I VECCHI E I GIOVANI, di Luigi Pirandello - pagina 10
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Niente! Neanche polvere...
E, guardandosi i polpastrelli dell'indice e del pollice, andò a sedere su una comoda poltrona accanto al canapè.
Seduto, la scosse un po', come per accertarsi della solidità.
- Neanche polvere...
Niente!
Con una smorfia, trasse dal tavolinetto tondo innanzi al canapè un album, in capo al quale era il ritratto del padrone di casa, il canonico Agrò.
Era sempre parso al Mattina che il canonico Pompeo Agrò avesse una strana somiglianza con un uccellaccio, di cui non rammentava il nome.
Certo il naso, largo alla base, acuminato in punta, s'allungava in quel volto come un becco Era però negli occhietti grigi, vivi, sotto la fronte alta e angusta, tutta la malizia astuta, sottile e tenace, di cui l'Agrò godeva fama.
Il Mattina esaminò quel viso, come se nei tratti di esso volesse scorgere la ragione dell'invito ricevuto la sera avanti.
Che diamine poteva voler da lui l'Agrò? Il dissidio di questo canonico gran signore col partito clericale, dissidio che suscitava tanto scandalo in paese, era proprio proprio vero, o non piuttosto un atteggiamento concertato, insidioso, per tradir la buona fede dell'Auriti, penetrar nel campo avversario e sorprenderne le mosse? Eh, a fidarsi d'una volpe...
Quel colloquio segreto col Prèola...
Fosse tutto un tranello?
Alzò gli occhi, volse di nuovo lo sguardo attorno e di nuovo dall'immobilità silenziosa di quei vecchi oggetti senz'uso e senza vita si sentì turbato, quasi che essi, per averne egli scoperto le magagne, lo spiassero ora più ostili.
Udì per le tre stanze in fila la voce del vecchio cameriere, che ripeteva:
- Di qua, di qua, mi segua.
Posò l'album e guardò in direzione dell'uscio.
- Oh! Verònica...
- Caro Titta, - rispose Guido Verònica, fermandosi in mezzo al salone.
Si tolse le lenti per pulirle col fazzoletto pronto nell'altra mano; strizzò gli occhi fortemente miopi, e con l'indice e il pollice della mano tozza si stropicciò il naso maltrattato dal continuo pinzar delle lenti; poi si appressò per sedere su la poltrona di fronte al Mattina; ma questi, alzandosi, lo prese sotto il braccio e gli disse piano:
- Aspetta, ti voglio far vedere...
E lo condusse innanzi alla mensola per mostrargli tutti quei mucchietti di polviglio.
Il Verònica, non comprendendo che cosa dovesse guardare, miope com'era, si chinò fin quasi a toccar col naso il piano della mensola.
- Tarli? - disse poi, ma senza farci caso, anzi guardando freddamente il Mattina, come per domandargli perché glieli avesse mostrati: e andò a sedere su la poltrona.
- Tu quoque? - domandò allora il Mattina, rimasto male e volendo dissimular la stizza.
- Non so di che si tratti, - gli rispose il Verònica con l'aria di chi voglia nascondere un segreto.
- Neanch'io, - s'affrettò a soggiungere il Mattina con indifferenza..
- Ho ricevuto un invito...
E posò gli occhi senza sguardo su la fronte del Verònica sconciata da tre lunghi raffrigni in vario senso: ferite riportate in duello.
- Torni da Roma?
- No.
Da Palermo.
- E ti trattieni molto?
- Non so.
Dimostrava chiaramente il Verònica con quelle secche risposte che voleva restar chiuso in sé, per non darsi importanza con ciò che - volendo - avrebbe potuto dire.
Difatti il suo còmpito, adesso, era questo: mostrarsi seccato, anzi stanco e sfiduciato.
Per sua disgrazia, egli - e tutti lo sapevano - aveva un ideale: la Patria, rappresentata, anzi incarnata tutta quanta nella persona di un vecchio glorioso statista, il Crispi, battuto alcuni anni addietro in una tumultuosa seduta parlamentare, dopo una lotta piccina e sleale.
Per questo vecchio glorioso s'era cimentato in tanti e tanti duelli, riportandone quasi sempre la peggio; aveva respinto su i giornali con inaudita violenza di linguaggio le ingiurie degli oppositori.
Ma ormai, caduto quel Vecchio, anche la patria per lui era caduta: trionfava la marmaglia; non era noja, la sua; era propriamente schifo di vivere.
Non credeva affatto che Roberto Auriti potesse vincere, quantunque sostenuto dal Governo; ma quel suo Vecchio venerato - che ancora intorno all'avvenire della patria s'illudeva come un fanciullo - gli aveva imposto di recarsi a Girgenti a combattere per l'Auriti; sapeva che questi, più che per le premure del Governo, s'era piegato ad accettare la lotta per la spinta del vecchio statista; ed eccolo a Girgenti.
Tanto per non venir meno al dovere, rispondeva ora all'invito dell'Agrò, d'un canonico, lui che amava i preti quanto il fumo negli occhi.
C'era; bisognava che s'adattasse.
Non ostante però la sfiducia con cui s'era lasciato andare a quella impresa elettorale, si sentiva alquanto stizzito nel vedersi messo ora alla pari con un Mattina qualunque, appajato con costui nella piccola congiura che il canonico Agrò pareva volesse ordire.
Il Mattina si mosse su la poltrona, sbuffando e prendendo un'altra positura.
- Si fa aspettare...
- Chi c'è di là? - domandò Guido Verònica, senz'ombra d'impazienza.
Il Mattina si protese e disse sottovoce:
- Prèola figlio, la lancia spezzata d'Ignazio Capolino.
L'ho saputo dal cameriere.
Che te ne pare? Domando e dico, che cosa ci stiamo a fare qua noi due?
- Sentiremo...
- sospirò il Verònica.
- Non vorrei che...
Il Mattina s'interruppe, vedendo aprir l'uscio ed entrare, lungo e curvo su la sua magrezza, il canonico Pompeo Agrò
Facendo cenno con ambo le mani ai due ospiti di rimaner seduti, disse con vocetta stridente:
- Chiedo vènia...
Stieno, stieno seduti, prego.
Caro Verònica; cavaliere esimio.
Qua, cavaliere, segga qua, accanto a me; non ho paura de' suoi peccatacci di gioventú.
- Sì, gioventù! - sorrise il Mattina, mostrando il capo grigio.
Il Canonico trasse dal petto un vecchio orologino d'argento.
- Il pelo, eh, lei m'insegna, e non il vizio.
Già le dieci perbacco! Ho perduto molto tempo...
Mah!
S'alterò in volto; restò un momento perplesso, se dire o non dire; poi, come attaccando una coda al sospiro rimasto in tronco:
- La gratitudine, un mito!
Tentennò il capo, e riprese:
- Sarebbero disposti lor signori a venire un momentino con me?
- Dove? - domandò il Mattina.
- In casa di Roberto Auriti...
tanto amico mio, tanto fin dall'infanzia, lo sanno.
I nostri padri, più che fratelli, compagni d'arme; quello di Roberto a Milazzo, e il mio cadde al Volturno.
Storia, questa.
Se ne dovrebbe tener conto in paese, invece di menare tanto scalpore per la mia...
come la chiamano? diserzione...
eh? diserzione, già.
La veste! Sissignori.
Ma sotto la veste c'è pure un cuore; e ce l'ho anch'io per la santa amicizia, e anche...
e anche...
Il Canonico forse voleva aggiungere «per la patria»; lo lasciò intendere col gesto e pose un freno alla foga del sentimento generoso.
Si sforzava di parlar dipinto, con un risolino arguto sulle labbra, strofinandosi di continuo sotto il mento le mani ossute, come se le lavasse alla fontanella delle sue frasi polite, sì, non però fluenti e limpide e continue, ma quasi a sbruffi, esitanti spesso e con curiosi ingorghi esclamativi.
Di tratto in tratto, nel sollevar le pàlpebre stanche, lasciava intravedere qualche obliquo sguardo fuggevole, così diverso dall'ordinario, che subito ciascuno immaginava quell'uomo dovesse, nell'intimità, non esser quale appariva, aver più d'una afflizione profondamente segreta che lo rendeva astuto e cattivo, e travagli d'animo oscuri.
- Prima d'andare, - riprese cangiando tono, - due paroline per intenderci.
Avrei meditato...
messo su, o mi sembra, un piccolo piano di battaglia.
Non la pretendo a generale, veh! Lor signori combatteranno; io porterò il gamellino.
Ecco.
Ben ponderato tutto, il nostro più temibile avversario chi è? Il Capolino? No; ma chi gli fa spalla: il Salvo, già suo cognato, potentissimo.
Ora io da buona fonte so che il Salvo fino a pochi giorni fa non voleva permettere in verun modo questa...
questa comparsa del Capolino.
- Sì, sì, - confermò il Mattina.
- A causa delle trattative di matrimonio tra la sorella e il principe di Laurentano.
- Oh! Benissimo, - approvò il Canonico.
- Ma il Salvo concesse la grazia di fargli spalla appena seppe che il principe non intendeva d'aver riguardo alla parentela dell'Auriti e ordinava non ne avesse parimenti il partito.
Stando così le cose, le sorti del nostro Roberto sono quasi disperate.
Non c'illudiamo.
- Eh, lo so! - sbuffò il Verònica.
Subito il Canonico lo fermò con un gesto della mano, seguitando:
- Ma se noi, ecco, pognamo che noi, signori miei, a dispetto della libertà concessa dal principe, riuscissimo a legar mani e piedi al colosso, al Salvo...
eh? Come? Ecco: sarebbe questo il mio piano.
Pompeo Agrò, data così l'esca alla curiosità, stette un pezzo con le mani spalmate, sospese sotto il mento; poi le ritrasse, richiudendole; chiuse anche gli occhi per raccogliersi meglio; lasciò andar fuori un altro: «Ecco!», come un gancio per sostener l'attenzione dei due ascoltatori, e rimase ancora un po' in silenzio.
- Lor signori sanno le condizioni con cui si effettuerà il matrimonio per espressa volontà del Laurentano.
Ora queste condizioni, secondo che io ho divisato, dovrebbero diventare il punto...
come diremo? vulnerabile del Salvo.
- Il tallone d'Achille, - suggerí il Mattina, scotendosi, per dire una cosa nuova.
- Benissimo! d'Achille! - approvò l'Agrò.
- E mi spiego.
Preme al Salvo certamente, avendole accettate, che il figlio del principe, residente a Roma (mi par che si chiami Gerlando, eh? come il nonno: Gerlandino, Landino) non sia o almeno, non si mostri apertamente contrario a questo matrimonio del padre.
Anzi so che il Salvo ha posto come patto la presenza del giovine alla cerimonia nuzialc, per il riconoscimento del vincolo da parte sua e come impegno da gentiluomo per l'avvenire.
Io non conosco codesto Gerlandino, ma so che è di pelo...
cioè, diciamo, di stampa ben altra dal padre.
- Opposta! - esclamò il Veronica.
- Io lo conosco bene.
- Oh bravo! - soggiunse l'Agrò.
- Ammesso dunque che non abbia neppure le idee di Roberto Auriti, tra i due, voglio dire tra questo e un Capolino, dovrebbe aver più cara, m'immagino, la vittoria del parente.
Guido Verònica, a questo punto, si scosse e sospirò a lungo, come per votarsi dell'illusione accolta per un momento, e disse:
- Ah, no, non credo, sa! non credo proprio che Lando si impicci di codeste cose...
- Mi lasci dire, - riprese il Canonico, con voce agretta.
- A me non cale che se ne impicci: vorrei saper solamente da lei che è stato tanto tempo a Roma e conosce il giovine, se l'antagonismo, diciamo così, tra don Ippolito Laurentano e donna Caterina Auriti sussista anche tra i loro figliuoli.
- No, questo no! - rispose subito il Verònica.
- Sono anzi in buon accordo, amici.
- Mi basta! - esclamò allora il Canonico picchiandosi col dorso d'una mano la palma dell'altra.- Mi strabasta! Se della parentela con l'Auriti non vuole tener conto il padre, può invece, o potrebbe, tener conto il figlio.
Ed ecco legato il Salvo, il colosso!
Pompeo Agrò volle godere un momento di quella prima vittoria guardando acutamente, con un sorrisino un po' smorfioso, il Verònica, poi il Mattina, già accampati entrambi nel suo piano, stimato almeno meditabile.
Quindi, come un generale non contento di vincere soltanto a tavolino, con le leggi della tattica, scese a osservare le difficoltà materiali dell'impresa.
- Il punto, - disse, - sarà persuadere a quel benedetto Roberto di servirsi di questo spediente.
Giacché, per lo meno abbiamo bisogno di una lettera privata di Gerlandino, da far vedere o conoscere in qualche modo al Salvo, ecco! o diretta al Salvo stesso, che sarà difficile, o a Roberto, o a qualche amico: a lei, per esempio, caro Verònica: insomma, una prova, un documento...
Guido Verònica non volle dichiarare ch'egli non poteva attendersi una lettera da Lando, col quale non aveva alcuna intimità; stimò, sì, ingegnoso il piano dell'Agrò, ma forse inattuabile per la troppa schifiltà di Roberto il quale...
il quale...
sì, benemerenze patriottiche...
- «Onestà immacolata!» - soggiunse l'Agrò.
- Sì, - concesse il Verònica, - e anche ingegno, se vogliamo; ma...
ma...
ma...
al dì d'oggi...
e gli secca il Prefetto e par che gli secchino anche gli amici...
basta! Sarà un affar serio! Io, per me, mi metterei anche la pelle alla rovescia per ajutarlo, però...
S'interruppe; si batté la fronte con una mano; esclamò:
- Ho trovato! Giulio...
c'è Giulio...
il fratello di Roberto, giusto in questo momento nella segreteria particolare di S.
E.
il ministro D'Atri: eh, perbacco! a lui sì posso scrivere...
è intimissimo di Lando.
Da Giulio si otterrà facilmente quello che vogliamo, senza farne saper nulla a Roberto, che opporrebbe chi sa quanti ostacoli.
Ecco fatto!
- Bravissimo! bravissimo! - non rifiniva più d'esclamare il Canonico, gongolante.
Solo il Mattina era rimasto come una barca, la cui vela non riuscisse a pigliar vento.
Vedendo quell'altre due barche filar così leste senza più curarsi di lui rimasto floscio indietro si sentì umiliato, volle dir la sua e, non potendo altro, si provò a soffiare un po' di vento contrario e a parar qualche secca o qualche scoglio.
- Già, - disse, - ma non sarà troppo tardi, signori miei? Riflettiamo! Prima che la lettera arrivi, anche facendo con la massima sollecitudine, di qui a Roma, chiama e rispondi! Ci vorrà una settimana; dico poco.
Il Salvo avrà tutto il tempo, di compromettersi e non si potrà più tirare indietro.
- Eh, lo vorrò vedere! - esclamò il Canonico con un sogghignetto, e alzando una mano, come per salutarlo da lontano.
- No, sa! no, sa! Mai piùù mai piùù, mai piùù...
Vuole che gli stia poi tanto a cuore il Capolino?
- Ma la propria dignità, scusi! - si risentì il cavaliere, come se fosse in ballo la sua.
- Bella figura ci farebbe! Ma sa che oggi stesso nella sala di redazione dell'Empedocle si proclamerà ufficialmente la candidatura di Capolino con l'intervento del Salvo e di tutti i maggiorenti del partito? Non scherziamo!
- In questo caso, - saltò a dire il Verònica, - per far più presto, si spedirà a Giulio ora stesso, d'urgenza, un telegramma in cifre.
Roberto ha un cifrario particolare col fratello.
Non perdiamo più tempo...
Piuttosto...
aspetti!...
ora che ci penso...
il Selmi...
perdio!
- Selmi? - domandò il Canonico, stordito da quel nome che cadeva all'improvviso come un ostacolo insormontabile su la via così bene spianata.
- Il deputato Selmi?
- Corrado Selmi, sì, - rispose il Verònica.
- L'ho visto a Palermo...
Ha promesso a Roberto di venire qua, per lui, e che anzi avrebbe tenuto un discorso...
- Ebbene? - fece l'Agrò.
- Anzi, un parlamentare di tanta autorità...
vero patriota...
- Lasci andare! lasci andare!- lo interruppe il Verònica, socchiudendo gli occhi, scotendo una mano.
- Patriota...
va bene! Bacato, bacato, bacato, caro Canonico...
Debiti...
compromissioni...
storie...
e Dio non voglia che il povero Roberto per causa di lui...
Basta.
Non è per questo, adesso...
Ma per Lando Laurentano...
E Guido Verònica fece piú volte schioccar le dita, come per strigarsele dell'impiccio che gli dava il pensiero del Selmi.
- Non capisco...
- osservò il Canonico.
- Forse tra il Laurentano e il Selmi?...
- Eh, altro! - esclamò il Verònica.
- Nimicizia mortale!
- Affar di donne, - aggiunse il Mattina, serio, socchiudendo gli occhi, soddisfattissimo di quella contrarietà.
E il Canonico, incuriosito:
- Ah sì? di donne?
- Storia vecchia, - rispose il Verònica.
- Finita, a quanto pare, ma, fino a un anno fa, Corrado Selmi - lo dico perché tutta Roma lo sa - fu l'amante di donna Giannetta D'Atri, moglie del Ministro d'oggi.
Il Canonico levò una mano:
- Uh, che cose! E questa...
e questa donna Giannetta chi sarebbe?
- Ma una Montalto! - disse il Verònica.
- Cugina di Lando...
Lei sa che la prima moglie del principe fu una Montalto.
- Ah, ecco! E forse il giovine...?
- Da ragazzo, tra cugini...
Questo non lo so bene.
Il fatto è che Lando Laurentano provocò due volte il Selmi...
Ora, capirà, se questi viene qua a sostenere la candidatura di Roberto...
- Già, già, già...
ora comprendo! - esclamò il Canonico.
- si dovrebbe impedire! Ah, si dovrebbe impedire!
- Forse non sarà difficile, - concluse il Verònica.
- Perché Corrado Selmi avrà da combattere per sé nel suo collegio.
Basta, vedremo.
Adesso andiamo subito da Roberto.
Il Canonico si alzò.
- Pronti, - disse.
- La vettura è giù.
Un momentino, col loro permesso.
Prendo il cappello e il tabarro.
Poco dopo, il Verònica e il Mattina rividero il vecchio cameriere dai piedi sbiechi, parato da automedonte, e salirono in vettura con l'Agrò.
Venendo su dal Ràbato, per piazza San Domenico notarono subito un movimento insolito lungo la via maestra.
Quattro, cinque monellacci, correndo e fermandosi qua e là, strillavano il giornaletto clericale Empedocle, che pareva andasse a ruba.
- L'Impiducli! L'Impiducli!
E per tutto si formavano capannelli, qua a leggere, là a commentar vivamente qualche articolo, certo violento, stampato in quel foglio.
Il Verònica, vedendo passare presso la vettura uno di quegli strilloni, non seppe resistere alla tentazione, e mentre il Canonico - che per le vie della città, in quei giorni, si sentiva in mezzo a un campo nemico - consigliava: - «Meglio a casa! meglio a casa!» - si fece buttare nella vettura una copia del giornale.
La prese il Mattina.
- Leggo io?
E cominciò a leggere sottovoce l'articolo di fondo, quello che, indubbiamente, suscitava tanto fermento nel pubblico.
Era intitolato Patrioti per bisogni di famiglia, e si riferiva - senza far nomi, ma con turpe evidenza - alla memoria di Stefano Auriti, padre di Roberto, alterando con vilissima calunnia la storia romanzesca del suo amore per Caterina Laurentano; la fuga dei due giovani poco prima della rivoluzione del 1848; la parte presa da Stefano Auriti a questa rivoluzione «non già per amor di patria, ma appunto per bisogni di famiglia, cioè per la conquista d'una dote insieme con le grazie del suocero per forza, ricco, liberale, sì, ma, ahimè, d'una inflessibilità superiore a ogni previsione».
Man mano, leggendo, la voce del Mattina si alterava dallo sdegno, acceso maggiormente dall'indignazione dell'Agrò, che prorompeva di tratto in tratto, accennando di turarsi le orecchie e buttandosi indietro:
- Oh vigliacchi! oh vigliacchi!
A un certo punto il Mattina si vide strappar di mano il giornale.
Guido Verònica, pallidissimo, col volto scontraffatto dall'ira, aprì lo sportello della vettura, ne balzò fuori e, senza sentire i richiami del Canonico, tanto per cominciare, si lanciò di furia tra un crocchio di gente, in mezzo al quale stava il Capolino, a cui schiaffò in faccia il giornale, stropicciandoglielo sul muso.
L'aggressione fu così fulminea, che tutti restarono per un momento storditi e sgomenti, poi s'avventarono addosso all'aggressore: accorse gente, vociando, da tutte le parti: nel mezzo era la mischia, fitta: volavano bastonate, tra urli e imprecazioni.
Il Mattina non ebbe tempo né modo di cacciarsi in difesa del Verònica; ma, poco dopo, l'abbaruffìo, lì nel forte, si allargò: la rissa era partita.
Il Canonico chiamava il Mattina, smaniando, dalla vettura.
Questi udì alla fine e si volse; ma vide in quella il Verònica, senza cappello, senza lenti, strappato, ansimante tra una frotta di giovani che evidentemente lo difendevano, e accorse.
Ritornò, poco dopo, alla vettura del Canonico:
- Niente - dice; - stia tranquillo; andiamo pure; è tra amici; se l'è cavata bene.
Il Canonico tremava tutto.
- Signore Iddio, Signore Iddio...
che scandalo...
Ma perché?...
Schifosi...
Non conveniva sporcarsi le mani...
E ora che avverrà?
- Oh, - fece con una certa sprezzatura il Mattina.
- Un duello; è semplicissimo...
o una querela, se la santa religione non consentirà a quel farabutto di dar conto delle turpitudini che pure gli ha permesso di sfognare.
- La religione, scusi, lasciamola stare, cavaliere, - disse Pompeo Agrò pacatamente.- Non c'entra e...
mi lasci dire! non c'entra neppure il Capolino.
- Come no?
- Mi lasci dire.
Io so chi ha scritto l'articolo, quella sozzura.
Il Prèola, il Prèola venuto stamani da me, non so da chi spedito...
Brutto ingrato! feccia d'uomo!
- Ma il Capolino,- obbiettò il Mattina, - è direttore del giornale e ha lasciato passar l'articolo.
- Giurerei, metterei le mani sul fuoco, - rispose il Canonico, - che non lo lesse prima.
È mio avversario, veda, eppure lo riconosco incapace d'una siffatta bassezza...
E ora che troveremo in casa di Roberto?
Donna Caterina Auriti-Laurentano abitava con la figlia Anna, vedova anch'essa, e col nipote, una vecchia e triste casa sotto la Badìa Grande.
La casa era appartenuta a Michele Del Re, marito di Anna, che null'altro aveva potuto lasciare in eredità alla vedova giovanissima, all'unico figliuolo, Antonio, che ora aveva circa diciott'anni.
Vi si saliva per angusti vicoli sdruccioli, a scalini, malamente acciottolati, sudici spesso, intanfati dai cattivi odori misti esalanti dalle botteghe buje come antri, botteghe per lo più di fabbricatori di pasta al tornio, stesa lì su canne e cavalletti ad asciugare, e dalle catapecchie delle povere donne, che passavano le giornate a seder su l'uscio, le giornate eguali tutte, vedendo la stessa gente alla stess'ora, udendo le solite liti che s'accendevano da un uscio all'altro tra due o più comari linguacciute per i loro monelli che, giocando, s'erano strappati i capelli o rotta la testa.
Unica novità, di tanto in tanto, il Viatico; il prete sotto il baldacchino, il campanello, il coro delle divote:
Oggi e sempre sia lodato
Nostro Dio Sacramentato...
Morto il marito, dopo appena tre anni di matrimonio, Anna Auriti era quasi morta anch'essa per il mondo.
Fin dal giorno della sciagura non era uscita mai più di casa, neanche per andare a messa le domeniche; né s'era mai più mostrata, nemmeno attraverso i vetri delle finestre sempre socchiuse.
Soltanto le monache della Badìa Grande, affacciandosi alle grate a gabbia, avevano potuto vederla dall'alto, quand'ella veniva a prendere, sul vespro, un po' d'aria nell'angusto giardinetto pensile della casa, ch'era addossata alla tetra, altissima fabbrica di quella badìa, già antico castello baronale dei Chiaramonte.
Né certo quelle monache avevano potuto sentire alcuna invidia di lei, reclusa come loro.
Come loro, se non più semplicemente, vestiva di nero, sempre; come loro nascondeva, sotto un fazzoletto nero di seta annodato al mento, i capelli, se non recisi, non più curati affatto, appena ravviati in due bande e attorti alla lesta dietro la nuca; que' bei capelli castani, voluminosi, che tanta grazia un giorno, acconciati con arte, avevano dato al suo pallido, mite, soavissimo volto.
Donna Caterina aveva condiviso strettamente questa clausura della figlia, vestita anch'essa di nero, fin dal 1860, data della morte eroica del marito, a Milazzo.
Rigida, magra, non aveva l'aria di mesta rassegnazione della figlia.
La macerazione cupa dell'orgoglio, la fierezza del carattere che, a costo d'incredibili sacrifizii, non s'era mai smentita di fronte alle più crudeli avversità della sorte, le avevano alterato così i lineamenti del volto, che nessuna traccia esso ormai serbava più dell'antica bellezza.
Il naso le si era allungato, affilato e teso sulla bocca vizza, qua e là rientrante per la perdita di alcuni denti; le gote le si erano affossate; aguzzato il mento.
Ma sopra tutto gli occhi, sotto le folte sopracciglia nere, mostravano la rovina di quel volto: le pàlpebre s'eran rilassate, una più, l'altra meno; e quell'occhio più dell'altro socchiuso, dallo sguardo lento, velato d'intensa angoscia, conferiva a quella faccia spenta l'aspetto d'una maschera di cera, orribilmente dolorosa.
I capelli, intanto, le erano rimasti nerissimi e lucidi, quasi per dileggio, per far risaltare meglio lo scempio di quelle fattezze e smentir la credenza che i dolori facciano incanutire.
Aveva sofferto tutto donna Caterina Laurentano, anche la fame, lei nata nel fasto, allevata e cresciuta fra gli splendori d'una casa principesca: la fame, quando, domata la rivoluzione del 1848, a diciotto anni, col primo figliuolo neonato, Roberto, aveva dovuto seguire nell'esilio, in Piemonte, il marito, escluso con altri quarantatré dall'amnistia, e condannato alla confisca dei pochi beni.
Il padre, don Gerlando Laurentano, anch'egli tra quei quarantatré esclusi, la aveva allora invitata ad andare con lui a Malta, suo luogo d'esilio, a patto però che avesse abbandonato per sempre Stefano Auriti.
Lei? Aveva rifiutato sdegnosamente; e con più sdegno aveva poi rifiutato l'elemosina del fratello Ippolito, il quale con altri pochi indegni della nobiltà siciliana era andato a ossequiar Satriano a Palermo, e ne aveva ottenuto la restituzione dei beni confiscati al padre.
Ed era andata a Torino col marito, tutti e due sperduti e come ciechi, a mendicare per quel figlioletto la vita.
Nessuno degli esuli, dei fuorusciti siciliani colà, aveva voluto credere dapprima che ella, di così cospicui natali, unica figliuola femmina del principe di Laurentano, non avesse portato nulla con sé, né ricevesse soccorsi dalla famiglia; e Stefano Auriti era stato perciò in tutti i modi ostacolato dagli stessi compagni di sventura nella ricerca affannosa d'un posticino che gli avesse dato pane, solo pane per la moglie e per sé.
E allora ella s'era gravemente ammalata e per cinque mesi era stata in un ospedale, ricoverata per carità dopo infiniti stenti, e per carità il piccolo Roberto era stato allevato in un altro ospizio.
S'erano ravveduti finalmente e commossi i compagni d'esilio e avevano ajutato a gara Stefano Auriti.
Uscita dall'ospedale, ella aveva ricevuto la notizia che il padre, don Gerlando Laurentano, era morto volontariamente a Bùrmula, di veleno.
Dei dodici anni passati a Torino, fino al 1860, donna Caterina serbava ormai una memoria vaga, confusa, come di una vita non vissuta propriamente da lei, ma piuttosto immaginata in un sogno strano e violento, in cui tuttavia sprazzavano visioni liete, qualche momento felice e ardente, d'entusiasmo patriottico.
Incancellabilmente impressa nel cuore aveva invece l'ora del risveglio da questo sogno: allorché le era pervenuta la notizia che Stefano Auriti, partito col figliuolo appena dodicenne da Quarto con Garibaldi per la liberazione della Sicilia, era caduto nella battaglia campale di Milazzo.
Neanche la grazia di farla impazzire aveva voluto concederle Iddio in quel momento! E aveva dovuto sentire, vedere quasi, il suo cuore di moglie straziato, colpito a morte, là in Sicilia, trascinarsi sanguinando dietro al figliuolo giovinetto, rimasto ora senza il presidio del padre a seguitare la guerra.
Le avevano fatto a Torino una colletta, e coi due orfanelli, Giulio e Anna, nati colà, era ritornata in Sicilia, nella patria già liberata; ma da vedova, in gramaglie, e più misera di come ne era partita: tra l'esultanza di tutti, lei, con quei due piccini, vestiti anch'essi di nero.
Roberto era già entrato a Napoli con Garibaldi, e ora combatteva sotto Caserta, accanto a Mauro Mortara.
Era stata accolta in casa degli Alàimo, parenti poveri di Stefano Auriti.
Novamente il fratello Ippolito, ora riparato a Colimbètra, le aveva profferto ajuto; e novamente, con pari sdegno, ella lo aveva rifiutato, meravigliando e gettando nella costernazione gli Alàimo, che la ospitavano.
Povera gente, anche d'intelletto povera e di cuore, quante amarezze non le aveva cagionate! S'era dovuta guardare da loro, come da nemici acerrimi della sua dignità, ch'essi non intendevano; capacissimi com'erano di chiedere e d'accettare di nascosto quell'ajuto che ella aveva rifiutato, non contenti del lavoro che faceva in casa e che si procacciava da fuori per cavarne un giusto compenso al poco dispendio che dava loro.
S'era rialzata per poco da quell'orribile avvilimento al ritorno di Roberto, accolto da tutto il paese quasi in delirio.
Ancora, ricordando quel giorno, quel momento, le sue misere carni eran corse da brividi.
Ah con quale esultanza, con che spasimo d'amore e di dolore s'era serrato al seno il figliuolo, che ritornava solo, senza il padre, l'eroe giovinetto dalla camicia rossa, che il popolo le aveva recato su le braccia in trionfo! Il Governo provvisorio le aveva accordato un sussidio mensile, e a Roberto - non potendo altro, per l'età - aveva accordato una borsa di studio in Palermo.
L'aveva perduta pochi anni dopo, questa borsa, Roberto, per seguir Garibaldi alla conquista di Roma.
Ma al torrente di sangue giovanile, che avrebbe ristorato le vene esauste di Roma, la ragion di Stato aveva opposto, ad Aspromonte, un argine di petti fraterni; e Roberto, con gli altri, era stato preso e imprigionato, prima alla Spezia, poi al forte Monteratti a Genova.
Liberato, aveva ripreso gli studii, per poco.
Nel 1866, dietro a Garibaldi, di nuovo.
Solo nel 1871 gli era venuto fatto di laurearsi in legge; e subito era andato a Roma per provvedere, dopo tante vicende tumultuose, alla propria esistenza e a quella dei suoi.
Qualche anno dopo, lo aveva raggiunto il fratello Giulio.
Anna, a Girgenti, aveva già trovato marito, e donna Caterina - aspettando che Roberto a Roma si facesse largo e si preparasse un avvenire degno del suo passato, e la consolasse infine di tutte le amarezze patite e dell'avvilimento per cui maggiormente aveva sofferto - era andata a vivere in casa del genero Michele Del Re.
La morte di questo, tre anni dopo, la sciagura della figlia, la miseria sopravvenuta di nuovo, quasi non avevano avuto potere di scuoterla da un dolore più cupo e profondo, in cui era caduta.
Il figlio, il figlio da cui tanto si aspettava, il suo Roberto, fra il trambusto violento della nuova vita nella terza Capitale, tra la baraonda oscena dei tanti che vi s'abbaruffavano reclamando compensi, carpendo onori e favori, il suo Roberto si era perduto! Stimando semplicemente come suo dovere quanto aveva fatto per la patria, non aveva voluto né saputo accampare alcun diritto a compensi, aveva forse sperato e atteso che gli amici, i compagni, si fossero ricordati di lui dignitoso e modesto.
Poi forse lo schifo lo aveva vinto e tratto in disparte.
E qual rovinìo era sopravvenuto in Sicilia di tutte le illusioni, di tutta la fervida fede, con cui s'era accesa alla rivolta! Povera isola, trattata come terra di conquista! Poveri isolani, trattati come barbari che bisognava incivilire! Ed eran calati i Continentali a incivilirli: calate le soldatesche nuove, quella colonna infame comandata da un rinnegato, l'ungherese colonnello Eberhardt, venuto per la prima volta in Sicilia con Garibaldi e poi tra i fucilatori di Lui ad Aspromonte, e quell'altro tenentino savojardo Dupuy, l'incendiatore; calati tutti gli scarti della burocrazia; e liti e duelli e scene selvagge; e la prefettura del Medici, e i tribunali militari, e i furti, gli assassinii, le grassazioni, orditi ed eseguiti dalla nuova polizia in nome del Real Governo; e falsificazioni e sottrazioni di documenti e processi politici ignominiosi: tutto il primo governo della Destra parlamentare! E poi era venuta la Sinistra al potere, e aveva cominciato anch'essa con provvedimenti eccezionali per la Sicilia; e usurpazioni e truffe e concussioni e favori scandalosi e scandaloso sperpero del denaro pubblico; prefetti, delegati, magistrati messi a servizio dei deputati ministeriali, e clientele spudorate e brogli elettorali; spese pazze, cortigianerie degradanti; l'oppressione dei vinti e dei lavoratori, assistita e protetta dalla legge, e assicurata l'impunità agli oppressori...
Da due giorni - dacché Roberto era arrivato a Girgenti - usciva dalla bocca amara di donna Caterina Auriti questo fiotto veemente di crudeli ricordi, d'acerbe rampogne, di fiere accuse.
Guardando il figlio, a traverso le pàlpebre rilassate, con quell'occhio quasi spento, si votava il cuore di tutte le amarezze accumulate in tanti anni, di tutto il dolore, di cui l'anima sua s'era nutrita e attossicata.
- Che speri? che vuoi? - gli domandava.
- Che sei venuto a far qui?
E Roberto Auriti, investito dalla furia della madre, taceva aggrondato, a capo chino, con gli occhi chiusi.
Aveva ormai quarantatré anni: già calvo, ma vigoroso, col volto fortemente inquadrato dalle folte sopracciglia nere, quasi giunte, e dalla corta barba pur nera, se ne stava avvilito e addogliato, come un fanciullo debole al cospetto di quella madre che, pur così debellata dai dolori e dagli anni, serbava tanta energia e così fieri spiriti.
Si sentiva veramente sconfitto.
L'animo, troppo teso negli sforzi della prima gioventù, gli era venuto meno a poco a poco, di fronte alla nuova, laida guerra, guerra di lucro, guerra per la conquista indegna dei posti.
E ne aveva chiesto uno anche lui, non per sé, per il fratello Giulio, e lo aveva ottenuto al Ministero del tesoro.
Egli s'era affidato agli scarsi, incerti proventi della professione d'avvocato: proventi che tuttavia, tal volta, non gli lasciavano al tutto tranquilla la coscienza, non già perché non li credesse meritato compenso al proprio lavoro, allo zelo; ma perché la maggior parte delle liti gli venivano per il tramite dei deputati siciliani suoi amici, di Corrado Selmi specialmente, e per parecchie aveva il dubbio che le avesse vinte, non tanto per la sua bravura, quanto per l'indebita e non gratuita ingerenza di quelli.
Ma egli, morto il cognato Michele Del Re, aveva la madre e la sorella vedova e il nipote da mantenere a Girgenti; oltre che a Roma, da parecchi anni, non era più solo.
Certo la madre non ignorava la convivenza di lui a Roma con una donna, di cui per antichi pregiudizii e per la puritana rigidezza dei costumi non poteva avere alcuna stima; non glien'aveva mai fatto parola; ma egli sentiva l'aspra condanna nel cuore materno, un'altra amarezza - secondo lui ingiusta - che la madre non gli mostrava per non avvilirlo, per non ferirlo vieppiù.
Ma forse donna Caterina, in quei momenti, non ci pensava nemmeno, tutt'intesa com'era a mettere innanzi al figlio, con foga inesausta, insieme coi ricordi luttuosi della famiglia, le condizioni tristissime del paese.
E durante quest'esposizione, la sorpresero il canonico Pompeo Agrò e il Mattina.
Dalla cordialità vivace, con cui Roberto Auriti lo accolse, l'Agrò comprese subito ch'egli ignorava ancora la pubblicazione di quel turpe articolo.
Presentò il Mattina, ossequiò la signora.
Donna Caterina aspettò che i primi convenevoli fossero scambiati e che i due amici esprimessero la gioja di rivedersi dopo tanti anni; e riprese, rivolta all'Agrò:
- Per carità, Monsignore, glielo faccia intendere anche lei, che è amico sincero.
Qua siamo tra noi.
Anche questo signore, se l'ha condotto lei, sarà un amico.
Io voglio persuadere mio figlio a non accettare questa lotta.
- Mamma...
- pregò Roberto, con un sorriso afflitto.
- Sì, sì, - incalzò la madre.
- Lo dicano loro.
Che ha fatto Roberto, e perché, in nome di che cosa viene oggi a chiedere il suffragio del suo paese? Forse in nome di tutto ciò che fece da giovinetto, in nome del padre morto, dei sacrifizii e degli ideali santi per cui quei sacrifizii furono fatti e quello strazio sofferto? Farà ridere!
- Oh, no, perché, donna Caterina? - si provò a interrompere il canonico Agrò, portandosi una mano al petto, quasi ferito.
- Non dica così.
- Ridere! ridere! - incalzò quella con più foga.
- Lo sa bene anche lei come quegli ideali si sono tradotti in realtà per il popolo siciliano! Che n'ha avuto? com'è stato trattato? Oppresso, vessato, abbandonato e vilipeso! Gli ideali del Quarantotto e del Sessanta? Ma tutti i vecchi, qua, gridano: Meglio prima! Meglio prima! E lo grido anch'io, sa? io, Caterina Laurentano, vedova di Stefano Auriti.
- Mamma! mamma! - supplicò Roberto, con le mani agli orecchi.
E subito la madre:
- Sì, figlio: perché prima almeno avevamo una speranza, quella che ci sostenne in mezzo a tutti i triboli che tu sai e non sai, là, a Torino...
Nessuno vuol più saperne, ora, credi.
Troppo cari si son pagati, quegli ideali; e ora basta! Ritòrnatene a Roma! Non voglio, non posso ammettere che tu sia venuto qua in nome del Governo che ci regge.
Tu non hai rubato, figlio, non hai prestato man forte a tutte le ingiustizie e le turpitudini che qua si perpetrano protette dai prefetti e dai deputati, non hai favorito la prepotenza delle consorterie locali che appestano l'aria delle nostre città come la malaria le nostre campagne! E allora perché? che titoli hai per essere eletto? chi ti sostiene? chi ti vuole?
Entrò, in questo punto, Guido Verònica, rassettato e ricomposto.
Era salito all'albergo dopo la rissa per cambiarsi d'abito, e vi aveva lasciato detto che se qualcuno fosse venuto a cercar di lui, egli sarebbe ritornato alle ore tre del pomeriggio.
Subito l'Agrò e il Mattina gli fecero cenno con gli occhi, che Roberto non sapeva nulla.
Donna Caterina Auriti s'era levata in piedi, per incitare il figlio a rifiutare l'ajuto del Governo, che del resto non avrebbe avuto alcun valore nell'imminente lotta, e ad accettar questa, invece, in nome dell'isola oppressa.
Non avrebbe vinto, certamente; ma la sconfitta almeno non sarebbe stata disonorevole e sarebbe servita di mònito al Governo.
- Perché voi lo vedrete, - concluse.
- Faccio una facile profezia: non passerà un anno, assisteremo a scene di sangue.
Guido Verònica parò le mani grassocce.
- Per carità, signora mia, per carità, non dica codeste cose, che sono orribili in bocca a lei! Le lasci dire ai sobillatori che, senza volerlo, fanno il giuoco dei clericali! Scusi, Canonico; ma è proprio così! Quattro mascalzoni ambiziosi che seminano la discordia per assaltare i Consigli comunali e provinciali e anche il Parlamento; altri quattro ignobili nemici della patria che sognano la separazione della Sicilia sotto il protettorato inglese, uso Malta! E c'è poi la Francia, la nostra cara sorella latina, che soffia nel fuoco e manda denari per trar partito domani di qualche sommossa brigantesca, ispirata dalla mafia!
- Ah sì? - proruppe donna Caterina, che s'era tenuta a stento.
- Lei si conforta così? Sono tutte calunnie, le solite, quelle che ripetono i ministri, facendo eco ai prefetti e ai tirannelli locali capi-elettori; per mascherare trenta e più anni di malgoverno! Qua c'è la fame, caro signore, nelle campagne e nelle zolfare; i latifondi, la tirannia feudale dei cosiddetti cappelli, le tasse comunali che succhiano l'ultimo sangue a gente che non ha neanche da comperarsi il pane! si stia zitto! si stia zitto!
Guido Verònica sorrise nervosamente, aprendo le braccia; poi si rivolse a Roberto:
- Oh senti...
(col suo permesso, signora!): avrei bisogno del tuo cifrario, per spedire un telegramma d'urgenza a Roma.
- Ah già, bravo, bravo! - esclamò il canonico Agrò, riscotendosi dal doloroso atteggiamento preso durante la violenta intemerata di donna Caterina.
Roberto si recò di là per il cifrario.
La conversazione cadde fra i tre amici e la vecchia signora; poi l'Agrò per rompere il silenzio penoso sopravvenuto, sospirò:
- Eh, certo sono tristi assai le condizioni del nostro povero paese!
E la conversazione fu ripresa un po', ma senza più calore.
I tre avevano un'intesa segreta tra loro ed erano anche gonfii e costernati dello scandalo di quell'articolo: si scambiavano occhiate d'intelligenza, avrebbero voluto rimanere soli un momento per accordarsi sul miglior modo di preparare Roberto.
Ma donna Caterina non se n'andava.
- Sa se Corrado Selmi, - le domandò Guido Verònica, - ha scritto a Roberto che verrà?
- Verrà, verrà, - rispose ella, scrollando il capo con amaro sdegno.
- Ci ho pensato, - disse piano il Verònica all'Agrò e al Mattina.
- Tanto meglio, se viene.
Anzi gli spedirò io stesso un telegramma perché venga subito, per me, capite? Cosí Lando...
zitti, ecco Roberto.
Ma non era Roberto: entrò invece nella sala un giovinotto alto, smilzo, a cui le lenti serrate in cima al naso, congiungendo le folte sopracciglia, davano un'aria di cupa e rigida tenacia.
Era Antonio Del Re, il nipote.
Pallidissimo di solito, appariva in quel momento quasi cèreo.
- Hanno letto nell'Empedocle? - domandò con un fremito nelle labbra e nel naso.
Il canonico Agrò e il Mattina alzarono subito le mani per impedire che seguitasse.
- Contro Roberto? - domandò donna Caterina.
- Contro il nonno! - rispose, vibrante, il giovinotto.
- una manata di fango! E contro te!
- Sozzure! sozzure! - esclamò l'Agrò.
- Per carità, non ne sappia nulla il povero Roberto!
- Già sta a leggerlo, - disse il nipote, sprezzante.
- No! no! gridò allora l'Agrò, levandosi in piedi.
- Oh Signore Iddio, bisogna prevenirlo! Già questi farabutti hanno avuto la lezione che si meritavano dal nostro Verònica! Per carità, vada lei, donna Caterina...
Imprudenza, imprudenza, ragazzo mio!
Donna Caterina accorse; ma troppo tardi.
Roberto Auriti, ignorando quel che poc'anzi aveva fatto il Verònica, era corso pallido, col volto contratto da un sorriso spasmodico, e come un cieco alla redazione di quel giornalucolo, presso Porta Atenèa.
Vi aveva trovati già raccolti i maggiorenti del partito, con Flaminio Salvo alla testa, per proclamare, subito dopo l'aggressione, la candidatura di Ignazio Capolino.
Al vecchio usciere, che stava di guardia nella saletta d'ingresso innanzi all'uscio a vetri della sala di redazione, aveva detto - ancor sorridendo a quel modo - che Roberto Auriti voleva parlare col direttore.
Nella sala di redazione s'era fatto un improvviso silenzio; poi agli orecchi di Roberto eran venute queste parole concitate:
- Nossignori! Vado io, tocca a me; l'articolo l'ho scritto io, e io ne rispondo!
Non aveva neppur visto chi gli s'era fatto innanzi: gli s'era lanciato addosso come una belva, lo aveva levato di peso e scagliato con tale impeto contro l'uscio, che questo s'era sfondato, sfasciato, con gran fracasso e rovinìo di vetri infranti.
Quando il Verònica, il Mattina e il nipote Del Re sopraggiunsero a precipizio, tra la ressa della gente accorsa da ogni parte agli urli che s'eran levati altissimi dalla sala di redazione, Marco Prèola col volto insanguinato e un coltello in mano si dibatteva ferocemente sbraitando:
- Lasciatemi, maledetti, lasciatemi! Se lo liberate adesso, l'ammazzo più tardi! Lasciatemi! Lasciatemi!
CAPITOLO QUARTO
In fondo al vestibolo, tra i lauri e le palme, su lo sfondo della gran porta a vetri colorati, la preziosa statua acefala di Venere Urania, scavata a Colimbètra nello stesso posto ove ora sorge la villa, pareva che non per vergogna della sua nudità tenesse sollevato un braccio davanti al volto ideale che ciascuno, ammirandola, le immaginava subito, lievemente inclinato, come se in realtà vi fosse; ma per non vedere inginocchiati alla soglia della cappella che si apriva a destra tutti quegli uomini così stranamente parati: la compagnia borbonica di capitan Sciaralla.
La messa era per finire.
Dentro la cappella, lucida di marmi e di stucchi, stavano soltanto il principe don Ippolito, raccolto nella preghiera su l'inginocchiatojo dorato e damascato, innanzi all'altare; più indietro, Lisi Prèola, il segretario; più indietro ancora, le donne di servizio: la governante e due giovani cameriere.
La servitù mascolina doveva contentarsi d'assistere alla messa dal vestibolo; solo a Liborio, cameriere favorito del principe, in brache corte e calze di seta, era concesso di star su l'entrata, più dentro che fuori; e questa pareva a Sciaralla un'ingiustizia del Prèola, bell'e buona.
In qualità di capitano, egli si riteneva degno di sedere per lo meno accanto al Prèola stesso, se non subito dopo il principe, ecco.
Apertamente, no, non se ne lagnava, per prudenza; ma ci pigliava certe bili! E come d'un peccato d'invidia se n'era confessato a don Lagàipa, che ogni domenica veniva a Colimbètra a dir messa.
- Almeno davanti a Dio dovremmo essere tutti eguali, ecco! Tutti, escluso il principe; non c'era bisogno di dirlo.
Ma lui, Sciaralla, non si lagnava perché voleva esser favorito, messo avanti agli altri, distinto dai suoi subalterni al cospetto di Dio? Le corna aveva dunque, le corna e la coda del demonio, quella sua riflessione, che pur sembrava giusta a prima giunta.
Così don Illuminato Lagàipa aveva tappata la bocca a Sciaralla.
E Sciaralla, un sospirone.
Vera tentazione del demonio era intanto quella statua nuda, lì davanti la cappella, per tutti quegli uomini di guardia che dovevano star fuori.
Mentre le labbra recitavano le preghiere, gli occhi eran quasi costretti a peccare guardando senza volerlo quella nudità, che S.
E.
il principe, tanto divoto, non avrebbe dovuto tenere così esposta! Oh maledetta! Sembrava viva, sembrava...
Le povere donne di servizio abbassavano gli occhi, ogni volta, passando; e anche don Illuminato li abbassava, pezzo d'ipocrita!
Ridevano intanto, fiorenti, le mirabili forme della dea decapitata, emersa dal tempo remoto, nata da uno scalpello greco, da un artefice ignaro che la sua opera dovesse tanto sopravvivere e parlare a profana gente un linguaggio diabolico, ornamento d'un vestibolo, tra cassoni di lauri e di palme.
Finita la messa, gli uomini della compagnia di guardia fecero ala su l'attenti, al passaggio del principe che si recava al Museo.
Così eran chiamate le sale a pianterreno dell'altro lato del vestibolo, nelle quali tra alte piante di serra erano raccolti gli oggetti antichi, d'inestimabile valore: statue, sarcofaghi, vasi, iscrizioni, scavati a Colimbètra, e che don Ippolito aveva illustrati molti anni addietro nelle sue Memorie d'Akragas, insieme col prezioso medagliere esposto su, nel salone della villa.
L'antica famosa Colimbètra akragantina era veramente molto più giù, nel punto più basso del pianoro, dove tre vallette si uniscono e le rocce si dividono e la linea dell'aspro ciglione, su cui sorgono i Tempii, è interrotta da una larga apertura.
In quel luogo, ora detto dell'Abbadia bassa, gli Akragantini, cento anni dopo la fondazione della loro città, avevano formato la pescheria, gran bacino d'acqua che si estendeva fino all'Hypsas e la cui diga concorreva col fiume alla fortificazione della città.
Colimbètra aveva chiamato don Ippolito la sua tenuta, perché anch'egli lassù, nella parte occidentale di essa, aveva raccolto un bacino d'acqua, alimentato d'inverno dal torrentello che scorreva sotto Bonamorone e d'estate da una nòria, la cui ruota stridula era da mane a sera girata da una giumenta cieca.
Tutt'intorno a quel bacino sorgeva un boschetto delizioso d'aranci e melograni.
Nel museo don Ippolito soleva passare tutta la mattinata, intento allo studio appassionato e non mai interrotto delle antichità akragantine.
Attendeva ora a tracciare, in una nuova opera, la topografia storica dell'antichissima città, col sussidio delle lunghe minuziose investigazioni sui luoghi, giacché la sua Colimbètra si estendeva appunto dov'era prima il cuore della greca Akragante.
Presso una delle ampie finestre della seconda sala, guarnite di lievi tende rosee, era la scrivania massiccia, intagliata; ma don Ippolito componeva quasi sempre a memoria, passeggiando per le sale; architettava all'antica due, tre periodoni gravi di laonde e di conciossiaché, e poi andava a trascriverli su i grandi fogli preparati su la scrivania, spesso senza neppur sedere.
Tenendosi con una mano sul mento la barba maestosa, che serbava tuttavia un ultimo vestigio, quasi un'aria del primo color biondo d'oro, egli, alto, aitante, bellissimo ancora, non ostanti l'età e la calvizie, si fermava davanti a questo o a quel monumento, e pareva che con gli occhi ceruli, limpidi sotto le ciglia contratte, fosse intento a interpretare una iscrizione o le figure simboliche d'un vaso arcaico.
Talvolta anche gestiva o apriva a un lieve sorriso di soddisfazione le labbra perfette, giovanilmente fresche, se gli pareva d'aver trovato un argomento decisivo, vittorioso, contro i precedenti topografi.
Su la scrivania era quel giorno aperto un volume delle storie di Polibio, nel testo greco, Lib.
IX, Cap.
27, alla pagina ov'è un accenno all'acropoli akragantina.
Un gravissimo problema travagliava da parecchi mesi don Ippolito circa alla destinazione di questa acropoli.
- Disturbo? - domandò, inchinandosi su la soglia di quella seconda sala, don Illuminato Lagàipa, che già si era spogliato degli arredi sacri e aveva fatto la solita colazione di cioccolato e biscottini.
Era un prete di mezz'età, tondo di corpo, dal volto bruciato dal sole, nel quale gli occhi cilestri, troppo chiari, pareva vaneggiassero smarriti.
Buon uomo, in fondo, pacifico e noncurante, lì, in presenza del principe, che ogni domenica lo tratteneva a colazione, si dava, per fargli piacere, arie di rigida e battagliera intransigenza, di cui rideva poi, discorrendo filosoficamente con la sua vecchia e fedele Fifa, l'asina mansueta, che lo riconduceva al campicello presso il camposanto di Bonamorone, pochi ettari di terra, che - se sapevano il rapido passar della vita - pure, sotto questo o quel re, gli producevano ogni anno quel tanto che modestamente gli bisognava.
- Domenica, oggi, e non si lavora! - soggiunse, levando le mani e sorridendo.
- Non è lavoro, il mio, propriamente, - gli disse con un sobrio gesto garbato don Ippolito.
- Già, già! otia, otia, secondo Cicerone! - si corresse don Lagàipa.
- Ha ragione.
Venivo per dirle che jeri mattina, prima che mi recassi al mio campicello, Monsignore mi fece l'onore d'incaricarmi d'un'ambasciata per Vostra Eccellenza.
- Monsignor Montoro?
- Già.
Mi disse di avvertir Vostra Eccellenza che oggi, nel pomeriggio, con l'ajuto di Dio, verrà qua, per parlare, suppongo, delle prossime elezioni.
Eh, - sospirò, intrecciando le dita e scotendo le mani così giunte, - pare che il diavolaccio maledetto si senta prudere le corna...
Guerra, guerra...
tempesta! Ho sentito che sono arrivate da Palermo, per richiamo, dicono, del canonico Agrò, due certe gallinelle d'acqua...
già! due famosi galoppini al comando dell'alta mafia e della famigerata banda massonica...
un tal Mattina, un tal Verònica...
- L'Agrò? - disse cupo don Ippolito Laurentano, che s'era impuntato a quel nome, senza più badare al resto.
- Dunque l'Agrò vuole proprio scendere in piazza, senza alcun ritegno, senza alcun riguardo, nemmeno per l'abito che indossa?
- Eh! - tornò a sospirare don Lagàipa.
- Superiore mio...
superiore...
ma dico ciò che si dice...
relata refero...
non manda giù, dicono, che non l'abbiano fatto vescovo al posto del nostro Eccellentissimo monsignor Montoro.
Crede di salvare le apparenze con...
con la scusa dell'antica amicizia che lo lega all'Auriti, ecco...
- Bell'amicizia, da gloriarsene! - brontolò il Laurentano.
- Per un sacerdote!
- Ma l'Agrò...
- osservò don Illuminato.
E non aggiunse altro.
Chiuse gli occhi, tentennò il capo, emise un terzo sospiro: - Eh, si complica...
la faccenda si complica...
sì, dico...
si fa molto delicata...
- Per me? - salto su a dire don Ippolito (e il lucido cranio gli s'infiammò).
- Delicata per me? Sappia monsignor Montoro...
già dovrebbe saperlo; io non riconosco, non ho mai riconosciuto per nipote codesto Roberto Auriti garibaldesco.
Non lo conosco neppur di vista: qua non è mai venuto, né io del resto gli avrei fatto oltrepassar la soglia del mio cancello.
Per ordine del suo Governo, non invitato dalla cittadinanza, viene con la folle speranza di prendere il posto di Giacinto Fazello? Bene.
Avrà ciò che si merita.
Senza alcuna considerazione per la mia sciagurata parentela in-vo-lon-ta-ria, si lotti e si vinca!
- Ah, lottare, lottare, sicuro! bisogna lottare! disse don Illuminato, aggrottando fieramente le ciglia su quegli occhi vani.
- Anche se non si dovesse vincere.
- E perché no? - domandò severo don Ippolito.
- Che probabilità di vittoria può aver l'Auriti? Che conta l'Agrò?
- Ma...
dicono...
la prefettura...
e don Iluminato grattò la guancia raschiosa.
- Non è base! - ribatté subito il principe.
- L'abbiamo veduto nelle elezioni comunali.
- Già, già...
- si rimise don Lagàipa.
- Però...
la mafia in campo, adesso...
la polizia favoreggiatrice...
tutte le male arti...
dicono...
e deve arrivare...
non so, un pezo grosso...
un deputato...
Selmi, mi par d'avere inteso...
Don Ippolito rimase in silenzio per un pezzo, col volto atteggiato di nausea; poi, scotendo un pugno, proruppe:
- Filangieri! Filangieri!
Il Lagàipa scrollò il capo, sospirando a questa esclamazione, frequente su le labbra del principe e accompagnata sempre da quel gesto di rabbioso rammarico:
- Filangieri!
Sapeva quanta venerazione don Ippolito Laurentano serbasse ancora alla memoria del Satriano, repressore benedetto della rivoluzione siciliana del 1848, provvido, energico restauratore dell'ordine sociale dopo i sedici mesi dell'oscena baldoria rivoluzionaria.
Di quei sedici mesi era rimasto vivo di raccapriccio nel principe il ricordo, copra tutto per la minaccia brutale del volgo ai privilegi nobiliari e alla credenza religiosa.
Satriano era stato per lui il sole trionfatore di quella bufera sovvertitrice; e come un sole, ritornata la calma, aveva brillato su nel cielo di Sicilia dalla reggia normanna di Palermo, riaperta alle splendide feste per circondare di prestigio napoleonico il suo potere.
Lì, nella reggia, don Ippolito aveva conosciuto donna Teresa Montalto, giovinetta, a cui poi il Satriano stesso aveva voluto far da padrino nelle nozze, ottenendo a lui, sposo, con sommo stento dal Re l'ordine di cavaliere di San Gennaro, di cui già il padre era stato insignito.
La bufera s'era scatenata di nuovo nel 1860: dal ritiro di Colimbètra egli ne udiva il rombo lontano: lottava di là con tutte le forze, nel piccolo àmbito della città natale: la causa dei Borboni era per il momento perduta; bisognava lottare per il trionfo del potere ecclesiastico; restituita Roma al Pontefice, chi sa! Intanto si doveva a ogni costo impedire che la rappresentanza di Giacinto Fazello fosse usurpata da Roberto Auriti.
- Del resto, - riprese, - l'Auriti non ha più alcun prestigio nel paese.
Ne manca da circa vent'anni...
- Simpatie, però...
- oppose reticente il Lagàipa, - ecco, sì...
qualche simpatia forse la gode...
- Non contano nulla, oggi, le simpatie, - rispose don Ippolito recisamente.
- Di fronte agl'interessi, nulla!
Prese dalla scrivania, così dicendo, il volume delle storie di Polibio che vi stava aperto e istintivamente se l'appressò agli occhi.
Subito questi gli andarono sul passo, tante volte riletto e tormentato, della controversia su quella benedetta acropoli.
Si distrasse dal discorso; rilesse ancora una volta il passo, con la mente già piena di nuovo della controversia che l'agitava; sospirò; chiuse il libro, lasciandovi l'indice in mezzo e, ponendoselo dietro il dorso:
- Insomma, - disse, - bisogna vincere, don Illuminato! Io, guardi, in questo momento ho contro me un esercito di eruditi tedeschi; di topografi; di storici antichi e nuovi d'ogni nazione; la tradizione popolare; eppure non mi do per vinto.
Il campo di battaglia è qua.
Qua li aspetto!
Gli mostrò il libro, picchiando con le nocche delle dita su la pagina, e soggiunse:
- Come tradurrebbe lei queste parole: kat'autàs tàs derinàs anatolàs?
Investito da quei quattro às, às, às, às, come da quattro schiaffi improvvisi, il povero don Illuminato Lagàipa restò quasi basito.
Credeva di non meritarsi un simile trattamento.
Don Ippolito sorrise; poi, introducendo il braccio sotto il braccio di lui, soggiunse:
- Venga con me.
Le spiegherò in due parole di che si tratta.
Uscirono sul vasto spiazzo innanzi alla villa; se ne scostarono un tratto a destra; quindi, voltando le spalle, il principe mostrò al prete l'ampia zona di terreno, dietro la villa, in scosceso pendìo, coronata in cima da un greppo isolato, ferrigno, da un cocuzzolo tutt'intorno tagliato a scarpa.
- Questa, è vero? la collina akrea, - disse.
- Quella lassù, la nostra famosa Rupe Atenèa.
Bene.
Polibio dice: «La parte alta (l'arce, la così detta acropoli, insomma) sovrasta la città, noti bene!, in corrispondenza a gli orienti estivi».
Ora, dica un po' lei: donde sorge il sole, d'estate? Forse dal colle dove sta Girgenti? No! Sorge di là, dalla Rupe.
E dunque lassù se mai, era l'Acropoli, e non su l'odierna Girgenti, come vogliono questi dottoroni tedeschi.
Il colle di Girgenti restava oltre il perimetro delle antiche mura.
Lo dimostrerò...
lo dimostrerò! Mettano lassù Camìco...
la reggia di Còcale...
Omface...
quello che vogliono...
l'Acropoli, no.
E scartò con la mano Girgenti, che si vedeva per un tratto, lassù, a sinistra della Rupe, più bassa.
- Lì, - riprese, additando di nuovo la Rupe Atenèa e ispirandosi, - lì, sublime vedetta e sacrario soltanto, non acropoli, sacrario dei numi protettori, Gellia ascese, fremebondo d'ira e di sdegno, al tempio della diva Athena dedicato anche a Giove Atabirio, e vi appiccò il fuoco per impedirne la profanazione.
Dopo otto mesi d'assedio, stremati dalla fame, gli Akragantini, cacciati dal terrore e dalla morte, abbandonano vecchi, fanciulli e infermi e fuggono, protetti dal siracusano Dafnèo, da porta Gela.
Gli ottocento Campani si sono ritirati dal colle; il vile Desippo s'è messo in salvo; ogni resistenza è ormai inutile.
Solo Gellia non fugge! Spera d'avere incolume la vita mercé la fede, e si riduce al santuario d'Athena.
Smantellate le mura, ruinati i meravigliosi edifizii, brucia qua sotto la città intera; e lui dall'alto, mirando l'incendio spaventoso che innalza una funerea cortina di fiamme e di fumo su la vista del mare, vuol ardere nel fuoco della Dea.
- Stupenda, stupenda descrizione! - esclamò il Lagàipa con gli occhi sbarrati.
Giù, nel secondo dei tre ampii ripiani fioriti, degradanti innanzi alla villa, come tre enormi gradini d'una scalea colossale, Placido Sciaralla e Lisi Prèola, appoggiati alla balaustrata marmorea, avevano interrotto la conversazione e ora tentennavano il capo, ammirati anch'essi del calore con cui il principe aveva parlato, sebbene per la distanza non ne avessero colto una parola.
Don Ippolito Laurentano restò acceso a mirare con gli occhi intensi il magnifico panorama.
Dov'egli aveva rappresentato l'incendio formidabile e la distruzione, ora s'abbandonava la pace inconsapevole della campagna; dov'era il cuore dell'antica città sorgeva ora un bosco di mandorli e d'olivi, il bosco detto perciò ancora della Civita.
Le chiome dei mandorli s'erano con l'autunno diradate e, tra quelle perenni degli olivi cinerulei, parevano aeree, assumevano sotto il sole una tinta roseo-dorata.
Oltre il bosco, sul lungo ciglione, sorgevano i famosi Tempii superstiti, che parevano collocati apposta, a distanza, per accrescere la meravigliosa vista della villa principesca.
Oltre il ciglione, il pianoro, ove stette splendida e potente l'antica città, strapiombava aspro e roccioso a precipizio sul piano dell'Akragas, tranquillo piano luminoso, che spaziava fino a terminare laggiù laggiù, nel mare.
- Non posso soffrire questi Tèutoni, - disse il principe, rientrando con don Illuminato Lagàipa nel Museo, - questi Tèutoni che, non potendo più con le armi, invadono coi libri e vengono a dire spropositi in casa nostra, dove già tanti se ne fanno e se ne dicono.
S'intese in quel punto il rotolìo d'una vettura per la strada incassata, dietro la villa, e don Ippolito contrasse le ciglia.
Entrò poco dopo, turbato, smarrito nella sorpresa, Liborio, il cameriere.
- Pe...
perdoni, eccellenza, - balbettò.
- È arrivata da Girgenti la...
la signora...
- Che signora? - domandò il principe.
- Sua sorella...
donna Caterina...
Don Ippolito restò dapprima come stordito da un improvviso colpo alla testa.
Arricciò il naso, impallidì.
Poi, d'un subito, il sangue gli balzò al capo.
Chiuse gli occhi, impallidì di nuovo, aggrottò le ciglia, serrò le pugna e, col cuore che gli martellava in petto, domandò:
- Qua? Dov'è?
- Su, eccellenza...
nel salone,- rispose Liborio; e, poco dopo, vedendo che il principe restava perplesso, chiese: Ho fatto male?
Don Ippolito si voltò a guardarlo per un pezzo, come se non avesse inteso; poi disse:
- No...
E si mosse, senza neppur volgere uno sguardo al Lagàipa.
Con l'animo in tumulto, cercò di fissare un pensiero che gli spiegasse il perché di quella visita straordinaria, non volendo, non sapendo ammettere quel che gli era in prima balenato, che la sorella cioè, colei che in tante e tante sciagure aveva sempre rifiutato con ostinata fierezza, anzi con disprezzo, ogni soccorso, venisse ora a intercedere per il figlio Roberto.
Ma che altro poteva voler da lui? Salì la scala.
Era tanto oppresso d'angoscia e in preda a un'agitazione così soffocante, che dovette fermarsi per un momento davanti la soglia.
Entrare? presentarsi a lei in quello stato? No.
Doveva prima ricomporsi.
E in punta di piedi si diresse alla camera da letto.
Qua, istintivamente, s'appressò allo scrigno dove erano conservati un medaglioncino di lei in miniatura, di quand'ella era giovinetta di sedici anni, e i due biglietti che gli aveva scritti, senza intestazione e senza firma, uno da Torino, dopo la morte violenta del padre, l'altro da Girgenti, al ritorno dall'esilio dopo la morte del marito.
Il primo, più ingiallito, diceva:
«I beni, confiscati a Gerlando Laurentano dal governo borbonico, furono restituiti al figlio Ippolito da Carlo Filangieri di Satriano.
Nulla dunque mi spetta dell'eredità paterna.
La moglie e il figlio di Stefano Auriti non mangeranno il pane d'un nenico della patria».
L'altro, più laconico, diceva:
«Grazie.
Alla vedova, agli orfani, provvedono i parenti poveri di Stefano Atriti.
Da te, nulla.
Grazie».
Scostò con la mano quei due biglietti e fissò gli occhi sul medaglioncino, che egli aveva tolto dal salone della casa paterna dopo la fuga della sorella con Stefano Auriti.
Da allora - eran già quarantacinque anni - non l'aveva più riveduta!
Come avrebbe riveduto, ora, dopo tanto tempo, dopo tante vicende funeste, quella giovinetta bellissima che gli stava davanti, rosea, ampiamente scollata, nell'antica acconciatura, con quegli occhi ardenti e pensosi?
Richiuse lo scrigno, dopo aver gettato un altro sguardo su i due biglietti sprezzanti; e, grave, accigliato, s'avviò al salone.
Sollevata la tenda dell'uscio, intravide con gli occhi intorbidati dalla commozione la sorella in piedi, alta, vestita di nero.
Si fermò poco oltre la soglia, oppresso d'angoscioso stupore alla vista di quel volto disfatto, irriconoscibile.
- Caterina, - mormorò, sostando; e le tese istintivamente le braccia, pur con l'impressione in contrasto, che quella era ormai un'estranea, al tutto ignota.
Ella non si mosse: rimase lì, in mezzo al salone, cerea tra le fitte gramaglie, col volto contratto e gli occhi chiusi, altera, indurita nello spasimo di quell'attesa.
Aspettò che egli le si accostasse e gli toccò appena la mano con la sua, gelida, guardandolo ora con quegli occhi stanchi, velati di cordoglio, quasi a metà nascosti dalle palpebre, uno più, l'altro meno.
- Siedi,- disse, con gli occhi bassi, quasi intimidito, il fratello, indicando il divano e le poltrone nella parete a sinistra.
Seduti, stettero un lungo pezzo entrambi senza poter parlare, in un silenzio che fremeva d'intensa, violenta commozione.
Don Ippolito chiuse gli occhi.
La sorella, dopo aver soffocato parecchie volte con sforzo un singhiozzo che le faceva impeto alla gola, disse alla fine, con voce rauca:
- Roberto è qui.
Don Ippolito si scosse; riaprì gli occhi e, senza volere, li volse in giro per la sala, come se - smarrito tra gl'interni ricordi tumultuanti - avesse temuto un'imboscata.
- Non qui, - riprese donna Caterina, con un freddo, amaro, lievissimo sorriso, - nel tuo dominio straniero.
A Girgenti, da due giorni.
Don Ippolito, aggrondato, chinò più volte la testa per significarle che sapeva.
- E so perché è venuto, - aggiunse con voce cupa; poi levò il capo e guardò la sorella con penosissimo sforzo.
- Che potrei...
- Nulla...
oh! nulla,- s'affrettò a rispondergli donna Caterina.
- Voglio che tu lo combatta con tutte le tue forze.
Non ci mancherebbe altro, che anche tu lo sostenessi e che egli andasse su anche coi vostri voti!
- Sai bene...
- si provò a dirle il fratello.
- So, so, - troncò recisamente con un gesto della mano donna Caterina.
- Ma combatterlo, Ippolito, non col coltello alla mano, non andando a scavar le fosse, come le jene, a scoperchiare certe tombe sacre, da cui i morti potrebbero levarsi e farvi morire di paura.
- Piano, piano, - disse don Ippolito tendendo le mani che gli tremavano, non tanto per protestare, quanto per placare quell'ombra tragica della sorella così agitata.
- Io non t'intendo...
- Mi brucia le mani,- disse allora donna Caterina, gettando sul tavolinetto innanzi al divano una copia dell'Empedocle tutta brancicata.
Don Ippolito prese quel foglio, lo spiegò e cominciò a leggerlo.
- Con codeste sozze armi...
Contro un morto...
- mormorò donna Caterina, accompagnando la lettura del fratello.
Ansava, seguendo quella lettura e osservando sul volto di lui l'impressione disgustosa ch'egli ne riceveva.
- Roberto - riprese, - è andato alla redazione di codesto giornale.
Gli si è fatto innanzi l'autore dell'articolo, che è figlio, m'hanno detto, d'un tuo...
schiavo qui, il Prèola.
L'ha preso e scagliato contro una porta.
Glielo hanno strappato dalle mani...
Ora costui, armato di coltello (e l'ha cavato fuori!) minaccia d'uccidere; e questa mattina stessa è stato visto in agguato presso la mia casa.
Ma io non temo di lui; temo che Roberto si comprometta di nuovo e torni a insozzarsi le mani...
Così volete combatterlo?
Don Ippolito che, seguitando a leggere, aveva ascoltato con animo sospeso il racconto, a quest'ultima domanda si scosse, indignato, come se la sorella lo avesse percosso sul viso, accomunandolo con quell'abietto che aveva scritto l'articolo.
Si levò in piedi, alteramente; ma si frenò subito, e andò a premere un campanello.
A Liborio, che subito si presentò su la soglia:
- Il Prèola! - ordinò.
Poco dopo il vecchio segretario entrò curvo, ossequioso, anzi strisciante, quasi cacciato lì dentro a frustate.
Vestiva un'ampia e greve napoleona.
Dal colletto basso, troppo largo, la grossa testa calva, inteschiata, sbarbata, gli usciva come quella d'un vitello scorticato.
- Eccellenza...
eccellenza...
- Manda subito a chiamare tuo figlio a Girgenti, - comandò il principe.
- Che venga subito qua! Debbo parlargli.
- Eccellenza, mi conceda, - s'arrischiò a dire il Prèola, storcendosi e curvandosi vieppiù, con una mano sul petto, mentre la trama delle vene gli si gonfiava sul cranio paonazzo, - mi conceda che all'eccellentissima sua signora sorella io, umilmente...
- Basta, basta, basta! - gridò seccamente il principe.
- So io quel che debbo dire a tuo figlio.
Anzi, ascolta! Mi fa troppo schifo, e non voglio né vederlo, né parlargli.
Gli dirai tu che se si arrischia ancora a mostrare la sua laida grinta per le vie di Girgenti, tu sei messo alla strada: ti caccio via su due piedi! Inteso?
Il Prèola cavò un fazzoletto dalla tasca posteriore della napoleona e approvò, approvò più volte, asciugandosi il cranio; poi si portò il fazzoletto agli occhi e si scosse tutto per un impeto di singhiozzi: - Sforcato...
sforcato...
- gemette.
- Mi disonora, eccellenza...
Lo manderò via, a Tunisi...
Ho già fatto le pratiche...
Intanto subito, lo faccio venire qua.
Mi perdoni, mi compatisca, eccellenza.
E uscì, rinculando, ossequiando, col fazzoletto su la bocca.
Donna Caterina si alzò.
Con questo, - le disse don Ippolito, - non intendo affatto di derogare a me stesso, alla lotta per i miei principii, contro tuo figlio.
Donna Caterina alzò gli occhi a un grande ritratto a olio di Francesco II, a un altro del Re Bomba, che troneggiavano nel magnifico salone, da una parete: chinò il capo e disse:
- Sta bene.
Non desidero altro.
E si mosse per uscire.
- Caterina! - chiamò don Ippolito, quand'ella era già presso l'uscio.
- Te ne vai così? Forse non ci rivedremo mai più...
Tu sei venuta qua...
- Come dall'altro mondo...
- diss'ella, crollando il capo.
- E non t'avrei riconosciuta, - soggiunse il fratello.
- Perché...
attendi un po' qua: ti farò vedere come io ti ricordavo, Caterina.
Corse a prendere dallo scrigno nella camera da letto il medaglioncino in miniatura, e glielo mostrò:
- Guarda...
Ti ricordi?
Donna Caterina provò dapprima come un urto violento alla vista della sua immagine giovanile, e ritrasse il capo; poi prese dalle mani di lui il medaglioncino, si appressò al balcone e si mise a contemplarlo.
Da un pezzo quegli occhi quasi spenti non avevano più lacrime, e l'ebbero.
Pianse silenziosamente anche lui, il fratello.
- Lo vuoi? - le disse infine.
Ella negò col capo, asciugandosi gli occhi col fazzoletto listato di nero, e gli porse in fretta il medaglioncino.
- Morta, - disse.
- Addio.
Don Ippolito l'accompagnò a piè della villa; l'ajutò a montare in vettura; le baciò lungamente la mano; poi la seguì con gli occhi, finché la vettura non svoltò dal breve viale a manca per uscire dal cancello.
Là uno della compagnia, in divisa borbonica, pensò bene d'impostarsi militarmente per presentar le armi.
Don Ippolito se n'accorse e si scrollò rabbiosamente.
- Codeste pagliacciate! - muggì fulminando con gli occhi capitan Sciaralla, che si trovava presso il vestibolo.
Risalì alla villa, si chiuse in camera, e di lì mandò a far le scuse a don Illuminato, se per quel giorno non lo tratteneva a desinare con lui.
Monsignor Montoro arrivò alle quattro del pomeriggio con la sua vettura silenziosa, tirata da un pajo di vispi muletti accappucciati.
Lo accompagnava Vincente De Vincentis, l'arabista, che aveva lasciato quel giorno la biblioteca di Itria per il vicino palazzo vescovile e s'era sfogato a parlare per tutti i giorni e i mesi, in cui, quasi avesse lasciato la lingua per segnalibro tra un foglio e l'altro di quei benedetti codici arabi, restava muto come un pesce.
Aveva parlato anche in vettura, durante il tragitto, con certi scatti e schizzi e sbruffi che gli scotevano tutto il corpicciuolo ossuto, sparuto, convulso.
Gli occhi duri, dietro le lenti fortissime da miope, nel volto scavato, sanguigno, avevano la fissità della pazzia.
Parecchie volte il vescovo con le mani molli feminee e la voce melata, dalle inflessioni misurate e quasi soffuse di pura autorità protettrice, gli aveva consigliato calma, calma; gli consigliò adesso, piano, prudenza, prudenza, oltrepassando il cancello della villa tra il riverente ossequio degli uomini di guardia; e, di nuovo, col gesto, prudenza, prima di smontare dalla vettura.
I due ospiti furono subito introdotti da Liborio nel salone; ma confidenzialmente il vescovo si permise d'uscire sul terrazzo marmoreo aggettato su le colonne del vestibolo esterno, per godere del grandioso spettacolo della campagna e del mare.
Si delineava tutta di lassù la lontana riviera su l'aspro azzurro del mare sconfinato, da Punta Bianca, a levante, che pareva uno sprone d'argento, via via, con insenature e lunate più o meno lievi fino a Monte Rossello a ponente, di cui soltanto nella notte si vedeva il faro sanguigno.
Solo per breve tratto, quasi nel mezzo della dolce amplissima curva, la riviera era interrotta dalla foce dell'Hypsas.
Don Ippolito sopravvenne poco dopo, premuroso, non ancor ben rimesso dal grave turbamento che la visita della sorella gli aveva cagionato.
- Ho condotto con me il nostro De Vincentis, - disse subito monsignor Montoro, - perché vorrebbe vedere non so che cosa nel vostro Museo, caro principe.
Lo farete accompagnare, e noi resteremo qua, su questo pergamo di delizia: non saprei staccarmene.
Ma prima il De Vincentis vorrebbe rivolgervi una preghiera.
- Sì, - scattò questi, come se avesse ricevuto una scossa elettrica.
- Volevo venire da solo, questa mattina stessa.
Monsignore, invece, no, dice, meglio che vieni con me.
È una cosa molto seria, molto seria...
- Sentiamo, - disse il principe, invitandolo col gesto a rimettersi a sedere sulla seggiola di giunco del terrazzo.
Il De Vincentis si curvò goffamente per vedere dove fosse la seggiola; poi, sedendo e afferrando i bracciuoli con le piccole mani secche e adunche, proruppe:
- Don Ippolito, rovinati! rovinati!
- Ma no...
ma no...
- si provò a correggere Monsignore, protendendo la mano gravata dall'anello vescovile.
- Rovinati, Monsignore, mi lasci dire! - ribatté il De Vincentis; e le cave gote sanguigne gli diventarono livide.- E causa della rovina è mio fratello Niní! È andato lui dal...
dal...
Ancora una volta le mani del vescovo si protesero; il De Vincentis le intravide a tempo e si poté tenere.
Ma già il principe aveva compreso.
- Dal Salvo, - disse pacatamente.
- So che gli avete ceduto...
- Ninì! Ninì! - squittì il De Vincentis.
- Primosole...
Ninì! Lui gliel'ha ceduto...
Non so nulla io; nulla di nulla; al bujo, cieco...
E lui più cieco di me, stupido, pazzo, innamorato...
Come dice? Transeat per Primosole...
Sì! Ci ho fatto la croce...
benché...
benché il podere solo, sa, è stato pagato, e in un modo che fa ridere...
- Ma no, perché? - interruppe di nuovo, serio, Monsignore.
- Piangere, allora! - rimbeccò il De Vincentis, che aveva già perduto le staffe.
- Va bene? Ottantacinquemila lire, e la villa in groppa! La villa di mia madre, là...
E con la mano accennò verso levante, oltre il greppo dello Sperone, al colle più alto, detto di Torre che parla, dall'aspetto d'un leone posato, a cui faceva da giubba un folto bosco di ulivi.
- Quarantaduemila, - riprese,- erano di cambiali scadute: il resto, sfumato, volato via in meno di due anni? Dove? ora sento che si tratta di cedere al Salvo anche le terre di Milione.
E che ci resta? I debiti col Salvo...
gli altri debiti...
Lo so, ho saputo...
Lei sposerà, dice, la sorella...
donna Adelaide...
- E che c'entra? - domandò, stordito, dolente, il principe, guardando monsignor Montoro.
- Mi congratulo, badi, mi congratulo...
- soggiunse subito il De Vincentis, rosso come un gambero.
- Noi però siamo rovinati!
E si alzò per non far vedere le lagrime sotto le lenti cerchiate d'oro.
Don Ippolito guardò di nuovo il vescovo.
senza comprendere.
- Vi dirò, - disse questi con tono grave, di risentimento per la disubbidienza del giovine e calò su gli occhi chiari, pallidi, globulenti, le palpebre esilissime come veli di cipolla.
- Vi dirò.
So che Flaminio Salvo ha già fatto donazione alla sorella delle terre di Primosole e che è disposto a farle donazione, quando sarà, anche di quelle del feudo di Milione.
Ma sono addolorato del modo con cui il nostro Vincente si è espresso, perché...
perché non è il modo, codesto, di parlare di persone onorandissime, da cui forse, senza saperlo, abbiamo ricevuto qualche beneficio.
Il De Vincentis, che stava con le spalle voltate ad asciugarsi gli occhi, si voltò a queste ultime parole del vescovo.
- Beneficio?
- Sì, figliuolo.
Tu non puoi comprenderlo perché disgraziatamente non ti sei dato mai cura de' tuoi affari.
Vedi ora il dissesto e senti il bisogno d'incolparne qualcuno, a torto; invece di portarvi rimedio.
Non eri venuto qua per questo?
Il De Vincentis, che non poteva ancora parlare dalla commozione, chinò più volte il capo.
- È meglio - riprese Monsignore, - che tu vada giù; col vostro permesso, principe.
Esporrò io il tuo desiderio.
Don Ippolito si alzò e invitò il De Vincentis a seguirlo; poi, su la scala, lo affidò a Liborio, cui diede la chiave del Museo, e ritornò dal vescovo, che lo accolse con un sospiro, scotendo le mani intrecciate.
- Due sciagurati, lui e il fratello! Flaminio Salvo, vi assicuro, principe, ha usato loro un trattamento da vero amico.
Senz'alcuna...
non diciamo usura per carità, non se ne parla nemmeno; senz'alcun interesse ha prestato loro dapprima somme rilevantissime; ha avuto poi offerta da loro stessi una terra, di cui egli, banchiere, dedito ai commercii, capirete, non sa che farsi: un altro creditore avrebbe mandato al pubblico incanto la terra, per riavere il suo danaro.
Egli invece ha fatto all'amichevole e ha continuato a tenere aperta la cassa ai due fratelli che spendono, spendono...
non so come, in che cosa...
senza vizii, poverini, bisogna dirlo, ottimi, ottimi giovani, ma di poco cervello.
Il fatto è che navigano proprio in cattive acque.
- Vorrebbero ajuto da me? - domandò don Ippolito, con un tono che lasciava intendere che sarebbe stato dispostissimo a darlo.
- No, no, - rispose afflitto Monsignore.
- Una preghiera che, stimo, non potrà avere alcun effetto.
Il De Vincentis crede che Ninì, suo fratello minore, sia innamorato della figlia di Flaminio Salvo, e...
- E...? - fece il principe.
Ma aveva già compreso; e il dialogo terminò sicilianamente in uno scambio di gesti espressivi.
Don Ippolito si pose le mani sul petto e domandò con gli occhi: «Dovrei farne io la richiesta al Salvo?».
Monsignore assentì malinconicamente col capo; col capo dapprima negò l'altro, poi alzò le spalle e una mano a un gesto vago, per significare: «Non lo faccio; ma quand'anche lo facessi?...».
Monsignore sospirò, e basta.
Stettero un pezzo in silenzio entrambi.
Don Ippolito, già da parecchi anni, avvertiva confusamente che quel monsignor Montoro gli era non tanto davanti agli occhi, quanto nello spirito, un grave ingombro, quasi che col peso inerte di quelle sue carni rosee troppo curate si adagiasse a impedire che tante cose attorno a lui e per mezzo di lui si movessero.
Quali, in verità, non avrebbe saputo dire; ma certo, con quella figura lì, con quella mollezza rosea inerte ingombrante, molte e molte colui doveva trascurarne, che forse un altro, al posto suo, più àlacre e men femineo, avrebbe mosse, anzi scosse e avviate.
Dal canto suo, Monsignore avvertiva, che tra lui e il principe c'era un sentimento non ben definibile, che spesso da una parte e dall'altra s'arricciava, si ritraeva, lasciando tra loro un vuoto impiccioso, dal quale venisse dentro a ciascuno de' due una certa lieve acredine rodente.
Forse questo vuoto era fatto da un argomento, che Monsignore sapeva di non poter toccare, e che pure era tanta parte della vita del principe: cioè, i suoi studii archeologici, il suo culto per le antiche memorie.
Non poteva toccarlo, quest'argomento, per timore che fosse pretesto a don Ippolito di riparlargli d'una cosa, di cui egli, uomo di mondo e senza ubbìe d'alcuna sorta, non voleva sapere.
Più volte il principe aveva cercato d'indurlo a consacrare almeno una piccola parte della sua cospicua mensa vescovile al restauro dell'antico Duomo, insigne monumento d'arte normanna, deturpato nel Settecento da orribili sostruzioni di stucco e volgarissime dorature.
Egli s'era rifiutato, dicendogli che, se mai fosse riuscito a metter da parte qualche risparmio, lo avrebbe piuttosto destinato a costituire una rendita, per cui al convento di Sant'Alfonso, lì presso la cattedrale, potessero ritornare i Padri Liguorini cacciati dopo il 1860.
A don Ippolito non importava nulla dei miglioramenti arrecati alla sua città natale dalle nuove amministrazioni succedute alle decurie e agli intendenti del suo tempo.
Per quanto non si desse requie nella lotta e mostrasse animo risoluto a raggiungerne il fine, non aveva più fiducia, in fondo, di potere un giorno rivedere la città, da cui s'era esiliato.
La vedeva col pensiero, com'era prima di quell'anno fatale, ancora coi burgi e gli stazzoni, cioè coi pagliaj e le fornaci nella piazza paludosa fuori Porta di Ponte; ancora coi tre crocioni del Calvario sul declivio del colle, da cui ogni anno, il venerdì santo, si faceva la predica a tutto il popolo lì adunato, e ancora con l'antico giardinetto che un suo amico devoto, il colonnello Flores, comandante la guarnigione borbonica, per ingraziarsi gli animi dei cittadini, vi aveva fatto costruire dieci anni prima della rivoluzione.
Sapeva che quel giardinetto era stato abbattuto per ingrandire il piano dalla parte che guarda il mare; e sapeva che su la vasta piazza sorge adesso un gran palazzo, destinato agli ufficii della Provincia e sede della Prefettura.
Ma anche questa era per lui un'usurpazione indegna, perché la prima pietra di quel palazzo era stata posta nel 1858 da un munifico vescovo, che voleva farne un grande ospizio per i poveri, onde ancora i vecchi lo chiamavano il Palazzo della Beneficenza.
Gli sarebbe piaciuto che il Duomo fosse restaurato da monsignor Montoro, perché le chiese...
eh, quelle non erano edifizii che la nuova gente potesse aver piacere d'abbellire; ed eran la sola cosa, di cui egli sentisse profondo il rimpianto.
Gli arrivavano lì, nel suo esilio, le voci delle campane delle chiese più vicine.
Egli le riconosceva tutte, e diceva: - Ecco, ora suona la Badìa Grande...
ora suona San Pietro...
ora suona San Francesco...
Arrivò, anche quella sera, a rompere il lungo silenzio, in cui egli e il vescovo lì sul terrazzo eran caduti, il suono dell'avemaria dalla chiesetta di San Pietro.
Il cielo, poc'anzi d'un turchino intenso, s'era tutto soffuso di viola; e sotto, nella campagna già raccolta nella prima ombra, spiccava tra i mandorli spogli una fila di alti cipressi notturni, come un vigile drappello a guardia del vicino tempio della Concordia, maestoso, sul ciglione.
Monsignor Montoro si tolse lo zucchetto, si curvò un poco, chiudendo gli occhi; il principe si segnò, e tutti e due recitarono mentalmente la preghiera.
- Avete sentito di questi scandali, - disse poi il vescovo gravemente, - che turberanno certo la nostra tranquilla diocesi?
Don Ippolito chinò più volte il capo, con gli occhi socchiusi.
- È stata qui mia sorella.
- Qui? - domandò con vivo stupore il vescovo.
Don Ippolito allora gli parlò brevemente della visita e della violenta scossa ch'egli ne aveva avuto.
- Oh comprendo! comprendo! - esclamò Monsignore, scotendo le bianche mani intrecciate e socchiudendo gli occhi anche lui.
- Come ridotta...
- sospirò don Ippolito profondamente.
Per cangiar tono al discorso, monsignor Montoro, dopo aver tirato dentro aria e aria, sbuffò:
- E intanto il nostro paladino vuol montare a ogni costo in arcione; e sarà un nuovo scandalo, che avrei voluto almeno evitare...
- Capolino? - domandò, accigliandosi, don Ippolito.
- Battersi?
- Ma sì! Aggredito...
- Lui? Il Prèola!
- Lui, anche lui! Non sapete tutto, dunque? Il nostro Capolino fu aggredito la mattina da un tal Verònica, che si trovava insieme con l'Agrò, che tanto m'addolora...
- Non me lo disse, - mormorò quasi tra sé don Ippolito.
- Perché pare, - spiegò Monsignore, - almeno a quel che si dice in paese, pare che l'Auriti non sapesse della rissa della mattina.
Basta.
Bisognerà chiudere un occhio, perché lo sfregio, eh, lo sfregio è stato molto grave: gli hanno strappato il giornale in faccia, su la pubblica via...
Sapete che il nostro Capolino è focoso, cavaliere compito...
Non è stato possibile ridurlo a ragione, all'osservanza del precetto cristiano...
Ha già mandato il cartello di sfida...
- So che tira bene di spada, - disse don Ippolito, cupo e fiero.
- In fin dei conti, non sarà male dare una lezione a uno di costoro per abbassare a tutti la cresta.
Per me, Monsignore, l'ho dichiarato alla stessa mia sorella, lotta senza quartiere!
- Ma sì! la vittoria, la vittoria sarà nostra senza dubbio, - concluse il vescovo.
Seguì un altro silenzio; poi Monsignore domandò, riscotendosi:
- Landino? - come se per caso gli fosse venuto di far quella domanda, ch'era in fondo la vera ragione della sua visita.
Aveva combinato lui quelle prossime nozze di Adelaide Salvo con don Ippolito; aveva lasciato intendere a questo che solo per un riguardo a lui Flaminio Salvo consentiva che la sorella contraesse quel matrimonio illegittimo, almeno a giudizio della società civile; ma voleva - ed era giusto - che il figlio del primo letto riconoscesse la seconda madre, e fosse presente alla celebrazione religiosa: trattando con gentiluomini di quella sorte, questo solo atto di presenza gli sarebbe bastato.
Don Ippolito s'infoscò.
Dopo una lunga lotta con se stesso, aveva scritto al figlio che gli era cresciuto sempre lontano; prima a Palermo nella casa dei Montalto, poi a Roma, e col quale perciò non aveva alcuna confidenza.
Lo sapeva d'idee e di sentimenti al tutto opposti ai suoi, quantunque non fosse mai venuto con lui ad alcuna discussione.
Era molto malcontento del modo con cui gli aveva comunicato la decisione di contrarre queste seconde nozze e del modo con cui gli aveva espresso il desiderio di averlo a Colimbètra per l'avvenimento.
Troppe ragioni in iscusa: la solitudine, l'età, il bisogno di cure affettuose...
Gli pareva d'essersi avvilito agli occhi del figlio.
Il disgusto però e l'avvilimento non erano soltanto per effetto d'una lettera mal riuscita: provenivano da una causa più intima e profonda nel cuore di lui.
Senza troppo volerlo da principio, s'era lasciato persuadere a ridurre a effetto un disegno stimato su le prime inattuabile; superato l'ostacolo della sua grave pretesa, trovata la sposa, stabilite le nozze, d'un tratto s'era veduto stretto da un impegno non ben ponderato avanti, e non aveva potuto più tirarsi indietro per nessuna ragione.
La famiglia Salvo, se non aveva titoli nobiliari, era pur d'antico sangue, conveniente l'età della sposa; nulla in fondo da ridire su l'immagine che gli avevano mostrata di donna Adelaide in una fotografia; e poi la soddisfazione per la deferenza ai suoi principii politici e religiosi...
Sì, sì; ma la memoria venerata di donna Teresa Montalto? e l'avvilimento per la coscienza della propria debolezza? Non aveva saputo resistere allo sgomento che gl'incuteva segretamente, da qualche tempo in qua, la solitudine, la sera, quando si chiudeva in camera e, guardandosi le mani, si dava a pensare che...
sì, la morte è sempre accanto a tutti, bimbi, giovani, vecchi, invisibile, pronta a ghermire da un momento all'altro; ma allorché man mano si fa sempre più prossimo il limite segnato alla vita umana e già per tanti anni e tanto cammino si è sfuggiti comunque all'assalto di questa compagna invisibile, scema da un canto, grado grado, l'illusione d'un probabile scampo, e cresce dall'altro e s'impone il sentimento gelido e oscuro della tremenda necessità di incontrarla, di trovarsi a un tratto a tu per tu con essa in quella strettura del tempo che avanza.
E sentiva mancarsi il respiro; si sentiva stringer la gola da un'angoscia inesprimibile.
Le sue mani gli facevano orrore.
Soltanto le mani in lui, per ora, erano da vecchio: ingrossate le nocche, la pelle aggrinzita.
Sì, le sue mani avevano cominciato a morire.
Gli si intorpidivano spesso.
E non poteva più, la notte, stando a giacer supino sul letto, vedersele congiunte sul ventre.
Ma quella era pure la sua positura naturale: doveva distendersi così per conciliare il sonno.
Ebbene, no: si vedeva morto, con quelle mani fredde come di pietra sul ventre; e subito si scomponeva, prendeva un'altra positura, e smaniava a lungo.
Per questo aveva manifestato il desiderio d'un'intima compagnia; e il desiderio, ecco, si attuava; ma egli ne provava in segreto stizza e avvilimento.
Gli pareva che questo suo desiderio avesse acquistato su lui una volontà che non era più la sua.
Altri infatti lo aveva assunto e lo guidava e trascinava lui, che non poteva più opporsi: come il cavallo, che aveva dato la prima spinta a una vettura in discesa, ora dalla vettura stessa si sentiva premere e spingere suo malgrado.
- Nessuna risposta? - soggiunse Monsignore, per rompere subito il fosco silenzio in cui il principe s'era chiuso.
- Bene, bene; tanto per sapere.
Risponderà.
Intanto...
ecco: abbiamo parlato con Flaminio circa alla presentazione.
Si può fare a Valsanìa, è vero? Donna Adelaide scenderà a visitar la nipote e la povera cognata; voi, di qua stesso, per lo stradone, senza toccar la città, vi recherete a visitare il fratello e i vostri ospiti.
Va bene così? In settimana.
Sceglierete voi il giorno.
- Subito, - disse il principe, riavendosi con una mossa energica.
- Domani.
- Troppo presto...
- osservò sorridendo Monsignore.
- Bisognerà avvertire...
dar tempo...
Doman l'altro poi, no: è martedì.
Le donne, sapete bene, badano a codeste cose.
Sarà per mercoledì.
E si alzò, con stento e con riguardo per la sua molle rosea grassezza donnescamente curata, sospirando:
- Bene eveniat! Quel povero figliuolo...
- soggiunse poi, alludendo al De Vincentis.
- Si trovasse modo di tranquillarlo...
Ne sarei proprio lieto...
Mah!
A piè della scala monsignor Montoro trattenne il principe e, indicando la porta del Museo ove era il De Vincentis, disse piano:
- Non vi fate vedere.
Lo saluterete dal terrazzo.
Buona sera.
Il principe gli baciò la mano e risalì la scala.
Poco dopo dal terrazzo s'inchinò al vescovo e salutò con la mano il De Vincentis che si scappellava, evidentemente senza scorgerlo.
Rimase lì, seduto presso la balaustrata a guardar nella campagna l'ombra che man mano s'incupiva, la striscia rossastra del crepuscolo che diveniva livida e quasi fumosa sul cerulo mare lontano, su cui, laggiù in fondo, nereggiavano gli uliveti di Montelusa, a destra della lucida foce dell'Hypsas.
In mezzo al cielo cominciava ad accendersi la falce della luna.
Don Ippolito guardò i Tempii che si raccoglievano austeri e solenni nell'ombra, e sentì una pena indefinita per quei superstiti d'un altro mondo e d'un'altra vita.
Tra tanti insigni monumenti della città scomparsa solo ad essi era toccato in sorte di veder quegli anni lontani: vivi essi soli già, tra la rovina spaventevole della città; morti ora essi soli in mezzo a tanta vita d'alberi palpitanti, nel silenzio, di foglie e d'ali.
Dal prossimo poggio di Tamburello pareva che movesse al tempio di Hera Lacinia, sospeso lassù, quasi a precipizio sul burrone dell'Akragas, una lunga e folta teoria d'antichi chiomati olivi; e uno era là, innanzi a tutti, curvo sul tronco ginocchiuto, come sopraffatto dalla maestà imminente delle sacre colonne; e forse pregava pace per quei clivi abbandonati, pace da quei Tempii, spettri d'un altro mondo e di ben altra vita.
Sonò a un tratto, nel bujo sopravvenuto, il chiurlo lontano d'un assiolo, come un singulto.
Don Ippolito si sentì stringere improvvisamente la gola da un nodo di pianto.
Guardò le stelle che già sfavillavano nel cielo, e gli parve che al loro lucido tremolìo rispondesse dalle campagne deserte il tremulo canto sonoro dei grilli.
Poi vide oltre il burrone del fiume, a levante, vacillare il lume di quattro lanterne cieche su per l'aspro greppo dello Sperone.
Era Sciaralla, che si arrampicava coi tre compagni per montar la vana guardia alla casermuccia lassù.
CAPITOLO QUINTO
Appena il primo albore filtrò lieve attraverso le foglie coriacee del caprifico in fondo alla vigna, Mauro Mortara, che vi stava sotto, con le spalle appoggiate al tronco, aggrottò le ciglia, ritirò le braccia e stirò la schiena rugliando; poi s'allargò tutto in un lungo sbadiglio e si rilassò richiudendo gli occhi come a cercar di nuovo il tepido bujo del sonno; ma udì un gallo cantare da un'aja lontana, un altro da più lontano rispondere; udì un frullo d'ali vicino, e si riscosse.
I tre mastini, accucciati sotto l'albero intorno a lui, lo guardavano con occhi umidi, intenti, salutandolo amorosamente con la coda.
Ma il padrone li guatò, seccato che lo avessero veduto dormire; poi si guatò le gambe distese aperte, rigide, su la terra cretosa della vigna; si scrollò dalle spalle il cappotto d'albagio; si stropicciò gli occhi acquosi col dorso delle mani, cavò in fine dalla sacca, pendula da un ramo, tre tozzi di pan secco e li buttò in bocca alle bestie; si tirò su su in piedi e, appeso il cappotto all'albero, lo schioppo alla spalla, si mosse ancor mezzo trasognato per la vigna.
Non gli riusciva più vegliar tutta la notte: guardingo, a una cert'ora, come se qualcuno se ne potesse accorgere, andava a rintanarsi sotto quel caprifico; per poco, diceva a se stesso; ma stentava a destarsi di giorno in giorno vieppiù.
Le gambe non eran più quelle d'una volta; anche la forza del polso non era più quella.
Ah, la sua bella vigna! Forse il vino di quell'anno lo avrebbe ancora bevuto; ma quello dell'anno venturo? Diede una spallata, come per dire: «Oh, alla fin fine...», e tornò a sbadigliare a quella prima luce del giorno che pareva provasse pena a ridestare la terra alle fatiche; guardò la distesa vasta dei campi, da cui tardava a diradarsi l'ultimo velo d'ombra della notte; poi si voltò a guardare il mare, laggiù, d'un turchino fosco, vaporoso, di tra le agavi ispide e i pingui ceppi glauchi dei fichidindia, che sorgevano e si storcevano in quella scialba caligine.
La luna calante, sorta tardi nella notte, era rimasta a mezzo cielo, sorpresa dal giorno, e già smoriva nella crudezza della prima luce.
Qua e là nella campagna entro quel velo lieve di nebbiolina bianchiccia fumigavano i fornelli dove si bruciava il mallo delle mandorle, e quel fumichìo nell'immobilità dell'aria, saliva dritto al cielo.
Tuttavia, da due giorni, Mauro Mortara era meno aggrondato.
Guardava ancora in cagnesco la villa; ma poi, pensando che Flaminio Salvo ogni mattina, a quell'ora, se ne partiva in carrozza o per Girgenti o per Porto Empedocle, e che non vi ritornava se non a tarda sera, tirava un respiro di sollievo,
Come se la vista del cascinone gli diventasse più lieve, sapendo che colui non c'era.
Vi rimanevano, sì, coi servi, la moglie e la figliuola; ma quella, una povera pazza, tranquilla e innocua; e questa...
- pareva impossibile! - questa, quantunque figlia di quel «malo cristiano», non era cattiva, no, anzi...
E Mauro, senza volerlo, volse in giro uno sguardo per vedere se donna Dianella fosse già per la vigna.
In pochi giorni, da che era a Valsanìa, s'era rimessa quasi del tutto; si levava per tempo, ogni mattina; aspettava che il padre partisse con la carrozza, e veniva a raggiunger lui là per la vigna, e gli domandava tante cose della campagna: degli olivi, come si governano; dei gelsi, che a marzo colgono sangue di nuovo e, quando sono in amore, per gettare, son molli come una pasta, poi si fermava sotto l'ombrellone del pino solitario laggiù dove l'altipiano strapiomba sul mare, per assistere alla levata del sole dalle alture della Crocca, in fondo in fondo all'orizzonte, livide prima, poi man mano cerulee, aeree e quasi fragili.
Il primo a indorarsi al sole, ogni mattina, era quel pino là, che si stagliava maestoso su l'azzurro aspro e denso del mare, su l'azzurro tenue e vano del cielo.
In pochi giorni Dianella aveva fatto il miracolo: l'orso era domato.
L'aria del volto, la nobiltà gentile e pure altera del portamento, la dolcezza mesta dello sguardo e del sorriso, la soavità della voce avevano fatto il miracolo, pianamente, naturalmente, andando incontro e vincendo la ruvidezza ombrosa del vecchio selvaggio.
Parlando, a volte, ella aveva nella voce e negli sguardi certe improvvise opacità, come se, di tratto in tratto, l'anima le si partisse dietro qualche parola e le andasse lontano lontano, chi sa dove; smarrita, se tardava a ritornarle, domandava: «Che dicevamo?» e sorrideva, perché lei stessa non sapeva spiegarsi ciò che le era avvenuto.
Spesso anche, a ogni minimo tocco rude della realtà, provava quasi un improvviso sgomento, o, piuttosto, l'impressione di un'ombra fredda che le si serrasse attorno, e aggrottava un po' le ciglia.
Subito però cancellava con un altro dolce sorriso il gesto ombroso involontario, sgranando e ilarando gli occhi, rinfrancata.
«Perché mi si dovrebbe far male?» pareva dicesse a se stessa.
«Non vado innanzi alla vita, fiduciosa e serena?»
La fiducia le raggiava da ogni atto, da ogni sguardo, e avvinceva.
Anche quei tre mastini feroci del Mortara bisognava vedere che festa le facevano ogni volta! Si voltavano anch'essi, or l'uno or l'altro, a guardare verso la villa, come se l'aspettassero.
E Mauro, per non allontanarsi troppo, s'indugiava a esaminare ora questo ora quel tralcio, i cui grappoli, tesori gelosamente custoditi, aveva già mostrati quasi a uno a Dianella, gongolando accigliato alle lodi ch'ella gli profondeva tra vivaci esclamazioni di meraviglia:
- Uh, quanti qua!
- Carica, eh? E questo tralcio, guardate...
- Un albero...
pare un albero!
- E qua, qua...
- Oh, più uva che pampini! E può sostenerla tant'uva, questa vite?
- Se non avrà male dal tempo...
- Che peccato sarebbe! E questa? - domandava, vedendo qualche vite atterrata.- È stato il vento? Ah, dev'essere ancora legata...
Oppure, più là:
- E questi? Vitigni selvaggi? Innesti nuovi, ho capito.
Evviva, evviva...
Ah, c'è pure compensi nella vita!
E nella voce pareva avesse la gioja dell'aria pura e del sole, quella stessa gioja che tremava nella gola delle allodole.
Per quel giorno Mauro le aveva promesso una visita al «camerone» del Generale: al «santuario della libertà».
Ma i cani, a un tratto, drizzarono le orecchie; poi l'uno dopo l'altro s'avventarono senza abbajare verso il sentieruolo sotto la vigna, sul ciglio del burrone.
- Don Ma'! Don Ma'! - chiamò poco dopo, di lì, una voce affannata.
Mauro la riconobbe per quella di Leonardo Costa, l'amico di Porto Empedocle; e chiamò a sé i cani.
- Te', Scampirro! Te', Nèula! Qua, Turco!
Ma i cani avevano riconosciuto anch'essi il Costa e s'erano fermati al limite della vigna, scodinzolandogli dall'alto.
Sopravvenne Mauro.
- Il principale? È partito? - gli domandò subito Leonardo Costa, trafelato, ansante.
Era un omaccione dalla barba e dai capelli rossi, crespi, la faccia cotta dal sole e gli occhi bruciati dalla polvere dello zolfo.
Portava agli orecchi due cerchietti d'oro; in capo, un cappellaccio bianco tutto impolverato e macchiato di sudore.
Veniva di corsa da Porto Empedocle, per la spiaggia, lungo la linea ferroviaria.
- Non so, - gli rispose Mauro, fosco.
- Per favore, date una voce di costà, che aspetti; debbo parlargli di cosa grave.
Mauro scosse il capo.
- Correte, farete a tempo...
Che vi è avvenuto?
Leonardo Costa, riprendendo la corsa, gli gridò:
- Guaj! guaj grossi alle zolfare!
- Maledetto lui e le zolfare!- brontolò Mauro tra sé.
Flaminio Salvo scendeva la scala della villa per montar su la vettura già pronta, quando Leonardo Costa sbucò dal sentieruolo a ponente, di tra gli olivi, gridando:
- Ferma! Ferma!
- Chi è? Cos'è? - domandò il Salvo, con un soprassalto.
- Bacio le mani a Vossignoria, - disse il Costa, togliendosi il cappellaccio e accostandosi senza più fiato e tutto grondante di sudore.- Non ne posso più...
Volevo venire stanotte...
ma poi...
- Ma poi? Che cos'è? che hai? - lo interruppe, brusco, il Salvo.
- Ad Aragona, a Comitini, tutti i solfaraj, sciopero! - annunziò il Costa.
Flaminio Salvo lo guardò con freddo cipiglio, lisciandosi le lunghe basette grige che, insieme con le lenti d'oro, gli davano una certa aria diplomatica, e disse, sprezzante:
- Questo lo sapevo.
- Sissignore.
Ma jersera, sul tardi, - riprese il Costa, - è arrivata a Porto Empedocle gente da Aragona e ha raccontato che tutto jeri hanno fatto l'ira di Dio nel paese...
- I solfaraj?
- Sissignore: picconieri, carusi, calcheronaj, carrettieri, pesatori: tutti! Hanno finanche rotto il filo telegrafico.
Dice che hanno assaltato la casa di mio figlio, e che Aurelio ha tenuto testa, come meglio ha potuto...
Flaminio Salvo, a questo punto, si voltò a spiare acutamente gli occhi di Dianella che s'era accostata alla vettura.
Quello sguardo strano, rivolto alla figlia a mezzo del discorso, frastornò il Costa, il quale si voltò anche lui a guardare la «signorinella», com'egli la chiamava.
Questa di pallida si fece vermiglia, poi subito pallida di nuovo.
- Dunque? - gridò Flaminio Salvo, con ira.
- Dunque, sissignore, - riprese il Costa, sconcertato.
- Guajo grosso, non c'è soldati; il paese, nelle loro mani.
Due carabinieri soli, il maresciallo e il delegato...
Che possono fare?
- E che posso fare io di qua, me lo dici? - gridò il Salvo su le furie.
- Tuo figlio Aurelio che cos'è? il signor ingegnere direttore, venuto dall'École des Mines di Parigi, che cos'è? Marionetta? Ha bisogno che gli tiri io il filo di qua, per farlo muovere?
- Ma nossignore, - disse Leonardo Costa, ritraendosi d'un passo, come se il Salvo lo avesse sferzato in faccia.
- Può star sicuro Vossignoria che mio figlio Aurelio sa quello che deve fare.
Testa e coraggio...
non tocca a dirlo a me...
ma di fronte a duemila uomini tra solfaraj e carrettieri, mi dica Vossignoria...
Del resto, il guajo è un altro, fuori del paese.
Aurelio ha mandato ad avvertirmi jeri sera che quelli hanno catturato per lo stradone gli otto carri di carbone che andavano alle zolfare di Monte Diesi.
- Ah, sí? - fece il Salvo, sghignando.
- Vossignoria sa - seguitò il Costa - che il carbone lassù per le pompe dei cantieri è come il pane pei poverelli, e anche piú necessario.
Vossignoria va a Girgenti? Vada subito dal prefetto perché mandi soldati alla stazione d'Aragona, quanti più può, per fare scorta al carbone fino alle zolfare.
Ci son sette vagoni pieni per rinnovare il deposito; i carrettieri sono in isciopero anch'essi; ma il carbone si potrà caricare su i muli e su gli asini, scortati dalla forza: ci metteranno più tempo, ma almeno si potrà scongiurare il pericolo che la zolfara grande, la Cace, Dio liberi, s'allaghi...
- E s'allaghi! s'allaghi! s'allaghi! - scattò, furente, Flaminio Salvo, levando le braccia.
- Vada tutto alla malora! Non m'importa più di niente! Io chiudo, sai! e mando tutti a spasso, te, tuo figlio, tutti, dal primo all'ultimo, tutti! Caccia via! Andiamo! - ordinò al cocchiere.
La carrozza si mosse, e Flaminio Salvo partì senza neppur voltarsi a salutare la figlia.
Alla sfuriata insolita, don Cosmo s'era affacciato a una finestra della villa e donna Sara Alàimo s'era fatta sul pianerottolo della scala.
L'uno e l'altra, e giù Dianella e il Costa rimasero come intronati.
Il Costa alla fine si scosse, alzò il capo verso la finestra e salutò amaramente:
- Bacio le mani, si-don Cosmo! Ha ragione, lui: è il padrone! Ma per quel Dio messo in croce, creda pure, si-don Cosmo mio, creda, Signorinella: non sono prepotenze! La fame è fame, e quando non si può soddisfare...
Donna Sara dal pianerottolo scrollò il capo incuffiato, con gli occhi al cielo.
- Mangia il Governo, - seguitò il Costa, - mangia la Provincia; mangia il Comune e il capo e il sottocapo e il direttore e l'ingegnere e il sorvegliante...
Che può avanzare per chi sta sotto terra e sotto di tutti e deve portar tutti sulle spalle e resta schiacciato?...
Ah Dio! Sono un miserabile, un ignorante sono; e va bene: mi pesti pure sotto i piedi finché vuole.
Ma mio figlio, no! mio figlio non me lo deve toccare! Gli dobbiamo tutto, è vero; ma anche lui, se è ancora lì, padrone mio riverito, che mi può anche schiaffeggiare, ché da lui mi piglio tutto e gli bacio anzi le mani; se ancora è lì che comanda e si gode le sue belle ricchezze, lo deve pure a mio figlio, lo deve: lei lo sa, Signorinella, e fors'anche lei, si-don Cosmo...
siamo giusti!
- Già, già, - sospirò il Laurentano dalla finestra, - l'affare delle zucche...
- Che zucche? - domandò, incuriosita, donna Sara Alàimo.
- Ma! - fece il Costa.
- Ve lo farete raccontare qualche volta dalla Signorinella qua, che conosce bene mio figlio, perché son cresciuti insieme, anche con quell'altro ragazzo, suo fratellino, che il Signore volle per sé e fu una rovina per tutti.
La povera signora, là, che me la ricordo io, bella un occhio di sole! ci perdette la ragione; e lui, povero galantuomo...
chi ha figli lo compatisce...
Dianella, col cuore gonfio per la durezza del padre, a questo ricordo non poté più reggere e per nascondere il turbamento, prese il sentieruolo per cui il Costa era venuto, e sparve tra gli olivi.
Subito donna Sara, poi anche don Cosmo invitarono il Costa ad andar su, per farlo rimettere un po' dalla corsa e non lasciarlo così sudato alla brezza del mattino.
Donna Sara avrebbe voluto far di più: offrirgli una tazzina di caffè; ma per non perdere una parola del discorso fitto fitto che il Costa aveva attaccato subito con don Cosmo sul Salvo, ora che la figliuola non poteva più sentirlo, finse di non pensarci.
- Ci conosciamo, santo Dio, ci conosciamo, si-don Co'! Che era lui, alla fin fine? Io, sì, coi piedi scalzi, ho portato in collo, lo dico e me ne vanto; in collo lo zolfo e il carbone, dalla spiaggia alle spigonare.
Il latino come dice? Necessitas non abita legge.
Sissignore; e sono stato stivatore, e me ne vanto, misero staderante agl'imbarchi per la dogana, e me ne vanto.
Lui, però, che cos'era? Di nobile casato, sissignore; ma un sensaluccio era, che veniva da Girgenti a Porto Empedocle, tutto impolverato per lo stradone della Spinasanta, perché non aveva neanche da pagarsi la carrozza o d'affittarsi un asinello, allora che la ferrovia non c'era.
E i primi pìccioli, come li fece? Lo sa Dio e tanti lo sanno, tra i morti e i morti.
Poi prese l'appalto delle prime ferrovie, insieme col cognato che ora sta a Roma, signor ingegnere, banchiere, commendatore, don Francesco Vella, che conosciamo anche lui...
- Ah, - fece donna Sara, - ha un'altra sorella, lui?
- Come no? - rispose il Costa, sospendendo gli inchini con cui aveva accompagnato ogni titolo del Vella, - donna Rosa, maggiore di tutti, moglie del - (e s'inchinò ancora una volta) - commendatore Francesco Vella, pezzo grosso dell'Amministrazione delle ferrovie adesso.
La linea qua, da Girgenti a Porto Empedocle, non la fece lui? Balla comare, che fortuna suona! Centinaja di migliaja di lire, sorella mia; denari a cappellate, come fossero stati rena...
Due ponti e quattro gallerie...
Allunga là un gomito; taglia qua a scarpa...
Poi altre imprese di linee...
Tutta la ricchezza gli è venuta di là, dico bene, si-don Co'? Ci conosciamo!
- E le zucche? le zucche? - tornò a domandare donna Sara.
Bisognò che il Costa gliela narrasse per minuto, quella famosa storia delle zucche; e donna Sara lo compensò con le più vivaci esclamazioni di stupore, di raccapriccio, d'ammirazione del vocabolario paesano, battendo di tratto in tratto le mani, per scuotere don Cosmo, il quale, conoscendo la storia, era ricaduto nel suo solito letargo filosofico.
Si scosse alla fine, ma senza aprir gli occhi; pose una mano avanti, disse:
- Però...
- Ah, sì! - riattaccò subito con enfasi il Costa, battendosi le due manacce sul petto.
- In coscienza, un'anima sola abbiamo, davanti a Dio, e debbo dire la verità.
Ma mio figlio, oh, si-don Cosmo - (e il Costa levò una mano con l'indice e il pollice giunti, in atto di pesare) - tutti i figli saranno figli, ma quello! cima! diritto come una bandiera! in tutte le scuole, il primo! Appena laureato, subito il concorso per la borsa di studio all'estero...
Erano, sorella mia, più di quattrocento giovani ingegneri d'ogni parte d'Italia: tutti sotto, tutti sotto se li mise! E mi stette fuori quattr'anni, a Parigi, a Londra, nel Belgio, in Austria.
Appena tornato a Roma, senza neanche farlo fiatare, il Governo gli diede il posto nel Corpo degli ingegneri minerarii, e lo mandò in Sardegna, a Iglesias, dove ci fece un lavoro tutto colorato su una montagna...
Sarrubbas...
non so...
ah, Sarrabus, già, dico bene, Sarrabus (parlano turco, in Sardegna), un lavoro che fa restare, sorella mia, allocchiti.
Ci stette poco, un anno, poco più, perché una Società francese, di quelle che...
i marenghi, a sacchi...
vedendo quella carta, rimase a bocca aperta.
Non lo dico perché è figlio mio; ma quanti ingegneri c'è, qua e fuorivia? se li mette in tasca tutti! Basta.
Questa Società francese, dice, qua c'è la cassa, figlio mio, tutto quello che volete.
Aurelio, tra il sì e il no d'accettare, venne qua in permesso - saranno sei o sette mesi - per consigliarsi con me e col principale, suo benefattore, ch'egli rispetta come suo secondo padre e fa bene! Il principale stesso gli sconsigliò d'accettare, perché lo volle per sé, capite? per badare alle sue zolfare d'Aragona e Comitini.
Noi diciamo: il poco mi basta, l'assai mi soverchia...
Accettò, ma ci scàpita, parola d'onore! E con tutto questo, ora...
ora è marionetta, l'avete inteso?...
Cristo sacrato!
Leonardo Costa levò un braccio, si alzò, sbuffò per il naso, scrollando il capo, e prese dalla sedia il cappellaccio bianco.
Doveva andar via subito; ma ogni qual volta si metteva a parlare di quel suo figliuolo, lustro, colonna d'oro della sua casa, non la smetteva più.
- Bacio le mani, si-don Cosmo, mi lasci scappare.
Donna Sara, servo vostro umilissimo.
- Oh, e aspettate! - esclamò questa, fingendo di ricordarsi, ora che il discorso era finito.
- Un sorsellino di caffè...
- No no, grazie - si schermí il Costa.
- Ho tanta fretta!
- Cinque minuti! - fece donna Sara, levando le mani a un gesto che voleva dire: «Non casca il mondo!».
E s'avviò.
Ma il Costa, sedendo di nuovo, sospirò, rivolto a don Cosmo:
- C'è una mala femmina, si-don Co', una mala femmina che da qualche tempo a questa parte mette male tra mio figlio e don Flaminio; io lo so!
E donna Sara non poté piú varcare la soglia: si voltò, strizzò gli occhi, arricciò il naso e chiese con una mossettina del capo: - Chi è?
- Non mi fate sparlare ancora, donna Sara mia! - sbuffò il Costa.
- Ho parlato già troppo!
Ma, tanto, donna Sara Alàimo aveva già compreso di quale mala femmina egli intendesse parlare, e uscì, esclamando con le mani per aria:
- Che mondo! che mondo!
Dianella non s'affrettò quella mattina a raggiungere Mauro alla vigna.
Quello sguardo duro del padre nell'ira, mentre il Costa parlava del pericolo da cui il figlio era minacciato in Aragona, le aveva in un baleno richiamato alla memoria un altro sguardo di lui, di tanti anni addietro, quando il fratellino era morto e la madre impazzita.
Aveva undici anni, lei, allora.
E più della morte del fratello, più della sciagura orrenda della madre le era rimasta indelebile nell'anima l'impressione di quello sguardo d'odio che a lei - ragazzetta ancor quasi ignara, incerta e smarrita tra i giuochi e la pena - aveva lanciato il padre, nel cordoglio rabbioso:
- Non potevi morir tu invece? - le aveva detto chiaramente quello sguardo.
Così.
Proprio così.
E Dianella comprendeva bene adesso perché il padre non avrebbe esitato un momento a dar la vita di lei in cambio di quella del fratello.
Tutte le cure e l'affetto e le carezze e i doni, di cui egli l'aveva poi colmata, non erano più valsi a scioglierle dal fondo dell'anima il gelo, in cui quello sguardo s'era quasi rappreso e indurito.
Spesso se n'adontava con se stessa, sentendo che il calore dell'affetto paterno non riusciva più a penetrare in lei quasi r