I RACCONTI DELLE FATE, di Carlo Collodi - pagina 5
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Capitò un'annata molto trista, nella quale la carestia fu così grande, che quella povera gente risolvettero di disfarsi de' loro figliuoli.
Una sera che i bambini erano a letto, e che il taglialegna stava nel canto del fuoco, disse, col cuore che gli si spezzava, alla sua moglie:
"Come tu vedi, non abbiamo più da dar da mangiare ai nostri figliuoli: e non mi regge l'animo di vedermeli morir di fame innanzi agli occhi: oramai io sono risoluto a menarli nel bosco e farveli sperdere; né ci vorrà gran fatica, perché, mentre essi si baloccheranno a far dei fastelli, noi ce la daremo a gambe, senza che abbiano tempo di addarsene".
"Ah!", gridò la moglie, "e puoi tu aver tanto cuore da sperdere da te stesso le tue creature?"
Il marito ebbe un bel tornare a battere sulla miseria, in cui si trovavano; ma la moglie non voleva acconsentire a nessun patto.
Era povera, ma era madre: peraltro, ripensando anch'essa al dolore che avrebbe provato se li avesse veduti morire di fame, finì col rassegnarvisi, e andò a letto piangendo.
Puccettino aveva sentito tutti i loro discorsi: e avendo capito, dal letto, che ragionavano di affari, si levò in punta di piedi, sgattaiolando sotto lo sgabello di suo padre, per potere ascoltare ogni cosa senz'esser visto.
Quindi ritornò a letto, e non chiuse un occhio nel resto della nottata, rimuginando quello che doveva fare.
Si levò a giorno, e andò sul margine di un ruscello, dove si riempì la tasca di sassolini bianchi: poi chiotto chiotto se ne tornò a casa.
Partirono, ma Puccettino non disse nulla ai suoi fratelli di quello che sapeva.
Entrarono dentro una foresta foltissima, dove alla distanza di due passi non c'era modo di vedersi l'uno coll'altro.
Il taglialegna si messe a tagliar legne, e i ragazzi a raccogliere delle frasche per far dei fastelli.
Il padre e la madre, vedendoli intenti al lavoro, si allontanarono adagio adagio, finché se la svignarono per un viottolo fuori di mano.
Quando i ragazzi si videro soli, si misero a strillare e a piangere forte forte.
Puccettino li lasciò berciare, essendo sicuro che a ogni modo sarebbero tornati a casa; perché egli, strada facendo, aveva lasciato cadere lungo la via i sassolini bianchi che s'era messi nella tasca.
"Non abbiate paura di nulla, fratelli miei", disse loro, "il babbo e la mamma ci hanno lasciati qui soli; ma io vi rimenerò a casa: venitemi dietro."
Essi infatti lo seguirono, ed egli li menò per la stessa strada che avevano fatta, andando al bosco.
Da principio non ebbero coraggi d'entrarvi: e si messero in orecchio alla porta di casa per sentire quello che dicevano fra loro, il padre e la madre.
Ora bisogna sapere che quando il taglialegna e sua moglie rientrarono in casa, trovarono che il signore del villaggio aveva mandato loro dieci scudi, di cui era debitore da molto tempo, e sui quali non ci contavano più.
Questo bastò per rimettere un po' di fiato in corpo a quella povera gente, che era proprio a tocco e non tocco per morir di fame.
Il taglialegna mandò subito la moglie dal macellaro.
E siccome era molto tempo che non s'erano sfamati, essa comprò tre volte più di carne di quella che ne sarebbe abbisognata per la cena di due persone.
Quando furono pieni, la moglie disse:
"Ohimè! dove saranno ora i nostri figliuoli? se fossero qui potrebbero farsi tondi coi nostri avanzi! Ma tant'è, Guglielmo, se' stato tu che hai voluto smarrirli: ma io l'ho detto sempre che ce ne saremmo pentiti.
Che faranno ora nella foresta? Ohimè! Dio mio! i lupi forse a quest'ora l'hanno bell'e divorati.
Proprio non bisogna aver cuore, come te, per isperdere i figliuoli a questo modo!...".
Il taglialegna perse la pazienza, perché la moglie tornò a ripetere più di venti volte che egli se ne sarebbe pentito, e che essa l'aveva di già detto e ridetto: e minacciò di picchiarla se non si fosse chetata.
Questo non voleva dire che il taglialegna non potesse essere anche più addolorato della moglie; ma essa lo tormentava troppo: ed egli somigliava a tanti altri, che se la dicono molto colle donne che parlano con giudizio, ma non possono soffrire quelle che hanno sempre ragione.
La taglialegna si struggeva in pianti, e seguitava sempre a dire:
"Ohimè! dove saranno ora i miei bambini? i miei poveri bambini?".
Una volta, fra le altre, lo disse così forte, che i ragazzi, che erano dietro l'uscio, la sentirono e gridarono tutti insieme: "Siamo qui! siamo qui!".
Essa corse subito ad aprir l'uscio e, abbracciandoli, disse:
"Che contentezza a rivedervi, miei cari figliuoli! Chi lo sa come siete stanchi, e che fame avete! e tu, Pieruccio, guarda un po' come ti sei inzaccherato! vien qua, che ti spillaccheri".
Pieruccio era il maggiore dei figliuoli e la madre gli voleva più bene che agli altri, perché era rosso di capelli come lei.
Si messero a tavola e mangiarono con un appetito, che fecero proprio consolazione al babbo e alla mamma, ai quali raccontarono, parlando quasi tutti nello stesso tempo, la gran paura che avevano avuta nella foresta.
Quella buona gente era tutta contenta di rivedere i figliuoli in casa; ma la contentezza durò finché durarono i dieci scudi.
Quando questi finirono, tornarono al sicutera delle miserie, e allor decisero di smarrirli daccapo; e per andare sul sicuro, pensarono di condurli molto più lontani della prima volta.
Peraltro di questa cosa non poterono parlarne con tanta segretezza, che Puccettino non sentisse tutto; il quale pensò di cavarsene fuori col solito ripiego: se non che, quantunque si alzasse sul far del giorno per andare in cerca di sassolini bianchi, rimase proprio come quello, e non poté far nulla, perché trovò l'uscio di casa serrato a doppia mandata.
Egli non sapeva davvero che cosa stillarsi, quando ecco che la madre dette a ciascuno di loro un pezzo di pane per colazione.
Allora gli venne in capo che di quel pane avrebbe potuto servirsene, invece dei sassolini, seminando i minuzzoli lungo la strada per dove sarebbero passati.
E si messe il pane in tasca.
Il padre e la madre li condussero nel punto più folto e più oscuro della foresta: e quando ci furono arrivati, essi presero una scappatoia e via.
Puccettino non se ne fece né in qua né in là, perché sapeva di poter ritrovare facilmente la strada coll'aiuto dei minuzzoli sparsi; ma figuratevi come rimase, quando si accorse che i minuzzoli glieli avevano beccati gli uccelli.
Eccoli dunque tutti afflitti, perché più camminavano e più si perdevano nella foresta.
Intanto si fece notte e si alzò un vento da far paura.
Pareva ad essi di sentire da tutte le parti urli di lupi, che si avvicinavano per mangiarli.
Non avevano fiato né per discorrere, né per voltarsi indietro.
Venne poi una grand'acqua che li bagnò fin sotto la pelle: a ogni passo sdrucciolavano e cascavano nella mota: e quando si rizzavano tutti infangati, non sapevano dove mettersi le mani.
Puccettino montò in cima a un albero per vedere se scuopriva paese; e guardando da ogni parte, vide un lumicino piccino, come quello di una candela, il quale era lontano lontano, molto al di là della foresta.
Scese dall'albero: e quando fu in terra, non vide più nulla.
Questa cosa gli diede un gran dolore.
Nonostante, camminando innanzi coi suoi fratelli, verso quella parte dove aveva veduto il lumicino, finì col rivederlo da capo mentre usciva fuori del bosco.
Arrivarono finalmente alla casa dove si vedeva questo lume: non senza provare delle grandi strette al cuore, perché di tanto in tanto lo perdevano di vista, segnatamente quando camminavano in qualche pianura molto bassa.
Picchiarono a una porta: una buona donna venne loro ad aprire, e domandò loro che cosa volevano.
Puccettino disse che erano poveri ragazzi che s'erano spersi nella foresta, e che chiedevano da dormire per amor d'Iddio.
La donna, vedendoli tutti così carini, si messe a piangere, e disse:
"Ohimè! poveri miei figliuoli, dove siete mai capitati? Ma non sapete che questa è la casa dell'Orco che mangia tutti i bambini?".
"Ah, signora", rispose Puccettino, il quale tremava come una foglia, e così i suoi fratelli.
"Che cosa volete che facciamo? Se non ci pigliate in casa, è sicuro che i lupi stanotte ci mangeranno.
E in tal caso, è meglio che ci mangi questo signore.
Forse se voi lo pregate, potrebbe darsi che avesse compassione di noi."
La moglie dell'Orco, sperando di poterli nascondere a suo marito fino alla mattina dopo, li lasciò entrare e li menò a riscaldarsi intorno a un buon fuoco, dove girava sullo spiede un montone tutt'intero, che doveva servire per la cena dell'Orco.
Mentre cominciavano a riscaldarsi, sentirono battere tre o quattro colpi screanzati alla porta.
Era l'Orco che tornava.
In men d'un baleno, la moglie li nascose tutti sotto il letto ed andò ad aprire.
L'Orco domandò subito se la cena era lesta e il vino levato di cantina: e senza perder tempo si mise a tavola.
Il montone non era ancora cotto e faceva sempre sangue, e per questo gli parve anche più buono.
Poi, fiutando di qua e di là, cominciò a dire che sentiva odore di carne viva.
"Sarà forse", disse la moglie, "quel vitello che ho spellato or ora, che vi mette per il naso quest'odore."
"E io dico che sento l'odore di carne viva", riprese l'Orco guardando la moglie di traverso, "e qui ci deve essere qualche sotterfugio!..."
Nel dir così si alzò da tavola e andò difilato verso il letto.
"Ah!", egli gridò, "tu volevi dunque ingannarmi, brutta strega? Non so chi mi tenga dal fare un boccone anche di te.
Buon per te, che sei vecchia e tigliosa! Ecco qui della selvaggina, che mi capita in buon punto per far trattamento a tre Orchi miei amici, che verranno da me in questi giorni."
E li tirò fuori di sotto il letto, uno dietro l'altro.
Quei poveri bambini si buttarono in ginocchio, chiedendogli perdono, ma avevano da fare col più crudele di tutti gli Orchi, il quale, facendo finta di sentirne compassione, li mangiava di già cogli occhi prima del tempo, dicendo alla moglie che sarebbero stati una pietanza delicata, in specie se gli avesse accomodati con una buona salsa.
Andò a prendere un coltellaccio, e avvicinandosi a quei poveri figliuoli, lo affilava sopra una lunga pietra che egli teneva nella mano sinistra.
E ne aveva già agguantato uno, quando la moglie gli disse:
"Che ne volete voi fare a quest'ora? non sarebbe meglio aspettare a domani?".
"Chetati, te!", riprese l'Orco.
"Così saranno più frolli."
"Ma ve ne avanza ancora tanta della carne! C'è qui un vitello, un montone e un mezzo maiale..."
"Hai ragione", disse l'Orco, "rimpinzali dunque per bene, perché non abbiano a smagrire, e portali a letto."
Quella buona donna, fuor di sé dalla contentezza, dette loro da cena: ma essi non poterono mangiare a cagione della gran paura che avevano addosso.
In quanto all'Orco, ricominciò a bere, soddisfattissimo di aver trovato di che regalare ai suoi amici.
Vuotò una dozzina di bicchieri di più del solito, finché il vino gli die' al capo e fu obbligato ad andare a letto.
L'Orco aveva sette figliuole, che erano sempre bambine, le quali erano tutte di un bel colorito, perché, come il padre, si cibavano di carne cruda; ma avevano degli occhiettini grigi e tondi, e il naso a punta e una bocca larghissima, con una rastrelliera di denti lunghi, affilati e staccati l'uno dall'altro.
Non erano ancora diventate cattive: ma promettevano bene, perché di già mordevano i fanciulli per succhiare il sangue.
Le avevano mandate a dormire di buon'ora, ed erano tutte e sette in un gran letto, ciascuna con una corona d'oro sulla testa.
Nella stessa camera c'era un altro letto della medesima grandezza.
Fu appunto in questo letto che la moglie dell'Orco messe a dormire i sette ragazzi; e dopo andò a coricarsi accanto a suo marito.
Puccettino, che s'era avviso che le figlie dell'Orco portavano una corona d'oro in capo, e che aveva sempre paura che l'Orco non si ripentisse di averli sgozzati subito, si levò verso mezzanotte, e prendendo i berretti dei fratelli ed il suo, andò pian pianino a metterli sul capo delle sette figlie dell'Orco, dopo aver loro levata la corona d'oro, che pose sul capo suo e de' suoi fratelli, perché l'Orco li scambiasse per le proprie figlie, e pigliasse le sue figlie per i fanciulli che voleva sgozzare.
E la cosa andò appuntino com'egli se l'era figurata; perché l'Orco, svegliatosi sulla mezzanotte, si pentì di aver differito al giorno dopo quello che poteva aver fatto la sera stessa.
Saltò dunque il letto bruscamente, e prendendo il coltellaccio:
"Andiamo un po' a vedere", disse, "come stanno queste birbe; e facciamola finita una volta per tutte".
Quindi salì a tastoni nella camera delle sue figlie, e si avvicinò al letto dove erano i ragazzi, i quali dormivano tutti, meno Puccettino, che ebbe una gran paura quando sentì l'Orco che gli tastava la testa, come l'aveva già tastata ai suoi fratelli.
L'Orco sentendo la corona d'oro, disse:
"Ora la facevo bella davvero! Si vede proprio che ieri sera ne ho bevuto mezzo dito di più".
Allora andò all'altro letto, e avendo sentito i berretti dei ragazzi:
"Eccoli", disse, "questi monellacci! Lavoriamo di fine".
E nel dir così, senza esitare, tagliò la gola alle sue sette figliuole.
Contentissimo del fatto suo, andò di nuovo a coricarsi accanto alla moglie.
Appena che Puccettino sentì l'Orco che russava, svegliò i suoi fratelli e disse loro di vestirsi subito e di seguirlo.
Scesero in punta di piedi nel giardino e scavalcarono il muro.
Corsero a gambe quasi tutta la notte, tremando come foglie, e senza sapere dove andavano.
Quando l'Orco si svegliò, disse alla moglie:
"Va' un po' a vestire quei monelli di ieri sera".
L'Orchessa restò molto meravigliata della bontà insolita di suo marito, e non le passò neanche dalla mente che per vestirli egli volesse intendere un'altra cosa, credendo in buona fede di doverli andare a vestire.
Salì dunque di sopra, e rimase senza fiato in corpo, vedendo le sue sette figliuole scannate e immerse nel proprio sangue.
Cominciò subito dallo svenirsi, essendo questo il primo espediente, a cui in simili casi ricorrono tutte le donne.
L'Orco, temendo che la moglie non mettesse troppo tempo a far quello che le aveva ordinato, salì di sopra anche lui per darle una mano; e non rimase meno sconcertato alla vista di quello spettacolo orrendo.
"Ah! che ho mai fatto?", gridò.
"Ma quei disgraziati me la pagheranno, e subito!"
E senza mettere tempo in mezzo, gettò una brocca d'acqua sul naso della moglie, e così avendola fatta tornare in sé:
"Dammi subito", disse, "i miei stivali di sette chilometri, perché io li voglio raggiungere".
E uscì fuori all'aperta campagna, e dopo aver corso di qua e di là, finalmente infilò la strada che battevano per l'appunto quei poveri ragazzi, che erano forse distanti non più di cento passi dalla casa paterna.
Essi videro l'Orco che passava di montagna in montagna, traversando i fiumi colla stessa facilità come se fossero stati rigagnoli.
Puccettino avendo occhiata una roccia incavata, lì vicino al luogo dove si trovavano, vi fece nascondere i sei fratelli, e vi si nascose anch'esso, senza perdere peraltro di vista tutte le mosse dell'Orco.
L'Orco che cominciava a sentirsi rifinito dalla strada fatta (perché gli stivali di sette chilometri son molto faticosi per chi li porta), pensò di ripigliar fiato, e il cielo volle che andasse per l'appunto a sedersi sopra la roccia, dove quei ragazzi si erano nascosti.
E siccome era stanco morto, dopo essersi sdraiato si addormentò, e si messe a russare con tanto fracasso, che i poveri ragazzi ebbero la stessa paura di quando lo videro col coltellaccio in mano, in atto di far loro la festa.
Ma Puccettino non ebbe tutta questa paura, e disse ai fratelli di scappare a gambe verso casa, mentre l'Orco dormiva come un ghiro; e di non stare in pena per lui.
Essi non se lo fecero dir due volte, e in pochi minuti arrivarono a casa.
Puccettino intanto si avvicinò all'Orco: gli levò adagino gli stivali, e se l'infilò per sé.
Questi stivali erano molto grandi e molto larghi, ma perché eran fatati, avevano la virtù d'ingrandirsi e di rimpicciolirsi, secondo la gamba di chi li calzava: per cui, gli tornavano precisi, come se fossero stati fatti per il suo piede.
Eglì andò di carriera alla casa dell'Orco, dove trovò la moglie che piangeva per le figlie uccise.
"Vostro marito", le disse Puccettino, "si trova in un gran pericolo: è cascato fra le mani di una banda di assassini, che hanno giurato di ucciderlo, se non consegna loro tutto il suo oro e il suo argento.
Mentre gli stavano col pugnale alla gola, esso mi ha visto, e mi ha pregato di venir qui per avvertirvi della sua trista condizione e per invitarvi a darmi tutto quello che egli possiede di prezioso, senza ritenervi nulla, perché caso diverso, lo uccideranno senz'ombra di misericordia.
E siccome il tempo stringe, egli ha voluto che prendessi i suoi stivali di sette chilometri, come vedete, e non solo perché mi spicciassi, ma anche perché possiate accertarvi che non sono un imbroglione."
La buona donna, tutta spaventata, gli diede ogni cosa che aveva; perché l'Orco, in fin dei conti, era un buon marito, quantunque fosse ghiotto di bambini.
Puccettino, col carico addosso di tutte le ricchezze dell'Orco, tornò a casa del padre, dove fu accolto con grandissima festa.
C'è per altro della gente che non crede che la cosa finisse così; e pretendono che Puccettino non commettesse mai questo furto a danno dell'Orco: e che solo non si facesse scrupolo di prendergli gli stivali di sette chilometri, perché egli se ne serviva unicamente per dare la caccia ai ragazzi.
Questi tali accertano di aver saputo la verità proprio sul posto, per essersi trovati a mangiare e bere nella stessa casa del taglialegna.
Raccontano, dunque, che quando Puccettino ebbe infilato gli stivali dell'Orco, se ne andò alla Corte, dove stavano tutti in gran pensiero per un'armata, che era in campagna alla distanza di duecento chilometri, e per l'esito di una battaglia data pochi giorni avanti.
Dimodoché Puccettino andò a trovare il Re e gli disse che se lo desiderava avrebbe potuto portargli le notizie dell'armata, prima del calar del sole.
E il Re gli promise una grossa somma, se egli fosse stato da tanto.
La sera stessa Puccettino ritornò colle notizie dell'armata; e questa prima corsa avendolo messo in buona vista, guadagnava quel che voleva; perché il Re lo pagava profumatamente, valendosi di lui per portare i suoi ordini al campo; e un'infinità di signore gli davano quel che chiedeva, per aver le nuove dei loro amanti; e questo fu il guadagno più concludente di tutti gli altri.
Ci furono anche alcune mogli che gli consegnarono delle lettere per i loro mariti; ma esse pagavano coi gomiti, e il profitto era così meschino, che egli non si degnò nemmeno di segnare nel libro degli utili i piccoli benefizi che gli pervenivano per questo titolo.
Dopo aver fatto per qualche tempo il mestiere del corriere, e avere ammassato grandi ricchezze, ritornò alla casa di suo padre, dove non è possibile immaginarsi la festa che gli fecero nel rivederlo fra loro.
Egli messe la sua famiglia nell'agiatezza; comprò degl'impieghi, di recente fondazione, per il padre e per i fratelli: formò a tutti uno stato conveniente; e gli rimase sempre un ritaglio di tempo, tanto da fare il damerino colle signore.
La storia di questo piccolo eroe, che i francesi chiamano Petit Poucet, perché era grande appena come il dito pollice, è stata forse inventata apposta per dar ragione e autorità a quell'antico proverbio che dice: "Gli uomini non si misurano a canne!".
Pelle d'asino
di Carlo Collodi
C'era una voIta un Re così potente, così ben voluto da' suoi popoli e così rispettato dai suoi vicini e alleati, che poteva dirsi il più felice di tutti i monarchi della terra.
Fra le sue tante fortune, c'era anche quella di avere scelta per compagna una Principessa, bella quanto virtuosa: e questi avventurati sposi vivevano come due anime in un nocciolo.
Dal loro casto imeneo era nata una figlia, ornata di tutte le grazie e di tutte le attrattive, a segno tale da non far loro desiderare una figliuolanza più numerosa.
Il lusso, l'abbondanza, il buon gusto regnavano nel loro palazzo: i ministri erano saggi e capaci: i cortigiani virtuosi e affezionati: i domestici fidati e laboriosi: le scuderie vaste e piene de' più bei cavalli del mondo, tutti coperti di magnifiche gualdrappe.
Ma la cosa che faceva maggiormente stupire i forestieri, che venivano a visitare quelle belle scuderie, era che nel bel mezzo di esse e nel luogo più vistoso, un signor Somaro faceva sfoggio delle sue grandi e lunghe orecchie.
Né si può dire che questo fosse un capriccio; se il Re gli aveva assegnato un posto particolare e quasi d'onore, c'era la sua ragione.
Perché bisogna sapere che questo raro animale meritava davvero ogni riguardo, a motivo che la natura lo aveva formato in un modo così straordinario e singolare, che tutte le mattine la sua lettiera, invece di essere sporca, era ricoperta a profusione di bellissimi zecchini e napoleoni d'oro, che venivano raccattati, appena egli si svegliava.
Ma siccome le disgrazie sono tegoli che cascano sul capo dei Re come su quello dei sudditi, e non c'è allegrezza senza che ci sia mescolato qualche dispiacere, così accadde che la Regina fu colta all'improvviso da una fiera malattia, per la quale né la scienza né i medici sapevano suggerire rimedio di sorta.
La desolazione era al colmo.
Il Re, tenero di cuore e innamoratissimo, a dispetto del proverbio che dice "Il matrimonio è la tomba dell'amore", si dava alla disperazione e faceva voti ardentissimi a tutte le divinità del regno, e offriva la sua vita per quella di una sposa così adorata: ma gli Dei e le fate erano sordi a ogni preghiera.
Intanto la Regina, sentendo avvicinarsi l'ultim'ora, disse al suo sposo, il quale struggevasi in pianto:
"Prima di morire, non vi abbiate a male se esigo da voi una cosa; ed è, che nel caso vi venisse voglia di rimaritarvi...".
A queste parole il Re dette in urli da straziare il cuore.
Prese le mani di sua moglie e le bagnò di pianto, giurando che era un di più venirgli a parlare di un altro matrimonio.
"No, no, mia cara Regina", egli gridava, "ditemi piuttosto che io debbo seguirvi!"
"Lo Stato", ripigliò la Regina con una tranquillità imperturbabile, che accresceva gli spasimi e le torture del Re, "lo Stato ha ragione di pretendere da voi dei successori; e vedendo che io ho dato solamente una figlia, vorrà da voi dei figli che vi somiglino: ma io, con tutte le forze dell'anima e per tutto il bene che mi avete voluto, vi domando di non cedere alle insistenze de' vostri popoli, se non quando avrete trovato una Principessa più bella e fatta meglio di me.
Giuratemelo, e morirò contenta."
Alcuni credono che la Regina, la quale non mancava di una certa dose di amor proprio, volesse per forza questo giuramento, perché, persuasa com'era che nel mondo non ci fosse altra donna da starle a fronte per bellezza, veniva così ad assicurarsi che il Re non si sarebbe mai riammogliato.
Finalmente ella morì, né ci fu marito che facesse mai tanto fracasso.
Piangeva come una vite tagliata, singhiozzava giorno e notte, e non aveva altro pensiero, che quello di adempiere a tutto il cerimoniale e a tutte le seccature del vedovile.
Ma i grandi dolori non durano.
D'altra parte, i maggiorenti dello Stato si riunirono, e presentatisi in deputazione al Re, si fecero a domandargli che riprendesse moglie.
Questa proposta gli parve dura, e fu cagione di nuovi piagnistei.
Messe di mezzo il giuramento fatto alla Regina e sfidò tutti i suoi consiglieri a trovargli una mogile più bella e fatta meglio della sua sposa buon'anima; persuaso che sarebbe stato impossibile.
Ma il Consiglio chiamò ragazzate simili giuramenti, e soggiunse che la bellezza importava fino ad un certo segno, purché la regina fosse virtuosa e buona da far figliuoli: che per la quiete e la tranquillità dello Stato ci volevano dei Principi ereditarii: che, senza ombra di dubbio, l'infanta aveva tutte le doti volute per diventare una gran Regina, ma bisognava darle per isposo un forestiero: e in questo caso, o il forestiero l'avrebbe menata a casa sua, o, regnando con essa, i loro figli non sarebbero stati considerati dello stesso sangue: e finalmente, che non avendo egli nessun figlio maschio che portasse il suo nome, i popoli vicini avrebbero potuto far nascere delle guerre da condurre lo Stato in rovina.
Il Re, toccato da queste considerazioni, dette parola che avrebbe pensato a contentarli.
Cercò difatti fra le Principesse da marito quella che sarebbe stata più adatta per lui.
Ogni giorno gli portavano a vedere dei bellissimi ritratti: ma non ce n'era neppur una che avesse le grazie della defunta Regina.
E così non si decideva mai.
Quand'ecco che per sua gran disgrazia, sebbene fosse stato fin allora un uomo pien di giudizio, tutto a un tratto dette volta al cervello, e cominciò a pigliare la fissazione di credere che l'infanta sua figlia vincesse di gran lunga in grazia e in bellezza la Regina madre, e fece intendere che era deciso a volerla sposare, perché ella sola poteva scioglierlo dalla fatta promessa.
A questa brutale proposizione, la giovane Principessa, un fior di virtù e di pudore, ci corse poco non cadesse in terra svenuta.
Si gettò ai piedi del Re suo padre, e lo scongiurò, con tutte le forze dell'anima, a non costringerla a commettere un tal delitto.
Ma il Re, che si era fitto in testa questa strana idea, volle consultare un vecchio druido, per acquietare la coscienza della giovane Principessa.
Il druido, che sapeva più d'ambizioso che di santo, non badò a sacrificare l'innocenza e la virtù, per la boria di diventare il confidente di un gran Re, e trovò il modo di insinuarsi con tanto garbo nell'animo di lui, e gli abbellì talmente il delitto che stava per commettere, che lo persuase perfino che lo sposare la propria figlia era un'opera meritoria.
Il Re, messo su dai discorsi dello scellerato, lo abbracciò, e si partì da lui più incaponito che mai nella sua idea, e ordinò all'infanta di prepararsi a ubbidire.
La giovane Principessa straziata da un acerbo dolore, non vide altro scampo che andare a casa della sua comare, la fata Lilla.
Per cui partì la sera stessa in un grazioso calessino, tirato da un grosso montone che conosceva tutte le strade, e arrivò felicemente.
La fata, che voleva molto bene all'infanta, le disse che aveva saputo ogni cosa, ma che non se ne desse alcun pensiero, perché non poteva accaderle nulla di male, solo che avesse dato retta fedelmente alle sue prescrizioni.
"Perché, mia cara figlia", ella disse, "sarebbe un grande sproposito lo sposare vostro padre: e voi, senza contradirlo, potete tirarvene fuori: ditegli, che per contentare un vostro capriccio, bisogna che egli vi regali un vestito color dell'aria.
Con tutta la sua potenza non sarà mai capace di tanto."
La Principessa ringraziò senza fine la comare, e la mattina dopo ripeté al Re, suo padre, quello che la fata le aveva consigliato, dichiarando che senza il vestito color dell'aria, ella non avrebbe mai acconsentito a nulla.
Il Re, tutto contento per la speranza avuta, radunò gli operai più famosi e ordinò loro questa stoffa, sotto pena che, se non ci fossero riusciti, li avrebbe fatti tutti impiccare dal primo all'ultimo.
Ma non ebbe il dispiacere di venire a questi estremi.
Il giorno dopo gli portarono il vestito tanto desiderato: e il cielo quando è sparso di nuvole d'oro non ha un colore più bello di quello che aveva questa stoffa, quando venne spiegata.
L'infanta ne rimase afflittissima e non sapeva come uscire da quest'impiccio.
Il Re pigiava per venire a una conclusione.
Bisognò tornare un'altra volta dalla comare, la quale stupita che il suo ripiego non avesse fatto l'effetto, le suggerì di provarsi a chiedere un altro vestito color della luna.
Il Re, che non sapeva ricusarle nulla, mandò fuori in cerca di operai più capaci, e ordinò loro un vestito color della luna, e con tanta premura di averlo subito, che fra l'ordinarlo e il riportarlo bell'e fatto, non ci corsero ventiquattr'ore.
L'infanta, invaghita in quel primo momento più del magnifico vestito che di tutte le attenzioni di suo padre, se ne afflisse poi oltremisura, appena si trovò insieme colle sue donne e colla sua nutrice.
La fata Lilla, che sapeva tutto, venne in aiuto alla sconsolata Principessa, e le disse:
"O io non ne azzecco più una, oppure ho ragione di credere che se ora gli chiedeste un vestito color del sole, si sarebbe trovato il verso di disgustare il Re, vostro padre; perché è impossibile che si possa giungere a fabbricare una simile stoffa.
Male male che la vada, guadagneremo sempre del tempo".
L'infanta se ne persuase, e chiese il vestito.
Il Re, tutto amore per lei, diede senza rincrescimento tutti i diamanti e i rubini della sua corona, con ordine di non risparmiare alcuna cosa perché questa stoffa riuscisse compagna al sole: tanto che quando fu messa in mostra, tutti quelli che la videro, furono costretti a chiuder gli occhi per il gran bagliore.
Si vuole anzi che incominci da quel tempo l'uso degli occhiali verdi e delle lenti affumicate.
Figuratevi un po' come rimase l'infanta a quella vista.
Cosa più bella e più artisticamente lavorata non s'era veduta mai.
Ella restò confusa, e col pretesto che le faceva male agli occhi, si ritirò nella sua camera, dove la fata l'aspettava col rossore della vergogna fino alla punta dei capelli.
E lì accadde di peggio; perché la fata, vedendo il vestito color del sole, diventò paonazza dal gran dispetto.
"Oh, questa volta poi, figlia cara", diss'ella all'infanta, "metteremo l'indegno amore di vostro padre a una prova terribile.
Sia pure che egli abbia fissato davvero il chiodo in questo matrimonio, che si figura assai vicino: ma io son sicura che rimarrà molto sbalestrato dalla domanda che vi consiglio di fargli.
Si tratta della pelle di quell'asino, al quale egli vuole un gran bene perché provvede con tanta larghezza a tutte le spese della sua Corte.
Andate, e ditegli che desiderate quella pelle."
L'infanta, tutt'allegra di aver trovato un altro scappavia per mandare a monte un matrimonio che detestava, e colla speranza sicura che il padre suo non avrebbe mai acconsentito a sacrificare l'asino del suo cuore, andò da lui e gli disse chiaro e tondo che voleva la pelle di quel bell'animale.
Sebbene il Re rimanesse molto sconcertato per questo capriccio, non esitò a contentarla.
Il povero asino fu sacrificato e la sua pelle venne presentata con molta galanteria all'infanta, la quale, non vedendo più alcun mezzo per sottrarsi alla sua disgrazia, stava per perdersi d'animo e darsi alla disperazione; quando ecco che sopraggiunse la fata:
"Che fate voi, figlia mia", diss'ella vedendo la Principessa che si strappava i capelli e si graffiava il bel viso; "questo è il momento più fortunato della vostra vita.
Avvolgetevi in codesta pelle, uscite dal palazzo e camminate finché troverete terra sotto i piedi.
Quando si sacrifica tutto alla virtù, gli Dei sanno ricompensare.
Andate; sarà mia cura che le vostre robe vi seguano dappertutto; in qualunque luogo, dove vi fermerete, la cassetta de' vostri vestiti e delle vostre gioie vi sarà venuta dietro sotto terra: eccovi la mia bacchetta: ve la regalo, e battendola in terra tutte le volte che avrete bisogno della vostra cassetta, la cassetta apparirà dinanzi ai vostri occhi.
Ma spicciatevi a partire, e non più indugi".
L'infanta abbracciò mille volte la sua comare, pregandola di non abbandonarla mai; si messe addosso quella brutta pelle, e dopo essersi insudiciato il viso di fuliggine, uscì da quel magnifico palazzo, senza che nessuno la riconoscesse.
La sparizione dell'infanta fece un gran chiasso.
Il Re, che aveva fatto preparare una magnifica festa, era disperato e non sapeva darsene pace.
Diè ordine che partissero più di cento giandarmi e più di mille moschettieri in cerca della figlia: ma la fata, che la proteggeva, la rendeva invisibile agli occhi di tutti; e così bisognò farsene una ragione.
L'infanta intanto comminava giorno e notte.
Essa andò lontano, e poi più lontano, e sempre più lontano, e cercava dappertutto un posto da impiegarsi; ma sebbene per carità le dessero un boccone, nessuno voleva saperne di lei, a cagione di vederla tanto sudicia.
Giunse finalmente a una bella città, dove vicino alla porta c'era una fattoria: e la fattoressa aveva appunto bisogno di una donna da strapazzo per lavare i cenci e per tenere puliti i tacchini e lo stallino dei maiali.
Vedendo questa zingara così sudicia, le propose di entrare al suo servizio: e l'infanta accettò di gran cuore, stanca com'era di aver fatto tanto paese.
Fu messa in un canto della cucina, dove sui primi giorni ebbe a patire gli scherzi triviali del basso servidorame, tanto la sua pelle d'asino la rendeva sporca e nauseante.
Alla fine ci fecero l'occhio, e perché ella si mostrava molto precisa nelle faccende che doveva fare, la fattoressa la prese nelle sue buone grazie.
Menava le pecore all'erba, e, alla sua ora, le rimetteva dentro: e guardava anche i tacchini, e lo faceva con tanta intelligenza, che pareva non avesse fatto altro mestiere in vita sua: ogni cosa fioriva e prosperava fra le sue mani.
Un giorno, mentre stava seduta presso una fontana d'acqua limpidissima, dove veniva spesso a piangere la sua misera sorte, le saltò in capo di specchiarvisi dentro, e l'orribile pelle d'asino, che le serviva da cappello e da vestito, la spaventò.
Vergognandosi di trovarsi in quello stato, si lavò ben bene il viso e le mani, che diventarono bianche più dell'avorio, e il suo bel carnato riprese la freschezza di prima.
Il piacere di vedersi così bella le fece entrar la voglia di bagnarsi, e si bagnò: ma dopo, per tornare alla fattoria, le convenne rimettersi addosso la solita pellaccia.
Per buona fortuna l'indomani era giorno di festa; per cui ebbe tutto il comodo di fare apparire la sua cassetta, di accomodarsi e di pettinarsi perbene, di dare la cipria ai suoi bei capelli e di mettersi il suo bel vestito color dell' aria.
La sua camera era così piccina, che non c'entrava nemmeno tutto lo strascico della sottana.
La bella Principessa si mirò e si ammirò da se stessa, e con molto piacere; anzi, con tanto piacere, che decise da quel momento in poi di mettersi nelle feste e per le domeniche, a uno per volta, tutti i suoi bei vestiti, non foss'altro per darsi un po' di svago.
E mantenne puntualmente la presa risoluzione.
Ella intrecciava dei fiori e dei diamanti fra i suoi bei capelli, con un'arte ammirabile: e spesso sospirava, mortificata di non avere per testimoni, se non le sue pecore e i suoi tacchini, che le volevano lo stesso bene, anche a vederla vestita di quella orribile pelle d'asino, che le aveva dato il brutto soprannome, fra la gente di fattoria.
Un giorno di festa, in cui Pelle d'Asino s'era messa il suo vestito color del sole, il figlio del Re, al quale apparteneva la fattoria, ritornando dalla caccia, vi si fermò per prendere un po' di riposo.
Quel Principe era giovane, bello, fatto a pennello della persona, l'occhio diritto di suo padre, l'amore della Regina sua madre, l'idolo di tutti i suoi popoli.
Venne offerta al Principe una merenda campestre, che egli accettò: e dopo si messe a girare per i cortili e per tutti i ripostigli.
E nel girandolare di qua e di là, entrò in un andito scuro, in fondo al quale vide una porta chiusa.
La curiosità gli fece metter l'occhio al buco della serratura.
Ma immaginatevi come restò, quando vide la Principessa così bella e così riccamente vestita! Al suo aspetto nobile e modesto, la prese per una Dea.
La foga della passione, che provò in quell'istante, fu così forte, che avrebbe dicerto sfondata la porta, se non l'avesse trattenuto il rispetto che gl'ispirava quell'angiolo di donna.
Se ne venne via a gran passi per quell'andito oscuro e tetro, ma lo fece per andar subito ad informarsi chi era la persona che stava in quella piccola cameruccia.
Gli risposero che era una servaccia, chiamata Pelle d'Asino, a motivo della pelle colla quale si vestiva, e che era tutt'unta e bisunta da fare schifo a guardarla e a parlarci, e che l'avevano presa proprio per compassione per mandarla dietro ai montoni e ai tacchini.
Il Principe, poco soddisfatto di questo schiarimento, s'accorse subito che quella gente ordinaria non ne sapeva di più, e che era fiato buttato via stare a interrogarla.
Se ne tornò al palazzo di suo padre, innamorato da non potersi dir quanto, e coll'immagine fissa dinanzi agli occhi, di quella creatura divina che aveva veduto dal buco della serratura.
Egli si pentiva di non aver picchiato alla porta: ma fece giuro che un'altra volta non gli sarebbe più accaduto.
Intanto il gran subbuglio del sangue cagionato dall'amore, gli messe addosso nella nottata un febbrone da cavalli, che in poche ore lo ridusse al lumicino.
La Regina sua madre, che non aveva altri figliuoli che quello, si dava alla disperazione, vedendo tornare inutili tutti i rimedi: e invano prometteva ai medici grandi ricompense: essi adoperavano tutta la loro arte, ma non bastava a guarire il Principe.
Alla fine indovinarono che questa gran malattia derivava da qualche passione segreta, e ne avvertirono la Regina; la quale, tutta tenerezza per il suo figlio, venne a scongiurarlo di palesare la cagione del suo male, col dire che quand'anche si fosse trattato di cedergli la corona, il Re suo padre sarebbe sceso dal trono senza rammarico, pur di vederlo contento; e che se egli avesse desiderato in moglie una Principessa, avrebbe fatto qualunque sacrificio perché la potesse avere, anche se fossero stati in guerra col padre di essa e che ci fossero giusti motivi di rancore; ma che per carità lo scongiuravano a non lasciarsi morire perché dalla vita sua dipendeva la loro.
La Regina desolata non poté finire questo discorso commovente senza bagnare il viso del Principe con un diluvio di lacrime.
"Signora", prese a dire il Principe con un fil di voce, "io non sono un figlio tanto snaturato da desiderare la corona del padre mio: Dio voglia che egli campi ancora cent'anni, e che io possa essere il più fedele e il più rispettoso dei suoi sudditi! In quanto alla Principessa che mi offrite, non ho pensato ancora ad ammogliarmi: ma quando fosse, potete ben credere che, sommesso come sono, farei sempre la vostra volontà, qualunque cosa me ne dovesse costare."
"Ah! figlio mio", riprese la Regina, "nessuna cosa ci parrà grave, pur di salvarti la vita: ma, mio caro figlio, salva la vita mia e quella del padre tuo, facendoci conoscere il tuo desiderio, e stai sicuro che sarai contentato."
"Ebbene, signora", disse egli, "poiché volete per forza che vi manifesti il mio desiderio, vi obbedirò; tanto più che mi parrebbe un delitto di mettere in pericolo la vita di due esseri, che mi sono carissimi.
Ebbene, madre mia, io desidero che Pelle d'Asino mi faccia un piatto dolce: e quando sarà fatto, che mi sia portato qui."
La Regina, sentendo un nome così bizzarro, domandò chi fosse questa Pelle d'Asino.
"Signora", rispose uno de' suoi ufficiali, che per caso l'aveva veduta, "è la bestia più brutta, dopo il lupo: un muso tinto, un sudiciume che abita nella vostra fattoria e che custodisce i tacchini."
"Questo non vuol dir nulla", disse la Regina, "forse il mio figlio, tornando da caccia, avrà mangiato della sua pasticceria: sarà un capriccio da malati: ma infine io voglio che Pelle d'Asino (poiché questa Pelle d' Asino esiste) gli faccia subito un pasticcio."
Si mandò alla fattoria e fu fatta venire Pelle d'Asino, per ordinarle un pasticcio per il Principe, e perché ci mettesse tutta la sua bravura.
Alcuni scrittori pretendono che proprio in quel punto, in cui il Principe pose l'occhio al buco della serratura, gli occhi di Pelle d'Asino se ne avvidero; e che dopo, affacciatasi alla sua finestrina, e visto questo Principe così giovane, così bello, e così ben formato, ne avesse serbata l'immagine scolpita nel cuore, e che spesso e volentieri questo ricordo le fosse costato qualche grosso sospiro!
Fatto sta che Pelle d'Asino, o l'avesse voluto, o avesse solamente sentito dire un gran bene di lui, era tutta contenta di aver trovata la via per farsi conoscere.
Si chiuse nella sua cameretta: gettò in un canto quella pellaccia sudicia, si lavò ben bene il viso e le mani, ravviò i suoi biondi capelli, s'infilò una bella vitina di argento luccicante e una sottana della stessa roba, e si messe a fare il pasticcio tanto desiderato.
Prese del fior di farina, delle uova e del burro freschissimo.
E mentre lavorava a impastarlo, fosse caso o altro, un anello che aveva in dito le cascò nella pasta e vi rimase dentro.
Appena il pasticcio fu cotto, si rimesse addosso la sua orribile Pelle d' Asino e consegnò il pasticcio all'ufficiale, al quale chiese le nuove del Principe: ma questi non si degnò nemmeno di rispondere, e corse subito dal Principe col pasticcio.
Il Principe glielo prese avidamente dalle mani e lo mangiò con tanta voracità, che i medici, lì presenti, dissero subito che questa fame da lupi non era punto un buon segno.
Difatti ci corse poco che il Principe non rimanesse strozzato dall'anello, che trovò in una fetta del pasticcio: ma gli riuscì di cavarselo di bocca con molta destrezza, e così rallentò un poco anche la furia del mangiare, esaminando il bellissimo smeraldo incastonato in un cerchietto d'oro, il quale era così tanto stretto, che egli giudicò non potesse star bene altro che al ditino più grazioso e più affascinante del mondo.
Baciò mille volte l'anello, lo messe sotto il capezzale, e ogni tantino, quando credeva di non esser visto da nessuno, lo tirava fuori per guardarlo.
Non si può dire quanto si tormentasse il cervello per immaginare il modo di arrivare a conoscere colei, alla quale questo anello andasse bene.
Non osava sperare che se egli avesse domandato di Pelle d'Asino, di quella cioè che gli aveva fatto il pasticcio da lui richiesto, gliel'avrebbero fatta venire; e non aveva neppure il coraggio di palesare ad anima viva ciò che aveva veduto dal buco della serratura, per paura che lo canzonassero e lo pigliassero per un visionario.
Il fatto egli è che tutti questi pensieri lo tormentarono tanto e poi tanto, che gli si riprese una grossa febbre: e i medici, non sapendo più che cosa dire, dichiararono alla Regina che il suo figliuolo era malato di amore.
La Regina andò subito dal figlio, insieme col Re, che non sapeva darsi pace.
"Figlio, mio caro figlio", disse il Re, addoloratissimo, "palesa pure il nome di quella che tu vuoi, ché noi facciamo giuro di dartela, foss'anche la più vile fra tutte le schiave della terra."
La Regina, abbracciandolo, gli ripeté il giuro del Re.
Il Principe, intenerito dai pianti e dalle carezze degli autori de' suoi giorni:
"Padre mio e madre mia", disse loro, "io non penso punto a stringere un legame, che possa farvi dispiacere, e la prova, che dico il vero", soggiunse cavando lo smeraldo di sotto il capezzale, "è questa, che io sposerò la donna a cui quest'anello potrà entrare in dito, chiunque ella sia; né c'è da sospettare che quella che avrà un ditino così grazioso e sottile possa essere una marrana o una contadina".
Il Re e la Regina presero in mano l'anello, lo esaminarono con molta curiosità, e finirono col dire come diceva il Principe, cioè, che non poteva andar bene, se non a una fanciulla di buona famiglia.
Allora il Re, abbracciato il Principe e scongiuratolo di guarire, uscì di camera e fece dare nei tamburi, nei pifferi e nelle trombe per tutta la città e bandire col mezzo dei suoi araldi che non c'era da far altro che venire al palazzo per provarsi un anello, e che quella a cui sarebbe tornato preciso, avrebbe sposato l'erede al trono.
Prima arrivarono le Principesse: poi le Duchesse, le Marchese e le Baronesse; ma ebbero tutte un bell'assottigliarsi le dita: non ce ne fu una che potesse infilarsi l'anello.
Convenne scendere alle modistine, le quali, sebbene graziose, avevano i diti troppo grossi.
Il Principe che cominciava a star meglio, faceva da se stesso la prova.
Si venne finalmente alle cameriere; e anche queste fecero la figura di tutte le altre.
Non c'era più nessuna donna che non si fosse provata invano a mettersi l'anello, allorché il Principe volle che venissero le cuoche, le sguattere e le pecoraie: e tutte gli furono menate dinanzi; ma i loro ditoni grossi e tozzi non poterono passare nell'anello, al di là dell'ugna.
"È stata fatta venire quella Pelle d'Asino che, giorni addietro, mi fece un dolce?", domandò il Principe.
Tutti si messero a ridere e risposero di no, perché era troppo sudicia e da far schifo.
"Cercatela subito", disse il Re, "non sarà detto mai che io abbia fatta una sola eccezione."
Ridendo e burlando, corsero in cerca della tacchinaia.
L'infanta, che aveva sentito i tamburi e il bando degli araldi d'arme, s'era già figurata che il suo anello fosse la causa di tutto questo diavoleto; essa amava il Principe, e perché il vero amore è timido e modesto, così stava sempre colla paura che qualche dama non avesse un ditino piccolo come il suo, per cui fu per lei una grande allegrezza quando vennero a cercarla e a battere alla sua porta.
Fin dal momento che ella era venuta a sapere che si cercava un dito, al quale andasse bene il suo anello, una vaga speranza l'aveva consigliata a pettinarsi con più amore del solito e a mettersi il suo bel busto d'argento, con la sottana tutta gale e ricami d'argento e seminata di smeraldi.
Appena sentì bussare alla porta e chiamarsi per andare dal Re, lesta come un baleno si rimise la sua pelle d'asino e aprì.
Gli uomini di corte, pigliandola in canzonatura, le dissero che il Re la cercava, per farle sposare suo figlio; quindi in mezzo alle più matte risate, la condussero dal Principe: il quale, stupefatto anch'esso dallo strano abbigliamento della fanciulla, non voleva credere che fosse quella medesima che aveva veduto coi propri occhi, così sfolgorante e così bella!
Tristo e confuso di aver preso questo granchio a secco madornale:
"Siete voi", le domandò, "che abitate in fondo di quel corridoio oscuro, nel terzo cortile della fattoria?".
"Sissignore!", rispose.
"Fatemi vedere la vostra mano", disse egli tremando e con un grosso sospiro.
Indovinate ora voi chi rimase più meravigliato di tutti? Fu il Re e la Regina, furono tutti i ciamberlani e i grandi della Corte, quando videro uscir fuori di sotto a quella pelle nera e bisunta, una manina delicata, bianca e color di rosa, dove l'anello senza molta fatica poté infilarsi nel più bel ditino del mondo; quindi per un leggero movimento fatto dall'infanta, la pelle cadde, ed ella apparve di una bellezza così abbagliante, che il Principe, sebbene ancora molto debole, si gettò ai suoi piedi e l'abbracciò con tanto ardore, che la fece arrossire; ma nessuno quasi se ne accorse, perché il Re e la Regina vennero ad abbracciarla anch'essi con grandissima tenerezza, e le chiesero se fosse contenta di sposare il loro figliuolo.
La Principessa, confusa da tante carezze e dall'amore che le dimostrava questo bel Principe, stava per ringraziare, quand'ecco che il soffitto della sala si aprì, e la fata Lilla, calandosi dentro a un carro intrecciato coi rami e coi fiori del suo nome, raccontò con una grazia infinita tutta l'istoria dell'infanta.
Il Re e la Regina lietissimi di sapere che Pelle d'Asino era una gran Principessa, raddoppiarono le attenzioni, ma il Principe si mostrò sempre più sensibile alle virtù della Principessa, e il suo amore si accrebbe per tutte le cose che aveva sentito dire.
La sua impazienza di sposare la Principessa era così forte, che non le lasciò nemmeno il tempo di fare i preparativi convenienti per questo augusto imeneo.
Il Re e la Regina, innamorati della loro nuora, le facevano mille carezze e la tenevano sempre stretta fra le loro braccia.
Ella aveva dichiarato che non poteva sposare il Principe senza il consenso del Re suo padre; per cui egli fu il primo ad essere invitato, senza dirgli per altro il nome della sposa: la fata Lilla che, com'è naturale, era quella che regolava ogni cosa, aveva voluto così, per evitare tutte le conseguenze.
Arrivarono Principi e Re da tutti i paesi; chi in portantina, chi in calesse; i più lontani vennero a cavallo sopra elefanti, sopra tigri e sopra aquile; ma il più magnifico e il più potente di tutti fu il padre dell'infanta, il quale, per buona fortuna, aveva dimenticato il suo amore stranissimo e aveva sposato una Regina, vedova e molto bella.
L'infanta andò a incontrarlo; ed egli la riconobbe subito e l'abbracciò con gran tenerezza, prima che ella avesse il tempo di gettarsi ai suoi piedi.
Il Re e la Regina gli presentarono il loro figlio, al quale egli fece un sacco di garbatezze.
Le nozze furono celebrate con uno scialo da non potersi descrivere.
I giovani sposi, poco curanti di tutte queste magnificenze, non vedevano e non pensavano altro che a se stessi.
Il Re, padre del Principe, fece incoronare suo figlio lo stesso giorno, e baciandogli la mano, lo collocò sul trono, malgrado la resistenza opposta da questo buonissimo figliuolo: ma bisognò ubbidire.
Le feste di questi illustri sponsali durarono più di tre mesi; ma l'amore dei giovani sposi durerebbe anch'oggi, tanto si volevano bene, se non fossero morti cent'anni dopo.
La storia di Pelle d'Asino è un po' difficile a pigliarla per vera; ma finché nel mondo ci saranno nonne, mamme e ragazzi, se la ricorderanno tutti con piacere.
Le Fate
di Carlo Collodi
C'era una volta una vedova che aveva due figliuole.
La maggiore somigliava tutta alla mamma, di lineamenti e di carattere, e chi vedeva lei, vedeva sua madre, tale e quale.
Tutte e due erano tanto antipatiche e così gonfie di superbia, che nessuno le voleva avvicinare.
Viverci insieme poi, era impossibile addirittura.
La più giovane invece, per la dolcezza dei modi e per la bontà del cuore, era tutta il ritratto del suo babbo...
e tanto bella poi, tanto bella, che non si sarebbe trovata l'eguale.
E naturalmente, poiché ogni simile ama il suo simile, quella madre andava pazza per la figliuola maggiore; e sentiva per quell'altra un'avversione, una ripugnanza spaventevole.
La faceva mangiare in cucina, e tutte le fatiche e i servizi di casa toccavano a lei.
Fra le altre cose, bisognava che quella povera ragazza andasse due volte al giorno ad attingere acqua a una fontana distante più d'un miglio e mezzo, e ne riportasse una brocca piena.
Un giorno, mentre stava appunto lì alla fonte, le apparve accanto una povera vecchia che la pregò in carità di darle da bere.
"Ma volentieri, nonnina mia..." rispose la bella fanciulla "aspettate; vi sciacquo la brocca..."
E subito dette alla mezzina una bella risciacquata, la riempì di acqua fresca, e gliela presentò sostenendola in alto con le sue proprie mani, affinché la vecchiarella bevesse con tutto il suo comodo.
Quand'ebbe bevuto, disse la nonnina:
"Tu sei tanto bella, quanto buona e quanto per benino, figliuola mia, che non posso fare a meno di lasciarti un dono".
Quella era una Fata, che aveva preso la forma di una povera vecchia di campagna per vedere fin dove arrivava la bontà della giovinetta.
E continuò:
"Ti do per dono che ad ogni parola che pronunzierai ti esca di bocca o un fiore o una pietra preziosa".
La ragazza arrivò a casa con la brocca piena, qualche minuto più tardi; la mamma le fece un baccano del diavolo per quel piccolo ritardo.
"Mamma, abbi pazienza, ti domando scusa...", disse la figliuola tutta umile, e intanto che parlava le uscirono di bocca due rose, due perle e due brillanti grossi.
"Ma che roba è questa!...", esclamò la madre stupefatta, "sbaglio o tu sputi perle e brillanti!...
O come mai, figlia mia?..."
Era la prima volta in tutta la sua vita che la chiamava così, e in tono affettuoso.
La fanciulla raccontò ingenuamente quel che le era accaduto alla fontana; e durante il racconto, figuratevi i rubini e i topazi che le caddero già dalla bocca!
"Oh, che fortuna...", disse la madre, "bisogna che ci mandi subito anche quest'altra.
Senti, Cecchina, guarda che cosa esce dalla bocca della tua sorella quando parla.
Ti piacerebbe avere anche per te lo stesso dono?...
Basta che tu vada alla fonte; e se una vecchia ti chiede da bere, daglielo con buona maniera."
"E non ci mancherebbe altro!...", rispose quella sbadata.
"Andare alla fontana ora!"
"Ti dico che tu ci vada...
e subito", gridò la mamma.
Brontolò, brontolò; ma brontolando prese la strada portando con sé la più bella fiasca d'argento che fosse in casa.
La superbia, capite, e l'infingardaggine!...
Appena arrivata alla fonte, eccoti apparire una gran signora vestita magnificamente, che le chiede un sorso d'acqua.
Era la medesima Fata apparsa poco prima a quell'altra sorella; ma aveva preso l'aspetto e il vestiario di una principessa, per vedere fino a quale punto giungeva la malcreanza di quella pettegola.
"O sta' a vedere...", rispose la superba, "che son venuta qui per dar da bere a voi!...
Sicuro!...
per abbeverare vostra Signora, non per altro!...
Guardate, se avete sete, la fonte eccola lì."
"Avete poca educazione, ragazza...", rispose la Fata senza adirarsi punto, "e giacché siete così sgarbata, vi do per dono che ad ogni parola pronunziata da voi vi esca di bocca un rospo o una serpe."
Appena la mammina la vide tornare da lontano, le gridò a piena gola:
"Dunque, Cecchina, com'è andata?".
"Non mi seccate, mamma!...", replicò la monella; e sputò due vipere e due rospacci.
"O Dio!...
che vedo!...", esclamò la madre.
"La colpa deve essere tutta di tua sorella, ma me la pagherà..."
E si mosse per picchiarla.
Quella povera figliuola fuggì via di rincorsa e andò a rifugiarsi nella foresta vicina.
Il figliuolo del Re che ritornava da caccia la incontrò per un viottolo, e vedendola così bella, le domandò che cosa faceva in quel luogo sola sola, e perché piangeva tanto.
"La mamma...", disse lei, "m'ha mandato via di casa e mi voleva picchiare..."
Il figliuolo del Re, che vide uscire da quella bocchina cinque o sei perle e altrettanti brillanti, la pregò di raccontare come mai era possibile una cosa tanto meravigliosa.
E la ragazza raccontò per filo e per segno tutto quello che le era accaduto.
Il Principe reale se ne innamorò subito e considerando che il dono della Fata valeva più di qualunque grossa dote che potesse avere un'altra donna, la condusse senz'altro al palazzo del Re suo padre e se la sposò.
Quell'altra sorella frattanto si fece talmente odiare da tutti, che sua madre stessa la cacciò via di casa; e la disgraziata dopo aver corso invano cercando chi acconsentisse a riceverla andò a morire sul confine del bosco.
MORALE
Gli smeraldi, le perle, ed i diamanti
Abbaglian gli occhi col vivo splendore;
Ma le dolci parole e i dolci pianti
Hanno spesso più forza e più valore.
ALTRA MORALE
La cortesia che le bell'alme accende,
Costa talora acerbi affanni e pene;
Ma presto o tardi la virtù risplende,
E quando men ci pensa il premio ottiene.
Cappuccetto Rosso
di Carlo Collodi
C'era una volta in un villaggio una bambina, la più carina che si potesse mai vedere.
La sua mamma n'era matta, e la sua nonna anche di pìù.
Quella buona donna di sua madre le aveva fatto fare un cappuccetto rosso, il quale le tornava così bene a viso, che la chiamavano dappertutto Cappuccetto Rosso.
Un giorno sua madre, avendo cavate di forno alcune stiacciate, le disse:
"Va' un po' a vedere come sta la tua nonna, perché mi hanno detto che era un po' incomodata: e intanto portale questa stiacciata e questo vasetto di burro".
Cappuccetto Rosso, senza farselo dire due volte, partì per andare dalla sua nonna, la quale stava in un altro villaggio.
E passando per un bosco s'imbatté in quella buona lana del Lupo, il quale avrebbe avuto una gran voglia di mangiarsela; ma poi non ebbe il coraggio di farlo, a motivo di certi taglialegna che erano lì nella foresta.
Egli le domandò dove andava.
La povera bambina, che non sapeva quanto sia pericoloso fermarsi per dar retta al Lupo, gli disse:
"Vo a vedere la mia nonna e a portarle una stiacciata, con questo vasetto di burro, che le manda la mamma mia".
"Sta molto lontana di qui?", disse il Lupo.
"Oh, altro!", disse Cappuccetto Rosso.
"La sta laggiù, passato quel mulino, che si vede di qui, nella prima casa, al principio del villaggio."
"Benissimo", disse il Lupo, "voglio venire a vederla anch'io.
Io piglierò da questa parte, e tu da quell'altra, e faremo a chi arriva più presto."
Il Lupo si messe a correre per la sua strada, che era una scorciatoia, con quanta forza avea nelle gambe: e la bambina se ne andò per la sua strada, che era la più lunga, baloccandosi a cogliere le nocciuole, a dar dietro alle farfalle, e a fare dei mazzetti con tutti i fiorellini, che incontrava lungo la via.
Il Lupo in due salti arrivò a casa della nonna e bussò.
"Toc, toc."
"Chi è?"
"Sono la vostra bambina, son Cappuccetto Rosso", disse il Lupo, contraffacendone la voce, "e vengo a portarvi una stiacciata e un vasetto di burro, che vi manda la mamma mia."
La buona nonna, che era a letto perché non si sentiva troppo bene, gli gridò:
"Tira la stanghetta, e la porta si aprirà".
Il Lupo tirò la stanghetta, e la porta si aprì.
Appena dentro, si gettò sulla buona donna e la divorò in men che non si dice, perché erano tre giorni che non s'era sdigiunato.
Quindi rinchiuse la porta e andò a mettersi nel letto della nonna, aspettando che arrivasse Cappuccetto Rosso, che, di lì a poco, venne a picchiare alla porta.
"Toc, toc."
"Chi è?"
Cappuccetto Rosso, che sentì il vocione grosso del Lupo, ebbe dapprincipio un po' di paura; ma credendo che la sua nonna fosse infreddata rispose:
"Sono la vostra bambina, son Cappuccetto Rosso, che vengo a portarvi una stiacciata e un vasetto di burro, che vi manda la mamma mia".
Il Lupo gridò di dentro, assottigliando un po' la voce:
"Tira la stanghetta e la porta si aprirà."
Cappuccetto Rosso tirò la stanghetta e la porta si aprì.
Il Lupo, vistala entrare, le disse, nascondendosi sotto le coperte:
"Posa la stiacciata e il vasetto di burro sulla madia e vieni a letto con me".
Cappuccetto Rosso si spogliò ed entrò nel letto, dove ebbe una gran sorpresa nel vedere com'era fatta la sua nonna, quando era tutta spogliata.
E cominciò a dire:
"O nonna mia, che braccia grandi che avete!".
"Gli è per abbracciarti meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che gambe grandi che avete!"
"Gli è per correr meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che orecchie grandi che avete!"
"Gli è per sentirci meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che occhioni grandi che avete!"
"Gli è per vederci meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che denti grandi che avete!"
"Gli è per mangiarti meglio."
E nel dir così, quel malanno di Lupo si gettò sul povero Cappuccetto Rosso, e ne fece un boccone.
La storia di Cappuccetto Rosso fa vedere ai giovinetti e alle giovinette, e segnatamente alle giovinette, che non bisogna mai fermarsi a discorrere per la strada con gente che non si conosce: perché dei lupi ce n'è dappertutto e di diverse specie, e i più pericolosi sono appunto quelli che hanno faccia di persone garbate e piene di complimenti e di belle maniere.
Il gatto con gli stivali
di Carlo Collodi
Un mugnaio, venuto a morte, non lasciò altri beni ai suoi tre figliuoli che aveva, se non il suo mulino, il suo asino e il suo gatto.
Così le divisioni furono presto fatte: né ci fu bisogno dell'avvocato e del notaro; i quali, com'è naturale, si sarebbero mangiata in un boccone tutt'intera la piccola eredità.
Il maggiore ebbe il mulino.
Il secondo, l'asino.
E il minore dei fratelli ebbe solamente il gatto.
Quest'ultimo non sapeva darsi pace, per essergli toccata una parte così meschina.
"I miei fratelli", faceva egli a dire, "potranno tirarsi avanti onestamente, menando vita in comune: ma quanto a me, quando avrò mangiato il mio gatto, e fattomi un manicotto della sua pelle, bisognerà che mi rassegni a morir di fame."
Il gatto, che sentiva questi discorsi, e faceva finta di non darsene per inteso, gli disse con viso serio e tranquillo:
"Non vi date alla disperazione, padron mio! Voi non dovete far altro che trovarmi un sacco e farmi fare un paio di stivali per andare nel bosco; e dopo vi farò vedere che nella parte che vi è toccata, non siete stato trattato tanto male quanto forse credete".
Sebbene il
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