I RACCONTI DELLE FATE, di Carlo Collodi - pagina 21
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Trotona sbalordita da questo portento non veduto mai in vita sua, gridò, sagrando come un vetturino:
"Affeddìo, che bel pasticcio! Lo voglio per me.
Qua, Visosudicio: quanto ne chiedi?".
"Il solito prezzo", ella disse, "dormire nella sala degli Echi, e nient'altro."
"Sta bene, e ti voglio dar per giunta anche questa moneta", disse Trotona, fuor di sé dall'allegrezza di avere avuto il pasticcio.
Fiorina se ne va via ringraziando, tutta contenta per la speranza che questa volta il Re avrebbe sentita la sua voce.
Appena venne la notte, ella si fece condurre nella sala degli Echi, colla passione che la struggeva che il cameriere mantenesse la parola e che, invece di dare al Re il solito oppio, gli mettesse innanzi qualche altra bevanda da tenerlo desto; quando poté figurarsi che tutti dormissero, ella ricominciò i suoi pietosi lamenti:
"A quanto pericolo non sono io andata incontro", ella diceva, "per venirti a cercare, mentre tu mi fuggi e vuoi sposare Trotona! Che t'ho io fatto, crudele, per scordarti così i tuoi giuramenti? Rammentati almeno qualche volta della tua metamorfosi, del mio amore e dei nostri teneri colloqui!".
Ella ripeté questi colloqui a uno a uno, e con tanta fedeltà di memoria, da far vedere che per lei non c'era altra cosa al mondo che le fosse più cara di questi ricordi.
Il Re non dormiva punto, e sentiva così distintamente la voce di Fiorina e tutte le sue parole, che non sapeva raccapezzarsi da dove venissero: ma il suo cuore, teneramente commosso, gli fece ricordare così al vivo l'immagine della sua incomparabile Principessa, che nel trovarsi ora diviso da lei sentì il medesimo dolore di quando i coltelli lo ferirono fra i rami del cipresso.
E anch'esso si mise a parlare sullo stesso tono della Regina, e disse:
"Ah! Principessa troppo crudele per un amante che vi adorava! com'è egli mai possibile che mi abbiate sacrificato ai nostri comuni nemici?...".
Fiorina udì le cose che il Re diceva, e non si stette dal rispondergli e dal fargli sapere che s'egli avesse voluto degnarsi di chiamare presso di sé Viso-sudicio, avrebbe potuto aver la spiegazione di tanti misteri, fin allora inesplicabili per lui.
A queste parole il Re, impaziente, chiamò uno dei suoi camerieri, e gli disse se fosse stato possibile di trovargli subito Viso-sudicio e di condurgliela lì.
Il cameriere rispose che la cosa poteva farsi in un batter d'occhio, perché Viso-sudicio era a dormire nella sala degli Echi.
Il Re non sapeva che cosa si pensare.
Come poteva mai figurarsi che una sì gran Regina, come Fiorina, potesse trovarsi trasfigurata a quel modo? E come credere che Viso-sudicio avesse la voce della Regina e conoscesse tutti i suoi segreti più intimi, se ella non fosse stata la Regina stessa? Tormentato da questi sospetti si alzò dal letto, si vestì in fretta e furia, e per una scaletta segreta scese nella sala degli Echi.
La Regina aveva levata la chiave: ma il Re ne aveva una che apriva tutte le porte del palazzo.
La trovò vestita con una veste leggerissima di seta bianca, che essa era solita portare sotto i suoi panni sudici e strappati; i suoi bellissimi capelli le scendevano per le spalle; era distesa sopra un canapè, e una lampada, in lontananza, mandava all'intorno un pallido sbattimento di luce.
Il Re entrò dentro all'improvviso; e la passione dell'amore vincendo tutti i suoi risentimenti, appena l'ebbe riconosciuta, andò a gettarsi a' suoi piedi, le bagnò le mani del suo pianto e credette di morire di gioia, di dolore e di mille pensieri diversi che, tutti in una volta, gli si affollarono alla memoria.
La Regina non fu meno commossa di lui; ed ebbe una tal serratura al cuore, che sentiva mancarsi il respiro.
Ella guardava fisso fisso il Re, senza dir parola; e quand'ebbe la forza di poter parlare, non ebbe quella per fargli dei rimproveri.
La gran contentezza di rivederlo le fece dimenticare per un momento tutte le ragioni, che essa credeva fondatissime, di lagnarsi di lui.
Alla fine ogni cosa venne in chiaro, tutti e due a vicenda si trovarono giustificati; il loro amore riprese al disopra, e l'unica spina, che ormai li tormentasse, era la fata Sussio.
Ma in questo frattempo giunse il Mago, grande amico del Re, in compagnia d'una famosa fata, la quale era appunto quella che aveva dato le quattro uova a Fiorina.
Scambiati i primi complimenti d'uso, il mago e la fata dissero chiaro e tondo che essendosi trovati d'accordo a riunire i loro poteri in favore del Re e della Regina, la fata Sussio non poteva far altro che un bel nulla contro di essi; e che per conseguenza non c'erano più ostacoli per mandare in lungo le loro nozze.
Ci vuol poco a figurarsi l'allegrezza dei due giovani amanti.
Appena si fece giorno, la voce si sparse per il palazzo, e tutti furono contenti di vedere la bella Fiorina.
Il rumore di questa notizia essendo arrivato fino agli orecchi di Trotona, questa corse subito dal Re: e come rimase brutta, quando gli vide al fianco la sua odiata rivale! Mentre stava per aprir bocca e per dir loro un sacco di vituperi, il mago e la fata la trasformarono in una maiala, perché così le rimanesse un poco della sua fisionomia e del suo brutto vizio di grugnire.
Ella fuggì via, grugnendo sempre fin giù nel cortile, dove fu accolta da uno scoppio di risate, che la messero all'ultima disperazione.
Il Re Grazioso e la Regina Fiorina, liberati finalmente dalla presenza di una così odiosa persona, non pensarono più che a festeggiare le loro nozze: le quali spiccarono per buon gusto e magnificenza: e c'è da immaginarsi facilmente la felicità dei due sposi, dopo tanti dispiaceri e tante traversie.
Domandatelo al Re Grazioso, ed egli vi risponderà: meglio diventare uccelli turchini, corvi e anche anatre palustri, piuttosto che sposare una Trotona, alla quale non si voglia bene.
Peccato che non si trovi sempre un mago o una fata per mandare a monte tanti matrimoni, dove l'amore non c'entra per nulla!
La Gatta Bianca
di Carlo Collodi
C'era una volta un Re il quale aveva tre figli: tre pezzi di giovanotti forti e coraggiosi; ed egli si era messo paura che volessero salire sul trono prima della sua morte: tanto più, che stando a certe voci che correvano, i suoi figli cercavano dappertutto di farsi dei partigiani per impadronirsi del regno.
Il Re cominciava a essere un po' in là cogli anni, ma essendo ancora verde di spirito e sano di mente, non se la sentiva punto di cedere loro un posto, occupato da lui con tanta dignità.
Pensò, dunque, che il miglior partito per vivere tranquillo fosse quello di tenerli a bocca dolce a furia di promesse, che egli avrebbe saputo sempre deludere e mandare in fumo.
Li chiamò nel suo gabinetto, e dopo aver parlato alla buona di varie cose, saltò fuori col dire:
"Miei cari figli, voi converrete meco che la mia età avanzata non mi permette più di accudire agli affari di Stato con lo stesso impegno d'una volta; temo che i miei sudditi ne abbiano a risentire i danni, ed è per questo che ho deciso di mettere la corona sul capo a uno di voi tre.
Peraltro è ben giusto che in compenso di un regalo simile, voi dobbiate cercare di compiacermi nel disegno, che oramai ho fatto, di ritirarmi in campagna.
Mi pare che un canino vispo, fido, grazioso potrebbe tenermi un'ottima compagnia: così, senza stare a scegliere il figlio maggiore piuttosto del minore, io vi dichiaro che quello che di voi tre mi porterà il canino più bello, quello sarà il mio erede".
I principi restarono sorpresi del capriccio del loro padre per un canino, ma i due minori vi trovarono il loro tornaconto ed accettarono con piacere la commissione di andare in cerca di un cane.
Quanto al figlio maggiore, era troppo timido e troppo rispettoso per far valere i suoi diritti.
Presero quindi congedo dal Re, il quale li fornì d'oro e di pietre preziose, soggiungendo che fra un anno, né più né meno, in quello stesso giorno e alla medesima ora, dovessero tornare a portargli ciascuno il suo canino.
Prima di mettersi in viaggio i tre fratelli andarono a un castello, discosto appena un miglio dalla città.
Menarono seco gli amici e fecero gran baldoria, giurandosi tutti e tre amicizia eterna, e restando intesi che in questa faccenda avrebbero ciascuno tirato avanti per il fatto suo, senza gelosie e rancori, e che in ogni caso il più fortunato avrebbe sempre tenuto a parte gli altri due della sua fortuna.
E così partirono, dopo aver fissato che al ritorno si sarebbero ritrovati nello stesso castello, per poi recarsi tutti insieme dal Re.
Non vollero con sé nessuno, e cambiarono di nome per non essere riconosciuti.
Ciascuno prese una via diversa.
I due maggiori ebbero molte avventure; ma io racconterò soltanto quelle del minore.
Il quale era grazioso, d'umore allegro e piacevole, una bella testa, fisonomia signorile, fattezze regolari, bei denti e moltissima destrezza in tutti quegli esercizi, che completano l'educazione di un gentiluomo.
Cantava con gusto, suonava il liuto e la chitarra da incantare, maneggiava la tavolozza, era insomma un cavaliere compitissimo e di un coraggio che rasentava la temerità.
Non passava giorno che non comprasse cani grandi, piccoli, levrieri, bull-dogs, da caccia, spagnuoli, barboni.
Se ne aveva uno bello e ne trovava un altro più bello, lasciava il primo per tenersi l'altro: perché gli sarebbe stato impossibile, solo com'era, di menarsi dietro trenta o quarantamila cani; ed egli non voleva con sé nessuno strascico di gentiluomini o di servitori o di paggi.
Camminava e camminava, senza sapere neanche lui dove andasse, quand'ecco che una volta si trovò sorpreso dalla notte, dai tuoni e da un gran rovescio d'acqua nel mezzo d'una foresta, dove non raccapezzava più nemmeno la strada che doveva fare.
Prese il primo viottolo che gli capitò fra i piedi, e dopo aver camminato un pezzo, poté scorgere un po' di luce; e da questa si figurò che, non molto lontano, ci dovesse essere qualche casa, dove avrebbe potuto mettersi al coperto fino al giorno.
Guidato così da quella po' di luce che vedeva, giunse alla porta di un castello, il più magnifico che si possa immaginare.
La porta era d'oro, coperta di carbonchi, il cui bagliore limpido e smagliante illuminava tutti i dintorni.
E questa era la luce che il Principe aveva veduto di lontano.
I muri erano di porcellana trasparente sulla quale, dipinta in colori, si vedeva la storia di tutte le fate dalla creazione del mondo in poi; né vi erano dimenticate le famose avventure di Pelle d'Asino, di Finetta, del Melarancio, di Graziosa, della Bella addormentata nel bosco, di Serpentino Verde e di cent'altri.
Gli fece grandissimo piacere di riconoscervi anche il Principe Folletto, perché era suo zio all'uso di Brettagna.
La pioggia e la stagione indiavolata gli levarono la voglia di trattenersi più a lungo in un luogo, dove si bagnava tutto fino all'ossa, senza contare che dove non giungeva il riflesso luminoso dei carbonchi, non ci si vedeva proprio di qui a lì.
Tornò alla porta d'oro, e vide uno zampetto di capriolo attaccato in fondo a una piccola catena tutta di diamanti: e non poté di meno di restare a bocca aperta, non tanto per la magnificenza di quel cordone da campanello, quanto per la gran sicurezza colla quale vivevano in quel palazzo.
"Perché", faceva egli a dire, "che ci vorrebbe per i ladri a staccare la catenella e portar via i carbonchi? Sarebbe il vero modo di diventar ricchi una volta per tutte."
Tirò lo zampetto di capriolo: subito sentì suonare una campanella, che allo squillo gli parve d'oro o d'argento.
Di lì a un minuto la porta si aprì, senza che egli potesse veder altro che una dozzina di mani per aria, ciascuna delle quali teneva una fiaccola accesa.
A quella vista restò così intontito, che non sapeva risolversi a entrare, quando sentì altre mani, che lo spingevano per dietro, e anche con una certa tal qual violenza.
Egli entrò là dentro a malincuore, e per ogni buon fine e rispetto portò la mano all'impugnatura della spada: quand'ecco, che traversando un vestibolo, tutto incrostato di porfido e di lapislazzuli, sentì due voci angeliche che cantavano così:
Delle man.,che vedete
Non vi prenda sospetto:
Ché sotto questo tetto
Non c'é da temer nulla.
Se non le seducenti
Grazie di un bel visino;
Caso che il vostro cuore
Non voglia rimaner schiavo d'amore.
Egli non poté immaginarsi che lo invitassero con tanta buona grazia, per fargli poi un brutto tiro: per cui, sentendosi sospinto verso una gran porta di corallo, che si aprì al suo avvicinarsi, entrò in una gran sala, tutta di madreperla; e quindi passò in altre sale ornate in mille maniere differenti e così ricche di pitture e di marmi preziosi, da farlo restare sbalordito.
Migliaia e migliaia di lumi, che dal soffitto arrivavano fino a terra, illuminavano altri quartieri; anche questi pieni di lampadari, di luci a riflesso e di ventole gremite di candele.
Per farla corta, era una tal maraviglia da crederla un sogno.
Dopo aver traversato una fila di sessanta stanze, le mani che lo guidavano lo fecero fermare, ed esso vide una poltrona grande e molto comoda, che si accostò da sé sola al camminetto.
In quel mentre il fuoco si accese: e le mani che gli sembravano bellissime, bianche, piccole, bofficette e ben proporzionate, cominciarono a spogliarlo: perché, com'ho detto poco fa, era tutto fradicio mézzo e c'era il caso di fargli prendere un'infreddatura.
Gli fu presentato senza che egli vedesse alcuno, una camicia così bella, che era proprio una camicia da sposi, insieme a una veste da camera, di stoffa trapunta d'oro e ricamata di piccoli smeraldi, che formavano degli arabeschi e delle cifre.
Le mani, senza corpo, gli avvicinarono una toeletta, che era una vera maraviglia: e lo pettinarono con tanta leggerezza e con tanta maestria, che rimase contentissimo.
Poi lo rivestirono tutto, non coi panni di lui, ma con gli altri abiti molto più belli.
Egli stava ammirando, senza fiatare, tutto quello che accadeva sotto i suoi occhi, e di tanto in tanto aveva qualche brivido di paura, che non poteva vincere a nessun costo.
Quando l'ebbero incipriato, pettinato, profumato, vestito in gala, e fatto più bello d'un amore, le solite mani lo condussero in una sala magnifica per i mobili e per le dorature.
In giro alle pareti si vedeva la storia dei gatti più famosi.
Rodilardo appiccato pei piedi, nel Consiglio dei Topi: il Gatto cogli stivali, marchese di Carabà: il Gatto scrivano: il Gatto cambiato in donna, i Sorci mutati in gatti: il Sabbato e tutte le sue stregherie; insomma non c'era cosa più originale di questi quadri.
La tavola era apparecchiata, con sopra due posate e due tovagliolini, ciascuno dei quali col suo laccetto d'oro: la dispensa faceva restare a bocca aperta per la quantità di vasi di cristallo di monte e di altre pietre preziose.
Il Principe non sapeva per chi fossero quelle due posate, quando vide alcuni gatti che andavano a pigliar posto in una piccola orchestra fatta apposta per loro: uno portava un libro pieno di capperi e di note le più strane del mondo: un altro teneva in mano un quaderno arrotolato, per battere il tempo: gli altri avevano delle piccole chitarre.
Tutt'a un tratto, ciascuno di essi cominciò a miagolare in diversi toni e a grattare coll'unghie le corde della chitarra.
Il Principe avrebbe quasi creduto di esser capitato all'inferno, se non gli fosse parso che il palazzo fosse troppo meraviglioso per dar motivo a simili sospetti: e non potendo far altro, si tappava gli orecchi e si buttava via dalle risate, a vedere i gesti e le boccacce di quei musicanti di una razza nuova.
Mentre stava pensando alle tante cose che gli erano accadute in questo castello, vide entrare una figurina non più alta di mezzo braccio.
Questa specie di bambolina era coperta dalla testa ai piedi da un lungo velo di crespo nero.
L'accompagnavano due gatti, anch'essi abbrunati, col mantello e la spada al fianco.
E dietro a loro, un numeroso corteggio di gatti, che portavano trappole e gabbie piene di sorci e di topi.
Il Principe era fuori di sé dallo stupore, e non sapeva che cosa pensare.
Intanto la bambolina si avvicinò e si tolse il velo: sicché egli poté vedere la più bella gattina, fra quante ce ne furono e ce ne saranno mai.
Ella appariva molto giovine e molto afflitta: e faceva un miagolìo così dolce e così carino, che andava proprio al cuore.
Ella disse al Principe:
"Figlio di Re, tu sei il benvenuto.
La mia miagolante maestà ti vede con piacere".
"Signora Gatta", disse il principe "voi siete molto buona a farmi sì cortese accoglienza; ma voi non mi avete l'aria di essere una bestiolina come tutte le altre: il dono della parola e il bel castello che possedete, ne sono una prova lampante."
"Figlio di Re", riprese la Gatta, "ti prego, non mi dire dei complimenti.
Io sono semplice di modi e di parole: ma ho un buon cuore.
Animo!" continuò ella "si serva subito in tavola; e i musicanti tacciano, perché tanto il Principe non intende nulla di quello che dicono."
"Dicono forse qualche cosa?", domandò egli.
"Ma sicuro", ella soggiunse, "perché qui ci sono dei letterati, che hanno moltissimo spirito: e se resterete un poco fra noi, ve ne persuaderete facilmente."
"Basta sentirvi discorrere, per crederlo subito", disse il Principe con molta galanteria, "ed è per questo, o signora, che io vi stimo una gatta veramente singolare."
Fu portata la cena: la quale era servita da quelle stesse mani, appartenenti a corpi invisibili.
Si rifecero dal mettere in tavola due pasticci: uno di piccioncini e l'altro di sorci grassi come ortolani.
La vista di quest'ultimo pasticcio fece perdere al Principe la voglia di assaggiare il primo; per il sospetto che tutti e due fossero stati cucinati dallo stesso cuoco, e con le medesime rigaglie: ma la gattina, vedendogli far boccuccia, indovinò la sua idea e lo accertò che la sua cucina era fatta a parte, e che poteva mangiare tranquillamente le pietanze, che gli avessero messo dinanzi, senza scrupolo di trovarci dentro o topi o sorci.
Il Principe non se lo fece dire due volte, persuaso che la bella Gattina non poteva avere nessun motivo per dargli ad intendere una cosa per un'altra.
E mentre mangiava gli venne fatto notare che ella aveva un piccolo ritratto in avorio, attaccato a una zampa, e gli fece specie.
La pregò se avesse voluto mostrarglielo, credendo che fosse il ritratto di padron Buricchio.
Ma rimase oltremodo stupito nel vedere che era un giovine così bello, da non credere che la natura n'avesse formato un altro compagno: e il ritratto somigliava tanto a lui, che se gliel'avessero dipinto apposta, non poteva esser più vero e più parlante.
Ella sospirò: e facendosi anche più trista, serbò un profondo silenzio.
Il Principe capì che ci doveva esser sotto qualche cosa di misterioso e di straordinario, ma non ebbe cuore di chiedere spiegazioni, per paura di far dispiacere alla Gatta e di affliggerla più che mai.
Egli le parlò di tutte le novità che sapeva, e la trovò istruttissima degl'interessi delle case principesche e di tutti i fatti che accadevano nel mondo.
Alzati da cena, la Gatta Bianca invitò il suo ospite a voler passare in una gran sala, dove c'era un teatro sul quale davano un balletto dodici gatti e dodici scimmie.
Gli uni erano vestiti da mori, le altre da chinesi.
È facile immaginarsi i salti e le capriole che facevano, e i graffi e le zampate che di tanto in tanto si scambiavano fra loro.
La serata finì così.
Gatta Bianca dette la buona notte al suo ospite: e le mani, che l'avevano condotto fin lì, lo ripresero e lo menarono in un quartiere, che era tutto differente da quello che aveva visto.
Poteva dirsi più elegante che magnifico: ed era tappezzato, di cima in fondo, di ali di farfalle, i cui variati colori formavano mille fiori diversi.
Vi erano pure delle penne di uccelli rarissimi, e che forse non si sono veduti altro che in quel luogo.
I letti erano di velo, e ornati con bellissimi fiocchi di nastro; e dappertutto grandi specchi, che andavano dall'impiantito al soffitto, e messi dentro a cornici cesellate d'oro e che rappresentavano migliaia e migliaia di piccoli amorini.
Il Principe entrò a letto senza fare una parola, perché era impossibile attaccare un po' di conversazione colle mani che lo servivano.
Dormì poco e fu svegliato da un rumore confuso.
Le mani, lì pronte, lo tirarono subito fuori del letto e gli messero addosso un vestito da caccia.
Dette un'occhiata giù, nella corte del castello, e vide più di cinquecento gatti, dei quali alcuni tenevano i levrieri al guinzaglio, e gli altri suonavano il corno.
Era una gran festa: Gatta Bianca andava alla caccia, e voleva che il Principe fosse della partita.
Le solite mani, addette al suo servizio, gli presentarono un cavallo di legno, che correva a briglia sciolta e che sapeva andare al passo, che era uno stupore.
Egli stintignava un poco a montarci sopra, dicendo che era quasi lo stesso che fargli fare la figura di cavaliere errante come Don Chisciotte: ma la sua mala voglia gli giovò poco: si trovò messo di peso sul cavallo di legno, il quale aveva una gualdrappa e una sella a ricami d'oro e di diamanti.
Gatta Bianca cavalcava uno scimmiotto, il più bello e il più fiero che si potesse mai vedere; essa aveva lasciato il suo gran velo e portava in testa un berretto da amazzone, che le dava una cert'aria di spavalderia, che metteva paura a tutti i sorci del vicinato.
Non c'è stata mai un'altra caccia divertente come quella: i gatti correvano più dei conigli e delle lepri: e così, quando chiappavano qualche animale, Gatta Bianca voleva che lo mangiassero dinanzi a lei, e questa cosa dava luogo a mille giuochi piacevolissimi di agilità e di destrezza.
E nemmeno gli uccelli, dal canto loro, erano sicuri: perché i gattini s'arrampicavano su per gli alberi: e il bravo scimmiotto portava Gatta Bianca fin dentro ai nidi dell'Aquile, perché disponesse a piacer suo delle piccole Altezze aquiline.
Finita la caccia, ella prese un corno lungo un dito, ma che mandava un suono così chiaro e sfogato, da farsi sentire benissimo alla distanza di cento miglia.
Quand'ebbe fatti due o tre squilli di corno, si vide circondata da tutti i gatti del paese: alcuni arrivarono per aria, portati in cocchio: altri venivano per acqua, dentro le barche: insomma era uno spettacolo non mai veduto.
Quasi tutti erano vestiti in diversi modi.
Gatta Bianca, accompagnata da questo pomposo corteggio, ritornò al palazzo e pregò il Principe a venirvi anche lui.
Egli gradì l'invito, sebbene tutto questo gattaio gli sapesse un po' troppo di sabbato e di stregheria, e la Gatta parlante gli paresse più strana e più inconcepibile di tutto il resto.
Appena entrata nel palazzo, le portarono il suo velo nero.
Cenò col Principe, il quale aveva una fame che parevano due, e mangiò per quattro.
Furono portati dei liquori, che egli gustò volentieri, ma che gli fecero dimenticare, lì per lì, il canino che doveva portare al Re.
Da quel momento in poi non aveva altro pensiero che stare a miagolare con Gatta Bianca: o, come chi dicesse, a tenerle buona e fidata compagnia: tutti i giorni passarono in feste piacevoli, ora alla pesca, ora alla caccia: eppoi balli, tornei e altri spassi, che lo divertivano moltissimo.
Spesso e volentieri la bella Gatta faceva dei versi e delle canzonette in uno stile così appassionato, da far capire che aveva il cuore sensibile e che certe cose non si sanno dire, senza essere innamorati: ma il suo segretario, che era un vecchio soriano, aveva una mano di scritto così brutta, che sebbene le opere di lei sieno state conservate, oggi è impossibile leggerle e raccapezzarvi dentro qualche cosa.
Il Principe si era scordato di tutto, perfino del suo paese.
Le solite mani, rammentate tante volte, continuavano a servirlo.
Qualche volta si pentiva di non essere un gatto, per poter passare tutta la vita in così amabile compagnia "Povero me!", diceva egli a Gatta Bianca, "come sarei disperato se dovessi lasciarvi; vi amo tanto! o diventate donna, o fatemi diventare un gatto!" Ella pigliava in chiasso queste parole, e gli dava delle risposte così ambigue e sibilline, da non ricavarci un numero.
Un anno passa presto, in ispecie quando non si hanno né seccature né pensieri: e quando si sta bene di salute e ci manca il tempo per potersi annoiare.
Gatta Bianca sapeva il giorno in cui egli doveva tornare a casa, e perché egli non ci pensava più, credé ben fatto ricordarglielo.
"Sai tu", ella gli disse, "che ti restano tre giorni solamente, per cercare il canino tanto desiderato da tuo padre, e che i tuoi fratelli ne hanno trovati dei bellissimi?"
Il Principe ritornò in sé, e maravigliandosi della sua negligenza: "Per quale incantesimo piacevole" disse "ho potuto scordarmi di una cosa, che mi stava a cuore al disopra di tutte le altre? Ce ne va della mia gloria e della mia fortuna.
Dove troverò un canino, proprio come ci vuole, per guadagnare un Regno, e un cavallo così scappatore da arrivare in tempo?".
E incominciò a inquietarsi e a mettersi di cattivo umore.
Gatta Bianca, con una vocina carezzevole, gli disse: "Figlio di Re, non ti dare alla disperazione: io sono fra i tuoi buoni amici: puoi trattenerti qui ancora un giorno, perché sebbene da qui al tuo paese ci sieno più di duemila miglia, il bravo cavallo di legno ti ci porterà in meno di dodici ore".
"Vi ringrazio, mia bella Gatta", disse il Principe, "peraltro non mi basta di tornare da mio padre, ma bisogna che gli porti anche un canino."
"Tieni", gli disse Gatta Bianca, "eccoti una ghianda, dove ce ne troverai dentro uno assai più bello della stessa canicola."
"Via, via, signora Gatta", disse il Principe, "Vostra Maestà si piglia giuoco di me."
"Avvicina la ghianda all'orecchio", ella soggiunse, "e lo sentirai abbaiare."
Esso obbedì; e sentì subito il canino che faceva: bu! bu! Il Principe saltava dalla contentezza: perché un canino, che può entrare in una ghianda, bisogna che sia piccino davvero.
Egli voleva aprirla, perché si struggeva di vederlo; ma Gatta Bianca gli disse che per la strada avrebbe potuto sentir freddo e che era meglio aspettare che fosse dinanzi al Re suo padre.
Il Principe la ringraziò mille volte e poi dell'altro: e gli dette un addio che veniva proprio dal cuore.
"Vi giuro", egli soggiunse "che i giorni mi son passati come un lampo; volere o non volere, sento che mi dispiace a lasciarvi; e sebbene voi siate qui la sovrana, e i gatti che vi corteggiano sieno più spiritosi e galanti dei nostri, io non mi perito a invitarvi a venir via con me."
La Gatta, a questa proposta, rispose con un profondo sospiro.
Si lasciarono.
Il Principe arrivò il primo nel luogo, dove co' suoi fratelli era stato fissato il ritrovo.
Dopo poco arrivarono anche gli altri e rimasero maravigliati nel vedere un cavallo di legno, che caracollava meglio di quelli delle scuole d'equitazione.
Il Principe andò loro incontro: si abbracciarono ripetutamente e si raccontarono le avventure dei loro viaggi: ma il nostro Principe non disse tutta la verità circa a quanto gli era accaduto, e mostrò ai fratelli un canucciaccio mezzo spelacchiato, dicendo che gli era parso così grazioso, che aveva pensato di portarlo a suo padre.
Per quanto si volessero bene tra fratelli e fratelli, nondimeno i due maggiori sentirono un gran piacere della cattiva scelta fatta dal minore; e perché erano a tavola, si davano di nascosto nel piede, come per dire che da lui non avevano nulla da temere.
Il giorno dopo partirono tutti e tre insieme, nella medesima carrozza.
I due figli maggiori del Re avevano in alcuni panieri dei canini così belli e così delicati, che pareva non si dovessero toccare, per paura di sciuparli.
Il minore aveva il suo cane spelacchiato, così inzaccherato di mota, che nessuno lo voleva accosto.
Appena arrivati al palazzo, tutti furono loro dintorno per dargli il ben tornato: quindi passarono nelle stanze del Re.
Esso non sapeva in favore di chi decidersi, perché i due cani presentati dai suoi figli maggiori erano pari a bellezza: e già i due fratelli si disputavano il vantaggio della successione al trono, quando ecco che il Principe trovò il mezzo di metterli d'accordo, cavando fuori di tasca la ghianda, che Gatta Bianca gli aveva dato.
Apertala in presenza di tutti, ciascuno poté vedere un canino, accovacciato nel cotone, il quale sarebbe passato attraverso a un anello da dito, senza nemmeno toccarlo.
Il Principe lo posò in terra, ed egli si mise a ballare la sarabanda con accompagnamento di nacchere e con tanta grazia e leggerezza, come non avrebbe saputo far meglio, la più celebre ballerina spagnuola.
Esso era di mille colori, tutti diversi, e il pellame e gli orecchi gli toccavano terra.
Il Re rimase un po' male, perché era proprio impossibile trovar da ridire qualche cosa sulla bellezza di quel cagnolino.
A ogni modo egli non aveva punta voglia di disfarsi della sua corona: ogni rosone di essa gli era mille volte più caro di tutti i cani dell'universo.
Disse dunque ai suoi figliuoli di essere arcicontento di tutto quello che avevano fatto: ma siccome eran riusciti così bene nella prima prova, voleva avere un altro saggio della loro abilità, prima di mantenere la parola data; per cui dava loro tempo un anno a cercargli una pezza di tela così fine e sottile, da passar tutta dalla cruna di un ago, di quelli da ricamo.
Tutti e tre sentirono male la cosa di doversi rifar da capo a cercare.
I due principi, i cui cani erano meno belli di quello del fratello minore, si rassegnarono.
Ognuno se n'andò per il suo viaggio e senza perdersi in tante tenerezze come la prima volta, perché il bel cagnolino era stato cagione di un certo raffreddamento fra loro.
Il nostro Principe rimontò sul suo cavallo, e senza curarsi di altri aiuti, all'infuori di quelli che poteva attendere dalla Gatta Bianca, partì alla gran carriera e ritornò al castello, dov'ella gli aveva fatto così buon viso e lieta accoglienza.
Trovò che tutte le porte erano spalancate e le mura risplendenti per centomila fiaccole accese, che facevano un effetto meraviglioso.
Le solite mani, che l'avevano servito sempre con tanta puntualità, gli si fecero incontro: e presa la briglia del bravo cavallo di legno, lo portarono alla scuderia, mentre il Principe si avviava verso la camera di Gatta Bianca.
Ella stava coricata dentro a una piccola cestina sopra un guanciale di seta, bianca come la neve.
La sua pettinatura era un po' trascurata e la fisonomia abbattuta e trista: ma appena visto il Principe, fece mille salti e mille sgambetti, per fargli intendere la gioia che provava.
"Per quante ragioni avessi per credere al tuo ritorno", diss'ella, "ti confesso, o figlio di Re, che ci contavo assai poco: per il solito sono così disgraziata ne' miei desideri, che questa volta mi par proprio di aver avuto una vera fortuna."
Il Principe, in ricambio, le fece mille carezze: e le raccontò l'esito del suo viaggio, che forse ella già sapeva meglio di lui; e venne a dire come qualmente il Re voleva una pezza di tela che potesse passare dalla cruna d'un ago; che questa cosa a lui gli pareva impossibile, ma che a ogni modo voleva tentarla, ripromettendosi miracoli dalla buona amicizia e dall'aiuto di lei.
Gatta Bianca, pigliando una cert'aria di serietà, rispose che non era una faccenda da darsene pensiero: che, per buona fortuna, aveva nel suo castello delle Gatte che filavano benissimo: che essa pure vi avrebbe messo lo zampino, per mandare avanti il lavoro; in una parola che egli poteva starsene tranquillo, e che avrebbe trovato lì quello che cercava, senza bisogno di andare a girellone per il mondo.
In quel punto apparirono le mani, le quali portavano delle fiaccole: e il Principe andando dietro a esse, insieme con Gatta Bianca, entrò in una magnifica terrazza coperta, che dava lungo un gran fiume, sul quale furono incendiati bellissimi fuochi d'artifizio.
Vi si dovevano bruciare quattro gatti, ai quali era stato fatto un processo in tutte le regole.
Erano accusati di aver mangiato l'arrosto preparato per la cena di Gatta Bianca, il suo formaggio e il suo latte: e di aver cospirato contro la sua real persona insieme con Martafaccio e l'Eremita, famosi topi di quella contrada e tenuti per tali anche da La-Fontaine, scrittore degnissimo di fede; ma, con tutto questo, si sapeva che nel processo c'erano stati molti pasticci, e che quasi tutti i testimoni avevano preso il boccone.
Fatto sta, che il Principe ottenne per loro la grazia: e i fuochi d'artifizio non bruciarono nessuno: e dei razzi e delle girandole a quel modo, non se ne sono mai più vedute.
Dopo i fuochi fu imbandita una cena, che il Principe gustò assai più delle girandole e dei razzi, perché aveva una fame da lupi, per la ragione che il suo cavallo di legno l'aveva fatto correr tanto, come se fosse stato in strada ferrata, e anche più.
I giorni passavano e si somigliavano: feste dalla mattina alla sera, e sempre differenti, colle quali l'ingegnosa Gatta Bianca teneva allegro il suo ospite: e forse non c'è stato un altro mortale, che si sia tanto divertito, non avendo con sé altra compagnia che quella dei gatti.
Gli è vero che Gatta Bianca aveva uno spirito grazioso, seducente e adattato a ogni cosa; ella ne sapeva più di quel che è lecito saperne a un gatto: e il Principe molte volte ne rimaneva stupito.
"No", esso le diceva, "le meraviglie che mi vien fatto di notare in voi, non sono punto naturali: se voi mi amate davvero, carissima Micina, ditemi per quale miracolo pensate e parlate con tanta finezza di buon senso, da rendervi degna di sedere fra i begl'ingegni delle più celebrate Accademie."
"Finiscila con queste domande, figlio di Re", ella gli disse, "a me non è lecito risponderti: tu puoi almanaccare quanto ti pare e piace: padronissimo! Ti basti soltanto sapere che avrò sempre per te una zampina col guanto di velluto: e che ogni cosa che ti riguarda sarà come se fosse una cosa mia."
Questo second'anno passò, senza addarsene, come il primo.
Il Principe non aveva tempo di desiderare un oggetto, che le solite mani, sempre pronte, glielo portavano subito: sia che si trattasse di libri, di gemme, di quadri, di medaglie antiche: insomma egli non doveva far altro che dire: "voglio il tal bigiù, che è nel gabinetto intimo del Mogol o del Re di Persia, o la tale statua di Corinto o di Grecia" che subito vedeva comparirsi davanti ciò che desiderava, senza sapere né chi gliel'avesse portata, né di dove venisse.
Ecco una virtù magica, che ha le sue attrattive e che, non foss'altro per passatempo, ci farebbe nascere la voglia di diventare i padroni dei più bei tesori della terra.
Gatta Bianca, che non perdeva mai d'occhio gl'interessi del Principe, lo avvertì che il tempo della sua partenza si avvicinava e che poteva stare tranquillo in quanto alla pezza di tela tanto desiderata, perché essa gliene aveva tessuta una maravigliosa: aggiungendo che questa volta voleva regalargli un equipaggio degno di lui.
E senza dargli tempo di rispondere, l'obbligò a guardar giù nel cortile del castello.
E lì, infatti, vi era una carrozza scoperta, tutta d'oro smaltato, color fuoco, con mille imprese galanti dipinte sopra, che facevano piacere agli occhi e alla mente.
V'erano attaccati quattro per quattro, dodici cavalli bianchi come la neve, carichi di gualdrappe di velluto rosso fiammante, ricamate a diamanti e guarnite di fibbie e di piastrelle d'oro.
La carrozza era foderata dentro colla stessa magnificenza ed aveva un seguito d'altre cento carrozze a otto cavalli, tutte piene di signori di grande apparenza e splendidamente vestiti.
V'era di scorta un reggimento di mille guardie del corpo, le cui uniformi erano così coperte di ricami e di alamari, che il panno non si distingueva più: e la cosa singolare era questa: che il ritratto della Gatta Bianca si vedeva da per tutto, sugli stemmi della carrozza, sull'uniforme delle guardie, e perfino attaccato con un nastro all'occhiello dell'abito dei cortigiani, come la insegna di un nuovo ordine cavalleresco, di cui essa gli avesse onorati.
"Ora parti pure", diss'ella al Principe, "e presentati al Re tuo padre in codest'arnese abbagliante; e che la tua magnificenza da gran signore lo metta in suggezione tanto da non aver cuore di ricusarti il trono che ti sei meritato.
Eccoti una noce: guarda bene di non schiacciarla, finché non sarai alla presenza di lui: dentro ci troverai la pezza di tela, che m'hai domandata."
"Graziosa Bianchina", egli rispose, "vi giuro che sono talmente preso dalle vostre gentilezze per me, che, se foste contenta, preferirei di passar la mia vita con voi, a tutte le grandezzate che mi aspettano fuori di qui."
"Figlio di Re", ella soggiunse, "io credo alla bontà del tuo cuore, merce rara fra i Principi: perché essi vogliono essere amati da tutti, e non amar nessuno.
Ma tu sei l'eccezione della regola.
Io ti tengo conto del bene che dimostri di volere a una Gattina Bianca, la quale in fondo in fondo, non è buona ad altro che a prender topi."
Il Principe le baciò la zampetta e partì.
Se già non si sapesse come il cavallo di legno gli avesse fatto fare duemila miglia in meno di quarantott'ore, ora si stenterebbe a credere la gran furia che messe per arrivare in tempo.
Se non che la stessa potenza che animava il cavallo di legno, spronò talmente anche gli altri, che non restarono per la strada più di ventiquattr'ore.
Non fecero neppure una fermata, finché non furono giunti dal Re, dove già i due fratelli maggiori si trovavano: i quali, non vedendo arrivare il fratello minore, gongolavano del suo ritardo e bisbigliavano fra loro sottovoce: "Questa è una bazza per noi: o è morto o è malato: e così avremo un rivale di meno, nella successione al trono".
Senza perder tempo spiegarono le loro tele, le quali, a dir la verità, erano tanto fini, da passar dalla cruna di un ago grosso: ma per in quanto alla cruna di un ago sottile, era inutile parlarne; e il Re, tutto contento di aver trovato questo attaccagnolo, mostrò loro l'ago che egli aveva prescelto e che per ordine suo i magistrati avevano recato dal Tesoro della città, dov'era stato gelosamente custodito.
Nacque un gran diverbio: e tutti vollero dire la sua.
Gli amici de' Principi, e segnatamente quelli del maggiore, la cui tela senza dubbio era la più bella, sostenevano che il Re aveva messo fuori una gretola, dove c'era mescolata molta dose di furberia e di malafede.
Alla fine, per troncare ogni pettegolezzo, si sentì per la città il rumore allegro e cadenzato di una fanfara di trombe, timballi e clarinetti: era il nostro Principe, che arrivava col suo splendido corteggio.
Il Re e i suoi due figli fecero tanto d'occhio alla vista di uno spettacolo così sorprendente.
Appena ebbe salutato rispettosamente il padre suo e abbracciati i fratelli, cavò fuori da una scatola, tutta incrostata di rubini, la noce: e la schiacciò.
Egli si aspettava di trovarci la pezza di tela, tanto decantata: ma invece c'era una nocciuola; schiacciò anche questa, e rimase stupito di trovarci dentro un nocciolo di ciliegia.
Tutti si guardarono in viso: il Re se la rideva sotto i baffi e si divertiva alle spalle del figlio, il quale era stato tanto baccello da credere di poter portare una pezza di tela dentro a una noce; ma perché non ci doveva credere, quando già gli era stato dato un canino che entrava tutto in una ghianda? Egli schiacciò anche il nocciolo di ciliegia, il quale era tutto pieno della sua mandorlina.
Allora cominciò per la sala un gran bisbiglìo: e non si sentiva altro che questo ritornello: "Il Principe cadetto l'hanno preso a godere!...".
Egli non rispose nulla alle insolenti freddure dei cortigiani.
Aprì in mezzo la mandorlina, e ci trovò un chicco di miglio.
Oh! allora poi, per dir la verità, cominciò anch'esso a dubitare e masticò fra i denti, "Ah! Gatta Bianca, Gatta Bianca, tu me l'hai fatta!..." In questo punto sentì sulla mano un'unghiata di gatto, che lo graffiò così bene da fargli uscire il sangue.
Egli non sapeva se quell'unghiata fosse per dargli coraggio o per consigliarlo a smettere: a ogni modo aprì il chicco di miglio, e lo stupore di tutti non fu piccolo davvero quando ne tirò fuori una pezza di tela di mille metri così meravigliosa, che c'erano dipinti sopra ogni maniera d'uccelli, di pesci, di animali, con gli alberi, i frutti e le piante della terra, gli scogli, le rarità e le conchiglie del mare, il sole, la luna, le stelle, gli astri e i pianeti del cielo.
E c'erano anche i ritratti dei Re e dei Sovrani che regnavano allora nel mondo: e quelli delle loro mogli, dei figliuoli e di tutti i loro sudditi, senza che vi fossero dimenticati i più infimi, fra gli straccioni e gli sbarazzini di strada.
Ciascuno, nel suo stato, rappresentava il personaggio che doveva rappresentare, ed era vestito alla foggia del suo paese.
Quando il Re ebbe visto questa pezza di tela, si fece bianco in viso, come s'era fatto rosso il Principe, nel mentre che la cercava.
Tanto il Re che i due Principi maggiori serbavano un cupo silenzio, sebbene a più riprese si trovassero forzati a dire che in tutto quanto il mondo non c'era un'altra cosa, che potesse agguagliarsi alla bellezza e alla rarità di questa tela.
Il Re lasciò andare un gran sospiro e voltandosi a' suoi figli, disse loro: "Non potete figurarvi la mia consolazione, nel vedere la deferenza che avete per me: io desidero dunque che vi mettiate a una novella prova.
Andate a viaggiare ancora un anno, e colui che in capo all'anno menerà seco la più bella fanciulla, quello la sposerà e sarà incoronato Re il giorno stesso delle sue nozze; perché, in fin dei conti, è una necessità che il mio successore abbia moglie: e faccio giuro e prometto che questa volta sarà l'ultima e non manderò più per le lunghe la ricompensa promessa".
Questa qui, a guardarla bene, era una ingiustizia bella e buona a carico del nostro Principe.
Il cagnolino e la pezza di tela, invece di un regno, ne meritavano dieci; ma il Principe aveva un carattere così ben fatto, che non volle mettersi in urto col padre suo: e senza rifiatare, rimontò in carrozza e via.
Il suo corteggio lo seguì, ed egli tornò dalla sua cara Gatta Bianca.
Ella sapeva il giorno e il minuto che doveva arrivare; per tutta la strada c'era la fiorita e mille bracieri con sostanze odorose fumavano fuori e dentro al castello.
Essa se ne stava seduta sopra un tappeto di Persia, sotto un baldacchino di broccato d'oro in una galleria, dalla quale poteva vederlo ritornare.
Fu ricevuto dalle solite mani, che l'avevano sempre servito.
Tutti i gatti si arrampicarono su per le grondaie, per dargli il ben tornato, con un miagolio da straziare gli orecchi.
"Ebbene, figlio di Re", ella gli disse, "eccoti tornato qui, e senza corona."
"Signora", egli rispose, "la vostra buona grazia mi aveva messo in caso di guadagnarmela: ma ho capito che il Re avrebbe più dispiacere a disfarsene di quello che io avessi gusto a possederla."
"Non importa", ella soggiunse, "non bisogna trascurar nulla per meritarla; io ti aiuterò anche questa volta, e poiché bisogna che tu meni alla corte di tuo padre una bella fanciulla, penserò io a cercartene una che ti faccia vincere il premio: intanto divertiamoci, ed è per questo che ho ordinato un combattimento navale fra i miei gatti e i terribili topi del paese.
I miei gatti si troveranno un po' impappinati nei loro movimenti, perché hanno paura dell'acqua; ma senza di questo, essi avrebbero troppo il disopra: e, per quanto si può, bisogna cercare di bilanciare le forze."
Il Principe ammirò la prudenza della signora Micina: le fece i suoi mirallegri e andò con essa sopra una gran terrazza che dava sul mare,
I vascelli dei gatti consistevano in grandi pezzi di sughero, sui quali vogavano abbastanza comodamente.
I topi avevan riuniti e legati insieme molti gusci d'ovo e questi erano le loro navi.
Il combattimento fu accanito e crudele: i topi si buttavano nell'acqua e nuotavano con più maestria dei gatti: e così ben più di venti volte si trovarono a essere vincitori e vinti: ma Minagorbio, ammiraglio della flotta gattesca, ridusse l'armata topina all'ultima disperazione, e si mangiò con molto gusto il generale della flotta nemica, che era un vecchio topo di grande esperienza, il quale aveva fatto per tre volte il giro del mondo sopra grossi vascelli dove egli non era né capitano, né marinaio, ma semplice leccalardo.
Gatta Bianca non volle che quei poveri disgraziati fossero interamente distrutti.
Essa aveva politica e pensava che se in paese non ci fossero più stati né topi né sorci, i suoi sudditi sarebbero vissuti in un ozio, che poteva alla lunga diventare pericoloso,
Il Principe passò anche quest'anno, come i due precedenti, andando a caccia, alla pesca e giuocando: perché bisogna sapere che Gatta Bianca era bravissima al giuoco degli scacchi.
Egli, di tanto in tanto, non poteva stare dal farle delle domande incalzanti, per arrivare a scuoprire per qual miracolo ella avesse il dono di poter parlare.
E avrebbe voluto sapere se era una fata, e se fosse stata cambiata in gatta, al seguito di una metamorfosi: ma siccome non c'era caso che ella dicesse mai quello che non voleva dire, così rispondeva sempre quel tanto che voleva rispondere, e dava delle risposte tronche e senza significato, ragione per cui egli dové persuadersi che Gatta Bianca non voleva metterlo a parte del suo segreto.
Non c'è una cosa che passi tanto presto, quanto i giorni felici: e se la Gatta Bianca non fosse stata lei a darsi il pensiero di tenere a mente il tempo preciso di far ritorno alla Corte, non c'è dubbio che il Principe se lo sarebbe dimenticato bene e meglio.
Alla vigilia della partenza ella lo avvertì che dipendeva da lui, se avesse voluto menar seco una delle più belle principesse del mondo; che era giunta finalmente l'ora di distruggere il fatale incantesimo ordito dalle fate e che per questo bisognava che egli si risolvesse a tagliar a lei la testa e la coda, e a gettarle subito sul fuoco.
"Io?", esclamò, "Bianchina! amor mio! e sarò io tanto spietato da uccidervi? Ah! vedo bene che volete mettere il mio cuore alla prova: ma siate pur certa che esso non è capace di mancare alla amicizia e alla riconoscenza che vi deve,"
"No, figlio di Re", ella riprese, "io non sospetto in te nemmeno l'ombra dell'ingratitudine; ti conosco troppo: ma non sta né a me né a te a regolare in questo caso i nostri destini: fai quello che ti dico e saremo felici.
Sulla mia parola di gatta onorata e perbene, ti farò vedere che ti sono amica..."
Al solo pensiero di dover tagliare la testa alla sua Gattina, tanto carina e graziosa, il giovane Principe sentì venirsi per due o tre volte le lacrime agli occhi.
Disse tutto quel più che seppe dire di affettuoso, per essere dispensato, ma essa, intestata, rispondeva che voleva morire per le sue mani; e che questo era l'unico mezzo per impedire ai fratelli di lui d'impadronirsi della corona: insomma, insisté tanto e poi tanto, che alla fine egli tirò fuori la spada e con mano tremante tagliò la testa e la coda della sua buona amica.
In quel punto stesso si trovò presente alla più bella metamorfosi che si possa immaginare.
Il corpo di Gatta Bianca cominciò a ingrandire e tutt'a un tratto diventò una fanciulla: meraviglia da non potersi descrivere a parole, e unica forse al mondo.
I suoi occhi rubavano i cuori, e la sua dolcezza li teneva legati: la sua figura era maestosa, l'aspetto nobile e modesto, lo spirito seducente, le maniere cortesi: e per dir tutto in una parola, ell'era al disopra di tutto ciò che vi può essere di amabile e di grazioso sulla terra.
Il Principe, a vederla, rimase preso da un grande stupore: ma da uno stupore così piacevole, che credette di essere incantato.
Non poteva spiccar parola: pareva che gli occhi non gli bastassero per guardarla, e la lingua legata non trovava il verso di esprimere la sua meraviglia; la quale si accrebbe di mille doppi, quand'egli vide entrare una folla straordinaria di dame e di cavalieri, colla loro brava pelle di gatto o di gatta, gettata sulle spalle, che andavano a prosternarsi ai piedi della Regina, e a darle segno della loro gioia per vederla tornata nel suo primo stato naturale.
Essa li ricevé con tutta quella bontà, che rivelava l'eccellente pasta del suo cuore e del suo carattere, e dopo essersi trattenuta un poco con essi, ordinò che la lasciassero sola col Principe, al quale parlò così:
Non vi mettete in capo, o signore, che io sia stata sempre gatta: e che la mia nascita sia oscura fra gli uomini.
Mio padre era Re e padrone di sei regni.
Egli amava teneramente mia madre, e la lasciava liberissima di fare tutto ciò che le passava per la mente, La passione dominante di mia madre era quella di viaggiare: per cui, sebbene incinta di me, intraprese una gita per andare a vedere una montagna, della quale aveva sentito dire cose dell'altro mondo.
E mentr'era per via, le fu detto che lì in que' pressi c'era un castello di fate, il più bello fra quanti se ne conoscevano; o almeno creduto tale per una antichissima tradizione; perché non essendovi mai entrato nessuno, non potevasi giudicarne che dal di fuori: ma la cosa che si sapeva per certo era questa, che le fate avevano nel loro giardino certe frutta così delicate e saporite, come non se ne sono mangiate mai.
Ecco subito che alla Regina mia madre nacque una gran voglia di assaggiarle, e si avviò verso quella parte.
Giunse alla porta di questo magnifico palazzo, tutto risplendente d'oro e di azzurro: ma bussò inutilmente.
Non comparve anima viva: si sarebbe detto che erano tutti morti.
Quest'indugi servivano a farle crescere la voglia; sicché mandò in cerca di scale per iscavalcare i muri del giardino; e la cosa sarebbe riuscita bene, se i muri non si fossero alzati lì per lì, e senza vedere una mano che ci lavorasse.
Si prese allora il ripiego di mettere le scale le une sulle altre! ma finirono di fracassarsi sotto il peso di quelli che ci salivano sopra, i quali, cadendo giù, rimanevano morti o stroppiati.
La Regina era disperata.
Vedeva i grandi alberi carichi di frutta, che essa credeva deliziose, e voleva cavarsene la voglia, o morire: e per questo, fece rizzare dinanzi al castello parecchie tende signorili e di gran lusso, e vi si trattenne sei settimane con tutta la sua Corte.
Non dormiva né mangiava più: non faceva altro che sospirare, parlando sempre della frutta del giardino inaccessibile, finché si ammalò, senza trovare chi potesse sollevarla del suo male, perché le inesorabili fate non si fecero mai vedere, dopo che ella si era attendata in vicinanza del loro castello.
Tutti i suoi uffiziali si affliggevano dimolto: non si sentivano che pianti e sospiri da tutte le parti, mentre la Regina moribonda chiedeva delle frutta a quelli che la servivano, ma non ne voleva di altra specie, all'infuori di quelle che le venivano negate.
Una notte, mentre era in un mezzo dormiveglia, aprì gli occhi e svegliandosi vide una vecchiettina decrepita e brutta più del peccato, seduta in una poltrona accanto al capezzale del suo letto.
Si maravigliò che le sue dame avessero lasciata passare una sconosciuta nella sua camera; quando questa le disse:
"A noi ci pare che la tua Maestà sia molto indiscreta, a incaponirsi a voler mangiare per forza le nostre frutta; ma perché ci va di mezzo la tua vita preziosa, le mie sorelle e io acconsentiremo a dartene tante, quante ne potrai portare, finché starai qui: ma a un patto: al patto che tu ci faccia un regalo".
"Ah! mia buona nonna", gridò la Regina, "chiedete e domandate! io son pronta a darvi il mio regno, il mio cuore, l'anima mia, purché mi cavi la voglia delle vostre frutta: a nessun prezzo mi parranno care."
"Noi vogliamo", diss'ella, "che tua Maestà ci dia la figlia che porti nel seno.
Quando sarà nata, verremo a pigliarla e l'alleveremo noi: non c'è virtù, bellezza o sapienza, che essa non possa avere per mezzo nostro, in una parola sarà nostra figlia e noi la faremo felice: ma intendiamoci bene: la tua Maestà non potrà rivederla fino al giorno che non si sarà maritata.
Se il patto ti garba, io ti guarisco subito, menandoti qui nei pomari del nostro giardino: non badare che sia notte; ci vedrai abbastanza, per iscegliere le frutta che vorrai.
Se il patto non ti va, buona notte, signora Regina e scappo a letto."
"Per quanto sia dura la legge che m'imponete", rispose la Regina, "l'accetto piuttosto che morire, perché è più che certo che mi rimane appena un giorno di vita, e morendo io, la figlia mia morirebbe con me.
Guaritemi, sapiente fata", ella seguitò a dire "e non mi fate perdere nemmeno un minuto per arrivare al godimento della grazia che mi avete fatta."
La fata la toccò con una bacchettina d'oro, dicendo: "Che la tua Maestà sia libera da tutti i mali, che la tengono inchiodata nel letto".
A queste parole le parve di trovarsi alleggerita da una veste di piombo, pesante e dura, che le toglieva il respiro, e che in certi punti sentiva pesarla anche di più, perché forse era lì la sede del male.
Fece chiamare tutte le sue dame e disse loro, con viso sorridente, che stava benissimo, che si voleva levar subito, che finalmente le porte del castello, serrate a chiavistello, e a doppia mandata, si sarebbero aperte per lei, perché potesse mangiare le belle frutta del giardino e portarne via con sé, quante ne avesse volute.
Fra tutte quelle dame, non ce ne fu una sola la quale non sospettasse che la Regina fosse caduta in delirio, e che in quel momento sognasse a occhi aperti le frutta tanto desiderate: per cui, invece di risponderle a tono, si misero a piangere e fecero svegliare tutti i medici, perché venissero a vederla.
Quest'indugio faceva inquietare la Regina, la quale domandava i suoi vestiti, e nessuno si muoveva; e la cosa andò tanto in là che finì col lasciarsi pigliare dalla bizza e diventò rossa come una ciliegia.
Alcuni badavano a dire che era effetto della febbre: ma i medici, essendo finalmente arrivati, e dopo averle tastato il polso e fatte le solite cerimonie di uso, non poterono far di meno di dichiarare che era tornata in perfettissima salute.
Le sue donne accortesi del granchio a secco che avevano preso per troppo zelo, cercarono di riparare al mal fatto, vestendola da capo a piedi in quattro e quattr'otto.
Le chiesero perdono: tutto fu accomodato: ed essa si affrettò a seguire la vecchia fata che l'aveva aspettata fin allora.
Entrò nel palazzo, dove non ci mancava nulla per essere il più bel palazzo del mondo: "E voi, o signore, non penerete a crederlo", soggiunse Gatta Bianca, "quando vi avrò detto che è quello stesso, dove oggi io e voi ci troviamo".
Due altre fate, un po' meno vecchie di quella che conduceva mia madre, vennero a riceverla alla porta e le fecero un'accoglienza, che pareva proprio una festa.
Essa le pregò di menarla subito nel giardino e precisamente a quelle spalliere, dove avrebbe potuto trovare i frutti migliori.
"Sono tutti buoni nello stesso modo", risposero le fate, "e se non fosse che tu vuoi cavarti il gusto di coglierli colle tue mani, noi non avremmo da fare altro che chiamarli e farteli venire fin qui!" "Oh! ve ne supplico, signore mie", esclamò la Regina "fate che io abbia la contentezza di vedere una cosa così meravigliosa e fuori dell'usuale." La più vecchia delle due fate si pose un dito in bocca e fece tre fischi: poi gridò "albicocche, pesche, noci, prugnole, pere, poponi, uva mascadella, mele, arance, limoni, uva spina, fragole, lamponi, correte tutti al mio comando!".
"Ma", osservò la Regina, "tutte codeste frutta vengono in diverse stagioni dell'anno!" "Nei nostri orti non è così", esse risposero, "noi abbiamo sempre ogni sorta di frutta della terra: sempre buone, sempre mature, e non vanno mai a male."
In quel frattempo le frutta arrivarono, rotolandosi, arrampicandosi le une sulle altre, senza mescolarsi e senza insudiciarsi; sicché la Regina, che si struggeva di levarsene la voglia, vi si buttò sopra, e prese le prime che le capitarono sotto mano.
Non le mangiò: ma le divorò.
Quando fu piena fino alla gola, pregò le fate di lasciarla andare alla spalliera, per poterle scegliere coll'occhio prima di coglierle.
"Volentieri", risposero le fate, "ma rammentate la promessa che avete fatta: ormai non c'è più tempo per tornare indietro." "Io son così persuasa", ella riprese a dire, "che qui da voi si faccia una vita d'oro e mi pare che questo palazzo sia tanto bello, che se non fosse per il gran bene che voglio al Re mio marito, mi metterei d'accordo per restarci anch'io: vedete dunque se è mai possibile che io possa pentirmi di quel che ho detto."
Le fate, tutte contente da non si credere, le apersero i loro giardini e i recinti più appartati; e tanto essa ci si trovò bene, che vi si trattenne tre giorni e tre notti, senza allontanarsi di lì un minuto.
Fece una gran provvista di frutta e ne colse quante ne poté cogliere: e perché sapeva che non andavano a male, ne fece caricare quattromila muli che condusse seco.
Al dono delle frutta le fate vollero aggiungere quello dei corbelli e delle ceste d'oro, d'un lavoro finissimo che pareva fatto col fiato: le promisero che mi avrebbero allevata da Principessa, come io era, che mi avrebbero data un'educazione perfetta, e a suo tempo scelto uno sposo.
Le dissero di più che ella sarebbe stata avvertita del giorno delle nozze, e che contavano sul sicuro che non sarebbe mancata.
Il Re fu lieto del ritorno della Regina e tutta la Corte le dimostrò la sua gioia.
Ogni giorno erano balli, mascherate, tornei e feste, dove le frutta portate dalla Regina venivano distribuite, come un regalo prelibato.
Il Re stesso le preferiva a ogni altra cosa.
Esso non sapeva nulla del patto che la Regina aveva combinato colle fate, e le domandava in quali paesi era stata per trovare di quelle delizie.
Essa ora rispondeva che le aveva trovate sopra un'alta montagna, quasi inaccessibile: ora che nascevano in vallate: e qualche volta inventava che crescevano in un giardino o in mezzo a una gran foresta.
Il Re non sapeva spiegarsi tante contraddizioni.
Interrogava coloro che l'avevano accompagnata, ma questi non osavano fiatare per avere avuto la proibizione di dire una sola mezza parola su questa avventura.
Alla fine la Regina, inquieta della promessa fatta alle fate e vedendo avvicinarsi il tempo del parto, fu presa da un gran mal umore: non faceva altro che sospirare e si struggeva a vista, come una candela.
Il Re se ne impensierì, e incominciò a insistere colla Regina, per sapere la cagione della sua gran tristezza: e batti oggi, batti domani, finalmente essa gli raccontò tutto quello che era passato fra lei e le fate e com'essa avesse promesso loro la figlia che stava per mettere alla luce.
"Come!", esclamò il Re, "noi non abbiamo figliuoli: voi sapete quanto io li desideri, e per la gola di mangiare due o tre mele, siete stata capace di promettere vostra figlia? Bisogna proprio dire che non mi volete un filo di bene." E lì cominciò a farle dei rimproveri e ne disse tante e tante, che la mia povera madre fu quasi per morir di dolore.
E come se questo fosse poco, la fece chiudere in una torre e messe delle guardie dappertutto perché non potesser barattar parola con anima viva, all'infuori degli uffiziali destinati a servirla: e volle che fossero cambiate tutte quelle persone del servizio che l'avevano accompagnata al castello delle fate.
Quest'urto fra il Re e la Regina gettò in Corte una gran costernazione.
Ciascuno riponeva i suoi abiti di gala per vestirne dei più adattati all'afflizione generale.
Dal canto suo il Re si mostrava inesorabile: non volle più vedere sua moglie: e appena fui nata, mi fece portare nel suo palazzo per esservi allevata, mentre mia madre era sempre in prigione e nel massimo squallore.
Peraltro le fate non ignoravano quello che accadeva: e se la presero molto a male e volevano avermi a tutti i costi, perché mi riguardavano come cosa loro, e stimavano che il ritenermi in Corte fosse lo stesso che commettere un furto a loro danno.
Prima di pigliarsi una vendetta coi fiocchi e proporzionata al loro dispetto, esse mandarono al Re una celebre ambasceria per ammonirlo a ridare la libertà alla Regina e a riammetterla nelle sue buone grazie, e per pregarlo al tempo stesso di consegnar me ai loro ambasciatori.
E questi ambasciatori erano nani schifosi e di una figura così stronca e piccina, che non ebbero nemmeno la sorte di poter capacitare il Re delle loro ragioni.
Egli li messe fuori dell'uscio senza tanti complimenti, e se non facevano presto a scappare, chi lo sa come sarebbe finita.
Quando le fate seppero il contegno di mio padre, presero una bizza da non si credere: e dopo aver mandato nei sei regni tutti i malanni immaginabili, vi scatenarono un drago orribile, il quale sputava veleno per tutto dove passava; mangiava bestie e cristiani, e soltanto col fiato faceva seccare tutti gli alberi e tutte le piante.
Il Re era disperato.
Si consultò con tutti i savi dello Stato per trovare il modo di liberare i suoi sudditi da tante sciagure, dalle quali erano tribolati.
Chi gli suggerì di mandare a cercare per tutto il mondo i migliori medici e i rimedi più accreditati: altri invece lo consigliava a promettere la grazia della vita a tutti i condannati a morte, a patto che andassero a combattere il drago.
Al Re piacque il consiglio, e lo accettò: ma non ne ricavò nessun vantaggio, perché la mortalità infieriva di bene in meglio, e quanti andavano contro il drago, erano tutti divorati vivi: sicché non gli rimase altro ripiego, che ricorrere a una fata, che lo aveva avuto sempre sotto la sua protezione fin da ragazzo.
Essa era vecchia decrepita e non si levava quasi più dal letto: andò a casa di lei e le fece mille rimproveri perché lo lasciava tartassare a quel modo dal destino, senza venire in suo aiuto.
"Come volete voi che io faccia?", gli diss'ella, "voi avete inasprite le mie sorelle; esse hanno tanto potere, quanto me, e non c'è caso che fra noi ci si dia addosso.
Pensate piuttosto a rabbonirle, dando loro la vostra figlia: questa Principessina è cosa loro.
Voi avete chiuso la Regina in un buco di prigione: che vi ha ella fatto quella donna così amabile, per essere trattata tanto male? Animo, da bravo: mantenete la promessa di vostra moglie, e allora vi pioverà addosso ogni felicità."
Il Re, mio padre, mi voleva un gran bene: ma non vedendo altro verso per salvare i suoi regni e per liberarsi dal drago fatale, finì col dire alla sua amica che s'era convinto delle buone ragioni e che non aveva più difficoltà a darmi in mano alle fate, tanto più che essa lo assicurava che sarei stata accarezzata e allevata da Principessa, par mio; che avrebbe ripresa con sé la Regina e che la fata non aveva da far altro che dirgli a chi doveva consegnarmi, perché io fossi portata al castello delle fate.
"Bisogna portarla", gli rispose, "sulla montagna dei fiori: e voi potete trattenervi lì, a una certa distanza, per assistere alle feste che saranno fatte."
Il Re le disse che dentro otto giorni ci sarebbe andato insieme colla Regina; e che intanto poteva avvisare le fate sue sorelle, perché si preparassero a quello che volevano fare.
Tornato che fu al palazzo, mandò a riprendere la Regina con tanta premura e tanta pompa, quanta era stata la rabbia colla quale l'aveva fatta imprigionare.
Essa era così abbattuta e malandata, che il Re avrebbe penato a riconoscerla, se il suo cuore non gli avesse detto che era quella medesima persona in altri tempi tanto amata da lui.
La scongiurò colle lacrime agli occhi di dimenticare i grandi dispiaceri che le aveva cagionati, col dire che sarebbero stati i primi e gli ultimi.
Ella rispose che se li era meritati, per l'imprudenza di aver promesso la figlia alle fate: e che in quel tempo non aveva altra scusa, se non lo stato interessante in cui si trovava.
Alla fine il Re le palesò la sua intenzione, che era quella di consegnarmi in mano alle fate; ma la Regina, per la sua parte, si oppose.
Era proprio il caso di dire che il diavolo ci aveva messo le corna, e che io doveva essere il pomo della discordia fra mio padre e mia madre.
Quando ebbe pianto e singhiozzato ben bene senza ottener nulla (perché mio padre ne vedeva le funeste conseguenze e i nostri sudditi continuavano a morire a branchi, come se fossero responsabili degli errori della nostra famiglia), diceva dunque che quando mia madre ebbe pianto e singhiozzato ben bene, si rassegnò e acconsentì a ogni cosa e si allestirono i preparativi per la cerimonia della consegna.
Fui messa in una culla di madreperla, ornata di tutte quelle galanterie che l'arte può immaginare.
Erano ghirlande di fiori e festoni in giro in giro: e i fiori erano pietre preziose, i cui vari colori, al riflesso del sole, lampeggiavano in modo da far male agli occhi.
La magnificenza del mio abbigliamento sorpassava, se si può dire, quella della culla: tutte le trine delle mie fasce erano fatte di grosse perle.
Ventiquattro principesse reali mi portavano sopra una specie di barella leggerissima; la loro acconciatura usciva affatto dal comune, ma non era stato permesso di usare altri colori che il bianco, come per alludere alla mia innocenza.
Tutte le persone della Corte, schierate per ordine e per grado, mi accompagnavano.
Mentre si saliva la montagna si fece sentire una sinfonia melodiosa, che si avvicinava sempre; finché comparvero le fate in numero di trentasei; esse avevano pregate le loro buone amiche di pigliar parte alla festa.
Ciascuna era seduta in una conchiglia più grande di quella di Venere, quando uscì dal mare; e pariglie di cavalli marini, che non erano avvezzi a camminare per terra, strascicavano quelle brutte vecchie con tanta pompa, come se fossero state le più grandi Regine dell'universo.
Esse portarono un ramo d'ulivo, per significare al Re che la sua sommissione aveva trovato grazia al loro cospetto: e allorché mi ebbero presa in collo, furono tali e tante le loro carezze, che pareva non avessero altra passione, che quella di rendermi felice.
Il drago, che aveva servito a vendicarle contro mio padre, veniva dietro di loro, attaccato con una catena tutta di diamanti.
Esse mi abballottarono fra le loro braccia, mi fecero mille carezze, mi dotarono d'ogni ben di Dio: e quindi incominciarono la ridda delle streghe.
È un ballo molto allegro: né c'è da figurarsi i salti e gli sgambetti che fecero quelle vecchie zittellone: dopo di che il drago, che aveva mangiato tanta gente, si avvicinò strisciando per terra.
Le tre fate, alle quali mia madre mi aveva promesso, vi si sedettero sopra, misero la mia culla fra di loro, e toccato il drago con una bacchetta, questo spiegò le sue grand'ali fatte a scaglia, più sottili del crespo finissimo e variopinte di mille bizzarri colori.
Fu in questo modo che le fate tornarono al loro castello.
Mia madre vedendomi per aria sulla groppa del drago, non poté trattenersi dal mandare altissime grida.
Il Re la consolò col dire che dalla fata sua amica era stato assicurato che non mi sarebbe accaduto nulla di male, e che anzi si sarebbe avuto di me la stessa cura, come se fossi rimasta nel mio proprio palazzo.
Ella si dette pace, sebbene fosse per lei una grande afflizione quella di dovermi perdere per sì lungo tempo e per cagion sua: tanto è vero che, se non fosse stata presa dalla voglia di assaggiare i frutti del giardino, io sarei cresciuta nel regno di mio padre e non avrei avuto tutti i dispiaceri, che mi resta ancora da raccontarvi.
Sappiate dunque, figlio di Re, che le mie custodi avevano fabbricata apposta una torre, nella quale vi erano molti begli appartamenti per tutte le stagioni; mobili magnifici, libri piacevolissimi, ma nemmeno una porta; sicché bisognava entrare dalle finestre, le quali erano a tanta altezza da far venire il capogiro.
Sopra la torre si trovava un bel giardino ornato di fiori, di fontane e di pergolati di verzura, che riparavano dai bollori della canicola.
In questo luogo le fate mi allevavano con tali cure, da sorpassare quanto avevano promesso alla Regina.
I miei vestiti erano tagliati secondo il gusto della moda: e tanto ricchi e magnifici che, vedendomi, si sarebbe creduto che io fossi in giorno di nozze.
Le fate m'insegnarono tutte quelle cose, che si addicevano alla mia età e alla mia nascita; né io davo loro molto da fare, perché avevo la facilità d'imparare alla prima.
La dolcezza del mio carattere le aveva innamorate: e perché io non aveva mai veduto nessun altro, intendo benissimo che sarei rimasta tranquillamente in quello stato per tutto il rimanente della vita.
Esse venivano sempre a trovarmi, montate sul famoso drago che sapete: non mi rammentavano mai né il Re né la Regina; e siccome mi chiamavano la loro figlia, io credeva di esserlo davvero.
Per potermi divertire mi avevano dato un cane e un pappagallo, i quali avevano il dono della parola e parlavano come due avvocati.
Nella torre non c'era con me nessun altro.
Un lato di questa torre era fabbricato sopra una strada molto avvallata e tutta coperta di alberi; di modo che dal giorno che vi fui rinchiusa non avevo mai veduto passarvi anima viva.
Ma un giorno, essendo alla finestra a ciarlare col cane e col pappagallo, mi parve di sentire qualche rumore: guardai da tutte le parti e finalmente mi venne fatto di vedere un giovine cavaliere, che si era fermato per ascoltare la nostra conversazione.
Io non avevo veduto altri uomini, altro che dipinti, sicché non mi dispiaceva punto quest'occasione altrettanto propizia quanto inaspettata.
Senza pensare alle mille miglia al pericolo che andava unito alla soddisfazione di ammirare un oggetto così piacevole, mi spenzolai in fuori per vederlo meglio; e più lo guardavo e più ci pigliavo gusto.
Egli mi fece una gran riverenza, fissò i suoi occhi su me e mi parve che si stillasse il cervello per trovare il modo di potermi parlare; perché la mia finestra era altissima ed egli aveva paura di essere scoperto, sapendo bene che io mi trovavo nel giardino delle fate.
Il sole calò tutt'a un tratto: o per dir la cosa come sta, si fece notte senza che ce ne avvedessimo; per due o tre volte egli si portò il corno alla bocca e mi rallegrò con qualche suonatina; poi se ne andò, senza che io potessi vedere nemmeno che strada pigliasse, tanto la notte era buia.
Io rimasi come estatica, e non provai più il solito piacere a far conversazione col mio cane e col mio pappagallo.
Essi mi dicevano le cose più carine del mondo, perché le bestie fatate sono piene di spirito, ma io avevo la testa chi sa dove, né conoscevo punto l'arte di simulare.
Il pappagallo se ne accorse: ma furbo com'era, non fece trapelar nulla di quello che rimuginava per il capo.
Fui puntuale a levarmi col sole: corsi alla finestra e fu per me una gratissima sorpresa quella di vedere il giovine cavaliere a piè della torre.
Egli vestiva un abito magnifico: e in questo suo lusso mi lusingai di averci un po' di merito anch'io, e colsi nel segno.
Egli mi parlò con una specie di tromba, o, come chi dicesse, con un portavoce, e mi disse che essendo stato fin allora indifferente a tutte le bellezze che aveva vedute, ora si sentiva tutt'a un tratto ferito talmente dalla mia, da non sapere quel che sarebbe di lui, se non potesse vedermi tutti i giorni.
Questo complimento mi fece un gran piacere, e fui dolentissima di non potergli rispondere, perché mi sarebbe toccato a gridar forte e col rischio di essere sentita prima dalle fate, che da lui.
Avevo in mano dei fiori: e glieli gettai; egli gradì il picciol dono come un favore insigne: li baciò più volte e mi ringraziò.
Mi chiese quindi se sarei contenta che egli venisse tutti i giorni e alla stess'ora sotto la mia finestra, e se io volessi essere tanto cortese da gettargli qualche cosa.
Io aveva un anello di turchine: me lo levai lesta lesta dal dito e glielo buttai con molta fretta, facendogli segno di andarsene come il vento.
E la ragione era che dall'altra parte avevo sentito la fata Violenta che, a cavallo al drago, veniva a portarmi la colazione.
La prima cosa che disse entrando in camera mia, furono queste parole: "Sento l'odore della voce d'un uomo: cerca, drago!".
Figuratevi se mi rimase sangue nelle vene! Ero più morta che viva dalla paura che il drago, passando per l'altra finestra, non si mettesse a dar dietro al cavaliere pel quale io già sentivo una mezza passione.
"Davvero", diss'io, "mia buona mamma (perché la vecchia fata voleva che la chiamassi così), davvero che mi sembrate in venia di celiare, dicendo che sentite l'odore della voce di un uomo: forse che la voce ha un odore? e quand'anche l'avesse, chi volete che sia il temerario da arrisicarsi a salire in cima a questa torre?"
"Dici bene, figlia mia, dici bene", ella rispose, "e mi fa piacere di sentirti ragionare a codesto modo.
Capisco anch'io che dev'essere l'odio che sento per tutti gli uomini, quello che mi fa crederli vicini anche quando sono lontani."
Mi diede la colazione e la rocca; poi soggiunse:
"Quando avrai finito di mangiare, mettiti lì e fila; ieri non facesti nulla: e le mie sorelle se l'hanno per male".
Difatto il giorno innanzi ero stata tanto occupata col cavaliere sconosciuto, che non toccai né la rocca né il fuso.
Appena se ne fu ita, gettai via la rocca con una specie di dispetto e montai su in cima alla torre, per vedere più lontano che fosse possibile.
Avevo con me un eccellente canocchiale: nulla all'intorno m'impediva la vista: ero padrona di voltarmi e di guardare da tutte le parti, quand'ecco che mi venne fatto di scoprire il mio cavaliere in vetta a una montagna.
Egli si riposava sotto un ricco padiglione di broccato d'oro ed era circondato da una numerosissima Corte.
Pensai subito che dovesse essere il figlio di qualche Re, vicino al palazzo delle fate.
E perché avevo paura che tornando egli sotto la torre potesse essere scoperto dal terribile drago, così andai a prendere il mio pappagallo e gli ordinai di volare in cima a quella montagna, dove avrebbe trovato quel cavaliere che aveva parlato con me, al quale doveva dire da parte mia di non tornare sotto le finestre a motivo che, da quanto m'ero accorta, le fate stavano con tanto d'occhi e gli potevano fare un brutto scherzo.
Il pappagallo compì la sua commissione da vero pappagallo di spirito.
Rimasero tutti stupiti di vederlo venire ad ali spiegate e posarsi sulla spalla del Principe per parlargli sotto voce all'orecchio.
Il Principe gradì per un verso l'ambasciata: e per un altro verso gli dispiacque.
La cura che mi pigliavo di lui, faceva bene al suo cuore; ma tutte le difficoltà che incontrava per potermi parlare lo disanimavano, senza distoglierlo peraltro dal disegno che egli aveva fatto di piacermi.
Rivolse cento domande al pappagallo: e il pappagallo, curioso di sua natura, ne fece altrettante a lui.
Il Re gli dette per me un anello in cambio di quello colla turchina: e anche il suo era una turchina, ma molto più bella della mia: era tagliata a cuore e contornata di brillanti.
"È giusto", egli soggiunse, "che io vi tratti da ambasciatore.
Eccovi in regalo il mio ritratto; ma non lo fate vedere a nessuno, fuori che alla vostra cara padroncina." E dicendo così, attaccò il ritratto sotto l'ala del pappagallo, il quale portò nel becco l'anello che aveva per me.
Io aspettavo il ritorno del mio corriere verde, con un'impazienza che non avevo provata mai.
Egli mi disse che la persona, dalla quale lo avevo mandato, era un gran Re; che gli aveva fatto un'accoglienza coi fiocchi: che esso non poteva vivere senza di me: e che sebbene ci fosse un gran pericolo a venire sotto la mia torre, io poteva esser certa che egli era preparato a tutto, piuttosto che rinunziare a vedermi.
Queste cose mi messero addosso un gran malessere; e cominciai a piangere come una bambina.
Pappagallo e il canino Titì s'ingegnavano di farmi coraggio, perché mi volevano un gran bene.
Quindi Pappagallo mi presentò l'anello del Principe, e mi fece vedere il ritratto.
Confesso che non ho sentito mai tanta consolazione, quanta n'ebbi nel considerare da vicino e sotto gli occhi colui che non avevo veduto altro che da lontano.
Mi parve anche più grazioso che non mi fosse parso dapprima; e cento pensieri, parte piacevoli e parte tristi, mi si affollarono nel capo e m'entrò nel sangue un'irrequietezza straordinaria.
Le fate vennero a trovarmi e se ne accorsero.
Esse dissero fra loro che senza dubbio io doveva annoiarmi e che bisognava cercarmi uno sposo della loro razza.
Ne nominarono diversi: ma si fermarono sul piccolo Re Migonetto, il cui regno era cinquecentomila miglia distante di lì, ma questo non era un ostacolo serio.
Pappagallo sentì questo bel fissato, e venendo subito a rifischiarmelo, mi disse: "Mi fareste proprio pietà, cara padrona, se vi toccasse per marito il Re Migonetto: egli è un fagotto di panni sudici da far paura: il Re, che voi amate, non lo piglierebbe nemmeno per suo Tira-stivali".
"Di', Pappagallo, e tu l'hai visto?" "Se l'ho visto?", egli soggiunse, "figuratevi che sono stato allevato sopra un ramo insieme a lui." "Come sopra un ramo?", domandai io.
"Sissignora! perché bisogna sapere che egli ha i piedi di Aquilotto."
Quei discorsi mi fecero un gran male.
Guardavo il bel ritratto del Re, e pensavo che egli non lo aveva regalato a Pappagallo se non perché io lo potessi vedere: e quando lo confrontavo con quello di Migonetto mi cascavano le braccia e piuttosto che sposare quello scimmiotto mi veniva voglia di lasciarmi morire.
Non chiusi un occhio in tutta la notte.
Pappagallo e Titì mi tennero un po' di compagnia.
A giorno mi appisolai: ma il canino, che aveva un buon naso, sentì che il Re era giù a piè della torre.
Svegliò Pappagallo e gli disse: "Scommetto che già a basso c'è il Re".
Pappagallo rispose: "Chetati, chiacchierone! perché stai sempre cogli occhi aperti e cogli orecchi per aria? ti dispiace che gli altri riposino un poco?".
"Eppure", insisté il buon cane, "scommetto che c'è." "E io ti dico che non c'è", replicò il Pappagallo, "non sono forse stato io che gli ho proibito di venir qui da parte della Principessa?" "Una bella proibizione davvero!", gridò il canino, "un uomo che ama non consulta che il suo cuore." E nel dir così cominciò a strapazzargli con tanta poca grazia le ali, che Pappagallo perse i cocci sul serio.
Gli urli di tutti e due mi svegliarono: e saputo il motivo del battibecco non corsi, no, ma volai alla finestra: e vidi il Re che mi stendeva le braccia e col mezzo del portavoce mi disse non poter più vivere senza di me, e mi scongiurava per ora a fare in modo o di venir via dalla torre o di farci entrare anche lui, chiamando in testimonio tutti gli Dei dell'Olimpo che mi avrebbe sposata subito, e che io sarei diventata una delle più grandi Regine dell'Universo.
Ordinai a Pappagallo di andargli a dire che quello che mi chiedeva era impossibile: ma che nondimeno dietro la parola data e i giuramenti fatti, mi sarei ingegnata di renderlo felice: peraltro mi raccomandavo perché non venisse sotto la torre tutti i giorni: a lungo andare la cosa si sarebbe scoperta, e allora le fate non avrebbero avuto né pietà né misericordia.
Se ne andò col cuore pieno di gioia e di speranza, e io mi trovai in una grande afflizione di spirito, ripensando a quanto avevo promesso.
Come uscire dalla torre, che non aveva neppure il segno di una porta, senz'altro aiuto che Pappagallo e Titì, ed essendo io così giovane, così poco esperta e così paurosa?...
La mia risoluzione, dunque, fu quella di cimentarmi a tentare una prova, dalla quale non avrei saputo levarci le gambe, e lo mandai a dire al Re col mezzo di Pappagallo.
Egli, di prim'impeto, voleva uccidersi dinanzi ai suoi occhi: ma poi lo incaricò di persuadermi e di andarlo a veder morire o di consolarlo nella sua passione.
"Sire!", esclamò l'ambasciatore colle penne, "la mia padrona è più che persuasa delle vostre parole...
Non è che manchi di buona volontà! Se potesse!..."
Quando tornò a ridirmi quel che era accaduto, mi afflissi più che mai.
Entrò la fata Violenta e mi trovò cogli occhi rossi: allora cominciò a dire che io aveva pianto e che se non confessavo il motivo, mi avrebbe bruciata viva; perché tutte le sue minacce erano sempre spaventose.
Risposi, tremando come una foglia, che m'ero annoiata a filare e che avrei preso volentieri un po' di spago, per far delle reti e chiappare gli uccellini che venivano a beccare la frutta del mio giardino.
"È questo, figlia mia", ella disse "tutto quello che desideri? allora non piangerai più: ti porterò tanto spago da non sapere dove metterlo." E detto fatto, me lo portò la sera stessa: e intanto mi avvertì di pensare a farmi bella e a non piangere, perché il Re Migonetto stava per arrivare da un momento all'altro.
A questa notizia mi vennero i brividi per le spalle, ma non rifiatai.
Appena fu fuori della stanza cominciai a fare qualche lacciuolo; ma l'intenzione mia era di fare una scala di corda, la quale mi riuscì benissimo senza che ne avessi mai vedute.
Peraltro la fata non mi portava mai tanto spago, quant'era il bisogno, e mi badava a dire:
"Ma, figlia mia, il tuo lavoro è come la tela di Penelope: non va avanti di una maglia e sei sempre a chiedermi dell'altro spago".
"O mia buona mammina", rispondevo io, "voi discorrete bene: ma non vedete che io non so proprio che cosa annaspo e che butto sul fuoco il mio lavoro? Avete paura che vi faccia fallire per un po' di spago?" Il mio modo ingenuo di fare la metteva di buon umore, sebbene fosse di un carattere insoffribile e veramente crudele.
Col mezzo di Pappagallo mandai a dire al Re di venire una tal sera sotto le finestre della torre; che ci troverebbe la scala e che il resto l'avrebbe saputo lì sul posto.
Infatti attaccai per bene la scala, risoluta com'ero a fuggirmene con lui; ma appena egli la vide, senza darmi tempo di scendere, salì su in un batter d'occhio, mentr'io stavo mettendo in ordine ogni cosa per la fuga.
La vista di lui mi fece provare tanta gioia, che non pensai più al pericolo che ci stava sul capo.
Mi rinnuovò i suoi giuramenti e mi scongiurò di non differire più in là ad accettarlo per mio sposo.
Pappagallo e Titì, pregati da me, ci fecero da testimoni.
Non c'è esempio di una festa di nozze celebrata con tanta semplicità fra due persone di grado così elevato, né c'è ricordanza di due cuori più soddisfatti e contenti dei nostri.
Non era ancora spuntata l'alba, quando il Re mi lasciò: io gli avevo raccontato l'orribile disegno delle fate di volermi maritata al Re Migonetto; gliene feci il ritratto e n'ebbe più ribrezzo di me.
Appena partito lui, le ore mi parvero anni.
Corsi alla finestra e lo accompagnai cogli occhi, sebbene facesse ancora buio.
Ma quale non fu il mio stupore, nel vedere per aria un cocchio tirato da salamandre alate, che correvano a rotta di collo, tanto che l'occhio poteva appena seguirle! Questo carro era scortato da un nuvolo di guardie, montate sopra tanti struzzi.
Non ebbi tempo di rendermi ragione di chi corresse per l'aria a quel modo, ma mi figurai subito che dovesse essere o un mago o una fata.
Di lì a poco, la fata Violenta entrò nella mia camera.
"Ho da darti delle buone nuove", ella mi disse, "il tuo amante è arrivato qui da poche ore: preparati a riceverlo; eccoti dei vestiti e dei finimenti di pietre preziose." "E chi mai vi ha detto", risposi un po' risentita "che io voglia maritarmi? Non è davvero la mia intenzione.
Il Re Migonetto può tornarsene di dove è venuto, ché per me è padronissimo: fra me e lui non ci pigliamo di certo."
"Sentite! sentite!", disse la fata, "o che non mi si mette a far la difficile? vorrei un po' sapere che cosa armeggi con quel cervellino! Alle corte, con me non si scherza; o tu lo sposi, o io..."
"O voi?...
sentiamo un po' che cosa voi mi farete?", soggiunsi, diventando rossa scarlatta fino alla punta dei capelli per l'impertinenze che mi aveva dette, "che mai mi può accader di peggio che esser tenuta in una torre, in compagnia di un cane e di un pappagallo e coll'obbligo di vedere sette o otto volte il giorno la figura di un drago spaventoso?"
"Oh? sconoscente, che non sei altro!", disse la fata, "vai là, che meritavi proprio tutti i pensieri e le pene, che ci siamo date per te! Già, io l'avevo detto da un pezzo alle mie sorelle: ne avremo una bella ricompensa!..."
Ella andò a trovarle e raccontò loro quello che era passato fra noi due, e rimasero scandalizzate.
Pappagallo e Titì mi dissero, a tanto di lettere, che se io seguitavo a battere quella strada, mi sarei trovata a dei brutti guai.
Ma in quel momento mi sentivo così orgogliosa di possedere il cuore di un gran Re, che le fate non mi facevano paura, e che i consigli dei miei piccoli amici mi entravano da un orecchio e mi passavano da quell'altro.
Restai vestita, com'era, né mi volli mettere un nastro in più; anzi, per farlo apposta, mi spettinai tutta per parere a Migonetto una vera befana.
L'incontro accadde sulla terrazza.
Egli vi giunse nel suo cocchio di fuoco.
Dei nani piccini ne ho veduti, ma un nanerucolo a quel modo lì, mai! Per camminare si serviva nello stesso tempo delle zampe d'aquila e dei ginocchi, perché non aveva ossa nelle gambe; e si teneva ritto sopra due grucce, tutte di diamanti.
Aveva un manto reale di circa un metro di lunghezza: eppure ne strascicava per terra almeno due buoni terzi.
Invece di testa, un grande zuccone che pareva uno staio e un naso così screanzato, che ci stavano sopra una dozzina d'uccelli: ed egli si divertiva a sentirli cantare.
La barba pareva un bosco e i canarini ci facevano dentro il nido; gli orecchi gli passavano di un metro al disopra del capo; cosa peraltro di cui nessuno si avvedeva, a cagione della smisurata corona a punta che portava in testa, per comparire più alto.
Le fiamme che mandava il carro arrostivano le frutte, seccavano i fiori e inaridivano le fontane del mio giardino.
Egli mi venne incontro a braccia aperte; ma io non mi mossi né punto né poco; per cui bisognò che il suo scudiere gli desse di braccio.
E quando si provò ad avvicinarsi scappai in camera e chiusi la porta e le finestre: sicché Migonetto dové andarsene colle fate, le quali mi avrebbero cavato gli occhi dalla bile.
Esse gli chiesero mille e mille scuse della mia ruvidezza; e per abbonirlo, perché era un arnese da far paura, pensarono di condurlo la notte in camera mia, mentr'io dormivo: di legarmi i piedi e le mani e di mettermi così nel carro infuocato, perché potesse menarmi seco.
Quando ebbero tutto fissato e combinato, tornarono da me; e mi ripresero leggermente della mia condotta, contentandosi solo di dirmi che in qualche modo bisognava rimediare al malfatto.
Tutti questi rimproveri giulebbati e in pelle in pelle, dettero nel naso a Pappagallo e Titì.
"Volete che vi parli chiaro, padrona?", disse il mio cane, "il cuore non mi dice nulla di buono.
Queste signore fate son certa gente...
che Iddio ci liberi tutti, e segnatamente dalla Violenta."
Io risi di tutta questa paura e stavo sulle spinte aspettando il mio sposo, il quale si struggeva troppo di vedermi per non essere puntuale ai fissati.
Gli gettai la scala di corda col fermo proponimento di fuggirmene con lui.
Egli montò, leggero come una piuma, e mi disse tante e poi tante cose gentili e appassionate, che anch'oggi non ho cuore di richiamarmele alla memoria.
Mentre si stava parlando insieme, tranquilli e sicuri, come se fossimo stati nel palazzo di lui, vedemmo sfondare con un gran colpo la finestra della camera.
Le fate entrarono dentro montate sul loro drago: Migonetto le seguiva sul suo solito cocchio di fuoco, tirandosi dietro tutte le sue guardie a cavallo agli struzzi.
Il Re, senza impallidire, messe mano alla spada e non ebbe altro pensiero che quello di difendermi nella più terribile avventura che mi potesse capitare.
Ebbene...
debbo dirvelo, caro signore? quelle spietate creature gli aizzarono contro il drago, che se lo divorò vivo vivo dinanzi ai miei occhi.
Fuori di me per la sciagura sua e mia, mi gettai in bocca all'orribile mostro, perché m'inghiottisse, come avea inghiottito la persona che era tutto l'amor mio: e l'avrebbe fatto volentieri: ma le fate, più crudeli di lui, glielo proibirono.
Esse gridarono insieme:
"Bisogna serbarla a tormenti più lunghi: una morte sollecita e pronta è quasi uno zuccherino per una creatura così indegna e scellerata".
Mi toccarono, e mi vidi trasformata in Gatta Bianca: quindi mi condussero in questo palazzo, che era di mio padre, cambiarono in gatti e in gatte tutti i signori e tutte le dame del Regno, e a parecchi lasciarono soltanto le mani: e così mi ridussero nello stato lacrimevole in cui mi trovaste, facendomi sapere il segreto della mia nascita, la morte di mio padre, quella di mia madre, e come io non avrei potuto essere liberata dalla mia figura di gatta, se non da un Principe che somigliasse come due gocce d'acqua a quello che mi era stato rapito.
E voi, o signore, siete il suo ritratto vivo e parlante: le stesse fattezze, la stessa fisonomia, perfino lo stesso suono di voce.
Appena vi vidi per la prima volta, ne rimasi colpita: io sapevo tutto quello che doveva accadere, come so quello che accadrà, e però vi dico che le mie pene stanno per finire.
"E le mie, bella Regina, dovranno ancora durare un pezzo?", domandò il Principe, gettandosi ai suoi piedi,
"Io vi amo, o signore, più della mia vita, E questo è il momento di partire per andare da vostro padre: vedremo quali sono i suoi sentimenti verso di me, e se è disposto a rendervi contento."
Ella uscì: il Principe le dette la mano: e insieme con lui montò in una carrozza molto più bella e magnifica di tutte quelle che aveva avuto fin allora.
Il resto dell'equipaggio non ci scompariva: basti dire che tutti i ferri dei cavalli erano di smeraldi e i chiodi di diamanti.
Da quella volta in poi non s'è visto più nulla di simile.
Inutile star qui a ripetere i colloqui, che ebbero insieme il Principe e la Regina.
Ella era di una bontà singolare e di uno spirito finissimo: e il giovane Principe valeva quanto lei: sicché non potevano pensare e dire altro che un monte di bellissime cose.
Giunti in vicinanza del castello, dove dovevano trovarsi i due fratelli maggiori del Principe, la Regina entrò in un piccolo blocco di cristallo di monte, di cui tutte le sfaccettature erano guarnite d'oro e di rubini.
Tutt'all'intorno era circondato di tendine per impedire ai curiosi di guardar dentro, ed era portato a barella da giovinotti di bellissimo aspetto e vestiti splendidamente.
Il Principe rimase nella sua bella carrozza; e di lì poté vedere i suoi fratelli che se la passeggiavano a braccetto di due Principesse d'una bellezza da sbalordire.
Appena lo riconobbero, gli andarono incontro per fargli festa e domandarono se anche esso aveva condotto la sua dama.
Al che rispose che era stato così disgraziato, che in tutto il viaggio non si era imbattuto altro che in donne bruttissime; e tutto ciò che gli era capitato di meglio da portar seco, era una gatta bianca.
Essi si misero a ridere della sua semplicità.
"Una gatta!" dicevano essi "come mai una gatta? avete forse paura che i topi ci mangino il palazzo?" Il Principe soggiunse che capiva bene che non era prudenza di portare un simile regalo a suo padre.
E così, fra una parola e l'altra, s'incamminarono verso la città.
I due fratelli maggiori salirono colle loro Principesse in due carrozze tutte d'oro e di lapislazzoli: i cavalli portavano in capo dei pennacchi e altri ornamenti: per farla corta, nulla di più splendido di questa cavalcata.
Dietro a loro veniva il nostro giovine Principe: e quindi il blocco di cristallo di monte, che tutti guardavano con grandissima ammirazione.
I cortigiani corsero subito ad avvisare il Re dell'arrivo dei Principi.
"Hanno con sé delle belle donne?", domandò il Re.
"Non s'è veduto mai nulla d'eguale!..."
A quanto pare, questa risposta non garbò troppo al Re.
I due Principi si affrettarono a salire le scale colle loro Principesse, che erano due occhi di sole.
Il Re li ricevette benissimo, e non sapeva a quale delle due dovesse dare la preferenza.
Voltatosi al minore dei figli, gli domandò: "Come va che questa volta siete tornato solo?".
"Vostra Maestà vedrà dentro questo cristallo una gattina bianca, che miagola con tanta grazia e che ha le zampine più morbide del velluto, e son sicuro che le piacerà", rispose il Principe.
Il Re sorrise e si mosse per aprire da se stesso il blocco di cristallo.
Ma appena si fu accostato, la Regina toccò una molla, sicché il blocco andò tutto in minutissimi pezzettini ed ella apparve fuori come il sole dopo essere stato un po' di tempo nascosto fra i nuvoli: i suoi capelli biondi erano sparsi per le spalle e in grandi riccioli le cadevano giù fino ai piedi.
In capo aveva tutti fiori: e la sua veste era di leggerissimo velo bianco foderato di seta rosa.
Si alzò e fece una profonda riverenza al Re, il quale nel colmo dell'ammirazione non poté frenarsi dall'esclamare:
"Ecco veramente la donna senza confronto, e che merita davvero la mia corona".
"Signore", ella disse, "io non son venuta qui per togliervi un trono che sì degnamente occupate: sono nata con sei regni: permettete anzi che io ne offra uno a voi e uno per uno ai vostri figli.
In ricompensa non vi domando altro che la vostra amicizia e questo giovine Principe per mio sposo.
I tre regni, che avanzano, sono più che sufficienti per noi."
Il Re e tutta la Corte fecero un baccano con urli di ammirazione e di allegrezza incredibile.
Le nozze si celebrarono subito, e quelle dei due fratelli ugualmente: motivo per cui per diversi mesi furono feste, baldorie, divertimenti e corte bandita.
Poscia ciascuno partì per andare a governare i propri Stati: e la bella Gatta Bianca si immortalò non tanto per la bontà e per la generosità del suo cuore quanto per il suo raro merito e per la sua gran bellezza.
La cronaca di quel tempo racconta che Gatta Bianca diventò il modello delle buone mogli e delle madri sagge e perbene.
E io ci credo.
Dal trist'esempio avuto in casa, essa aveva imparato a sue spese che le follie e i capricci delle mamme spesse volte sono cagione di grandi dispiaceri per i figliuoli.
La Cervia nel bosco
di Carlo Collodi
C'era una volta un Re e una Regina che stavano fra loro d'accordo come due anime in un nocciolo: si amavano teneramente ed erano adorati dai loro sudditi; ma alla felicità completa degli uni e degli altri mancava una cosa: un erede al trono.
La Regina, la quale sapeva che il Re l'avrebbe amata il doppio se avesse avuto un figlio, non lasciava mai in primavera di andare a bere certe acque che si dicevano miracolose per aver figliuoli.
A queste acque ci correva la gente in folla da ogni parte; e il numero dei forestieri era così stragrande, che ci si trovavano di tutti i paesi del mondo.
In un gran bosco, dove si andava a beverle, c'erano parecchie fontane: le quali erano di marmo o di porfido, perché tutti gareggiavano a chi le faceva più belle.
Un giorno che la Regina stava seduta sull'orlo d'una fontana, ordinò alle sue dame di compagnia di allontanarsi e di lasciarla sola e poi cominciò i suoi soliti piagnistei.
"Come sono disgraziata", diceva essa, "di non aver figli! sono ormai cinque anni che chiedo la grazia di averne uno; e ancora non ho potuto averla.
Dovrò dunque morire senza provare questa consolazione?"
Mentre parlava così, osservò che l'acqua della fontana era tutta mossa; poi venne fuori un grosso gambero e le disse:
"O gran Regina! finalmente avrete la grazia desiderata.
Dovete sapere che qui vicino c'è un magnifico palazzo fabbricato dalle fate: ma è impossibile trovarlo, perché circondato da nuvole foltissime attraverso alle quali non passa occhio mortale: a ogni modo, siccome io sono vostro servitore umilissimo, eccomi qui pronto a menarvici se volete fidarvi alla guida di un povero gambero".
La Regina lo stette a sentire senza interromperlo, perché la cosa di vedere un gambero che discorreva, l'aveva sbalordita dalla meraviglia: quindi gli disse che avrebbe gradita volentieri la sua offerta, ma che non sapeva, come lui, camminare all'indietro.
Il gambero sorrise e prese subito l'aspetto di una bella vecchietta.
"Ecco fatto, o signora", le disse, "così non cammineremo più all'indietro.
Ma vi domando una grazia: tenetemi sempre per una delle vostre amiche, perché io non desidero altro che di esservi utile a qualche cosa."
Uscì dalla fontana senza avere una goccia di acqua addosso: il suo vestito era bianco, foderato di seta cremisi, e i capelli grigi annodati dietro con nastri verdi.
Non s'era vista mai vecchietta galante a quel modo! Salutò la Regina, che volle abbracciarla; e senza mettere tempo in mezzo, la fece prendere per una viottola del bosco, con molta meraviglia della Regina stessa: la quale sebbene fosse venuta nel bosco migliaia di volte, non era mai passata per quella viottola lì.
E come avrebbe fatto a potervi passare? Quella era la strada delle fate, per andare alla fontana, e per il solito era tutta chiusa da ronchi e da pruneti: ma appena la Regina e la sua guida vi ebbero messo il piede, le rose sbocciarono improvvisamente dai rosai, i gelsomini e gli aranci intrecciarono i loro rami per formare un pergolato coperto di foglie e di fiori, e migliaia di uccelli di varie specie, posati sui rami degli alberi, sfringuellarono allegramente.
Non si era ancora riavuta dallo stupore, che la Regina si trovò abbacinati gli occhi dallo splendore abbagliante di un palazzo tutto di diamanti; le mura, i tetti, i soffitti, i pavimenti, i giardini, le finestre e perfino le stesse terrazze erano tutte di diamanti.
Nel delirio della sua ammirazione, ella non poté trattenersi dal mandare un urlo di sorpresa, e chiese all'elegante vecchietta, che l'accompagnava, se ciò che aveva dinanzi agli occhi era sogno o verità.
"Non c'è nulla di più vero, o signora", ella rispose.
E subito le porte del palazzo si aprirono, e uscirono fuori sei fate: e quali fate! Di più belle e di più magnifiche non se n'erano vedute in tutto il loro reame.
Vennero tutte a fare una profonda riverenza alla Regina: e ciascuna le presentò un fiore di pietre preziose, per poter formare un mazzo: c'era una rosa, un tulipano, un anemone, un'aquilegia, un garofano e un melagrano.
"Signora", le dissero, "noi non possiamo darvi un maggior segno della nostra venerazione, che permettendovi di venirci qui a visitare: noi siamo molto liete di farvi sapere che avrete una bella Principessa, alla quale metterete il nome di Desiderata, perché bisogna pur convenire che è un gran pezzo che la desiderate.
Quando verrà alla luce, ricordatevi di chiamarci, perché vogliamo arricchirla di tutte le più belle doti; e per invitarci a venire, non dovete far altro che prendere in mano il mazzo, che ora vi diamo, e nominare a uno a uno tutti i fiori, pensando a noi.
State sicura che in un batter d'occhio saremo tutte nella vostra camera."
La Regina, fuori di sé dall'allegrezza, si gettò al collo alle fate; e gli abbracciamenti durarono una mezz'ora buona.
Quand'ebbero finito, pregarono la Regina a passare nel loro palazzo, del quale non si possono ridire a parole tutte le meraviglie.
Figuratevi che per fabbricarlo avevano preso l'architetto del palazzo del sole, il quale aveva rifatto in piccolo quello che era in grande il palazzo del sole.
La Regina, non potendo reggere a così vivo bagliore, era costretta ogni tantino a chiudere gli occhi.
La condussero nel loro giardino, e frutta più belle non se n'erano mai sognate! Albicocche più grosse della testa di un ragazzo, e certe ciliegie, che per mangiarne una, bisognava farla in quattro pezzi; e d'un sapore così squisito, che la Regina, dopo che l'ebbe assaggiate, non volle mangiarne d'altra specie in tempo di vita sua.
Tra tante meraviglie, c'era anche un boschetto di alberi finti e artificiali, i quali crescevano e mettevano le foglie alla pari di tutti gli altri.
Impossibile ridire tutte le esclamazioni di stupore della Regina, i discorsi che fece sulla Principessina Desiderata e i ringraziamenti alle gentili persone che avevano voluto darle una notizia così gradita: basti questo, che non fu dimenticata nessuna parola di gratitudine e nessuna espressione di tenerezza.
La fata della fontana n'ebbe la sua parte, come di santa ragione le toccava.
La Regina si trattenne nel palazzo fino alla sera: e innamoratissima della musica, le fecero sentire delle voci angeliche.
Fu quasi affogata dai regali e dopo aver ringraziato mille volte quelle grandi signore, se ne venne via insieme colla fata della fontana.
Tutte le persone della Corte, impensierite, la cercavano di qui e di là: e nessuno poteva immaginarsi dove trovarla.
Ci fu perfino chi sospettò che fosse stata rapita da qualche ardito forestiero, tanto più che era ancora giovane e nel fior della bellezza.
Quando la videro tornata, com'è da figurarselo fu per tutti una grandissima festa: e perché anch'essa sentiva nel cuore una consolazione immensa per le buone speranze avute, così nel suo conversare c'era non so che di allegro e di gioiale che innamorava.
La fata della fontana la lasciò che era quasi vicina a casa; e nell'atto di dirsi addio, raddoppiarono le carezze e i complimenti.
La Regina, trattenutasi ancora per una settimana a bevere le acque, non lasciò un giorno senza ritornare al palazzo delle fate colla sua elegante vecchietta, la quale tutte le volte si mostrava da principio in forma di gambero, e finiva poi col prendere la sua figura naturale.
La Regina, partita che fu, divenne incinta, e mise alla luce una Principessa, alla quale dette il nome di Desiderata: e preso subito il mazzo, che aveva avuto in regalo, nominò a uno a uno tutti i fiori che lo componevano, ed ecco che sul momento si videro arrivare le fate.
Ciascuna di esse aveva un cocchio differente dall'altro: uno era d'ebano, tirato da colombi bianchi; alcuni erano d'avorio, attaccati a piccoli cervi, e altri di cedro, e altri di legno-rosa.
Questo era l'equipaggio che solevano usare in segno d'alleanza e di pace; perché, quand'erano in collera, si servivano soltanto di draghi volanti, di serpenti che buttavano fiamme dalla gola e dagli occhi, di leoni, di leopardi e di pantere, in groppa alle quali si facevano portare da un capo all'altro del mondo in meno tempo che non ci voglia a dire buon giorno o buon anno.
Ma questa volta esse erano in pace e di buonissimo umore.
La Regina le vide entrare nella sua camera, che avevano una cera molto lieta e maestosa: e dietro di loro, le nane e i nani del corteggio, tutti carichi di regali.
Dopo abbracciata la Regina e baciata la Principessina, spiegarono il corredino, fatto di una tela così fine e così resistente da bastare cent'anni, senza pericolo che diventasse lisa; le fate la filavano da sé nelle ore d'ozio.
Quanto alle trine erano di maggior valore della tela stessa: vi si vedeva in essa raffigurata, o coll'ago o col fuso, tutta la storia del mondo; dopo di questa messero in mostra le fasce e le coperte, ricamate apposta con le loro proprie mani: e in queste erano rappresentati mille di quei giuochetti svariatissimi, che servono per baloccare i ragazzi.
Dacché al mondo ci sono ricamatori e ricamatrici, non s'era mai veduta una cosa meravigliosa come quella tela.
Ma quando fu messa fuori la culla, allora la Regina non poté frenarsi dal cacciare un grido di stupore, tanto quella culla sorpassava, per magnificenza, tutto il rimanente.
Era fatta d'un legno che costava centomila scudi la libbra.
La sorreggevano quattro amorini: quattro veri capolavori, dove l'arte aveva vinto la materia, sebbene fossero tutti rubini e diamanti, da non potersi dire quanto valevano.
Questi amorini erano stati animati dalle fate; per cui quando la bambina strillava, la cullavano dolcemente e l'addormentavano, e ciò faceva un grandissimo comodo anche alla balia.
Le fate presero la Principessina e se la messero sui ginocchi: la fasciarono e la baciarono più di cento volte, perché era di già tanto bella, che bastava vederla, per mangiarla dai baci.
Quando si accorsero che aveva bisogno di poppare, batterono la loro bacchetta in terra, e comparve subito una balia, quale ci voleva per una così graziosa lattante.
Restava oramai soltanto da dotarla: e le fate si spicciarono a fare anche questo; chi le diede la virtù, chi la grazia; la terza, una bellezza maravigliosa; la quarta, le augurò ogni fortuna; la quinta, buona salute; e l'ultima, la facilità di riuscir bene in tutte quelle cose che avesse preso a fare.
La Regina, contentissima, non rifiniva dal ringraziarle di tanti favori prodigati alla Principessina; quand'ecco che videro entrare in camera un gambero così grosso, che passava appena dalla porta.
"Oh! ingratissima Regina", disse il gambero, "com'è egli possibile che vi siate dimenticata così presto della fata della fontana e del gran servizio che vi ho reso, menandovi dalle mie sorelle? Come! voi le avete invitate tutte, e me sola avete lasciata da parte? Pur troppo ne aveva un presentimento, e fu per questo che mi trovai obbligata a prendere la figura d'un gambero la prima volta che vi parlai, appunto per farvi notare che la vostra amicizia, invece di progredire, avrebbe camminato all'indietro."
La Regina, disperata per la smemoraggine commessa, la interruppe e le chiese perdono.
Ella disse che aveva creduto di nominare il suo fiore, come quelli di tutte le altre; che era stato il mazzetto di fiori di pietre preziose quello che l'aveva ingannata: e che essa non era capace di dimenticarsi i grandi favori ricevuti; e che, per conseguenza, la pregava e la scongiurava a non privarla della sua amicizia, e segnatamente a mostrarsi benigna verso la Principessina.
Tutte le fate, per la paura che volesse dotarla di miseria e di disgrazie, fecero coro alla Regina per vedere di abbonirla.
"Cara sorella", le dissero, "Vostra Altezza non si mostri sdegnata contro una Regina, che non ebbe mai in mente di farvi il più piccolo sgarbo; lasciate, di grazia, codesta buccia di gambero e fatevi vedere in tutta la vostra bellezza."
Come è stato detto, la fata della fontana era un po' civetta, e a sentirsi lodare dalle sorelle si ammansì un poco e diventò più agevole.
"Ebbene", disse, "non farò a Desiderata tutto il male che avrei voluto: perché vi giuro che era mia intenzione di rovinarla affatto, e nessuno avrebbe potuto impedirmelo; nondimeno voglio annunziarvi una cosa: se ella vedrà la luce del sole, prima che abbia compiti quindici anni, dovrà pentirsene amaramente e forse ci rimetterà la vita."
Il pianto della Regina e le preghiere delle illustri fate non valsero a smuoverla di un capello dalla sua sentenza.
Ella si ritirò camminando all'indietro, perché non aveva voluto lasciare la sua sopravveste di gambero.
Quando si fu allontanata dalla camera, la povera Regina chiese alle fate se ci fosse verso di salvare la figlia dalle disgrazie che le erano state minacciate.
Esse tennero consiglio fra loro, e dopo aver messi avanti parecchi partiti, finalmente si attennero a questo: che, cioè, bisognava fabbricare un gran palazzo senza porte e senza finestre; con una porta d'ingresso sotterranea, e custodirvi lì dentro la Principessina fino a tanto che non avesse raggiunto l'età fatale, per esser fuori da ogni pericolo.
Tre colpi di bacchetta bastarono per cominciare e finire questo vasto edifizio.
All'esterno era tutto di marmo bianco e verde: e i soffitti e gl'impiantiti tutti di diamanti e di smeraldi, che raffiguravano fiori, uccelli e mille altre cose graziose.
Le pareti erano tappezzate di velluto di vari colori, ricamato dalle fate colle loro mani: e perché esse sapevano di storia, s'erano prese il gusto di rappresentarvi i fatti storici più belli e più notevoli: c'era dipinto il passato e l'avvenire, e in parecchi arazzi si vedevano effigiate le gesta dei più grandi Re della terra.
Le brave fate avevano immaginato questo modo ingegnoso per insegnare più facilmente alla giovine Principessa i vari casi della vita degli eroi e degli altri mortali.
Tutta la casa, nell'interno, era rischiarata soltanto a forza di lampade: ma ce n'erano tante e poi tante, che pareva fosse giorno chiaro da un anno all'altro.
Vi furono introdotti tutti i maestri, dei quali ella poteva aver bisogno per istruirsi e perfezionarsi; e il suo spirito, la sua svegliatezza e il suo buon senso arrivavano a intendere molte cose, anche prima che le fossero insegnate: ragion per cui i maestri rimanevano strasecolati per le cose bellissime che essa sapeva dire in una età, nella quale gli altri ragazzi sanno appena chiamare babbo e mamma.
E questa è una prova che le fate non accordano la loro protezione, per tirar su degli stupidi e degl'ignoranti!
Se la vivacità del suo spirito innamorava tutti coloro che l'avvicinavano, la sua bellezza non faceva di meno, e sapeva amicarsi le persone più insensibili e i cuori più duri.
La Regina madre non l'avrebbe lasciata un solo minuto, se il suo dovere non l'avesse tenuta presso il Re.
Di tanto in tanto le buone fate venivano a vedere la Principessa e le portavano in regalo cose rarissime e vestiti sfarzosi ed eleganti, che parevano fatti per le nozze di qualche Principessa, non meno bella di Desiderata.
Ma fra tutte le fate che le volevano bene, quella che le voleva più di tutte era Tulipano, la quale non rifiniva mai di raccomandare alla Regina che non le lasciasse vedere la luce del giorno prima di aver toccato i quindici anni.
"La nostra sorella, quella della fontana, è vendicativa", diceva Tulipano, "avremo un bel pigliarci tutte le cure per questa fanciulla; ma se ella può, state certa che le farà del male; e per questa ragione bisogna, o signora, che voi siate vigilante, e di molto."
La Regina dal canto suo prometteva di vegliare continuamente sopra una cosa di tanto rilievo: ma avvicinandosi il tempo nel quale la sua cara figlia doveva uscire dal castello, le fece fare il ritratto, e il ritratto fu portato a mostra nelle più grandi Corti dell'universo.
Al solo vederlo, non vi fu Principe che non si mostrasse preso di ammirazione: ma fra gli altri ve ne fu uno che ne rimase talmente invaghito, da non sapersene più distaccare.
Lo portò nel suo gabinetto, e si chiuse dentro insieme col ritratto, e parlandogli come se fosse vivo e potesse intenderlo, gli diceva le cose più appassionate di questo mondo.
Il Re, non vedendo più il figliuolo, domandò che cosa facesse e come passasse il suo tempo, e perché non fosse più del suo solito buon umore.
Qualche cortigiano, di quelli che chiacchierano volentieri, e ve ne sono parecchi con questo vizio, gli fece intendere che c'era il caso che al Principe desse volta il cervello, perché passava le giornate intere chiuso nel suo gabinetto, e lì discorreva da sé solo, come se vi fosse stato qualcuno insieme con lui.
Il Re sentì questa cosa con dispiacere:
"Com'è egli possibile", diceva ai suoi confidenti, "che mio figlio perda così il giudizio? lui, che ne ha avuto sempre tanto! Voi sapete che finora esso è stato l'ammirazione di tutti, e io non vedo ne' suoi occhi alcun segno di pazzia o di aberrazione mentale: soltanto mi pare diventato più pensieroso.
Bisogna che io lo interroghi da me: forse cosi arriverò a scoprire qual è la fissazione che s'è messa per il capo".
Detto fatto, mandò per esso, e quindi ordinò a tutti che uscissero dalla sala.
Dopo vari discorsi, ai quali il Principe non stava attento o rispondeva a rovescio, il Re gli domandò il motivo che aveva portato tanto cambiamento nelle sue abitudini e nel suo carattere.
Il Principe, parendogli che gli fosse capitata la palla al balzo, si gettò ai suoi piedi, e gli disse:
"Voi avete fissato di farmi sposare la Principessa Nera: in questo legame di parentela voi troverete dei vantaggi, che io non posso promettervi con quello della Principessa Desiderata; ma, o signore, io trovo in questa fanciulla tante grazie e tante attrattive, quante l'altra non ne possiede davvero".
"E dove le avete vedute?", chiese il Re.
"Tanto dell'una che dell'altra, mi sono stati portati i ritratti", rispose il Principe Guerriero (era questo il suo nome, dacché aveva vinto tre grandi battaglie), "e vi confesso che la mia passione per la principessa Desiderata è così forte, che se voi non ritirate la parola data alla Principessa Nera, non mi rimane altro che morire: felice sempre di perdere la vita, una volta perduta la speranza di essere lo sposo di quella che amo."
"È dunque con un ritratto", riprese gravemente il Re, "che passate il vostro tempo a fare certi colloqui, che vi rendono ridicolo agli occhi di tutti i cortigiani? Essi vi credono svanito il cervello, e se sapeste quello che si dice di voi, non avreste faccia di parlare a questo modo di simili ragazzate!"
"Io non ho ragione di rimproverarmi una sì bella fiamma", replicò il Principe, "quando avrete veduto il ritratto di questa graziosa Principessa, son sicuro che compatirete la passione che sento per lei."
"Andate a prenderlo subito" esclamò il Re, con tanto risentimento, che dava a dividere la bizza che lo rodeva dentro.
Se il Principe non avesse avuta la certezza che nessuna bellezza al mondo poteva stare a fronte di quella di Desiderata, sarebbe rimasto un po' male.
Invece andò subito nel suo gabinetto, e poi tornò al Re.
Il Re rimase maravigliato quanto il figlio.
"Ah!", diss'egli, "mio caro Guerriero, io approvo la vostra scelta; quando alla mia Corte ci sarà una Principessa così graziosa, mi sentirò anch'io ringiovanito.
Fin da questo momento mando subito degli ambasciatori dalla Principessa Nera per isciogliermi della parola data: e quand'anche dovessi tirarmi sulle braccia una guerra a morte, preferisco di farla finita una buona volta per tutte."
Il Principe baciò rispettosamente le mani del padre e gli abbracciò i ginocchi.
La sua gioia era tanta, che pareva diventato un altro.
Pregò e ripregò il padre a mandare degli ambasciatori non soltanto alla Principessa Nera, ma anche a Desiderata, raccomandandosi che per quest'ultima fosse scelto l'uomo più capace e più ricco del Regno, perché in questa grande occasione era necessario fare una splendida figura, e ottenere ciò che si voleva.
Il Re pose gli occhi su Beccafico.
Era un gran signore, eloquente quanto Cicerone, e con centomila lire di rendita.
Beccafico voleva un gran bene al principe Guerriero, e per andargli a genio, si fece fare il più splendido equipaggio e le più belle livree che si possa immaginare.
La sua fretta per allestire i preparativi del viaggio fu grandissima, perché l'amore del Principe cresceva a occhio di giorno in giorno, ed esso era sempre lì a punzecchiarlo perché partisse.
"Ricordatevi", gli diceva in tutta confidenza, "che c'è di mezzo la vita mia, e che io perdo il lume della ragione tutte le volte che penso al caso che il padre di questa Principessa potrebbe impegnarsi con qualcun altro, senza aver modo di tornare indietro: e che allora io dovrei perderla per sempre."
Beccafico lo rassicurava, non foss'altro per pigliar tempo; perché dopo le grandi spese alle quali era andato incontro, voleva almeno farsene onore.
Menò seco ottanta carrozze tutte risplendenti d'oro e di brillanti, e dipinte con certe miniature, da fare scomparire le miniature più finite che si sieno vedute mai: c'erano, per di più, altre cinquecento carrozze: ventiquattromila paggi a cavallo, vestiti come tanti principi: e il resto del corteggio non era da sfigurare in mezzo a quella magnificenza.
Quando l'ambasciatore ebbe dal Principe l'udienza di congedo, questo l'abbracciò come un suo fratello, e gli disse:
"Pensate, mio caro Beccafico, che la mia vita dipende dal matrimonio che andate a combinare: dite tutto quel che più sapete, e conducete con voi la Principessa, che è l'anima dell'anima mia".
E gli consegnò mille regali da offrirle, nei quali spiccavano in egual modo l'eleganza e la ricchezza; erano tutte allegorie amorose, incise su gemme e diamanti: orologi incrostati di carbonchi, con sopra le cifre di Desiderata: braccialetti di rubini modellati in forma di cuori: insomma, non c'era cosa alla quale non avesse pensato, per trovare il modo di piacerle.
L'ambasciatore portava seco il ritratto del Principe, dipinto con tanta bravura e maestria, che non gli mancava nemmeno la parola, e faceva dei complimenti pieni di grazia e di brio.
È vero che non sapeva rispondere a tutto quello che gli si domandava: ma di questo non ce n'era un gran bisogno.
Beccafico, per la parte sua, promise al Principe che avrebbe fatto l'impossibile per vederlo contento, e soggiunse che aveva con sé moltissimo denaro: e caso mai gli avessero negata la Principessa, avrebbe trovato il mezzo di comprare qualcuna delle sue cameriere e l'avrebbe rapita.
"Ah!", esclamò il Principe, "non lo dite neanche per celia: son sicuro che ella si chiamerebbe offesa da un modo di fare così poco rispettoso!"
Beccafico non stette a dir altro, e partì.
La gran diceria del suo viaggio arrivò prima di lui: il Re e la Regina ne furono lietissimi, perché stimavano molto il suo sovrano e conoscevano gli atti di valore del Principe Guerriero, e, in particolar modo, il suo merito personale; motivo per cui non avrebbero potuto trovare un partito più degno per la loro figlia, neanche a cercarlo apposta nelle cinque parti del mondo.
Fu apprestato un palazzo per alloggiarvi Beccafico, e vennero dati gli ordini perché tutta la Corte si mostrasse in abito di gran gala.
Il Re e la Regina avevano pensato di far vedere all'ambasciatore la Principessa Desiderata: ma la fata Tulipano venne a trovare la Regina e le disse:
"Guardatevi bene, Regina, da menare Beccafico dalla nostra figliuola", era solita di chiamarla così, "non conviene che egli la veda tanto presto e non bisogna mandarla al Re, che l'ha domandata in sposa, finché non abbia compiti i quindici anni! perché, badate bene a quello che vi dico, se ella esce fuori prima del tempo,