I RACCONTI DELLE FATE, di Carlo Collodi - pagina 8
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Il Principe, poco soddisfatto di questo schiarimento, s'accorse subito che quella gente ordinaria non ne sapeva di più, e che era fiato buttato via stare a interrogarla.
Se ne tornò al palazzo di suo padre, innamorato da non potersi dir quanto, e coll'immagine fissa dinanzi agli occhi, di quella creatura divina che aveva veduto dal buco della serratura.
Egli si pentiva di non aver picchiato alla porta: ma fece giuro che un'altra volta non gli sarebbe più accaduto.
Intanto il gran subbuglio del sangue cagionato dall'amore, gli messe addosso nella nottata un febbrone da cavalli, che in poche ore lo ridusse al lumicino.
La Regina sua madre, che non aveva altri figliuoli che quello, si dava alla disperazione, vedendo tornare inutili tutti i rimedi: e invano prometteva ai medici grandi ricompense: essi adoperavano tutta la loro arte, ma non bastava a guarire il Principe.
Alla fine indovinarono che questa gran malattia derivava da qualche passione segreta, e ne avvertirono la Regina; la quale, tutta tenerezza per il suo figlio, venne a scongiurarlo di palesare la cagione del suo male, col dire che quand'anche si fosse trattato di cedergli la corona, il Re suo padre sarebbe sceso dal trono senza rammarico, pur di vederlo contento; e che se egli avesse desiderato in moglie una Principessa, avrebbe fatto qualunque sacrificio perché la potesse avere, anche se fossero stati in guerra col padre di essa e che ci fossero giusti motivi di rancore; ma che per carità lo scongiuravano a non lasciarsi morire perché dalla vita sua dipendeva la loro.
La Regina desolata non poté finire questo discorso commovente senza bagnare il viso del Principe con un diluvio di lacrime.
"Signora", prese a dire il Principe con un fil di voce, "io non sono un figlio tanto snaturato da desiderare la corona del padre mio: Dio voglia che egli campi ancora cent'anni, e che io possa essere il più fedele e il più rispettoso dei suoi sudditi! In quanto alla Principessa che mi offrite, non ho pensato ancora ad ammogliarmi: ma quando fosse, potete ben credere che, sommesso come sono, farei sempre la vostra volontà, qualunque cosa me ne dovesse costare."
"Ah! figlio mio", riprese la Regina, "nessuna cosa ci parrà grave, pur di salvarti la vita: ma, mio caro figlio, salva la vita mia e quella del padre tuo, facendoci conoscere il tuo desiderio, e stai sicuro che sarai contentato."
"Ebbene, signora", disse egli, "poiché volete per forza che vi manifesti il mio desiderio, vi obbedirò; tanto più che mi parrebbe un delitto di mettere in pericolo la vita di due esseri, che mi sono carissimi.
Ebbene, madre mia, io desidero che Pelle d'Asino mi faccia un piatto dolce: e quando sarà fatto, che mi sia portato qui."
La Regina, sentendo un nome così bizzarro, domandò chi fosse questa Pelle d'Asino.
"Signora", rispose uno de' suoi ufficiali, che per caso l'aveva veduta, "è la bestia più brutta, dopo il lupo: un muso tinto, un sudiciume che abita nella vostra fattoria e che custodisce i tacchini."
"Questo non vuol dir nulla", disse la Regina, "forse il mio figlio, tornando da caccia, avrà mangiato della sua pasticceria: sarà un capriccio da malati: ma infine io voglio che Pelle d'Asino (poiché questa Pelle d' Asino esiste) gli faccia subito un pasticcio."
Si mandò alla fattoria e fu fatta venire Pelle d'Asino, per ordinarle un pasticcio per il Principe, e perché ci mettesse tutta la sua bravura.
Alcuni scrittori pretendono che proprio in quel punto, in cui il Principe pose l'occhio al buco della serratura, gli occhi di Pelle d'Asino se ne avvidero; e che dopo, affacciatasi alla sua finestrina, e visto questo Principe così giovane, così bello, e così ben formato, ne avesse serbata l'immagine scolpita nel cuore, e che spesso e volentieri questo ricordo le fosse costato qualche grosso sospiro!
Fatto sta che Pelle d'Asino, o l'avesse voluto, o avesse solamente sentito dire un gran bene di lui, era tutta contenta di aver trovata la via per farsi conoscere.
Si chiuse nella sua cameretta: gettò in un canto quella pellaccia sudicia, si lavò ben bene il viso e le mani, ravviò i suoi biondi capelli, s'infilò una bella vitina di argento luccicante e una sottana della stessa roba, e si messe a fare il pasticcio tanto desiderato.
Prese del fior di farina, delle uova e del burro freschissimo.
E mentre lavorava a impastarlo, fosse caso o altro, un anello che aveva in dito le cascò nella pasta e vi rimase dentro.
Appena il pasticcio fu cotto, si rimesse addosso la sua orribile Pelle d' Asino e consegnò il pasticcio all'ufficiale, al quale chiese le nuove del Principe: ma questi non si degnò nemmeno di rispondere, e corse subito dal Principe col pasticcio.
Il Principe glielo prese avidamente dalle mani e lo mangiò con tanta voracità, che i medici, lì presenti, dissero subito che questa fame da lupi non era punto un buon segno.
Difatti ci corse poco che il Principe non rimanesse strozzato dall'anello, che trovò in una fetta del pasticcio: ma gli riuscì di cavarselo di bocca con molta destrezza, e così rallentò un poco anche la furia del mangiare, esaminando il bellissimo smeraldo incastonato in un cerchietto d'oro, il quale era così tanto stretto, che egli giudicò non potesse star bene altro che al ditino più grazioso e più affascinante del mondo.
Baciò mille volte l'anello, lo messe sotto il capezzale, e ogni tantino, quando credeva di non esser visto da nessuno, lo tirava fuori per guardarlo.
Non si può dire quanto si tormentasse il cervello per immaginare il modo di arrivare a conoscere colei, alla quale questo anello andasse bene.
Non osava sperare che se egli avesse domandato di Pelle d'Asino, di quella cioè che gli aveva fatto il pasticcio da lui richiesto, gliel'avrebbero fatta venire; e non aveva neppure il coraggio di palesare ad anima viva ciò che aveva veduto dal buco della serratura, per paura che lo canzonassero e lo pigliassero per un visionario.
Il fatto egli è che tutti questi pensieri lo tormentarono tanto e poi tanto, che gli si riprese una grossa febbre: e i medici, non sapendo più che cosa dire, dichiararono alla Regina che il suo figliuolo era malato di amore.
La Regina andò subito dal figlio, insieme col Re, che non sapeva darsi pace.
"Figlio, mio caro figlio", disse il Re, addoloratissimo, "palesa pure il nome di quella che tu vuoi, ché noi facciamo giuro di dartela, foss'anche la più vile fra tutte le schiave della terra."
La Regina, abbracciandolo, gli ripeté il giuro del Re.
Il Principe, intenerito dai pianti e dalle carezze degli autori de' suoi giorni:
"Padre mio e madre mia", disse loro, "io non penso punto a stringere un legame, che possa farvi dispiacere, e la prova, che dico il vero", soggiunse cavando lo smeraldo di sotto il capezzale, "è questa, che io sposerò la donna a cui quest'anello potrà entrare in dito, chiunque ella sia; né c'è da sospettare che quella che avrà un ditino così grazioso e sottile possa essere una marrana o una contadina".
Il Re e la Regina presero in mano l'anello, lo esaminarono con molta curiosità, e finirono col dire come diceva il Principe, cioè, che non poteva andar bene, se non a una fanciulla di buona famiglia.
Allora il Re, abbracciato il Principe e scongiuratolo di guarire, uscì di camera e fece dare nei tamburi, nei pifferi e nelle trombe per tutta la città e bandire col mezzo dei suoi araldi che non c'era da far altro che venire al palazzo per provarsi un anello, e che quella a cui sarebbe tornato preciso, avrebbe sposato l'erede al trono.
Prima arrivarono le Principesse: poi le Duchesse, le Marchese e le Baronesse; ma ebbero tutte un bell'assottigliarsi le dita: non ce ne fu una che potesse infilarsi l'anello.
Convenne scendere alle modistine, le quali, sebbene graziose, avevano i diti troppo grossi.
Il Principe che cominciava a star meglio, faceva da se stesso la prova.
Si venne finalmente alle cameriere; e anche queste fecero la figura di tutte le altre.
Non c'era più nessuna donna che non si fosse provata invano a mettersi l'anello, allorché il Principe volle che venissero le cuoche, le sguattere e le pecoraie: e tutte gli furono menate dinanzi; ma i loro ditoni grossi e tozzi non poterono passare nell'anello, al di là dell'ugna.
"È stata fatta venire quella Pelle d'Asino che, giorni addietro, mi fece un dolce?", domandò il Principe.
Tutti si messero a ridere e risposero di no, perché era troppo sudicia e da far schifo.
"Cercatela subito", disse il Re, "non sarà detto mai che io abbia fatta una sola eccezione."
Ridendo e burlando, corsero in cerca della tacchinaia.
L'infanta, che aveva sentito i tamburi e il bando degli araldi d'arme, s'era già figurata che il suo anello fosse la causa di tutto questo diavoleto; essa amava il Principe, e perché il vero amore è timido e modesto, così stava sempre colla paura che qualche dama non avesse un ditino piccolo come il suo, per cui fu per lei una grande allegrezza quando vennero a cercarla e a battere alla sua porta.
Fin dal momento che ella era venuta a sapere che si cercava un dito, al quale andasse bene il suo anello, una vaga speranza l'aveva consigliata a pettinarsi con più amore del solito e a mettersi il suo bel busto d'argento, con la sottana tutta gale e ricami d'argento e seminata di smeraldi.
Appena sentì bussare alla porta e chiamarsi per andare dal Re, lesta come un baleno si rimise la sua pelle d'asino e aprì.
Gli uomini di corte, pigliandola in canzonatura, le dissero che il Re la cercava, per farle sposare suo figlio; quindi in mezzo alle più matte risate, la condussero dal Principe: il quale, stupefatto anch'esso dallo strano abbigliamento della fanciulla, non voleva credere che fosse quella medesima che aveva veduto coi propri occhi, così sfolgorante e così bella!
Tristo e confuso di aver preso questo granchio a secco madornale:
"Siete voi", le domandò, "che abitate in fondo di quel corridoio oscuro, nel terzo cortile della fattoria?".
"Sissignore!", rispose.
"Fatemi vedere la vostra mano", disse egli tremando e con un grosso sospiro.
Indovinate ora voi chi rimase più meravigliato di tutti? Fu il Re e la Regina, furono tutti i ciamberlani e i grandi della Corte, quando videro uscir fuori di sotto a quella pelle nera e bisunta, una manina delicata, bianca e color di rosa, dove l'anello senza molta fatica poté infilarsi nel più bel ditino del mondo; quindi per un leggero movimento fatto dall'infanta, la pelle cadde, ed ella apparve di una bellezza così abbagliante, che il Principe, sebbene ancora molto debole, si gettò ai suoi piedi e l'abbracciò con tanto ardore, che la fece arrossire; ma nessuno quasi se ne accorse, perché il Re e la Regina vennero ad abbracciarla anch'essi con grandissima tenerezza, e le chiesero se fosse contenta di sposare il loro figliuolo.
La Principessa, confusa da tante carezze e dall'amore che le dimostrava questo bel Principe, stava per ringraziare, quand'ecco che il soffitto della sala si aprì, e la fata Lilla, calandosi dentro a un carro intrecciato coi rami e coi fiori del suo nome, raccontò con una grazia infinita tutta l'istoria dell'infanta.
Il Re e la Regina lietissimi di sapere che Pelle d'Asino era una gran Principessa, raddoppiarono le attenzioni, ma il Principe si mostrò sempre più sensibile alle virtù della Principessa, e il suo amore si accrebbe per tutte le cose che aveva sentito dire.
La sua impazienza di sposare la Principessa era così forte, che non le lasciò nemmeno il tempo di fare i preparativi convenienti per questo augusto imeneo.
Il Re e la Regina, innamorati della loro nuora, le facevano mille carezze e la tenevano sempre stretta fra le loro braccia.
Ella aveva dichiarato che non poteva sposare il Principe senza il consenso del Re suo padre; per cui egli fu il primo ad essere invitato, senza dirgli per altro il nome della sposa: la fata Lilla che, com'è naturale, era quella che regolava ogni cosa, aveva voluto così, per evitare tutte le conseguenze.
Arrivarono Principi e Re da tutti i paesi; chi in portantina, chi in calesse; i più lontani vennero a cavallo sopra elefanti, sopra tigri e sopra aquile; ma il più magnifico e il più potente di tutti fu il padre dell'infanta, il quale, per buona fortuna, aveva dimenticato il suo amore stranissimo e aveva sposato una Regina, vedova e molto bella.
L'infanta andò a incontrarlo; ed egli la riconobbe subito e l'abbracciò con gran tenerezza, prima che ella avesse il tempo di gettarsi ai suoi piedi.
Il Re e la Regina gli presentarono il loro figlio, al quale egli fece un sacco di garbatezze.
Le nozze furono celebrate con uno scialo da non potersi descrivere.
I giovani sposi, poco curanti di tutte queste magnificenze, non vedevano e non pensavano altro che a se stessi.
Il Re, padre del Principe, fece incoronare suo figlio lo stesso giorno, e baciandogli la mano, lo collocò sul trono, malgrado la resistenza opposta da questo buonissimo figliuolo: ma bisognò ubbidire.
Le feste di questi illustri sponsali durarono più di tre mesi; ma l'amore dei giovani sposi durerebbe anch'oggi, tanto si volevano bene, se non fossero morti cent'anni dopo.
La storia di Pelle d'Asino è un po' difficile a pigliarla per vera; ma finché nel mondo ci saranno nonne, mamme e ragazzi, se la ricorderanno tutti con piacere.
Le Fate
di Carlo Collodi
C'era una volta una vedova che aveva due figliuole.
La maggiore somigliava tutta alla mamma, di lineamenti e di carattere, e chi vedeva lei, vedeva sua madre, tale e quale.
Tutte e due erano tanto antipatiche e così gonfie di superbia, che nessuno le voleva avvicinare.
Viverci insieme poi, era impossibile addirittura.
La più giovane invece, per la dolcezza dei modi e per la bontà del cuore, era tutta il ritratto del suo babbo...
e tanto bella poi, tanto bella, che non si sarebbe trovata l'eguale.
E naturalmente, poiché ogni simile ama il suo simile, quella madre andava pazza per la figliuola maggiore; e sentiva per quell'altra un'avversione, una ripugnanza spaventevole.
La faceva mangiare in cucina, e tutte le fatiche e i servizi di casa toccavano a lei.
Fra le altre cose, bisognava che quella povera ragazza andasse due volte al giorno ad attingere acqua a una fontana distante più d'un miglio e mezzo, e ne riportasse una brocca piena.
Un giorno, mentre stava appunto lì alla fonte, le apparve accanto una povera vecchia che la pregò in carità di darle da bere.
"Ma volentieri, nonnina mia..." rispose la bella fanciulla "aspettate; vi sciacquo la brocca..."
E subito dette alla mezzina una bella risciacquata, la riempì di acqua fresca, e gliela presentò sostenendola in alto con le sue proprie mani, affinché la vecchiarella bevesse con tutto il suo comodo.
Quand'ebbe bevuto, disse la nonnina:
"Tu sei tanto bella, quanto buona e quanto per benino, figliuola mia, che non posso fare a meno di lasciarti un dono".
Quella era una Fata, che aveva preso la forma di una povera vecchia di campagna per vedere fin dove arrivava la bontà della giovinetta.
E continuò:
"Ti do per dono che ad ogni parola che pronunzierai ti esca di bocca o un fiore o una pietra preziosa".
La ragazza arrivò a casa con la brocca piena, qualche minuto più tardi; la mamma le fece un baccano del diavolo per quel piccolo ritardo.
"Mamma, abbi pazienza, ti domando scusa...", disse la figliuola tutta umile, e intanto che parlava le uscirono di bocca due rose, due perle e due brillanti grossi.
"Ma che roba è questa!...", esclamò la madre stupefatta, "sbaglio o tu sputi perle e brillanti!...
O come mai, figlia mia?..."
Era la prima volta in tutta la sua vita che la chiamava così, e in tono affettuoso.
La fanciulla raccontò ingenuamente quel che le era accaduto alla fontana; e durante il racconto, figuratevi i rubini e i topazi che le caddero già dalla bocca!
"Oh, che fortuna...", disse la madre, "bisogna che ci mandi subito anche quest'altra.
Senti, Cecchina, guarda che cosa esce dalla bocca della tua sorella quando parla.
Ti piacerebbe avere anche per te lo stesso dono?...
Basta che tu vada alla fonte; e se una vecchia ti chiede da bere, daglielo con buona maniera."
"E non ci mancherebbe altro!...", rispose quella sbadata.
"Andare alla fontana ora!"
"Ti dico che tu ci vada...
e subito", gridò la mamma.
Brontolò, brontolò; ma brontolando prese la strada portando con sé la più bella fiasca d'argento che fosse in casa.
La superbia, capite, e l'infingardaggine!...
Appena arrivata alla fonte, eccoti apparire una gran signora vestita magnificamente, che le chiede un sorso d'acqua.
Era la medesima Fata apparsa poco prima a quell'altra sorella; ma aveva preso l'aspetto e il vestiario di una principessa, per vedere fino a quale punto giungeva la malcreanza di quella pettegola.
"O sta' a vedere...", rispose la superba, "che son venuta qui per dar da bere a voi!...
Sicuro!...
per abbeverare vostra Signora, non per altro!...
Guardate, se avete sete, la fonte eccola lì."
"Avete poca educazione, ragazza...", rispose la Fata senza adirarsi punto, "e giacché siete così sgarbata, vi do per dono che ad ogni parola pronunziata da voi vi esca di bocca un rospo o una serpe."
Appena la mammina la vide tornare da lontano, le gridò a piena gola:
"Dunque, Cecchina, com'è andata?".
"Non mi seccate, mamma!...", replicò la monella; e sputò due vipere e due rospacci.
"O Dio!...
che vedo!...", esclamò la madre.
"La colpa deve essere tutta di tua sorella, ma me la pagherà..."
E si mosse per picchiarla.
Quella povera figliuola fuggì via di rincorsa e andò a rifugiarsi nella foresta vicina.
Il figliuolo del Re che ritornava da caccia la incontrò per un viottolo, e vedendola così bella, le domandò che cosa faceva in quel luogo sola sola, e perché piangeva tanto.
"La mamma...", disse lei, "m'ha mandato via di casa e mi voleva picchiare..."
Il figliuolo del Re, che vide uscire da quella bocchina cinque o sei perle e altrettanti brillanti, la pregò di raccontare come mai era possibile una cosa tanto meravigliosa.
E la ragazza raccontò per filo e per segno tutto quello che le era accaduto.
Il Principe reale se ne innamorò subito e considerando che il dono della Fata valeva più di qualunque grossa dote che potesse avere un'altra donna, la condusse senz'altro al palazzo del Re suo padre e se la sposò.
Quell'altra sorella frattanto si fece talmente odiare da tutti, che sua madre stessa la cacciò via di casa; e la disgraziata dopo aver corso invano cercando chi acconsentisse a riceverla andò a morire sul confine del bosco.
MORALE
Gli smeraldi, le perle, ed i diamanti
Abbaglian gli occhi col vivo splendore;
Ma le dolci parole e i dolci pianti
Hanno spesso più forza e più valore.
ALTRA MORALE
La cortesia che le bell'alme accende,
Costa talora acerbi affanni e pene;
Ma presto o tardi la virtù risplende,
E quando men ci pensa il premio ottiene.
Cappuccetto Rosso
di Carlo Collodi
C'era una volta in un villaggio una bambina, la più carina che si potesse mai vedere.
La sua mamma n'era matta, e la sua nonna anche di pìù.
Quella buona donna di sua madre le aveva fatto fare un cappuccetto rosso, il quale le tornava così bene a viso, che la chiamavano dappertutto Cappuccetto Rosso.
Un giorno sua madre, avendo cavate di forno alcune stiacciate, le disse:
"Va' un po' a vedere come sta la tua nonna, perché mi hanno detto che era un po' incomodata: e intanto portale questa stiacciata e questo vasetto di burro".
Cappuccetto Rosso, senza farselo dire due volte, partì per andare dalla sua nonna, la quale stava in un altro villaggio.
E passando per un bosco s'imbatté in quella buona lana del Lupo, il quale avrebbe avuto una gran voglia di mangiarsela; ma poi non ebbe il coraggio di farlo, a motivo di certi taglialegna che erano lì nella foresta.
Egli le domandò dove andava.
La povera bambina, che non sapeva quanto sia pericoloso fermarsi per dar retta al Lupo, gli disse:
"Vo a vedere la mia nonna e a portarle una stiacciata, con questo vasetto di burro, che le manda la mamma mia".
"Sta molto lontana di qui?", disse il Lupo.
"Oh, altro!", disse Cappuccetto Rosso.
"La sta laggiù, passato quel mulino, che si vede di qui, nella prima casa, al principio del villaggio."
"Benissimo", disse il Lupo, "voglio venire a vederla anch'io.
Io piglierò da questa parte, e tu da quell'altra, e faremo a chi arriva più presto."
Il Lupo si messe a correre per la sua strada, che era una scorciatoia, con quanta forza avea nelle gambe: e la bambina se ne andò per la sua strada, che era la più lunga, baloccandosi a cogliere le nocciuole, a dar dietro alle farfalle, e a fare dei mazzetti con tutti i fiorellini, che incontrava lungo la via.
Il Lupo in due salti arrivò a casa della nonna e bussò.
"Toc, toc."
"Chi è?"
"Sono la vostra bambina, son Cappuccetto Rosso", disse il Lupo, contraffacendone la voce, "e vengo a portarvi una stiacciata e un vasetto di burro, che vi manda la mamma mia."
La buona nonna, che era a letto perché non si sentiva troppo bene, gli gridò:
"Tira la stanghetta, e la porta si aprirà".
Il Lupo tirò la stanghetta, e la porta si aprì.
Appena dentro, si gettò sulla buona donna e la divorò in men che non si dice, perché erano tre giorni che non s'era sdigiunato.
Quindi rinchiuse la porta e andò a mettersi nel letto della nonna, aspettando che arrivasse Cappuccetto Rosso, che, di lì a poco, venne a picchiare alla porta.
"Toc, toc."
"Chi è?"
Cappuccetto Rosso, che sentì il vocione grosso del Lupo, ebbe dapprincipio un po' di paura; ma credendo che la sua nonna fosse infreddata rispose:
"Sono la vostra bambina, son Cappuccetto Rosso, che vengo a portarvi una stiacciata e un vasetto di burro, che vi manda la mamma mia".
Il Lupo gridò di dentro, assottigliando un po' la voce:
"Tira la stanghetta e la porta si aprirà."
Cappuccetto Rosso tirò la stanghetta e la porta si aprì.
Il Lupo, vistala entrare, le disse, nascondendosi sotto le coperte:
"Posa la stiacciata e il vasetto di burro sulla madia e vieni a letto con me".
Cappuccetto Rosso si spogliò ed entrò nel letto, dove ebbe una gran sorpresa nel vedere com'era fatta la sua nonna, quando era tutta spogliata.
E cominciò a dire:
"O nonna mia, che braccia grandi che avete!".
"Gli è per abbracciarti meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che gambe grandi che avete!"
"Gli è per correr meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che orecchie grandi che avete!"
"Gli è per sentirci meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che occhioni grandi che avete!"
"Gli è per vederci meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che denti grandi che avete!"
"Gli è per mangiarti meglio."
E nel dir così, quel malanno di Lupo si gettò sul povero Cappuccetto Rosso, e ne fece un boccone.
La storia di Cappuccetto Rosso fa vedere ai giovinetti e alle giovinette, e segnatamente alle giovinette, che non bisogna mai fermarsi a discorrere per la strada con gente che non si conosce: perché dei lupi ce n'è dappertutto e di diverse specie, e i più pericolosi sono appunto quelli che hanno faccia di persone garbate e piene di complimenti e di belle maniere.
Il gatto con gli stivali
di Carlo Collodi
Un mugnaio, venuto a morte, non lasciò altri beni ai suoi tre figliuoli che aveva, se non il suo mulino, il suo asino e il suo gatto.
Così le divisioni furono presto fatte: né ci fu bisogno dell'avvocato e del notaro; i quali, com'è naturale, si sarebbero mangiata in un boccone tutt'intera la piccola eredità.
Il maggiore ebbe il mulino.
Il secondo, l'asino.
E il minore dei fratelli ebbe solamente il gatto.
Quest'ultimo non sapeva darsi pace, per essergli toccata una parte così meschina.
"I miei fratelli", faceva egli a dire, "potranno tirarsi avanti onestamente, menando vita in comune: ma quanto a me, quando avrò mangiato il mio gatto, e fattomi un manicotto della sua pelle, bisognerà che mi rassegni a morir di fame."
Il gatto, che sentiva questi discorsi, e faceva finta di non darsene per inteso, gli disse con viso serio e tranquillo:
"Non vi date alla disperazione, padron mio! Voi non dovete far altro che trovarmi un sacco e farmi fare un paio di stivali per andare nel bosco; e dopo vi farò vedere che nella parte che vi è toccata, non siete stato trattato tanto male quanto forse credete".
Sebbene il padrone del gatto non pigliasse queste parole per moneta contante, a ogni modo gli aveva visto fare tanti giuochi di destrezza nel prendere i topi, or col mettersi penzoloni, attaccato per i piedi, or col fare il morto, nascosto dentro la farina, che finì coll'aver qualche speranza di trovare in lui un po' di aiuto nelle sue miserie.
Appena il gatto ebbe ciò che voleva, s'infilò bravamente gli stivali, e mettendosi il sacco al collo, prese le corde colle zampe davanti e se ne andò in una conigliera, dove c'erano moltissimi conigli.
Pose dentro al sacco un po' di crusca e della cicerbita: e sdraiandosi per terra come se fosse morto, aspettò che qualche giovine coniglio, ancora novizio dei chiapperelli del mondo, venisse a ficcarsi nel sacco per la gola di mangiare la roba che c'era dentro.
Appena si fu sdraiato, ebbe subito la grazia.
Eccoti un coniglio, giovane d'anni e di giudizio, che entrò dentro al sacco: e il bravo gatto, tirando subito la funicella, lo prese e l'uccise senza pietà né misericordia.
Tutto glorioso della preda fatta andò dal Re, e chiese di parlargli.
Lo fecero salire nei quartieri del Re, dove entrato che fu fece una gran riverenza al Re, e gli disse:
"Ecco, Sire, un coniglio di conigliera che il signor marchese di Carabà", era il nome che gli era piaciuto di dare al suo padrone, "mi ha incaricato di presentarvi da parte sua".
"Di' al tuo padrone" rispose il Re "che lo ringrazio e che mi ha fatto un vero regalo."
Un'altra volta andò a nascondersi fra il grano, tenendo sempre il suo sacco aperto; e appena ci furono entrate dentro due pernici, tirò la corda e le acchiappò tutte e due.
Corse quindi a presentarle al Re, come aveva fatto per il coniglio di conigliera.
Il Re gradì moltissimo anche le due pernici e gli fece dare la mancia.
Il gatto in questo modo continuò per due o tre mesi a portare di tanto in tanto ai Re la selvaggina della caccia del suo padrone.
Un giorno avendo saputo che il Re doveva recarsi a passeggiare lungo la riva del fiume insieme alla sua figlia, la più bella Principessa del mondo, disse al suo padrone:
"Se date retta a un mio consiglio, la vostra fortuna è fatta: voi dovete andare a bagnarvi nel fiume, e precisamente nel posto che vi dirò io: quanto al resto, lasciate fare a me".
Il marchese di Carabà fece tutto quello che gli consigliò il suo gatto, senza sapere a che cosa gli avrebbe potuto giovare.
Mentre egli si bagnava, il Re passò di là; e il gatto si messe a gridare con quanta ne aveva in gola:
"Aiuto, aiuto! affoga il marchese di Carabà".
A queste grida, il Re messe il capo fuori dallo sportello della carrozza e, riconosciuto il gatto, che tante volte gli aveva portato la selvaggina, ordinò alle guardie che corressero subito in aiuto del marchese di Carabà.
Intanto che tiravano su, fuori dell'acqua, il povero Marchese, il gatto avvicinandosi alla carrozza raccontò al Re che mentre il suo padrone si bagnava, i ladri erano venuti a portargli via i suoi vestiti, sebbene avesse gridato al ladro con tutta la forza dei polmoni.
Il furbo trincato aveva nascosto i panni sotto un pietrone.
Il Re diè ordine subito agli ufficiali della sua guardaroba di andare a prendere uno dei più sfarzosi vestiari per il marchese di Carabà.
Il Re gli usò mille carezze, e siccome l'abito che gli avevano portato in quel momento faceva spiccare i pregi della sua persona (perché era bello e benissimo fatto), la Principessa lo trovò simpatico e di suo genio: e bastarono poche occhiate del marchese di Carabà, molto rispettose ma abbastanza tenere, perché ella ne rimanesse innamorata cotta.
Volle il Re che salisse nella sua carrozza, e facesse la passeggiata con essi.
Il gatto, contentissimo di vedere che il suo disegno cominciava a pigliar colore, s'avviò avanti; e avendo incontrato dei contadini, che segavano, disse loro:
"Buona gente che segate il fieno, se non dite al Re che il prato segato da voi appartiene al marchese di Carabà, sarete tutti affettati fini fini come carne da far polpette".
Il Re infatti domandò ai segatori di chi fosse il prato che segavano.
"È del marchese di Carabà", dissero tutti a una voce perché la minaccia del gatto li aveva impauriti.
"Voi avete di bei possessi", disse il Re al marchese di Carabà.
"Lo vedete da voi, Sire", rispose il Marchese.
"Questa è una prateria, che non c'è anno che non mi dia una raccolta abbondantissima."
Il bravo gatto, che faceva sempre da battistrada, incontrò dei mietitori, e disse loro:
"Buona gente che segate il grano, se non direte che tutto questo grano appartiene al signor marchese di Carabà, sarete stritolati fini fini come carne da far polpette".
Il Re, che passò pochi minuti dopo, volle sapere a chi appartenesse tutto il grano che vedeva.
"È del signor marchese di Carabà", risposero i mietitori.
E il Re se ne rallegrò col Marchese.
Il gatto, che trottava sempre avanti la carrozza, ripeteva sempre le medesime cose a tutti quelli che incontrava lungo la strada; e il Re rimaneva meravigliato dei grandi possessi del signor marchese di Carabà.
Finalmente il gatto arrivò a un bel castello, di cui era padrone un orco, il più ricco che si fosse mai veduto; perché tutte le terre, che il Re aveva attraversate, dipendevano da questo castello.
Il gatto s'ingegnò di sapere chi era quest'uomo, e che cosa sapesse fare: e domandò di potergli parlare, dicendo che gli sarebbe parso sconvenienza passare così accosto al suo castello senza rendergli omaggio e riverenza.
L'orco l'accolse con tutta quella cortesia che può avere un orco; e gli offrì da riposarsi.
"Mi hanno assicurato", disse il gatto, "che voi avete la virtù di potervi cambiare in ogni specie d'animali; e che vi potete, per dirne una, trasformare in leone e in elefante."
"Verissimo!", rispose l'orco bruscamente, "e per darvene una prova, mi vedrete diventare un leone."
Il gatto fu così spaventato dal vedersi dinanzi agli occhi un leone, che s'arrampicò subito su per le grondaie, ma non senza fatica e pericolo, a cagione dei suoi stivali, che non erano buoni a nulla per camminare sulle grondaie de' tetti.
Di lì a poco, quando il gatto si avvide che l'orco aveva ripresa la sua forma di prima, calò a basso e confessò di avere avuto una gran paura.
"Mi hanno per di più assicurato", disse il gatto, "ma questa mi par troppo grossa e non la posso bere, che voi avete anche la virtù di prendere la forma dei più piccoli animali; come sarebbe a dire, di cambiarvi, per esempio, in un topo o in una talpa: ma anche queste son cose, lasciate che ve lo ripeta, che mi paiono sogni dell'altro mondo!"
"Sogni?", disse l'orco.
"Ora vi farò veder io!..."
E nel dir così, si cangiò in sorcio, e si messe a correre per la stanza.
Ma il gatto, lesto come un baleno, gli s'avventò addosso e lo mangiò.
Intanto il Re che, passando da quella parte, vide il bel castello dell'orco, volle entrarvi.
Il gatto, che sentì il rumore della carrozza che passava sul ponte-levatoio del castello, corse incontro al Re e gli disse:
"Vostra Maestà sia la benvenuta in questo castello del signor marchese di Carabà".
"Come! signor Marchese!", esclamò il Re.
"Anche questo castello è vostro? Non c'è nulla di più bello di questo palazzo e delle fabbriche che lo circondano; visitiamolo all'interno, se non vi scomoda."
Il Marchese dette la mano alla Principessa; e seguendo il Re, che era salito il primo, entrarono in una gran sala, dove trovarono imbandita una magnifica merenda, che l'orco aveva fatta preparare per certi suoi amici che dovevano venire a trovarlo, ma che non avevano ardito di entrar nel castello, perché sapevano che c'era il Re.
Il Re, contento da non potersi dire, delle belle doti del marchese di Carabà, al pari della sua figlia, che n'era pazza, e vedendo i grandi possessi che aveva, dopo aver vuotato quattro o cinque bicchieri, gli disse:
"Signor Marchese! se volete diventare mio genero, non sta che a voi".
Il marchese, con mille reverenze, gradì l'alto onore fattogli dal Re, e il giorno dopo sposò la Principessa.
Il gatto diventò gran signore, e se seguitò a dar la caccia ai topi, lo fece unicamente per passatempo.
Godersi in pace una ricca eredità, passata di padre in figlio, è sempre una bella cosa: ma per i giovani, l'industria, l'abilità e la svegliatezza d'ingegno valgono più d'ogni altra fortuna ereditata.
Da questo lato, la storia del gatto del signor marchese di Carabà è molto istruttiva, segnatamente per i gatti e per i marchesi di Carabà.
Enrichetto dal ciuffo
di Carlo Collodi
C'era una volta una Regina, la quale partorì un figliuolo così brutto e così male imbastito, da far dubitare per un pezzo se avesse fattezze di bestia o di cristiano.
Una fata, che si trovò presente al parto, dette per sicuro che egli avrebbe avuto molto spirito: e aggiunse di più, che in grazia di un certo dono particolare, fattogli da lei, avrebbe potuto trasfondere altrettanta dose di spirito e d'intelligenza in quella persona, chiunque si fosse, che egli avesse amato sopra tutte le altre.
Questa cosa consolò un poco la povera Regina, la quale non poteva darsi pace di aver messo al mondo un brutto marmocchio a quel modo!
Il fatto egli è, che appena il fanciullo cominciò a spiccicar parola, disse delle cose molto aggiustate: e in tutto quello che faceva, mostrava un so che di così aggraziato, che piaceva e dava nel genio a tutti.
Mi dimenticava di dire che egli nacque con un ciuffettino di capelli sulla testa: e per questo lo chiamarono Enrichetto dal ciuffo: perché Enrichetto era il suo nome di battesimo.
In capo a sette o otto anni, la Regina di uno Stato vicino partorì due bambine.
La prima, che venne al mondo, era più bella del Sole; e la Regina ne sentì un'allegrezza così grande, da far temere per la sua salute.
La stessa fata, che aveva assistito alla nascita di Enrichetto dal ciuffo, si trovò presente anche a quest'altra: e per moderare la gioia della Regina, le dichiarò che la piccola Principessa non avrebbe avuto neppur l'ombra dello spirito, per cui sarebbe stata tanto stupida, quanto era bella.
La Regina rimase molto male di questa cosa: ma pochi momenti dopo ebbe un altro dispiacere anche più grosso, nel vedere che la seconda figlia, che aveva partorito, era talmente brutta da fare paura.
"Non vi disperate, signora", le disse la fata, "la vostra figlia sarà ricompensata per un altro verso; essa avrà tanto spirito, da non avvedersi nemmeno della bellezza che non l'è toccata."
"Dio voglia che sia così!", rispose la Regina, "ma non ci sarebbe modo di fare avere un po' di spirito anche alla maggiore che è tanto bella?"
"Per quanto allo spirito, o signora, io non ci posso far nulla", disse la fata, "ma posso tutto per la parte della bellezza; e siccome non c'è cosa al mondo che non farei per vedervi contenta, così le concederò in dono la virtù di far diventare bella la persona che più sarà di suo genio."
A mano a mano che le due Principesse crescevano, crescevano con esse i loro pregi, fino al punto che non si parlava d'altro che della bellezza della più grande e dello spirito della minore.
È vero però che anche i loro difetti si facevano più vistosi, coll'andare in là degli anni.
La minore imbruttiva a occhiate, e la maggiore diventava stupida un giorno più dell'altro, e non sapeva rispondere alle domande che le venivano fatte, o rispondeva delle giuccherie.
Oltre a questo ell'era così smanierata e senza garbo né grazia, che non era buona di posare quattro vasi di porcellana sul camminetto senza romperne qualcuno, né d'accostarsi alla bocca un bicchier d'acqua senza versarselo mezzo sul vestito.
Sebbene la bellezza sia un gran vantaggio per una fanciulla, pure è un fatto che la sorella minore aveva sempre il disopra sull'altra, in società e in tutte le conversazioni.
Sul primo, tutti si voltavano dalla parte della più bella per vederla e ammirarla; ma dopo pochi minuti la lasciavano per andare da quella che aveva più spirito, a sentire le cose graziose che diceva: e faceva maraviglia di vedere come in meno di un quarto d'ora la maggiore non avesse più nessuno dintorno a sé, mentre tutti erano a far corona intorno alla sorella minore.
La maggiore, sebbene molto stupida, si avvide di questa cosa: e avrebbe dato volentieri tutta la sua bellezza, per avere la metà dello spirito della sorella.
La Regina, quantunque fosse prudente, non seppe stare dallo sgridarla piu volte delle sue grullerie: e questa cosa fece tanta pena alla povera Principessa, che si sentì come morire.
Un giorno, che era andata nel bosco a piangere la sua disgrazia, vide venirsi incontro un omiciattolo brutto e spiacente quanto mai, ma vestito con grandissima eleganza.
Era il giovane principe Enrichetto dal ciuffo, il quale innamoratosi di lei al solo vederne i ritratti che giravano per tutto il mondo, aveva abbandonato il regno di suo padre per avere il piacere di vederla e di parlarle.
Contentissimo di trovarla sola, si avvicinò a lei con tutto il rispetto e la gentilezza immaginabile.
E avendo udito che essa era molto afflitta, dopo i soliti complimenti d'uso le disse:
"Io non so comprendere, o Regina, come essendo voi così bella come siete, possiate essere triste come apparite; perché, sebbene io possa vantarmi di aver veduto un'infinità di belle donne, posso dire di non averne vista una sola, la cui bellezza si avvicinasse alla vostra".
"A voi piace dir così!", rispose la Principessa, e non disse altro.
"La bellezza", riprese Enrichetto dal ciuffo, "è un dono così grande, che deve compensare di tutto il resto; e quando la si possiede, non vedo nessun'altra cosa che possa recarci afflizione."
"Vorrei", rispose la Principessa, "essere brutta quanto voi e avere dello spirito; piuttosto che avere la bellezza che ho, ed essere una stupida come sono."
"Non c'è nulla, o signora, che dia segno di aver dello spirito, quanto il credere di non averne: egli è uno di quei pregi, che per la sua indole singolare, più se ne ha, e più si crede di esserne mancanti."
"Io non m'intendo di queste cose", disse la Principessa, "ma so benissimo che io sono una grande imbecille, ed ecco la cagione del dolore, che mi farà morire."
"Se non è che questo che vi tormenta, o signora, io posso facilmente metter fine alla vostra afflizione."
"E come fare?", disse la Principessa,
"Io ho il potere", disse Enrichetto dal ciuffo, "di trasfondere tutto lo spirito, che può desiderarsi, in quella persona che io dovrò amare sopra le altre; e siccome voi siete quella, così dipende da voi di possedere tanto spirito, quanto se ne può avere, solo che siate contenta di sposarmi."
La Principessa rimase come una statua, e non rispose sillaba.
"Vedo bene", rispose Enrichetto dal ciuffo, "che questa mia proposta non vi è andata punto a genio: e non me ne faccio nessuna meraviglia; ma vi lascio un anno intero, perché possiate prendere una risoluzione."
La Principessa aveva così poco spirito, e al tempo stesso sentiva tanta voglia di averne, che s'immaginò che la fine dell'anno non sarebbe arrivata mai, e così accettò la proposizione che le veniva fatta.
Appena ebbe promesso a Enrichetto dal ciuffo che dentro un anno e in quello stesso giorno l'avrebbe sposato, si sentì subito molto diversa da quella di prima; e provò una facilità incredibile a dire tutte le cose che voleva dire, e a dirle in un modo grazioso, spontaneo e naturale.
Cominciò da questo momento a metter su una conversazione elegante e ben condotta con Enrichetto dal ciuffo, nella quale essa brillò con tanta vivacità, che a questi nacque il dubbio di averle dato più spirito di quello che se ne fosse serbato per sé.
Ritornata che fu al palazzo, la Corte non sapeva che pensare di un cambiamento così improvviso e straordinario; dappoiché, per quante sguaiataggini le avevano udito dire in passato, ora la sentivano dire altrettante cose spiritosissime e piene di buon senso.
Tutta la Corte n'ebbe un'allegrezza tale da non figurarselo.
Non ci fu la sorella minore, che non ne restasse contenta, perché non avendo più sulla maggiore il disopra dello spirito, faceva ora accanto a lei la figura meschinissima d'una bertuccia.
Il Re si lasciava guidare da lei, e qualche volta andava fino a tener consiglio nel suo quartiere.
La diceria di questo cambiamento essendosi sparsa all'intorno, tutti i giovani principi degli Stati vicini fecero a gara per arrivare a farsi amare, e quasi tutti la chiesero in sposa ma essa non trovava chi avesse abbastanza spirito, e faceva lo stesso viso a tutte le offerte di matrimonio, senza impegnarsi con alcuno.
Intanto se ne presentò uno così potente, così ricco, e così spiritoso e bello della persona, che ella non poté stare dal sentire una certa inclinazione per lui.
Suo padre, che se n'era avveduto, le disse che la lasciava padrona di scegliersi lo sposo a modo suo, e che non aveva da far altro che far conoscere la sua volontà.
E siccome accade che più uno ha dello spirito, e più si trova impensierito a pigliare una risoluzione stabile in certe faccende, essa, dopo aver ringraziato suo padre, domandò che le fosse dato un po' di tempo per poterci pensar sopra.
E per caso andò a passeggiare in quel bosco dove aveva incontrato Enrichetto dal ciuffo, per avere il modo di pensare comodamente alla risoluzione da prendere.
Mentr'ella passeggiava tutt'immersa ne' suoi pensieri sentì sotto i piedi un rumore sordo, come di molte persone che vadano e vengano, e si dieno un gran da fare.
Avendo teso l'orecchio con più attenzione, sentì qualcuno che diceva: "Passami codesta caldaia"; e un altro: "Metti della legna sul fuoco".
La terra si aprì in quel momento, ed ella vide sotto i suoi piedi come una gran cucina piena di cuochi, di sguatteri e d'ogni sorta di gente necessaria per allestire una gran festa.
E di lì uscì fuori una schiera di venti o trenta rosticcieri, che andarono a piantarsi in un viale del bosco, intorno a una lunghissima tavola, e tutti colla ghiotta in mano e colla coda di volpe sull'orecchio si posero a lavorare a tempo di musica, sul motivo di una graziosa canzone.
La Principessa, stupita di quello spettacolo, domandò loro per chi fossero in tanto lavorìo.
"Lavoriamo", rispose il capoccia della brigata, "per il signor Enrichetto dal ciuffo, che domani è sposo."
La Principessa, sempre più meravigliata, e ricordandosi a un tratto che un anno fa, e in quello stesso giorno, aveva promesso di sposare il principe Enrichetto dal ciuffo, credé di cascare dalle nuvole.
La ragione della sua dimenticanza stava in questo che, quando promise, era sempre la solita stupida, e acquistando in seguito lo spirito che il Principe le aveva dato, non si ricordava più di tutte le sue grullerie.
Non aveva fatto ancora trenta passi, seguitando la sua passeggiata, che s'imbatté in Enrichetto dal ciuffo, il quale si faceva avanti tutto sgargiante e magnifico, come un Principe che vada a nozze.
"Eccomi qui, signora", egli disse, "puntuale alla mia parola: e non ho il minimo dubbio che voi siate venuta qui per mantenere la vostra, e per far di me, col dono della vostra mano, il mortale più felice di questa terra."
"Vi confesserò francamente", rispose la Principessa, "che su questa cosa non ho presa ancora nessuna risoluzione; e ho paura che, se dovrò prenderne una, non sarà mai quella che desiderate."
"Voi mi fate stupire, o signora", disse Enrichetto dal ciuffo.
"Lo capisco", disse la Principessa, "difatti mi troverei in un grandissimo impiccio, se avessi da fare con un uomo brutale e senza spirito.
Una Principessa mi ha dato la sua parola, egli mi direbbe; e una volta che mi ha promesso, bisogna bene che mi sposi.
Ma poiché la persona colla quale parlo, è la persona più spiritosa di questo mondo, così sono sicura che vorrà capacitarsi della ragione.
Voi sapete che anche allora, quand'ero stupida, non sapevo risolvermi a doversi sposare; e vi par egli possibile che ora, dopo tutto lo spirito che mi avete dato, e che mi ha resa di più difficile contentatura, di quel che fossi prima, possa oggi prendere una risoluzione che non sono stata buona di prendere per il passato? Se vi premeva tanto di sposarmi, avete avuto un gran torto a togliermi dalla mia stupidaggine, e a farmi aprire gli occhi, perché ci vedessi meglio d'una volta."
"Se un uomo senza spirito", rispose Enrichetto dal ciuffo, "sarebbe ben accolto, stando a quello che dite, quando venisse a rinfacciarvi la parola mancata, o perché volete che io non debba valermi degli stessi mezzi, per una cosa nella quale è riposta la felicità di tutta la mia vita? Vi pare egli ragionevole che le persone di spirito debbano trovarsi in peggiore condizione di quelle che non ne hanno? E potete pretenderlo voi? voi che ne avete tanto e che avete tanto desiderato di averne? Ma veniamo al sodo, se vi contentate.
All'infuori della mia bruttezza, c'è forse in me qualche cosa che vi dispiaccia? Siete forse scontenta della mia nascita, del mio spirito, del mio carattere, delle mie maniere?"
"Tutt'altro", rispose la Principessa, "anzi, tutte le cose che avete nominate, sono appunto quelle che mi piacciono in voi."
"Quand'è così", rispose Enrichetto dal ciuffo, "sono felice, perché non sta che a voi a fare di me il più bello e il più grazioso degli uomini."
"Ma come può accader questo?", chiese la Principessa.
"Il come è facile", rispose Enrichetto dal ciuffo.
"Basta che voi mi amiate tanto, da desiderare che ciò accada: e perché, o signora, non vi nasca dubbio su quello che dico, sappiate che la medesima fata, che nel giorno della mia nascita mi fece il dono di rendere spiritosa la persona che più mi fosse piaciuta, diede a voi pure quello di far diventare bello colui che amerete, e al quale vorrete far di genio e volentieri questo favore."
"Se la cosa sta come la raccontate", disse la Principessa, "vi desidero con tutto il cuore che diventiate il Principe più simpatico e più bello del mondo, e per quanto è da me, ve ne faccio pienissimo dono."
La Principessa aveva appena finito di dire queste parole, che subito Enrichetto dal ciuffo apparve ai suoi occhi il più bell'uomo della terra, e il meglio formato, e il più amabile di quanti se ne fossero mai veduti.
Vogliono alcuni che questo cambiamento avvenisse non già per gl'incanti della fata, ma unicamente per merito dell'amore.
E dicono che la Principessa, avendo ripensato meglio alla costanza del suo cuore e della sua mente, non vide più le deformità personali di lui, né la bruttezza del suo viso: talché il gobbo che egli aveva di dietro, le sembrò quella specie di rotondità e di floridezza d'aspetto di chi dà nell'ingrassare: e invece di vederlo zoppicare orribilmente, come aveva fatto fino allora, le parve che avesse un'andatura aggraziata e un po' buttata su una parte, che le piaceva moltissimo.
Fu detto fra le altre cose, che gli occhi di lui, che erano guerci, le parvero più brillanti; e che finisse col mettersi in testa che quel modo storto di guardare fosse il segno di un violento accesso di amore: e che perfino il naso di lui, grosso e rosso come un peperone, accennasse a qualche cosa di serio e di marziale.
Fatto sta che la Principessa gli promise, lì sul tamburo, che l'avrebbe sposato, purché ne avesse ottenuto il consenso dal Re suo padre.
Il Re, avendo saputo che la sua figlia aveva moltissima stima per Enrichetto dal ciuffo, che egli del resto conosceva per un Principe spiritosissimo e pieno di giudizio, lo accettò con piacere per suo genero.
Il giorno dipoi furono fatte le nozze, come Enrichetto dal ciuffo aveva preveduto, e a seconda degli ordini che egli medesimo aveva già dato da molto tempo prima.
Questa sembrerebbe una favola; eppure è una storia.
Tutto ci par bello nella persona amata, anche i difetti: tutto ci par grazioso, anche le sguaiataggini.
La storia d'Enrichetto dal ciuffo è vecchia quanto il mondo.
La Bella dai capelli d' oro
di Carlo Collodi
C'era una volta la figlia di un Re, la quale era tanto bella, che in tutto il mondo non si dava l'eguale; e per cagione di questa sua grande bellezza, la chiamavano la Bella dai capelli d'oro, perché i suoi capelli erano più fini dell'oro, e biondi e pettinati a meraviglia le scendevano giù fino ai piedi.
Essa andava sempre coperta dai suoi capelli inanellati, con in capo una ghirlanda di fiori e con delle vesti tutte tempestate di diamanti e di perle, tanto che era impossibile vederla e non restarne invaghiti.
In quelle vicinanze c'era un giovane Re, il quale non aveva moglie, ed era molto ricco e molto bello della persona.
Quando egli venne a sapere tutte le belle cose che si dicevano della Bella dai capelli d'oro, sebbene non l'avesse ancora veduta, se ne innamorò così forte, che non beveva né mangiava più; finché un bel giorno, fatto animo risoluto, pensò di mandare un ambasciatore per chiederla in isposa.
Fece fabbricare apposta una magnifica carrozza per il suo ambasciatore: gli dette più di cento cavalli e cento servitori, e si raccomandò a più non posso perché gli conducesse la Principessa.
Appena l'ambasciatore ebbe preso congedo dal Re e si fu messo in viaggio, alla Corte non si parlava d'altro: e il Re, che non dubitava punto che la Principessa non volesse acconsentire ai suoi desideri, cominciò subito a farle allestire degli abiti bellissimi e dei mobili di gran valore.
Intanto che erano dietro a questi preparativi, l'ambasciatore, che era arrivato alla Corte della Bella dai capelli d'oro, recitò il suo bravo discorso; ma sia che la Principessa in quel giorno non fosse di buon umore, sia che il complimento non le andasse a genio, fatto sta che rispose all'ambasciatore di ringraziare il Re e di dirgli che non aveva voglia di maritarsi.
L'ambasciarore se ne partì dalla Principessa dispiacentissimo di non poterla condur seco: e riportò indietro tutti i regali, che doveva presentarle da parte del Re: perché la Prilicipessa era molto onesta, e sapeva che alle ragazze non sta bene di accettare i regali dai giovinotti.
Per cui non volle gradire né i diamanti né le altre cose; e solo per non scontentare il Re, accettò una carta di spilli d'Inghilterra.
Quando l'ambasciatore fu tornato alla capitale dove il suo Re lo aspettava con tanta impazienza, tutti rimasero male dal vedere che non avesse condotto seco la Principessa, e il Re si messe a piangere come un ragazzo, né c'era verso di consolarlo.
Si trovava lì, alla Corte, un giovinetto bello come il sole, il più grazioso di tutti gli abitanti del Regno.
A cagione appunto delle sue belle maniere e del suo spirito, lo chiamavano "Avvenente".
Tutti gli volevano bene, meno gli invidiosi, che si rodevano dalla rabbia perché il Re lo colmava di favori e lo metteva a parte d'ogni suo segreto.
Accade che Avvenente si trovò in un crocchio di persone, che parlavano del ritorno dell'ambasciatore e dicevano che non era stato buono a nulla; allora egli disse, senza badarci tanto né quanto:
"Se il Re avesse mandato me dalla Bella dai capelli d'oro, son sicuro che ella sarebbe venuta meco".
Senza metter tempo in mezzo quei malanni risoffiarono subito queste parole al Re e gli dissero:
"Sapete, o Sire, che cosa ha detto Avvenente? ha detto che se aveste mandato lui dalla Bella dai capelli d'oro, egli si riprometteva di condurla seco.
Vedete quant'è maligno! e' pretende di essere più bello di voi, e vorrebbe dare ad intendere che la Principessa si sarebbe tanto invaghita di lui, da seguitarlo da per tutto".
Ecco il Re che va in bestia e si riscalda in modo da perdere il lume degli occhi: "Ah! ah!", egli dice, "dunque questo bel mugherino si piglia giuoco della mia disgrazia? dunque si stima da più di me? Olà: mettetelo subito nella gran torre, e che lì ci muoia di fame".
Le guardie del Re andarono da Avvenente, il quale non si ricordava nemmeno di quello che aveva detto: lo trascinarono in prigione e gli fecero mille angherie.
Questo povero giovine non aveva che un po' di paglia a uso di letto: e certo vi sarebbe morto, senza una piccola fontana, che scaturiva a piè della torre, dove egli pigliava qualche sorso d'acqua per rinfrescarsi un poco, perché la fame gli aveva seccata la gola.
Un giorno, non potendone più, diceva sospirando:
"Di che mai si lamenta il Re? Fra tutti i suoi sudditi non ce n'è uno che, quanto me, gli sia fedele.
Non ho ricordanza di averlo offeso mai!".
Il Re, per caso, passando vicino alla torre, sentì i lamenti di colui che aveva tanto amato, e si fermò per stare in orecchio: quantunque i cortigiani, che erano con lui, e che l'avevano a morte con Avvenente, dicessero al Re: "Che idea è la vostra, o Sire? non sapete che è un malanno?".
E il Re rispose: "Lasciatemi qui: voglio sentire quello che dice".
E avendo sentito i lamenti di lui, gli occhi gli s'empirono di pianto: aprì la porta della torre, e lo chiamò.
Avvenente, tutto desolato, andò a buttarsi ai ginocchi del Re, e gli baciò i piedi.
"Che cosa v'ho fatto, o Sire", egli disse, "per meritarmi sì duri trattamenti?"
"Tu ti sei preso giuoco di me e del mio ambasciatore", rispose il Re, "tu ti sei lasciato uscir di bocca che, se avessi mandato te dalla Bella dai capelli d'oro, ti saresti stimato da tanto da menarla teco."
"È vero, Sire", disse Avvenente, "io le avrei raccontato così bene le vostre virtù e i vostri pregi, che son sicuro che ella non avrebbe saputo come resistere; e in tutto questo non mi par che ci sia cosa che possa offendervi."
Il Re riconobbe, difatto, di aver torto: dette un'occhiata a coloro, che gli avevano messo in disgrazia il suo favorito, e lo menò con sé, non senza pentirsi amaramente del gran dispiacere che gli aveva dato.
Dopo averlo invitato a una lauta cena, lo chiamò nel suo gabinetto e gli disse: "Avvenente, io amo sempre la Bella dai capelli d'oro; il suo rifiuto non mi ha levato di speranza, ma non so che strada mi prendere per indurla a diventare mia sposa.
Ho una gran voglia di mandar te, per vedere se tu fossi buono di venirne a capo".
Avvenente rispose che era dispostissimo a obbedirlo in ogni cosa, e che sarebbe partito subito, anche l'indomani.
"Oh!", disse il Re, "ti voglio dare una splendida accompagnatura..."
"Non mi par punto necessaria", egli rispose, "quanto a me, mi basta e me n'avanza d'un bel cavallo e di qualche lettera da poter presentare da parte vostra."
Il Re non poté stare dall'abbracciarlo per la gran contentezza di vederlo così pronto e sollecito a partire.
Egli prese congedo dal Re e dai suoi amici un lunedì mattina, e si pose in viaggio per compiere la sua ambasciata da sé solo, senza fare vistosità e senza fracasso.
Lungo la strada non faceva altro che studiare tutti i modi per impegnare la Bella dai capelli d'oro a divenire la sposa del Re.
Portava in tasca un piccolo calamaio, e quando gli veniva qualche bel pensierino da incastrare nel suo discorso, scendeva da cavallo e si metteva sotto un albero per pigliarne ricordo prima che gli passasse dalla memoria.
Una mattina, che era partito sul far del giorno, passando da una gran prateria, gli venne in mente un'idea gentile e graziosa; e sceso subito di sella, andò a mettersi sotto una sfilata di salici e di pioppi, piantati lungo un piccolo ruscello che scorreva all'orlo del prato.
Quand'ebbe finito di scrivere si voltò a guardare da tutte le parti, tanto era contento di trovarsi in un luogo così delizioso! Quand'ecco che vide sull'erba un Carpione color dell'oro, che boccheggiava e non ne poteva più, perché, per la gola di chiappare dei moscerini, aveva fatto un salto così lungo e così fuor dell'acqua, che era andato a ricascare sull'erba, dove stava quasi per morire.
Avvenente n'ebbe compassione, e sebbene fosse giorno di magro e potesse fargli comodo per il suo desinare, lo prese e lo rimesse perbenino nella corrente del fiume.
Appena il nostro Carpione sentì il fresco dell'acqua, cominciò a scodinzolare dall'allegrezza e andò subito a fondo: ma poi, ritornato a fior d'acqua, disse, avvicinandosi tutto vispo alla riva:
"Avvenente, io vi ringrazio del servizio che mi avete reso; senza di voi sarei morto e voi mi avete salvato.
Io non sono un ingrato e saprò ricambiarvi!".
Dopo questo complimento sparì sott'acqua: e Avvenente rimase molto maravigliato dello spirito e della buona creanza del Carpione.
Un altro giorno, mentre seguitava il suo viaggio, s'imbatté in un Corvo ridotto a mal partito: questo povero uccello era inseguito da un'Aquila smisurata, gran divoratrice di Corvi; e stava lì lì per essere agguantato, e l'Aquila l'avrebbe inghiottito come un chicco di canapa, se Avvenente non si fosse mosso a compassione della povera bestia.
"Ecco", gli disse, "che al solito i più forti opprimono i più deboli.
Che ragione ha l'Aquila di mangiare il Corvo?"
E preso l'arco che portava sempre seco, e una freccia, puntò la mira contro l'Aquila e crac! le scagliò la freccia nel corpo e la passò da parte a parte.
L'Aquila cadde giù morta, e il Corvo, tutt'allegro, andandosi a posare in cima a un ramo:
"Avvenente", gli disse, "voi siete stato molto generoso d'essere venuto in aiuto a me, che sono un povero uccello: ma non avete trovato un ingrato; all'occorrenza saprò ricambiarvi!".
Avvenente ammirò il buon cuore del Corvo, e continuò la sua strada.
Una mattina, che albeggiava appena e non vedeva nemmeno dove mettesse i piedi, nel traversare un gran bosco, sentì un Gufo che strillava come un disperato.
"Ohe! ", egli disse, "ecco un Gufo al quale deve essere capitato qualche brutto malanno."
Guarda di qui, guarda di là, finalmente gli venne fatto di vedere alcune reti, che erano state tese la notte per acchiappare gli uccelli.
"Che miseria!", egli disse, "si vede proprio che gli uomini sono fatti apposta per tormentarsi gli uni cogli altri, e per non lasciar ben avere tanti poveri animali, che non hanno fatto loro nessun male e nessun dispetto."
Cavò fuori il suo coltello e tagliò le funicelle delle reti.
Il Gufo prese il volo, ma ricalando subito a tiro di schioppo:
"Avvenente", egli disse, "non ho bisogno di perdermi in parole per dirvi la gratitudine che sento per voi.
Il fatto parla da sé.
I cacciatori stavano lì per arrivare: senza il vostro soccorso, mi avrebbero preso e ammazzato.
Ma io ho un cuore riconoscente, e saprò ricambiarvi".
Ecco le tre avventure più strepitose che accadessero al buon Avvenente durante il suo viaggio.
Egli aveva tanta passione di arrivar presto, che, appena giunto, andò subito al palazzo della Bella dai capelli d'oro.
Il palazzo era pieno di meraviglie.
Diamanti ammontati come sassi: abiti magnifici, argenterie, confetti, dolci e ogni grazia di Dio: di modo che Avvenente pensava dentro di sé che se la Principessa si fosse decisa a lasciare tutte quelle magnificenze per venire a stare col Re suo padrone, bisognava proprio dire che gli era toccata una gran fortuna.
Si messe un vestito di broccato e delle penne bianche e carnicine: si pettinò, s'incipriò, si lavò il viso: si infilò intorno al collo una ricca sciarpa, tutta ricamata, con un piccolo paniere e con dentro un bel canino, che esso aveva comprato, passando da Bologna.
Avvenente era così bello della persona e così grazioso, e ogni cosa che faceva, lo faceva con tanto garbo, che quando si presentò alla porta del palazzo, tutte le guardie gli strisciarono una gran riverenza, e corsero ad annunziare alla Bella dai capelli d'oro, che Avvenente, l'ambasciatore del Re suo vicino, domandava la grazia di poterla vedere.
Subito che intese il nome d'Avvenente, la Principessa disse: "Questo nome m'è di buon augurio: scommetto che dev'essere un giovane grazioso e da piacere".
"Oh davvero, Signora!", dissero tutte le dame d'onore.
"Noi l'abbiamo veduto dall'ultimo piano, dove s'era a mettere in ordine la vostra biancheria: e tutto il tempo che s'è trattenuto sotto le nostre finestre, non siamo state più buone a far nulla."
"Vi fa un bell'onore", replicò la Bella dai capelli d'oro, "di passare il vostro tempo a guardare i giovanotti.
Animo, via! mi si porti subito il mio vestito di gala, di raso blu, a ricami; mi si sparpaglino con grazia i miei capelli biondi: mi si faccia una ghirlanda di fiori freschi, si tirino fuori le mie scarpine col tacco rilevato e il mio ventaglio; si spazzi la mia camera e si spolveri il mio trono; perché io voglio che si dica dappertutto che io sono davvero la Bella dai capelli d'oro."
Ecco tutte le donne in gran moto per abbigliarla come una Regina: e tanto si danno da fare, che s'urtano fra di loro e non concludono nulla di buono.
Finalmente la Principessa passò nella sala dei grandi specchi per rimirarsi e vedere se al suo abbigliamento mancasse qualche cosa; poi salì sul trono, tutto d'oro, d'avorio e d'ebano, che mandava un profumo delizioso, e ordinò alle donne di prendere degli strumenti e di mettersi a cantare, ma con una certa discrezione, per non cavar di cervello la gente.
Quando Avvenente fu condotto nella sala di udienza, restò così fuori di sé dalla meraviglia, che dopo ha raccontato molte volte che non poteva quasi aprir bocca per parlare.
Nondimeno si fece coraggio: disse il suo discorso come non si poteva dir meglio, e pregò la Principessa di non dargli il dispiacere di doversene tornar via senza di lei.
"Garbato Avvenente", disse la Principessa, "le ragioni che mi avete dette sono eccellenti e io sarei contenta di fare un favore a voi, piuttosto che a qualunqu'altra persona, Ma bisogna che sappiate che un mese fa andai a passeggiare colle mie dame di compagnia lungo il fiume, e siccome mi fu servita la colazione, così nel cavarmi il guanto, mi uscì l'anello dal dito e disgraziatamente cadde nell'acqua.
Quest'anello mi è più caro del regno.
Lascio immaginare a voi il dispiacere che provai! E ora ho fatto giuro di non dare ascolto a nessuna trattativa di matrimonio, se l'ambasciatore che verrà a portarmi lo sposo non mi riporti prima il mio anello.
Tocca a voi a decidere su quello che volete fare; perché se duraste a parlarmene quindici giorni e quindici notti in fila, non arrivereste mai a farmi cambiare di sentimento."
Avvenente rimase mezzo intontito a questa risposta: le fece una gran riverenza e la pregò di voler gradire il canino, il paniere e la sciarpa; ma essa rispose che non accettava nessun regalo e che pensasse alle cose che gli aveva dette.
Quando fu tornato a casa, se ne andò a letto senza prendere nemmeno un boccone da cena: e il canino, che si chiamava Caprioletto, non volle cenare neanche lui e andò a cucciarsi accanto al padrone.
Tutta la notte, quanto fu lunga, Avvenente non fece altro che sospirare.
"Dove poss'io ripescare un anello, che, un mese fa, è cascato nel fiume?", esso diceva.
"Sarebbe una pazzia soltanto a provarsi! Si vede bene che la Principessa lo ha detto apposta per mettermi nell'impossibilità di poterla ubbidire."
E tornava a sospirare e a dare in tutte le smanie.
Caprioletto, che lo sentiva, gli disse: "Caro padrone, fatemi un piacere: non disperate ancora della vostra buona fortuna.
Voi siete un giovine troppo carino, per non dover essere fortunato.
Appena farà giorno, andiamo subito in riva al fiume".
Avvenente gli dette colla mano due buffetti e non rispose sillaba: finché stanco e rifinito dalla passione, si addormentò.
Caprioletto, quando vide i primi chiarori dell'alba, cominciò tanto a sgambettare, che lo svegliò e gli disse: "Animo, padrone, vestitevi: e usciamo!".
Avvenente non desiderava di meglio.
Si alza, si veste, scende nel giardino e dal giardino s'incammina un passo dietro l'altro verso il fiume, dove si mette a passeggiare col suo cappello sugli occhi e colle braccia incrociate, pensando al brutto momento di dover ripartire, quand'ecco che a un tratto sente una voce che lo chiama: "Avvenente! Avvenente!".
Si volta a guardare da tutte le parti e non vede anima viva.
Credé di aver sognato.
Si rimette a passeggiare, e daccapo la solita voce a chiamarlo: "Avvenente! Avvenente!".
"Chi è che mi chiama?", diss'egli.
Caprioletto, che era molto piccino, e così poteva guardare nell'acqua a piccolissima distanza, gli rispose: "Datemi del bugiardo se non è un Carpione, color dell'oro, quello laggiù in fondo".
Detto fatto, un grosso Carpio venne su a fior d'acqua e gli disse:
"Voi mi avete salvato la vita nei prati degli Alzieri, dove io senza di voi sarei rimasto morto, e vi promisi un ricambio.
Pigliate, caro Avvenente, ecco qui l'anello della Bella dai capelli d'oro".
Egli si chinò e tirò fuori l'anello dalla gola del Carpio e lo ringraziò a mille doppi.
E invece di tornare a casa, andò difilato al palazzo, in compagnia di Caprioletto, che era contento come una pasqua per aver consigliato il suo padrone a venire sulla sponda del fiume.
Fu annunziato alla Principessa che Avvenente desiderava di vederla.
"Ahimè! povero giovane!", diss'ella, "e' vien da me per congedarsi.
Avrà capito che ciò che io voglio da lui è impossibile, e partirà per andare a raccontarlo al suo padrone."
Avvenente, appena introdotto, le presentò l'anello dicendo: "Ecco, o Principessa, il vostro comando è stato obbedito: sareste ora tanto compiacente di prendere per vostro sposo il mio augusto padrone?".
Quand'ella vide il suo anello, sano e salvo come se non fosse stato toccato, rimase meravigliata: ma tanto meravigliata, che credeva di sognare.
"Davvero", ella disse, "grazioso Avvenente! Si vede proprio che voi avete una fata dalla vostra altrimenti questi miracoli non si fanno."
"Signora", egli replicò, "io non so di fate: ma so che ho un gran desiderio di contentare ogni vostra voglia."
"Poiché avete questa buona volontà", ella continuò "rendetemi un altro gran servizio, senza di che non c'è caso che io possa risolvermi a prendere marito.
C'è un Principe, non lontano di qui, detto Galifrone, il quale si è messo in testa di volermi sposare.
Egli mi ha fatto conoscere la sua intenzione con minacce paurose, dicendo che se io non lo voglio, metterà lo scompiglio e la desolazione ne' miei Stati.
Ma ditemi un po' voi, se potrei dargli retta.
Figuratevi che è un gigante più grande di una gran torre; ed è capace di mangiare un uomo come una scimmia mangerebbe una castagna.
Quando va in giro per la campagna, si mette in tasca dei piccoli cannoni, dei quali poi si serve come se fossero pistole: e quando parla forte, fa diventar sorde tutte le persone che gli stanno vicine.
Gli mandai a dire che non avevo voglia di maritarmi e che mi scusasse: ma non per questo ha smesso di perseguitarmi: ammazza i miei sudditi, e prima d'ogni cosa bisogna che voi vi battiate con lui, e che mi portiate la sua testa."
Avvenente rimase sbalordito da questo discorso: stette un po' soprappensiero; poi disse: "Ebbene, o signora! io mi batterò con Galifrone.
Credo che ne toccherò io! A ogni modo, morirò da valoroso".
La Principessa restò meravigliatissima: e gli disse un monte di cose, per vedere di stornarlo da questa impresa.
Ma non valse a nulla.
Egli se ne venne via, per mettersi subito in cerca delle armi e di tutto l'occorrente.
Quand'ebbe ciò che voleva, ripose Caprioletto nel solito panierino, montò sul suo bel cavallo e andò nel paese di Galifrone.
A quanti incontrava per via, domandava a tutti notizie di lui: e tutti gli dicevano che era un vero demonio, e che faceva spavento soltanto a doverlo avvicinare.
Caprioletto, per fargli coraggio, gli diceva: "Caro padrone, in quel mentre che vi batterete, io anderò a mordergli le gambe: lui si chinerà per levarmi di tra i piedi, e intanto voi l'ammazzerete".
Avvenente ammirava lo spirito del suo canino: ma sapeva bene che il suo aiuto non sarebbe stato in ragione del bisogno.
Finalmente arrivò in vicinanza del castello di Galifrone: tutte le strade erano seminate d'ossa e di carcasse d'uomini, che esso aveva divorati o fatti in pezzi.
Né dové aspettarlo molto tempo, perché lo vide comparire di dietro al bosco.
La sua testa sorpassava gli alberi più alti, e con una voce spaventosa cantava:
Chi mi porta dei teneri bambini
Da farli scricchiolare sotto il dente?
Ne ho bisogno di tanti e poi di tanti.
Che in tutto il mondo non ce n'è bastanti.
E subito Avvenente, a botta e risposta, si messe a cantare:
Fatti avanti, c'è Avvenente
Che saprà strapparti i denti;
Non è un colosso di figura,
Ma di te non ha paura.
Le rime non tornavano precise: ma bisogna riflettere che la strofa la improvvisò in fretta e in furia, ed è un miracolo se non la fece anche più brutta, per la paura che gli era entrata in corpo.
Quando Galifrone sentì questa risposta, si voltò di qua e di là, e vide Avvenente colla spada nel pugno della mano, che gli disse per giunta tre o quattro parolacce, per farlo andare in bestia più che mai.
Non ci mancava altro!
Egli prese una furia così spaventosa, che, afferrata una mazza tutta di ferro, avrebbe ucciso con un colpo solo il delicato Avvenente, senza il caso di un Corvo che venne a posarglisi sulla testa e gli dette negli occhi una beccata così aggiustata, che glieli cavò di netto.
Il sangue gli grondava giù per il viso: e infuriato da far paura, picchiava mazzate a diritto e a rovescio.
Intanto Avvenente, scansandosi a tempo, gli tirava dei colpi di spada, ficcandogliela in corpo fino all'impugnatura: e tanto era il sangue, che il gigante perdeva dalle sue molte ferite, che finalmente stramazzò per terra.
Avvenente gli tagliò subito la testa, tutto allegro di avere avuto questa bella fortuna; e il Corvo che s'era posato sul ramo d'un albero, gli disse:
"Io non ho dimenticato il servizio che mi rendeste, uccidendo l'Aquila che mi dava addosso.
Vi promisi di contraccambiarvi, e credo di aver pagato il mio debito".
"Sono io che vi debbo tutto, signor Corvo", rispose Avvenente, "e mi dichiaro vostro buon servitore."
Poi montò subito a cavallo, col carico della spaventosa testa di Galifrone.
Quando arrivò in città, tutta la gente gli andava dietro gridando: "Ecco il bravo Avvenente, che ritorna dall'aver morto il gigante Galifrone" e la Principessa, che sentiva questo baccano e tremava dalla paura che venissero a dargli la nuova della morte di Avvenente, non aveva fiato di chiedere che cosa fosse avvenuto.
Ma in quel punto ella vide entrare Avvenente, colla testa del gigante, che metteva ancora spavento, quantunque non potesse più fare alcun male.
"Signora", egli disse, "il vostro nemico è morto.
Voglio sperare che ora non direte più di no al Re, mio augusto padrone."
"Ah! senza dubbio", replicò la Bella dai capelli d'oro, "che io gli dirò sempre di no, se voi prima della mia partenza non trovate il modo di portarmi l'acqua della caverna tenebrosa.
C'è qui, poco distante, una grotta profonda che gira più di cento chilometri.
Ci stanno sull'ingresso due draghi che ne impediscono l'entrata.
Buttano fiamme di fuoco dalla bocca e dagli occhi.
Quando poi siamo dentro alla grotta, si trova una gran buca nella quale bisogna scendere, ed è piena di rospi, di biacchi, di ramarri e di altri serpenti.
In fondo a questa buca c'è una piccola nicchia, dalla quale scaturisce la fontana della bellezza e della salute: io voglio a tutti i costi di quell'acqua.
Ogni cosa che si lava con quell'acqua diventa meravigliosa: se siamo belle, si rimane sempre belle: se brutte, si diventa belle: se siamo giovani, si resta giovani: se vecchie, si ringiovanisce.
Vedete bene, caro Avvenente, che io non posso lasciare il mio Regno, senza portar meco un poco di quell'acqua lì."
"Signora", egli rispose; "voi siete tanto bella, che quest'acqua per voi mi pare affatto inutile: ma io sono un ambasciatore disgraziato, di cui volete la morte.
Io vado a cercarvi ciò che voi desiderate, colla certezza nel cuore di non tornare più indietro."
La Bella dai capelli d'oro non cambiò per questo di proposito: e il povero Avvenente partì col suo canino Caprioletto per andare alla grotta tenebrosa, a cercarvi l'acqua della bellezza.
Tutti quelli che lo incontravano lungo la strada, dicevano: "Che peccato vedere un giovane tanto grazioso correre così spensieratamente in bocca alla morte: egli se ne va alla grotta da sé solo: ma quand'anche fossero cento, non verrebbero a capo di nulla.
Perché la Principessa s'incaponisce a volere l'impossibile?".
Egli seguitava a camminare, e non diceva parola: ma era triste, molto triste.
Arrivato verso la cima della montagna, si sedette per ripigliar fiato, e lasciò il cavallo a pascere e Caprioletto a correr dietro alle mosche.
Egli sapeva che la grotta tenebrosa non era molto distante di là, e guardava se per caso l'avesse potuta scoprire; quand'ecco che vide un enorme scoglio, nero come l'inchiostro, di dove usciva un fumo densissimo, e di lì a poco uno dei draghi che buttava fuoco dagli occhi e dalla gola.
Il drago aveva il corpo verde e giallo, dei grossi unghioni e una coda lunghissima, che s'attorcigliava in più di cento giri.
Caprioletto vide anch'egli ogni cosa, e non sapeva dove nascondersi: la povera bestia era mezza morta dalla paura.
Avvenente, fatto oramai animo di morire, cavò fuori la sua spada e s'avviò colla sua boccetta, che la Bella dai capelli d'oro gli aveva dato, per riempirla coll'acqua della bellezza.
Egli disse al suo canino Caprioletto:
"Per me è finita! io non potrò mai arrivare a prendere di quest'acqua, che è custodita dai draghi; quando sarò morto, riempi la boccetta col mio sangue e portala alla Principessa, perché ella possa vedere quanto mi costa il servirla: e dopo vai a trovare il Re mio padrone, e raccontagli la mia disgrazia".
Mentre diceva così, sentì una voce che lo chiamava: "Avvenente! Avvenente!".
Egli disse: "Chi mi chiama?", e vide un Gufo nel buco d'un albero vecchio, che gli disse: "Voi mi avete liberato dalle reti de' cacciatori, dov'ero rimasto preso: e mi salvaste la vita.
Promisi di rendervi il contraccambio, e il momento è giunto.
Datemi la vostra boccetta: io conosco tutti gli andirivieni della grotta tenebrosa: anderò io a prendervi l'acqua della bellezza".
Figuratevi se questa cosa gli fece piacere! Lo lascio pensare a voi.
Avvenente gli dette subito la sua boccetta e il Gufo entrò nella grotta, come sarebbe entrato in casa sua.
E in meno d'un quarto d'ora tornò e riportò la boccetta piena e tappata.
Ad Avvenente parve d'aver toccato il cielo con un dito: ringraziò il Gufo dal profondo del cuore e, risalita la montagna, prese tutt'allegro la strada che menava alla città.
Andò subito al palazzo e presentò la boccetta alla Bella dai capelli d'oro, la quale non ebbe più nulla da ridire.
Ella ringraziò Avvenente, e diè l'ordine che fosse allestita ogni cosa per la partenza.
Poi si messe in viaggio con lui: e strada facendo, finì col persuadersi che il giovinetto era molto grazioso; e qualche volta gli diceva: "Se aveste voluto, vi avrei fatto Re e non saremmo partiti mai dai miei Stati".
Ma egli rispose: "Rinunzierei a tutti i troni della terra, piuttosto che dare un dispiacere così forte al mio Re: sebbene voi siate più bella del sole".
Finalmente giunsero alla Capitale, e il Re, sapendo che la Bella dai capelli d'oro stava per arrivare, andò a incontrarla e le presentò i più bei regali del mondo.
Furono fatte le nozze, e con tanta gala e magnificenza, che si durò a discorrerne per un pezzo; ma la Bella dai capelli d'oro, che in fondo al cuore era innamorata di Avvenente, non poteva stare senza vederlo e l'aveva sempre sulla bocca.
Ella diceva al Re: "Se non era Avvenente, io non sarei dicerto venuta qui: egli ha fatto per me delle cose, da non potersi credere; e voi dovete essergli grato".
Gl'invidiosi che sentivano questi discorsi della Regina andavano dopo bisbigliando al Re: "Voi non siete geloso; eppure avreste motivo di esserlo.
La Regina è così innamorata di Avvenente, che non mangia né beve più; essa non fa altro che parlar di lui e della grande riconoscenza che voi dovete avergli: come se chiunque altro aveste mandato, nel posto suo, non avesse saputo fare altrettanto".
E il Re disse: "Davvero, che me ne sono accorto anch'io.
Che sia preso subito e imprigionato nella torre, coi ferri ai piedi e alle mani".
Avvenente fu preso e, in ricompensa di aver così bene servito il Re, fu chiuso nella torre coi ferri ai piedi e alle mani.
La sola persona che egli vedesse, era il guardiano della carcere; il quale gli gettava da una buca un pezzo di pan nero e un po' d'acqua in una ciotola di terra.
Ma il suo piccolo Caprioletto non lo abbandonava mai, e veniva a fargli coraggio e a portargli tutte le nuove che correvano per la città.
Quando la Bella dai capelli d'oro venne a risapere la disgrazia di Avvenente, andò a buttarsi ai piedi del Re, e colle lacrime agli occhi lo pregò a farlo levare di prigione.
Ma più essa si raccomandava, e più il Re s'intristiva, pensando fra sé e sé: "È segno che ne è innamorata" e così non intendeva né ragioni né preghiere.
Il Re finì col mettersi in testa di non essere abbastanza bello agli occhi della Regina: e gli venne l'idea di lavarsi il viso coll'acqua della bellezza, per vedere se in questo modo gli fosse riuscito di farsi amare un poco di più.
Quest'acqua stava sul caminetto nella camera della Regina, che la teneva lì, per averla sempre sott'occhio; ma una delle sue cameriere, volendo ammazzare un ragno con una spazzolata, fece cascare disgraziatamente la boccetta, la quale si ruppe, e l'acqua se n'andò tutta per la terra.
La cameriera ripuli ogni cosa in fretta e furia, e non sapendo come rimediarla, si ricordò di aver visto nel gabinetto del Re un'altra boccetta somigliantissima e piena d'acqua chiara, tale e quale come l'acqua della bellezza.
Non parendo suo fatto, la prese senza star a dir nulla e la posò sul camminetto della Regina.
L'acqua che era nel gabinetto del Re serviva per far morire i Principi e i grandi Signori, quando ne avevano fatta qualcuna delle grosse.
Invece di tagliar loro la testa o impiccarli, si bagnava loro il viso con quest'acqua: e così si addormentavano e non si svegliavano più.
Una sera, dunque, il Re prese la boccetta e si strofinò ben bene il viso.
Dopo si addormentò e morì.
Il piccolo Caprioletto, che fu uno dei primi a sapere il caso, andò subito a raccontarlo ad Avvenente, il quale gli disse di andare di corsa dalla Bella dai capelli d'oro e di pregarla a volersi ricordare del povero prigioniero.
Caprioletto sgattaiolò fra mezzo alle gambe della folla, perché alla Corte c'era un gran via-vai e una gran diceria per la morte del Re, e disse alla Regina: "Signora, non vi scordate del povero Avvenente".
Ella si rammentò subito di tutti i patimenti che aveva sofferti per lei, e della sua gran fidatezza.
Uscì senza farne parola con alcuno, e andò diritto alla torre, dove sciolse da se stessa le catene dalle mani e dai piedi d'Avvenente: e mettendogli una corona in capo e un manto reale sulle spalle, disse: "Venite, mio caro Avvenente, io vi faccio Re, e vi prendo per mio sposo".
Egli si gettò ai suoi piedi e la ringraziò: e tutti si chiamarono fortunati di averlo per sovrano.
Le nozze furono fatte con grandissima magnificenza, e la Bella dai capelli d'oro visse molti anni col suo bell'Avvenente, tutti e due felici e contenti, da non poterselo figurare.
Si vuole che Avvenente lasciasse ai suoi figli un libro di ricordi: un libro curioso, perché aveva tutte le pagine bianche, meno l'ultima, sulla quale aveva scritto di proprio pugno le seguenti parole:
"Se per caso qualche povero diavolo ricorre a te per essere aiutato, tu aiutalo: né badare com'è vestito, né se abbia viso di persona da poterti rendere, un giorno o l'altro, il piacere che gli fai.
Sulle opere buone e generose non si mercanteggia mai: né bisogna farle coll'intenzione di ripigliarci sopra il frutto e l'usura.
A ogni modo, tieni sempre a mente che un benefizio fatto non è mai perduto".
L'uccello turchino
di Carlo Collodi
C'era una volta un Re, molto ricco di quattrini e di terre: la sua moglie morì, ed egli ne fu inconsolabile.
Per otto giorni intieri si chiuse in un piccolo salottino, dove picchiava il capo nel muro, tanto era il dolore che gli straziava l'anima; per paura che finisse coll'ammazzarsi, furono accomodate delle materasse fra il muro e i parati della stanza.
Così poteva sbatacchiarsi a suo piacere, e non c'era caso che potesse farsi del male.
Tutti i suoi sudditi si messero d'accordo per andare a trovarlo e dirgli quelle ragioni credute più adatte, per iscuoterlo dalla sua tristezza.
Alcuni prepararono dei discorsi molto seri: altri uscirono fuori con delle cose piacevoli e anche allegre: ma tutte queste ciarle non fecero su lui né caldo né freddo.
Esso non badava neppure a quello che gli dicevano.
Alla fine gli si presentò, fra gli altri, una donna tutta abbrunata e coperta di veli neri, di mantiglie e di strascichi da gran lutto, la quale piangeva e singhiozzava così forte, e con urli così acuti e sfogati, che il Re ne rimase sbalordito.
Ella gli disse che non aveva intenzione di fare come gli altri: e che andava non per iscemargli il suo dolore, ma piuttosto per accrescerlo, perché non sapeva che ci potesse essere una cosa più giusta nel mondo di quella di piangere una buona moglie perduta: e che ella, a cui era toccato il migliore di tutti i mariti, faceva conto di piangerlo, finché avesse avuto lacrime e occhi.
A questo punto, raddoppiò le sue grida e i suoi pianti, e il Re, sull'esempio di lei, si messe a berciare come un bambino.
Egli la ricevé meglio di tutti gli altri: e le raccontò la storia delle belle doti della sua cara defunta, mentre ella faceva altrettanto dei pregi del suo caro defunto; e discorsero tanto e tanto, che nessuno dei due sapeva più che cosa si dire sul conto della loro grande afflizione.
Quando la furba vedovella si accorse che l'argomento era agli sgoccioli, alzò un pochino il velo e il Re poté ricrearsi la vista nel mirare questa bella sconsolata, che sotto due lunghe ciglia nerissime girava e muoveva con moltissim'arte un paio d'occhi, grandi e turchini, come l'azzurro d'un cielo stellato.
Il suo carnato era sempre fresco.
Il Re cominciò a guardarla con molta attenzione: a un poco per volta, parlò meno della sua moglie, e fini col non parlarne più.
La vedova badava a dire di voler piangere sempre il suo marito: e il Re la consigliava a non voler rendere eterno il suo dolore.
Per farla corta, tutti cascarono dalle nuvole, nel sentire che il Re l'aveva sposata, e che il nero s'era cambiato in verde e in color di rosa.
Spesso e volentieri basta conoscere il debole delle persone, per impadronirsi del loro cuore e farne quel che ci pare e piace.
Il Re, dal suo primo matrimonio, non aveva avuto che una sola figlia, la quale passava per l'ottava meraviglia del mondo; e si chiamava Fiorina, perché somigliava alla Flora, tanto era fresca, giovine e bella.
Ella non portava mai vestiti sfarzosi; preferiva invece la seta leggera, con qualche fermaglio di pietre preziose e molte ghirlande di fiori, che facevano una figura magnifica intorno ai suoi bellissimi capelli.
Aveva quindici anni, quando il Re si rimaritò.
La novella Regina mandò a prendere una sua figlia, che era stata allevata in casa della sua comare, la fata Sussio: ma non per questo era diventata più bella e più graziosa.
La fata ci aveva messo un grand'impegno: ma senza concluder nulla di buono: nondimeno le voleva moltissimo bene.
La chiamavano Trotona, perché aveva sul viso delle macchie rossastre, come quelle della trota: i suoi capelli erano così grassi e imbiosimati, da non giovarsene a toccarli e dalla sua pelle giallastra gocciolava l'unto.
La Regina le voleva un bene dell'anima e non aveva altro in bocca che la sua cara Trotona; e perché Fiorina era stata in ogni cosa molto più favorita della sua figlia, ne sentiva una grande spina al cuore, e faceva di tutto per mettere Fiorina in uggia al padre.
Non c'era giorno che la Regina e Trotona non inventassero qualche marachella a danno di Fiorina; ma la Principessa, così dolce di carattere e piena di spirito, ci passava sopra e faceva finta di non darsene per intesa.
Il Re disse un giorno alla Regina che Trotona e Fiorina erano tutte e due da marito, e che appena si fosse presentato un Principe in Corte, bisognava fare in modo di dargliene una.
"Io voglio", disse la Regina, "che mia figlia sia maritata la prima: ha più anni della vostra, e siccome è anche mille volte più graziosa, così non c'è nemmeno da esitare e da pensarci sopra."
Il Re, a cui non piaceva mettersi a tu per tu, disse che per parte sua era contentissimo, e che la lasciava padrona di fare e disfare.
Di lì a poco tempo si venne a sapere che stava per giungere il Re Grazioso.
Non c'era ricordanza d'un altro Re più galante e più splendido di lui.
Il suo spirito e la sua persona rispondevano a capello al suo nome.
Appena la Regina venne a saperlo, messe subito in moto tutte le sarte e tutti i lavoranti di mode, per allestire il corredo alla sua Trotona.
Di più, pregò il Re a non fare nessun vestito di nuovo a Fiorina; e, messa su la cameriera di lei, le fece portar via tutti i suoi abiti, le pettinature e le gioie, il giorno stesso in cui arrivò il Principe Grazioso; e così Fiorina, quando andò per vestirsi, non trovò nemmeno il biracchio d'un nastro e mandò alle botteghe, per comprare delle stoffe: ma risposero che la Regina aveva loro proibito che le fosse venduta la più piccola cosa.
Ragione per cui ella si trovò con un vestituccio da casa, abbastanza indecente, e n'ebbe tanta vergogna che, all'arrivo del Re Grazioso, andò a rincattucciarsi in un angolo della sala.
La Regina lo ricevé con grandi salamelecchi e gli presentò sua figlia, che era più risplendente del sole, e più brutta del solito, a cagione dei tanti fronzoli che aveva addosso.
Il Re si voltò da un'altra parte per non vederla: e la Regina intestata a credere che gli piacesse troppo e che non volesse impegnarsi, cercava tutti i mezzi per mettergliela dinanzi agli occhi.
Egli domandò se non vi fosse anche un'altra Principessa, chiamata Fiorina.
"Si," disse Trotona indicandola col dito "eccola là che si nasconde, perché è una broccola."
Fiorina arrossì e diventò bella, ma tanto bella, che il Re Grazioso ne rimase abbagliato.
Si alzò subito, fece un grand'inchino alla Principessa, e le disse:
"La vostra bellezza è tale, che non ha bisogno di fronzoli e di altri ornamenti."
"Signore", ella rispose, "vi giuro che non è mia abitudine di portare dei vestiti sconvenienti, come questo: e mi avreste fatto un gran regalo a non voltarvi verso di me."
"Impossibile", esclamò Grazioso, "che una Principessa così meravigliosa, trovandosi presente in qualche luogo, si possano avere degli occhi per le altre, e non per lei!"
"Ah!", disse la Regina stizzita, "spendo proprio bene il mio tempo a stare a sentire i vostri discorsi.
Credetelo a me, signore: Fiorina è già abbastanza civetta e non ha bisogno di essere stuzzicata con tante galanterie."
Il Re Grazioso capì per aria le ragioni che facevano parlare così la Regina; ma non essendo uomo da peritarsi o da pigliar soggezione, lasciò libero sfogo alla sua ammirazione per Fiorina, e ci parlò insieme per tre ore di seguito.
La Regina che aveva un diavolo per capello e Trotona che non sapeva darsi pace di vedersi preferita la Principessa, andarono tutte e due a lamentarsi risentitamente dal Re e lo costrinsero a consentire che Fiorina venisse rinchiusa in una torre per tutto il tempo che il Re Grazioso fosse rimasto alla Corte, perché così non avessero modo di vedersi fra loro.
Detto fatto, appena Fiorina fu tornata nella sua stanza, quattro uomini mascherati la portarono in cima alla torre e ce la lasciarono nella più grande costernazione, perché ella capiva benissimo che con questo tiro si voleva toglierle l'occasione di piacere al Re, il quale piaceva già tanto a lei, che avrebbe desiderato averlo per suo sposo.
Il Re Grazioso, che non sapeva nulla della violenza usata alla Principessa, aspettava smaniando l'ora di poterla rivedere.
Parlò di lei alle persone che il Re gli aveva messo dintorno per dargli un corteggio d'onore; ma queste, per ordine della Regina, gliene dissero tutto il male possibile: che era una fraschetta, una capricciosa, d'indole cattiva, il supplizio dei conoscenti e dei servitori, che non si poteva essere più sudici di lei e che spingeva la spilorceria fino al segno di vestirsi peggio d'una pecoraia, piuttosto che comprarsi delle belle stoffe, coi denari che le passava suo padre.
A sentire tutte queste storie, Grazioso si rodeva dentro di sé, e aveva certi scatti di collera, che durava fatica a frenarli.
"No", diceva esso fra sé e sé, "non è possibile che il cielo abbia messo un'anima così volgare in quell'opera così bella della natura.
Sia pure che quando la vidi, non fosse vestita con molta decenza, ma il rossore che n'ebbe, prova abbastanza che quella non è la sua abitudine.
Come può essere cattiva, con quell'aria di modestia e di dolcezza che innamora? non mi va giù: e credo invece che la Regina ne dica tanto male apposta.
Le matrigne ci sono per qualche cosa in questo mondo: e quanto alla Principessa Trotona, è una così brutta versiera, che non mi farebbe punto specie se invidiasse a morte la più perfetta fra tutte le creature."
Mentre egli fantasticava così, i cortigiani che gli stavano dintorno capirono dalla sua cera, che a dirgli male di Fiorina, non gli avevano fatto un gran piacere.
Ce ne fu uno più svelto degli altri, il quale mutando linguaggio e registro, per arrivare a conoscere i sentimenti del Re si fece a dire le più belle cose sul conto della Principessa.
A quelle parole, egli si svegliò come da un sonno profondo, prese parte alla conversazione e la gioia brillò sul suo viso.
Amore, Amore,...
quant'è difficile a saperti nascondere! Tu fai capolino dappertutto: sulle labbra di un amante, ne' suoi occhi, nel suono della sua voce: quando si ama davvero, il silenzio e la conversazione, la gioia e la tristezza, tutto palesa quello che si sente dentro.
La Regina impaziente di sapere se il Re Grazioso fosse rimasto fortemente preso di Fiorina, mandò a chiamare coloro che egli aveva ammessi alla sua confidenza e passò il resto della notte a interrogarli.
Tutte le cose che essi le raccontavano valevano a confermarla sempre più nell'idea che il Re amasse Fiorina.
Ma che cosa vi dirò io dell'abbattimento di spirito della povera Principessa? Ella stava distesa per terra nella parte più alta di quell'orribile torre, dove era stata portata quasi di peso dagli uomini mascherati.
"Sarei meno da compiangere", diceva essa, "se mi avessero rinchiusa qui, prima di conoscere quel simpatico Re.
La memoria che serbo di lui non può servire che a far crescere i miei tormenti.
Si vede bene che la Regina mi tratta in questo modo per impedirmi di poterlo vedere.
Povera me! quanto mi dovrà costar cara questa po' di bellezza che il cielo mi ha dato!"
E dopo piangeva, e piangeva tanto dirottamente, che la sua stessa nemica ne avrebbe avuto pietà, se avesse veduto il suo dolore.
E così passò la nottata.
La Regina, che voleva amicarsi il Re a furia di moine e di segni particolari di riguardo e d'attenzione, gli mandò degli abiti splendidissimi, d'una magnificenza senza pari e tagliati sulla moda del paese: e più, le insegne dei cavalieri dell' Amore, ordine cavalleresco istituito dal Re, per voler di lei, il giorno stesso del loro matrimonio.
Era un cuore d'oro, smaltato color di fiamma, contornato da parecchie frecce e trapassato da una di queste, col motto: "una sola mi ferisce".
La Regina aveva fatto tagliare per il Re Grazioso un rubino grosso come un uovo di struzzo: ogni freccia era di un solo diamante, lungo quanto un dito, e la catena alla quale era appeso il cuore, tutta fatta di perle, delle quali la più piccola pesava un mezzo chilogrammo: insomma, dacché mondo è mondo, non s'era mai veduto nulla d'eguale.
A quella vista il Re rimase così stupito, che per qualche minuto non seppe trovare il verso di dire una parola.
Nel tempo medesimo gli fu presentato un libro, di cui i fogli erano in carta velina, con miniature meravigliose e la copertina tutta d'oro e carica di gemme, e dove erano scritti con un linguaggio molto appassionato e galante gli statuti dell'Ordine de' Cavalieri d'Amore.
Dissero al Re che la Principessa, da lui veduta, lo pregava a voler essere suo cavaliere; e che intanto gli mandava questi regali.
A queste parole, egli osò lusingarsi che questa Principessa fosse appunto quella amata da lui.
"Come! ", esclamò egli, "la bella Principessa Fiorina pensa a me in una maniera così generosa e cortese?"
"Signore", gli dissero, "voi pigliate sbaglio sul nome; noi veniamo qui da parte dell'amabile Trotona."
"È la Trotona che mi vuole per suo cavaliere?", disse il Re, con una fisionomia seria e ghiacciata "mi dispiace di non potere accettare tanto onore, ma un sovrano non è padrone di prendere gl'impegni che vorrebbe.
Io conosco i doveri d'un cavaliere, e vorrei adempirli tutti: preferisco dunque non avere la grazia, che ella mi offre, piuttosto che dovermene rendere indegno."
E rimesse subito nella cestina il cuore, la catena e il libro, e rimandò ogni cosa alla Regina, la quale ci corse poco che, insieme a sua figlia, non affogasse della bile per il modo disprezzante col quale il Re straniero aveva accolto un favore così singolare.
Appena Grazioso ebbe il tempo di recarsi dal Re e dalla Regina, entrò nel loro appartamento colla speranza di trovarvi Fiorina.
La cercò cogli occhi dappertutto: e quando sentiva qualcuno entrare nella stanza, si voltava subito a guardare; si vedeva che era inquieto, e di cattivo umore.
La maliziosa Regina aveva indovinato appuntino quel che il Principe rimuginava nel cuore, ma faceva l'indifferente come non ne sapesse nulla.
Essa gli parlava di partite di piacere; ed egli rispondeva a rovescio.
Alla fine Grazioso domandò dove fosse la Principessa Fiorina.
"Signore", gli disse fieramente la Regina, "il Re suo padre le ha proibito di uscire dalle sue stanze, fino a tanto che mia figlia non abbia preso marito."
"E qual motivo", replicò il Re, "vi può essere, per tener prigioniera la bella Principessa?"
"Non lo so", disse la Regina, "e quand'anche lo sapessi non mi crederei punto obbligata a dirvelo."
Al Re era salita la bizza fino alla punta dei capelli.
Dava delle occhiatacce, di traverso, a Trotona, e pensava fra sé che era per colpa di quel mostriciattolo, se gli era stato tolto il piacere di veder la Principessa.
Si congedò in quattro e quattr'otto dalla Regina, perché la sua presenza gli faceva male al cuore.
Quando fu tornato nella sua camera, disse a un giovane Principe che lo aveva accompagnato e al quale voleva un gran bene, di spendere tutto quello che ci fosse voluto, pur di tirargli dalla sua qualche cameriera della Principessa, e aver così il modo di parlarle un solo momento.
Questo Principe trovò senza fatica alcune dame di Corte che s'intesero con lui: e fra le tante, ce ne fu una che gli dètte per sicuro che quella sera stessa Fiorina sarebbe stata a una finestrina bassa, che dava sul giardino; e che di lì il Principe avrebbe potuto parlarle: s'intende bene, adoperando tutte le cautele da non essere scoperto, perché, diceva essa, il Re e la Regina sono tanto severi, che se scoprissero che io ho tenuto di mano agli amori del Principe Grazioso, per me sarebbe morte sicura.
Il Principe, contento da non potersi dire di aver menata la cosa fino a quel punto, le promise tutto quello che volle, e corse a fare la sua parte col Re, avvertendolo dell'ora fissata per il ritrovo.
Ma la confidente, che era di malafede, andò subito a risoffiare ogni cosa alla Regina, e si messe ai suoi ordini.
Il primo pensiero della Regina fu quello di mandare la propria figlia alla piccola finestra; e la imbeccò così bene, che Trotona, sebbene fosse una grande stupida, non dimenticò un etto di quello che doveva dire e fare.
La notte era così buia, che sarebbe stato impossibile al Re di accorgersi della trappoleria, quand'anche non avesse avuto ragione di credersi sicuro del fatto suo: di modo che si avvicinò alla finestra con un trasporto di gioia incredibile.
E lì disse a Trotona tutte quelle cose che avrebbe dette a Fiorina, per assicurarla del suo grand'amore.
Trotona, profittando dell'equivoco, gli rispose che era la creatura più infelice di questo mondo, a motivo di una matrigna così spietata e che avrebbe dovuto passarne ancora chi sa quante, prima che la figlia di lei non si fosse maritata.
Il Re disse e giurò che se ella lo avesse voluto per suo sposo, sarebbe stato più
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