I PUNTIGLI DOMESTICI, di Carlo Goldoni - pagina 3
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PANT.
Bravissima! Xe ben che la cossa se giusta subito.
BEAT.
Quando viene colui a domandarmi perdono, voglio che ci sia tutta la famiglia, tutti i servitori.
PANT.
Benissimo: ghe sarà tutti.
A bon reverirla.
BEAT.
Serva, signor Pantalone.
PANT.
(Sta volta ghe son, ghe stago; ma un'altra volta, avanti de intrigarmene, ghe penserò).
(da sé, parte)
SCENA NONA
BEATRICE, poi CORALLINA
BEAT.
Questo signor Pantalone è un galantuomo.
Sempre cerca di metter bene, di pacificare, di accomodare le differenze.
In grazia sua faccio quello che non farei.
COR.
(Questi vecchi non li posso soffrire).
(da sé)
BEAT.
Che cosa c'è?
COR.
Niente, signora.
BEAT.
Brighella sarà mortificato.
Verrà senza livrea a domandarmi perdono.
COR.
Basta; per me, dove ci è colui, non ci sto sicuro.
S'egli resta, io, signora padrona, vi domando la mia licenza.
BEAT.
Ma che cosa ti ha fatto?
COR.
Che cosa mi ha fatto? Ha strapazzato la mia padrona.
BEAT.
Tocca a me a castigarlo.
COR.
Bel castigo! Non la posso soffrire.
BEAT.
Chetati.
COR.
Ci mancava quel vecchiaccio.
SCENA DECIMA
Il conte LELIO, il DOTTORE e dette.
LEL.
Ecco qui il signor dottore.
DOTT.
Faccio riverenza alla signora contessa.
BEAT.
Già mio cognato è disposto a soddisfarmi, ed io sono contenta della sua buona disposizione.
LEL.
Disposto a soddisfarvi? Ha detto un monte d'improperi.
BEAT.
Contro chi?
LEL.
Ha detto che egli è il padrone, e che non vuole mandar via il servitore per contentar la cognata.
BEAT.
Così ha detto?
COR.
Eh sì, signora, ha tutta la stima, tutto il rispetto!
LEL.
Ha detto che siete puntigliosa, ostinata.
BEAT.
A me questo?
COR.
Via, andatelo a pregare che non licenzi il suo servitore.
(a Beatrice)
LEL.
Ed ha avuto l'ardire di dirmi ch'io sono un pazzo.
BEAT.
Figliuolo mio, siamo offesi, pensiamo a vendicarci.
LEL.
Il signor dottore mi ha dato un buon consiglio.
BEAT.
Parli il signor dottore.
Che cosa ci consiglierebbe di fare?
DOTT.
Io dico che quando tra le famiglie comincia a entrare il diavolo, non vi è mai più pace, onde l'unico rimedio è separarsi, e fare una divisione.
BEAT.
Facciamola.
LEL.
Io sono dispostissimo.
BEAT.
Ma questa divisione non è una vendetta che basta.
Voglio qualche cosa di più.
DOTT.
Se poi ella vuol far girar la testa a suo cognato, il modo è facile.
BEAT.
Come?
LEL.
Questo è un uomo di garbo.
DOTT.
Non vorrei che dicessero poi, che io sono stato l'autore del consiglio.
BEAT.
Non vi è pericolo.
LEL.
Avete a far con noi.
Non dubitate.
DOTT.
Il consiglio è di fargli render conto della sua amministrazione; e siccome egli è stato un uomo piuttosto generoso nello spendere, che ha fatto delle fabbriche inutili, e altre cose che non erano necessarie, lo faremo sudare.
LEL.
Dice benissimo.
Lo faremo sudare.
BEAT.
La mia dote!...
DOTT.
Vi s'intende.
La dote, il frutto della dote, un rendimento di conti universale, uno spoglio di tutto: una lite terribile.
LEL.
Per bacco, se n'accorgerà.
DOTT.
Vi è la dote della contessina...
BEAT.
A proposito.
Vada a monte il contratto col marchesino Florindo.
LEL.
Perché questo?
BEAT.
Perché lo ha trattato il conte Ottavio.
COR.
Sì signore, e Brighella ha detto che, quando vuole il suo padrone, basta; ch'egli è il capo di casa, e gli altri non contano per niente.
LEL.
Bene, bene, lo vedremo.
BEAT.
Io intendo per ora di vendicarmi così.
Rosaura non sarà più del marchesino Florindo.
Ripiglierò il trattato col marchese Riccardo.
(parte)
LEL.
Andiamo, signor dottore, a stendere il primo atto per la divisione.
Non vedo l'ora d'esser padrone del mio.
(parte col dottore)
SCENA UNDICESIMA
CORALLINA, poi ARLECCHINO
COR.
Ecco qui quel dottoraccio: per guadagnare, ha messo in capo ai padroni di fare una lite.
Che cosa importa a me che si dividano? Se non va via Brighella, non guadagno il mio punto.
ARL.
O de casa! (di dentro)
COR.
Questo è Arlecchino.
Lo conosco alla voce.
Il servitore del marchese Florindo.
ARL.
Gh'è nissun? Se pol vegnir? (di dentro)
COR.
Venite, ci sono io, venite.
ARL.
Fazzo reverenza alla più bella cameriera che sia in sto paese.
COR.
Ed io riverisco il più grazioso servitore di Europa.
ARL.
E cussì, tornando sul nostro proposito, el me padron el vorria far una visita alla so sposa.
COR.
Anche io, per seguitare il filo del ragionamento, vi dirò che in casa vi sono dei torbidi, e ho paura che queste nozze non si faranno più.
ARL.
Perché mai me cóntela sta gran cossa?
COR.
Tutto il male proviene da Brighella; egli mette degli scandali, e per causa sua i padroni si fanno scorgere.
Se il conte Ottavio cacciasse via Brighella, tutte le cose anderebbero bene e il vostro padrone dovrebbe obbligare il mio a scacciarnelo prestamente, se non vuole che si vada di male in peggio.
ARL.
Cara siora Corallina vu me fe restar attonito e stupefatto, parlando cussì de Brighella, che so che ghe vulì ben.
COR.
No, no, v'ingannate.
L'odio, l'abborrisco, non lo posso vedere.
ARL.
Siora Corallina, vu burlè adesso.
Savè che gh'ho per vu dell'inclinazion.
Savè che Brighella me fa paura, e per torve spasso, me dè un pochetto de lazzo.
COR.
No certo, credetemi, ve lo giuro.
Non amo Brighella, anzi l'ho in odio; e se voi...
Basta, non dico altro.
ARL.
Se fusse la verità...
ma no me fido.
COR.
Voi mi offendete, Arlecchino; non sono capace di dirvi una cosa per un'altra.
ARL.
Co l'è cussì...
no so cossa dir.
Intendème per discrezion.
COR.
Sì, v'intendo.
Voi mi volete bene, ed io voglio bene a voi; e per farvi vedere che dico davvero, son pronta a darvene ogni riprova.
ARL.
Vardè che v'impegnè assae.
COR.
Che serve? L'ho detta e la mantengo.
ARL.
Animo donca, deme la man e destrighemose.
COR.
Sì, ve la darò; ma voglio un patto da voi.
ARL.
Che patto?
COR.
Se volete che io sia vostra, avete prima da vendicarmi per un affronto che ho ricevuto da quell'asino di Brighella.
ARL.
Co no volè altro, lassè far a mi.
Che affronto v'alo fatto?
COR.
Mi ha detto delle parole offensive.
ARL.
No vorave che...
COR.
Che serve? mi ha detto male di voi.
ARL.
Tocco de desgrazià.
L'averà da far con mi.
COR.
Soprattutto procurate che egli vada via di questa casa.
ARL.
Stè sora de mi, che senz'altro de sta casa l'anderà via.
COR.
Come farete?
ARL.
L'ammazzerò.
COR.
No, non pretendo tanto.
Ammazzarlo poi...
ARL.
Vedeu? Ho paura che ghe voggiè ben.
COR.
No, caro Arlecchino.
Sono tutta per voi.
Non vorrei che a voi accadesse qualche disgrazia.
Mortificatelo ma non lo ammazzate.
ARL.
Lassè far a mi, che troverò un invenzion per mortificarlo.
COR.
Come farete?
ARL.
Lo bastonerò.
(parte)
COR.
O in un modo, o nell'altro, voglio vendicarmi sicuramente.
Mi ha detto pettegola, mi ha detto insolente.
Voglio che me la paghi, se credessi di maritarmi a posta per questo.
(parte)
SCENA DODICESIMA
Camera di Rosaura.
BEATRICE e ROSAURA
BEAT.
Venite qui, Rosaura, ho da parlarvi.
ROS.
Eccomi, signora, che comandate?
BEAT.
Sono sospese le nozze col marchese Florindo.
ROS.
Sospese? Per qual motivo?
BEAT.
Voi non avete domandato perché si sono stabilite, e non avete da chiedere perché si sieno sospese.
ROS.
Quando le avete stabilite, io poteva essere indifferente; ma ora, signora madre...
BEAT.
Ora siete innamorata, non è vero?
ROS.
Non mi vergogno a dirlo, signora sì.
BEAT.
Con quanta facilità vi siete accesa, con altrettanta ve ne scorderete.
ROS.
Questo secondo passo non l'ho mai provato.
BEAT.
È necessario che proviate anche questo.
ROS.
Ah no, signora...
BEAT.
Vi troverò un altro sposo.
ROS.
Cara signora madre, noi altre fanciulle siamo soggette a prender marito senza vederlo, e spesso ci tocca averlo odioso, anzi che amabile.
Io sono stata fortunata, trovandone uno di genio; perché volete pormi a rischio di cambiare in peggio?
BEAT.
Le figlie savie prendono quel marito che loro assegna la madre.
ROS.
Bene; voi me lo avete assegnato.
BEAT.
Ed ora ve lo ritolgo.
ROS.
Oh, questa poi non la so intendere!
BEAT.
L'intendo io, e tanto basta.
ROS.
Ma perché una simile novità?
BEAT.
Il perché lo so io.
ROS.
Ed io non l'ho da sapere?
BEAT.
Signora no.
ROS.
Son peggio di una schiava.
Meglio per me, che fossi nata una serva.
(piange)
BEAT.
Florindo non è partito per voi.
ROS.
Perché dunque me lo avete proposto?
BEAT.
N'è causa quel pazzo di vostro zio.
ROS.
Mio zio mi vuol più bene di mia madre.
(piangendo)
BEAT.
Avvertite di non andar più nelle camere di vostro zio; se ci anderete, povera voi!
ROS.
Via, cacciatemi in sepoltura.
BEAT.
Anche per voi verrà la buona giornata.
Siete giovane, vi è tempo.
Non vi mancherà uno sposo giovane e aggradevole.
Il marchese Riccardo vi brama e vi sospira.
ROS.
Se non ho il mio Florindo, non ne voglio altri.
BEAT.
Il vostro?
ROS.
Sì signora, è mio.
Me lo avete dato voi.
BEAT.
Chi ve lo ha dato, ve lo toglie.
ROS.
Non mi leverete tutto.
BEAT.
Come?
ROS.
Niente, signora.
BEAT.
Spiegatevi.
ROS.
Non mi leverete dal petto il suo cuore, dalla memoria il suo volto.
BEAT.
Oh, queste sono cose che se ne vanno un poco per volta.
ROS.
Oh cielo! voi mi volete veder morire.
BEAT.
Scioccherella! Non si muore, no, per queste freddure.
ROS.
Questa sera doveva essere sposa, e ora mi veggo precipitata.
Ma perché mai? Ma che cuore avete di tormentarmi?
BEAT.
Io lo faccio per tuo bene.
Avrai uno sposo miglior di questo.
ROS.
Ma io son contenta...
Io che ci devo stare, non lo cambierei con un re di corona.
SCENA TREDICESIMA
CORALLINA e dette.
COR.
(Signora, è qui il signor marchesino).
(piano a Beatrice)
BEAT.
Ritiratevi.
(a Rosaura)
ROS.
Cara signora madre...
BEAT.
Andate nelle vostre camere.
ROS.
Non mi date un così gran dolore.
BEAT.
Andate subito, vi dico.
ROS.
Obbedisco.
(Le preme molto che io vada, voglio osservar dalla porta).
(da sé, parte)
BEAT.
Fallo venire.
COR.
Non sapete? Brighella ride e si burla di voi.
(parte)
BEAT.
Briccone!
SCENA QUATTORDICESIMA
BEATRICE e FLORINDO
BEAT.
Vedrà il signor cognato, se io conto nulla in questa casa.
Vedrà chi sono.
FLOR.
Servo umilissimo, signora contessa.
BEAT.
Serva divota.
FLOR.
Dov'è la mia sposa?
BEAT.
È ritirata nelle sue camere.
FLOR.
Si sente male?
BEAT.
Non lo so precisamente; ma la ragazza è confusa.
FLOR.
In giorno di tanta allegrezza, donde nasce la sua confusione?
BEAT.
Nasce dal non esser contenta.
FLOR.
Le manca qualche cosa? Contentiamola.
BEAT.
Ma! Queste ragazze parlano tardi.
FLOR.
Io non vi capisco.
BEAT.
Signor marchese, mi spiace dovervi dire una cosa; ma la mia sincerità vuole che io non la tenga celata.
Rosaura non è contenta di queste nozze.
FLOR.
Come! Se mi ha ella mostrato di essere contentissima?
BEAT.
È ragazza, non ha fermezza.
Ora piange, accostandosi l'ora del sacrifizio.
FLOR.
Oimè! che ella abbia accesa qualche novella fiamma nel petto?
BEAT.
Chi sa? Potrebbe anche darsi.
FLOR.
Voi, che siete sua madre, non lo sapete?
BEAT.
Io non l'ho sempre alla cintola.
Stando alla finestra per voi, può esserle piaciuto qualchedun altro.
FLOR.
Dunque, signora, che si ha da fare?
BEAT.
Sospendiamo le nozze.
FLOR.
Permettetemi che io le parli.
BEAT.
Per ora no.
Io voglio lasciarla in libertà di pensare.
FLOR.
Può darsi che ella più non mi ami?
BEAT.
Non è cosa difficile.
FLOR.
Rosaura ingrata, Rosaura infida! Così mi lascia, mi tradisce così?
SCENA QUINDICESIMA
ROSAURA e detti.
ROS.
Non è vero...
BEAT.
Vattene.
ROS.
Non è vero...
BEAT.
Taci.
FLOR.
Parlate.
BEAT.
Temeraria! obbedisci.
ROS.
Vi amo, vi adoro: siete l'anima mia.
(fugge)
BEAT.
Indegna!
FLOR.
Ah signora, voi mi ingannate!
BEAT.
Colei me ne renderà conto; e voi sappiate, signor marchese, che Rosaura non può essere vostra sposa.
FLOR.
Per qual ragione?
BEAT.
Io l'ho impegnata con altri, prima che il conte Ottavio a voi la promettesse.
FLOR.
Perché non l'avete detto per tempo?
BEAT.
Promise il conte Ottavio, che mi avrebbe disimpegnata.
Egli non lo ha fatto, ed io deggio mantenere la parola data al marchese Riccardo.
FLOR.
Il conte Ottavio me ne renderà conto.
BEAT.
Sì, egli è cagione di tutto.
Lamentatevi unicamente di lui, e staccatevi dalla memoria la mia figliuola.
(parte)
FLOR.
A me un tale insulto? A me un'azione sì nera? Sarò la favola di tutto Napoli? Sarò burlato? Sarò deriso? Cara Rosaura, ti dovrò perdere così vilmente? Ah, che l'amore e lo sdegno combattono nel mio cuore ugualmente! Sono amante, e cerco ristoro; sono offeso, e voglio vendetta.
Rosaura è mia; non sarà vero che io l'abbandoni.
Se il conte mi manca, non lascerò invendicata l'offesa.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Sala che corrisponde a diversi appartamenti.
BRIGHELLA solo.
BRIGH.
Oh! cossa me despiase aver desgustà Corallina! È tanti anni che semo insieme, ho sempre avù per ella dell'inclinazion, e adess per una freddura de niente semo in rotta.
Ma! avemo crià dell'altre volte, e l'avemo giustada; l'aggiusteremo anca adesso.
L'averia da passar de qua.
A st'ora brusada, che tutti dorme, se la capita, da galantomo vôi far un sforzo e giustarla, se credesse de remetterghe tre o quattro mesi de salario.
La sol andar a sta ora in te la so camera: aspetterò che la passa.
Zitto, i averze la porta della siora contessa, la doverave esser ella.
Da galantuomo che l'è ella.
SCENA SECONDA
CORALLINA dalla camera davanti, e detto.
COR.
(Che cosa fa colui in questa sala? Mi dispiace avergli da passar dinanzi).
(da sé)
BRIGH.
(Par che la gh'abbia suggizion).
(da sé)
COR.
(Quando lo vedo, mi si rimescola il sangue).
BRIGH.
(Se savesse come far).
COR.
(Or ora torno in camera della padrona).
BRIGH.
(Tira fuori una scatola d'argento e prende tabacco)
COR.
(Ha la tabacchiera d'argento! Se non fosse in collera, potrei sperare d'averla).
BRIGH.
(Sternuta)
COR.
La testa.
BRIGH.
Obbligatissimo alle so grazie.
COR.
(Maledetto! A me insolente!)
BRIGH.
(Tira fuori un fazzoletto di seta, e mostra volersi con quello soffiare il naso)
COR.
(Che ti venga la rabbia! Con quel fazzoletto si soffia il naso? Se lo avessi io, me lo metterei sulle spalle).
BRIGH.
(Sospira)
COR.
(Sospira! È buon segno).
BRIGH.
(Mostra di fare un atto di disperazione e getta il fazzoletto verso Corallina)
COR.
Chi vi ha insegnato le creanze?
BRIGH.
La compatissa.
COR.
Colle fanciulle onorate non si tratta così.
(guardando il fazzoletto)
BRIGH.
Non ho preteso d'offenderla.
COR.
Perché gettar così questo fazzoletto?
BRIGH.
Per la mia maledetta fortuna.
COR.
Un fazzoletto di questa sorta gettarlo via? Si vede che siete un pazzo.
BRIGH.
L'aveva tolto per donarlo via; el diavolo gh'ha messo la coda.
No ghe ne vôi saver; che el vada.
COR.
Non so chi mi tenga, che non gli metta i piedi sopra.
BRIGH.
La se comoda pur.
COR.
(È peccato, è tanto bello!) (da sé)
BRIGH.
Za, a chi l'aveva da dar, no gh'ho più coraggio de darghelo; la ghe zappa suso, la lo taggia in tocchi, che no ghe penso.
COR.
È un signor grande vossignoria.
Butta via un fazzoletto che costerà un ducato.
BRIGH.
In quanto a questo po, el costa un felippo.
COR.
E lo butta via?
BRIGH.
Cossa m'importa a mi? Che el vada.
COR.
Doveva averlo destinato per qualche signora di merito.
BRIGH.
L'aveva destinà per una persona che merita; ma sta persona con mi l'è in collera, e mi lo butto via.
COR.
L'avete buttato via, ma poi lo piglierete.
BRIGH.
Ghe farò véder a trarlo zoso dalla fenestra.
(vuol riprenderlo)
COR.
Lasciatelo lì.
(lo ferma con collera)
BRIGH.
No son miga un puttelo.
COR.
I filippi non si trovano per le strade.
BRIGH.
Mi per un pontiglio butterave via tutto quel che gh'ho.
COR.
Tutto?
BRIGH.
M'intendo quel che se pol buttar.
COR.
Bisogna che siate pazzo.
BRIGH.
Quando son in collera, son cussì.
COR.
Peccato! Gettare un fazzoletto di quella sorta in terra, che è piena di polvere.
BRIGH.
Eh! la sala è netta, no gh'è polvere.
COR.
Guardate, da questa parte è impolverato.
BRIGH.
La va via subito.
COR.
È rovinato.
(si abbassa per prenderlo)
BRIGH.
No la s'incomoda.
(vuol prenderlo)
COR.
Lasciate.
(si china a prendere il fazzoletto)
BRIGH.
Farò mi.
(si china a prendere il fazzoletto)
COR.
Guardate; è tutto polvere.
BRIGH.
Se la lo sbatte, la va via.
COR.
(Lo pulisce bene, poi lo piega come nuovo) Tenete.
(lo vuol dare a Brighella)
BRIGH.
Eh! via.
COR.
Tenete il vostro fazzoletto.
BRIGH.
Cossa vorla che ghe ne fazza?
COR.
Fatene quello che volete.
BRIGH.
Lo butterò zoso dalla fenestra.
COR.
Datelo a chi lo avete destinato di dare.
BRIGH.
Benissimo.
(accennando che ella lo tenga)
COR.
Via.
BRIGH.
Eccolo.
(come sopra)
COR.
Come?
BRIGH.
A lei.
COR.
A me?
BRIGH.
Sì signora.
COR.
E lo gettate per terra?
BRIGH.
Ma!
COR.
Non lo voglio.
(mostra buttarlo via, ma lo ritiene per un lembo)
BRIGH.
La prego.
COR.
Vi vuole altro per iscontare le impertinenze che mi avete detto.
(lo mette via)
BRIGH.
Se bastasse una lira de sangue, ghe la offeriria volentiera.
COR.
Che cosa volete che io faccia del vostro sangue?
BRIGH.
Vôi mo dir che la xe padrona de tutto.
COR.
Datemi una presa di tabacco.
BRIGH.
La servo.
(tira fuori la scatola d'argento, e le dà tabacco)
COR.
La tabacchiera non la buttate via?
BRIGH.
Me despiaseria de maccarla.
COR.
La vostra collera è giudiziosa.
BRIGH.
Ma se la se degna, senza che la butta via, la xe padrona.
COR.
Oh, mi maraviglio.
Io non tendo a queste cose; ho preso il fazzoletto perché l'ho ritrovato in terra.
BRIGH.
La veda, la fazza conto de trovar sta scatola in terra.
(pone in terra la scatola)
COR.
Io non sono una, che vada cercando le spazzature.
BRIGH.
Eh, una scatola d'arzento l'è una spazzadura che se pol tor suso.
COR.
Vi ricordate che mi avete detto insolente? (avanzandosi con calore verso Brighella; e resta fra lui e la scatola)
BRIGH.
Eh! in atto de collera.
COR.
Non mi è mai stato detto tanto.
BRIGH.
Via, giustemola con una presa de tabacco.
Tolè mo su quella scatola.
COR.
Vada al diavolo anche la scatola.
(con un calcio la getta in qualche distanza dalla sua parte)
BRIGH.
Piuttosto mo che buttarla via...
(vorrebbe andare a prenderla)
COR.
La padrona, la padrona.
(lo ferma)
BRIGH.
La torrò suso mi.
COR.
Andate via, che non vi veda.
BRIGH.
La torreu suso vu?
COR.
Signor no, presto, andate via.
BRIGH.
(Ho da perder una scatola d'arzento cussì miseramente? Sior no.
La torrò su co no ghe sarà più nissun).
(si ritira)
COR.
È andato via.
Ora prenderò la tabacchiera.
Ho piacere d'averla, ma senza obbligo di ringraziarlo.
(la prende)
BRIGH.
Brava! (si fa vedere)
COR.
Che cosa fate qui?
BRIGH.
Niente.
Ho gusto che la scatola...
COR.
Eccola, eccola...
(mostra volergliela dare)
BRIGH.
No la la vol?...
COR.
Eccomi, signora.
Sentite? La padrona...
BRIGH.
Vado via.
COR.
Presto, presto.
BRIGH.
Vado, vado.
(È andà el fazzoletto, è andà la scatola; ma fin adesso ho avù poco gusto), (da sé, parte)
SCENA TERZA
CORALLINA, poi BEATRICE
COR.
Povero Brighella! È pentito d'avermi ingiuriata, e ha pagato la pena con un fazzoletto di seta e con una tabacchiera d'argento.
Non vi è male; a questo prezzo mi lascerei strapazzare una volta il giorno.
BEAT.
Che cosa fai qui in sala? Perché non vai nella tua camera?
COR.
Ho levato da terra certe spazzature.
BEAT.
Hai fatto male, non tocca a te.
COR.
(Ne venissero spesso di quelle spazzature!) (da sé)
BEAT.
Tocca ai servitori del conte Ottavio, e quel temerario di Brighella non vuol far nulla.
COR.
Egli bada alla camera del suo padrone; la sala tocca a spazzarla ai lacchè.
BEAT.
Serva pure il suo padrone, lo servirà per poco.
COR.
Dice davvero?
BEAT.
Ho ritrovato il modo di farlo andar via, non solo da questa casa, ma da questa città.
COR.
Anche dalla città? Come?
BEAT.
Ho saputo che egli era soldato, e che ha disertato.
Il conte Ottavio lo protegge; ma io farò che lo sappia chi l'ha da sapere, e sarà rimandato al suo reggimento in ferri.
COR.
Poveruomo! Perché gli vuol far questo male?
BEAT.
Poveruomo tu dici ad un briccone, che mi ha perduto il rispetto?
COR.
È vero, ha fatto male; ma un tal castigo mi pare un poco troppo.
BEAT.
Per quel che vedo, ti è passato quel gran zelo che tu avevi per la tua padrona.
COR.
Sono così anche nelle cose mie.
Nel primo impeto vorrei conquassare il mondo; ma poi ci penso sopra, e mi passa.
BEAT.
Se passa a te, a me non succede il medesimo.
Brighella mi ha offesa, e voglio che me la paghi.
COR.
Non ha detto il signor Pantalone, che egli è pronto a levarsi la livrea, e venirvi a dimandar perdono?
BEAT.
Tu stessa hai detto che sono freddure.
COR.
Avete promesso al signor Pantalone di riceverlo.
BEAT.
Ci ho pensato sopra e non lo voglio ricevere.
COR.
Oh, questa è bella! Quando io ci penso, divento buona; quando voi ci pensate, diventate cattiva.
BEAT.
Tu non ti devi metter con me.
COR.
(Mi dispiacerebbe ora che il povero Brighella se ne andasse via).
(da sé)
BEAT.
Orsù, Corallina, va a chiamare due de miei servitori.
COR.
Ora non ci è nessuno, signora: questa è l'ora che ciascheduno va a desinare a casa.
BEAT.
Abbasso ci sarà qualcheduno.
Voglio due uomini.
COR.
Per che fare, signora?
BEAT.
Voglio far levare quel quadro, e portarlo nelle mie camere.
Il ritratto di mia madre non lo voglio in sala.
COR.
Sa pure quante contese ci sono state per quel quadro.
BEAT.
Sì, per compiacere il conte Ottavio, l'ho lasciato metter qui: ma ora non ce lo voglio più.
COR.
So che diceva che l'aveva fatto far egli stesso.
BEAT.
S'egli lo ha fatto far lui, è il ritratto di mia madre, lo voglio io.
Vuoi trovar questi uomini, sì o no?
COR.
Adesso, signora, li cercherò.
(parte)
SCENA QUARTA
BEATRICE, poi CORALLINA con un GARZONE di stalla, poi BRIGHELLA
BEAT.
Questa volta si ha da rompere certamente! Si pentirà d'avermi perduto il rispetto.
Tutto quello che posso immaginarmi gli rechi dispiacere, tutto voglio far per dispetto.
COR.
Ho trovato il garzone di scuderia, e in mancanza...
non trovando altri...
verrà a servirla questo galantuomo.
BRIGH.
Se la comanda...
BEAT.
Va via di qua, disgraziato.
COR.
Senta, signora padrona...
BEAT.
Mi maraviglio di te, che hai avuto l'imprudenza di farmelo venire dinanzi.
COR.
Ma senta, in grazia, una parola.
BEAT.
Briccone! Che cosa vuoi dirmi? (a Corallina)
COR.
È pentito di quello che ha detto.
BEAT.
Vada al diavolo.
COR.
Tiene da lei...
BEAT.
Non gli credo.
COR.
Ha da dirle delle belle cose del signor conte Ottavio.
BEAT.
Che cosa ha da dirmi?
COR.
Parlate, galantuomo.
Dite tutto alla mia padrona; ella è una dama di buon cuore, vi perdonerà.
(Portatevi bene, se non volete andare al reggimento).
(piano a Brighella)
BRIGH.
Lustrissima, ghe domando perdon.
Se ho dito qualche cossa, se no son vegnudo a servirla, l'è stà per causa del me padron.
BEAT.
Ti ha proibito di servirmi?
BRIGH.
Lustrissima sì.
BEAT.
Che cosa dice di me?
BRIGH.
El dis cussì che l'è altiera, ustinada...
COR.
(Aggiungete qualche cosa).
(piano a Brighella)
BRIGH.
Che l'è collerica...
BEAT.
E non altro?
COR.
Non avete detto a me, che egli ha detto che ella non ha giudizio?
BRIGH.
È vero.
BEAT.
Indegno!
COR.
Che alleva male la sua figliuola? Che le dà dei cattivi esempi?
BEAT.
Così ha detto?
BRIGH.
Me par de sì.
COR.
Non occorre fingere, bisogna dire la verità.
L'ha detto, o non l'ha detto? (Dite di sì).
(piano a Brighella)
BRIGH.
El l'ha dito, siora sì.
BEAT.
Sempre più mi accendo di collera.
COR.
Raccontatele quello che ha fatto stamattina di quei due vasi di garofani.
BRIGH.
(Quei che el vento ha buttadi zo?) (piano a Corallina)
COR.
Perché erano vostri, il signor conte li ha gettati nella strada.
BEAT.
Presto, levate quel quadro, e portatelo nelle mie camere.
BRIGH.
La servo.
BEAT.
Corallina, vieni meco.
Voglio fargli tagliare tutti i frutti del suo giardino.
(parte)
COR.
Vedete? Per causa mia siete tornato in grazia.
Sappiatevi mantenere.
(parte)
SCENA QUINTA
BRIGHELLA, il GARZONE di stalla, poi OTTAVIO
BRIGH.
La m'ha fatto dir tre o quattro busie, senza voggia.
Animo, amigo, tiremo zoso sto quadro.
GARZ.
Vi vorrà una scala.
BRIGH.
Oibò, el se tira zo benissimo; vegnì qua.
(si accostano, e levano il quadro)
OTT.
Che cosa fai di quel quadro?
BRIGH.
(Oh diavolo!) (da sé) L'è pien de polvere, voleva nettarlo.
GARZ.
Lo portiamo dalla signora contessa.
OTT.
Dalla contessa? (a Brighella)
BRIGH.
Mi no so gnente.
OTT.
Non saresti già tu d'accordo con lei?
BRIGH.
Lustrissimo, no gh'è pericolo.
Son un galantomo.
(Caro camerada, agiuteme per carità).
(piano al Garzone)
OTT.
Come c'entri tu a levar questo quadro?
BRIGH.
Sto zovene m'ha dito che ghe daga una man, n'è vero?
GARZ.
Illustrissimo sì, è vero.
(Qualche volta mi dà della minestra).
(da sé)
OTT.
Dove lo devi portare?
GARZ.
Dalla padrona; lo vuole in camera.
OTT.
Bene.
(dà un calcio nella tela e la sfonda) Portalo da parte mia alla contessa.
BRIGH.
Sior sì, porteghelo alla siora contessa.
(con caricatura)
GARZ.
Così rotto non glielo porto.
OTT.
Portalo, o ti rompo il ventre come ho fatto del quadro.
GARZ.
Aiutami.
(a Brighella)
BRIGH.
Mi servo el me padron, no me n'impazzo.
GARZ.
Sia maledetto! Che cosa dirò alla padrona?
OTT.
Dille che io l'ho fracassato.
GARZ.
Questa volta o da una parte, o dall'altra, ho da esser bastonato.
(parte col quadro)
OTT.
Si è piccata che non vuole quel quadro in sala? Sarà contenta.
BRIGH.
Lustrissimo, bisogna che ghe avverta una cossa.
OTT.
Che cosa?
BRIGH.
L'ha dito cussì la siora contessa, che la vol far taiar tutti i frutteri del so zardin.
OTT.
Per qual motivo?
BRIGH.
Perché stamattina el vento ha buttà zo do vasi de garofoli, e la crede che vussustrissima ghe li abbia rotti per dispetto.
OTT.
Toccarmi le mie frutte? L'unico mio diletto? Giuro al cielo, non anderebbe esente dalla mia collera! Fa che il giardino sia ben chiuso, e avvisa il giardiniere che invigili con attenzione.
BRIGH.
Vado subito.
(Corallina m'ha imbroià colla siora contessa, ma mi me preme el padron).
(da sé, parte)
SCENA SESTA
OTTAVIO e PANTALONE
OTT.
I miei frutti? Le mie pere? La mia spalliera? Si provi, e se ne avvedrà.
PANT.
Sior conte, son qua da ella; la perdona se son stà un pochetto tardi a vegnir.
Gh'aveva un interesse de premura.
L'ho fatto, ho disnà, e adesso son qua co la resposta de siora Beatrice.
OTT.
M'immagino sarà una risposta piacevole.
(con ironia)
PANT.
In verità, che no ghe xe mal.
OTT.
Vi ha detto che vuol farmi tagliare i frutti del mio giardino?
PANT.
Eh! chi gh'ha contà ste fandonie?
OTT.
Lo so di certo.
Ma giuro al cielo, non lo farà.
PANT.
Mi ghe digo, che no la gh'ha sti sentimenti.
OTT.
E il quadro di sala, il ritratto di sua madre che sapete averlo fatto far io per accompagnare quegli altri, lo vuole in camera
PANT.
A mi no la m'ha dito sta cossa.
OTT.
Sapete quante volte si è conteso per questo.
PANT.
Xe vero.
Me l'arrecordo.
OTT.
Ora non si contenderà più.
PANT.
No? per cossa?
OTT.
Io stesso gliel'ho mandato in camera.
PANT.
Bravo! l'ha fatto ben.
OTT.
Ma fracassato nel mezzo.
PANT.
Oimei! l'ha fatto mal.
OTT.
Pretende di voler tutto a suo modo? S'inganna.
PANT.
Mo me despiase; me despiase assae.
Mi l'aveva ridotta a contentarse de poco.
Un atto de respetto de Brighella, una parola de bon amor de sior conte, bastava a metterla a segno, e tutto giera giustà.
Vardè cossa fa la collera, cossa fa i trasporti.
Adesso tutto xe sconcertà, bisogna tornar da capo, e far una fadiga da bestia.
OTT.
Sono arrivato in tempo che faceva levare il quadro.
PANT.
Chi sa per cossa che la lo fava levar? La m'ha dito una volta, che la ghe ne voleva un piccolo da tegnir in camera; e ho visto stamattina che la parlava con un pittor.
Pol giusto darse che la volesse farlo copiar.
(Vôi véder se podesse tacconar anca questa).
(da sé)
OTT.
Se voleva farlo copiare, doveva parlare con me.
PANT.
Finalmente el xe el retratto de so siora madre; no la xe mo sta gran colpa.
Cossa dirà el mondo de sta bella scena? Credela de esser lodà per sta bravura? I trasporti de collera fa sempre mal, e quell'omo che xe capace de frenar el primo impeto, el xe l'omo più felice del mondo.
Non ostante, co s'ha fatto el mal, bisogna, se se pol, remediarghe; anderò mi da siora contessa, dirò che el xe stà un accidente, che el quadro xe cascà, lo faremo giustar, metteremo la cossa in taser.
Do parole d'un bon amigo xe l'acqua più attiva e più valida per stuar el fogo tra do persone irritade.
OTT.
Ma caro signor Pantalone, spicciamola una volta.
Venghiamo a qualche dichiarazione.
O mia cognata vuole la mia amicizia, e son pronto ad accordargliela; o si è posta meco in puntiglio, ed io lo sosterrò sino all'ultimo sangue.
PANT.
No, sior conte, la vederà che siora Beatrice fa stima de ella.
Qualche paroletta xe stada reportada.
Ma la lassa far a mi, che tutto se giusterà.
SCENA SETTIMA
FLORINDO e detti.
PANT.
Sior marchese, ghe son servitor...
Me consolo.
FLOR.
Schiavo suo.
(bruscamente)
PANT.
(Cossa gh'alo?) (da sé)
OTT.
Marchesino, siete sollecito.
FLOR.
Ho piacere d'avervi ritrovato.
OTT.
Che cosa avete da comandarmi?
FLOR.
Siccome non mi son servito di terza persona per chiedervi la signora Rosaura, così vengo io stesso a protestarvi, che se mi si mancherà di parola, saprò farmene render conto.
OTT.
Che linguaggio è questo? Intendesi mancar di parola dandovi questa sera la sposa?
FLOR.
Vostra cognata non parla come parlate voi.
OTT.
Che dice ella?
FLOR.
Che la contessina non sarà mia, ch'ella altrui l'ha promessa, e che non vale il nostro posteriore contratto.
PANT.
(Adesso stemo freschi).
(da sé)
OTT.
Ah, mia cognata è una pazza! Pretende ella vendicarsi meco, opponendosi a queste nozze da me a voi promesse, e con voi stabilite.
FLOR.
Voi siete cavaliere, tocca a voi a farmi render ragione.
OTT.
Sì, ve lo prometto.
O Rosaura sarà vostra sposa, o darò un esempio, che sarà degno di me.
PANT.
(Strepiti, precepizi, cosse grande!) (da sé)
OTT.
Vedete, signor Pantalone? Sono ben fondate le vostre speranze di un facile accomodamento? Mia cognata ha della stima per me?
PANT.
No so cossa dir; me par ancora impussibile...
FLOR.
Mettereste in dubbio quello che io dico? Mi maraviglio di voi.
PANT.
No digo in contrario, sior marchese, sarà vero tutto; ma delle volte se pol equivocar.
FLOR.
Ella mi ha detto chiaramente...
PANT.
Se contentela d'aspettar un momento, tanto che vaga a parlar mi co siora Beatrice?
OTT.
Sì, andate.
Raccogliete i suoi sentimenti, e ditele per parte mia, che se non avrà giudizio, perderò io la prudenza; ditele che non guarderò di precipitare me stesso, per rovinar lei e tutti quelli che le aderiscono.
PANT.
La lassa far a mi.
So cossa che gh'ho da far.
Torno subito.
(Oh se podesse giustar anca questa! Ma la vedo difficile).
(da sé, parte)
SCENA OTTAVA
OTTAVIO, FLORINDO, poi BRIGHELLA
OTT.
Come vi ha parlato la contessa?
FLOR.
Voleva ella darmi ad intendere, che la contessina non fosse di me contenta.
BRIGH.
Lustrissimo, è stà portà sta polizza con premura.
OTT.
Chi l'ha portata?
BRIGH.
Corallina, la cameriera.
OTT.
Quella disgraziata ha l'ardire di entrare nelle mie camere? La caccerò giù dalla scala.
BRIGH.
Poverazza, no la ghe n'ha miga colpa.
OTT.
Tu la difendi?
BRIGH.
Ho scoverto tutto.
Corallina no ghe n'ha colpa.
OTT.
Trattienla fin che io leggo il viglietto.
BRIGH.
(Magari fusselo un viglietto longo!) (da sé; parte, poi torna)
OTT.
Compatite.
FLOR.
Accomodatevi.
OTT.
Sarà un viglietto di mia cognata.
Sentiremo che cosa sa dirmi.
(apre)
FLOR.
Voi non vi lascerete sedurre.
OTT.
Marchesino? il viglietto non è di mia cognata, ma di mia nipote.
FLOR.
Sentiamo...
se mi è permesso.
OTT.
Sì, leggiamolo.
(legge)
Amatissimo signore zio.
La mia signora madre è meco in collera, né so perché: ella non acconsente più alle mie nozze, e minaccia di mettermi in un ritiro.
Ricorro a voi, amabilissimo signore zio, siccome a quello che ha sempre avuto dell'amore per me, e che avendo stabilito li miei sponsali col marchesino Florindo, ha tutto il diritto di pretenderne l'esecuzione.
Dal canto mio sono disposta a far tutto ciò che voi mi consiglierete di fare.
Mi getto nelle vostre braccia, e vi supplico di soccorrermi, prima che la disperazione giunga ad impossessarsi dell'afflitto cuor mio.
FLOR.
Povera giovine! non l'abbandonate.
OTT.
No, non l'abbandonerò.
Chi è di là?
BRIGH.
(L'ha finio de lezer molto presto).
(da sé) La comandi.
OTT.
Corallina è ancora nelle mie camere?
BRIGH.
Lustrissimo sì.
No m'ala dito che la trattegna?
OTT.
Falla venir qui.
BRIGH.
La me creda, lustrissimo, che l'è innocente.
OTT.
Falla venir qui.
Io non voglio gridare.
BRIGH.
(Poverazza! no vorria che el me la spaventasse).
(da sé, parte)
SCENA NONA
FLORINDO, OTTAVIO, poi CORALLINA
FLOR.
Che cosa rispondete alla signora Rosaura?
OTT.
Or ora, lasciatemi parlare colla cameriera.
COR.
(Se la padrona mi vedesse, povera me!) (da sé, spaventata)
OTT.
Vieni avanti.
COR.
Signore, ho paura.
OTT.
Di chi?
COR.
Della padrona.
OTT.
Non temere di nulla.
Il padrone sono io.
COR.
L'ho sempre detto.
La padrona è collerica, un giorno o l'altro mi manda via.
Ma il padrone, che è tanto buono, non mi abbandonerà.
OTT.
Dimmi, la contessina ti ha detto di dirmi nulla in vece?
COR.
Poverina! se la vedeste! Fa compassione.
Ha scritto quel viglietto, bagnando la carta colle lacrime.
Mi ha detto che compatite se ha scritto male.
Ha chiesto alla padrona di poter desinare nella sua camera, e invece di mangiare, poverina, scriveva con un occhio sul tavolino e l'altro alla porta, per timore di non esser sorpresa.
OTT.
Ci rimedierò io.
Permettete che vada a rispondere al viglietto di mia nipote.
FLOR.
Sì, fatelo, ma con qualche risoluzione.
OTT.
Lasciate il pensiero a me.
FLOR.
Posso io sapere?...
OTT.
Saprete tutto opportunamente.
Attendimi colla risposta.
(a Corallina, e parte)
SCENA DECIMA
FLORINDO e CORALLINA
COR.
Meschina me, se la padrona sapesse che io fossi qui!
FLOR.
Fidatevi del conte Ottavio.
COR.
E poi, quello che io faccio, lo faccio per l'amore che porto alla signora contessina, che mai nessuno si può vantare che io abbia portato un viglietto di ragazze, né fatta un'ambasciata amorosa.
Il cielo me ne liberi, morirei piuttosto che fare una cosa simile.
FLOR.
Vi supplico, Corallina, dite alla signora Rosaura che seguiti ad amarmi, e soffra pazientemente.
COR.
Ma, signore, ho pur detto che di queste ambasciate io non ne faccio.
FLOR.
Se amate tanto la signora Rosaura, non ricuserete di dirle queste mie innocenti parole.
COR.
Via, gliele dirò, perché sono innocenti.
FLOR.
E poi, Corallina mia, vi regalerò.
COR.
Oh, io non mi lascio allettare dalle promesse.
FLOR.
Dalle promesse no, ma dai regali forse sì.
COR.
Dai regali? Non so, perché non ne ho mai avuti.
FLOR.
Vorreste provare?
COR.
Dicono che, prima di morire, è bene provare un poco di tutto; cioè che non offenda il buon costume.
FLOR.
Eccovi un piccolo regaletto di due zecchini.
COR.
(Li prende sorridendo)
FLOR.
Che effetto vi fanno?
COR.
Non saprei: un certo movimento interno, che mi fa ridere.
FLOR.
Bisognerebbe che comunicaste un poco della vostra allegria alla signora Rosaura.
COR.
Mi proverò.
FLOR.
Che cosa le direte per rallegrarla?
COR.
Le dirò che il signor marchesino l'adora, che sia fedele, e non dubiti che sarà contenta.
FLOR.
Non le direte altro?
COR.
Le dirò...
Sentite che spirito mi ha messo in capo quel picciolo regaletto.
Le dirò che, in caso di disperazione, si fidi di me, che mi basterà l'animo di farle sposare il signor Florindo, anco a dispetto di sua madre.
FLOR.
Bravissima.
Ecco altri due zecchini.
COR.
In verità, voi mi fate giubilare a segno, che or ora vi travesto in qualche maniera, e vi conduco alle sue camere.
FLOR.
No, Corallina, non venghiamo per ora a questi passi.
Attendiamo le risoluzioni del conte Ottavio.
COR.
Ma io, quando mi ci metto, non mi ci metto per poco.
SCENA UNDICESIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Tieni, portale questo viglietto.
COR.
Come volete che io glielo dia?
OTT.
Cautamente.
COR.
Voglio dire, allegra o malinconica?
OTT.
Come tu vuoi.
FLOR.
Se volete che lo porti con allegria, donatele qualche cosa.
COR.
Bravo: egli sa le buone regole.
OTT.
Tieni, eccoti un testone.
COR.
(Vogliamo star poco allegri).
(da sé)
OTT.
Portalo subito, e non tardare.
FLOR.
Via, che io poi ti farò brillare.
COR.
Che siate benedetto! Voi sapete che cosa ci vuole a far brillare le donne.
(parte)
SCENA DODICESIMA
FLORINDO, OTTAVIO, poi PANTALONE
FLOR.
Ebbene, signor conte, come vi siete voi contenuto?
OTT.
Ho detto che si fidi di me; che se le nozze si differiranno, non per questo tramonterà il trattato.
Che sentirò sua madre, e quando ella voglia persistere...
PANT.
Son qua.
OTT.
Che ci recate di nuovo?
PANT.
Comoderemo tutto.
FLOR.
Lo voglia il cielo.
OTT.
Voi fate tutto facile, signor Pantalone.
PANT.
La me permetta che diga tutto, e po la vederà se le cosse va ben.
Si
...
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