I RACCONTI DELLE FATE, di Carlo Collodi - pagina 6
...
.
E la cosa andò appuntino com'egli se l'era figurata; perché l'Orco, svegliatosi sulla mezzanotte, si pentì di aver differito al giorno dopo quello che poteva aver fatto la sera stessa.
Saltò dunque il letto bruscamente, e prendendo il coltellaccio:
"Andiamo un po' a vedere", disse, "come stanno queste birbe; e facciamola finita una volta per tutte".
Quindi salì a tastoni nella camera delle sue figlie, e si avvicinò al letto dove erano i ragazzi, i quali dormivano tutti, meno Puccettino, che ebbe una gran paura quando sentì l'Orco che gli tastava la testa, come l'aveva già tastata ai suoi fratelli.
L'Orco sentendo la corona d'oro, disse:
"Ora la facevo bella davvero! Si vede proprio che ieri sera ne ho bevuto mezzo dito di più".
Allora andò all'altro letto, e avendo sentito i berretti dei ragazzi:
"Eccoli", disse, "questi monellacci! Lavoriamo di fine".
E nel dir così, senza esitare, tagliò la gola alle sue sette figliuole.
Contentissimo del fatto suo, andò di nuovo a coricarsi accanto alla moglie.
Appena che Puccettino sentì l'Orco che russava, svegliò i suoi fratelli e disse loro di vestirsi subito e di seguirlo.
Scesero in punta di piedi nel giardino e scavalcarono il muro.
Corsero a gambe quasi tutta la notte, tremando come foglie, e senza sapere dove andavano.
Quando l'Orco si svegliò, disse alla moglie:
"Va' un po' a vestire quei monelli di ieri sera".
L'Orchessa restò molto meravigliata della bontà insolita di suo marito, e non le passò neanche dalla mente che per vestirli egli volesse intendere un'altra cosa, credendo in buona fede di doverli andare a vestire.
Salì dunque di sopra, e rimase senza fiato in corpo, vedendo le sue sette figliuole scannate e immerse nel proprio sangue.
Cominciò subito dallo svenirsi, essendo questo il primo espediente, a cui in simili casi ricorrono tutte le donne.
L'Orco, temendo che la moglie non mettesse troppo tempo a far quello che le aveva ordinato, salì di sopra anche lui per darle una mano; e non rimase meno sconcertato alla vista di quello spettacolo orrendo.
"Ah! che ho mai fatto?", gridò.
"Ma quei disgraziati me la pagheranno, e subito!"
E senza mettere tempo in mezzo, gettò una brocca d'acqua sul naso della moglie, e così avendola fatta tornare in sé:
"Dammi subito", disse, "i miei stivali di sette chilometri, perché io li voglio raggiungere".
E uscì fuori all'aperta campagna, e dopo aver corso di qua e di là, finalmente infilò la strada che battevano per l'appunto quei poveri ragazzi, che erano forse distanti non più di cento passi dalla casa paterna.
Essi videro l'Orco che passava di montagna in montagna, traversando i fiumi colla stessa facilità come se fossero stati rigagnoli.
Puccettino avendo occhiata una roccia incavata, lì vicino al luogo dove si trovavano, vi fece nascondere i sei fratelli, e vi si nascose anch'esso, senza perdere peraltro di vista tutte le mosse dell'Orco.
L'Orco che cominciava a sentirsi rifinito dalla strada fatta (perché gli stivali di sette chilometri son molto faticosi per chi li porta), pensò di ripigliar fiato, e il cielo volle che andasse per l'appunto a sedersi sopra la roccia, dove quei ragazzi si erano nascosti.
E siccome era stanco morto, dopo essersi sdraiato si addormentò, e si messe a russare con tanto fracasso, che i poveri ragazzi ebbero la stessa paura di quando lo videro col coltellaccio in mano, in atto di far loro la festa.
Ma Puccettino non ebbe tutta questa paura, e disse ai fratelli di scappare a gambe verso casa, mentre l'Orco dormiva come un ghiro; e di non stare in pena per lui.
Essi non se lo fecero dir due volte, e in pochi minuti arrivarono a casa.
Puccettino intanto si avvicinò all'Orco: gli levò adagino gli stivali, e se l'infilò per sé.
Questi stivali erano molto grandi e molto larghi, ma perché eran fatati, avevano la virtù d'ingrandirsi e di rimpicciolirsi, secondo la gamba di chi li calzava: per cui, gli tornavano precisi, come se fossero stati fatti per il suo piede.
Eglì andò di carriera alla casa dell'Orco, dove trovò la moglie che piangeva per le figlie uccise.
"Vostro marito", le disse Puccettino, "si trova in un gran pericolo: è cascato fra le mani di una banda di assassini, che hanno giurato di ucciderlo, se non consegna loro tutto il suo oro e il suo argento.
Mentre gli stavano col pugnale alla gola, esso mi ha visto, e mi ha pregato di venir qui per avvertirvi della sua trista condizione e per invitarvi a darmi tutto quello che egli possiede di prezioso, senza ritenervi nulla, perché caso diverso, lo uccideranno senz'ombra di misericordia.
E siccome il tempo stringe, egli ha voluto che prendessi i suoi stivali di sette chilometri, come vedete, e non solo perché mi spicciassi, ma anche perché possiate accertarvi che non sono un imbroglione."
La buona donna, tutta spaventata, gli diede ogni cosa che aveva; perché l'Orco, in fin dei conti, era un buon marito, quantunque fosse ghiotto di bambini.
Puccettino, col carico addosso di tutte le ricchezze dell'Orco, tornò a casa del padre, dove fu accolto con grandissima festa.
C'è per altro della gente che non crede che la cosa finisse così; e pretendono che Puccettino non commettesse mai questo furto a danno dell'Orco: e che solo non si facesse scrupolo di prendergli gli stivali di sette chilometri, perché egli se ne serviva unicamente per dare la caccia ai ragazzi.
Questi tali accertano di aver saputo la verità proprio sul posto, per essersi trovati a mangiare e bere nella stessa casa del taglialegna.
Raccontano, dunque, che quando Puccettino ebbe infilato gli stivali dell'Orco, se ne andò alla Corte, dove stavano tutti in gran pensiero per un'armata, che era in campagna alla distanza di duecento chilometri, e per l'esito di una battaglia data pochi giorni avanti.
Dimodoché Puccettino andò a trovare il Re e gli disse che se lo desiderava avrebbe potuto portargli le notizie dell'armata, prima del calar del sole.
E il Re gli promise una grossa somma, se egli fosse stato da tanto.
La sera stessa Puccettino ritornò colle notizie dell'armata; e questa prima corsa avendolo messo in buona vista, guadagnava quel che voleva; perché il Re lo pagava profumatamente, valendosi di lui per portare i suoi ordini al campo; e un'infinità di signore gli davano quel che chiedeva, per aver le nuove dei loro amanti; e questo fu il guadagno più concludente di tutti gli altri.
Ci furono anche alcune mogli che gli consegnarono delle lettere per i loro mariti; ma esse pagavano coi gomiti, e il profitto era così meschino, che egli non si degnò nemmeno di segnare nel libro degli utili i piccoli benefizi che gli pervenivano per questo titolo.
Dopo aver fatto per qualche tempo il mestiere del corriere, e avere ammassato grandi ricchezze, ritornò alla casa di suo padre, dove non è possibile immaginarsi la festa che gli fecero nel rivederlo fra loro.
Egli messe la sua famiglia nell'agiatezza; comprò degl'impieghi, di recente fondazione, per il padre e per i fratelli: formò a tutti uno stato conveniente; e gli rimase sempre un ritaglio di tempo, tanto da fare il damerino colle signore.
La storia di questo piccolo eroe, che i francesi chiamano Petit Poucet, perché era grande appena come il dito pollice, è stata forse inventata apposta per dar ragione e autorità a quell'antico proverbio che dice: "Gli uomini non si misurano a canne!".
Pelle d'asino
di Carlo Collodi
C'era una voIta un Re così potente, così ben voluto da' suoi popoli e così rispettato dai suoi vicini e alleati, che poteva dirsi il più felice di tutti i monarchi della terra.
Fra le sue tante fortune, c'era anche quella di avere scelta per compagna una Principessa, bella quanto virtuosa: e questi avventurati sposi vivevano come due anime in un nocciolo.
Dal loro casto imeneo era nata una figlia, ornata di tutte le grazie e di tutte le attrattive, a segno tale da non far loro desiderare una figliuolanza più numerosa.
Il lusso, l'abbondanza, il buon gusto regnavano nel loro palazzo: i ministri erano saggi e capaci: i cortigiani virtuosi e affezionati: i domestici fidati e laboriosi: le scuderie vaste e piene de' più bei cavalli del mondo, tutti coperti di magnifiche gualdrappe.
Ma la cosa che faceva maggiormente stupire i forestieri, che venivano a visitare quelle belle scuderie, era che nel bel mezzo di esse e nel luogo più vistoso, un signor Somaro faceva sfoggio delle sue grandi e lunghe orecchie.
Né si può dire che questo fosse un capriccio; se il Re gli aveva assegnato un posto particolare e quasi d'onore, c'era la sua ragione.
Perché bisogna sapere che questo raro animale meritava davvero ogni riguardo, a motivo che la natura lo aveva formato in un modo così straordinario e singolare, che tutte le mattine la sua lettiera, invece di essere sporca, era ricoperta a profusione di bellissimi zecchini e napoleoni d'oro, che venivano raccattati, appena egli si svegliava.
Ma siccome le disgrazie sono tegoli che cascano sul capo dei Re come su quello dei sudditi, e non c'è allegrezza senza che ci sia mescolato qualche dispiacere, così accadde che la Regina fu colta all'improvviso da una fiera malattia, per la quale né la scienza né i medici sapevano suggerire rimedio di sorta.
La desolazione era al colmo.
Il Re, tenero di cuore e innamoratissimo, a dispetto del proverbio che dice "Il matrimonio è la tomba dell'amore", si dava alla disperazione e faceva voti ardentissimi a tutte le divinità del regno, e offriva la sua vita per quella di una sposa così adorata: ma gli Dei e le fate erano sordi a ogni preghiera.
Intanto la Regina, sentendo avvicinarsi l'ultim'ora, disse al suo sposo, il quale struggevasi in pianto:
"Prima di morire, non vi abbiate a male se esigo da voi una cosa; ed è, che nel caso vi venisse voglia di rimaritarvi...".
A queste parole il Re dette in urli da straziare il cuore.
Prese le mani di sua moglie e le bagnò di pianto, giurando che era un di più venirgli a parlare di un altro matrimonio.
"No, no, mia cara Regina", egli gridava, "ditemi piuttosto che io debbo seguirvi!"
"Lo Stato", ripigliò la Regina con una tranquillità imperturbabile, che accresceva gli spasimi e le torture del Re, "lo Stato ha ragione di pretendere da voi dei successori; e vedendo che io ho dato solamente una figlia, vorrà da voi dei figli che vi somiglino: ma io, con tutte le forze dell'anima e per tutto il bene che mi avete voluto, vi domando di non cedere alle insistenze de' vostri popoli, se non quando avrete trovato una Principessa più bella e fatta meglio di me.
Giuratemelo, e morirò contenta."
Alcuni credono che la Regina, la quale non mancava di una certa dose di amor proprio, volesse per forza questo giuramento, perché, persuasa com'era che nel mondo non ci fosse altra donna da starle a fronte per bellezza, veniva così ad assicurarsi che il Re non si sarebbe mai riammogliato.
Finalmente ella morì, né ci fu marito che facesse mai tanto fracasso.
Piangeva come una vite tagliata, singhiozzava giorno e notte, e non aveva altro pensiero, che quello di adempiere a tutto il cerimoniale e a tutte le seccature del vedovile.
Ma i grandi dolori non durano.
D'altra parte, i maggiorenti dello Stato si riunirono, e presentatisi in deputazione al Re, si fecero a domandargli che riprendesse moglie.
Questa proposta gli parve dura, e fu cagione di nuovi piagnistei.
Messe di mezzo il giuramento fatto alla Regina e sfidò tutti i suoi consiglieri a trovargli una mogile più bella e fatta meglio della sua sposa buon'anima; persuaso che sarebbe stato impossibile.
Ma il Consiglio chiamò ragazzate simili giuramenti, e soggiunse che la bellezza importava fino ad un certo segno, purché la regina fosse virtuosa e buona da far figliuoli: che per la quiete e la tranquillità dello Stato ci volevano dei Principi ereditarii: che, senza ombra di dubbio, l'infanta aveva tutte le doti volute per diventare una gran Regina, ma bisognava darle per isposo un forestiero: e in questo caso, o il forestiero l'avrebbe menata a casa sua, o, regnando con essa, i loro figli non sarebbero stati considerati dello stesso sangue: e finalmente, che non avendo egli nessun figlio maschio che portasse il suo nome, i popoli vicini avrebbero potuto far nascere delle guerre da condurre lo Stato in rovina.
Il Re, toccato da queste considerazioni, dette parola che avrebbe pensato a contentarli.
Cercò difatti fra le Principesse da marito quella che sarebbe stata più adatta per lui.
Ogni giorno gli portavano a vedere dei bellissimi ritratti: ma non ce n'era neppur una che avesse le grazie della defunta Regina.
E così non si decideva mai.
Quand'ecco che per sua gran disgrazia, sebbene fosse stato fin allora un uomo pien di giudizio, tutto a un tratto dette volta al cervello, e cominciò a pigliare la fissazione di credere che l'infanta sua figlia vincesse di gran lunga in grazia e in bellezza la Regina madre, e fece intendere che era deciso a volerla sposare, perché ella sola poteva scioglierlo dalla fatta promessa.
A questa brutale proposizione, la giovane Principessa, un fior di virtù e di pudore, ci corse poco non cadesse in terra svenuta.
Si gettò ai piedi del Re suo padre, e lo scongiurò, con tutte le forze dell'anima, a non costringerla a commettere un tal delitto.
Ma il Re, che si era fitto in testa questa strana idea, volle consultare un vecchio druido, per acquietare la coscienza della giovane Principessa.
Il druido, che sapeva più d'ambizioso che di santo, non badò a sacrificare l'innocenza e la virtù, per la boria di diventare il confidente di un gran Re, e trovò il modo di insinuarsi con tanto garbo nell'animo di lui, e gli abbellì talmente il delitto che stava per commettere, che lo persuase perfino che lo sposare la propria figlia era un'opera meritoria.
Il Re, messo su dai discorsi dello scellerato, lo abbracciò, e si partì da lui più incaponito che mai nella sua idea, e ordinò all'infanta di prepararsi a ubbidire.
La giovane Principessa straziata da un acerbo dolore, non vide altro scampo che andare a casa della sua comare, la fata Lilla.
Per cui partì la sera stessa in un grazioso calessino, tirato da un grosso montone che conosceva tutte le strade, e arrivò felicemente.
La fata, che voleva molto bene all'infanta, le disse che aveva saputo ogni cosa, ma che non se ne desse alcun pensiero, perché non poteva accaderle nulla di male, solo che avesse dato retta fedelmente alle sue prescrizioni.
"Perché, mia cara figlia", ella disse, "sarebbe un grande sproposito lo sposare vostro padre: e voi, senza contradirlo, potete tirarvene fuori: ditegli, che per contentare un vostro capriccio, bisogna che egli vi regali un vestito color dell'aria.
Con tutta la sua potenza non sarà mai capace di tanto."
La Principessa ringraziò senza fine la comare, e la mattina dopo ripeté al Re, suo padre, quello che la fata le aveva consigliato, dichiarando che senza il vestito color dell'aria, ella non avrebbe mai acconsentito a nulla.
Il Re, tutto contento per la speranza avuta, radunò gli operai più famosi e ordinò loro questa stoffa, sotto pena che, se non ci fossero riusciti, li avrebbe fatti tutti impiccare dal primo all'ultimo.
Ma non ebbe il dispiacere di venire a questi estremi.
Il giorno dopo gli portarono il vestito tanto desiderato: e il cielo quando è sparso di nuvole d'oro non ha un colore più bello di quello che aveva questa stoffa, quando venne spiegata.
L'infanta ne rimase afflittissima e non sapeva come uscire da quest'impiccio.
Il Re pigiava per venire a una conclusione.
Bisognò tornare un'altra volta dalla comare, la quale stupita che il suo ripiego non avesse fatto l'effetto, le suggerì di provarsi a chiedere un altro vestito color della luna.
Il Re, che non sapeva ricusarle nulla, mandò fuori in cerca di operai più capaci, e ordinò loro un vestito color della luna, e con tanta premura di averlo subito, che fra l'ordinarlo e il riportarlo bell'e fatto, non ci corsero ventiquattr'ore.
L'infanta, invaghita in quel primo momento più del magnifico vestito che di tutte le attenzioni di suo padre, se ne afflisse poi oltremisura, appena si trovò insieme colle sue donne e colla sua nutrice.
La fata Lilla, che sapeva tutto, venne in aiuto alla sconsolata Principessa, e le disse:
"O io non ne azzecco più una, oppure ho ragione di credere che se ora gli chiedeste un vestito color del sole, si sarebbe trovato il verso di disgustare il Re, vostro padre; perché è impossibile che si possa giungere a fabbricare una simile stoffa.
Male male che la vada, guadagneremo sempre del tempo".
L'infanta se ne persuase, e chiese il vestito.
Il Re, tutto amore per lei, diede senza rincrescimento tutti i diamanti e i rubini della sua corona, con ordine di non risparmiare alcuna cosa perché questa stoffa riuscisse compagna al sole: tanto che quando fu messa in mostra, tutti quelli che la videro, furono costretti a chiuder gli occhi per il gran bagliore.
Si vuole anzi che incominci da quel tempo l'uso degli occhiali verdi e delle lenti affumicate.
Figuratevi un po' come rimase l'infanta a quella vista.
Cosa più bella e più artisticamente lavorata non s'era veduta mai.
Ella restò confusa, e col pretesto che le faceva male agli occhi, si ritirò nella sua camera, dove la fata l'aspettava col rossore della vergogna fino alla punta dei capelli.
E lì accadde di peggio; perché la fata, vedendo il vestito color del sole, diventò paonazza dal gran dispetto.
"Oh, questa volta poi, figlia cara", diss'ella all'infanta, "metteremo l'indegno amore di vostro padre a una prova terribile.
Sia pure che egli abbia fissato davvero il chiodo in questo matrimonio, che si figura assai vicino: ma io son sicura che rimarrà molto sbalestrato dalla domanda che vi consiglio di fargli.
Si tratta della pelle di quell'asino, al quale egli vuole un gran bene perché provvede con tanta larghezza a tutte le spese della sua Corte.
Andate, e ditegli che desiderate quella pelle."
L'infanta, tutt'allegra di aver trovato un altro scappavia per mandare a monte un matrimonio che detestava, e colla speranza sicura che il padre suo non avrebbe mai acconsentito a sacrificare l'asino del suo cuore, andò da lui e gli disse chiaro e tondo che voleva la pelle di quel bell'animale.
Sebbene il Re rimanesse molto sconcertato per questo capriccio, non esitò a contentarla.
Il povero asino fu sacrificato e la sua pelle venne presentata con molta galanteria all'infanta, la quale, non vedendo più alcun mezzo per sottrarsi alla sua disgrazia, stava per perdersi d'animo e darsi alla disperazione; quando ecco che sopraggiunse la fata:
"Che fate voi, figlia mia", diss'ella vedendo la Principessa che si strappava i capelli e si graffiava il bel viso; "questo è il momento più fortunato della vostra vita.
Avvolgetevi in codesta pelle, uscite dal palazzo e camminate finché troverete terra sotto i piedi.
Quando si sacrifica tutto alla virtù, gli Dei sanno ricompensare.
Andate; sarà mia cura che le vostre robe vi seguano dappertutto; in qualunque luogo, dove vi fermerete, la cassetta de' vostri vestiti e delle vostre gioie vi sarà venuta dietro sotto terra: eccovi la mia bacchetta: ve la regalo, e battendola in terra tutte le volte che avrete bisogno della vostra cassetta, la cassetta apparirà dinanzi ai vostri occhi.
Ma spicciatevi a partire, e non più indugi".
L'infanta abbracciò mille volte la sua comare, pregandola di non abbandonarla mai; si messe addosso quella brutta pelle, e dopo essersi insudiciato il viso di fuliggine, uscì da quel magnifico palazzo, senza che nessuno la riconoscesse.
La sparizione dell'infanta fece un gran chiasso.
Il Re, che aveva fatto preparare una magnifica festa, era disperato e non sapeva darsene pace.
Diè ordine che partissero più di cento giandarmi e più di mille moschettieri in cerca della figlia: ma la fata, che la proteggeva, la rendeva invisibile agli occhi di tutti; e così bisognò farsene una ragione.
L'infanta intanto comminava giorno e notte.
Essa andò lontano, e poi più lontano, e sempre più lontano, e cercava dappertutto un posto da impiegarsi; ma sebbene per carità le dessero un boccone, nessuno voleva saperne di lei, a cagione di vederla tanto sudicia.
Giunse finalmente a una bella città, dove vicino alla porta c'era una fattoria: e la fattoressa aveva appunto bisogno di una donna da strapazzo per lavare i cenci e per tenere puliti i tacchini e lo stallino dei maiali.
Vedendo questa zingara così sudicia, le propose di entrare al suo servizio: e l'infanta accettò di gran cuore, stanca com'era di aver fatto tanto paese.
Fu messa in un canto della cucina, dove sui primi giorni ebbe a patire gli scherzi triviali del basso servidorame, tanto la sua pelle d'asino la rendeva sporca e nauseante.
Alla fine ci fecero l'occhio, e perché ella si mostrava molto precisa nelle faccende che doveva fare, la fattoressa la prese nelle sue buone grazie.
Menava le pecore all'erba, e, alla sua ora, le rimetteva dentro: e guardava anche i tacchini, e lo faceva con tanta intelligenza, che pareva non avesse fatto altro mestiere in vita sua: ogni cosa fioriva e prosperava fra le sue mani.
Un giorno, mentre stava seduta presso una fontana d'acqua limpidissima, dove veniva spesso a piangere la sua misera sorte, le saltò in capo di specchiarvisi dentro, e l'orribile pelle d'asino, che le serviva da cappello e da vestito, la spaventò.
Vergognandosi di trovarsi in quello stato, si lavò ben bene il viso e le mani, che diventarono bianche più dell'avorio, e il suo bel carnato riprese la freschezza di prima.
Il piacere di vedersi così bella le fece entrar la voglia di bagnarsi, e si bagnò: ma dopo, per tornare alla fattoria, le convenne rimettersi addosso la solita pellaccia.
Per buona fortuna l'indomani era giorno di festa; per cui ebbe tutto il comodo di fare apparire la sua cassetta, di accomodarsi e di pettinarsi perbene, di dare la cipria ai suoi bei capelli e di mettersi il suo bel vestito color dell' aria.
La sua camera era così piccina, che non c'entrava nemmeno tutto lo strascico della sottana.
La bella Principessa si mirò e si ammirò da se stessa, e con molto piacere; anzi, con tanto piacere, che decise da quel momento in poi di mettersi nelle feste e per le domeniche, a uno per volta, tutti i suoi bei vestiti, non foss'altro per darsi un po' di svago.
E mantenne puntualmente la presa risoluzione.
Ella intrecciava dei fiori e dei diamanti fra i suoi bei capelli, con un'arte ammirabile: e spesso sospirava, mortificata di non avere per testimoni, se non le sue pecore e i suoi tacchini, che le volevano lo stesso bene, anche a vederla vestita di quella orribile pelle d'asino, che le aveva dato il brutto soprannome, fra la gente di fattoria.
Un giorno di festa, in cui Pelle d'Asino s'era messa il suo vestito color del sole, il figlio del Re, al quale apparteneva la fattoria, ritornando dalla caccia, vi si fermò per prendere un po' di riposo.
Quel Principe era giovane, bello, fatto a pennello della persona, l'occhio diritto di suo padre, l'amore della Regina sua madre, l'idolo di tutti i suoi popoli.
Venne offerta al Principe una merenda campestre, che egli accettò: e dopo si messe a girare per i cortili e per tutti i ripostigli.
E nel girandolare di qua e di là, entrò in un andito scuro, in fondo al quale vide una porta chiusa.
La curiosità gli fece metter l'occhio al buco della serratura.
Ma immaginatevi come restò, quando vide la Principessa così bella e così riccamente vestita! Al suo aspetto nobile e modesto, la prese per una Dea.
La foga della passione, che provò in quell'istante, fu così forte, che avrebbe dicerto sfondata la porta, se non l'avesse trattenuto il rispetto che gl'ispirava quell'angiolo di donna.
Se ne venne via a gran passi per quell'andito oscuro e tetro, ma lo fece per andar subito ad informarsi chi era la persona che stava in quella piccola cameruccia.
Gli risposero che era una servaccia, chiamata Pelle d'Asino, a motivo della pelle colla quale si vestiva, e che era tutt'unta e bisunta da fare schifo a guardarla e a parlarci, e che l'avevano presa proprio per compassione per mandarla dietro ai montoni e ai tacchini.
Il Principe, poco soddisfatto di questo schiarimento, s'accorse subito che quella gente ordinaria non ne sapeva di più, e che era fiato buttato via stare a interrogarla.
Se ne tornò al palazzo di suo padre, innamorato da non potersi dir quanto, e coll'immagine fissa dinanzi agli occhi, di quella creatura divina che aveva veduto dal buco della serratura.
Egli si pentiva di non aver picchiato alla porta: ma fece giuro che un'altra volta non gli sarebbe più accaduto.
Intanto il gran subbuglio del sangue cagionato dall'amore, gli messe addosso nella nottata un febbrone da cavalli, che in poche ore lo ridusse al lumicino.
La Regina sua madre, che non aveva altri figliuoli che quello, si dava alla disperazione, vedendo tornare inutili tutti i rimedi: e invano prometteva ai medici grandi ricompense: essi adoperavano tutta la loro arte, ma non bastava a guarire il Principe.
Alla fine indovinarono che questa gran malattia derivava da qualche passione segreta, e ne avvertirono la Regina; la quale, tutta tenerezza per il suo figlio, venne a scongiurarlo di palesare la cagione del suo male, col dire che quand'anche si fosse trattato di cedergli la corona, il Re suo padre sarebbe sceso dal trono senza rammarico, pur di vederlo contento; e che se egli avesse desiderato in moglie una Principessa, avrebbe fatto qualunque sacrificio perché la potesse avere, anche se fossero stati in guerra col padre di essa e che ci fossero giusti motivi di rancore; ma che per carità lo scongiuravano a non lasciarsi morire perché dalla vita sua dipendeva la loro.
La Regina desolata non poté finire questo discorso commovente senza bagnare il viso del Principe con un diluvio di lacrime.
"Signora", prese a dire il Principe con un fil di voce, "io non sono un figlio tanto snaturato da desiderare la corona del padre mio: Dio voglia che egli campi ancora cent'anni, e che io possa essere il più fedele e il più rispettoso dei suoi sudditi! In quanto alla Principessa che mi offrite, non ho pensato ancora ad ammogliarmi: ma quando fosse, potete ben credere che, sommesso come sono, farei sempre la vostra volontà, qualunque cosa me ne dovesse costare."
"Ah! figlio mio", riprese la Regina, "nessuna cosa ci parrà grave, pur di salvarti la vita: ma, mio caro figlio, salva la vita mia e quella del padre tuo, facendoci conoscere il tuo desiderio, e stai sicuro che sarai contentato."
"Ebbene, signora", disse egli, "poiché volete per forza che vi manifesti il mio desiderio, vi obbedirò; tanto più che mi parrebbe un delitto di mettere in pericolo la vita di due esseri, che mi sono carissimi.
Ebbene, madre mia, io desidero che Pelle d'Asino mi faccia un piatto dolce: e quando sarà fatto, che mi sia portato qui."
La Regina, sentendo un nome così bizzarro, domandò chi fosse questa Pelle d'Asino.
"Signora", rispose uno de' suoi ufficiali, che per caso l'aveva veduta, "è la bestia più brutta, dopo il lupo: un muso tinto, un sudiciume che abita nella vostra fattoria e che custodisce i tacchini."
"Questo non vuol dir nulla", disse la Regina, "forse il mio figlio, tornando da caccia, avrà mangiato della sua pasticceria: sarà un capriccio da malati: ma infine io voglio che Pelle d'Asino (poiché questa Pelle d' Asino esiste) gli faccia subito un pasticcio."
Si mandò alla fattoria e fu fatta venire Pelle d'Asino, per ordinarle un pasticcio per il Principe, e perché ci mettesse tutta la sua bravura.
Alcuni scrittori pretendono che proprio in quel punto, in cui il Principe pose l'occhio al buco della serratura, gli occhi di Pelle d'Asino se ne avvidero; e che dopo, affacciatasi alla sua finestrina, e visto questo Principe così giovane, così bello, e così ben formato, ne avesse serbata l'immagine scolpita nel cuore, e che spesso e volentieri questo ricordo le fosse costato qualche grosso sospiro!
Fatto sta che Pelle d'Asino, o l'avesse voluto, o avesse solamente sentito dire un gran bene di lui, era tutta contenta di aver trovata la via per farsi conoscere.
Si chiuse nella sua cameretta: gettò in un canto quella pellaccia sudicia, si lavò ben bene il viso e le mani, ravviò i suoi biondi capelli, s'infilò una bella vitina di argento luccicante e una sottana della stessa roba, e si messe a fare il pasticcio tanto desiderato.
Prese del fior di farina, delle uova e del burro freschissimo.
E mentre lavorava a impastarlo, fosse caso o altro, un anello che aveva in dito le cascò nella pasta e vi rimase dentro.
Appena il pasticcio fu cotto, si rimesse addosso la sua orribile Pelle d' Asino e consegnò il pasticcio all'ufficiale, al quale chiese le nuove del Principe: ma questi non si degnò nemmeno di rispondere, e corse subito dal Principe col pasticcio.
Il Principe glielo prese avidamente dalle mani e lo mangiò con tanta voracità, che i medici, lì presenti, dissero subito che questa fame da lupi non era punto un buon segno.
Difatti ci corse poco che il Principe non rimanesse strozzato dall'anello, che trovò in una fetta del pasticcio: ma gli riuscì di cavarselo di bocca con molta destrezza, e così rallentò un poco anche la furia del mangiare, esaminando il bellissimo smeraldo incastonato in un cerchietto d'oro, il quale era così tanto stretto, che egli giudicò non potesse star bene altro che al ditino più grazioso e più affascinante del mondo.
Baciò mille volte l'anello, lo messe sotto il capezzale, e ogni tantino, quando credeva di non esser visto da nessuno, lo tirava fuori per guardarlo.
Non si può dire quanto si tormentasse il cervello per immaginare il modo di arrivare a conoscere colei, alla quale questo anello andasse bene.
Non osava sperare che se egli avesse domandato di Pelle d'Asino, di quella cioè che gli aveva fatto il pasticcio da lui richiesto, gliel'avrebbero fatta venire; e non aveva neppure il coraggio di palesare ad anima viva ciò che aveva veduto dal buco della serratura, per paura che lo canzonassero e lo pigliassero per un visionario.
Il fatto egli è che tutti questi pensieri lo tormentarono tanto e poi tanto, che gli si riprese una grossa febbre: e i medici, non sapendo più che cosa dire, dichiararono alla Regina che il suo figliuolo era malato di amore.
La Regina andò subito dal figlio, insieme col Re, che non sapeva darsi pace.
"Figlio, mio caro figlio", disse il Re, addoloratissimo, "palesa pure il nome di quella che tu vuoi, ché noi facciamo giuro di dartela, foss'anche la più vile fra tutte le schiave della terra."
La Regina, abbracciandolo, gli ripeté il giuro del Re.
Il Principe, intenerito dai pianti e dalle carezze degli autori de' suoi giorni:
"Padre mio e madre mia", disse loro, "io non penso punto a stringere un legame, che possa farvi dispiacere, e la prova, che dico il vero", soggiunse cavando lo smeraldo di sotto il capezzale, "è questa, che io sposerò la donna a cui quest'anello potrà entrare in dito, chiunque ella sia; né c'è da sospettare che quella che avrà un ditino così grazioso e sottile possa essere una marrana o una contadina".
Il Re e la Regina presero in mano l'anello, lo esaminarono con molta curiosità, e finirono col dire come diceva il Principe, cioè, che non poteva andar bene, se non a una fanciulla di buona famiglia.
Allora il Re, abbracciato il Principe e scongiuratolo di guarire, uscì di camera e fece dare nei tamburi, nei pifferi e nelle trombe per tutta la città e bandire col mezzo dei suoi araldi che non c'era da far altro che venire al palazzo per provarsi un anello, e che quella a cui sarebbe tornato preciso, avrebbe sposato l'erede al trono.
Prima arrivarono le Principesse: poi le Duchesse, le Marchese e le Baronesse; ma ebbero tutte un bell'assottigliarsi le dita: non ce ne fu una che potesse infilarsi l'anello.
Convenne scendere alle modistine, le quali, sebbene graziose, avevano i diti troppo grossi.
Il Principe che cominciava a star meglio, faceva da se stesso la prova.
Si venne finalmente alle cameriere; e anche queste fecero la figura di tutte le altre.
Non c'era più nessuna donna che non si fosse provata invano a mettersi l'anello, allorché il Principe volle che venissero le cuoche, le sguattere e le pecoraie: e tutte gli furono menate dinanzi; ma i loro ditoni grossi e tozzi non poterono passare nell'anello, al di là dell'ugna.
"È stata fatta venire quella Pelle d'Asino che, giorni addietro, mi fece un dolce?", domandò il Principe.
Tutti si messero a ridere e risposero di no, perché era troppo sudicia e da far schifo.
"Cercatela subito", disse il Re, "non sarà detto mai che io abbia fatta una sola eccezione."
Ridendo e burlando, corsero in cerca della tacchinaia.
L'infanta, che aveva sentito i tamburi e il bando degli araldi d'arme, s'era già figurata che il suo anello fosse la causa di tutto questo diavoleto; essa amava il Principe, e perché il vero amore è timido e modesto, così stava sempre colla paura che qualche dama non avesse un ditino piccolo come il suo, per cui fu per lei una grande allegrezza quando vennero a cercarla e a battere alla sua porta.
Fin dal momento che ella era venuta a sapere che si cercava un dito, al quale andasse bene il suo anello, una vaga speranza l'aveva consigliata a pettinarsi con più amore del solito e a mettersi il suo bel busto d'argento, con la sottana tutta gale e ricami d'argento e seminata di smeraldi.
Appena sentì bussare alla porta e chiamarsi per andare dal Re, lesta come un baleno si rimise la sua pelle d'asino e aprì.
Gli uomini di corte, pigliandola in canzonatura, le dissero che il Re la cercava, per farle sposare suo figlio; quindi in mezzo alle più matte risate, la condussero dal Principe: il quale, stupefatto anch'esso dallo strano abbigliamento della fanciulla, non voleva credere che fosse quella medesima che aveva veduto coi propri occhi, così sfolgorante e così bella!
Tristo e confuso di aver preso questo granchio a secco madornale:
"Siete voi", le domandò, "che abitate in fondo di quel corridoio oscuro, nel terzo cortile della fattoria?".
"Sissignore!", rispose.
"Fatemi vedere la vostra mano", disse egli tremando e con un grosso sospiro.
Indovinate ora voi chi rimase più meravigliato di tutti? Fu il Re e la Regina, furono tutti i ciamberlani e i grandi della Corte, quando videro uscir fuori di sotto a quella pelle nera e bisunta, una manina delicata, bianca e color di rosa, dove l'anello senza molta fatica poté infilarsi nel più bel ditino del mondo; quindi per un leggero movimento fatto dall'infanta, la pelle cadde, ed ella apparve di una bellezza così abbagliante, che il Principe, sebbene ancora molto debole, si gettò ai suoi piedi e l'abbracciò con tanto ardore, che la fece arrossire; ma nessuno quasi se ne accorse, perché il Re e la Regina vennero ad abbracciarla anch'essi con grandissima tenerezza, e le chiesero se fosse contenta di sposare il loro figliuolo.
La Principessa, confusa da tante carezze e dall'amore che le dimostrava questo bel Principe, stava per ringraziare, quand'ecco che il soffitto della sala si aprì, e la fata Lilla, calandosi dentro a un carro intrecciato coi rami e coi fiori del suo nome, raccontò con una grazia infinita tutta l'istoria dell'infanta.
Il Re e la Regina lietissimi di sapere che Pelle d'Asino era una gran Principessa, raddoppiarono le attenzioni, ma il Principe si mostrò sempre più sensibile alle virtù della Principessa, e il suo amore si accrebbe per tutte le cose che aveva sentito dire.
La sua impazienza di sposare la Principessa era così forte, che non le lasciò nemmeno il tempo di fare i preparativi convenienti per questo augusto imeneo.
Il Re e la Regina, innamorati della loro nuora, le facevano mille carezze e la tenevano sempre stretta fra le loro braccia.
Ella aveva dichiarato che non poteva sposare il Principe senza il consenso del Re suo padre; per cui egli fu il primo ad essere invitato, senza dirgli per altro il nome della sposa: la fata Lilla che, com'è naturale, era quella che regolava ogni cosa, aveva voluto così, per evitare tutte le conseguenze.
Arrivarono Principi e Re da tutti i paesi; chi in portantina, chi in calesse; i più lontani vennero a cavallo sopra elefanti, sopra tigri e sopra aquile; ma il più magnifico e il più potente di tutti fu il padre dell'infanta, il quale, per buona fortuna, aveva dimenticato il suo amore stranissimo e aveva sposato una Regina, vedova e molto bella.
L'infanta andò a incontrarlo; ed egli la riconobbe subito e l'abbracciò con gran tenerezza, prima che ella avesse il tempo di gettarsi ai suoi piedi.
Il Re e la Regina gli presentarono il loro figlio, al quale egli fece un sacco di garbatezze.
Le nozze furono celebrate con uno scialo da non potersi descrivere.
I giovani sposi, poco curanti di tutte queste magnificenze, non vedevano e non pensavano altro che a se stessi.
Il Re, padre del Principe, fece incoronare suo figlio lo stesso giorno, e baciandogli la mano, lo collocò sul trono, malgrado la resistenza opposta da questo buonissimo figliuolo: ma bisognò ubbidire.
Le feste di questi illustri sponsali durarono più di tre mesi; ma l'amore dei giovani sposi durerebbe anch'oggi, tanto si volevano bene, se non fossero morti cent'anni dopo.
La storia di Pelle d'Asino è un po' difficile a pigliarla per vera; ma finché nel mondo ci saranno nonne, mamme e ragazzi, se la ricorderanno tutti con piacere.
Le Fate
di Carlo Collodi
C'era una volta una vedova che aveva due figliuole.
La maggiore somigliava tutta alla mamma, di lineamenti e di carattere, e chi vedeva lei, vedeva sua madre, tale e quale.
Tutte e due erano tanto antipatiche e così gonfie di superbia, che nessuno le voleva avvicinare.
Viverci insieme poi, era impossibile addirittura.
La più giovane invece, per la dolcezza dei modi e per la bontà del cuore, era tutta il ritratto del suo babbo...
e tanto bella poi, tanto bella, che non si sarebbe trovata l'eguale.
E naturalmente, poiché ogni simile ama il suo simile, quella madre andava pazza per la figliuola maggiore; e sentiva per quell'altra un'avversione, una ripugnanza spaventevole.
La faceva mangiare in cucina, e tutte le fatiche e i servizi di casa toccavano a lei.
Fra le altre cose, bisognava che quella povera ragazza andasse due volte al giorno ad attingere acqua a una fontana distante più d'un miglio e mezzo, e ne riportasse una brocca piena.
Un giorno, mentre stava appunto lì alla fonte, le apparve accanto una povera vecchia che la pregò in carità di darle da bere.
"Ma volentieri, nonnina mia..." rispose la bella fanciulla "aspettate; vi sciacquo la brocca..."
E subito dette alla mezzina una bella risciacquata, la riempì di acqua fresca, e gliela presentò sostenendola in alto con le sue proprie mani, affinché la vecchiarella bevesse con tutto il suo comodo.
Quand'ebbe bevuto, disse la nonnina:
"Tu sei tanto bella, quanto buona e quanto per benino, figliuola mia, che non posso fare a meno di lasciarti un dono".
Quella era una Fata, che aveva preso la forma di una povera vecchia di campagna per vedere fin dove arrivava la bontà della giovinetta.
E continuò:
"Ti do per dono che ad ogni parola che pronunzierai ti esca di bocca o un fiore o una pietra preziosa".
La ragazza arrivò a casa con la brocca piena, qualche minuto più tardi; la mamma le fece un baccano del diavolo per quel piccolo ritardo.
"Mamma, abbi pazienza, ti domando scusa...", disse la figliuola tutta umile, e intanto che parlava le uscirono di bocca due rose, due perle e due brillanti grossi.
"Ma che roba è questa!...", esclamò la madre stupefatta, "sbaglio o tu sputi perle e brillanti!...
O come mai, figlia mia?..."
Era la prima volta in tutta la sua vita che la chiamava così, e in tono affettuoso.
La fanciulla raccontò ingenuamente quel che le era accaduto alla fontana; e durante il racconto, figuratevi i rubini e i topazi che le caddero già dalla bocca!
"Oh, che fortuna...", disse la madre, "bisogna che ci mandi subito anche quest'altra.
Senti, Cecchina, guarda che cosa esce dalla bocca della tua sorella quando parla.
Ti piacerebbe avere anche per te lo stesso dono?...
Basta che tu vada alla fonte; e se una vecchia ti chiede da bere, daglielo con buona maniera."
"E non ci mancherebbe altro!...", rispose quella sbadata.
"Andare alla fontana ora!"
"Ti dico che tu ci vada...
e subito", gridò la mamma.
Brontolò, brontolò; ma brontolando prese la strada portando con sé la più bella fiasca d'argento che fosse in casa.
La superbia, capite, e l'infingardaggine!...
Appena arrivata alla fonte, eccoti apparire una gran signora vestita magnificamente, che le chiede un sorso d'acqua.
Era la medesima Fata apparsa poco prima a quell'altra sorella; ma aveva preso l'aspetto e il vestiario di una principessa, per vedere fino a quale punto giungeva la malcreanza di quella pettegola.
"O sta' a vedere...", rispose la superba, "che son venuta qui per dar da bere a voi!...
Sicuro!...
per abbeverare vostra Signora, non per altro!...
Guardate, se avete sete, la fonte eccola lì."
"Avete poca educazione, ragazza...", rispose la Fata senza adirarsi punto, "e giacché siete così sgarbata, vi do per dono che ad ogni parola pronunziata da voi vi esca di bocca un rospo o una serpe."
Appena la mammina la vide tornare da lontano, le gridò a piena gola:
"Dunque, Cecchina, com'è andata?".
"Non mi seccate, mamma!...", replicò la monella; e sputò due vipere e due rospacci.
"O Dio!...
che vedo!...", esclamò la madre.
"La colpa deve essere tutta di tua sorella, ma me la pagherà..."
E si mosse per picchiarla.
Quella povera figliuola fuggì via di rincorsa e andò a rifugiarsi nella foresta vicina.
Il figliuolo del Re che ritornava da caccia la incontrò per un viottolo, e vedendola così bella, le domandò che cosa faceva in quel luogo sola sola, e perché piangeva tanto.
"La mamma...", disse lei, "m'ha mandato via di casa e mi voleva picchiare..."
Il figliuolo del Re, che vide uscire da quella bocchina cinque o sei perle e altrettanti brillanti, la pregò di raccontare come mai era possibile una cosa tanto meravigliosa.
E la ragazza raccontò per filo e per segno tutto quello che le era accaduto.
Il Principe reale se ne innamorò subito e considerando che il dono della Fata valeva più di qualunque grossa dote che potesse avere un'altra donna, la condusse senz'altro al palazzo del Re suo padre e se la sposò.
Quell'altra sorella frattanto si fece talmente odiare da tutti, che sua madre stessa la cacciò via di casa; e la disgraziata dopo aver corso invano cercando chi acconsentisse a riceverla andò a morire sul confine del bosco.
MORALE
Gli smeraldi, le perle, ed i diamanti
Abbaglian gli occhi col vivo splendore;
Ma le dolci parole e i dolci pianti
Hanno spesso più forza e più valore.
ALTRA MORALE
La cortesia che le bell'alme accende,
Costa talora acerbi affanni e pene;
Ma presto o tardi la virtù risplende,
E quando men ci pensa il premio ottiene.
Cappuccetto Rosso
di Carlo Collodi
C'era una volta in un villaggio una bambina, la più carina che si potesse mai vedere.
La sua mamma n'era matta, e la sua nonna anche di pìù.
Quella buona donna di sua madre le aveva fatto fare un cappuccetto rosso, il quale le tornava così bene a viso, che la chiamavano dappertutto Cappuccetto Rosso.
Un giorno sua madre, avendo cavate di forno alcune stiacciate, le disse:
"Va' un po' a vedere come sta la tua nonna, perché mi hanno detto che era un po' incomodata: e intanto portale questa stiacciata e questo vasetto di burro".
Cappuccetto Rosso, senza farselo dire due volte, partì per andare dalla sua nonna, la quale stava in un altro villaggio.
E passando per un bosco s'imbatté in quella buona lana del Lupo, il quale avrebbe avuto una gran voglia di mangiarsela; ma poi non ebbe il coraggio di farlo, a motivo di certi taglialegna che erano lì nella foresta.
Egli le domandò dove andava.
La povera bambina, che non sapeva quanto sia pericoloso fermarsi per dar retta al Lupo, gli disse:
"Vo a vedere la mia nonna e a portarle una stiacciata, con questo vasetto di burro, che le manda la mamma mia".
"Sta molto lontana di qui?", disse il Lupo.
"Oh, altro!", disse Cappuccetto Rosso.
"La sta laggiù, passato quel mulino, che si vede di qui, nella prima casa, al principio del villaggio."
"Benissimo", disse il Lupo, "voglio venire a vederla anch'io.
Io piglierò da questa parte, e tu da quell'altra, e faremo a chi arriva più presto."
Il Lupo si messe a correre per la sua strada, che era una scorciatoia, con quanta forza avea nelle gambe: e la bambina se ne andò per la sua strada, che era la più lunga, baloccandosi a cogliere le nocciuole, a dar dietro alle farfalle, e a fare dei mazzetti con tutti i fiorellini, che incontrava lungo la via.
Il Lupo in due salti arrivò a casa della nonna e bussò.
"Toc, toc."
"Chi è?"
"Sono la vostra bambina, son Cappuccetto Rosso", disse il Lupo, contraffacendone la voce, "e vengo a portarvi una stiacciata e un vasetto di burro, che vi manda la mamma mia."
La buona nonna, che era a letto perché non si sentiva troppo bene, gli gridò:
"Tira la stanghetta, e la porta si aprirà".
Il Lupo tirò la stanghetta, e la porta si aprì.
Appena dentro, si gettò sulla buona donna e la divorò in men che non si dice, perché erano tre giorni che non s'era sdigiunato.
Quindi rinchiuse la porta e andò a mettersi nel letto della nonna, aspettando che arrivasse Cappuccetto Rosso, che, di lì a poco, venne a picchiare alla porta.
"Toc, toc."
"Chi è?"
Cappuccetto Rosso, che sentì il vocione grosso del Lupo, ebbe dapprincipio un po' di paura; ma credendo che la sua nonna fosse infreddata rispose:
"Sono la vostra bambina, son Cappuccetto Rosso, che vengo a portarvi una stiacciata e un vasetto di burro, che vi manda la mamma mia".
Il Lupo gridò di dentro, assottigliando un po' la voce:
"Tira la stanghetta e la porta si aprirà."
Cappuccetto Rosso tirò la stanghetta e la porta si aprì.
Il Lupo, vistala entrare, le disse, nascondendosi sotto le coperte:
"Posa la stiacciata e il vasetto di burro sulla madia e vieni a letto con me".
Cappuccetto Rosso si spogliò ed entrò nel letto, dove ebbe una gran sorpresa nel vedere com'era fatta la sua nonna, quando era tutta spogliata.
E cominciò a dire:
"O nonna mia, che braccia grandi che avete!".
"Gli è per abbracciarti meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che gambe grandi che avete!"
"Gli è per correr meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che orecchie grandi che avete!"
"Gli è per sentirci meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che occhioni grandi che avete!"
"Gli è per vederci meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che denti grandi che avete!"
"Gli è per mangiarti meglio."
E nel dir così, quel malanno di Lupo si gettò sul povero Cappuccetto Rosso, e ne fece un boccone.
La storia di Cappuccetto Rosso fa vedere ai giovinetti e alle giovinette, e segnatamente alle giovinette, che non bisogna mai fermarsi a discorrere per la strada con gente che non si conosce: perché dei lupi ce n'è dappertutto e di diverse specie, e i più pericolosi sono appunto quelli che hanno faccia di persone garbate e piene di complimenti e di belle maniere.
Il gatto con gli stivali
di Carlo Collodi
Un mugnaio, venuto a morte, non lasciò altri beni ai suoi tre figliuoli che aveva, se non il suo mulino, il suo asino e il suo gatto.
Così le divisioni furono presto fatte: né ci fu bisogno dell'avvocato e del notaro; i quali, com'è naturale, si sarebbero mangiata in un boccone tutt'intera la piccola eredità.
Il maggiore ebbe il mulino.
Il secondo, l'asino.
E il minore dei fratelli ebbe solamente il gatto.
Quest'ultimo non sapeva darsi pace, per essergli toccata una parte così meschina.
"I miei fratelli", faceva egli a dire, "potranno tirarsi avanti onestamente, menando vita in comune: ma quanto a me, quando avrò mangiato il mio gatto, e fattomi un manicotto della sua pelle, bisognerà che mi rassegni a morir di fame."
Il gatto, che sentiva questi discorsi, e faceva finta di non darsene per inteso, gli disse con viso serio e tranquillo:
"Non vi date alla disperazione, padron mio! Voi non dovete far altro che trovarmi un sacco e farmi fare un paio di stivali per andare nel bosco; e dopo vi farò vedere che nella parte che vi è toccata, non siete stato trattato tanto male quanto forse credete".
Sebbene il padrone del gatto non pigliasse queste parole per moneta contante, a ogni modo gli aveva visto fare tanti giuochi di destrezza nel prendere i topi, or col mettersi penzoloni, attaccato per i piedi, or col fare il morto, nascosto dentro la farina, che finì coll'aver qualche speranza di trovare in lui un po' di aiuto nelle sue miserie.
Appena il gatto ebbe ciò che voleva, s'infilò bravamente gli stivali, e mettendosi il sacco al collo, prese le corde colle zampe davanti e se ne andò in una conigliera, dove c'erano moltissimi conigli.
Pose dentro al sacco un po' di crusca e della cicerbita: e sdraiandosi per terra come se fosse morto, aspettò che qualche giovine coniglio, ancora novizio dei chiapperelli del mondo, venisse a ficcarsi nel sacco per la gola di mangiare la roba che c'era dentro.
Appena si fu sdraiato, ebbe subito la grazia.
Eccoti un coniglio, giovane d'anni e di giudizio, che entrò dentro al sacco: e il bravo gatto, tirando subito la funicella, lo prese e l'uccise senza pietà né misericordia.
Tutto glorioso della preda fatta andò dal Re, e chiese di parlargli.
Lo fecero salire nei quartieri del Re, dove entrato che fu fece una gran riverenza al Re, e gli disse:
"Ecco, Sire, un coniglio di conigliera che il signor marchese di Carabà", era il nome che gli era piaciuto di dare al suo padrone, "mi ha incaricato di presentarvi da parte sua".
"Di' al tuo padrone" rispose il Re "che lo ringrazio e che mi ha fatto un vero regalo."
Un'altra volta andò a nascondersi fra il grano, tenendo sempre il suo sacco aperto; e appena ci furono entrate dentro due pernici, tirò la corda e le acchiappò tutte e due.
Corse quindi a presentarle al Re, come aveva fatto per il coniglio di conigliera.
Il Re gradì moltissimo anche le due pernici e gli fece dare la mancia.
Il gatto in questo modo continuò per due o tre mesi a portare di tanto in tanto ai Re la selvaggina della caccia del suo padrone.
Un giorno avendo saputo che il Re doveva recarsi a passeggiare lungo la riva del fiume insieme alla sua figlia, la più bella Principessa del mondo, disse al suo padrone:
"Se date retta a un mio consiglio, la vostra fortuna è fatta: voi dovete andare a bagnarvi nel fiume, e precisamente nel posto che vi dirò io: quanto al resto, lasciate fare a me".
Il marchese di Carabà fece tutto quello che gli consigliò il suo gatto, senza sapere a che cosa gli avrebbe potuto giovare.
Mentre egli si bagnava, il Re passò di là; e il gatto si messe a gridare con quanta ne aveva in gola:
"Aiuto, aiuto! affoga il marchese di Carabà".
A queste grida, il Re messe il capo fuori dallo sportello della carrozza e, riconosciuto il gatto, che tante volte gli aveva portato la selvaggina, ordinò alle guardie che corressero subito in aiuto del marchese di Carabà.
Intanto che tiravano su, fuori dell'acqua, il povero Marchese, il gatto avvicinandosi alla carrozza raccontò al Re che mentre il suo padrone si bagnava, i ladri erano venuti a portargli via i suoi vestiti, sebbene avesse gridato al ladro con tutta la forza dei polmoni.
Il furbo trincato aveva nascosto i panni sotto un pietrone.
Il Re diè ordine subito agli ufficiali della sua guardaroba di andare a prendere uno dei più sfarzosi vestiari per il marchese di Carabà.
Il Re gli usò mille carezze, e siccome l'abito che gli avevano portato in quel momento faceva spiccare i pregi della sua persona (perché era bello e benissimo fatto), la Principessa lo trovò simpatico e di suo genio: e bastarono poche occhiate del marchese di Carabà, molto rispettose ma abbastanza tenere, perché ella ne rimanesse innamorata cotta.
Volle il Re che salisse nella sua carrozza, e facesse la passeggiata con essi.
Il gatto, contentissimo di vedere che il suo disegno cominciava a pigliar colore, s'avviò avanti; e avendo incontrato dei contadini, che segavano, disse loro:
"Buona gente che segate il fieno, se non dite al Re che il prato segato da voi appartiene al marchese di Carabà, sarete tutti affettati fini fini come carne da far polpette".
Il Re infatti domandò ai segatori di chi fosse il prato che segavano.
"È del marchese di Carabà", dissero tutti a una voce perché la minaccia del gatto li aveva impauriti.
"Voi avete di bei possessi", disse il Re al marchese di Carabà.
"Lo vedete da voi, Sire", rispose il Marchese.
"Questa è una prateria, che non c'è anno che non mi dia una raccolta abbondantissima."
Il bravo gatto, che faceva sempre da battistrada, incontrò dei mietitori, e disse loro:
"Buona gente che segate il grano, se non direte che tutto questo grano appartiene al signor marchese di Carabà, sarete stritolati fini fini come carne da far polpette".
Il Re, che passò pochi minuti dopo, volle sapere a chi appartenesse tutto il grano che vedeva.
"È del signor marchese di Carabà", risposero i mietitori.
E il Re se ne rallegrò col Marchese.
Il gatto, che trottava sempre avanti la carrozza, ripeteva sempre le medesime cose a tutti quelli che incontrava lungo la strada; e il Re rimaneva meravigliato dei grandi possessi del signor marchese di Carabà.
Finalmente il gatto arrivò a un bel castello, di cui era padrone un orco, il più ricco che si fosse mai veduto; perché tutte le terre, che il Re aveva attraversate, dipendevano da questo castello.
Il gatto s'ingegnò di sapere chi era quest'uomo, e che cosa sapesse fare: e domandò di potergli parlare, dicendo che gli sarebbe parso sconvenienza passare così accosto al suo castello senza rendergli omaggio e riverenza.
L'orco l'accolse con tutta quella cortesia che può avere un orco; e gli offrì da riposarsi.
"Mi hanno assicurato", disse il gatto, "che voi avete la virtù di potervi cambiare in ogni specie d'animali; e che vi potete, per dirne una, trasformare in leone e in elefante."
"Verissimo!", rispose l'orco bruscamente, "e per darvene una prova, mi vedrete diventare un leone."
Il gatto fu così spaventato dal vedersi dinanzi agli occhi un leone, che s'arrampicò subito su per le grondaie, ma non senza fatica e pericolo, a cagione dei suoi stivali, che non erano buoni a nulla per camminare sulle grondaie de' tetti.
Di lì a poco, quando il gatto si avvide che l'orco aveva ripresa la sua forma di prima, calò a basso e confessò di avere avuto una gran paura.
"Mi hanno per di più assicurato", disse il gatto, "ma questa mi par troppo grossa e non la posso bere, che voi avete anche la virtù di prendere la forma dei più piccoli animali; come sarebbe a dire, di cambiarvi, per esempio, in un topo o in una talpa: ma anche queste son cose, lasciate che ve lo ripeta, che mi paiono sogni dell'altro mondo!"
"Sogni?", disse l'orco.
"Ora vi farò veder io!..."
E nel dir così, si cangiò in sorcio, e si messe a correre per la stanza.
Ma il gatto, lesto come un baleno, gli s'avventò addosso e lo mangiò.
Intanto il Re che, passando da quella parte, vide il bel castello dell'orco, volle entrarvi.
Il gatto, che sentì il rumore della carrozza che passava sul ponte-levatoio del castello, corse incontro al Re e gli disse:
"Vostra Maestà sia la benvenuta in questo castello del signor marchese di Carabà".
"Come! signor Marchese!", esclamò il Re.
"Anche questo castello è vostro? Non c'è nulla di più bello di questo palazzo e delle fabbriche che lo circondano; visitiamolo all'interno, se non vi scomoda."
Il Marchese dette la mano alla Principessa; e seguendo il Re, che era salito il primo, entrarono in una gran sala, dove trovarono imbandita una magnifica merenda, che l'orco aveva fatta preparare per certi suoi amici che dovevano venire a trovarlo, ma che non avevano ardito di entrar nel castello, perché sapevano che c'era il Re.
Il Re, contento da non potersi dire, delle belle doti del marchese di Carabà, al pari della sua figlia, che n'era pazza, e vedendo i grandi possessi che aveva, dopo aver vuotato quattro o cinque bicchieri, gli disse:
"Signor Marchese! se volete diventare mio genero, non sta che a voi".
Il marchese, con mille reverenze, gradì l'alto onore fattogli dal Re, e il giorno dopo sposò la Principessa.
Il gatto diventò gran signore, e se seguitò a dar la caccia ai topi, lo fece unicamente per passatempo.
Godersi in pace una ricca eredità, passata di padre in figlio, è sempre una bella cosa: ma per i giovani, l'industria, l'abilità e la svegliatezza d'ingegno valgono più d'ogni altra fortuna ereditata.
Da questo lato, la storia del gatto del signor marchese di Carabà è molto istruttiva, segnatamente per i gatti e per i marchesi di Carabà.
Enrichetto dal ciuffo
di Carlo Collodi
C'era una volta una Regina, la quale partorì un figliuolo così brutto e così male imbastito, da far dubitare per un pezzo se avesse fattezze di bestia o di cristiano.
Una fata, che si trovò presente al parto, dette per sicuro che egli avrebbe avuto molto spirito: e aggiunse di più, che in grazia di un certo dono particolare, fattogli da lei, avrebbe potuto trasfondere altrettanta dose di spirito e d'intelligenza in quella persona, chiunque si fosse, che egli avesse amato sopra tutte le altre.
Questa cosa consolò un poco la povera Regina, la quale non poteva darsi pace di aver messo al mondo un brutto marmocchio a quel modo!
Il fatto egli è, che appena il fanciullo cominciò a spiccicar parola, disse delle cose molto aggiustate: e in tutto quello che faceva, mostrava un so che di così aggraziato, che piaceva e dava nel genio a tutti.
Mi dimenticava di dire che egli nacque con un ciuffettino di capelli sulla testa: e per questo lo chiamarono Enrichetto dal ciuffo: perché Enrichetto era il suo nome di battesimo.
In capo a sette o otto anni, la Regina di uno Stato vicino partorì due bambine.
La prima, che venne al mondo, era più bella del Sole; e la Regina ne sentì un'allegrezza così grande, da far temere per la sua salute.
La stessa fata, che aveva assistito alla nascita di Enrichetto dal ciuffo, si trovò presente anche a quest'altra: e per moderare la gioia della Regina, le dichiarò che la piccola Principessa non avrebbe avuto neppur l'ombra dello spirito, per cui sarebbe stata tanto stupida, quanto era bella.
La Regina rimase molto male di questa cosa: ma pochi momenti dopo ebbe un altro dispiacere anche più grosso, nel vedere che la seconda figlia, che aveva partorito, era talmente brutta da fare paura.
"Non vi disperate, signora", le disse la fata, "la vostra figlia sarà ricompensata per un altro verso; essa avrà tanto spirito, da non avvedersi nemmeno della bellezza che non l'è toccata."
"Dio voglia che sia così!", rispose la Regina, "ma non ci sarebbe modo di fare avere un po' di spirito anche alla maggiore che è tanto bella?"
"Per quanto allo spirito, o signora, io non ci posso far nulla", disse la fata, "ma posso tutto per la parte della bellezza; e siccome non c'è cosa al mondo che non farei per vedervi contenta, così le concederò in dono la virtù di far diventare bella la persona che più sarà di suo genio."
A mano a mano che le due Principesse crescevano, crescevano con esse i loro pregi, fino al punto che non si parlava d'altro che della bellezza della più grande e dello spirito della minore.
È vero però che anche i loro difetti si facevano più vistosi, coll'andare in là degli anni.
La minore imbruttiva a occhiate, e la maggiore diventava stupida un giorno più dell'altro, e non sapeva rispondere alle domande che le venivano fatte, o rispondeva delle giuccherie.
Oltre a questo ell'era così smanierata e senza garbo né grazia, che non era buona di posare quattro vasi di porcellana sul camminetto senza romperne qualcuno, né d'accostarsi alla bocca un bicchier d'acqua senza versarselo mezzo sul vestito.
Sebbene la bellezza sia un gran vantaggio per una fanciulla, pure è un fatto che la sorella minore aveva sempre il disopra sull'altra, in società e in tutte le conversazioni.
Sul primo, tutti si voltavano dalla parte della più bella per vederla e ammirarla; ma dopo pochi minuti la lasciavano per andare da quella che aveva più spirito, a sentire le cose graziose che diceva: e faceva maraviglia di vedere come in meno di un quarto d'ora la maggiore non avesse più nessuno dintorno a sé, mentre tutti erano a far corona intorno alla sorella minore.
La maggiore, sebbene molto stupida, si avvide di questa cosa: e avrebbe dato volentieri tutta la sua bellezza, per avere la metà dello spirito della sorella.
La Regina, quantunque fosse prudente, non seppe stare dallo sgridarla piu volte delle sue grullerie: e questa cosa fece tanta pena alla povera Principessa, che si sentì come morire.
Un giorno, che era andata nel bosco a piangere la sua disgrazia, vide venirsi incontro un omiciattolo brutto e spiacente quanto mai, ma vestito con grandissima eleganza.
Era il giovane principe Enrichetto dal ciuffo, il quale innamoratosi di lei al solo vederne i ritratti che giravano per tutto il mondo, aveva abbandonato il regno di suo padre per avere il piacere di vederla e di parlarle.
Contentissimo di trovarla sola, si avvicinò a lei con tutto il rispetto e la gentilezza immaginabile.
E avendo udito che essa era molto afflitta, dopo i soliti complimenti d'uso le disse:
"Io non so comprendere, o Regina, come essendo voi così bella come siete, possiate essere triste come apparite; perché, sebbene io possa vantarmi di aver veduto un'infinità di belle donne, posso dire di non averne vista una sola, la cui bellezza si avvicinasse alla vostra".
"A voi piace dir così!", rispose la Principessa, e non disse altro.
"La bellezza", riprese Enrichetto dal ciuffo, "è un dono così grande, che deve compensare di tutto il resto; e quando la si possiede, non vedo nessun'altra cosa che possa recarci afflizione."
"Vorrei", rispose la Principessa, "essere brutta quanto voi e avere dello spirito; piuttosto che avere la bellezza che ho, ed essere una stupida come sono."
"Non c'è nulla, o signora, che dia segno di aver dello spirito, quanto il credere di non averne: egli è uno di quei pregi, che per la sua indole singolare, più se ne ha, e più si crede di esserne mancanti."
"Io non m'intendo di queste cose", disse la Principessa, "ma so benissimo che io sono una grande imbecille, ed ecco la cagione del dolore, che mi farà morire."
"Se non è che questo che vi tormenta, o signora, io posso facilmente metter fine alla vostra afflizione."
"E come fare?", disse la Principessa,
"Io ho il potere", disse Enrichetto dal ciuffo, "di trasfondere tutto lo spirito, che può desiderarsi, in quella persona che io dovrò amare sopra le altre; e siccome voi siete quella, così dipende da voi di possedere tanto spirito, quanto se ne può avere, solo che siate contenta di sposarmi."
La Principessa rimase come una statua, e non rispose sillaba.
"Vedo bene", rispose Enrichetto dal ciuffo, "che questa mia proposta non vi è andata punto a genio: e non me ne faccio nessuna meraviglia; ma vi lascio un anno intero, perché possiate prendere una risoluzione."
La Principessa aveva così poco spirito, e al tempo stesso sentiva tanta voglia di averne, che s'immaginò che la fine dell'anno non sarebbe arrivata mai, e così accettò la proposizione che le veniva fatta.
Appena ebbe promesso a Enrichetto dal ciuffo che dentro un anno e in quello stesso giorno l'avrebbe sposato, si sentì subito molto diversa da quella di prima; e provò una facilità incredibile a dire tutte le cose che voleva dire, e a dirle in un modo grazioso, spontaneo e naturale.
Cominciò da questo momento a metter su una conversazione elegante e ben condotta con Enrichetto dal ciuffo, nella quale essa brillò con tanta vivacità, che a questi nacque il dubbio di averle dato più spirito di quello che se ne fosse serbato per sé.
Ritornata che fu al palazzo, la Corte non sapeva che pensare di un cambiamento così improvviso e straordinario; dappoiché, per quante sguaiataggini le avevano udito dire in passato, ora la sentivano dire altrettante cose spiritosissime e piene di buon senso.
Tutta la Corte n'ebbe un'allegrezza tale da non figurarselo.
Non ci fu la sorella minore, che non ne restasse contenta, perché non avendo più sulla maggiore il disopra dello spirito, faceva ora accanto a lei la figura meschinissima d'una bertuccia.
Il Re si lasciava guidare da lei, e qualche volta andava fino a tener consiglio nel suo quartiere.
La diceria di questo cambiamento essendosi sparsa all'intorno, tutti i giovani principi degli Stati vicini fecero a gara per arrivare a farsi amare, e quasi tutti la chiesero in sposa ma essa non trovava chi avesse abbastanza spirito, e faceva lo stesso viso a tutte le offerte di matrimonio, senza impegnarsi con alcuno.
Intanto se ne presentò uno così potente, così ricco, e così spiritoso e bello della persona, che ella non poté stare dal sentire una certa inclinazione per lui.
Suo padre, che se n'era avveduto, le disse che la lasciava padrona di scegliersi lo sposo a modo suo, e che non aveva da far altro che far conoscere la sua volontà.
E siccome accade che più uno ha dello spirito, e più si trova impensierito a pigliare una risoluzione stabile in certe faccende, essa, dopo aver ringraziato suo padre, domandò che le fosse dato un po' di tempo per poterci pensar sopra.
E per caso andò a passeggiare in quel bosco dove aveva incontrato Enrichetto dal ciuffo, per avere il modo di pensare comodamente alla risoluzione da prendere.
Mentr'ella passeggiava tutt'immersa ne' suoi pensieri sentì sotto i piedi un rumore sordo, come di molte persone che vadano e vengano, e si dieno un gran da fare.
Avendo teso l'orecchio con più attenzione, sentì qualcuno che diceva: "Passami codesta caldaia"; e un altro: "Metti della legna sul fuoco".
La terra si aprì in quel momento, ed ella vide sotto i suoi piedi come una gran cucina piena di cuochi, di sguatteri e d'ogni sorta di gente necessaria per allestire una gran festa.
E di lì uscì fuori una schiera di venti o trenta rosticcieri, che andarono a piantarsi in un viale del bosco, intorno a una lunghissima tavola, e tutti colla ghiotta in mano e colla coda di volpe sull'orecchio si posero a lavorare a tempo di musica, sul motivo di una graziosa canzone.
La Principessa, stupita di quello spettacolo, domandò loro per chi fossero in tanto lavorìo.
"Lavoriamo", rispose il capoccia della brigata, "per il signor Enrichetto dal ciuffo, che domani è sposo."
La Principessa, sempre più meravigliata, e ricordandosi a un tratto che un anno fa, e in quello stesso giorno, aveva promesso di sposare il principe Enrichetto dal ciuffo, credé di cascare dalle nuvole.
La ragione della sua dimenticanza stava in questo che, quando promise, era sempre la solita stupida, e acquistando in seguito lo spirito che il Principe le aveva dato, non si ricordava più di tutte le sue grullerie.
Non aveva fatto ancora trenta passi, seguitando la sua passeggiata, che s'imbatté in Enrichetto dal ciuffo, il quale si faceva avanti tutto sgargiante e magnifico, come un Principe che vada a nozze.
"Eccomi qui, signora", egli disse, "puntuale alla mia parola: e non ho il minimo dubbio che voi siate venuta qui per mantenere la vostra, e per far di me, col dono della vostra mano, il mortale più felice di questa terra."
"Vi confesserò francamente", rispose la Principessa, "che su questa cosa non ho presa ancora nessuna risoluzione; e ho paura che, se dovrò prenderne una, non sarà mai quella che desiderate."
"Voi mi fate stupire, o signora", disse Enrichetto dal ciuffo.
"Lo capisco", disse la Principessa, "difatti mi troverei in un grandissimo impiccio, se avessi da fare con un uomo brutale e senza spirito.
Una Principessa mi ha dato la sua parola, egli mi direbbe; e una volta che mi ha promesso, bisogna bene che mi sposi.
Ma poiché la persona colla quale parlo, è la persona più spiritosa di questo mondo, così sono sicura che vorrà capacitarsi della ragione.
Voi sapete che anche allora, quand'ero stupida, non sapevo risolvermi a doversi sposare; e vi par egli possibile che ora, dopo tutto lo spirito che mi avete dato, e che mi ha resa di più difficile contentatura, di quel che fossi prima, possa oggi prendere una risoluzione che non sono stata buona di prendere per il passato? Se vi premeva tanto di sposarmi, avete avuto un gran torto a togliermi dalla mia stupidaggine, e a farmi aprire gli occhi, perché ci vedessi meglio d'una volta."
"Se un uomo senza spirito", rispose Enrichetto dal ciuffo, "sarebbe ben accolto, stando a quello che dite, quando venisse a rinfacciarvi la parola mancata, o perché volete che io non debba valermi degli stessi mezzi, per una cosa nella quale è riposta la felicità di tutta la mia vita? Vi pare egli ragionevole che le persone di spirito debbano trovarsi in peggiore condizione di quelle che non ne hanno? E potete pretenderlo voi? voi che ne avete tanto e che avete tanto desiderato di averne? Ma veniamo al sodo, se vi contentate.
All'infuori della mia bruttezza, c'è forse in me qualche cosa che vi dispiaccia? Siete forse scontenta della mia nascita, del mio spirito, del mio carattere, delle mie maniere?"
"Tutt'altro", rispose la Principessa, "anzi, tutte le cose che avete nominate, sono appunto quelle che mi piacciono in voi."
"Quand'è così", rispose Enrichetto dal ciuffo, "sono felice, perché non sta che a voi a fare di me il più bello e il più grazioso degli uomini."
"Ma come può accader questo?", chiese la Principessa.
"Il come è facile", rispose Enrichetto dal ciuffo.
"Basta che voi mi amiate tanto, da desiderare che ciò accada: e perché, o signora, non vi nasca dubbio su quello che dico, sappiate che la medesima fata, che nel giorno della mia nascita mi fece il dono di rendere spiritosa la persona che più mi fosse piaciuta, diede a voi pure quello di far diventare bello colui che amerete, e al quale vorrete far di genio e volentieri questo favore."
"Se la cosa sta come la raccontate", disse la Principessa, "vi desidero con tutto il cuore che diventiate il Principe più simpatico e più bello del mondo, e per quanto è da me, ve ne faccio pienissimo dono."
La Principessa aveva appena finito di dire queste parole, che subito Enrichetto dal ciuffo apparve ai suoi occhi il più bell'uomo della terra, e il meglio formato, e il più amabile di quanti se ne fossero mai veduti.
Vogliono alcuni che questo cambiamento avvenisse non già per gl'incanti della fata, ma unicamente per merito dell'amore.
E dicono che la Principessa, avendo ripensato meglio alla costanza del suo cuore e della sua mente, non vide più le deformità personali di lui, né la bruttezza del suo viso: talché il gobbo che egli aveva di dietro, le sembrò quella specie di rotondità e di floridezza d'aspetto di chi dà nell'ingrassare: e invece di vederlo zoppicare orribilmente, come aveva fatto fino allora, le parve che avesse un'andatura aggraziata e un po' buttata su una parte, che le piaceva moltissimo.
Fu detto fra le altre cose, che gli occhi di lui, che erano guerci, le parvero più brillanti; e che finisse col mettersi in testa che quel modo storto di guardare fosse il segno di un violento accesso di amore: e che perfino il naso di lui, grosso e rosso come un peperone, accennasse a qualche cosa di serio e di marziale.
Fatto sta che la Principessa gli promise, lì sul tamburo, che l'avrebbe sposato, purché ne avesse ottenuto il consenso dal Re suo padre.
Il Re, avendo saputo che la sua figlia aveva moltissima stima per Enrichetto dal ciuffo, che egli del resto conosceva per un Principe spiritosissimo e pieno di giudizio, lo accettò con piacere per suo genero.
Il giorno dipoi furono fatte le nozze, come Enrichetto dal ciuffo aveva preveduto, e a seconda degli ordini che egli medesimo aveva già dato da molto tempo prima.
Questa sembrerebbe una favola; eppure è una storia.
Tutto ci par bello nella persona amata, anche i difetti: tutto ci par grazioso, anche le sguaiataggini.
La storia d'Enrichetto dal ciuffo è vecchia quanto il mondo.
La Bella dai capelli d' oro
di Carlo Collodi
C'era una volta la figlia di un Re, la quale era tanto bella, che in tutto il mondo non si dava l'eguale; e per cagione di questa sua grande bellezza, la chiamavano la Bella dai capelli d'oro, perché i suoi capelli erano più fini dell'oro, e biondi e pettinati a meraviglia le scendevano giù fino ai piedi.
Essa andava sempre coperta dai suoi capelli inanellati, con in capo una ghirlanda di fiori e con delle vesti tutte tempestate di diamanti e di perle, tanto che era impossibile vederla e non restarne invaghiti.
In quelle vicinanze c'era un giovane Re, il quale non aveva moglie, ed era molto ricco e molto bello della pers
...
[Pagina successiva]