I PUNTIGLI DOMESTICI, di Carlo Goldoni - pagina 5
...
.
Sto zovene m'ha dito che ghe daga una man, n'è vero?
GARZ.
Illustrissimo sì, è vero.
(Qualche volta mi dà della minestra).
(da sé)
OTT.
Dove lo devi portare?
GARZ.
Dalla padrona; lo vuole in camera.
OTT.
Bene.
(dà un calcio nella tela e la sfonda) Portalo da parte mia alla contessa.
BRIGH.
Sior sì, porteghelo alla siora contessa.
(con caricatura)
GARZ.
Così rotto non glielo porto.
OTT.
Portalo, o ti rompo il ventre come ho fatto del quadro.
GARZ.
Aiutami.
(a Brighella)
BRIGH.
Mi servo el me padron, no me n'impazzo.
GARZ.
Sia maledetto! Che cosa dirò alla padrona?
OTT.
Dille che io l'ho fracassato.
GARZ.
Questa volta o da una parte, o dall'altra, ho da esser bastonato.
(parte col quadro)
OTT.
Si è piccata che non vuole quel quadro in sala? Sarà contenta.
BRIGH.
Lustrissimo, bisogna che ghe avverta una cossa.
OTT.
Che cosa?
BRIGH.
L'ha dito cussì la siora contessa, che la vol far taiar tutti i frutteri del so zardin.
OTT.
Per qual motivo?
BRIGH.
Perché stamattina el vento ha buttà zo do vasi de garofoli, e la crede che vussustrissima ghe li abbia rotti per dispetto.
OTT.
Toccarmi le mie frutte? L'unico mio diletto? Giuro al cielo, non anderebbe esente dalla mia collera! Fa che il giardino sia ben chiuso, e avvisa il giardiniere che invigili con attenzione.
BRIGH.
Vado subito.
(Corallina m'ha imbroià colla siora contessa, ma mi me preme el padron).
(da sé, parte)
SCENA SESTA
OTTAVIO e PANTALONE
OTT.
I miei frutti? Le mie pere? La mia spalliera? Si provi, e se ne avvedrà.
PANT.
Sior conte, son qua da ella; la perdona se son stà un pochetto tardi a vegnir.
Gh'aveva un interesse de premura.
L'ho fatto, ho disnà, e adesso son qua co la resposta de siora Beatrice.
OTT.
M'immagino sarà una risposta piacevole.
(con ironia)
PANT.
In verità, che no ghe xe mal.
OTT.
Vi ha detto che vuol farmi tagliare i frutti del mio giardino?
PANT.
Eh! chi gh'ha contà ste fandonie?
OTT.
Lo so di certo.
Ma giuro al cielo, non lo farà.
PANT.
Mi ghe digo, che no la gh'ha sti sentimenti.
OTT.
E il quadro di sala, il ritratto di sua madre che sapete averlo fatto far io per accompagnare quegli altri, lo vuole in camera
PANT.
A mi no la m'ha dito sta cossa.
OTT.
Sapete quante volte si è conteso per questo.
PANT.
Xe vero.
Me l'arrecordo.
OTT.
Ora non si contenderà più.
PANT.
No? per cossa?
OTT.
Io stesso gliel'ho mandato in camera.
PANT.
Bravo! l'ha fatto ben.
OTT.
Ma fracassato nel mezzo.
PANT.
Oimei! l'ha fatto mal.
OTT.
Pretende di voler tutto a suo modo? S'inganna.
PANT.
Mo me despiase; me despiase assae.
Mi l'aveva ridotta a contentarse de poco.
Un atto de respetto de Brighella, una parola de bon amor de sior conte, bastava a metterla a segno, e tutto giera giustà.
Vardè cossa fa la collera, cossa fa i trasporti.
Adesso tutto xe sconcertà, bisogna tornar da capo, e far una fadiga da bestia.
OTT.
Sono arrivato in tempo che faceva levare il quadro.
PANT.
Chi sa per cossa che la lo fava levar? La m'ha dito una volta, che la ghe ne voleva un piccolo da tegnir in camera; e ho visto stamattina che la parlava con un pittor.
Pol giusto darse che la volesse farlo copiar.
(Vôi véder se podesse tacconar anca questa).
(da sé)
OTT.
Se voleva farlo copiare, doveva parlare con me.
PANT.
Finalmente el xe el retratto de so siora madre; no la xe mo sta gran colpa.
Cossa dirà el mondo de sta bella scena? Credela de esser lodà per sta bravura? I trasporti de collera fa sempre mal, e quell'omo che xe capace de frenar el primo impeto, el xe l'omo più felice del mondo.
Non ostante, co s'ha fatto el mal, bisogna, se se pol, remediarghe; anderò mi da siora contessa, dirò che el xe stà un accidente, che el quadro xe cascà, lo faremo giustar, metteremo la cossa in taser.
Do parole d'un bon amigo xe l'acqua più attiva e più valida per stuar el fogo tra do persone irritade.
OTT.
Ma caro signor Pantalone, spicciamola una volta.
Venghiamo a qualche dichiarazione.
O mia cognata vuole la mia amicizia, e son pronto ad accordargliela; o si è posta meco in puntiglio, ed io lo sosterrò sino all'ultimo sangue.
PANT.
No, sior conte, la vederà che siora Beatrice fa stima de ella.
Qualche paroletta xe stada reportada.
Ma la lassa far a mi, che tutto se giusterà.
SCENA SETTIMA
FLORINDO e detti.
PANT.
Sior marchese, ghe son servitor...
Me consolo.
FLOR.
Schiavo suo.
(bruscamente)
PANT.
(Cossa gh'alo?) (da sé)
OTT.
Marchesino, siete sollecito.
FLOR.
Ho piacere d'avervi ritrovato.
OTT.
Che cosa avete da comandarmi?
FLOR.
Siccome non mi son servito di terza persona per chiedervi la signora Rosaura, così vengo io stesso a protestarvi, che se mi si mancherà di parola, saprò farmene render conto.
OTT.
Che linguaggio è questo? Intendesi mancar di parola dandovi questa sera la sposa?
FLOR.
Vostra cognata non parla come parlate voi.
OTT.
Che dice ella?
FLOR.
Che la contessina non sarà mia, ch'ella altrui l'ha promessa, e che non vale il nostro posteriore contratto.
PANT.
(Adesso stemo freschi).
(da sé)
OTT.
Ah, mia cognata è una pazza! Pretende ella vendicarsi meco, opponendosi a queste nozze da me a voi promesse, e con voi stabilite.
FLOR.
Voi siete cavaliere, tocca a voi a farmi render ragione.
OTT.
Sì, ve lo prometto.
O Rosaura sarà vostra sposa, o darò un esempio, che sarà degno di me.
PANT.
(Strepiti, precepizi, cosse grande!) (da sé)
OTT.
Vedete, signor Pantalone? Sono ben fondate le vostre speranze di un facile accomodamento? Mia cognata ha della stima per me?
PANT.
No so cossa dir; me par ancora impussibile...
FLOR.
Mettereste in dubbio quello che io dico? Mi maraviglio di voi.
PANT.
No digo in contrario, sior marchese, sarà vero tutto; ma delle volte se pol equivocar.
FLOR.
Ella mi ha detto chiaramente...
PANT.
Se contentela d'aspettar un momento, tanto che vaga a parlar mi co siora Beatrice?
OTT.
Sì, andate.
Raccogliete i suoi sentimenti, e ditele per parte mia, che se non avrà giudizio, perderò io la prudenza; ditele che non guarderò di precipitare me stesso, per rovinar lei e tutti quelli che le aderiscono.
PANT.
La lassa far a mi.
So cossa che gh'ho da far.
Torno subito.
(Oh se podesse giustar anca questa! Ma la vedo difficile).
(da sé, parte)
SCENA OTTAVA
OTTAVIO, FLORINDO, poi BRIGHELLA
OTT.
Come vi ha parlato la contessa?
FLOR.
Voleva ella darmi ad intendere, che la contessina non fosse di me contenta.
BRIGH.
Lustrissimo, è stà portà sta polizza con premura.
OTT.
Chi l'ha portata?
BRIGH.
Corallina, la cameriera.
OTT.
Quella disgraziata ha l'ardire di entrare nelle mie camere? La caccerò giù dalla scala.
BRIGH.
Poverazza, no la ghe n'ha miga colpa.
OTT.
Tu la difendi?
BRIGH.
Ho scoverto tutto.
Corallina no ghe n'ha colpa.
OTT.
Trattienla fin che io leggo il viglietto.
BRIGH.
(Magari fusselo un viglietto longo!) (da sé; parte, poi torna)
OTT.
Compatite.
FLOR.
Accomodatevi.
OTT.
Sarà un viglietto di mia cognata.
Sentiremo che cosa sa dirmi.
(apre)
FLOR.
Voi non vi lascerete sedurre.
OTT.
Marchesino? il viglietto non è di mia cognata, ma di mia nipote.
FLOR.
Sentiamo...
se mi è permesso.
OTT.
Sì, leggiamolo.
(legge)
Amatissimo signore zio.
La mia signora madre è meco in collera, né so perché: ella non acconsente più alle mie nozze, e minaccia di mettermi in un ritiro.
Ricorro a voi, amabilissimo signore zio, siccome a quello che ha sempre avuto dell'amore per me, e che avendo stabilito li miei sponsali col marchesino Florindo, ha tutto il diritto di pretenderne l'esecuzione.
Dal canto mio sono disposta a far tutto ciò che voi mi consiglierete di fare.
Mi getto nelle vostre braccia, e vi supplico di soccorrermi, prima che la disperazione giunga ad impossessarsi dell'afflitto cuor mio.
FLOR.
Povera giovine! non l'abbandonate.
OTT.
No, non l'abbandonerò.
Chi è di là?
BRIGH.
(L'ha finio de lezer molto presto).
(da sé) La comandi.
OTT.
Corallina è ancora nelle mie camere?
BRIGH.
Lustrissimo sì.
No m'ala dito che la trattegna?
OTT.
Falla venir qui.
BRIGH.
La me creda, lustrissimo, che l'è innocente.
OTT.
Falla venir qui.
Io non voglio gridare.
BRIGH.
(Poverazza! no vorria che el me la spaventasse).
(da sé, parte)
SCENA NONA
FLORINDO, OTTAVIO, poi CORALLINA
FLOR.
Che cosa rispondete alla signora Rosaura?
OTT.
Or ora, lasciatemi parlare colla cameriera.
COR.
(Se la padrona mi vedesse, povera me!) (da sé, spaventata)
OTT.
Vieni avanti.
COR.
Signore, ho paura.
OTT.
Di chi?
COR.
Della padrona.
OTT.
Non temere di nulla.
Il padrone sono io.
COR.
L'ho sempre detto.
La padrona è collerica, un giorno o l'altro mi manda via.
Ma il padrone, che è tanto buono, non mi abbandonerà.
OTT.
Dimmi, la contessina ti ha detto di dirmi nulla in vece?
COR.
Poverina! se la vedeste! Fa compassione.
Ha scritto quel viglietto, bagnando la carta colle lacrime.
Mi ha detto che compatite se ha scritto male.
Ha chiesto alla padrona di poter desinare nella sua camera, e invece di mangiare, poverina, scriveva con un occhio sul tavolino e l'altro alla porta, per timore di non esser sorpresa.
OTT.
Ci rimedierò io.
Permettete che vada a rispondere al viglietto di mia nipote.
FLOR.
Sì, fatelo, ma con qualche risoluzione.
OTT.
Lasciate il pensiero a me.
FLOR.
Posso io sapere?...
OTT.
Saprete tutto opportunamente.
Attendimi colla risposta.
(a Corallina, e parte)
SCENA DECIMA
FLORINDO e CORALLINA
COR.
Meschina me, se la padrona sapesse che io fossi qui!
FLOR.
Fidatevi del conte Ottavio.
COR.
E poi, quello che io faccio, lo faccio per l'amore che porto alla signora contessina, che mai nessuno si può vantare che io abbia portato un viglietto di ragazze, né fatta un'ambasciata amorosa.
Il cielo me ne liberi, morirei piuttosto che fare una cosa simile.
FLOR.
Vi supplico, Corallina, dite alla signora Rosaura che seguiti ad amarmi, e soffra pazientemente.
COR.
Ma, signore, ho pur detto che di queste ambasciate io non ne faccio.
FLOR.
Se amate tanto la signora Rosaura, non ricuserete di dirle queste mie innocenti parole.
COR.
Via, gliele dirò, perché sono innocenti.
FLOR.
E poi, Corallina mia, vi regalerò.
COR.
Oh, io non mi lascio allettare dalle promesse.
FLOR.
Dalle promesse no, ma dai regali forse sì.
COR.
Dai regali? Non so, perché non ne ho mai avuti.
FLOR.
Vorreste provare?
COR.
Dicono che, prima di morire, è bene provare un poco di tutto; cioè che non offenda il buon costume.
FLOR.
Eccovi un piccolo regaletto di due zecchini.
COR.
(Li prende sorridendo)
FLOR.
Che effetto vi fanno?
COR.
Non saprei: un certo movimento interno, che mi fa ridere.
FLOR.
Bisognerebbe che comunicaste un poco della vostra allegria alla signora Rosaura.
COR.
Mi proverò.
FLOR.
Che cosa le direte per rallegrarla?
COR.
Le dirò che il signor marchesino l'adora, che sia fedele, e non dubiti che sarà contenta.
FLOR.
Non le direte altro?
COR.
Le dirò...
Sentite che spirito mi ha messo in capo quel picciolo regaletto.
Le dirò che, in caso di disperazione, si fidi di me, che mi basterà l'animo di farle sposare il signor Florindo, anco a dispetto di sua madre.
FLOR.
Bravissima.
Ecco altri due zecchini.
COR.
In verità, voi mi fate giubilare a segno, che or ora vi travesto in qualche maniera, e vi conduco alle sue camere.
FLOR.
No, Corallina, non venghiamo per ora a questi passi.
Attendiamo le risoluzioni del conte Ottavio.
COR.
Ma io, quando mi ci metto, non mi ci metto per poco.
SCENA UNDICESIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Tieni, portale questo viglietto.
COR.
Come volete che io glielo dia?
OTT.
Cautamente.
COR.
Voglio dire, allegra o malinconica?
OTT.
Come tu vuoi.
FLOR.
Se volete che lo porti con allegria, donatele qualche cosa.
COR.
Bravo: egli sa le buone regole.
OTT.
Tieni, eccoti un testone.
COR.
(Vogliamo star poco allegri).
(da sé)
OTT.
Portalo subito, e non tardare.
FLOR.
Via, che io poi ti farò brillare.
COR.
Che siate benedetto! Voi sapete che cosa ci vuole a far brillare le donne.
(parte)
SCENA DODICESIMA
FLORINDO, OTTAVIO, poi PANTALONE
FLOR.
Ebbene, signor conte, come vi siete voi contenuto?
OTT.
Ho detto che si fidi di me; che se le nozze si differiranno, non per questo tramonterà il trattato.
Che sentirò sua madre, e quando ella voglia persistere...
PANT.
Son qua.
OTT.
Che ci recate di nuovo?
PANT.
Comoderemo tutto.
FLOR.
Lo voglia il cielo.
OTT.
Voi fate tutto facile, signor Pantalone.
PANT.
La me permetta che diga tutto, e po la vederà se le cosse va ben.
Siora contessa ha confessà d'aver dito a sior marchese, che no la vol più darghe so fia.
Ma sala per cossa che la l'ha fatto?
FLOR.
Perché mai?
PANT.
Per una frascheria da gnente.
OTT.
Per vendicarsi di me.
PANT.
Oh giusto! l'ha crià colla putta, e la xe andada in sto boccon de contrattempo.
La sa de che temperamento caldo che la xe.
In quel momento capita el sior marchese.
La vol dir, e no la sa cossa dir; orbada dalla collera, la principia a metterghe in desgrazia la putta; la s'ha inventà d'averla a un altro promessa, tutto per superar el so punto; tutto per sti maledetti pontigli, che intra in te le fameggie, che se cazza in tel sangue, e che fa che i parenti più stretti deventa tra de lori i più crudeli nemici.
OTT.
Se la cosa fosse così, si accomoderebbe facilmente.
FLOR.
Io spero che sarà così senz'altro.
Non vi ricordate che nel viglietto diceva: la mia signora madre è meco in collera?
PANT.
Ghe digo che la xe cussì; la se fida de mi.
(Ghe n'ha volesto a ridur siora contessa; ho fatto una fadiga da can; ma spero che tutto sarà giustà).
(da sé)
FLOR.
Come abbiamo da contenerci?
PANT.
Vorle che andemo da siora contessa?
OTT.
Andar da lei ci ho le mie difficoltà.
PANT.
Via, sior conte, la lassa i pontigli, e andemo.
OTT.
Ha detto nulla del quadro?
PANT.
La xe persuasa che el sia stà un accidente.
OTT.
E i frutti che voleva farmi tagliare?
PANT.
La l'ha dito in atto de collera.
La sa che el vento ha buttà zoso i pitteri; no gh'è pericolo de altro.
OTT.
Del servitore parla più niente?
PANT.
Anca per questo la xe giustada.
El gh'ha domandà scusa, e la xe fenia.
OTT.
Senza mio ordine ha domandato scusa? Lo caccerò via.
PANT.
Ma, caro sior conte, per carità, no la me daga in ste debolezze.
No la destruza el merito delle mie fadighe.
Ho fatto tanto, grazie al ciel ghe ne son riuscio.
Andemo da siora contessa, e destrighemose.
OTT.
Marchese, andiamo.
FLOR.
Vi seguo con tutto il giubilo.
SCENA TREDICESIMA
BRIGHELLA, un MESSO della curia, e detti.
BRIGH.
La veda sto omo de Palazzo, el vorave darghe una carta.
OTT.
Cosa volete?
MES.
Perdoni, illustrissimo, questo foglio viene a lei.
OTT.
(Lo prende e legge piano)
FLOR.
Signor Pantalone, voi siete un uomo di garbo.
PANT.
Mi no son bon da gnente: ma per i amici me desfarave.
Son amigo della pase, e dove che pratico, procuro che la ghe sia.
FLOR.
Sperate dunque che tutte le dissensioni di questa casa sieno accomodate?
PANT.
Tutto xe giustà.
OTT.
Signor Pantalone, ecco tutto accomodato.
Con questo foglio, mio nipote m'intima la divisione; mia cognata domanda la sua dote, e son chiamato a render conto della mia amministrazione.
PANT.
Come? Coss'è sta cossa?
OTT.
(Al Messo) Si faccia subito un precetto alla contessa Beatrice ed al conte Lelio, che debbano immediatamente evacuare questo palazzo, per essere di ragione della primogenitura, che è mia.
PANT.
No, caro sior conte...
OTT.
Lasciatemi stare.
Tenete uno scudo; prendete l'ordine e fate l'intimazione a dovere.
MES.
Sarà immediatamente servita.
(parte)
BRIGH.
(Costori i xe come el vento traverso, che fa andar le barche da una banda e dall'altra).
(da sé)
FLOR.
Signor conte, questa cosa sconcerta.
OTT.
Mia cognata vuol la rovina di questa casa.
PANT.
Vardemo da dove che deriva sto desordene.
OTT.
Deriva dall'altrui malizia, dalla vostra credulità, e dall'aver io prestato fede ai vostri consigli.
(parte)
FLOR.
Giuro al cielo, adopreremo la spada.
(parte)
PANT.
Tolè, questo xe quel che se avanza a far ben.
Rimproveri e male grazie.
Ma pazenzia, no me pento de quel che ho fatto, e vôi seguitar a operar.
No son persuaso che l'abbia d'andar cussì.
Siora Beatrice giera placada, e qualchedun ha intorbià l'acqua sul più bello.
Vôi scoverzer la verità, e vôi che se veda che son un omo onorato, un bon amigo, che gh'ha cuor, che gh'ha testa, e che gh'ha fin de reputazion.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
BRIGHELLA, poi ARLECCHINO
BRIGH.
Vado osservando che le cosse in sta casa le va pezo che mai.
No vorria che se tornasse da capo a parlar de mi.
I strazzi va all'aria: no vorave mi tor de mezzo.
Me despiase per Corallina; ma se no fusse per ella, anderave via a drettura.
Ma ghe voio ben: ella me par che la me ne voia a mi.
No vorave lassarla.
ARL.
(L'è qua Brighella.
Adesso sarave el tempo de servir Corallina; ma per farlo ben, no bisognerave aver paura).
(da sé)
BRIGH.
O paesan, ve saludo.
ARL.
(Bisogna farse coraggio).
BRIGH.
Coss'è? No se me responde? Voleu qualcossa?
ARL.
Sior sì.
Vôi qualcossa.
BRIGH.
Da chi?
ARL.
Da vu.
BRIGH.
Son qua, disè su cossa che volè.
ARL.
Se sè galantomo, ve sfido co la spada a la man.
BRIGH.
Me sfidè co la spada a la man? Se pol almanco saver la rason?
ARL.
La rason te la dirò, quando che t'averò mazzà.
BRIGH.
Caro amigo, allora sarà troppo tardi.
Feme el servizio de dirmela adesso.
ARL.
(El vien co le bone, è segno che l'ha paura).
(da sé)
BRIGH.
E cussì? se pol saver?...
ARL.
Sior sì.
Ve la dirò.
V'ho da cavar el cuor per parte de Corallina.
BRIGH.
Adesso capisso.
Vu sè campion de Corallina.
Volè combatter per ella.
ARL.
Sior sì e in premio del mio valore,
Averò la sua destra ed il suo cuore.
BRIGH.
La so man? el so cuor? a vu? Corallina me vol morto? Se vol vendicar? Ah desgraziada! femena ingrata! traditora! sassina! (passeggiando e smaniando fra sé medesimo)
ARL.
(Se vede che el gh'ha una paura de mi terribile.
Bisogna farse coraggio).
(da sé) Animo, se ti è galantomo, vien a combatter con mi.
BRIGH.
No me degno de batterme con un omo de la to sorte.
ARL.
Perché ti gh'ha paura.
BRIGH.
Mi paura?
ARL.
Sì, ti è un aseno.
L'ha dito anca Corallina.
BRIGH.
Corallina ha dito che son un aseno?
ARL.
La l'ha dito in presenza mia.
BRIGH.
(Ah, donna senza amor, senza cuor, senza fede, senza gratitudine, senza pietà!) (smania da sé, passeggiando)
ARL.
(El gh'ha paura, el trema).
(da sé)
BRIGH.
(Me vien voggia de chiappar costù, e scannarlo co le mie man).
(da sé)
ARL.
Animo.
Alle curte.
Viente a far ammazzar.
BRIGH.
Caro ti, làsseme star.
ARL.
No gh'è remedio.
Ti gh'ha da morir per le mie man.
BRIGH.
Paesan, va via.
ARL.
No gh'è remedio.
BRIGH.
Va via, che sarà meggio per ti.
ARL.
Ti gh'ha paura, ti.
BRIGH.
Quel che ti vol; gh'ho paura, va via de qua.
ARL.
Se ti ti gh'ha paura, mi son coraggioso, e me voio batter, e te voio mazzar.
BRIGH.
E mi te digo...
ARL.
No gh'è né digo, né desdigo; se ti è galantomo, vien fora de qua.
BRIGH.
Arlecchin, te torno a dir: làsseme star.
ARL.
Sangue de mi, vien fora de qua.
BRIGH.
Ti vol che vegna?
ARL.
Sì.
BRIGH.
A batterme? con ti?
ARL.
Sì, se ti è galantomo.
BRIGH.
Son galantomo.
Aspetteme qua.
(parte, e torna subito)
ARL.
(Corallina sarà vendicada).
BRIGH.
Son qua.
Ti vol che me batta con ti?
ARL.
Sior sì, con mi.
BRIGH.
Con ti me batto cussì.
(lo bastona e parte)
ARL.
Manco mal, Corallina sarà vendicada.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
Camera di Rosaura
ROSAURA e CORALLINA
ROS.
Vieni qui, vieni qui, che nessuno ti veda.
COR.
Eccovi il viglietto del signor zio, e poi vi ho da dire delle belle cose per parte di un altro.
ROS.
Per parte di chi?
COR.
Leggete, e poi ve lo dirò.
ROS.
Dimmelo, cara Corallina.
COR.
Per parte del signor marchesino.
ROS.
Che dice? Mi ama? È sdegnato? Procura di avermi?
COR.
Vi vuol bene, sarà vostro.
Leggete, prima che venga alcuno.
ROS.
Povero marchesino! (apre e legge)
"Nipote carissima.
Ho appreso con senso di tenerezza le vostre giuste
doglianze".
COR.
Vostro fratello.
ROS.
Misera me! (nasconde il viglietto)
SCENA SEDICESIMA
LELIO e dette.
LEL.
Che vuol dire, signora sorella, perché sono venuto io, ha tralasciato di leggere? Sarà qualche viglietto, che io non potrò vedere.
ROS.
Ecco cosa è, osservate.
La regola del nuovo giuoco francese, intitolato la cometa.
(tira fuori una carta, che parla di tal giuoco)
COR.
(Brava davvero! Stimo la prontezza!) (da sé)
LEL.
Questa carta, signora mia, non è quella che leggevate, quando io son venuto.
COR.
Oh! è quella, in coscienza mia!
LEL.
Vattene; tu non ci entri.
COR.
Ma io parlo per la verità.
LEL.
Chi sa che non fosse un qualche viglietto amoroso, che tu le avessi portato?
COR.
Andate là, che siete spiritoso.
Pare che non mi conosciate.
Non sapete che sono l'esempio della fedeltà? (e la madre della drittura?) (da sé, parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
LELIO e ROSAURA
LEL.
Favorite lasciarmi vedere quel viglietto.
ROS.
Qual viglietto?
LEL.
Quello che avevate nelle mani poc'anzi.
ROS.
Non so che cosa vi diciate.
LEL.
Giuro al cielo, me lo darete per forza.
ROS.
Oh piano, signor fratello; vossignoria non ha l'autorità di usar meco la forza.
LEL.
Io, mancando il padre, fo le sue veci.
Siete sotto la mia custodia.
ROS.
Avete bisogno di esser voi custodito.
LEL.
Fraschetta.
ROS.
Non mi perdete il rispetto.
LEL.
Voglio essere obbedito.
ROS.
Avete finito di comandarmi.
LEL.
Perché, signorina?
ROS.
Perché mi mariterò.
LEL.
Oh, per adesso no.
ROS.
Siete anche voi d'accordo colla signora madre?
LEL.
Sì signora, per servirla.
Il marchesino non lo vedrete più.
ROS.
Avrete cuore di dare a me una pena sì grande?
LEL.
Orsù, voglio vedere questo viglietto.
ROS.
Lasciatemi stare.
LEL.
Vi dico che lo voglio vedere.
ROS.
Io non entro ne' fatti vostri, e voi non entrate ne' miei.
LEL.
Chiamerò vostra madre.
ROS.
Chiamatela.
È molto tempo che ho voglia di parlarle di voi.
LEL.
Che cosa le potete dire di me?
ROS.
Che avete una chiave finta del burò, e le portate via i denari.
LEL.
Chi vi ha detto questo? Non è vero.
ROS.
Eh, so tutto, e so anche dei dieci sacchi di grano che avete rubato la settimana passata.
LEL.
È roba mia.
ROS.
La roba vostra l'avete mangiata ch'è un pezzo.
Questa roba è della signora madre.
LEL.
A voi che cosa importa?
ROS.
Niente; ma tacete voi, se volete che taccia ancora io.
LEL.
Le fanciulle non parlano di queste cose.
ROS.
E i fratelli non tradiscono le sorelle.
LEL.
Rosaura, il viglietto.
Sono impuntato, lo voglio.
ROS.
Io non so che cosa vi diciate.
LEL.
Volete giuocare, che ve lo prendo dalla tasca?
ROS.
Vorrei vedere anche questa.
LEL.
Voglio vederlo.
Mi preme l'onore della mia casa.
ROS.
Io sono una figlia onorata.
Se vi premesse l'onore non trattereste di sposare la figlia di quel bracciere.
LEL.
(Oimè! come lo ha saputo?) (da sé) Chi vi racconta simili falsità?
ROS.
So tutto, vi dico, e taccio; ma oramai parlerò.
LEL.
Rosaura, non parlate di ciò a mia madre.
ROS.
Questa non è cosa che io possa dissimulare; a me pure preme l'onore della casa, e sarò costretta a parlare.
LEL.
Cara Rosaura...
ROS.
Cara Rosaura, eh...
LEL.
Credetemi, ve lo giuro sull'onor mio.
Mi prendo giuoco di colei; non son capace di una simile debolezza.
ROS.
Ma se nostra madre lo sa...
LEL.
Non glielo dite, vi prego.
ROS.
Meritereste...
LEL.
Via, non parliamo più del viglietto.
ROS.
(Ho trovata ben io la maniera di farlo tacere).
(da sé)
LEL.
(Ma! Quando si è in difetto, bisogna soffrire).
(da sé)
SCENA DICIOTTESIMA
BEATRICE e detti.
ROS.
(Si mostra piangente)
BEAT.
Che cosa ci è? Piangete? (a Rosaura)
ROS.
Signora, non ho occasione di ridere.
BEAT.
Via, rasserenatevi.
Questa sera vedrete il marchesino Florindo.
ROS.
Oh cielo! Dite davvero?
LEL.
Che vuol dire? Avete mutato pensiero?
BEAT.
Me ne ha dette tante quel buon uomo del signor Pantalone, che non ho potuto resistere.
ROS.
Sia ringraziato il cielo!
LEL.
E voi, signora, vi lascerete dirigere da quel vecchio?
ROS.
(Lelio fa sempre la parte del diavolo).
(da sé)
BEAT.
Mi ha fatto toccar con mano il precipizio di tutta la nostra casa per un simile impegno.
LEL.
Che precipizio? Abbiamo noi paura del marchese Florindo?
ROS.
Bei sentimenti di uomo onesto, di galantuomo!
LEL.
Voi non ci entrate.
ROS.
Ci entro benissimo.
Si tratta di me.
LEL.
E per una fraschetta si cederà vilmente ad un puntiglio di questa sorta?
ROS.
E per un giovane senza giudizio, che cerca rovinar la casa con un matrimonio...
LEL.
Orsù, non so che dire, signora madre.
Voi siete la padrona, fate voi.
BEAT.
Quando trovo le mie convenienze, non ricuso la pace.
SCENA DICIANNOVESIMA
DOTTORE e detti, poi CORALLINA con un MESSO della curia.
DOTT.
Umilissimo servitor di loro signori.
BEAT.
Oh signor dottore, avete fatto bene a venire.
Bisogna sospendere gli atti contro il signor conte Ottavio.
DOTT.
La citazione è corsa.
BEAT.
Così presto avete fatto?
LEL.
Il signor dottore è diligentissimo.
BEAT.
Mi dispiace infinitamente.
ROS.
Ma io in queste cose non ci entro.
LEL.
È rotto tutto.
ROS.
Anche il mio matrimonio? (a Beatrice)
BEAT.
Non crederei; ma bisogna rimediarvi.
COR.
Signora.
Un ministro della curia; eccolo qui.
BEAT.
Venga avanti.
COR.
Favorisca, signor mangiacarta.
(Gli si vedono nel viso le maledizioni che ha avute).
(da sé, parte)
MES.
Favorisca.
(dà il foglio a Beatrice, e parte)
DOTT.
Sarà la notizia della intimazione che abbiamo fatta al signor conte Ottavio.
BEAT.
Come? A noi quest'affronto? In termine di tre giorni ce ne dobbiamo andare da questa casa?
LEL.
Chi lo dice?
BEAT.
Una intimazione del conte Ottavio.
LEL.
Il palazzo non è nostro?
BEAT.
No, è del primogenito.
LEL.
Signor dottore, a voi.
DOTT.
Lascino fare a me.
Danari, e niente paura.
LEL.
Danari quanti volete.
BEAT.
Ora sono agli estremi.
Questo affronto termina di irritarmi.
Rosaura, tu anderai nel ritiro.
(parte)
LEL.
Signora sì, nel ritiro, e vi starete tutto il tempo di vita vostra.
(parte)
DOTT.
(E la sua dote faremo andar nella lite).
(da sé, parte)
ROS.
Povera sventurata! Tutto sopra di me.
Io che colpa ne ho? Perché ho da essere sacrificata? Ma no, in ritiro non ci anderò.
In una casa di pazzi, non sarà gran cosa se anche io dovrò fare una qualche pazzia.
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Notte.
Camera del conte Ottavio, con lumi.
Il conte OTTAVIO, BRIGHELLA, poi il DOTTORE di dentro.
OTT.
Hai detto al dottore Balanzoni, che io gli voglio parlare?
BRIGH.
Lustrissimo sì.
Ghe l'ho dito.
No gh'era caso che el volesse vegnir; ma finalmente el m'ha dito che el vegnirà.
OTT.
Perché non voleva venire?
BRIGH.
Per causa de quelle citazion.
El gh'ha paura che vussustrissima sia in collera.
OTT.
In fatti meriterebbe che una parte del mio sdegno si sfogasse sopra di lui.
Ma voglio condur la cosa diversamente.
L'hai tu assicurato che ei sarà accolto placidamente?
BRIGH.
Me son inzegnà de farlo, e ho superà tutto el so timor.
OTT.
Quando verrà?
BRIGH.
Stasera.
El sarà qua a momenti.
OTT.
Mia cognata è in casa?
BRIGH.
Lustrissimo no, l'è andada in carrozza dalla marchesa Flaminia.
OTT.
Che sì, che ella è andata a risvegliare il trattato di sua figliuola col marchese Riccardo? Ma non riuscirà certamente.
Femmina sciocca, femmina indemoniata!
BRIGH.
Eh, lustrissimo, so mi da dove vien el mal!
OTT.
Da dove?
BRIGH.
Quella pettegola de Corallina l'è causa de tutti sti desordeni.
Ella l'è quella che mette su la padrona, la la fa far a so modo, e la la conseggia sempre a far mal.
(Desgraziada me vôi vendicar).
(da sé)
OTT.
Bricconcella! Averà quel che merita.
BRIGH.
(T'imparerà a burlar i omeni della mia sorte).
DOTT.
(Di dentro) O di casa.
BRIGH.
El sior dottor.
OTT.
Introducilo.
BRIGH.
La servo.
(Buttar via una scatola e un fazzoletto? Mo son stà un gran matto!) (da sé, parte)
SCENA SECONDA
Il conte OTTAVIO el il DOTTORE
OTT.
Farò che mia cognata e mio nipote si distruggano in questa lite.
Sottoscriverò volentieri la rovina della mia casa, prima che dare ad essi la menoma soddisfazione.
DOTT.
Fo riverenza a V.S.
illustrissima.
OTT.
E così, signor dottore, voi siete il mio avversario; voi favorite mia cognata e mio nipote, e in nome loro mi avete mossa una lite?
DOTT.
Caro signor conte, confesso la verità colle lacrime agli occhi; ella sa che il signor conte Lelio è un prepotente; egli mi ha violentato a far questo passo che non voleva fare, perché io sono servitore antico della casa...
OTT.
Dunque sarò io obbligato a render conto della mia amministrazione?
DOTT.
Oh, pensi lei! Nemmeno per ombra.
Con tutti gli atti che potessero fare i suoi avversari, l'assicuro io che facilissimamente ella si può esimere da questa cosa.
OTT.
Volete voi l'impegno di difendere le mie ragioni?
DOTT.
Il cielo volesse che io lo potessi fare! Ma ella vede bene, avendo per mia disgrazia fatto quella citazione io farei una cattiva figura a Palazzo.
OTT.
Bene, mi provvederò di un altro.
DOTT.
Se ella comanda, io ho un mio nipote, che è un giovine di esperienza, di gran dottrina e di buona coscienza.
Io non dovrei dirlo, ma egli è un uomo che può stare a petto di chi si sia.
OTT.
E voi proseguirete a difendere i miei avversari?
DOTT.
Se ella mi comanda che non lo faccia, non lo farò.
Ma ella mi ascolti: se vanno da un altro, si può dare che trovino uno di quelli che fanno eternare le liti, per eternare il guadagno.
Io darò mano all'aggiustamento, e l'assicuro che averà un avversario, che le farà poco male.
OTT.
Basta! ci penserò.
DOTT.
Vuole ella che mandi mio nipote? Lo senta solamente parlare.
OTT.
Mandatelo pure, lo sentirò.
Ma zio e nipote difensori avversari, non cammina bene.
DOTT.
Ne abbiamo avuti di que' pochi di questi esempi.
La sarebbe bella! L'amicizia e la parentela non hanno che fare coll'esercizio.
Ella si lasci servire.
OTT.
Vi ho detto che ci penserò.
DOTT.
Le manderò mio nipote.
OTT.
Mandatelo.
DOTT.
Le faccio riverenza.
Quanto mi dispiace di non poterla servire io.
Ma non si dubiti, che se non la servo direttamente, la servirò indirettamente.
Ella mi capisce.
Mi raccomando alla sua protezione.
(parte)
SCENA TERZA
OTTAVIO, poi PANTALONE
OTT.
Costui lo conosco.
Mi varrò di lui fino ad un certo segno, e non mi fiderò certamente di suo nipote.
PANT.
Con so bona grazia...
OTT.
Che cosa ci è, signor Pantalone? Venite voi a parlarmi dolcemente per mia cognata?
PANT.
No, sior conte, son qua con ella.
Fogo al pezzo.
Chi la pace non vuol, la guerra s'abbia.
I n'ha mosso lite? femo lite.
I vol guerra? femo guerra.
Mi, per leze de bona amicizia, son a parte dei torti, dei affronti che ghe vien fatti, e son qua a sostener la so rason, se bisogna.
El mio scrigno xe a so disposizion.
Vaga tutto, ma sostegnimo el nostro ponto d'onor.
(Adesso bisogna secondarlo, a so tempo procurerò raddolcirlo).
(da sé)
OTT.
Ho considerata la materia, e credo avrò tanto in mano da farli disperare.
PANT.
Sì? Come, cara ella? Con chi s'ala conseggià?
OTT.
Col dottor Balanzoni.
PANT.
Mo se el defende siora contessa e so fio.
OTT.
Lo fa per forza, e mi ha suggerito un suo nipote.
PANT.
Sior conte, mi no digo mal de nissun; ma no posso soffrir sti caratteri indegni.
No la se ne fida, la me ascolta mi, l'ascolta un amigo de cuor.
Vardemo se se podesse vegnir a un aggiustamento...
OTT.
Non mi parlate di aggiustamento.
(alterato)
PANT.
Via, via, no digo altro, la gh'ha rason.
(Bisogna torlo a poco alla volta).
(da sé)
SCENA QUARTA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Lustrissimo.
OTT.
Che cosa c'è?
BRIGH.
La signora contessina Rosaura vorria parlar con
vussustrissima.
SCENA QUINTA
ROSAURA e detti.
OTT.
Venite, nipote mia; non abbiate riguardo alcuno.
Non vi prendete soggezione del signor Pantalone.
PANT.
Gnente, zentildonna, la sa che son servitor antigo de casa.
ROS.
Compatitemi, signore zio, se vengo ad importunarvi; sono angustiata, non so che cosa abbia da esser di me.
Mia madre, irata non so perché, sfoga sopra di me la sua collera.
Mio fratello dichiarasi mio nemico e si fa lecito d'insultarmi.
Tutti due mi protestano lo scioglimento di ogni trattato col marchesino Florindo, e minacciano di seppellirmi fra quattro mura.
Voi colla vostra lettera mi consolate.
Voi mi date animo a sperare, a confidare, a risolvere.
Eccomi qui, eccomi nelle vostre braccia.
Amorosissimo signore zio, abbiate pietà di me; difendetemi da un periglio che può decidere della mia vita; porgetemi quel soccorso che merita l'innocente amor mio, il mio povero cuore, la mia infelice miserabile gioventù.
(piange)
PANT.
Propriamente sento che la me move.
OTT.
Io, contessina, son la cagione de' vostri guai, ma io saprò ancora rimediarvi.
Per odio che ha meco la vostra genitrice, vuole sciogliere questi sponsali, che io per vostro bene ho trattati; ma non temete, che io medesimo...
SCENA SESTA
CORALLINA e detti.
COR.
Signora...
OTT.
Che cosa vuoi?
COR.
Se torna la padrona...
OTT.
Vattene, temeraria.
COR.
A me, signore?
OTT.
Sì, a te; e se domattina non sarai fuori di questa casa, ti farò dare uno sfregio.
COR.
A me?
OTT.
A te disgraziata; sai chi sono: o vattene, o ti manterrò la parola.
La contessa non ti leverà lo sfregio, quando lo avrai avuto.
COR.
Io resto di sasso.
Ma...
signore...
OTT.
Giuro al cielo! (va poi parlando piano a Rosaura)
COR.
Vado, vado.
(Brighella, che cosa vuol dire?) (piano)
BRIGH.
(Vol dir, padrona, che cussì me vendico delle so impertinenze).
(piano a Corallina)
COR.
(Come!)
BRIGH.
(Arlecchin ghe dirà el resto).
COR.
(Ho capito).
Povera me! Maledetto Arlecchino, me la pagherai.
(parte)
OTT.
Che dite, nipote, siete voi disposta a secondarmi?
ROS.
Il signore zio non può che consigliarmi per il meglio.
PANT.
Un zio de sta sorte no xe capace de farghe far nissun passo falso.
Sior conte xe pien de prudenza e de bona condotta; el ghe darà delle ottime insinuazion.
Me fala degno mi de esser a parte dei so disegni? (a Ottavio)
OTT.
Sì, giustamente.
Vattene.
(a Brighella)
BRIGH.
(Anderò a dir el resto a Corallina; se podesse recuperar almanco la mia scatola).
(da sé, parte)
SCENA SETTIMA
OTTAVIO, ROSAURA e PANTALONE
OTT.
Ho pensato di far così.
Condurrò la contessina dalla marchesa Virginia mia sorella, e sotto la sua custodia, sotto la sua direzione, si concluderanno gli sponsali col marchesino Florindo.
ROS.
Il signore zio non dice male.
PANT.
E la vol far sto affronto alla madre? (al conte)
OTT.
Lo merita.
Una madre crudele, che vuol sacrificare la figlia, non può dolersi che di se stessa, se dalla figlia medesima viene delusa.
ROS.
Eh! il signore zio sa quello che dice.
PANT.
Ma i parenti de siora contessa Beatrice cossa dirali?
OTT.
Dicano ciò che vogliono.
Essi non le danno la dote.
ROS.
Sentite? Io non ho altri parenti, che il signore zio.
PANT.
La varda, sior conte, che sta cossa no fazza nasser qualche scena.
OTT.
Tant'è, in questo, compatitemi, non ascolto consigli.
Ho stabilito così.
Farò attaccar la carrozza, e anderemo da vostra zia.
Starete con lei quindici o venti giorni; indi vi sposerete col marchesino.
ROS.
Quindici o venti giorni? Mi rincrescerà darle un incomodo sì lungo.
PANT.
In fatti no la gh'averà troppo gusto quella dama de aver in casa la suggizion de una novizza.
OTT.
Mia sorella è compiacentissima; per me lo farà volentieri.
ROS.
Ma! non si potrebbe minorarle l'incomodo?
OTT.
Come?
ROS.
Spicciarsi in tre o quattro giorni?
PANT.
(El ripiego no xe cattivo).
(da sé)
OTT.
Basta.
Circa a questo, discorreremo.
Permettetemi che io vada a dare alcuni ordini.
PANT.
Ma! sta putta...
OTT.
Vi supplico, signor Pantalone, tenetele compagnia fino che io torno.
PANT.
E se vien so siora madre?...
OTT.
In queste camere non verrà.
PANT.
E se la vien a casa, e che no la la trova?
OTT.
Risponderò io.
Prendo la cosa sopra di me.
Nipote, non vi perdete di animo.
Ora sono da voi.
(parte)
SCENA OTTAVA
ROSAURA, PANTALONE, poi FLORINDO di dentro.
ROS.
(Venga pur la signora madre, qui non mi fa paura).
(da sé)
PANT.
(No vedo l'ora de destrigarme.
Ho paura de qualche imbrogio).
(da sé)
ROS.
Caro signor Pantalone, possibile che non abbiate compassione di me?
PANT.
Siora sì, la me fa peccà.
Vorria poderla agiutar, ma con bona maniera, senza che el mondo avesse da rider de nu.
ROS.
Non vorrei far rider di me, ma non vorrei nemmeno aver io motivo di piangere.
PANT.
Tutto se comoda.
No la gh'abbia paura.
ROS.
Sono nelle mani del signore zio.
PANT.
El sior zio xe orbà dalla collera.
La gh'abbia prudenza.
ROS.
Che cosa mi consigliereste di fare?
PANT.
Tornar in te le so camere.
ROS.
Obbligatissima del buon consiglio.
PANT.
No la gh'abbia tanta pressa de maridarse.
ROS.
Signor Pantalone, che cosa dice di questo caldo?
PANT.
Digo cussì, che le putte de giudizio no le mette sottosora la casa.
ROS.
(Se non fosse vecchio, gli risponderei come va).
(da sé)
FLOR.
(Di dentro) Chi è qui? Non vi è nessuno?
ROS.
Il marchesino! (con allegria)
PANT.
Oh diavolo! Andemo, siora contessina.
ROS.
Dove?
SCENA NONA
FLORINDO e detti.
FLOR.
O di casa...
Oh! perdonino (entrando rimane sospeso)
ROS.
Di che?
PANT.
Servitor umilissimo.
FLOR.
Non vi è nemmeno un servitore nell'anticamera.
PANT.
Se la vol parlar col sior conte, el sarà in quelle altre camere; la pol restar servida de là.
ROS.
Or ora tornerà qui.
FLOR.
Come, signora Rosaura, nelle camere di vostro zio?
ROS.
Sì signore, non vi è mia madre, sono venuta a raccomandarmi.
FLOR.
Vi è qualche novità?
ROS.
Certamente, e non piccola.
FLOR.
Deh raccontatemi...
PANT.
La vaga da sior conte, che el gh'ha da parlar: el ghe conterà tutto.
FLOR.
Non deve egli ritornar qui?
ROS.
Dà alcuni ordini, e poi ritorna subito.
FLOR.
Dunque l'attenderò.
Cara signora Rosaura, raccontatemi.
PANT.
(Adesso son in t'un bell'intrigo).
(da sé)
ROS.
Mia madre non vuole che siate mio.
FLOR.
E voi che dite?
ROS.
Che morirò prima di non esser vostra.
FLOR.
Cara Rosaura.
ROS.
Adorato Florindo.
PANT.
(Eh poveretto mi!) Sior marchese, no la perda tempo; avanti che vegna siora contessa, la vaga a parlar co sior conte Ottavio.
(passa vicino a Florindo)
FLOR.
Sì, vado...
ROS.
Il signore zio ha rimediato a tutto.
FLOR.
Come?
ROS.
Mi condurrà dalla marchesina di lui sorella, mi terrà da essa fintanto che voi sarete mio sposo.
PANT.
La risoluzion de sior conte xe bella e bona, ma se se podesse concluder sto matrimonio in casa...
ROS.
Non vi è pericolo.
PANT.
Se se podesse piegar siora contessa Beatrice...
ROS.
Non faremo niente.
Mia madre è ostinata, e se le diamo tempo, impedirà che mi possa soccorrere il signore zio; mi caccerà nel ritiro, e morirò disperata.
FLOR.
No, cara, non piangete.
(passa vicino a Rosaura) Darò mano anch'io a difendervi dalla madre.
Sarete mia, ve lo giuro, ve lo protesto; via, idolo mio, non piangete.
PANT.
(Passa vicino a Rosaura) Via, no la pianza.
Tutti semo per ella.
ROS.
Voi mi tormentate.
(a Pantalone)
PANT.
Quel che fazzo, fazzo per ben.
ROS.
Il vostro bene non mi accomoda niente affatto.
PANT.
No so cossa dir.
(Sto sior conte no se vede a vegnir).
(da sé)
FLOR.
Signora Rosaura, siete voi disposta ad una onesta risoluzione?
ROS.
Dispostissima.
PANT.
(Oh poveretto mi!) Cossa gh'ali intenzion de far?
FLOR.
Null'altro che darci la mano in presenza vostra.
PANT.
In presenza mia?
ROS.
Favorirete servirci di testimonio.
PANT.
La me compatissa...
Mi no vôi esser presente a ste cosse...
Anderò via...
(Ma no vôi gnanca lassarli soli).
Me maraveggio de ella, sior marchese, che la voggia far sta cossa, senza el consenso de sior conte Ottavio.
FLOR.
Caro signor Pantalone, fatemi un piacere.
PANT.
La comandi.
FLOR.
Andate a sollecitare il conte Ottavio.
PANT.
La me compatissa...
Oh, xe qua Brighella.
SCENA DECIMA
BRIGHELLA e detti.
PANT.
Andè subito...
BRIGH.
Signori, è venuda a casa la siora contessa.
ROS.
Oh me infelice!
PANT.
Chiamè subito sior conte.
(a Brighella)
BRIGH.
(Volemo sentir delle belle cosse).
(da sé, parte)
ROS.
Mia madre!...
Oimè!...
FLOR.
Ah, il conte Ottavio non viene.
ROS.
Noi abbiamo perduto i più felici momenti per causa vostra, signor Pantalone.
FLOR.
Sì, per causa vostra.
PANT.
Mi son un omo d'onor.
FLOR.
Ma saremo ancora a tempo.
ROS.
Due parole si dicono presto.
FLOR.
Porgetemi la mano.
(passa da Rosaura)
PANT.
Patroni.
(entra in mezzo) Coss'è sta cossa? Coss'è sto precepizio? Per amor del cielo, no le perda el respetto al sior conte, alla so casa, al so sangue.
ROS.
Ecco il signore zio.
PANT.
Manco mal.
FLOR.
Facciamoci animo.
SCENA UNDICESIMA
OTTAVIO e detti.
PANT.
Ghe renunzio el posto.
Servitor umilissimo.
OTT.
Dove andate?
PANT.
A muarme de camisa per la fadiga che ho fatto.
(parte)
OTT.
Io non lo capisco.
ROS.
Ah, signore zio, è venuta la signora madre!
OTT.
Non temete.
Andiamo.
FLOR.
Dove la volete condurre?
OTT.
Seguitemi, marchesino.
ROS.
Ci volete condurre insieme?
OTT.
Seguitemi, e non pensate altro.
(parte)
ROS.
(Fin che sono con voi, non ho paura di niente).
(piano al marchese, e partono)
SCENA DODICESIMA
Sala oscura senza lumi, con varie porte.
BRIGHELLA, poi CORALLINA
BRIGH.
Non ho possudo ancora sfogarme a me modo con quella desgraziada de Corallina.
No gh'ho gnancora possudo parlar.
Ma la troverò, ghe dirò le belle parolette turchine.
Adess la sarà drio a despoiar la so padrona, da resto vorria farme sentir, e poderia darse che la vegnisse in sala, per véder se ghe fusse da tor su qualche spazzadura.
Vôi provarme.
Chi sa? Eh, ehm.
Ehm.
(si spurga)
COR.
(Apre la porta di una camera)
BRIGH.
I averze una porta; vôi retirarme, e osservar chi è.
COR.
Parmi aver sentito Brighella.
Zi, zi.
BRIGH.
L'è Corallina...
Ma sento zente a vegnir su dalla scala, chi diavol sarà? (si ritira)
COR.
Zi, zi, Brighella.
Non ci è più.
Mi dispiace.
Voleva sincerarlo.
Ora che la padrona sta discorrendo coll'avvocato, e non sa niente ancora della figliuola, aveva comodo di parlargli e accomodarla.
Se l'aggiusto con lui, l'aggiusterò anche col suo padrone.
Noi, per quel che vedo, facciamo fare i padroni a nostro modo.
Maledetto Arlecchino! Ha detto a Brighella che io voleva essere vendicata? Se mi capita colui fra le ugne, vuole star fresco.
Sento gente.
Dovrebbe esser Brighella.
SCENA TREDICESIMA
ARLECCHINO, CORALLINA e BRIGHELLA nascosto.
ARL.
L'è miracol che no me romp el collo.
El me padron nol vien mai.
Vôi véder se trovass Corallina.
BRIGH.
Questo l'è Arlecchin.
El vegnirà a trovar quella desgraziada.
Ma el giusterò mi.
(si ritira)
ARL.
Mi no so dove diavol che vaga.
Vardè che casa! Gnanca un lume in sala.
COR.
Ehi! zi, zi.
ARL.
Zi, Zi.
(sempre sottovoce)
COR.
Siete voi?
ARL.
Son mi.
COR.
Venite qui, caro, voglio sincerarvi.
BRIGH.
(Maledetta!) (da sé)
ARL.
Son qua.
COR.
Desiderava tanto di parlarvi.
ARL.
Anca mi.
COR.
Io vi voglio tanto bene, e voi mi trattate così?
ARL.
No ve tratto ben? La vendetta l'è fatta.
BRIGH.
(Adessadesso i coppo tutti do).
COR.
Perché mi volete far scacciare di questa casa?
ARL.
Mi?
BRIGH.
(Zitto).
(si pone in maggiore attenzione)
COR.
Non credeva mai che Brighella avesse questo cuore.
BRIGH.
(Olà!)
ARL.
Cossa t'alo fatto?
COR.
Bella carità! Farmi cacciar via come una briccona! Caro il mio caro Brighella.
ARL.
Caro Brighella!
BRIGH.
(Ho inteso, gh'è dell'equivoco).
(da sé)
COR.
Sì, sei il mio caro.
Ti voglio bene.
ARL.
Mo se ti me vol ben, perché parlistu...
BRIGH.
(Si accosta, trova Arlecchino, gli dà una spinta e lo caccia via)
COR.
Che cosa è stato?
BRIGH.
Gnente; un can che m'ha dà in te le gambe.
ARL.
Vento cattivo.
(parte, cercando la porta)
SCENA QUATTORDICESIMA
BRIGHELLA e CORALLINA
BRIGH.
Seguitè mo el vostro descorso.
COR.
Voi dunque siete quello che ha messo male di me col padrone, per farmi scacciar di casa?
BRIGH.
E vu sè quella che ha messo su Arlecchin, che el vegna a farme delle impertinenze?
COR.
Vi dirò.
Voglio confessarvi la verità.
Io sono un poco pontigliosa.
Voi mi avete strapazzata, mi avete detto delle insolenze, ed io arrabbiata mi sono sfogata con Arlecchino; non gli ho però detto che vi faccia verun insulto, ma egli, credendo di farsi merito, ha preteso forse di vendicarmi.
Caro Brighella, compatitemi, sentirsi strapazzare da una persona che si ama, è un dolor troppo grande.
Voi mi avete fatto piangere tre ore d'orologio, e da ieri sera in qua nella mia gola non è entrato un gocciolo di acqua.
BRIGH.
Perché averè bevudo del vin.
COR.
No, Brighella mio, perché dalla passione non ho potuto né mangiare, né bere.
BRIGH.
Se me volessi ben, no me tratteressi cussì.
COR.
E voi, se mi voleste bene, non cerchereste che fossi scacciata di questa casa.
BRIGH.
Certo che quel che v'ha dito el padron, el ve l'ha dito per causa mia.
Nol move una paia senza de mi.
COR.
Se anch'io avessi detto alla mia padrona che non vi voglio in casa, non ci stareste.
Non vi ricordate che cosa ho fatto per voi? Se non era io, povero voi! Vi avrebbero mandato al reggimento in ferri.
E dite che non vi voglio bene? Povero disgraziato!
BRIGH.
Basta...
Vederemo...
Vien zente, zitto.
COR.
Stiamo fermi, già allo scuro non ci vedono.
SCENA QUINDICESIMA
PANTALONE e detti.
PANT.
(E pur no posso far de manco.
Bisogna che vaga dalla contessa Beatrice).
(s'incammina verso la porta della contessa)
COR.
Alle pianelle mi pare il signor Pantalone.
(a Brighella)
BRIGH.
Quel vecchio sempre el zira.
(a Corallina)
PANT.
(Me par de sentir zente.
Vôi ascoltar).
(si ferma sulla porta)
COR.
È andato via.
BRIGH.
El sarà andà a far qualche altro manizzo.
COR.
Già non farà niente.
BRIGH.
Val più una delle nostre parole, che tutti i so conseggi.
COR.
Noi facciamo fare i padroni a nostro modo.
BRIGH.
Sti nostri padroni i fa i furbi, e i è i più gran allocchi del mondo.
COR.
La mia padrona poi si lascia menare per il naso come una bambina.
PANT.
(Se son a tempo, la fazzo bella).
(parte per l'istessa porta)
BRIGH.
Ma in sostanza, Corallina, me vulì ben?
COR.
Mi fate torto a domandarmelo.
BRIGH.
Per Arlecchin aveu nissuna premura?
COR.
Pare a voi, che io mi volessi perdere con quello scimunito?
BRIGH.
Se me podesse fidar...
COR.
Vi posso dare una sicurezza.
BRIGH.
Come?
COR.
Col farmi vostra consorte.
BRIGH.
E dopo che sarì mia consorte, chi me fa la sigurtà, che no me tornè a burlar?
COR.
Se tutti dicessero così, non si farebbero matrimoni.
BRIGH.
Orsù, sposemose, e andemo via de sta casa.
Qua no se pol più viver.
Sempre i cria, sempre in lite, no i la vol finir in ben.
COR.
Io ne sono stufa, che non ne posso più.
E quando la padrona saprà della figliuola, allora vuole sbuffar davvero!
SCENA SEDICESIMA
PANTALONE e BEATRICE sulla porta, e detti.
PANT.
La staga qua, se la vol aver gusto.
(piano a Beatrice)
BRIGH.
Mi credo per altro, Corallina, che nu semo causa de tutti sti desordini.
COR.
È vero, e per questo è meglio che ce ne andiamo.
BRIGH.
Vardè! da quella nostra poca de collera de stamattina, che boccon de fogo che s'ha impizzà.
COR.
Certamente: io per rabbia sono andata dalla padrona, e ho detto quello che mi è venuto alla bocca di voi e del vostro padrone.
PANT.
(Fa cenno alla contessa che stia zitta; poi si cava le pianelle, e corre all'appartamento del conte Ottavio)
BRIGH.
E mi ho fatto l'istesso col me padron.
Ho dito roba de vu e della vostra padrona.
COR.
Tanto è vero, che ella subito ha mandato suo figlio a chiedere al signor conte che vi licenziasse.
BRIGH.
Tanto è vero, che el gh'ha resposto con sussiego, i se son taccadi de parole, e i s'ha quasi strapazzà.
SCENA DICIASSETTESIMA
PANTALONE ed OTTAVIO sulla porta, e detti.
PANT.
Vôi che godemo una bella scena.
(piano ad Ottavio)
COR.
Guardate! chi l'avesse mai detto, che per causa nostra i padroni avessero da diventar nemici?
BRIGH.
Mi ho raccontà al padron quel che avì dit vu che dise de lu la padrona, e l'è andà in bestia.
COR.
E sì, se vi ho da dire la verità, la padrona non ha detto tutto quello che ho detto io.
BRIGH.
Gnanca el me padron nol parla mal della siora contessa.
Ma quel che ho dito, l'ho dito per farve rabbia a vu, che defendevi la vostra padrona.
COR.
E quando ho trovata l'invenzione dei vasi dei garofani?
BRIGH.
Vardè, andarghe a dir che el padron li aveva rotti per dispetto!
COR.
Io sono stata, che le ha suggerito di portare il quadro in camera.
BRIGH.
E mi ho suggerì al padron de sfondarlo.
COR.
Oh, questa è da ridere! Fanno tutto quello che vogliamo noi.
BRIGH.
Ma no bisogna tirar avanti.
Se i ne scoverze, poveretti nu!
PANT.
(Senza pianelle va via per la porta di mezzo, correndo)
COR.
E il matrimonio della contessina? Io l'ho fatto fare e l'ho fatto disfare.
BRIGH.
E adesso mo cossa sarà?
COR.
Sia quello che esser si voglia, non me ne importa.
BRIGH.
Volì pur tanto ben alla vostra padrona.
COR.
Oh, noi altri servitori e serve amiamo i nostri padroni per interesse.
BRIGH.
E sì in sta casa gh'è poco da far ben.
COR.
È vero.
Tutte spilorcie.
BRIGH.
Zente rabbiosa.
COR.
Fastidiosissima.
SCENA DICIOTTESIMA
PANTALONE e un SERVO con lumi, e detti.
OTTAVIO e BEATRICE si avanzano per sorprendere i servi; ma vedendosi fra di loro, per non aver occasione di parlare insieme, fanno de' passi indietro.
BRIGHELLA e CORALLINA ammutiscono.
PANT.
Bravi, siori, bravi! V'avè scoverto da vostra posta.
I padroni ha sentìo tutto, e aspetteve la bona man.
BRIGH.
Sia maledetto quando ho parlà! (parte)
OTT.
Scellerato! me la pagherai.
COR.
(Ecco qui; la prima volta che ho detto la verità, mi ha pregiudicato).
(da sé, parte)
BEAT.
Indegna! aspettami.
PANT.
Furbazzi! L'ho sempre dito, che costori giera causa de tutto.
Xe un pezzo che ghe fazzo la ronda.
I ho chiappai da galantomo.
Ma tolè: i padroni, illuminai della verità, in vece de rimproverar quei baroni, i se retira, e per pontiglio no i parla.
Mo quando finirali sti maledetti pontigli?
OTT.
Signor Pantalone, sono fuori di me stesso.
PANT.
Anzi la doveria consolarse.
L'ha sentìo in fatto quel che mi tante volte gh'ho dito.
Sta zentildonna xe de bone viscere, no la xe capace de perder el respetto a nessun, e molto meno a un cugnà de sta sorte, al qual tutta la casa ghe protesta infinite obbligazion.
OTT.
Sa il cielo il buon cuore che io ho per tutti.
Amo questa famiglia come se fosse mia propria, e mi rincresce di non esser corrisposto.
PANT.
Sentela, siora Contessa?
BEAT.
Io non sono una donna irragionevole.
Conosco il merito, e so esser grata.
Ma se mi sento poi strapazzare...
PANT.
Ala sentìo chi l'ha strapazzada? I servitori.
BEAT.
Perfidi! anderanno impuniti?
OTT.
No certamente.
Va subito (al Servitore) dal bargello, e di' che per ordine mio si catturino Corallina e Brighella.
SERV.
(Maledetti! l'ho caro.
Parevano essi i padroni di questa casa).
(da sé, parte)
BEAT.
Sicché dunque quanto prima ci converrà andar via di questo palazzo.
OTT.
Ciò non succederà, se non proseguisce la lite che mi è stata mossa.
PANT.
Che lite? che andar via? Xe giustà tutto; xe fenìo tutto.
Pase, pase.
Sia benedetta la pase.
OTT.
E il matrimonio della contessina si concluderà?
BEAT.
Io non ho niente in contrario.
OTT.
Quando è così, signora...
SCENA DICIANNOVESIMA
LELIO e detti.
LEL.
Signora madre, dov'è Rosaura?
BEAT.
Sarà nelle sue camere.
LEL.
L'ho cercata per tutto; sicuramente non vi è.
BEAT.
O cielo! Misera me! presto...
(vuol partire)
OTT.
Fermatevi, signora cognata.
BEAT.
Mia figlia...
PANT.
La se ferma, la troveremo.
BEAT.
Come?...
LEL.
Giuro al cielo! Dov'è mia sorella?
OTT.
Vostra sorella è da me custodita.
LEL.
Ecco l'accettazione del ritiro.
Domattina anderà a rinserrarsi.
OTT.
Vostra sorella è maritata.
PANT.
E no la se serra più.
(a Lelio)
LEL.
Come! Senza di me? Giuro al cielo!
OTT.
Fermatevi.
Venite.
Rosaura, col vostro sposo.
SCENA ULTIMA
ROSAURA, FLORINDO e detti; poi un SERVITORE
LEL.
Quali soverchierie sono queste?
OTT.
Nelle mie camere, mi maraviglio che abbiate tanto ardire.
(a Lelio)
LEL.
Mi maraviglio di voi, che vi usurpiate il diritto sovra una mia sorella.
BEAT.
Figlio, acchetatevi, ed ascoltatemi.
Il signor conte Ottavio non è nostro nemico...
SERV.
Illustrissimo.
OTT.
Che cosa c'è?
SERV.
Brighella e Corallina sono fuggiti di casa.
OTT.
Ah, mi dispiace...
SERV.
Ma il bargello da me avvisato li ha ritrovati, e son condotti in carcere.
OTT.
Saranno castigati.
SERV.
(Imparerò anch'io a non dir male dei padroni, a non metter male nelle famiglie).
(da sé, parte)
BEAT.
Ecco, figlio mio, lo scandalo di casa nostra.
Quelli scellerati hanno seminate le discordie della nostra famiglia.
Con queste orecchie ho sentita io stessa la verità.
Io sono stata da Corallina irritata contro il conte Ottavio; egli fu da Brighella irritato contro di noi.
Siamo sincerati, siamo tornati amici; non vogliate voi solo distruggere un'opera così bella, di cui il maggior merito lo ha il signor Pantalone.
PANT.
Siori sì; mi ho fatto tanto per stabilir sta pase, e grazie al cielo, ghe ne son riuscìo con onor.
Caro sior conte, la prego, la me fazza anca ella parer bon.
ROS.
Signora madre, vi domando perdono...
BEAT.
Non ne parliamo più.
Son pronta a scordarmi di tutto.
FLOR.
Signora, se vi contentate, le darò in vostra presenza la mano.
BEAT.
Sono contentissima.
SERV.
Illustrissimo, è il signor dottor Balanzoni con suo nipote.
LEL.
Il dottor Balanzoni da voi? (ad Ottavio)
OTT.
Sì.
Quel buon uomo voleva mettersi in mezzo.
Digli che se ne vada, e in casa mia non ardisca più metter il piede.
LEL.
Diglielo anche da mia parte.
(Servitore parte)
PANT.
Bravi, i fa benissimo.
In sta maniera spero che i goderà la so pase, e mi averò la consolazion d'averla promossa e stabilida.
I pontigli domestici i xe i più fieri, i più crudeli che se daga a sto mondo.
Per el più i nasse da cause liziere, da principi deboli, da cosse de gnente, e ordenariamente la servitù xe quella che ghe dà eccitamento.
I adulatori fomenta, e i boni amici li accomoda e li destruze.
Brighella e Corallina i ha promossi, el dottor Balanzoni i ha fomentai, Pantalon de' Bisognosi li ha accomodai.
Scazzadi i nemici de casa, no ghe sarà più pontigli, regnerà la pase, e la so fameggia sarà benedia dal cielo e respettada dal mondo.
Fine della Commedia
NOTE:
(1) Rapare non è parola italiana, ma è un francesismo in Italia comunemente adottato.
(2) Evvi ancora di peggio?
...
[Pagina successiva]