I RACCONTI DELLE FATE, di Carlo Collodi - pagina 37
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La sua testa era di leone, le corna di toro, i piedi di lupo e la coda di vipera.
E nello stesso tempo si trovò in mezzo a un gran bosco, proprio sull'orlo di una fontana, dove poté specchiarsi e vedere la sua orribile figura: e sentì una voce che gli disse: "Guarda un po' lo stato in cui ti hanno ridotti i vizi: eppure la tua anima è anche più brutta dello stesso corpo".
Amato riconobbe la voce di Candida e in un accesso di furore si voltò per lanciarsi contro di lei e divorarla, se avesse potuto; ma non vide anima viva, e la stessa voce gli disse:
"Io mi rido della tua impotenza e de' tuoi furori.
Io confonderò il tuo orgoglio, rendendoti lo zimbello de' tuoi stessi sudditi".
Amato pensò che, allontanandosi da quella fontana, avrebbe trovato un po' di rifrigerio ai suoi tormenti: non foss'altro non avrebbe avuto più dinanzi agli occhi la sua bruttezza e la sua deformità: e detto fatto, s'inoltrò nel bosco; ma dopo pochi passi cascò dentro una buca, scavata apposta per prendere gli orsi, e in quel punto stesso alcuni cacciatori, che stavano nascosti sugli alberi, scesero e, dopo averlo incatenato, lo menarono alla capitale del suo regno.
E lungo la strada mandava mille imprecazioni, mordeva le catene e faceva la bava dalla rabbia, mentre avrebbe fatto meglio a riconoscere che quel castigo se l'era chiamato addosso unicamente per colpa sua.
Nell'avvicinarsi alla città, dove lo conducevano, vide grandi feste di allegrezza pubblica: e i cacciatori avendo chiesto che cosa ci fosse di nuovo, fu loro risposto che quel principe Amato, che si divertiva a tormentare i suoi sudditi, era stato incenerito da un fulmine nella sua camera.
Così la raccontavano, e così la credevano.
"Gli Dei", aggiungevano altri, "non potevano patire più a lungo gli eccessi della sua malvagità, e ne hanno liberata la terra.
Quattro signori, complici di lui, credevano di profittarne e di spartirsi fra loro il regno: ma il popolo che sapeva che erano stati essi coi loro tristi consigli che avevano traviato il Re, li ha fatti a pezzi ed ha offerto il trono a Solimano, che quel malanno di Amato voleva far morire a ogni costo.
Il degno gentiluomo è stato incoronato poco fa, e noi festeggiamo questo giorno, come quello della liberazione del regno: perché Solimano è una gran brava persona e si prepara a ricondurre fra noi la pace e l'abbondanza."
Nel sentire questi discorsi, Amato fremeva di rabbia; ma si trovò a peggio, quando giunse sulla gran piazza davanti al suo palazzo.
Fu lì che vide Solimano assiso sopra un magnifico trono e tutto il popolo a desiderargli una lunga vita, per riparare al gran male fatto dal suo predecessore.
Solimano fece segno colla mano per chiedere un po' di silenzio, e disse al popolo:
"Io ho accettato la corona che mi avete offerta, ma l'ho fatto per serbarla al principe Amato.
Egli non è morto, come ve l'hanno dato ad intendere.
Lo so da una fata, e forse un giorno lo rivedremo buono e virtuoso com'era stato nella sua prima giovinezza.
Ohimè!" seguitò a dire colle lacrime agli occhi "gli adulatori lo avevano sedotto.
Io conosceva bene il suo cuore, che era fatto per la virtù: e senza i malvagi suggerimenti di coloro che gli stavano accosto, egli sarebbe stato un buon padre a tutti voi.
Detestate i suoi vizi, ma compiangetelo; e tutti insieme preghiamo gli Dei perché ce lo rendano.
In quanto a me, mi stimerei ben fortunato di dare tutto il mio sangue per vederlo risalire sul trono, con tutte le virtù degne di un gran sovrano".
Le parole di Solimano toccarono il cuore di Amato.
Egli conobbe allora quanto fosse sincero l'affetto e fedeltà di quest'uomo: e per la prima volta rinfacciò a se stesso la propria colpa.
Appena ebbe dato retta a questo segno di ravvedimento, cominciò a sentirsi calmare quella rabbia che lo rodeva vivo; e ripensando ai falli commessi nella vita, si capacitò che non era stato punito in ragione del merito.
Smesse, intanto, di sbatacchiarsi dentro la gabbia di ferro dov'era incatenato, e diventò agevole come un agnello.
Fu portato in un gran serraglio, dove si tenevano tutti i mostri e gli animali feroci e venne rinchiuso insieme cogli altri.
Amato fece allora un animo risoluto e cominciò a voler riparare al mal fatto, col mostrarsi obbediente e sommesso al guardiano che l'aveva in custodia.
Ma costui era un omaccio, e quando aveva le paturne, lo bastonava senza motivo e senza discrezione, sebbene ei fosse docilissimo e alla mano.
Un bel giorno che il guardiano s'era addormentato accadde che una tigre, rotta la gabbia, si avventò su di esso per divorarlo.
Amato, nel primo momento, provò una specie di contentezza, nel vedere che stava per essere liberato dal suo persecutore: ma si pentì subito di questo sentimento e desiderò di trovarsi libero.
"Io sento", diss'egli, "che sarei capace di rendere ben per male, salvando la vita a quel disgraziato."
Appena ebbe formato questo desiderio, vide aperta la sua gabbia di ferro: ed egli si slanciò dalla parte di quell'uomo che si era già svegliato e che si difendeva contro la tigre.
Quando il guardiano vide anche il mostro, si fece bell'e spedito: ma il suo spavento si cambiò presto in allegrezza, perché il mostro benefico si gettò sulla tigre, la strangolò, e dopo andò ad accovacciarsi ai piedi del guardiano che aveva liberato.
In segno di gratitudine, quell'uomo stava chinandosi per fare delle carezze al mostro, che gli aveva reso un sì gran favore, quando sentì una voce che disse: "Una buona azione non resta mai senza ricompensa" e nel tempo stesso, invece del mostro, vide ai suoi piedi un grazioso canino.
Amato, lietissimo di questa sua nuova trasformazione, cominciò a fare un monte di feste al guardiano, il quale lo prese in collo e lo portò al Re, a cui raccontò per filo e per segno tutta questa meraviglia; la Regina volle il cane per sé e Amato sarebbe stato felice di questo suo nuovo stato, se avesse potuto dimenticarsi di essere uomo e sovrano.
La Regina era tutto il giorno a carezzarlo: ma per paura che crescesse troppo, consultò i medici di Corte, i quali la consigliarono di dargli soltanto del pane e in piccolissima dose.
Il povero cane sentiva rifinirsi dalla fame dodici ore del giorno: ma bisognava rassegnarsi, e zitti.
Una volta, che gli avevano portato il solito panino per la colazione, gli venne l'estro di andarlo a mangiare nel giardino del palazzo e presolo coi denti si avviò verso un ruscello, che egli conosceva e che era piuttosto lontano: ma arrivato sul posto, il ruscello non c'era più e trovò invece un palazzo, le cui mura esterne risplendevano tutte d'oro e di pietre preziose.
Vi vedeva entrare una gran folla di donne e di uomini, magnificamente vestiti: e dentro si cantava, si suonava, si mangiava fior di pietanze: ma tutti quelli che poi uscivano di lì, erano pallidi, rifiniti, coperti di bolle e mezzi nudi, perché i loro vestiti cascavano a pezzi.
Alcuni nell'uscir fuori cadevano morti; altri si allontanavano con grande stento e fatica; altri rimanevano per terra, sfiniti dalla fame, e chiedevano un boccone di pane a quelli che entravano in questa casa; i quali non si voltavano neppure a guardarli.
Amato si accostò a una giovinetta, la quale cercava di strappare un po' d'erba per mangiarla.
Mosso a compassione, il Principe disse fra sé e sé: "Il mio appetito è grande, non c'è che dire; ma non per questo morrò di fame di qui all'ora di desinare: per cui se io mi levassi dalla bocca la mia colazione per darla a quella povera creatura, forse le salverei la vita".
Risolvé di dar retta a questa buona ispirazione e andò a mettere il suo panino nelle mani della giovinetta, che se lo portò alla bocca con grandissima avidità.
In un batter d'occhio parve riavuta da morte a vita, e Amato, contento di averla aiutata in tempo, stava per tornare al palazzo, quando sentì delle grida acutissime e vide Zelia fra le mani di quattro uomini, che la trascinavano verso questa bella casa, dove la fecero entrar per forza.
Amato in quel punto provò un gran dispiacere a non aver più la figura di un mostro, ché allora non gli sarebbe mancato il modo di soccorrere Zelia: ma debol canino com'era, non poté far altro che abbaiare contro i rapitori e provarsi a dar loro alle gambe.
Lo mandarono indietro a furia di calci: e nondimeno non si volle allontanare di lì, per la passione di sapere che cosa sarebbe avvenuto di Zelia.
Egli si sentiva pesare sulla coscienza tutte le disgrazie di quella povera fanciulla.
"Ohimè", diceva dentro di sé, "io son qui che me la piglio con quelli che l'hanno rapita!...
ma non commisi anch'io lo stesso delitto? E se la giustizia divina non ci fosse entrata di mezzo, non l'avrei trattata con altrettanta indegnità?"
Questi pensieri di Amato furono interrotti da un rumore, che veniva fatto al disopra della sua testa.
Si voltò in su, vide una finestra che si apriva, e la sua gioia fu grandissima quando scorse Zelia che da questa finestra gettava giù un piatto di vivande così ben cucinate, da far tornare l'appetito a un morto.
La finestra si richiuse subito, e Amato che in tutta la giornata non aveva trovato il modo di sdigiunarsi, pensò che era venuto il momento buono per rimettere il tempo perso.
E già si preparava ad attaccare il dente in quelle pietanze, quando la giovinetta alla quale aveva dato il panino, cacciò un grido e avendolo preso fra le braccia:
"Povera bestiolina", gli disse, "non ti accostare alla bocca quella sorta di cibi.
Questo è il palazzo della Voluttà; e tutto ciò che esce di lì dentro, è avvelenato".
Nel tempo stesso Amato sentì una voce che disse:
"Tu vedi come una buona azione non resta mai senza ricompensa".
E subito si trovò cangiato in un bel piccioncino bianco.
Si ricordò allora che questo era il colore di Candida, e cominciò a sperare che finalmente ella volesse rammentarlo nelle sue buone grazie.
Il suo primo pensiero fu quello di avvicinarsi a Zelia, e levatosi a volo per aria, girò intorno a tutta la casa, e vide con gioia che c'era una finestra aperta.
Ma ebbe un bel frugare la casa in tutti i cantucci: Zelia non la poté trovare.
Disperato di averla smarrita, fece giuro di non fermarsi un momento solo, fino a tanto che l'avesse incontrata.
E per più giorni volò e volò, finché entrato in un deserto vide una caverna, e per curiosità vi si accostò.
Quale non fu la sua gioia nello scorgere Zelia, che seduta accanto a un venerabile Eremita, faceva con lui un frugalissimo pasto.
Amato, nell'impeto della passione, volò sulla spalla della graziosa contadinella, e dava a vedere colle sue carezze il gran piacere che provava nel rivederla.
Zelia, innamorata della dolcezza di questo animalino, lo lisciava delicatamente colla mano, e sebbene non pensasse di essere intesa, gli disse che gradiva il dono che le faceva di se stesso, e che gli avrebbe voluto sempre bene.
"Che avete mai fatto, Zelia?", le disse l'Eremita.
"In questo modo avete impegnato la vostra parola."
"Sì, graziosa pastorella", le disse Amato il quale riprese in quel momento la sua forma naturale, "la fine della mia metamorfosi dipendeva dal vostro consenso alla nostra unione.
Voi mi avete promesso di amarmi sempre: confermate la mia felicità e io corro a scongiurare la fata Candida, mia protettrice, perché mi renda quella figura, sotto la quale ebbi la fortuna di piacervi."
"Voi non dovete temere per nulla la sua incostanza", gli disse Candida, e lasciò cadere le spoglie d'Eremita, sotto le quali s'era nascosta, per apparire ai loro occhi tale, qual era difatti.
"Zelia vi amò appena vi vide, ma i vostri vizi la costrinsero a nascondere la inclinazione che sentiva per voi.
Il cambiamento avvenuto ora nel vostro cuore, la fa padrona di dare libero sfogo a tutta la sua tenerezza.
Voi sarete felici, perché la vostra unione sarà fondata sulla virtù."
Amato e Zelia si erano gettati ai piedi di Candida.
Il Principe non rifiniva di ringraziarla della sua bontà, e Zelia, oltremodo contenta di sapere che Amato detestava i propri trascorsi, tornava a ripetergli il grande amore che sentiva per lui.
"Alzatevi, figli miei", disse loro la fata, "che io voglio trasportarvi nel vostro palazzo per rendere ad Amato una corona, della quale i suoi vizi l'avevano reso indegno."
Appena dette queste parole, si trovarono tutti nella camera di Solimano, il quale lietissimo di rivedere il suo diletto padrone divenuto virtuoso, gli cedé il trono e restò il più fedele de' suoi sudditi.
Amato regnò lungo tempo con Zelia: e si racconta che fu così scrupoloso nell'adempimento dei propri doveri, che l'anello che aveva ripreso, non lo punse nemmeno una volta sola, in modo da fargli far sangue.
La Bella e la Bestia
di Carlo Collodi
C'era una volta un mercante che era ricco sfondato.
Aveva sei figliuoli, tre maschi e tre femmine; e siccome era un uomo che sapeva il vivere del mondo, non risparmiò nulla per educarli e diede loro ogni sorta di maestri.
Le sue figlie erano bellissime: la minore soprattutto era una maraviglia, e da piccola la chiamavano la bella bambina, e di qui le rimase il soprannome di Bella, che fu poi cagione di gran gelosia per le sue sorelle.
Questa figlia minore, oltr'essere la più bella, era anche la più buona delle altre.
Le due maggiori, perché erano ricche, avevano molto fumo; si davano l'aria di grandi signore, e non gradivano la compagnia delle figlie degli altri negozianti, ma se la dicevano soltanto col nobilume.
Andavano dappertutto: ai balli, alle commedie, alle passeggiate; e si ridevano della sorella minore, perché spendeva una gran parte del suo tempo nella lettura dei buoni libri.
E perché si sapeva che erano molto ricche, parecchi negozianti, di quelli grossi davvero, le chiesero in mogli; ma la maggiore e la seconda dissero chiaro e tondo che non si sarebbero mai maritate, se non fosse capitato loro un Duca o a dir poco un Conte.
La Bella (oramai vi ho detto che questo era il nome), la Bella, dunque, ringraziò con molta buona maniera coloro che volevano sposarla: e disse che era troppo giovane e che voleva tener compagnia ancora per qualche anno al suo genitore.
Quand'ecco che tutto a un tratto il mercante fece un gran fallimento e non gli rimase altro che una piccola casa assai lontana dalla città.
Disse allora ai suoi figli, colle lacrime agli occhi, che bisognava rassegnarsi e andare ad abitare in quella casetta dove, mettendosi tutti a fare i contadini, avrebbero potuto campare e tirarsi avanti.
Le due ragazze più anziane risposero che non volevano saperne nulla di lasciare la città, dov'avevano molti amanti, ai quali non sarebbe parso vero di poterle sposare, anche senza un soldo di dote.
Ma le povere figliuole s'ingannavano all'ingrosso perché, quando furono povere, tutti i loro amanti girarono largo.
E siccome, a motivo della loro superbia, non erano in generale ben vedute, cosi dicevano tutti: "Non meritano compassione: è giusta che abbiano dovuto ripiegare le corna; che vadano ora a fare le grandi signore dietro le pecore e i montoni!".
Ma nel tempo stesso tutti dicevano: "Quanto alla Bella, ci rincresce proprio della sua disgrazia: è una gran buona figliuola! è così alla mano coi poveri, e tanto amorosa e gentile!".
Ci furono fra gli altri parecchi gentiluomini che la volevano sposare, sebbene non avesse più un soldo di dote: ma essa disse che non sapeva risolversi a lasciare il suo povero padre nella disgrazia, e che sarebbe andata con lui fra i campi, per consolarlo e dargli una mano nelle fatiche.
La povera Bella, da principio, era rimasta molto male dell'aver perduto ogni ben di fortuna; ma poi si consolò col dire fra sé e sé: "Quand'anche mi struggessi dal pianto, non varrebbe a farmi ricattare quello che ho perso: dunque è meglio cercare di essere felici, anche senza un centesimo in tasca".
Appena arrivati alla casa di campagna, il mercante e le sue tre figlie si dettero subito a lavorare i campi.
La Bella si alzava la mattina alle quattro, avanti giorno, e si dava il pensiero di ripulir la casa e di preparare la colazione e il desinare per la famiglia.
Sul primo ci pativa un poco, perché non era avvezza a strapazzarsi come una serva: ma di lì in capo a due mesi si fece più robusta e, faticando tutto il giorno, acquistò una salute di ferro.
Quando aveva finite le sue faccende, si metteva a leggere o a suonare la spinetta: o anche canterellava e filava.
Le sue sorelle, invece, s'annoiavano da non averne idea: si levavano alle dieci della mattina, girellavano tutto il giorno e trovavano una specie di svago a rimpiangere i bei vestiti e la bella società di una volta.
"Guarda un po'", dicevano fra loro, "come è stupida la nostra sorella minore: e che caratteraccio triviale ! Essa è contenta come una pasqua di trovarsi nella sua disgraziata condizione!..."
Ma il buon mercante non la pensava così.
Egli sapeva che Bella aveva molto più garbo delle sue sorelle a fare spicco in società: e ammirava la virtù di questa giovinetta e segnatamente la sua rassegnazione; perché bisogna sapere che le sue sorelle, non contente di buttare addosso a lei tutte le faccende della casa, la punzecchiavano continuamente con mille parole insolenti.
Era corso un anno dacché questa famiglia viveva lontana dalla città, quando il mercante ebbe una lettera nella quale gli si diceva che un bastimento, carico di mercanzie, di sua proprietà, era arrivato felicemente!
Ci scattò poco che questa notizia non facesse dar la balta al cervello alle due ragazze maggiori, le quali speravano così di poter lasciare la campagna, dove morivano dalla noia: e quando videro il padre sul punto di partire, lo pregarono che portasse loro dei vestiti, delle mantelline, dei cappellini e altri gingilli di moda.
La Bella non gli chiese nulla, perché aveva già capito che tutto il valsente delle merci arrivate non sarebbe bastato a contentare i capricci delle sue sorelle.
"E tu non vuoi che ti compri nulla?", le disse suo padre.
"Poiché siete tanto buono da pensare a me", ella rispose, "fatemi il piacere di portarmi una rosa: che in questi posti non ci fanno."
Non vuol dir già che alla Bella premesse la rosa: ma lo fece, per non criticare col suo esempio la condotta delle sorelle; le quali avrebbero detto che non chiedeva nulla, per farsi distinguere e dar nell'occhio.
Il buon uomo partì, ma appena giunto, ebbe a sostenere un processo a causa delle sue mercanzie: e dopo mille seccature, se ne tornò indietro più povero di prima.
Gli restavano da fare non più di trenta miglia per arrivare a casa, e già si consolava nel pensiero di rivedere la sua famigliola; ma dovendo traversare un gran bosco, si smarrì e perdé la strada.
La neve fioccava da far paura, e soffiava un vento così strapazzone, che lo gettò per due volte giù da cavallo.
Venuta la notte, egli cominciò a credere di dover morire o di fame e di freddo, o divorato dai lupi, che si sentivano urlare a poca distanza.
Quando a un tratto, nel voltar l'occhio verso il fondo di una lunga sfilata d'alberi, vide una gran fiamma che pareva lontana lontana.
S'avviò da quella parte, e poté distinguere che quella luce usciva da un gran palazzo, che era tutto illuminato.
Il mercante ringraziò il cielo del soccorso mandatogli e si affrettò per giungere a questo castello; ma rimase grandemente stupito di non trovarci anima viva.
Il suo cavallo, che gli andava dietro, avendo visto una bella scuderia aperta, entrò dentro; e trovatovi fieno e biada, il povero animale, che moriva di fame, vi si buttò sopra con grandissima avidità.
Il mercante lo legò alla greppia: e s'avviò verso la casa, dove non trovò nessuno.
Ma entrato che fu in una gran sala, vi trovò un bel fuoco acceso, una tavola apparecchiata e con molte pietanze: ma c'era una posata sola.
Essendo bagnato fino al midollo dell'ossa, per la neve e la molt'acqua che aveva preso, si avvicinò al fuoco per asciugarsi, dicendo fra sé: "Il padrone di casa e i suoi domestici mi scuseranno della libertà che mi prendo! Sono sicuro che staranno poco ad arrivare".
Aspetta, aspetta e nessuno veniva: finché suonarono le undici e ancora non s'era visto alcuno.
Allora non potendo più stare alle mosse, dalla gran fame prese un pollastro e, tremando dalla paura, lo mangiò in due bocconi.
Bevve anche qualche sorso di vino, e messo su un po' di coraggio, uscì dalla sala e traversò molti quartieri splendidamente tappezzati e ammobiliati.
Alla fine trovò una camera dove c'era un buon letto: e perché era mezzanotte suonata e si sentiva stanco morto, prese il partito di chiuder l'uscio e di coricarsi.
La mattina dopo si svegliò verso le dieci: e figuratevi come rimase, quando trovò un vestito molto decente nel posto dove aveva lasciato il suo, che era tutto logoro e cascava a pezzi.
"Si vede bene", egli disse, "che in questo palazzo ci sta di casa qualche buona fata, che si è mossa a compassione di me."
Si affacciò alla finestra e non vide più un filo di neve, ma pergolati di bellissimi fiori, che innamoravano soltanto a guardarli.
Ritornò nella gran sala, dove la sera avanti aveva cenato e vide una piccola tavola, con sopra una chicchera e un vaso di cioccolata.
"Grazie tante", diss'egli a voce alta, "grazie tante, signora fata, della garbatezza di aver pensato alla mia colazione."
Il buon uomo, quand'ebbe preso la cioccolata, uscì per andare dal suo cavallo; e passando sotto un pergolato di rose si ricordò che la Bella gliene aveva chiesta una, e staccò un tralcio dove ce n'erano parecchie bell'e sbocciate.
In quel punto stesso sentì un gran rumore e vide venirsi incontro una bestia così spaventosa, che ci corse poco non cascasse svenuto:
"Voi siete molto ingrato", disse la Bestia con una voce da far rabbrividire, "vi ho salvata la vita accogliendovi nel mio castello, e in ricambio voi mi rubate le mie rose, che è per l'appunto la cosa che io amo soprattutto in questo mondo.
Per riparare al mal fatto non vi resta altro che morire: vi do tempo un quarto d'ora per chiedere perdono a Dio".
Il mercante si gettò in ginocchio e a mani giunte prese a dire alla Bestia:
"Monsignore, perdonatemi: non credevo davvero di offendervi a cogliere una rosa per una delle mie figlie, che me l'aveva domandata".
"Non mi chiamo Monsignore", rispose il mostro, "ma Bestia.
I complimenti non fanno per me; io voglio che ognuno parli come la pensa: per cui non vi mettete in capo d'intenerirmi colle vostre moine.
Mi avete detto che avete delle figliuole: ebbene, io potrò perdonarvi a patto che una di codeste figliuole venga qui a morire volontariamente nel posto vostro.
Non una parola di più; partite, e caso le vostre figlie ricusassero di morire per voi, giurate che dentro tre mesi ritornerete."
Quel pover'uomo non aveva punta intenzione di sacrificare alcuna delle sue figlie al brutto mostro, ma pensò dentro di sé: "Non foss'altro avrò almeno la consolazione di poterle abbracciare un'altra volta".
Fece giuro di tornare, e la Bestia gli disse che poteva partire a piacer suo.
"Ma non voglio", soggiunge, "che tu debba andartene colle mani vuote.
Ritorna nella camera dove hai dormito; ci troverai un gran baule vuoto; ché io penserò a fartelo portare fino a casa."
Detto questo, la Bestia se ne andò, e il buon uomo disse fra sé e sé: "Almeno, se ho da morire, potrò lasciare un boccon di pane a' miei poveri ragazzi".
E tornò nella camera dove aveva dormito, e avendovi trovato delle monete d'oro a corbellini, ne empì il baule, di cui gli aveva parlato la Bestia: quindi lo chiuse, e ripreso il cavallo lasciato nella scuderia, uscì dal palazzo con tanto malessere addosso, quanta era la gioia colla quale vi era entrato.
Il cavallo prese da sé uno dei viottoli della foresta, e in poche ore il buon uomo arrivò alla sua casetta.
I suoi figli gli furono tutti d'intorno: ma invece di mostrarsi lieto alle loro carezze, il mercante li guardava e gli cascavano i lacrimoni dagli occhi.
Egli aveva in mano il tralcio di rose, che portava a Bella: e nel darglielo, disse: "Bella, pigliate queste rose: ma costeranno molto care al vostro povero padre!".
E così raccontò alla famiglia il brutto caso che gli era capitato.
A quella storia le due sorelle maggiori si messero a berciare e dissero mille cosacce a Bella, la quale non piangeva né punto né poco.
"Ecco le conseguenze", esse dicevano, "dell'orgoglio di questa monella: perché anche lei non fece come noi e non chiese dei vestiti? Nient'affatto! la signorina voleva distinguersi.
E ora è lei la cagione della morte di suo padre e non se ne fa né in qua né in là."
"Sarebbe inutile", soggiunse Bella, "e perché dovrei piangere la morte di mio padre? Egli non morirà una volta che il mostro si contenta di accettare in cambio una delle sue figlie; io voglio mettermi in balìa del suo furore: e sono molto felice, perché così potrò avere la contentezza di salvare il padre mio e di provargli il gran bene che gli ho sempre voluto."
"No, sorella mia", le dissero i suoi tre fratelli, "tu non morirai: noi anderemo a trovare il mostro, e periremo sotto i suoi colpi, se non saremo buoni di ucciderlo."
"Non lo sperate, ragazzi miei", disse loro il mercante, "la potenza di questa Bestia è così sterminata, che non c'è caso di poterla uccidere.
Mi fa una vera consolazione il buon cuore di Bella: ma non voglio mandarla a morire.
Io son vecchio; non mi resta che poco tempo da vivere; così, male che vada, posso scorciarmi di qualche anno la vita; cosa che non rimpiango punto, perché lo faccio per amor vostro, miei cari figliuoli."
"Vi do la mia parola, padre mio", disse Bella, "che voi non anderete a quel palazzo, senza di me: voi non mi potete impedire di seguirvi.
Sebbene giovane, io non sono molto attaccata alla vita, e preferisco esser divorata da quel mostro, che morire dalla pena che mi farebbe la vostra perdita."
Ebbero un bel dire, ma la Bella volle a ogni costo partire anche lei per il palazzo del mostro; e alle sorelle non parve vero, perché si rodevano di gelosia per le belle doti della sorella minore.
Il mercante era così stonato dal dolore di dover perdere la figlia, che non gli passò per il capo neppure il baule che egli aveva riempito di monete d'oro.
Ma appena fu in camera restò grandemente stupito di trovarlo al piè del letto.
Risolvette di non dir nulla in casa di essere diventato ricco, per paura che le figlie si mettessero in testa di voler tornare in città, mentre egli aveva fatto conto di voler morire in quella campagna.
Peraltro confidò il segreto a Bella, la quale gli raccontò come nel tempo che era stato lontano, alcuni gentiluomini fossero venuti per casa e come, fra questi, ve ne fossero due che amoreggiavano colle sue sorelle.
Si raccomandò al padre che le maritasse; perché essa era tanto buona di cuore, che le amava tutte e due, e perdonava loro tutto il male che le avevano fatto.
Quelle due cattive si strofinarono gli occhi colla cipolla per farsi venire i lucciconi, al momento che Bella partì con suo padre: ma i fratelli piangevano davvero: e anche il mercante.
La sola che non piangesse era Bella, la quale non voleva inciprignire il dolore di tutti gli altri.
Il cavallo prese la via del palazzo, e sul far della sera cominciarono di lontano a vederlo illuminato, tale e quale come la prima volta.
Il cavallo andò da sé solo nella scuderia: e il buon uomo entrò con sua figlia nella gran sala, dove trovarono una gran tavola magnificamente apparecchiata per due.
Il mercante non sapeva da che verso rifarsi per mangiare; ma la Bella, sforzandosi di parer tranquilla, si messe a tavola e lo servì: poi diceva dentro di sé:
"Capisco bene che la Bestia vuole ingrassarmi prima di far di me un boccone! me n'accorgo dalla maniera con cui mi tratta".
Quand'ebbero cenato, udirono un gran fracasso e il mercante, colle lagrime agli occhi, disse addio alla sua povera figlia, perché sapeva che la Bestia era lì lì per arrivare.
La Bella, alla vista di quell'orribile figura, sentì fare un cavallone al sangue: ma s'ingegnò di non darlo a divedere: e quando il mostro le domandò s'era venuta da lui volentieri, rispose con voce tremante di sì.
"Davvero che siete molto buona", disse la Bestia, "e io vi sono riconoscentissimo.
Buon uomo! domani partirete, e Dio vi guardi dal tornare in questo luogo.
Addio, Bella."
"Addio, Bestia", ella rispose.
E il mostro sparì.
"Oh ! figlia mia", disse il mercante abbracciandola e baciandola, "io son mezzo morto dalla paura.
Fai a modo mio; lasciami morir qui."
"No, padre mio", rispose la Bella con fermezza, "voi partirete domani mattina, e mi abbandonerete all'aiuto del cielo.
Il cielo forse avrà compassione di me!..."
L'uno e l'altro andarono a letto, coll'idea che in tutta la notte non sarebbero stati buoni a chiudere un occhio, ma invece, appena si furono coricati nei loro letti, si addormentarono come ghiri.
E la Bella vide in sogno una Regina, la quale le disse:
"O Bella, io son contenta del vostro buon cuore.
La nobile azione che fate, dando la vita per quella di vostro padre, non rimarrà senza premio".
Quando la Bella si svegliò, raccontò il sogno a suo padre, e sebbene questa cosa lo rinfrancasse un poco, non bastò peraltro a trattenerlo dal dare in grandissimi pianti, quando gli fu forza staccarsi dalla sua figlia adorata.
Partito che fu, la Bella andò a sedersi nella gran sala; e anche essa cominciò a piangere; ma essendo molto coraggiosa, si raccomandò a Dio e fece conto di non darsi tanto alla disperazione per quel poco di tempo che le restava ancora da vivere: perché ella credeva fermamente che la Bestia sarebbe venuta a mangiarla nella serata.
Intanto, mentre aspettava, pensò bene di girare e di visitare il castello, del quale non poteva starsi dall'ammirare le grandi bellezze.
E figuratevi se rimase a bocca aperta, quando vide una porta sulla quale c'era scritto: Quartiere della Bella.
Aprì in fretta e in furia questa porta e fu abbagliata dalle magnificenze che vi erano dentro; ma ciò che maggiormente la colpì, fu la vista di una gran biblioteca, di un clavicembalo e di molti quaderni di musica.
"Si vede proprio che non vogliono che io mi annoi", disse fra sé e sé; quindi pensò:
"Se io dovessi albergare qui un giorno solamente, non mi avrebbero ammannito tutte queste belle cose".
Questo pensiero rianimò il suo coraggio.
Ella aprì la biblioteca e vide un libro sul quale era scritto a lettere d'oro: "Desiderate e comandate; voi siete qui signora e padrona!...".
"Meschina me!", diss'ella, "io non ho altro desiderio che di vedere il mio povero padre e di sapere che cos'è di lui in questo momento! "
Queste parole le aveva dette dentro di sé, ma quale non fu il suo stupore, quando gettando gli occhi sopra uno specchio, vi mirò la sua casa, e per l'appunto in quel momento in cui vi giungeva suo padre con un viso da far pietà.
Le sue sorelle gli andavano incontro; e malgrado le smorfie che facevano per parere afflitte, mostravano sul viso e a fior di pelle la contentezza provata per la perdita della loro sorella.
Dopo un minuto sparì ogni cosa, ma la Bella non poté far di meno di pensare che la Bestia era molto compiacente, e che non aveva nulla da temere da essa.
A mezzogiorno trovò la tavola bell'e apparecchiata: e durante il pranzo udì un'eccellente musica, senza che potesse vedere alcuno.
La sera mentre stava per mettersi a tavola, sentì il fracasso che faceva la Bestia e fu presa da un tremito di paura:
"Bella", le disse il mostro, "siete contenta che io stia a vedervi mentre cenate?".
"Non siete voi il padrone?", rispose la Bella, tremando.
"No", replicò la Bestia, "qui non c'è altri padroni che voi; se vi sono importuno, non dovete far altro che dirmelo e me ne anderò subito.
Ditemi una cosa: non è vero che io vi sembro molto brutto?"
"È vero, sì", rispose Bella, "perché io non sono avvezza di dire una cosa per un'altra; peraltro vi credo buonissimo di cuore."
"Avete ragione", disse il mostro, "ma oltre all'essere brutto io non ho punto spirito, e so benissimo d'essere una Bestia."
"Non è mai una Bestia", rispose Bella, "colui che crede di non avere spirito.
Gl'imbecilli non arriveranno mai a capire questa cosa."
"Su dunque, mangiate, Bella", le disse il mostro, "e cercate tutti i mezzi per non annoiarvi nella vostra casa: perché tutto quello che vedete qui, è roba vostra: e io sarei mortificato se non vi sapessi contenta."
"Voi avete molta bontà per me", disse la Bella, "e sono contentissima del vostro cuore: quando ci penso non mi sembrate nemmeno tanto brutto."
"Oh! per questo", rispose la Bestia, "il cuore è buono: ma io sono un mostro!"
"Conosco degli uomini che sono più mostri di voi", disse Bella, "e quanto a me, mi piacete più voi con codesta vostra figura, di tant'altri che, sotto l'aspetto d'uomo, nascondono un cuore falso, corrotto e sconoscente."
"Se avessi un po' di spirito", disse la Bestia, "farei un complimento per ringraziarvi: ma io sono uno stupido; e tutto quel che posso dirvi è che vi sono obbligato."
La Bella cenò di buon appetito.
Essa non aveva quasi più paura del mostro; ma fu lì lì per morire di spavento, quando egli le disse: "Bella, volete esser mia moglie?".
Ella stette un po' di tempo senza rispondere: aveva paura di svegliare la collera del mostro con un rifiuto; a ogni modo disse con voce tremante:
"No, Bestia".
A questa risposta il povero mostro volle mandar fuori un sospiro e gli venne fatto un sibilo così spaventoso, che ne rintronò tutto il palazzo.
Ma la Bella fu presto rassicurata, perché la Bestia, dopo averle detto "addio, dunque, Bella", uscì dalla camera voltandosi indietro tre o quattro volte per poterla ancora vedere.
Quando la Bella fu sola cominciò a sentire una gran compassione per la povera Bestia, e diceva: "Che peccato che sia così brutta, mentre sarebbe tanto buona!".
La Bella, per tre mesi, menò in questo palazzo una vita abbastanza tranquilla.
Tutte le sere la Bestia andava a farle visita, e durante la cena si tratteneva con lei, facendo mostra di molto buon senso, ma giammai di ciò che si chiama spirito fra le persone del mondo galante.
Ogni giorno che passava, la Bella scopriva nuovi pregi nel mostro.
A furia di vederlo, aveva fatto l'occhio alle sue bruttezze, e invece di temere il momento della sua visita, ella guardava spesso l'orologio per vedere quanto mancava alle nove, perché la Bestia a quell'ora era sempre precisa.
Una sola cosa metteva di mal umore la Bella; ed era che tutte le sere, avanti di andare a letto, il mostro le domandava se voleva essere sua moglie, e rimaneva mortificatissimo quand'essa rispondeva di no.
Ella disse un giorno: "Voi mi fate una gran pena, Bestia; vorrei potervi sposare, ma sono troppo sincera per darvi a sperare una cosa che non sarà mai.
Io sarò sempre vostra buon'amica.
Contentatevi di questo".
"Per forza!" rispose la Bestia.
"Io son giusto.
Io so che sono orrendo: ma vi voglio un gran bene.
A ogni modo, io mi chiamo abbastanza fortunato se vi adattate a restar qui: promettetemi che non mi lascerete mai."
La Bella a queste parole fece il viso rosso.
Ella aveva visto nello specchio che suo padre era malato dal dolore di averla perduta, e desiderava rivederlo.
"Io potrei benissimo promettervi" diss'ella alla Bestia "di non lasciarvi più per sempre; ma mi struggo tanto di rivedere il padre mio, che morirei di crepacuore se mi rifiutaste questo piacere."
"Vorrei piuttosto morire", disse il mostro, "che darvi un dispiacere; io vi manderò da vostro padre: voi resterete con lui e la vostra Bestia morirà di dolore."
"No", rispose la Bella piangendo, "io vi voglio troppo bene per essere cagione della vostra morte.
Vi prometto di ritornare fra otto giorni.
Mi avete fatto vedere che le mie sorelle sono maritate e che i miei fratelli sono partiti per l'armata.
Il mio povero padre è rimasto solo; lasciatemi almeno una settimana con lui."
"Domattina ci sarete", disse la Bestia, "ricordatevi delle vostre promesse.
Quando vorrete tornare, non dovete far altro che posare il vostro anello sopra la tavola nell'andare a letto.
Addio, Bella."
La Bestia, mentre parlava così, sospirò secondo il suo uso solito, e la Bella andò a letto, tutta dispiacente di avergli dato questo dolore.
Quando si svegliò la mattina dopo, si trovò in casa di suo padre; e avendo suonato il campanello accanto al letto, vide venire la serva, la quale cacciò un grand'urlo di sorpresa.
Il buon uomo di suo padre, a quell'urlo, corse subito, e nel rivederla, ci mancò poco non morisse dalla contentezza: e stettero abbracciati per più di un quarto d'ora.
Sfogate le prime tenerezze, la Bella pensò che non aveva vestiti per potersi levare, ma la serva le disse di aver trovato nella stanzaa accanto un gran baule pieno di vestiti, tutti d'oro e ornati di brillanti.
La Bella ringraziò la buona Bestia delle sue attenzioni: scelse fra quei vestiti il meno vistoso e ordinò alla serva di riporre gli altri, dei quali intendeva farne un regalo alle sorelle: ma appena ell'ebbe pronunziate queste parole, il baule sparì.
Peraltro suo padre avendole detto che la Bestia voleva che ella serbasse per sé ogni cosa, il baule ritornò al suo posto.
La Bella si vestì, e in questo mentre furono avvertite le sue sorelle, le quali corsero subito insieme ai cari mariti.
Tutte e due avevano combinato molto male! La maggiore aveva sposato un gentiluomo, bello come un amore, ma tanto innamorato di sé, che dalla mattina alla sera non faceva altro che guardarsi allo specchio, senza curarsi né punto né poco della bellezza della moglie.
La seconda aveva sposato un uomo che aveva molto spirito, ma se ne serviva soltanto per essere la disperazione di tutte le donne, cominciando da sua moglie.
Le sorelle di Bella quando la videro vestita come una Regina e bella come un occhio di sole, se non creparono dalla rabbia, fu un miracolo.
Ella ebbe un bell'accarezzarle; nulla poté ammansire la loro gelosia; la quale anzi si accrebbe a cento doppi, quando raccontò quanto era felice.
La due invidiose scesero in giardino per potersi sfogare a piangere, e dicevano:
"O perché quella ragazzuccia è più fortunata di noi? Non siamo forse più graziose e più belle di lei?".
"Cara sorella", disse la maggiore, "mi viene un'idea: facciamo di tutto per trattenerla qui per più di otto giorni; la sua stupida Bestia anderà sulle furie per la parola non mantenuta e forse la divorerà per castigarla."
"Dici bene, sorella", rispose l'altra, "ma perché la cosa riesca, bisogna cercare di ammaliarla con molte moine."
Preso questo partito, risalirono in casa tutt'e due e cominciarono a fare tante e poi tante garbatezze alla sorella, che questa ne pianse di consolazione.
Passati che furono gli otto giorni, le due sorelle si strapparono i capelli e diedero segni di disperazione per la partenza di lei, che ella finì col promettere di trattenersi altri otto giorni.
Intanto la Bella rimproverava a se stessa il dolore che stava per dare alla sua povera Bestia, che essa amava davvero e che ora era dispiacente di non poterla vedere.
La decima notte che ella passò in casa del padre, sognò di trovarsi nel palazzo e di vedere la Bestia distesa sull'erba, vicina a morire, e che le rinfacciava la sua ingratitudine.
Bella si destò tutt'a un tratto e pianse: "Non son io molto cattiva" essa diceva "di dare questo dispiacere a una Bestia, che è stata tanto buona con me? È colpa sua se è così brutta e se ha poco spirito? Ella è buona: e questo val più d'ogni cosa.
Perché non ho io voluto sposarlo? Io sarei più felice con lui che le mie sorelle coi loro mariti.
Non è la bellezza né lo spirito di un marito che rendono felice una donna; ma la bontà del carattere, la virtù e le buone maniere: e la Bestia ha tutte queste belle cose.
Io non sento amore per essa ma la stimo, e ho per lei amicizia e riconoscenza.
Ma non debbo renderla disgraziata: questa ingratitudine sarebbe per me un rimorso per tutta la vita".
Dette queste parole, la Bella si leva, mette l'anello sulla tavola e ritorna a letto.
Appena coricata si addormentò e, svegliandosi la mattina, vide con gioia di essere nel palazzo della Bestia.
Si messe i vestiti più belli per andarle a genio anche di più, e s'annoiò mortalmente nella smania di aspettare che arrivassero le nove ore di sera: ma l'orologio ebbe un bel suonare le nove: la Bestia non comparve.
La Bella allora temé di averle cagionato la morte: e disperata si dette a girare per tutto il palazzo, mandando altissimi pianti.
Dopo aver cercato dappertutto, si ricordò del sogno e corse in giardino, vicino al fiume, dove dormendo, l'aveva veduta.
E difatti fu lì che trovò la povera Bestia distesa per terra priva di sensi: talché la credette morta.
Senza provar ribrezzo di quella brutta figura, si gettò tutta sopra lei, e avendo sentito che il cuore batteva sempre, prese dal fiume un po' d'acqua e le bagnò la testa.
La Bestia aprì gli occhi e disse alla Bella: "Voi avete dimenticata la vostra promessa: e il gran dolore di avervi perduta mi ha fatto decidere a lasciarmi morir di fame: ma ora muoio contenta, perché ho avuto la consolazione di potervi rivedere".
"No, mia cara Bestia, voi non morirete", le disse la Bella, "voi vivrete per diventare mio sposo: da questo momento io vi do la mia mano, e giuro che non sarò d'altri che di voi.
Ohimè! io credeva di non aver per voi che dell'amicizia, ma il dolore che sento mi fa credere che non potrei più vivere senza vedervi."
Appena la Bella ebbe pronunziato queste parole, ecco che tutto il castello appare risplendente di lumi: i fuochi di artifizio, la musica, ogni cosa annunziava una gran festa.
Ma queste meraviglie non incantarono punto i suoi occhi: ella si voltò verso la sua cara Bestia, il cui pericolo la teneva in tanta agitazione.
E quale fu il suo stupore! La Bestia era sparita, ed essa non vide ai suoi piedi che un Principe bello come un amore, il quale la ringraziava per aver rotto il suo incantesimo.
Sebbene questo Principe meritasse tutte le sue premure, ella non poté stare dal chiedergli dove fosse la Bestia.
"Eccola ai vostri piedi", le disse il Principe, "una fata maligna mi aveva condannato a restare sotto quell'aspetto finché una bella fanciulla non avesse acconsentito a sposarmi, e mi aveva per di più proibito di far mostra di spirito.
Così in tutto il mondo non ci voleva che voi, per lasciarsi innamorare dalla bontà del mio carattere: ed offrendovi la mia corona, non posso sdebitarmi del gran bene che mi avete fatto."
La Bella, piacevolmente sorpresa, porse la mano al bel Principe perché si rialzasse in piedi.
E andarono insieme al castello, dov'essa ci mancò poco non si sentisse svenire dalla gioia, trovando nella gran sala il padre suo e tutta la sua famiglia, tra sportata al castello da quella bella Signora che le era apparsa in sogno.
"Bella", le disse questa Signora, che era una fata e di quelle coi fiocchi, "venite a ricevere la ricompensa della vostra buona scelta: voi avete preferito la virtù alla bellezza e allo spirito, e meritate per questo di trovare tutte quelle cose raccolte in una sola persona.
Voi state per diventare una gran Regina: ma spero che il trono non vi farà scordare le vostre virtù.
Quanto a voi, mie care signore" disse la fata alle due sorelle della Bella "conosco il vostro cuore e tutta la cattiveria che c'è dentro: diventerete due statue; ma nondimeno serberete il lume della ragione sotto la vostra forma di pietra.
Starete alla porta del palazzo di vostra sorella; e non vi impongo altra pena che quella di essere testimoni della sua felicità.
Non potrete ritornare nello stato primiero, se non quando riconoscerete i vostri errori: ma ho una gran paura che dobbiate restare statue per sempre.
Si può correggere l'orgoglio, le bizze, la gola, la pigrizia; ma la conversione di un cuore invidioso e cattivo è una specie di miracolo."
Nel dir così, diede un colpo di bacchetta, e tutti quelli che erano in quella sala, furono trasportati negli Stati del Principe.
I suoi sudditi lo rividero con gioia, ed esso sposò la Bella, che visse con lui lungamente e in una felicità perfetta, perché era fondata sulla virtù.
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