I PUNTIGLI DOMESTICI, di Carlo Goldoni - pagina 2
...
.
Digo mi: bastava che foss contento el padron; lu l'è quel che comanda.
Certo, la dis: la mia padrona comanda, il vostro padrone è un ravano.
Maledetta! (va a rapare)
OTT.
Con costei è un pezzo che io ce l'ho.
Averà finito.
BRIGH.
La m'ha po onorà de titoli propri...
OTT.
Ecco mio nipote.
Vattene.
BRIGH.
Bastelo, lustrissimo, sto tabacco?
OTT.
Sì.
BRIGH.
Vorla che lo bagna?
OTT.
Bagnalo.
BRIGH.
Me raccomando, lustrissimo...
OTT.
Vattene.
BRIGH.
(Oh, questo el gh'ha poche parole, e assae fatti! L'ho chiappà in bona luna).
(da sé, parte)
SCENA TERZA
Il conte OTTAVIO ed il conte LELIO
OTT.
Mia cognata se ne vuol prendere più di quel che conviene.
Stia ne' termini, se non vuole che si rompa.
LEL.
Son servo, signore zio.
OTT.
Buon giorno, nipote.
LEL.
Sono a domandarvi un piacere, per parte di mia madre.
OTT.
In che cosa la posso servire?
LEL.
Desidera che licenziate Brighella.
OTT.
Che cosa le ha egli fatto?
LEL.
Le ha perduto il rispetto.
OTT.
In qual maniera?
LEL.
Lo ha mandato a chiamare, e non ha voluto muoversi per servirla.
OTT.
Era impiegato per me.
LEL.
Rapava del tabacco.
Faceva veramente una gran cosa!
OTT.
Faceva quello che io gli aveva ordinato di fare.
LEL.
Già il signore zio ha sempre fatto più conto dei suoi servitori che de' suoi parenti.
OTT.
Io ho sempre fatto conto della giustizia.
LEL.
Questa giustizia tutti credono di conoscerla, ma pochi la conoscono.
OTT.
Voi la conoscete meno degli altri.
LEL.
Mia madre ha da essere rispettata.
OTT.
Niuno le perde il rispetto.
LEL.
E ha da essere obbedita.
OTT.
Sì, dalla sua servitù.
LEL.
I servitori di questa casa mangiano tutti ad una tavola e per questa stessa ragione...
OTT.
Io li pago.
LEL.
Non li pagate del vostro.
OTT.
Non li pago del mio?
LEL.
No, signore.
Vi è la mia parte, vi è la dote di mia madre e quella di mia sorella.
OTT.
Voi non sapete che cosa vi dite.
LEL.
È vero: non so nulla; ma da qui innanzi i fatti miei li vorrò sapere ancora io.
OTT.
Sciocco!
LEL.
Signore zio, non sono un ragazzo.
OTT.
Temerario!
LEL.
La discorreremo.
(Lite, divisione, risarcimento.
Me l'ha detto il dottor Balanzoni.
Così non si può vivere.
Egli è un buon procuratore; mi assisterà).
(da sé, parte)
SCENA QUARTA
Il conte OTTAVIO, poi BRIGHELLA
OTT.
Impertinente! Ti farò pentire d'avermi perso il rispetto.
BRIGH.
Illustrissimo, el signor Pantalon de' Bisognosi vorria riverirla.
OTT.
Padrone! Che cosa hai, che sembri spaventato?
BRIGH.
So sior nevodo m'ha fatto un poco de paura.
OTT.
Che cosa dice?
BRIGH.
El m'ha vardà con do occhi de basilisco.
E po el m'ha dito sta bagattella: Se mio zio non ti manda via, ti romperò le braccia.
OTT.
Se lo farà, sarà peggio per lui.
BRIGH.
Sarà pezo per mi, e no per lu.
Lustrissimo, piuttosto che abbia da succeder sto caso, no so cossa dir, anderò via.
OTT.
Fa che venga il signor Pantalone.
BRIGH.
La servo.
Se el me rompe i brazzi...
OTT.
Finiscila.
BRIGH.
(Cospetto del diavolo, avanti che el me rompa i brazzi, l'averà da parlar con mi).
(da sé, parte)
SCENA QUINTA
OTTAVIO e PANTALONE
OTT.
Rompere le braccia al mio servitore? Potrebbe darsi che io rompessi la testa al suo.
PANT.
Servitor umilissimo, sior conte mio paron.
OTT.
Signor Pantalone, vi riverisco.
(con cera brusca)
PANT.
Xela in collera?
OTT.
Ho ragione di esserlo.
PANT.
Con mi no, nevvero?
OTT.
Voi siete un buon amico.
PANT.
M'ha dito qualcossa sior conte Lelio.
OTT.
Egli è un pazzo.
PANT.
Cossa vorla far? No la gh'ha altri al mondo che sto nevodo.
OTT.
Sarebbe meglio che io non l'avessi.
PANT.
Bisogneria po che la se maridasse ella, per conservar la casa.
OTT.
Che cosa importa il conservare la casa? Morto io, morti tutti.
La mia roba so a chi lasciarla.
PANT.
Ogni tanto sento sti manazzi de lassar la roba fora de casa.
Sta cossa no la posso sentir.
OTT.
Della roba mia posso fare quello che io voglio.
PANT.
Xe vero: de la so roba la pol far quel che la vol; ma i omeni de giudizio i sacrifica la so volontà alla giustizia e alla convenienza.
Per che rason voravela privar i nevodi, per beneficar dei stranieri? Per paura fursi che i nevodi sia ingrati, e no i se recorda del benefattor? Per l'istessa rason, se pol desmentegar più presto del testator chi no xe del so sangue.
OTT.
Sapete che cosa mi ha mandato a dire mia cognata pel suo figliuolo? Che vuole che io licenzi Brighella mio servitore.
PANT.
No l'averà dito che la vol, ma che la desidera.
OTT.
Come ci entra ella con i miei servitori?
PANT.
Finalmente una cugnada xe qualcossa più de un servitor.
OTT.
Dovrei dunque mandar via un uomo che mi serve bene, per contentare una femmina senza giudizio?
PANT.
No digo mandarlo via, ma darghe qualche sodisfazion.
Per la pase convien qualche volta far dei sacrifizi.
OTT.
Mia cognata è una donna irragionevole.
PANT.
Desgrazia per chi nasse cussì.
Chi xe de bon temperamento, se consola e compatisse i cattivi.
Ma chi no sa compatir i difetti dei altri, gh'ha un difetto che supera tutti.
OTT.
Mio nipote vuol romper le braccia a Brighella.
PANT.
El l'ha dito in atto de collera.
OTT.
Io sono il padrone di questa casa, e voglio che mi si porti rispetto.
PANT.
La gh'ha rason.
Xe giusto.
OTT.
Se non vuole dipendere, se ne vada a stare da sé.
Io non ho bisogno di lui.
PANT.
No femo, sior conte, no parlemo de ste cosse.
Le case, co le se divide, le se indebolisse.
OTT.
Se mi vorranno amico, sarà meglio per loro.
PANT.
Ela contenta che mi ghe diga a lori qualche cossa su sto proposito?
OTT.
Siete un uomo discreto.
Saprete le mie convenienze.
PANT.
La lassa far a mi.
Voggio andar adesso da siora contessa Beatrice.
OTT.
Ditele che, quando vuole qualche cosa, verrò io da lei, e non mandi quella testa calda di suo figliuolo.
PANT.
Circa sto servitor...
me permettela de far gnente?
OTT.
Niente affatto.
Brighella mi serve.
PANT.
Se poderia licenziarlo per un zorno.
OTT.
Nemmeno per un'ora.
PANT.
Caro sior conte, qualche volta bisogna ceder.
So pur che l'anno passà la ghe n'ha mandà via un altro, per compiacer una cantatrice.
OTT.
Sì, è vero.
Perché le aveva perso il rispetto.
PANT.
E no la vol dar sodisfazion anca a so cugnada?
OTT.
Parlatele.
In grazia vostra qualche cosa farò.
PANT.
Grazie alla so bontà.
So che l'è un cavalier prudente, e son seguro che el se remetterà alle cosse giuste.
La più bella qualità dell'animo xe la docilità.
Tutti semo soggetti alla collera; ma chi ascolta i boni amici, la modera e se correzze.
Quel che rovina i omeni per el più, xe i pontigli; e i pontigli che nasse tra i parenti, i sol esser i più feroci.
No bisogna ingrossar el sangue; bisogna remediarghe presto, e considerar che el più bel tesoro delle fameggie, xe la bona armonia, la concordia e la pase (parte)
OTT.
Io sono l'uomo più dolce della terra.
Non vi è cosa che più mi piaccia della concordia e della pace.
Ma se mi provocano niente niente, piuttosto morire che cedere.
(parte)
SCENA SESTA
Camera di Beatrice.
CORALLINA, poi BEATRICE.
COR.
Brighella me l'ha da pagare sicurissimamente.
Briccone! Dirmi insolente? Dirmi mezzana? Anderà via di questa casa.
La padrona ha detto che anderà, e deve andare.
BEAT.
Mio cognato così mi tratta?
COR.
Che cosa vuol dire, signora padrona?
BEAT.
Fa più conto di un servitore, che di sua cognata?
COR.
Il signor conte Ottavio non vuol mandar via Brighella?
BEAT.
No, non lo vuol mandar via.
COR.
Cospetto di bacco, se io fossi in lei, questa volta vorrei mettermi al punto.
In verità, se cede, vi va del suo decoro.
BEAT.
Mi negherà questa piccola soddisfazione di licenziare un servitore?
COR.
Un servitore che le ha perso il rispetto?
BEAT.
Questo è troppo.
COR.
Andar a dire, che la mia padrona è ostinata?
BEAT.
Temerario!
COR.
Che è nata quando il diavolo si pettinava la coda?
BEAT.
Anco di più?
COR.
Sicuramente.
BEAT.
E mi ho da vedere tra i piedi codesto scellerato?
COR.
Prenderà maggiore ardire, e le riderà in faccia.
In verità, perché andasse via Brighella, pagherei il salario d'un anno.
BEAT.
Ha fatto anche a te delle impertinenze?
COR.
Non lo dico per me, signora.
Se si trattasse di me soffrirei tutto, piuttosto che metter sossopra la casa.
Ma mi preme il decoro della mia padrona; non posso sentire che si parli male di lei, che le si perda il rispetto.
La mia padrona? così buona? così adorabile? Sentirle dire ostinata? Metterla colla coda del diavolo? Mi sento ardere dalla rabbia.
BEAT.
Via, cara Corallina, non ti riscaldare cotanto.
Vedi chi è; sento gente.
COR.
(Eh, non dubiti, che non mi riscaldo per lei.
Mi ha detto insolente.
Non gliela perdono mai più).
(parte)
SCENA SETTIMA
BEATRICE e CORALLINA con PANTALONE
BEAT.
Che buona ragazza è costei! È tutta zelo per la sua padrona.
COR.
Signora, è qui il signor Pantalone.
PANT.
Servitor obbligatissimo a siora contessa, padrona mia stimatissima.
BEAT.
Serva, signor Pantalone.
PANT.
La perdona se vegno a incomodarla.
BEAT.
Mi fa grazia.
COR.
Ha saputo, signor Pantalone?
PANT.
Cossa, fia?
COR.
Brighella ha perso il rispetto alla mia padrona.
BEAT.
E il conte Ottavio non lo vuol mandar via.
Vi pare questo un tratto da cavaliere?
COR.
È una cosa che fa drizzare i capelli.
PANT.
Adasio un poco.
Siora contessa, cossa gh'ha dito Brighella?
COR.
Le ha detto un fascio d'insolenze, una peggio dell'altra.
PANT.
Mi no parlo con vu.
A ella cossa gh'alo dito? (a Beatrice)
BEAT.
Con me non ha parlato.
Se avesse avuto ardire di dirmi qualche cosa in faccia, meschino di lui.
PANT.
Donca...
COR.
Donca, donca...
Ha parlato con me.
PANT.
E vu sè quella che ha reportà alla vostra padrona?
COR.
La sarebbe bella che io stessi cheta; che sentissi maltrattar la padrona, e non dicessi nulla!
PANT.
Vardè che donna de garbo! Vardè che serva piena de zelo e de bontà! Vualtri servitori no fe altro che dir mal dei padroni; vu, siora, con tanta pontualità reportè quel che ha dito i altri, e averè dito pezo de lori.
COR.
Io? Mi maraviglio.
PANT.
Siora contessa, ghe domando perdon.
Mi son omo vecchio, son omo sincero, parlo col cuor in bocca.
Me despiase sti desordeni, e spero d'averghe remedià.
BEAT.
Avete parlato con mio cognato?
PANT.
Gh'ho parlà longamente, e tutto se giusterà.
BEAT.
Manderà via Brighella?
PANT.
Se nol lo manderà via...
COR.
Se non lo manda via, non si aggiusta.
PANT.
Tasè, siora, che vu no gh'intrè.
Sior conte gh'ha tutta la stima de ella, e ghe despiase che la sia desgustada.
A primo intro, sentindose dir da sior conte Lelio, cussì a sangue freddo, de cazzar via un so servitor, gh'ha despiasso un pochetto, e credo che gh'abbia despiasso, perché el ghe l'ha dito con un poco de caldo.
A quel servitor el ghe vol piuttosto ben, xe un pezzo che el lo gh'ha, ghe despiase a mandarlo via.
BEAT.
Dunque non lo vuol licenziare?
PANT.
Vederemo...
COR.
Se non lo licenzia, non si fa niente.
PANT.
La me missia tutto el sangue.
BEAT.
Chetati, e lascialo parlare.
PANT.
Sior conte Ottavio xe pronto a far che Brighella ghe domanda perdon.
COR.
Eh!
PANT.
El farà anca che el se cava la livrea...
COR.
Eh!
PANT.
El vegnirà senza livrea a domandarghe scusa.
COR.
Freddure!
PANT.
(Debotto no posso più!) (da sé) Se la comanda, el lo farà star tre o quattro zorni fora de casa...
COR.
Mi vien da ridere.
PANT.
El se raccomanderà a ella, perché la lo fazza tornar a torlo.
COR.
Oibò, oibò.
PANT.
Coss'è sto oibò? Cossa gh'intreu? Cossa ve storzeu? Siora contessa, la me perdona, no so come che la sopporta un'insolenza de sta sorte.
BEAT.
Animo, va via di qua.
(a Corallina)
COR.
Ma signora...
BEAT.
Va via, dico.
COR.
La vostra riputazione vuole...
BEAT.
Giuro al cielo, sai?
COR.
Vado.
(Vecchio del diavolo, me la pagherai!) (da sé, parte)
SCENA OTTAVA
PANTALONE e BEATRICE
PANT.
Manco mal, no podeva più.
E cussì, siora contessa, cossa me disela? Èla contenta de recever sti atti d'amor e de respetto de so cugnà?
BEAT.
Orsù, mi rimetto in voi.
Che Brighella sia spogliato della livrea, che venga a chiedermi scusa, che stia fuori di casa a mia discrezione, e vi prometto che io stessa pregherò il signor conte a ripigliarlo.
Giacché voi mi assicurate che mio cognato ha della stima di me, io voglio avere della condescendenza per lui.
PANT.
Bravissima! Xe ben che la cossa se giusta subito.
BEAT.
Quando viene colui a domandarmi perdono, voglio che ci sia tutta la famiglia, tutti i servitori.
PANT.
Benissimo: ghe sarà tutti.
A bon reverirla.
BEAT.
Serva, signor Pantalone.
PANT.
(Sta volta ghe son, ghe stago; ma un'altra volta, avanti de intrigarmene, ghe penserò).
(da sé, parte)
SCENA NONA
BEATRICE, poi CORALLINA
BEAT.
Questo signor Pantalone è un galantuomo.
Sempre cerca di metter bene, di pacificare, di accomodare le differenze.
In grazia sua faccio quello che non farei.
COR.
(Questi vecchi non li posso soffrire).
(da sé)
BEAT.
Che cosa c'è?
COR.
Niente, signora.
BEAT.
Brighella sarà mortificato.
Verrà senza livrea a domandarmi perdono.
COR.
Basta; per me, dove ci è colui, non ci sto sicuro.
S'egli resta, io, signora padrona, vi domando la mia licenza.
BEAT.
Ma che cosa ti ha fatto?
COR.
Che cosa mi ha fatto? Ha strapazzato la mia padrona.
BEAT.
Tocca a me a castigarlo.
COR.
Bel castigo! Non la posso soffrire.
BEAT.
Chetati.
COR.
Ci mancava quel vecchiaccio.
SCENA DECIMA
Il conte LELIO, il DOTTORE e dette.
LEL.
Ecco qui il signor dottore.
DOTT.
Faccio riverenza alla signora contessa.
BEAT.
Già mio cognato è disposto a soddisfarmi, ed io sono contenta della sua buona disposizione.
LEL.
Disposto a soddisfarvi? Ha detto un monte d'improperi.
BEAT.
Contro chi?
LEL.
Ha detto che egli è il padrone, e che non vuole mandar via il servitore per contentar la cognata.
BEAT.
Così ha detto?
COR.
Eh sì, signora, ha tutta la stima, tutto il rispetto!
LEL.
Ha detto che siete puntigliosa, ostinata.
BEAT.
A me questo?
COR.
Via, andatelo a pregare che non licenzi il suo servitore.
(a Beatrice)
LEL.
Ed ha avuto l'ardire di dirmi ch'io sono un pazzo.
BEAT.
Figliuolo mio, siamo offesi, pensiamo a vendicarci.
LEL.
Il signor dottore mi ha dato un buon consiglio.
BEAT.
Parli il signor dottore.
Che cosa ci consiglierebbe di fare?
DOTT.
Io dico che quando tra le famiglie comincia a entrare il diavolo, non vi è mai più pace, onde l'unico rimedio è separarsi, e fare una divisione.
BEAT.
Facciamola.
LEL.
Io sono dispostissimo.
BEAT.
Ma questa divisione non è una vendetta che basta.
Voglio qualche cosa di più.
DOTT.
Se poi ella vuol far girar la testa a suo cognato, il modo è facile.
BEAT.
Come?
LEL.
Questo è un uomo di garbo.
DOTT.
Non vorrei che dicessero poi, che io sono stato l'autore del consiglio.
BEAT.
Non vi è pericolo.
LEL.
Avete a far con noi.
Non dubitate.
DOTT.
Il consiglio è di fargli render conto della sua amministrazione; e siccome egli è stato un uomo piuttosto generoso nello spendere, che ha fatto delle fabbriche inutili, e altre cose che non erano necessarie, lo faremo sudare.
LEL.
Dice benissimo.
Lo faremo sudare.
BEAT.
La mia dote!...
DOTT.
Vi s'intende.
La dote, il frutto della dote, un rendimento di conti universale, uno spoglio di tutto: una lite terribile.
LEL.
Per bacco, se n'accorgerà.
DOTT.
Vi è la dote della contessina...
BEAT.
A proposito.
Vada a monte il contratto col marchesino Florindo.
LEL.
Perché questo?
BEAT.
Perché lo ha trattato il conte Ottavio.
COR.
Sì signore, e Brighella ha detto che, quando vuole il suo padrone, basta; ch'egli è il capo di casa, e gli altri non contano per niente.
LEL.
Bene, bene, lo vedremo.
BEAT.
Io intendo per ora di vendicarmi così.
Rosaura non sarà più del marchesino Florindo.
Ripiglierò il trattato col marchese Riccardo.
(parte)
LEL.
Andiamo, signor dottore, a stendere il primo atto per la divisione.
Non vedo l'ora d'esser padrone del mio.
(parte col dottore)
SCENA UNDICESIMA
CORALLINA, poi ARLECCHINO
COR.
Ecco qui quel dottoraccio: per guadagnare, ha messo in capo ai padroni di fare una lite.
Che cosa importa a me che si dividano? Se non va via Brighella, non guadagno il mio punto.
ARL.
O de casa! (di dentro)
COR.
Questo è Arlecchino.
Lo conosco alla voce.
Il servitore del marchese Florindo.
ARL.
Gh'è nissun? Se pol vegnir? (di dentro)
COR.
Venite, ci sono io, venite.
ARL.
Fazzo reverenza alla più bella cameriera che sia in sto paese.
COR.
Ed io riverisco il più grazioso servitore di Europa.
ARL.
E cussì, tornando sul nostro proposito, el me padron el vorria far una visita alla so sposa.
COR.
Anche io, per seguitare il filo del ragionamento, vi dirò che in casa vi sono dei torbidi, e ho paura che queste nozze non si faranno più.
ARL.
Perché mai me cóntela sta gran cossa?
COR.
Tutto il male proviene da Brighella; egli mette degli scandali, e per causa sua i padroni si fanno scorgere.
Se il conte Ottavio cacciasse via Brighella, tutte le cose anderebbero bene e il vostro padrone dovrebbe obbligare il mio a scacciarnelo prestamente, se non vuole che si vada di male in peggio.
ARL.
Cara siora Corallina vu me fe restar attonito e stupefatto, parlando cussì de Brighella, che so che ghe vulì ben.
COR.
No, no, v'ingannate.
L'odio, l'abborrisco, non lo posso vedere.
ARL.
Siora Corallina, vu burlè adesso.
Savè che gh'ho per vu dell'inclinazion.
Savè che Brighella me fa paura, e per torve spasso, me dè un pochetto de lazzo.
COR.
No certo, credetemi, ve lo giuro.
Non amo Brighella, anzi l'ho in odio; e se voi...
Basta, non dico altro.
ARL.
Se fusse la verità...
ma no me fido.
COR.
Voi mi offendete, Arlecchino; non sono capace di dirvi una cosa per un'altra.
ARL.
Co l'è cussì...
no so cossa dir.
Intendème per discrezion.
COR.
Sì, v'intendo.
Voi mi volete bene, ed io voglio bene a voi; e per farvi vedere che dico davvero, son pronta a darvene ogni riprova.
ARL.
Vardè che v'impegnè assae.
COR.
Che serve? L'ho detta e la mantengo.
ARL.
Animo donca, deme la man e destrighemose.
COR.
Sì, ve la darò; ma voglio un patto da voi.
ARL.
Che patto?
COR.
Se volete che io sia vostra, avete prima da vendicarmi per un affronto che ho ricevuto da quell'asino di Brighella.
ARL.
Co no volè altro, lassè far a mi.
Che affronto v'alo fatto?
COR.
Mi ha detto delle parole offensive.
ARL.
No vorave che...
COR.
Che serve? mi ha detto male di voi.
ARL.
Tocco de desgrazià.
L'averà da far con mi.
COR.
Soprattutto procurate che egli vada via di questa casa.
ARL.
Stè sora de mi, che senz'altro de sta casa l'anderà via.
COR.
Come farete?
ARL.
L'ammazzerò.
COR.
No, non pretendo tanto.
Ammazzarlo poi...
ARL.
Vedeu? Ho paura che ghe voggiè ben.
COR.
No, caro Arlecchino.
Sono tutta per voi.
Non vorrei che a voi accadesse qualche disgrazia.
Mortificatelo ma non lo ammazzate.
ARL.
Lassè far a mi, che troverò un invenzion per mortificarlo.
COR.
Come farete?
ARL.
Lo bastonerò.
(parte)
COR.
O in un modo, o nell'altro, voglio vendicarmi sicuramente.
Mi ha detto pettegola, mi ha detto insolente.
Voglio che me la paghi, se credessi di maritarmi a posta per questo.
(parte)
SCENA DODICESIMA
Camera di Rosaura.
BEATRICE e ROSAURA
BEAT.
Venite qui, Rosaura, ho da parlarvi.
ROS.
Eccomi, signora, che comandate?
BEAT.
Sono sospese le nozze col marchese Florindo.
ROS.
Sospese? Per qual motivo?
BEAT.
Voi non avete domandato perché si sono stabilite, e non avete da chiedere perché si sieno sospese.
ROS.
Quando le avete stabilite, io poteva essere indifferente; ma ora, signora madre...
BEAT.
Ora siete innamorata, non è vero?
ROS.
Non mi vergogno a dirlo, signora sì.
BEAT.
Con quanta facilità vi siete accesa, con altrettanta ve ne scorderete.
ROS.
Questo secondo passo non l'ho mai provato.
BEAT.
È necessario che proviate anche questo.
ROS.
Ah no, signora...
BEAT.
Vi troverò un altro sposo.
ROS.
Cara signora madre, noi altre fanciulle siamo soggette a prender marito senza vederlo, e spesso ci tocca averlo odioso, anzi che amabile.
Io sono stata fortunata, trovandone uno di genio; perché volete pormi a rischio di cambiare in peggio?
BEAT.
Le figlie savie prendono quel marito che loro assegna la madre.
ROS.
Bene; voi me lo avete assegnato.
BEAT.
Ed ora ve lo ritolgo.
ROS.
Oh, questa poi non la so intendere!
BEAT.
L'intendo io, e tanto basta.
ROS.
Ma perché una simile novità?
BEAT.
Il perché lo so io.
ROS.
Ed io non l'ho da sapere?
BEAT.
Signora no.
ROS.
Son peggio di una schiava.
Meglio per me, che fossi nata una serva.
(piange)
BEAT.
Florindo non è partito per voi.
ROS.
Perché dunque me lo avete proposto?
BEAT.
N'è causa quel pazzo di vostro zio.
ROS.
Mio zio mi vuol più bene di mia madre.
(piangendo)
BEAT.
Avvertite di non andar più nelle camere di vostro zio; se ci anderete, povera voi!
ROS.
Via, cacciatemi in sepoltura.
BEAT.
Anche per voi verrà la buona giornata.
Siete giovane, vi è tempo.
Non vi mancherà uno sposo giovane e aggradevole.
Il marchese Riccardo vi brama e vi sospira.
ROS.
Se non ho il mio Florindo, non ne voglio altri.
BEAT.
Il vostro?
ROS.
Sì signora, è mio.
Me lo avete dato voi.
BEAT.
Chi ve lo ha dato, ve lo toglie.
ROS.
Non mi leverete tutto.
BEAT.
Come?
ROS.
Niente, signora.
BEAT.
Spiegatevi.
ROS.
Non mi leverete dal petto il suo cuore, dalla memoria il suo volto.
BEAT.
Oh, queste sono cose che se ne vanno un poco per volta.
ROS.
Oh cielo! voi mi volete veder morire.
BEAT.
Scioccherella! Non si muore, no, per queste freddure.
ROS.
Questa sera doveva essere sposa, e ora mi veggo precipitata.
Ma perché mai? Ma che cuore avete di tormentarmi?
BEAT.
Io lo faccio per tuo bene.
Avrai uno sposo miglior di questo.
ROS.
Ma io son contenta...
Io che ci devo stare, non lo cambierei con un re di corona.
SCENA TREDICESIMA
CORALLINA e dette.
COR.
(Signora, è qui il signor marchesino).
(piano a Beatrice)
BEAT.
Ritiratevi.
(a Rosaura)
ROS.
Cara signora madre...
BEAT.
Andate nelle vostre camere.
ROS.
Non mi date un così gran dolore.
BEAT.
Andate subito, vi dico.
ROS.
Obbedisco.
(Le preme molto che io vada, voglio osservar dalla porta).
(da sé, parte)
BEAT.
Fallo venire.
COR.
Non sapete? Brighella ride e si burla di voi.
(parte)
BEAT.
Briccone!
SCENA QUATTORDICESIMA
BEATRICE e FLORINDO
BEAT.
Vedrà il signor cognato, se io conto nulla in questa casa.
Vedrà chi sono.
FLOR.
Servo umilissimo, signora contessa.
BEAT.
Serva divota.
FLOR.
Dov'è la mia sposa?
BEAT.
È ritirata nelle sue camere.
FLOR.
Si sente male?
BEAT.
Non lo so precisamente; ma la ragazza è confusa.
FLOR.
In giorno di tanta allegrezza, donde nasce la sua confusione?
BEAT.
Nasce dal non esser contenta.
FLOR.
Le manca qualche cosa? Contentiamola.
BEAT.
Ma! Queste ragazze parlano tardi.
FLOR.
Io non vi capisco.
BEAT.
Signor marchese, mi spiace dovervi dire una cosa; ma la mia sincerità vuole che io non la tenga celata.
Rosaura non è contenta di queste nozze.
FLOR.
Come! Se mi ha ella mostrato di essere contentissima?
BEAT.
È ragazza, non ha fermezza.
Ora piange, accostandosi l'ora del sacrifizio.
FLOR.
Oimè! che ella abbia accesa qualche novella fiamma nel petto?
BEAT.
Chi sa? Potrebbe anche darsi.
FLOR.
Voi, che siete sua madre, non lo sapete?
BEAT.
Io non l'ho sempre alla cintola.
Stando alla finestra per voi, può esserle piaciuto qualchedun altro.
FLOR.
Dunque, signora, che si ha da fare?
BEAT.
Sospendiamo le nozze.
FLOR.
Permettetemi che io le parli.
BEAT.
Per ora no.
Io voglio lasciarla in libertà di pensare.
FLOR.
Può darsi che ella più non mi ami?
BEAT.
Non è cosa difficile.
FLOR.
Rosaura ingrata, Rosaura infida! Così mi lascia, mi tradisce così?
SCENA QUINDICESIMA
ROSAURA e detti.
ROS.
Non è vero...
BEAT.
Vattene.
ROS.
Non è vero...
BEAT.
Taci.
FLOR.
Parlate.
BEAT.
Temeraria! obbedisci.
ROS.
Vi amo, vi adoro: siete l'anima mia.
(fugge)
BEAT.
Indegna!
FLOR.
Ah signora, voi mi ingannate!
BEAT.
Colei me ne renderà conto; e voi sappiate, signor marchese, che Rosaura non può essere vostra sposa.
FLOR.
Per qual ragione?
BEAT.
Io l'ho impegnata con altri, prima che il conte Ottavio a voi la promettesse.
FLOR.
Perché non l'avete detto per tempo?
BEAT.
Promise il conte Ottavio, che mi avrebbe disimpegnata.
Egli non lo ha fatto, ed io deggio mantenere la parola data al marchese Riccardo.
FLOR.
Il conte Ottavio me ne renderà conto.
BEAT.
Sì, egli è cagione di tutto.
Lamentatevi unicamente di lui, e staccatevi dalla memoria la mia figliuola.
(parte)
FLOR.
A me un tale insulto? A me un'azione sì nera? Sarò la favola di tutto Napoli? Sarò burlato?
...
[Pagina successiva]