I VECCHI E I GIOVANI, di Luigi Pirandello - pagina 15
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Ma che altro poteva voler da lui? Salì la scala.
Era tanto oppresso d'angoscia e in preda a un'agitazione così soffocante, che dovette fermarsi per un momento davanti la soglia.
Entrare? presentarsi a lei in quello stato? No.
Doveva prima ricomporsi.
E in punta di piedi si diresse alla camera da letto.
Qua, istintivamente, s'appressò allo scrigno dove erano conservati un medaglioncino di lei in miniatura, di quand'ella era giovinetta di sedici anni, e i due biglietti che gli aveva scritti, senza intestazione e senza firma, uno da Torino, dopo la morte violenta del padre, l'altro da Girgenti, al ritorno dall'esilio dopo la morte del marito.
Il primo, più ingiallito, diceva:
«I beni, confiscati a Gerlando Laurentano dal governo borbonico, furono restituiti al figlio Ippolito da Carlo Filangieri di Satriano.
Nulla dunque mi spetta dell'eredità paterna.
La moglie e il figlio di Stefano Auriti non mangeranno il pane d'un nenico della patria».
L'altro, più laconico, diceva:
«Grazie.
Alla vedova, agli orfani, provvedono i parenti poveri di Stefano Atriti.
Da te, nulla.
Grazie».
Scostò con la mano quei due biglietti e fissò gli occhi sul medaglioncino, che egli aveva tolto dal salone della casa paterna dopo la fuga della sorella con Stefano Auriti.
Da allora - eran già quarantacinque anni - non l'aveva più riveduta!
Come avrebbe riveduto, ora, dopo tanto tempo, dopo tante vicende funeste, quella giovinetta bellissima che gli stava davanti, rosea, ampiamente scollata, nell'antica acconciatura, con quegli occhi ardenti e pensosi?
Richiuse lo scrigno, dopo aver gettato un altro sguardo su i due biglietti sprezzanti; e, grave, accigliato, s'avviò al salone.
Sollevata la tenda dell'uscio, intravide con gli occhi intorbidati dalla commozione la sorella in piedi, alta, vestita di nero.
Si fermò poco oltre la soglia, oppresso d'angoscioso stupore alla vista di quel volto disfatto, irriconoscibile.
- Caterina, - mormorò, sostando; e le tese istintivamente le braccia, pur con l'impressione in contrasto, che quella era ormai un'estranea, al tutto ignota.
Ella non si mosse: rimase lì, in mezzo al salone, cerea tra le fitte gramaglie, col volto contratto e gli occhi chiusi, altera, indurita nello spasimo di quell'attesa.
Aspettò che egli le si accostasse e gli toccò appena la mano con la sua, gelida, guardandolo ora con quegli occhi stanchi, velati di cordoglio, quasi a metà nascosti dalle palpebre, uno più, l'altro meno.
- Siedi,- disse, con gli occhi bassi, quasi intimidito, il fratello, indicando il divano e le poltrone nella parete a sinistra.
Seduti, stettero un lungo pezzo entrambi senza poter parlare, in un silenzio che fremeva d'intensa, violenta commozione.
Don Ippolito chiuse gli occhi.
La sorella, dopo aver soffocato parecchie volte con sforzo un singhiozzo che le faceva impeto alla gola, disse alla fine, con voce rauca:
- Roberto è qui.
Don Ippolito si scosse; riaprì gli occhi e, senza volere, li volse in giro per la sala, come se - smarrito tra gl'interni ricordi tumultuanti - avesse temuto un'imboscata.
- Non qui, - riprese donna Caterina, con un freddo, amaro, lievissimo sorriso, - nel tuo dominio straniero.
A Girgenti, da due giorni.
Don Ippolito, aggrondato, chinò più volte la testa per significarle che sapeva.
- E so perché è venuto, - aggiunse con voce cupa; poi levò il capo e guardò la sorella con penosissimo sforzo.
- Che potrei...
- Nulla...
oh! nulla,- s'affrettò a rispondergli donna Caterina.
- Voglio che tu lo combatta con tutte le tue forze.
Non ci mancherebbe altro, che anche tu lo sostenessi e che egli andasse su anche coi vostri voti!
- Sai bene...
- si provò a dirle il fratello.
- So, so, - troncò recisamente con un gesto della mano donna Caterina.
- Ma combatterlo, Ippolito, non col coltello alla mano, non andando a scavar le fosse, come le jene, a scoperchiare certe tombe sacre, da cui i morti potrebbero levarsi e farvi morire di paura.
- Piano, piano, - disse don Ippolito tendendo le mani che gli tremavano, non tanto per protestare, quanto per placare quell'ombra tragica della sorella così agitata.
- Io non t'intendo...
- Mi brucia le mani,- disse allora donna Caterina, gettando sul tavolinetto innanzi al divano una copia dell'Empedocle tutta brancicata.
Don Ippolito prese quel foglio, lo spiegò e cominciò a leggerlo.
- Con codeste sozze armi...
Contro un morto...
- mormorò donna Caterina, accompagnando la lettura del fratello.
Ansava, seguendo quella lettura e osservando sul volto di lui l'impressione disgustosa ch'egli ne riceveva.
- Roberto - riprese, - è andato alla redazione di codesto giornale.
Gli si è fatto innanzi l'autore dell'articolo, che è figlio, m'hanno detto, d'un tuo...
schiavo qui, il Prèola.
L'ha preso e scagliato contro una porta.
Glielo hanno strappato dalle mani...
Ora costui, armato di coltello (e l'ha cavato fuori!) minaccia d'uccidere; e questa mattina stessa è stato visto in agguato presso la mia casa.
Ma io non temo di lui; temo che Roberto si comprometta di nuovo e torni a insozzarsi le mani...
Così volete combatterlo?
Don Ippolito che, seguitando a leggere, aveva ascoltato con animo sospeso il racconto, a quest'ultima domanda si scosse, indignato, come se la sorella lo avesse percosso sul viso, accomunandolo con quell'abietto che aveva scritto l'articolo.
Si levò in piedi, alteramente; ma si frenò subito, e andò a premere un campanello.
A Liborio, che subito si presentò su la soglia:
- Il Prèola! - ordinò.
Poco dopo il vecchio segretario entrò curvo, ossequioso, anzi strisciante, quasi cacciato lì dentro a frustate.
Vestiva un'ampia e greve napoleona.
Dal colletto basso, troppo largo, la grossa testa calva, inteschiata, sbarbata, gli usciva come quella d'un vitello scorticato.
- Eccellenza...
eccellenza...
- Manda subito a chiamare tuo figlio a Girgenti, - comandò il principe.
- Che venga subito qua! Debbo parlargli.
- Eccellenza, mi conceda, - s'arrischiò a dire il Prèola, storcendosi e curvandosi vieppiù, con una mano sul petto, mentre la trama delle vene gli si gonfiava sul cranio paonazzo, - mi conceda che all'eccellentissima sua signora sorella io, umilmente...
- Basta, basta, basta! - gridò seccamente il principe.
- So io quel che debbo dire a tuo figlio.
Anzi, ascolta! Mi fa troppo schifo, e non voglio né vederlo, né parlargli.
Gli dirai tu che se si arrischia ancora a mostrare la sua laida grinta per le vie di Girgenti, tu sei messo alla strada: ti caccio via su due piedi! Inteso?
Il Prèola cavò un fazzoletto dalla tasca posteriore della napoleona e approvò, approvò più volte, asciugandosi il cranio; poi si portò il fazzoletto agli occhi e si scosse tutto per un impeto di singhiozzi: - Sforcato...
sforcato...
- gemette.
- Mi disonora, eccellenza...
Lo manderò via, a Tunisi...
Ho già fatto le pratiche...
Intanto subito, lo faccio venire qua.
Mi perdoni, mi compatisca, eccellenza.
E uscì, rinculando, ossequiando, col fazzoletto su la bocca.
Donna Caterina si alzò.
Con questo, - le disse don Ippolito, - non intendo affatto di derogare a me stesso, alla lotta per i miei principii, contro tuo figlio.
Donna Caterina alzò gli occhi a un grande ritratto a olio di Francesco II, a un altro del Re Bomba, che troneggiavano nel magnifico salone, da una parete: chinò il capo e disse:
- Sta bene.
Non desidero altro.
E si mosse per uscire.
- Caterina! - chiamò don Ippolito, quand'ella era già presso l'uscio.
- Te ne vai così? Forse non ci rivedremo mai più...
Tu sei venuta qua...
- Come dall'altro mondo...
- diss'ella, crollando il capo.
- E non t'avrei riconosciuta, - soggiunse il fratello.
- Perché...
attendi un po' qua: ti farò vedere come io ti ricordavo, Caterina.
Corse a prendere dallo scrigno nella camera da letto il medaglioncino in miniatura, e glielo mostrò:
- Guarda...
Ti ricordi?
Donna Caterina provò dapprima come un urto violento alla vista della sua immagine giovanile, e ritrasse il capo; poi prese dalle mani di lui il medaglioncino, si appressò al balcone e si mise a contemplarlo.
Da un pezzo quegli occhi quasi spenti non avevano più lacrime, e l'ebbero.
Pianse silenziosamente anche lui, il fratello.
- Lo vuoi? - le disse infine.
Ella negò col capo, asciugandosi gli occhi col fazzoletto listato di nero, e gli porse in fretta il medaglioncino.
- Morta, - disse.
- Addio.
Don Ippolito l'accompagnò a piè della villa; l'ajutò a montare in vettura; le baciò lungamente la mano; poi la seguì con gli occhi, finché la vettura non svoltò dal breve viale a manca per uscire dal cancello.
Là uno della compagnia, in divisa borbonica, pensò bene d'impostarsi militarmente per presentar le armi.
Don Ippolito se n'accorse e si scrollò rabbiosamente.
- Codeste pagliacciate! - muggì fulminando con gli occhi capitan Sciaralla, che si trovava presso il vestibolo.
Risalì alla villa, si chiuse in camera, e di lì mandò a far le scuse a don Illuminato, se per quel giorno non lo tratteneva a desinare con lui.
Monsignor Montoro arrivò alle quattro del pomeriggio con la sua vettura silenziosa, tirata da un pajo di vispi muletti accappucciati.
Lo accompagnava Vincente De Vincentis, l'arabista, che aveva lasciato quel giorno la biblioteca di Itria per il vicino palazzo vescovile e s'era sfogato a parlare per tutti i giorni e i mesi, in cui, quasi avesse lasciato la lingua per segnalibro tra un foglio e l'altro di quei benedetti codici arabi, restava muto come un pesce.
Aveva parlato anche in vettura, durante il tragitto, con certi scatti e schizzi e sbruffi che gli scotevano tutto il corpicciuolo ossuto, sparuto, convulso.
Gli occhi duri, dietro le lenti fortissime da miope, nel volto scavato, sanguigno, avevano la fissità della pazzia.
Parecchie volte il vescovo con le mani molli feminee e la voce melata, dalle inflessioni misurate e quasi soffuse di pura autorità protettrice, gli aveva consigliato calma, calma; gli consigliò adesso, piano, prudenza, prudenza, oltrepassando il cancello della villa tra il riverente ossequio degli uomini di guardia; e, di nuovo, col gesto, prudenza, prima di smontare dalla vettura.
I due ospiti furono subito introdotti da Liborio nel salone; ma confidenzialmente il vescovo si permise d'uscire sul terrazzo marmoreo aggettato su le colonne del vestibolo esterno, per godere del grandioso spettacolo della campagna e del mare.
Si delineava tutta di lassù la lontana riviera su l'aspro azzurro del mare sconfinato, da Punta Bianca, a levante, che pareva uno sprone d'argento, via via, con insenature e lunate più o meno lievi fino a Monte Rossello a ponente, di cui soltanto nella notte si vedeva il faro sanguigno.
Solo per breve tratto, quasi nel mezzo della dolce amplissima curva, la riviera era interrotta dalla foce dell'Hypsas.
Don Ippolito sopravvenne poco dopo, premuroso, non ancor ben rimesso dal grave turbamento che la visita della sorella gli aveva cagionato.
- Ho condotto con me il nostro De Vincentis, - disse subito monsignor Montoro, - perché vorrebbe vedere non so che cosa nel vostro Museo, caro principe.
Lo farete accompagnare, e noi resteremo qua, su questo pergamo di delizia: non saprei staccarmene.
Ma prima il De Vincentis vorrebbe rivolgervi una preghiera.
- Sì, - scattò questi, come se avesse ricevuto una scossa elettrica.
- Volevo venire da solo, questa mattina stessa.
Monsignore, invece, no, dice, meglio che vieni con me.
È una cosa molto seria, molto seria...
- Sentiamo, - disse il principe, invitandolo col gesto a rimettersi a sedere sulla seggiola di giunco del terrazzo.
Il De Vincentis si curvò goffamente per vedere dove fosse la seggiola; poi, sedendo e afferrando i bracciuoli con le piccole mani secche e adunche, proruppe:
- Don Ippolito, rovinati! rovinati!
- Ma no...
ma no...
- si provò a correggere Monsignore, protendendo la mano gravata dall'anello vescovile.
- Rovinati, Monsignore, mi lasci dire! - ribatté il De Vincentis; e le cave gote sanguigne gli diventarono livide.- E causa della rovina è mio fratello Niní! È andato lui dal...
dal...
Ancora una volta le mani del vescovo si protesero; il De Vincentis le intravide a tempo e si poté tenere.
Ma già il principe aveva compreso.
- Dal Salvo, - disse pacatamente.
- So che gli avete ceduto...
- Ninì! Ninì! - squittì il De Vincentis.
- Primosole...
Ninì! Lui gliel'ha ceduto...
Non so nulla io; nulla di nulla; al bujo, cieco...
E lui più cieco di me, stupido, pazzo, innamorato...
Come dice? Transeat per Primosole...
Sì! Ci ho fatto la croce...
benché...
benché il podere solo, sa, è stato pagato, e in un modo che fa ridere...
- Ma no, perché? - interruppe di nuovo, serio, Monsignore.
- Piangere, allora! - rimbeccò il De Vincentis, che aveva già perduto le staffe.
- Va bene? Ottantacinquemila lire, e la villa in groppa! La villa di mia madre, là...
E con la mano accennò verso levante, oltre il greppo dello Sperone, al colle più alto, detto di Torre che parla, dall'aspetto d'un leone posato, a cui faceva da giubba un folto bosco di ulivi.
- Quarantaduemila, - riprese,- erano di cambiali scadute: il resto, sfumato, volato via in meno di due anni? Dove? ora sento che si tratta di cedere al Salvo anche le terre di Milione.
E che ci resta? I debiti col Salvo...
gli altri debiti...
Lo so, ho saputo...
Lei sposerà, dice, la sorella...
donna Adelaide...
- E che c'entra? - domandò, stordito, dolente, il principe, guardando monsignor Montoro.
- Mi congratulo, badi, mi congratulo...
- soggiunse subito il De Vincentis, rosso come un gambero.
- Noi però siamo rovinati!
E si alzò per non far vedere le lagrime sotto le lenti cerchiate d'oro.
Don Ippolito guardò di nuovo il vescovo.
senza comprendere.
- Vi dirò, - disse questi con tono grave, di risentimento per la disubbidienza del giovine e calò su gli occhi chiari, pallidi, globulenti, le palpebre esilissime come veli di cipolla.
- Vi dirò.
So che Flaminio Salvo ha già fatto donazione alla sorella delle terre di Primosole e che è disposto a farle donazione, quando sarà, anche di quelle del feudo di Milione.
Ma sono addolorato del modo con cui il nostro Vincente si è espresso, perché...
perché non è il modo, codesto, di parlare di persone onorandissime, da cui forse, senza saperlo, abbiamo ricevuto qualche beneficio.
Il De Vincentis, che stava con le spalle voltate ad asciugarsi gli occhi, si voltò a queste ultime parole del vescovo.
- Beneficio?
- Sì, figliuolo.
Tu non puoi comprenderlo perché disgraziatamente non ti sei dato mai cura de' tuoi affari.
Vedi ora il dissesto e senti il bisogno d'incolparne qualcuno, a torto; invece di portarvi rimedio.
Non eri venuto qua per questo?
Il De Vincentis, che non poteva ancora parlare dalla commozione, chinò più volte il capo.
- È meglio - riprese Monsignore, - che tu vada giù; col vostro permesso, principe.
Esporrò io il tuo desiderio.
Don Ippolito si alzò e invitò il De Vincentis a seguirlo; poi, su la scala, lo affidò a Liborio, cui diede la chiave del Museo, e ritornò dal vescovo, che lo accolse con un sospiro, scotendo le mani intrecciate.
- Due sciagurati, lui e il fratello! Flaminio Salvo, vi assicuro, principe, ha usato loro un trattamento da vero amico.
Senz'alcuna...
non diciamo usura per carità, non se ne parla nemmeno; senz'alcun interesse ha prestato loro dapprima somme rilevantissime; ha avuto poi offerta da loro stessi una terra, di cui egli, banchiere, dedito ai commercii, capirete, non sa che farsi: un altro creditore avrebbe mandato al pubblico incanto la terra, per riavere il suo danaro.
Egli invece ha fatto all'amichevole e ha continuato a tenere aperta la cassa ai due fratelli che spendono, spendono...
non so come, in che cosa...
senza vizii, poverini, bisogna dirlo, ottimi, ottimi giovani, ma di poco cervello.
Il fatto è che navigano proprio in cattive acque.
- Vorrebbero ajuto da me? - domandò don Ippolito, con un tono che lasciava intendere che sarebbe stato dispostissimo a darlo.
- No, no, - rispose afflitto Monsignore.
- Una preghiera che, stimo, non potrà avere alcun effetto.
Il De Vincentis crede che Ninì, suo fratello minore, sia innamorato della figlia di Flaminio Salvo, e...
- E...? - fece il principe.
Ma aveva già compreso; e il dialogo terminò sicilianamente in uno scambio di gesti espressivi.
Don Ippolito si pose le mani sul petto e domandò con gli occhi: «Dovrei farne io la richiesta al Salvo?».
Monsignore assentì malinconicamente col capo; col capo dapprima negò l'altro, poi alzò le spalle e una mano a un gesto vago, per significare: «Non lo faccio; ma quand'anche lo facessi?...».
Monsignore sospirò, e basta.
Stettero un pezzo in silenzio entrambi.
Don Ippolito, già da parecchi anni, avvertiva confusamente che quel monsignor Montoro gli era non tanto davanti agli occhi, quanto nello spirito, un grave ingombro, quasi che col peso inerte di quelle sue carni rosee troppo curate si adagiasse a impedire che tante cose attorno a lui e per mezzo di lui si movessero.
Quali, in verità, non avrebbe saputo dire; ma certo, con quella figura lì, con quella mollezza rosea inerte ingombrante, molte e molte colui doveva trascurarne, che forse un altro, al posto suo, più àlacre e men femineo, avrebbe mosse, anzi scosse e avviate.
Dal canto suo, Monsignore avvertiva, che tra lui e il principe c'era un sentimento non ben definibile, che spesso da una parte e dall'altra s'arricciava, si ritraeva, lasciando tra loro un vuoto impiccioso, dal quale venisse dentro a ciascuno de' due una certa lieve acredine rodente.
Forse questo vuoto era fatto da un argomento, che Monsignore sapeva di non poter toccare, e che pure era tanta parte della vita del principe: cioè, i suoi studii archeologici, il suo culto per le antiche memorie.
Non poteva toccarlo, quest'argomento, per timore che fosse pretesto a don Ippolito di riparlargli d'una cosa, di cui egli, uomo di mondo e senza ubbìe d'alcuna sorta, non voleva sapere.
Più volte il principe aveva cercato d'indurlo a consacrare almeno una piccola parte della sua cospicua mensa vescovile al restauro dell'antico Duomo, insigne monumento d'arte normanna, deturpato nel Settecento da orribili sostruzioni di stucco e volgarissime dorature.
Egli s'era rifiutato, dicendogli che, se mai fosse riuscito a metter da parte qualche risparmio, lo avrebbe piuttosto destinato a costituire una rendita, per cui al convento di Sant'Alfonso, lì presso la cattedrale, potessero ritornare i Padri Liguorini cacciati dopo il 1860.
A don Ippolito non importava nulla dei miglioramenti arrecati alla sua città natale dalle nuove amministrazioni succedute alle decurie e agli intendenti del suo tempo.
Per quanto non si desse requie nella lotta e mostrasse animo risoluto a raggiungerne il fine, non aveva più fiducia, in fondo, di potere un giorno rivedere la città, da cui s'era esiliato.
La vedeva col pensiero, com'era prima di quell'anno fatale, ancora coi burgi e gli stazzoni, cioè coi pagliaj e le fornaci nella piazza paludosa fuori Porta di Ponte; ancora coi tre crocioni del Calvario sul declivio del colle, da cui ogni anno, il venerdì santo, si faceva la predica a tutto il popolo lì adunato, e ancora con l'antico giardinetto che un suo amico devoto, il colonnello Flores, comandante la guarnigione borbonica, per ingraziarsi gli animi dei cittadini, vi aveva fatto costruire dieci anni prima della rivoluzione.
Sapeva che quel giardinetto era stato abbattuto per ingrandire il piano dalla parte che guarda il mare; e sapeva che su la vasta piazza sorge adesso un gran palazzo, destinato agli ufficii della Provincia e sede della Prefettura.
Ma anche questa era per lui un'usurpazione indegna, perché la prima pietra di quel palazzo era stata posta nel 1858 da un munifico vescovo, che voleva farne un grande ospizio per i poveri, onde ancora i vecchi lo chiamavano il Palazzo della Beneficenza.
Gli sarebbe piaciuto che il Duomo fosse restaurato da monsignor Montoro, perché le chiese...
eh, quelle non erano edifizii che la nuova gente potesse aver piacere d'abbellire; ed eran la sola cosa, di cui egli sentisse profondo il rimpianto.
Gli arrivavano lì, nel suo esilio, le voci delle campane delle chiese più vicine.
Egli le riconosceva tutte, e diceva: - Ecco, ora suona la Badìa Grande...
ora suona San Pietro...
ora suona San Francesco...
Arrivò, anche quella sera, a rompere il lungo silenzio, in cui egli e il vescovo lì sul terrazzo eran caduti, il suono dell'avemaria dalla chiesetta di San Pietro.
Il cielo, poc'anzi d'un turchino intenso, s'era tutto soffuso di viola; e sotto, nella campagna già raccolta nella prima ombra, spiccava tra i mandorli spogli una fila di alti cipressi notturni, come un vigile drappello a guardia del vicino tempio della Concordia, maestoso, sul ciglione.
Monsignor Montoro si tolse lo zucchetto, si curvò un poco, chiudendo gli occhi; il principe si segnò, e tutti e due recitarono mentalmente la preghiera.
- Avete sentito di questi scandali, - disse poi il vescovo gravemente, - che turberanno certo la nostra tranquilla diocesi?
Don Ippolito chinò più volte il capo, con gli occhi socchiusi.
- È stata qui mia sorella.
- Qui? - domandò con vivo stupore il vescovo.
Don Ippolito allora gli parlò brevemente della visita e della violenta scossa ch'egli ne aveva avuto.
- Oh comprendo! comprendo! - esclamò Monsignore, scotendo le bianche mani intrecciate e socchiudendo gli occhi anche lui.
- Come ridotta...
- sospirò don Ippolito profondamente.
Per cangiar tono al discorso, monsignor Montoro, dopo aver tirato dentro aria e aria, sbuffò:
- E intanto il nostro paladino vuol montare a ogni costo in arcione; e sarà un nuovo scandalo, che avrei voluto almeno evitare...
- Capolino? - domandò, accigliandosi, don Ippolito.
- Battersi?
- Ma sì! Aggredito...
- Lui? Il Prèola!
- Lui, anche lui! Non sapete tutto, dunque? Il nostro Capolino fu aggredito la mattina da un tal Verònica, che si trovava insieme con l'Agrò, che tanto m'addolora...
- Non me lo disse, - mormorò quasi tra sé don Ippolito.
- Perché pare, - spiegò Monsignore, - almeno a quel che si dice in paese, pare che l'Auriti non sapesse della rissa della mattina.
Basta.
Bisognerà chiudere un occhio, perché lo sfregio, eh, lo sfregio è stato molto grave: gli hanno strappato il giornale in faccia, su la pubblica via...
Sapete che il nostro Capolino è focoso, cavaliere compito...
Non è stato possibile ridurlo a ragione, all'osservanza del precetto cristiano...
Ha già mandato il cartello di sfida...
- So che tira bene di spada, - disse don Ippolito, cupo e fiero.
- In fin dei conti, non sarà male dare una lezione a uno di costoro per abbassare a tutti la cresta.
Per me, Monsignore, l'ho dichiarato alla stessa mia sorella, lotta senza quartiere!
- Ma sì! la vittoria, la vittoria sarà nostra senza dubbio, - concluse il vescovo.
Seguì un altro silenzio; poi Monsignore domandò, riscotendosi:
- Landino? - come se per caso gli fosse venuto di far quella domanda, ch'era in fondo la vera ragione della sua visita.
Aveva combinato lui quelle prossime nozze di Adelaide Salvo con don Ippolito; aveva lasciato intendere a questo che solo per un riguardo a lui Flaminio Salvo consentiva che la sorella contraesse quel matrimonio illegittimo, almeno a giudizio della società civile; ma voleva - ed era giusto - che il figlio del primo letto riconoscesse la seconda madre, e fosse presente alla celebrazione religiosa: trattando con gentiluomini di quella sorte, questo solo atto di presenza gli sarebbe bastato.
Don Ippolito s'infoscò.
Dopo una lunga lotta con se stesso, aveva scritto al figlio che gli era cresciuto sempre lontano; prima a Palermo nella casa dei Montalto, poi a Roma, e col quale perciò non aveva alcuna confidenza.
Lo sapeva d'idee e di sentimenti al tutto opposti ai suoi, quantunque non fosse mai venuto con lui ad alcuna discussione.
Era molto malcontento del modo con cui gli aveva comunicato la decisione di contrarre queste seconde nozze e del modo con cui gli aveva espresso il desiderio di averlo a Colimbètra per l'avvenimento.
Troppe ragioni in iscusa: la solitudine, l'età, il bisogno di cure affettuose...
Gli pareva d'essersi avvilito agli occhi del figlio.
Il disgusto però e l'avvilimento non erano soltanto per effetto d'una lettera mal riuscita: provenivano da una causa più intima e profonda nel cuore di lui.
Senza troppo volerlo da principio, s'era lasciato persuadere a ridurre a effetto un disegno stimato su le prime inattuabile; superato l'ostacolo della sua grave pretesa, trovata la sposa, stabilite le nozze, d'un tratto s'era veduto stretto da un impegno non ben ponderato avanti, e non aveva potuto più tirarsi indietro per nessuna ragione.
La famiglia Salvo, se non aveva titoli nobiliari, era pur d'antico sangue, conveniente l'età della sposa; nulla in fondo da ridire su l'immagine che gli avevano mostrata di donna Adelaide in una fotografia; e poi la soddisfazione per la deferenza ai suoi principii politici e religiosi...
Sì, sì; ma la memoria venerata di donna Teresa Montalto? e l'avvilimento per la coscienza della propria debolezza? Non aveva saputo resistere allo sgomento che gl'incuteva segretamente, da qualche tempo in qua, la solitudine, la sera, quando si chiudeva in camera e, guardandosi le mani, si dava a pensare che...
sì, la morte è sempre accanto a tutti, bimbi, giovani, vecchi, invisibile, pronta a ghermire da un momento all'altro; ma allorché man mano si fa sempre più prossimo il limite segnato alla vita umana e già per tanti anni e tanto cammino si è sfuggiti comunque all'assalto di questa compagna invisibile, scema da un canto, grado grado, l'illusione d'un probabile scampo, e cresce dall'altro e s'impone il sentimento gelido e oscuro della tremenda necessità di incontrarla, di trovarsi a un tratto a tu per tu con essa in quella strettura del tempo che avanza.
E sentiva mancarsi il respiro; si sentiva stringer la gola da un'angoscia inesprimibile.
Le sue mani gli facevano orrore.
Soltanto le mani in lui, per ora, erano da vecchio: ingrossate le nocche, la pelle aggrinzita.
Sì, le sue mani avevano cominciato a morire.
Gli si intorpidivano spesso.
E non poteva più, la notte, stando a giacer supino sul letto, vedersele congiunte sul ventre.
Ma quella era pure la sua positura naturale: doveva distendersi così per conciliare il sonno.
Ebbene, no: si vedeva morto, con quelle mani fredde come di pietra sul ventre; e subito si scomponeva, prendeva un'altra positura, e smaniava a lungo.
Per questo aveva manifestato il desiderio d'un'intima compagnia; e il desiderio, ecco, si attuava; ma egli ne provava in segreto stizza e avvilimento.
Gli pareva che questo suo desiderio avesse acquistato su lui una volontà che non era più la sua.
Altri infatti lo aveva assunto e lo guidava e trascinava lui, che non poteva più opporsi: come il cavallo, che aveva dato la prima spinta a una vettura in discesa, ora dalla vettura stessa si sentiva premere e spingere suo malgrado.
- Nessuna risposta? - soggiunse Monsignore, per rompere subito il fosco silenzio in cui il principe s'era chiuso.
- Bene, bene; tanto per sapere.
Risponderà.
Intanto...
ecco: abbiamo parlato con Flaminio circa alla presentazione.
Si può fare a Valsanìa, è vero? Donna Adelaide scenderà a visitar la nipote e la povera cognata; voi, di qua stesso, per lo stradone, senza toccar la città, vi recherete a visitare il fratello e i vostri ospiti.
Va bene così? In settimana.
Sceglierete voi il giorno.
- Subito, - disse il principe, riavendosi con una mossa energica.
- Domani.
- Troppo presto...
- osservò sorridendo Monsignore.
- Bisognerà avvertire...
dar tempo...
Doman l'altro poi, no: è martedì.
Le donne, sapete bene, badano a codeste cose.
Sarà per mercoledì.
E si alzò, con stento e con riguardo per la sua molle rosea grassezza donnescamente curata, sospirando:
- Bene eveniat! Quel povero figliuolo...
- soggiunse poi, alludendo al De Vincentis.
- Si trovasse modo di tranquillarlo...
Ne sarei proprio lieto...
Mah!
A piè della scala monsignor Montoro trattenne il principe e, indicando la porta del Museo ove era il De Vincentis, disse piano:
- Non vi fate vedere.
Lo saluterete dal terrazzo.
Buona sera.
Il principe gli baciò la mano e risalì la scala.
Poco dopo dal terrazzo s'inchinò al vescovo e salutò con la mano il De Vincentis che si scappellava, evidentemente senza scorgerlo.
Rimase lì, seduto presso la balaustrata a guardar nella campagna l'ombra che man mano s'incupiva, la striscia rossastra del crepuscolo che diveniva livida e quasi fumosa sul cerulo mare lontano, su cui, laggiù in fondo, nereggiavano gli uliveti di Montelusa, a destra della lucida foce dell'Hypsas.
In mezzo al cielo cominciava ad accendersi la falce della luna.
Don Ippolito guardò i Tempii che si raccoglievano austeri e solenni nell'ombra, e sentì una pena indefinita per quei superstiti d'un altro mondo e d'un'altra vita.
Tra tanti insigni monumenti della città scomparsa solo ad essi era toccato in sorte di veder quegli anni lontani: vivi essi soli già, tra la rovina spaventevole della città; morti ora essi soli in mezzo a tanta vita d'alberi palpitanti, nel silenzio, di foglie e d'ali.
Dal prossimo poggio di Tamburello pareva che movesse al tempio di Hera Lacinia, sospeso lassù, quasi a precipizio sul burrone dell'Akragas, una lunga e folta teoria d'antichi chiomati olivi; e uno era là, innanzi a tutti, curvo sul tronco ginocchiuto, come sopraffatto dalla maestà imminente delle sacre colonne; e forse pregava pace per quei clivi abbandonati, pace da quei Tempii, spettri d'un altro mondo e di ben altra vita.
Sonò a un tratto, nel bujo sopravvenuto, il chiurlo lontano d'un assiolo, come un singulto.
Don Ippolito si sentì stringere improvvisamente la gola da un nodo di pianto.
Guardò le stelle che già sfavillavano nel cielo, e gli parve che al loro lucido tremolìo rispondesse dalle campagne deserte il tremulo canto sonoro dei grilli.
Poi vide oltre il burrone del fiume, a levante, vacillare il lume di quattro lanterne cieche su per l'aspro greppo dello Sperone.
Era Sciaralla, che si arrampicava coi tre compagni per montar la vana guardia alla casermuccia lassù.
CAPITOLO QUINTO
Appena il primo albore filtrò lieve attraverso le foglie coriacee del caprifico in fondo alla vigna, Mauro Mortara, che vi stava sotto, con le spalle appoggiate al tronco, aggrottò le ciglia, ritirò le braccia e stirò la schiena rugliando; poi s'allargò tutto in un lungo sbadiglio e si rilassò richiudendo gli occhi come a cercar di nuovo il tepido bujo del sonno; ma udì un gallo cantare da un'aja lontana, un altro da più lontano rispondere; udì un frullo d'ali vicino, e si riscosse.
I tre mastini, accucciati sotto l'albero intorno a lui, lo guardavano con occhi umidi, intenti, salutandolo amorosamente con la coda.
Ma il padrone li guatò, seccato che lo avessero veduto dormire; poi si guatò le gambe distese aperte, rigide, su la terra cretosa della vigna; si scrollò dalle spalle il cappotto d'albagio; si stropicciò gli occhi acquosi col dorso delle mani, cavò in fine dalla sacca, pendula da un ramo, tre tozzi di pan secco e li buttò in bocca alle bestie; si tirò su su in piedi e, appeso il cappotto all'albero, lo schioppo alla spalla, si mosse ancor mezzo trasognato per la vigna.
Non gli riusciva più vegliar tutta la notte: guardingo, a una cert'ora, come se qualcuno se ne potesse accorgere, andava a rintanarsi sotto quel caprifico; per poco, diceva a se stesso; ma stentava a destarsi di giorno in giorno vieppiù.
Le gambe non eran più quelle d'una volta; anche la forza del polso non era più quella.
Ah, la sua bella vigna! Forse il vino di quell'anno lo avrebbe ancora bevuto; ma quello dell'anno venturo? Diede una spallata, come per dire: «Oh, alla fin fine...», e tornò a sbadigliare a quella prima luce del giorno che pareva provasse pena a ridestare la terra alle fatiche; guardò la distesa vasta dei campi, da cui tardava a diradarsi l'ultimo velo d'ombra della notte; poi si voltò a guardare il mare, laggiù, d'un turchino fosco, vaporoso, di tra le agavi ispide e i pingui ceppi glauchi dei fichidindia, che sorgevano e si storcevano in quella scialba caligine.
La luna calante, sorta tardi nella notte, era rimasta a mezzo cielo, sorpresa dal giorno, e già smoriva nella crudezza della prima luce.
Qua e là nella campagna entro quel velo lieve di nebbiolina bianchiccia fumigavano i fornelli dove si bruciava il mallo delle mandorle, e quel fumichìo nell'immobilità dell'aria, saliva dritto al cielo.
Tuttavia, da due giorni, Mauro Mortara era meno aggrondato.
Guardava ancora in cagnesco la villa; ma poi, pensando che Flaminio Salvo ogni mattina, a quell'ora, se ne partiva in carrozza o per Girgenti o per Porto Empedocle, e che non vi ritornava se non a tarda sera, tirava un respiro di sollievo,
Come se la vista del cascinone gli diventasse più lieve, sapendo che colui non c'era.
Vi rimanevano, sì, coi servi, la moglie e la figliuola; ma quella, una povera pazza, tranquilla e innocua; e questa...
- pareva impossibile! - questa, quantunque figlia di quel «malo cristiano», non era cattiva, no, anzi...
E Mauro, senza volerlo, volse in giro uno sguardo per vedere se donna Dianella fosse già per la vigna.
In pochi giorni, da che era a Valsanìa, s'era rimessa quasi del tutto; si levava per tempo, ogni mattina; aspettava che il padre partisse con la carrozza, e veniva a raggiunger lui là per la vigna, e gli domandava tante cose della campagna: degli olivi, come si governano; dei gelsi, che a marzo colgono sangue di nuovo e, quando sono in amore, per gettare, son molli come una pasta, poi si fermava sotto l'ombrellone del pino solitario laggiù dove l'altipiano strapiomba sul mare, per assistere alla levata del sole dalle alture della Crocca, in fondo in fondo all'orizzonte, livide prima, poi man mano cerulee, aeree e quasi fragili.
Il primo a indorarsi al sole, ogni mattina, era quel pino là, che si stagliava maestoso su l'azzurro aspro e denso del mare, su l'azzurro tenue e vano del cielo.
In pochi giorni Dianella aveva fatto il miracolo: l'orso era domato.
L'aria del volto, la nobiltà gentile e pure altera del portamento, la dolcezza mesta dello sguardo e del sorriso, la soavità della voce avevano fatto il miracolo, pianamente, naturalmente, andando incontro e vincendo la ruvidezza ombrosa del vecchio selvaggio.
Parlando, a volte, ella aveva nella voce e negli sguardi certe improvvise opacità, come se, di tratto in tratto, l'anima le si partisse dietro qualche parola e le andasse lontano lontano, chi sa dove; smarrita, se tardava a ritornarle, domandava: «Che dicevamo?» e sorrideva, perché lei stessa non sapeva spiegarsi ciò che le era avvenuto.
Spesso anche, a ogni minimo tocco rude della realtà, provava quasi un improvviso sgomento, o, piuttosto, l'impressione di un'ombra fredda che le si serrasse attorno, e aggrottava un po' le ciglia.
Subito però cancellava con un altro dolce sorriso il gesto ombroso involontario, sgranando e ilarando gli occhi, rinfrancata.
«Perché mi si dovrebbe far male?» pareva dicesse a se stessa.
«Non vado innanzi alla vita, fiduciosa e serena?»
La fiducia le raggiava da ogni atto, da ogni sguardo, e avvinceva.
Anche quei tre mastini feroci del Mortara bisognava vedere che festa le facevano ogni volta! Si voltavano anch'essi, or l'uno or l'altro, a guardare verso la villa, come se l'aspettassero.
E Mauro, per non allontanarsi troppo, s'indugiava a esaminare ora questo ora quel tralcio, i cui grappoli, tesori gelosamente custoditi, aveva già mostrati quasi a uno a Dianella, gongolando accigliato alle lodi ch'ella gli profondeva tra vivaci esclamazioni di meraviglia:
- Uh, quanti qua!
- Carica, eh? E questo tralcio, guardate...
- Un albero...
pare un albero!
- E qua, qua...
- Oh, più uva che pampini! E può sostenerla tant'uva, questa vite?
- Se non avrà male dal tempo...
- Che peccato sarebbe! E questa? - domandava, vedendo qualche vite atterrata.- È stato il vento? Ah, dev'essere ancora legata...
Oppure, più là:
- E questi? Vitigni selvaggi? Innesti nuovi, ho capito.
Evviva, evviva...
Ah, c'è pure compensi nella vita!
E nella voce pareva avesse la gioja dell'aria pura e del sole, quella stessa gioja che tremava nella gola delle allodole.
Per quel giorno Mauro le aveva promesso una visita al «camerone» del Generale: al «santuario della libertà».
Ma i cani, a un tratto, drizzarono le orecchie; poi l'uno dopo l'altro s'avventarono senza abbajare verso il sentieruolo sotto la vigna, sul ciglio del burrone.
- Don Ma'! Don Ma'! - chiamò poco dopo, di lì, una voce affannata.
Mauro la riconobbe per quella di Leonardo Costa, l'amico di Porto Empedocle; e chiamò a sé i cani.
- Te', Scampirro! Te', Nèula! Qua, Turco!
Ma i cani avevano riconosciuto anch'essi il Costa e s'erano fermati al limite della vigna, scodinzolandogli dall'alto.
Sopravvenne Mauro.
- Il principale? È partito? - gli domandò subito Leonardo Costa, trafelato, ansante.
Era un omaccione dalla barba e dai capelli rossi, crespi, la faccia cotta dal sole e gli occhi bruciati dalla polvere dello zolfo.
Portava agli orecchi due cerchietti d'oro; in capo, un cappellaccio bianco tutto impolverato e macchiato di sudore.
Veniva di corsa da Porto Empedocle, per la spiaggia, lungo la linea ferroviaria.
- Non so, - gli rispose Mauro, fosco.
- Per favore, date una voce di costà, che aspetti; debbo parlargli di cosa grave.
Mauro scosse il capo.
- Correte, farete a tempo...
Che vi è avvenuto?
Leonardo Costa, riprendendo la corsa, gli gridò:
- Guaj! guaj grossi alle zolfare!
- Maledetto lui e le zolfare!- brontolò Mauro tra sé.
Flaminio Salvo scendeva la scala della villa per montar su la vettura già pronta, quando Leonardo Costa sbucò dal sentieruolo a ponente, di tra gli olivi, gridando:
- Ferma! Ferma!
- Chi è? Cos'è? - domandò il Salvo, con un soprassalto.
- Bacio le mani a Vossignoria, - disse il Costa, togliendosi il cappellaccio e accostandosi senza più fiato e tutto grondante di sudore.- Non ne posso più...
Volevo venire stanotte...
ma poi...
- Ma poi? Che cos'è? che hai? - lo interruppe, brusco, il Salvo.
- Ad Aragona, a Comitini, tutti i solfaraj, sciopero! - annunziò il Costa.
Flaminio Salvo lo guardò con freddo cipiglio, lisciandosi le lunghe basette grige che, insieme con le lenti d'oro, gli davano una certa aria diplomatica, e disse, sprezzante:
- Questo lo sapevo.
- Sissignore.
Ma jersera, sul tardi, - riprese il Costa, - è arrivata a Porto Empedocle gente da Aragona e ha raccontato che tutto jeri hanno fatto l'ira di Dio nel paese...
- I solfaraj?
- Sissignore: picconieri, carusi, calcheronaj, carrettieri, pesatori: tutti! Hanno finanche rotto il filo telegrafico.
Dice che hanno assaltato la casa di mio figlio, e che Aurelio ha tenuto testa, come meglio ha potuto...
Flaminio Salvo, a questo punto, si voltò a spiare acutamente gli occhi di Dianella che s'era accostata alla vettura.
Quello sguardo strano, rivolto alla figlia a mezzo del discorso, frastornò il Costa, il quale si voltò anche lui a guardare la «signorinella», com'egli la chiamava.
Questa di pallida si fece vermiglia, poi subito pallida di nuovo.
- Dunque? - gridò Flaminio Salvo, con ira.
- Dunque, sissignore, - riprese il Costa, sconcertato.
- Guajo grosso, non c'è soldati; il paese, nelle loro mani.
Due carabinieri soli, il maresciallo e il delegato...
Che possono fare?
- E che posso fare io di qua, me lo dici? - gridò il Salvo su le furie.
- Tuo figlio Aurelio che cos'è? il signor ingegnere direttore, venuto dall'École des Mines di Parigi, che cos'è? Marionetta? Ha bisogno che gli tiri io il filo di qua, per farlo muovere?
- Ma nossignore, - disse Leonardo Costa, ritraendosi d'un passo, come se il Salvo lo avesse sferzato in faccia.
- Può star sicuro Vossignoria che mio figlio Aurelio sa quello che deve fare.
Testa e coraggio...
non tocca a dirlo a me...
ma di fronte a duemila uomini tra solfaraj e carrettieri, mi dica Vossignoria...
Del resto, il guajo è un altro, fuori del paese.
Aurelio ha mandato ad avvertirmi jeri sera che quelli hanno catturato per lo stradone gli otto carri di carbone che andavano alle zolfare di Monte Diesi.
- Ah, sí? - fece il Salvo, sghignando.
- Vossignoria sa - seguitò il Costa - che il carbone lassù per le pompe dei cantieri è come il pane pei poverelli, e anche piú necessario.
Vossignoria va a Girgenti? Vada subito dal prefetto perché mandi soldati alla stazione d'Aragona, quanti più può, per fare scorta al carbone fino alle zolfare.
Ci son sette vagoni pieni per rinnovare il deposito; i carrettieri sono in isciopero anch'essi; ma il carbone si potrà caricare su i muli e su gli asini, scortati dalla forza: ci metteranno più tempo, ma almeno si potrà scongiurare il pericolo che la zolfara grande, la Cace, Dio liberi, s'allaghi...
- E s'allaghi! s'allaghi! s'allaghi! - scattò, furente, Flaminio Salvo, levando le braccia.
- Vada tutto alla malora! Non m'importa più di niente! Io chiudo, sai! e mando tutti a spasso, te, tuo figlio, tutti, dal primo all'ultimo, tutti! Caccia via! Andiamo! - ordinò al cocchiere.
La carrozza si mosse, e Flaminio Salvo partì senza neppur voltarsi a salutare la figlia.
Alla sfuriata insolita, don Cosmo s'era affacciato a una finestra della villa e donna Sara Alàimo s'era fatta sul pianerottolo della scala.
L'uno e l'altra, e giù Dianella e il Costa rimasero come intronati.
Il Costa alla fine si scosse, alzò il capo verso la finestra e salutò amaramente:
- Bacio le mani, si-don Cosmo! Ha ragione, lui: è il padrone! Ma per quel Dio messo in croce, creda pure, si-don Cosmo mio, creda, Signorinella: non sono prepotenze! La fame è fame, e quando non si può soddisfare...
Donna Sara dal pianerottolo scrollò il capo incuffiato, con gli occhi al cielo.
- Mangia il Governo, - seguitò il Costa, - mangia la Provincia; mangia il Comune e il capo e il sottocapo e il direttore e l'ingegnere e il sorvegliante...
Che può avanzare per chi sta sotto terra e sotto di tutti e deve portar tutti sulle spalle e resta schiacciato?...
Ah Dio! Sono un miserabile, un ignorante sono; e va bene: mi pesti pure sotto i piedi finché vuole.
Ma mio figlio, no! mio figlio non me lo deve toccare! Gli dobbiamo tutto, è vero; ma anche lui, se è ancora lì, padrone mio riverito, che mi può anche schiaffeggiare, ché da lui mi piglio tutto e gli bacio anzi le mani; se ancora è lì che comanda e si gode le sue belle ricchezze, lo deve pure a mio figlio, lo deve: lei lo sa, Signorinella, e fors'anche lei, si-don Cosmo...
siamo giusti!
- Già, già, - sospirò il Laurentano dalla finestra, - l'affare delle zucche...
- Che zucche? - domandò, incuriosita, donna Sara Alàimo.
- Ma! - fece il Costa.
- Ve lo farete raccontare qualche volta dalla Signorinella qua, che conosce bene mio figlio, perché son cresciuti insieme, anche con quell'altro ragazzo, suo fratellino, che il Signore volle per sé e fu una rovina per tutti.
La povera signora, là, che me la ricordo io, bella un occhio di sole! ci perdette la ragione; e lui, povero galantuomo...
chi ha figli lo compatisce...
Dianella, col cuore gonfio per la durezza del padre, a questo ricordo non poté più reggere e per nascondere il turbamento, prese il sentieruolo per cui il Costa era venuto, e sparve tra gli olivi.
Subito donna Sara, poi anche don Cosmo invitarono il Costa ad andar su, per farlo rimettere un po' dalla corsa e non lasciarlo così sudato alla brezza del mattino.
Donna Sara avrebbe voluto far di più: offrirgli una tazzina di caffè; ma per non perdere una parola del discorso fitto fitto che il Costa aveva attaccato subito con don Cosmo sul Salvo, ora che la figliuola non poteva più sentirlo, finse di non pensarci.
- Ci conosciamo, santo Dio, ci conosciamo, si-don Co'! Che era lui, alla fin fine? Io, sì, coi piedi scalzi, ho portato in collo, lo dico e me ne vanto; in collo lo zolfo e il carbone, dalla spiaggia alle spigonare.
Il latino come dice? Necessitas non abita legge.
Sissignore; e sono stato stivatore, e me ne vanto, misero staderante agl'imbarchi per la dogana, e me ne vanto.
Lui, però, che cos'era? Di nobile casato, sissignore; ma un sensaluccio era, che veniva da Girgenti a Porto Empedocle, tutto impolverato per lo stradone della Spinasanta, perché non aveva neanche da pagarsi la carrozza o d'affittarsi un asinello, allora che la ferrovia non c'era.
E i primi pìccioli, come li fece? Lo sa Dio e tanti lo sanno, tra i morti e i morti.
Poi prese l'appalto delle prime ferrovie, insieme col cognato che ora sta a Roma, signor ingegnere, banchiere, commendatore, don Francesco Vella, che conosciamo anche lui...
- Ah, - fece donna Sara, - ha un'altra sorella, lui?
- Come no? - rispose il Costa, sospendendo gli inchini con cui aveva accompagnato ogni titolo del Vella, - donna Rosa, maggiore di tutti, moglie del - (e s'inchinò ancora una volta) - commendatore Francesco Vella, pezzo grosso dell'Amministrazione delle ferrovie adesso.
La linea qua, da Girgenti a Porto Empedocle, non la fece lui? Balla comare, che fortuna suona! Centinaja di migliaja di lire, sorella mia; denari a cappellate, come fossero stati rena...
Due ponti e quattro gallerie...
Allunga là un gomito; taglia qua a scarpa...
Poi altre imprese di linee...
Tutta la ricchezza gli è venuta di là, dico bene, si-don Co'? Ci conosciamo!
- E le zucche? le zucche? - tornò a domandare donna Sara.
Bisognò che il Costa gliela narrasse per minuto, quella famosa storia delle zucche; e donna Sara lo compensò con le più vivaci esclamazioni di stupore, di raccapriccio, d'ammirazione del vocabolario paesano, battendo di tratto in tratto le mani, per scuotere don Cosmo, il quale, conoscendo la storia, era ricaduto nel suo solito letargo filosofico.
Si scosse alla fine, ma senza aprir gli occhi; pose una mano avanti, disse:
- Però...
- Ah, sì! - riattaccò subito con enfasi il Costa, battendosi le due manacce sul petto.
- In coscienza, un'anima sola abbiamo, davanti a Dio, e debbo dire la verità.
Ma mio figlio, oh, si-don Cosmo - (e il Costa levò una mano con l'indice e il pollice giunti, in atto di pesare) - tutti i figli saranno figli, ma quello! cima! diritto come una bandiera! in tutte le scuole, il primo! Appena laureato, subito il concorso per la borsa di studio all'estero...
Erano, sorella mia, più di quattrocento giovani ingegneri d'ogni parte d'Italia: tutti sotto, tutti sotto se li mise! E mi stette fuori quattr'anni, a Parigi, a Londra, nel Belgio, in Austria.
Appena tornato a Roma, senza neanche farlo fiatare, il Governo gli diede il posto nel Corpo degli ingegneri minerarii, e lo mandò in Sardegna, a Iglesias, dove ci fece un lavoro tutto colorato su una montagna...
Sarrubbas...
non so...
ah, Sarrabus, già, dico bene, Sarrabus (parlano turco, in Sardegna), un lavoro che fa restare, sorella mia, allocchiti.
Ci stette poco, un anno, poco più, perché una Società francese, di quelle che...
i marenghi, a sacchi...
vedendo quella carta, rimase a bocca aperta.
Non lo dico perché è figlio mio; ma quanti ingegneri c'è, qua e fuorivia? se li mette in tasca tutti! Basta.
Questa Società francese, dice, qua c'è la cassa, figlio mio, tutto quello che volete.
Aurelio, tra il sì e il no d'accettare, venne qua in permesso - saranno sei o sette mesi - per consigliarsi con me e col principale, suo benefattore, ch'egli rispetta come suo secondo padre e fa bene! Il principale stesso gli sconsigliò d'accettare, perché lo volle per sé, capite? per badare alle sue zolfare d'Aragona e Comitini.
Noi diciamo: il poco mi basta, l'assai mi soverchia...
Accettò, ma ci scàpita, parola d'onore! E con tutto questo, ora...
ora è marionetta, l'avete inteso?...
Cristo sacrato!
Leonardo Costa levò un braccio, si alzò, sbuffò per il naso, scrollando il capo, e prese dalla sedia il cappellaccio bianco.
Doveva andar via subito; ma ogni qual volta si metteva a parlare di quel suo figliuolo, lustro, colonna d'oro della sua casa, non la smetteva più.
- Bacio le mani, si-don Cosmo, mi lasci scappare.
Donna Sara, servo vostro umilissimo.
- Oh, e aspettate! - esclamò questa, fingendo di ricordarsi, ora che il discorso era finito.
- Un sorsellino di caffè...
- No no, grazie - si schermí il Costa.
- Ho tanta fretta!
- Cinque minuti! - fece donna Sara, levando le mani a un gesto che voleva dire: «Non casca il mondo!».
E s'avviò.
Ma il Costa, sedendo di nuovo, sospirò, rivolto a don Cosmo:
- C'è una mala femmina, si-don Co', una mala femmina che da qualche tempo a questa parte mette male tra mio figlio e don Flaminio; io lo so!
E donna Sara non poté piú varcare la soglia: si voltò, strizzò gli occhi, arricciò il naso e chiese con una mossettina del capo: - Chi è?
- Non mi fate sparlare ancora, donna Sara mia! - sbuffò il Costa.
- Ho parlato già troppo!
Ma, tanto, donna Sara Alàimo aveva già compreso di quale mala femmina egli intendesse parlare, e uscì, esclamando con le mani per aria:
- Che mondo! che mondo!
Dianella non s'affrettò quella mattina a raggiungere Mauro alla vigna.
Quello sguardo duro del padre nell'ira, mentre il Costa parlava del pericolo da cui il figlio era minacciato in Aragona, le aveva in un baleno richiamato alla memoria un altro sguardo di lui, di tanti anni addietro, quando il fratellino era morto e la madre impazzita.
Aveva undici anni, lei, allora.
E più della morte del fratello, più della sciagura orrenda della madre le era rimasta indelebile nell'anima l'impressione di quello sguardo d'odio che a lei - ragazzetta ancor quasi ignara, incerta e smarrita tra i giuochi e la pena - aveva lanciato il padre, nel cordoglio rabbioso:
- Non potevi morir tu invece? - le aveva detto chiaramente quello sguardo.
Così.
Proprio così.
E Dianella comprendeva bene adesso perché il padre non avrebbe esitato un momento a dar la vita di lei in cambio di quella del fratello.
Tutte le cure e l'affetto e le carezze e i doni, di cui egli l'aveva poi colmata, non erano più valsi a scioglierle dal fondo dell'anima il gelo, in cui quello sguardo s'era quasi rappreso e indurito.
Spesso se n'adontava con se stessa, sentendo che il calore dell'affetto paterno non riusciva più a penetrare in lei quasi respinto istintivamente da quel gelo.
Per qual ragione seguitava egli ormai a lavorare con tanto accanimento? ad accumulare tanta ricchezza? Non per lei certamente; sì per un bisogno spontaneo, prepotente, della sua stessa natura; per dominare su tutti; per esser temuto e rispettato; o fors'anche per stordirsi negli affari o per prendersi a suo modo una rivincita su la sorte che lo aveva colpito.
Ma in certi momenti d'ira (come dianzi), o di stanchezza o di sfiducia, lasciava pur vedere apertamente che tutte le sue imprese e i suoi sforzi e la sua vita stessa non avevano più scopo per lui, perduto l'erede del nome, colui che sarebbe stato il continuatore della sua potenza e della sua fortuna.
Da un pezzo, convinta di questo, Dianella, pur non sapendo neanche immaginare la propria vita priva di tutto quel fasto che la circondava, aveva cominciato a sentire un segreto dispetto per quella ricchezza del padre, di cui un giorno (il piú lontano possibile!) ella sarebbe stata l'unica erede, per forza e senza alcuna soddisfazione per lei.
Quante volte, nel vederlo stanco e irato, non avrebbe voluto gridargli: «Basta! Lascia! Perché la accresci ancora, se dev'esser poi questa la fine?».
E altro ancora, ben altro avrebbe voluto gridargli, se con l'anima avesse potuto arrivare all'anima del padre, senza che le labbra si movessero e udissero gli orecchi.
Da quanto aveva potuto intendere col finissimo intuito e penetrare con quegli occhi silenziosamente vigili e da certi discorsi colti a volo senza volerlo, aveva già coscienza che la ricchezza del padre, se non al tutto male acquistata, aveva pur fatto molte vittime in paese.
Crudele con lui la sorte, crudele la rivincita che si prendeva su essa.
Voleva tutto per sé, tutto in suo pugno: zolfare e terre e opificii, il commercio e l'industria dell'intera provincia.
Ora perché gravare su le esili spalle di lei - figlia...
sí, amata, ma non prediletta, quantunque rimasta sola - il fardello di tutte quelle ricchezze, che molti forse maledicevano in segreto e che certo non le avrebbero portato fortuna? Eppure s'era illusa, fino a poco tempo fa, che il padre l'avrebbe lasciata libera nella scelta; che anzi egli stesso l'avesse ajutata a scegliere, beneficando colui che, da ragazzo, gli aveva salvato la vita.
Bruno, come fuso nel bronzo, coi capelli ricci, neri, e gli occhi fermi e serii, Aurelio Costa le era apparso la prima volta, a tredici anni; era stato poi per tanto tempo suo compagno di giuoco, suo e del fratellino.
Tutt'e tre, ragazzi, non capivano allora che differenza fosse tra loro.
Alla morte del fratellino però, Aurelio era man mano divenuto con lei sempre più timido e circospetto; non aveva piú voluto giocare come prima; era cresciuto tanto; gli s'era alterata la voce; s'era messo a studiare, a studiare; e lei, che allora non aveva più di dodici anni, s'era contentata d'assistere zitta zitta al suo studio, fingendo di studiare anche lei; ogni tanto, in punta di piedi, andava a tirargli un ricciolo sulla nuca.
A diciott'anni Aurelio era poi partito per iscriversi all'Università di Palermo nella facoltà d'ingegneria.
Senza più lui, la casa per tanti mesi era rimasta per lei come vuota; aveva l'impressione di quella sua prima solitudine, come se avesse passato tutto un inverno interminabile con la fronte appoggiata ai vetri d'una finestra su cui le gocce della pioggia scorrevano come lagrime, su cui qualche mosca superstite, morta di freddo, rimaneva attaccata e lei con un dito, toccandola appena, la faceva cadere.
Forse da allora la sua fronte, per il contatto di quei vetri gelati, le era rimasta così come fasciata di gelo.
Ma che esultanza poi al ritorno di lui, finito l'anno scolastico! Era stata così vivace e piena di giubilo quella festa, che il padre, appena andato via Aurelio, se l'era chiamata in disparte e pian piano, con garbo, carezzandole i capelli, le aveva lasciato intendere che sarebbe stato bene frenarsi, perché era ormai un giovanotto quel suo antico compagno di giuoco, a cui non bisognava più dare del tu.
Senza saperne bene il perché s'era fatta di bragia: oh Dio, e come allora, del lei? non era più lo stesso Aurelio? No, non era più lo stesso Aurelio, neanche per lei; e se n'era accorta sempre di più di anno in anno ai ritorni di lui, finché all'ultimo, presa la laurea, egli aveva manifestato l'intenzione di concorrere a una borsa di studio all'estero.
Lui, proprio lui non era piú lo stesso; perché lei, invece...
sì, con la bocca, signor Aurelio, ma con gli occhi seguitava a dargli del tu.
Prima di partire per Parigi, era venuto a ringraziare il suo benefattore, a giurargli eterna gratitudine; a lei non aveva saputo quasi dir nulla, quasi non aveva osato guardarla, fors'anche non s'era accorto né del pallore del volto né del tremito della mano di lei.
E tuttavia non s'era perduta; aveva fatto anzi tanto più certo in sé il suo sentimento, quanto più incerta era rimasta sul conto di lui.
Era sicura, superstiziosamente, ch'egli le fosse destinato.
Dopo la partenza, più volte aveva sentito il padre parlare del valore eccezionale di quel giovine e dello splendido avvenire che avrebbe avuto, e lodarsi di quanto aveva fatto per lui, di averlo trattato come un figliuolo.
Naturalmente questi discorsi le avevano ravvivato sempre più nel cuore il fuoco segreto e sempre più acceso la speranza che il padre, avendo perduto l'unico figliuolo, e avendo quasi creato lui quest'altro al quale pur doveva la vita, avrebbe preferito che a lui, anziché a un altro più estraneo, andassero un giorno le ricchezze e la figlia.
S'era maggiormente raffermata in questa speranza pochi mesi fa, quando Aurelio, ritornato dalla Sardegna, era stato assunto dal padre alla direzione delle zolfare.
Non lo aveva più riveduto dal giorno della partenza per Parigi.
Oppressa, tra il vano fasto, dalla vita meschina di Girgenti, vecchia città, non zotica veramente, ma attediata nel vuoto desolato dei lunghi giorni tutti uguali, sempre con quel giro di visite delle tre o quattro famiglie conoscenti che gareggiavano d'affetto e di confidenza verso di lei, ch'era come la reginetta del paese, fra le spiritosaggini solite dei soliti giovanotti eleganti, anneghittiti, immelensiti nella povera e ristretta vita provinciale, s'era riscossa alla vista di lui così maschio e padrone di sé.
La gioja di rivederlo le s'era però d'un subito offuscata al sopravvenire di Nicoletta Spoto, da un anno appena moglie del Capolino.
Aveva notato uno strano imbarazzo, un vivo turbamento tanto in costei quanto in Aurelio, allorché questi, introdotto nel salone, s'era inchinato a salutare.
Poi, appena il padre aveva condotto via con sé nello studio Aurelio, la Capolino, rifiatando, aveva narrato con focosa vivacità a lei e alla zia Adelaide, che quel poveretto lì, tutto impacciato, aveva nientemeno osato di mandare a chiederla in isposa, subito dopo ottenuto il posto d'ingegnere governativo in Sardegna, ricordandosi forse di qualche occhiatina scambiata tanti e tanti anni addietro, quand'egli era ancora studentello all'Istituto.
Figurarsi che orrore aveva provato lei, Lellè Spoto, a una tal richiesta, e come s'era affrettata a rifiutare, tanto più che già erano avviate le prime pratiche per il matrimonio con Ignazio Capolino.
S'era sentita voltare il cuore in petto a questa notizia inattesa; s'era fatta certo di mille colori e certo s'era tradita con quella donna, di cui già conosceva la relazione segreta e illecita col padre.
Non le aveva detto nulla; ma quando Aurelio, dopo la lunga udienza, era ritornato in salone, lei, tutta accesa in volto, lo aveva accolto apposta con premure esagerate ricordandogli i giorni passati insieme, i giuochi, le confidenze.
E più volte, con gioja, aveva veduto colei mordersi il labbro e impallidire.
Dianella sperava che Aurelio, almeno quella volta, avesse compreso.
Lo aveva subito scusato in cuor suo del tradimento, di cui non poteva aver coscienza, non credendo di poter ardire di alzar gli occhi fino a lei; ma...
intanto, ah! proprio a quella donna lì, sotto ogni riguardo indegna di lui, era andato a pensare! E il rifiuto di quella donna le era sembrato quasi un'offesa diretta anche a lei.
Però, ecco, egli era stato a Parigi; la vivacità, la capricciosa disinvoltura di Nicoletta Spoto avevano forse acquistato allora un gran pregio agli occhi di lui, ricordandogli probabilmente le donne conosciute e ammirate colà.
D'umilissimi natali, aveva creduto forse di fare un gran salto imparentandosi con una famiglia come quella della Spoto, molto ricca un giorno, ora decaduta, ma tuttavia tra le più cospicue del paese.
Costei ora, certo, avvalendosi del potere che aveva sul padre, si vendicava dell'affronto patito quella volta.
Anche lei, Dianella, aveva notato che da qualche tempo il padre non si mostrava più contento di Aurelio; e che da alcune sere lì, nella villa, parlando con don Cosmo Laurentano, insisteva su certe domande che le davano da pensare.
Segretamente, lei disapprovava quelle nozze strane della zia col principe don Ippolito, ne aveva quasi onta, sospettando nel padre un pensiero nascosto: che cioè si volesse servire di quelle nozze non certo onorevoli per introdursi nella casa dei Laurentano e attrarre a sé a poco a poco anche le sostanze di questa.
Da alcune sere, a cena, il discorso di don Cosmo cadeva, insistente, sul figlio del principe, su Lando Laurentano, che viveva a Roma.
Perché?
Assorta in questi pensieri, Dianella s'era seduta sotto un olivo sul ciglio del profondo burrone e guardava la dirupata costa dirimpetto, dove pascolava una greggiola di capre scesa dalle terre di Platanìa.
Il giorno dopo l'arrivo in quella campagna, s'era sentita quasi rinascere.
L'aria di selvatica rustichezza, che la vecchia villa aveva preso nell'abbandono; la malinconia profonda che da quell'abbandono pareva si fosse diffusa tutt'intorno, nei viali, nei sentieri solinghi, quasi scomparsi sotto le borracine e le tignàmiche, ove l'aria - fresca dell'ombra degli olivi e dei mandorli o delle alte spalliere di fichidindia - era satura di fragranze, amare di prugnole, dense e acute di mentastri e di salvie; e quell'ampio burrone precipite; e la chiara e gaja vicinanza del mare; e quegli alberi antichi, non curati, irti di polloni selvaggi, sognanti nel silenzio della solitudine immensa, si accordavano soavemente con l'animo in cui ella si trovava.
Ora, invece, quei discorsi del padre...
l'ira contro Aurelio...
e quello sciopero di solfaraj ad Aragona...
le minacce...
E lei, lì sola, senza nessuno veramente con cui votarsi il cuore...
Aver la madre e non potersi rivolgere a lei, e vedersela davanti, peggio che morta - viva e vana...
Lustreggiava per un tratto, tra i culmi radi delle canne in fondo al burrone un ruscelletto che a un certo punto era stato tagliato dai lavori di presa per la linea ferroviaria.
Vi fissò gli occhi e le sorse allora spontanea l'immagine che lei fosse rimasta appunto come un ruscello a cui una mano ignota per malvagio capriccio avesse traviato la vena presso la fonte con irti e gravi sassi; e l'acqua di là si fosse sparsa stagnante, e di qua il ruscello si fosse raddensato in rena e in ciottoli.
Ah, che sete inestinguibile le era rimasta dell'amore materno! Ma s'appressava alla madre, e questa non la riconosceva per figlia.
Il dolore di lei così vicino e urgente non si ripercoteva per nulla in quella coscienza spenta.
- Vittoria Vivona d'Alessandria della Rocca, - diceva la madre di se stessa, con voce che pareva arrivasse di lontano.
- Bella figlia! bella figlia! Aveva una treccia di capelli che non finiva mai; tre donne gliela pettinavano...
Cantava e sonava.
Sonava anche l'organo in chiesa, a Santa Maria dell'Udienza, e gli angioletti stavano a sentirla, in ginocchio e a mani giunte, cosí...
Doveva sposare un riccone di Girgenti; le venne un mal di capo, e morì...
Dianella non poté più frenare le lagrime e si mise a piangere silenziosamente, con amara voluttà in quella solitudine.
Ma il silenzio attorno era così attonito, e così intenso e immemore il trasognamento della terra e di tutte le cose, che a poco a poco se ne sentì attratta e affascinata.
Le parvero allora gravati da una tristezza infinita e rassegnata quegli alberi assorti nel loro sogno perenne, da cui invano il vento cercava di scuoterli.
Percepì, in quella intimità misteriosa con la natura, il brulichìo delle foglie, il ronzìo degli insetti, e non sentì più di vivere per sé; visse per un istante quasi incosciente, con la terra, come se l'anima le si fosse diffusa e confusa in tutte le cose della campagna.
Ah, che freschezza d'infanzia nell'erbetta che le sorgeva accanto! e come appariva rosea la sua mano sul tenero verde di quelle foglie! oh, ecco un maggiolino sperduto, fuor di stagione, che le scorreva su la mano...
Com'era bello! piccolo e lucido più d'una gemma! E poteva dunque la terra, tra tante cose brutte e tristi, produrne pure di così gentili e graziose?
Trascorse, quasi in risposta, su quelle foglie, su la sua mano come un lieve e fresco alito di gioja.
Dianella trasse un sospiro e aspettò con la mano su l'erba che l'insetto ritrovasse la sua via tra le foglie, poi si scosse di soprassalto all'arrivo festoso improvviso dei tre mastini che le si fecero attorno, anzi sopra, impazienti, scostandosi l'un l'altro, per aver sul capo la carezza delle sue mani.
E non la lasciavano alzare.
Alla fine sopraggiunse Mauro Mortara.
- Vi siete sentita male? - le domandò, cupo, senza guardarla.
- No...
niente...
- gli rispose, schermendosi con le braccia dalle piote e dalle linguate dei cani, e sorridendo mestamente.
- Un po' stanca...
- Qua! - gridò forte Mauro ai tre mastini, perché la lasciassero in pace.
E subito quelli restarono, come impietriti dal grido.
Dianella sorse in piedi e si chinò a carezzarli di nuovo, in compenso della sgridata.
- Poverini...
poverini...
- Se volete venire...
- propose Mauro.
- Eccomi.
A veder la stanza del Generale? Ho tanta curiosità...
Era impacciata nel parlargli, non sapendo ancor bene se dargli del voi o del tu.
- Vostro padre è partito?
- Sì, sì, - s'affrettò a rispondergli; e subito si pentì della fretta che poteva dimostrare in lei quel sollievo stesso che provavano tutti quando il padre era assente.
- Ad Aragona, - disse - si sono ribellati i solfaraj.
Bisognerà mandarci soldati e carabinieri.
- Piombo! piombo! - approvò Mauro subito, scotendo energicamente il capo.
- Sbirro, vi giuro, andrei a farmi, vecchio come sono!
- Forse...
- si provò a dire Dianella.
Ma il Mortara la interruppe con una sua abituale esclamazione:
- Oh Marasantissima, lasciatevi servire!
Non ammetteva repliche, Mauro Mortara.
Nelle sue perpetue ruminazioni vagabonde tra la solitudine della campagna s'era a modo suo sistemato il mondo, e ci camminava dentro, sicuro, da padreterno, lisciandosi la lunga barba bianca e sorridendo con gli occhi alle spiegazioni soddisfacenti che aveva saputo darsi d'ogni cosa.
Tutto ciò che accadeva, doveva rientrar nelle regole di quel suo mondo.
Se qualche cosa non poteva entrarci, egli la tagliava fuori, senz'altro, o fingeva di non accorgersene.
Guaj a contraddirlo!
- Oh Marasantissima, lasciatevi servire! Che pretendono? Voglio sapere che pretendono! Dobbiamo tutti ubbidire, dal primo all'ultimo, tutti, e ognuno stare al suo posto, e guardare alla comunità! Perché questi pezzi di galera figli di cane ingrati e sconoscenti debbono guastare a noi vecchi la soddisfazione di vedere questa comunità, l'Italia, divenuta per opera nostra quella che è? Che ne sanno, di cos'era prima l'Italia? Hanno trovato la tavola apparecchiata, la pappa scodellata, e ora ci sputano sopra, capite? Intanto, guardate: Tunisi è là!
Si voltò verso il mare e col braccio teso indicò, fosco, un punto nell'orizzonte lontano.
Dianella si volse a guardare, senza comprendere come c'entrasse Tunisi.
Ella lo lasciava dire e non l'interrompeva mai, se non per approvare tutti quegli sproloquii patriottici ch'egli le faceva.
- È là! - ripeté Mauro fieramente.
- E ci sono i Francesi là che ce l'hanno presa a tradimento! E domani possiamo averli qua, in casa nostra, capite? Vi giuro che non ci dormo, certe notti, e mi mordo le mani dalla rabbia! E invece d'impensierirsi di questo, quei mascalzoni là pensano a fare scioperi, ad azzuffarsi tra loro! Tutta opera dei preti, sapete? Cima di birbanti! schiuma d'ogni vizio! abissi di malizia! Soffiano nel fuoco, sotto sotto, per smembrare di nuovo l'Italia...
I Sanfedisti! I Sanfedisti! Io debbo guardarmi davanti e dietro, perché me l'hanno giurata e mi contano i passi.
Ma con me le spese ci perdono...
Guardate qua!
E mostrò a Dianella i due pistoloni napoletani che gli pendevano dalla cintola.
Quella visita alla famosa stanza del Generale, detta per antonomasia il Camerone, era una grazia veramente particolare concessa a Dianella.
Mauro Mortara, che ne teneva la chiave, non vi lasciava entrar mai nessuno.
E non l'uscio soltanto, ma anche le persiane dei due terrazzini e della finestra stavano sempre chiuse, quasi che l'aria e la luce, entrandovi apertamente, potessero fugare i ricordi raccolti e custoditi con tanta gelosa venerazione.
Certo, dopo la partenza del vecchio principe per l'esilio, uscio e finestre erano stati spalancati chi sa quante volte; ma il Mortara, da che era ritornato a Valsanìa, aveva tenute almeno le persiane sempre chiuse così, e aveva l'illusione che così appunto fossero rimaste da allora, sempre, e che però quelle pareti serbassero ancora il respiro del Generale, l'aria di quel tempo.
Questa illusione era sostenuta dalla vista della suppellettile rimasta intatta, tranne la lettiera d'ottone a baldacchino, che non aveva più né materasse, né tavole, né l'ampio parato a padiglione.
Quella penombra era così propizia alla rievocazione dei lontani ricordi!
Mauro, ogni volta, girava un po' per la stanza; si fermava innanzi a questo o a quel mobile decrepito, dall'impiallacciatura gonfia e crepacchiata qua e là; poi andava a sedere sul divano imbottito d'una stoffa verde, ora ingiallita, con due rulli alla base di ciascuna testata, e lì, con gli occhi socchiusi, lisciandosi con la piccola mano tozza e vigorosa la lunga barba bianca, pensava, e più spesso ricordava, assorto, come in chiesa un divoto nella preghiera.
Non lo disturbavano neppure i topi che facevano talvolta una gazzarra indiavolata sul terrazzo di sopra, il cui piano, per impedire che il soffitto del camerone rovinasse, s'era dovuto ricoprire di lastre di bandone.
Il rimedio era giovato poco e per poco tempo; le lastre di bandone s'erano staccate e accartocciate al sole, con molta soddisfazione dei topi che, rincorrendosi, vi s'appiattavano; e il soffitto già s'era aggobbato, gocciava d'inverno per due o tre stillicidii, e le pareti serbavano, anche d'estate, due larghe chiose d'umido, grommose di muffa.
Don Cosmo non se ne dava pensiero: non entrava quasi mai nel camerone; Mauro non voleva che si riattasse: poco più gli restava da vivere e voleva che tutto lì rimanesse com'era; sapeva che, morto lui, nessuno si sarebbe preso più cura di custodire quel «santuario della libertà»; e il soffitto allora poteva anche crollare o essere riattato.
Intanto, ogni anno, al sopravvenire dell'autunno, egli si recava sul terrazzo a rassettare e fissar le lastre di bandone con grosse pietre, e sul pavimento del camerone collocava concole e concoline sotto gli stillicidii.
Le gocce vi piombavan sonore, ad una ad una; e quel tin-tan cadenzato pareva gli conciliasse il raccoglimento
Dianella, entrando, ebbe subito come un urto dalla vista inattesa d'una belva imbalsamata che, nella penombra, pareva viva, là, nella parete di fronte, presso l'angolo, con la coda bassa e la testa volta da un lato, felinamente.
- Che paura! - esclamò, levando le mani verso il volto e sorridendo d'un riso nervoso.
- Non me l'aspettavo...
Che è?
- Leopardo.
- Bello!
E Dianella abbassò una mano a carezzare quel pelame variegato; ma subito la ritrasse tutta impolverata, e notò che alla belva mancava uno degli occhi di vetro, il sinistro.
- Un altro, compagno a questo, - riprese Mauro - l'ho regalato al Museo dell'Istituto, a Girgenti.
Non l'avete mai veduto? C'è una vetrina mia, nel Museo.
Accanto al leopardo una jena, bella grossa, e, sopra un'aquila imperiale.
Su la vetrina sta scritto: Cacciati, inbalsamati e donati da Mauro Mortara.
Gnorsì.
Ma venite qua, prima.
Voglio farvi vedere un'altra cosa.
La condusse davanti al vecchio divano sgangherato.
Appese alla parete, sopra il divano, eran quattro medaglie, due d'argento, due di bronzo, fisse in una targhetta di velluto rosso ragnato e scolorito.
Sopra la targhetta era una lettera, chiusa in cornice, scritta di minutissimo carattere in un foglietto cilestrino, sbiadito.
- Ah, le medaglie! - esclamò Dianella.
- No, - disse Mauro, turbato, con gli occhi chiusi.
- La lettera.
Leggete la lettera.
Dianella s'accostò di più al divano e lesse prima la firma: GERLANDO LAURENTANO.
- Del Generale?
Mauro, ancora con gli occhi chiusi, accenno di sì col capo, gravemente.
E Dianella lesse:
Amici,
Le notizie di Francia, il colpo di Stato di Luigi Napoleone recheranno certamente una grave e lunga sosta al momento per la nostra santa causa e ritarderanno, chi sa fino a quando, il nostro ritorno in Sicilia.
Vecchio come sono, non so né posso più sopportare il peso di questa vita d'esilio.
Penso che non sarò più in grado di prestare il mio braccio alla Patria, quand'essa, meglio maturati gli eventi, ne avrà bisogno.
Viene meno pertanto la ragione di trascinare così un'esistenza incresciosa a me, dannosa a' miei figli.
Voi, più giovani, questa ragione avete ancora, epperò vivete per essa e ricordatevi qualche volta con affetto del vostro
Gerlando Laurentano
Dianella si volse a guardare il Mortara che, tutto ristretto in sé, con gli occhi ora strizzati, il volto contratto e una mano su la bocca, si sforzava di soffocare nel barbone abbatuffolato i singhiozzi irrompenti.
- Non la rileggevo piú da anni, - mormorò quando poté parlare.
Tentennò a lungo la testa, poi prese a dire:
- Mi fece questo tradimento.
Scrisse la lettera e si vestì di tutto punto, come dovesse andare a una festa da ballo.
Ero in cucina; mi chiamò.
«Questa lettera a Mariano Gioéni, a La Valletta».
C'erano a La Valletta gli altri esiliati siciliani, ch'erano stati tutti qua, in questa camera, prima del Quarantotto, al tempo della cospirazione.
Mi pare di vederli ancora: don Giovanni Ricci-Gramitto, il poeta; don Mariano Gioèni e suo fratello don Francesco; don Francesco De Luca; don Gerlando Bianchini; don Vincenzo Barresi: tutti qua; e io sotto a far la guardia.
Basta! Portai la lettera...
Come avrei potuto supporre? Quando ritornai a Burmula, lo trovai morto.
- S'era ucciso? - domandò, intimidita, Dianella.
- Col veleno, - rispose Mauro.
- Non aveva fatto neanche in tempo a tirare sul letto l'altra gamba.
Come era bello' Conoscete don Ippolito? Più bello.
Diritto, con un pajo d'occhi che fulminavano: un San Giorgio! Anche da vecchio, innamorava le donne.
Richiuse gli occhi e a bassa voce recitò la chiusa della lettera, che sapeva a memoria:
- Voi, più giovani, questa ragione avete ancora, epperò vivete per essa e ricordatevi qualche volta con affetto del vostro Gerlando Laurentano.
Vedete? E vissi io, come lui volle.
E qua, sotto la lettera, che mi feci restituire da don Mariano Gioèni, ho voluto appendere, come in risposta, le mie medaglie.
Ma prima di guadagnarmele! Sedete, qua; non vi stancate...
Dianella sedette sul vecchio divano.
In quel punto, donna Sara Alàimo, sentendo parlare nel camerone e vedendo insolitamente l'uscio socchiuso, sporse il capo incuffiato a guardare.
- Che volete voi qua?- saltò su Mauro Mortara, come avrebbe fatto, se vivo, quel leopardo.
- Qua non c'è nulla per voi!
- Puh! - fece donna Sara, ritraendo subito il capo.
- E chi vi tocca?
Mauro corse a sprangar l'uscio.
- La strozzerei! Non la posso soffrire, non la posso vedere, questa spïaccia dei preti! S'arrischia anche a ficcare il naso qua dentro ora? Non l'aveva mai fatto! La tengono qua i preti, sapete? approfittandosi di quel babbeo di don Cosmo.
I Sanfedisti, i Sanfedisti...
- Ma ci sono ancora davvero codesti Sanfedisti? - domandò Dianella con un benevolo sorriso.
- Oh Marasantissima, lasciatevi servire! - tornò ad esclamare il Mortara.
- Se ci sono! Forse ora si fanno chiamare d'un'altra maniera; ma sono sempre quelli.
Setta infernale, sparsa per tutto il mondo! Spie dappertutto: ne trovai una finanche in Turchia, figuratevi! a Costantinopoli.
- Siete stato fin là?- domandò Dianella.
- Fin là? Ma più lontano ancora!- rispose Mauro con un sorriso di soddisfazione.
- Dove non sono stato e che cosa non ho fatto io? Contiamo; ma non bastano le dita delle mani: pecorajo, contadino, servitore, mozzo di nave, scaricatore di bordo, stivatore, fochista, cuoco, bagnino, cacciatore di bestie feroci, poi volontario garibaldino, attendente di Bixio; poi, dopo la Rivoluzione, capo-carcerario: trecento galeotti ho tenuto in un pugno a Santo Vito, che volevano scappare; e alla fine, qua, campagnuolo di nuovo.
La mia vita? Non parrebbe vera, se qualcuno la volesse raccontare.
Stette un pezzo a lisciarsi la barba, mentre gli occhi verdastri gli ridevano lucidi, al fremito interno dei ricordi.
- Tagliate un tronco d'albero, - disse, - e buttatelo a mare, lontano dalla spiaggia.
Dove andrà a finire? Ero come un tronco d'albero, nato e cresciuto qua, a Valsanìa.
Venne la bufera e mi schiantò.
Prima partì il Generale coi compagni; io partii due giorni dopo, di notte, sopra un bastimento a vela, com'usava a quei tempi: una barcaccia di quelle che chiamano tartane.
Ora rido.
Sapeste però che spavento, quella notte, sul mare!
- La prima volta?
- Chi c'era mai stato! Nero, tutto nero, cielo e mare.
Solo la vela, stesa, biancheggiava.
Le stelle, fitte fitte, alte, parevano polvere.
Il mare si rompeva urtando contro i fianchi della tartana, e l'albero cigolava.
Poi spuntò la luna, e il bestione si abbonacciò.
I marinai, a prua, fumavano la pipa e chiacchieravano tra loro; io, buttato là, tra le balle e il cordame incatramato, vedevo il fuoco delle loro pipe; piangevo, con gli occhi spalancati, senz'accorgermene.
Le lagrime mi cadevano su le mani.
Ero come una creatura di cinque anni; e ne avevo trentatré! Addio, Sicilia; addio, Valsanìa; Girgenti che si vede da lontano, lassù, alta; addio, campane di San Gerlando, di cui nel silenzio della campagna m'arrivava il ronzìo; addio, alberi che conoscevo a uno a uno...
Voi non vi potete immaginare, come da lontano vi s'avvistino le cose care che lasciate e vi afferrino e vi strappino l'anima! Io vedevo certi luoghi, qua, di Valsanìa, proprio come se vi fossi; meglio, anzi; notavo certe cose, che prima non avevo mai notato; come tremavano i fili d'erba alla brezza grecalina, un sasso caduto dal murello, un albero un po' storto a pendìo, che si sarebbe potuto raddrizzare, e di cui potevo contare le foglie, a una a una...
Basta! All'alba, giunsi a Malta.
Prima si tocca l'isola di Gozzo...
Malta, capite? tutta come un golfo, abbraccia il mare.
Qua e là, tante insenature.
In una di queste è Burmula, dove il Generale aveva preso stanza.
Grossi porti, selve di navi; e gente d'ogni razza, d'ogni nazione: Arabi, Turchi, Beduini, Marocchini; e poi Inglesi, Francesi, Spagnuoli.
Cento lingue.
Nel Cinquanta, ci scoppiò il colera, portato dagli Ebrei di Susa che avevano con loro belle femmine, belle! ma, sapete? ragazzette fresche, di sedici e diciott'anni come voi...
- Oh, ne ho di piú io! - sorrise Dianella.
- Di piú? Non pare.
Si dipingevano.
Senza bisogno, - seguitò Mauro, - come se fossero state vecchie.
Peccato! Belle femmine! Portarono il colera, vi dicevo: un'epidemia terribile! Figuratevi che a Burmula, paesettuccio, in una sola giornata, ottocento morti.
Come le mosche si moriva.
Ma la morte a un disgraziato che paura può fare? Io mangiavo, come niente, petronciani e pomodori: lo facevo apposta.
Avevo imparato una canzonetta maltese e la cantavo giorno e notte, a cavalcioni d'una finestra.
Perché ero innamorato.
- Ah sí? Là? - domandò Dianella, sorpresa.
- Non là, - rispose Mauro.
- Avevo lasciato qua, a Valsanìa, una villanella con cui facevo all'amore: Serafina...
Si maritò con un altro, dopo un anno appena.
E io cantavo...
Volete sentire la canzonetta? Me la ricordo ancora.
Socchiuse gli occhi, buttò indietro il capo e si mise a canticchiare in falsetto, pronunciando a suo modo le parole di quella canzonetta popolare:
Ahi me kalbi, kentu giani...
Dianella lo guardava, ammirata, con un intenerimento e una dolcezza accorata, che spirava anche dal mesto ritmo di quell'arietta d'un tempo e d'un paese lontano, la quale affiorava su le labbra di quel vecchio, fievole eco della remota, avventurosa gioventù.
Non sospettava minimamente sotto la ruvida scorza del Mortara la tenerezza di tali ricordi.
- Com'è bella! - disse.
- Ricantatela.
Mauro, commosso, fece cenno di no, con un dito.
- Non posso; non ho voce.
Sapete che vogliono dire le prime parole? Ahimè, il cuore come mi duole.
Il senso delle altre non lo ricordo piú.
Piaceva tanto al Generale, questa canzonetta.
Me la faceva cantare sempre.
Eh, avevo buon voce, allora...
Voi guardate il leopardo? Ora vi racconto.
E seguitò a raccontarle come, dopo la morte del Generale, rimasto solo a Burmula, non volendo ritornare in Sicilia dove s'era già compromesso, si fosse recato a La Valletta.
Qua, gli esiliati siciliani avrebbero voluto ajutarlo; ma egli, sapendo in che misere condizioni si trovassero, aveva rifiutato ogni soccorso e s'era messo a lavorare nel porto, come mozzo, come scaricatore, come stivatore.
Mancavano le braccia, decimata la popolazione dal colera.
Poi s'era imbarcato su un piroscafo inglese da fochista.
Per più di sei mesi era stato sepolto lì, nel saldo ventre strepitoso della nave, ad arrostirsi al fuoco alimentato notte e giorno, senza mai sapere dove s'andasse.
I macchinisti inglesi lo guardavano e ridevano - chi sa perché - e un giorno, per forza, avevano voluto presentarlo, così tutto affumicato com'era, al capitano - pezzo d'omone sanguigno, con una barbaccia fulva che gli arrivava fin quasi ai ginocchi - e il capitano gli aveva più volte battuto la spalla, lodandolo forse per lo zelo.
Egli, difatti, in tutti quei mesi, non s'era dato un momento di requie, neanche per prendere un boccone; aveva perduto l'appetito: beveva soltanto, per temprar l'arsura del corpo che, là sotto, smaniava il respiro, un po' d'aria! Unico svago, quando si approdava in qualche porto, un vecchio libro di cucina, tutto squinternato, sul quale aveva imparato a compitare con l'ajuto del cuoco di bordo, anch'esso italiano, da lungo tempo spatriato a Malta.
Svago e tesoro, per lui, quel libro! Perché, un giorno, il cuoco, ammalatosi gravemente, era stato sbarcato a Smirne e, in mancanza d'altri, alla prova di quest'altro fuoco era stato messo lui, erede del libro e della dottrina culinaria di quello.
S'era dato con tutto l'impegno a questo nuovo ufficio e in breve aveva saputo contentar così bene il capitano, che questi poi, vedendolo lì lì per ammalarsi come quell'altro cuoco, spontaneamente lo aveva allogato quale sguattero in una famiglia inglese, ricchissima, domiciliata a Costantinopoli.
Ma la malattia contratta a bordo non lo aveva lasciato lungo tempo a quel posto, per un tristo accidente capitatogli uno di quei giorni.
Un droghieruccio d'Alcamo, stabilito da molti anni là a Costantinopoli, dal quale egli si recava qualche volta per sentir parlare il dialetto nativo, aveva voluto avvelenarlo.
Sì! Invece d'una pozione d'olio di mandorle dolci, gli aveva dato forse olio di mandorle amare.
Spia dei preti, dei Sanfedisti, anche quello! Sbaglio involontario? Ma che! Ricordava bene che una volta colui aveva osato rimproverarlo acerbamente per l'avventura del francescano appeso, ch'egli, così per ridere, gli aveva narrata.
Ah, ma rimessosi per miracolo, dopo circa tre mesi, dall'avvelenamento, gli aveva fatto pagar caro il delitto.
Con un pugno (e Mauro mostrò sorridendo il pugno) lo aveva steso là, nella bottega.
Aveva al dito un grosso anello di ferro, come un chiodo ritorto, comperato a Smirne, e con esso - senza volerlo, veh! - gli aveva sfracellato la tempia.
Ripresosi dal pauroso sbalordimento nel vederselo cascare giù tutto in un fascio sotto gli occhi, insanguinato, s'era dato alla fuga e poche ore dopo era partito con una nave che si recava a un piccolo porto dell'Asia Minore.
Non ricordava più il nome del paesello di mare in cui era disceso: era d'estate e aveva trovato subito da allogarsi come bagnino.
- Avete sentito nominare Orazio Antinori? - domandò a questo punto il Mortara.
- L'esploratore? Sì, - disse Dianella.
- Venne là, ai bagni, un giorno, - seguitò Mauro, - con un altro italiano.
Li sentii parlare e m'accostai.
L'Antinori assoldava cacciatori per la caccia delle fiere, nel deserto di Libia.
Gli piacqui, mi prese con sé.
Noi andavamo; gli mandavamo le fiere uccise; egli le imbalsamava e poi le spediva ai musei, a Londra, a Vienna...
Quando ritornavo dalle cacce, siccome lui mi voleva bene sapendomi fidato, lo ajutavo a preparar le droghe, e intanto, zitto zitto, gli rubavo l'arte.
Così imparai a imbalsamare; e quando lui andò via, seguitai per conto mio la caccia e la spedizione.
Vi voglio raccontare una certa avventura.
Un giorno, eravamo sperduti, io e lui, morti di fame e di sete.
A un certo punto avvistammo alcum alberi di fico e li prendemmo d'assalto, figuratevi! Ma i fichi migliori erano in alto e non potevamo prenderli.
Allora io, contadino, che feci? m'allontanai e ritornai poco dopo, munito d'una canna bella lunga; la spaccai un po' in cima e con essa mi misi a cogliere i fichi alti piú maturi, con la lagrima di latte: un miele, vi dico! L'Antinori mi guardava e si rodeva dentro.
Alla fine non poté più reggere e mi gridò: «Che fai? La smetti? Vuoi farmi ammazzare dai Turchi?» Capii l'antifona.
Zitto, stesi il braccio e gli porsi la canna.
Andai a prenderne un'altra, e tutti e due seguitammo a rubar fichi tranquillamente.
Ah, l'Antinori...
mi voleva bene, e m'ajutò tanto, anche da lontano.
Stetti lì più di sei anni.
Poi sentii che Garibaldi era sbarcato a Marsala, volai subito in Sicilia.
Sbarco a Messina; raggiungo i volontarii a Milazzo.
Don Stefano Auriti mi morì tra le braccia.
Non poteva più parlare, mi raccomandava con gli occhi il figlio, don Roberto, il suo leonetto di dodici anni...
Ci battemmo! A Reggio aprii il fuoco io, sapete? la prima fucilata fu la mia! Poi Bixio mi prese per attendente...
Che giornata, quella del Volturno! Ma ora, dopo aver visto tante cose, dopo averne passate tante, sono soddisfatto, che volete! L'Italia è grande! L'Italia è alla testa delle nazioni! Detta legge nel mondo! E posso dire che anch'io, così da povero ignorante e meschino come sono, ho fatto qualche cosa, senza tante chiacchiere.
Posso andare dal re e dirgli: «Maestà, alla sedia su cui voi sedete, se non una gamba o una traversa, un piccolo pernio, qualche cavicchio, l'ho messo anch'io.
La mia parte te l'ho fatta, figlio mio!» E sono contento.
Cammino qua per Valsanìa, vedo i fili del telegrafo, sento ronzare il palo, come se ci fosse dentro un nido di calabroni, e il petto mi s'allarga; dico: «Frutto della Rivoluzione!» Vado piú là, vedo la ferrovia, il treno che si caccia sottoterra, nel traforo sotto Valsanìa, che mi pare un sogno; e dico: «Frutto della Rivoluzione!» Vado sotto il pino, guardo il mare, vedo laggiù a ponente Porto Empedocle, che al tempo della mia partenza per Malta non aveva altro che la Torre, il Rastiglio, il Molo Vecchio e quattro casucce, e ora è diventato quasi una città; vedo le due lunghe scogliere del nuovo porto, che mi pajono due braccia tese a tutte le navi di tutti i paesi civili del mondo, come per dire: «Venite! venite! l'Italia è risorta, l'Italia abbraccia tutti, dà a tutti la ricchezza del suo zolfo, la ricchezza dei suoi giardini!».
Frutto della Rivoluzione, anche questo, penso, e - vedete? - mi metto a piangere come un bambino, dalla gioja...
Cavò, cosí dicendo, dall'apertura della ruvida camicia d'albagio un grosso fazzoletto di cotone turchino, e si asciugò gli occhi, che gli s'erano veramente riempiti di lagrime.
Dianella sentì anche lei inumidirsi gli occhi.
Quel vecchio che incuteva tanta paura, che aveva ucciso un uomo come niente e ne aveva fatto morire un altro per l'ombra d'un sospetto maniaco; che andava così armato, in procinto sempre di versare altro sangue, pronto com'era all'ira e irsuto e ombroso; quel vecchio, ecco, piangeva come un fanciullo per l'opera compiuta, ch'egli vedeva senza mende e gloriosa; piangeva esaltandosi nella sua gesta e nella grandezza della patria, per cui aveva tanto sofferto e combattuto, senza chieder mai nulla, generoso e feroce, fedele come un cane e coraggioso come un leone.
Né i suoi colombi, né la pace dei campi, né il governo della vigna, né il canto delle allodole, riuscivano a rasserenargli lo spirito dopo tanto tempo: quel camerone era come la sua chiesa; e usciva di là com'ebbro, e s'aggirava per la campagna sotto i mandorli e gli olivi, parlando tra sé di battaglie e di congiure, guardando biecamente il mare dalla parte di Tunisi, donde immaginava un improvviso assalto dei Francesi...
Un rumore di sonaglioli e il rotolìo d'una vettura vennero a un tratto a scuotere Dianella da queste considerazioni e Mauro dal pianto.
- Vostro padre? - domandò questi, infoscandosi d'un subito e ricacciandosi nell'apertura della camicia il fazzoletto.
Dianella si levò, costernata, e corse alla finestra a guardare attraverso le stecche delle persiane.
Restò.
Dalla vettura, che s'era fermata davanti alla villa, scendevano il padre, di ritorno, e Aurelio Costa - lui! - in tenuta da campagna.
- Andate, andate, - le disse Mauro, quasi spingendola.
- Chiudo e me ne scappo!
Dianella uscì sul corridojo e vide in fondo a esso il Costa e il padre, diretti alla camera di questo, nella quale si chiusero.
Allora Mauro Mortara, come una bestia sorpresa nel giaccio, sgattajolò ranco ranco, senza dirle nulla.
Ella rimase perplessa, profondamente turbata, non sapendo che pensare di quell'improvviso insolito ritorno del padre.
Evidentemente, tanto questo ritorno quanto la venuta d'Aurelio Costa si connettevano con le notizie dei tumulti d'Aragona.
Qualcosa di molto grave doveva essere accaduto.
Era fuggito Aurelio? No: Dianella non volle nemmeno supporlo.
Forse il padre stesso aveva mandato a chiamarlo.
Con quale animo?
Fu tentata di recarsi nella sua camera, attigua a quella del padre, se le riuscisse di cogliere qualche parola attraverso la parete, ma ricordò lo sguardo del padre, quella mattina, e se n'astenne; rimase tuttavia come tenuta tra due, nella sala d'ingresso.
- Suo papà, - le annunziò donna Sara Alàimo, sporgendo il capo dall'uscio della cucina.
Dianella le accennò di sì col capo.
- Con l'ingegnere, - aggiunse donna Sara, sottovoce.
Dianella le accennò di nuovo col capo che sapeva, e uscì sul pianerottolo della scala esterna.
La vettura era lì ancora, in attesa, a piè della scala.
Dunque il padre doveva ripartire subito? Forse era venuto per prendere qualche carta.
- Andrete a Porto Empedocle adesso? - domandò al cocchiere.
- Eccellenza, sì - rispose questi.
Ed ecco il padre e il Costa frettolosi.
Flaminio Salvo non s'aspettava di trovar la figlia sul pianerottolo della scala, e, vedendola, si tirò un po' indietro, senza fermarsi, le fece un sorriso e la salutò con la mano.
Aurelio Costa, che gli veniva dietro, rimase un istante confuso, accennò di togliersi il berretto da viaggio ma il Salvo gli gridò:
- Andiamo, andiamo...
Dianella, pallida, col fiato rattenuto, li vide montare su la vettura, partire senza volgere il capo, e li seguí con gli occhi finché non scomparvero tra gli alberi del viale.
Com'era cangiato Aurelio! Sconvolto...
Pareva malato, invecchiato, con la barba non rifatta...
Dianella pensò al giudizio che ne aveva dato Nicoletta Capolino.
Avrebbe voluto vederlo più altero di fronte al padre; avrebbe voluto che, non ostante il richiamo imperioso di questo, egli si fosse fermato lì sul pianerottolo, almeno per salutarla.
Invece subito aveva obbedito...
Forse il momento...
Chi sa che era accaduto alle zolfare!
Flaminio Salvo ritornò tardi, la sera, d'umor gajo, come ogni qual volta prendeva una grave decisione.
A cena, si scusò con don Cosmo della sfuriata della mattina; disse che n'aveva fino alla gola, delle innumerevoli seccature che gli erano diluviate da quelle zolfare d'Aragona, e che aveva deciso di chiuderle.
- Così sciopereranno un po' per piacer mio, i signori solfaraj, e avranno piú tempo d'assistere alle prediche dei loro sacerdoti umanitarii.
Mangino prediche! Bello, il vangelo umanitario, don Cosmo, letto su una pagina sola! Se voltassero pagina.
Ma se ne guardano bene! Hanno ragione; ma la loro ragione è qua!
E si toccò il ventre.
- Andate a far loro intendere che la politica doganale seguìta dal Governo italiano è stata tutta una cuccagna per l'industria e gl'industriali dell'alta Italia e una rovina spaventosa per il Mezzogiorno e per la nostra povera isola; che da anni e anni l'aumento delle tasse e di tutti i pesi è continuo e continuo il ribasso dei prodotti; che col prezzo a cui è disceso lo zolfo non solo è assolutamente impossibile trattarli meglio, ma è addirittura una follìa seguitar l'industria...
Io non avevo chiuso le zolfare per loro, per dar loro almeno un tozzo di pane.
Scioperano? Tante grazie! Vuol dire che possono fare a meno di lavorare.
Tutti a spasso! Allegria!
- La vita! - sospirò don Cosmo, con gli angoli della bocca contratti in giù.
- A pensarci bene...
Lo zolfo, sicuro...
le industrie..
questa tovaglia qua, damascata, questo bicchiere arrotato...
il lume di bronzo...
tutte queste minchionerie sulla tavola...
e per la casa...
e per le strade...
piroscafi sul mare, ferrovie, palloni per aria...
Siamo pazzi, parola d'onore!...
Sì, servono, servono per riempire in qualche modo questa minchioneria massima che chiamiamo vita, per darle una certa apparenza, una certa consistenza...
Mah! Vi giuro che non so, in certi momenti, se sono più pazzo io che non ci capisco nulla o quelli che credono sul serio di capirci qualche cosa e parlano e si muovono, come se avessero veramente un qualche scopo davanti a loro, il quale poi, raggiunto, non dovesse a loro stessi apparir vano.
Io comincerei, signor mio, dal rompere questo bicchiere.
Poi butterei giù la casa...
Ricominciando daccapo, chi sa!...
Voi dite che quei disgraziati la ragione l'hanno qua? Beati loro, signor mio! E guaj se si saziano...
Dove l'avete più voi, la ragione? Dove l'ho piú io?
Poco dopo, Flaminio Salvo e Dianella erano affacciati alla finestra.
La notte era scurissima.
Le stelle profonde, che pungevano e allargavano il cielo, non arrivavano a far lume in terra.
I grilli scampanellavano lontano ininterrottamente e, a quando a quando, dal fondo del vallone saliva il verso accorato d'un gufo, come un singulto.
Il bujo, il silenzio intorno alla villa era qua e là a tratti punto e vibrante di rapidi stridi di nottole invisibili.
Poi la luna emerse, paonazza, su dall'ampia chiostra di Monserrato in fondo, e s'avvertì un lievissimo brulichìo di foglie per tutta la campagna.
Un cane, lontano, abbajò.
- Tu non hai niente, Dianella, proprio niente da dire a tuo padre? - domandò il Salvo senza guardarla, con tono mesto, come se con l'anima vagasse lontano assai da quella finestra.
- Io? - fece Dianella, incerta e quasi sbigottita.
- Niente...
Che potrei dirti?
- Niente, dunque, - riprese il padre.
- Nessun piccolo, piccolo segreto...
niente, eh? Sono contento.
Perché tu, povera figliuola mia, purtroppo hai soltanto me, preso da tante brighe...
E oggi...
che giornataccia!...
Sai che manca a molti? Il senso dell'opportunità.
Non dico che avrei risposto di sí, se la domanda mi fosse stata rivolta in altro giorno, in altro modo; ma avrei risposto di no, almeno con piú garbo, ecco, dopo aver parlato con te.
Dianella temette, ascoltando queste parole calme e lente del padre, che questi potesse udire il violento martellare del cuore di lei, sospeso in un'aspettazione angosciosa, tra l'impetuoso ribollimento di tutto il sangue per le vene.
- Mi hanno chiesto...
tu m'intendi, - seguitò il Salvo, voltandosi a spiarla negli occhi.
- E io, certo che la mia buona figliuola, così savia, non poteva aver fissato neanche per un momento la propria attenzione su un giovane - oh, buono, sì; ma pure, per tante ragioni, non adatto né degno - preso in quel momento proprio inopportuno, ho rifiutato senz'altro.
Vediamo un po', non indovini?
- No...
- rispose, più col fiato che con la voce, Dianella.
- Non indovini proprio? - insistette il padre, sorridendo come conscio della tortura che le infliggeva.
- Su, pròvati...
- Non...
non saprei...
- balbettò lei.
- E allora bisognerà che te lo dica, - concluse il padre - perché tu sappia regolarti.
Il De Vincentis...
- Ah! - esclamò Dianella, con uno scatto di riso irresistibile.
- Quel povero Ninì?
- Quel povero Ninì, - ripeté il padre, scrollando il capo e sorridendo anche lui.
- Dunque, te l'aspettavi?
- No, ti giuro, - s'affrettò a rispondergli Dianella, con vivacità.
- M'ero accorta, sì...
- Ma t'aspettavi qualche altro? - tornò a domandare il padre, pronto, guardandola più acutamente.
Dianella allora s'impuntò e sostenne lo sguardo del padre con fredda fermezza.
- Ti ho detto di no.
Il sospetto che il padre con quel discorso avesse voluto tenderle un'insidia era divenuto certezza.
Forse non era neanche vero che Ninì De Vincentis gli avesse fatto quella richiesta.
E l'essersi il padre servito di lui, povero giovane troppo dabbene, quasi per metterlo in dileggio, le parve odioso, sapendo il De Vincentis anche peraltro vittima del padre.
Questi non disse più nulla; rimase ancora un pezzo alla finestra, a guardar fuori, poi se ne ritrasse con un sospiro e salutò la figlia per andare a dormire.
- Buona notte - gli rispose Dianella, freddamente.
Appena sola, si nascose il volto tra le mani e pianse.
Le parve che il padre si fosse divertito a straziarle il cuore, come un gatto col topo.
Oh Dio, perché, perché così cattivo anche con la propria figlia, quando gli sarebbe stato così facile esser buono con tutti? Se veramente voleva ch'ella gli dicesse il suo segreto, ricordandole che non aveva più da confidarsi con altri, se non con lui, perché, nello stesso momento che le poneva innanzi la sorte crudele che le aveva tolto il consiglio e l'amore della madre, le tendeva un'insidia? Dunque, no; era certo ormai: egli non voleva che lei amasse Aurelio.
Aveva chiuso le zolfare; forse aveva posto a effetto la minaccia della mattina: «Caccio via tutti!».
Anche Aurelio? Oh, Aurelio non aveva più bisogno di lui, adesso! Perduto quel posto, tanti altri, anche migliori, avrebbe potuto trovarne subito.
E questo forse, ecco, faceva più dispetto al padre, aver dato a quel giovane il mezzo di non aver più bisogno di lui, e averglielo dato per un dovere che a lui lo legava.
Voleva che tutti fossero docili strumenti nelle sue mani; e Aurelio invece avrebbe potuto levarglisi contro, dov'egli più temeva la ribellione: nel cuore di sua figlia.
Sì, sì, perché sapeva bene che ella lo amava.
Così lo avesse saputo Aurelio! Ma che sarebbe intanto avvenuto, se davvero il padre, chiuse le zolfare, lo aveva licenziato? Aurelio se ne sarebbe andato di nuovo lontano, sarebbe ritornato in Sardegna, senz'alcun sospetto dell'amore di lei, e forse, là...
Dianella tornò a nascondersi il volto tra le mani.
Nel vuoto angoscioso, fissando l'udito, senza volerlo, nel fitto continuo scampanellìo dei grilli, le parve ch'esso nel silenzio diventasse di punto in punto più intenso e più sonoro; pensò ai tumulti d'Aragona e di Comitini; e quel fervido concento divenne allora per lei, a un tratto, il clamore lontano, indefinito d'un popolo in rivolta, di cui Aurelio, ribelle, andava a farsi duce e vendicatore.
E lei? e lei?
Scoprì il volto: come un sogno le apparve allora la pace smemorata della campagna, lì presente, all'umido e blando albore lunare.
E un fresco rivo inatteso di tenerezza le scaturì dal cuore; e altre lagrime le velarono gli occhi.
Ah, era pur bello lo spettacolo di quella profonda notte lunare su la campagna, con quegli alberi antichi, immobili nel loro triste sogno perenne, sorgente col fusto dal grembo della terra, con quei monti laggiú che chiudevano, cupi contro il cielo, il mistero degli evi più remoti, con quel tremulo limpido assiduo canto dei grilli che, sparsi tra le erbe dei piani, pareva persuadessero all'oblio d'ogni cosa.
Tra quei grilli e quegli alberi e quella luna e quei monti non era forse un concerto misterioso, a cui gli uomini restavano estranei? Tanta bellezza non era fatta per gli uomini, che chiudevano stanchi, a quell'ora, gli occhi al sonno; sarebbe durata tutta la notte non veduta più da nessuno, nella solitudine della campagna, quando anche lei avrebbe chiuso la finestra.
Forse voleva questo la nottola invisibile che strideva svolando lì innanzi, offesa e attratta dal lume: voleva ch'ella non disturbasse più oltre con la sua veglia il notturno misterioso concerto della natura solitaria?
E Dianella chiuse la finestra: lasciò aperto appena appena uno scuro e, attraverso quello spiraglio, con le mani congiunte innanzi alla bocca, pregò silenziosamente per tutta quella bellezza rimasta fuori, animata a un tratto agli occhi di lei dallo spirito di Dio che gli uomini offendono con le loro torbide e tristi passioni.
Volgendo un ultimo sguardo al viale innanzi alla villa, scorse un'ombra che vi passeggiava, un cranio lucido sotto la luna.
Don Cosmo? Lui.
Ah, immerso là nello spirito di Dio, egli forse non lo sentiva! Andava a quell'ora su e giù per il viale, con le mani dietro la schiena, assorto tuttavia, certo, nelle sue buje e vane meditazioni.
CAPITOLO SESTO
Né inviti agli elettori stampati a caratteri cubitali su carta d'ogni colore, né alcuna animazione insolita per le vie tortuose della vecchia città.
Eppure il giorno fissato per le elezioni politiche era imminente.
Ma il tedio da gran tempo aveva soffiato in bocca alla ciarlataneria, e questa aveva perduto la voce.
La scala per dar l'assalto ai muri le si era imporrita e rotto il pentolino della colla.
S'era camuffata decorosamente da prete la ciarlataneria a Girgenti, e raccolta, guardinga, a collo torto, andava per via, nascondendo tra le pieghe del tabarro il mazzocchio della grancassa cangiato in aspersorio.
I cittadini, sotto a quel travestimento, la riconoscevano bene: la lasciavano andare e fare; la rispettavano anche; oh, perché non seccava nemmeno con troppe prediche; prestava denaro poi, sottomano - a usura, ma ne prestava -; pubblicamente, con molti carati del Salvo e con altri di socii minori, aveva aperto una banca popolare cattolica - all'interesse consentito da santa madre Chiesa.
I pubblici ufficii, prefettura, intendenza delle finanze, scuole governative, tribunali, davano ancora un po' di movimento, ma quasi meccanico, alla città: altrove ormai urgeva la vita.
L'industria, il commercio, la vera attività insomma, s'era da un pezzo trasferita a Porto Empedocle giallo di zolfo, bianco di marna, polverulento e romoroso, in poco tempo divenuto uno de' piú affollati e affaccendati emporii dell'isola.
Ma anche là, la sovrabbondanza dello zolfo per le condizioni mal proprie con cui si svolgeva l'industria, l'ignoranza degli usi a cui quel minerale era destinato e dei profitti che se ne potevano ricavare, il difetto di grossi capitali, il bisogno o l'avidità di un pronto guadagno, eran cagione che quella ricchezza del suolo, che avrebbe dovuto esser ricchezza degli abitanti, se n'andasse giorno per giorno ingojata dalle stive dei vapori mercantili inglesi, americani, tedeschi e francesi, lasciando tutti coloro che vivevano di quell'industria e di quel commercio con le ossa rotte dalla fatica, la tasca vuota e gli animi inveleniti dalla guerra insidiosa e feroce, con cui si eran conteso il misero prezzo o lo scotto o il nolo della merce da loro stessi rinvilita.
A Girgenti, solo i tribunali e i circoli d'Assise davano da fare veramente, aperti com'erano tutto l'anno.
Su al Culmo delle Forche il carcere di San Vito rigurgitava sempre di detenuti, che talvolta dovevano aspettare tre o quattro anni per essere giudicati.
E meno male che l'innocenza, nel maggior numero dei casi, di questo forzato indugio non aveva a patire.
La città era piuttosto tranquilla; ma nelle campagne e nei paesi della provincia i reati di sangue, aperti o per mandato, per risse improvvise o per vendette meditate, e le grassazioni e l'abigeato e i sequestri di persona e i ricatti erano continui e innumerevoli, frutto della miseria, della selvaggia ignoranza, dell'asprezza delle fatiche che abbrutivano, delle vaste solitudini arse, brulle e mal guardate.
In piazza Sant'Anna, ov'erano i tribunali, nel centro della città, s'affollavano i clienti di tutta la provincia, gente tozza e rude, cotta dal sole, gesticolante in mille guise vivacemente espressive: proprietarii di campagne e di zolfare in lite con gli affittuarii o coi magazzinieri di Porto Empedocle, e sensali e affaristi e avvocati e galoppini; s'affollavano storditi i paesani zotici di Grotte o di Favara, di Racalmuto o di Raffadali o di Montaperto, solfaraj e contadini, la maggior parte, dalle facce terrigne e arsicce, dagli occhi lupigni, vestiti dei grevi abiti di festa di panno turchino, con berrette di strana foggia: a cono, di velluto; a calza, di cotone; o padovane; con cerchietti o catenaccetti d'oro agli orecchi; venuti per testimoniare o per assistere i parenti carcerati.
Parlavano tutti con cupi suoni gutturali o con aperte protratte interiezioni.
Il lastricato della strada schizzava faville al cupo fracasso dei loro scarponi imbullettati, di cuojo grezzo, erti, massicci e scivolosi.
E avevan seco le loro donne, madri e mogli e figlie e sorelle, dagli occhi spauriti o lampeggianti d'un'ansietà torbida e schiva, vestite di baracane, avvolte nelle brevi mantelline di panno, bianche o nere, col fazzoletto dai vivaci colori in capo, annodato sotto il mento, alcune coi lobi degli orecchi strappati dal peso degli orecchini a cerchio, a pendagli, a lagrimoni; altre vestite di nero e con gli occhi e le guance bruciati dal pianto, parenti di qualche assassinato.
Fra queste, quand'eran sole, s'aggirava occhiuta e obliqua qualche vecchia mezzana a tentar le più giovani e appariscenti che avvampavano per l'onta e che pur non di meno talvolta cedevano ed eran condotte, oppresse di angoscia e tremanti, a fare abbandono del proprio corpo, senz'alcun loro piacere, per non ritornare al paese a mani vuote, per comperare ai figliuoli lontani, orfani, un pajo di scarpette, una vesticciuola.
(«Occasioni! Una poverella bisognava che ne profittasse.
Nessuno avrebbe saputo...
Presto presto...
Peccato, sì, ma Dio leggeva in cuore...»).
I molti sfaccendati della città andavano intanto su e giù, sempre d'un passo, cascanti di noja, con l'automatismo dei dementi, su e giù per la strada maestra, l'unica piana del paese, dal bel nome greco, Via Atenèa, ma angusta come le altre e tortuosa.
Via Atenèa, Rupe Atenèa, Empedocle...
- nomi: luce di nomi che rendeva più triste la miseria e la bruttezza delle cose e dei luoghi.
L'Akragas dei Greci, l'Agrigentum dei Romani, eran finiti nella Kerkent dei Musulmani, e il marchio degli Arabi era rimasto indelebile negli animi e nei costumi della gente.
Accidia taciturna, diffidenza ombrosa e gelosia.
Dal bosco della Civita, cuore della scomparsa città vetusta, saliva un tempo al colle, su cui siede misera la nuova, una lunga fila di altissimi e austeri cipressi, quasi a segnar la via della morte.
Pochi ormai ne restavano; uno, il più alto e il più fosco si levava ancora sotto l'unico viale della città, detto della Passeggiata, la sola cosa bella che la città avesse, aperto com'era alla vista magnifica di tutta la piaggia, sotto, svariata di poggi, di valli, di piani, e del mare in fondo, nella sterminata curva dell'orizzonte.
Quel cipresso, stagliandosi nero e maestoso dopo il fiammeggiare dei meravigliosi tramonti su la piaggia che s'ombrava tutta di notturno azzurro, pareva riassumesse in sé la tristezza infinita del silenzio che spirava dai luoghi, sonori un tempo di tanta vita.
Era qua, ora, il regno della morte.
Dominata, in vetta al colle, dall'antica cattedrale normanna, dedicata a San Gerlando, dal Vescovado e dal Seminario, Girgenti era la città dei preti e delle campane a morto.
Dalla mattina alla sera, le trenta chiese si rimandavano con lunghi e lenti rintocchi il pianto e l'invito alla preghiera, diffondendo per tutto un'angosciosa oppressione.
Non passava giorno che non si vedessero per via in processione funebre le orfanelle grige del Boccone del povero: squallide, curve, tutte occhi nei visini appassiti, col velo in capo, la medaglina sul petto, e un cero in mano.
Tutti, per poca mancia, potevano averne l'accompagnamento; e nulla era più triste che la vista di quella fanciullezza oppressa dallo spettro della morte, seguito così ogni giorno, a passo a passo, con un cero in mano, dalla fiamma vana nella luce del sole.
Chi poteva curarsi, in tale animo, delle elezioni politiche imminenti? E poi, perché? Nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, né mai l'aveva avuta.
La corruzione era sopportata come un male cronico, irrimediabile; e considerato ingenuo o matto, impostore o ambizioso, chiunque si levasse a gridarle contro.
In quei giorni, più che delle imminenti elezioni politiche, gli sfaccendati parlavano del duello del candidato Ignazio Capolino con Guido Verònica.
Per l'intromissione violenta di Roberto Auriti, la questione cavalleresca s'era complicata.
Guido Verònica aveva accettato subito la sfida del Capolino; aveva chiesto però qualche giorno di tempo per provvedersi di padrini.
Ed era arrivato da Palermo il deputato Corrado Selmi, con un altro signore, che si diceva famoso spadaccino.
Roberto Auriti, intanto, non potendo battersi col Prèola e non volendo che altri vendicasse della turpe offesa la memoria del padre, aveva preteso di battersi lui per primo col Capolino.
I padrini di questo, il Verònica stesso, si erano opposti a tale pretesa.
A nome del Capolino quelli avevano lealmente dichiarato di deplorar l'articolo del Prèola, pubblicato di furto nel giornale.
Squalificato così dai suoi stessi partigiani il vero autore dell'offesa, peraltro riconosciuto indegno di scendere sul terreno e ormai cacciato via da Girgenti, l'Auriti non aveva più da domandare altra soddisfazione; e un solo duello doveva aver luogo, perché l'affare si terminasse lodevolmente: tra il Veronica e il Capolino, per l'aggressione da questo patita sulla pubblica via.
Troppo giusto!
La vertenza tanto dibattuta aveva appassionato vivamente la cittadinanza, tra la quale d'improvviso s'erano scoperti tanti calorosi dilettanti di cavalleria; e la passione sopra tutto s'era accesa per l'intervento d'un uomo così noto come il Selmi e per le arie spagnolesche e provocanti dell'altro testimonio del Verònica, spadaccino.
Ma, dal canto suo, il campione paesano, Ignazio Capolino s'era affidato anche lui in buone mani: a un certo D'Ambrosio lontano parente della moglie, che sapeva tener bene la spada in pugno e non si sarebbe lasciato imporre né dal prestigio di Corrado Selmi né dalla spocchia di quell'altro messere.
E lui solo, ohè! perché l'altro testimonio di Capolino faceva ridere: Ninì De Vincentis, figurarsi!
Povero Ninì, vi era stato tirato proprio pei capelli! Sciabole, sangue - lui che era una damigella, un San Luigi col giglio in mano.
Sarebbe svenuto certamente, assistendo allo scontro! Che idea, quel Capolino, andare a scegliere proprio Ninì, come se non ci fossero stati altri piú adatti in paese! Ma forse lo aveva scelto il D'Ambrosio, apposta, per una bravata, per rispondere ironicamente alla chiamata dello spadaccino dalla parte avversaria.
Ninì ignorava ancora il rifiuto reciso opposto dal Salvo alla domanda di matrimonio che - costretto dal fratello Vincente - gli aveva fatto rivolgere da monsignor Montoro.
Il Capolino lo aveva forzato ad accettar quell'ufficio per lui terribile di secondo testimonio al duello, dandogli a intendere che il Salvo lo avrebbe molto gradito.
Perbacco, doveva sì o no sfatare una buona volta la fama di verginale timidezza che s'era fatta in paese? Uomo! uomo! bisognava che si dimostrasse uomo! Del resto, pancia e presenza: non si voleva altro da lui.
Che pancia? Dove aveva la pancia Ninì? Fino e diritto come un bastoncino...
Via, era un modo di dire, pancia e presenza.
Composto, elegantissimo come un vero zerbinotto di Parigi, avrebbe fatto una splendida figura.
Tutti e quattro i padrini s'erano recati nella mattinata alla villa del principe di Laurentano, a Colimbètra, dove il duello avrebbe avuto luogo, per i concerti opportuni e la scelta del terreno.
Nessuno lì si sarebbe attentato a disturbare lo scontro.
Il principe, la mattina seguente, si sarebbe recato a Valsanìa per la presentazione con la sposa, com'era già convenuto; subito dopo la partenza del principe, si sarebbe fatto il duello.
Gli sfaccendati peripatetici assistettero dal viale della Passeggiata al ritorno in carrozza dei quattro padrini da Colimbètra.
Ignazio Capolino, intanto, aspettava i suoi, passeggiando coi maggiorenti del partito su l'ampia terrazza marmorea, davanti al Circolo che, come ta