I MERCATANTI, di Carlo Goldoni - pagina 2
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(Quanti padri per voler troppo bene ai figliuoli rovinano la famiglia!) (partono li tre Giovini)
SCENA TERZA
FACCENDA e PANCRAZIO
PANC.
Ora dite quel che volevate dirmi.
FACC.
Ho sentito, come diceva, quei due giovini parlar sotto voce, e dire che dubitano del pagamento; che la ragione di vossignoria è in pericolo, e che tengono ordine, non ricevendo il denaro, di protestare.
PANC.
Ah Faccenda, son rovinato!
FACC.
Che mi tocca a sentire! Sento gelarmi il sangue nell'udir tai parole.
Ma come mai, caro signor padrone, come ridursi in questo stato?
PANC.
Causa quello sciaurato di Giacinto mio figlio.
L'ho messo in piazza, gli ho fatto credito, gli ho dato denari da trafficare, ha fatto cento spropositi, e per coprir lui, ho dovuto andar io in rovina.
FACC.
Ma perché dar a lui il maneggio? Perché fidarsi tanto di un giovinotto?
PANC.
Sperava che vedendosi in mezzo a tanti onorati mercanti, impegnato in negozi, in traffichi, con lettere, con affari, si assodasse, badasse al serio, e lasciando le male pratiche, si mettesse al punto di fare onor alla casa e a lui medesimo.
Mi sono ingannato, confesso di aver male pensato; ha fatto peggio, si è rovinato del tutto, ed ha seco precipitato il suo povero genitore.
FACC.
Qui conviene pensare al rimedio.
PANC.
Non saprei dove gettarmi; son fuori di me medesimo.
FACC.
Mi scusi: ha mai confidato nulla a monsieur Rainmere, a questo olandese che si ritrova alloggiato in casa sua?
PANC.
Vi dirò, voleva dirgli qualche cosa, ma per tre ragioni mi sono trattenuto.
Per la prima, sono a lui debitore di sette in ottocento ducati; per la seconda, voi sapete che madamigella Giannina, sua nipote, ha qualche inclinazione per mio figlio, e avendo ella di dote seimila lire sterline, che poco più, poco meno, fanno la somma di quarantamila ducati, se a me riuscisse di fare un tal matrimonio, spererei di rimettermi in piedi.
Per questo procuro di tenermi in riputazione coll'amico; ma se sono costretto a render pubbliche le mie indigenze, ho perduto, posso dire, ogni speranza di risorgimento, ho perduto ogni cosa.
FACC.
Dunque per queste ragioni...
PANC.
Ve n'è un'altra.
Monsieur Rainmere ha qualche premura per Beatrice mia figlia.
A un uomo ricco come lui, potrei sperar di darla con poca dote.
Ma se a lui scopro le mie piaghe, tutte le mie speranze svaniscono, perdo il credito, e precipito i miei figliuoli.
FACC.
Mi perdoni, il credito lo perde se in oggi non paga le cambiali, e se i creditori principiano a sequestrare gli effetti.
PANC.
Pur troppo è vero.
Penso, rifletto e non so a qual partito appigliarmi.
FACC.
Quei giovani aspettano; che cosa ho loro da dire?
PANC.
Se sono venuti per riscuotere le lettere, dite loro che questa mattina li vedrò a Rialto, che m'attendano al Banco, che farò loro un giro, oppure li pagherò in contanti, come vorranno.
FACC.
Sì, signore, e dirò che dicano in che monete li vogliono.
Ungheri, zecchini, doppie, quel che vogliono.
Quando si è in pericolo di fallire, si procura sostenersi; e se non crede uno, crede l'altro, e si acquista tempo sinché si può.
(parte)
SCENA QUARTA
PANCRAZIO, poi FACCENDA
PANC.
Io sono stato sempre un uomo onorato, e tale sarò fin che viverò.
Ho de' debiti non pochi, ma ho de' crediti e de' capitali.
Se le cose anderanno male, cederò ogni cosa, resterò in camicia, ma non sarò capace di un'impostura.
FACC.
Sono andati via.
PANC.
Che hanno detto?
FACC.
Che l'attenderanno al Bancogiro.
PANC.
Voglia il cielo, che vi possa andare.
FACC.
Signor padrone, spero che la sorte questa mattina lo voglia consolare.
PANC.
In qual maniera?
FACC.
Si ricorda vossignoria, che ieri le feci un piccolo discorso di quel medico, che aveva desiderio d'impiegare duemila ducati al sette per cento?
PANC.
Me ne ricordo, e mi sovviene ancora di avervi risposto, che il sette per cento non si poteva dare, che il sei alla mercantile si lascia correre, ma non più.
FACC.
Eh, caro signor padrone, quando si ha bisogno, si paga anche l'otto, e anche il dieci.
PANC.
E così si va in rovina più presto, e così ha fatto mio figlio; ed io per liberarlo da simili aggravi, ho pagato in contanti, e son rimasto scoperto.
Ma se non avessi fatto così, non avrei nemmeno cenere sul focolare.
FACC.
Egli è qui in sala il signor Dottore; è venuto in persona a offerirglieli; l'ascolti, guardi se per il sei per cento vuol lasciare il denaro, e se può, si approfitti di questa occasione, che nel suo caso non può essere più necessaria.
PANC.
Faccenda caro, a prender questi denari ho le mie difficoltà.
Se per mia disgrazia i miei creditori mi stringessero per li pagamenti, e dimani fossi costretto a ritirarmi, questo povero galantuomo che ora mi dà il suo denaro, domani lo avrebbe perduto, ed io avendolo in tal guisa tradito, diverrebbe il mio fallimento criminale, ed oltre le mie sostanze, perderei anche la riputazione.
Fallire per disgrazia, merita compatimento; fallire per malizia, è un delitto da assassini di strada.
FACC.
Non vuole nemmeno udirlo?
PANC.
Fate che venga, gli parlerò.
Se si contenterà dell'onesto, supplicherò monsieur Rainmere che li prenda per me.
Così il Dottore non li perderà, ed io me ne varrò, se vedrò che possano servirmi a rimaner in piedi, con la speranza di rimettermi e di rimediare al disordine in cui ora sono.
FACC.
Ma come mai un uomo di tanta onestà, di tanta prudenza, si è ridotto in istato di dover fallire?
PANC.
Disgrazie sopra disgrazie.
Fallimenti de' corrispondenti, perdita di roba in mare; e poi mio figlio, quello sciagurato di mio figlio, senza amore, senza riputazione.
FACC.
(Povero mio padrone! è veramente degno di compassione).
(da sé; parte)
SCENA QUINTA
PANCRAZIO, poi il dottor MALAZUCCA
PANC.
Tremo, quando penso che ho da parlare di queste cose a monsieur Rainmere.
L'uomo più onorato di questo mondo, il più buon olandese ch'io abbia mai conosciuto: uomo sincero, di un ottimo cuore.
Ho timore che si scandalezzi di me, che mi perda la stima e che mi abbandoni.
Anderò con delicatezza, e se vedrò in lui qualche mutazione, mi regolerò con prudenza.
DOTT.
Servitor di vossignoria, signor Pancrazio.
PANC.
Fo riverenza al signor dottor Malazucca.
DOTT.
Son venuto a incomodarvi.
PANC.
Mi comandi: in che posso servirla?
DOTT.
Il vostro servitore Faccenda vi ha detto nulla?
PANC.
Mi ha detto che vossignoria vorrebbe impiegare duemila ducati: è egli vero?
DOTT.
È verissimo.
In tanti anni che faccio la professione faticosa del medico, ecco quanto ho avanzato, e l'ho avanzato a forza di risparmiare.
Son ormai vecchio, e in vece che l'età mi faccia moltiplicar le faccende, queste mi vanno anzi mancando, perché il mondo è pieno d'impostori; e chi opera secondo le buone regole di Galeno, non è più stimato.
Pazienza! Ho questi duemila ducati, vorrei impiegarli, e vorrei che la rendita mi bastasse per vivere.
PANC.
Vuol far un vitalizio?
DOTT.
No, non voglio perdere il capitale.
PANC.
Dunque come vorrebbe fare? Duemila ducati, se gl'investe in depositi, o in censi, le renderanno il quattro o il cinque per cento.
DOTT.
Eh, i censi non son sicuri.
Vorrei impiegarli senza pericolo, e vorrei il sette per cento.
PANC.
Sarà difficile che ritrovi il sette con la sicurezza.
DOTT.
Mi hanno detto che i mercanti li prendono al sette e anche all'otto per cento.
PANC.
Quando ne hanno bisogno, può darsi.
DOTT.
Voi non ne avete bisogno?
PANC.
Non ne ho bisogno, ma per servirla, al sei per cento potrebbe darsi che li prendessi.
DOTT.
Il sei è poco, almeno il sei e mezzo.
PANC.
Basta, si trattenga qui un momento, se non ha premura, tanto che vada a fare certi conti con uno de' miei corrispondenti, e torno da lei.
DOTT.
Son qui; non parto, se non tornate.
PANC.
Vengo subito.
(Voglio prima parlare coll'olandese, e poi qualche cosa risolverò).
(da sé) Il denaro lo ha seco?
DOTT.
Sì, l'ho qui in tanto oro.
Lo porto sempre meco, per paura che non me lo rubino.
PANC.
Stimo assai che porti indosso quel peso.
DOTT.
Lo porto volentieri.
L'oro è un peso che non incomoda niente affatto.
PANC.
(Povero Dottore! mi fa compassione.
Se fossi un uomo senza coscienza, gli farei perdere in un momento quello che per tanti anni ha procurato avanzare).
(da sé; parte)
SCENA SESTA
Il dottor MALAZUCCA
DOTT.
Glieli darò al sei e mezzo, per non tenerli più in tasca.
Ma quando troverò di darli al sette, li leverò al signor Pancrazio, e li darò a chi ne avrà più bisogno.
Intanto ch'egli torna, voglio contarli.
Iersera mi parve che ci fossero due zecchini di più.
Non vorrei perderli, se fosse la verità.
(tira fuori la borsa, versa il denaro sul tatolino, e si pone a contare) Oh che bell'oro! oh che bei zecchini! E pure li ho fatti tutti a tre o quattro lire alla volta.
Tanti medici, che ne sanno meno di me, hanno per paga zecchini e doppie; ed io, povero sfortunato, non ho mai potuto avere più di un ducato, e ho dovuto contentarmi sino di trenta soldi.
Eppure ho fatto duemila ducati a forza di mangiar poco, bevere acqua, e tirar qualche incerto dagli speziali.
SCENA SETTIMA
GIACINTO, LELIO e detto.
GIAC.
Venite qui, amico, che vedremo se v'è il cassiere.
DOTT.
(Copre col mantello i denari sul tavolino)
LEL.
In ogni maniera bisogna ritrovare questi trenta zecchini.
Caro Giacinto, siete nell'impegno.
GIAC.
Li troveremo senz'altro.
Mi dispiace che non vi sia il cassiere.
Chi diavolo è colui? (a Lelio)
LEL.
Quegli è un medico.
Lo conosco.
GIAC.
Fo riverenza a vossignoria.
(al Dottore)
DOTT.
Servitor suo.
GIAC.
Mi dica, signore, ha ella nessun rimedio per i calli? (scherzando)
DOTT.
Perché no? Se diceste davvero, ho un segreto mirabile.
GIAC.
Sentite che pezzo di uomo! Ha il segreto per i calli.
(a Lelio, deridendolo)
LEL.
Caro amico, non ci perdiamo in barzellette.
Pensate a trovare trenta zecchini, che vi vogliono per l'abito che avete promesso alla virtuosa.
GIAC.
Se avessi la chiave dello scrigno, li troverei subito.
Aspettiamo che venga il cassiere.
LEL.
Basta; pensate a mantenere la vostra parola.
GIAC.
Son curioso di sapere che cosa fa quel Dottore appoggiato sopra del tavolino.
(a Lelio)
DOTT.
(Vorrei che venisse il signor Pancrazio).
(da sé)
GIAC.
Mi dica, signore, comanda nulla? (al Dottore)
DOTT.
Sto aspettando il suo signor padre.
GIAC.
Se vuole alcuna cosa dal negozio, posso servirla ancor io.
DOTT.
L'interesse per cui son qui, ho da trattarlo col principale.
GIAC.
Ed io chi sono? Non sono principale quanto lo è mio padre? Non sa vossignoria che in piazza Giacinto Aretusi ha la sua ragione cantante, e che faccio i primi negozi di questa città? Se ella è qui per affari di negozio, può parlare con me.
DOTT.
Vi dirò, signore, ho questi duemila ducati da impiegare, e trattava di farlo col vostro signor padre.
GIAC.
(Ehi, guarda: zecchini!) (a Lelio, piano)
LEL.
(Verrebbero a tempo).
(a Giacinto, piano)
GIAC.
Che dice mio padre? (al Dottore)
DOTT.
Non mi vorrebbe dar altro che il sei per cento ma io per meno del sette non glieli posso fidare.
GIAC.
Se vuole il sette per cento, lo darò io.
DOTT.
Ma voi, signore, siete figlio di famiglia.
GIAC.
Figlio di famiglia? Un mercante che traffica del suo, indipendente dal padre, se gli dice figlio di famiglia? Che dite, signor Lelio? Sentite che sorta di bestialità.
LEL.
Quel signore è compatibile.
Un medico non ha obbligo di sapere le regole mercantili, e molto meno di conoscere tutti i mercanti.
DOTT.
È verissimo; io non so più di così.
Conosco il signor Pancrazio, e non conosco altri.
GIAC.
E me non mi conosce?
DOTT.
So che siete suo figlio.
GIAC.
E non sa niente di più?
DOTT.
Non so di più.
GIAC.
Caro amico, informatelo voi.
(a Lelio)
LEL.
Vossignoria sappia che il signor Giacinto negozia del suo...
GIAC.
Che ha nel Banco trentamila ducati.
Ditegli tutto.
LEL.
Il signor Giacinto non è figlio di famiglia...
GIAC.
Perché tiene la sua firma a parte, e che sia il vero, prendete, fategli vedere queste lettere di cambio, queste accettazioni.
LEL.
Ecco qui, guardate: Al signor Giacinto Aretusi di Venezia.
Vedete? Accetto ad uso ecc., Giacinto Aretusi.
Lettere da lui pagate.
DOTT.
È verissimo, ma...
GIAC.
E poi, resti servita, signore.
Questo è il mio banco, e quello è di mio padre.
Osservi come sono intitolati questi libri: Cassa Giacinto Aretusi, Giornale, Libro Mastro, Salda conti, Registro, Copialettere.
Non gli faccio vedere tutte queste cose per volere i suoi denari; non ne ho bisogno, e non so che farne.
Faccio per giustificare quel che ho detto, e per farle vedere che sono un uomo, e che non sono un ragazzo.
DOTT.
Signore, vi prego, non vi riscaldate.
Ho piacere di essere illuminato, e conoscere in voi un mercante di credito, indipendente dal padre.
Anzi, se mai...
GIAC.
Non mi parlate di denaro, che non ne voglio.
LEL.
(Non ve li lasciate scappare).
(a Giacinto, piano)
GIAC.
(Lasciatemi fare la mia professione, come va fatta).
(piano a Lelio)
DOTT.
Mi dispiace che il signor Pancrazio non viene, ed io ho una visita che mi preme.
GIAC.
Quanto gli voleva dar mio padre di frutto?
DOTT.
Il sei per cento.
GIAC.
Eh, lo compatisco.
Quando trova i merlotti, li prende.
Non dico per dir male di mio padre, ma tutti questi mercanti vecchi fanno così; stanno sul piede antico.
Tanto vogliono pagare sopra il denaro che prendono adesso che gli effetti mercantili si vendono di più, quanto pagavano già trenta o quarant'anni, che si vendevano meno.
DOTT.
Oggi potrebbero dare qualche cosa di più.
GIAC.
A me quando mi è premuto, per fare qualche buon negozio, ho pagato sino l'otto per cento.
LEL.
E anche il dieci.
GIAC.
No, no, amico.
Non sono mai stato in questo caso.
L'otto sì, ma il dieci mai.
DOTT.
Dunque vossignoria non avrebbe difficoltà di pagare l'otto per cento?
GIAC.
Se ne avessi bisogno, ma non ne ho bisogno.
LEL.
Ma i denari ai mercanti profittano sempre il doppio.
GIAC.
Se ho lo scrigno pieno, che non ne so che fare!
DOTT.
Caro signore, potrebbe da un momento all'altro venirgli l'occasione di servirsene.
LEL.
Quante volte arrivano dei casi che non si prevedono?
DOTT.
La prego, signore, metta ella una buona parola per me.
(a Lelio)
LEL.
Via, finalmente è un medico, di cui potreste un giorno avere anche bisogno.
(a Giacinto)
DOTT.
In verità, la servirò con tutto il cuore.
GIAC.
Di doppie e di filippi son pieno da per tutto.
Se vi fosse una partita di zecchini, forse forse la prenderei, per ispedirli in Costantinopoli.
DOTT.
Per l'appunto sono tanti zecchini.
Tutti di Venezia.
Due mila ducati in tanti zecchini.
LEL.
Volete di più? Ecco il vostro caso.
(a Giacinto)
GIAC.
A quanto per cento? (al Dottore)
DOTT.
Almeno, almeno, all'otto.
GIAC.
All'otto poi...
LEL.
Via vorrete far torto a questo galantuomo? Vorrete profittare per il bisogno ch'egli ha di impiegare il di lui denaro? Fate con lui quello che avete fatto cogli altri.
Dategli l'otto per cento, e facciamo la cosa finita.
GIAC.
Non so che dire.
Siete tanto mio amico, che non posso dirvi di no.
Li prenderò all'otto per cento.
DOTT.
Sia ringraziato il cielo.
GIAC.
Il denaro dove lo ha?
DOTT.
Eccolo qui.
Se vuole che lo contiamo.
GIAC.
A contarlo si sta molto.
Venga qui, pesiamolo a marco.
DOTT.
Chi è questo marco?
GIAC.
Pesiamolo tutto ad un tratto, che tornerà il conto anche a lei.
DOTT.
Se mi tornerà il conto, lo vedremo.
GIAC.
Lasci fare a me.
Due mila ducati hanno da essere cinquecento e sessantaquattro zecchini.
DOTT.
Meno sei lire.
GIAC.
È vero, cinquecento sessantatrè e quattordici.
Sa fare i conti bene vossignoria.
DOTT.
Li ho contati tante volte.
GIAC.
Subito li peso.
(va al banco a pesare li zecchini)
LEL.
(Se fossi in voi, li prenderei senza pesare).
(piano a Giacinto)
GIAC.
(Queste sono cose che vi vogliono per colorir la faccenda).
(piano a Lelio)
DOTT.
(La sorte mi ha voluto aiutare.
Ho guadagnato, dal sei all'otto per cento, quaranta ducati all'anno.
In cento visite non guadagno tanto).
(da sé)
GIAC.
Prenda, signore, quattro zecchini di più.
DOTT.
Di più? Che abbia fallato a contare?
GIAC.
Il peso porta così.
Questo è denaro suo.
Son un galantuomo.
Non voglio quel che non è mio.
DOTT.
Oh onoratissimo signor Giacinto.
Voi siete il primo galantuomo del mondo.
GIAC.
Ora gli faccio il suo riscontro.
E quanto più presto verrà a prendere i suoi denari, mi farà più piacere.
DOTT.
Sì, signore, da qui a qualche anno.
LEL.
Oh via, ora non è tempo di discorrere di queste cose.
Fategli la sua cauzione.
(a Giacinto)
GIAC.
Presto gliela faccio.
(va scrivere al banco)
LEL.
Non potevate capitare in mani migliori.
(al Dottore)
DOTT.
È verissimo.
La sorte mi ha favorito.
LEL.
Vi consiglierei partire, prima che venisse il signor Pancrazio.
(al Dottore)
DOTT.
Perché? Anzi vorrei dirgli, che non mi occorre altro da lui.
LEL.
Se quel vecchio avaro sa che suo figliuolo ha preso denari all'otto per cento, è capace di sconsigliarlo.
(al Dottore)
DOTT.
Il signor Giacinto negozia del suo.
LEL.
È vero, ma alle volte si lascia consigliar da suo padre.
DOTT.
Presto dunque.
Avete finito, signore? (a Giacinto)
GIAC.
Ho finito.
Legga, se va bene.
DOTT.
(Legge borbottando) Va benissimo.
GIAC.
Venga ogni sei mesi, che avrà i suoi frutti puntuali.
DOTT.
Non occorr'altro.
Signore, la riverisco e la ringrazio.
GIAC.
Ringrazi il signor Lelio.
DOTT.
Vi sono tanto obbligato.
(a Lelio)
LEL.
Quando posso far del bene agli amici, lo faccio volentieri.
DOTT.
Che siate tutti due benedetti.
(Fortuna, ti ringrazio: ho impiegati bene li miei denari.
Son contentissimo).
(da sé; parte)
SCENA OTTAVA
GIACINTO e LELIO
GIAC.
Questo Dottore è il più bravo medico del mondo.
LEL.
Perché?
GIAC.
Perché con questo recipe ha rimediato alle mie piaghe.
LEL.
Io vi ho fatto il mezzano.
Voglio la senseria.
GIAC.
Tutto quel che volete.
Siete padrone di tutto.
LEL.
Prestatemi venti zecchini.
GIAC.
Volentieri.
Sapete chi sono.
Per gli amici darei anche la camicia.
Prendete, questi sono venti zecchini.
LEL.
E i trenta per l'abito da dare alla virtuosa?
GIAC.
Volete li dia a voi? Volete andar voi a fare la spesa?
LEL.
Sì, se volete, vi servirò io.
Comprerò quel drappo che avete scelto, e lo porterò a madama in nome vostro.
GIAC.
Bravissimo; mi farete piacere, prendete; questi sono li trenta zecchini, e ditele che mi voglia bene.
LEL.
È obbligata a volervene.
Voi l'avete levata dalle miserie, ed avete fatta la sua fortuna.
GIAC.
E farò ancor di più, se avrà giudizio.
LEL.
La sposerete?
GIAC.
Sposarla poi no.
LEL.
V'aspetto al caffè.
GIAC.
Sì, Ci rivedremo.
LEL.
(Povero gonzo! Egli spende, ed io mi diverto, alle di lui spalle).
(da sé; parte)
SCENA NONA
GIACINTO solo.
GIAC.
Questi denari son venuti a tempo! Finalmente non glieli ho già truffati: li ho presi all'otto per cento, e se non pagherò io, pagherà mio padre.
Non posso stare io senza denari, e quando sono pochi, non mi bastano.
Cogli amici sono di buon cuore; con le donne son generoso, mi piace un poco giuocare; la sera non posso star senza un poco di conversazione.
Casino a Venezia, casino in campagna, gondola, palchi, osteria, tutte cose necessarie per far quel che fanno tanti altri.
Oh, mi dirà alcuno, fallirai, sarai cagione che fallirà anche tuo padre; e per questo? Ci aggiusteremo, e torneremo in piazza.
SCENA DECIMA
CORALLINA e detto.
COR.
Signor padroncino, ho piacere di trovarvi solo; ho bisogno assai di parlarvi.
GIAC.
Son qui, parlate.
Avete bisogno di nulla?
COR.
Avrei bisogno che mi restituiste quei cento e cinquanta ducati, che vi ho prestati.
GIAC.
Non me li avete dati a cambio? Non vi pago il dieci per cento?
COR.
Sono due anni che non mi date un soldo.
Ho bisogno di valermene, e voglio i miei denari.
GIAC.
Volete i vostri denari?
COR.
Certamente.
E se non me li darete, lo dirò a vostro padre, e sarà finita.
GIAC.
E avreste tanto cuore di tradire il vostro Giacinto?
COR.
Io non ho bisogno delle vostre parole.
Voglio i miei denari.
GIAC.
So pure che una volta avevate dell'amore per me.
COR.
Bella maniera per farsi amare! Nemmeno darmi il frutto de' poveri miei denari.
GIAC.
Via, siate buona, e ve li darò.
COR.
È un pezzo che mi dite, ve li darò, ma non si vedono venir avanti.
GIAC.
Volete il frutto, o volete il capitale?
COR.
Voglio tutto quel che mi viene.
GIAC.
Via, che cosa vi viene?
COR.
Cento e cinquanta ducati di capitale, e trenta de' frutti.
GIAC.
Non volete altro?
COR.
Questo, e non altro.
GIAC.
Certo, certo, non volete altro?
COR.
Signor no, non voglio altro.
GIAC.
Eh furba, furba.
COR.
Perché mi dite così?
GIAC.
Perché m'hai rapito il cuore.
COR.
Eh, che non ho bisogno di zannate.
Voglio i miei denari.
GIAC.
Sì, cara, ve li darò.
COR.
Tanti anni che servo in questa casa, mi sono avanzata cento cinquanta ducati a forza di stenti e di fatiche, e con tante belle promesse me li levate dalle mani, e mi assassinate così? Sono una povera donna, li voglio; lo dirò al padrone, ricorrerò alla Giustizia.
Sia maladetto quando vi ho creduto, quando ve li ho dati, quando vi ho conosciuto.
GIAC.
Corallina.
(con vezzo)
COR.
Il diavolo che vi porti.
GIAC.
Sentite questo suono? (fa suonar le monete nella borsa)
COR.
Oh quanti zecchini, signor padrone! Quanti denari!
GIAC.
Credete che v'abbia mangiato i vostri quattrini? Sono qui in questa borsa, e ogni anno col frutto de' frutti si aumenterebbe il capitale, e adesso vi è di capitale cento e ottanta ducati, e questi ve ne frutterebbero diciotto, e l'anno venturo di più, ed ogni anno sempre crescerebbe la somma; cosicché, in pochi anni, con cento e cinquanta ducati si duplicherebbe il capitale, e vi formereste la dote.
Ma già che volete li vostri denari, ve li sborso, ve li do.
Non ne vo' più saper nulla.
(mostra di voler levare i denari dalla borsa)
COR.
Fermate un poco, fermate.
Non siate così furioso.
Ho detto che voleva i miei denari, supposto che non mi voleste pagar i frutti.
GIAC.
Non so niente.
Vedo che non vi fidate, ed io vi voglio soddisfare.
(come sopra)
COR.
Ditemi, in grazia, in quanti anni diverrebbero quattrocento?
GIAC.
Nelle mie mani, m'impegno in pochissimo tempo.
COR.
Ma pure?
GIAC.
In tre o quattro anni al più.
COR.
Ditemi: e se fossero adesso trecento, nel medesimo tempo diverrebbero seicento?
GIAC.
Con la stessa regola, non v'è dubbio.
COR.
Sentite, in confidenza.
Ho prestati cento e cinquanta ducati anche al vostro signor padre, ma non mi paga altro che il sei per cento.
GIAC.
Fate una cosa.
Procurate che ve li renda, e venite da me, che vi darò il dieci.
COR.
Son quasi in istato di farlo.
GIAC.
Ma poi un giorno o l'altro tornerete da capo con volere i vostri denari, non vi fiderete, mi farete andar in collera, onde è meglio ch'io ve li dia adesso.
COR.
No, caro signor Giacinto, li tenga.
Mi faccia questa carità.
GIAC.
Via, per farvi piacere, li terrò.
COR.
E gli porterò quegli altri, quando il signor Pancrazio me li avrà restituiti.
GIAC.
Ma sopra tutto badate che non si sappia; non parlate con nessuno, non lo dite nemmeno ai vostri congiunti.
Neppure al vostro amoroso.
COR.
Oh, io amanti non ne ho.
GIAC.
Eh, ti conosco!
COR.
No, davvero.
GIAC.
Vuoi far all'amore con me?
COR.
Oh, col padrone non m'impiccio.
GIAC.
Vien qui, fammi una finezza.
COR.
Oh certo! Chi vi pensate ch'io sia? Non fo finezze a nessuno io.
GIAC.
Dammi solamente la mano in segno d'amicizia.
COR.
Nemmeno, nemmeno.
Le mani ognuno le tenga a sé.
GIAC.
Siete molto delicata.
La mano si porge senza malizia.
COR.
Io sono così.
Neppure un dito.
GIAC.
Nemmeno un dito? Se tu mi porgi un dito, ti regalo due zecchini.
COR.
Oh sì, mi darete due zecchini per porgervi un dito!
GIAC.
Te li do da galantuomo.
COR.
Mi fate venir da ridere.
GIAC.
Eccoli qui: due zecchini per un dito.
(li leva dalla borsa)
COR.
Qual dito vorreste?
GIAC.
Mi basta anche il dito mignolo.
COR.
Due zecchini li buttate via.
GIAC.
Basta, mi rimetterò alla vostra discretezza.
COR.
Che zecchini sono?
GIAC.
Di Venezia.
(glieli fa vedere)
COR.
Oh come son belli! (prendendolo per la mano)
GIAC.
Volete che vi porga il dito?
COR.
Se mi avete data la mano.
GIAC.
È vero, e non me n'era accorto.
COR.
Via, datemi li zecchini.
GIAC.
Volentieri.
Sono qui.
Questi due zecchini son vostri.
Li metto nella borsa, e vi frutteranno ancor essi il dieci per cento, e anderà il frutto sopra il capitale.
Animo, Corallina, allegrame
...
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