I RACCONTI DELLE FATE, di Carlo Collodi - pagina 17
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L'uccello turchino stava tutto in orecchi, e più ascoltava, più si persuadeva che la donna che lamentavasi a quel modo, doveva essere la sua graziosa Principessa.
E le disse:
"Adorata Fiorina, maraviglia de' nostri giorni, perché volete por fine così repentinamente ai vostri? C'è sempre speranza di trovare un rimedio alle vostre afflizioni".
"Come?...
chi è che mi volge queste parole di consolazione?" diss'ella.
"Un Re infelice", rispose l'uccello, "il quale vi ama e non amerà che voi sola."
"Un Re che mi ama?", ella soggiunse, "non sarebbe per caso un laccio teso da' miei nemici? Ma, in fin dei conti, che cosa ci guadagnerebbe la Regina? Se ella vuol conoscere i miei sentimenti, son pronta a dirglieli colla mia stessa bocca."
"No, Principessa mia", rispose l'uccello, "l'amante che vi parla non è capace di un tradimento."
Nel dir queste parole, andò a posarsi sulla finestra.
Fiorina dapprincipio ebbe una gran paura di un uccello così singolare, che parlava con tant'anima, come se fosse un uomo, sebbene avesse una vocina compagna a quella dell'usignolo; ma la bellezza delle sue penne, e più che altro le cose gentili che le disse, la rassicurarono.
"M'è egli dunque concesso di potervi rivedere, Principessa mia?", esclamò.
"Posso io bearmi in tanta contentezza, senza morire di gioia? Ma, ohimè! quanto questa gioia è avvelenata dal vedervi costì in prigione, e dallo stato, nel quale l'iniqua Sussio mi ha trasfigurito per sette anni!"
"E voi chi siete, grazioso uccello?", disse la Principessa, facendogli delle carezze.
"Voi avete pronunziato il mio nome", soggiunse il Re, "e fate finta di non riconoscermi?"
"Come!", disse la Principessa.
"Possibile, che il più gran Re del mondo!...
possibile che il Re Grazioso si sia cambiato in quest'uccellino?"
"Ohimè! Pur troppo è così, mia bella Fiorina", egli riprese a dire, "e l'unica cosa che in tanta disgrazia mi sia di sollievo, gli è di sapere che ho preferito questo martirio a quello di dover rinunziare alla gran passione che ho per voi."
"Per me?", disse Fiorina.
"Ah! per carità, non cercate di ingannarmi.
Lo so, lo so, che avete sposato Trotona: ho riconosciuto il vostro anello nel suo dito: l'ho veduta tutta fiammante dei vostri brillanti.
Essa è venuta a insultarmi qui, in questa orribile prigione, carica del peso di una corona e di un manto reale, avuto in dono da voi, mentre io ero carica di catene e di ferri!..."
"E voi vedeste Trotona in questo abbigliamento?", interruppe il Re, "ed essa e sua madre ebbero tanta sfacciataggine da dirvi che tutti quei gioielli erano un regalo mio? Oh cielo! si può essere più sfacciatamente bugiardi di così? E non potermi vendicare come vorrei!...
Sappiate dunque che tentarono di mettermi in mezzo: che, valendosi del vostro nome, mi fecero rapire quella brutta megera di Trotona; ma, appena avvistomi dello sbaglio, l'ho piantata lì, e ho preferito piuttosto diventare per sette anni l'uccello turchino, che mancare alla fede che vi ho giurata."
Fiorina provava un piacere così grande, udendo parlare in questo modo il suo caro amante, che non sentiva più i tormenti della sua prigionia.
Che cosa mai non gli seppe dire per consolarlo del suo tristo caso e per accertarlo che ella avrebbe fatto per lui, ciò che esso aveva fatto per lei?
Il giorno cominciava a farsi chiaro.
Molti ufficiali della corte erano già alzati: e l'uccello turchino e la Principessa parlavano ancora fitto fitto fra loro.
Alla fine si separarono con gran dispiacere, dopo essersi scambiata la promessa che tutte le notti si sarebbero riveduti.
La gioia di ritrovarsi insieme fu tanto grande, da non potersi ridire.
Ciascuno, per la sua parte, ringraziava l'amore e la fortuna.
Intanto Fiorina stava in pensiero per l'uccello turchino.
"Chi me lo assicura dai cacciatori, o dalle grinfie di qualche aquila o di qualche avvoltoio affamato, capace di mangiarselo con tanto gusto, come se non fosse un gran Re? Oh Dio! che sarebbe di me, meschina, se le sue penne fini e leggiere, portate dal vento, giungessero fino nel mio carcere per annunziarmi la sciagura, che io temo sempre?"
Questo tristo pensiero fece sì che la Principessa non poté chiudere un occhio; perché, quando si ama davvero, le paure pigliano l'aspetto di verità, e quel che prima pareva impossibile diventa possibilissimo; e fu così, che ella passò tutta la giornata a piangere, finché non venne l'ora fissata per andare a mettersi alla finestra.
Il grazioso uccello, nascosto dentro lo spacco d'un albero, in tutto il giorno non aveva fatto altro che pensare alla sua bella Principessa.
"Quanto sono contento", diceva egli, "di averla ritrovata: e com'è premurosa per me! Le gentilezze che mi usa, le sento tutte qui nel cuore!"
L'appassionato amante contava fino al minuto secondo il tempo della sua penitenza, che gli impediva di sposarla; e si struggeva più che mai dal desiderio di veder finita la sua condanna.
E perché voleva usare a Fiorina tutte quelle galanterie, che aveva in poter suo di fare, volò fino alla capitale del suo regno, andò nel suo palazzo, entrò nel suo gabinetto dal buco d'un vetro rotto: prese un paio d'orecchini di diamanti, così belli e così perfetti, da non trovarli eguali, e li portò la sera a Fiorina, pregandola di volerseli mettere.
"Me li metterei", diss'ella, "se voi mi vedeste di giorno; ma siccome non vi parlo che di notte, così non me li metterò."
L'uccello le promise di fare in modo di venire alla Torre nell'ora che ella avesse voluto: allora s'infilò gli orecchini, e passarono tutta la notte in colloqui fra loro, come avevano fatto la sera avanti.
Il giorno dopo l'uccello tornò nel suo regno: andò al palazzo, entrò nel suo gabinetto per il solito vetro rotto, e portò via con sé i più splendidi braccialetti che si fossero mai visti: erano formati di uno smeraldo tutto di un pezzo, sfaccettato e bucato nel mezzo per potervi passare la mano e il braccio.
"Credete forse", gli disse la Principessa, "che il mio amore per voi abbia bisogno di essere coltivato a furia di regali? Ah! si vede proprio che mi conoscete male!"
"No, o signora", replicò egli, "io non ho mai creduto che i ninnoli che vi offro sieno necessari per conservarmi il bene che mi volete; ma sarei mortificato, se trascurassi la più piccola occasione per mostrarvi l'attenzione che ho per voi: e poi, quando non mi avete dinanzi agli occhi, questi piccoli gioielli saranno buoni a richiamarmi alla vostra memoria."
Fiorina, dal canto suo, gli disse un'infinità di cose gentili, alle quali egli ne rispose mille altre, più gentili che mai.
La notte seguente l'uccello turchino si fece un obbligo di portare alla sua bella un orologio, d'una giusta grandezza, che stava dentro a una perla; eppure la materia era vinta dall'eccellenza del lavoro.
"È inutile", diss'ella con grazia squisita, "di venirmi a regalare un orologio.
Quando voi siete lontano da me, le ore mi paiono eterne: quando siete con me, passano come un sogno.
Come posso fare a dar loro una misura giusta?"
"Ohimè, Principessa mia", esclamò l'uccello turchino, "io la penso precisamente come voi su questo punto, perché in quanto a sensibilità di cuore son sicuro di non restare indietro a nessuno.
Difatti, vedendo quel che soffrite per conservarmi il vostro cuore, sono in grado di giudicare che avete portato l'amicizia e la stima all'estremo limite, dove possono arrivare."
Quando appariva il giorno, l'uccello volava dentro lo spacco del suo albero, e li si nutriva di frutti.
Qualche volta cantava delle belle ariette: il suo canto innamorava i passanti, che lo udivano, senza che potessero vedere alcuno.
Così si sparse la voce che lì dintorno ci fossero degli spiriti.
E questa credenza si diffuse tanto, che nessuno aveva più coraggio di entrare nel bosco.
Si raccontavano mille avventure favolose, accadute in quel luogo: e lo spavento generale fu cagione della maggior sicurezza dell'uccello turchino.
Non passava giorno, senza che egli facesse un regalo a Fiorina: ora un vezzo di perle: ora anelli con brillanti, di finissimo lavoro: ora fermagli di diamanti, spilloni, mazzolini di pietre preziose, colorite a imitazione dei fiori, libri piacevoli e medaglie: per farla corta, essa aveva messo insieme un ammasso di ricchezze maravigliose.
Con queste si adornava soltanto la notte per far piacere al Re: il giorno, non sapendo dove riporle, le nascondeva dentro al saccone del letto.
In questo modo scorsero due anni, senza che Fiorina avesse da lagnarsi una sola volta della sua prigionia.
E come poteva lagnarsene? Essa aveva la consolazione di parlare tutte le notti con la persona amata; né c'è ricordanza che fra due innamorati si sieno mai scambiate tante paroline graziose, come accadeva fra loro.
Benché ella non vedesse anima viva e l'uccello passasse le giornate rinchiuso dentro lo spacco dell'albero, nondimeno avevano sempre mille cose nuove da raccontarsi; la materia era inesauribile, perché il loro cuore e il loro spirito fornivano abbondantemente il soggetto dei lunghi colloqui.
Intanto la maliziosa Regina, che la teneva così crudelmente imprigionata, si dava un gran da fare per vedere di maritare la figlia.
Mandava ambasciatori a proporla a tutti i principi, dei quali sapeva il nome: ma appena gli ambasciatori arrivavano, si trovavano congedati senza tante cerimonie.
"Oh! se si trattasse della Principessa Fiorina", dicevan loro, "sareste ricevuti a braccia aperte: ma in quanto a Trotona, può farsi monaca se vuole; ché nessuno si opporrà dicerto."
A sentire questi discorsi, la madre e la figlia andavano su tutte le furie e se la pigliavano contro la povera Principessa, vittima delle loro persecuzioni.
"Come!", dicevano esse, "sebbene chiusa in prigione, quest'insolente sarà dunque per noi un bastone fra i piedi? Come perdonarle i brutti tiri, che ci fa tutti i giorni? Bisogna dire che ell'abbia delle corrispondenze segrete nei paesi stranieri: in questo caso, per lo meno, è rea di Stato: trattiamola dunque come tale, e si faccia di tutto per convincerla del suo delitto."
Il loro conciliabolo finì così tardi, che era già mezzanotte suonata, quando si decisero a salire nella torre per interrogarla.
Essa per l'appunto stava alla finestra, coll'uccello turchino, ornata delle sue gemme, e coi suoi belissimi capelli pettinati con tutta quella attenzione, che non è punto naturale nella persona afflitta da un gran dolore.
La sua camera e il suo letto erano seminati di fiori, e qualche pasticca di Spagna, che essa aveva bruciato pochi momenti prima, spandeva per la stanza un buonissimo odore.
La Regina messe l'orecchio alla porta, e le parve sentir cantare un'aria a due voci: perché anche Fiorina aveva una voce angelica.
Le parole di quest'aria le parvero molto tenere, e dicevano press'a poco così:
"Come è trista la nostra sorte: e quanti affanni ci costa il nostro amore!...
Ma invano si provano a vincere tanta fermezza: a dispetto dei nostri nemici, i nostri cuori rimarranno uniti per sempre."
Questo piccolo concerto fu chiuso da alcuni sospiri.
"Ah! Trotona mia, siamo tradite!" esclamò la Regina spalancando screanzatamente l'uscio ed entrando nella camera.
Come restò Fiorina a quella vista! Chiuse subito la finestra, per dar tempo al real uccello di volar via.
Le stava più a cuore la salvezza di lui, che la propria: ma egli non ebbe la forza di allontanarsi: col suo sguardo penetrantissimo, aveva capito il pericolo al quale si trovava esposta la Principessa.
Egli aveva vista la Regina e Trotona: che dolore per lui di non essere in grado di difendere la sua bella!
Le due megere si avventarono su di essa, come se la volessero mangiare.
"Si sanno le vostre trame contro lo Stato!", esclamò la Regina.
"Non sperate che il vostro grado basti a salvarvi dal meritato castigo."
"E con chi posso aver tramato, o signora?" replicò la Principessa.
"Da due anni in qua, non siete forse voi la mia carceriera? Ho mai vedute altre persone, fuor di quelle mandatemi da voi?"
Mentre parlava così la Regina e sua figlia la guardavano con tanto d'occhi.
Erano rimaste abbagliate dalla sua bellezza meravigliosa e dalla sua acconciatura veramente straordinaria.
"E chi vi ha dato, o signora", disse la Regina, "tutte codeste pietre preziose, che brillano come il sole? Volete forse darci ad intendere che in questa torre ci sono delle miniere? "
"Ce l'ho trovate", disse Fiorina, "è tutto quello che io ne so."
La Regina la guardò fissa negli occhi, per iscuoprire ciò che passava nel fondo del suo cuore.
"Noi non ci lasceremo infinocchiare da voi", disse la Regina.
"Voi credete di darcela a bere: ma noi sappiamo benissimo, Principessa, tutto quello che fate dalla mattina alla sera: e queste gioie vi furono regalate, per mettervi su, e per impegnarvi a vendere il regno di vostro padre."
"Davvero, che sono in uno stato da poter vendere i regni!...", essa rispose, con un sorriso di sdegno.
"Una povera Principessa che languisce nei ferri da tanto tempo, è proprio la persona che ci vuole, per macchinare i complotti di Stato."
"E come va dunque", replicò la Regina, "che siete così tutta agghindata, come una civettuola, e che la vostra camera è piena di profumi, e che la vostra persona è così magnifica e risplendente, che a Corte non potreste fare una figura migliore?"
"Ho molto tempo da perdere", disse la Principessa, "per cui non c'è nulla di strano se ne spendo un poco a farmi bella: ne passo tanto a piangere sulla mia disgrazia, che non c'è ragione di rimproverarmi."
"Animo, via", disse la Regina, "vediamo un po' se questa innocentina, non abbia per caso qualche corrispondenza coi nemici dello Stato."
E da se stessa si mise a frugare dappertutto: e arrivata al saccone, che ella fece vuotare, ci trovò dentro una quantità così sterminata di diamanti, perle, rubini, smeraldi e topazi, che ella non sapeva raccapezzarsi di dove fossero usciti.
E perché aveva fissato dentro di sé di mettere in qualche nascondiglio della stanza alcune carte, che potessero compromettere la Principessa, così quando nessuno ci badava, le nascose nel camminetto; ma per buona fortuna l'uccello turchino, dal posto dove s'era posato, ci vedeva meglio di una lince e udiva ogni cosa; per cui gridò:
"Guàrdati, Fiorina: ecco la tua nemica che ti prepara un tradimento".
Questa voce così inattesa spaventò la Regina a tal punto, che non osò fare quanto aveva meditato.
"Vedete bene, signora", disse la Principessa, "che gli spiriti che volano per l'aria, sono tutti per me."
"Io credo piuttosto", disse la Regina fuori di sé dalla collera "che ci sieno dei diavoli, che vi vogliono bene: ma, a loro marcio dispetto, vostro padre saprà farsi giustizia."
"Dio volesse", esclamò Fiorina, "che io non avessi da temere altro che il furore di mio padre: ma quello che mi spaventa, è il vostro, o signora."
La Regina se ne andò via tutta sottosopra per le cose che aveva vedute e sentite, e tenne consiglio sul da farsi contro la Principessa.
Alcuni consiglieri le fecero notare, che, nel caso che qualche fata o qualche mago avessero preso la Principessa sotto la loro protezione, il vero segreto per irritarli sarebbe stato quello di tormentare più che mai la Principessa; e che, in fin dei conti, bisognava scuoprire a ogni costo la ragione del suo armeggìo.
La Regina dette il benestare a questo consiglio: e mandò a dormire nella camera della Principessa una giovinetta, che pareva l'innocenza in persona, col dire che c'era mandata apposta per servirla.
Ma come restar presi a un chiapperello così grossolano?
La Principessa, fin dal primo giorno, la ritenne per una spia e n'ebbe un grandissimo dispiacere.
"Come!", essa diceva, "io dunque non potrò più parlare a questo uccello turchino, che è tutto l'amor mio? Era esso, che mi aiutava a sopportare le mie sciagure: e io lo consolava nelle sue.
Il nostro amore ci compensava di tutto.
Che avverrà di lui? che cosa sarà di me?" E pensando a tutto questo, piangeva come una vite tagliata.
Non aveva coraggio di affacciarsi alla finestra, sebbene lo sentisse svolazzare lì dintorno; perché si struggeva dalla voglia di aprirgli, ma temeva di mettere in pericolo la vita del suo caro amante.
Passò un mese intero, senza che essa si facesse vedere: e intanto l'uccello turchino si dava alla disperazione, e piangeva e si lamentava da far pietà!
D'altra parte, come poteva fare a vivere, lui, senza la sua Principessa? Non aveva mai provato, come allora, i tormenti della lontananza e quelli della sua metamorfosi.
Invano cercava qualche pretesto per consolarsi: dopo essersi lambiccato il cervello, non trovava nulla che valesse a dargli un po' di conforto.
La spia della Principessa, che da un mese non chiudeva occhio né giorno né notte, si sentì alla fine così presa dal sonno che si addormentò profondamente.
Quando Fiorina se ne accorse, aprì la sua finestrina, e disse:
Uccello turchino, color del cielo,
Vola e ritorna subito a me.
Sono queste le sue precise parole, e non c'è stata cambiata una virgola.
Appena l'uccello la sentì, volò subito sulla finestra.
Che gioia quando si rividero! e quante cose avevano da dirsi! Mille e mille volte ripeterono le loro tenerezze e i loro giuramenti di fedeltà! La Principessa non poté trattenere le lacrime; l'amante s'intenerì, e fece di tutto per consolarla.
Venuta finalmente l'ora di lasciarsi, senza che la carceriera sorvegliante si fosse ancora svegliata, si dettero l'addio più tenero e più commovente che possa immaginarsi.
La spia si addormentò anche il giorno dopo, e la Principessa, puntuale, andò alla finestra e disse, come la volta avanti:
Uccello turchino, color del cielo,
Vola e ritorna subito a me.
E subito l'uccello venne, e quella notte passò come l'altra avanti, senza rumori e senza improvvisate, con grandissima soddisfazione dei nostri amanti; i quali si figurarono che la sorvegliante avrebbe preso tanto gusto a dormire, da poter ripetere la medesima storia tutte le sere.
Di fatto, anche la terza sera passò felicemente: ma alla quarta, la dormigliona avendo sentito un po' di rumore, senza dar segno di nulla si pose in orecchio; e guardando bene, vide al chiaro di luna il più bell'uccello dell'universo, che stava a parlare colla Principessa, e la carezzava colle zampine e le dava delle beccatine amorose: e fra le altre, sentì molte di quelle cosine che si dicevano fra loro e ne rimase molto maravigliata, perché l'uccello parlava come se fosse un innamorato, e Fiorina gli rispondeva con grande tenerezza.
Sul far del giorno si dissero addio: e quasi il cuore presagisse loro qualche vicina disgrazia, non trovavano il verso di lasciarsi.
La Principessa si gettò sul suo letto tutta piangente, e il Re tornò dentro allo spacco dell'albero.
La sorvegliante corse dalla Regina, e le raccontò quanto aveva visto e sentito.
La Regina mandò a chiamare Trotona e la sua confidente, e dopo un lungo ciarlare conclusero che l'uccello turchino doveva essere il Re Grazioso.
"Che vergogna", esclamò la Regina, "che vergogna, figlia mia! questa Principessa insolente, che io credeva rifinita dai dispiaceri, se ne sta godendo tranquillamente gli amorosi colloqui del vostro ingrato! Ah! voglio vendicarmi, e la vendetta dev'essere di quelle da ricordarsene per un pezzo."
Trotona la pregò di non perdere neppure un minuto, e siccome in questa faccenda le pareva di essere più interessata della stessa Regina, così sentiva andarsi in deliquio dalla contentezza, soltanto a pensare al martirio che avrebbero dovuto patire i due disgraziati amanti.
La Regina rimandò alla torre la spia, con ordine di non dar segni né di sospetto né di curiosità; e anzi, di mostrarsi più addormentata del solito.
Infatti andò a letto di prima sera, e russava e russava, tanto che la Principessa, ingannata a quel modo, aprì la finestra e disse:
Uccello turchino, color del cielo,
Vola e ritorna subito a me.
Ma invano essa lo chiamò, per quanto fu lunga la notte: ei non comparve mai, perché la trista Regina aveva fatto attaccare ai cipressi delle spade, dei coltelli, dei rasoi, dei pugnali: motivo per cui, quando egli venne a buttarsi a volo su quelle piante, si tagliò i piedi e le ali: e tutto ferito, com'era, arrivò a stento all'albero suo, lasciando dietro a sé una lunga striscia di sangue!
Oh! perché, bella Principessa, non eravate presente per soccorrere l'uccello reale? Ma ella sarebbe morta se l'avesse veduto in quello stato da far compassione!
Fisso nell'idea che questo brutto scherzo gli venisse fatto per colpa di Fiorina, non volle prendere nessuna cura per la sua vita.
"Ah spietata!", diceva egli dolorosamente, "è così che ricompensi la passione più pura e più tenera, che siasi mai data al mondo? Se volevi la mia morte, perché non domandarmela colla tua bocca? La morte, data da te, mi sarebbe stata cara! Con quanto amore e con quante confidenze io veniva a trovarti! Io soffriva per te, e soffriva senza lamentarmi.
Come! e avesti cuore di sacrificarmi alla più crudele di tutte le donne? Essa era la nostra comune nemica, e tu hai fatto la pace con essa a spese mie? Sei tu, Fiorina, sei tu che mi ferisci di pugnale! Tu hai preso in prestito la mano di Trotona e l'hai portata fino al mio cuore!"
Questi funesti pensieri lo angustiarono tanto, che risolvé di morire.
Ma il Mago, suo amico, avendo veduto tornare a casa i ranocchi volanti, col carro, senza avere nessuna notizia del Re, si mise in così gran pensiero che potesse essergli accaduta qualche disgrazia, che fece otto volte il giro della terra per trovarlo; e non lo trovò.
Stava per cominciare il nono giro, allorché traversando il bosco, dov'era l'uccello turchino, suonò a distesa il corno, secondo le regole prescritte: e dopo gridò per cinque volte con quanta ne aveva in gola:
"Re Grazioso! Re Grazioso, dove siete voi?".
Il Re riconobbe la voce del suo migliore amico:
"Accostatevi a quest'albero", egli disse "e vedrete lo sventurato Re, al quale volete tanto bene, immerso nel proprio sangue!".
Il Mago, sbalordito, guardò da tutte le parti, senza che potesse veder nulla.
"Io sono l'uccello turchino", disse il Re con voce sfinita e languente.
A queste parole il Mago lo trovò senza fatica nel suo piccolo nido.
Chiunque altro fuori di lui si sarebbe maravigliato molto di più: ma egli conosceva tutti gli artifici della magia.
Bastarono poche parole che disse, per far cessare il sangue che grondava ancora: e con alcune erbe trovate nel bosco, e sulle quali mormorò alcune formule magiche, guarì il Re così perbene, che pareva non fosse stato nemmeno graffiato.
Quindi lo pregò a volergli raccontare per quale avventura era diventato uccello, e chi l'aveva ferito così crudelmente!
Il Re contentò la sua curiosità, e gli disse che era Fiorina quella che aveva rivelato il mistero amoroso delle visite segrete che ei le faceva, e che per amicarsi la Regina, ella aveva acconsentito a lasciar mettere fra i rami del cipresso i pugnali e i rasoi, che l'avevano tagliato e fatto quasi a pezzetti: si sfogò molte volte sull'infedeltà della Principessa e giurò che avrebbe avuto più caro a morire, piuttosto che conoscere un cuore tanto cattivo.
Il Mago, si scatenò contro Fiorina e contro tutte le donne, e consigliò il Re a dimenticarla affatto.
"Che disgrazia sarebbe la vostra", diss'egli, "se vi ostinaste a voler bene a quell'ingrata! Dopo quello che vi ha fatto, c'è da aspettarsene di tutti i colori."
L'uccello turchino, su questo punto, non andava d'accordo perché egli era ancora troppo innamorato di Fiorina: e il Mago, che gli leggeva nel cuore, sebbene facesse di tutto per dissimulare i propri sentimenti, gli cantò una canzonetta graziosa che diceva su per giù così:
"Quando si ha nell'anima una grande spina, sono inutili i discorsi e i ragionamenti; si dà retta soltanto al nostro dolore e non ai consigli degli altri.
Bisogna lasciar fare al tempo, perché per ogni cosa c'è un momento opportuno, e fino a tanto che questo momento non è arrivato, è inutile tormentarsi lo spirito con ingegnosi ripieghi".
L'uccello turchino se ne persuase, e pregò l'amico di portarlo a casa sua e di metterlo in una gabbia, dove fosse al sicuro dalle unghie del gatto e da ogni arme pericolosa.
Ma saltò su a dire il Mago:
"Vi rassegnate dunque a restare ancora per cinque anni in uno stato così compassionevole e si poco confacente ai vostri interessi e alla vostra dignità? Perché dovete sapere che avete dei nemici i quali giurano e spergiurano che siete morto e vogliono invadere il vostro regno; e ho una gran paura che questo regno lo dobbiate perdere avanti di aver ripreso le vostre vere sembianze".
"Non potrò andare nel mio palazzo", egli replicò, "e governare secondo il solito, come facevo prima?"
"Oh!", esclamò l'amico, "è difficile.
C'è chi è contento di obbedire a un uomo, ma non intende obbedire a un pappagallo, c'è chi oggi vi teme, perché siete un Re circondato di grandezze e di fasto, e che domani vi strapperebbe le penne, se vi vedesse trasformato in un uccello."
"Ah, umana debolezza! oh, prestigio di un brillante esteriore!...", esclamò il Re, "sebbene tu non significhi nulla per il merito e le virtù, non cessi per questo di avere una potenza affascinatrice, dalla quale è difficilissimo difendersi.
Ebbene", egli continuò, "mostriamoci filosofi, e disprezziamo quello che non si può avere: la nostra risoluzione non sarà delle peggiori."
"Io non mi do per vinto così alla prima", disse il Mago, "e spero ancora di trovare qualche buon espediente, che faccia al caso nostro."
Intanto Fiorina, la povera Fiorina, desolata di non rivedere il Re, passava le giornate e le nottate alla finestra, ripetendo senza tregua:
Uccello turchino, color del cielo,
Vola e ritorna subito a me.
La presenza della sorvegliante non le dava più soggezione; la sua disperazione era arrivata a tal punto, che non aveva riguardi per nessuno.
"Che n'è stato di voi, Re Grazioso?", esclamava, "forse i nostri comuni nemici vi hanno fatto provare i tristi effetti della loro rabbia? siete forse stato sacrificato al loro furore? Povera me! me meschina! non siete forse più vivo? non potrò dunque rivedervi mai più? Oppure stanco delle mie tante sciagure, m'avete abbandonata alla dura sorte che mi perseguita?"
E quante lacrime e quanti singhiozzi tenevano dietro a questi pietosi lamenti! E come le ore parevano eterne, per la lontananza del caro amante! La Principessa abbattuta, malata, divenuta magra e tale da non riconoscersi più da quella di prima, aveva appena tanto fiato da reggersi in piedi.
Ella era persuasa che al Re fosse capitata ogni maggior disgrazia che possa darsi sulla terra.
La Regina e Trotona gongolavano e il piacere di vedersi vendicate era più forte in loro del dolore provato per l'offesa ricevuta.
E alla fin fine, qual era poi questa offesa? Il Re Grazioso non aveva voluto sposare una brutta befana, che doveva essergli antipatica e odiosa per mille ragioni.
In questo frattempo il padre di Fiorina, che era in là cogli anni, si ammalò e morì.
La fortuna della Regina e della sua figlia allora cambiò d'aspetto; tutti le riguardavano come due imbroglione che avessero abusato del loro ascendente, e il popolo ammutinato corse al palazzo a domandare la Principessa Fiorina, proclamandola per sua sovrana.
La Regina irritata voleva trattare la cosa con grande alterigia; si affacciò al balcone e minacciò i rivoltosi.
In quel punto, la sommossa diventa generale: si sfondano le porte del suo quartiere, si saccheggia tutto, e la lasciano morta a sassate.
Trotona si rifugiò presso la Sussio, perché correva lo stesso pericolo della madre.
I grandi del regno si radunarono subito, e salirono sulla torre dove era la Principessa molto malata.
Ella non sapeva nulla né della morte di suo padre, né della brutta fine toccata alla sua nemica.
Quando sentì tutto quel rumore credé in buona fede che venissero a prenderla per condurla alla morte.
E non ebbe nessuna paura, perché al giorno che aveva perduto l'uccello turchino, la vita per lei era diventata odiosa.
Ma i suoi sudditi, gettandosi ai suoi piedi, le dettero a conoscere il cambiamento che era accaduto nella sua fortuna.
Ella non se ne fece né in qua né in là.
La portarono nel suo palazzo, e lì la incoronarono.
Le grandi attenzioni che le furono usate e la passione che aveva di rivedere l'uccello turchino contribuirono molto a farla rimettere in salute e a darle abbastanza forza per nominare un consiglio che avesse cura del regno durante la sua assenza: quindi prese con sé mille milioni di pietre preziose, e una notte se ne partì, tutta sola, senza che alcuno sapesse per dove s'era incamminata.
Il Mago, che aveva preso a cuore gli affari del Re Grazioso, non avendo tanto potere da distruggere l'incantesimo che la Sussio aveva fatto, pensò bene di andarla a trovare e proporle qualche accomodamento, per vedere se ella avesse voluto rendere al Re la sua sembianza naturale; e senza mettere tempo in mezzo attaccò i suoi ranocchi e volò dalla fata, la quale in quel momento stava discorrendo con Trotona.
Da un mago a una fata non c'è un grande stacco.
Essi si conoscevano già da circa seicent'anni, e in questo lasso di tempo erano stati fra loro mille volte amici e mille volte si erano guastati.
"Che desidera il mio compare?", ella gli disse.
(È questo il nome che si danno tutti, fra di loro.) "Posso esservi utile in qualche cosa che dipenda da me?"
"Sì, comare mia", disse il Mago.
"Voi potete far tutto per rendermi contento.
Si tratta del mio migliore amico: di un Re, che voi avete reso infelice."
"Ah! intendo, compare", disse Sussio, "me ne dispiace proprio nell'anima, ma non c'è da sperar grazia per lui, fin tanto che si ostina a non volere sposare la mia figlioccia: eccola qui bella e fresca, come vedete.
Ora tocca a lui a decidersi."
Al Mago gli restò la parola in bocca, tanto la ragazza gli parve brutta: nondimeno non trovava il verso di venirsene via senza aver combinato qualcosa, segnatamente perché il Re, dal giorno che era in gabbia, aveva corso mille pericoli.
Il chiodo, dove la gabbia stava attaccata, s'era rotto: la gabbia era cascata per terra, e sua maestà, colle penne, nella caduta s'era fatto molto male.
Il gatto, che si trovava presente a questo caso, gli dette una graffiata nell'occhio, e ci corse poco non l'accecasse.
Un'altra volta s'erano scordati di dargli da bere, ed era già a tocco e non tocco di beccarsi una bella pipita, se per fortuna non giungevano in tempo a salvarlo con alcune gocce d'acqua.
Un frugolo di scimmiotto, scappato non si sa di dove, gli pettinò ben bene le penne attraverso i ferri della gabbia, strapazzandolo senza nessun complimento, come se fosse stata una gazza o un merlo.
Ma la cosa più triste di tutte era questa: che egli stava a un pelo per perdere il trono, perché i suoi eredi ne inventavano ogni giorno una delle nuove, pur di provare come e qualmente egli fosse morto e morto davvero.
Alla fine il Mago combinò con la comare Sussio, che ella condurrebbe Trotona nel palazzo del Re Grazioso, che lì vi resterebbe alcuni mesi, durante i quali il Re doveva prendere una risoluzione circa allo sposarla: e intanto la fata renderebbe al Re la sua figura naturale, salvo sempre a farlo tornare uccello, nel caso che si fosse ostinato a non voler sposare la sua figlioccia.
La fata diede a Trotona dei vestiti d'oro e d'argento; quindi la fece montare in groppa, dietro a sé, sopra un drago, e si recarono al regno di Re Grazioso, il quale vi giungeva, anche lui, in quello stesso punto insieme al Mago suo amico.
Con tre colpi di bacchetta, egli ritornò quello stesso che era stato prima, bello, amabile, spiritoso, magnifico: ma gli costava salata questa diminuzione di penitenza, perché il solo pensiero di sposare Trotona gli metteva i brividi addosso.
Il Mago aveva un bel persuadere colle migliori ragioni di questo mondo: ma tutti i suoi discorsi lasciavano il tempo com'era! Il Re si dava meno pensiero delle cure di Stato, che di trovare ogni ammennicolo per mandare in lungo il termine fissato dalla Sussio per le nozze con Trotona.
Intanto la Regina Fiorina, coi capelli tutti sciolti e arruffati apposta per nascondersi il viso, con un cappello di paglia in capo e con un sacco di tela sulle spalle cominciò il suo viaggio un po' a piedi e un po' a cavallo, ora per mare, ora per terra.
Faceva dappertutto le più minute ricerche: ma non sapendo con certezza che strada prendere, temeva sempre di andare da una parte, mentre il suo Re pigliava da quell'altra.
Un giorno, essendosi fermata sull'orlo d'una fontana le cui acque cristalline rimbalzavano sopra un letto di sassolini minutissimi, le venne voglia di lavarsi i piedi.
Si sedé sull'erba, e raccolti e fermati i capelli con un nastro, tuffò i piedi dentro l'acqua.
A vederla, c'era da scambiarla con Diana che si bagna di ritorno dalla caccia.
In quel mentre passò di lì una vecchierella, tutta ripiegata, la quale si appoggiava a un grosso bastone: si fermò, e le disse:
"Che fate costì, mia bella figliuola? Mi fa male a vedervi sola così!".
"Non son sola, mia buona nonna", rispose la Regina, "sono invece in numerosa compagnia, perché ho qui con me un mondo di disinganni, d'inquietudini e di dispiaceri."
E nel dir così, i suoi occhi si empirono di pianto.
"Come? così giovine, e piangete!", disse la buona vecchina.
"Animo, figlia mia, non vi date alla disperazione.
Raccontatemi sinceramente quello che avete, e spero di consolarvi."
La Regina non se lo fece dire due volte: le raccontò le sue disgrazie, la parte che in tutta questa faccenda vi aveva avuto la Sussio, e finalmente le disse che andava in cerca dell'uccello turchino.
La vecchierella si rizza sulla persona, piglia un altro contegno, cambia improvvisamente di figura e apparisce giovine, bella, magnificamente vestita: poi guardando la Regina con un grazioso sorriso:
"Incomparabile Fiorina", le dice, "il Re che voi cercate non è più uccello: mia sorella Sussio gli ha rese le sue prime sembianze: e ora trovasi nel suo regno.
Non state a tormentarvi più: perché voi arriverete a veder coronate le vostre speranze.
Eccovi quattro uova: nei grandi bisogni della vita le romperete, e ci troverete dentro delle cose che vi saranno di un grande aiuto".
Detto questo, sparì.
Fiorina si sentì rinascere a queste parole; ripose le uova nel sacco, e s'incamminò verso il regno di Grazioso.
Dopo aver camminato otto giorni e otto notti, giunse a piè di una montagna d'un'altezza prodigiosa, tutta quanta d'avorio e così tagliata a picco, che non c'era verso di arrampicarcisi sopra, senza cadere.
Ella fece mille sforzi inutili: sdrucciolava, si affaticava; finché, disperata di vedersi di fronte un ostacolo insormontabile, andò a sdraiarsi appiè della montagna, colla ferma risoluzione di lasciarsi morire; quand'ecco che si ricordò degli uovi avuti dalla fata.
Ne prese uno e disse: "Vediamo un po', se promettendomi i soccorsi de' quali avessi avuto bisogna, si fosse burlata di me".
Appena rotto l'uovo, vennero fuori alcuni piccoli ganci d'oro, che ella si attaccò ai piedi e alle mani.
E con l'aiuto di questi poté salire senza fatica sulla montagna d'avorio; perché i ganci facevano presa, e le impedivano di sdrucciolare in basso.
Quando fu sulla vetta, ecco nuove difficoltà per incominciare a calare al piano: perché tutta la vallata non era altro che un grandissimo specchio di cristallo.
Vi erano lì dintorno più di sessantamila donne, che si miravano in esso con grandissimo diletto, perché bisogna sapere che lo specchio aveva dieci chilometri di larghezza e venti di lunghezza.
Ciascuna vi si vedeva riflessa secondo il suo desiderio: quella di capelli rossi appariva bionda: la vecchia si vedeva giovine: la giovine pareva anche più giovine; in una parola, questo specchio nascondeva così bene i difetti, che le donne correvano a specchiarvisi dalle cinque parti del mondo.
Bisogna aver visto le smorfie e i bocchini tondi, che facevano la maggior parte di quelle civettuole; c'era da scoppiar dalle risa.
E non per questo gli uomini ci si affollavano in minor numero: perché lo specchio faceva un gran comodo anche a loro.
A chi regalava bellissimi capelli: a chi un personale alto ed elegante, o una cert'aria marziale, o una fisionomia simpatica e bella.
Essi ridevano delle donne e le donne non se ne stavano dal ridere alle loro spalle: per cui la montagna veniva chiamata con molti nomi differenti.
Nessuno era stato mai capace di toccarne la cima: e quando vi scorsero Fiorina, le donne si messero tutte a strillare come tante calandre:
"Dove va mai quella sfacciata?", dicevano esse.
"Quella lì dev'essere tanto imprudente, da mettere i piedi anche sul nostro specchio.
Vedrete che dopo pochi passi, ce lo manderà in bricioli."
E così facevano un diavoleto da cavar di cervello.
La Regina non sapeva come fare, perché vedeva un gran pericolo nel dovere scendere da quella altezza: allora ruppe un altr'ovo, dal quale uscirono fuori due piccioni e un cocchio, che tutt'a un tratto diventò tanto grande, da poterci entrar dentro comodamente: e in questo modo i piccioni con molta leggerezza calarono giù al basso la Regina, senza che accadesse nulla di male.
Ella disse ai suoi bravi piccioni:
"Miei piccoli amici, se voi sarete tanto cortesi di portarmi fino sul posto dove il Re Grazioso tiene la sua corte, non troverete in me un'ingrata".
I piccioni, cortesi e obbedienti, volarono giorno e notte finché non furono arrivati alle porte della città.
Così Fiorina smontò, e diede a ciascuno di essi un dolcissimo bacio, che costava più di una corona reale.
Oh, come le batteva il cuore, mettendo il piede in città!
Per non essere riconosciuta, si insudiciò il viso; e chiese a quelli che passavano per la strada, dove avrebbe potuto vedere il Re.
Alcuni si messero a ridere.
"Vedere il Re?", le dicevano, "davvero eh! e che vuoi tu da lui, mio bel Muso-sudicio? Vai, vai piuttosto a lavarti: perché i tuoi occhi non sono degni di vedere un gran monarca a quel modo." La Regina non rispose: si allontanò pian piano: e tornò daccapo a domandare a quelli che incontrava, dove avrebbe potuto mettersi per vedere il Re.
"Domani deve venire al tempio con la Principessa Trotona", le risposero, "perché finalmente ha consentito di sposarla."
"Cielo, quale notizia! Trotona, l'indegna Trotona sul punto di sposare il Re!", Fiorina credette di morire e non aveva più fiato né per parlare né per andare avanti.
Entrò sotto una porta, e sedutasi sopra una pietra, col viso coperto dai capelli e dal suo cappello di paglia, cominciò a dire:
"Sfortunata che io sono! Eccomi venuta qui per far più bello il trionfo della mia rivale e per vedere coi miei occhi la sua contentezza! Fu dunque a cagione di lei, che l'uccello turchino non venne più a vedermi? Era dunque per quella brutta strega, che mi faceva la più nera di tutte le infedeltà, mentre io, rifinita dal dolore, mi logorava dalla passione per la conservazione dei suoi giorni? Il traditore s'era cambiato...
Ricordandosi di me, come se non m'avesse visto mai, lasciava che io mi struggessi per la sua lontananza, senza darsi punto pensiero della mia!...".
Quando si ha il cuore grosso dai dispiaceri, è raro che si senta il bisogno di mangiare.
La Regina cercò un po' di albergo: e si coricò, senza prendere un boccone.
Si alzò col sole e corse al tempio; ma prima di poterci entrare dové subire molte manieracce dalle guardie e dai soldati.
Vide il trono del Re e quello di Trotona, che era già considerata come Regina.
Che dolore per un'anima sensibile e appassionata, come quella di Fiorina! Si avvicinò al trono della sua rivale, e lì stette in piedi, appoggiata a una colonna di marmo.
Il Re arrivò il primo, più bello e più amabile di quello che fosse stato mai in tutta la vita.
Trotona venne dopo, vestita con gran magnificenza, ma brutta da far paura.
Ella guardò la Regina con un certo cipiglio "E chi sei tu", le disse, "che ardisci di avvicinarti alla mia augusta persona e al mio trono d'oro?"
"Io mi chiamo Viso-sudicio", diss'ella, "son venuta di lontano per vendervi delle cose rare."
E cominciò a frugare nel suo sacco di tela, e tirò fuori i braccialetti di smeraldo che il Re Grazioso le aveva regalati.
"Oh! oh!", esclamò Trotona, "carini codesti pezzi di bicchiere; me li vendi per cinque soldi?"
"Fateli prima vedere a chi se ne intende, o signora, e poi sul prezzo ci accomoderemo."
Trotona, che amava il Re con maggior tenerezza di quel che poteva attendersi da quella foca, e non le pareva vero di trovare delle occasioni per parlargli, si avanzò fino al trono di lui e gli mostrò i braccialetti, pregandolo a dire il suo sentimento.
Alla vista di quei braccialetti, egli si ricordò di quelli che aveva dato a Fiorina: diventò bianco, sospirò, e stette per un po' di tempo senza rispondere: alla fine, temendo di far vedere il turbamento dell'animo, fece su di sé un grande sforzo e rispose:
"Questi braccialetti, secondo me, valgono quanto tutto il mio regno: credevo che nel nondo ve ne fosse un paio solo; ma ora vedo che ce ne sono degli altri".
Trotona tornò sul suo trono, dove ci faceva la figura di un'ostrica attaccata al suo guscio; e chiese alla Regina quanto, senza rubare, avrebbe preteso de' suoi braccialetti.
"Se doveste pagarmeli, o signora, vi sarebbe d'un grande scomodo: vi propongo piuttosto un altro patto.
Ottenetemi il favore di dormire una notte nella sala degli Echi, che è nel palazzo del Re, e io vi cedo gli smeraldi."
"Magari, Viso-sudicio!", disse Trotona, buttandosi via dalle risate come una sguaiata, e mostrando certi denti più lunghi di quelli d'un cinghiale.
Il Re non si dette pensiero di sapere di dove venivano quei braccialetti, un po' perché gli era indifferente la venditrice (che non destava davvero nessuna curiosità), ma segnatamente per il disgusto invincibile che provava a discorrere con Trotona.
Ora bisogna sapere, che in quel tempo che egli era sempre uccello turchino, una tal volta gli era venuto fatto di raccontare alla Principessa come proprio sotto al suo quartiere reale c'era una piccola sala che si chiamava la sala degli Echi; costruita in un modo così ingegnoso, che tutto ciò che vi si diceva sottovoce, era sentito benissimo dal Re quando si trovava a letto nella sua camera; per cui Fiorina non poteva immaginare un miglior mezzo di questo, per potergli rimproverare la sua infedeltà.
Per ordine di Trotona la condussero nella sala degli Echi, dov'ella dette principio ai suoi lamenti e ai suoi rimproveri così:
"La sciagura, alla quale non voleva credere, pur troppo è certa, barbaro uccello turchino! tu ti sei scordato di me: tu ami la mia indegna rivale.
I braccialetti, che ebbi dalla tua mano reale, non furono capaci di richiamarmi alla tua memoria: tanto io sono lontana dal tuo pensiero!".
E qui i singhiozzi le tolsero la parola: quand'essa riebbe fiato da parlare, ricominciò daccapo e continuò fino alla mattina.
I camerieri, avendola sentita piangere e sospirare tutta la notte, andarono a raccontarlo a Trotona: la quale le domandò la ragione di tutto il lamentìo che aveva fatto.
La Regina rispose che aveva dormito profondamente e che dormendo le accadeva per il solito di sognare e di parlare a voce alta.
Quanto al Re, per una strana fatalità non aveva sentito nulla: e questo derivava, perché dal giorno che incominciò la sua passione per Fiorina, aveva perduti i sonni; e quando la sera andava a letto, gli davano dell'oppio per farlo riposare.
La Regina passò una gran parte del giorno così inquieta, da non potersi dir quanto.
"Se mi ha sentito", diceva fra sé, "come si può dare al mondo un'indifferenza più atroce della sua? Se poi non mi ha sentito, in qual altro modo potrò far giungere la mia voce fino a lui?" Gioielli e cose d'arte veramente rare e straordinarie non ne aveva più: perché le pietre preziose sono sempre belle, ma ci bisognava qualcosa che sapesse stuzzicare il gusto di Trotona.
Allora ricorse ai suoi uovi e ne ruppe uno.
Ecco che scappò subito fuori una carrozzina d'acciaio lustro, tutta ornata di fregi d'oro in rilievo; alla carrozzina erano attaccati sei sorci verdi, guidati da un grosso topo color di rosa, mentre il battistrada, anch'esso della famiglia topesca, era d'una bella tinta grigio-perla.
Dentro alla carrozza c'erano quattro marionette più vispe e più graziose di quelle che si vedono sui teatrini alle grandi fiere di Padova e di Sinigaglia, e facevano delle cose molto sorprendenti, in specie due piccole egiziane, le quali ballavano la sarabanda e il minuetto meglio di tutte le ballerine della Pergola e della Scala.
La Regina rimase a bocca aperta a vedere questo capolavoro dell'arte negromantica: ma non fece motto fino alla sera, che era l'ora che Trotona andava alla passeggiata.
Allora si mise in un viale a far galoppare i suoi sorci che tiravano la carrozza, gli altri topi e le marionette.
Questa novità fece tanta meraviglia a Trotona, che cominciò a gridare:
"Viso-sudicio! ehi, Viso-sudicio! li vuoi cinque soldi per la tua carrozza e per il tuo equipaggio topinesco?".
"Domandate ai letterati e ai sapienti di questo regno", disse Fiorina "che cosa può valere una meraviglia simile, e io me ne starò al parere del più capace fra loro."
Trotona, prepotente in ogni cosa, rispose:
"Non mi star più a stomacare colla tua sudicia presenza; dimmi il prezzo, e finiscila".
"Dormire ancora un'altra volta nella sala degli Echi", disse Fiorina, "ecco tutto quello che vi domando."
"Va', povera bestia", replicò Trotona, "non ti sarà negato." E voltandosi alle sue dame, disse: "Questa stupida creatura non sa ricavare nessun guadagno dalla vendita di tante belle rarità!".
Venne la notte.
Fiorina disse tutto quello che si può immaginare di più tenero e di appassionato, ma fu lo stesso che dirlo al muro, come la notte avanti, perché il Re non lasciava mai di prendere la sua solita bevanda coll'oppio.
I camerieri dicevano fra loro:
"Questa campagnola, non c'è caso, dev'esser grulla: che cos'è tutto questo cicalìo che fa la notte?".
"Peraltro", osservavano alcuni, "nelle cose che dice, c'è del buon senso e della passione."
Fiorina aspettò colla febbre addosso che venisse il giorno, per vedere l'effetto prodotto da' suoi discorsi.
"Pur troppo", essa diceva, "questo spietato è diventato sordo alla mia voce! Non riconosce più la voce della sua cara Fiorina? Ah! che vergogna, ostinarsi ancora a volergli bene! Egli mi disprezza, e me lo merito.
Sì, mi sta bene."
Però tutti questi ragionamenti tornavano inutili.
Ella non poteva guarire della sua passione.
Nel sacco non le rimaneva che un solo uovo, dal quale potesse sperare qualche soccorso.
Lo ruppe e ne uscì fuori un pasticcio di sei uccelli lardellati, cotti e benissimo rosolati; eppure, con tutto questo, cantavano da innamorare, predicavano la buona ventura e sapevano di medicina meglio di Esculapio.
La Regina restò stupita di una cosa tanto meravigliosa, e se ne andò col suo pasticcio parlante nell'anticamera di Trotona.
Mentr'essa aspettava di poter passare, uno de' camerieri le si avvicinò e le disse:
"Ma non sapete, mio bel Viso-sudicio, che se il Re non pigliasse l'oppio per dormire, voi lo cavereste di cervello con tutto il chiacchierio che fate nella notte?".
Fiorina allora capì subito la ragione perché il Re non l'aveva udita, e disse al cameriere:
"Sono tanto sicura di non disturbare i sonni del Re, che stasera, nel caso che io dorma nella sala degli Echi, se non gli darete nemmeno una goccia d'oppio, tutte queste perle e diamanti saranno per voi".
Il cameriere accettò e dette la sua parola.
Dopo pochi minuti arrivò Trotona e vide la Regina che faceva finta di voler mangiare il suo pasticcio.
"Che cosa fai costì, Viso-sudicio?" le disse.
"Signora", rispose Fiorina, "son qui che mangio astrologhi, musici e dottori di medicina."
In quello stesso momento gli uccelli cominciarono a cantare dolcemente, come tante sirene; poi gridavano: "Buttateci una piccola moneta d'argento e vi diremo la buona ventura", Un anatrotto, che torreggiava sugli altri, disse più forte di tutti: "Qua, qua, qua, qua; io sono medico, io guarisco la gente da tutti i mali e da tutte le pazzie, fuori che da quella d'amore".
Trotona sbalordita da questo portento non veduto mai in vita sua, gridò, sagrando come un vetturino:
"Affeddìo, che bel pasticcio! Lo voglio per me.
Qua, Visosudicio: quanto ne chiedi?".
"Il solito prezzo", ella disse, "dormire nella sala degli Echi, e nient'altro."
"Sta bene, e ti voglio dar per giunta anche questa moneta", disse Trotona, fuor di sé dall'allegrezza di avere avuto il pasticcio.
Fiorina se ne va via ringraziando, tutta contenta per la speranza che questa volta il Re avrebbe sentita la sua voce.
Appena venne la notte, ella si fece condurre nella sala degli Echi, colla passione che la struggeva che il cameriere mantenesse la parola e che, invece di dare al Re il solito oppio, gli mettesse innanzi qualche altra bevanda da tenerlo desto; quando poté figurarsi che tutti dormissero, ella ricominciò i suoi pietosi lamenti:
"A quanto pericolo non sono io andata incontro", ella diceva, "per venirti a cercare, mentre tu mi fuggi e vuoi sposare Trotona! Che t'ho io fatto, crudele, per scordarti così i tuoi giuramenti? Rammentati almeno qualche volta della tua metamorfosi, del mio amore e dei nostri teneri colloqui!".
Ella ripeté questi colloqui a uno a uno, e con tanta fedeltà di memoria, da far vedere che per lei non c'era altra cosa al mondo che le fosse più cara di questi ricordi.
Il Re non dormiva punto, e sentiva così distintamente la voce di Fiorina e tutte le sue parole, che non sapeva raccapezzarsi da dove venissero: ma il suo cuore, teneramente commosso, gli fece ricordare così al vivo l'immagine della sua incomparabile Principessa, che nel trovarsi ora diviso da lei sentì il medesimo dolore di quando i coltelli lo ferirono fra i rami del cipresso.
E anch'esso si mise a parlare sullo stesso tono della Regina, e disse:
"Ah! Principessa troppo crudele per un amante che vi adorava! com'è egli mai possibile che mi abbiate sacrificato ai nostri comuni nemici?...".
Fiorina udì le cose che il Re diceva, e non si stette dal rispondergli e dal fargli sapere che s'egli avesse voluto degnarsi di chiamare presso di sé Viso-sudicio, avrebbe potuto aver la spiegazione di tanti misteri, fin allora inesplicabili per lui.
A queste parole il Re, impaziente, chiamò uno dei suoi camerieri, e gli disse se fosse stato possibile di trovargli subito Viso-sudicio e di condurgliela lì.
Il cameriere rispose che la cosa poteva farsi in un batter d'occhio, perché Viso-sudicio era a dormire nella sala degli Echi.
Il Re non sapeva che cosa si pensare.
Come poteva mai figurarsi che una sì gran Regina, come Fiorina, potesse trovarsi trasfigurata a quel modo? E come credere che Viso-sudicio avesse la voce della Regina e conoscesse tutti i suoi segreti più intimi, se ella non fosse stata la Regina stessa? Tormentato da questi sospetti si alzò dal letto, si vestì in fretta e furia, e per una scaletta segreta scese nella sala degli Echi.
La Regina aveva levata la chiave: ma il Re ne aveva una che apriva tutte le porte del palazzo.
La trovò vestita con una veste leggerissima di seta bianca, che essa era solita portare sotto i suoi panni sudici e strappati; i suoi bellissimi capelli le scendevano per le spalle; era distesa sopra un canapè, e una lampada, in lontananza, mandava all'intorno un pallido sbattimento di luce.
Il Re entrò dentro all'improvviso; e la passione dell'amore vincendo tutti i suoi risentimenti, appena l'ebbe riconosciuta, andò a gettarsi a' suoi piedi, le bagnò le mani del suo pianto e credette di morire di gioia, di dolore e di mille pensieri diversi che, tutti in una volta, gli si affollarono alla memoria.
La Regina non fu meno commossa di lui; ed ebbe una tal serratura al cuore, che sentiva mancarsi il respiro.
Ella guardava fisso fisso il Re, senza dir parola; e quand'ebbe la forza di poter parlare, non ebbe quella per fargli dei rimproveri.
La gran contentezza di rivederlo le fece dimenticare per un momento tutte le ragioni, che essa credeva fondatissime, di lagnarsi di lui.
Alla fine ogni cosa venne in chiaro, tutti e due a vicenda si trovarono giustificati; il loro amore riprese al disopra, e l'unica spina, che ormai li tormentasse, era la fata Sussio.
Ma in questo frattempo giunse il Mago, grande amico del Re, in compagnia d'una famosa fata, la quale era appunto quella che aveva dato le quattro uova a Fiorina.
Scambiati i primi complimenti d'uso, il mago e la fata dissero chiaro e tondo che essendosi trovati d'accordo a riunire i loro poteri in favore del Re e della Regina, la fata Sussio non poteva far altro che un bel nulla contro di essi; e che per conseguenza non c'erano più ostacoli per mandare in lungo le loro nozze.
Ci vuol poco a figurarsi l'allegrezza dei due giovani amanti.
Appena si fece giorno, la voce si sparse per il palazzo, e tutti furono contenti di vedere la bella Fiorina.
Il rumore di questa notizia essendo arrivato fino agli orecchi di Trotona, questa corse subito dal Re: e come rimase brutta, quando gli vide al fianco la sua odiata rivale! Mentre stava per aprir bocca e per dir loro un sacco di vituperi, il mago e la fata la trasformarono in una maiala, perché così le rimanesse un poco della sua fisionomia e del suo brutto vizio di grugnire.
Ella fuggì via, grugnendo sempre fin giù nel cortile, dove fu accolta da uno scoppio di risate, che la messero all'ultima disperazione.
Il Re Grazioso e la Regina Fiorina, liberati finalmente dalla presenza di una così odiosa persona, non pensarono più che a festeggiare le loro nozze: le quali spiccarono per buon gusto e magnificenza: e c'è da immaginarsi facilmente la felicità dei due sposi, dopo tanti dispiaceri e tante traversie.
Domandatelo al Re Grazioso, ed egli vi risponderà: meglio diventare uccelli turchini, corvi e anche anatre palustri, piuttosto che sposare una Trotona, alla quale non si voglia bene.
Peccato che non si trovi sempre un mago o una fata per mandare a monte tanti matrimoni, dove l'amore non c'entra per nulla!
La Gatta Bianca
di Carlo Collodi
C'era una volta un Re il quale aveva tre figli: tre pezzi di giovanotti forti e coraggiosi; ed egli si era messo paura che volessero salire sul trono prima della sua morte: tanto più, che stando a certe voci che correvano, i suoi figli cercavano dappertutto di farsi dei partigiani per impadronirsi del regno.
Il Re cominciava a essere un po' in là cogli anni, ma essendo ancora verde di spirito e sano di mente, non se la sentiva punto di cedere loro un posto, occupato da lui con tanta dignità.
Pensò, dunque, che il miglior partito per vivere tranquillo fosse quello di tenerli a bocca dolce a furia di promesse, che egli avrebbe saputo sempre deludere e mandare in fumo.
Li chiamò nel suo gabinetto, e dopo aver parlato alla buona di varie cose, saltò fuori col dire:
"Miei cari figli, voi converrete meco che la mia età avanzata non mi permette più di accudire agli affari di Stato con lo stesso impegno d'una volta; temo che i miei sudditi ne abbiano a risentire i danni, ed è per questo che ho deciso di mettere la corona sul capo a uno di voi tre.
Peraltro è ben giusto che in compenso di un regalo simile, voi dobbiate cercare di compiacermi nel disegno, che oramai ho fatto, di ritirarmi in campagna.
Mi pare che un canino vispo, fido, grazioso potrebbe tenermi un'ottima compagnia: così, senza stare a scegliere il figlio maggiore piuttosto del minore, io vi dichiaro che quello che di voi tre mi porterà il canino più bello, quello sarà il mio erede".
I principi restarono sorpresi del capriccio del loro padre per un canino, ma i due minori vi trovarono il loro tornaconto ed accettarono con piacere la commissione di andare in cerca di un cane.
Quanto al figlio maggiore, era troppo timido e troppo rispettoso per far valere i suoi diritti.
Presero quindi congedo dal Re, il quale li fornì d'oro e di pietre preziose, soggiungendo che fra un anno, né più né meno, in quello stesso giorno e alla medesima ora, dovessero tornare a portargli ciascuno il suo canino.
Prima di mettersi in viaggio i tre fratelli andarono a un castello, discosto appena un miglio dalla città.
Menarono seco gli amici e fecero gran baldoria, giurandosi tutti e tre amicizia eterna, e restando intesi che in questa faccenda avrebbero ciascuno tirato avanti per il fatto suo, senza gelosie e rancori, e che in ogni caso il più fortunato avrebbe sempre tenuto a parte gli altri due della sua fortuna.
E così partirono, dopo aver fissato che al ritorno si sarebbero ritrovati nello stesso castello, per poi recarsi tutti insieme dal Re.
Non vollero con sé nessuno, e cambiarono di nome per non essere riconosciuti.
Ciascuno prese una via diversa.
I due maggiori ebbero molte avventure; ma io racconterò soltanto quelle del minore.
Il quale era grazioso, d'umore allegro e piacevole, una bella testa, fisonomia signorile, fattezze regolari, bei denti e moltissima destrezza in tutti quegli esercizi, che completano l'educazione di un gentiluomo.
Cantava con gusto, suonava il liuto e la chitarra da incantare, maneggiava la tavolozza, era insomma un cavaliere compitissimo e di un coraggio che rasentava la temerità.
Non passava giorno che non comprasse cani grandi, piccoli, levrieri, bull-dogs, da caccia, spagnuoli, barboni.
Se ne aveva uno bello e ne trovava un altro più bello, lasciava il primo per tenersi l'altro: perché gli sarebbe stato impossibile, solo com'era, di menarsi dietro trenta o quarantamila cani; ed egli non voleva con sé nessuno strascico di gentiluomini o di servitori o di paggi.
Camminava e camminava, senza sapere neanche lui dove andasse, quand'ecco che una volta si trovò sorpreso dalla notte, dai tuoni e da un gran rovescio d'acqua nel mezzo d'una foresta, dove non raccapezzava più nemmeno la strada che doveva fare.
Prese il primo viottolo che gli capitò fra i piedi, e dopo aver camminato un pezzo, poté scorgere un po' di luce; e da questa si figurò che, non molto lontano, ci dovesse essere qualche casa, dove avrebbe potuto mettersi al coperto fino al giorno.
Guidato così da quella po' di luce che vedeva, giunse alla porta di un castello, il più magnifico che si possa immaginare.
La porta era d'oro, coperta di carbonchi, il cui bagliore limpido e smagliante illuminava tutti i dintorni.
E questa era la luce che il Principe aveva veduto di lontano.
I muri erano di porcellana trasparente sulla quale, dipinta in colori, si vedeva la storia di tutte le fate dalla creazione del mondo in poi; né vi erano dimenticate le famose avventure di Pelle d'Asino, di Finetta, del Melarancio, di Graziosa, della Bella addormentata nel bosco, di Serpentino Verde e di cent'altri.
Gli fece grandissimo piacere di riconoscervi anche il Principe Folletto, perché era suo zio all'uso di Brettagna.
La pioggia e la stagione indiavolata gli levarono la voglia di trattenersi più a lungo in un luogo, dove si bagnava tutto fino all'ossa, senza contare che dove non giungeva il riflesso luminoso dei carbonchi, non ci si vedeva proprio di qui a lì.
Tornò alla porta d'oro, e vide uno zampetto di capriolo attaccato in fondo a una piccola catena tutta di diamanti: e non poté di meno di restare a bocca aperta, non tanto per la magnificenza di quel cordone da campanello, quanto per la gran sicurezza colla quale vivevano in quel palazzo.
"Perché", faceva egli a dire, "che ci vorrebbe per i ladri a staccare la catenella e portar via i carbonchi? Sarebbe il vero modo di diventar ricchi una volta per tutte."
Tirò lo zampetto di capriolo: subito sentì suonare una campanella, che allo squillo gli parve d'oro o d'argento.
Di lì a un minuto la porta si aprì, senza che egli potesse veder altro che una dozzina di mani per aria, ciascuna delle quali teneva una fiaccola accesa.
A quella vista restò così intontito, che non sapeva risolversi a entrare, quando sentì altre mani, che lo spingevano per dietro, e anche con una certa tal qual violenza.
Egli entrò là dentro a malincuore, e per ogni buon fine e rispetto portò la mano all'impugnatura della spada: quand'ecco, che traversando un vestibolo, tutto incrostato di porfido e di lapislazzuli, sentì due voci angeliche che cantavano così:
Delle man.,che vedete
Non vi prenda sospetto:
Ché sotto questo tetto
Non c'é da temer nulla.
Se non le seducenti
Grazie di un bel visino;
Caso che il vostro cuore
Non voglia rimaner schiavo d'amore.
Egli non poté immaginarsi che lo invitassero con tanta buona grazia, per fargli poi un brutto tiro: per cui, sentendosi sospinto verso una gran porta di corallo, che si aprì al suo avvicinarsi, entrò in una gran sala, tutta di madreperla; e quindi passò in altre sale ornate in mille maniere differenti e così ricche di pitture e di marmi preziosi, da farlo restare sbalordito.
Migliaia e migliaia di lumi, che dal soffitto arrivavano fino a terra, illuminavano altri quartieri; anche questi pieni di lampadari, di luci a riflesso e di ventole gremite di candele.
Per farla corta, era una tal maraviglia da crederla un sogno.
Dopo aver traversato una fila di sessanta stanze, le mani che lo guidavano lo fecero fermare, ed esso vide una poltrona grande e molto comoda, che si accostò da sé sola al camminetto.
In quel mentre il fuoco si accese: e le mani che gli sembravano bellissime, bianche, piccole, bofficette e ben proporzionate, cominciarono a spogliarlo: perché, com'ho detto poco fa, era tutto fradicio mézzo e c'era il caso di fargli prendere un'infreddatura.
Gli fu presentato senza che egli vedesse alcuno, una camicia così bella, che era proprio una camicia da sposi, insieme a una veste da camera, di stoffa trapunta d'oro e ricamata di piccoli smeraldi, che formavano degli arabeschi e delle cifre.
Le mani, senza corpo, gli avvicinarono una toeletta, che era una vera maraviglia: e lo pettinarono con tanta leggerezza e con tanta maestria, che rimase contentissimo.
Poi lo rivestirono tutto, non coi panni di lui, ma con gli altri abiti molto più belli.
Egli stava ammirando, senza fiatare, tutto quello che accadeva sotto i suoi occhi, e di tanto in tanto aveva qualche brivido di paura, che non poteva vincere a nessun costo.
Quando l'ebbero incipriato, pettinato, profumato, vestito in gala, e fatto più bello d'un amore, le solite mani lo condussero in una sala magnifica per i mobili e per le dorature.
In giro alle pareti si vedeva la storia dei gatti più famosi.
Rodilardo appiccato pei piedi, nel Consiglio dei Topi: il Gatto cogli stivali, marchese di Carabà: il Gatto scrivano: il Gatto cambiato in donna, i Sorci mutati in gatti: il Sabbato e tutte le sue stregherie; insomma non c'era cosa più originale di questi quadri.
La tavola era apparecchiata, con sopra due posate e due tovagliolini, ciascuno dei quali col suo laccetto d'oro: la dispensa faceva restare a bocca aperta per la quantità di vasi di cristallo di monte e di altre pietre preziose.
Il Principe non sapeva per chi fossero quelle due posate, quando vide alcuni gatti che andavano a pigliar posto in una piccola orchestra fatta apposta per loro: uno portava un libro pieno di capperi e di note le più strane del mondo: un altro teneva in mano un quaderno arrotolato, per battere il tempo: gli altri avevano delle piccole chitarre.
Tutt'a un tratto, ciascuno di essi cominciò a miagolare in diversi toni e a grattare coll'unghie le corde della chitarra.
Il Principe avrebbe quasi creduto di esser capitato all'inferno, se non gli fosse parso che il palazzo fosse troppo meraviglioso per dar motivo a simili sospetti: e non potendo far altro, si tappava gli orecchi e si buttava via dalle risate, a vedere i gesti e le boccacce di quei musicanti di una razza nuova.
Mentre stava pensando alle tante cose che gli erano accadute in questo castello, vide entrare una figurina non più alta di mezzo braccio.
Questa specie di bambolina era coperta dalla testa ai piedi da un lungo velo di crespo nero.
L'accompagnavano due gatti, anch'essi abbrunati, col mantello e la spada al fianco.
E dietro a loro, un numeroso corteggio di gatti, che portavano trappole e gabbie piene di sorci e di topi.
Il Principe era fuori di sé dallo stupore, e non sapeva che cosa pensare.
Intanto la bambolina si avvicinò e si tolse il velo: sicché egli poté vedere la più bella gattina, fra quante ce ne furono e ce ne saranno mai.
Ella appariva molto giovine e molto afflitta: e faceva un miagolìo così dolce e così carino, che andava proprio al cuore.
Ella disse al Principe:
"Figlio di Re, tu sei il benvenuto.
La mia miagolante maestà ti vede con piacere".
"Signora Gatta", disse il principe "voi siete molto buona a farmi sì cortese accoglienza; ma voi non mi avete l'aria di essere una bestiolina come tutte le altre: il dono della parola e il bel castello che possedete, ne sono una prova lampante."
"Figlio di Re", riprese la Gatta, "ti prego, non mi dire dei complimenti.
Io sono semplice di modi e di parole: ma ho un buon cuore.
Animo!" continuò ella "si serva subito in tavola; e i musicanti tacciano, perché tanto il Principe non intende nulla di quello che dicono."
"Dicono forse qualche cosa?", domandò egli.
"Ma sicuro", ella soggiunse, "perché qui ci sono dei letterati, che hanno moltissimo spirito: e se resterete un poco fra noi, ve ne persuaderete facilmente."
"Basta sentirvi discorrere, per crederlo subito", disse il Principe con molta galanteria, "ed è per questo, o signora, che io vi stimo una gatta veramente singolare."
Fu portata la cena: la quale era servita da quelle stesse mani, appartenenti a corpi invisibili.
Si rifecero dal mettere in tavola due pasticci: uno di piccioncini e l'altro di sorci grassi come ortolani.
La vista di quest'ultimo pasticcio fece perdere al Principe la voglia di assaggiare il primo; per il sospetto che tutti e due fossero stati cucinati dallo stesso cuoco, e con le medesime rigaglie: ma la gattina, vedendogli far boccuccia, indovinò la sua idea e lo accertò che la sua cucina era fatta a parte, e che poteva mangiare tranquillamente le pietanze, che gli avessero messo dinanzi, senza scrupolo di trovarci dentro o topi o sorci.
Il Principe non se lo fece dire due volte, persuaso che la bella Gattina non poteva avere nessun motivo per dargli ad intendere una cosa per un'altra.
E mentre mangiava gli venne fatto notare che ella aveva un piccolo ritratto in avorio, attaccato a una zampa, e gli fece specie.
La pregò se avesse voluto mostrarglielo, credendo che fosse il ritratto di padron Buricchio.
Ma rimase oltremodo stupito nel vedere che era un giovine così bello, da non credere che la natura n'avesse formato un altro compagno: e il ritratto somigliava tanto a lui, che se gliel'avessero dipinto apposta, non poteva esser più vero e più parlante.
Ella sospirò: e facendosi anche più trista, serbò un profondo silenzio.
Il Principe capì che ci doveva esser sotto qualche cosa di misterioso e di straordinario, ma non ebbe cuore di chiedere spiegazioni, per paura di far dispiacere alla Gatta e di affliggerla più che mai.
Egli le parlò di tutte le novità che sapeva, e la trovò istruttissima degl'interessi delle case principesche e di tutti i fatti che accadevano nel mondo.
Alzati da cena, la Gatta Bianca invitò il suo ospite a voler passare in una gran sala, dove c'era un teatro sul quale davano un balletto dodici gatti e dodici scimmie.
Gli uni erano vestiti da mori, le altre da chinesi.
È facile immaginarsi i salti e le capriole che facevano, e i graffi e le zampate che di tanto in tanto si scambiavano fra loro.
La serata finì così.
Gatta Bianca dette la buona notte al suo ospite: e le mani, che l'avevano condotto fin lì, lo ripresero e lo menarono in un quartiere, che era tutto differente da quello che aveva visto.
Poteva dirsi più elegante che magnifico: ed era tappezzato, di cima in fondo, di ali di farfalle, i cui variati colori formavano mille fiori diversi.
Vi erano pure delle penne di uccelli rarissimi, e che forse non si sono veduti altro che in quel luogo.
I letti erano di velo, e ornati con bellissimi fiocchi di nastro; e dappertutto grandi specchi, che andavano dall'impiantito al soffitto, e messi dentro a cornici cesellate d'oro e che rappresentavano migliaia e migliaia di piccoli amorini.
Il Principe entrò a letto senza fare una parola, perché era impossibile attaccare un po' di conversazione colle mani che lo servivano.
Dormì poco e fu svegliato da un rumore confuso.
Le mani, lì pronte, lo tirarono subito fuori del letto e gli messero addosso un vestito da caccia.
Dette un'occhiata giù, nella corte del castello, e vide più di cinquecento gatti, dei quali alcuni tenevano i levrieri al guinzaglio, e gli altri suonavano il corno.
Era una gran festa: Gatta Bianca andava alla caccia, e voleva che il Principe fosse della partita.
Le solite mani, addette al suo servizio, gli presentarono un cavallo di legno, che correva a briglia sciolta e che sapeva andare al passo, che era uno stupore.
Egli stintignava un poco a montarci sopra, dicendo che era quasi lo stesso che fargli fare la figura di cavaliere errante come Don Chisciotte: ma la sua mala voglia gli giovò poco: si trovò messo di peso sul cavallo di legno, il quale aveva una gualdrappa e una sella a ricami d'oro e di diamanti.
Gatta Bianca cavalcava uno scimmiotto, il più bello e il più fiero che si potesse mai vedere; essa aveva lasciato il suo gran velo e portava in testa un berretto da amazzone, che le dava una cert'aria di spavalderia, che metteva paura a tutti i sorci del vicinato.
Non c'è stata mai un'altra caccia divertente come quella: i gatti correvano più dei conigli e delle lepri: e così, quando chiappavano qualche animale, Gatta Bianca voleva che lo mangiassero dinanzi a lei, e questa cosa dava luogo a mille giuochi piacevolissimi di agilità e di destrezza.
E nemmeno gli uccelli, dal canto loro, erano sicuri: perché i gattini s'arrampicavano su per gli alberi: e il bravo scimmiotto portava Gatta Bianca fin dentro ai nidi dell'Aquile, perché disponesse a piacer suo delle piccole Altezze aquiline.
Finita la caccia, ella prese un corno lungo un dito, ma che mandava un suono così chiaro e sfogato, da farsi sentire benissimo alla distanza di cento miglia.
Quand'ebbe fatti due o tre squilli di corno, si vide circondata da tutti i gatti del paese: alcuni arrivarono per aria, portati in cocchio: altri venivano per acqua, dentro le barche: insomma era uno spettacolo non mai veduto.
Quasi tutti erano vestiti in diversi modi.
Gatta Bianca, accompagnata da questo pomposo corteggio, ritornò al palazzo e pregò il Principe a venirvi anche lui.
Egli gradì l'invito, sebbene tutto questo gattaio gli sapesse un po' troppo di sabbato e di stregheria, e la Gatta parlante gli paresse più strana e più inconcepibile di tutto il resto.
Appena entrata nel palazzo, le portarono il suo velo nero.
Cenò col Principe, il quale aveva una fame che parevano due, e mangiò per quattro.
Furono portati dei liquori, che egli gustò volentieri, ma che gli fecero dimenticare, lì per lì, il canino che doveva portare al Re.
Da quel momento in poi non aveva altro pensiero che stare a miagolare con Gatta Bianca: o, come chi dicesse, a tenerle buona e fidata compagnia: tutti i giorni passarono in feste piacevoli, ora alla pesca, ora alla caccia: eppoi balli, tornei e altri spassi, che lo divertivano moltissimo.
Spesso e volentieri la bella Gatta faceva dei versi e delle canzonette in uno stile così appassionato, da far capire che aveva il cuore sensibile e che certe cose non si sanno dire, senza essere innamorati: ma il suo segretario, che era un vecchio soriano, aveva una mano di scritto così brutta, che sebbene le opere di lei sieno state conservate, oggi è impossibile leggerle e raccapezzarvi dentro qualche cosa.
Il Principe si era scordato di tutto, perfino del suo paese.
Le solite mani, rammentate tante volte, continuavano a servirlo.
Qualche volta si pentiva di non essere un gatto, per poter passare tutta la vita in così amabile compagnia "Povero me!", diceva egli a Gatta Bianca, "come sarei disperato se dovessi lasciarvi; vi amo tanto! o diventate donna, o fatemi diventare un gatto!" Ella pigliava in chiasso queste parole, e gli dava delle risposte così ambigue e sibilline, da non ricavarci un numero.
Un anno passa presto, in ispecie quando non si hanno né seccature né pensieri: e quando si sta bene di salute e ci manca il tempo per potersi annoiare.
Gatta Bianca sapeva il giorno in cui egli doveva tornare a casa, e perché egli non ci pensava più, credé ben fatto ricordarglielo.
"Sai tu", ella gli disse, "che ti restano tre giorni solamente, per cercare il canino tanto desiderato da tuo padre, e che i tuoi fratelli ne hanno trovati dei bellissimi?"
Il Principe ritornò in sé, e maravigliandosi della sua negligenza: "Per quale incantesimo piacevole" disse "ho potuto scordarmi di una cosa, che mi stava a cuore al disopra di tutte le altre? Ce ne va della mia gloria e della mia fortuna.
Dove troverò un canino, proprio come ci vuole, per guadagnare un Regno, e un cavallo così scappatore da arrivare in tempo?".
E incominciò a inquietarsi e a mettersi di cattivo umore.
Gatta Bianca, con una vocina carezzevole, gli disse: "Figlio di Re, non ti dare alla disperazione: io sono fra i tuoi buoni amici: puoi trattenerti qui ancora un giorno, perché sebbene da qui al tuo paese ci sieno più di duemila miglia, il bravo cavallo di legno ti ci porterà in meno di dodici ore".
"Vi ringrazio, mia bella Gatta", disse il Principe, "peraltro non mi basta di tornare da mio padre, ma bisogna che gli porti anche un canino."
"Tieni", gli disse Gatta Bianca, "eccoti una ghianda, dove ce ne troverai dentro uno assai più bello della stessa canicola."
"Via, via, signora Gatta", disse il Principe, "Vostra Maestà si piglia giuoco di me."
"Avvicina la ghianda all'orecchio", ella soggiunse, "e lo sentirai abbaiare."
Esso obbedì; e sentì subito il canino che faceva: bu! bu! Il Principe saltava dalla contentezza: perché un canino, che può entrare in una ghianda, bisogna che sia piccino davvero.
Egli voleva aprirla, perché si struggeva di vederlo; ma Gatta Bianca gli disse che per la strada avrebbe potuto sentir freddo e che era meglio aspettare che fosse dinanzi al Re suo padre.
Il Principe la ringraziò mille volte e poi dell'altro: e gli dette un addio che veniva proprio dal cuore.
"Vi giuro", egli soggiunse "che i giorni mi son passati come un lampo; volere o non volere, sento che mi dispiace a lasciarvi; e sebbene voi siate qui la sovrana, e i gatti che vi corteggiano sieno più spiritosi e galanti dei nostri, io non mi perito a invitarvi a venir via con me."
La Gatta, a questa proposta, rispose con un profondo sospiro.
Si lasciarono.
Il Principe arrivò il primo nel luogo, dove co' suoi fratelli era stato fissato il ritrovo.
Dopo poco arrivarono anche gli altri e rimasero maravigliati nel vedere un cavallo di legno, che caracollava meglio di quelli delle scuole d'equitazione.
Il Principe andò loro incontro: si abbracciarono ripetutamente e si raccontarono le avventure dei loro viaggi: ma il nostro Principe non disse tutta la verità circa a quanto gli era accaduto, e mostrò ai fratelli un canucciaccio mezzo spelacchiato, dicendo che gli era parso così grazioso, che aveva pensato di portarlo a suo padre.
Per quanto si volessero bene tra fratelli e fratelli, nondimeno i due maggiori sentirono un gran piacere della cattiva scelta fatta dal minore; e perché erano a tavola, si davano di nascosto nel piede, come per dire che da lui non avevano nulla da temere.
Il giorno dopo partirono tutti e tre insieme, nella medesima carrozza.
I due figli maggiori del Re avevano in alcuni panieri dei canini così belli e così delicati, che pareva non si dovessero toccare, per paura di sciuparli.
Il minore aveva il suo cane spelacchiato, così inzaccherato di mota, che nessuno lo voleva accosto.
Appena arrivati al palazzo, tutti furono loro dintorno per dargli il ben tornato: quindi passarono nelle stanze del Re.
Esso non sapeva in favore di chi decidersi, perché i due cani presentati dai suoi figli maggiori erano pari a bellezza: e già i due fratelli si disputavano il vantaggio della successione al trono, quando ecco che il Principe trovò il mezzo di metterli d'accordo, cavando fuori di tasca la ghianda, che Gatta Bianca gli aveva dato.
Apertala in presenza di tutti, ciascuno poté vedere un canino, accovacciato nel cotone, il quale sarebbe passato attraverso a un anello da dito, senza nemmeno toccarlo.
Il Principe lo posò in terra, ed egli si mise a ballare la sarabanda con accompagnamento di nacchere e con tanta grazia e leggerezza, come non avrebbe saputo far meglio, la più celebre ballerina spagnuola.
Esso era di mille colori, tutti diversi, e il pellame e gli orecchi gli toccavano terra.
Il Re rimase un po' male, perché era proprio impossibile trovar da ridire qualche cosa sulla bellezza di quel cagnolino.
A ogni modo egli non aveva punta voglia di disfarsi della sua corona: ogni rosone di essa gli era mille volte più caro di tutti i cani dell'universo.
Disse dunque ai suoi figliuoli di essere arcicontento di tutto quello che avevano fatto: ma siccome eran riusciti così bene nella prima prova, voleva avere un altro saggio della loro abilità, prima di mantenere la parola data; per cui dava loro tempo un anno a cercargli una pezza di tela così fine e sottile, da passar tutta dalla cruna di un ago, di quelli da ricamo.
Tutti e tre sentirono male la cosa di doversi rifar da capo a cercare.
I due principi, i cui cani erano meno belli di quello del fratello minore, si rassegnarono.
Ognuno se n'andò per il suo viaggio e senza perdersi in tante tenerezze come la prima volta, perché il bel cagnolino era stato cagione di un certo raffreddamento fra loro.
Il nostro Principe rimontò sul suo cavallo, e senza curarsi di altri aiuti, all'infuori di quelli che poteva attendere dalla Gatta Bianca, partì alla gran carriera e ritornò al castello, dov'ella gli aveva fatto così buon viso e lieta accoglienza.
Trovò che tutte le porte erano spalancate e le mura risplendenti per centomila fiaccole accese, che facevano un effetto meraviglioso.
Le solite mani, che l'avevano servito sempre con tanta puntualità, gli si fecero incontro: e presa la briglia del bravo cavallo di legno, lo portarono alla scuderia, mentre il Principe si avviava verso la camera di Gatta Bianca.
Ella stava coricata dentro a una piccola cestina sopra un guanciale di seta, bianca come la neve.
La sua pettinatura era un po' trascurata e la fisonomia abbattuta e trista: ma appena visto il Principe, fece mille salti e mille sgambetti, per fargli intendere la gioia che provava.
"Per quante ragioni avessi per credere al tuo ritorno", diss'ella, "ti confesso, o figlio di Re, che ci contavo assai poco: per il solito sono così disgraziata ne' miei desideri, che questa volta mi par proprio di aver avuto una vera fortuna."
Il Principe, in ricambio, le fece mille carezze: e le raccontò l'esito del suo viaggio, che forse ella già sapeva meglio di lui; e venne a dire come qualmente il Re voleva una pezza di tela che potesse passare dalla cruna d'un ago; che questa cosa a lui gli pareva impossibile, ma che a ogni modo voleva tentarla, ripromettendosi miracoli dalla buona amicizia e dall'aiuto di lei.
Gatta Bianca, pigliando una cert'aria di serietà, rispose che non era una faccenda da darsene pensiero: che, per buona fortuna, aveva nel suo castello delle Gatte che filavano benissimo: che essa pure vi avrebbe messo lo zampino, per mandare avanti il lavoro; in una parola che egli poteva starsene tranquillo, e che avrebbe trovato lì quello che cercava, senza bisogno di andare a girellone per il mondo.
In quel punto apparirono le mani, le quali portavano delle fiaccole: e il Principe andando dietro a esse, insieme con Gatta Bianca, entrò in una magnifica terrazza coperta, che dava lungo un gran fiume, sul quale furono incendiati bellissimi fuochi d'artifizio.
Vi si dovevano bruciare quattro gatti, ai quali era stato fatto un processo in tutte le regole.
Erano accusati di aver mangiato l'arrosto preparato per la cena di Gatta Bianca, il suo formaggio e il suo latte: e di aver cospirato contro la sua real persona insieme con Martafaccio e l'Eremita, famosi topi di quella contrada e tenuti per tali anche da La-Fontaine, scrittore degnissimo di fede; ma, con tutto questo, si sapeva che nel processo c'erano stati molti pasticci, e che quasi tutti i testimoni avevano preso il boccone.
Fatto sta, che il Principe ottenne per loro la grazia: e i fuochi d'artifizio non bruciarono nessuno: e dei razzi e delle girandole a quel modo, non se ne sono mai più vedute.
Dopo i fuochi fu imbandita una cena, che il Principe gustò assai più delle girandole e dei razzi, perché aveva una fame da lupi, per la ragione che il suo cavallo di legno l'aveva fatto correr tanto, come se fosse stato in strada ferrata, e anche più.
I giorni passavano e si somigliavano: feste dalla mattina alla sera, e sempre differenti, colle quali l'ingegnosa Gatta Bianca teneva allegro il suo ospite: e forse non c'è stato un altro mortale, che si sia tanto divertito, non avendo con sé altra compagnia che quella dei gatti.
Gli è vero che Gatta Bianca aveva uno spirito grazioso, seducente e adattato a ogni cosa; ella ne sapeva più di quel che è lecito saperne a un gatto: e il Principe molte volte ne rimaneva stupito.
"No", esso le diceva, "le meraviglie che mi vien fatto di notare in voi, non sono punto naturali: se voi mi amate davvero, carissima Micina, ditemi per quale miracolo pensate e parlate con tanta finezza di buon senso, da rendervi degna di sedere fra i begl'ingegni delle più celebrate Accademie."
"Finiscila con queste domande, figlio di Re", ella gli disse, "a me non è lecito risponderti: tu puoi almanaccare quanto ti pare e piace: padronissimo! Ti basti soltanto sapere che avrò sempre per te una zampina col guanto di velluto: e che ogni cosa che ti riguarda sarà come se fosse una cosa mia."
Questo second'anno passò, senza addarsene, come il primo.
Il Principe non aveva tempo di desiderare un oggetto, che le solite mani, sempre pronte, glielo portavano subito: sia che si trattasse di libri, di gemme, di quadri, di medaglie antiche: insomma egli non doveva far altro che dire: "voglio il tal bigiù, che è nel gabinetto intimo del Mogol o del Re di Persia, o la tale statua di Corinto o di Grecia" che subito vedeva comparirsi davanti ciò che desiderava, senza sapere né chi gliel'avesse portata, né di dove venisse.
Ecco una virtù magica, che ha le sue attrattive e che, non foss'altro per passatempo, ci farebbe nascere la voglia di diventare i padroni dei più bei tesori della terra.
Gatta Bianca, che non perdeva mai d'occhio gl'interessi del Principe, lo avvertì che il tempo della sua partenza si avvicinava e che poteva stare tranquillo in quanto alla pezza di tela tanto desiderata, perché essa gliene aveva tessuta una maravigliosa: aggiungendo che questa volta voleva regalargli un equipaggio degno di lui.
E senza dargli tempo di rispondere, l'obbligò a guardar giù nel cortile del castello.
E lì, infatti, vi era una carrozza scoperta, tutta d'oro smaltato, color fuoco, con mille imprese galanti dipinte sopra, che facevano piacere agli occhi e alla mente.
V'erano attaccati quattro per quattro, dodici cavalli bianchi come la neve, carichi di gualdrappe di velluto rosso fiammante, ricamate a diamanti e guarnite di fibbie e di piastrelle d'oro.
La carrozza era foderata dentro colla stessa magnificenza ed aveva un seguito d'altre cento carrozze a otto cavalli, tutte piene di signori di grande apparenza e splendidamente vestiti.
V'era di scorta un reggimento di mille guardie del corpo, le cui uniformi erano così coperte di ricami e di alamari, che il panno non si distingueva più: e la cosa singolare era questa: che il ritratto della Gatta Bianca si vedeva da per tutto, sugli stemmi della carrozza, sull'uniforme delle guardie, e perfino attaccato con un nastro all'occhiello dell'abito dei cortigiani, come la insegna di un nuovo ordine cavalleresco, di cui essa gli avesse onorati.
"Ora parti pure", diss'ella al Principe, "e presentati al Re tuo padre in codest'arnese abbagliante; e che la tua magnificenza da gran signore lo metta in suggezione tanto da non aver cuore di ricusarti il trono che ti sei meritato.
Eccoti una noce: guarda bene di non schiacciarla, finché non sarai alla presenza di lui: dentro ci troverai la pezza di tela, che m'hai domandata."
"Graziosa Bianchina", egli rispose, "vi giuro che sono talmente preso dalle vostre gentilezze per me, che, se foste contenta, preferirei di passar la mia vita con voi, a tutte le grandezzate che mi aspettano fuori di qui."
"Figlio di Re", ella soggiunse, "io credo alla bontà del tuo cuore, merce rara fra i Principi: perché essi vogliono essere amati da tutti, e non amar nessuno.
Ma tu sei l'eccezione della regola.
Io ti tengo conto del bene che dimostri di volere a una Gattina Bianca, la quale in fondo in fondo, non è buona ad altro che a prender topi."
Il Principe le baciò la zampetta e partì.
Se già non si sapesse come il cavallo di legno gli avesse fatto fare duemila miglia in meno di quarantott'ore, ora si stenterebbe a credere la gran furia che messe per arrivare in tempo.
Se non che la stessa potenza che animava il cavallo di legno, spronò talmente anche gli altri, che non restarono per la strada più di ventiquattr'ore.
Non fecero neppure una fermata, finché non furono giunti dal Re, dove già i due fratelli maggiori si trovavano: i quali, non vedendo arrivare il fratello minore, gongolavano del suo ritardo e bisbigliavano fra loro sottovoce: "Questa è una bazza per noi: o è morto o è malato: e così avremo un rivale di meno, nella successione al trono".
Senza perder tempo spiegarono le loro tele, le quali, a dir la verità, erano tanto fini, da passar dalla cruna di un ago grosso: ma per in quanto alla cruna di un ago sottile, era inutile parlarne; e il Re, tutto contento di aver trovato questo attaccagnolo, mostrò loro l'ago che egli aveva prescelto e che per ordine suo i magistrati avevano recato dal Tesoro della città, dov'era stato gelosamente custodito.
Nacque un gran diverbio: e tutti vollero dire la sua.
Gli amici de' Principi, e segnatamente quelli del maggiore, la cui tela senza dubbio era la più bella, sostenevano che il Re aveva messo fuori una gretola, dove c'era mescolata molta dose di furberia e di malafede.
Alla fine, per troncare ogni pettegolezzo, si sentì per la città il rumore allegro e cadenzato di una fanfara di trombe, timballi e clarinetti: era il nostro Principe, che arrivava col suo splendido corteggio.
Il Re e i suoi due figli fecero tanto d'occhio alla vista di uno spettacolo così sorprendente.
Appena ebbe salutato rispettosamente il padre suo e abbracciati i fratelli, cavò fuori da una scatola, tutta incrostata di rubini, la noce: e la schiacciò.
Egli si aspettava di trovarci la pezza di tela, tanto decantata: ma invece c'era una nocciuola; schiacciò anche questa, e rimase stupito di trovarci dentro un nocciolo di ciliegia.
Tutti si guardarono in viso: il Re se la rideva sotto i baffi e si divertiva alle spalle del figlio, il quale era stato tanto baccello da credere di poter portare una pezza di tela dentro a una noce; ma perché non ci doveva credere, quando già gli era stato dato un canino che entrava tutto in una ghianda? Egli schiacciò anche il nocciolo di ciliegia, il quale era tutto pieno della sua mandorlina.
Allora cominciò per la sala un gran bisbiglìo: e non si sentiva altro che questo ritornello: "Il Principe cadetto l'hanno preso a godere!...".
Egli non rispose nulla alle insolenti freddure dei cortigiani.
Aprì in mezzo la mandorlina, e ci trovò un chicco di miglio.
Oh! allora poi, per dir la verità, cominciò anch'esso a dubitare e masticò fra i denti, "Ah! Gatta Bianca, Gatta Bianca, tu me l'hai fatta!..." In questo punto sentì sulla mano un'unghiata di gatto, che lo graffiò così bene da fargli uscire il sangue.
Egli non sapeva se quell'unghiata fosse per dargli coraggio o per consigliarlo a smettere: a ogni modo aprì il chicco di miglio, e lo stupore di tutti non fu piccolo davvero quando ne tirò fuori una pezza di tela di mille metri così meravigliosa, che c'erano dipinti sopra ogni maniera d'uccelli, di pesci, di animali, con gli alberi, i frutti e le piante della terra, gli scogli, le rarità e le conchiglie del mare, il sole, la luna, le stelle, gli astri e i pianeti del cielo.
E c'erano anche i ritratti dei Re e dei Sovrani che regnavano allora nel mondo: e quelli delle loro mogli, dei figliuoli e di tutti i loro sudditi, senza che vi fossero dimenticati i più infimi, fra gli straccioni e gli sbarazzini di strada.
Ciascuno, nel suo stato, rappresentava il personaggio che doveva rappresentare, ed era vestito alla foggia del suo paese.
Quando il Re ebbe visto questa pezza di tela, si fece bianco in viso, come s'era fatto rosso il Principe, nel mentre che la cercava.
Tanto il Re che i due Principi maggiori serbavano un cupo silenzio, sebbene a più riprese si trovassero forzati a dire che in tutto quanto il mondo non c'era un'altra cosa, che potesse agguagliarsi alla bellezza e alla rarità di questa tela.
Il Re lasciò andare un gran sospiro e voltandosi a' suoi figli, disse loro: "Non potete figurarvi la mia consolazione, nel vedere la deferenza che avete per me: io desidero dunque che vi mettiate a una novella prova.
Andate a viaggiare ancora un anno, e colui che in capo all'anno menerà seco la più bella fanciulla, quello la sposerà e sarà incoronato Re il giorno stesso delle sue nozze; perché, in fin dei conti, è una necessità che il mio successore abbia moglie: e faccio giuro e prometto che questa volta sarà l'ultima e non manderò più per le lunghe la ricompensa promessa".
Questa qui, a guardarla bene, era una ingiustizia bella e buona a carico del nostro Principe.
Il cagnolino e la pezza di tela, invece di un regno, ne meritavano dieci; ma il Principe aveva un carattere così ben fatto, che non volle mettersi in urto col padre suo: e senza rifiatare, rimontò in carrozza e via.
Il suo corteggio lo seguì, ed egli tornò dalla sua cara Gatta Bianca.
Ella sapeva il giorno e il minuto che doveva arrivare; per tutta la strada c'era la fiorita e mille bracieri con sostanze odorose fumavano fuori e dentro al castello.
Essa se ne stava seduta sopra un tappeto di Persia, sotto un baldacchino di broccato d'oro in una galleria, dalla quale poteva vederlo ritornare.
Fu ricevuto dalle solite mani, che l'avevano sempre servito.
Tutti i gatti si arrampicarono su per le grondaie, per dargli il ben tornato, con un miagolio da straziare gli orecchi.
"Ebbene, figlio di Re", ella gli disse, "eccoti tornato qui, e senza corona."
"Signora", egli rispose, "la vostra buona grazia mi aveva messo in caso di guadagnarmela: ma ho capito che il Re avrebbe più dispiacere a disfarsene di quello che io avessi gusto a possederla."
"Non importa", ella soggiunse, "non bisogna trascurar nulla per meritarla; io ti aiuterò anche questa volta, e poiché bisogna che tu meni alla corte di tuo padre una bella fanciulla, penserò io a cercartene una che ti faccia vincere il premio: intanto divertiamoci, ed è per questo che ho ordinato un combattimento navale fra i miei gatti e i terribili topi del paese.
I miei gatti si troveranno un po' impappinati nei loro movimenti, perché hanno paura dell'acqua; ma senza di questo, essi avrebbero troppo il disopra: e, per quanto si può, bisogna cercare di bilanciare le forze."
Il Principe ammirò la prudenza della signora Micina: le fece i suoi mirallegri e andò con essa sopra una gran terrazza che dava sul mare,
I vascelli dei gatti consistevano in grandi pezzi di sughero, sui quali vogavano abbastanza comodamente.
I topi avevan riuniti e legati insieme molti gusci d'ovo e questi erano le loro navi.
Il combattimento fu accanito e crudele: i topi si buttavano nell'acqua e nuotavano con più maestria dei gatti: e così ben più di venti volte si trovarono a essere vincitori e vinti: ma Minagorbio, ammiraglio della flotta gattesca, ridusse l'armata topina all'ultima disperazione, e si mangiò con molto gusto il generale della flotta nemica, che era un vecchio topo di grande esperienza, il quale aveva fatto per tre volte il giro del mondo sopra grossi vascelli dove egli non era né capitano, né marinaio, ma semplice leccalardo.
Gatta Bianca non volle che quei poveri disgraziati fossero interamente distrutti.
Essa aveva politica e pensava che se in paese non ci fossero più stati né topi né sorci, i suoi sudditi sarebbero vissuti in un ozio, che poteva alla lunga diventare pericoloso,
Il Principe passò anche quest'anno, come i due precedenti, andando a caccia, alla pesca e giuocando: perché bisogna sapere che Gatta Bianca era bravissima al giuoco degli scacchi.
Egli, di tanto in tanto, non poteva stare dal farle delle domande incalzanti, per arrivare a scuoprire per qual miracolo ella avesse il dono di poter parlare.
E avrebbe voluto sapere se era una fata, e se fosse stata cambiata in gatta, al seguito di una metamorfosi: ma siccome non c'era caso che ella dicesse mai quello che non voleva dire, così rispondeva sempre quel tanto che voleva rispondere, e dava delle risposte tronche e senza significato, ragione per cui egli dové persuadersi che Gatta Bianca non voleva metterlo a parte del suo segreto.
Non c'è una cosa che passi tanto presto, quanto i giorni felici: e se la Gatta Bianca non fosse stata lei a darsi il pensiero di tenere a mente il tempo preciso di far ritorno alla Corte, non c'è dubbio che il Principe se lo sarebbe dimenticato bene e meglio.
Alla vigilia della partenza ella lo avvertì che dipendeva da lui, se avesse voluto menar seco una delle più belle principesse del mondo; che era giunta finalmente l'ora di distruggere il fatale incantesimo ordito dalle fate e che per questo bisognava che egli si risolvesse a tagliar a lei la testa e la coda, e a gettarle subito sul fuoco.
"Io?", esclamò, "Bianchina! amor mio! e sarò io tanto spietato da uccidervi? Ah! vedo bene che volete mettere il mio cuore alla prova: ma siate pur certa che esso non è capace di mancare alla amicizia e alla riconoscenza che vi deve,"
"No, figlio di Re", ella riprese, "io non sospetto in te nemmeno l'ombra dell'ingratitudine; ti conosco troppo: ma non sta né a me né a te a regolare in questo caso i nostri destini: fai quello che ti dico e saremo felici.
Sulla mia parola di gatta onorata e perbene, ti farò vedere che ti sono amica..."
Al solo pensiero di dover tagliare la testa alla sua Gattina, tanto carina e graziosa, il giovane Principe sentì venirsi per due o tre volte le lacrime agli occhi.
Disse tutto quel più che seppe dire di affettuoso, per essere dispensato, ma essa, intestata, rispondeva che voleva morire per le sue mani; e che questo era l'unico mezzo per impedire ai fratelli di lui d'impadronirsi della corona: insomma, insisté tanto e poi tanto, che alla fine egli tirò fuori la spada e con mano tremante tagliò la testa e la coda della sua buona amica.
In quel punto stesso si trovò presente alla più bella metamorfosi che si possa immaginare.
Il corpo di Gatta Bianca cominciò a ingrandire e tutt'a un tratto diventò una fanciulla: meraviglia da non potersi descrivere a parole, e unica forse al mondo.
I suoi occhi rubavano i cuori, e la sua dolcezza li teneva legati: la sua figura era maestosa, l'aspetto nobile e modesto, lo spirito seducente, le maniere cortesi: e per dir tutto in una parola, ell'era al disopra di tutto ciò che vi può essere di amabile e di grazioso sulla terra.
Il Principe, a vederla, rimase preso da un grande stupore: ma da uno stupore così piacevole, che credette di essere incantato.
Non poteva spiccar parola: pareva che gli occhi non gli bastassero per guardarla, e la lingua legata non trovava il verso di esprimere la sua meraviglia; la quale si accrebbe di mille doppi, quand'egli vide entrare una folla straordinaria di dame e di cavalieri, colla loro brava pelle di gatto o di gatta, gettata sulle spalle, che andavano a prosternarsi ai piedi della Regina, e a darle segno della loro gioia per vederla tornata nel suo primo stato naturale.
Essa li ricevé con tutta quella bontà, che rivelava l'eccellente pasta del suo cuore e del suo carattere, e dopo essersi trattenuta un poco con essi, ordinò che la lasciassero sola col Principe, al quale parlò così:
Non vi mettete in capo, o signore, che io sia stata sempre gatta: e che la mia nascita sia oscura fra gli uomini.
Mio padre era Re e padrone di sei regni.
Egli amava teneramente mia madre, e la lasciava liberissima di fare tutto ciò che le passava per la mente, La passione dominante di mia madre era quella di viaggiare: per cui, sebbene incinta di me, intraprese una gita per andare a vedere una montagna, della quale aveva sentito dire cose dell'altro mondo.
E mentr'era per via, le fu detto che lì in que' pressi c'era un castello di fate, il più bello fra quanti se ne conoscevano; o almeno creduto tale per una antichissima tradizione; perché non essendovi mai entrato nessuno, non potevasi giudicarne che dal di fuori: ma la cosa che si sapeva per certo era questa, che le fate avevano nel loro giardino certe frutta così delicate e saporite, come non se ne sono mangiate mai.
Ecco subito che alla Regina mia madre nacque una gran voglia di assaggiarle, e si avviò verso quella parte.
Giunse alla porta di questo magnifico palazzo, tutto risplendente d'oro e di azzurro: ma bussò inutilmente.
Non comparve anima viva: si sarebbe detto che erano tutti morti.
Quest'indugi servivano a farle crescere la voglia; sicché mandò in cerca di scale per iscavalcare i muri del giardino; e la cosa sarebbe riuscita bene, se i muri non si fossero alzati lì per lì, e senza vedere una mano che ci lavorasse.
Si prese allora il ripiego di mettere le scale le une sulle altre! ma finirono di fracassarsi sotto il peso di quelli che ci salivano sopra, i quali, cadendo giù, rimanevano morti o stroppiati.
La Regina era disperata.
Vedeva i grandi alberi carichi di frutta, che essa credeva deliziose, e voleva cavarsene la voglia, o morire: e per questo, fece rizzare dinanzi al castello parecchie tende signorili e di gran lusso, e vi si trattenne sei settimane con tutta la sua Corte.
Non dormiva né mangiava più: non faceva altro che sospirare, parlando sempre della frutta del giardino inaccessibile, finché si ammalò, senza trovare chi potesse sollevarla del suo male, perché le inesorabili fate non si fecero mai vedere, dopo che ella si era attendata in vicinanza del loro castello.
Tutti i suoi uffiziali si affliggevano dimolto: non si sentivano che pianti e sospiri da tutte le parti, mentre la Regina moribonda chiedeva delle frutta a quelli che la servivano, ma non ne voleva di altra specie, all'infuori di quelle che le venivano negate.
Una notte, mentre era in un mezzo dormiveglia, aprì gli occhi e svegliandosi vide una vecchiettina decrepita e brutta più del peccato, seduta in una poltrona accanto al capezzale del suo letto.
Si maravigliò che le sue dame avessero lasciata passare una sconosciuta nella sua camera; quando questa le disse:
"A noi ci pare che la tua Maestà sia molto indiscreta, a incaponirsi a voler mangiare per forza le nostre frutta; ma perché ci va di mezzo la tua vita preziosa, le mie sorelle e io acconsentiremo a dartene tante, quante ne potrai portare, finché starai qui: ma a un patto: al patto che tu ci faccia un regalo".
"Ah! mia buona nonna", gridò la Regina, "chiedete e domandate! io son pronta a darvi il mio regno, il mio cuore, l'anima mia, purché mi cavi la voglia delle vostre frutta: a nessun prezzo mi parranno care."
"Noi vogliamo", diss'ella, "che tua Maestà ci dia la figlia che porti nel seno.
Quando sarà nata, verremo a pigliarla e l'alleveremo noi: non c'è virtù, bellezza o sapienza, che essa non possa avere per mezzo nostro, in una parola sarà nostra figlia e noi la faremo felice: ma intendiamoci bene: la tua Maestà non potrà rivederla fino al giorno che non si sarà maritata.
Se il patto ti garba, io ti guarisco subito, menandoti qui nei pomari del nostro giardino: non badare che sia notte; ci vedrai abbastanza, per iscegliere le frutta che vorrai.
Se il patto non ti va, buona notte, signora Regina e scappo a letto."
"Per quanto sia dura la legge che m'imponete", rispose la Regina, "l'accetto piuttosto che morire, perché è più che certo che mi rimane appena un giorno di vita, e morendo io, la figlia mia morirebbe con me.
Guaritemi, sapiente fata", ella seguitò a dire "e non mi fate perdere nemmeno un minuto per arrivare al godimento della grazia che mi avete fatta."
La fata la toccò con una bacchettina d'oro, dicendo: "Che la tua Maestà sia libera da tutti i mali, che la tengono inchiodata nel letto".
A queste parole le parve di trovarsi alleggerita da una veste di piombo, pesante e dura, che le toglieva il respiro, e che in certi punti sentiva pesarla anche di più, perché forse era lì la sede del male.
Fece chiamare tutte le sue dame e disse loro, con viso sorridente, che stava benissimo, che si voleva levar subito, che finalmente le porte del castello, serrate a chiavistello, e a doppia mandata, si sarebbero aperte per lei, perché potesse mangiare le belle frutta del giardino e portarne via con sé, quante ne avesse volute.
Fra tutte quelle dame, non ce ne fu una sola la quale non sospettasse che la Regina fosse caduta in delirio, e che in quel momento sognasse a occhi aperti le frutta tanto desiderate: per cui, invece di risponderle a tono, si misero a piangere e fecero svegliare tutti i medici, perché venissero a vederla.
Quest'indugio faceva inquietare la Regina, la quale domandava i suoi vestiti, e nessuno si muoveva; e la cosa andò tanto in là che finì col lasciarsi pigliare dalla bizza e diventò rossa come una ciliegia.
Alcuni badavano a dire che era effetto della febbre: ma i medici, essendo finalmente arrivati, e dopo averle tastato il polso e fatte le solite cerimonie di uso, non poterono far di meno di dichiarare che era tornata in perfettissima salute.
Le sue donne accortesi del granchio a secco che avevano preso per troppo zelo, cercarono di riparare al mal fatto, vestendola da capo a piedi in quattro e quattr'otto.
Le chiesero perdono: tutto fu accomodato: ed essa si affrettò a seguire la vecchia fata che l'aveva aspettata fin allora.
Entrò nel palazzo, dove non ci mancava nulla per essere il più bel palazzo del mondo: "E voi, o signore, non penerete a crederlo", soggiunse Gatta Bianca, "quando vi avrò detto che è quello stesso, dove oggi io e voi ci troviamo".
Due altre fate, un po' meno vecchie di quella che conduceva mia madre, vennero a riceverla alla porta e le fecero un'accoglienza, che pareva proprio una festa.
Essa le pregò di menarla subito nel giardino e precisamente a quelle spalliere, dove avrebbe potuto trovare i frutti migliori.
"Sono tutti buoni nello stesso modo", risposero le fate, "e se non fosse che tu vuoi cavarti il gusto di coglierli colle tue mani, noi non avremmo da fare altro che chiamarli e farteli venire fin qui!" "Oh! ve ne supplico, signore mie", esclamò la Regina "fate che io abbia la contentezza di vedere una cosa così meravigliosa e fuori dell'usuale." La più vecchia delle due fate si pose un dito in bocca e fece tre fischi: poi gridò "albicocche, pesche, noci, prugnole, pere, poponi, uva mascadella, mele, arance, limoni, uva spina, fragole, lamponi, correte tutti al mio comando!".
"Ma", osservò la Regina, "tutte codeste frutta vengono in diverse stagioni dell'anno!" "Nei nostri orti non è così", esse risposero, "noi abbiamo sempre ogni sorta di frutta della terra: sempre buone, sempre mature, e non vanno mai a male."
In quel frattempo le frutta arrivarono, rotolandosi, arrampicandosi le une sulle altre, senza mescolarsi e senza insudiciarsi; sicché la Regina, che si struggeva di levarsene la voglia, vi si buttò sopra, e prese le prime che le capitarono sotto mano.
Non le mangiò: ma le divorò.
Quando fu piena fino alla gola, pregò le fate di lasciarla andare alla spalliera, per poterle scegliere coll'occhio prima di coglierle.
"Volentieri", risposero le fate, "ma rammentate la promessa che avete fatta: ormai non c'è più tempo per tornare indietro." "Io son così persuasa", ella riprese a dire, "che qui da voi si faccia una vita d'oro e mi pare che questo palazzo sia tanto bello, che se non fosse per il gran bene che voglio al Re mio marito, mi metterei d'accordo per restarci anch'io: vedete dunque se è mai possibile che io possa pentirmi di quel che ho detto."
Le fate, tutte contente da non si credere, le apersero i loro giardini e i recinti più appartati; e tanto essa ci si trovò bene, che vi si trattenne tre giorni e tre notti, senza allontanarsi di lì un minuto.
Fece una gran provvista di frutta e ne colse quante ne poté cogliere: e perché sapeva che non andavano a male, ne fece caricare quattromila muli che condusse seco.
Al dono delle frutta le fate vollero aggiungere quello dei corbelli e delle ceste d'oro, d'un lavoro finissimo che pareva fatto col fiato: le promisero che mi avrebbero allevata da Principessa, come io era, che mi avrebbero data un'educazione perfetta, e a suo tempo scelto uno sposo.
Le dissero di più che ella sarebbe stata avvertita del giorno delle nozze, e che contavano sul sicuro che non sarebbe mancata.
Il Re fu lieto del ritorno della Regina e tutta la Corte le dimostrò la sua gioia.
Ogni giorno erano balli, mascherate, tornei e feste, dove le frutta portate dalla Regina venivano distribuite, come un regalo prelibato.
Il Re stesso le preferiva a ogni altra cosa.
Esso non sapeva nulla del patto che la Regina aveva combinato colle fate, e le domandava in quali paesi era stata per trovare di quelle delizie.
Essa ora rispondeva che le aveva trovate sopra un'alta montagna, quasi inaccessibile: ora che nascevano in vallate: e qualche volta inventava che crescevano in un giardino o in mezzo a una gran foresta.
Il Re non sapeva spiegarsi tante contraddizioni.
Interrogava coloro che l'avevano accompagnata, ma questi non osavano fiatare per avere avuto la proibizione di dire una sola mezza parola su questa avventura.
Alla fine la Regina, inquieta della promessa fatta alle fate e vedendo avvicinarsi il tempo del parto, fu presa da un gran mal umore: non faceva altro che sospirare e si struggeva a vista, come una candela.
Il Re se ne impensierì, e incominciò a insistere colla Regina, per sapere la cagione della sua gran tristezza: e batti oggi, batti domani, finalmente essa gli raccontò tutto quello che era passato fra lei e le fate e com'essa avesse promesso loro la figlia che stava per mettere alla luce.
"Come!", esclamò il Re, "noi non abbiamo figliuoli: voi sapete quanto io li desideri, e per la gola di mangiare due o tre mele, siete stata capace di promettere vostra figlia? Bisogna proprio dire che non mi volete un filo di bene." E lì cominciò a farle dei rimproveri e ne disse tante e tante, che la mia povera madre fu quasi per morir di dolore.
E come se questo fosse poco, la fece chiudere in una torre e messe delle guardie dappertutto perché non potesser barattar parola con anima viva, all'infuori degli uffiziali destinati a servirla: e volle che fossero cambiate tutte quelle persone del servizio che l'avevano accompagnata al castello delle fate.
Quest'urto fra il Re e la Regina gettò in Corte una gran costernazione.
Ciascuno riponeva i suoi abiti di gala per vestirne dei più adattati all'afflizione generale.
Dal canto suo il Re si mostrava inesorabile: non volle più vedere sua moglie: e appena fui nata, mi fece portare nel suo palazzo per esservi allevata, mentre mia madre era sempre in prigione e nel massimo squallore.
Peraltro le fate non ignoravano quello che accadeva: e se la presero molto a male e volevano avermi a tutti i costi, perché mi riguardavano come cosa loro, e stimavano che il ritenermi in Corte fosse lo stesso che commettere un furto a loro danno.
Prima di pigliarsi una vendetta coi fiocchi e proporzionata al loro dispetto, esse mandarono al Re una celebre ambasceria per ammonirlo a ridare la libertà alla Regina e a riammetterla nelle sue buone grazie, e per pregarlo al tempo stesso di consegnar me ai loro ambasciatori.
E questi ambasciatori erano nani schifosi e di una figura così stronca e piccina, che non ebbero nemmeno la sorte di poter capacitare il Re delle loro ragioni.
Egli li messe fuori dell'uscio senza tanti complimenti, e se non facevano presto a scappare, chi lo sa come sarebbe finita.
Quando le fate seppero il contegno di mio padre, presero una bizza da non si credere: e dopo aver mandato nei sei regni tutti i malanni immaginabili, vi scatenarono un drago orribile, il quale sputava veleno per tutto dove passava; mangiava bestie e cristiani, e soltanto col fiato faceva seccare tutti gli alberi e tutte le piante.
Il Re era disperato.
Si consultò con tutti i savi dello Stato per trovare il modo di liberare i suoi sudditi da tante sciagure, dalle quali erano tribolati.
Chi gli suggerì di mandare a cercare per tutto il mondo i migliori medici e i rimedi più accreditati: altri invece lo consigliava a promettere la grazia della vita a tutti i condannati a morte, a patto che andassero a combattere il drago.
Al Re piacque il consiglio, e lo accettò: ma non ne ricavò nessun vantaggio, perché la mortalità infieriva di bene in meglio, e quanti andavano contro il drago, erano tutti divorati vivi: sicché non gli rimase altro ripiego, che ricorrere a una fata, che lo aveva avuto sempre sotto la sua protezione fin da ragazzo.
Essa era vecchia decrepita e non si levava quasi più dal letto: andò a casa di lei e le fece mille rimproveri perché lo lasciava tartassare a quel modo dal destino, senza venire in suo aiuto.
"Come volete voi che io faccia?", gli diss'ella, "voi avete inasprite le mie sorelle; esse hanno tanto potere, quanto me, e non c'è caso che fra noi ci si dia addosso.
Pensate piuttosto a rabbonirle, dando loro la vostra figlia: questa Principessina è cosa loro.
Voi avete chiuso la Regina in un buco di prigione: che vi ha ella fatto quella donna così amabile, per essere trattata tanto male? Animo, da bravo: mantenete la promessa di vostra moglie, e allora vi pioverà addosso ogni felicità."
Il Re, mio padre, mi voleva un gran bene: ma non vedendo altro verso per salvare i suoi regni e per liberarsi dal drago fatale, finì col dire alla sua amica che s'era convinto delle buone ragioni e che non aveva più difficoltà a darmi in mano alle fate, tanto più che essa lo assicurava che sarei stata accarezzata e allevata da Principessa, par mio; che avrebbe ripresa con sé la Regina e che la fata non aveva da far altro che dirgli a chi doveva consegnarmi, perché io fossi portata al castello delle fate.
"Bisogna portarla", gli rispose, "sulla montagna dei fiori: e voi potete trattenervi lì, a una certa distanza, per assistere alle feste che saranno fatte."
Il Re le disse che dentro otto giorni ci sarebbe andato insieme colla Regina; e che intanto poteva avvisare le fate sue sorelle, perché si preparassero a quello che volevano fare.
Tornato che fu al palazzo, mandò a riprendere la Regina con tanta premura e tanta pompa, quanta era stata la rabbia colla quale l'aveva fatta imprigionare.
Essa era così abbattuta e malandata, che il Re avrebbe penato a riconoscerla, se il suo cuore non gli avesse detto che era quella medesima persona in altri tempi tanto amata da lui.
La scongiurò colle lacrime agli occhi di dimenticare i grandi dispiaceri che le aveva cagionati, col dire che sarebbero stati i primi e gli ultimi.
Ella rispose che se li era meritati, per l'imprudenza di aver promesso la figlia alle fate: e che in quel tempo non aveva altra scusa, se non lo stato interessante in cui si trovava.
Alla fine il Re le palesò la sua intenzione, che era quella di consegnarmi in mano alle fate; ma la Regina, per la sua parte, si oppose.
Era proprio il caso di dire che il diavolo ci aveva messo le corna, e che io doveva essere il pomo della discordia fra mio padre e mia madre.
Quando ebbe pianto e singhiozzato ben bene senza ottener nulla (perché mio padre ne vedeva le funeste conseguenze e i nostri sudditi continuavano a morire a branchi, come se fossero responsabili degli errori della nostra famiglia), diceva dunque che quando mia madre ebbe pianto e singhiozzato ben bene, si rassegnò e acconsentì a ogni cosa e si allestirono i preparativi per la cerimonia della consegna.
Fui messa in una culla di madreperla, ornata di tutte quelle galanterie che l'arte può immaginare.
Erano ghirlande di fiori e festoni in giro in giro: e i fiori erano pietre preziose, i cui vari colori, al riflesso del sole, lampeggiavano in modo da far male agli occhi.
La magnificenza del mio abbigliamento sorpassava, se si può dire, quella della culla: tutte le trine delle mie fasce erano fatte di grosse perle.
Ventiquattro principesse reali mi portavano sopra una specie di barella leggerissima; la loro acconciatura usciva affatto dal comune, ma non era stato permesso di usare altri colori che il bianco, come per alludere alla mia innocenza.
Tutte le persone della Corte, schierate per ordine e per grado, mi accompagnavano.
Mentre si saliva la montagna si fece sentire una sinfonia melodiosa, che si avvicinava sempre; finché comparvero le fate in numero di trentasei; esse avevano pregate le loro buone amiche di pigliar parte alla festa.
Ciascuna era seduta in una conchiglia più grande di quella di Venere, quando uscì dal mare; e pariglie di cavalli marini, che non erano avvezzi a camminare per terra, strascicavano quelle brutte vecchie con tanta pompa, come se fossero state le più grandi Regine dell'universo.
Esse portarono un ramo d'ulivo, per significare al Re che la sua sommissione aveva trovato grazia al loro cospetto: e allorché mi ebbero presa in collo, furono tali e tante le loro carezze, che pareva non avessero altra passione, che quella di rendermi felice.
Il drago, che aveva servito a vendicarle contro mio padre, veniva dietro di loro, attaccato con una catena tutta di diamanti.
Esse mi abballottarono fra le loro braccia, mi fecero mille carezze, mi dotarono d'ogni ben di Dio: e quindi incominciarono la ridda delle streghe.
È un ballo molto allegro: né c'è da figurarsi i salti e gli sgambetti che fecero quelle vecchie zittellone: dopo di che il drago, che aveva mangiato tanta gente, si avvicinò strisciando per terra.
Le tre fate, alle quali mia madre mi aveva promesso, vi si sedettero sopra, misero la mia culla fra di loro, e toccato il drago con una bacchetta, questo spiegò le sue grand'ali fatte a scaglia, più sottili del crespo finissimo e variopinte di mille bizzarri colori.
Fu in questo modo che le fate tornarono al loro castello.
Mia madre vedendomi per aria sulla groppa del drago, non poté trattenersi dal mandare altissime grida.
Il Re la consolò col dire che dalla fata sua amica era stato assicurato che non mi sarebbe accaduto nulla di male, e che anzi si sarebbe avuto di me la stessa cura, come se fossi rimasta nel mio proprio palazzo.
Ella si dette pace, sebbene fosse per lei una grande afflizione quella di dovermi perdere per sì lungo tempo e per cagion sua: tanto è vero che, se non fosse stata presa dalla voglia di assaggiare i frutti del giardino, io sarei cresciuta nel regno di mio padre e non avrei avuto tutti i dispiaceri, che mi resta ancora da raccontarvi.
Sappiate dunque, figlio di Re, che le mie custodi avevano fabbricata apposta una torre, nella quale vi erano molti begli appartamenti per tutte le stagioni; mobili magnifici, libri piacevolissimi, ma nemmeno una porta; sicché bisognava entrare dalle finestre, le quali erano a tanta altezza da far venire il capogiro.
Sopra la torre si trovava un bel giardino ornato di fiori, di fontane e di pergolati di verzura, che riparavano dai bollori della canicola.
In questo luogo le fate mi allevavano con tali cure, da sorpassare quanto avevano promesso alla Regina.
I miei vestiti erano tagliati secondo il gusto della moda: e tanto ricchi e magnifici che, vedendomi, si sarebbe creduto che io fossi in giorno di nozze.
Le fate m'insegnarono tutte quelle cose, che si addicevano alla mia età e alla mia nascita; né io davo loro molto da fare, perché avevo la facilità d'imparare alla prima.
La dolcezza del mio carattere le aveva innamorate: e perché io non aveva mai veduto nessun altro, intendo benissimo che sarei rimasta tranquillamente in quello stato per tutto il rimanente della vita.
Esse venivano sempre a trovarmi, montate sul famoso drago che sapete: non mi rammentavano mai né il Re né la Reg