I MERCATANTI, di Carlo Goldoni - pagina 4
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(parte)
SCENA UNDICESIMA
CORALLINA, poi PASQUINO
COR.
Questi due zecchini mi dispiace che vadano in quella borsa; ma pazienza, in pochi anni avrò fatto un bel capitale.
Se posso aver i denari dal signor Pancrazio, felice me! Mi deve anche non so quanti mesi di salario; voglio unirli tutti, e tutti darli al signor Giacinto, al dieci per cento.
PASQ.
Corallina, ti vorrei dire due parole.
COR.
Sì, il mio caro Pasquino, son qui che ti ascolto.
PASQ.
Quando pensi che facciamo questo matrimonio?
COR.
Presto.
PASQ.
Ma quando?
COR.
Da qui a tre o quattro anni.
PASQ.
Sei matta? Perché vuoi aspettar tanto?
COR.
Per cagion della dote.
PASQ.
Non l'hai la tua dote?
COR.
L'ho, è vero; ma intanto si va aumentando.
PASQ.
S'aumenterà dopo il matrimonio.
COR.
No, allora quel ch'è fatto, è fatto.
PASQ.
Ma dov'è la tua dote?
COR.
Zitto, non si ha da sapere.
PASQ.
Nemmen io l'ho da sapere?
COR.
Signor no.
PASQ.
Ma se ho da essere tuo marito.
COR.
Ma non lo sei ancora.
PASQ.
Corallina, ho paura che vi sia dell'imbroglio.
COR.
Che imbroglio?
PASQ.
Voglio sapere dove è la tua dote.
COR.
Te lo dirò, ma non lo dir a nessuno.
PASQ.
Non dubitare, che non parlo.
COR.
È nelle mani del signor Giacinto.
PASQ.
E si va aumentando?
COR.
Sì, mi paga il dieci per cento, e va il frutto sopra il capitale: in poco tempo si raddoppierà; ma guarda non lo dir a nessuno.
PASQ.
Non v'è pericolo.
Ma non si potrebbe maritarsi, e lasciar che la dote crescesse?
COR.
Certamente che si potrebbe.
PASQ.
Pensa, e risolvi.
COR.
Ma di quel che t'ho detto, zitto.
PASQ.
Zitto.
COR.
(Se sapessi come far entrar in quella borsa degli altri zecchini! Basta, m'ingegnerò).
(da sé; parte)
SCENA DODICESIMA
PASQUINO, poi FACCENDA
PASQ.
Per altro, se ha da accrescersi la dote di mia moglie, l'ho da sapere ancor io.
FACC.
Amico, ho veduto che parlavi con Corallina; va innanzi questo matrimonio?
PASQ.
Il matrimonio rimane indietro per cagione della dote.
FACC.
Come della dote? Non ti capisco.
PASQ.
Ti dirò in confidenza, ma non dir niente a nessuno.
FACC.
Oh, non v'è dubbio.
PASQ.
Corallina ha dato dei denari al signor Giacinto, ed egli le paga il dieci per cento, e va il capitale sopra il frutto della dote.
FACC.
(Ho inteso, stanno freschi).
(da sé) E non seguirà questo matrimonio, se il signor Giacinto non rende questi denari a Corallina?
PASQ.
Tu vedi bene: è la dote.
FACC.
Amico, t'auguro buona fortuna.
PASQ.
Obbligato.
Siamo tutti in casa, staremo allegri.
Caro Faccenda, ti prego, non lo dire a nessuno.
FACC.
Non parlo, non dubitare.
PASQ.
È una gran bella cosa la segretezza.
(parte)
FACC.
Vado a dirlo al signor Pancrazio.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
Camera in casa di Pancrazio.
PANCRAZIO ed un GIOVINE
PANC.
Dite a monsieur Rainmere, se vuol favorire di venire a bevere il tè; e poi guardate se vi fosse più quel medico; se vi è, che aspetti un poco, o che ritorni dopo pranzo.
GIO.
Sarà servita.
(parte)
PANC.
Non sono mai stato in tanti impicci, in tanti affanni: si tratta del mio stato, della mia riputazione.
Il bilancio che presto presto ho fatto sopra i conti correnti, mi fa scoperto di diecimila ducati.
Finalmente non è una gran somma: ma ciò non ostante, se non pago queste lettere, vanno in protesto, mi manca il credito, e per poco dovrò fallire.
Conviene rimediarvi, se si può.
Ecco qui l'olandese: egli mi può aiutare, ma egli è uomo delicato, né so come contenermi.
SCENA QUATTORDICESIMA
Monsieur RAINMERE e detto; poi un GIOVINE
RAIN.
Buon giorno, signor Pancrazio.
PANC.
Buon giorno, monsieur Rainmere.
Perché col cappello e col bastone?
RAIN.
Andava fuori di casa.
PANC.
Così a buon'ora? A che fare?
RAIN.
A fumare una pipa col capitano Corbrech.
PANC.
Non volete prima bever il tè?
RAIN.
Sì, beviamo il tè.
PANC.
Chi è di là?
GIO.
Signore.
PANC.
Dite che portino il tè.
GIO.
Il medico, signore, è andato via.
PANC.
Buon viaggio.
Che portino il tè.
GIO.
Sarà servita.
(parte)
PANC.
Monsieur Rainmere, sediamo un poco.
RAIN.
Obbligato.
(siedono)
PANC.
Per quel che sento, spero che non anderete via così presto.
RAIN.
Anderò col capitano Corbrech il mese venturo.
PANC.
Non vorrei che venisse quel giorno.
La vostra compagnia mi è carissima.
RAIN.
Bene obbligato.
PANC.
Questi tre mesi che vi siete degnato di stare in mia casa, mi sono sembrati tre giorni.
RAIN.
Bene obbligato.
PANC.
Dovreste star qui tutto questo inverno.
RAIN.
Non posso.
PANC.
Madamigella Giannina, vostra nipote, ci sta volentieri a Venezia.
RAIN.
Mia nipote è più italiana che olandese.
PANC.
È nata in Olanda, ma da fanciulla l'hanno condotta in Italia.
Però conserva un certo non so che, un certo serio nobile e grazioso, che non è carattere così ordinario in queste nostre parti.
RAIN.
Mia nipote studia volentieri.
PANC.
So che a Milano, dove è stata quindici anni, era l'idolo del paese; e a Venezia, in questi pochi mesi, si è fatta adorare.
RAIN.
Bene obbligato.
PANC.
La volete condurre in Olanda?
RAIN.
Farò tutto quello che piace a lei.
PANC.
La dovreste maritare in Venezia.
RAIN.
La mariterò dove a lei piacerà di essere maritata.
PANC.
Volete che le troviamo un partito a proposito?
RAIN.
Bisognerebbe trovare un marito che piacesse a lei, d'una famiglia che piacesse a me.
PANC.
Caro amico, datemi licenza che vi parli con libertà.
La mia casa vi dispiacerebbe?
RAIN.
Oh, signor Pancrazio!
PANC.
Vi degnereste di casa mia?
RAIN.
Mi fate onore.
PANC.
Mio figlio vi piacerebbe?
RAIN.
Questo ha da piacere a mia nipote.
PANC.
E se piacesse a lei, voi sareste contento?
RAIN.
Perdonate...
non sarei contento.
PANC.
No? Per qual cagione?
RAIN.
Perdonate.
PANC.
Dunque non istimate la mia casa?
RAIN.
Mi maraviglio.
La darei a voi.
PANC.
E a mio figlio no?
RAIN.
No.
PANC.
Ma perché a me sì, e a lui no?
RAIN.
Perdonate.
PANC.
Ditemi almeno il perché.
RAIN.
Voi siete onest'uomo.
PANC.
E mio figlio?
RAIN.
Perdonate, non è puntuale.
PANC.
Come lo potete dire?
RAIN.
Ho prestato a lui cento zecchini, e non me li ha restituiti.
PANC.
(Ah disgraziato!) (da sé) Se egli non ve li ha restituiti, ve li restituirò io.
Vi fidate di me?
RAIN.
Sì.
PANC.
E se vi risolvete di concedere vostra nipote a mio figlio, la dote la riceverei io, e ne sarei il debitore.
RAIN.
Certamente.
PANC.
Dunque volete che facciamo questo matrimonio?
RAIN.
Perdonate.
PANC.
Ho capito.
Non avete di me quella fede che dite d'avere.
Non mi credete quell'uomo onesto che sono.
Voi mi adulate.
RAIN.
Signore, voi non mi conoscete.
SCENA QUINDICESIMA
SERVITORE con il tè, e detti.
PANC.
Beviamo il tè.
(beve il tè)
RAIN.
Ben obbligato.
(beve il tè)
PANC.
Non avrei mai creduto, che aveste di me così poco concetto.
RAIN.
Sì, anzi tutto.
(bevendo)
PANC.
La vostra dote sarebbe sicura.
RAIN.
Sicurissima.
PANC.
E la giovine non istarebbe bene?
RAIN.
No; perdonate.
PANC.
Ma perché no?
RAIN.
Vostro figlio non è puntuale.
PANC.
È giovine, il matrimonio lo assoderà.
RAIN.
Prima si assodi; poi si mariti.
PANC.
Finalmente son io che la chiede.
RAIN.
Per chi?
PANC.
Per mio figlio.
RAIN.
Perdonate.
PANC.
E se la chiedessi per me, me la dareste?
RAIN.
Sì, con tutto il cuore.
PANC.
Bisognerebbe poi vedere se ella fosse contenta.
RAIN.
Lo sposo ha da piacere a lei.
PANC.
Dunque non faremo niente.
RAIN.
Buon tè, buon tè.
(bevendo)
PANC.
Ho capito, monsieur, voi mi burlate.
RAIN.
Io? Mi maraviglio.
PANC.
Compatitemi, non mi pare di ritrovare in voi quella amicizia che mi avete protestata.
RAIN.
Provatemi.
PANC.
Io son un uomo, che per gli amici darei il sangue.
Voi non credo fareste lo stesso per me.
RAIN.
Provatemi.
PANC.
Se vi metterò alla prova, troverete de' pretesti per disimpegnarvi.
RAIN.
Voi mi offendete.
Non conoscete la mia sincerità.
PANC.
Per istabilire un negozio mi preme di trovare diecimila ducati.
Avreste difficoltà a farmi l'imprestito?
RAIN.
Quando li vorreste?
PANC.
Questa mattina a mezzogiorno.
RAIN.
Disponetene.
PANC.
Mi darete diecimila ducati in prestito, e negherete di dare vostra nipote per moglie al mio figlio?
RAIN.
Voi siete onesto, voi siete puntuale, voi siete onorato.
PANC.
E mio figlio?...
RAIN.
Perdonatemi.
PANC.
(Ah, pur troppo ha ragione, pur troppo dice la verità).
(da sé)
RAIN.
I diecimila ducati ve li scriverò in Bancogiro.
PANC.
Sentite: non vorrei che lo faceste per puntiglio; e poi...
RAIN.
Voi non mi conoscete.
PANC.
Più tosto...
RAIN.
Non altro.
Ve li scriverò in Banco.
(s'alza)
PANC.
Vi pagherò il sei per cento; siete contento? (si alza)
RAIN.
Non parlo.
PANC.
Monsieur Rainmere, voi siete un galantuomo, voi siete un vero amico.
RAIN.
Per farmi credere buon amico, non sapeva che vi bisognasse una prova di diecimila ducati.
PANC.
Come? Siete forse pentito?
RAIN.
Ve li scriverò in Banco.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
PANCRAZIO solo.
PANC.
Non so che dire, son confuso, sono stordito, son fuori di me medesimo.
Non sapeva come introdurmi a chiedergli questo denaro, e casualmente l'ho preso in parola, e mi girerà i diecimila ducati.
Con questi salderò le mie piaghe, e per l'avvenire leverò il maneggio a mio figlio, e le cose anderanno con più regola, con più direzione.
Ah, se mio figlio si mutasse, se mio figlio si assodasse, se potessi ridurre l'olandese a questo matrimonio, felice me! felice la nostra casa! Voglio andar da mio figlio, e voglio sino pregarlo, che procuri di mettersi in grazia della giovane, e farsi ben volere da suo zio.
Eccolo mio figlio: Giacinto, ascolta, vien qui, t'ho da parlare.
Bravo, invece di venire, mi volta le spalle...
Ti troverò, ti arriverò.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
Madamigella GIANNINA con un libro in mano, e BEATRICE
BEAT.
Voi, madamigella, studiate sempre.
GIANN.
Leggo assai volentieri.
BEAT.
Che libro è quello?
GIANN.
La Spettatrice.
BEAT.
Che cosa vuol dire l'aspettatrice? Una donna che aspetta?
GIANN.
Oh, perdonatemi, non vorrei sentirvi parlar così.
La Spettatrice, l'Osservatrice.
Una filosofessa che osserva le azioni umane, esamina le passioni, e ragiona con buon criterio sopra vari sistemi del nostro secolo.
BEAT.
Come volete ch'io intenda certe parole, che hanno per me dell'arabico? Criterio! Che vuol dire criterio?
GIANN.
Vuol dire discernimento per distinguere il falso dal vero, il buono dal cattivo, il bene dal male.
BEAT.
Criterio sarà parola olandese.
GIANN.
No, amica, è parola di cui si servono gl'Italiani.
BEAT.
Non l'ho mai sentita in vita mia.
GIANN.
Vi compatisco, vostro padre non vi avrà permesso studiare.
BEAT.
Lo studio che mi ha fatto fare, consiste nella rocca, nell'ago e nel ricamo.
GIANN.
Povere donne! Ci tradiscono i nostri padri medesimi; essi c'impediscono di studiare, fondati sulla falsissima prevenzione che lo studio non sia per noi.
Credono che l'intelletto delle fanciulle non sia disposto alle scienze, e talora violentano allo studio un maschio, che inclinerebbe al lavoro, e condannano alla rocca una figlia, che avrebbe tutta l'abilità per diventare sapiente.
BEAT.
Dite la verità, cara amica: se mio padre mi avesse fatto studiare, sarei riuscita assai meglio di mio fratello.
GIANN.
Il signor Giacinto ha sortito bellissimi doni dalla natura.
BEAT.
E quali sono questi doni?
GIANN.
Quelli che cogli occhi si veggono.
Un bell'aspetto, un'aria brillante, un primo abbordo che ferma.
BEAT.
Vi piace dunque mio fratello? Che sì, che ne siete innamorata?
GIANN.
Forse ne sarei innamorata, se a fronte di quelle cose che in lui mi piacciono, non ne avesse altrettante che mi dispiacciono.
BEAT.
E quali sono le cose che in lui vi dispiacciono?
GIANN.
Quelle che da una mala educazione derivano.
BEAT.
Nostro padre lo ha sempre bene educato.
GIANN.
Mentre il padre lo educava bene, le male pratiche lo educavano male.
BEAT.
Eccolo ch'egli viene.
GIANN.
Peccato! Un giovine di quella sorta senza una dramma di buona filosofia.
SCENA DICIOTTESIMA
GIACINTO e dette.
GIAC.
Padronissima, le sono servidoretto.
GIANN.
Padronissima e servidoretto! Queste sono caricature.
GIAC.
Oh, in quanto alle caricature ciascheduno ne ha la sua parte.
BEAT.
(Abbiate giudizio).
(piano a Giacinto)
GIANN.
Spiegatevi: mi credete voi caricata?
GIAC.
Una donna tutto il giorno coi libri in mano...
GIANN.
È peggio assai veder un giovine colle carte in mano da giuoco.
BEAT.
Sentite? Vostro danno.
(a Giacinto)
GIAC.
Vossignoria parla con una gran libertà.
GIANN.
Parlo come mi avete insegnato voi.
GIAC.
È molto che una sapiente della sua sorte si degni d'imparare da me.
GIANN.
Da' cattivi maestri s'impara il male per forza.
GIAC.
Eppure, con tutto che mi disprezza, mi dà piacere.
GIANN.
Né voi mi dispiacereste, se foste un poco più ragionevole.
BEAT.
Via, siate buoni tutti due.
Si vede che avete del genio, ma non vi sapete far intendere.
(Volesse il cielo, che seguisse un tal matrimonio).
(da sé)
GIANN.
Sapete voi che cosa sia amore? (a Giacinto)
GIAC.
Non so se m'inganni; ma mi pare di saperlo.
GIANN.
Come lo sapete?
GIAC.
Perché ho fatto all'amore tutto il tempo della vita mia.
GIANN.
Voi non sapete nulla.
Amore nasce dall'intelletto.
GIAC.
Ed io dico che amore nasce dalla volontà.
GIANN.
Prima di amare, bisogna conoscere se la persona merita di essere amata.
GIAC.
Per me, quando mi corrisponde, merita sempre.
GIANN.
Questo è l'amor delle bestie.
GIAC.
Io vado alle corte.
Se mi vuole, son qui.
GIANN.
Non so che fare di voi.
Non posso amare un irragionevole, uno che non distingue le finezze del vero amore da quelle della vilissima compiacenza.
(parte)
BEAT.
Vostro danno.
Per causa della vostra insolenza perderete quarantamila ducati di dote, ed una sposa bella, giovane e virtuosa.
(parte)
GIAC.
Della bellezza e della virtù non m'importa, mi dispiace per li quarantamila ducati: ma sono così di natura.
Non posso dissimulare.
Stimo più una giovane, che mi dica ti voglio bene, che non è una di queste sputa sentenze.
Che importa a me che la donna sappia parlare latino? A me basta che abbia imparato a compitare queste due lettere, s, i, sì.
Per me allora è la maggior filosofessa del mondo.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Strada.
LELIO solo.
LEL.
Oh pazzo maledetto! Non ho veduto una bestia simile a Giacinto.
Si può sentire di peggio? Mettersi a giuocare con tre o quattro bricconi, e perdere in meno di un'ora i duemila ducati che ha carpiti di mano a quel povero medico! Manco male che gli ho cavati di sotto cinquanta zecchini, prima che si sia posto a giuocare.
S'io tardava due ore, andavano ancora questi.
Così gliene avessi levati di più.
Giacché li ha da consumar malamente, è meglio che ne dia ad un galantuomo, ad un amico, ad un uomo civile, che avendo poca entrata e poca volontà di far bene, ha bisogno di qualche incerto per poter godere il bel mondo.
SCENA SECONDA
Il dottor MALAZUCCA e detto.
DOTT.
Oh padrone mio, ho piacere di rivederla.
LEL.
Servitor devotissimo, signor Dottore.
DOTT.
Mi sono scordato, due ore sono, quando ella mi ha graziato, di domandarle il suo nome, cognome e patria.
LEL.
Ha forse da comandarmi qualch'altra cosa?
DOTT.
No, signore, ma quando ricevo qualche finezza, ho piacere di aver memoria di chi mi ha favorito.
LEL.
(Questa mi pare una stravaganza).
(da sé)
DOTT.
Favorisca dirmi il suo nome.
Lo metterò nel mio taccuino.
LEL.
Ma io non intendo ch'ella abbia meco alcuna obbligazione.
DOTT.
So il mio dovere; la prego.
(col taccuino in mano, e penna)
LEL.
(Eppure non me ne fido).
(da sé)
DOTT.
Il suo nome?
LEL.
Fabrizio.
DOTT.
(Scrive) Il cognome?
LEL.
Malmenati.
DOTT.
Il paese? (scrivendo nel taccuino)
LEL.
Fossambruno.
DOTT.
Signor Fabrizio Malmenati di Fossambruno, mi faccia restituire i duemila ducati che mi ha carpiti il signor Giacinto, o vossignoria sarà chiamato in giudizio, come mezzano di una patentissima truffa.
LEL.
(Il diavolo me l'ha detto).
(da sé) Che dite di truffa?
DOTT.
Sì signore, il signor Giacinto mi ha truffato, e voi siete d'accordo.
LEL.
Io? mi maraviglio di voi.
Sono un uomo d'onore, il signor Giacinto è un mercante onorato.
DOTT.
Che mercante? È un fallito, è pieno di debiti, non ha più un soldo di capitale.
Giuoca da disperato, e ora in questo punto che noi parliamo, è in una biscazza a perdere i poveri miei denari che mi costano tanti sudori, che ho fatte tante vigilie per avanzarmeli, che erano l'unica mia speranza, l'unico sostentamento della mia vecchiaia.
Povero me! sono assassinato.
LEL.
Ma perché non andate a ritrovarlo sulla biscazza dove dite ch'egli è, e non gli levate il denaro?
DOTT.
Se sapessi dov'è, non tarderei un momento.
Ma non m'hanno voluto dir dove sia questo maledetto ridotto.
Voi, se lo sapete, ditemelo per carità.
LEL.
Volentieri: ve lo dirò.
Andate per questa strada, troverete un ponte, giù del ponte vi è una fondamenta(3).
In fondo della fondamenta troverete un'altra strada; a mezzo di essa voltatevi a mano dritta, e andate finché trovate una piazzetta: in essa vedrete un sottoportico; passatelo, salite quel ponte, e dopo andate giù per la fondamenta.
DOTT.
Piano, piano, che non mi ricordo più niente affatto.
LEL.
Vedete questa strada?...
DOTT.
Come si chiama il biscacciere?
LEL.
Asdrubale Tagliaborse.
DOTT.
Vado subito.
LEL.
(Va, va, che ti ho insegnato a dovere!) (da sé)
DOTT.
Meschino me! Lo troverò questo Tagliaborse?
LEL.
Domandatene ad un tal Pancrazio Spaccatesta...
DOTT.
Oh che nomi! oh che gente! Poveri i miei denari! Se non lo trovo, ci penserete voi.
Signor Fabrizio Malmenati, ci penserete voi.
(parte)
SCENA TERZA
LELIO, poi GIACINTO
LEL.
Ora che hai il mio nome ed il mio cognome, stai fresco.
Manco male che ho sospettato il vero.
Povero diavolo, mi fa compassione; ma neanche per questo gli renderei i cinquanta zecchini che ho avuti da Giacinto.
GIAC.
Signor Lelio, di voi andava in traccia.
LEL.
Anch'io doveva venire in traccia di voi.
GIAC.
Li ho perduti tutti.
LEL.
Bravissimo.
GIAC.
Sono senza un soldo ed ho bisogno di aiuto.
LEL.
A questo proposito devo darvi una buona nuova.
GIAC.
Dite.
LEL.
Il medico vi cerca e vuole indietro i duemila ducati.
GIAC.
Eh via, lo fate per farmi dire.
LEL.
Se giungevate qui due minuti prima, l'avreste veduto e l'avreste goduto.
Ma se volete, siete ancora a tempo.
Andate giù di quel ponte, che lo troverete.
GIAC.
Che cosa è saltato in capo a colui? è divenuto pazzo?
LEL.
È stato informato dello stato vostro.
Ha saputo che i suoi denari erano sul banco d'una biscazza, e fa il diavolo contro di voi e contro di me.
GIAC.
Se questo vecchio non avrà giudizio, lo ammazzerò.
LEL.
Voi volete precipitarvi.
GIAC.
Non voglio che questi sciocchi mi facciano perdere la riputazione.
LEL.
Il medico vorrà il suo denaro.
GIAC.
Che vada da mio padre, e se lo faccia assicurare.
LEL.
Benissimo, se lo vedrò, glielo dirò.
GIAC.
Non vi è bisogno; un mio amico non ha da far queste figure.
LEL.
Vuole che io gliene renda conto; ha preso in nota il mio nome ed il mio cognome.
GIAC.
Avete paura? Guardate me e non dubitate.
Vedete questo stile? So adoperarlo.
E poi, che serve? Coi denari si aggiusta ogni cosa.
LEL.
Ma se denari non ne avete più.
GIAC.
Se non ne ho, ne avrò.
Corallina ha promesso di darmi altri cento e cinquanta ducati.
E poi ho fatto un altro negozio di formaggio di Sinigaglia, col respiro di mesi sei al pagamento, e ancor di questo, esitandolo, ricaverò almeno un centinaio di filippi.
LEL.
Buono; mangeremo del buon formaggio.
Ve lo farò vender io.
GIAC.
Ma conviene ch'io gli dia per caparra dieci zecchini.
LEL.
Li avete promessi?
GIAC.
Li ho promessi.
LEL.
Quando avete promesso, bisogna darli.
GIAC.
Ma non ne ho uno.
Caro amico, prestatemeli.
LEL.
Io? non ho un soldo.
GIAC.
Vi ho pur dato questa mattina venti zecchini per voi, e trenta per l'abito della virtuosa.
LEL.
Bene; li ho spesi.
GIAC.
L'abito dov'è?
LEL.
L'ha avuto chi l'aveva da avere.
GIAC.
Almeno dovevate lasciarmelo vedere.
LEL.
Doveva portarvi l'abito nella bisca?
GIAC.
Voglio andar ora dalla cantatrice, a vedere se l'abito le va a segno.
LEL.
Sì, andate.
Appunto ella vi attende per chiedervi la guarnizione.
GIAC.
Guarnizione? Anderò un'altra volta.
Ma, caro amico, prestatemi voi questi dieci zecchini.
Sapete pure, che quando ne ho avuti, ve n'ho sempre dati.
LEL.
Anch'io, se ne avessi, ve li darei.
GIAC.
Che avete fatto de' venti zecchini?
LEL.
Che avete fatto voi de' duemila ducati?
GIAC.
Io li ho giuocati.
LEL.
Ed io li ho spesi.
GIAC.
Ingegnamoci per questo formaggio.
LEL.
Non saprei.
GIAC.
Guardate se avete qualche cosa da impegnare; per gli amici si fa di tutto.
LEL.
Io non ho niente.
GIAC.
Caro amico, non mi abbandonate.
LEL.
Che cosa posso fare per voi?
GIAC.
Sono senza denari.
LEL.
Dovevate tralasciar di giuocare.
(parte)
SCENA QUARTA
GIACINTO, poi monsieur RAINMERE
GIAC.
Questo è il bel conforto che mi ha dato: dovevate tralasciar di giuocare.
Un amico parla in tal guisa? Un amico che me ne ha mangiati tanti? Ci parleremo.
Ma intanto sono senza quattrini, non so dove battere il capo.
RAIN.
(Diecimila ducati? Ho data la mia parola).
(da sé, passeggiando)
GIAC.
(Questo mi potrebbe aiutare).
(da sé)
RAIN.
(Bisogna andare al Bancogiro.
Ho data la mia parola).
GIAC.
Monsù, votre servan.
RAIN.
(Lo guarda e lo deride)
GIAC.
Coman ve portè vu, monsù?
RAIN.
(Sorride e non risponde)
GIAC.
Io sto malissimo.
RAIN.
Che male avete?
GIAC.
Non ho denari.
RAIN.
Signore, questa è la vostra salute.
GIAC.
Perché la mia salute?
RAIN.
Il perché voi mi dispenserete di dirlo.
GIAC.
Ditelo, che mi fate piacere.
RAIN.
Perdonate; perché quando non avrete denaro, sarete meno vizioso.
GIAC.
Chi sono io? un malgoverno?
RAIN.
Perdonate.
GIAC.
Ho bisogno di denari per fare li fatti miei, e non per gettarli via.
RAIN.
Bene.
GIAC.
Ho comprato una partita di formaggio di Sinigaglia, e vi posso ricavare il trenta per cento di utile.
RAIN.
Bene.
GIAC.
Avrei necessità di dugento ducati; posso sperare che monsù me li presti?
RAIN.
Aspettate.
(mette le mani in tasca)
GIAC.
(Finalmente è alloggiato in casa nostra, non mi dirà di no).
(da sé)
RAIN.
Favorite: conoscete questo carattere? (gli mostra un foglio)
GIAC.
Signor sì; questa è una mia lettera di cambio per cento zecchini che m'avete prestati; avete timore che non ve li dia?
RAIN.
Quando avrete pagati questi, me ne chiederete degli altri.
(rimette il foglio in tasca)
GIAC.
O che caro signor olandese! (con disprezzo)
RAIN.
(Lo guarda bruscamente senza parlare)
GIAC.
Quattro mesi ch'è in casa nostra, e non si può avere un servizio.
RAIN.
Vi pagherò l'incomodo di quattro mesi.
GIAC.
Ma casa nostra non è una locanda.
RAIN.
È vero; in una locanda si spende meno.
GIAC.
I cento zecchini ve li renderò.
RAIN.
Dovevate avermeli resi.
GIAC.
Son un galantuomo.
RAIN.
Vi è alcuno che non lo crede.
GIAC.
Chi è che non lo crede?
RAIN.
La piazza.
GIAC.
Mi maraviglio di voi.
RAIN.
Ed io niente di voi.
GIAC.
Che vorreste dire?
RAIN.
Perdonate.
GIAC.
Via, siamo amici; non voglio averlo per male.
Siete più vecchio di me, potete esser mio padre.
Vi amo e vi rispetto, ed ho per voi quella stima che meritate.
RAIN.
Bene obbligato.
GIAC.
Mi siete amico? mi volete bene?
RAIN.
O signore...
(con riverenza)
GIAC.
Datemi un bacio.
RAIN.
Bene obbligato.
(si danno un bacio)
GIAC.
Ehi, mi prestate questi dugento ducati?
RAIN.
No, perdonate.
GIAC.
Mi siete amico?
RAIN.
Sì, amico.
GIAC.
E non mi volete prestare dugento ducati?
RAIN.
No, perdonate.
GIAC.
Andate, che siete un tanghero.
RAIN.
(Lo guarda bruscamente)
GIAC.
Mi guardate? credete di farmi paura?
RAIN.
(Lo guarda come sopra)
GIAC.
Viene a mangiar il nostro, e non si può avere un servizio.
RAIN.
(Smania per la scena, movendo il bastone)
GIAC.
Che c'è, signore, mi fareste qualche affronto? Son uomo di darvi soddisfazione; e imparate a trattare con gli uomini della mia sorta.
E quando un galantuomo vi domanda dugento ducati in prestito, non gli avete a dir di no.
Monsù, ci siamo intesi.
(parte)
SCENA QUINTA
RAINMERE, poi FACCENDA
RAIN.
Gioventù scorretta, mal educata, ignorante!
FACC.
Signore, il padrone è a Rialto, che l'attende.
Mi mandava in traccia di lei, pregandola di lasciarsi vedere, che gli preme assaissimo.
RAIN.
(Rimproveri? temerità? impertinenze?) (da sé, passeggiando)
FACC.
È in bottega del caffè, signore, in un camerino.
Non si vuol lasciar vedere se ella non va a consolarlo.
RAIN.
(Il figlio fa disonore al padre, ed il padre si rovinerà per il figlio).
(da sé, come sopra)
FACC.
M'ha capito?
RAIN.
Ho inteso.
(come sopra)
FACC.
E più presto che anderà a sollevarlo...
RAIN.
Di' al tuo padrone che torni a casa, che qui l'aspetto.
(parte)
SCENA SESTA
FACCENDA, poi PANCRAZIO
FACC.
Che mai vuol dire questa novità? È forse pentito di girare al mio padrone li diecimila ducati, che gli ha promesso? È pure un uomo puntuale, che fa conto della sua parola quanto della sua vita.
Che dirà il povero signor Pancrazio? Piangeva dall'allegrezza narrandomi come una provvidenza del cielo l'esibizione di questo galantuomo; e ora, se gli porto questa risposta, che mai dirà? È veramente sfortunato.
Tutte le cose vanno male per lui, e ho timore senz'altro...
PANC.
Che fai, Faccenda, che non vieni mai? Hai trovato l'olandese?
FACC.
L'ho trovato.
PANC.
Che dice? viene a Rialto?
FACC.
Un momento fa era qui, ed ora è tornato a casa.
PANC.
Ma non gli hai detto, che con premura lo stava attendendo?
FACC.
Gliel'ho detto e mi ha risposto...
PANC.
Che? È forse pentito?
FACC.
Ha detto che vossignoria vada a casa subito, che l'aspetta.
PANC.
A che fare a casa? I denari ha detto di girarmeli in Banco.
Sta a vedere che si è pentito.
Faccenda, se questo è vero, sono precipitato.
FACC.
Vada a casa per sentire che cosa dice.
PANC.
Ma se a Rialto m'attendono: i creditori sono lì colle lettere nelle mani.
I miei nemici stanno con tanto d'occhi.
I giovini avranno detto che vado, e se non mi vedono, diranno che son fallito.
FACC.
Caro signore, non può essergli sopraggiunto qualche affare, che gl'impedisca il poter portarsi là?
PANC.
Bisognerebbe avvisarli.
FACC.
Anderò io, ritroverò un pretesto.
PANC.
Eh Faccenda mio, questo nostro mestiere è delicato assai.
Quello che ci tiene in piedi, è la fede, il credito, l'opinione.
Tanti e tanti hanno più debiti di me, e tutti loro credono, perché la fortuna li aiuta, e si mantengono a forza di apparenza.
Ma quando un uomo principia a dar indietro, quando principia a mancar di credito, tutti gli sono addosso, tutti cercano di rovinarlo, tutti attendono di godere la bella scena; e sapete perché? Per invidia del bene degli altri, e per amor del proprio interesse.
Perché la torta si divida fra di loro, e il precipizio di un pover'uomo accresca i loro utili, moltiplichi loro le corrispondenze, e dia fomento e pascolo alla loro maledetta ambizione.
FACC.
Signor padrone, ora non è tempo né di perdersi di animo, né di formare riflessi sulle vicende del mondo.
Vada a sentire che cosa dice monsieur Rainmere.
PANC.
Che ti pare, caro Faccenda? Che cosa ti ha detto? Come ha parlato l'olandese?
FACC.
Mi pare un poco turbato, ma non sarà niente.
PANC.
Hai veduto mio figlio?
FACC.
Signor no, non l'ho veduto.
PANC.
Va a Rialto.
FACC.
E che cosa dirò?
PANC.
Che mi attendano...
Ma poi se non potessi venire?
FACC.
È meglio che per questa mattina li licenzi.
PANC.
Ma le lettere che scadono in questa giornata?
FACC.
Se scadono oggi, ci è tempo tutto il giorno.
PANC.
Si costuma pagare la mattina a Rialto, al Banco.
FACC.
Mattina o sera, quando si paga, basta.
PANC.
Va pure, già è tardi.
L'ora di Rialto è quasi passata.
Per questa mattina non saremo più a tempo.
Procura di dar delle buone parole, che pagherò...
SCENA SETTIMA
Il dottor MALAZUCCA e detti.
DOTT.
Signor Pancrazio riveritissimo.
PANC.
Schiavo, signor Dottor carissimo.
Compatisca se l'ho fatta aspettare; e mi dispiace, che non mi posso nemmeno adesso trattenere.
DOTT.
Una parola, signore.
FACC.
(Prenda intanto questi duemila ducati).
(piano a Pancrazio)
DOTT.
Una parola, padron mio.
(a Pancrazio)
PANC.
Dica, ma presto, che ho qualche premura.
DOTT.
Signore, i duemila ducati...
PANC.
I duemila ducati, per servirla, li prenderò io.
DOTT.
Quanto mi darete?
PANC.
Il sei per cento.
DOTT.
Non posso farlo; non posso dall'otto venire al sei.
FACC.
(Faciliti, che ne ha bisogno).
(piano a Pancrazio)
PANC.
(Non vorrei che questo povero vecchio li perdesse).
(piano a Faccenda)
FACC.
(Le cose si aggiusteranno.
Intanto con questi duemila ducati si può far tacer qualcheduno).
(piano a Pancrazio)
DOTT.
(Per assicurarli, mi converrà perdere qualche cosa).
(da sé)
PANC.
Ascolti, signor Dottore, sino il sette lo darò, ma niente di più.
DOTT.
Via, mi contento del sette.
PANC.
Che monete sono?
DOTT.
Non lo sapete? Zecchini.
PANC.
Andiamo a contar il denaro, e gli farò la scritta.
DOTT.
Il denaro è bello e contato.
Io vi do questa carta, e voi me ne darete un'altra di vostra mano.
PANC.
Ma il soldo dov'è?
DOTT.
Domandatelo a vostro figlio.
PANC.
A mio figlio? Come c'entra mio figlio?
DOTT.
Oh bella! Questa è la sua ricevuta.
A lui ho dato i duemila ducati all'otto per cento...
PANC.
A lui?...
DOTT.
Sì, a voi che siete il capo di casa, non ho difficoltà di lasciarli al sette.
PANC.
Oh povero me! Faccenda...
FACC.
Un negozio buono, signor padrone.
PANC.
Dunque voi avete dato a mio figlio duemila ducati?
DOTT.
Non lo sapevate?
PANC.
Non lo sapeva, né lo voglio sapere, e faccio il conto di non saperlo.
DOTT.
Bisognerà bene che lo sappiate; e se non vi chiamerete voi debitore di questa somma, farò i miei passi, e vostro figlio anderà prigione.
PANC.
In prigione mio figlio? Voi meritate di andare in berlina.
Voi, vecchio avaro, che per un utile illecito, per guadagnare un per cento di più, mi avete mancato di parola, e li avete dati a un giovine che negozia, è vero, ma finalmente in casa ha ancora suo padre vivo.
Se glieli avete dati, vostro danno, meritate di perderli: maledetti tutti quelli della vostra sorte, che facendo usure e scrocchi, precipitano la gioventù.
FACC.
(Bravo da galantuomo! Ha parlato da par suo).
(da sé)
DOTT.
Se non mi pagate con altra moneta che con questa, ora vado a farmi fare giustizia.
(mostra d'andarsene)
PANC.
Fermatevi, uomo senza onore, senza coscienza.
FACC.
(Lasci che vada.
Che cosa può fare?) (a Pancrazio)
PANC.
(Ah Faccenda, mio figlio non merita che io lo assista, ma è finalmente mio figlio).
(piano a Faccenda)
DOTT.
Ebbene, che cosa mi dite?
PANC.
Meritereste di perder tutto.
DOTT.
Ma non perderò niente.
PANC.
Avaro, usuraio.
DOTT.
Non voglio altri strapazzi.
Anderò alla giustizia.
(in atto di partire)
PANC.
Venite qui.
DOTT.
Che volete?
PANC.
Vi contentate, che di quell'obbligo mi chiami debitore?
DOTT.
Sì, son contento.
PANC.
Con un patto però, che riduciamo il cambio dall'otto al sei per cento.
DOTT.
Oh, questo poi no.
Sino al sette mi contento.
PANC.
Il sette non ve lo voglio dare.
DOTT.
E noi non faremo niente.
PANC.
Perderete il denaro.
DOTT.
Ci penserà vostro figlio.
PANC.
E per venti ducati precipitereste un uomo?
DOTT.
E voi per venti ducati non salverete la riputazione a un figliuolo?
PANC.
È una bricconata, una ingiustizia.
DOTT.
Schiavo suo.
(in atto di partire)
PANC.
Fermatevi.
Vi renderò io il vostro denaro.
DOTT.
Sì, datemelo.
PANC.
Venite domani, che ve lo renderò.
DOTT.
Sì, tornerò domani.
Mi fate anche voi compassione: tornerò domani.
Ma sentite, o i miei denari, o il sette per cento, o vostro figlio prigione.
Il cielo vi dia vita e salute.
(parte)
SCENA OTTAVA
PANCRAZIO e FACCENDA
PANC.
Pover'uomo! da una parte mi fa pietà.
FACC.
Le fa pietà? È l'uomo più finto che vi sia al mondo.
PANC.
Perché dici ch'è finto?
FACC.
Non sente? È medico, e le augura buona salute.
PANC.
Mi augura vita e salute, acciò non muoia prima di pagarlo.
FACC.
E vuole addossarsi vossignoria quest'altro debito?
PANC.
O salvar tutto, o perder tutto.
E se mi salvo io, voglio anche salvare il mio figlio.
FACC.
E poi...
SCENA NONA
CORALLINA in zendale, e detti.
COR.
Oh signor padrone...
PANC.
Che fate a quest'ora fuori di casa?
COR.
Veniva in cerca di lei.
PANC.
V'è qualche novità?
COR.
Ho premura di dirle una cosa.
PANC.
Per parte di chi?
COR.
Per parte mia.
PANC.
E non potete aspettare a parlarmi a casa?
COR.
Vorrei che mi restituiste i miei cento e cinquanta ducati.
PANC.
Per qual ragione? Non vi pago il vostro pro puntuale?
COR.
Compatitemi, non ve li lascio, se non mi date il dieci per cento.
PANC.
Il dieci per cento? Con chi credete parlare? Chi vi ha posto in capo simile bestialità.
COR.
Ho trovato chi me lo dà.
PANC.
Chi è questo disperato, che vi vuol dare il dieci per cento?
COR.
Non posso dirlo, signore.
FACC.
Glielo dirò io: è il signor Giacinto, suo degnissimo figlio.
PANC.
Mio figlio?
FACC.
Signor sì, e tempo fa Corallina medesima ne ha dati a lui altri cento e cinquanta al medesimo prezzo.
PANC.
Oh povero me! Sempre peggio.
COR.
Come diavolo l'avete saputo? (a Faccenda)
PANC.
Disgraziata! Vai a dar denari a mio figlio? Ancor tu per avarizia procuri il precipizio della mia casa? Ma senti, questa volta il male cade sopra di te.
I tuoi denari li hai perduti: te li ha mangiati, pazza, senza cervello che sei.
Tuo danno: maledetto interesse! Ed io misero ho da soffrire il danno e la vergogna! Ah figlio sciagurato! Maledetto giuoco! Questo me l'ha rovinato, me lo ha precipitato.
(parte)
SCENA DECIMA
FACCENDA e CORALLINA
COR.
Ma voi come l'avete saputo!
FACC.
Padrona, vado a Rialto...
COR.
Ditemi, come avete saputo ch'io abbia dati questi denari al padron giovine?
FACC.
Vuole che glielo dica?
COR.
Sì, mi farete piacere.
FACC.
Me l'ha detto Pasquino.
COR.
Pasquino?
FACC.
Signora sì, il suo caro, il suo sposo: donne, donne, che si attaccano sempre al peggio.
COR.
Ma sentite...
FACC.
Padrona, vado a Rialto.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
CORALLINA sola.
COR.
Pasquino disgraziato! L'ho tanto pregato che non dica niente a nessuno, e subito lo ha detto a quel chiacchierone di Faccenda! Me la pagherà.
Lo voglio far pentire.
È vero che ancor io aveva promesso di non parlare, e ho parlato: ma finalmente l'ho detto ad uno che ha da essere mio marito, ed egli lo va a dire a Faccenda? Me la pagherà! Ma ora che ci penso il padrone mi dice che i miei denari li ho perduti, ché il padroncino me li ha mangiati? Non vorrei che fosse la verità.
Eh, non può essere; se li ho veduti nella borsa due ore sono, se vi ha messi dentro anche li due zecchini del dito mignolo!
SCENA DODICESIMA
Camera in casa di Pancrazio.
Madamigella GIANNINA e BEATRICE
GIANN.
Così è, amica, voglio provarmi.
BEAT.
Farete un'opera portentosa.
GIANN.
Credo che nel signor Giacinto vi sia un fondo buono, e che tutto il male provenga dai pregiudizi che si sono nel di lui spirito insinuati.
Questi si possono facilmente distruggere, quando l'uomo riducasi ad ascoltare un linguaggio nuovo, che abbia forza di scuotere la ragione e di convincere la volontà.
BEAT.
Mio fratello avrebbe a voi una obbligazione ben grande, se arrivaste a correggerlo, ad illuminarlo, e l'avrebbe a voi tutta questa nostra povera casa, afflitta e disordinata per sua cagione.
GIANN.
Non è egli in casa?
BEAT.
Sì, è in casa da un'ora in qua, passeggia solo, è turbato, e qualche volta sospira.
GIANN.
(Chi sa che io non abbia fatta qualche impressione nel di lui animo!) (da sé) Amica, con qualche pretesto mandatelo qui da me.
Ora che non è in casa mio zio, posso prendermi qualche poco di libertà.
BEAT.
Procurerò di mandarlo.
Ma ditemi, madamigella, vostro zio vuol egli ammogliarsi?
GIANN.
Credo che lo farà, quand'io sarò allogata.
BEAT.
Una volta pareva ch'egli avesse della bontà per me.
GIANN.
Sì, è vero, ha della stima di voi.
BEAT.
Basta...
non dico altro.
GIANN.
V'intendo; e credetemi, che anche per questa parte vi sarò amica.
BEAT.
Ora vi mando subito mio fratello.
(con allegria)
GIANN.
Fatelo con buona grazia.
BEAT.
(Oh, monsieur Rainmere sarebbe per me una bella fortuna).
(da sé; parte)
SCENA TREDICESIMA
Madamigella GIANNINA sola.
GIANN.
Eppure è vero.
Lo provo io medesima.
Amore è un non so che superiore al nostro intelletto, e vincitor delle nostre forze.
Per quanta resistenza voglia fare ad una passione che mi trasporta ad amare uno che non lo merita, sono quasi forzata ad arrendermi, e ad assoggettare la mia ragione ad un piacer pernizioso.
Che forza è questa? D'attrazione? Di simpatia? O di destino? Qual filosofo me la saprebbe spiegare? Ma la dottrina è inutile, dove l'affetto convince.
Io l'amo, e tanto basta.
Il conoscerlo indegno d'amore non opra ch'io l'abbandoni, ma che lo desideri degno d'essere amato.
Al desiderio unir voglio l'opera mia; e se mi riesce cambiargli il cuore, potrò dir con ragione che il di lui cuore sia mio, e andrò gloriosa di una tale conquista, più di quel ch'io farei se cento cuori, docili per natura, mi si volessero soggettare.
Eccolo il mio nemico.
Chi lo vuol vincere, conviene batterlo dove si può credere men difeso.
Anche l'adulazione può esser laudevole, quando tende ad onesto fine.
SCENA QUATTORDICESIMA
GIACINTO e detta.
GIAC.
È ella che mi domanda?
GIANN.
Chi v'ha detto che siete voi domandato?
GIAC.
Mia sorella.
GIANN.
Vostra sorella è bizzarra davvero.
La premura che siate meco, è sua; dovrei parlarvi per una sua commissione, e mi dispiacerebbe che mi credeste sì ardita d'avervi per conto mio incomodato.
GIAC.
Signora...
Mi maraviglio...
Io non so far cirimonie, e ora! per dirgliela, ne ho pochissima voglia.
Son qui, che cosa mi comanda?
GIANN.
Non volete sedere?
GIAC.
Se il discorso è lungo, ho un affare di premura, lo sentirò un'altra volta; se è corto, tanto sto anche in piedi.
GIANN.
Se non volete seder voi, permettete che sieda io.
GIAC.
Si accomodi pure.
GIANN.
Ora tirerò innanzi una sedia.
GIAC.
Si accomodi.
GIANN.
(Questa sua inciviltà me lo dovrebbe render odioso, eppure ancora lo compatisco).
(da sé; va per la sedia)
GIAC.
(Se non avessi per la testa la maledizione del giuoco, mi divertirei un pochetto).
(da sé)
GIANN.
Signor Giacinto, non mi darete nemmeno una mano a strascinar questa sedia? (di lontano)
GIAC.
Oh sì, compatisca.
Non vi aveva badato.
La servirò io.
(porta egli la sedia)
GIANN.
Siete poco avvezzo a trattar colle donne.
GIAC.
Dirò.
Sinora ho sempre praticato con persone di confidenza.
Soggezione non ne ho voluto mai.
GIANN.
Avete fatto un gran torto a voi medesimo.
GIAC.
Perché?
GIANN.
Il vostro merito non doveva portarvi alle conversazioni indegne di voi.
GIAC.
Crede ella che io sia un giovine che meriti qualche cosa?
GIANN.
Sì, lo credo con fondamento.
GIAC.
Grazie, grazie, signora, grazie.
GIANN.
Le vostre amabili qualità potrebbero farvi onore, se voi le teneste in maggiore riputazione.
GIAC.
Signorina garbata, voi mi adulate, ma non ci sto.
Se voi avete studiato i libri della filosofia, io ho studiato quelli del mondo, e ne so tanto che basta per condurvi alla scuola voi e dieci della vostra sorta.
GIANN.
Questo libro del mondo vi ha insegnato a disprezzar voi medesimo?
GIAC.
Mi ha insegnato a conoscere quando mi vien data la burla.
GIANN.
Credete dunque ch'io vi burli?
GIAC.
E come!
GIANN.
Ditemi: vi guardate mai nello specchio?
GIAC.
Qualche volta, quando mi pettino.
GIANN.
Lo specchio vi dirà che siete bruttissimo.
GIAC.
No, signora, quando lo specchio mostra il naturale, non sono di me scontento.
GIANN.
Gli occhi vostri vi parranno imperfetti.
GIAC.
Non saprei: mi pare, se ho da dir quel ch'io sento, che sieno passabili.
GIANN.
Che dite della vostra fronte?
GIAC.
Io non dovrei dirlo, ma la mia aria non è da villano.
GIANN.
Signor Giacinto, begli occhi, bella fronte, bel labbro, e non sarete amabile?
GIAC.
Signora...
mi fa arrossire.
GIANN.
Vi burlo, eh?
GIAC.
Non so che dire...
GIANN.
Vi ha insegnato bene il vostro libro del mondo!
GIAC.
Confesso anch'io che alle volte si falla.
GIANN.
Sapete che cosa vi ha insegnato questo vostro bel libro del mondo?
GIAC.
Che cosa dunque?
GIANN.
A trattar male colle persone civili.
GIAC.
Perché, signora?
GIANN.
Parvi una civiltà, una buona grazia, tollerare che una fanciulla per causa vostra soffra il disagio di favellarvi in piedi?
GIAC.
Perché non si accomoda?
GIANN.
I miei libri, che non sono del vostro cattivo mondo, m'insegnano di non sedere, quando stia in piedi chi mi deve ascoltare.
GIAC.
Dunque converrà che sieda ancor io.
GIANN.
Così fareste, se aveste meglio studiato.
GIAC.
Quando non v'è altro male, vi rimedio subito.
GIANN.
(Gran giro mi convien fare, per giungere al punto che io mi sono prefisso).
(da sé)
GIAC.
Ecco qui la sedia.
GIANN.
Sedete.
GIAC.
Mi maraviglio.
Tocca a lei.
GIANN.
Effetto di vostra gentilezza.
(siede)
GIAC.
Obbligo della mia servitù.
GIANN.
Oh signor Giacinto, questi termini, queste buone grazie, non le avete studiate nel vostro libro.
GIAC.
No, signora, sono cose che imparo da lei.
GIANN.
Dunque confessate che sinora avete avute delle cattive lezioni.
GIAC.
Sarà così.
GIANN.
(Va cedendo: spero bene).
(da sé)
GIAC.
Ma che cosa ha da comandarmi?
GIANN.
Deggio parlarvi per commissione di vostra sorella.
GIAC.
Che vuol da me mia sorella?
GIANN.
Ella è innamorata.
GIAC.
Ho piacere.
S'accomodi.
GIANN.
Ma l'amante, per dirla, non è degno di lei.
GIAC.
Con chi fa all'amore?
GIANN.
Vi dirò: il di lei genio la porta ad amare una persona che non merita l'amor suo.
GIAC.
Che vuol dire?
GIANN.
Un giovine nato civile, se vogliamo, ma che ha massime vili.
GIAC.
Oh, fa male mia sorella.
GIANN.
Accordate anche voi, che fa torto alla nascita chi la deturpa?
GIAC.
Non v'ha dubbio.
GIANN.
Sappiate di più, che codesto giovine da lei amato è un giuocatore, che consuma nelle biscazze il tempo, il denaro e la salute medesima.
GIAC.
Peggio.
Starebbe fresca!
GIANN.
Ah! che dite? Un giuocatore di questa sorta è un bel fior di virtù?
GIAC.
Il giuoco, il giuoco...
Basta.
Tiriamo innanzi.
GIANN.
Oh, che poca considerazione ha questa vostra sorella! Il di lei amante è rovinato, ha precipitata la casa in crapule, in feste, in divertimenti, in compagnia di gente trista, in case o disonorate, o sospette.
GIAC.
Come! È divenuta pazza? Con questa sorta di gente fa all'amore? Voglio dirle l'animo mio.
Voglio che mi senta...
GIANN.
Fermatevi: non tanto caldo.
Sapete chi è la persona viziosa, che ama vostra sorella?
GIAC.
Chi è questo miserabile uomo?
GIANN.
Il signor Giacinto.
GIAC.
Io?
GIANN.
Sì, voi.
Guardatevi in quello specchio in cui i vizi e le virtù si distinguono.
Guardatevi in quello specchio che vi ho posto dinanzi agli occhi, e conoscerete voi stesso.
Se un cristallo sincero vi assicura che siete amabile, un ragionamento veridico vi convinca che non siete degno d'amore.
Poveri doni di natura in voi traditi da un ingratissimo abuso! Infelici le grazie del vostro volto, deturpate dal vostro costume! Misero quel padre che a voi diede la vita! Infelice colei che ingiustamente vi ama!
GIAC.
Ah sì, mi riconosco pur troppo.
Voi dite la verità, e ne arrossisco.
Madamigella, voi m'obbligate...
Voi m'intenerite...
Son qui...
Son tutto vostro.
Intendo qual è la sorella che m'ama.
GIANN.
Andate, che non so che fare di voi.
(s'alza)
GIAC.
Sono indegno della vostra bontà?
GIANN.
Non avete studiato altro libro, che quello del mondo pessimo.
GIAC.
È vero, ma...
son giovine, sono ancora in tempo di fare de' nuovi studi.
GIANN.
Sareste voi disposto a prendere delle migliori lezioni?
GIAC.
Sì, cara; sotto una maestra così virtuosa imparerei in poco tempo.
GIANN.
Come sta il vostro cuore?
GIAC.
Il mio cuore è di una pasta così tenera, che si lascia regolare con somma facilità.
GIANN.
Vi annoiano i miei discorsi?
GIAC.
Anzi mi danno piacere.
GIANN.
Sedete.
GIAC.
Volentieri.
(siedono)
GIANN.
Ascoltatemi.
GIAC.
Son qui.
(s'accosta bene)
GIANN.
Non vi accostate tanto.
Le parole si sentono anche in qualche distanza.
(si scosta)
GIAC.
Ma le parole operano meglio, quando sono sostenute dalle azioni.
GIANN.
Questa è una lezione del vostro libro.
GIAC.
Via, non dico altro.
Vi ascolterò, come volete.
GIANN.
Vo' darvi la prima lezione, la quale farà onore a me, se la saprò dire: farà onore a voi, se la saprete ascoltare.
GIAC.
Son qui, vi ascolto con tutto il cuore.
GIANN.
Caro signor Giacinto...
GIAC.
(La lezione principia bene).
(da sé)
GIANN.
L'uomo che non conosce se stesso...
SCENA QUINDICESIMA
Monsieur RAINMERE e detti.
GIANN.
Mio zio...
(alzandosi)
GIAC.
Monsieur, la riverisco.
RAIN.
Servitore obbligato.
GIAC.
Compatisca, se do incomodo a madamigella.
RAIN.
Bene obbligato.
Andate nella vostra camera.
(a madamigella)
GIANN.
Signore.
GIAC.
È piena di scienze.
RAIN.
Obbligato.
In camera.
(a madamigella con autorità)
GIANN.
Vado, signore.
(fa una riverenza a Giacinto)
GIAC.
Comanda che io la serva? (vuol darle braccio)
RAIN.
Non importa, non importa.
(lo trattiene ironicamente)
GIAC.
Il mio dovere...
RAIN.
Bene obbligato.
GIANN.
(Anche mio zio ha poco studiato quella morale moderna, che unisce cotanto bene la società ed il decoro).
(da sé; parte)
SCENA SEDICESIMA
Monsieur RAINMERE e GIACINTO
GIAC.
Che belle massime s'imparano dalla di lei nipote!
RAIN.
O ne sono contento.
GIAC.
Ma perché, signore, farla andar via?
RAIN.
Vi avrà incomodato bastantemente.
GIAC.
Anzi m'insegnava delle bellissime cose.
RAIN.
Mia nipote non è nata per fare la maestra alla gioventù.
GIAC.
Ragionando sempre s'impara.
RAIN.
Non vorrei che ella imparasse da voi.
GIAC.
Che può imparare da me?
RAIN.
Perdonatemi.
A non conoscere né la civiltà, né l'onore.
GIAC.
Come parlate?
RAIN.
Vi dico in casa quello che non vi doveva dir sulla strada.
GIAC.
Io sono un uomo incivile?
RAIN.
Con me non avete usata la civiltà.
GIAC.
Io non conosco l'onore?
RAIN.
Se conosceste l'onore, sareste più puntuale.
GIAC.
Ora capisco il fondamento de' bei discorsi di madamigella.
Voi m'avete posto in discredito con vostra nipote.
Mi ha ella strapazzato con buona maniera, ma mi ha strapazzato.
Da lei ho sofferto tutto, da voi non voglio soffrir nulla.
(alza la voce)
RAIN.
Io non parlerò con voi, se voi non parlerete con me.
GIAC.
E mi maraviglio de' fatti vostri.
(forte)
RAIN.
Non alzate la voce.
SCENA DICIASSETTESIMA
FACCENDA e detti.
FACC.
Signori, che cosa c'è?
GIAC.
Coi galantuomini non si tratta così.
FACC.
Signore, il signor Pancrazio è qui, che vorrebbe parlare con V.S.
(a monsieur Rainmere)
RAIN.
Ditegli che or ora io e mia nipote ce ne anderemo di casa sua.
FACC.
Ma perché, signore?
RAIN.
Perché suo figlio è un pazzo.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
GIACINTO e FACCENDA
GIAC.
A me pazzo? A me?...
(vuol seguirlo)
FACC.
Si fermi.
È qui il suo signor padre.
GIAC.
Ingiuriarmi! Lo voglio mortificare.
FACC.
Venga, signor padrone.
Veda suo figlio.
(alla scena)
GIAC.
Viene mio padre.
È meglio ch'io parta.
Lo ritroverò il signor Olanda, lo ritroverò.
(parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
PANCRAZIO gli corre dietro sino dentro la scena, e detto.
FACC.
Si fermi, ascolti.
Questo giovine vuol essere il suo precipizio.
PANC.
Scellerato! ti giungerò.
Si è chiuso in camera.
Che è stato, Faccenda?
FACC.
Non so niente.
Strepiti grandi.
Monsieur vuole andarsene di questa casa.
PANC.
Per qual cagione?
FACC.
Per causa del di lei figliuolo.
PANC.
Oh povero me! Monsieur Rainmere dov'è?
FACC.
Gli parli, ma presto.
PANC.
Dove sarà?
FACC.
In camera.
Andiamo, non perda tempo.
PANC.
Sì, andiamo...
Ma prima voglio parlare a mio figlio.
Voglio sentire che cosa è stato, avanti di presentarmi a monsieur Rainmere, per sapere come ho da contenermi.
FACC.
Ma se il signor Giacinto si è chiuso in camera?
PANC.
Va tu, procura di farlo aprire, digli che gli parlerò con amore.
FACC.
Farò quello che potrò.
In verità, signor padrone, ho il cuore afflitto per causa sua.
(parte)
PANC.
Ah figlio indegno! figlio disgraziato! poveri padri! poveri padri! Chi si augura de' figliuoli, si specchi in me.
Chi li ha buoni, ringrazi il cielo, e chi ne ha de' cattivi, può dir d'aver un travaglio che supera tutti i travagli del mondo.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera con burò, tavolino e bauli.
Monsieur RAINMERE e due Servitori.
Monsieur RAINMERE va levando dal burò vari sacchetti di monete, e li mette in un baule, mentre due Servitori ripongono in un altro baule i di lui vestiti: tutto facendo senza parlare.
Poi Madamigella GIANNINA
GIANN.
Signor zio, mi è permesso?
RAIN.
Che cosa volete? (con un sacchetto in mano)
GIANN.
Vorrei, se mi permettete, dirvi il mio sentimento sulla risoluzione che siete per fare.
RAIN.
La risoluzione è fatta; andiamo a Livorno.
(mette il sacchetto nel baule)
GIANN.
Partir da Ven
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