I MERCATANTI, di Carlo Goldoni - pagina 3
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GIAC.
E poi, resti servita, signore.
Questo è il mio banco, e quello è di mio padre.
Osservi come sono intitolati questi libri: Cassa Giacinto Aretusi, Giornale, Libro Mastro, Salda conti, Registro, Copialettere.
Non gli faccio vedere tutte queste cose per volere i suoi denari; non ne ho bisogno, e non so che farne.
Faccio per giustificare quel che ho detto, e per farle vedere che sono un uomo, e che non sono un ragazzo.
DOTT.
Signore, vi prego, non vi riscaldate.
Ho piacere di essere illuminato, e conoscere in voi un mercante di credito, indipendente dal padre.
Anzi, se mai...
GIAC.
Non mi parlate di denaro, che non ne voglio.
LEL.
(Non ve li lasciate scappare).
(a Giacinto, piano)
GIAC.
(Lasciatemi fare la mia professione, come va fatta).
(piano a Lelio)
DOTT.
Mi dispiace che il signor Pancrazio non viene, ed io ho una visita che mi preme.
GIAC.
Quanto gli voleva dar mio padre di frutto?
DOTT.
Il sei per cento.
GIAC.
Eh, lo compatisco.
Quando trova i merlotti, li prende.
Non dico per dir male di mio padre, ma tutti questi mercanti vecchi fanno così; stanno sul piede antico.
Tanto vogliono pagare sopra il denaro che prendono adesso che gli effetti mercantili si vendono di più, quanto pagavano già trenta o quarant'anni, che si vendevano meno.
DOTT.
Oggi potrebbero dare qualche cosa di più.
GIAC.
A me quando mi è premuto, per fare qualche buon negozio, ho pagato sino l'otto per cento.
LEL.
E anche il dieci.
GIAC.
No, no, amico.
Non sono mai stato in questo caso.
L'otto sì, ma il dieci mai.
DOTT.
Dunque vossignoria non avrebbe difficoltà di pagare l'otto per cento?
GIAC.
Se ne avessi bisogno, ma non ne ho bisogno.
LEL.
Ma i denari ai mercanti profittano sempre il doppio.
GIAC.
Se ho lo scrigno pieno, che non ne so che fare!
DOTT.
Caro signore, potrebbe da un momento all'altro venirgli l'occasione di servirsene.
LEL.
Quante volte arrivano dei casi che non si prevedono?
DOTT.
La prego, signore, metta ella una buona parola per me.
(a Lelio)
LEL.
Via, finalmente è un medico, di cui potreste un giorno avere anche bisogno.
(a Giacinto)
DOTT.
In verità, la servirò con tutto il cuore.
GIAC.
Di doppie e di filippi son pieno da per tutto.
Se vi fosse una partita di zecchini, forse forse la prenderei, per ispedirli in Costantinopoli.
DOTT.
Per l'appunto sono tanti zecchini.
Tutti di Venezia.
Due mila ducati in tanti zecchini.
LEL.
Volete di più? Ecco il vostro caso.
(a Giacinto)
GIAC.
A quanto per cento? (al Dottore)
DOTT.
Almeno, almeno, all'otto.
GIAC.
All'otto poi...
LEL.
Via vorrete far torto a questo galantuomo? Vorrete profittare per il bisogno ch'egli ha di impiegare il di lui denaro? Fate con lui quello che avete fatto cogli altri.
Dategli l'otto per cento, e facciamo la cosa finita.
GIAC.
Non so che dire.
Siete tanto mio amico, che non posso dirvi di no.
Li prenderò all'otto per cento.
DOTT.
Sia ringraziato il cielo.
GIAC.
Il denaro dove lo ha?
DOTT.
Eccolo qui.
Se vuole che lo contiamo.
GIAC.
A contarlo si sta molto.
Venga qui, pesiamolo a marco.
DOTT.
Chi è questo marco?
GIAC.
Pesiamolo tutto ad un tratto, che tornerà il conto anche a lei.
DOTT.
Se mi tornerà il conto, lo vedremo.
GIAC.
Lasci fare a me.
Due mila ducati hanno da essere cinquecento e sessantaquattro zecchini.
DOTT.
Meno sei lire.
GIAC.
È vero, cinquecento sessantatrè e quattordici.
Sa fare i conti bene vossignoria.
DOTT.
Li ho contati tante volte.
GIAC.
Subito li peso.
(va al banco a pesare li zecchini)
LEL.
(Se fossi in voi, li prenderei senza pesare).
(piano a Giacinto)
GIAC.
(Queste sono cose che vi vogliono per colorir la faccenda).
(piano a Lelio)
DOTT.
(La sorte mi ha voluto aiutare.
Ho guadagnato, dal sei all'otto per cento, quaranta ducati all'anno.
In cento visite non guadagno tanto).
(da sé)
GIAC.
Prenda, signore, quattro zecchini di più.
DOTT.
Di più? Che abbia fallato a contare?
GIAC.
Il peso porta così.
Questo è denaro suo.
Son un galantuomo.
Non voglio quel che non è mio.
DOTT.
Oh onoratissimo signor Giacinto.
Voi siete il primo galantuomo del mondo.
GIAC.
Ora gli faccio il suo riscontro.
E quanto più presto verrà a prendere i suoi denari, mi farà più piacere.
DOTT.
Sì, signore, da qui a qualche anno.
LEL.
Oh via, ora non è tempo di discorrere di queste cose.
Fategli la sua cauzione.
(a Giacinto)
GIAC.
Presto gliela faccio.
(va scrivere al banco)
LEL.
Non potevate capitare in mani migliori.
(al Dottore)
DOTT.
È verissimo.
La sorte mi ha favorito.
LEL.
Vi consiglierei partire, prima che venisse il signor Pancrazio.
(al Dottore)
DOTT.
Perché? Anzi vorrei dirgli, che non mi occorre altro da lui.
LEL.
Se quel vecchio avaro sa che suo figliuolo ha preso denari all'otto per cento, è capace di sconsigliarlo.
(al Dottore)
DOTT.
Il signor Giacinto negozia del suo.
LEL.
È vero, ma alle volte si lascia consigliar da suo padre.
DOTT.
Presto dunque.
Avete finito, signore? (a Giacinto)
GIAC.
Ho finito.
Legga, se va bene.
DOTT.
(Legge borbottando) Va benissimo.
GIAC.
Venga ogni sei mesi, che avrà i suoi frutti puntuali.
DOTT.
Non occorr'altro.
Signore, la riverisco e la ringrazio.
GIAC.
Ringrazi il signor Lelio.
DOTT.
Vi sono tanto obbligato.
(a Lelio)
LEL.
Quando posso far del bene agli amici, lo faccio volentieri.
DOTT.
Che siate tutti due benedetti.
(Fortuna, ti ringrazio: ho impiegati bene li miei denari.
Son contentissimo).
(da sé; parte)
SCENA OTTAVA
GIACINTO e LELIO
GIAC.
Questo Dottore è il più bravo medico del mondo.
LEL.
Perché?
GIAC.
Perché con questo recipe ha rimediato alle mie piaghe.
LEL.
Io vi ho fatto il mezzano.
Voglio la senseria.
GIAC.
Tutto quel che volete.
Siete padrone di tutto.
LEL.
Prestatemi venti zecchini.
GIAC.
Volentieri.
Sapete chi sono.
Per gli amici darei anche la camicia.
Prendete, questi sono venti zecchini.
LEL.
E i trenta per l'abito da dare alla virtuosa?
GIAC.
Volete li dia a voi? Volete andar voi a fare la spesa?
LEL.
Sì, se volete, vi servirò io.
Comprerò quel drappo che avete scelto, e lo porterò a madama in nome vostro.
GIAC.
Bravissimo; mi farete piacere, prendete; questi sono li trenta zecchini, e ditele che mi voglia bene.
LEL.
È obbligata a volervene.
Voi l'avete levata dalle miserie, ed avete fatta la sua fortuna.
GIAC.
E farò ancor di più, se avrà giudizio.
LEL.
La sposerete?
GIAC.
Sposarla poi no.
LEL.
V'aspetto al caffè.
GIAC.
Sì, Ci rivedremo.
LEL.
(Povero gonzo! Egli spende, ed io mi diverto, alle di lui spalle).
(da sé; parte)
SCENA NONA
GIACINTO solo.
GIAC.
Questi denari son venuti a tempo! Finalmente non glieli ho già truffati: li ho presi all'otto per cento, e se non pagherò io, pagherà mio padre.
Non posso stare io senza denari, e quando sono pochi, non mi bastano.
Cogli amici sono di buon cuore; con le donne son generoso, mi piace un poco giuocare; la sera non posso star senza un poco di conversazione.
Casino a Venezia, casino in campagna, gondola, palchi, osteria, tutte cose necessarie per far quel che fanno tanti altri.
Oh, mi dirà alcuno, fallirai, sarai cagione che fallirà anche tuo padre; e per questo? Ci aggiusteremo, e torneremo in piazza.
SCENA DECIMA
CORALLINA e detto.
COR.
Signor padroncino, ho piacere di trovarvi solo; ho bisogno assai di parlarvi.
GIAC.
Son qui, parlate.
Avete bisogno di nulla?
COR.
Avrei bisogno che mi restituiste quei cento e cinquanta ducati, che vi ho prestati.
GIAC.
Non me li avete dati a cambio? Non vi pago il dieci per cento?
COR.
Sono due anni che non mi date un soldo.
Ho bisogno di valermene, e voglio i miei denari.
GIAC.
Volete i vostri denari?
COR.
Certamente.
E se non me li darete, lo dirò a vostro padre, e sarà finita.
GIAC.
E avreste tanto cuore di tradire il vostro Giacinto?
COR.
Io non ho bisogno delle vostre parole.
Voglio i miei denari.
GIAC.
So pure che una volta avevate dell'amore per me.
COR.
Bella maniera per farsi amare! Nemmeno darmi il frutto de' poveri miei denari.
GIAC.
Via, siate buona, e ve li darò.
COR.
È un pezzo che mi dite, ve li darò, ma non si vedono venir avanti.
GIAC.
Volete il frutto, o volete il capitale?
COR.
Voglio tutto quel che mi viene.
GIAC.
Via, che cosa vi viene?
COR.
Cento e cinquanta ducati di capitale, e trenta de' frutti.
GIAC.
Non volete altro?
COR.
Questo, e non altro.
GIAC.
Certo, certo, non volete altro?
COR.
Signor no, non voglio altro.
GIAC.
Eh furba, furba.
COR.
Perché mi dite così?
GIAC.
Perché m'hai rapito il cuore.
COR.
Eh, che non ho bisogno di zannate.
Voglio i miei denari.
GIAC.
Sì, cara, ve li darò.
COR.
Tanti anni che servo in questa casa, mi sono avanzata cento cinquanta ducati a forza di stenti e di fatiche, e con tante belle promesse me li levate dalle mani, e mi assassinate così? Sono una povera donna, li voglio; lo dirò al padrone, ricorrerò alla Giustizia.
Sia maladetto quando vi ho creduto, quando ve li ho dati, quando vi ho conosciuto.
GIAC.
Corallina.
(con vezzo)
COR.
Il diavolo che vi porti.
GIAC.
Sentite questo suono? (fa suonar le monete nella borsa)
COR.
Oh quanti zecchini, signor padrone! Quanti denari!
GIAC.
Credete che v'abbia mangiato i vostri quattrini? Sono qui in questa borsa, e ogni anno col frutto de' frutti si aumenterebbe il capitale, e adesso vi è di capitale cento e ottanta ducati, e questi ve ne frutterebbero diciotto, e l'anno venturo di più, ed ogni anno sempre crescerebbe la somma; cosicché, in pochi anni, con cento e cinquanta ducati si duplicherebbe il capitale, e vi formereste la dote.
Ma già che volete li vostri denari, ve li sborso, ve li do.
Non ne vo' più saper nulla.
(mostra di voler levare i denari dalla borsa)
COR.
Fermate un poco, fermate.
Non siate così furioso.
Ho detto che voleva i miei denari, supposto che non mi voleste pagar i frutti.
GIAC.
Non so niente.
Vedo che non vi fidate, ed io vi voglio soddisfare.
(come sopra)
COR.
Ditemi, in grazia, in quanti anni diverrebbero quattrocento?
GIAC.
Nelle mie mani, m'impegno in pochissimo tempo.
COR.
Ma pure?
GIAC.
In tre o quattro anni al più.
COR.
Ditemi: e se fossero adesso trecento, nel medesimo tempo diverrebbero seicento?
GIAC.
Con la stessa regola, non v'è dubbio.
COR.
Sentite, in confidenza.
Ho prestati cento e cinquanta ducati anche al vostro signor padre, ma non mi paga altro che il sei per cento.
GIAC.
Fate una cosa.
Procurate che ve li renda, e venite da me, che vi darò il dieci.
COR.
Son quasi in istato di farlo.
GIAC.
Ma poi un giorno o l'altro tornerete da capo con volere i vostri denari, non vi fiderete, mi farete andar in collera, onde è meglio ch'io ve li dia adesso.
COR.
No, caro signor Giacinto, li tenga.
Mi faccia questa carità.
GIAC.
Via, per farvi piacere, li terrò.
COR.
E gli porterò quegli altri, quando il signor Pancrazio me li avrà restituiti.
GIAC.
Ma sopra tutto badate che non si sappia; non parlate con nessuno, non lo dite nemmeno ai vostri congiunti.
Neppure al vostro amoroso.
COR.
Oh, io amanti non ne ho.
GIAC.
Eh, ti conosco!
COR.
No, davvero.
GIAC.
Vuoi far all'amore con me?
COR.
Oh, col padrone non m'impiccio.
GIAC.
Vien qui, fammi una finezza.
COR.
Oh certo! Chi vi pensate ch'io sia? Non fo finezze a nessuno io.
GIAC.
Dammi solamente la mano in segno d'amicizia.
COR.
Nemmeno, nemmeno.
Le mani ognuno le tenga a sé.
GIAC.
Siete molto delicata.
La mano si porge senza malizia.
COR.
Io sono così.
Neppure un dito.
GIAC.
Nemmeno un dito? Se tu mi porgi un dito, ti regalo due zecchini.
COR.
Oh sì, mi darete due zecchini per porgervi un dito!
GIAC.
Te li do da galantuomo.
COR.
Mi fate venir da ridere.
GIAC.
Eccoli qui: due zecchini per un dito.
(li leva dalla borsa)
COR.
Qual dito vorreste?
GIAC.
Mi basta anche il dito mignolo.
COR.
Due zecchini li buttate via.
GIAC.
Basta, mi rimetterò alla vostra discretezza.
COR.
Che zecchini sono?
GIAC.
Di Venezia.
(glieli fa vedere)
COR.
Oh come son belli! (prendendolo per la mano)
GIAC.
Volete che vi porga il dito?
COR.
Se mi avete data la mano.
GIAC.
È vero, e non me n'era accorto.
COR.
Via, datemi li zecchini.
GIAC.
Volentieri.
Sono qui.
Questi due zecchini son vostri.
Li metto nella borsa, e vi frutteranno ancor essi il dieci per cento, e anderà il frutto sopra il capitale.
Animo, Corallina, allegramente, e quando avete bisogno di denaro, venite da me.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
CORALLINA, poi PASQUINO
COR.
Questi due zecchini mi dispiace che vadano in quella borsa; ma pazienza, in pochi anni avrò fatto un bel capitale.
Se posso aver i denari dal signor Pancrazio, felice me! Mi deve anche non so quanti mesi di salario; voglio unirli tutti, e tutti darli al signor Giacinto, al dieci per cento.
PASQ.
Corallina, ti vorrei dire due parole.
COR.
Sì, il mio caro Pasquino, son qui che ti ascolto.
PASQ.
Quando pensi che facciamo questo matrimonio?
COR.
Presto.
PASQ.
Ma quando?
COR.
Da qui a tre o quattro anni.
PASQ.
Sei matta? Perché vuoi aspettar tanto?
COR.
Per cagion della dote.
PASQ.
Non l'hai la tua dote?
COR.
L'ho, è vero; ma intanto si va aumentando.
PASQ.
S'aumenterà dopo il matrimonio.
COR.
No, allora quel ch'è fatto, è fatto.
PASQ.
Ma dov'è la tua dote?
COR.
Zitto, non si ha da sapere.
PASQ.
Nemmen io l'ho da sapere?
COR.
Signor no.
PASQ.
Ma se ho da essere tuo marito.
COR.
Ma non lo sei ancora.
PASQ.
Corallina, ho paura che vi sia dell'imbroglio.
COR.
Che imbroglio?
PASQ.
Voglio sapere dove è la tua dote.
COR.
Te lo dirò, ma non lo dir a nessuno.
PASQ.
Non dubitare, che non parlo.
COR.
È nelle mani del signor Giacinto.
PASQ.
E si va aumentando?
COR.
Sì, mi paga il dieci per cento, e va il frutto sopra il capitale: in poco tempo si raddoppierà; ma guarda non lo dir a nessuno.
PASQ.
Non v'è pericolo.
Ma non si potrebbe maritarsi, e lasciar che la dote crescesse?
COR.
Certamente che si potrebbe.
PASQ.
Pensa, e risolvi.
COR.
Ma di quel che t'ho detto, zitto.
PASQ.
Zitto.
COR.
(Se sapessi come far entrar in quella borsa degli altri zecchini! Basta, m'ingegnerò).
(da sé; parte)
SCENA DODICESIMA
PASQUINO, poi FACCENDA
PASQ.
Per altro, se ha da accrescersi la dote di mia moglie, l'ho da sapere ancor io.
FACC.
Amico, ho veduto che parlavi con Corallina; va innanzi questo matrimonio?
PASQ.
Il matrimonio rimane indietro per cagione della dote.
FACC.
Come della dote? Non ti capisco.
PASQ.
Ti dirò in confidenza, ma non dir niente a nessuno.
FACC.
Oh, non v'è dubbio.
PASQ.
Corallina ha dato dei denari al signor Giacinto, ed egli le paga il dieci per cento, e va il capitale sopra il frutto della dote.
FACC.
(Ho inteso, stanno freschi).
(da sé) E non seguirà questo matrimonio, se il signor Giacinto non rende questi denari a Corallina?
PASQ.
Tu vedi bene: è la dote.
FACC.
Amico, t'auguro buona fortuna.
PASQ.
Obbligato.
Siamo tutti in casa, staremo allegri.
Caro Faccenda, ti prego, non lo dire a nessuno.
FACC.
Non parlo, non dubitare.
PASQ.
È una gran bella cosa la segretezza.
(parte)
FACC.
Vado a dirlo al signor Pancrazio.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
Camera in casa di Pancrazio.
PANCRAZIO ed un GIOVINE
PANC.
Dite a monsieur Rainmere, se vuol favorire di venire a bevere il tè; e poi guardate se vi fosse più quel medico; se vi è, che aspetti un poco, o che ritorni dopo pranzo.
GIO.
Sarà servita.
(parte)
PANC.
Non sono mai stato in tanti impicci, in tanti affanni: si tratta del mio stato, della mia riputazione.
Il bilancio che presto presto ho fatto sopra i conti correnti, mi fa scoperto di diecimila ducati.
Finalmente non è una gran somma: ma ciò non ostante, se non pago queste lettere, vanno in protesto, mi manca il credito, e per poco dovrò fallire.
Conviene rimediarvi, se si può.
Ecco qui l'olandese: egli mi può aiutare, ma egli è uomo delicato, né so come contenermi.
SCENA QUATTORDICESIMA
Monsieur RAINMERE e detto; poi un GIOVINE
RAIN.
Buon giorno, signor Pancrazio.
PANC.
Buon giorno, monsieur Rainmere.
Perché col cappello e col bastone?
RAIN.
Andava fuori di casa.
PANC.
Così a buon'ora? A che fare?
RAIN.
A fumare una pipa col capitano Corbrech.
PANC.
Non volete prima bever il tè?
RAIN.
Sì, beviamo il tè.
PANC.
Chi è di là?
GIO.
Signore.
PANC.
Dite che portino il tè.
GIO.
Il medico, signore, è andato via.
PANC.
Buon viaggio.
Che portino il tè.
GIO.
Sarà servita.
(parte)
PANC.
Monsieur Rainmere, sediamo un poco.
RAIN.
Obbligato.
(siedono)
PANC.
Per quel che sento, spero che non anderete via così presto.
RAIN.
Anderò col capitano Corbrech il mese venturo.
PANC.
Non vorrei che venisse quel giorno.
La vostra compagnia mi è carissima.
RAIN.
Bene obbligato.
PANC.
Questi tre mesi che vi siete degnato di stare in mia casa, mi sono sembrati tre giorni.
RAIN.
Bene obbligato.
PANC.
Dovreste star qui tutto questo inverno.
RAIN.
Non posso.
PANC.
Madamigella Giannina, vostra nipote, ci sta volentieri a Venezia.
RAIN.
Mia nipote è più italiana che olandese.
PANC.
È nata in Olanda, ma da fanciulla l'hanno condotta in Italia.
Però conserva un certo non so che, un certo serio nobile e grazioso, che non è carattere così ordinario in queste nostre parti.
RAIN.
Mia nipote studia volentieri.
PANC.
So che a Milano, dove è stata quindici anni, era l'idolo del paese; e a Venezia, in questi pochi mesi, si è fatta adorare.
RAIN.
Bene obbligato.
PANC.
La volete condurre in Olanda?
RAIN.
Farò tutto quello che piace a lei.
PANC.
La dovreste maritare in Venezia.
RAIN.
La mariterò dove a lei piacerà di essere maritata.
PANC.
Volete che le troviamo un partito a proposito?
RAIN.
Bisognerebbe trovare un marito che piacesse a lei, d'una famiglia che piacesse a me.
PANC.
Caro amico, datemi licenza che vi parli con libertà.
La mia casa vi dispiacerebbe?
RAIN.
Oh, signor Pancrazio!
PANC.
Vi degnereste di casa mia?
RAIN.
Mi fate onore.
PANC.
Mio figlio vi piacerebbe?
RAIN.
Questo ha da piacere a mia nipote.
PANC.
E se piacesse a lei, voi sareste contento?
RAIN.
Perdonate...
non sarei contento.
PANC.
No? Per qual cagione?
RAIN.
Perdonate.
PANC.
Dunque non istimate la mia casa?
RAIN.
Mi maraviglio.
La darei a voi.
PANC.
E a mio figlio no?
RAIN.
No.
PANC.
Ma perché a me sì, e a lui no?
RAIN.
Perdonate.
PANC.
Ditemi almeno il perché.
RAIN.
Voi siete onest'uomo.
PANC.
E mio figlio?
RAIN.
Perdonate, non è puntuale.
PANC.
Come lo potete dire?
RAIN.
Ho prestato a lui cento zecchini, e non me li ha restituiti.
PANC.
(Ah disgraziato!) (da sé) Se egli non ve li ha restituiti, ve li restituirò io.
Vi fidate di me?
RAIN.
Sì.
PANC.
E se vi risolvete di concedere vostra nipote a mio figlio, la dote la riceverei io, e ne sarei il debitore.
RAIN.
Certamente.
PANC.
Dunque volete che facciamo questo matrimonio?
RAIN.
Perdonate.
PANC.
Ho capito.
Non avete di me quella fede che dite d'avere.
Non mi credete quell'uomo onesto che sono.
Voi mi adulate.
RAIN.
Signore, voi non mi conoscete.
SCENA QUINDICESIMA
SERVITORE con il tè, e detti.
PANC.
Beviamo il tè.
(beve il tè)
RAIN.
Ben obbligato.
(beve il tè)
PANC.
Non avrei mai creduto, che aveste di me così poco concetto.
RAIN.
Sì, anzi tutto.
(bevendo)
PANC.
La vostra dote sarebbe sicura.
RAIN.
Sicurissima.
PANC.
E la giovine non istarebbe bene?
RAIN.
No; perdonate.
PANC.
Ma perché no?
RAIN.
Vostro figlio non è puntuale.
PANC.
È giovine, il matrimonio lo assoderà.
RAIN.
Prima si assodi; poi si mariti.
PANC.
Finalmente son io che la chiede.
RAIN.
Per chi?
PANC.
Per mio figlio.
RAIN.
Perdonate.
PANC.
E se la chiedessi per me, me la dareste?
RAIN.
Sì, con tutto il cuore.
PANC.
Bisognerebbe poi vedere se ella fosse contenta.
RAIN.
Lo sposo ha da piacere a lei.
PANC.
Dunque non faremo niente.
RAIN.
Buon tè, buon tè.
(bevendo)
PANC.
Ho capito, monsieur, voi mi burlate.
RAIN.
Io? Mi maraviglio.
PANC.
Compatitemi, non mi pare di ritrovare in voi quella amicizia che mi avete protestata.
RAIN.
Provatemi.
PANC.
Io son un uomo, che per gli amici darei il sangue.
Voi non credo fareste lo stesso per me.
RAIN.
Provatemi.
PANC.
Se vi metterò alla prova, troverete de' pretesti per disimpegnarvi.
RAIN.
Voi mi offendete.
Non conoscete la mia sincerità.
PANC.
Per istabilire un negozio mi preme di trovare diecimila ducati.
Avreste difficoltà a farmi l'imprestito?
RAIN.
Quando li vorreste?
PANC.
Questa mattina a mezzogiorno.
RAIN.
Disponetene.
PANC.
Mi darete diecimila ducati in prestito, e negherete di dare vostra nipote per moglie al mio figlio?
RAIN.
Voi siete onesto, voi siete puntuale, voi siete onorato.
PANC.
E mio figlio?...
RAIN.
Perdonatemi.
PANC.
(Ah, pur troppo ha ragione, pur troppo dice la verità).
(da sé)
RAIN.
I diecimila ducati ve li scriverò in Bancogiro.
PANC.
Sentite: non vorrei che lo faceste per puntiglio; e poi...
RAIN.
Voi non mi conoscete.
PANC.
Più tosto...
RAIN.
Non altro.
Ve li scriverò in Banco.
(s'alza)
PANC.
Vi pagherò il sei per cento; siete contento? (si alza)
RAIN.
Non parlo.
PANC.
Monsieur Rainmere, voi siete un galantuomo, voi siete un vero amico.
RAIN.
Per farmi credere buon amico, non sapeva che vi bisognasse una prova di diecimila ducati.
PANC.
Come? Siete forse pentito?
RAIN.
Ve li scriverò in Banco.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
PANCRAZIO solo.
PANC.
Non so che dire, son confuso, sono stordito, son fuori di me medesimo.
Non sapeva come introdurmi a chiedergli questo denaro, e casualmente l'ho preso in parola, e mi girerà i diecimila ducati.
Con questi salderò le mie piaghe, e per l'avvenire leverò il maneggio a mio figlio, e le cose anderanno con più regola, con più direzione.
Ah, se mio figlio si mutasse, se mio figlio si assodasse, se potessi ridurre l'olandese a questo matrimonio, felice me! felice la nostra casa! Voglio andar da mio figlio, e voglio sino pregarlo, che procuri di mettersi in grazia della giovane, e farsi ben volere da suo zio.
Eccolo mio figlio: Giacinto, ascolta, vien qui, t'ho da parlare.
Bravo, invece di venire, mi volta le spalle...
Ti troverò, ti arriverò.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
Madamigella GIANNINA con un libro in mano, e BEATRICE
BEAT.
Voi, madamigella, studiate sempre.
GIANN.
Leggo assai volentieri.
BEAT.
Che libro è quello?
GIANN.
La Spettatrice.
BEAT.
Che cosa vuol dire l'aspettatrice? Una donna che aspetta?
GIANN.
Oh, perdonatemi, non vorrei sentirvi parlar così.
La Spettatrice, l'Osservatrice.
Una filosofessa che osserva le azioni umane, esamina le passioni, e ragiona con buon criterio sopra vari sistemi del nostro secolo.
BEAT.
Come volete ch'io intenda certe parole, che hanno per me dell'arabico? Criterio! Che vuol dire criterio?
GIANN.
Vuol dire discernimento per distinguere il falso dal vero, il buono dal cattivo, il bene dal male.
BEAT.
Criterio sarà parola olandese.
GIANN.
No, amica, è parola di cui si servono gl'Italiani.
BEAT.
Non l'ho mai sentita in vita mia.
GIANN.
Vi compatisco, vostro padre non vi avrà permesso studiare.
BEAT.
Lo studio che mi ha fatto fare, consiste nella rocca, nell'ago e nel ricamo.
GIANN.
Povere donne! Ci tradiscono i nostri padri medesimi; essi c'impediscono di studiare, fondati sulla falsissima prevenzione che lo studio non sia per noi.
Credono che l'intelletto delle fanciulle non sia disposto alle scienze, e talora violentano allo studio un maschio, che inclinerebbe al lavoro, e condannano alla rocca una figlia, che avrebbe tutta l'abilità per diventare sapiente.
BEAT.
Dite la verità, cara amica: se mio padre mi avesse fatto studiare, sarei riuscita assai meglio di mio fratello.
GIANN.
Il signor Giacinto ha sortito bellissimi doni dalla natura.
BEAT.
E quali sono questi doni?
GIANN.
Quelli che cogli occhi si veggono.
Un bell'aspetto, un'aria brillante, un primo abbordo che ferma.
BEAT.
Vi piace dunque mio fratello? Che sì, che ne siete innamorata?
GIANN.
Forse ne sarei innamorata, se a fronte di quelle cose che in lui mi piacciono, non ne avesse altrettante che mi dispiacciono.
BEAT.
E quali sono le cose che in lui vi dispiacciono?
GIANN.
Quelle che da una mala educazione derivano.
BEAT.
Nostro padre lo ha sempre bene educato.
GIANN.
Mentre il padre lo educava bene, le male pratiche lo educavano male.
BEAT.
Eccolo ch'egli viene.
GIANN.
Peccato! Un giovine di quella sorta senza una dramma di buona filosofia.
SCENA DICIOTTESIMA
GIACINTO e dette.
GIAC.
Padronissima, le sono servidoretto.
GIANN.
Padronissima e servidoretto! Queste sono caricature.
GIAC.
Oh, in quanto alle caricature ciascheduno ne ha la sua parte.
BEAT.
(Abbiate giudizio).
(piano a Giacinto)
GIANN.
Spiegatevi: mi credete voi caricata?
GIAC.
Una donna tutto il giorno coi libri in mano...
GIANN.
È peggio assai veder un giovine colle carte in mano da giuoco.
BEAT.
Sentite? Vostro danno.
(a Giacinto)
GIAC.
Vossignoria parla con una gran libertà.
GIANN.
Parlo come mi avete insegnato voi.
GIAC.
È molto che una sapiente della sua sorte si degni d'imparare da me.
GIANN.
Da' cattivi maestri s'impara il male per forza.
GIAC.
Eppure, con tutto che mi disprezza, mi dà piacere.
GIANN.
Né voi mi dispiacereste, se foste un poco più ragionevole.
BEAT.
Via, siate buoni tutti due.
Si vede che avete del genio, ma non vi sapete far intendere.
(Volesse il cielo, che seguisse un tal matrimonio).
(da sé)
GIANN.
Sapete voi che cosa sia amore? (a Giacinto)
GIAC.
Non so se m'inganni; ma mi pare di saperlo.
GIANN.
Come lo sapete?
GIAC.
Perché ho fatto all'amore tutto il tempo della vita mia.
GIANN.
Voi non sapete nulla.
Amore nasce dall'intelletto.
GIAC.
Ed io dico che amore nasce dalla volontà.
GIANN.
Prima di amare, bisogna conoscere se la persona merita di essere amata.
GIAC.
Per me, quando mi corrisponde, merita sempre.
GIANN.
Questo è l'amor delle bestie.
GIAC.
Io vado alle corte.
Se mi vuole, son qui.
GIANN.
Non so che fare di voi.
Non posso amare un irragionevole, uno che non distingue le finezze del vero amore da quelle della vilissima compiacenza.
(parte)
BEAT.
Vostro danno.
Per causa della vostra insolenza perderete quarantamila ducati di dote, ed una sposa bella, giovane e virtuosa.
(parte)
GIAC.
Della bellezza e della virtù non m'importa, mi dispiace per li quarantamila ducati: ma sono così di natura.
Non posso dissimulare.
Stimo più una giovane, che mi dica ti voglio bene, che non è una di queste sputa sentenze.
Che importa a me che la donna sappia parlare latino? A me basta che abbia imparato a compitare queste due lettere, s, i, sì.
Per me allora è la maggior filosofessa del mondo.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Strada.
LELIO solo.
LEL.
Oh pazzo maledetto! Non ho veduto una bestia simile a Giacinto.
Si può sentire di peggio? Mettersi a giuocare con tre o quattro bricconi, e perdere in meno di un'ora i duemila ducati che ha carpiti di mano a quel povero medico! Manco male che gli ho cavati di sotto cinquanta zecchini, prima che si sia posto a giuocare.
S'io tardava due ore, andavano ancora questi.
Così gliene avessi levati di più.
Giacché li ha da consumar malamente, è meglio che ne dia ad un galantuomo, ad un amico, ad un uomo civile, che avendo poca entrata e poca volontà di far bene, ha bisogno di qualche incerto per poter godere il bel mondo.
SCENA SECONDA
Il dottor MALAZUCCA e detto.
DOTT.
Oh padrone mio, ho piacere di rivederla.
LEL.
Servitor devotissimo, signor Dottore.
DOTT.
Mi sono scordato, due ore sono, quando ella mi ha graziato, di domandarle il suo nome, cognome e patria.
LEL.
Ha forse da comandarmi qualch'altra cosa?
DOTT.
No, signore, ma quando ricevo qualche finezza, ho piacere di aver memoria di chi mi ha favorito.
LEL.
(Questa mi pare una stravaganza).
(da sé)
DOTT.
Favorisca dirmi il suo nome.
Lo metterò nel mio taccuino.
LEL.
Ma io non intendo ch'ella abbia meco alcuna obbligazione.
DOTT.
So il mio dovere; la prego.
(col taccuino in mano, e penna)
LEL.
(Eppure non me ne fido).
(da sé)
DOTT.
Il suo nome?
LEL.
Fabrizio.
DOTT.
(Scrive) Il cognome?
LEL.
Malmenati.
DOTT.
Il paese? (scrivendo nel taccuino)
LEL.
Fossambruno.
DOTT.
Signor Fabrizio Malmenati di Fossambruno, mi faccia restituire i duemila ducati che mi ha carpiti il signor Giacinto, o vossignoria sarà chiamato in giudizio, come mezzano di una patentissima truffa.
LEL.
(Il diavolo me l'ha detto).
(da sé) Che dite di truffa?
DOTT.
Sì signore, il signor Giacinto mi ha truffato, e voi siete d'accordo.
LEL.
Io? mi maraviglio di voi.
Sono un uomo d'onore, il signor Giacinto è un mercante onorato.
DOTT.
Che mercante? È un fallito, è pieno di debiti, non ha più un soldo di capitale.
Giuoca da disperato, e ora in questo punto che noi parliamo, è in una biscazza a perdere i poveri miei denari che mi costano tanti sudori, che ho fatte tante vigilie per avanzarmeli, che erano l'unica mia speranza, l'unico sostentamento della mia vecchiaia.
Povero me! sono assassinato.
LEL.
Ma perché non andate a ritrovarlo sulla biscazza dove dite ch'egli è, e non gli levate il denaro?
DOTT.
Se sapessi dov'è, non tarderei un momento.
Ma non m'hanno voluto dir dove sia questo maledetto ridotto.
Voi, se lo sapete, ditemelo per carità.
LEL.
Volentieri: ve lo dirò.
Andate per questa strada, troverete un ponte, giù del ponte vi è una fondamenta(3).
In fondo della fondamenta troverete un'altra strada; a mezzo di essa voltatevi a mano dritta, e andate finché trovate una piazzetta: in essa vedrete un sottoportico; passatelo, salite quel ponte, e dopo andate giù per la fondamenta.
DOTT.
Piano, piano, che non mi ricordo più niente affatto.
LEL.
Vedete questa strada?...
DOTT.
Come si chiama il biscacciere?
LEL.
Asdrubale Tagliaborse.
DOTT.
Vado subito.
LEL.
(Va, va, che ti ho insegnato a dovere!) (da sé)
DOTT.
Meschino me! Lo troverò questo Tagliaborse?
LEL.
Domandatene ad un tal Pancrazio Spaccatesta...
DOTT.
Oh che nomi! oh che gente! Poveri i miei denari! Se non lo trovo, ci penserete voi.
Signor Fabrizio Malmenati, ci penserete voi.
(parte)
SCENA TERZA
LELIO, poi GIACINTO
LEL.
Ora che hai il mio nome ed il mio cognome, stai fresco.
Manco male che ho sospettato il vero.
Povero diavolo, mi fa compassione; ma neanche per questo gli renderei i cinquanta zecchini che ho avuti da Giacinto.
GIAC.
Signor Lelio, di voi andava in traccia.
LEL.
Anch'io doveva venire in traccia di voi.
GIAC.
Li ho perduti tutti.
LEL.
Bravissimo.
GIAC.
Sono senza un soldo ed ho bisogno di aiuto.
LEL.
A questo proposito devo darvi una buona nuova.
GIAC.
Dite.
LEL.
Il medico vi cerca e vuole indietro i duemila ducati.
GIAC.
Eh via, lo fate per farmi dire.
LEL.
Se giungevate qui due minuti prima, l'avreste veduto e l'avreste goduto.
Ma se volete, siete ancora a tempo.
Andate giù di quel ponte, che lo troverete.
GIAC.
Che cosa è saltato in capo a colui? è divenuto pazzo?
LEL.
È stato informato dello stato vostro.
Ha saputo che i suoi denari erano sul banco d'una biscazza, e fa il diavolo contro di voi e contro di me.
GIAC.
Se questo vecchio non avrà giudizio, lo ammazzerò.
LEL.
Voi volete precipitarvi.
GIAC.
Non voglio che questi sciocchi mi facciano perdere la riputazione.
LEL.
Il medico vorrà il suo denaro.
GIAC.
Che vada da mio padre, e se lo faccia assicurare.
LEL.
Benissimo, se lo vedrò, glielo dirò.
GIAC.
Non vi è bisogno; un mio amico non ha da far queste figure.
LEL.
Vuole che io gliene renda conto; ha preso in nota il mio nome ed il mio cognome.
GIAC.
Avete paura? Guardate me e non dubitate.
Vedete questo stile? So adoperarlo.
E poi, che serve? Coi denari si aggiusta ogni cosa.
LEL.
Ma se denari non ne avete più.
GIAC.
Se non ne ho, ne avrò.
Corallina ha promesso di darmi altri cento e cinquanta ducati.
E poi ho fatto un altro negozio di formaggio di Sinigaglia, col respiro di mesi sei al pagamento, e ancor di questo, esitandolo, ricaverò almeno un centinaio di filippi.
LEL.
Buono; mangeremo del buon formaggio.
Ve lo farò vender io.
GIAC.
Ma conviene ch'io gli dia per caparra dieci zecchini.
LEL.
Li avete promessi?
GIAC.
Li ho promessi.
LEL.
Quando avete promesso, bisogna darli.
GIAC.
Ma non ne ho uno.
Caro amico, prestatemeli.
LEL.
Io? non ho un soldo.
GIAC.
Vi ho pur dato questa mattina venti zecchini per voi, e trenta per l'abito della virtuosa.
LEL.
Bene; li ho spesi.
GIAC.
L'abito dov'è?
LEL.
L'ha avuto chi l'aveva da avere.
GIAC.
Almeno dovevate lasciarmelo vedere.
LEL.
Doveva portarvi l'abito nella bisca?
GIAC.
Voglio andar ora dalla cantatrice, a vedere se l'abito le va a segno.
LEL.
Sì, andate.
Appunto ella vi attende per chiedervi la guarnizione.
GIAC.
Guarnizione? Anderò un'altra volta.
Ma, caro amico, prestatemi voi questi dieci zecchini.
Sapete pure, che quando ne ho avuti, ve n'ho sempre dati.
LEL.
Anch'io, se ne avessi, ve li darei.
GIAC.
Che avete fatto de' venti zecchini?
LEL.
Che avete fatto voi de' duemila ducati?
GIAC.
Io li ho giuocati.
LEL.
Ed io li ho spesi.
GIAC.
Ingegnamoci per questo formaggio.
LEL.
Non saprei.
GIAC.
Guardate se avete qualche cosa da impegnare; per gli amici si fa di tutto.
LEL.
Io non ho niente.
GIAC.
Caro amico, non mi abbandonate.
LEL.
Che cosa posso fare per voi?
GIAC.
Sono senza denari.
LEL.
Dovevate tralasciar di giuocare.
(parte)
SCENA QUARTA
GIACINTO, poi monsieur RAINMERE
GIAC.
Questo è il bel conforto che mi ha dato: dovevate tralasciar di giuocare.
Un amico parla in tal guisa? Un amico che me ne ha mangiati tanti? Ci parleremo.
Ma intanto sono senza quattrini, non so dove battere il capo.
RAIN.
(Diecimila ducati? Ho data la mia parola).
(da sé, passeggiando)
GIAC.
(Questo mi potrebbe aiutare).
(da sé)
RAIN.
(Bisogna andare al Bancogiro.
Ho data la mia parola).
GIAC.
Monsù, votre servan.
RAIN.
(Lo guarda e lo deride)
GIAC.
Coman ve portè vu, monsù?
RAIN.
(Sorride e non risponde)
GIAC.
Io sto malissimo.
RAIN.
Che male avete?
GIAC.
Non ho denari.
RAIN.
Signore, questa è la vostra salute.
GIAC.
Perché la mia salute?
RAIN.
Il perché voi mi dispenserete di dirlo.
GIAC.
Ditelo, che mi fate piacere.
RAIN.
Perdonate; perché quando non avrete denaro, sarete meno vizioso.
GIAC.
Chi sono io? un malgoverno?
RAIN.
Perdonate.
GIAC.
Ho bisogno di denari per fare li fatti miei, e non per gettarli via.
RAIN.
Bene.
GIAC.
Ho comprato una partita di formaggio di Sinigaglia, e vi posso ricavare il trenta per cento di utile.
RAIN.
Bene.
GIAC.
Avrei necessità di dugento ducati; posso sperare che monsù me li presti?
RAIN.
Aspettate.
(mette le mani in tasca)
GIAC.
(Finalmente è alloggiato in casa nostra, non mi dirà di no).
(da sé)
RAIN.
Favorite: conoscete questo carattere? (gli mostra un foglio)
GIAC.
Signor sì; questa è una mia lettera di cambio per cento zecchini che m'avete prestati; avete timore che non ve li dia?
RAIN.
Quando avrete pagati questi, me ne chiederete degli altri.
(rimette il foglio in tasca)
GIAC.
O che caro signor olandese! (con disprezzo)
RAIN.
(Lo guarda bruscamente senza parlare)
GIAC.
Quattro mesi ch'è in casa nostra, e non si può avere un servizio.
RAIN.
Vi pagherò l'incomodo di quattro mesi.
GIAC.
Ma casa nostra non è una locanda.
RAIN.
È vero; in una locanda si spende meno.
GIAC.
I cento zecchini ve li renderò.
RAIN.
Dovevate avermeli resi.
GIAC.
Son un galantuomo.
RAIN.
Vi è alcuno che non lo crede.
GIAC.
Chi è che non lo crede?
RAIN.
La piazza.
GIAC.
Mi maraviglio di voi.
RAIN.
Ed io niente di voi.
GIAC.
Che vorreste dire?
RAIN.
Perdonate.
GIAC.
Via, siamo amici; non voglio averlo per male.
Siete più vecchio di me, potete esser mio padre.
Vi amo e vi rispetto, ed ho per voi quella stima che meritate.
RAIN.
Bene obbligato.
GIAC.
Mi siete amico? mi volete bene?
RAIN.
O signore...
(con riverenza)
GIAC.
Datemi un bacio.
RAIN.
Bene obbligato.
(si danno un bacio)
GIAC.
Ehi, mi prestate questi dugento ducati?
RAIN.
No, perdonate.
GIAC.
Mi siete amico?
RAIN.
Sì, amico.
GIAC.
E non mi volete prestare dugento ducati?
RAIN.
No, perdonate.
GIAC.
Andate, che siete un tanghero.
RAIN.
(Lo guarda bruscamente)
GIAC.
Mi guardate? credete di farmi paura?
RAIN.
(Lo guarda come sopra)
GIAC.
Viene a mangiar il nostro, e non si può avere un servizio.
RAIN.
(Smania per la scena, movendo il bastone)
GIAC.
Che c'è, signore, mi fareste qualche affronto? Son uomo di darvi soddisfazione; e imparate a trattare con gli uomini della mia sorta.
E quando un galantuomo vi domanda dugento ducati in prestito, non gli avete a dir di no.
Monsù, ci siamo intesi.
(parte)
SCENA QUINTA
RAINMERE, poi FACCENDA
RAIN.
Gioventù scorretta, mal educata, ignorante!
FACC.
Signore, il padrone è a Rialto, che l'attende.
Mi mandava in traccia di lei, pregandola di lasciarsi vedere, che gli preme assaissimo.
RAIN.
(Rimproveri? temerità? impertinenze?) (da sé, passeggiando)
FACC.
È in bottega del caffè, signore, in un camerino.
Non si vuol lasciar vedere se ella non va a consolarlo.
RAIN.
(
...
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