I MERCATANTI, di Carlo Goldoni - pagina 9
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Non credeva che i miei disordini fossero giunti a questo segno.
Ho veduto le nostre piaghe, ho veduto un povero vecchio, che m'ha dato l'essere, per cagione mia in precipizio, in rovina, in disperazione; ed io ho da mirare con questi occhi il mio povero genitore fallito, spogliato, in prigione per cagion mia? Non ho cuor di soffrirlo, son disperato.
(s'alza furioso)
GIANN.
Fermatevi.
Aspettate ch'io parta, e fate poi tutto quel che volete.
GIAC.
Via, partite.
GIANN.
Voglio prima parlare.
GIAC.
Parlate.
GIANN.
Sedete.
GIAC.
Tutto quel che volete.
(siede)
GIANN.
Ascoltatemi.
GIAC.
Son qui.
GIANN.
Appressatevi.
GIAC.
Le parole si sentono anche in distanza.
L'avete detto voi stessa.
GIANN.
Volesse il cielo, che s'imprimessero nel vostro cuore tutte le mie parole.
GIAC.
Avete finito?
GIANN.
Non ho ancor principiato.
GIAC.
Mi vien freddo.
GIANN.
Ma caro signor Giacinto...
(s'accosta a lui)
GIAC.
(Ora mi vien caldo).
(da sé)
GIANN.
Questa vostra disperazione è affatto irragionevole.
Se ella dipende dai dispiaceri che conoscete aver dati al vostro povero padre, volete aggiungere alle sue disgrazie la più dolorosa di tutte, col sagrifizio di voi medesimo? Se amate il genitore, cercate di consolarlo; se siete pentito d'averlo oltraggiato, fate che il vostro pentimento medichi le sue piaghe, e non le inasprite coi vostri pazzi trasporti.
Un reo che si vuol privare di vita, mostra non essere capace di pentimento, ma piuttosto fa credere, che amando le colpe voglia morire anzi che abbandonarle.
Tutti i mali hanno il loro rimedio, fuor che la morte.
Le disgrazie di vostro padre non saranno poi irrimediabili: l'ho veduto andar con mio zio nel suo studio, dopo essere stati per qualche tempo seduti insieme.
Il signor Pancrazio è uomo d'onore, è un mercante di credito; mio zio è buon amico.
Vedrete che le cose di casa vostra prenderanno miglior sistema.
Rimediato a questa parte del vostro rammarico, vi resterà il rossore di essere un figlio ingrato; ma finalmente non sarete voi il solo figliuolo discolo, che abbia dissipato, speso, scialacquato e malmenati a capriccio i giorni bellissimi della gioventù.
Chi invecchia nei vizi è detestabile, ma chi cade, nell'età vostra fervida troppo e troppo solleticata dalle occasioni, è compatibile.
Il momento in cui vi pentite, scancella tutte le colpe andate e due lagrime di tenerezza, che voi versiate a' piedi di vostro padre, compensano tutte quelle che egli ha versate per voi.
Fatevi animo dunque, lasciate a noi la cura degl'interessi, pensate solo a voi stesso, e dalla cognizione del male prendete regola per l'avvenire.
GIAC.
Madamigella.
(si getta a' di lei piedi)
GIANN.
Alzatevi, che non ho finito di ragionare.
GIAC.
Che mai potete dire di più?
GIANN.
Ditemi prima qual impressione abbia fatto nel vostro animo il mio ragionamento.
GIAC.
Che volete ch'io dica? Mi sento intenerire, sono convinto, sono stordito.
GIANN.
Chiederete perdono a vostro padre?
GIAC.
Sì, altro non bramo.
GIANN.
Parlate più di morire? (con dolcezza)
GIAC.
No, cara.
GIANN.
Cara mi dite?
GIAC.
Sì.
Se mi date la vita.
GIANN.
Promettetemi di far buon uso de miei consigli.
GIAC.
Lo prometto, lo giuro.
GIANN.
Così mi basta.
GIAC.
Vi basta?
GIANN.
Sì, mi basta così.
GIAC.
E non mi chiedete altro?
GIANN.
Che poss'io domandarvi di più?
GIAC.
Non mi domandate il cuore?
GIANN.
Non conviene a me ricercarlo.
GIAC.
È vero, tocca a me il darvelo: è tutto vostro.
GIANN.
Non lo accetto per ora.
GIAC.
Perché?
GIANN.
Sul punto che io vi fo un benefizio, non esigo la ricompensa.
Il dono del vostro cuore potrebbe ora essere una mercede involontaria: pensateci.
Vi lascio in libertà di disporre di voi medesimo.
(parte)
SCENA NONA
GIACINTO solo.
GIAC.
Sarei un barbaro, se le negassi affetto.
Che massime! Che discorso! Che buon amore! Ma non sono io degno di ottenerla.
Suo zio non me l'accorderà.
Mio padre non vorrà ch'io la prenda; ed ella, quantunque paia che abbia per me dell'amore, non si fiderà, non mi crederà, si scorderà di me.
Ah, temo di ricadere nella mia nera disperazione.
(parte)
SCENA DECIMA
Camera.
PANCRAZIO e FACCENDA
PANC.
Non mi parlare di mio figlio: è un ingrato.
FACC.
Mi creda ch'è pentito.
PANC.
Non sarà vero, fingerà: è uno sciagurato.
FACC.
Che vuole di più? si voleva ammazzare.
PANC.
Si voleva privar di vita?
FACC.
Signor sì, l'ho trovato con uno stile alla mano...
PANC.
Ah...
dove si trova?...
FACC.
Si fermi; è arrivata madamigella Giannina, ha fatto che getti via il ferro, e non è stato altro.
L'assicuro, signore, ch'è pentito di cuore.
PANC.
Il ciel lo voglia.
Caro Faccenda, dov'è? Perché non viene dal suo povero padre, che lo ama tanto? Io stesso anderò a ritrovarlo...
FACC.
Si fermi per un momento; mentre vi sono dell'altre novità.
PANC.
Buone, o cattive?
FACC.
Nella strada vi sono sette o otto persone che aspettano.
Vi sono quei tre giovini di questa mattina con le lettere di cambio.
E v'è il medico de' duemila ducati.
PANC.
Anche colui? Gli ho pur detto che venga domani.
FACC.
Avrà inteso mormorare in piazza, ed ha anticipato.
Vi è dell'altra gente.
Certe faccie toste che non conosco; non so che dire, ho paura di qualche disgrazia.
PANC.
Che vi sieno de' birri?
FACC.
Non crederei.
PANC.
Qualche ministro per sequestrare?
FACC.
Può essere.
Tengo chiusa la porta della scaletta, e dico a tutti ch'è a pranzo.
PANC.
In casa mia non si sono più udite di queste cose!
FACC.
Ma che ha detto monsieur Rainmere?
PANC.
Siamo stati nello scrittoio insieme, ha veduto i conti, non gli ho celato nulla.
Parve contento, ed è andato via senza dirmi nulla.
FACC.
Possibile che l'abbandoni?
PANC.
Non so che dire; mi raccomando al cielo e lascio operare a lui.
FACC.
Vuole che vada io da monsieur?
PANC.
Sì, caro Faccenda.
Intanto anderò io da mio figlio.
(va per andarsene)
FACC.
Si fermi, che viene l'olandese.
PANC.
Parti, parti.
FACC.
Vado a dar delle parole a quei che aspettano.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
PANCRAZIO, poi monsieur RAINMERE con un uomo che porta un sacchetto in ispalla.
PANC.
Ha un uomo con lui.
Chi mai è?
RAIN.
Metti lì.
(l'uomo pone il sacchetto sul tavolo)
PANC.
Monsieur Rainmere.
(con allegrezza)
RAIN.
Quelli sono seimila ducati.
PANC.
Seimila?...
RAIN.
E quattromila val questa lettera.
(gli dà un foglio)
PANC.
Che siate benedetto! Lasciate che vi dia un bacio.
RAIN.
Bene obbligato.
(si danno i due soliti baci)
PANC.
Voi mi date la vita, mi date lo spirito, mi rinnovate il sangue, che dalle mie disgrazie principiava a guastarsi.
RAIN.
Fatemi la lettera di cambio, tempo due anni, coll'interesse ad uso di piazza.
PANC.
Subito ve la faccio.
RAIN.
L'ho fatta io, sottoscrivetela.
(gli dà una carta)
PANC.
Subito.
(vuol sottoscriverla)
RAIN.
Leggetela.
Non si negozia così.
PANC.
Di voi mi fido.
RAIN.
Tutti gli uomini possono far errore.
PANC.
Va benissimo, e la sottoscrivo.
(sottoscrive) Prendete, che siate mille volte benedetto.
RAIN.
Voi mi dovete settecento ducati.
PANC.
È vero.
RAIN.
E vostro figliuolo mi deve cento zecchini.
PANC.
Verissimo.
RAIN.
Per queste due partite mi dovete considerare creditor come gli altri.
PANC.
E vi pagherò prima di tutti.
RAIN.
E poi so il mio dovere per l'incomodo di quattro mesi.
PANC.
Mi maraviglio.
Vi ho da dare una buona nuova.
RAIN.
Consolatemi.
PANC.
Mio figlio è pentito d'ogni cosa.
Piange, sospira, mi dimanda perdono.
RAIN.
Gli credete?
PANC.
Si voleva fino ammazzare.
RAIN.
Voglia il cielo che il suo pentimento non sia una disperazione.
PANC.
Caro monsieur Rainmere, sono a pregarvi di un'altra grazia.
Ora lo manderò da voi a chiedere scusa del suo mal procedere, a fare un atto del suo dovere.
Accettatelo, ascoltatelo e perdonategli per amor mio.
RAIN.
Se sarà pentito davvero, l'amerò come amo suo padre.
PANC.
Ora lo sentirete.
Se vi contentate, prendo questi denari, e vado a pagare i creditori che mi tormentano.
RAIN.
Voi siete il padrone.
PANC.
E vi porterò il vostro avere.
RAIN.
Non ne dubito.
PANC.
Io non posso portare un tal peso.
Ehi, chi è di là?
SCENA DODICESIMA
FACCENDA e detti.
FACC.
Signore.
PANC.
Aiutami.
FACC.
Che roba è questa?
PANC.
Denari.
FACC.
Denari?
PANC.
Sì, caro Faccenda, andiamo a pagare.
FACC.
Sia ringraziato il cielo.
Ho tanto piacere, come se si trattasse di me stesso.
PANC.
Andiamo, andiamo.
Non so dove mi sia per la consolazione.
(parte)
FACC.
I denari pesano, ma i debiti pesano molto più.
(parte col sacchetto)
RAIN.
Non si può far servizio di minor peso, oltre quello di prestar il denaro, quando è sicuro.
SCENA TREDICESIMA
Madamigella GIANNINA, BEATRICE, monsieur RAINMERE
GIANN.
Signor zio.
RAIN.
Nipote...
Madamigella.
(salutando gentilmente Beatrice)
GIANN.
Sento che non partirete più così presto.
(a Rainmere)
RAIN.
No, la partenza è sospesa.
BEAT.
Ed io ho sentito con giubilo, che la vostra buona amicizia abbia consolato mio padre.
RAIN.
L'ho fatto per lui, e l'ho fatto ancora per voi.
(ridente)
BEAT.
Per me, signore?
GIANN.
Cara amica, non ve l'ho detto che mio zio vi ama?
RAIN.
Mia nipote non suol dire delle bugie.
BEAT.
Non posso crederlo, se voi volete partire...
RAIN.
Io non parto per ora.
GIANN.
Prima di partire potrebbe ancora sposarvi.
BEAT.
Cara amica, voi mi adulate.
RAIN.
Nipote, mi lodereste voi, se prendessi moglie?
GIANN.
Signore, vi parlerò con sincerità.
Vi loderei più se non la prendeste.
Ma avendovi sentito dire più volte, che volete farlo per dare un maschio alla casa amerei che lo faceste piuttosto con Beatrice che con un'altra.
BEAT.
(Oh cara amica!) (da sé)
RAIN.
L'amate molto questa vostra amica.
(a madamigella Giannina)
GIANN.
Sì, l'amo assai.
RAIN.
Senza interesse?
GIANN.
Che interesse posso avere con lei?
RAIN.
Non l'amereste per ragion di suo fratello?
GIANN.
Può anche darsi.
RAIN.
Eh donne! vi conosco.
BEAT.
Siete furbo la vostra parte.
RAIN.
Siete adorabile.
SCENA QUATTORDICESIMA
GIACINTO e detti.
GIAC.
Monsieur, vi chiedo perdono...
RAIN.
Basta così.
Arrossisco per parte vostra.
GIAC.
Ma se vi ho offeso, lasciate che vi mostri il mio pentimento.
RAIN.
Lo voglio credere senza più.
GIAC.
Vi chiedo scusa...
RAIN.
Non altro.
Tenete.
(lo bacia)
GIAC.
(Veramente uomo di buon cuore! Un uomo da bene!) (da sé)
GIANN.
Signor Giacinto, mi rallegro con voi.
GIAC.
Eppure, con tutto questo, non sono ancor contento.
GIANN.
Che vi manca per contentarvi?
GIAC.
Il meglio.
GIANN.
Che vuol dire?
BEAT.
Non lo capite? Gli manca una sposa.
GIANN.
Che se la trovi.
GIAC.
Per me avrei ritrovata; ma ella non vuole il mio cuore.
GIANN.
Ci avete bene pensato?
GIAC.
Più che ci penso, più la desidero.
GIANN.
Che dite, signor zio?
RAIN.
Questo giovine è stato cattivo.
Ora si dice che sia diventato buono.
Avete voi coraggio di fidarvi di lui?
GIANN.
Sì, mi fiderò, ma con una indispensabile condizione.
GIAC.
Qual è, signora, questa condizione?
GIANN.
Che venghiate a Livorno, e poscia in Olanda con noi, acciocché abbandonando le pratiche, le amicizie e le occasioni che vi circondano, possiate ancora cambiar il cuore.
GIAC.
Per me vengo ancora nell'Indie.
Con una compagnia di questa sorta? Con uno zio di sì buon cuore? Mi dispiacerà lasciar mio padre, ma quando si tratta della mia fortuna, anche mio padre sarà contento, e sono disposto a partire in questo momento, se occorre.
GIANN.
Che dite, signor zio?
RAIN.
Il pensier vostro non mi dispiace.
Venga con noi; se non riuscirà bene, lo rimanderò in Italia.
GIANN.
E se sarà mio sposo?
RAIN.
Vi caccerò in Italia con lui.
GIAC.
Non vi sarà questo pericolo.
Son qui, vengo via con voi, col signor zio, colla mia cara sposa.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
Monsieur RAINMERE, madamigella GIANNINA e Beatrice.
BEAT.
Ed io resterò qui senza mio fratello?
RAIN.
No, madamigella.
(ridente)
BEAT.
Ma...
dunque.
RAIN.
Voi verrete in Olanda con noi.
BEAT.
Davvero?
RAIN.
Se vorrete...
GIANN.
Oh verrà, verrà.
BEAT.
Oh verrò, verrò.
SCENA ULTIMA
PANCRAZIO, GIACINTO e detti.
PANC.
Sì, figlio, fa tutto quello che vuoi.
RAIN.
Signor Pancrazio...
PANC.
Mio figlio m'ha detto tutto.
BEAT.
Ma non vi avrà detto, signor padre, che io pure anderò in Olanda con lui.
PANC.
Tu? come?
BEAT.
Colle nozze di monsieur Rainmere.
PANC.
Dici davvero?
RAIN.
Se vi contentate.
PANC.
Perché non devo contentarmi? Una fortuna di questa sorta vorreste che io non l'approvassi?
RAIN.
A vostra figlia quanto darete di dote?
PANC.
La dote che ha avuto sua madre, è stata sedicimila ducati.
Questi li darò ancor a lei, ma con un poco di tempo.
RAIN.
Il denaro di mia nipote lo tengo io.
S'ella è contenta dei sedicimila ducati, faremo un giro e due contratti.
PANC.
Ed io a lei li assicurerò sopra i miei effetti.
GIANN.
Le disposizioni di due uomini quali voi siete, non ponno essere da me che approvate.
GIAC.
Monsieur Rainmere e mio padre sono due persone che ci amano veramente.
Io sono l'ingrato, chiedo all'uno e all'altro perdono...
PANC.
Tutto è accomodato.
Figlio, lascio che tu parta.
Mi strappi il cuore, ma il ciel volesse che prima d'ora t'avessi allontanato.
Quando i figliuoli non riescono bene nella loro patria, convien farli mutar cielo.
Le pratiche li rovinano, le occasioni li precipitano, e la facilità del padre che vi rimedia, dà loro il modo di far del male.
Padri, specchiatevi in me: invigilate sopra la condotta de' vostri figliuoli, poiché il troppo amore li rovina; e chi sa tenere i suoi figliuoli in dovere, in soggezione, in buona regola, è felice, è fortunato, e gode in sua vecchiezza il maggior bene, il maggior contento, che dar si possa nel mondo.
Fine della Commedia
(1) Edizione magnifica del 1748, si vende da Francesco Pitteri in Venezia.
(2) Luogo in Venezia, situato in Rialto, dove i mercanti si radunano ecc.
(3) Fondamenta dicesi in Venezia una strada lungo il canale.
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