte bianca, per essere stati qualche tempo capi della republica e portatisi superbamente, venuti allo universale in odio; la qual cosa dette animo a messer Corso e agli altri fuori usciti neri di venire a Firenze, sapiendo massime che Carlo e i Capitani di parte erano per favorirgli.
E quando la città, per dubitare di Carlo, era in arme, messer Corso con tutti i fuori usciti e molti altri che lo seguitavano, senza essere da alcuno impediti, entrorono in Firenze; e benché messer Veri de' Cerchi fusse ad andargli incontra confortato, non lo volse fare, dicendo che voleva che il popolo di Firenze, contro al quale veniva, lo gastigasse.
Ma ne avvenne il contrario, perché fu ricevuto, non gastigato da quello; e a messer Veri convenne, volendo salvarsi, fuggire; perché messer Corso, sforzata che gli ebbe la porta a Pinti, fece testa a San Piero Maggiore, luogo propinquo alle sue case; e ragunato assai amici e popolo, che desideroso di cose nuove vi concorse, trasse, la prima cosa, delle carcere qualunque o per publica o per privata cagione vi era ritenuto; sforzò i Signori a tornarsi privati alle case loro, ed elesse i nuovi, popolani e di parte nera; e per cinque giorni si attese a saccheggiare quelli che erano i primi di parte bianca.
I Cerchi e gli altri principi della setta loro erano usciti della città e ritirati ai loro luoghi forti, vedendosi Carlo contrario e la maggiore parte del popolo nimico; e dove prima ei non avevano mai voluto seguitare i consigli del Papa, furono forzati a ricorrere a quello per aiuto, mostrandogli come Carlo era venuto per disunire, non per unire Firenze.
Onde che il Papa di nuovo vi mandò suo legato messer Matteo d'Acquasparta; il quale fece fare la pace intra i Cerchi e i Donati, e con matrimoni e nuove nozze la fortificò, e volendo che i Bianchi ancora degli uffizi participassino, i Neri, che tenevano lo stato, non vi consentirono; in modo che il Legato non si partì con più sua sodisfazione né meno irato che l'altra volta; e lasciò la città, come disubidiente, interdetta.
20
Rimase per tanto in Firenze l'una e l'altra parte, e ciascuna malcontenta: i Neri, per vedersi la parte nimica appresso, temevano che la non ripigliasse, con la loro rovina, la perduta autorità e i Bianchi si vedevano mancare della autorità e onori loro.
A' quali sdegni e naturali sospetti s'aggiunsono nuove ingiurie.
Andava messer Niccola de' Cerchi con più suoi amici alle sue possessioni, e arrivato al Ponte ad Affrico, fu da Simone di messer Corso Donati assaltato.
La zuffa fu grande, e da ogni parte ebbe lacrimoso fine, perché messer Niccola fu morto e Simone in modo ferito che la seguente notte morì.
Questo caso perturbò di nuovo tutta la città; e benché la parte nera vi avesse più colpa, nondimeno era da chi governava difesa.
E non essendo ancora datone giudizio, si scoperse una congiura tenuta dai Bianchi con messer Piero Ferrante barone di Carlo, con il quale praticavano di essere rimessi al governo; la qual cosa venne a luce per lettere scritte dai Cerchi a quello, non ostante che fusse opinione le lettere essere false e dai Donati trovate per nascondere la infamia la quale per la morte di messer Niccola si avevono acquistata.
Furono per tanto confinati tutti i Cerchi e i loro seguaci di parte bianca, intra i quali fu Dante poeta, e i loro beni publicati e le loro case disfatte.
Sparsonsi costoro, con molti Ghibellini che si erano con loro accostati, per molti luoghi, cercando con nuovi travagli nuova fortuna; e Carlo, avendo fatto quello per che venne a Firenze, si parti, e ritornò al Papa per seguire la impresa sua di Sicilia: nella quale non fu più savio né migliore che si fusse stato in Firenze; tanto che vituperato, con perdita di molti suoi, tornò in Francia.
21
Vivevasi in Firenze, dopo la partita di Carlo, assai quietamente: solo messer Corso era inquieto, perché non gli pareva tenere nella città quel grado quale credeva convenirsegli; anzi, sendo il governo popolare, vedeva la repubblica essere amministrata da molti inferiori a lui.
Mosso per tanto da queste passioni, pensò di adonestare con una onesta cagione la disonestà dello animo suo; e calunniava molti cittadini i quali avevano amministrati danari publici, come se gli avessero usati ne' privati commodi; e che gli era bene ritrovargli e punirgli.
Questa sua opinione da molti, che avevano il medesimo desiderio che quello, era seguita; a che si aggiugneva la ignoranzia di molti altri, i quali credevano messer Corso per amore della patria muoversi.
Dall'altra parte i cittadini calunniati, avendo favore nel popolo, si difendevano; e tanto transcorse questo disparere, che, dopo ai modi civili, si venne alle armi.
Dall'una parte era messer Corso e messer Lottieri vescovo di Firenze, con molti Grandi e alcuni popolani; dall'altra erano i Signori, con la maggiore parte del popolo: tanto che in più parti della città si combatteva.
I Signori, veduto il pericolo grande nel quale erano, mandorono per aiuto ai Lucchesi; e subito fu in Firenze tutto il popolo di Lucca; per l'autorità del quale si composono per allora le cose e si fermorono i tumulti; e rimase il popolo nello stato e libertà sua, sanza altrimenti punire i motori dello scandolo.
Aveva il Papa inteso i tumulti di Firenze, e per fermargli vi mandò messer Niccolao da Prato suo legato.
Costui, sendo uomo, per grado, dottrina e costumi, di grande riputazione, acquistò subito tanta fede che si fece dare autorità di potere uno stato a suo modo fermare; e perché era di nazione ghibellino, aveva in animo ripatriare gli usciti; ma volse prima guadagnarsi il popolo; e per questo rinnovò le antiche Compagnie del popolo; il quale ordine accrebbe assai la potenza di quello, e quella de' Grandi abbassò.
Parendo per tanto al Legato aversi obligata la moltitudine, disegnò di fare tornare i fuori usciti, e nel tentare varie vie, non solamente non gliene successe alcuna, ma venne in modo a sospetto a quelli che reggevano, che fu costretto a partirsi; e pieno di sdegno se ne tornò al Pontefice, e lasciò Firenze piena di confusione e interdetta.
E non solo quella città da uno umore ma da molti era perturbata, sendo in essa le inimicizie del popolo e de' Grandi, de' Ghibellini e Guelfi, de' Bianchi e Neri.
Era adunque tutta la città in arme e piena di zuffe; perché molti erano per la partita del Legato mal contenti, sendo desiderosi che i fuori usciti tornassero.
E i primi di quelli che movieno lo scandolo erano i Medici e i Giugni, i quali in favore de' ribelli si erano con il Legato scoperti: combattevasi per tanto in più parti in Firenze.
Ai quali mali si aggiunse un fuoco, il quale si appiccò prima da Orto San Michele, nelle case degli Abati; di quivi saltò in quelle de' Capo in sacchi, e arse quelle con le case de' Macci, degli Amieri, Toschi, Cipriani, Lamberti, Cavalcanti e tutto Mercato nuovo; passò di quivi in Porta Santa Maria, e quella arse tutta, e girando dal Ponte Vecchio, arse le case de' Gherardini, Pulci, Amidei e Lucardesi, e con queste tante altre che il numero di quelle a mille settecento o più aggiunse.Questo fuoco fu opinione di molti che a caso, nello ardore della zuffa, si appiccasse: alcuni altri affermano che da Neri Abati priore di San Piero Scheraggio, uomo dissoluto e vago di male, fusse acceso; il quale, veggendo il popolo occupato a combattere, pensò di poter fare una sceleratezza alla quale gli uomini, per essere occupati, non potessero rimediare; e perché gli riuscisse meglio, misse fuoco in casa i suoi consorti, dove aveva più commodità di farlo.
Era lo anno 1304 e del mese di luglio, quando Firenze dal fuoco e da il ferro era perturbata.
Messer Corso Donati solo, intra tanti tumulti, non si armò; perché giudicava più facilmente diventare arbitro di ambedue le parti, quando, stracche nella zuffa, agli accordi si volgessero.
Posoronsi non di meno le armi, più per sazietà del male che per unione che infra loro nascesse: solo ne seguì che i rebelli non tornorono, e la parte che gli favoriva rimase inferiore.
22
Il Legato, tornato a Roma e uditi i nuovi scandoli seguiti in Firenze, persuase al Papa che, se voleva unire Firenze, gli era necessario fare a sé venire dodici cittadini de' primi di quella città; donde poi, levato che fusse il nutrimento al male, si poteva facilmente pensare di spegnerlo.
Questo consiglio fu da il Pontefice accettato; e i cittadini chiamati ubbidirono; intra i quali fu messer Corso Donati.
Dopo la partita de' quali, fece il Legato a' fuori usciti intendere come allora era il tempo, che Firenze era privo de' suoi capi, di ritornarvi: in modo che gli usciti, fatto loro sforzo vennono a Firenze, e nella città per le mura ancora non fornite entrarono, e infino alla piazza di San Giovanni transcorsono.
Fu cosa notabile che coloro i quali poco davanti avevano per il ritorno loro combattuto, quando disarmati pregavano di essere alla patria restituiti, poi che gli viddono armati, e volere per forza occupare la città, presono l'armi contro a di loro (tanto fu più da quelli cittadini stimata la comune utilità che la privata amicizia) e unitisi con tutto il popolo, a tornarsi donde erano venuti gli forzorono.
Perderono costoro la impresa per avere lasciate parte delle genti loro alla Lastra, e per non avere aspettato messer Tolosetto Uberti, il quale doveva venire da Pistoia con trecento cavagli; perché stimavano che la celerità più che le forze avesse a dare loro la vittoria: e così spesso in simili imprese interviene che la tardità ti toglie la occasione, e la celerità le forze.
Partiti i ribelli, si tornò Firenze nelle antiche sue divisioni; e per torre autorità alla famiglia de' Cavalcanti, gli tolse il popolo per forza le Stinche, castello posto in Val di Grieve e anticamente stato di quella; e perché quelli che dentro vi furono presi furono i primi che fussero posti nelle carcere di nuovo edificate, si chiamò di poi quel luogo, dal castello donde venivano, e ancora si chiama, le Stinche.
Rinnovorono ancora, quelli che erano i primi nella republica, le Compagnie del popolo, e dettono loro le insegne, ché prima sotto quelle delle Arti si ragunavano; e i capi Gonfalonieri delle compagnie e Collegi de' Signori si chiamorono, e vollono che, negli scandoli con le armi e nella pace con il consiglio, la Signoria aiutassero; aggiunsono ai duoi rettori antichi uno esecutore, il quale, insieme con i gonfalonieri, doveva contro alla insolenzia de' Grandi procedere.
In questo mezzo era morto il Papa, e messer Corso e gli altri cittadini erano tornati da Roma; e sarebbesi vivuto quietamente, se la città dallo animo inquieto di messer Corso non fusse stata di nuovo perturbata.
Aveva costui, per darsi reputazione, sempre opinione contraria ai più potenti tenuta; e dove ei vedeva inclinare il popolo, quivi, per farselo più benivolo, la sua autorità voltava, in modo che di tutti i dispareri e novità era capo, e a lui rifuggivono tutti quelli che alcuna cosa estraordinaria di ottenere desideravano: tale che molti reputati cittadini lo odiavano; e vedevasi crescere in modo questo odio, che la parte de' Neri veniva in aperta divisione, perché messer Corso delle forze e autorità private si valeva, e gli avversarii dello stato; ma tanta era l'autorità che la persona sua seco portava, che ciascuno lo temeva.
Pure nondimeno per torgli il favore popolare, il quale per questa via si può facilmente spegnere, disseminorono che voleva occupare la tirannide: il che era a persuadere facile, perché il suo modo di vivere ogni civile misura trapassava.
La quale opinione assai crebbe poi che gli ebbe tolta per moglie una figliuola di Uguccione della Faggiuola, capo di parte ghibellina e bianca e in Toscana potentissimo.
23
Questo parentado, come venne a notizia, dette animo ai suoi avversarii; e presono contro a di lui le armi; e il popolo, per le medesime cagioni, non lo difese; anzi la maggior parte di quello con gli nimici suoi convenne.
Erano capi de suoi avversarii messer Rosso della Tosa, messer Pazzino de' Pazzi messer Geri Spini e messer Berto Brunelleschi.
Costoro, con i loro seguaci e la maggior parte del popolo, si raccozzorono armati a piè del palagio de' Signori, per l'ordine de' quali si dette una accusa a messer Piero Branca capitano del popolo contro a messer Corso, come uomo che si volesse con lo aiuto di Uguccione fare tiranno: dopo la quale fu citato, e di poi, per contumace, giudicato ribello: né fu più dalla accusa alla sentenzia che uno spazio di due ore.
Dato questo giudizio, i Signori, con le Compagnie del popolo sotto le loro insegne, andorono a trovarlo.
Messer Corso dall'altra parte, non per vedersi da molti de' suoi abbandonato, non per la sentenzia data, non per la autorità de' Signori né per la moltitudine de' nimici sbigottito, si fece forte nelle sue case, sperando potere difendersi in quelle tanto che Uguccione, per il quale aveva mandato, a soccorrerlo venisse.
Erano le sue case e le vie intorno a quelle state sbarrate da lui, e di poi di uomini suoi partigiani affortificate; i quali in modo le difendevano, che il popolo, ancora che fusse gran numero, non poteva vincerle.
La zuffa per tanto fu grande, con morte e ferite d'ogni parte; e vedendo il popolo di non potere dai luoghi aperti superarlo, occupò le case che erano alle sue propinque; e quelle rotte, per luoghi inaspettati gli entrò in casa.
Messer Corso per tanto veggendosi circundato da' nimici, né confidando più negli aiuti di Uguccione, deliberò, poi che gli era disperato della vittoria, vedere se poteva trovare rimedio alla salute; e fatta testa egli e Gherardo Bordoni, con molti altri de' suoi più forti e fidati amici, feciono impeto contro a' nimici; e quelli apersono in maniera che poterono, combattendo, passargli; e della città per la Porta alla Croce si uscirono.
Furono non di meno da molti perseguitati; e Gherardo in su l'Affrico da Boccaccio Cavicciuli fu morto; messer Corso ancora fu a Rovezzano da alcuni cavagli catelani soldati della Signoria sopraggiunto e preso; ma nel venire verso Firenze, per non vedere in viso i suoi nimici vittoriosi ed essere straziato da quelli, si lasciò da cavallo cadere; ed essendo in terra, fu da uno di quelli che lo menavano scannato, il corpo del quale fu dai monaci di San Salvi ricolto, e senza alcuno onore sepulto.
Questo fine ebbe messer Corso dal quale la patria e la parte de' Neri molti beni e molti mali ricognobbe; e se gli avessi avuto lo animo più quieto, sarebbe più felice la memoria sua; non di meno merita di essere numerato intra i rari cittadini che abbi avuti la nostra città.
Vero è che la sua inquietudine fece alla patria e alla parte non si ricordare degli oblighi avieno con quello e nella fine a sé partorì la morte, e all'una e all'altra di quelle di molti mali.
Uguccione, venendo al soccorso del genero, quando fu a Remoli intese come messer Corso era da il popolo combattuto; e pensando non potere fargli alcuno favore, per non fare male a sé sanza giovare a lui, se ne tornò adietro.
24
Morto messer Corso, il che seguì l'anno 1308, si fermorono i tumulti; e vissesi quietamente infino a tanto che si intese come Arrigo imperadore con tutti i rebelli fiorentini passava in Italia, a' quali aveva promesso di restituirgli alla patria loro.
Donde a' capi del governo parve che fusse bene, per avere meno nimici, diminuire il numero di quelli; e per ciò deliberorono che tutti i rebelli fussero restituiti, eccetto quelli a chi nominatamente nella legge fusse il ritorno vietato.
Donde che restorono fuora la maggior parte de' Ghibellini e alcuni di quelli di parte bianca, intra i quali furono Dante Aldighieri, i figliuoli di messer Veri de' Cerchi e di Giano della Bella.
Mandorono oltra di questo, per aiuto, a Ruberto re di Napoli; e non lo potendo ottenere come amici, gli dierono la città per cinque anni, acciò che come suoi uomini gli difendesse.
Lo Imperadore, nel venire, fece la via da Pisa, e per le maremme ne andò a Roma, dove prese la corona l'anno 1312; e di poi, deliberato di domare i Fiorentini, ne venne, per la via di Perugia e di Arezzo, a Firenze; e si pose con lo esercito suo al munistero di San Salvi, propinquo alla città ad un miglio, dove cinquanta giorni stette senza alcun frutto; tanto che, disperato di potere perturbare lo stato di quella città ne andò a Pisa, dove convenne con Federigo re di Sicilia di fare la impresa del Regno; e mosso con le sue genti, quando egli sperava la vittoria, e il re Ruberto temeva la sua rovina, trovandosi a Buonconvento, morì.
25
Occorse, poco tempo di poi, che Uguccione della Faggiuola diventò signore di Pisa, e poi apresso di Lucca, dove dalla parte ghibellina fu messo; e con il favore di queste città gravissimi danni a' vicini faceva, dai quali i Fiorentini per liberarsi domandorono ad il re Ruberto Piero suo fratello, che i loro eserciti governasse.
Uguccione da l'altra parte di accrescere la sua potenzia non cessava, e per forza e per inganno aveva in Val d'Arno e in Val di Nievole molte castella occupate, ed essendo ito allo assedio di Montecatini, giudicorono i Fiorentini che fusse necessario soccorrerlo, non volendo che quello incendio ardesse tutto il paese loro.
E ragunato un grande esercito, passorono in Val di Nievole, dove vennono con Uguccione alla giornata; e dopo una gran zuffa furono rotti, dove morì Piero fratello del Re, il corpo del quale non si ritrovò mai, e con quello più che dumila uomini furono ammazzati.
Né dalla parte di Uguccione fu la vittoria allegra, perché vi morì un suo figliuolo, con molti altri capi dello esercito.
I Fiorentini, dopo questa rotta, afforzorono le loro terre allo intorno; e il re Ruberto mandò per loro capitano il conte d'Andria, detto il Conte Novello, per i portamenti del quale, o vero perché sia naturale a' Fiorentini che ogni stato rincresca e ogni accidente gli divida, la città, non ostante la guerra aveva con Uguccione, in amici e nimici del Re si divise.
Capi degli nimici erano messer Simone della Tosa, i Magalotti, con certi altri, popolani, i quali erano agli altri nel governo superiori.
Costoro operorono che si mandasse in Francia, e di poi nella Magna, per trarne capi e genti, per potere poi, allo arrivare loro, cacciarne il Conte governatore per il Re, ma la fortuna fece che non poterono averne alcuno.
Non di meno non abbandonorono la impresa loro; e cercando di uno per adorarlo, non potendo di Francia né della Magna trarlo, lo trassono di Agobio: e avendone prima cacciato il Conte, feciono venire Lando d'Agobio per esecutore, o vero per bargello; al quale pienissima potestà sopra i cittadini dettono.
Costui era uomo rapace e crudele, e andando con molti armati per la terra, la vita a questo e a quell'altro, secondo la volontà di coloro che lo avevano eletto, toglieva; e in tanta insolenzia venne, che batté una moneta falsa del conio fiorentino, sanza che alcuno opporsegli ardisse: a tanta grandezza lo avieno condotto le discordie di Firenze! Grande veramente e misera città; la quale né la memoria delle passate divisioni, né la paura di Uguccione, né l'autorità di uno Re avevano potuto tenere ferma, tanto che in malissimo stato si trovava, sendo fuora da Uguccione corsa, e dentro da Lando d'Agobio saccheggiata.
Erano gli amici del Re, e contrari a Lando e suoi seguaci, famiglie nobili e popolani grandi, e tutti Guelfi; non di meno, per avere gli avversarii lo stato in mano, non potevono, se non con loro grave pericolo, scoprirsi; pure, deliberati di liberarsi da sì disonesta tirannide, scrissono secretamente al re Ruberto che facesse suo vicario in Firenze il conte Guido da Battifolle.
Il che subito fu da il Re ordinato; e la parte nimica, ancora che i Signori fussero contrari ad il Re, non ardì, per le buone qualità del Conte opporsegli; non di meno non aveva molta autorità, perché i Signori e gonfalonieri delle Compagnie Lando e la sua parte favorivano.
E mentre che in Firenze in questi travagli si viveva, passò la figliuola del re Alberto della Magna, la quale andava a trovare Carlo, figliuolo del re Ruberto, suo marito.
Costei fu onorata assai dagli amici del Re, e con lei delle condizioni della città e della tirannide di Lando e suoi partigiani si dolfono; tanto che prima che la partisse, mediante i favori suoi e quelli che da il Re ne furono porti, i cittadini si unirono, e a Lando fu tolta l'autorità, e pieno di preda e di sangue rimandato ad Agobio.
Fu, nel riformare il governo la signoria ad il Re per tre anni prorogata; e perché di già erano eletti sette Signori di quelli della parte di Lando, se ne elessono sei di quelli del Re; e seguirono alcuni magistrati con tredici Signori; di poi, pure secondo lo antico uso, a sette si ridussono.
26
Fu tolta, in questi tempi, a Uguccione la signoria di Lucca e di Pisa, e Castruccio Castracani, di cittadino di Lucca, ne divenne signore, e perché era giovane, ardito e feroce, e nelle sue imprese fortunato, in brevissimo tempo principe de' Ghibellini di Toscana divenne.
Per la qual cosa i Fiorentini, posate le civili discordie, per più anni pensorono, prima, che le forze di Castruccio non crescessero, e di poi, contro alla voglia loro cresciute, come si avessero a difendere da quelle.
E perché i Signori con migliore consiglio deliberassero, e con maggiore autorità esequissero, creorono dodici cittadini, i quali Buoni uomini nominorono, senza il consiglio e consenso de' quali i Signori alcuna cosa importante operare non potessero.
Era, in questo mezzo, il fine della signoria del re Ruberto venuto; e la città, diventata principe di se stessa, con i consueti rettori e magistrati si riordinò; e il timore grande che la aveva di Castruccio la teneva unita.
Il quale dopo molte cose fatte da lui contro ai signori di Lunigiana, assaltò Prato donde i Fiorentini, deliberati a soccorrerlo serrorono le botteghe e popolarmente vi andorono; dove ventimila a piè e millecinquecento a cavallo convennono.
E per torre a Castruccio for
...
[Pagina successiva]