I RACCONTI DELLE FATE, di Carlo Collodi - pagina 25
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Essa li ricevé con tutta quella bontà, che rivelava l'eccellente pasta del suo cuore e del suo carattere, e dopo essersi trattenuta un poco con essi, ordinò che la lasciassero sola col Principe, al quale parlò così:
Non vi mettete in capo, o signore, che io sia stata sempre gatta: e che la mia nascita sia oscura fra gli uomini.
Mio padre era Re e padrone di sei regni.
Egli amava teneramente mia madre, e la lasciava liberissima di fare tutto ciò che le passava per la mente, La passione dominante di mia madre era quella di viaggiare: per cui, sebbene incinta di me, intraprese una gita per andare a vedere una montagna, della quale aveva sentito dire cose dell'altro mondo.
E mentr'era per via, le fu detto che lì in que' pressi c'era un castello di fate, il più bello fra quanti se ne conoscevano; o almeno creduto tale per una antichissima tradizione; perché non essendovi mai entrato nessuno, non potevasi giudicarne che dal di fuori: ma la cosa che si sapeva per certo era questa, che le fate avevano nel loro giardino certe frutta così delicate e saporite, come non se ne sono mangiate mai.
Ecco subito che alla Regina mia madre nacque una gran voglia di assaggiarle, e si avviò verso quella parte.
Giunse alla porta di questo magnifico palazzo, tutto risplendente d'oro e di azzurro: ma bussò inutilmente.
Non comparve anima viva: si sarebbe detto che erano tutti morti.
Quest'indugi servivano a farle crescere la voglia; sicché mandò in cerca di scale per iscavalcare i muri del giardino; e la cosa sarebbe riuscita bene, se i muri non si fossero alzati lì per lì, e senza vedere una mano che ci lavorasse.
Si prese allora il ripiego di mettere le scale le une sulle altre! ma finirono di fracassarsi sotto il peso di quelli che ci salivano sopra, i quali, cadendo giù, rimanevano morti o stroppiati.
La Regina era disperata.
Vedeva i grandi alberi carichi di frutta, che essa credeva deliziose, e voleva cavarsene la voglia, o morire: e per questo, fece rizzare dinanzi al castello parecchie tende signorili e di gran lusso, e vi si trattenne sei settimane con tutta la sua Corte.
Non dormiva né mangiava più: non faceva altro che sospirare, parlando sempre della frutta del giardino inaccessibile, finché si ammalò, senza trovare chi potesse sollevarla del suo male, perché le inesorabili fate non si fecero mai vedere, dopo che ella si era attendata in vicinanza del loro castello.
Tutti i suoi uffiziali si affliggevano dimolto: non si sentivano che pianti e sospiri da tutte le parti, mentre la Regina moribonda chiedeva delle frutta a quelli che la servivano, ma non ne voleva di altra specie, all'infuori di quelle che le venivano negate.
Una notte, mentre era in un mezzo dormiveglia, aprì gli occhi e svegliandosi vide una vecchiettina decrepita e brutta più del peccato, seduta in una poltrona accanto al capezzale del suo letto.
Si maravigliò che le sue dame avessero lasciata passare una sconosciuta nella sua camera; quando questa le disse:
"A noi ci pare che la tua Maestà sia molto indiscreta, a incaponirsi a voler mangiare per forza le nostre frutta; ma perché ci va di mezzo la tua vita preziosa, le mie sorelle e io acconsentiremo a dartene tante, quante ne potrai portare, finché starai qui: ma a un patto: al patto che tu ci faccia un regalo".
"Ah! mia buona nonna", gridò la Regina, "chiedete e domandate! io son pronta a darvi il mio regno, il mio cuore, l'anima mia, purché mi cavi la voglia delle vostre frutta: a nessun prezzo mi parranno care."
"Noi vogliamo", diss'ella, "che tua Maestà ci dia la figlia che porti nel seno.
Quando sarà nata, verremo a pigliarla e l'alleveremo noi: non c'è virtù, bellezza o sapienza, che essa non possa avere per mezzo nostro, in una parola sarà nostra figlia e noi la faremo felice: ma intendiamoci bene: la tua Maestà non potrà rivederla fino al giorno che non si sarà maritata.
Se il patto ti garba, io ti guarisco subito, menandoti qui nei pomari del nostro giardino: non badare che sia notte; ci vedrai abbastanza, per iscegliere le frutta che vorrai.
Se il patto non ti va, buona notte, signora Regina e scappo a letto."
"Per quanto sia dura la legge che m'imponete", rispose la Regina, "l'accetto piuttosto che morire, perché è più che certo che mi rimane appena un giorno di vita, e morendo io, la figlia mia morirebbe con me.
Guaritemi, sapiente fata", ella seguitò a dire "e non mi fate perdere nemmeno un minuto per arrivare al godimento della grazia che mi avete fatta."
La fata la toccò con una bacchettina d'oro, dicendo: "Che la tua Maestà sia libera da tutti i mali, che la tengono inchiodata nel letto".
A queste parole le parve di trovarsi alleggerita da una veste di piombo, pesante e dura, che le toglieva il respiro, e che in certi punti sentiva pesarla anche di più, perché forse era lì la sede del male.
Fece chiamare tutte le sue dame e disse loro, con viso sorridente, che stava benissimo, che si voleva levar subito, che finalmente le porte del castello, serrate a chiavistello, e a doppia mandata, si sarebbero aperte per lei, perché potesse mangiare le belle frutta del giardino e portarne via con sé, quante ne avesse volute.
Fra tutte quelle dame, non ce ne fu una sola la quale non sospettasse che la Regina fosse caduta in delirio, e che in quel momento sognasse a occhi aperti le frutta tanto desiderate: per cui, invece di risponderle a tono, si misero a piangere e fecero svegliare tutti i medici, perché venissero a vederla.
Quest'indugio faceva inquietare la Regina, la quale domandava i suoi vestiti, e nessuno si muoveva; e la cosa andò tanto in là che finì col lasciarsi pigliare dalla bizza e diventò rossa come una ciliegia.
Alcuni badavano a dire che era effetto della febbre: ma i medici, essendo finalmente arrivati, e dopo averle tastato il polso e fatte le solite cerimonie di uso, non poterono far di meno di dichiarare che era tornata in perfettissima salute.
Le sue donne accortesi del granchio a secco che avevano preso per troppo zelo, cercarono di riparare al mal fatto, vestendola da capo a piedi in quattro e quattr'otto.
Le chiesero perdono: tutto fu accomodato: ed essa si affrettò a seguire la vecchia fata che l'aveva aspettata fin allora.
Entrò nel palazzo, dove non ci mancava nulla per essere il più bel palazzo del mondo: "E voi, o signore, non penerete a crederlo", soggiunse Gatta Bianca, "quando vi avrò detto che è quello stesso, dove oggi io e voi ci troviamo".
Due altre fate, un po' meno vecchie di quella che conduceva mia madre, vennero a riceverla alla porta e le fecero un'accoglienza, che pareva proprio una festa.
Essa le pregò di menarla subito nel giardino e precisamente a quelle spalliere, dove avrebbe potuto trovare i frutti migliori.
"Sono tutti buoni nello stesso modo", risposero le fate, "e se non fosse che tu vuoi cavarti il gusto di coglierli colle tue mani, noi non avremmo da fare altro che chiamarli e farteli venire fin qui!" "Oh! ve ne supplico, signore mie", esclamò la Regina "fate che io abbia la contentezza di vedere una cosa così meravigliosa e fuori dell'usuale." La più vecchia delle due fate si pose un dito in bocca e fece tre fischi: poi gridò "albicocche, pesche, noci, prugnole, pere, poponi, uva mascadella, mele, arance, limoni, uva spina, fragole, lamponi, correte tutti al mio comando!".
"Ma", osservò la Regina, "tutte codeste frutta vengono in diverse stagioni dell'anno!" "Nei nostri orti non è così", esse risposero, "noi abbiamo sempre ogni sorta di frutta della terra: sempre buone, sempre mature, e non vanno mai a male."
In quel frattempo le frutta arrivarono, rotolandosi, arrampicandosi le une sulle altre, senza mescolarsi e senza insudiciarsi; sicché la Regina, che si struggeva di levarsene la voglia, vi si buttò sopra, e prese le prime che le capitarono sotto mano.
Non le mangiò: ma le divorò.
Quando fu piena fino alla gola, pregò le fate di lasciarla andare alla spalliera, per poterle scegliere coll'occhio prima di coglierle.
"Volentieri", risposero le fate, "ma rammentate la promessa che avete fatta: ormai non c'è più tempo per tornare indietro." "Io son così persuasa", ella riprese a dire, "che qui da voi si faccia una vita d'oro e mi pare che questo palazzo sia tanto bello, che se non fosse per il gran bene che voglio al Re mio marito, mi metterei d'accordo per restarci anch'io: vedete dunque se è mai possibile che io possa pentirmi di quel che ho detto."
Le fate, tutte contente da non si credere, le apersero i loro giardini e i recinti più appartati; e tanto essa ci si trovò bene, che vi si trattenne tre giorni e tre notti, senza allontanarsi di lì un minuto.
Fece una gran provvista di frutta e ne colse quante ne poté cogliere: e perché sapeva che non andavano a male, ne fece caricare quattromila muli che condusse seco.
Al dono delle frutta le fate vollero aggiungere quello dei corbelli e delle ceste d'oro, d'un lavoro finissimo che pareva fatto col fiato: le promisero che mi avrebbero allevata da Principessa, come io era, che mi avrebbero data un'educazione perfetta, e a suo tempo scelto uno sposo.
Le dissero di più che ella sarebbe stata avvertita del giorno delle nozze, e che contavano sul sicuro che non sarebbe mancata.
Il Re fu lieto del ritorno della Regina e tutta la Corte le dimostrò la sua gioia.
Ogni giorno erano balli, mascherate, tornei e feste, dove le frutta portate dalla Regina venivano distribuite, come un regalo prelibato.
Il Re stesso le preferiva a ogni altra cosa.
Esso non sapeva nulla del patto che la Regina aveva combinato colle fate, e le domandava in quali paesi era stata per trovare di quelle delizie.
Essa ora rispondeva che le aveva trovate sopra un'alta montagna, quasi inaccessibile: ora che nascevano in vallate: e qualche volta inventava che crescevano in un giardino o in mezzo a una gran foresta.
Il Re non sapeva spiegarsi tante contraddizioni.
Interrogava coloro che l'avevano accompagnata, ma questi non osavano fiatare per avere avuto la proibizione di dire una sola mezza parola su questa avventura.
Alla fine la Regina, inquieta della promessa fatta alle fate e vedendo avvicinarsi il tempo del parto, fu presa da un gran mal umore: non faceva altro che sospirare e si struggeva a vista, come una candela.
Il Re se ne impensierì, e incominciò a insistere colla Regina, per sapere la cagione della sua gran tristezza: e batti oggi, batti domani, finalmente essa gli raccontò tutto quello che era passato fra lei e le fate e com'essa avesse promesso loro la figlia che stava per mettere alla luce.
"Come!", esclamò il Re, "noi non abbiamo figliuoli: voi sapete quanto io li desideri, e per la gola di mangiare due o tre mele, siete stata capace di promettere vostra figlia? Bisogna proprio dire che non mi volete un filo di bene." E lì cominciò a farle dei rimproveri e ne disse tante e tante, che la mia povera madre fu quasi per morir di dolore.
E come se questo fosse poco, la fece chiudere in una torre e messe delle guardie dappertutto perché non potesser barattar parola con anima viva, all'infuori degli uffiziali destinati a servirla: e volle che fossero cambiate tutte quelle persone del servizio che l'avevano accompagnata al castello delle fate.
Quest'urto fra il Re e la Regina gettò in Corte una gran costernazione.
Ciascuno riponeva i suoi abiti di gala per vestirne dei più adattati all'afflizione generale.
Dal canto suo il Re si mostrava inesorabile: non volle più vedere sua moglie: e appena fui nata, mi fece portare nel suo palazzo per esservi allevata, mentre mia madre era sempre in prigione e nel massimo squallore.
Peraltro le fate non ignoravano quello che accadeva: e se la presero molto a male e volevano avermi a tutti i costi, perché mi riguardavano come cosa loro, e stimavano che il ritenermi in Corte fosse lo stesso che commettere un furto a loro danno.
Prima di pigliarsi una vendetta coi fiocchi e proporzionata al loro dispetto, esse mandarono al Re una celebre ambasceria per ammonirlo a ridare la libertà alla Regina e a riammetterla nelle sue buone grazie, e per pregarlo al tempo stesso di consegnar me ai loro ambasciatori.
E questi ambasciatori erano nani schifosi e di una figura così stronca e piccina, che non ebbero nemmeno la sorte di poter capacitare il Re delle loro ragioni.
Egli li messe fuori dell'uscio senza tanti complimenti, e se non facevano presto a scappare, chi lo sa come sarebbe finita.
Quando le fate seppero il contegno di mio padre, presero una bizza da non si credere: e dopo aver mandato nei sei regni tutti i malanni immaginabili, vi scatenarono un drago orribile, il quale sputava veleno per tutto dove passava; mangiava bestie e cristiani, e soltanto col fiato faceva seccare tutti gli alberi e tutte le piante.
Il Re era disperato.
Si consultò con tutti i savi dello Stato per trovare il modo di liberare i suoi sudditi da tante sciagure, dalle quali erano tribolati.
Chi gli suggerì di mandare a cercare per tutto il mondo i migliori medici e i rimedi più accreditati: altri invece lo consigliava a promettere la grazia della vita a tutti i condannati a morte, a patto che andassero a combattere il drago.
Al Re piacque il consiglio, e lo accettò: ma non ne ricavò nessun vantaggio, perché la mortalità infieriva di bene in meglio, e quanti andavano contro il drago, erano tutti divorati vivi: sicché non gli rimase altro ripiego, che ricorrere a una fata, che lo aveva avuto sempre sotto la sua protezione fin da ragazzo.
Essa era vecchia decrepita e non si levava quasi più dal letto: andò a casa di lei e le fece mille rimproveri perché lo lasciava tartassare a quel modo dal destino, senza venire in suo aiuto.
"Come volete voi che io faccia?", gli diss'ella, "voi avete inasprite le mie sorelle; esse hanno tanto potere, quanto me, e non c'è caso che fra noi ci si dia addosso.
Pensate piuttosto a rabbonirle, dando loro la vostra figlia: questa Principessina è cosa loro.
Voi avete chiuso la Regina in un buco di prigione: che vi ha ella fatto quella donna così amabile, per essere trattata tanto male? Animo, da bravo: mantenete la promessa di vostra moglie, e allora vi pioverà addosso ogni felicità."
Il Re, mio padre, mi voleva un gran bene: ma non vedendo altro verso per salvare i suoi regni e per liberarsi dal drago fatale, finì col dire alla sua amica che s'era convinto delle buone ragioni e che non aveva più difficoltà a darmi in mano alle fate, tanto più che essa lo assicurava che sarei stata accarezzata e allevata da Principessa, par mio; che avrebbe ripresa con sé la Regina e che la fata non aveva da far altro che dirgli a chi doveva consegnarmi, perché io fossi portata al castello delle fate.
"Bisogna portarla", gli rispose, "sulla montagna dei fiori: e voi potete trattenervi lì, a una certa distanza, per assistere alle feste che saranno fatte."
Il Re le disse che dentro otto giorni ci sarebbe andato insieme colla Regina; e che intanto poteva avvisare le fate sue sorelle, perché si preparassero a quello che volevano fare.
Tornato che fu al palazzo, mandò a riprendere la Regina con tanta premura e tanta pompa, quanta era stata la rabbia colla quale l'aveva fatta imprigionare.
Essa era così abbattuta e malandata, che il Re avrebbe penato a riconoscerla, se il suo cuore non gli avesse detto che era quella medesima persona in altri tempi tanto amata da lui.
La scongiurò colle lacrime agli occhi di dimenticare i grandi dispiaceri che le aveva cagionati, col dire che sarebbero stati i primi e gli ultimi.
Ella rispose che se li era meritati, per l'imprudenza di aver promesso la figlia alle fate: e che in quel tempo non aveva altra scusa, se non lo stato interessante in cui si trovava.
Alla fine il Re le palesò la sua intenzione, che era quella di consegnarmi in mano alle fate; ma la Regina, per la sua parte, si oppose.
Era proprio il caso di dire che il diavolo ci aveva messo le corna, e che io doveva essere il pomo della discordia fra mio padre e mia madre.
Quando ebbe pianto e singhiozzato ben bene senza ottener nulla (perché mio padre ne vedeva le funeste conseguenze e i nostri sudditi continuavano a morire a branchi, come se fossero responsabili degli errori della nostra famiglia), diceva dunque che quando mia madre ebbe pianto e singhiozzato ben bene, si rassegnò e acconsentì a ogni cosa e si allestirono i preparativi per la cerimonia della consegna.
Fui messa in una culla di madreperla, ornata di tutte quelle galanterie che l'arte può immaginare.
Erano ghirlande di fiori e festoni in giro in giro: e i fiori erano pietre preziose, i cui vari colori, al riflesso del sole, lampeggiavano in modo da far male agli occhi.
La magnificenza del mio abbigliamento sorpassava, se si può dire, quella della culla: tutte le trine delle mie fasce erano fatte di grosse perle.
Ventiquattro principesse reali mi portavano sopra una specie di barella leggerissima; la loro acconciatura usciva affatto dal comune, ma non era stato permesso di usare altri colori che il bianco, come per alludere alla mia innocenza.
Tutte le persone della Corte, schierate per ordine e per grado, mi accompagnavano.
Mentre si saliva la montagna si fece sentire una sinfonia melodiosa, che si avvicinava sempre; finché comparvero le fate in numero di trentasei; esse avevano pregate le loro buone amiche di pigliar parte alla festa.
Ciascuna era seduta in una conchiglia più grande di quella di Venere, quando uscì dal mare; e pariglie di cavalli marini, che non erano avvezzi a camminare per terra, strascicavano quelle brutte vecchie con tanta pompa, come se fossero state le più grandi Regine dell'universo.
Esse portarono un ramo d'ulivo, per significare al Re che la sua sommissione aveva trovato grazia al loro cospetto: e allorché mi ebbero presa in collo, furono tali e tante le loro carezze, che pareva non avessero altra passione, che quella di rendermi felice.
Il drago, che aveva servito a vendicarle contro mio padre, veniva dietro di loro, attaccato con una catena tutta di diamanti.
Esse mi abballottarono fra le loro braccia, mi fecero mille carezze, mi dotarono d'ogni ben di Dio: e quindi incominciarono la ridda delle streghe.
È un ballo molto allegro: né c'è da figurarsi i salti e gli sgambetti che fecero quelle vecchie zittellone: dopo di che il drago, che aveva mangiato tanta gente, si avvicinò strisciando per terra.
Le tre fate, alle quali mia madre mi aveva promesso, vi si sedettero sopra, misero la mia culla fra di loro, e toccato il drago con una bacchetta, questo spiegò le sue grand'ali fatte a scaglia, più sottili del crespo finissimo e variopinte di mille bizzarri colori.
Fu in questo modo che le fate tornarono al loro castello.
Mia madre vedendomi per aria sulla groppa del drago, non poté trattenersi dal mandare altissime grida.
Il Re la consolò col dire che dalla fata sua amica era stato assicurato che non mi sarebbe accaduto nulla di male, e che anzi si sarebbe avuto di me la stessa cura, come se fossi rimasta nel mio proprio palazzo.
Ella si dette pace, sebbene fosse per lei una grande afflizione quella di dovermi perdere per sì lungo tempo e per cagion sua: tanto è vero che, se non fosse stata presa dalla voglia di assaggiare i frutti del giardino, io sarei cresciuta nel regno di mio padre e non avrei avuto tutti i dispiaceri, che mi resta ancora da raccontarvi.
Sappiate dunque, figlio di Re, che le mie custodi avevano fabbricata apposta una torre, nella quale vi erano molti begli appartamenti per tutte le stagioni; mobili magnifici, libri piacevolissimi, ma nemmeno una porta; sicché bisognava entrare dalle finestre, le quali erano a tanta altezza da far venire il capogiro.
Sopra la torre si trovava un bel giardino ornato di fiori, di fontane e di pergolati di verzura, che riparavano dai bollori della canicola.
In questo luogo le fate mi allevavano con tali cure, da sorpassare quanto avevano promesso alla Regina.
I miei vestiti erano tagliati secondo il gusto della moda: e tanto ricchi e magnifici che, vedendomi, si sarebbe creduto che io fossi in giorno di nozze.
Le fate m'insegnarono tutte quelle cose, che si addicevano alla mia età e alla mia nascita; né io davo loro molto da fare, perché avevo la facilità d'imparare alla prima.
La dolcezza del mio carattere le aveva innamorate: e perché io non aveva mai veduto nessun altro, intendo benissimo che sarei rimasta tranquillamente in quello stato per tutto il rimanente della vita.
Esse venivano sempre a trovarmi, montate sul famoso drago che sapete: non mi rammentavano mai né il Re né la Regina; e siccome mi chiamavano la loro figlia, io credeva di esserlo davvero.
Per potermi divertire mi avevano dato un cane e un pappagallo, i quali avevano il dono della parola e parlavano come due avvocati.
Nella torre non c'era con me nessun altro.
Un lato di questa torre era fabbricato sopra una strada molto avvallata e tutta coperta di alberi; di modo che dal giorno che vi fui rinchiusa non avevo mai veduto passarvi anima viva.
Ma un giorno, essendo alla finestra a ciarlare col cane e col pappagallo, mi parve di sentire qualche rumore: guardai da tutte le parti e finalmente mi venne fatto di vedere un giovine cavaliere, che si era fermato per ascoltare la nostra conversazione.
Io non avevo veduto altri uomini, altro che dipinti, sicché non mi dispiaceva punto quest'occasione altrettanto propizia quanto inaspettata.
Senza pensare alle mille miglia al pericolo che andava unito alla soddisfazione di ammirare un oggetto così piacevole, mi spenzolai in fuori per vederlo meglio; e più lo guardavo e più ci pigliavo gusto.
Egli mi fece una gran riverenza, fissò i suoi occhi su me e mi parve che si stillasse il cervello per trovare il modo di potermi parlare; perché la mia finestra era altissima ed egli aveva paura di essere scoperto, sapendo bene che io mi trovavo nel giardino delle fate.
Il sole calò tutt'a un tratto: o per dir la cosa come sta, si fece notte senza che ce ne avvedessimo; per due o tre volte egli si portò il corno alla bocca e mi rallegrò con qualche suonatina; poi se ne andò, senza che io potessi vedere nemmeno che strada pigliasse, tanto la notte era buia.
Io rimasi come estatica, e non provai più il solito piacere a far conversazione col mio cane e col mio pappagallo.
Essi mi dicevano le cose più carine del mondo, perché le bestie fatate sono piene di spirito, ma io avevo la testa chi sa dove, né conoscevo punto l'arte di simulare.
Il pappagallo se ne accorse: ma furbo com'era, non fece trapelar nulla di quello che rimuginava per il capo.
Fui puntuale a levarmi col sole: corsi alla finestra e fu per me una gratissima sorpresa quella di vedere il giovine cavaliere a piè della torre.
Egli vestiva un abito magnifico: e in questo suo lusso mi lusingai di averci un po' di merito anch'io, e colsi nel segno.
Egli mi parlò con una specie di tromba, o, come chi dicesse, con un portavoce, e mi disse che essendo stato fin allora indifferente a tutte le bellezze che aveva vedute, ora si sentiva tutt'a un tratto ferito talmente dalla mia, da non sapere quel che sarebbe di lui, se non potesse vedermi tutti i giorni.
Questo complimento mi fece un gran piacere, e fui dolentissima di non potergli rispondere, perché mi sarebbe toccato a gridar forte e col rischio di essere sentita prima dalle fate, che da lui.
Avevo in mano dei fiori: e glieli gettai; egli gradì il picciol dono come un favore insigne: li baciò più volte e mi ringraziò.
Mi chiese quindi se sarei contenta che egli venisse tutti i giorni e alla stess'ora sotto la mia finestra, e se io volessi essere tanto cortese da gettargli qualche cosa.
Io aveva un anello di turchine: me lo levai lesta lesta dal dito e glielo buttai con molta fretta, facendogli segno di andarsene come il vento.
E la ragione era che dall'altra parte avevo sentito la fata Violenta che, a cavallo al drago, veniva a portarmi la colazione.
La prima cosa che disse entrando in camera mia, furono queste parole: "Sento l'odore della voce d'un uomo: cerca, drago!".
Figuratevi se mi rimase sangue nelle vene! Ero più morta che viva dalla paura che il drago, passando per l'altra finestra, non si mettesse a dar dietro al cavaliere pel quale io già sentivo una mezza passione.
"Davvero", diss'io, "mia buona mamma (perché la vecchia fata voleva che la chiamassi così), davvero che mi sembrate in venia di celiare, dicendo che sentite l'odore della voce di un uomo: forse che la voce ha un odore? e quand'anche l'avesse, chi volete che sia il temerario da arrisicarsi a salire in cima a questa torre?"
"Dici bene, figlia mia, dici bene", ella rispose, "e mi fa piacere di sentirti ragionare a codesto modo.
Capisco anch'io che dev'essere l'odio che sento per tutti gli uomini, quello che mi fa crederli vicini anche quando sono lontani."
Mi diede la colazione e la rocca; poi soggiunse:
"Quando avrai finito di mangiare, mettiti lì e fila; ieri non facesti nulla: e le mie sorelle se l'hanno per male".
Difatto il giorno innanzi ero stata tanto occupata col cavaliere sconosciuto, che non toccai né la rocca né il fuso.
Appena se ne fu ita, gettai via la rocca con una specie di dispetto e montai su in cima alla torre, per vedere più lontano che fosse possibile.
Avevo con me un eccellente canocchiale: nulla all'intorno m'impediva la vista: ero padrona di voltarmi e di guardare da tutte le parti, quand'ecco che mi venne fatto di scoprire il mio cavaliere in vetta a una montagna.
Egli si riposava sotto un ricco padiglione di broccato d'oro ed era circondato da una numerosissima Corte.
Pensai subito che dovesse essere il figlio di qualche Re, vicino al palazzo delle fate.
E perché avevo paura che tornando egli sotto la torre potesse essere scoperto dal terribile drago, così andai a prendere il mio pappagallo e gli ordinai di volare in cima a quella montagna, dove avrebbe trovato quel cavaliere che aveva parlato con me, al quale doveva dire da parte mia di non tornare sotto le finestre a motivo che, da quanto m'ero accorta, le fate stavano con tanto d'occhi e gli potevano fare un brutto scherzo.
Il pappagallo compì la sua commissione da vero pappagallo di spirito.
Rimasero tutti stupiti di vederlo venire ad ali spiegate e posarsi sulla spalla del Principe per parlargli sotto voce all'orecchio.
Il Principe gradì per un verso l'ambasciata: e per un altro verso gli dispiacque.
La cura che mi pigliavo di lui, faceva bene al suo cuore; ma tutte le difficoltà che incontrava per potermi parlare lo disanimavano, senza distoglierlo peraltro dal disegno che egli aveva fatto di piacermi.
Rivolse cento domande al pappagallo: e il pappagallo, curioso di sua natura, ne fece altrettante a lui.
Il Re gli dette per me un anello in cambio di quello colla turchina: e anche il suo era una turchina, ma molto più bella della mia: era tagliata a cuore e contornata di brillanti.
"È giusto", egli soggiunse, "che io vi tratti da ambasciatore.
Eccovi in regalo il mio ritratto; ma non lo fate vedere a nessuno, fuori che alla vostra cara padroncina." E dicendo così, attaccò il ritratto sotto l'ala del pappagallo, il quale portò nel becco l'anello che aveva per me.
Io aspettavo il ritorno del mio corriere verde, con un'impazienza che non avevo provata mai.
Egli mi disse che la persona, dalla quale lo avevo mandato, era un gran Re; che gli aveva fatto un'accoglienza coi fiocchi: che esso non poteva vivere senza di me: e che sebbene ci fosse un gran pericolo a venire sotto la mia torre, io poteva esser certa che egli era preparato a tutto, piuttosto che rinunziare a vedermi.
Queste cose mi messero addosso un gran malessere; e cominciai a piangere come una bambina.
Pappagallo e il canino Titì s'ingegnavano di farmi coraggio, perché mi volevano un gran bene.
Quindi Pappagallo mi presentò l'anello del Principe, e mi fece vedere il ritratto.
Confesso che non ho sentito mai tanta consolazione, quanta n'ebbi nel considerare da vicino e sotto gli occhi colui che non avevo veduto altro che da lontano.
Mi parve anche più grazioso che non mi fosse parso dapprima; e cento pensieri, parte piacevoli e parte tristi, mi si affollarono nel capo e m'entrò nel sangue un'irrequietezza straordinaria.
Le fate vennero a trovarmi e se ne accorsero.
Esse dissero fra loro che senza dubbio io doveva annoiarmi e che bisognava cercarmi uno sposo della loro razza.
Ne nominarono diversi: ma si fermarono sul piccolo Re Migonetto, il cui regno era cinquecentomila miglia distante di lì, ma questo non era un ostacolo serio.
Pappagallo sentì questo bel fissato, e venendo subito a rifischiarmelo, mi disse: "Mi fareste proprio pietà, cara padrona, se vi toccasse per marito il Re Migonetto: egli è un fagotto di panni sudici da far paura: il Re, che voi amate, non lo piglierebbe nemmeno per suo Tira-stivali".
"Di', Pappagallo, e tu l'hai visto?" "Se l'ho visto?", egli soggiunse, "figuratevi che sono stato allevato sopra un ramo insieme a lui." "Come sopra un ramo?", domandai io.
"Sissignora! perché bisogna sapere che egli ha i piedi di Aquilotto."
Quei discorsi mi fecero un gran male.
Guardavo il bel ritratto del Re, e pensavo che egli non lo aveva regalato a Pappagallo se non perché io lo potessi vedere: e quando lo confrontavo con quello di Migonetto mi cascavano le braccia e piuttosto che sposare quello scimmiotto mi veniva voglia di lasciarmi morire.
Non chiusi un occhio in tutta la notte.
Pappagallo e Titì mi tennero un po' di compagnia.
A giorno mi appisolai: ma il canino, che aveva un buon naso, sentì che il Re era giù a piè della torre.
Svegliò Pappagallo e gli disse: "Scommetto che già a basso c'è il Re".
Pappagallo rispose: "Chetati, chiacchierone! perché stai sempre cogli occhi aperti e cogli orecchi per aria? ti dispiace che gli altri riposino un poco?".
"Eppure", insisté il buon cane, "scommetto che c'è." "E io ti dico che non c'è", replicò il Pappagallo, "non sono forse stato io che gli ho proibito di venir qui da parte della Principessa?" "Una bella proibizione davvero!", gridò il canino, "un uomo che ama non consulta che il suo cuore." E nel dir così cominciò a strapazzargli con tanta poca grazia le ali, che Pappagallo perse i cocci sul serio.
Gli urli di tutti e due mi svegliarono: e saputo il motivo del battibecco non corsi, no, ma volai alla finestra: e vidi il Re che mi stendeva le braccia e col mezzo del portavoce mi disse non poter più vivere senza di me, e mi scongiurava per ora a fare in modo o di venir via dalla torre o di farci entrare anche lui, chiamando in testimonio tutti gli Dei dell'Olimpo che mi avrebbe sposata subito, e che io sarei diventata una delle più grandi Regine dell'Universo.
Ordinai a Pappagallo di andargli a dire che quello che mi chiedeva era impossibile: ma che nondimeno dietro la parola data e i giuramenti fatti, mi sarei ingegnata di renderlo felice: peraltro mi raccomandavo perché non venisse sotto la torre tutti i giorni: a lungo andare la cosa si sarebbe scoperta, e allora le fate non avrebbero avuto né pietà né misericordia.
Se ne andò col cuore pieno di gioia e di speranza, e io mi trovai in una grande afflizione di spirito, ripensando a quanto avevo promesso.
Come uscire dalla torre, che non aveva neppure il segno di una porta, senz'altro aiuto che Pappagallo e Titì, ed essendo io così giovane, così poco esperta e così paurosa?...
La mia risoluzione, dunque, fu quella di cimentarmi a tentare una prova, dalla quale non avrei saputo levarci le gambe, e lo mandai a dire al Re col mezzo di Pappagallo.
Egli, di prim'impeto, voleva uccidersi dinanzi ai suoi occhi: ma poi lo incaricò di persuadermi e di andarlo a veder morire o di consolarlo nella sua passione.
"Sire!", esclamò l'ambasciatore colle penne, "la mia padrona è più che persuasa delle vostre parole...
Non è che manchi di buona volontà! Se potesse!..."
Quando tornò a ridirmi quel che era accaduto, mi afflissi più che mai.
Entrò la fata Violenta e mi trovò cogli occhi rossi: allora cominciò a dire che io aveva pianto e che se non confessavo il motivo, mi avrebbe bruciata viva; perché tutte le sue minacce erano sempre spaventose.
Risposi, tremando come una foglia, che m'ero annoiata a filare e che avrei preso volentieri un po' di spago, per far delle reti e chiappare gli uccellini che venivano a beccare la frutta del mio giardino.
"È questo, figlia mia", ella disse "tutto quello che desideri? allora non piangerai più: ti porterò tanto spago da non sapere dove metterlo." E detto fatto, me lo portò la sera stessa: e intanto mi avvertì di pensare a farmi bella e a non piangere, perché il Re Migonetto stava per arrivare da un momento all'altro.
A questa notizia mi vennero i brividi per le spalle, ma non rifiatai.
Appena fu fuori della stanza cominciai a fare qualche lacciuolo; ma l'intenzione mia era di fare una scala di corda, la quale mi riuscì benissimo senza che ne avessi mai vedute.
Peraltro la fata non mi portava mai tanto spago, quant'era il bisogno, e mi badava a dire:
"Ma, figlia mia, il tuo lavoro è come la tela di Penelope: non va avanti di una maglia e sei sempre a chiedermi dell'altro spago".
"O mia buona mammina", rispondevo io, "voi discorrete bene: ma non vedete che io non so proprio che cosa annaspo e che butto sul fuoco il mio lavoro? Avete paura che vi faccia fallire per un po' di spago?" Il mio modo ingenuo di fare la metteva di buon umore, sebbene fosse di un carattere insoffribile e veramente crudele.
Col mezzo di Pappagallo mandai a dire al Re di venire una tal sera sotto le finestre della torre; che ci troverebbe la scala e che il resto l'avrebbe saputo lì sul posto.
Infatti attaccai per bene la scala, risoluta com'ero a fuggirmene con lui; ma appena egli la vide, senza darmi tempo di scendere, salì su in un batter d'occhio, mentr'io stavo mettendo in ordine ogni cosa per la fuga.
La vista di lui mi fece provare tanta gioia, che non pensai più al pericolo che ci stava sul capo.
Mi rinnuovò i suoi giuramenti e mi scongiurò di non differire più in là ad accettarlo per mio sposo.
Pappagallo e Titì, pregati da me, ci fecero da testimoni.
Non c'è esempio di una festa di nozze celebrata con tanta semplicità fra due persone di grado così elevato, né c'è ricordanza di due cuori più soddisfatti e contenti dei nostri.
Non era ancora spuntata l'alba, quando il Re mi lasciò: io gli avevo raccontato l'orribile disegno delle fate di volermi maritata al Re Migonetto; gliene feci il ritratto e n'ebbe più ribrezzo di me.
Appena partito lui, le ore mi parvero anni.
Corsi alla finestra e lo accompagnai cogli occhi, sebbene facesse ancora buio.
Ma quale non fu il mio stupore, nel vedere per aria un cocchio tirato da salamandre alate, che correvano a rotta di collo, tanto che l'occhio poteva appena seguirle! Questo carro era scortato da un nuvolo di guardie, montate sopra tanti struzzi.
Non ebbi tempo di rendermi ragione di chi corresse per l'aria a quel modo, ma mi figurai subito che dovesse essere o un mago o una fata.
Di lì a poco, la fata Violenta entrò nella mia camera.
"Ho da darti delle buone nuove", ella mi disse, "il tuo amante è arrivato qui da poche ore: preparati a riceverlo; eccoti dei vestiti e dei finimenti di pietre preziose." "E chi mai vi ha detto", risposi un po' risentita "che io voglia maritarmi? Non è davvero la mia intenzione.
Il Re Migonetto può tornarsene di dove è venuto, ché per me è padronissimo: fra me e lui non ci pigliamo di certo."
"Sentite! sentite!", disse la fata, "o che non mi si mette a far la difficile? vorrei un po' sapere che cosa armeggi con quel cervellino! Alle corte, con me non si scherza; o tu lo sposi, o io..."
"O voi?...
sentiamo un po' che cosa voi mi farete?", soggiunsi, diventando rossa scarlatta fino alla punta dei capelli per l'impertinenze che mi aveva dette, "che mai mi può accader di peggio che esser tenuta in una torre, in compagnia di un cane e di un pappagallo e coll'obbligo di vedere sette o otto volte il giorno la figura di un drago spaventoso?"
"Oh? sconoscente, che non sei altro!", disse la fata, "vai là, che meritavi proprio tutti i pensieri e le pene, che ci siamo date per te! Già, io l'avevo detto da un pezzo alle mie sorelle: ne avremo una bella ricompensa!..."
Ella andò a trovarle e raccontò loro quello che era passato fra noi due, e rimasero scandalizzate.
Pappagallo e Titì mi dissero, a tanto di lettere, che se io seguitavo a battere quella strada, mi sarei trovata a dei brutti guai.
Ma in quel momento mi sentivo così orgogliosa di possedere il cuore di un gran Re, che le fate non mi facevano paura, e che i consigli dei miei piccoli amici mi entravano da un orecchio e mi passavano da quell'altro.
Restai vestita, com'era, né mi volli mettere un nastro in più; anzi, per farlo apposta, mi spettinai tutta per parere a Migonetto una vera befana.
L'incontro accadde sulla terrazza.
Egli vi giunse nel suo cocchio di fuoco.
Dei nani piccini ne ho veduti, ma un nanerucolo a quel modo lì, mai! Per camminare si serviva nello stesso tempo delle zampe d'aquila e dei ginocchi, perché non aveva ossa nelle gambe; e si teneva ritto sopra due grucce, tutte di diamanti.
Aveva un manto reale di circa un metro di lunghezza: eppure ne strascicava per terra almeno due buoni terzi.
Invece di testa, un grande zuccone che pareva uno staio e un naso così screanzato, che ci stavano sopra una dozzina d'uccelli: ed egli si divertiva a sentirli cantare.
La barba pareva un bosco e i canarini ci facevano dentro il nido; gli orecchi gli passavano di un metro al disopra del capo; cosa peraltro di cui nessuno si avvedeva, a cagione della smisurata corona a punta che portava in testa, per comparire più alto.
Le fiamme che mandava il carro arrostivano le frutte, seccavano i fiori e inaridivano le fontane del mio giardino.
Egli mi venne incontro a braccia aperte; ma io non mi mossi né punto né poco; per cui bisognò che il suo scudiere gli desse di braccio.
E quando si provò ad avvicinarsi scappai in camera e chiusi la porta e le finestre: sicché Migonetto dové andarsene colle fate, le quali mi avrebbero cavato gli occhi dalla bile.
Esse gli chiesero mille e mille scuse della mia ruvidezza; e per abbonirlo, perché era un arnese da far paura, pensarono di condurlo la notte in camera mia, mentr'io dormivo: di legarmi i piedi e le mani e di mettermi così nel carro infuocato, perché potesse menarmi seco.
Quando ebbero tutto fissato e combinato, tornarono da me; e mi ripresero leggermente della mia condotta, contentandosi solo di dirmi che in qualche modo bisognava rimediare al malfatto.
Tutti questi rimproveri giulebbati e in pelle in pelle, dettero nel naso a Pappagallo e Titì.
"Volete che vi parli chiaro, padrona?", disse il mio cane, "il cuore non mi dice nulla di buono.
Queste signore fate son certa gente...
che Iddio ci liberi tutti, e segnatamente dalla Violenta."
Io risi di tutta questa paura e stavo sulle spinte aspettando il mio sposo, il quale si struggeva troppo di vedermi per non essere puntuale ai fissati.
Gli gettai la scala di corda col fermo proponimento di fuggirmene con lui.
Egli montò, leggero come una piuma, e mi disse tante e poi tante cose gentili e appassionate, che anch'oggi non ho cuore di richiamarmele alla memoria.
Mentre si stava parlando insieme, tranquilli e sicuri, come se fossimo stati nel palazzo di lui, vedemmo sfondare con un gran colpo la finestra della camera.
Le fate entrarono dentro montate sul loro drago: Migonetto le seguiva sul suo solito cocchio di fuoco, tirandosi dietro tutte le sue guardie a cavallo agli struzzi.
Il Re, senza impallidire, messe mano alla spada e non ebbe altro pensiero che quello di difendermi nella più terribile avventura che mi potesse capitare.
Ebbene...
debbo dirvelo, caro signore? quelle spietate creature gli aizzarono contro il drago, che se lo divorò vivo vivo dinanzi ai miei occhi.
Fuori di me per la sciagura sua e mia, mi gettai in bocca all'orribile mostro, perché m'inghiottisse, come avea inghiottito la persona che era tutto l'amor mio: e l'avrebbe fatto volentieri: ma le fate, più crudeli di lui, glielo proibirono.
Esse gridarono insieme:
"Bisogna serbarla a tormenti più lunghi: una morte sollecita e pronta è quasi uno zuccherino per una creatura così indegna e scellerata".
Mi toccarono, e mi vidi trasformata in Gatta Bianca: quindi mi condussero in questo palazzo, che era di mio padre, cambiarono in gatti e in gatte tutti i signori e tutte le dame del Regno, e a parecchi lasciarono soltanto le mani: e così mi ridussero nello stato lacrimevole in cui mi trovaste, facendomi sapere il segreto della mia nascita, la morte di mio padre, quella di mia madre, e come io non avrei potuto essere liberata dalla mia figura di gatta, se non da un Principe che somigliasse come due gocce d'acqua a quello che mi era stato rapito.
E voi, o signore, siete il suo ritratto vivo e parlante: le stesse fattezze, la stessa fisonomia, perfino lo stesso suono di voce.
Appena vi vidi per la prima volta, ne rimasi colpita: io sapevo tutto quello che doveva accadere, come so quello che accadrà, e però vi dico che le mie pene stanno per finire.
"E le mie, bella Regina, dovranno ancora durare un pezzo?", domandò il Principe, gettandosi ai suoi piedi,
"Io vi amo, o signore, più della mia vita, E questo è il momento di partire per andare da vostro padre: vedremo quali sono i suoi sentimenti verso di me, e se è disposto a rendervi contento."
Ella uscì: il Principe le dette la mano: e insieme con lui montò in una carrozza molto più bella e magnifica di tutte quelle che aveva avuto fin allora.
Il resto dell'equipaggio non ci scompariva: basti dire che tutti i ferri dei cavalli erano di smeraldi e i chiodi di diamanti.
Da quella volta in poi non s'è visto più nulla di simile.
Inutile star qui a ripetere i colloqui, che ebbero insieme il Principe e la Regina.
Ella era di una bontà singolare e di uno spirito finissimo: e il giovane Principe valeva quanto lei: sicché non potevano pensare e dire altro che un monte di bellissime cose.
Giunti in vicinanza del castello, dove dovevano trovarsi i due fratelli maggiori del Principe, la Regina entrò in un piccolo blocco di cristallo di monte, di cui tutte le sfaccettature erano guarnite d'oro e di rubini.
Tutt'all'intorno era circondato di tendine per impedire ai curiosi di guardar dentro, ed era portato a barella da giovinotti di bellissimo aspetto e vestiti splendidamente.
Il Principe rimase nella sua bella carrozza; e di lì poté vedere i suoi fratelli che se la passeggiavano a braccetto di due Principesse d'una bellezza da sbalordire.
Appena lo riconobbero, gli andarono incontro per fargli festa e domandarono se anche esso aveva condotto la sua dama.
Al che rispose che era stato così disgraziato, che in tutto il viaggio non si era imbattuto altro che in donne bruttissime; e tutto ciò che gli era capitato di meglio da portar seco, era una gatta bianca.
Essi si misero a ridere della sua semplicità.
"Una gatta!" dicevano essi "come mai una gatta? avete forse paura che i topi ci mangino il palazzo?" Il Principe soggiunse che capiva bene che non era prudenza di portare un simile regalo a suo padre.
E così, fra una parola e l'altra, s'incamminarono verso la città.
I due fratelli maggiori salirono colle loro Principesse in due carrozze tutte d'oro e di lapislazzoli: i cavalli portavano in capo dei pennacchi e altri ornamenti: per farla corta, nulla di più splendido di questa cavalcata.
Dietro a loro veniva il nostro giovine Principe: e quindi il blocco di cristallo di monte, che tutti guardavano con grandissima ammirazione.
I cortigiani corsero subito ad avvisare il Re dell'arrivo dei Principi.
"Hanno con sé delle belle donne?", domandò il Re.
"Non s'è veduto mai nulla d'eguale!..."
A quanto pare, questa risposta non garbò troppo al Re.
I due Principi si affrettarono a salire le scale colle loro Principesse, che erano due occhi di sole.
Il Re li ricevette benissimo, e non sapeva a quale delle due dovesse dare la preferenza.
Voltatosi al minore dei figli, gli domandò: "Come va che questa volta siete tornato solo?".
"Vostra Maestà vedrà dentro questo cristallo una gattina bianca, che miagola con tanta grazia e che ha le zampine più morbide del velluto, e son sicuro che le piacerà", rispose il Principe.
Il Re sorrise e si mosse per aprire da se stesso il blocco di cristallo.
Ma appena si fu accostato, la Regina toccò una molla, sicché il blocco andò tutto in minutissimi pezzettini ed ella apparve fuori come il sole dopo essere stato un po' di tempo nascosto fra i nuvoli: i suoi capelli biondi erano sparsi per le spalle e in grandi riccioli le cadevano giù fino ai piedi.
In capo aveva tutti fiori: e la sua veste era di leggerissimo velo bianco foderato di seta rosa.
Si alzò e fece una profonda riverenza al Re, il quale nel colmo dell'ammirazione non poté frenarsi dall'esclamare:
"Ecco veramente la donna senza confronto, e che merita davvero la mia corona".
"Signore", ella disse, "io non son venuta qui per togliervi un trono che sì degnamente occupate: sono nata con sei regni: permettete anzi che io ne offra uno a voi e uno per uno ai vostri figli.
In ricompensa non vi domando altro che la vostra amicizia e questo giovine Principe per mio sposo.
I tre regni, che avanzano, sono più che sufficienti per noi."
Il Re e tutta la Corte fecero un baccano con urli di ammirazione e di allegrezza incredibile.
Le nozze si celebrarono subito, e quelle dei due fratelli ugualmente: motivo per cui per diversi mesi furono feste, baldorie, divertimenti e corte bandita.
Poscia ciascuno partì per andare a governare i propri Stati: e la bella Gatta Bianca si immortalò non tanto per la bontà e per la generosità del suo cuore quanto per il suo raro merito e per la sua gran bellezza.
La cronaca di quel tempo racconta che Gatta Bianca diventò il modello delle buone mogli e delle madri sagge e perbene.
E io ci credo.
Dal trist'esempio avuto in casa, essa aveva imparato a sue spese che le follie e i capricci delle mamme spesse volte sono cagione di grandi dispiaceri per i figliuoli.
La Cervia nel bosco
di Carlo Collodi
C'era una volta un Re e una Regina che stavano fra loro d'accordo come due anime in un nocciolo: si amavano teneramente ed erano adorati dai loro sudditi; ma alla felicità completa degli uni e degli altri mancava una cosa: un erede al trono.
La Regina, la quale sapeva che il Re l'avrebbe amata il doppio se avesse avuto un figlio, non lasciava mai in primavera di andare a bere certe acque che si dicevano miracolose per aver figliuoli.
A queste acque ci correva la gente in folla da ogni parte; e il numero dei forestieri era così stragrande, che ci si trovavano di tutti i paesi del mondo.
In un gran bosco, dove si andava a beverle, c'erano parecchie fontane: le quali erano di marmo o di porfido, perché tutti gareggiavano a chi le faceva più belle.
Un giorno che la Regina stava seduta sull'orlo d'una fontana, ordinò alle sue dame di compagnia di allontanarsi e di lasciarla sola e poi cominciò i suoi soliti piagnistei.
"Come sono disgraziata", diceva essa, "di non aver figli! sono ormai cinque anni che chiedo la grazia di averne uno; e ancora non ho potuto averla.
Dovrò dunque morire senza provare questa consolazione?"
Mentre parlava così, osservò che l'acqua della fontana era tutta mossa; poi venne fuori un grosso gambero e le disse:
"O gran Regina! finalmente avrete la grazia desiderata.
Dovete sapere che qui vicino c'è un magnifico palazzo fabbricato dalle fate: ma è impossibile trovarlo, perché circondato da nuvole foltissime attraverso alle quali non passa occhio mortale: a ogni modo, siccome io sono vostro servitore umilissimo, eccomi qui pronto a menarvici se volete fidarvi alla guida di un povero gambero".
La Regina lo stette a sentire senza interromperlo, perché la cosa di vedere un gambero che discorreva, l'aveva sbalordita dalla meraviglia: quindi gli disse che avrebbe gradita volentieri la sua offerta, ma che non sapeva, come lui, camminare all'indietro.
Il gambero sorrise e prese subito l'aspetto di una bella vecchietta.
"Ecco fatto, o signora", le disse, "così non cammineremo più all'indietro.
Ma vi domando una grazia: tenetemi sempre per una delle vostre amiche, perché io non desidero altro che di esservi utile a qualche cosa."
Uscì dalla fontana senza avere una goccia di acqua addosso: il suo vestito era bianco, foderato di seta cremisi, e i capelli grigi annodati dietro con nastri verdi.
Non s'era vista mai vecchietta galante a quel modo! Salutò la Regina, che volle abbracciarla; e senza mettere tempo in mezzo, la fece prendere per una viottola del bosco, con molta meraviglia della Regina stessa: la quale sebbene fosse venuta nel bosco migliaia di volte, non era mai passata per quella viottola lì.
E come avrebbe fatto a potervi passare? Quella era la strada delle fate, per andare alla fontana, e per il solito era tutta chiusa da ronchi e da pruneti: ma appena la Regina e la sua guida vi ebbero messo il piede, le rose sbocciarono improvvisamente dai rosai, i gelsomini e gli aranci intrecciarono i loro rami per formare un pergolato coperto di foglie e di fiori, e migliaia di uccelli di varie specie, posati sui rami degli alberi, sfringuellarono allegramente.
Non si era ancora riavuta dallo stupore, che la Regina si trovò abbacinati gli occhi dallo splendore abbagliante di un palazzo tutto di diamanti; le mura, i tetti, i soffitti, i pavimenti, i giardini, le finestre e perfino le stesse terrazze erano tutte di diamanti.
Nel delirio della sua ammirazione, ella non poté trattenersi dal mandare un urlo di sorpresa, e chiese all'elegante vecchietta, che l'accompagnava, se ciò che aveva dinanzi agli occhi era sogno o verità.
"Non c'è nulla di più vero, o signora", ella rispose.
E subito le porte del palazzo si aprirono, e uscirono fuori sei fate: e quali fate! Di più belle e di più magnifiche non se n'erano vedute in tutto il loro reame.
Vennero tutte a fare una profonda riverenza alla Regina: e ciascuna le presentò un fiore di pietre preziose, per poter formare un mazzo: c'era una rosa, un tulipano, un anemone, un'aquilegia, un garofano e un melagrano.
"Signora", le dissero, "noi non possiamo darvi un maggior segno della nostra venerazione, che permettendovi di venirci qui a visitare: noi siamo molto liete di farvi sapere che avrete una bella Principessa, alla quale metterete il nome di Desiderata, perché bisogna pur convenire che è un gran pezzo che la desiderate.
Quando verrà alla luce, ricordatevi di chiamarci, perché vogliamo arricchirla di tutte le più belle doti; e per invitarci a venire, non dovete far altro che prendere in mano il mazzo, che ora vi diamo, e nominare a uno a uno tutti i fiori, pensando a noi.
State sicura che in un batter d'occhio saremo tutte nella vostra camera."
La Regina, fuori di sé dall'allegrezza, si gettò al collo alle fate; e gli abbracciamenti durarono una mezz'ora buona.
Quand'ebbero finito, pregarono la Regina a passare nel loro palazzo, del quale non si possono ridire a parole tutte le meraviglie.
Figuratevi che per fabbricarlo avevano preso l'architetto del palazzo del sole, il quale aveva rifatto in piccolo quello che era in grande il palazzo del sole.
La Regina, non potendo reggere a così vivo bagliore, era costretta ogni tantino a chiudere gli occhi.
La condussero nel loro giardino, e frutta più belle non se n'erano mai sognate! Albicocche più grosse della testa di un ragazzo, e certe ciliegie, che per mangiarne una, bisognava farla in quattro pezzi; e d'un sapore così squisito, che la Regina, dopo che l'ebbe assaggiate, non volle mangiarne d'altra specie in tempo di vita sua.
Tra tante meraviglie, c'era anche un boschetto di alberi finti e artificiali, i quali crescevano e mettevano le foglie alla pari di tutti gli altri.
Impossibile ridire tutte le esclamazioni di stupore della Regina, i discorsi che fece sulla Principessina Desiderata e i ringraziamenti alle gentili persone che avevano voluto darle una notizia così gradita: basti questo, che non fu dimenticata nessuna parola di gratitudine e nessuna espressione di tenerezza.
La fata della fontana n'ebbe la sua parte, come di santa ragione le toccava.
La Regina si trattenne nel palazzo fino alla sera: e innamoratissima della musica, le fecero sentire delle voci angeliche.
Fu quasi affogata dai regali e dopo aver ringraziato mille volte quelle grandi signore, se ne venne via insieme colla fata della fontana.
Tutte le persone della Corte, impensierite, la cercavano di qui e di là: e nessuno poteva immaginarsi dove trovarla.
Ci fu perfino chi sospettò che fosse stata rapita da qualche ardito forestiero, tanto più che era ancora giovane e nel fior della bellezza.
Quando la videro tornata, com'è da figurarselo fu per tutti una grandissima festa: e perché anch'essa sentiva nel cuore una consolazione immensa per le buone speranze avute, così nel suo conversare c'era non so che di allegro e di gioiale che innamorava.
La fata della fontana la lasciò che era quasi vicina a casa; e nell'atto di dirsi addio, raddoppiarono le carezze e i complimenti.
La Regina, trattenutasi ancora per una settimana a bevere le acque, non lasciò un giorno senza ritornare al palazzo delle fate colla sua elegante vecchietta, la quale tutte le volte si mostrava da principio in forma di gambero, e finiva poi col prendere la sua figura naturale.
La Regina, partita che fu, divenne incinta, e mise alla luce una Principessa, alla quale dette il nome di Desiderata: e preso subito il mazzo, che aveva avuto in regalo, nominò a uno a uno tutti i fiori che lo componevano, ed ecco che sul momento si videro arrivare le fate.
Ciascuna di esse aveva un cocchio differente dall'altro: uno era d'ebano, tirato da colombi bianchi; alcuni erano d'avorio, attaccati a piccoli cervi, e altri di cedro, e altri di legno-rosa.
Questo era l'equipaggio che solevano usare in segno d'alleanza e di pace; perché, quand'erano in collera, si servivano soltanto di draghi volanti, di serpenti che buttavano fiamme dalla gola e dagli occhi, di leoni, di leopardi e di pantere, in groppa alle quali si facevano portare da un capo all'altro del mondo in meno tempo che non ci voglia a dire buon giorno o buon anno.
Ma questa volta esse erano in pace e di buonissimo umore.
La Regina le vide entrare nella sua camera, che avevano una cera molto lieta e maestosa: e dietro di loro, le nane e i nani del corteggio, tutti carichi di regali.
Dopo abbracciata la Regina e baciata la Principessina, spiegarono il corredino, fatto di una tela così fine e così resistente da bastare cent'anni, senza pericolo che diventasse lisa; le fate la filavano da sé nelle ore d'ozio.
Quanto alle trine erano di maggior valore della tela stessa: vi si vedeva in essa raffigurata, o coll'ago o col fuso, tutta la storia del mondo; dopo di questa messero in mostra le fasce e le coperte, ricamate apposta con le loro proprie mani: e in queste erano rappresentati mille di quei giuochetti svariatissimi, che servono per baloccare i ragazzi.
Dacché al mondo ci sono ricamatori e ricamatrici, non s'era mai veduta una cosa meravigliosa come quella tela.
Ma quando fu messa fuori la culla, allora la Regina non poté frenarsi dal cacciare un grido di stupore, tanto quella culla sorpassava, per magnificenza, tutto il rimanente.
Era fatta d'un legno che costava centomila scudi la libbra.
La sorreggevano quattro amorini: quattro veri capolavori, dove l'arte aveva vinto la materia, sebbene fossero tutti rubini e diamanti, da non potersi dire quanto valevano.
Questi amorini erano stati animati dalle fate; per cui quando la bambina strillava, la cullavano dolcemente e l'addormentavano, e ciò faceva un grandissimo comodo anche alla balia.
Le fate presero la Principessina e se la messero sui ginocchi: la fasciarono e la baciarono più di cento volte, perché era di già tanto bella, che bastava vederla, per mangiarla dai baci.
Quando si accorsero che aveva bisogno di poppare, batterono la loro bacchetta in terra, e comparve subito una balia, quale ci voleva per una così graziosa lattante.
Restava oramai soltanto da dotarla: e le fate si spicciarono a fare anche questo; chi le diede la virtù, chi la grazia; la terza, una bellezza maravigliosa; la quarta, le augurò ogni fortuna; la quinta, buona salute; e l'ultima, la facilità di riuscir bene in tutte quelle cose che avesse preso a fare.
La Regina, contentissima, non rifiniva dal ringraziarle di tanti favori prodigati alla Principessina; quand'ecco che videro entrare in camera un gambero così grosso, che passava appena dalla porta.
"Oh! ingratissima Regina", disse il gambero, "com'è egli possibile che vi siate dimenticata così presto della fata della fontana e del gran servizio che vi ho reso, menandovi dalle mie sorelle? Come! voi le avete invitate tutte, e me sola avete lasciata da parte? Pur troppo ne aveva un presentimento, e fu per questo che mi trovai obbligata a prendere la figura d'un gambero la prima volta che vi parlai, appunto per farvi notare che la vostra amicizia, invece di progredire, avrebbe camminato all'indietro."
La Regina, disperata per la smemoraggine commessa, la interruppe e le chiese perdono.
Ella disse che aveva creduto di nominare il suo fiore, come quelli di tutte le altre; che era stato il mazzetto di fiori di pietre preziose quello che l'aveva ingannata: e che essa non era capace di dimenticarsi i grandi favori ricevuti; e che, per conseguenza, la pregava e la scongiurava a non privarla della sua amicizia, e segnatamente a mostrarsi benigna verso la Principessina.
Tutte le fate, per la paura che volesse dotarla di miseria e di disgrazie, fecero coro alla Regina per vedere di abbonirla.
"Cara sorella", le dissero, "Vostra Altezza non si mostri sdegnata contro una Regina, che non ebbe mai in mente di farvi il più piccolo sgarbo; lasciate, di grazia, codesta buccia di gambero e fatevi vedere in tutta la vostra bellezza."
Come è stato detto, la fata della fontana era un po' civetta, e a sentirsi lodare dalle sorelle si ammansì un poco e diventò più agevole.
"Ebbene", disse, "non farò a Desiderata tutto il male che avrei voluto: perché vi giuro che era mia intenzione di rovinarla affatto, e nessuno avrebbe potuto impedirmelo; nondimeno voglio annunziarvi una cosa: se ella vedrà la luce del sole, prima che abbia compiti quindici anni, dovrà pentirsene amaramente e forse ci rimetterà la vita."
Il pianto della Regina e le preghiere delle illustri fate non valsero a smuoverla di un capello dalla sua sentenza.
Ella si ritirò camminando all'indietro, perché non aveva voluto lasciare la sua sopravveste di gambero.
Quando si fu allontanata dalla camera, la povera Regina chiese alle fate se ci fosse verso di salvare la figlia dalle disgrazie che le erano state minacciate.
Esse tennero consiglio fra loro, e dopo aver messi avanti parecchi partiti, finalmente si attennero a questo: che, cioè, bisognava fabbricare un gran palazzo senza porte e senza finestre; con una porta d'ingresso sotterranea, e custodirvi lì dentro la Principessina fino a tanto che non avesse raggiunto l'età fatale, per esser fuori da ogni pericolo.
Tre colpi di bacchetta bastarono per cominciare e finire questo vasto edifizio.
All'esterno era tutto di marmo bianco e verde: e i soffitti e gl'impiantiti tutti di diamanti e di smeraldi, che raffiguravano fiori, uccelli e mille altre cose graziose.
Le pareti erano tappezzate di velluto di vari colori, ricamato dalle fate colle loro mani: e perché esse sapevano di storia, s'erano prese il gusto di rappresentarvi i fatti storici più belli e più notevoli: c'era dipinto il passato e l'avvenire, e in parecchi arazzi si vedevano effigiate le gesta dei più grandi Re della terra.
Le brave fate avevano immaginato questo modo ingegnoso per insegnare più facilmente alla giovine Principessa i vari casi della vita degli eroi e degli altri mortali.
Tutta la casa, nell'interno, era rischiarata soltanto a forza di lampade: ma ce n'erano tante e poi tante, che pareva fosse giorno chiaro da un anno all'altro.
Vi furono introdotti tutti i maestri, dei quali ella poteva aver bisogno per istruirsi e perfezionarsi; e il suo spirito, la sua svegliatezza e il suo buon senso arrivavano a intendere molte cose, anche prima che le fossero insegnate: ragion per cui i maestri rimanevano strasecolati per le cose bellissime che essa sapeva dire in una età, nella quale gli altri ragazzi sanno appena chiamare babbo e mamma.
E questa è una prova che le fate non accordano la loro protezione, per tirar su degli stupidi e degl'ignoranti!
Se la vivacità del suo spirito innamorava tutti coloro che l'avvicinavano, la sua bellezza non faceva di meno, e sapeva amicarsi le persone più insensibili e i cuori più duri.
La Regina madre non l'avrebbe lasciata un solo minuto, se il suo dovere non l'avesse tenuta presso il Re.
Di tanto in tanto le buone fate venivano a vedere la Principessa e le portavano in regalo cose rarissime e vestiti sfarzosi ed eleganti, che parevano fatti per le nozze di qualche Principessa, non meno bella di Desiderata.
Ma fra tutte le fate che le volevano bene, quella che le voleva più di tutte era Tulipano, la quale non rifiniva mai di raccomandare alla Regina che non le lasciasse vedere la luce del giorno prima di aver toccato i quindici anni.
"La nostra sorella, quella della fontana, è vendicativa", diceva Tulipano, "avremo un bel pigliarci tutte le cure per questa fanciulla; ma se ella può, state certa che le farà del male; e per questa ragione bisogna, o signora, che voi siate vigilante, e di molto."
La Regina dal canto suo prometteva di vegliare continuamente sopra una cosa di tanto rilievo: ma avvicinandosi il tempo nel quale la sua cara figlia doveva uscire dal castello, le fece fare il ritratto, e il ritratto fu portato a mostra nelle più grandi Corti dell'universo.
Al solo vederlo, non vi fu Principe che non si mostrasse preso di ammirazione: ma fra gli altri ve ne fu uno che ne rimase talmente invaghito, da non sapersene più distaccare.
Lo portò nel suo gabinetto, e si chiuse dentro insieme col ritratto, e parlandogli come se fosse vivo e potesse intenderlo, gli diceva le cose più appassionate di questo mondo.
Il Re, non vedendo più il figliuolo, domandò che cosa facesse e come passasse il suo tempo, e perché non fosse più del suo solito buon umore.
Qualche cortigiano, di quelli che chiacchierano volentieri, e ve ne sono parecchi con questo vizio, gli fece intendere che c'era il caso che al Principe desse volta il cervello, perché passava le giornate intere chiuso nel suo gabinetto, e lì discorreva da sé solo, come se vi fosse stato qualcuno insieme con lui.
Il Re sentì questa cosa con dispiacere:
"Com'è egli possibile", diceva ai suoi confidenti, "che mio figlio perda così il giudizio? lui, che ne ha avuto sempre tanto! Voi sapete che finora esso è stato l'ammirazione di tutti, e io non vedo ne' suoi occhi alcun segno di pazzia o di aberrazione mentale: soltanto mi pare diventato più pensieroso.
Bisogna che io lo interroghi da me: forse cosi arriverò a scoprire qual è la fissazione che s'è messa per il capo".
Detto fatto, mandò per esso, e quindi ordinò a tutti che uscissero dalla sala.
Dopo vari discorsi, ai quali il Principe non stava attento o rispondeva a rovescio, il Re gli domandò il motivo che aveva portato tanto cambiamento nelle sue abitudini e nel suo carattere.
Il Principe, parendogli che gli fosse capitata la palla al balzo, si gettò ai suoi piedi, e gli disse:
"Voi avete fissato di farmi sposare la Principessa Nera: in questo legame di parentela voi troverete dei vantaggi, che io non posso promettervi con quello della Principessa Desiderata; ma, o signore, io trovo in questa fanciulla tante grazie e tante attrattive, quante l'altra non ne possiede davvero".
"E dove le avete vedute?", chiese il Re.
"Tanto dell'una che dell'altra, mi sono stati portati i ritratti", rispose il Principe Guerriero (era questo il suo nome, dacché aveva vinto tre grandi battaglie), "e vi confesso che la mia passione per la principessa Desiderata è così forte, che se voi non ritirate la parola data alla Principessa Nera, non mi rimane altro che morire: felice sempre di perdere la vita, una volta perduta la speranza di essere lo sposo di quella che amo."
"È dunque con un ritratto", riprese gravemente il Re, "che passate il vostro tempo a fare certi colloqui, che vi rendono ridicolo agli occhi di tutti i cortigiani? Essi vi credono svanito il cervello, e se sapeste quello che si dice di voi, non avreste faccia di parlare a questo modo di simili ragazzate!"
"Io non ho ragione di rimproverarmi una sì bella fiamma", replicò il Principe, "quando avrete veduto il ritratto di questa graziosa Principessa, son sicuro che compatirete la passione che sento per lei."
"Andate a prenderlo subito" esclamò il Re, con tanto risentimento, che dava a dividere la bizza che lo rodeva dentro.
Se il Principe non avesse avuta la certezza che nessuna bellezza al mondo poteva stare a fronte di quella di Desiderata, sarebbe rimasto un po' male.
Invece andò subito nel suo gabinetto, e poi tornò al Re.
Il Re rimase maravigliato quanto il figlio.
"Ah!", diss'egli, "mio caro Guerriero, io approvo la vostra scelta; quando alla mia Corte ci sarà una Principessa così graziosa, mi sentirò anch'io ringiovanito.
Fin da questo momento mando subito degli ambasciatori dalla Principessa Nera per isciogliermi della parola data: e quand'anche dovessi tirarmi sulle braccia una guerra a morte, preferisco di farla finita una buona volta per tutte."
Il Principe baciò rispettosamente le mani del padre e gli abbracciò i ginocchi.
La sua gioia era tanta, che pareva diventato un altro.
Pregò e ripregò il padre a mandare degli ambasciatori non soltanto alla Principessa Nera, ma anche a Desiderata, raccomandandosi che per quest'ultima fosse scelto l'uomo più capace e più ricco del Regno, perché in questa grande occasione era necessario fare una splendida figura, e ottenere ciò che si voleva.
Il Re pose gli occhi su Beccafico.
Era un gran signore, eloquente quanto Cicerone, e con centomila lire di rendita.
Beccafico voleva un gran bene al principe Guerriero, e per andargli a genio, si fece fare il più splendido equipaggio e le più belle livree che si possa immaginare.
La sua fretta per allestire i preparativi del viaggio fu grandissima, perché l'amore del Principe cresceva a occhio di giorno in giorno, ed esso era sempre lì a punzecchiarlo perché partisse.
"Ricordatevi", gli diceva in tutta confidenza, "che c'è di mezzo la vita mia, e che io perdo il lume della ragione tutte le volte che penso al caso che il padre di questa Principessa potrebbe impegnarsi con qualcun altro, senza aver modo di tornare indietro: e che allora io dovrei perderla per sempre."
Beccafico lo rassicurava, non foss'altro per pigliar tempo; perché dopo le grandi spese alle quali era andato incontro, voleva almeno farsene onore.
Menò seco ottanta carrozze tutte risplendenti d'oro e di brillanti, e dipinte con certe miniature, da fare scomparire le miniature più finite che si sieno vedute mai: c'erano, per di più, altre cinquecento carrozze: ventiquattromila paggi a cavallo, vestiti come tanti principi: e il resto del corteggio non era da sfigurare in mezzo a quella magnificenza.
Quando l'ambasciatore ebbe dal Principe l'udienza di congedo, questo l'abbracciò come un suo fratello, e gli disse:
"Pensate, mio caro Beccafico, che la mia vita dipende dal matrimonio che andate a combinare: dite tutto quel che più sapete, e conducete con voi la Principessa, che è l'anima dell'anima mia".
E gli consegnò mille regali da offrirle, nei quali spiccavano in egual modo l'eleganza e la ricchezza; erano tutte allegorie amorose, incise su gemme e diamanti: orologi incrostati di carbonchi, con sopra le cifre di Desiderata: braccialetti di rubini modellati in forma di cuori: insomma, non c'era cosa alla quale non avesse pensato, per trovare il modo di piacerle.
L'ambasciatore portava seco il ritratto del Principe, dipinto con tanta bravura e maestria, che non gli mancava nemmeno la parola, e faceva dei complimenti pieni di grazia e di brio.
È vero che non sapeva rispondere a tutto quello che gli si domandava: ma di questo non ce n'era un gran bisogno.
Beccafico, per la parte sua, promise al Principe che avrebbe fatto l'impossibile per vederlo contento, e soggiunse che aveva con sé moltissimo denaro: e caso mai gli avessero negata la Principessa, avrebbe trovato il mezzo di comprare qualcuna delle sue cameriere e l'avrebbe rapita.
"Ah!", esclamò il Principe, "non lo dite neanche per celia: son sicuro che ella si chiamerebbe offesa da un modo di fare così poco rispettoso!"
Beccafico non stette a dir altro, e partì.
La gran diceria del suo viaggio arrivò prima di lui: il Re e la Regina ne furono lietissimi, perché stimavano molto il suo sovrano e conoscevano gli atti di valore del Principe Guerriero, e, in particolar modo, il suo merito personale; motivo per cui non avrebbero potuto trovare un partito più degno per la loro figlia, neanche a cercarlo apposta nelle cinque parti del mondo.
Fu apprestato un palazzo per alloggiarvi Beccafico, e vennero dati gli ordini perché tutta la Corte si mostrasse in abito di gran gala.
Il Re e la Regina avevano pensato di far vedere all'ambasciatore la Principessa Desiderata: ma la fata Tulipano venne a trovare la Regina e le disse:
"Guardatevi bene, Regina, da menare Beccafico dalla nostra figliuola", era solita di chiamarla così, "non conviene che egli la veda tanto presto e non bisogna mandarla al Re, che l'ha domandata in sposa, finché non abbia compiti i quindici anni! perché, badate bene a quello che vi dico, se ella esce fuori prima del tempo, si troverà a sentirsi cascare addosso qualche grosso malanno".
La Regina abbracciò la buona Tulipano: le promise di darle retta, e senza perder tempo andarono insieme dalla Principessa.
Intanto arrivò l'ambasciatore.
Il suo seguito durò ventitré ore a passare, perché egli aveva seicentomila muli, colle sonagliere e i ferri d'oro e gualdrappe di velluto e di broccato ricamate in perle.
Lungo la strada c'era un pigia-pigia da non farsene idea, e tutti correvano per vederlo.
Il Re e la Regina gli andarono incontro, tanto erano contenti della sua venuta.
Salteremo a pié pari le cose che egli disse, i complimenti che si scambiarono, perché ci vuol poco a figurarseli: ma quando egli domandò di presentare i suoi omaggi alla Principessa, rimase molto male nel sentirsi negata la grazia.
"Signor Beccafico", disse il Re, "se vi ricusiamo una cosa che pare così giusta, credetelo, non è un capriccio: e perché ne siate persuaso, bisogna raccontarvi la strana avventura di nostra figlia.
Una fata, dal giorno che nacque, la prese a noia e la minacciò di mille guai, se ella avesse veduto la luce del sole prima di toccare i quindici anni: noi dunque la teniamo chiusa in un palazzo, che ha i suoi quartieri più belli sotto terra.
Era nostra idea di menarvici ma la fata Tulipano ci ha comandato di non fare nulla."
"Come mai, Sire!", replicò l'ambasciatore, "e io dunque dovrò avere il dispiacere di tornarmene indietro senza di lei? Voi l'accordaste al Re mio signore per il suo figlio: ella è aspettata con vivissima impazienza: e sarà possibile che voi vi lasciate imporre da certe fanciullaggini, come sono le predizioni delle fate? Ecco qui il ritratto del Principe Guerriero, che ho l'ordine di presentarvi: e il ritratto è così somigliante, che quando lo guardo mi par di vedere le stesso Principe in persona."
E cosi dicendo, lo scoprì.
Il ritratto, che era stato ammaestrato soltanto per parlare alla Principessa, disse:
"Bella Desiderata, non potete figurarvi con quanto ardore io vi attenda! venite subito alla nostra Corte, e abbellitela con quelle grazie che vi fanno unica al mondo!".
Il ritratto non disse altro: e il Re e la Regina rimasero tanto meravigliati, che pregarono Beccafico a darglielo, per portarlo a far vedere alla Principessa.
A lui non gli parve vero, e consegnò subito il ritratto nelle loro mani.
La Regina non aveva mai fatto cenno alla figlia di ciò che accadeva in Corte; ed anzi aveva proibito alle dame che le stavano intorno di dirle la più piccola cosa sull'arrivo dell'ambasciatore: ma esse non l'avevano ubbidita, e la Principessa sapeva già che si stava combinando un gran matrimonio; peraltro era tanto prudente, da fare in modo che la madre non si avvedesse di nulla.
Quando questa le ebbe mostrato il ritratto del Principe, che parlava, e che le fece un complimento non so se più tenero o più grazioso, ella rimase molto sorpresa, perché non aveva mai veduto nulla di simile; e la bella fisonomia del Principe, l'aspetto sveglio e la regolarità delle fattezze non la stupivano meno delle cose che aveva dette il ritratto parlante.
"Vi dispiacerebbe", le disse la Regina, "di avere uno sposo che somigliasse a questo Principe?"
"Signora", ella rispose, "non tocca a me a scegliere: sarò sempre contenta di colui che vi piacerà destinarmi."
"Ma pure", insisté la Regina, "se la sorte cadesse su lui, non vi stimereste felice?"
Ella arrossì, abbassò gli occhi e non rispose nulla.
La Regina la prese fra le braccia e la baciò più e più volte, né poté frenarsi dal versare alcune lacrime, pensando che stava sul punto di doverla perdere, perché non le mancavano oramai che tre mesi soli a compiere i quindici anni: e nascondendole il suo dispiacere, la mise al fatto di tutto quanto la riguardava nell'ambasciata di Beccafico: e fra le altre cose, le dette anche i regali che erano stati portati per lei.
Essa li ammirò: lodò con finezza di gusto le cose più singolari; ma ogni pochino i suoi occhi si divagavano, per andare a posarsi sul ritratto del Principe, con un diletto fin'allora non provato mai.
L'ambasciatore, vedendo che perdeva il suo tempo a insistere perché gli dessero la Principessa, e che si contentavano soltanto di promettergliela, ma in modo solenne da non poterne dubitare, si trattenne pochi giorni presso il Re, e tornò per la posta a render conto al padrone del suo operato.
Quando il Principe venne a sapere che la sua Desiderata non poteva averla prima di tre mesi, dette in tali sfoghi di dolore, che rattristarono tutta la Corte: non dormiva più: non mangiava nulla e diventò tristo e pensieroso: perse il suo bel colore: passava le giornate intere sdraiato su un canapè, nel suo gabinetto, a contemplare il ritratto della Principessa: le scriveva ogni cinque minuti e porgeva le lettere al ritratto, come se questo le sapesse leggere.
Alla fine le sue forze s'indebolirono a poco a poco, e cadde gravemente malato: né ci fu bisogno di medico o di chirurgo per indovinare la cagione del male.
Il Re si disperava; egli amava teneramente suo figlio, e si trovava sul punto di perderlo.
Che afflizione per lui! Né vedeva rimedio alcuno che valesse a salvargli il Principe, il quale non domandava altro che la sua Desiderata: senza di essa non gli restava che morire.
In faccia alla gravità del caso egli prese la risoluzione di andare a trovare il Re e la Regina, che gli avevano promesso la figlia, affine di scongiurarli a muoversi a compassione dello stato in cui s'era ridotto il Principe, e a non mandare più in lungo le nozze; le quali non si sarebbero fatte più, quand'essi si fossero incaponiti a volere aspettare che la Principessa avesse compito i quindici anni.
Questo passo era straordinario per un Re, ma sarebbe stata una cosa anche più straordinaria se egli avesse lasciato morire il figlio, che gli era più caro delle pupille degli occhi.
Peraltro s'inciampò in una difficoltà insormontabile: e questa era l'età molto avanzata del Re, la quale non gli acconsentiva se non di viaggiare in portantina: e questa cosa si combinava male coll'impazienza del figlio: per cui egli mandò per la posta il suo fido Beccafico e scrisse delle lettere commoventissime per impegnare il Re e la Regina a contentarlo nei suoi desideri.
Intanto Desiderata non provava minor piacere a contemplare il ritratto del Re, che questi non provasse a guardare quello di lei.
Ogni tantino ella andava nella stanza dove era stato messo, e sebbene s'ingegnasse di celare i sentimenti del suo cuore, c'era chi sapeva indovinarli; e, fra gli altri, Viola-a-ciocche e Spinalunga, che erano le sue damigelle d'onore, si accorsero di quella specie d'irrequietezza che cominciava a tormentarla.
Viola-a-ciocche l'amava di sincero amore e l'era fidatissima; mentre Spinalunga aveva sempre covato una gelosia segreta per le belle virtù e per lo splendido stato della Principessa.
La madre di Spinalunga aveva allevata la Principessa, e dopo essere stata sua governante, era divenuta sua dama d'onore.
Ella dunque avrebbe dovuto amarla, come la cosa più cara di questo mondo: ma idolatrando essa la propria figlia, e vedendo l'odio di questa per la bella Principessa, non poteva, neanch'essa, volerle bene.
L'ambasciatore, che era stato spedito alla Corte della Principessa Nera, non vi trovò lieta accoglienza, subito che si venne a sapere la bella parte che doveva fare.
Questa negra era la creatura più vendicativa che possa immaginarsi; e le parve di non essere trattata troppo cavallerescamente a sentirsi dire sul viso, dopo le promesse e gl'impegni presi, che essa rimaneva ringraziata e messa in libertà.
Ella aveva veduto il ritratto del Principe, e s'era fitta in capo di voler lui a ogni costo: perché le donne nere, quando si ragiona d'amore, diventano le donne più ostinate del mondo.
"Come, signor ambasciatore", ella disse, "forse il vostro Re non mi crede abbastanza ricca o abbastanza bella? Girate per i miei Stati e difficilmente ne troverete de' più vasti; entrate nel mio tesoro reale e vedrete tant'oro, quanto non se n'è mai cavato da tutte le miniere del Perù; date finalmente un'occhiata al color morato del mio viso, alle mie labbra tumide, al mio naso schiacciato, eppoi ditemi se una donna, per esser bella, non bisogna che sia fatta così!"
"Signora", rispose l'ambasciatore, il quale aveva una gran paura d'essere bastonato, peggio che in Turchia, "io biasimo il procedere del mio Sovrano, per quanto è lecito di farlo a un suddito: e se il cielo mi avesse dato il più bel trono dell'universo, saprei ben io la persona alla quale offrirlo!"
"Queste parole vi salvano la vita", ella disse, "avevo fissato di cominciare da voi la mia vendetta; ma mi sarebbe parsa un'ingiustizia, perché in fin de' conti non siete voi la cagione dello sleale procedere del vostro Principe: andate, e ditegli da parte mia che mi fa un vero regalo a sciogliersi con me, perché io non me la sono mai detta con le persone poco di buono."
L'ambasciatore, che non vedeva l'ora di essere congedato, prese queste parole a volo; e via a gambe.
Ma la Negra era troppo stizzita contro il Principe Guerriero, per potergli perdonare.
Salì sopra un cocchio d'avorio tirato da sei struzzi, i quali facevano dieci miglia l'ora.
Andò al palazzo della fata della fontana, che era la sua comare e la migliore amica che avesse: e dopo averle raccontata la sua avventura, la pregò colle braccia in croce perché l'aiutasse a pigliarsi una vendetta.
La fata si lasciò commuovere dal dolore della figlioccia; guardò nel libro, dove si dice tutto, e così venne subito a sapere che il Principe Guerriero lasciava la Principessa Nera per motivo di Desiderata, che egli amava perdutamente, e che era stato perfino malato dalla gran passione di non poterla vedere.
Bastò questa cosa per riaccendere nel cuore alla fata quella collera, che oramai era quasi spenta; tanto che si poteva sperare, che non avendo più veduto la Principessa dal giorno che nacque, non avrebbe più pensato a farle del male, senza gl'incitamenti di quella brutta moraccia.
"Come!", gridò la fata, "dunque questa sciaguratissima Desiderata s'è messa in capo di farmi sempre dei dispetti? No, no, vezzosa Principessa: no, carina mia; non soffrirò mai che ti si faccia un affronto.
Il cielo e tutti gli elementi piglieranno parte in questa cosa.
Torna pure a casa e fidati alla parola della tua buona comare."
La Principessa la ringraziò e le fece dei doni di frutte e di fiori, che furono moltissimo graditi.
Intanto l'ambasciatore Beccafico si avanzava a spron battuto verso la città, dove stava il padre di Desiderata: e appena giunto andò a gettarsi ai piedi del Re e della Regina; versò un torrente di lacrime e disse con un linguaggio da intenerire i sassi, che il Principe Guerriero sarebbe morto, se gl'indugiavano il piacere di vedere la Principessa: che oramai non mancavano più che tre soli mesi per compire i quindici anni; che non c'era pericolo che in un tempo così corto potesse accadere qualche disgrazia: che si prendeva la libertà di rammentare che questa eccessiva credulità per certe fandonie faceva torto alla maestà reale: in una parola, tanto seppe dire e tanto seppe fare, che finì col persuaderli tutti e due.
Prova ne sia che anche essi s'intenerirono e piansero, ripensando al pietoso stato in cui s'era ridotto il Principe: e finirono col dire che pigliavano qualche giorno di tempo prima di dargli una risposta di benestare.
Esso allora replicò che non poteva concedere che poche ore, perché il suo padrone era oramai ridotto al lumicino, e s'era fitto in capo che la Principessa non lo potesse soffrire e fosse essa medesima che studiasse tutti gli ammennicoli per rimandare la partenza dall'oggi al domani.
Allora gli fu detto che nella serata avrebbe saputo quello che si poteva fare.
La Regina corse subito al palazzo della sua cara figlia, e le raccontò ogni cosa.
Desiderata sentì un gran dolore: ebbe una stretta al cuore e svenne.
Così la Regina poté conoscere tutta la passione del suo amore per il Principe.
"Non ti dar tanto alla disperazione, bambina mia", ella le disse, "tu hai la virtù di poterlo guarire: la sola cosa che mi tenga in pensiero, sono le minacce fatte dalla fata della fontana al momento della tua nascita."
"Voglio sperare, o signora", ella riprese, "che ci debba essere qualche ripiego, per ingannare questa fata malandrina.
Non potrei, per dirne una, partire in una carrozza tutta chiusa, dove non potessi vedere la luce del giorno? questa carrozza l'aprirebbero soltanto la notte, per darci da mangiare, e così arriverei felicemente a casa del Principe Guerriero."
Il ripiego piacque molto alla Regina: ne parlò al Re, il quale lo approvò: e così mandarono a chiamare Beccafico, perché andasse subito a Corte, dove gli dettero per cosa sicura che la Principessa sarebbe partita prestissimo; e gli dissero di recarsi intanto a dare la buona novella al suo padrone, aggiungendo che per amor di far presto, avrebbero tralasciato di farle il corredo e i ricchissimi vestiti, quali si addicevano al suo grado di Principessa.
L'ambasciatore, che non capiva nella pelle dalla contentezza, si gettò di nuovo ai piedi delle loro Maestà per ringraziarle, e partì subito senza aver veduto la Principessa.
Non c'è dubbio che ella avrebbe sentito un gran dolore nello staccarsi dal padre e dalla madre, se fosse stata meno viva in lei la prevenzione a favore del Principe: ma si danno nella vita certi sentimenti così prepotenti, che fanno tacere tutti gli altri.
Le prepararono una carrozza foderata al di fuori di velluto, ornato di grandi borchie d'oro; e al di dentro di broccato ricamato d'argento e color di rosa.
Non vi erano cristalli; la carrozza era molto grande, tutta chiusa come una scatola; e uno dei primi signori del Regno teneva in custodia le chiavi, che aprivano la serratura degli sportelli.
E perché un seguito troppo numeroso poteva essere d'impiccio, furono scelti pochi ufficiali per accompagnarla: e dopo averle date le più belle gemme del mondo e alcuni ricchissimi vestiti, e dopo gli addii, che fecero quasi soffocare dai pianti e dai singhiozzi il Re, la Regina e tutta la Corte, la chiusero nella carrozza, insieme alle sue dame d'onore Viola-a-ciocche e Spinalunga.
Bisogna ricordarsi che Spinalunga non voleva punto bene a Desiderata; ma invece ne voleva moltissimo al Principe Guerriero, del quale aveva veduto il ritratto parlante.
Il dardo che l'aveva ferita era così acuto, che, nel partire, disse a sua madre che morirebbe di dolore, se accadesse il matrimonio della Principessa, e che se voleva salvarla dalla sua tristissima sorte, bisognava trovasse il verso di mandare all'aria ogni cosa.
Sua madre, che era dama d'onore, le disse di darsi pace, che avrebbe cercato il modo di consolarla e di farla felice.
Quando la Regina fu sul punto di staccarsi dalla sua figlia, che partiva, la raccomandò, non si può dir quanto, a questa femmina trista.
"Questo prezioso deposito", diss'ella, "lo confido alle vostre mani.
Mi è più caro della vita! abbiate cura della salute di mia figlia, e soprattutto guardate bene che non vegga mai la luce del giorno.
Sarebbe finita per lei! Voi sapete da quali sciagure è minacciata, e però ho fissato coll'ambasciatore del Principe Guerriero che, fino a tanto che non abbia quindici anni compiti, la terranno in un castello, dove non possa vedere altra luce che quella dei lampadari."
La Regina affogò di regali questa dama, per impegnarla a stare attaccata fedelmente alle sue istruzioni, ed ella dal canto suo promise di vegliare alla conservazione della Principessa, e di renderle minutissimo conto di tutto, appena fossero arrivate.
A questo modo il Re e la Regina, fidandosi di averla raccomandata bene, non ebbero alcun pensiero per la loro cara figlia, e così sentirono meno il dolore del distacco; ma Spinalunga, che dagli ufficiali incaricati di aprire tutte le sere la carrozza per servire la cena alla Principessa, aveva saputo che si avvicinavano alla città dov'erano aspettate, cominciò a metter su la madre perché compisse il suo tristo disegno, prima che il Re e il Principe venissero loro incontro e mancasse il tempo di fare il gran colpo.
Cosicché, quando fu circa l'ora del mezzogiorno e quando i raggi del sole saettavano con maggior forza, ella tagliò di netto con un gran coltello fatto apposta, che aveva portato seco, l'imperiale della carrozza dove stavano rinserrate.
Fu quella la prima volta che la Principessa Desiderata vide la luce del giorno.
Appena l'ebbe vista, mandò un sospiro e si precipitò fuori della carrozza, trasmutata in una Cervia bianca: e a quel modo si messe a correre fino alla vicina foresta, dove si nascose in un luogo folto e oscuro, per potervi piangere, senza essere vista da alcuno, le grazie, i bei lineamenti e la elegante figura, che aveva perduta.
La fata della fontana, che dirigeva questa strana avventura, vedendo che tutti quelli che accompagnavano la Principessa si davano un gran moto, gli uni per seguirla, gli altri per correre alla città e fare avvertito il Principe Guerriero della disgrazia accaduta, messe sottosopra cielo e terra: talché i lampi e i tuoni impaurirono anche i più coraggiosi: e in grazia del suo portentoso sapere, riuscì a trasportare quelle persone molto lontano di lì, togliendole in questo modo da un luogo, dove la loro presenza non le faceva punto piacere.
Le sole che restassero, furono la dama d'onore, Spinalunga e Viola-a-ciocche.
Quest'ultima corse dietro alla sua padrona, facendo risuonare il bosco del nome di lei e de' suoi acuti lamenti.
Le altre due, contentissime di vedersi libere, non persero un minuto per fare quanto avevano già fissato.
Spinalunga s'infilò i vestiti di Desiderata.
Il manto reale, che doveva servire per le nozze, era d'una ricchezza da non potersi dire, e la corona aveva dei diamanti grossi due o tre volte il pugno della mano.
Il suo scettro era d'un rubino d'un sol pezzo: e il globo che teneva nell'altra mano, una perla grossa quanto il capo d'un bambino.
Tutte cose bellissime a vedersi e pesantissime a portarsi addosso: ma bisognava non lasciare indietro nessuno degli ornamenti reali, una volta che Spinalunga voleva farsi credere la Principessa.
In quest'abbigliamento, Spinalunga, seguita dalla madre che le reggeva lo strascico, si avviò verso la città.
La falsa Principessa camminava con passo maestoso.
Ella era sicura che sarebbe venuta gente a incontrarla; difatti, non avevano ancora fatta molta strada, che scorsero un drappello di cavalleria, e in mezzo due portantine luccicanti di oro e di gemme, portate da piccoli muli, ornati di lunghi pennacchi verdi (perché il verde era il colore favorito della Principessa).
Il Re che stava in una portantina, e il Principe malato nell'altra, non sapevano che cosa pensare di queste dame, che venivano incontro a loro.
I più curiosi galopparono innanzi, e dalla ricchezza dei vestiti giudicarono che dovessero essere due signore di gran riguardo.
Scesero da cavallo e le salutarono con molto rispetto.
"Fatemi la grazia" disse loro Spinalunga "di sapermi dire chi c'è dentro quelle portantine."
"Signora", essi risposero, "c'è il Re e il Principe suo figlio, che vanno incontro alla Principessa Desiderata."
"Allora vi prego", continuò ella, "di andare a dir loro che la Principessa è qui.
Una fata, che è nemica della mia felicità, ha sparpagliato e disperso tutti coloro che mi accompagnavano a furia di tuoni, di lampi e di prodigi paurosi: ma ecco qui la mia dama d'onore, la quale è incaricata di presentare le lettere del Re mio padre e di tenere in custodia le mie gioie."
I cavalieri, a queste parole, baciarono subito il lembo della sua veste e andarono di corsa a dire al Re che la Principessa si avvicinava.
"Come!", egli esclamò, "ella se ne viene a piedi e di pieno giorno?" Essi gli raccontarono ciò che ella aveva detto loro.
Il Principe, che smaniava d'impazienza, li chiamò, dicendo loro con gran premura: "Non è un prodigio di bellezza? un vero miracolo? una Principessa senza confronti?".
Nessuno rispose: per cui il Principe ne rimase stupito.
"Si vede proprio", egli riprese, "che dovendo dirne troppo bene, preferite piuttosto non dir nulla."
"Signore, voi la vedrete da voi", disse il più ardito di essi, "sarà che lo strapazzo del viaggio l'abbia un po' trasfigurita."
Il Principe rimase di stucco: se fosse stato più in forze, si sarebbe buttato giù dalla portantina per correre ad appagare la sua impazienza e la sua curiosità.
Il Re scese a piedi, e avanzandosi con tutto il corteggio raggiunse la falsa Principessa.
Vederla, gettare un grido e tirarsi indietro di qualche passo, fu un punto solo.
"Chi vedo mai?", egli disse, "ma questa è una vera perfidia."
"Sire", disse la dama d'onore avanzandosi a faccia fresca, "ecco qui la Principessa Desiderata con le lettere del Re e della Regina.
Io rimetto pure nelle vostre mani la cassetta delle gioie, che mi fu consegnata sul punto di partire."
Il Re serbò un silenzio sinistro e cupo; e il Principe, appoggiandosi al braccio di Beccafico, si avvicinò a Spinalunga.
Dio degli Dei! come dové egli restare, vedendo una fanciulla di una statura così sperticata da far paura? Essa era così lunga, che gli abiti della Principessa le toccavano appena il ginocchio; secca come un uscio; col naso che somigliava al becco ricurvo di un pappagallo, e rosso e lustro in cima come un peperone.
Denti più neri e più disuniti di quelli, non se n'è visti mai: in una parola, ell'era tanto brutta, quanto Desiderata era bella.
Il Principe, che aveva sempre dinanzi agli occhi l'immagine della sua cara Principessa, al vedere questa brutta befana rimase imbietolito: non aveva fiato né per muoversi né per dire una mezza parola.
Soltanto, dopo averla guardata un poco cogli occhi fuor della testa, si volse al Re ed esclamò:
"Io sono tradito! Il maraviglioso ritratto sul quale ho vincolata la mia libertà non ha che veder nulla con la persona che ci è stata inviata.
Hanno preteso ingannarmi? ci sono riusciti: ma a me mi costerà la vita".
"Che cosa intendete dire, o signore?", disse Spinalunga.
"Chi è che ha cercato di ingannarvi? sappiate, o signore, che sposando me, non vi hanno ingannato davvero."
Tanta sfacciataggine e tanta arroganza non aveva esempio.
Per parte sua, anche la dama d'onore rincarava la dose:
"Oh! mia bella Principessa", esclamava, "dove siamo mai capitate? È forse in questo modo, che si accoglie una Principessa par vostro? Quale incostanza! e che razza di procedere!...Il Re vostro padre saprà farsene render ragione".
"Tocca a noi farsi rendere ragione", ribatté il Re, "egli ci aveva promesso una bella Principessa e ci manda invece un sacco d'ossi, una mummia da fare scappare dallo spavento: ora non mi fa più specie che egli abbia tenuto nascosto questo bel tesoro per quindici anni di seguito: aspettava che capitasse il merlotto: e la disgrazia è capitata su noi: ma staremo a vedere come finirà."
"Ma quale insolenza!", esclamò la falsa Principessa.
"Quanto sono sventurata di esser venuta qui, sulla parola di questa razza di gente! Guardate un po' il gran delitto di essersi fatta ritrattare un po' più bella del vero! Non sono forse cose che accadono tutti i giorni? Se per queste piccole marachelle i Principi rimandassero indietro le loro fidanzate, poche ma poche bene se ne mariterebbero."
Il Re e il Principe, colla bizza fino alla punta dei capelli, non si degnarono risponderle: salirono ciascuno nella loro portantina, mentre una guardia del corpo, senza tanti complimenti, messe in groppa al cavallo, dietro di sé, la Principessa: la dama d'onore ebbe lo stesso trattamento: e così furono menate in città, dove per ordine del Re furono chiuse nel Castello delle Tre Punte.
Il Principe Guerriero restò così sbalordito da questo colpo, che tutta la pena gli si rinserrò in fondo al cuore.
Quand'ebbe fiato per parlare, che cosa mai non disse del suo tristo destino? Egli era sempre innamorato come prima, ma non gli restava per oggetto della sua passione che un bugiardo ritratto.
Tutte le sue speranze andate in fumo: tutte le sue illusioni intorno alla Principessa Desiderata, svanite! Non c'era disperazione da potersi agguagliare alla sua.
La Corte gli era divenuta un soggiorno insoffribile, e pensò, appena ristabilitosi un po' in salute, di fuggirsene di nascosto in un luogo solitario e passarvi tutto il resto della sua misera vita.
Confidò questa sua idea soltanto al fido Beccafico, nella certezza che questi lo seguirebbe dappertutto: e lo scelse apposta per avere una persona colla quale potersi sfogare più liberamente che con chiunque altro, del brutto tiro che aveva dovuto patire.
Appena si sentì un po' meglio, partì dalla Corte, lasciando sulla tavola del suo gabinetto una lunga lettera pel Re, colla quale lo avvertiva che sarebbe tornato appena avesse ritrovato un po' di quiete di spirito: ma intanto lo scongiurava di pensare alla vendetta di tutti e due, e di tener sempre in prigione quello spauracchio di Principessa.
È facile immaginarsi il dolore del Re nel ricevere questa lettera.
Credette morir di dolore per la lontananza di un figlio, così adorato.
Mentre tutti s'ingegnavano di consolarlo, il Principe e Beccafico facevano strada: finché in capo a tre giorni si trovarono in una gran foresta, così oscura per la spessezza delle piante e così seducente per la freschezza dell'erbe e per i ruscelletti e i fili d'acqua, che scorrevano in tutti i versi, che il Principe, rifinito dal lungo cammino, non essendosi ancora rimesso perbene in forze smontò da cavallo e si sdraiò malinconicamente per terra, reggendosi il capo con la mano, e per la debolezza avendo appena fiato di parlare.
"Signore", gli disse Beccafico, "mentre vi riposate un poco, io anderò in cerca di qualche frutto perché possiate rinfrescarvi: e intanto darò un'occhiata per farmi un'idea del luogo dove ci troviamo." Il Principe non rispose, ma gli fece segno col capo, come per dirgli: "Sta bene".
Egli è ormai un bel pezzo che abbiamo lasciata la Cervia nel bosco, voglio dire l'incomparabile Principessa.
Ella pianse, come può piangere una cervia all'ultima disperazione, quando si accorse delle sue nuove forme, specchiandosi nell'acqua di una fontana.
"Come! e son io, proprio io?", essa diceva, "ed è per l'appunto oggi, che mi trovo ridotta a subire la più trista avventura che possa mai toccare a un'innocente Principessa come me, per capriccio e colpa delle fate? E quanto dovrà durare questa metamorfosi? E dove nascondermi, perché i leoni, gli orsi e i lupi non mi divorino? Come potrò io cibarmi d'erba?" E via di questo passo, faceva a se stessa mille domande, e provava il più acerbo dolore che mai si possa.
Se qualche cosa poteva consolarla, era il vedere che essa era una bella cervia, nello stesso modo che era stata una bella Principessa.
Spinta dalla fame, Desiderata si messe a mangiar l'erba con molto appetito: e non sapeva intendere come questa cosa potesse stare.
Quindi si accoccolò sul muschio: intanto si fece notte, senza addarsene: ed essa la passò in mezzo a spaventi così terribili, da non poterseli figurare.
Sentiva le bestie feroci a pochi passi di distanza; e scordandosi di esser Cervia, provava ad arrampicarsi su per gli alberi.
I primi chiarori del giorno la rassicurarono un poco: ammirò la levata del sole: e il sole gli pareva così maraviglioso, che non finiva mai di guardarlo.
Tutte le grandi cose, che ne aveva sentite dire, le sembravano molto inferiori a quel che vedeva.
Era questo l'unico svago che avesse in quel luogo deserto.
Per parecchi giorni vi restò sola sola.
La fata Tulipano, che aveva sempre voluto bene a questa Principessa, si appassionava di cuore per la sua disgrazia; ma d'altra parte, essa era molto indispettita che tanto la Regina come la figlia avessero fatto così poco conto de' suoi consigli: perché, se vi ricordate, la buona fata aveva ripetuto loro più volte che se la Principessa fosse partita prima de' quindici anni compiti, sarebbe andata incontro a qualche malanno.
A ogni modo non volle lasciarla in balìa alle ire della fata della fontana, e fu essa stessa che guidò i passi di Viola-a-ciocche verso la foresta, perché questa fida confidente potesse consolarla nella sua terribile sventura.
La bella Cervia se ne andava, un passo dietro l'altro, lungo un fiumiciattolo, quando Viola-a-ciocche, non avendo più gambe per camminare, si coricò per pigliare un po' di riposo.
Tutta afflitta, stava almanaccando colla testa da qual parte volgersi per potersi imbattere nella sua cara Principessa.
Appena la Cervia l'ebbe vista, fece tutto un salto, e passata dall'altra parte del fiume, che era abbastanza largo e profondo, venne a gettarsi addosso a Viola-a-ciocche e le fece un'infinità di carezze.
Ella rimase stupita, non sapendo se le bestie di quel luogo avessero una simpatia particolare per gli uomini tanto da diventare umane, o se la Cervia la conoscesse; perché a dirla tale e quale, non accade tutti i giorni di vedere una Cervia che faccia con tanto garbo e con tanta cortesia gli onori della foresta.
Dopo averla guardata attentamente, si accorse con molta maraviglia che da' suoi occhi sgorgavano alcuni grossi lacrimoni; per cui non ebbe più l'ombra del dubbio che quella fosse la sua cara Principessa.
Le prese le zampe e gliele baciò collo stesso rispetto e colla medesima tenerezza, come le avrebbe baciato le mani.
Provò a parlare e s'avvide che la Cervia la intendeva benissimo: ma non poteva risponderle; e allora le lacrime e i sospiri raddoppiarono da una parte e dall'altra.
Viola-a-ciocche promise alla sua padrona che non l'avrebbe abbandonata mai: la Cervia le fece mille piccoli segni col capo e cogli occhi, per farle intendere che ne sarebbe contentissima, e che questa cosa la consolerebbe in parte delle sue pene.
Erano state insieme tutta la giornata, quando la Cervietta ebbe paura che la sua fida Viola-a-ciocche potesse aver bisogno di mangiare, e la menò in un certo punto della foresta, dove aveva veduto alcune frutta selvatiche ma saporite.
Viola-a-ciocche ne mangiò moltissime, perché si sentiva morire dalla fame; ma quand'ebbe finita la sua cena, fu presa da una grande inquietudine, perché non sapeva dove si sarebbero ricoverate per dormire.
Restare in mezzo alla foresta, esposte a tutti i pericoli, non era nemmeno da pensarci.
"Non avete paura, graziosa Cervia", ella disse, "a passare la nottata qui?"
La Cervia alzò gli occhi al cielo e sospirò.
"Ma pure", continuò Viola-a-ciocche, "voi avete già percorso una parte di questa vasta solitudine: non vi son, per caso, punte capanne, un carbonaio, un taglialegna, un eremitaggio?"
La Cervia fece col capo di no.
"Oh Dei!", esclamò Viola-a-ciocche, "domani non sarò più viva: quand'anche avessi la sorte di scansare le tigri e gli orsi, son sicura che basterebbe la paura per uccidermi.
E non crediate, mia cara Principessa, che mi dispiaccia per me di perdere la vita: me ne dispiace per voi.
Povera me! Lasciarvi in questi luoghi, senza un'anima che vi consoli! Si può immaginare più trista cosa?"
La Cervietta si mise a piangere: ella singhiozzava come potrebbe fare una persona.
Le sue lacrime toccarono il cuore alla fata Tulipano, che in fondo l'amava teneramente e che, nonostante la sua disobbedienza, aveva sempre vegliato alla conservazione di lei: per cui, apparendole tutt'a un tratto, le disse: "Non ho nessuna voglia di farvi dei rimproveri: lo stato in cui vi trovate mi fa troppa pena".
Cervietta e Viola-a-ciocche la interruppero, gettandosi ai suoi ginocchi: la prima le baciava le mani e le faceva le carezze più graziose di questo mondo: mentre l'altra la scongiurava a muoversi a pietà della Principessa, rendendole le sue sembianze naturali.
"Ciò non dipende da me", disse Tulipano; "colei che le fece tanto male ha molto potere; ma io abbrevierò il tempo della sua penitenza: e per addolcirla un poco, appena si farà notte ella lascerà le spoglie di Cervia; ma ai primi chiarori dell'alba, bisognerà che le riprenda daccapo e corra per la pianura e per la foresta, come le altre Cervie."
Cessare di essere Cervia durante la notte, era già qualcosa, anzi molto: e la Principessa dette a dividere la sua allegrezza a furia di salti e di capriole, che messero di buon umore la fata.
"Pigliate", diss'ella, "per questa viottola, e troverete una capanna abbastanza decente per questi luoghi campestri."
Ciò detto, sparì.
Viola-a-ciocche obbedì, e insieme con la Cervia entrò nella viottola, che era lì a pochi passi, e trovarono una vecchia seduta sulla soglia della porta, che stava ultimando un canestro di giunchi.
Viola-a-ciocche la salutò: "Vorreste voi, mia buona nonna", le disse, "darmi un po' d'ospitalità insieme a questa Cervia?".
"Ma sì, figlia mia, che ti ospiterò volentieri: entra pure colla tua Cervia."
E detto fatto, le menò subito in una graziosa camerina, che aveva le pareti e l'impiantito di tavole di ciliegio: ci erano due letti di tela bianca: biancheria finissima, e ogni altra cosa così semplice e linda, che la Principessa ha raccontato dopo di non aver mai trovato nulla che fosse più di suo gusto.
Quando fu notte buia Desiderata cessò di essere cervia: abbracciò più di cento volte la sua cara Viola-a-ciocche; la ringraziò per l'affezione che l'aveva impegnata a seguire la sua fortuna, e le promise di farla felice, appena la sua penitenza fosse finita.
La vecchia venne a bussare con molto garbino alla porta e, senza entrare, dette a Viola-a-ciocche dei frutti squisiti, de' quali ne mangiò anche Desiderata, e con un grande appetito: quindi andarono a letto, ma appena giorno, Desiderata essendo ritornata Cervia, cominciò a grattare coi piedi la porta, perché Viola-a-ciocche le aprisse.
All'atto di separarsi, tutte e due si scambiarono i segni di un vivo dispiacere, sebbene il distacco fosse di poche ore: e la Cervia, lanciatasi nel fitto del bosco, cominciò a correre, secondo il suo solito.
Mi par di aver detto che il Principe Guerriero si era fermato nella foresta, e che Beccafico girava in qua e in là, in cerca di frutti.
Era già molto tardi, quand'esso capitò alla casina della buona donna, di cui si è già parlato.
Esso si presentò con modi molto cortesi e le chiese quelle cose che gli abbisognavano per il suo padrone.
La vecchina fece in un lampo a empirgli un corbello di frutta, e glielo dette dicendogli:
"Ho paura che se passate la notte qui, a cielo scoperto, vi capiterà qualche disgrazia: io non posso offrirvi che una povera stanzuccia: se non altro, sarete al sicuro dai leoni".
Beccafico la ringraziò, e le disse che era in compagnia di un amico, e che andava a proporgli di andare a casa di lei: difatti seppe pigliare il Principe così per il suo verso, che questi si lasciò menare alla casa della buona donna.
La trovarono, che era ancora sulla porta: ed essa, in punta di piedi, li menò in una camera, compagna a quella della Principessa, e tutte e due così accosto l'una all'altra, che erano separate da un semplice tramezzo.
Il Principe passò la notte inquietissimo, secondo il solito: ma appena il sole gli batté nell'imposte della finestra, si alzò, e per isvagarsi dall'uggia che aveva addosso andò nella foresta, dicendo a Beccafico di non seguirlo.
Camminò una mezza giornata, senza neanche sapere dove andasse; finché capitò in un praticello, abbastanza grande, tutto coperto d'alberi e d'erba di muschio.
In quel punto sbucò fuori una Cervia, ed egli non poté resistere alla voglia d'inseguirla, perché la caccia era la sua passione prediletta: sebbene ora non fosse più come una volta, dacché aveva nel cuore quest'altra spina.
Pur nondimeno si messe dietro alla Cervia, e di tanto in tanto le tirava coll'arco dei dardi, che la gelavano dalla paura, quantunque non le facessero il più piccolo male: perché bisogna sapere che la sua amica Tulipano vegliava in sua difesa: e non ci voleva di meno della mano soccorritrice di una fata per salvarla dalla morte, sotto una pioggia di colpi così bene assestati.
Non è possibile essere stracchi, come lo era la Principessa delle Cervie, così poco avvezza a questo nuovo esercizio.
Alla fine ebbe la fortuna di svoltare a secco per una viottola, dove il pericoloso cacciatore, avendola persa di vista e sentendosi anch'esso stanco morto, non si ostinò a darle dietro.
Passata in questo modo la giornata, la povera Cervia vide con gioia avvicinarsi l'ora di tornare a casa: difatti s'incamminò verso la capanna dove Viola-a-ciocche l'aspettava con impazienza.
Entrata in camera, si buttò sul letto, rifinita e grondante di sudore.
Viola-a-ciocche le faceva un monte di carezze e si struggeva di sapere che cosa le fosse accaduto.
Essendo venuto il momento di perdere la sua buccia di Cervia, la bella Principessa riprese la sua vera sembianza e gettando le braccia al collo della sua amica del cuore:
"Povera me!", disse ella, "io credeva di dover temere soltanto la fata della fontana e le bestie feroci della foresta: ma oggi sono stata insegnita da un giovine cacciatore: l'ho appena veduto, tanto io fuggivo a gambe: mille dardi mi minacciavano una morte inevitabile, e mi son salvata, non so neppur io come".
"Non vi conviene più andar fuori, mia bella Principessa"; disse Viola-a-ciocche, "date retta a me: passate in questa camera il tempo fatale della vostra penitenza, io anderò qui alla città più vicina a comprarvi dei libri perché abbiate uno svago: leggeremo i nuovi racconti che hanno scritto sulle fate, e faremo dei versi e delle canzonette."
"Taci, mia cara figlia", riprese la Principessa, "mi basta la cara immagine del Principe Guerriero, per farmi passare piacevolmente le giornate intere; ma quella stessa potenza che mi condanna durante il giorno alla trista condizione di Cervia, mi forza, malgrado mio, a fare quello che fanno le cervie: io corro, salto e mangio l'erba com'esse, e in quel tempo lì, una camera sarebbe per me una prigione insoffribile."
Era così affaticata dalla caccia che chiese da mangiare: e dopo, i suoi begli occhi si chiusero fino allo spuntar dell'alba.
Appena si accorse che faceva giorno, accadde la solita metamorfosi ed ella riprese la via della foresta.
Il Principe dal canto suo era tornato sulla sera a raggiungere il suo grande amico.
"Ho passato la giornata", gli disse, "a dar dietro alla più bella Cervia che abbia mai veduto: più di cento volte essa mi ha fatto cilecca con una sveltezza straordinaria: e sì che ho tirato giusto, né so capire com'abbia fatto a scansare i miei colpi.
Domani a giorno vo' tornare a cercarla, e questa volta non mi scappa."
Infatti il giovane Principe che faceva di tutto per divagarsi da un'idea che oramai credeva un sogno, vedendo che la caccia per lui era una gran distrazione, andò di buonissim'ora nello stesso punto dove aveva trovato la Cervia; ma essa aveva pensato bene di non andarvi, per paura si rinnovasse il brutto caso del giorno innanzi.
Il Principe guardava di qua e di là, e seguitava a camminare; finché, essendo un po' accaldato, non gli parve vero di trovare delle mele, che al colore erano bellissime; ne colse, ne mangiò e di lì a poco si addormentò come un ghiro, sdraiato sull'erbetta fresca e all'ombra di alcuni alberi, sui quali molti uccelletti pareva che si fossero dati il punto di ritrovo.
Mentre dormiva, la nostra timida Cervia, sempre in cerca di luoghi solitari, passò da quella parte.
Se l'avesse veduto subito, forse sarebbe scappata: ma trovandosi, senza addarsene, a passare rasente a lui, non poté stare dal guardarlo: e il suo sonno gli parve così profondo, che si sentì tanto sicura da fermarsi con tutto il comodo a contemplarne i bei lineamenti.
Oh Dei! Come restò quando l'ebbe riconosciuto!
Quella diletta immagine era scolpita troppo nel suo cuore, perché potesse averla dimenticata in sì poco tempo.
Amore, amore, che pretendi da lei? Vuoi tu che Cervietta si esponga a perdere la vita per mano del Principe? Non dubitare, lo farà; essa non ha più testa per pensare alla propria sicurezza.
Si accovacciò a pochi passi distante da lui, e i suoi occhi, innamorati a guardarlo, non sapevano staccarsi un minuto solo: sospirava e mandava dei piccoli gemiti; finché, fattasi un po' di coraggio, si avvicinò tanto, che quasi lo toccava: quand'egli si svegliò a un tratto.
La sua meraviglia fu grande.
Riconobbe la Cervia che gli aveva dato tanto da fare, e che aveva cercato per tutta la foresta: e trovarsela ora così vicina, gli parve quasi un miracolo.
Essa non aspettò che egli tentasse di prenderla, ma fuggì con quanto ne avea nelle gambe; ed egli, dietro alla gran carriera.
Di tanto in tanto si fermavano per ripigliar fiato, perché la bella Cervia era stanca del giorno innanzi, e lo stesso era del Principe.
Ma ciò che faceva rallentare di più la corsa della Cervia, era...
ohimè, debbo dirlo? era il gran dispiacere di allontanarsi da colui, che l'aveva ferita più coi suoi pregi che colle sue frecce.
Egli la vedeva ogni pochino voltarsi col capo verso di lui, come per chiedergli se voleva che ella perisse per i suoi colpi: e quando egli era a tocco e non tocco per raggiungerla, ella ripigliava nuova forza per scappare.
"Oh! se tu potessi intendermi, Cervietta mia", gridava il Principe, "tu non mi fuggiresti a questo modo! Io ti amo; io ti voglio dar da mangiare.
Tu sei carina, e io voglio aver cura di te." Ma il vento portava via le parole, per cui non arrivavano fino agli orecchi di Cervia.
Alla fine, dopo aver fatto il giro della foresta, ella, non avendo più fiato da correre, rallentò il passo: il Principe invece raddoppiò il suo e la raggiunse con una gioia, della quale non si credeva più capace.
Vide subito che ella aveva finite le sue forze: era tutta sdraiata per terra, come una povera bestiola, mezza morta, non aspettando altro che finire la vita per le mani del suo vincitore.
Ma esso, invece di mostrarsi crudele, cominciò a carezzarla.
"Bella Cervia", le disse, "non aver paura: vo' condurti meco, e devi star sempre con me."
Tagliò apposta alcuni rami d'albero: li piegò con garbo, li ricuoprì di muschi e vi sparse su delle rose, colte da una macchia che era tutta fiorita.
Prese quindi la Cervia fra le sue braccia, le fece appoggiare il capo sul collo e andò a posarla amorosamente sul lettino erboso, fatto da lui.
Poi si sedette accanto cercando qua e là dei fili d'erba, che le presentava alla bocca, e che ella mangiava nella sua mano.
Sebbene non sperasse punto di essere inteso, il Principe continuava a parlare: ed ella, per quanto grande fosse il piacere che provava nel vederlo, s'inquietava per l'avvicinarsi della notte.
"Che sarà mai", diceva fra sé e sé, "caso mi vedesse tutt'a un tratto cambiar di sembianza? O fuggirà spaventato, o, se non fugge, che avverrà di me, trovandomi sola sola in mezzo a questa foresta?"
Ella si lambiccava il cervello per trovare il modo di mettersi in salvo, quand'egli stesso le agevolò la strada: perché, nel timore che la Cervia patisse la sete, se ne andò a cercare un qualche ruscello, per menarvela; ma in quel mentre che stava cercando, ella se la dette a gambe e giunse alla capanna, dove Viola-a-ciocche l'aspettava.
Si gettò di nuovo sul letto; sopravvenne la notte, la sua metamorfosi cessò e prese a raccontare la sua avventura.
"Lo crederai, mia cara?", ella disse all'amica, "il mio Principe Guerriero è qui, proprio qui in questa foresta; è lui che da due giorni mi dà la caccia, e che, dopo avermi presa, mi ha fatto mille carezze.
Oh! com'è poco somigliante il ritratto che me ne fecero ! Egli è cento volte più bello; quello stesso disordine, che sogliono avere i cacciatori negli abiti e nella persona, non toglie nulla alla sua fisonomia geniale: anzi, gli dona un certo non so che, da non potersi ridire a parole.
Non son io forse una gran disgraziata a dover fuggire questo Principe? egli che mi fu destinato da' miei genitori? egli che mi ama ed è riamato.
Non ci mancava altro che una fata, che mi pigliasse a noia fin dalla mia nascita, per avvelenarmi tutti i giorni della mia vita!..."
E dette in un gran pianto.
Viola-a-ciocche la consolò e le fece sperare che quanto prima le sue pene si cambierebbero in tante allegrezze.
Il Principe, appena ebbe trovato una fonte, tornò subito dalla sua cara Cervia: ma la Cervia non era più dove l'aveva lasciata.
La cercò dappertutto, ma inutilmente, e se la prese con lei, come se l'avesse creduta capace di ragionare.
"Com'è mai possibile", egli esclamò, "che io debba aver sempre dei motivi di lagnarmi di questo sesso volubile e ingannatore?"
E tornò dalla buona vecchia col cuore amareggiato: raccontò al suo fido amico l'avventura, e tacciò la Cervia d'ingratitudine.
Beccafico non poté far di meno di ridere della bizza del Principe, e gli consigliò di punire la Cervia, la prima volta che gli capitasse sotto.
"Rimango qui apposta," rispose il Principe "dopo ripartiremo per altri paesi più lontani."
Si fece daccapo giorno, e col giorno la Principessa riprese la figura di Cervia bianca.
Ella non sapeva a qual partito appigliarsi: o andare negli stessi luoghi, dove il Principe era solito cacciare; o tenere una strada diversa, per non incontrarlo.
Scelse quest'ultimo partito, e si allontanò dimolto, ma dimolto assai: ma il giovane Principe, furbo quanto lei, indovinò che essa avrebbe usata questa piccola astuzia; ed ecco che te la coglie calda calda nel più fitto della foresta, dove essa credeva di essere sicura da ogni pericolo.
Appena essa lo vede, schizza in piedi, scavalca le macchie, e impaurita anche di più per il caso del giorno avanti, fugge via come il vento, ma in quella che sta per traversare una viottola, il Principe la mira così giusto, che le pianta una freccia nella gamba.
Ella sentì un gran male, e non avendo più forza per correre, si lasciò cadere per terra.
Questa trista catastrofe non poteva scansarsi, perché la fata della fontana l'aveva decretata avanti, come lo scioglimento della strana avventura.
Il Principe si avvicinò e fu preso da un vivo dolore nel vedere la Cervia che grondava sangue; strappò alcune erbe, le accomodò sulla ferita, per diminuirne lo spasimo, e preparò un nuovo letto di rami e di foglie.
Egli teneva la testa di Cervietta sulle ginocchia:
"E non sei tu, cervellino volubile", le disse, "la cagione della disgrazia che ti è toccata? Che ti aveva io fatto di male, ieri, da abbandonarmi a quel modo? Ma oggi non mi scappi, perché ti porterò con me".
La Cervia non rispose nulla: e che cosa poteva dire? Aveva torto e non poteva parlare; sebbene non sia sempre vero che quelli che hanno torto, stiano zitti.
Il Principe la finiva dalle carezze.
"Come mi dispiace di averti ferita", le diceva, "tu mi odierai e io voglio invece che tu mi ami."
A sentirlo, pareva che una voce segreta gl'ispirasse quelle cose che egli diceva a Cervietta.
Intanto si fece l'ora di tornare dalla buona vecchia.
Egli prese la sua preda, e non fu per lui piccola fatica quella di portarla addosso, o di condurla a mano, o di strascinarsela dietro.
Essa non voleva in nessun modo andar con lui.
"Che sarà di me?", diceva, "come! e dovrò trovarmi sola con questo Principe? No: piuttosto la morte."
Ella faceva la morta e gli spiombava le spalle col peso: il Principe era in un lago di sudore e colla lingua fuori dalla fatica: e sebbene la capanna non fosse molto distante, sentiva che non ci sarebbe potuto arrivare, senza qualcuno che gli avesse dato una mano.
Pensò di chiamare il suo fido Beccafico: ma prima di abbandonare la preda, la legò ben bene con alcuni nastri a pié d'un albero, per paura che non gli scappasse.
Ohimè! Chi poteva mai figurarsi che la più bella Principessa del mondo sarebbe un giorno trattata in questo modo da un Principe che l'adorava? Essa si provò inutilmente a strappare i nastri; ma i suoi sforzi non facevano che stringerli di più, e stava sul punto di strozzarsi con un nodo scorsoio, che le stringeva la gola, quando volle il caso che Viola-a-ciocche, stanca di starsene chiusa in camera, uscì per prendere una boccata d'aria e passò sul luogo, dov'era la Cervia bianca che si dibatteva.
Come rimase a vedere la sua cara Principessa in quello stato! Non poté scioglierla tanto presto, come avrebbe voluto, perché i nastri erano fermati con molti nodi: e mentre stava per menarla via, ritornò il Principe insieme con Beccafico.
"Per quanto grande sia il rispetto che posso aver per voi, o signora", le disse il Principe, "permettetemi di oppormi al furto che volete farmi.
Questa Cervia l'ho ferita io, è mia; io le voglio