I RACCONTI DELLE FATE, di Carlo Collodi - pagina 11
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Sul primo, tutti si voltavano dalla parte della più bella per vederla e ammirarla; ma dopo pochi minuti la lasciavano per andare da quella che aveva più spirito, a sentire le cose graziose che diceva: e faceva maraviglia di vedere come in meno di un quarto d'ora la maggiore non avesse più nessuno dintorno a sé, mentre tutti erano a far corona intorno alla sorella minore.
La maggiore, sebbene molto stupida, si avvide di questa cosa: e avrebbe dato volentieri tutta la sua bellezza, per avere la metà dello spirito della sorella.
La Regina, quantunque fosse prudente, non seppe stare dallo sgridarla piu volte delle sue grullerie: e questa cosa fece tanta pena alla povera Principessa, che si sentì come morire.
Un giorno, che era andata nel bosco a piangere la sua disgrazia, vide venirsi incontro un omiciattolo brutto e spiacente quanto mai, ma vestito con grandissima eleganza.
Era il giovane principe Enrichetto dal ciuffo, il quale innamoratosi di lei al solo vederne i ritratti che giravano per tutto il mondo, aveva abbandonato il regno di suo padre per avere il piacere di vederla e di parlarle.
Contentissimo di trovarla sola, si avvicinò a lei con tutto il rispetto e la gentilezza immaginabile.
E avendo udito che essa era molto afflitta, dopo i soliti complimenti d'uso le disse:
"Io non so comprendere, o Regina, come essendo voi così bella come siete, possiate essere triste come apparite; perché, sebbene io possa vantarmi di aver veduto un'infinità di belle donne, posso dire di non averne vista una sola, la cui bellezza si avvicinasse alla vostra".
"A voi piace dir così!", rispose la Principessa, e non disse altro.
"La bellezza", riprese Enrichetto dal ciuffo, "è un dono così grande, che deve compensare di tutto il resto; e quando la si possiede, non vedo nessun'altra cosa che possa recarci afflizione."
"Vorrei", rispose la Principessa, "essere brutta quanto voi e avere dello spirito; piuttosto che avere la bellezza che ho, ed essere una stupida come sono."
"Non c'è nulla, o signora, che dia segno di aver dello spirito, quanto il credere di non averne: egli è uno di quei pregi, che per la sua indole singolare, più se ne ha, e più si crede di esserne mancanti."
"Io non m'intendo di queste cose", disse la Principessa, "ma so benissimo che io sono una grande imbecille, ed ecco la cagione del dolore, che mi farà morire."
"Se non è che questo che vi tormenta, o signora, io posso facilmente metter fine alla vostra afflizione."
"E come fare?", disse la Principessa,
"Io ho il potere", disse Enrichetto dal ciuffo, "di trasfondere tutto lo spirito, che può desiderarsi, in quella persona che io dovrò amare sopra le altre; e siccome voi siete quella, così dipende da voi di possedere tanto spirito, quanto se ne può avere, solo che siate contenta di sposarmi."
La Principessa rimase come una statua, e non rispose sillaba.
"Vedo bene", rispose Enrichetto dal ciuffo, "che questa mia proposta non vi è andata punto a genio: e non me ne faccio nessuna meraviglia; ma vi lascio un anno intero, perché possiate prendere una risoluzione."
La Principessa aveva così poco spirito, e al tempo stesso sentiva tanta voglia di averne, che s'immaginò che la fine dell'anno non sarebbe arrivata mai, e così accettò la proposizione che le veniva fatta.
Appena ebbe promesso a Enrichetto dal ciuffo che dentro un anno e in quello stesso giorno l'avrebbe sposato, si sentì subito molto diversa da quella di prima; e provò una facilità incredibile a dire tutte le cose che voleva dire, e a dirle in un modo grazioso, spontaneo e naturale.
Cominciò da questo momento a metter su una conversazione elegante e ben condotta con Enrichetto dal ciuffo, nella quale essa brillò con tanta vivacità, che a questi nacque il dubbio di averle dato più spirito di quello che se ne fosse serbato per sé.
Ritornata che fu al palazzo, la Corte non sapeva che pensare di un cambiamento così improvviso e straordinario; dappoiché, per quante sguaiataggini le avevano udito dire in passato, ora la sentivano dire altrettante cose spiritosissime e piene di buon senso.
Tutta la Corte n'ebbe un'allegrezza tale da non figurarselo.
Non ci fu la sorella minore, che non ne restasse contenta, perché non avendo più sulla maggiore il disopra dello spirito, faceva ora accanto a lei la figura meschinissima d'una bertuccia.
Il Re si lasciava guidare da lei, e qualche volta andava fino a tener consiglio nel suo quartiere.
La diceria di questo cambiamento essendosi sparsa all'intorno, tutti i giovani principi degli Stati vicini fecero a gara per arrivare a farsi amare, e quasi tutti la chiesero in sposa ma essa non trovava chi avesse abbastanza spirito, e faceva lo stesso viso a tutte le offerte di matrimonio, senza impegnarsi con alcuno.
Intanto se ne presentò uno così potente, così ricco, e così spiritoso e bello della persona, che ella non poté stare dal sentire una certa inclinazione per lui.
Suo padre, che se n'era avveduto, le disse che la lasciava padrona di scegliersi lo sposo a modo suo, e che non aveva da far altro che far conoscere la sua volontà.
E siccome accade che più uno ha dello spirito, e più si trova impensierito a pigliare una risoluzione stabile in certe faccende, essa, dopo aver ringraziato suo padre, domandò che le fosse dato un po' di tempo per poterci pensar sopra.
E per caso andò a passeggiare in quel bosco dove aveva incontrato Enrichetto dal ciuffo, per avere il modo di pensare comodamente alla risoluzione da prendere.
Mentr'ella passeggiava tutt'immersa ne' suoi pensieri sentì sotto i piedi un rumore sordo, come di molte persone che vadano e vengano, e si dieno un gran da fare.
Avendo teso l'orecchio con più attenzione, sentì qualcuno che diceva: "Passami codesta caldaia"; e un altro: "Metti della legna sul fuoco".
La terra si aprì in quel momento, ed ella vide sotto i suoi piedi come una gran cucina piena di cuochi, di sguatteri e d'ogni sorta di gente necessaria per allestire una gran festa.
E di lì uscì fuori una schiera di venti o trenta rosticcieri, che andarono a piantarsi in un viale del bosco, intorno a una lunghissima tavola, e tutti colla ghiotta in mano e colla coda di volpe sull'orecchio si posero a lavorare a tempo di musica, sul motivo di una graziosa canzone.
La Principessa, stupita di quello spettacolo, domandò loro per chi fossero in tanto lavorìo.
"Lavoriamo", rispose il capoccia della brigata, "per il signor Enrichetto dal ciuffo, che domani è sposo."
La Principessa, sempre più meravigliata, e ricordandosi a un tratto che un anno fa, e in quello stesso giorno, aveva promesso di sposare il principe Enrichetto dal ciuffo, credé di cascare dalle nuvole.
La ragione della sua dimenticanza stava in questo che, quando promise, era sempre la solita stupida, e acquistando in seguito lo spirito che il Principe le aveva dato, non si ricordava più di tutte le sue grullerie.
Non aveva fatto ancora trenta passi, seguitando la sua passeggiata, che s'imbatté in Enrichetto dal ciuffo, il quale si faceva avanti tutto sgargiante e magnifico, come un Principe che vada a nozze.
"Eccomi qui, signora", egli disse, "puntuale alla mia parola: e non ho il minimo dubbio che voi siate venuta qui per mantenere la vostra, e per far di me, col dono della vostra mano, il mortale più felice di questa terra."
"Vi confesserò francamente", rispose la Principessa, "che su questa cosa non ho presa ancora nessuna risoluzione; e ho paura che, se dovrò prenderne una, non sarà mai quella che desiderate."
"Voi mi fate stupire, o signora", disse Enrichetto dal ciuffo.
"Lo capisco", disse la Principessa, "difatti mi troverei in un grandissimo impiccio, se avessi da fare con un uomo brutale e senza spirito.
Una Principessa mi ha dato la sua parola, egli mi direbbe; e una volta che mi ha promesso, bisogna bene che mi sposi.
Ma poiché la persona colla quale parlo, è la persona più spiritosa di questo mondo, così sono sicura che vorrà capacitarsi della ragione.
Voi sapete che anche allora, quand'ero stupida, non sapevo risolvermi a doversi sposare; e vi par egli possibile che ora, dopo tutto lo spirito che mi avete dato, e che mi ha resa di più difficile contentatura, di quel che fossi prima, possa oggi prendere una risoluzione che non sono stata buona di prendere per il passato? Se vi premeva tanto di sposarmi, avete avuto un gran torto a togliermi dalla mia stupidaggine, e a farmi aprire gli occhi, perché ci vedessi meglio d'una volta."
"Se un uomo senza spirito", rispose Enrichetto dal ciuffo, "sarebbe ben accolto, stando a quello che dite, quando venisse a rinfacciarvi la parola mancata, o perché volete che io non debba valermi degli stessi mezzi, per una cosa nella quale è riposta la felicità di tutta la mia vita? Vi pare egli ragionevole che le persone di spirito debbano trovarsi in peggiore condizione di quelle che non ne hanno? E potete pretenderlo voi? voi che ne avete tanto e che avete tanto desiderato di averne? Ma veniamo al sodo, se vi contentate.
All'infuori della mia bruttezza, c'è forse in me qualche cosa che vi dispiaccia? Siete forse scontenta della mia nascita, del mio spirito, del mio carattere, delle mie maniere?"
"Tutt'altro", rispose la Principessa, "anzi, tutte le cose che avete nominate, sono appunto quelle che mi piacciono in voi."
"Quand'è così", rispose Enrichetto dal ciuffo, "sono felice, perché non sta che a voi a fare di me il più bello e il più grazioso degli uomini."
"Ma come può accader questo?", chiese la Principessa.
"Il come è facile", rispose Enrichetto dal ciuffo.
"Basta che voi mi amiate tanto, da desiderare che ciò accada: e perché, o signora, non vi nasca dubbio su quello che dico, sappiate che la medesima fata, che nel giorno della mia nascita mi fece il dono di rendere spiritosa la persona che più mi fosse piaciuta, diede a voi pure quello di far diventare bello colui che amerete, e al quale vorrete far di genio e volentieri questo favore."
"Se la cosa sta come la raccontate", disse la Principessa, "vi desidero con tutto il cuore che diventiate il Principe più simpatico e più bello del mondo, e per quanto è da me, ve ne faccio pienissimo dono."
La Principessa aveva appena finito di dire queste parole, che subito Enrichetto dal ciuffo apparve ai suoi occhi il più bell'uomo della terra, e il meglio formato, e il più amabile di quanti se ne fossero mai veduti.
Vogliono alcuni che questo cambiamento avvenisse non già per gl'incanti della fata, ma unicamente per merito dell'amore.
E dicono che la Principessa, avendo ripensato meglio alla costanza del suo cuore e della sua mente, non vide più le deformità personali di lui, né la bruttezza del suo viso: talché il gobbo che egli aveva di dietro, le sembrò quella specie di rotondità e di floridezza d'aspetto di chi dà nell'ingrassare: e invece di vederlo zoppicare orribilmente, come aveva fatto fino allora, le parve che avesse un'andatura aggraziata e un po' buttata su una parte, che le piaceva moltissimo.
Fu detto fra le altre cose, che gli occhi di lui, che erano guerci, le parvero più brillanti; e che finisse col mettersi in testa che quel modo storto di guardare fosse il segno di un violento accesso di amore: e che perfino il naso di lui, grosso e rosso come un peperone, accennasse a qualche cosa di serio e di marziale.
Fatto sta che la Principessa gli promise, lì sul tamburo, che l'avrebbe sposato, purché ne avesse ottenuto il consenso dal Re suo padre.
Il Re, avendo saputo che la sua figlia aveva moltissima stima per Enrichetto dal ciuffo, che egli del resto conosceva per un Principe spiritosissimo e pieno di giudizio, lo accettò con piacere per suo genero.
Il giorno dipoi furono fatte le nozze, come Enrichetto dal ciuffo aveva preveduto, e a seconda degli ordini che egli medesimo aveva già dato da molto tempo prima.
Questa sembrerebbe una favola; eppure è una storia.
Tutto ci par bello nella persona amata, anche i difetti: tutto ci par grazioso, anche le sguaiataggini.
La storia d'Enrichetto dal ciuffo è vecchia quanto il mondo.
La Bella dai capelli d' oro
di Carlo Collodi
C'era una volta la figlia di un Re, la quale era tanto bella, che in tutto il mondo non si dava l'eguale; e per cagione di questa sua grande bellezza, la chiamavano la Bella dai capelli d'oro, perché i suoi capelli erano più fini dell'oro, e biondi e pettinati a meraviglia le scendevano giù fino ai piedi.
Essa andava sempre coperta dai suoi capelli inanellati, con in capo una ghirlanda di fiori e con delle vesti tutte tempestate di diamanti e di perle, tanto che era impossibile vederla e non restarne invaghiti.
In quelle vicinanze c'era un giovane Re, il quale non aveva moglie, ed era molto ricco e molto bello della persona.
Quando egli venne a sapere tutte le belle cose che si dicevano della Bella dai capelli d'oro, sebbene non l'avesse ancora veduta, se ne innamorò così forte, che non beveva né mangiava più; finché un bel giorno, fatto animo risoluto, pensò di mandare un ambasciatore per chiederla in isposa.
Fece fabbricare apposta una magnifica carrozza per il suo ambasciatore: gli dette più di cento cavalli e cento servitori, e si raccomandò a più non posso perché gli conducesse la Principessa.
Appena l'ambasciatore ebbe preso congedo dal Re e si fu messo in viaggio, alla Corte non si parlava d'altro: e il Re, che non dubitava punto che la Principessa non volesse acconsentire ai suoi desideri, cominciò subito a farle allestire degli abiti bellissimi e dei mobili di gran valore.
Intanto che erano dietro a questi preparativi, l'ambasciatore, che era arrivato alla Corte della Bella dai capelli d'oro, recitò il suo bravo discorso; ma sia che la Principessa in quel giorno non fosse di buon umore, sia che il complimento non le andasse a genio, fatto sta che rispose all'ambasciatore di ringraziare il Re e di dirgli che non aveva voglia di maritarsi.
L'ambasciarore se ne partì dalla Principessa dispiacentissimo di non poterla condur seco: e riportò indietro tutti i regali, che doveva presentarle da parte del Re: perché la Prilicipessa era molto onesta, e sapeva che alle ragazze non sta bene di accettare i regali dai giovinotti.
Per cui non volle gradire né i diamanti né le altre cose; e solo per non scontentare il Re, accettò una carta di spilli d'Inghilterra.
Quando l'ambasciatore fu tornato alla capitale dove il suo Re lo aspettava con tanta impazienza, tutti rimasero male dal vedere che non avesse condotto seco la Principessa, e il Re si messe a piangere come un ragazzo, né c'era verso di consolarlo.
Si trovava lì, alla Corte, un giovinetto bello come il sole, il più grazioso di tutti gli abitanti del Regno.
A cagione appunto delle sue belle maniere e del suo spirito, lo chiamavano "Avvenente".
Tutti gli volevano bene, meno gli invidiosi, che si rodevano dalla rabbia perché il Re lo colmava di favori e lo metteva a parte d'ogni suo segreto.
Accade che Avvenente si trovò in un crocchio di persone, che parlavano del ritorno dell'ambasciatore e dicevano che non era stato buono a nulla; allora egli disse, senza badarci tanto né quanto:
"Se il Re avesse mandato me dalla Bella dai capelli d'oro, son sicuro che ella sarebbe venuta meco".
Senza metter tempo in mezzo quei malanni risoffiarono subito queste parole al Re e gli dissero:
"Sapete, o Sire, che cosa ha detto Avvenente? ha detto che se aveste mandato lui dalla Bella dai capelli d'oro, egli si riprometteva di condurla seco.
Vedete quant'è maligno! e' pretende di essere più bello di voi, e vorrebbe dare ad intendere che la Principessa si sarebbe tanto invaghita di lui, da seguitarlo da per tutto".
Ecco il Re che va in bestia e si riscalda in modo da perdere il lume degli occhi: "Ah! ah!", egli dice, "dunque questo bel mugherino si piglia giuoco della mia disgrazia? dunque si stima da più di me? Olà: mettetelo subito nella gran torre, e che lì ci muoia di fame".
Le guardie del Re andarono da Avvenente, il quale non si ricordava nemmeno di quello che aveva detto: lo trascinarono in prigione e gli fecero mille angherie.
Questo povero giovine non aveva che un po' di paglia a uso di letto: e certo vi sarebbe morto, senza una piccola fontana, che scaturiva a piè della torre, dove egli pigliava qualche sorso d'acqua per rinfrescarsi un poco, perché la fame gli aveva seccata la gola.
Un giorno, non potendone più, diceva sospirando:
"Di che mai si lamenta il Re? Fra tutti i suoi sudditi non ce n'è uno che, quanto me, gli sia fedele.
Non ho ricordanza di averlo offeso mai!".
Il Re, per caso, passando vicino alla torre, sentì i lamenti di colui che aveva tanto amato, e si fermò per stare in orecchio: quantunque i cortigiani, che erano con lui, e che l'avevano a morte con Avvenente, dicessero al Re: "Che idea è la vostra, o Sire? non sapete che è un malanno?".
E il Re rispose: "Lasciatemi qui: voglio sentire quello che dice".
E avendo sentito i lamenti di lui, gli occhi gli s'empirono di pianto: aprì la porta della torre, e lo chiamò.
Avvenente, tutto desolato, andò a buttarsi ai ginocchi del Re, e gli baciò i piedi.
"Che cosa v'ho fatto, o Sire", egli disse, "per meritarmi sì duri trattamenti?"
"Tu ti sei preso giuoco di me e del mio ambasciatore", rispose il Re, "tu ti sei lasciato uscir di bocca che, se avessi mandato te dalla Bella dai capelli d'oro, ti saresti stimato da tanto da menarla teco."
"È vero, Sire", disse Avvenente, "io le avrei raccontato così bene le vostre virtù e i vostri pregi, che son sicuro che ella non avrebbe saputo come resistere; e in tutto questo non mi par che ci sia cosa che possa offendervi."
Il Re riconobbe, difatto, di aver torto: dette un'occhiata a coloro, che gli avevano messo in disgrazia il suo favorito, e lo menò con sé, non senza pentirsi amaramente del gran dispiacere che gli aveva dato.
Dopo averlo invitato a una lauta cena, lo chiamò nel suo gabinetto e gli disse: "Avvenente, io amo sempre la Bella dai capelli d'oro; il suo rifiuto non mi ha levato di speranza, ma non so che strada mi prendere per indurla a diventare mia sposa.
Ho una gran voglia di mandar te, per vedere se tu fossi buono di venirne a capo".
Avvenente rispose che era dispostissimo a obbedirlo in ogni cosa, e che sarebbe partito subito, anche l'indomani.
"Oh!", disse il Re, "ti voglio dare una splendida accompagnatura..."
"Non mi par punto necessaria", egli rispose, "quanto a me, mi basta e me n'avanza d'un bel cavallo e di qualche lettera da poter presentare da parte vostra."
Il Re non poté stare dall'abbracciarlo per la gran contentezza di vederlo così pronto e sollecito a partire.
Egli prese congedo dal Re e dai suoi amici un lunedì mattina, e si pose in viaggio per compiere la sua ambasciata da sé solo, senza fare vistosità e senza fracasso.
Lungo la strada non faceva altro che studiare tutti i modi per impegnare la Bella dai capelli d'oro a divenire la sposa del Re.
Portava in tasca un piccolo calamaio, e quando gli veniva qualche bel pensierino da incastrare nel suo discorso, scendeva da cavallo e si metteva sotto un albero per pigliarne ricordo prima che gli passasse dalla memoria.
Una mattina, che era partito sul far del giorno, passando da una gran prateria, gli venne in mente un'idea gentile e graziosa; e sceso subito di sella, andò a mettersi sotto una sfilata di salici e di pioppi, piantati lungo un piccolo ruscello che scorreva all'orlo del prato.
Quand'ebbe finito di scrivere si voltò a guardare da tutte le parti, tanto era contento di trovarsi in un luogo così delizioso! Quand'ecco che vide sull'erba un Carpione color dell'oro, che boccheggiava e non ne poteva più, perché, per la gola di chiappare dei moscerini, aveva fatto un salto così lungo e così fuor dell'acqua, che era andato a ricascare sull'erba, dove stava quasi per morire.
Avvenente n'ebbe compassione, e sebbene fosse giorno di magro e potesse fargli comodo per il suo desinare, lo prese e lo rimesse perbenino nella corrente del fiume.
Appena il nostro Carpione sentì il fresco dell'acqua, cominciò a scodinzolare dall'allegrezza e andò subito a fondo: ma poi, ritornato a fior d'acqua, disse, avvicinandosi tutto vispo alla riva:
"Avvenente, io vi ringrazio del servizio che mi avete reso; senza di voi sarei morto e voi mi avete salvato.
Io non sono un ingrato e saprò ricambiarvi!".
Dopo questo complimento sparì sott'acqua: e Avvenente rimase molto maravigliato dello spirito e della buona creanza del Carpione.
Un altro giorno, mentre seguitava il suo viaggio, s'imbatté in un Corvo ridotto a mal partito: questo povero uccello era inseguito da un'Aquila smisurata, gran divoratrice di Corvi; e stava lì lì per essere agguantato, e l'Aquila l'avrebbe inghiottito come un chicco di canapa, se Avvenente non si fosse mosso a compassione della povera bestia.
"Ecco", gli disse, "che al solito i più forti opprimono i più deboli.
Che ragione ha l'Aquila di mangiare il Corvo?"
E preso l'arco che portava sempre seco, e una freccia, puntò la mira contro l'Aquila e crac! le scagliò la freccia nel corpo e la passò da parte a parte.
L'Aquila cadde giù morta, e il Corvo, tutt'allegro, andandosi a posare in cima a un ramo:
"Avvenente", gli disse, "voi siete stato molto generoso d'essere venuto in aiuto a me, che sono un povero uccello: ma non avete trovato un ingrato; all'occorrenza saprò ricambiarvi!".
Avvenente ammirò il buon cuore del Corvo, e continuò la sua strada.
Una mattina, che albeggiava appena e non vedeva nemmeno dove mettesse i piedi, nel traversare un gran bosco, sentì un Gufo che strillava come un disperato.
"Ohe! ", egli disse, "ecco un Gufo al quale deve essere capitato qualche brutto malanno."
Guarda di qui, guarda di là, finalmente gli venne fatto di vedere alcune reti, che erano state tese la notte per acchiappare gli uccelli.
"Che miseria!", egli disse, "si vede proprio che gli uomini sono fatti apposta per tormentarsi gli uni cogli altri, e per non lasciar ben avere tanti poveri animali, che non hanno fatto loro nessun male e nessun dispetto."
Cavò fuori il suo coltello e tagliò le funicelle delle reti.
Il Gufo prese il volo, ma ricalando subito a tiro di schioppo:
"Avvenente", egli disse, "non ho bisogno di perdermi in parole per dirvi la gratitudine che sento per voi.
Il fatto parla da sé.
I cacciatori stavano lì per arrivare: senza il vostro soccorso, mi avrebbero preso e ammazzato.
Ma io ho un cuore riconoscente, e saprò ricambiarvi".
Ecco le tre avventure più strepitose che accadessero al buon Avvenente durante il suo viaggio.
Egli aveva tanta passione di arrivar presto, che, appena giunto, andò subito al palazzo della Bella dai capelli d'oro.
Il palazzo era pieno di meraviglie.
Diamanti ammontati come sassi: abiti magnifici, argenterie, confetti, dolci e ogni grazia di Dio: di modo che Avvenente pensava dentro di sé che se la Principessa si fosse decisa a lasciare tutte quelle magnificenze per venire a stare col Re suo padrone, bisognava proprio dire che gli era toccata una gran fortuna.
Si messe un vestito di broccato e delle penne bianche e carnicine: si pettinò, s'incipriò, si lavò il viso: si infilò intorno al collo una ricca sciarpa, tutta ricamata, con un piccolo paniere e con dentro un bel canino, che esso aveva comprato, passando da Bologna.
Avvenente era così bello della persona e così grazioso, e ogni cosa che faceva, lo faceva con tanto garbo, che quando si presentò alla porta del palazzo, tutte le guardie gli strisciarono una gran riverenza, e corsero ad annunziare alla Bella dai capelli d'oro, che Avvenente, l'ambasciatore del Re suo vicino, domandava la grazia di poterla vedere.
Subito che intese il nome d'Avvenente, la Principessa disse: "Questo nome m'è di buon augurio: scommetto che dev'essere un giovane grazioso e da piacere".
"Oh davvero, Signora!", dissero tutte le dame d'onore.
"Noi l'abbiamo veduto dall'ultimo piano, dove s'era a mettere in ordine la vostra biancheria: e tutto il tempo che s'è trattenuto sotto le nostre finestre, non siamo state più buone a far nulla."
"Vi fa un bell'onore", replicò la Bella dai capelli d'oro, "di passare il vostro tempo a guardare i giovanotti.
Animo, via! mi si porti subito il mio vestito di gala, di raso blu, a ricami; mi si sparpaglino con grazia i miei capelli biondi: mi si faccia una ghirlanda di fiori freschi, si tirino fuori le mie scarpine col tacco rilevato e il mio ventaglio; si spazzi la mia camera e si spolveri il mio trono; perché io voglio che si dica dappertutto che io sono davvero la Bella dai capelli d'oro."
Ecco tutte le donne in gran moto per abbigliarla come una Regina: e tanto si danno da fare, che s'urtano fra di loro e non concludono nulla di buono.
Finalmente la Principessa passò nella sala dei grandi specchi per rimirarsi e vedere se al suo abbigliamento mancasse qualche cosa; poi salì sul trono, tutto d'oro, d'avorio e d'ebano, che mandava un profumo delizioso, e ordinò alle donne di prendere degli strumenti e di mettersi a cantare, ma con una certa discrezione, per non cavar di cervello la gente.
Quando Avvenente fu condotto nella sala di udienza, restò così fuori di sé dalla meraviglia, che dopo ha raccontato molte volte che non poteva quasi aprir bocca per parlare.
Nondimeno si fece coraggio: disse il suo discorso come non si poteva dir meglio, e pregò la Principessa di non dargli il dispiacere di doversene tornar via senza di lei.
"Garbato Avvenente", disse la Principessa, "le ragioni che mi avete dette sono eccellenti e io sarei contenta di fare un favore a voi, piuttosto che a qualunqu'altra persona, Ma bisogna che sappiate che un mese fa andai a passeggiare colle mie dame di compagnia lungo il fiume, e siccome mi fu servita la colazione, così nel cavarmi il guanto, mi uscì l'anello dal dito e disgraziatamente cadde nell'acqua.
Quest'anello mi è più caro del regno.
Lascio immaginare a voi il dispiacere che provai! E ora ho fatto giuro di non dare ascolto a nessuna trattativa di matrimonio, se l'ambasciatore che verrà a portarmi lo sposo non mi riporti prima il mio anello.
Tocca a voi a decidere su quello che volete fare; perché se duraste a parlarmene quindici giorni e quindici notti in fila, non arrivereste mai a farmi cambiare di sentimento."
Avvenente rimase mezzo intontito a questa risposta: le fece una gran riverenza e la pregò di voler gradire il canino, il paniere e la sciarpa; ma essa rispose che non accettava nessun regalo e che pensasse alle cose che gli aveva dette.
Quando fu tornato a casa, se ne andò a letto senza prendere nemmeno un boccone da cena: e il canino, che si chiamava Caprioletto, non volle cenare neanche lui e andò a cucciarsi accanto al padrone.
Tutta la notte, quanto fu lunga, Avvenente non fece altro che sospirare.
"Dove poss'io ripescare un anello, che, un mese fa, è cascato nel fiume?", esso diceva.
"Sarebbe una pazzia soltanto a provarsi! Si vede bene che la Principessa lo ha detto apposta per mettermi nell'impossibilità di poterla ubbidire."
E tornava a sospirare e a dare in tutte le smanie.
Caprioletto, che lo sentiva, gli disse: "Caro padrone, fatemi un piacere: non disperate ancora della vostra buona fortuna.
Voi siete un giovine troppo carino, per non dover essere fortunato.
Appena farà giorno, andiamo subito in riva al fiume".
Avvenente gli dette colla mano due buffetti e non rispose sillaba: finché stanco e rifinito dalla passione, si addormentò.
Caprioletto, quando vide i primi chiarori dell'alba, cominciò tanto a sgambettare, che lo svegliò e gli disse: "Animo, padrone, vestitevi: e usciamo!".
Avvenente non desiderava di meglio.
Si alza, si veste, scende nel giardino e dal giardino s'incammina un passo dietro l'altro verso il fiume, dove si mette a passeggiare col suo cappello sugli occhi e colle braccia incrociate, pensando al brutto momento di dover ripartire, quand'ecco che a un tratto sente una voce che lo chiama: "Avvenente! Avvenente!".
Si volta a guardare da tutte le parti e non vede anima viva.
Credé di aver sognato.
Si rimette a passeggiare, e daccapo la solita voce a chiamarlo: "Avvenente! Avvenente!".
"Chi è che mi chiama?", diss'egli.
Caprioletto, che era molto piccino, e così poteva guardare nell'acqua a piccolissima distanza, gli rispose: "Datemi del bugiardo se non è un Carpione, color dell'oro, quello laggiù in fondo".
Detto fatto, un grosso Carpio venne su a fior d'acqua e gli disse:
"Voi mi avete salvato la vita nei prati degli Alzieri, dove io senza di voi sarei rimasto morto, e vi promisi un ricambio.
Pigliate, caro Avvenente, ecco qui l'anello della Bella dai capelli d'oro".
Egli si chinò e tirò fuori l'anello dalla gola del Carpio e lo ringraziò a mille doppi.
E invece di tornare a casa, andò difilato al palazzo, in compagnia di Caprioletto, che era contento come una pasqua per aver consigliato il suo padrone a venire sulla sponda del fiume.
Fu annunziato alla Principessa che Avvenente desiderava di vederla.
"Ahimè! povero giovane!", diss'ella, "e' vien da me per congedarsi.
Avrà capito che ciò che io voglio da lui è impossibile, e partirà per andare a raccontarlo al suo padrone."
Avvenente, appena introdotto, le presentò l'anello dicendo: "Ecco, o Principessa, il vostro comando è stato obbedito: sareste ora tanto compiacente di prendere per vostro sposo il mio augusto padrone?".
Quand'ella vide il suo anello, sano e salvo come se non fosse stato toccato, rimase meravigliata: ma tanto meravigliata, che credeva di sognare.
"Davvero", ella disse, "grazioso Avvenente! Si vede proprio che voi avete una fata dalla vostra altrimenti questi miracoli non si fanno."
"Signora", egli replicò, "io non so di fate: ma so che ho un gran desiderio di contentare ogni vostra voglia."
"Poiché avete questa buona volontà", ella continuò "rendetemi un altro gran servizio, senza di che non c'è caso che io possa risolvermi a prendere marito.
C'è un Principe, non lontano di qui, detto Galifrone, il quale si è messo in testa di volermi sposare.
Egli mi ha fatto conoscere la sua intenzione con minacce paurose, dicendo che se io non lo voglio, metterà lo scompiglio e la desolazione ne' miei Stati.
Ma ditemi un po' voi, se potrei dargli retta.
Figuratevi che è un gigante più grande di una gran torre; ed è capace di mangiare un uomo come una scimmia mangerebbe una castagna.
Quando va in giro per la campagna, si mette in tasca dei piccoli cannoni, dei quali poi si serve come se fossero pistole: e quando parla forte, fa diventar sorde tutte le persone che gli stanno vicine.
Gli mandai a dire che non avevo voglia di maritarmi e che mi scusasse: ma non per questo ha smesso di perseguitarmi: ammazza i miei sudditi, e prima d'ogni cosa bisogna che voi vi battiate con lui, e che mi portiate la sua testa."
Avvenente rimase sbalordito da questo discorso: stette un po' soprappensiero; poi disse: "Ebbene, o signora! io mi batterò con Galifrone.
Credo che ne toccherò io! A ogni modo, morirò da valoroso".
La Principessa restò meravigliatissima: e gli disse un monte di cose, per vedere di stornarlo da questa impresa.
Ma non valse a nulla.
Egli se ne venne via, per mettersi subito in cerca delle armi e di tutto l'occorrente.
Quand'ebbe ciò che voleva, ripose Caprioletto nel solito panierino, montò sul suo bel cavallo e andò nel paese di Galifrone.
A quanti incontrava per via, domandava a tutti notizie di lui: e tutti gli dicevano che era un vero demonio, e che faceva spavento soltanto a doverlo avvicinare.
Caprioletto, per fargli coraggio, gli diceva: "Caro padrone, in quel mentre che vi batterete, io anderò a mordergli le gambe: lui si chinerà per levarmi di tra i piedi, e intanto voi l'ammazzerete".
Avvenente ammirava lo spirito del suo canino: ma sapeva bene che il suo aiuto non sarebbe stato in ragione del bisogno.
Finalmente arrivò in vicinanza del castello di Galifrone: tutte le strade erano seminate d'ossa e di carcasse d'uomini, che esso aveva divorati o fatti in pezzi.
Né dové aspettarlo molto tempo, perché lo vide comparire di dietro al bosco.
La sua testa sorpassava gli alberi più alti, e con una voce spaventosa cantava:
Chi mi porta dei teneri bambini
Da farli scricchiolare sotto il dente?
Ne ho bisogno di tanti e poi di tanti.
Che in tutto il mondo non ce n'è bastanti.
E subito Avvenente, a botta e risposta, si messe a cantare:
Fatti avanti, c'è Avvenente
Che saprà strapparti i denti;
Non è un colosso di figura,
Ma di te non ha paura.
Le rime non tornavano precise: ma bisogna riflettere che la strofa la improvvisò in fretta e in furia, ed è un miracolo se non la fece anche più brutta, per la paura che gli era entrata in corpo.
Quando Galifrone sentì questa risposta, si voltò di qua e di là, e vide Avvenente colla spada nel pugno della mano, che gli disse per giunta tre o quattro parolacce, per farlo andare in bestia più che mai.
Non ci mancava altro!
Egli prese una furia così spaventosa, che, afferrata una mazza tutta di ferro, avrebbe ucciso con un colpo solo il delicato Avvenente, senza il caso di un Corvo che venne a posarglisi sulla testa e gli dette negli occhi una beccata così aggiustata, che glieli cavò di netto.
Il sangue gli grondava giù per il viso: e infuriato da far paura, picchiava mazzate a diritto e a rovescio.
Intanto Avvenente, scansandosi a tempo, gli tirava dei colpi di spada, ficcandogliela in corpo fino all'impugnatura: e tanto era il sangue, che il gigante perdeva dalle sue molte ferite, che finalmente stramazzò per terra.
Avvenente gli tagliò subito la testa, tutto allegro di avere avuto questa bella fortuna; e il Corvo che s'era posato sul ramo d'un albero, gli disse:
"Io non ho dimenticato il servizio che mi rendeste, uccidendo l'Aquila che mi dava addosso.
Vi promisi di contraccambiarvi, e credo di aver pagato il mio debito".
"Sono io che vi debbo tutto, signor Corvo", rispose Avvenente, "e mi dichiaro vostro buon servitore."
Poi montò subito a cavallo, col carico della spaventosa testa di Galifrone.
Quando arrivò in città, tutta la gente gli andava dietro gridando: "Ecco il bravo Avvenente, che ritorna dall'aver morto il gigante Galifrone" e la Principessa, che sentiva questo baccano e tremava dalla paura che venissero a dargli la nuova della morte di Avvenente, non aveva fiato di chiedere che cosa fosse avvenuto.
Ma in quel punto ella vide entrare Avvenente, colla testa del gigante, che metteva ancora spavento, quantunque non potesse più fare alcun male.
"Signora", egli disse, "il vostro nemico è morto.
Voglio sperare che ora non direte più di no al Re, mio augusto padrone."
"Ah! senza dubbio", replicò la Bella dai capelli d'oro, "che io gli dirò sempre di no, se voi prima della mia partenza non trovate il modo di portarmi l'acqua della caverna tenebrosa.
C'è qui, poco distante, una grotta profonda che gira più di cento chilometri.
Ci stanno sull'ingresso due draghi che ne impediscono l'entrata.
Buttano fiamme di fuoco dalla bocca e dagli occhi.
Quando poi siamo dentro alla grotta, si trova una gran buca nella quale bisogna scendere, ed è piena di rospi, di biacchi, di ramarri e di altri serpenti.
In fondo a questa buca c'è una piccola nicchia, dalla quale scaturisce la fontana della bellezza e della salute: io voglio a tutti i costi di quell'acqua.
Ogni cosa che si lava con quell'acqua diventa meravigliosa: se siamo belle, si rimane sempre belle: se brutte, si diventa belle: se siamo giovani, si resta giovani: se vecchie, si ringiovanisce.
Vedete bene, caro Avvenente, che io non posso lasciare il mio Regno, senza portar meco un poco di quell'acqua lì."
"Signora", egli rispose; "voi siete tanto bella, che quest'acqua per voi mi pare affatto inutile: ma io sono un ambasciatore disgraziato, di cui volete la morte.
Io vado a cercarvi ciò che voi desiderate, colla certezza nel cuore di non tornare più indietro."
La Bella dai capelli d'oro non cambiò per questo di proposito: e il povero Avvenente partì col suo canino Caprioletto per andare alla grotta tenebrosa, a cercarvi l'acqua della bellezza.
Tutti quelli che lo incontravano lungo la strada, dicevano: "Che peccato vedere un giovane tanto grazioso correre così spensieratamente in bocca alla morte: egli se ne va alla grotta da sé solo: ma quand'anche fossero cento, non verrebbero a capo di nulla.
Perché la Principessa s'incaponisce a volere l'impossibile?".
Egli seguitava a camminare, e non diceva parola: ma era triste, molto triste.
Arrivato verso la cima della montagna, si sedette per ripigliar fiato, e lasciò il cavallo a pascere e Caprioletto a correr dietro alle mosche.
Egli sapeva che la grotta tenebrosa non era molto distante di là, e guardava se per caso l'avesse potuta scoprire; quand'ecco che vide un enorme scoglio, nero come l'inchiostro, di dove usciva un fumo densissimo, e di lì a poco uno dei draghi che buttava fuoco dagli occhi e dalla gola.
Il drago aveva il corpo verde e giallo, dei grossi unghioni e una coda lunghissima, che s'attorcigliava in più di cento giri.
Caprioletto vide anch'egli ogni cosa, e non sapeva dove nascondersi: la povera bestia era mezza morta dalla paura.
Avvenente, fatto oramai animo di morire, cavò fuori la sua spada e s'avviò colla sua boccetta, che la Bella dai capelli d'oro gli aveva dato, per riempirla coll'acqua della bellezza.
Egli disse al suo canino Caprioletto:
"Per me è finita! io non potrò mai arrivare a prendere di quest'acqua, che è custodita dai draghi; quando sarò morto, riempi la boccetta col mio sangue e portala alla Principessa, perché ella possa vedere quanto mi costa il servirla: e dopo vai a trovare il Re mio padrone, e raccontagli la mia disgrazia".
Mentre diceva così, sentì una voce che lo chiamava: "Avvenente! Avvenente!".
Egli disse: "Chi mi chiama?", e vide un Gufo nel buco d'un albero vecchio, che gli disse: "Voi mi avete liberato dalle reti de' cacciatori, dov'ero rimasto preso: e mi salvaste la vita.
Promisi di rendervi il contraccambio, e il momento è giunto.
Datemi la vostra boccetta: io conosco tutti gli andirivieni della grotta tenebrosa: anderò io a prendervi l'acqua della bellezza".
Figuratevi se questa cosa gli fece piacere! Lo lascio pensare a voi.
Avvenente gli dette subito la sua boccetta e il Gufo entrò nella grotta, come sarebbe entrato in casa sua.
E in meno d'un quarto d'ora tornò e riportò la boccetta piena e tappata.
Ad Avvenente parve d'aver toccato il cielo con un dito: ringraziò il Gufo dal profondo del cuore e, risalita la montagna, prese tutt'allegro la strada che menava alla città.
Andò subito al palazzo e presentò la boccetta alla Bella dai capelli d'oro, la quale non ebbe più nulla da ridire.
Ella ringraziò Avvenente, e diè l'ordine che fosse allestita ogni cosa per la partenza.
Poi si messe in viaggio con lui: e strada facendo, finì col persuadersi che il giovinetto era molto grazioso; e qualche volta gli diceva: "Se aveste voluto, vi avrei fatto Re e non saremmo partiti mai dai miei Stati".
Ma egli rispose: "Rinunzierei a tutti i troni della terra, piuttosto che dare un dispiacere così forte al mio Re: sebbene voi siate più bella del sole".
Finalmente giunsero alla Capitale, e il Re, sapendo che la Bella dai capelli d'oro stava per arrivare, andò a incontrarla e le presentò i più bei regali del mondo.
Furono fatte le nozze, e con tanta gala e magnificenza, che si durò a discorrerne per un pezzo; ma la Bella dai capelli d'oro, che in fondo al cuore era innamorata di Avvenente, non poteva stare senza vederlo e l'aveva sempre sulla bocca.
Ella diceva al Re: "Se non era Avvenente, io non sarei dicerto venuta qui: egli ha fatto per me delle cose, da non potersi credere; e voi dovete essergli grato".
Gl'invidiosi che sentivano questi discorsi della Regina andavano dopo bisbigliando al Re: "Voi non siete geloso; eppure avreste motivo di esserlo.
La Regina è così innamorata di Avvenente, che non mangia né beve più; essa non fa altro che parlar di lui e della grande riconoscenza che voi dovete avergli: come se chiunque altro aveste mandato, nel posto suo, non avesse saputo fare altrettanto".
E il Re disse: "Davvero, che me ne sono accorto anch'io.
Che sia preso subito e imprigionato nella torre, coi ferri ai piedi e alle mani".
Avvenente fu preso e, in ricompensa di aver così bene servito il Re, fu chiuso nella torre coi ferri ai piedi e alle mani.
La sola persona che egli vedesse, era il guardiano della carcere; il quale gli gettava da una buca un pezzo di pan nero e un po' d'acqua in una ciotola di terra.
Ma il suo piccolo Caprioletto non lo abbandonava mai, e veniva a fargli coraggio e a portargli tutte le nuove che correvano per la città.
Quando la Bella dai capelli d'oro venne a risapere la disgrazia di Avvenente, andò a buttarsi ai piedi del Re, e colle lacrime agli occhi lo pregò a farlo levare di prigione.
Ma più essa si raccomandava, e più il Re s'intristiva, pensando fra sé e sé: "È segno che ne è innamorata" e così non intendeva né ragioni né preghiere.
Il Re finì col mettersi in testa di non essere abbastanza bello agli occhi della Regina: e gli venne l'idea di lavarsi il viso coll'acqua della bellezza, per vedere se in questo modo gli fosse riuscito di farsi amare un poco di più.
Quest'acqua stava sul caminetto nella camera della Regina, che la teneva lì, per averla sempre sott'occhio; ma una delle sue cameriere, volendo ammazzare un ragno con una spazzolata, fece cascare disgraziatamente la boccetta, la quale si ruppe, e l'acqua se n'andò tutta per la terra.
La cameriera ripuli ogni cosa in fretta e furia, e non sapendo come rimediarla, si ricordò di aver visto nel gabinetto del Re un'altra boccetta somigliantissima e piena d'acqua chiara, tale e quale come l'acqua della bellezza.
Non parendo suo fatto, la prese senza star a dir nulla e la posò sul camminetto della Regina.
L'acqua che era nel gabinetto del Re serviva per far morire i Principi e i grandi Signori, quando ne avevano fatta qualcuna delle grosse.
Invece di tagliar loro la testa o impiccarli, si bagnava loro il viso con quest'acqua: e così si addormentavano e non si svegliavano più.
Una sera, dunque, il Re prese la boccetta e si strofinò ben bene il viso.
Dopo si addormentò e morì.
Il piccolo Caprioletto, che fu uno dei primi a sapere il caso, andò subito a raccontarlo ad Avvenente, il quale gli disse di andare di corsa dalla Bella dai capelli d'oro e di pregarla a volersi ricordare del povero prigioniero.
Caprioletto sgattaiolò fra mezzo alle gambe della folla, perché alla Corte c'era un gran via-vai e una gran diceria per la morte del Re, e disse alla Regina: "Signora, non vi scordate del povero Avvenente".
Ella si rammentò subito di tutti i patimenti che aveva sofferti per lei, e della sua gran fidatezza.
Uscì senza farne parola con alcuno, e andò diritto alla torre, dove sciolse da se stessa le catene dalle mani e dai piedi d'Avvenente: e mettendogli una corona in capo e un manto reale sulle spalle, disse: "Venite, mio caro Avvenente, io vi faccio Re, e vi prendo per mio sposo".
Egli si gettò ai suoi piedi e la ringraziò: e tutti si chiamarono fortunati di averlo per sovrano.
Le nozze furono fatte con grandissima magnificenza, e la Bella dai capelli d'oro visse molti anni col suo bell'Avvenente, tutti e due felici e contenti, da non poterselo figurare.
Si vuole che Avvenente lasciasse ai suoi figli un libro di ricordi: un libro curioso, perché aveva tutte le pagine bianche, meno l'ultima, sulla quale aveva scritto di proprio pugno le seguenti parole:
"Se per caso qualche povero diavolo ricorre a te per essere aiutato, tu aiutalo: né badare com'è vestito, né se abbia viso di persona da poterti rendere, un giorno o l'altro, il piacere che gli fai.
Sulle opere buone e generose non si mercanteggia mai: né bisogna farle coll'intenzione di ripigliarci sopra il frutto e l'usura.
A ogni modo, tieni sempre a mente che un benefizio fatto non è mai perduto".
L'uccello turchino
di Carlo Collodi
C'era una volta un Re, molto ricco di quattrini e di terre: la sua moglie morì, ed egli ne fu inconsolabile.
Per otto giorni intieri si chiuse in un piccolo salottino, dove picchiava il capo nel muro, tanto era il dolore che gli straziava l'anima; per paura che finisse coll'ammazzarsi, furono accomodate delle materasse fra il muro e i parati della stanza.
Così poteva sbatacchiarsi a suo piacere, e non c'era caso che potesse farsi del male.
Tutti i suoi sudditi si messero d'accordo per andare a trovarlo e dirgli quelle ragioni credute più adatte, per iscuoterlo dalla sua tristezza.
Alcuni prepararono dei discorsi molto seri: altri uscirono fuori con delle cose piacevoli e anche allegre: ma tutte queste ciarle non fecero su lui né caldo né freddo.
Esso non badava neppure a quello che gli dicevano.
Alla fine gli si presentò, fra gli altri, una donna tutta abbrunata e coperta di veli neri, di mantiglie e di strascichi da gran lutto, la quale piangeva e singhiozzava così forte, e con urli così acuti e sfogati, che il Re ne rimase sbalordito.
Ella gli disse che non aveva intenzione di fare come gli altri: e che andava non per iscemargli il suo dolore, ma piuttosto per accrescerlo, perché non sapeva che ci potesse essere una cosa più giusta nel mondo di quella di piangere una buona moglie perduta: e che ella, a cui era toccato il migliore di tutti i mariti, faceva conto di piangerlo, finché avesse avuto lacrime e occhi.
A questo punto, raddoppiò le sue grida e i suoi pianti, e il Re, sull'esempio di lei, si messe a berciare come un bambino.
Egli la ricevé meglio di tutti gli altri: e le raccontò la storia delle belle doti della sua cara defunta, mentre ella faceva altrettanto dei pregi del suo caro defunto; e discorsero tanto e tanto, che nessuno dei due sapeva più che cosa si dire sul conto della loro grande afflizione.
Quando la furba vedovella si accorse che l'argomento era agli sgoccioli, alzò un pochino il velo e il Re poté ricrearsi la vista nel mirare questa bella sconsolata, che sotto due lunghe ciglia nerissime girava e muoveva con moltissim'arte un paio d'occhi, grandi e turchini, come l'azzurro d'un cielo stellato.
Il suo carnato era sempre fresco.
Il Re cominciò a guardarla con molta attenzione: a un poco per volta, parlò meno della sua moglie, e fini col non parlarne più.
La vedova badava a dire di voler piangere sempre il suo marito: e il Re la consigliava a non voler rendere eterno il suo dolore.
Per farla corta, tutti cascarono dalle nuvole, nel sentire che il Re l'aveva sposata, e che il nero s'era cambiato in verde e in color di rosa.
Spesso e volentieri basta conoscere il debole delle persone, per impadronirsi del loro cuore e farne quel che ci pare e piace.
Il Re, dal suo primo matrimonio, non aveva avuto che una sola figlia, la quale passava per l'ottava meraviglia del mondo; e si chiamava Fiorina, perché somigliava alla Flora, tanto era fresca, giovine e bella.
Ella non portava mai vestiti sfarzosi; preferiva invece la seta leggera, con qualche fermaglio di pietre preziose e molte ghirlande di fiori, che facevano una figura magnifica intorno ai suoi bellissimi capelli.
Aveva quindici anni, quando il Re si rimaritò.
La novella Regina mandò a prendere una sua figlia, che era stata allevata in casa della sua comare, la fata Sussio: ma non per questo era diventata più bella e più graziosa.
La fata ci aveva messo un grand'impegno: ma senza concluder nulla di buono: nondimeno le voleva moltissimo bene.
La chiamavano Trotona, perché aveva sul viso delle macchie rossastre, come quelle della trota: i suoi capelli erano così grassi e imbiosimati, da non giovarsene a toccarli e dalla sua pelle giallastra gocciolava l'unto.
La Regina le voleva un bene dell'anima e non aveva altro in bocca che la sua cara Trotona; e perché Fiorina era stata in ogni cosa molto più favorita della sua figlia, ne sentiva una grande spina al cuore, e faceva di tutto per mettere Fiorina in uggia al padre.
Non c'era giorno che la Regina e Trotona non inventassero qualche marachella a danno di Fiorina; ma la Principessa, così dolce di carattere e piena di spirito, ci passava sopra e faceva finta di non darsene per intesa.
Il Re disse un giorno alla Regina che Trotona e Fiorina erano tutte e due da marito, e che appena si fosse presentato un Principe in Corte, bisognava fare in modo di dargliene una.
"Io voglio", disse la Regina, "che mia figlia sia maritata la prima: ha più anni della vostra, e siccome è anche mille volte più graziosa, così non c'è nemmeno da esitare e da pensarci sopra."
Il Re, a cui non piaceva mettersi a tu per tu, disse che per parte sua era contentissimo, e che la lasciava padrona di fare e disfare.
Di lì a poco tempo si venne a sapere che stava per giungere il Re Grazioso.
Non c'era ricordanza d'un altro Re più galante e più splendido di lui.
Il suo spirito e la sua persona rispondevano a capello al suo nome.
Appena la Regina venne a saperlo, messe subito in moto tutte le sarte e tutti i lavoranti di mode, per allestire il corredo alla sua Trotona.
Di più, pregò il Re a non fare nessun vestito di nuovo a Fiorina; e, messa su la cameriera di lei, le fece portar via tutti i suoi abiti, le pettinature e le gioie, il giorno stesso in cui arrivò il Principe Grazioso; e così Fiorina, quando andò per vestirsi, non trovò nemmeno il biracchio d'un nastro e mandò alle botteghe, per comprare delle stoffe: ma risposero che la Regina aveva loro proibito che le fosse venduta la più piccola cosa.
Ragione per cui ella si trovò con un vestituccio da casa, abbastanza indecente, e n'ebbe tanta vergogna che, all'arrivo del Re Grazioso, andò a rincattucciarsi in un angolo della sala.
La Regina lo ricevé con grandi salamelecchi e gli presentò sua figlia, che era più risplendente del sole, e più brutta del solito, a cagione dei tanti fronzoli che aveva addosso.
Il Re si voltò da un'altra parte per non vederla: e la Regina intestata a credere che gli piacesse troppo e che non volesse impegnarsi, cercava tutti i mezzi per mettergliela dinanzi agli occhi.
Egli domandò se non vi fosse anche un'altra Principessa, chiamata Fiorina.
"Si," disse Trotona indicandola col dito "eccola là che si nasconde, perché è una broccola."
Fiorina arrossì e diventò bella, ma tanto bella, che il Re Grazioso ne rimase abbagliato.
Si alzò subito, fece un grand'inchino alla Principessa, e le disse:
"La vostra bellezza è tale, che non ha bisogno di fronzoli e di altri ornamenti."
"Signore", ella rispose, "vi giuro che non è mia abitudine di portare dei vestiti sconvenienti, come questo: e mi avreste fatto un gran regalo a non voltarvi verso di me."
"Impossibile", esclamò Grazioso, "che una Principessa così meravigliosa, trovandosi presente in qualche luogo, si possano avere degli occhi per le altre, e non per lei!"
"Ah!", disse la Regina stizzita, "spendo proprio bene il mio tempo a stare a sentire i vostri discorsi.
Credetelo a me, signore: Fiorina è già abbastanza civetta e non ha bisogno di essere stuzzicata con tante galanterie."
Il Re Grazioso capì per aria le ragioni che facevano parlare così la Regina; ma non essendo uomo da peritarsi o da pigliar soggezione, lasciò libero sfogo alla sua ammirazione per Fiorina, e ci parlò insieme per tre ore di seguito.
La Regina che aveva un diavolo per capello e Trotona che non sapeva darsi pace di vedersi preferita la Principessa, andarono tutte e due a lamentarsi risentitamente dal Re e lo costrinsero a consentire che Fiorina venisse rinchiusa in una torre per tutto il tempo che il Re Grazioso fosse rimasto alla Corte, perché così non avessero modo di vedersi fra loro.
Detto fatto, appena Fiorina fu tornata nella sua stanza, quattro uomini mascherati la portarono in cima alla torre e ce la lasciarono nella più grande costernazione, perché ella capiva benissimo che con questo tiro si voleva toglierle l'occasione di piacere al Re, il quale piaceva già tanto a lei, che avrebbe desiderato averlo per suo sposo.
Il Re Grazioso, che non sapeva nulla della violenza usata alla Principessa, aspettava smaniando l'ora di poterla rivedere.
Parlò di lei alle persone che il Re gli aveva messo dintorno per dargli un corteggio d'onore; ma queste, per ordine della Regina, gliene dissero tutto il male possibile: che era una fraschetta, una capricciosa, d'indole cattiva, il supplizio dei conoscenti e dei servitori, che non si poteva essere più sudici di lei e che spingeva la spilorceria fino al segno di vestirsi peggio d'una pecoraia, piuttosto che comprarsi delle belle stoffe, coi denari che le passava suo padre.
A sentire tutte queste storie, Grazioso si rodeva dentro di sé, e aveva certi scatti di collera, che durava fatica a frenarli.
"No", diceva esso fra sé e sé, "non è possibile che il cielo abbia messo un'anima così volgare in quell'opera così bella della natura.
Sia pure che quando la vidi, non fosse vestita con molta decenza, ma il rossore che n'ebbe, prova abbastanza che quella non è la sua abitudine.
Come può essere cattiva, con quell'aria di modestia e di dolcezza che innamora? non mi va giù: e credo invece che la Regina ne dica tanto male apposta.
Le matrigne ci sono per qualche cosa in questo mondo: e quanto alla Principessa Trotona, è una così brutta versiera, che non mi farebbe punto specie se invidiasse a morte la più perfetta fra tutte le creature."
Mentre egli fantasticava così, i cortigiani che gli stavano dintorno capirono dalla sua cera, che a dirgli male di Fiorina, non gli avevano fatto un gran piacere.
Ce ne fu uno più svelto degli altri, il quale mutando linguaggio e registro, per arrivare a conoscere i sentimenti del Re si fece a dire le più belle cose sul conto della Principessa.
A quelle parole, egli si svegliò come da un sonno profondo, prese parte alla conversazione e la gioia brillò sul suo viso.
Amore, Amore,...
quant'è difficile a saperti nascondere! Tu fai capolino dappertutto: sulle labbra di un amante, ne' suoi occhi, nel suono della sua voce: quando si ama davvero, il silenzio e la conversazione, la gioia e la tristezza, tutto palesa quello che si sente dentro.
La Regina impaziente di sapere se il Re Grazioso fosse rimasto fortemente preso di Fiorina, mandò a chiamare coloro che egli aveva ammessi alla sua confidenza e passò il resto della notte a interrogarli.
Tutte le cose che essi le raccontavano valevano a confermarla sempre più nell'idea che il Re amasse Fiorina.
Ma che cosa vi dirò io dell'abbattimento di spirito della povera Principessa? Ella stava distesa per terra nella parte più alta di quell'orribile torre, dove era stata portata quasi di peso dagli uomini mascherati.
"Sarei meno da compiangere", diceva essa, "se mi avessero rinchiusa qui, prima di conoscere quel simpatico Re.
La memoria che serbo di lui non può servire che a far crescere i miei tormenti.
Si vede bene che la Regina mi tratta in questo modo per impedirmi di poterlo vedere.
Povera me! quanto mi dovrà costar cara questa po' di bellezza che il cielo mi ha dato!"
E dopo piangeva, e piangeva tanto dirottamente, che la sua stessa nemica ne avrebbe avuto pietà, se avesse veduto il suo dolore.
E così passò la nottata.
La Regina, che voleva amicarsi il Re a furia di moine e di segni particolari di riguardo e d'attenzione, gli mandò degli abiti splendidissimi, d'una magnificenza senza pari e tagliati sulla moda del paese: e più, le insegne dei cavalieri dell' Amore, ordine cavalleresco istituito dal Re, per voler di lei, il giorno stesso del loro matrimonio.
Era un cuore d'oro, smaltato color di fiamma, contornato da parecchie frecce e trapassato da una di queste, col motto: "una sola mi ferisce".
La Regina aveva fatto tagliare per il Re Grazioso un rubino grosso come un uovo di struzzo: ogni freccia era di un solo diamante, lungo quanto un dito, e la catena alla quale era appeso il cuore, tutta fatta di perle, delle quali la più piccola pesava un mezzo chilogrammo: insomma, dacché mondo è mondo, non s'era mai veduto nulla d'eguale.
A quella vista il Re rimase così stupito, che per qualche minuto non seppe trovare il verso di dire una parola.
Nel tempo medesimo gli fu presentato un libro, di cui i fogli erano in carta velina, con miniature meravigliose e la copertina tutta d'oro e carica di gemme, e dove erano scritti con un linguaggio molto appassionato e galante gli statuti dell'Ordine de' Cavalieri d'Amore.
Dissero al Re che la Principessa, da lui veduta, lo pregava a voler essere suo cavaliere; e che intanto gli mandava questi regali.
A queste parole, egli osò lusingarsi che questa Principessa fosse appunto quella amata da lui.
"Come! ", esclamò egli, "la bella Principessa Fiorina pensa a me in una maniera così generosa e cortese?"
"Signore", gli dissero, "voi pigliate sbaglio sul nome; noi veniamo qui da parte dell'amabile Trotona."
"È la Trotona che mi vuole per suo cavaliere?", disse il Re, con una fisionomia seria e ghiacciata "mi dispiace di non potere accettare tanto onore, ma un sovrano non è padrone di prendere gl'impegni che vorrebbe.
Io conosco i doveri d'un cavaliere, e vorrei adempirli tutti: preferisco dunque non avere la grazia, che ella mi offre, piuttosto che dovermene rendere indegno."
E rimesse subito nella cestina il cuore, la catena e il libro, e rimandò ogni cosa alla Regina, la quale ci corse poco che, insieme a sua figlia, non affogasse della bile per il modo disprezzante col quale il Re straniero aveva accolto un favore così singolare.
Appena Grazioso ebbe il tempo di recarsi dal Re e dalla Regina, entrò nel loro appartamento colla speranza di trovarvi Fiorina.
La cercò cogli occhi dappertutto: e quando sentiva qualcuno entrare nella stanza, si voltava subito a guardare; si vedeva che era inquieto, e di cattivo umore.
La maliziosa Regina aveva indovinato appuntino quel che il Principe rimuginava nel cuore, ma faceva l'indifferente come non ne sapesse nulla.
Essa gli parlava di partite di piacere; ed egli rispondeva a rovescio.
Alla fine Grazioso domandò dove fosse la Principessa Fiorina.
"Signore", gli disse fieramente la Regina, "il Re suo padre le ha proibito di uscire dalle sue stanze, fino a tanto che mia figlia non abbia preso marito."
"E qual motivo", replicò il Re, "vi può essere, per tener prigioniera la bella Principessa?"
"Non lo so", disse la Regina, "e quand'anche lo sapessi non mi crederei punto obbligata a dirvelo."
Al Re era salita la bizza fino alla punta dei capelli.
Dava delle occhiatacce, di traverso, a Trotona, e pensava fra sé che era per colpa di quel mostriciattolo, se gli era stato tolto il piacere di veder la Principessa.
Si congedò in quattro e quattr'otto dalla Regina, perché la sua presenza gli faceva male al cuore.
Quando fu tornato nella sua camera, disse a un giovane Principe che lo aveva accompagnato e al quale voleva un gran bene, di spendere tutto quello che ci fosse voluto, pur di tirargli dalla sua qualche cameriera della Principessa, e aver così il modo di parlarle un solo momento.
Questo Principe trovò senza fatica alcune dame di Corte che s'intesero con lui: e fra le tante, ce ne fu una che gli dètte per sicuro che quella sera stessa Fiorina sarebbe stata a una finestrina bassa, che dava sul giardino; e che di lì il Principe avrebbe potuto parlarle: s'intende bene, adoperando tutte le cautele da non essere scoperto, perché, diceva essa, il Re e la Regina sono tanto severi, che se scoprissero che io ho tenuto di mano agli amori del Principe Grazioso, per me sarebbe morte sicura.
Il Principe, contento da non potersi dire di aver menata la cosa fino a quel punto, le promise tutto quello che volle, e corse a fare la sua parte col Re, avvertendolo dell'ora fissata per il ritrovo.
Ma la confidente, che era di malafede, andò subito a risoffiare ogni cosa alla Regina, e si messe ai suoi ordini.
Il primo pensiero della Regina fu quello di mandare la propria figlia alla piccola finestra; e la imbeccò così bene, che Trotona, sebbene fosse una grande stupida, non dimenticò un etto di quello che doveva dire e fare.
La notte era così buia, che sarebbe stato impossibile al Re di accorgersi della trappoleria, quand'anche non avesse avuto ragione di credersi sicuro del fatto suo: di modo che si avvicinò alla finestra con un trasporto di gioia incredibile.
E lì disse a Trotona tutte quelle cose che avrebbe dette a Fiorina, per assicurarla del suo grand'amore.
Trotona, profittando dell'equivoco, gli rispose che era la creatura più infelice di questo mondo, a motivo di una matrigna così spietata e che avrebbe dovuto passarne ancora chi sa quante, prima che la figlia di lei non si fosse maritata.
Il Re disse e giurò che se ella lo avesse voluto per suo sposo, sarebbe stato più che felice di metterla a parte della sua corona e del suo cuore.
E nel dir questo, si cavò un anello di dito e infilandolo nel dito a Trotona aggiunse che quello era un pegno eterno della sua fede, e che stava a lei fissare l'ora della partenza.
Trotona rispose, come meglio poté, a tutte queste calorose premure.
Egli s'era accorto benissimo che nelle risposte di lei non c'era un chicco di buon senso: la quale cosa gli avrebbe fatto dispiacere, se già non fosse stato persuaso che la paura dell'apparizione improvvisa della Regina doveva essere la cagione di quei discorsi sconclusionati.
Egli la lasciò, a patto che sarebbe tornata il giorno dopo: ed ella promise con tutto il cuore.
La Regina, saputo il buon esito del primo colloquio, cominciò a sperar bene.
Di fatto, fissato il giorno della partenza, il Re la venne a prendere in un cocchio volante, tirato da ranocchi alati, regalo fattogli da un Mago amico suo.
La notte era buia di molto.
Trotona uscì misteriosamente da una piccola porta, e il Re, che la stava attendendo, la prese fra le sue braccia e le giurò cento e cento volte fedeltà eterna!
Ma siccome non si sentiva in vena di seguitare a volare per lungo tempo nel suo cocchio volante, senza sposare la Principessa, che amava tanto, così le chiese dove voleva che si facessero le nozze: ella rispose che aveva per comare una fata chiamata Sussio, molto conosciuta, ed era suo avviso di andare al castello di lei.
Il Re non sapeva la strada, ma bastò che dicesse ai suoi grossi ranocchi: conducetemi là.
Essi sapevano la carta geografica dell'Universo, e in pochi minuti portarono lui e la Trotona dalla fata Sussio.
Il castello era così bene illuminato, che il Re, arrivandovi, si sarebbe subito avvisto del suo errore, se la Principessa non avesse avuto la malizia di coprirsi tutta col velo.
Chiese della comare: la chiamò a quattr'occhi, e le raccontò il come e il quando avesse ingannato il Principe Grazioso, pregandola a fare in modo di rabbonirlo.
"Ah! figlia mia!", disse la fata, "la cosa non sarà facile: egli ama troppo Fiorina, e son sicura che ci farà disperare, e dimolto."
Intanto il Re le aspettava in una sala, le cui pareti erano di diamanti, così nitide e così trasparenti, da lasciargli vedere, a traverso di essi, la Sussio e Trotona, che parlavano fra di loro.
Credé di sognare.
"Possibile", diceva, "che io sia stato tradito? O sono i diavoli, che hanno portata qui questa nemica della nostra gioia? Vien'ella forse per avvelenare il nostro matrimonio? E la mia diletta Fiorina non si vede venire! Chi sa che il padre suo non l'abbia inseguita fin qui!"
Molte altre cose gli passavano per la testa, che lo mettevano in grande agitazione; ma il peggio fu quando le due donne entrarono nella sala, e che Sussio gli disse con voce di comando:
"Re Grazioso, ecco qui la Principessa Trotona, alla quale avete dato la vostra parola, essa è mia figlioccia, e desidero che la sposiate subito".
"Io", esclamò il Principe, "io sposare quel brutto scarabocchio? Si vede proprio che mi avete preso per un uomo di pasta frolla, a farmi certi discorsi.
Sappiate intanto che io non le ho fatta nessuna promessa, e se ella dice il contrario, si merita il titolo..."
"Non proseguite", disse Sussio, "e badate bene di non mancarmi di rispetto."
"Sia pure", replicò il Re, "che io debba rispettarvi, per quanto può meritarlo una fata: ma voglio peraltro che mi rendiate la mia Principessa."
"E non son io la tua Principessa, spergiuro?", disse Trotona, mostrandogli l'anello, "A chi l'hai tu dato quest'anello in pegno di fede? Con chi hai parlato alla piccola finestra, se non con me?"
"Come mai?", egli rispose, "dunque sono stato tradito...
ingannato? No, mille volte no! Non voglio essere la vittima e lo zimbello degli altri.
Su, su, ranocchi! miei bravi ranocchi! voglio partir subito."
"Non è una cosa che possiate farla senza il permesso mio", disse Sussio.
Ella lo toccò, e i suoi piedi si attaccarono all'impiantito, come se ci fossero rimasti inchiodati.
"Quand'anco mi lapidaste", le disse il Re, "quand'anche mi scorticaste vivo, non sarò mai d'altri che di Fiorina; la mia risoluzione è presa, e fate pure di me quello che più vi piace."
Sussio messe in opera tutto, dolcezze, maniere, promesse, preghiere; Trotona pianse, strillò, singhiozzò, andò in convulsioni, e si calmò.
Il Re non aprì più bocca, e guardandole tutte e due con grandissimo disprezzo, non rispose sillaba alle loro cicalate.
E così passarono venti giorni e venti notti, senza che le due donne si chetassero un minuto, e senza che sentissero il bisogno di mangiare, di dormire e di mettersi a sedere.
Alla fine Sussio, stanca morta da non poterne più, disse al Re:
"Ebbene, voi siete un ostinataccio, né c'è verso di farvi intendere la ragione: scegliete dunque: o sett'anni di penitenza, per aver dato la vostra parola senza mantenerla, o sposare la mia figlioccia".
Il Re, che fin allora aveva serbato un profondo silenzio, gridò subito:
"Fate di me tutto quel che volete, purché io sia liberato da questa sguaiata".
"Sguaiato voi", replicò Trotona inviperita.
"Ci vuol davvero una bella faccia fresca, come la vostra, sovranuccio da un soldo la serqua, a venire con un equipaggio da ranocchiai fino nel mio paese, per dirmi delle insolenze e per mancarmi di parola.
Se aveste un brindello d'onore, terreste forse questo contegno?"
"I vostri rimproveri mi straziano l'anima" disse il Re, in atto di canzonatura.
"Capisco anch'io che ho un gran torto a non sposare questa bella fanciulla!"
"No, no, non la sposerai mai", gridò Sussio tutta stizzita.
"A te non rimane altre che volare da questa finestra, perché per sett'anni interi tu sarai l'uccello turchino."
A queste parole il Re cominciò a cambiare d'aspetto; le braccia si vestono di penne e formano le due ali: le gambe e i piedi diventano neri e sottili; gli crescono delle unghie appuntate; il corpo si assottiglia e si cuopre tutto di lunghe piume finissime e macchiate di turchino; gli occhi si fanno tondi e brillano come due soli; il naso ha preso il garbo di un becco d'avorio; sul suo capo spunta un ciuffetto bianco, in forma di diadema; canta da innamorare e parla nello stesso modo.
Ridotto in quello stato, manda un grido di dolore nel vedersi così trasfigurato e, pigliando il volo a ali spiegate, fugge dal funesto palazzo di Sussio.
Pieno l'anima di tristezza infinita, va svolazzando di ramo in ramo, scegliendo a preferenza gli alberi consacrati all'amore o alla malinconia; e ora si posa sui mirti, ora sui cipressi: e canta delle arie pietose, colle quali piange sulla sua trista sorte e su quella di Fiorina.
"Dove l'avranno nascosta i suoi nemici?", egli diceva, "che sarà mai accaduto di quella bella infelice? Il cuore spietato della Regina l'avrà lasciata ancora in vita? Dove potrò cercarla? E sarò dunque condannato a passare sette anni senza di lei? Forse in questo tempo le daranno uno sposo, e io perderò per sempre l'unica speranza che mi faccia cara la vita."
Questi pensieri accuoravano così forte l'uccello turchino, che gli venne voglia di lasciarsi morire.
Intanto la Sussio aveva rimandato Trotona dalla Regina madre, la quale stava in gran pensiero sul come fosse andato a finire lo sposalizio.
Ma quando vide la figlia, e che riseppe da lei tutto l'accaduto, prese una furia spaventosa, la quale di contraccolpo andò a ricascare sulla povera Fiorina.
"Voglio", ella disse, "che abbia da pentirsi più di una volta di aver saputo innamorare il Re Grazioso."
Ella salì nella torre insieme con Trotona, la quale era vestita de' suoi abiti più sfarzosi: e portava in capo una corona di brillanti e le reggevano lo strascico del manto reale tre figli de' più ricchi baroni dello Stato.
Nel dito grosso aveva l'anello del Re Grazioso, quello stesso che aveva dato nell'occhio a Fiorina, il giorno che parlarono insieme.
Ella rimase sbalordita e non sapeva cosa pensare, nel vedere Trotona in tutta quella gala.
"Ecco mia figlia", disse la Regina, "che è venuta a portarvi i regali delle sue nozze; essa è stata sposa del Re Grazioso, il quale ne è innamorato morto: non c'è da figurarsi una coppia più felice di loro!..."
E nel dir così, furono spiegate davanti alla Principessa le stoffe d'oro e d'argento, le trine, i nastri, le pietre preziose che stavano in una gran cesta di filigrana d'oro.
Nel presentarla di tutte queste cose, Trotona s'ingegnò di metterle sott'occhio l'anello del Re; per cui la Principessa Fiorina non poteva ormai più dubitare della sua disgrazia.
Ella gridò con l'accento della disperazione che le togliessero davanti agli occhi tutti quei regali tanto funesti; che non voleva più vestire, altro che di nero; o piuttosto morire subito.
E cadde svenuta.
La crudele Regina, contentissima del tiro fatto, non volle che le fosse prestato alcun soccorso; la lasciò sola in quello stato compassionevole, e corse malignamente a raccontare al Re che sua figlia era talmente invasata dall'amore, fino al segno di commettere delle stravaganze senz'esempio: e che bisognava stare attenti, perché non potesse fuggire dalla torre.
Il Re rispose che era padrona di regolare questa faccenda a modo suo, e che, quanto a lui, non avrebbe avuto nulla da ridire in contrario.
Quando la Principessa si fu riavuta dallo svenimento e poté ripensare al contegno, che tenevano con lei, ai mali trattamenti che riceveva dall'indegna matrigna e alla speranza perduta per sempre di sposare il Re Grazioso, il suo dolore si fece così acuto, che pianse tutta la notte: e affacciatasi alla finestra, si sfogò in lamenti che straziavano il cuore.
Quando vide albeggiare, richiuse la finestra e seguitò a piangere.
La notte di poi aprì la finestra, e sospirando e singhiozzando versò un fiume di lagrime; ma appena fatto giorno tornò a nascondersi nella sua stanza.
Intanto il Re Grazioso, o per meglio dire, il bell'uccello turchino, non finiva mai di svolazzare intorno al palazzo: egli pensava che la sua cara Principessa vi era rinchiusa: e se i lamenti di lei erano strazianti, i suoi non lo erano di meno.
Egli si avvicinava alle finestre più che poteva, per metter gli occhi dentro alle stanze: ma la paura che Trotona non lo scorgesse e non le nascesse il sospetto che fosse lui, lo teneva indietro dal fare quanto avrebbe voluto.
"Ci va della mia vita", diceva egli fra sé, "e se quelle due versiere mi scuoprissero, sarebbero capaci di qualunque vendetta; e così bisognerebbe o che io mi allontanassi di qui o che mettessi a repentaglio i miei giorni."
Questi ragionamenti lo persuasero a pigliare tutte le precauzioni immaginabili, e, per il solito, cantava soltanto di notte.
Rimpetto alla finestra, dove stava Fiorina, c'era un cipresso di una grandezza maravigliosa: l'uccello turchino venne a posarvisi sopra.
Appena si fu posato, sentì una voce che si lamentava in questo modo:
"Dovrò ancora soffrire per molto tempo? e la morte non verrà a liberarmi da queste pene? Quelli che hanno paura della morte, se la vedono arrivare anche troppo presto: io la desidero, e la crudele mi sfugge.
Ah! Regina senza cuore! che t'ho io fatto per tenermi così iniquamente imprigionata? Non puoi inventare altri modi per martoriarmi? Oramai non ti manca altro che farmi vedere coi propri miei occhi, la felicità che gode la sua indegna figlia col Re Grazioso".
L'uccello turchino non aveva perso una sillaba di questo lamento: ne rimase stupito, e aspettò con una smania indicibile che il sole si levasse, per vedere la donna che si disperava tanto.
Ma quando il sole si levò, ella aveva già richiusa la finestra, e s'era ritirata.
L'uccello, curioso, fu puntuale a tornare la sera dopo.
Era chiaro di luna.
E vide una fanciulla alla finestra della torre, che ricominciava la storia de' suoi affanni.
"Oh, sorte, sorte!", diceva essa, "tu che mi cullasti nella speranza d'un trono: tu che mi avevi reso l'amore del padre mio, che t'ho mai fatto, per dovermi sommergere in quest'oceano di grandi amarezze? È proprio scritto che si debba cominciare fin da un'età così giovane, come la mia, a provare la tua incostanza? Ritorna, o barbara, ritorna da me: io non ti domando che una grazia sola; poni fine al mio spietato destino."
L'uccello turchino stava tutto in orecchi, e più ascoltava, più si persuadeva che la donna che lamentavasi a quel modo, doveva essere la sua graziosa Principessa.
E le disse:
"Adorata Fiorina, maraviglia de' nostri giorni, perché volete por fine così repentinamente ai vostri? C'è sempre speranza di trovare un rimedio alle vostre afflizioni".
"Come?...
chi è che mi volge queste parole di consolazione?" diss'ella.
"Un Re infelice", rispose l'uccello, "il quale vi ama e non amerà che voi sola."
"Un Re che mi ama?", ella soggiunse, "non sarebbe per caso un laccio teso da' miei nemici? Ma, in fin dei conti, che cosa ci guadagnerebbe la Regina? Se ella vuol conoscere i miei sentimenti, son pronta a dirglieli colla mia stessa bocca."
"No, Principessa mia", rispose l'uccello, "l'amante che vi parla non è capace di un tradimento."
Nel dir queste parole, andò a posarsi sulla finestra.
Fiorina dapprincipio ebbe una gran paura di un uccello così singolare, che parlava con tant'anima, come se fosse un uomo, sebbene avesse una vocina compagna a quella dell'usignolo; ma la bellezza delle sue penne, e più che altro le cose gentili che le disse, la rassicurarono.
"M'è egli dunque concesso di potervi rivedere, Principessa mia?", esclamò.
"Posso io bearmi in tanta contentezza, senza morire di gioia? Ma, ohimè! quanto questa gioia è avvelenata dal vedervi costì in prigione, e dallo stato, nel quale l'iniqua Sussio mi ha trasfigurito per sette anni!"
"E voi chi siete, grazioso uccello?", disse la Principessa, facendogli delle carezze.
"Voi avete pronunziato il mio nome", soggiunse il Re, "e fate finta di non riconoscermi?"
"Come!", disse la Principessa.
"Possibile, che il più gran Re del mondo!...
possibile che il Re Grazioso si sia cambiato in quest'uccellino?"
"Ohimè! Pur troppo è così, mia bella Fiorina", egli riprese a dire, "e l'unica cosa che in tanta disgrazia mi sia di sollievo, gli è di sapere che ho preferito questo martirio a quello di dover rinunziare alla gran passione che ho per voi."
"Per me?", disse Fiorina.
"Ah! per carità, non cercate di ingannarmi.
Lo so, lo so, che avete sposato Trotona: ho riconosciuto il vostro anello nel suo dito: l'ho veduta tutta fiammante dei vostri brillanti.
Essa è venuta a insultarmi qui, in questa orribile prigione, carica del peso di una corona e di un manto reale, avuto in dono da voi, mentre io ero carica di catene e di ferri!..."
"E voi vedeste Trotona in questo abbigliamento?", interruppe il Re, "ed essa e sua madre ebbero tanta sfacciataggine da dirvi che tutti quei gioielli erano un regalo mio? Oh cielo! si può essere più sfacciatamente bugiardi di così? E non potermi vendicare come vorrei!...
Sappiate dunque che tentarono di mettermi in mezzo: che, valendosi del vostro nome, mi fecero rapire quella brutta megera di Trotona; ma, appena avvistomi dello sbaglio, l'ho piantata lì, e ho preferito piuttosto diventare per sette anni l'uccello turchino, che mancare alla fede che vi ho giurata."
Fiorina provava un piacere così grande, udendo parlare in questo modo il suo caro amante, che non sentiva più i tormenti della sua prigionia.
Che cosa mai non gli seppe dire per consolarlo del suo tristo caso e per accertarlo che ella avrebbe fatto per lui, ciò che esso aveva fatto per lei?
Il giorno cominciava a farsi chiaro.
Molti ufficiali della corte erano già alzati: e l'uccello turchino e la Principessa parlavano ancora fitto fitto fra loro.
Alla fine si separarono con gran dispiacere, dopo essersi scambiata la promessa che tutte le notti si sarebbero riveduti.
La gioia di ritrovarsi insieme fu tanto grande, da non potersi ridire.
Ciascuno, per la sua parte, ringraziava l'amore e la fortuna.
Intanto Fiorina stava in pensiero per l'uccello turchino.
"Chi me lo assicura dai cacciatori, o dalle grinfie di qualche aquila o di qualche avvoltoio affamato, capace di mangiarselo con tanto gusto, come se non fosse un gran Re? Oh Dio! che sarebbe di me, meschina, se le sue penne fini e leggiere, portate dal vento, giungessero fino nel mio carcere per annunziarmi la sciagura, che io temo sempre?"
Questo tristo pensiero fece sì che la Principessa non poté chiudere un occhio; perché, quando si ama davvero, le paure pigliano l'aspetto di verità, e quel che prima pareva impossibile diventa possibilissimo; e fu così, che ella passò tutta la giornata a piangere, finché non venne l'ora fissata per andare a mettersi alla finestra.
Il grazioso uccello, nascosto dentro lo spacco d'un albero, in tutto il giorno non aveva fatto altro che pensare alla sua bella Principessa.
"Quanto sono contento", diceva egli, "di averla ritrovata: e com'è premurosa per me! Le gentilezze che mi usa, le sento tutte qui nel cuore!"
L'appassionato amante contava fino al minuto secondo il tempo della sua penitenza, che gli impediva di sposarla; e si struggeva più che mai dal desiderio di veder finita la sua condanna.
E perché voleva usare a Fiorina tutte quelle galanterie, che aveva in poter suo di fare, volò fino alla capitale del suo regno, andò nel suo palazzo, entrò nel suo gabinetto dal buco d'un vetro rotto: prese un paio d'orecchini di diamanti, così belli e così perfetti, da non trovarli eguali, e li portò la sera a Fiorina, pregandola di volerseli mettere.
"Me li metterei", diss'ella, "se voi mi vedeste di giorno; ma siccome non vi parlo che di notte, così non me li metterò."
L'uccello le promise di fare in modo di venire alla Torre nell'ora che ella avesse voluto: allora s'infilò gli orecchini, e passarono tutta la notte in colloqui fra loro, come avevano fatto la sera avanti.
Il giorno dopo l'uccello tornò nel suo regno: andò al palazzo, entrò nel suo gabinetto per il solito vetro rotto, e portò via con sé i più splendidi braccialetti che si fossero mai visti: erano formati di uno smeraldo tutto di un pezzo, sfaccettato e bucato nel mezzo per potervi passare la mano e il braccio.
"Credete forse", gli disse la Principessa, "che il mio amore per voi abbia bisogno di essere coltivato a furia di regali? Ah! si vede proprio che mi conoscete male!"
"No, o signora", replicò egli, "io non ho mai creduto che i ninnoli che vi offro sieno necessari per conservarmi il bene che mi volete; ma sarei mortificato, se trascurassi la più piccola occasione per mostrarvi l'attenzione che ho per voi: e poi, quando non mi avete dinanzi agli occhi, questi piccoli gioielli saranno buoni a richiamarmi alla vostra memoria."
Fiorina, dal canto suo, gli disse un'infinità di cose gentili, alle quali egli ne rispose mille altre, più gentili che mai.
La notte seguente l'uccello turchino si fece un obbligo di portare alla sua bella un orologio, d'una giusta grandezza, che stava dentro a una perla; eppure la materia era vinta dall'eccellenza del lavoro.
"È inutile", diss'ella con grazia squisita, "di venirmi a regalare un orologio.
Quando voi siete lontano da me, le ore mi paiono eterne: quando siete con me, passano come un sogno.
Come posso fare a dar loro una misura giusta?"
"Ohimè, Principessa mia", esclamò l'uccello turchino, "io la penso precisamente come voi su questo punto, perché in quanto a sensibilità di cuore son sicuro di non restare indietro a nessuno.
Difatti, vedendo quel che soffrite per conservarmi il vostro cuore, sono in grado di giudicare che avete portato l'amicizia e la stima all'estremo limite, dove possono arrivare."
Quando appariva il giorno, l'uccello volava dentro lo spacco del suo albero, e li si nutriva di frutti.
Qualche volta cantava delle belle ariette: il suo canto innamorava i passanti, che lo udivano, senza che potessero vedere alcuno.
Così si sparse la voce che lì dintorno ci fossero degli spiriti.
E questa credenza si diffuse tanto, che nessuno aveva più coraggio di entrare nel bosco.
Si raccontavano mille avventure favolose, accadute in quel luogo: e lo spavento generale fu cagione della maggior sicurezza dell'uccello turchino.
Non passava giorno, senza che egli facesse un regalo a Fiorina: ora un vezzo di perle: ora anelli con brillanti, di finissimo lavoro: ora fermagli di diamanti, spilloni, mazzolini di pietre preziose, colorite a imitazione dei fiori, libri piacevoli e medaglie: per farla corta, essa aveva messo insieme un ammasso di ricchezze maravigliose.
Con queste si adornava soltanto la notte per far piacere al Re: il giorno, non sapendo dove riporle, le nascondeva dentro al saccone del letto.
In questo modo scorsero due anni, senza che Fiorina avesse da lagnarsi una sola volta della sua prigionia.
E come poteva lagnarsene? Essa aveva la consolazione di parlare tutte le notti con la persona amata; né c'è ricordanza che fra due innamorati si sieno mai scambiate tante paroline graziose, come accadeva fra loro.
Benché ella non vedesse anima viva e l'uccello passasse le giornate rinchiuso dentro lo spacco dell'albero, nondimeno avevano sempre mille cose nuove da raccontarsi; la materia era inesauribile, perché il loro cuore e il loro spirito fornivano abbondantemente il soggetto dei lunghi colloqui.
Intanto la maliziosa Regina, che la teneva così crudelmente imprigionata, si dava un gran da fare per vedere di maritare la figlia.
Mandava ambasciatori a proporla a tutti i principi, dei quali sapeva il nome: ma appena gli ambasciatori arrivavano, si trovavano congedati senza tante cerimonie.
"Oh! se si trattasse della Principessa Fiorina", dicevan loro, "sareste ricevuti a braccia aperte: ma in quanto a Trotona, può farsi monaca se vuole; ché nessuno si opporrà dicerto."
A sentire questi discorsi, la madre e la figlia andavano su tutte le furie e se la pigliavano contro la povera Principessa, vittima delle loro persecuzioni.
"Come!", dicevano esse, "sebbene chiusa in prigione, quest'insolente sarà dunque per noi un bastone fra i piedi? Come perdonarle i brutti tiri, che ci fa tutti i giorni? Bisogna dire che ell'abbia delle corrispondenze segrete nei paesi stranieri: in questo caso, per lo meno, è rea di Stato: trattiamola dunque come tale, e si faccia di tutto per convincerla del suo delitto."
Il loro conciliabolo finì così tardi, che era già mezzanotte suonata, quando si decisero a salire nella torre per interrogarla.
Essa per l'appunto stava alla finestra, coll'uccello turchino, ornata delle sue gemme, e coi suoi belissimi capelli pettinati con tutta quella attenzione, che non è punto naturale nella persona afflitta da un gran dolore.
La sua camera e il suo letto erano seminati di fiori, e qualche pasticca di Spagna, che essa aveva bruciato pochi momenti prima, spandeva per la stanza un buonissimo odore.
La Regina messe l'orecchio alla porta, e le parve sentir cantare un'aria a due voci: perché anche Fiorina aveva una voce angelica.
Le parole di quest'aria le parvero molto tenere, e dicevano press'a poco così:
"Come è trista la nostra sorte: e quanti affanni ci costa il nostro amore!...
Ma invano si provano a vincere tanta fermezza: a dispetto dei nostri nemici, i nostri cuori rimarranno uniti per sempre."
Questo piccolo concerto fu chiuso da alcuni sospiri.
"Ah! Trotona mia, siamo tradite!" esclamò la Regina spalancando screanzatamente l'uscio ed entrando nella camera.
Come restò Fiorina a quella vista! Chiuse subito la finestra, per dar tempo al real uccello di volar via.
Le stava più a cuore la salvezza di lui, che la propria: ma egli non ebbe la forza di allontanarsi: col suo sguardo penetrantissimo, aveva capito il pericolo al quale si trovava esposta la Principessa.
Egli aveva vista la Regina e Trotona: che dolore per lui di non essere in grado di difendere la sua bella!
Le due megere si avventarono su di essa, come se la volessero mangiare.
"Si sanno le vostre trame contro lo Stato!", esclamò la Regina.
"Non sperate che il vostro grado basti a salvarvi dal meritato castigo."
"E con chi posso aver tramato, o signora?" replicò la Principessa.
"Da due anni in qua, non siete forse voi la mia carceriera? Ho mai vedute altre persone, fuor di quelle mandatemi da voi?"
Mentre parlava così la Regina e sua figlia la guardavano con tanto d'occhi.
Erano rimaste abbagliate dalla sua bellezza meravigliosa e dalla sua acconciatura veramente straordinaria.
"E chi vi ha dato, o signora", disse la Regina, "tutte codeste pietre preziose, che brillano come il sole? Volete forse darci ad intendere che in questa torre ci sono delle miniere? "
"Ce l'ho trovate", disse Fiorina, "è tutto quello che io ne so."
La Regina la guardò fissa negli occhi, per iscuoprire ciò che passava nel fondo del suo cuore.
"Noi non ci lasceremo infinocchiare da voi", disse la Regina.
"Voi credete di darcela a bere: ma noi sappiamo benissimo, Principessa, tutto quello che fate dalla mattina alla sera: e queste gioie vi furono regalate, per mettervi su, e per impegnarvi a vendere il regno di vostro padre."
"Davvero, che sono in uno stato da poter vendere i regni!...", essa rispose, con un sorriso di sdegno.
"Una povera Principessa che languisce nei ferri da tanto tempo, è proprio la persona che ci vuole, per macchinare i complotti di Stato."
"E come va dunque", replicò la Regina, "che siete così tutta agghindata, come una civettuola, e che la vostra camera è piena di profumi, e che la vostra persona è così magnifica e risplendente, che a Corte non potreste fare una figura migliore?"
"Ho molto tempo da perdere", disse la Principessa, "per cui non c'è nulla di strano se ne spendo un poco a farmi bella: ne passo tanto a piangere sulla mia disgrazia, che non c'è ragione di rimproverarmi."
"Animo, via", disse la Regina, "vediamo un po' se questa innocentina, non abbia per caso qualche corrispondenza coi nemici dello Stato."
E da se stessa si mise a frugare dappertutto: e arrivata al saccone, che ella fece vuotare, ci trovò dentro una quantità così sterminata di diamanti, perle, rubini, smeraldi e topazi, che ella non sapeva raccapezzarsi di dove fossero usciti.
E perché aveva fissato dentro di sé di mettere in qualche nascondiglio della stanza alcune carte, che potessero compromettere la Principessa, così quando nessuno ci badava, le nascose nel camminetto; ma per buona fortuna l'uccello turchino, dal posto dove s'era posato, ci vedeva meglio di una lince e udiva ogni cosa; per cui gridò:
"Guàrdati, Fiorina: ecco la tua nemica che ti prepara un tradimento".
Questa voce così inattesa spaventò la Regina a tal punto, che non osò fare quanto aveva meditato.
"Vedete bene, signora", disse la Principessa, "che gli spiriti che volano per l'aria, sono tutti per me."
"Io credo piuttosto", disse la Regina fuori di sé dalla collera "che ci sieno dei diavoli, che vi vogliono bene: ma, a loro marcio dispetto, vostro padre saprà farsi giustizia."
"Dio volesse", esclamò Fiorina, "che io non avessi da temere altro che il furore di mio padre: ma quello che mi spaventa, è il vostro, o signora."
La Regina se ne andò via tutta sottosopra per le cose che aveva vedute e sentite, e tenne consiglio sul da farsi contro la Principessa.
Alcuni consiglieri le fecero notare, che, nel caso che qualche fata o qualche mago avessero preso la Principessa sotto la loro protezione, il vero segreto per irritarli sarebbe stato quello di tormentare più che mai la Principessa; e che, in fin dei conti, bisognava scuoprire a ogni costo la ragione del suo armeggìo.
La Regina dette il benestare a questo consiglio: e mandò a dormire nella camera della Principessa una giovinetta, che pareva l'innocenza in persona, col dire che c'era mandata apposta per servirla.
Ma come restar presi a un chiapperello così grossolano?
La Principessa, fin dal primo giorno, la ritenne per una spia e n'ebbe un grandissimo dispiacere.
"Come!", essa diceva, "io dunque non potrò più parlare a questo uccello turchino, che è tutto l'amor mio? Era esso, che mi aiutava a sopportare le mie sciagure: e io lo consolava nelle sue.
Il nostro amore ci compensava di tutto.
Che avverrà di lui? che cosa sarà di me?" E pensando a tutto questo, piangeva come una vite tagliata.
Non aveva coraggio di affacciarsi alla finestra, sebbene lo sentisse svolazzare lì dintorno; perché si struggeva dalla voglia di aprirgli, ma temeva di mettere in pericolo la vita del suo caro amante.
Passò un mese intero, senza che essa si facesse vedere: e intanto l'uccello turchino si dava alla disperazione, e piangeva e si lamentava da far pietà!
D'altra parte, come poteva fare a vivere, lui, senza la sua Principessa? Non aveva mai provato, come allora, i tormenti della lontananza e quelli della sua metamorfosi.
Invano cercava qualche pretesto per consolarsi: dopo essersi lambiccato il cervello, non trovava nulla che valesse a dargli un po' di conforto.
La spia della Principessa, che da un mese non chiudeva occhio né giorno né notte, si sentì alla fine così presa dal sonno che si addormentò profondamente.
Quando Fiorina se ne accorse, aprì la sua finestrina, e disse:
Uccello turchino, color del cielo,
Vola e ritorna subito a me.
Sono queste le sue precise parole, e non c'è stata cambiata una virgola.
Appena l'uccello la sentì, volò subito sulla finestra.
Che gioia quando si rividero! e quante cose avevano da dirsi! Mille e mille volte ripeterono le loro tenerezze e i loro giuramenti di fedeltà! La Principessa non poté trattenere le lacrime; l'amante s'intenerì, e fece di tutto per consolarla.
Venuta finalmente l'ora di lasciarsi, senza che la carceriera sorvegliante si fosse ancora svegliata, si dettero l'addio più tenero e più commovente che possa immaginarsi.
La spia si addormentò anche il giorno dopo, e la Principessa, puntuale, andò alla finestra e disse, come la volta avanti:
Uccello turchino, color del cielo,
Vola e ritorna subito a me.
E subito l'uccello venne, e quella notte passò come l'altra avanti, senza rumori e senza improvvisate, con grandissima soddisfazione dei nostri amanti; i quali si figurarono che la sorvegliante avrebbe preso tanto gusto a dormire, da poter ripetere la medesima storia tutte le sere.
Di fatto, anche la terza sera passò felicemente: ma alla quarta, la dormigliona avendo sentito un po' di rumore, senza dar segno di nulla si pose in orecchio; e guardando bene, vide al chiaro di luna il più bell'uccello dell'universo, che stava a parlare colla Principessa, e la carezzava colle zampine e le dava delle beccatine amorose: e fra le altre, sentì molte di quelle cosine che si dicevano fra loro e ne rimase molto maravigliata, perché l'uccello parlava come se fosse un innamorato, e Fiorina gli rispondeva con grande tenerezza.
Sul far del giorno si dissero addio: e quasi il cuore presagisse loro qualche vicina disgrazia, non trovavano il verso di lasciarsi.
La Principessa si gettò sul suo letto tutta piangente, e il Re tornò dentro allo spacco dell'albero.
La sorvegliante corse dalla Regina, e le raccontò quanto aveva visto e sentito.
La Regina mandò a chiamare Trotona e la sua confidente, e dopo un lungo ciarlare conclusero che l'uccello turchino doveva essere il Re Grazioso.
"Che vergogna", esclamò la Regina, "che vergogna, figlia mia! questa Principessa insolente, che io credeva rifinita dai dispiaceri, se ne sta godendo tranquillamente gli amorosi colloqui del vostro ingrato! Ah! voglio vendicarmi, e la vendetta dev'essere di quelle da ricordarsene per un pezzo."
Trotona la pregò di non perdere neppure un minuto, e siccome in questa faccenda le pareva di essere più interessata della stessa Regina, così sentiva andarsi in deliquio dalla contentezza, soltanto a pensare al martirio che avrebbero dovuto patire i due disgraziati amanti.
La Regina rimandò alla torre la spia, con ordine di non dar segni né di sospetto né di curiosità; e anzi, di mostrarsi più addormentata del solito.
Infatti andò a letto di prima sera, e russava e russava, tanto che la Principessa, ingannata a quel modo, aprì la finestra e disse:
Uccello turchino, color del cielo,
Vola e ritorna subito a me.
Ma invano essa lo chiamò, per quanto fu lunga la notte: ei non comparve mai, perché la trista Regina aveva fatto attaccare ai cipressi delle spade, dei coltelli, dei rasoi, dei pugnali: motivo per cui, quando egli venne a buttarsi a volo su quelle piante, si tagliò i piedi e le ali: e tutto ferito, com'era, arrivò a stento all'albero suo, lasciando dietro a sé una lunga striscia di sangue!
Oh! perché, bella Principessa, non eravate presente per soccorrere l'uccello reale? Ma ella sarebbe morta se l'avesse veduto in quello stato da far compassione!
Fisso nell'idea che questo brutto scherzo gli venisse fatto per colpa di Fiorina, non volle prendere nessuna cura per la sua vita.
"Ah spietata!", diceva egli dolorosamente, "è così che ricompensi la passione più pura e più tenera, che siasi mai data al mondo? Se volevi la mia morte, perché non domandarmela colla tua bocca? La morte, data da te, mi sarebbe stata cara! Con quanto amore e con quante confidenze io veniva a trovarti! Io soffriva per te, e soffriva senza lamentarmi.
Come! e avesti cuore di sacrificarmi alla più crudele di tutte le donne? Essa era la nostra comune nemica, e tu hai fatto la pace con essa a spese mie? Sei tu, Fiorina, sei tu che mi ferisci di pugnale! Tu hai preso in prestito la mano di Trotona e l'hai portata fino al mio cuore!"
Questi funesti pensieri lo angustiarono tanto, che risolvé di morire.
Ma il Mago, suo amico, avendo veduto tornare a casa i ranocchi volanti, col carro, senza avere nessuna notizia del Re, si mise in così gran pensiero che potesse essergli accaduta qualche disgrazia, che fece otto volte il giro della terra per trovarlo; e non lo trovò.
Stava per cominciare il nono giro, allorché traversando il bosco, dov'era l'uccello turchino, suonò a distesa il corno, secondo le regole prescritte: e dopo gridò per cinque volte con quanta ne aveva in gola:
"Re Grazioso! Re Grazioso, dove siete voi?".
Il Re riconobbe la voce del suo migliore amico:
"Accostatevi a quest'albero", egli disse "e vedrete lo sventurato Re, al quale volete tanto bene, immerso nel proprio sangue!".
Il Mago, sbalordito, guardò da tutte le parti, senza che potesse veder nulla.
"Io sono l'uccello turchino", disse il Re con voce sfinita e languente.
A queste parole il Mago lo trovò senza fatica nel suo piccolo nido.
Chiunque altro fuori di lui si sarebbe maravigliato molto di più: ma egli conosceva tutti gli artifici della magia.
Bastarono poche parole che disse, per far cessare il sangue che grondava ancora: e con alcune erbe trovate nel bosco, e sulle quali mormorò alcune formule magiche, guarì il Re così perbene, che pareva non fosse stato nemmeno graffiato.
Quindi lo pregò a volergli raccontare per quale avventura era diventato uccello, e chi l'aveva ferito così crudelmente!
Il Re contentò la sua curiosità, e gli disse che era Fiorina quella che aveva rivelato il mistero amoroso delle visite segrete che ei le faceva, e che per amicarsi la Regina, ella aveva acconsentito a lasciar mettere fra i rami del cipresso i pugnali e i rasoi, che l'avevano tagliato e fatto quasi a pezzetti: si sfogò molte volte sull'infedeltà della Principessa e giurò che avrebbe avuto più caro a morire, piuttosto che conoscere un cuore tanto cattivo.
Il Mago, si scatenò contro Fiorina e contro tutte le donne, e consigliò il Re a dimenticarla affatto.
"Che disgrazia sarebbe la vostra", diss'egli, "se vi ostinaste a voler bene a quell'ingrata! Dopo quello che vi ha fatto, c'è da aspettarsene di tutti i colori."
L'uccello turchino, su questo punto, non andava d'accordo perché egli era ancora troppo innamorato di Fiorina: e il Mago, che gli leggeva nel cuore, sebbene facesse di tutto per dissimulare i propri sentimenti, gli cantò una canzonetta graziosa che diceva su per giù così:
"Quando si ha nell'anima una grande spina, sono inutili i discorsi e i ragionamenti; si dà retta soltanto al nostro dolore e non ai consigli degli altri.
Bisogna lasciar fare al tempo, perché per ogni cosa c'è un momento opportuno, e fino a tanto che questo momento non è arrivato, è inutile tormentarsi lo spirito con ingegnosi ripieghi".
L'uccello turchino se ne persuase, e pregò l'amico di portarlo a casa sua e di metterlo in una gabbia, dove fosse al sicuro dalle unghie del gatto e da ogni arme pericolosa.
Ma saltò su a dire il Mago:
"Vi rassegnate dunque a restare ancora per cinque anni in uno stato così compassionevole e si poco confacente ai vostri interessi e alla vostra dignità? Perché dovete sapere che avete dei nemici i quali giurano e spergiurano che siete morto e vogliono invadere il vostro regno; e ho una gran paura che questo regno lo dobbiate perdere avanti di aver ripreso le vostre vere sembianze".
"Non potrò andare nel mio palazzo", egli replicò, "e governare secondo il solito, come facevo prima?"
"Oh!", esclamò l'amico, "è difficile.
C'è chi è contento di obbedire a un uomo, ma non intende obbedire a un pappagallo, c'è chi oggi vi teme, perché siete un Re circondato di grandezze e di fasto, e che domani vi strapperebbe le penne, se vi vedesse trasformato in un uccello."
"Ah, umana debolezza! oh, prestigio di un brillante esteriore!...", esclamò il Re, "sebbene tu non significhi nulla per il merito e le virtù, non cessi per questo di avere una potenza affascinatrice, dalla quale è difficilissimo difendersi.
Ebbene", egli continuò, "mostriamoci filosofi, e disprezziamo quello che non si può avere: la nostra risoluzione non sarà delle peggiori."
"Io non mi do per vinto così alla prima", disse il Mago, "e spero ancora di trovare qualche buon espediente, che faccia al caso nostro."
Intanto Fiorina, la povera Fiorina, desolata di non rivedere il Re, passava le giornate e le nottate alla finestra, ripetendo senza tregua:
Uccello turchino, color del cielo,
Vola e ritorna subito a me.
La presenza della sorvegliante non le dava più soggezione; la sua disperazione era arrivata a tal punto, che non aveva riguardi per nessuno.
"Che n'è stato di voi, Re Grazioso?", esclamava, "forse i nostri comuni nemici vi hanno fatto provare i tristi effetti della loro rabbia? siete forse stato sacrificato al loro furore? Povera me! me meschina! non siete forse più vivo? non potrò dunque rivedervi mai più? Oppure stanco delle mie tante sciagure, m'avete abbandonata alla dura sorte che mi perseguita?"
E quante lacrime e quanti singhiozzi tenevano dietro a questi pietosi lamenti! E come le ore parevano eterne, per la lontananza del caro amante! La Principessa abbattuta, malata, divenuta magra e tale da non riconoscersi più da quella di prima, aveva appena tanto fiato da reggersi in piedi.
Ella era persuasa che al Re fosse capitata ogni maggior disgrazia che possa darsi sulla terra.
La Regina e Trotona gongolavano e il piacere di vedersi vendicate era più forte in loro del dolore provato per l'offesa ricevuta.
E alla fin fine, qual era poi questa offesa? Il Re Grazioso non aveva voluto sposare una brutta befana, che doveva essergli antipatica e odiosa per mille ragioni.
In questo frattempo il padre di Fiorina, che era in là cogli anni, si ammalò e morì.
La fortuna della Regina e della sua figlia allora cambiò d'aspetto; tutti le riguardavano come due imbroglione che avessero abusato del loro ascendente, e il popolo ammutinato corse al palazzo a domandare la Principessa Fiorina, proclamandola per sua sovrana.
La Regina irritata voleva trattare la cosa con grande alterigia; si affacciò al balcone e minacciò i rivoltosi.
In quel punto, la sommossa diventa generale: si sfondano le porte del suo quartiere, si saccheggia tutto, e la lasciano morta a sassate.
Trotona si rifugiò presso la Sussio, perché correva lo stesso pericolo della madre.
I grandi del regno si radunarono subito, e salirono sulla torre dove era la Principessa molto malata.
Ella non sapeva nulla né della morte di suo padre, né della brutta fine toccata alla sua nemica.
Quando sentì tutto quel rumore credé in buona fede che venissero a prenderla per condurla alla morte.
E non ebbe nessuna paura, perché al giorno che aveva perduto l'uccello turchino, la vita per lei era diventata odiosa.
Ma i suoi sudditi, gettandosi ai suoi piedi, le dettero a conoscere il cambiamento che era accaduto nella sua fortuna.
Ella non se ne fece né in qua né in là.
La portarono nel suo palazzo, e lì la incoronarono.
Le grandi attenzioni che le furono usate e la passione che aveva di rivedere l'uccello turchino contribuirono molto a farla rimettere in salute e a darle abbastanza forza per nominare un consiglio che avesse cura del regno durante la sua assenza: quindi prese con sé mille milioni di pietre preziose, e una notte se ne partì, tutta sola, senza che alcuno sapesse per dove s'era incamminata.
Il Mago, che aveva preso a cuore gli affari del Re Grazioso, non avendo tanto potere da distruggere l'incantesimo che la Sussio aveva fatto, pensò bene di andarla a trovare e proporle qualche accomodamento, per vedere se ella avesse voluto rendere al Re la sua sembianza naturale; e senza mettere tempo in mezzo attaccò i suoi ranocchi e volò dalla fata, la quale in quel momento stava discorrendo con Trotona.
Da un mago a una fata non c'è un grande stacco.
Essi si conoscevano già da circa seicent'anni, e in questo lasso di tempo erano stati fra loro mille volte amici e mille volte si erano guastati.
"Che desidera il mio compare?", ella gli disse.
(È questo il nome che si danno tutti, fra di loro.) "Posso esservi utile in qualche cosa che dipenda da me?"
"Sì, comare mia", disse il Mago.
"Voi potete far tutto per rendermi contento.
Si tratta del mio migliore amico: di un Re, che voi avete reso infelice."
"Ah! intendo, compare", disse Sussio, "me ne dispiace proprio nell'anima, ma non c'è da sperar grazia per lui, fin tanto che si ostina a non volere sposare la mia figlioccia: eccola qui bella e fresca, come vedete.
Ora tocca a lui a decidersi."
Al Mago gli restò la parola in bocca, tanto la ragazza gli parve brutta: nondimeno non trovava il verso di venirsene via senza aver combinato qualcosa, segnatamente perché il Re, dal giorno che era in gabbia, aveva corso mille pericoli.
Il chiodo, dove la gabbia stava attaccata, s'era rotto: la gabbia era cascata per terra, e sua maestà, colle penne, nella caduta s'era fatto molto male.
Il gatto, che si trovava presente a questo caso, gli dette una graffiata nell'occhio, e ci corse poco non l'accecasse.
Un'altra volta s'erano scordati di dargli da bere, ed era già a tocco e non tocco di beccarsi una bella pipita, se per fortuna non giungevano in tempo a salvarlo con alcune gocce d'acqua.
Un frugolo di scimmiotto, scappato non si sa di dove, gli pettinò ben bene le penne attraverso i ferri della gabbia, strapazzandolo senza nessun complimento, come se fosse stata una gazza o un merlo.
Ma la cosa più triste di tutte era questa: che egli stava a un pelo per perdere il trono, perché i suoi eredi ne inventavano ogni giorno una delle nuove, pur di provare come e qualmente egli fosse morto e morto davvero.
Alla fine il Mago combinò con la comare Sussio, che ella condurrebbe Trotona nel palazzo del Re Grazioso, che lì vi resterebbe alcuni mesi, durante i quali il Re doveva prendere una risoluzione circa allo sposarla: e intanto la fata renderebbe al Re la sua figura naturale, salvo sempre a farlo tornare uccello, nel caso che si fosse ostinato a non voler sposare la sua figlioccia.
La fata diede a Trotona dei vestiti d'oro e d'argento; quindi la fece montare in groppa, dietro a sé, sopra un drago, e si recarono al regno di Re Grazioso, il quale vi giungeva, anche lui, in quello stesso punto insieme al Mago suo amico.
Con tre colpi di bacchetta, egli ritornò quello stesso che era stato prima, bello, amabile, spiritoso, magnifico: ma gli costava salata questa diminuzione di penitenza, perché il solo pensiero di sposare Trotona gli metteva i brividi addosso.
Il Mago aveva un bel persuadere colle migliori ragioni di questo mondo: ma tutti i suoi discorsi lasciavano il tempo com'era! Il Re si dava meno pensiero delle cure di Stato, che di trovare ogni ammennicolo per mandare in lungo il termine fissato dalla Sussio per le nozze con Trotona.
Intanto la Regina Fiorina, coi capelli tutti sciolti e arruffati apposta per nascondersi il viso, con un cappello di paglia in capo e con un sacco di tela sulle spalle cominciò il suo viaggio un po' a piedi e un po' a cavallo, ora per mare, ora per terra.
Faceva dappertutto le più minute ricerche: ma non sapendo con certezza che strada prendere, temeva sempre di andare da una parte, mentre il suo Re pigliava da quell'altra.
Un giorno, essendosi fermata sull'orlo d'una fontana le cui acque cristalline rimbalzavano sopra un letto di sassolini minutissimi, le venne voglia di lavarsi i piedi.
Si sedé sull'erba, e raccolti e fermati i capelli con un nastro, tuffò i piedi dentro l'acqua.
A vederla, c'era da scambiarla con Diana che si bagna di ritorno dalla caccia.
In quel mentre passò di lì una vecchierella, tutta ripiegata, la quale si appoggiava a un grosso bastone: si fermò, e le disse:
"Che fate costì, mia bella figliuola? Mi fa male a vedervi sola così!".
"Non son sola, mia buona nonna", rispose la Regina, "sono invece in numerosa compagnia, perché ho qui con me un mondo di disinganni, d'inquietudini e di dispiaceri."
E nel dir così, i suoi occhi si empirono di pianto.
"Come? così giovine, e piangete!", disse la buona vecchina.
"Animo, figlia mia, non vi date alla disperazione.
Raccontatemi sinceramente quello che avete, e spero di consolarvi."
La Regina non se lo fece dire due volte: le raccontò le sue disgrazie, la parte che in tutta questa faccenda vi aveva avuto la Sussio, e finalmente le disse che andava in cerca dell'uccello turchino.
La vecchierella si rizza sulla persona, piglia un altro contegno, cambia improvvisamente di figura e apparisce giovine, bella, magnificamente vestita: poi guardando la Regina con un grazioso sorriso:
"Incomparabile Fiorina", le dice, "il Re che voi cercate non è più uccello: mia sorella Sussio gli ha rese le sue prime sembianze: e ora trovasi nel suo regno.
Non state a tormentarvi più: perché voi arriverete a veder coronate le vostre speranze.
Eccovi quattro uova: nei grandi bisogni della vita le romperete, e ci troverete dentro delle cose che vi saranno di un grande aiuto".
Detto questo, sparì.
Fiorina si sentì rinascere a queste parole; ripose le uova nel sacco, e s'incamminò verso il regno di Grazioso.
Dopo aver camminato otto giorni e otto notti, giunse a piè di una montagna d'un'altezza prodigiosa, tutta quanta d'avorio e così tagliata a picco, che non c'era verso di arrampicarcisi sopra, senza cadere.
Ella fece mille sforzi inutili: sdrucciolava, si affaticava; finché, disperata di vedersi di fronte un ostacolo insormontabile, andò a sdraiarsi appiè della montagna, colla ferma risoluzione di lasciarsi morire; quand'ecco che si ricordò degli uovi avuti dalla fata.
Ne prese uno e disse: "Vediamo un po', se promettendomi i soccorsi de' quali avessi avuto bisogna, si fosse burlata di me".
Appena rotto l'uovo, vennero fuori alcuni piccoli ganci d'oro, che ella si attaccò ai piedi e alle mani.
E con l'aiuto di questi poté salire senza fatica sulla montagna d'avorio; perché i ganci facevano presa, e le impedivano di sdrucciolare in basso.
Quando fu sulla vetta, ecco nuove difficoltà per incominciare a calare al piano: perché tutta la vallata non era altro che un grandissimo specchio di cristallo.
Vi erano lì dintorno più di sessantamila donne, che si miravano in esso con grandissimo diletto, perché bisogna sapere che lo specchio aveva dieci chilometri di larghezza e venti di lunghezza.
Ciascuna vi si vedeva riflessa secondo il suo desiderio: quella di capelli rossi appariva bionda: la vecchia si vedeva giovine: la giovine pareva anche più giovine; in una parola, questo specchio nascondeva così bene i difetti, che le donne correvano a specchiarvisi dalle cinque parti del mondo.
Bisogna aver visto le smorfie e i bocchini tondi, che facevano la maggior parte di quelle civettuole; c'era da scoppiar dalle risa.
E non per questo gli uomini ci si affollavano in minor numero: perché lo specchio faceva un gran comodo anche a loro.
A chi regalava bellissimi capelli: a chi un personale alto ed elegante, o una cert'aria marziale, o una fisionomia simpatica e bella.
Essi ridevano delle donne e le donne non se ne stavano dal ridere alle loro spalle: per cui la montagna veniva chiamata con molti nomi differenti.
Nessuno era stato mai capace di toccarne la cima: e quando vi scorsero Fiorina, le donne si messero tutte a strillare come tante calandre:
"Dove va mai quella sfacciata?", dicevano esse.
"Quella lì dev'essere tanto imprudente, da mettere i piedi anche sul nostro specchio.
Vedrete che dopo pochi passi, ce lo manderà in bricioli."
E così facevano un diavoleto da cavar di cervello.
La Regina non sapeva come fare, perché vedeva un gran pericolo nel dovere scendere da quella altezza: allora ruppe un altr'ovo, dal quale uscirono fuori due piccioni e un cocchio, che tutt'a un tratto diventò tanto grande, da poterci entrar dentro comodamente: e in questo modo i piccioni con molta leggerezza calarono giù al basso la Regina, senza che accadesse nulla di male.
Ella disse ai suoi bravi piccioni:
"Miei piccoli amici, se voi sarete tanto cortesi di portarmi fino sul posto dove il Re Grazioso tiene la sua corte, non troverete in me un'ingrata".
I piccioni, cortesi e obbedienti, volarono giorno e notte finché non furono arrivati alle porte della città.
Così Fiorina smontò, e diede a ciascuno di essi un dolcissimo bacio, che costava più di una corona reale.
Oh, come le batteva il cuore, mettendo il piede in città!
Per non essere riconosciuta, si insudiciò il viso; e chiese a quelli che passavano per la strada, dove avrebbe potuto vedere il Re.
Alcuni si messero a ridere.
"Vedere il Re?", le dicevano, "davvero eh! e che vuoi tu da lui, mio bel Muso-sudicio? Vai, vai piuttosto a lavarti: perché i tuoi occhi non sono degni di vedere un gran monarca a quel modo." La Regina non rispose: si allontanò pian piano: e tornò daccapo a domandare a quelli che incontrava, dove avrebbe potuto mettersi per vedere il Re.
"Domani deve venire al tempio con la Principessa Trotona", le risposero, "perché finalmente ha consentito di sposarla."
"Cielo, quale notizia! Trotona, l'indegna Trotona sul punto di sposare il Re!", Fiorina credette di morire e non aveva più fiato né per parlare né per andare avanti.
Entrò sotto una porta, e sedutasi sopra una pietra, col viso coperto dai capelli e dal suo cappello di paglia, cominciò a dire:
"Sfortunata che io sono! Eccomi venuta qui per far più bello il trionfo della mia rivale e per vedere coi miei occhi la sua contentezza! Fu dunque a cagione di lei, che l'uccello turchino non venne più a vedermi? Era dunque per quella brutta strega, che mi faceva la più nera di tutte le infedeltà, mentre io, rifinita dal dolore, mi logorava dalla passione per la conservazione dei suoi giorni? Il traditore s'era cambiato...
Ricordandosi di me, come se non m'avesse visto mai, lasciava che io mi struggessi per la sua lontananza, senza darsi punto pensiero della mia!...".
Quando si ha il cuore grosso dai dispiaceri, è raro che si senta il bisogno di mangiare.
La Regina cercò un po' di albergo: e si coricò, senza prendere un boccone.
Si alzò col sole e corse al tempio; ma prima di poterci entrare dové subire molte manieracce dalle guardie e dai soldati.
Vide il trono del Re e quello di Trotona, che era già considerata come Regina.
Che dolore per un'anima sensibile e appassionata, come quella di Fiorina! Si avvicinò al trono della sua rivale, e lì stette in piedi, appoggiata a una colonna di marmo.
Il Re arrivò il primo, più bello e più amabile di quello che fosse stato mai in tutta la vita.
Trotona venne dopo, vestita con gran magnificenza, ma brutta da far paura.
Ella guardò la Regina con un certo cipiglio "E chi sei tu", le disse, "che ardisci di avvicinarti alla mia augusta persona e al mio trono d'oro?"
"Io mi chiamo Viso-sudicio", diss'ella, "son venuta di lontano per vendervi delle cose rare."
E cominciò a frugare nel suo sacco di tela, e tirò fuori i braccialetti di smeraldo che il Re Grazioso le aveva regalati.
"Oh! oh!", esclamò Trotona, "carini codesti pezzi di bicchiere; me li vendi per cinque soldi?"
"Fateli prima vedere a chi se ne intende, o signora, e poi sul prezzo ci accomoderemo."
Trotona, che amava il Re con maggior tenerezza di quel che poteva attendersi da quella foca, e non le pareva vero di trovare delle occasioni per parlargli, si avanzò fino al trono di lui e gli mostrò i braccialetti, pregandolo a dire il suo sentimento.
Alla vista di quei braccialetti, egli si ricordò di quelli che aveva dato a Fiorina: diventò bianco, sospirò, e stette per un po' di tempo senza rispondere: alla fine, temendo di far vedere il turbamento dell'animo, fece su di sé un grande sforzo e rispose:
"Questi braccialetti, secondo me, valgono quanto tutto il mio regno: credevo che nel nondo ve ne fosse un paio solo; ma ora vedo che ce ne sono degli altri".
Trotona tornò sul suo trono, dove ci faceva la figura di un'ostrica attaccata al suo guscio; e chiese alla Regina quanto, senza rubare, avrebbe preteso de' suoi braccialetti.
"Se doveste pagarmeli, o signora, vi sarebbe d'un grande scomodo: vi propongo piuttosto un altro patto.
Ottenetemi il favore di dormire una notte nella sala degli Echi, che è nel palazzo del Re, e io vi cedo gli smeraldi."
"Magari, Viso-sudicio!", disse Trotona, buttandosi via dalle risate come una sguaiata, e mostrando certi denti più lunghi di quelli d'un cinghiale.
Il Re non si dette pensiero di sapere di dove venivano quei braccialetti, un po' perché gli era indifferente la venditrice (che non destava davvero nessuna curiosità), ma segnatamente per il disgusto invincibile che provava a discorrere con Trotona.
Ora bisogna sapere, che in quel tempo che egli era sempre uccello turchino, una tal volta gli era venuto fatto di raccontare alla Principessa come proprio sotto al suo quartiere reale c'era una piccola sala che si chiamava la sala degli Echi; costruita in un modo così ingegnoso, che tutto ciò che vi si diceva sottovoce, era sentito benissimo dal Re quando si trovava a letto nella sua camera; per cui Fiorina non poteva immaginare un miglior mezzo di questo, per potergli rimproverare la sua infedeltà.
Per ordine di Trotona la condussero nella sala degli Echi, dov'ella dette principio ai suoi lamenti e ai suoi rimproveri così:
"La sciagura, alla quale non voleva credere, pur tro