I RAGAZZI GRANDI, di Carlo Collodi - pagina 3
...
.
- Che cos'hai fatto?..
- domandò Clarenza, senz'ombra di curiosità, quasiché conoscesse a memoria la risposta.
- Non ne posso più...
sono stanco, sfinito.
Da stamani in poi non ho avuto un momento di respiro.
Cara mia - continuò, passandosi e ripassandosi il fazzoletto bianco dal principio della fronte fino a quattro dita dietro la nuca, sopra una strisciata di cranio lucido e pulito, quasi fosse d'avorio - cara mia! la popolarità, non lo nego, ha le sue dolcezze e le sue grandi soddisfazioni, ma pur troppo è seminata anche di noie e di dispiaceri.
Se io avessi un figliuolo, gli direi contentati della modesta oscurità, e non far come tuo padre! Quando un uomo ha fatto tanto di diventar necessario al suo paese, addio pace, addio tranquillità, addio benessere.
Per lui non c'è più bene, né giorno, né notte.
- E ora di dove vieni? - domandò Clarenza.
- Esco in questo momento dal Comitato elettorale.
Finalmente, se Dio vuole, abbiamo trovato il nostro candidato.
- E sarebbe?
- Il marchese Sorbelli..
- Credevo qualche cosa di meglio - fece la Norina, torcendo un po' la bocca - il marchese non è passato mai per un'aquila.
- Non sarà un'aquila - riprese Federigo - ma però è un uomo di carattere: tutto d'un pezzo.
Non l'ho mai sentito dir bene di nessun Ministero!
- Parla bene? - chiese Clarenza.
- No - rispose il marito con la serietà dell'uomo che se ne intende - no: parla piuttosto male: ma legge benissimo: e questo è un gran requisito per un oratore.
Voglio fargli un partito...
- Saprai che fra qualche giorno avremo qui Sua Eccellenza!...
- disse Clarenza, appoggiando la voce con ironia su quest'ultime parole.
- Lo so, lo so! L'ho visto dai giornali.
- M'immagino che verrà qua per le elezioni?
- Si capisce bene.
Un po' per l'elezione e un po' per albagia.
Fa tanto piacere di ritornar ministri, nel paese dove siamo nati, e dove per tanti anni siamo stati uomini, come tutti gli altri.
- A proposito dei ministri - interruppe la moglie, con disinvoltura - sai chi abbiamo per ospite in questo momento?
- Chi?
- Il nipote di Sua Eccellenza.
- Mario?
- Lui in persona.
- Sapevo che Mario era qui - continuò Federigo - ma non sapevo che fosse alloggiato in casa nostra.
- Gli ho ceduto il quartiere di Carlo: ho fatto male?
- Hai fatto benissimo; sono avversario politico del ministro: ma voglio bene a quest'altro.
Povero Mario!...
in questi giorni ha avuto per casa una bella burrasca.
- Come lo sai?
- Ho ricevuto una lunghissima lettera dalla madre dell'Emilia.
- A quanto pare, è stata una cosa seria - disse Clarenza.
- Seria no!...
- rispose Federigo - ma poteva diventar serissima.
Risulta dai documenti che per ora si trattava semplicemente d'una chiassata...
d'un amor platonico...
- Allora è un'inezia! - soggiunse la Norina, facendo colla bocca un certo garbo, come se volesse dire: «non c'è sugo!».
- Un'inezia? - replicò vivacemente Federigo - adagio un poco con quell'inezia!...
Bisogna persuadersi, cara mia, che fra l'amor platonico e l'amare...
senza Platone, c'è appena la distanza che divide il sigaro dalla cenere.
- Pare impossibile - osservò Clarenza, tenendo gli occhi incantati e fissi verso terra.
- Non l'avrei mai creduto!...
E la madre dell'Emilia che cosa scrive?
- Mi scrive un monte di cose...
Mi scrive, che questa giuccheria avrebbe potuto benissimo restare abbuiata fra le pareti domestiche...
ma quel benedetto figliuolo di Mario, credendo di tutelare il proprio onore, ne volle fare per forza una scena da teatro diurno...
Mi scrive che l'Emilia è disperata, che non fa altro che piangere giorno e notte...
e finisce in fondo col raccomandarsi a me perché veda di trovare il verso di rimettere d'accordo questi due sciagurati.
- Pensaci bene, prima! - disse Clarenza, appoggiando la voce su quest'avvertimento.
- A che cosa?
- Non ti caricare di legna verde.
Se fossi in te me ne laverei le mani.
- No davvero: mi ci voglio provare.
Se non riesco, pazienza; mi terranno conto della buona volontà.
Si è veduto Valerio?
- Valerio? Che deve venir qui? - domandò Norina
- Così mi ha promesso! Ho da consegnargli queste carte...
- e Federigo si levò di tasca un involto di fogli e andò a posarli sulla mensola del caminetto: poi, voltandosi verso la giovine cognata, che lo guardava fisso, seguitò sorridendo:
- Sai, Norina, che or ora, tornando a casa, m'è venuta per il capo una curiosa idea?..
- Un'idea? Sentiamola.
- Se io tentassi...
- Male! male...
- interruppe l'altra.
- Lasciami finire, che Iddio ti benedica; se io tentassi - si capisce bene a tutto mio rischio e pericolo - di...riattivare le buone relazioni, come diciamo noi altri uomini politici.
- Tempo perso, Federigo! Te l'ho detto mille volte; e oggi te lo ripeto: non mi voglio rimaritare.
- Ne sei sicura?
- Sicurissima.
- Norina! tu fai uno sproposito.
- Pazienza! Maritandomi, ne farei due: uno per conto mio, e un altro per conto di quell'infelice...
- Ma la ragione di questa tua ostinazione?..
- domandò Federigo, quasi riscaldandosi.
- Te la dirò io - soggiunse Clarenza, collocandosi fra il marito e la sorella.
- Sentiamo un poco la celebre indovinatrice! - gridò con bizzosa ironia la Norina.
- Peccato che tu non faccia anche i lunari e che tu non venda i numeri per il lotto!...
Clarenza, ridendo della bizza della sorella, si piegò verso l'orecchio di Federigo, sussurrandogli abbastanza forte, per essere intesa:
- Tutto fiato buttato via: la tua signora cognatina ha sempre qualche speranza!...
- Speranza di che?..
Ah! ora capisco! - disse Federigo, in atto di rammentarsi qualche cosa - ma, se non sbaglio, quella oramai è una speranza fallita.
- Un momento - interruppe la Norina, facendosi seria: - dichiaro che io non ho nessuna speranza: ma casomai l'avessi, non vedo perché si dovrebbe chiamare una speranza fallita.
- Dunque non sai nulla?..
- C'è forse qualche cosa di nuovo?
- Mi dispiace doverti dire che il marchesino di Santa Teodora, fino da ieri, è officialmente fidanzato della figlia del console americano.
- Lo sai di certo?
- Di certissimo.
Me l'ha detto un'ora fa, alla Borsa, il segretario stesso del Consolato.
Ci furono due minuti di profondissimo silenzio.
Poi la Norina, alzando il capo, domandò:
- È bella la sposa?
- Bella no - replicò Federigo - ma un modello di virtù e di dote.
Cinquantamila franchi di rendita.
La Clarenza che, vedendo la sorella mortificata e confusa non poteva dissimulare un risolino di consolazione, diffuso per tutta la faccia, disse interrompendo:.
- Io vado a prendere la chiave del quartierino di Carlo.
Voglio vedere da me stessa se ogni cosa è all'ordine.
E uscì dalla sala.
Rimasti soli - la Norina e Federigo - quest'ultimo domandò alla sua giovane cognata, che era rimasta quasi interdetta:.
- A che cosa pensi?
- Penso a quella povera disgraziata.
- A chi?
- Alla figlia del console...
Secondo me non poteva capitar peggio.
Il marchese di Santa Teodora passa per un giovane di spirito, ma in fondo non è altro che un imbecille.
Figurati se io lo conosco bene!...
- Sono tutte cose, che io l'ho dette prima di te.
Eppure...
scommetto che l'avresti preferito a Valerio...
- Domando scusa: fra carattere e carattere non c'è confronto.
Valerio è un uomo: e quell'altro è un ragazzo.
- Questo si chiama ragionare! Ah! Norina! Peccato che tu non abbia intenzione di rimaritarti!...
- Chi l'ha detto?
- Io no.
- Nemmen'io.
- Si vede, che non avrò capito bene! - disse Federigo, con accento di falsa mortificazione.
- O forse sono io, che mi sarò spiegata male.
Insomma, ho voluto dire che io non intendo di rimaritarmi fino a tanto che non trovo una persona che mi vada a genio.
- Dico la verità: vorrei un po' sapere perché quel povero Valerio ti è tanto antipatico?
- Ho non ho mai detto che mi sia antipatico...
dico soltanto, che non mi piace.
È troppo serio, troppo sostenuto...
- Ma un'eccellente persona.
- Non c'è che dire: ma suscettibile, permaloso, delicato peggio d'una donna!...
- Eppure - continuò Federigo, accostandosi e insistendo con un certo interesse - eppure, vedi, quantunque tu l'abbia trattato piuttosto male, sono convintissimo che basterebbe una tua mezza parola, perché...
si potessero ripigliare le trattative, come diciamo noi altri uomini politici.
- Con un superbiosaccio di quella fatta?...
Mi pare un po' difficile.
- A buon conto, Valerio è stato innamorato morto di te...
e l'amore, quando è stato di quello buono, è come le malattie di petto, ha la convalescenza lunga.
Aggiungi poi che Valerio ha per me della gratitudine...
della deferenza...
Insomma, per farla finita, io scommetto che avrei accomodato ogni cosa.
- Bada, Federigo.
Io, invece, ho una gran paura che ti saresti fatto canzonare.
- Sei contenta che mi ci provi?
- Padrone! Provati pure.
- Ma se, per caso, arrivo a convertirlo, spero che non mi farai fare la figura del Pulcinella.
- Diavol mai! Non son mica una bambina!
In questo mentre, Francesco si presentò sulla porta ed annunziò: - Il signor Valerio.
- A tempo! - disse Federigo.
- Io scappo! - soggiunse l'altra, sottovoce.
- Sarà una vittoria, o un fiasco? Che cosa ti dice il cuore?
- Come c'entra il cuore in queste ragazzate?..
- replicò vivacemente la Norina, e sparì.
Valerio entrò in sala.
Era un giovine fra i trenta e i trentacinque anni: di statura mezzana: né bello, né brutto.
Parlava adagio, rideva poco, camminava sempre dello stesso passo, e vestiva da un anno all'altro di nero.
Queste quattro grandi qualità gli avevano procurato la reputazione di negoziante onesto, il posto di consigliere municipale e il grado di capitano nella guardia cittadina.
- Ecco, Valerio, il nostro piccolo contratto bell'e firmato - disse Federigo, porgendogli il quaderno che aveva posato, un quarto d'ora prima, sul caminetto.
- Andava bene? - domandò l'altro.
- Egregiamente.
- Ora, signor Federigo, non mi resta altro che ringraziarvi del vero favore che mi avete fatto.
- Di quale?
- Di avere acconsentito a rimanere per una piccolissima parte interessato nella mia casa commerciale.
- Si capisce bene, che è un segreto fra noi due.
Io non voglio comparire in nulla, né impicciarmi di nulla.
- A me, mi basta di sapere che siete mio socio.
Ecco la gran parola, la quale, se non foss'altro, mi pare che debba portarmi la buona fortuna.
- Oggi non siamo che soci di commercio! - soggiunse Federigo, pigliando a braccetto l'amico.
- E dire che avremmo potuto essere qualche cosa di più!...
fors'anche parenti!...
- La colpa non è stata mia.
- Non ci confondiamo.
c'è stata un po' di colpa da tutte e due le parti.
Ma nulla di serio: il gran nulla.
Tant'è vero che io ho creduto sempre - e lo credo anch'oggi - che con un po' di buona volontà si potrebbe ristabilire l'entente cordiale, come diciamo noi altri uomini politici.
- Impossibile! Assolutamente impossibile!...
- E perché?
- Facciamoci a parlar chiari, signor Federigo.
Io non sono più un ragazzo.
Sono un uomo.
La mia dignità personale non mi permette di far simili figure.
No, no: quando abbiamo presa una risoluzione - bisogna che sia quella.
Caso diverso, che cosa dovrebbe dire il mondo di me?
- Benedetto questo mondo! Lasciatelo dire: eppoi finirà col seccarsi la gola.
- Non posso!
- Ma perché?..
- Perché?..
Ci sono certe cose che si sentono, e che non si possono ridire colle parole.
Questi pentimenti, questi ritornelli sono perdonabili nelle persone leggere, negli uomini di poca conseguenza.
Quanto a me, vi confesso il vero, mi parrebbe di diventar ridicolo; mi parrebbe di far la parte di Don Fulgenzio negl'Innammorati di Goldoni.
- Che ostinato!
- Avete ragione: mille ragioni.
Disgraziatamente il mio carattere è di quelli che si spezzano, ma non si piegano.
Piuttosto soffro: mi rodo dentro di me; ma una debolezza, una ragazzata, mai!
- Mi dispiace.
Proprio mi dispiace!
- Dispiace anche a me: ma, ve lo ripeto, la colpa non è mia: la colpa è tutta della signora Norina...
- E con qual diritto il signor Valerio si permette di giudicare le mie azioni? - domandò la Norina, entrando improvvisamente nella sala.
- Domando scusa: io dicevo...
- balbettò Valerio, voltandosi tutto confuso.
- È forse lei il mio fidanzato?
- No davvero.
- Il mio tutore?
- Nemmeno per sogno.
- Il mio direttore spirituale?
- Dio me ne guardi!
- Dunque vorrei un po' sapere con qual diritto il signor Valerio si occupa tanto di me?
- Ecco...
le dirò...
Prima di tutto bisogna sapere che il signor Federigo in questo momento, stava insistendo per persuadermi...
- So tutto.
- Tutto - replicò Valerio, maravigliato.
- Com'è possibile?.
- Ripeto, che so tutto...
- Ma si tratta di una conversazione confidenzialissima, fatta ora, qui, fra noi due, a quattr'occhi...
- Non importa: per una certa combinazione ho inteso tutto.
- La solita combinazione...
di stare a sentire - borbottò fra i denti Federigo, ammiccando comicamente la sua giovane cognata.
- Prima d'ogni altra cosa - seguitò a dire la Norina collo stesso tuono di voce e colla stessa velocità di parola - debbo osservare che Federigo non ha diritto d'impicciarsi degli affari miei; e che ha fatto male, anzi malissimo...
- Mi basta la sinfonia: il resto dell'opera me lo figuro! - interruppe Federigo; e colto il pretesto, se la svignò.
- Non c'è dubbio.
Mio cognato ha fatto malissimo a insistere con tanto calore su questa...
scioccheria.
Dio sa che cosa vi sarete figurato!...
- Io?..
- Che cosa vi sarete messo per la testa! Forse nella vostra infinita vanità, avrete creduto che io mi struggessi proprio dalla passione!...
E la Norina accompagnò queste ultime parole con una risata quasi impertinente.
- Vi pare! - replicò modestamente Valerio.
- Forse vi sarete immaginato che io non potessi vivere senza di voi.
- Prego, signora Norina...
- Che, perduto voi, per me non ci fosse più speranza di trovar marito.
- Tutt'altro, tutt'altro.
- Ebbene, ricredetevi.
Vi siete ingannato all'ingrosso.
Voi - (e qui la Norina cambiò accento e abbassò leggermente la voce) - voi, ne convengo pienamente, siete una persona rispettabilissima: negoziante onorato...
- Troppo buona.
- Consigliere municipale...
- Grazie.
- Capitano della guardia nazionale.
Insomma siete un giovine pregevole per mille titoli: ma credete forse di essere il solo?
- Non l'ho mai pensato.
- Voi valete molto, non c'è dubbio: ma credete forse che non ci sieno molti altri che valgono quanto voi?..
- Chi ne dubita?
- Siamo schietti, una volta! - disse Norina, mettendosi a sedere, e accennando a Valerio di accomodarsi.
- Raccontiamo la cosa, come sta; voi siete venuto in casa mia: mi avete fatto un po' di corte, come fanno tutti: finché un bel giorno, non so il perché, avete finito col chiedere la mia mano.
- Ed ebbi il vostro pieno consenso - soggiunse subito Valerio.
- Non corriamo troppo - replicò la Norina.
- In quanto a questo pieno consenso, adagio.
Non vi dissi veramente né sì, né no.
Se ve lo ricordate bene, pigliammo tempo a riflettere e a studiare reciprocamente i nostri caratteri.
- Non mi pare che andasse precisamente così.
- Vi dico che andò così.
- Sarà come dite - soggiunse Valerio, piegando il capo in atto di sommissione forzata - mi dispiace, che disgraziatamente in certi casi, non si può consultare nemmeno il processo verbale.
- In quel frattempo - continuò la Norina, accavallando una gamba sull'altra, e facendo uscire di fondo al vestito la punta di un elegantissimo stivaletto di marrocchino dorato.
- In quel frattempo, venne presentato in casa nostra il marchese di Santa Teodora...
un giovine educato...
distinto...
- Anzi, distintissimo.
- Era mio dovere mostrarmi gentile con lui, come con tutti gli altri.
- Forse...
- Forse che cosa?
- Forse un po' troppo gentile!...
- Troppo?..
Non me ne accorsi mai.
- Me ne accorsi io!
- Difatti, ne pigliaste ombra...
e cominciaste subito a fare l'adirato...
il fiero, il cattivo...
- Cara Norina, era una questione di sentimento.
- Ma che sentimento? era una questione di vanità, tutta di vanità.
Vi sono degli uomini che a lasciarli fare, pretenderebbero dalle donne l'adorazione perpetua.
- Io non sono di questi uomini! - disse Valerio con fierezza.
- Né io di quelle donne! - replicò l'altra.
- Il fatto sta che il vostro contegno, sostenuto e quasi disprezzante, cominciò a impormi una certa freddezza...
- Norina! chiamiamola freddezza.
- Amico mio, se voi andate in cerca di amori a grande effetto, di passioni teatrali, di sentimentalismi al chiaro di luna, io non sono la donna per voi.
Io amo il ritegno e la compostezza, in tutto, anche nell'amore!
- Mi sarò ingannato.
- Il fatto, mi pare, parla chiaro da sé: dopo poche settimane, il marchese di Santa Teodora, forse in grazia della mia troppa cortesia, a suo riguardo! cominciò a diradare le visite e finì coll'allontanarsi del tutto.
Oggi poi, come forse sapete, è promesso sposo della figlia del console americano.
- Ma perché, Norina, non vi degnaste allora di togliermi dal mio inganno? di farmi vedere il mio errore? l'insussistenza de' miei sospetti? la stranezza della mia fissazione?
- Io? Dio me ne guardi.
Piuttosto la morte, che scendere all'umiliazione di giustificare la mia condotta.
Non ve lo nascondo, Valerio: i vostri dubbi...
i vostri sospetti, mi hanno offeso...
mi hanno fatto male! molto male.
Ma non importa.
Non sentirete mai sulle mie labbra un lamento, né una parola di rimprovero.
Oggi che fra noi due tutto è finito - tutto! - posso parlare liberamente...
e ne ringrazio Iddio.
Questo sfogo, vedete, mi toglie dal cuore un'oppressione dolorosa!...
- Norina, e perché avete detto che fra noi tutto è finito?
- Curiosa domanda!
- E non potrei ridomandare il vostro affetto e la vostra mano?
- Valerio! non vi consiglio a farlo.
A un uomo, come voi, a un uomo del vostro carattere, certi sentimenti non convengono.
Sono cose scusabili appena a diciott'anni.
- Non capisco - insisté Valerio, mortificato.
- Non sarò dunque padrone di riconoscere che mi sono ingannato? che ho avuto torto?
- Padronissimo! Ma il mondo!...
che cosa dirà il mondo?...
- Il mondo dirà quel che vuole.
Alla fin dei conti, io non sono schiavo delle ciarle dei pettegoli e degli oziosi.
- Pensateci bene, Valerio.
C'è il caso che i begli spiriti vi paragonino al Don Fulgenzio di Goldoni.
- Mi faranno ridere di compassione.
- Come! voi, così misurato, così pauroso dei cicaleggi e delle cronache dei maldicenti, oggi mi venite fuori a fare l'indipendente?..
l'uomo che se la ride?..
Ditemi Valerio: non volete per caso prendervi giuoco di me?
- Norina! - disse Valerio in atto supplichevole, pigliando la mano della sua graziosa interlocutrice, e stringendola con passione.
- Non vi credo.
Lasciatemi.
- Ascoltate!...
- Non voglio sentir nulla.
- Norina! una parola...
una sola parola...
vi supplico...vi scongiuro...
- e nel dir così accadde a Valerio quel che per il solito accade agli innamorati sulla scena: si trovò, senza avvedersene, quasi in ginocchio dinanzi alla sua bella.
In questo punto entrò nella stanza Clarenza.
Valerio si rizzò in piedi colla velocità d'una molla d'acciaio.
- Scusate, amico - disse Clarenza, ridendo - mi dispiace di avervi scomodato.
Restate pure in ginocchio: non fate complimenti.
Buone nuove, a quel che pare?
- Sì - rispose la Norina.
- La pace è firmata: ma non gli ho ancora perdonato il grandissimo torto che mi ha fatto...
- Non ne parliamo più - interruppe Valerio.
- Sarà mia cura di farmelo perdonare.
- E così?..
- domandò Federigo, soffermandosi sulla porta.
- Vieni avanti.
Tutto è accomodato.
Bisogna pensare daccapo a questo regalo di nozze - disse Clarenza, mostrandosi molto più allegra della sorella.
- Bravi! così mi piace! - soggiunse Federigo, mettendosi in mezzo ai due fidanzati.
- Già io l'avevo detto sempre: fra quei due ragazzi ci dev'essere un equivoco, un malinteso...
- E difatti era un malinteso - disse Valerio.
- A proposito - ripigliò il marito di Clarenza - scusa se salto di palo in frasca: ma qui non c'è tempo da perdere.
bisogna cominciare a occuparsi di queste elezioni.
- Quanto a me, son pronto.
Ma...
- Ma che?
- Debbo dirlo con tutta franchezza? mi pare che il nostro candidato abbia pochissime simpatie, qui in paese.
- Gliele procureremo.
- Il marchese Sorbelli è un galantuomo: ma bisogna convenire che ha addosso una gran tara.
- Quale?
- La moglie.
La marchesa è antipatica a tutti.
- Sta un po' a vedere, da qui in avanti, bisognerà che un candidato abbia anche la moglie simpatica, se vuole essere eletto!...
- Non dico questo.
- La marchesa, ne convengo anch'io, è un po' superba, un po' cattedratica, ma del resto è una donna di molto merito...
e vale molto più di suo marito.
Anzi, fra pochi minuti l'aspetto qui.
- Che cosa vuole da te? - domandò Clarenza.
- Vuol farmi sentire il manifesto elettorale di suo marito...
vuol sapere se ci trovo nulla da ridire.
Una bella garbatezza, non è vero? Lo spettacolo di questa aristocrazia, che viene a bussare alle porte della borghesia, in cerca di consigli, mi fa sperare bene dell'avvenire del paese.
- Sento dire che il deputato governativo ha fatto molti proseliti.
Fra qualche giorno avrà anche il rinforzo del ministro in persona - disse Clarenza.
- Che venga questo signor ministro - replicò Federigo - io lo attendo a piè fermo.
Non vedo l'ora di misurarmi con lui.
- Davvero - soggiunse Clarenza, - che quei signori del Ministero non hanno diritto di averti per amico! Ti hanno trattato, come il bidello del municipio.
- Come c'entra l'avermi trattato in un modo piuttosto che in un altro? Qui non è questione di persona; è questione di principii, cara mia: i principii passano, e le persone...
- Ovvero - soggiunse Clarenza - i principii restano, e le persone...
- Domando scusa! - gridò Federigo.
- Sono le persone che restano...
- Non voglio contraddirti - osservò modestamente la moglie - ma ho sentito dir sempre: le persone passano, e i principii restano.
- Hai sentito dir male; moltissimo male perché io, invece, ho veduto sempre che i principii passano e le persone restano.
In ogni modo, che venga il signor ministro e ci riparleremo.
- Il signor Mario - disse Bettina, affacciandosi sulla porta di mezzo.
- Caro Federigo; io sono tuo ospite - disse Mario, stendendogli la mano.
- È un regalo che Clarenza mi ha improvvisato - replicò l'altro, abbracciandolo e baciandolo.
Mario, avendo veduto Valerio e la Norina che parlavano fra loro, in strettissimo colloquio, si voltò sorridendo a Clarenza, domandandole sottovoce:
- Sbaglio, o mi era stato detto che fra quei due signori?...
- Verissimo - rispose Clarenza - ma oggi è cambiato improvvisamente il vento...
- Compatisco la Norina! - aggiunse Mario; - è una donna, e la donna è sinonimo di debolezza; ma mi fa meraviglia di lui! - (e accennò Valerio).
- Caro mio - replicò la moglie di Federigo - se sapeste alle volte come sono buffi gli uomini seri!
- Ho avuto in questo momento una lettera dalla tua suocera - sussurrò Federigo, avvicinandosi piano piano all'orecchio del conte.
- M'immagino che cosa ti avrà scritto! Che ne dici eh? Una donna che adoravo e per la quale avrei messo tutte e due le mani nel fuoco.
- Cose di questo mondo, amico mio! Il proverbio lo dice: chi non vuole infarinarsi, non vada al mulino.
- E quello scellerato?..
- Tieni a mente, Mario! sono appunto gli amici, dai quali bisogna guardarsi...
Ma siamo giusti: come mai un uomo di spirito, che ha per moglie una graziosa donnina, può pensare a mettersi per casa?..
- Lo so! Lo so!
- Mario, è stata grossa.
A me, dico la verità, non mi sarebbe accaduto dicerto.
Ci vuole occhio, capisci, occhio! Debbo per altro dirti che mi son preso l'incarico di aggiustare ogni cosa e di riconciliarvi.
- Per carità, non parliamo di riconciliazione.
Sento il sangue che mi va alla testa.
- Basta così, ne discorreremo a tempo opportuno.
- Voltati in qua - disse a un tratto Clarenza, pigliando suo marito per un braccio, e dandogli un'occhiata da capo ai piedi.
- Che cosa c'è di nuovo? - domandò Federigo.
- Nulla di nuovo - rispose l'altra.
- Anzi, le solite cose: la solita camicia sbottonata, la solita cravatta, messa senza garbo né grazia!...
Pare impossibile che tu non abbia da avere un po' di amor proprio...
Dice bene una certa persona, - (e Clarenza guardò alla sfuggita Mario) -a non sapere chi sei, ci sarebbe da scambiarti per un fattor di campagna, o per un negoziante d'olio.
- Guarda quanti casi, stamani! Eppure sono stato sempre così.
- Hai fatto sempre male!
- Bisognava dirmelo prima.
- Te lo dico oggi e basta.
Se non vuoi avere nessun riguardo per te, potresti averne almeno un poco per tua moglie...
mi pare!...
- Io non ci capisco più nulla - disse Federigo sottovoce al conte.
- È la prima volta che Clarenza fa una scenata simile.
- Donne, caro mio, donne: vale a dire sciarade ritte sopra due graziosi piedini (quando son graziosi): rebus difficili a spiegarsi, e che una volta spiegati, si vede bene che non son altro che una formula di vanità, o un'operazione di calcolo infinitesimale!
- Clarenza - soggiunse Federigo - è un'ottima donna: ma, pur troppo, la vanità è stata sempre il suo lato debole.
Ella avrebbe avuto bisogno di nascere regina e di avere sposato il re dell'universo.
All'opposto di me.
Io, invece, posso avere tutti i difetti del mondo; ma la vanità non l'ho mai conosciuta.
- Davvero?..
- Mai! e te lo provo col fatto.
Vorrei vedere un altro che fosse stato trattato come sono stato trattato io! Tu sai quel che mi costa l'Italia; ebbene, credi tu che lassù al Ministero abbiano dato segno di accorgersi che io sono nel mondo dei vivi?..
- Lo so, è un'ingiustizia; e voglio che ci sia rimediato.
Ho scritto apposta al mio zio...
riserbandomi poi a parlargliene a voce, quando sarà qui.
- Intendiamoci bene - disse Federigo, cambiando tuono di voce - se ti ho fatto questa confidenza inconcludente, non vorrei che tu potessi credere...
- Ti pare.
- Non ho chiesto mai nulla! e non voglio nulla! Lo sai di che panni ho vestito sempre: non ho dato mai nessun peso e nessuna importanza ai ciondoli.
Mi son parsi sempre balocchi per i ragazzi...
- Eppure, se te ne mandassero uno...
- disse Mario, sorridendo.
- Lo rimanderei.
Oh! lo rimanderei, senza dubbio: è una questione di principio.
- Quand'è così, è inutile affatto che io spedisca la lettera..
- L'avevi di già scritta?
- Eccola qui: leggila e strappala.
- To'! mi meraviglio.
Non ho mai strappato le lettere degli altri.
Ecco una lettera, che entrerà probabilmente nel limbo delle lettere destinate a non aver mai nessuna risposta.
- Pazienza.
E ora dimmi una cosa.
A che ora passa di qui il treno postale?
- Alle tre precise.
- Sono le due e mezzo - disse Mario, guardando l'orologio.
- Per oggi, non c'è più il tempo d'impostarla.
La imposterò domani.
- Sì, sì, - replicò Federigo - puoi impostarla domani, doman l'altro, quell'altro, fra una settimana, fra un mese...
Tanto è una lettera di nessuna urgenza.
- Di nessunissima.
- Per altro...
ti faccio osservare che se la lettera premesse davvero...
- Ma se ti dico che non preme!
- Voglio dire, che se la lettera premesse davvero, si sarebbe in tempo a impostarla anche oggi.
- Come?
- Basterebbe mandarla alla stazione.
Vuoi che la mandiamo?..
- Non mette conto.
- Perché vuoi fare dei complimenti con me?
- Non faccio complimenti.
È una lettera di quelle che non aspettano risposta.
La posso impostare domani, o quando me ne ricorderò - disse Mario, facendo lo svogliato.
- Dammi qua la lettera - insisté Federigo.
- Così non foss'altro, ti levo un pensiero.
- Lascia correre: non c'è premura.
- Dammi qua la lettera.
Ehi! Francesco! - E il servitore comparve sulla porta.
- Porta subito quella lettera all'ufficio postale della stazione.
- E il francobollo? - disse Francesco.
- Non vedi che è indirizzata al ministro? Prendi una vettura e spicciati.
- E se non facessi in tempo?
- Dammi qua, imbecille - disse Federigo, strappandogli la lettera di mano - a lasciarti fare, saresti capace anche di perderla.
E il marito di Clarenza prese in fretta e furia il suo cappello e il suo paletot.
- Dove vai? - domandò Mario.
- Lascia fare a me.
A quest'ora, ero bell'e tornato.
Se per caso arrivasse in questo frattempo la marchesa Sorbelli, che mi aspetti, fra due minuti son qui.
- Dov'è andato Federigo? - chiese Clarenza a Mario.
- Alla stazione.
Ha voluto portar da sé la mia lettera per il ministro.
- Vi ringrazio Mario delle vostre premure...
non tanto per me...
quanto per mio marito.
Quell'uomo oramai se n'è fatta una fissazione.
- Buon uomo, quel Federigo - disse Mario, incominciando un colloquio confidenziale e a mezza voce con Clarenza, mentre la Norina e Valerio ragionavano fra loro nell'angolo opposto della stanza - gran buon uomo quel Federigo!
- Una perla d'uomo! Per la nostra famiglia è stato qualche cosa di più d'un padre.
Insomma, è lui che pensa a tutto, è lui che ha fatto una dote alla Norina, è lui che mantiene Carlo agli studi.
- Eccellente cuore!...
Peccato che abbia la figura un po' volgare...
un po' ordinarietta...
Quanto stacco, Clarenza mia, fra voi e lui.
Voi la foglia fine e delicata della camelia, lui, il gambo inelegante di qualche pianta grassa.
- Oramai è così - disse Clarenza, sospirando.
- Pare impossibile - continuò il conte - che una mano delicata ed aristocratica, come la vostra, abbia voluto fare una scelta così...
curiosa.
- Vi avverto, Mario, che non ho nulla da pentirmi! - replicò l'altra, assumendo una certa aria di dignità.
- Ecco una nobile protesta! una protesta, che fa moltissimo onore al vostro carattere e al vostro bel cuore.
Ma ditemi un po', Clarenza, parliamoci qua a quattr'occhi e in tutta confidenza: se certe cose si potessero rifare due volte?..
- Se...
se...
se...
Dando retta ai se, ci sarebbe da perdere la bussola e da dire un sacco di scioccherie.
- Creatura divina! E pensare che la Provvidenza mi aveva messo dinanzi agli occhi l'unica fanciulla, che avrebbe potuto essere l'amore e la felicità di tutta la mia vita...
e io, imbecille!...
sono passati due anni, e ancora non so darmene pace.
Vi rammentate Clarenza, di quei tempi famosi?...
- Me ne rammento pur troppo.
- E di quella famosa festa da ballo?..
- Anche di quella.
- Cattiva! eppoi avete il cuore di venirmi a dire che «acqua passata non macina più».
- Non son io che lo dico, è il proverbio.
- Quante volte ho pensato a voi!...
quante volte vi ho veduta ne' miei sogni!...
- E l'Emilia? - domandò Clarenza, per dare un altro giro alla conversazione.
- Per carità, non me ne parlate - disse Mario.
- Sento dire che si sta già trattando per una riconciliazione.
- Mai, e poi mai! Fra me e quella donna c'è una barriera insormontabile.
- Lo credete davvero?
- Ne sono sicuro.
- Povera donna! Più imprudente, che colpevole.
Credetelo, Mario, se fossi stata io nei piedi dell'Emilia, il vostro signor Giorgio non avrebbe dicerto trovato un quartiere disponibile in casa mia.
Con me, no, mille volte no! A proposito di quartiere - continuò Clarenza, alzandosi in piedi - che cosa vi pare del quartierino che vi ho destinato?
- Un'oasi, un nido incantato.
- La vostra finestra, sul giardino, è appena due finestre distante dalla mia; tantoché alzandomi, la mattina, potrò darvi il buongiorno.
- Così potessi io sperare, la sera...
mentre tutti dormono tranquillamente, augurarvi la buona notte - disse Mario, abbassando la voce, e stringendo la mano di Clarenza, con intenzione, come dicono i comici nel loro dialetto di palcoscenico.
- Ecco fatto, - disse Federigo, rientrando nella sala, tutto scalmanato - due minuti di più, e la lettera ci restava in tasca.
- Poco male - soggiunse Mario, continuando a fare l'indifferente.
- Pochissimo! - replicò il marito di Clarenza.
- E la marchesa si è veduta?
- Ancora no.
- Sarebbe bella che mi mancasse.
Dico la verità, questa poi me la legherei a dito.
- La signora marchesa Ortensia, - disse la Bettina, affacciandosi sulla porta.
- Ah! giusto, volevo dire - replicò Federigo, soddisfatto.
- E dove l'hai fatta passare?
- Nel salotto verde.
- È sola?
- No, è col signor Leonetto.
- Mi pareva impossibile - osservò maliziosamente la Norina.
- Vi pare che la marchesa possa uscir di casa una sola volta senza portarsi dietro il paggio?
- Con permesso - disse Federigo, aggiustandosi i capelli e il vestito, e uscendo fuori dalla sala.
- Bell'originale quel Leonetto - soggiunse il conte - sempre il medesimo sfatato.
- Dove l'avete veduto? - domandò Clarenza.
- L'ho incontrato ieri sera al Club.
- Sapete che è diventato direttore della «Gazzetta della Provincia»?
- Me l'ha detto lui.
Leonetto non è un'arca di scienza: ma mantiene sempre giovane lo spirito.
- A me, mi è parso sempre una bella caricatura - soggiunse Valerio, - ha la smania di fare il cattivo, lo spirito forte, il nemico giurato del matrimonio.
- Nemico del matrimonio - domandò la Norina, ridendo, - io, invece, credo che se Iddio non gli tiene le sue sante mani in capo, corre in questo momento un gran pericolo di diventar marito.
- Davvero? - esclamarono tutti a una voce.
- Ci sono dei sintomi seri, molto seri! - continuò a dire la sorella di Clarenza.
- Io so per esempio, che tutte le ore che gli restano libere, le passa in casa di quelle due signore (per un momento, le chiamerò così) che sono venute a stabilirsi qui da un mese, circa, e che furono raccomandate a lui.
- Non le conosco punto - disse Clarenza.
- Sono belle?
- La figlia non c'è male: di sera, specialmente, non fa cattiva figura.
Bionda, occhi celesti, un bel carnato: una ragazza, insomma, che può piacere.
Se Leonetto capita un momento di qua, vi prometto di farlo cantare.
- È permesso! - disse Leonetto, con giuoco comico e confidenziale, entrando in sala.
- Venite avanti, scapato - rispose la Norina - ne abbiamo sapute delle belle sul conto vostro.
Come vanno gli amori?
- Quali amori?
- Animo, non fate il forestiero, non mi venite a fare il turco in Italia...
- In verità, non capisco...
- Come vanno gli amori con quella biondissima persona?...
- Gli amori? Ah! capisco bene, signora Norina, che voi mi calunniate.
- Tutt'altro.
- E potreste supporre che un uomo, come me, possa pigliare una passione per quella povera figliuola?..
- Io la conosco soltanto di vista, ma mi pare una bella ragazza.
- Un occhio di sole - replicò scherzando Leonetto.
- Figuratevi che fra le tante bellezze, ha anche quella di scambiare un occhio.
- Non è vero! Gli occhi mi son parsi bellissimi.
- Mi spiego! l'occhio sinistro della signora Armanda...
- Ah! si chiama Armanda?..
- Provvisoriamente!...
- Che lingua d'inferno!...
- Dicevo dunque che l'occhio della signora Armanda è intermittente: scambia soltanto quando il tempo sta per mutarsi.
- Proprio? - chiesero tutti dando in una gran risata.
- Figuratevi che io senza guardare il termometro, conosco subito da quell'occhio, se il giorno dopo, uscendo di casa, avrò bisogno di prendere l'ombrello.
Un'altra risata generale.
- Tant'è vero, che io la chiamo l'occhio-Réaumur!
Terza risata prolungatissima.
- Siete un gran canzonatore - disse la Norina.
- Ma badate, amico, che ne ho veduti cascare de' più forti di voi.
- Può darsi benissimo - replicò il giornalista, dondolandosi sulla persona - ma in quanto a me credetelo pure che non ci sono pericoli: il diavolo tentatore con me perde il ranno e il sapone.
Vi dirò poi un'altra cosa: la signora Armanda, fisicamente parlando, non risponde punto al mio sogno, al mio tipo della donna ideale.
Io amo la donna svelta come il palmizio: l'occhio nero; la fisonomia pallida e sofferente, i capelli neri; e soprattutto, moltissimi capelli.
- Non ha molti capelli, la signora Armanda?
- Povera figliuola! Ne ha trentatré e mezzo: a quaranta non ci arriva!
Altra risata, in coro.
- Peraltro - soggiunse la Norina - bisogna convenire che ha un bel carnato.
- Questo è vero! Si dipinge con gusto.
- Lo sapete di certo che si dipinge?
- Mi par di sì.
- Eppure - insisté la graziosa vedovella - duro fatica a crederlo.
In ogni modo, bisogna convenire che è dipinta molto bene.
- Come un quadro del Tiziano - replicò Leonetto, con comica serietà.
- Del rimanente poi, è una bravissima e buonissima fgliuola.
- Bravissimo.
Ora che l'avete demolita pezzo per pezzo, cominciate a dirne bene.
- La verità, sempre la verità!
- Mi fate una rabbia!...
- Ma
...
[Pagina successiva]