I VECCHI E I GIOVANI, di Luigi Pirandello - pagina 19
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- Un sorsellino di caffè...
- No no, grazie - si schermí il Costa.
- Ho tanta fretta!
- Cinque minuti! - fece donna Sara, levando le mani a un gesto che voleva dire: «Non casca il mondo!».
E s'avviò.
Ma il Costa, sedendo di nuovo, sospirò, rivolto a don Cosmo:
- C'è una mala femmina, si-don Co', una mala femmina che da qualche tempo a questa parte mette male tra mio figlio e don Flaminio; io lo so!
E donna Sara non poté piú varcare la soglia: si voltò, strizzò gli occhi, arricciò il naso e chiese con una mossettina del capo: - Chi è?
- Non mi fate sparlare ancora, donna Sara mia! - sbuffò il Costa.
- Ho parlato già troppo!
Ma, tanto, donna Sara Alàimo aveva già compreso di quale mala femmina egli intendesse parlare, e uscì, esclamando con le mani per aria:
- Che mondo! che mondo!
Dianella non s'affrettò quella mattina a raggiungere Mauro alla vigna.
Quello sguardo duro del padre nell'ira, mentre il Costa parlava del pericolo da cui il figlio era minacciato in Aragona, le aveva in un baleno richiamato alla memoria un altro sguardo di lui, di tanti anni addietro, quando il fratellino era morto e la madre impazzita.
Aveva undici anni, lei, allora.
E più della morte del fratello, più della sciagura orrenda della madre le era rimasta indelebile nell'anima l'impressione di quello sguardo d'odio che a lei - ragazzetta ancor quasi ignara, incerta e smarrita tra i giuochi e la pena - aveva lanciato il padre, nel cordoglio rabbioso:
- Non potevi morir tu invece? - le aveva detto chiaramente quello sguardo.
Così.
Proprio così.
E Dianella comprendeva bene adesso perché il padre non avrebbe esitato un momento a dar la vita di lei in cambio di quella del fratello.
Tutte le cure e l'affetto e le carezze e i doni, di cui egli l'aveva poi colmata, non erano più valsi a scioglierle dal fondo dell'anima il gelo, in cui quello sguardo s'era quasi rappreso e indurito.
Spesso se n'adontava con se stessa, sentendo che il calore dell'affetto paterno non riusciva più a penetrare in lei quasi respinto istintivamente da quel gelo.
Per qual ragione seguitava egli ormai a lavorare con tanto accanimento? ad accumulare tanta ricchezza? Non per lei certamente; sì per un bisogno spontaneo, prepotente, della sua stessa natura; per dominare su tutti; per esser temuto e rispettato; o fors'anche per stordirsi negli affari o per prendersi a suo modo una rivincita su la sorte che lo aveva colpito.
Ma in certi momenti d'ira (come dianzi), o di stanchezza o di sfiducia, lasciava pur vedere apertamente che tutte le sue imprese e i suoi sforzi e la sua vita stessa non avevano più scopo per lui, perduto l'erede del nome, colui che sarebbe stato il continuatore della sua potenza e della sua fortuna.
Da un pezzo, convinta di questo, Dianella, pur non sapendo neanche immaginare la propria vita priva di tutto quel fasto che la circondava, aveva cominciato a sentire un segreto dispetto per quella ricchezza del padre, di cui un giorno (il piú lontano possibile!) ella sarebbe stata l'unica erede, per forza e senza alcuna soddisfazione per lei.
Quante volte, nel vederlo stanco e irato, non avrebbe voluto gridargli: «Basta! Lascia! Perché la accresci ancora, se dev'esser poi questa la fine?».
E altro ancora, ben altro avrebbe voluto gridargli, se con l'anima avesse potuto arrivare all'anima del padre, senza che le labbra si movessero e udissero gli orecchi.
Da quanto aveva potuto intendere col finissimo intuito e penetrare con quegli occhi silenziosamente vigili e da certi discorsi colti a volo senza volerlo, aveva già coscienza che la ricchezza del padre, se non al tutto male acquistata, aveva pur fatto molte vittime in paese.
Crudele con lui la sorte, crudele la rivincita che si prendeva su essa.
Voleva tutto per sé, tutto in suo pugno: zolfare e terre e opificii, il commercio e l'industria dell'intera provincia.
Ora perché gravare su le esili spalle di lei - figlia...
sí, amata, ma non prediletta, quantunque rimasta sola - il fardello di tutte quelle ricchezze, che molti forse maledicevano in segreto e che certo non le avrebbero portato fortuna? Eppure s'era illusa, fino a poco tempo fa, che il padre l'avrebbe lasciata libera nella scelta; che anzi egli stesso l'avesse ajutata a scegliere, beneficando colui che, da ragazzo, gli aveva salvato la vita.
Bruno, come fuso nel bronzo, coi capelli ricci, neri, e gli occhi fermi e serii, Aurelio Costa le era apparso la prima volta, a tredici anni; era stato poi per tanto tempo suo compagno di giuoco, suo e del fratellino.
Tutt'e tre, ragazzi, non capivano allora che differenza fosse tra loro.
Alla morte del fratellino però, Aurelio era man mano divenuto con lei sempre più timido e circospetto; non aveva piú voluto giocare come prima; era cresciuto tanto; gli s'era alterata la voce; s'era messo a studiare, a studiare; e lei, che allora non aveva più di dodici anni, s'era contentata d'assistere zitta zitta al suo studio, fingendo di studiare anche lei; ogni tanto, in punta di piedi, andava a tirargli un ricciolo sulla nuca.
A diciott'anni Aurelio era poi partito per iscriversi all'Università di Palermo nella facoltà d'ingegneria.
Senza più lui, la casa per tanti mesi era rimasta per lei come vuota; aveva l'impressione di quella sua prima solitudine, come se avesse passato tutto un inverno interminabile con la fronte appoggiata ai vetri d'una finestra su cui le gocce della pioggia scorrevano come lagrime, su cui qualche mosca superstite, morta di freddo, rimaneva attaccata e lei con un dito, toccandola appena, la faceva cadere.
Forse da allora la sua fronte, per il contatto di quei vetri gelati, le era rimasta così come fasciata di gelo.
Ma che esultanza poi al ritorno di lui, finito l'anno scolastico! Era stata così vivace e piena di giubilo quella festa, che il padre, appena andato via Aurelio, se l'era chiamata in disparte e pian piano, con garbo, carezzandole i capelli, le aveva lasciato intendere che sarebbe stato bene frenarsi, perché era ormai un giovanotto quel suo antico compagno di giuoco, a cui non bisognava più dare del tu.
Senza saperne bene il perché s'era fatta di bragia: oh Dio, e come allora, del lei? non era più lo stesso Aurelio? No, non era più lo stesso Aurelio, neanche per lei; e se n'era accorta sempre di più di anno in anno ai ritorni di lui, finché all'ultimo, presa la laurea, egli aveva manifestato l'intenzione di concorrere a una borsa di studio all'estero.
Lui, proprio lui non era piú lo stesso; perché lei, invece...
sì, con la bocca, signor Aurelio, ma con gli occhi seguitava a dargli del tu.
Prima di partire per Parigi, era venuto a ringraziare il suo benefattore, a giurargli eterna gratitudine; a lei non aveva saputo quasi dir nulla, quasi non aveva osato guardarla, fors'anche non s'era accorto né del pallore del volto né del tremito della mano di lei.
E tuttavia non s'era perduta; aveva fatto anzi tanto più certo in sé il suo sentimento, quanto più incerta era rimasta sul conto di lui.
Era sicura, superstiziosamente, ch'egli le fosse destinato.
Dopo la partenza, più volte aveva sentito il padre parlare del valore eccezionale di quel giovine e dello splendido avvenire che avrebbe avuto, e lodarsi di quanto aveva fatto per lui, di averlo trattato come un figliuolo.
Naturalmente questi discorsi le avevano ravvivato sempre più nel cuore il fuoco segreto e sempre più acceso la speranza che il padre, avendo perduto l'unico figliuolo, e avendo quasi creato lui quest'altro al quale pur doveva la vita, avrebbe preferito che a lui, anziché a un altro più estraneo, andassero un giorno le ricchezze e la figlia.
S'era maggiormente raffermata in questa speranza pochi mesi fa, quando Aurelio, ritornato dalla Sardegna, era stato assunto dal padre alla direzione delle zolfare.
Non lo aveva più riveduto dal giorno della partenza per Parigi.
Oppressa, tra il vano fasto, dalla vita meschina di Girgenti, vecchia città, non zotica veramente, ma attediata nel vuoto desolato dei lunghi giorni tutti uguali, sempre con quel giro di visite delle tre o quattro famiglie conoscenti che gareggiavano d'affetto e di confidenza verso di lei, ch'era come la reginetta del paese, fra le spiritosaggini solite dei soliti giovanotti eleganti, anneghittiti, immelensiti nella povera e ristretta vita provinciale, s'era riscossa alla vista di lui così maschio e padrone di sé.
La gioja di rivederlo le s'era però d'un subito offuscata al sopravvenire di Nicoletta Spoto, da un anno appena moglie del Capolino.
Aveva notato uno strano imbarazzo, un vivo turbamento tanto in costei quanto in Aurelio, allorché questi, introdotto nel salone, s'era inchinato a salutare.
Poi, appena il padre aveva condotto via con sé nello studio Aurelio, la Capolino, rifiatando, aveva narrato con focosa vivacità a lei e alla zia Adelaide, che quel poveretto lì, tutto impacciato, aveva nientemeno osato di mandare a chiederla in isposa, subito dopo ottenuto il posto d'ingegnere governativo in Sardegna, ricordandosi forse di qualche occhiatina scambiata tanti e tanti anni addietro, quand'egli era ancora studentello all'Istituto.
Figurarsi che orrore aveva provato lei, Lellè Spoto, a una tal richiesta, e come s'era affrettata a rifiutare, tanto più che già erano avviate le prime pratiche per il matrimonio con Ignazio Capolino.
S'era sentita voltare il cuore in petto a questa notizia inattesa; s'era fatta certo di mille colori e certo s'era tradita con quella donna, di cui già conosceva la relazione segreta e illecita col padre.
Non le aveva detto nulla; ma quando Aurelio, dopo la lunga udienza, era ritornato in salone, lei, tutta accesa in volto, lo aveva accolto apposta con premure esagerate ricordandogli i giorni passati insieme, i giuochi, le confidenze.
E più volte, con gioja, aveva veduto colei mordersi il labbro e impallidire.
Dianella sperava che Aurelio, almeno quella volta, avesse compreso.
Lo aveva subito scusato in cuor suo del tradimento, di cui non poteva aver coscienza, non credendo di poter ardire di alzar gli occhi fino a lei; ma...
intanto, ah! proprio a quella donna lì, sotto ogni riguardo indegna di lui, era andato a pensare! E il rifiuto di quella donna le era sembrato quasi un'offesa diretta anche a lei.
Però, ecco, egli era stato a Parigi; la vivacità, la capricciosa disinvoltura di Nicoletta Spoto avevano forse acquistato allora un gran pregio agli occhi di lui, ricordandogli probabilmente le donne conosciute e ammirate colà.
D'umilissimi natali, aveva creduto forse di fare un gran salto imparentandosi con una famiglia come quella della Spoto, molto ricca un giorno, ora decaduta, ma tuttavia tra le più cospicue del paese.
Costei ora, certo, avvalendosi del potere che aveva sul padre, si vendicava dell'affronto patito quella volta.
Anche lei, Dianella, aveva notato che da qualche tempo il padre non si mostrava più contento di Aurelio; e che da alcune sere lì, nella villa, parlando con don Cosmo Laurentano, insisteva su certe domande che le davano da pensare.
Segretamente, lei disapprovava quelle nozze strane della zia col principe don Ippolito, ne aveva quasi onta, sospettando nel padre un pensiero nascosto: che cioè si volesse servire di quelle nozze non certo onorevoli per introdursi nella casa dei Laurentano e attrarre a sé a poco a poco anche le sostanze di questa.
Da alcune sere, a cena, il discorso di don Cosmo cadeva, insistente, sul figlio del principe, su Lando Laurentano, che viveva a Roma.
Perché?
Assorta in questi pensieri, Dianella s'era seduta sotto un olivo sul ciglio del profondo burrone e guardava la dirupata costa dirimpetto, dove pascolava una greggiola di capre scesa dalle terre di Platanìa.
Il giorno dopo l'arrivo in quella campagna, s'era sentita quasi rinascere.
L'aria di selvatica rustichezza, che la vecchia villa aveva preso nell'abbandono; la malinconia profonda che da quell'abbandono pareva si fosse diffusa tutt'intorno, nei viali, nei sentieri solinghi, quasi scomparsi sotto le borracine e le tignàmiche, ove l'aria - fresca dell'ombra degli olivi e dei mandorli o delle alte spalliere di fichidindia - era satura di fragranze, amare di prugnole, dense e acute di mentastri e di salvie; e quell'ampio burrone precipite; e la chiara e gaja vicinanza del mare; e quegli alberi antichi, non curati, irti di polloni selvaggi, sognanti nel silenzio della solitudine immensa, si accordavano soavemente con l'animo in cui ella si trovava.
Ora, invece, quei discorsi del padre...
l'ira contro Aurelio...
e quello sciopero di solfaraj ad Aragona...
le minacce...
E lei, lì sola, senza nessuno veramente con cui votarsi il cuore...
Aver la madre e non potersi rivolgere a lei, e vedersela davanti, peggio che morta - viva e vana...
Lustreggiava per un tratto, tra i culmi radi delle canne in fondo al burrone un ruscelletto che a un certo punto era stato tagliato dai lavori di presa per la linea ferroviaria.
Vi fissò gli occhi e le sorse allora spontanea l'immagine che lei fosse rimasta appunto come un ruscello a cui una mano ignota per malvagio capriccio avesse traviato la vena presso la fonte con irti e gravi sassi; e l'acqua di là si fosse sparsa stagnante, e di qua il ruscello si fosse raddensato in rena e in ciottoli.
Ah, che sete inestinguibile le era rimasta dell'amore materno! Ma s'appressava alla madre, e questa non la riconosceva per figlia.
Il dolore di lei così vicino e urgente non si ripercoteva per nulla in quella coscienza spenta.
- Vittoria Vivona d'Alessandria della Rocca, - diceva la madre di se stessa, con voce che pareva arrivasse di lontano.
- Bella figlia! bella figlia! Aveva una treccia di capelli che non finiva mai; tre donne gliela pettinavano...
Cantava e sonava.
Sonava anche l'organo in chiesa, a Santa Maria dell'Udienza, e gli angioletti stavano a sentirla, in ginocchio e a mani giunte, cosí...
Doveva sposare un riccone di Girgenti; le venne un mal di capo, e morì...
Dianella non poté più frenare le lagrime e si mise a piangere silenziosamente, con amara voluttà in quella solitudine.
Ma il silenzio attorno era così attonito, e così intenso e immemore il trasognamento della terra e di tutte le cose, che a poco a poco se ne sentì attratta e affascinata.
Le parvero allora gravati da una tristezza infinita e rassegnata quegli alberi assorti nel loro sogno perenne, da cui invano il vento cercava di scuoterli.
Percepì, in quella intimità misteriosa con la natura, il brulichìo delle foglie, il ronzìo degli insetti, e non sentì più di vivere per sé; visse per un istante quasi incosciente, con la terra, come se l'anima le si fosse diffusa e confusa in tutte le cose della campagna.
Ah, che freschezza d'infanzia nell'erbetta che le sorgeva accanto! e come appariva rosea la sua mano sul tenero verde di quelle foglie! oh, ecco un maggiolino sperduto, fuor di stagione, che le scorreva su la mano...
Com'era bello! piccolo e lucido più d'una gemma! E poteva dunque la terra, tra tante cose brutte e tristi, produrne pure di così gentili e graziose?
Trascorse, quasi in risposta, su quelle foglie, su la sua mano come un lieve e fresco alito di gioja.
Dianella trasse un sospiro e aspettò con la mano su l'erba che l'insetto ritrovasse la sua via tra le foglie, poi si scosse di soprassalto all'arrivo festoso improvviso dei tre mastini che le si fecero attorno, anzi sopra, impazienti, scostandosi l'un l'altro, per aver sul capo la carezza delle sue mani.
E non la lasciavano alzare.
Alla fine sopraggiunse Mauro Mortara.
- Vi siete sentita male? - le domandò, cupo, senza guardarla.
- No...
niente...
- gli rispose, schermendosi con le braccia dalle piote e dalle linguate dei cani, e sorridendo mestamente.
- Un po' stanca...
- Qua! - gridò forte Mauro ai tre mastini, perché la lasciassero in pace.
E subito quelli restarono, come impietriti dal grido.
Dianella sorse in piedi e si chinò a carezzarli di nuovo, in compenso della sgridata.
- Poverini...
poverini...
- Se volete venire...
- propose Mauro.
- Eccomi.
A veder la stanza del Generale? Ho tanta curiosità...
Era impacciata nel parlargli, non sapendo ancor bene se dargli del voi o del tu.
- Vostro padre è partito?
- Sì, sì, - s'affrettò a rispondergli; e subito si pentì della fretta che poteva dimostrare in lei quel sollievo stesso che provavano tutti quando il padre era assente.
- Ad Aragona, - disse - si sono ribellati i solfaraj.
Bisognerà mandarci soldati e carabinieri.
- Piombo! piombo! - approvò Mauro subito, scotendo energicamente il capo.
- Sbirro, vi giuro, andrei a farmi, vecchio come sono!
- Forse...
- si provò a dire Dianella.
Ma il Mortara la interruppe con una sua abituale esclamazione:
- Oh Marasantissima, lasciatevi servire!
Non ammetteva repliche, Mauro Mortara.
Nelle sue perpetue ruminazioni vagabonde tra la solitudine della campagna s'era a modo suo sistemato il mondo, e ci camminava dentro, sicuro, da padreterno, lisciandosi la lunga barba bianca e sorridendo con gli occhi alle spiegazioni soddisfacenti che aveva saputo darsi d'ogni cosa.
Tutto ciò che accadeva, doveva rientrar nelle regole di quel suo mondo.
Se qualche cosa non poteva entrarci, egli la tagliava fuori, senz'altro, o fingeva di non accorgersene.
Guaj a contraddirlo!
- Oh Marasantissima, lasciatevi servire! Che pretendono? Voglio sapere che pretendono! Dobbiamo tutti ubbidire, dal primo all'ultimo, tutti, e ognuno stare al suo posto, e guardare alla comunità! Perché questi pezzi di galera figli di cane ingrati e sconoscenti debbono guastare a noi vecchi la soddisfazione di vedere questa comunità, l'Italia, divenuta per opera nostra quella che è? Che ne sanno, di cos'era prima l'Italia? Hanno trovato la tavola apparecchiata, la pappa scodellata, e ora ci sputano sopra, capite? Intanto, guardate: Tunisi è là!
Si voltò verso il mare e col braccio teso indicò, fosco, un punto nell'orizzonte lontano.
Dianella si volse a guardare, senza comprendere come c'entrasse Tunisi.
Ella lo lasciava dire e non l'interrompeva mai, se non per approvare tutti quegli sproloquii patriottici ch'egli le faceva.
- È là! - ripeté Mauro fieramente.
- E ci sono i Francesi là che ce l'hanno presa a tradimento! E domani possiamo averli qua, in casa nostra, capite? Vi giuro che non ci dormo, certe notti, e mi mordo le mani dalla rabbia! E invece d'impensierirsi di questo, quei mascalzoni là pensano a fare scioperi, ad azzuffarsi tra loro! Tutta opera dei preti, sapete? Cima di birbanti! schiuma d'ogni vizio! abissi di malizia! Soffiano nel fuoco, sotto sotto, per smembrare di nuovo l'Italia...
I Sanfedisti! I Sanfedisti! Io debbo guardarmi davanti e dietro, perché me l'hanno giurata e mi contano i passi.
Ma con me le spese ci perdono...
Guardate qua!
E mostrò a Dianella i due pistoloni napoletani che gli pendevano dalla cintola.
Quella visita alla famosa stanza del Generale, detta per antonomasia il Camerone, era una grazia veramente particolare concessa a Dianella.
Mauro Mortara, che ne teneva la chiave, non vi lasciava entrar mai nessuno.
E non l'uscio soltanto, ma anche le persiane dei due terrazzini e della finestra stavano sempre chiuse, quasi che l'aria e la luce, entrandovi apertamente, potessero fugare i ricordi raccolti e custoditi con tanta gelosa venerazione.
Certo, dopo la partenza del vecchio principe per l'esilio, uscio e finestre erano stati spalancati chi sa quante volte; ma il Mortara, da che era ritornato a Valsanìa, aveva tenute almeno le persiane sempre chiuse così, e aveva l'illusione che così appunto fossero rimaste da allora, sempre, e che però quelle pareti serbassero ancora il respiro del Generale, l'aria di quel tempo.
Questa illusione era sostenuta dalla vista della suppellettile rimasta intatta, tranne la lettiera d'ottone a baldacchino, che non aveva più né materasse, né tavole, né l'ampio parato a padiglione.
Quella penombra era così propizia alla rievocazione dei lontani ricordi!
Mauro, ogni volta, girava un po' per la stanza; si fermava innanzi a questo o a quel mobile decrepito, dall'impiallacciatura gonfia e crepacchiata qua e là; poi andava a sedere sul divano imbottito d'una stoffa verde, ora ingiallita, con due rulli alla base di ciascuna testata, e lì, con gli occhi socchiusi, lisciandosi con la piccola mano tozza e vigorosa la lunga barba bianca, pensava, e più spesso ricordava, assorto, come in chiesa un divoto nella preghiera.
Non lo disturbavano neppure i topi che facevano talvolta una gazzarra indiavolata sul terrazzo di sopra, il cui piano, per impedire che il soffitto del camerone rovinasse, s'era dovuto ricoprire di lastre di bandone.
Il rimedio era giovato poco e per poco tempo; le lastre di bandone s'erano staccate e accartocciate al sole, con molta soddisfazione dei topi che, rincorrendosi, vi s'appiattavano; e il soffitto già s'era aggobbato, gocciava d'inverno per due o tre stillicidii, e le pareti serbavano, anche d'estate, due larghe chiose d'umido, grommose di muffa.
Don Cosmo non se ne dava pensiero: non entrava quasi mai nel camerone; Mauro non voleva che si riattasse: poco più gli restava da vivere e voleva che tutto lì rimanesse com'era; sapeva che, morto lui, nessuno si sarebbe preso più cura di custodire quel «santuario della libertà»; e il soffitto allora poteva anche crollare o essere riattato.
Intanto, ogni anno, al sopravvenire dell'autunno, egli si recava sul terrazzo a rassettare e fissar le lastre di bandone con grosse pietre, e sul pavimento del camerone collocava concole e concoline sotto gli stillicidii.
Le gocce vi piombavan sonore, ad una ad una; e quel tin-tan cadenzato pareva gli conciliasse il raccoglimento
Dianella, entrando, ebbe subito come un urto dalla vista inattesa d'una belva imbalsamata che, nella penombra, pareva viva, là, nella parete di fronte, presso l'angolo, con la coda bassa e la testa volta da un lato, felinamente.
- Che paura! - esclamò, levando le mani verso il volto e sorridendo d'un riso nervoso.
- Non me l'aspettavo...
Che è?
- Leopardo.
- Bello!
E Dianella abbassò una mano a carezzare quel pelame variegato; ma subito la ritrasse tutta impolverata, e notò che alla belva mancava uno degli occhi di vetro, il sinistro.
- Un altro, compagno a questo, - riprese Mauro - l'ho regalato al Museo dell'Istituto, a Girgenti.
Non l'avete mai veduto? C'è una vetrina mia, nel Museo.
Accanto al leopardo una jena, bella grossa, e, sopra un'aquila imperiale.
Su la vetrina sta scritto: Cacciati, inbalsamati e donati da Mauro Mortara.
Gnorsì.
Ma venite qua, prima.
Voglio farvi vedere un'altra cosa.
La condusse davanti al vecchio divano sgangherato.
Appese alla parete, sopra il divano, eran quattro medaglie, due d'argento, due di bronzo, fisse in una targhetta di velluto rosso ragnato e scolorito.
Sopra la targhetta era una lettera, chiusa in cornice, scritta di minutissimo carattere in un foglietto cilestrino, sbiadito.
- Ah, le medaglie! - esclamò Dianella.
- No, - disse Mauro, turbato, con gli occhi chiusi.
- La lettera.
Leggete la lettera.
Dianella s'accostò di più al divano e lesse prima la firma: GERLANDO LAURENTANO.
- Del Generale?
Mauro, ancora con gli occhi chiusi, accenno di sì col capo, gravemente.
E Dianella lesse:
Amici,
Le notizie di Francia, il colpo di Stato di Luigi Napoleone recheranno certamente una grave e lunga sosta al momento per la nostra santa causa e ritarderanno, chi sa fino a quando, il nostro ritorno in Sicilia.
Vecchio come sono, non so né posso più sopportare il peso di questa vita d'esilio.
Penso che non sarò più in grado di prestare il mio braccio alla Patria, quand'essa, meglio maturati gli eventi, ne avrà bisogno.
Viene meno pertanto la ragione di trascinare così un'esistenza incresciosa a me, dannosa a' miei figli.
Voi, più giovani, questa ragione avete ancora, epperò vivete per essa e ricordatevi qualche volta con affetto del vostro
Gerlando Laurentano
Dianella si volse a guardare il Mortara che, tutto ristretto in sé, con gli occhi ora strizzati, il volto contratto e una mano su la bocca, si sforzava di soffocare nel barbone abbatuffolato i singhiozzi irrompenti.
- Non la rileggevo piú da anni, - mormorò quando poté parlare.
Tentennò a lungo la testa, poi prese a dire:
- Mi fece questo tradimento.
Scrisse la lettera e si vestì di tutto punto, come dovesse andare a una festa da ballo.
Ero in cucina; mi chiamò.
«Questa lettera a Mariano Gioéni, a La Valletta».
C'erano a La Valletta gli altri esiliati siciliani, ch'erano stati tutti qua, in questa camera, prima del Quarantotto, al tempo della cospirazione.
Mi pare di vederli ancora: don Giovanni Ricci-Gramitto, il poeta; don Mariano Gioèni e suo fratello don Francesco; don Francesco De Luca; don Gerlando Bianchini; don Vincenzo Barresi: tutti qua; e io sotto a far la guardia.
Basta! Portai la lettera...
Come avrei potuto supporre? Quando ritornai a Burmula, lo trovai morto.
- S'era ucciso? - domandò, intimidita, Dianella.
- Col veleno, - rispose Mauro.
- Non aveva fatto neanche in tempo a tirare sul letto l'altra gamba.
Come era bello' Conoscete don Ippolito? Più bello.
Diritto, con un pajo d'occhi che fulminavano: un San Giorgio! Anche da vecchio, innamorava le donne.
Richiuse gli occhi e a bassa voce recitò la chiusa della lettera, che sapeva a memoria:
- Voi, più giovani, questa ragione avete ancora, epperò vivete per essa e ricordatevi qualche volta con affetto del vostro Gerlando Laurentano.
Vedete? E vissi io, come lui volle.
E qua, sotto la lettera, che mi feci restituire da don Mariano Gioèni, ho voluto appendere, come in risposta, le mie medaglie.
Ma prima di guadagnarmele! Sedete, qua; non vi stancate...
Dianella sedette sul vecchio divano.
In quel punto, donna Sara Alàimo, sentendo parlare nel camerone e vedendo insolitamente l'uscio socchiuso, sporse il capo incuffiato a guardare.
- Che volete voi qua?- saltò su Mauro Mortara, come avrebbe fatto, se vivo, quel leopardo.
- Qua non c'è nulla per voi!
- Puh! - fece donna Sara, ritraendo subito il capo.
- E chi vi tocca?
Mauro corse a sprangar l'uscio.
- La strozzerei! Non la posso soffrire, non la posso vedere, questa spïaccia dei preti! S'arrischia anche a ficcare il naso qua dentro ora? Non l'aveva mai fatto! La tengono qua i preti, sapete? approfittandosi di quel babbeo di don Cosmo.
I Sanfedisti, i Sanfedisti...
- Ma ci sono ancora davvero codesti Sanfedisti? - domandò Dianella con un benevolo sorriso.
- Oh Marasantissima, lasciatevi servire! - tornò ad esclamare il Mortara.
- Se ci sono! Forse ora si fanno chiamare d'un'altra maniera; ma sono sempre quelli.
Setta infernale, sparsa per tutto il mondo! Spie dappertutto: ne trovai una finanche in Turchia, figuratevi! a Costantinopoli.
- Siete stato fin là?- domandò Dianella.
- Fin là? Ma più lontano ancora!- rispose Mauro con un sorriso di soddisfazione.
- Dove non sono stato e che cosa non ho fatto io? Contiamo; ma non bastano le dita delle mani: pecorajo, contadino, servitore, mozzo di nave, scaricatore di bordo, stivatore, fochista, cuoco, bagnino, cacciatore di bestie feroci, poi volontario garibaldino, attendente di Bixio; poi, dopo la Rivoluzione, capo-carcerario: trecento galeotti ho tenuto in un pugno a Santo Vito, che volevano scappare; e alla fine, qua, campagnuolo di nuovo.
La mia vita? Non parrebbe vera, se qualcuno la volesse raccontare.
Stette un pezzo a lisciarsi la barba, mentre gli occhi verdastri gli ridevano lucidi, al fremito interno dei ricordi.
- Tagliate un tronco d'albero, - disse, - e buttatelo a mare, lontano dalla spiaggia.
Dove andrà a finire? Ero come un tronco d'albero, nato e cresciuto qua, a Valsanìa.
Venne la bufera e mi schiantò.
Prima partì il Generale coi compagni; io partii due giorni dopo, di notte, sopra un bastimento a vela, com'usava a quei tempi: una barcaccia di quelle che chiamano tartane.
Ora rido.
Sapeste però che spavento, quella notte, sul mare!
- La prima volta?
- Chi c'era mai stato! Nero, tutto nero, cielo e mare.
Solo la vela, stesa, biancheggiava.
Le stelle, fitte fitte, alte, parevano polvere.
Il mare si rompeva urtando contro i fianchi della tartana, e l'albero cigolava.
Poi spuntò la luna, e il bestione si abbonacciò.
I marinai, a prua, fumavano la pipa e chiacchieravano tra loro; io, buttato là, tra le balle e il cordame incatramato, vedevo il fuoco delle loro pipe; piangevo, con gli occhi spalancati, senz'accorgermene.
Le lagrime mi cadevano su le mani.
Ero come una creatura di cinque anni; e ne avevo trentatré! Addio, Sicilia; addio, Valsanìa; Girgenti che si vede da lontano, lassù, alta; addio, campane di San Gerlando, di cui nel silenzio della campagna m'arrivava il ronzìo; addio, alberi che conoscevo a uno a uno...
Voi non vi potete immaginare, come da lontano vi s'avvistino le cose care che lasciate e vi afferrino e vi strappino l'anima! Io vedevo certi luoghi, qua, di Valsanìa, proprio come se vi fossi; meglio, anzi; notavo certe cose, che prima non avevo mai notato; come tremavano i fili d'erba alla brezza grecalina, un sasso caduto dal murello, un albero un po' storto a pendìo, che si sarebbe potuto raddrizzare, e di cui potevo contare le foglie, a una a una...
Basta! All'alba, giunsi a Malta.
Prima si tocca l'isola di Gozzo...
Malta, capite? tutta come un golfo, abbraccia il mare.
Qua e là, tante insenature.
In una di queste è Burmula, dove il Generale aveva preso stanza.
Grossi porti, selve di navi; e gente d'ogni razza, d'ogni nazione: Arabi, Turchi, Beduini, Marocchini; e poi Inglesi, Francesi, Spagnuoli.
Cento lingue.
Nel Cinquanta, ci scoppiò il colera, portato dagli Ebrei di Susa che avevano con loro belle femmine, belle! ma, sapete? ragazzette fresche, di sedici e diciott'anni come voi...
- Oh, ne ho di piú io! - sorrise Dianella.
- Di piú? Non pare.
Si dipingevano.
Senza bisogno, - seguitò Mauro, - come se fossero state vecchie.
Peccato! Belle femmine! Portarono il colera, vi dicevo: un'epidemia terribile! Figuratevi che a Burmula, paesettuccio, in una sola giornata, ottocento morti.
Come le mosche si moriva.
Ma la morte a un disgraziato che paura può fare? Io mangiavo, come niente, petronciani e pomodori: lo facevo apposta.
Avevo imparato una canzonetta maltese e la cantavo giorno e notte, a cavalcioni d'una finestra.
Perché ero innamorato.
- Ah sí? Là? - domandò Dianella, sorpresa.
- Non là, - rispose Mauro.
- Avevo lasciato qua, a Valsanìa, una villanella con cui facevo all'amore: Serafina...
Si maritò con un altro, dopo un anno appena.
E io cantavo...
Volete sentire la canzonetta? Me la ricordo ancora.
Socchiuse gli occhi, buttò indietro il capo e si mise a canticchiare in falsetto, pronunciando a suo modo le parole di quella canzonetta popolare:
Ahi me kalbi, kentu giani...
Dianella lo guardava, ammirata, con un intenerimento e una dolcezza accorata, che spirava anche dal mesto ritmo di quell'arietta d'un tempo e d'un paese lontano, la quale affiorava su le labbra di quel vecchio, fievole eco della remota, avventurosa gioventù.
Non sospettava minimamente sotto la ruvida scorza del Mortara la tenerezza di tali ricordi.
- Com'è bella! - disse.
- Ricantatela.
Mauro, commosso, fece cenno di no, con un dito.
- Non posso; non ho voce.
Sapete che vogliono dire le prime parole? Ahimè, il cuore come mi duole.
Il senso delle altre non lo ricordo piú.
Piaceva tanto al Generale, questa canzonetta.
Me la faceva cantare sempre.
Eh, avevo buon voce, allora...
Voi guardate il leopardo? Ora vi racconto.
E seguitò a raccontarle come, dopo la morte del Generale, rimasto solo a Burmula, non volendo ritornare in Sicilia dove s'era già compromesso, si fosse recato a La Valletta.
Qua, gli esiliati siciliani avrebbero voluto ajutarlo; ma egli, sapendo in che misere condizioni si trovassero, aveva rifiutato ogni soccorso e s'era messo a lavorare nel porto, come mozzo, come scaricatore, come stivatore.
Mancavano le braccia, decimata la popolazione dal colera.
Poi s'era imbarcato su un piroscafo inglese da fochista.
Per più di sei mesi era stato sepolto lì, nel saldo ventre strepitoso della nave, ad arrostirsi al fuoco alimentato notte e giorno, senza mai sapere dove s'andasse.
I macchinisti inglesi lo guardavano e ridevano - chi sa perché - e un giorno, per forza, avevano voluto presentarlo, così tutto affumicato com'era, al capitano - pezzo d'omone sanguigno, con una barbaccia fulva che gli arrivava fin quasi ai ginocchi - e il capitano gli aveva più volte battuto la spalla, lodandolo forse per lo zelo.
Egli, difatti, in tutti quei mesi, non s'era dato un momento di requie, neanche per prendere un boccone; aveva perduto l'appetito: beveva soltanto, per temprar l'arsura del corpo che, là sotto, smaniava il respiro, un po' d'aria! Unico svago, quando si approdava in qualche porto, un vecchio libro di cucina, tutto squinternato, sul quale aveva imparato a compitare con l'ajuto del cuoco di bordo, anch'esso italiano, da lungo tempo spatriato a Malta.
Svago e tesoro, per lui, quel libro! Perché, un giorno, il cuoco, ammalatosi gravemente, era stato sbarcato a Smirne e, in mancanza d'altri, alla prova di quest'altro fuoco era stato messo lui, erede del libro e della dottrina culinaria di quello.
S'era dato con tutto l'impegno a questo nuovo ufficio e in breve aveva saputo contentar così bene il capitano, che questi poi, vedendolo lì lì per ammalarsi come quell'altro cuoco, spontaneamente lo aveva allogato quale sguattero in una famiglia inglese, ricchissima, domiciliata a Costantinopoli.
Ma la malattia contratta a bordo non lo aveva lasciato lungo tempo a quel posto, per un tristo accidente capitatogli uno di quei giorni.
Un droghieruccio d'Alcamo, stabilito da molti anni là a Costantinopoli, dal quale egli si recava qualche volta per sentir parlare il dialetto nativo, aveva voluto avvelenarlo.
Sì! Invece d'una pozione d'olio di mandorle dolci, gli aveva dato forse olio di mandorle amare.
Spia dei preti, dei Sanfedisti, anche quello! Sbaglio involontario? Ma che! Ricordava bene che una volta colui aveva osato rimproverarlo acerbamente per l'avventura del francescano appeso, ch'egli, così per ridere, gli aveva narrata.
Ah, ma rimessosi per miracolo, dopo circa tre mesi, dall'avvelenamento, gli aveva fatto pagar caro il delitto.
Con un pugno (e Mauro mostrò sorridendo il pugno) lo aveva steso là, nella bottega.
Aveva al dito un grosso anello di ferro, come un chiodo ritorto, comperato a Smirne, e con esso - senza volerlo, veh! - gli aveva sfracellato la tempia.
Ripresosi dal pauroso sbalordimento nel vederselo cascare giù tutto in un fascio sotto gli occhi, insanguinato, s'era dato alla fuga e poche ore dopo era partito con una nave che si recava a un piccolo porto dell'Asia Minore.
Non ricordava più il nome del paesello di mare in cui era disceso: era d'estate e aveva trovato subito da allogarsi come bagnino.
- Avete sentito nominare Orazio Antinori? - domandò a questo punto il Mortara.
- L'esploratore? Sì, - disse Dianella.
- Venne là, ai bagni, un giorno, - seguitò Mauro, - con un altro italiano.
Li sentii parlare e m'accostai.
L'Antinori assoldava cacciatori per la caccia delle fiere, nel deserto di Libia.
Gli piacqui, mi prese con sé.
Noi andavamo; gli mandavamo le fiere uccise; egli le imbalsamava e poi le spediva ai musei, a Londra, a Vienna...
Quando ritornavo dalle cacce, siccome lui mi voleva bene sapendomi fidato, lo ajutavo a preparar le droghe, e intanto, zitto zitto, gli rubavo l'arte.
Così imparai a imbalsamare; e quando lui andò via, seguitai per conto mio la caccia e la spedizione.
Vi voglio raccontare una certa avventura.
Un giorno, eravamo sperduti, io e lui, morti di fame e di sete.
A un certo punto avvistammo alcum alberi di fico e li prendemmo d'assalto, figuratevi! Ma i fichi migliori erano in alto e non potevamo prenderli.
Allora io, contadino, che feci? m'allontanai e ritornai poco dopo, munito d'una canna bella lunga; la spaccai un po' in cima e con essa mi misi a cogliere i fichi alti piú maturi, con la lagrima di latte: un miele, vi dico! L'Antinori mi guardava e si rodeva dentro.
Alla fine non poté più reggere e mi gridò: «Che fai? La smetti? Vuoi farmi ammazzare dai Turchi?» Capii l'antifona.
Zitto, stesi il braccio e gli porsi la canna.
Andai a prenderne un'altra, e tutti e due seguitammo a rubar fichi tranquillamente.
Ah, l'Antinori...
mi voleva bene, e m'ajutò tanto, anche da lontano.
Stetti lì più di sei anni.
Poi sentii che Garibaldi era sbarcato a Marsala, volai subito in Sicilia.
Sbarco a Messina; raggiungo i volontarii a Milazzo.
Don Stefano Auriti mi morì tra le braccia.
Non poteva più parlare, mi raccomandava con gli occhi il figlio, don Roberto, il suo leonetto di dodici anni...
Ci battemmo! A Reggio aprii il fuoco io, sapete? la prima fucilata fu la mia! Poi Bixio mi prese per attendente...
Che giornata, quella del Volturno! Ma ora, dopo aver visto tante cose, dopo averne passate tante, sono soddisfatto, che volete! L'Italia è grande! L'Italia è alla testa delle nazioni! Detta legge nel mondo! E posso dire che anch'io, così da povero ignorante e meschino come sono, ho fatto qualche cosa, senza tante chiacchiere.
Posso andare dal re e dirgli: «Maestà, alla sedia su cui voi sedete, se non una gamba o una traversa, un piccolo pernio, qualche cavicchio, l'ho messo anch'io.
La mia parte te l'ho fatta, figlio mio!» E sono contento.
Cammino qua per Valsanìa, vedo i fili del telegrafo, sento ronzare il palo, come se ci fosse dentro un nido di calabroni, e il petto mi s'allarga; dico: «Frutto della Rivoluzione!» Vado piú là, vedo la ferrovia, il treno che si caccia sottoterra, nel traforo sotto Valsanìa, che mi pare un sogno; e dico: «Frutto della Rivoluzione!» Vado sotto il pino, guardo il mare, vedo laggiù a ponente Porto Empedocle, che al tempo della mia partenza per Malta non aveva altro che la Torre, il Rastiglio, il Molo Vecchio e quattro casucce, e ora è diventato quasi una città; vedo le due lunghe scogliere del nuovo porto, che mi pajono due braccia tese a tutte le navi di tutti i paesi civili del mondo, come per dire: «Venite! venite! l'Italia è risorta, l'Italia abbraccia tutti, dà a tutti la ricchezza del suo zolfo, la ricchezza dei suoi giardini!».
Frutto della Rivoluzione, anche questo, penso, e - vedete? - mi metto a piangere come un bambino, dalla gioja...
Cavò, cosí dicendo, dall'apertura della ruvida camicia d'albagio un grosso fazzoletto di cotone turchino, e si asciugò gli occhi, che gli s'erano veramente riempiti di lagrime.
Dianella sentì anche lei inumidirsi gli occhi.
Quel vecchio che incuteva tanta paura, che aveva ucciso un uomo come niente e ne aveva fatto morire un altro per l'ombra d'un sospetto maniaco; che andava così armato, in procinto sempre di versare altro sangue, pronto com'era all'ira e irsuto e ombroso; quel vecchio, ecco, piangeva come un fanciullo per l'opera compiuta, ch'egli vedeva senza mende e gloriosa; piangeva esaltandosi nella sua gesta e nella grandezza della patria, per cui aveva tanto sofferto e combattuto, senza chieder mai nulla, generoso e feroce, fedele come un cane e coraggioso come un leone.
Né i suoi colombi, né la pace dei campi, né il governo della vigna, né il canto delle allodole, riuscivano a rasserenargli lo spirito dopo tanto tempo: quel camerone era come la sua chiesa; e usciva di là com'ebbro, e s'aggirava per la campagna sotto i mandorli e gli olivi, parlando tra sé di battaglie e di congiure, guardando biecamente il mare dalla parte di Tunisi, donde immaginava un improvviso assalto dei Francesi...
Un rumore di sonaglioli e il rotolìo d'una vettura vennero a un tratto a scuotere Dianella da queste considerazioni e Mauro dal pianto.
- Vostro padre? - domandò questi, infoscandosi d'un subito e ricacciandosi nell'apertura della camicia il fazzoletto.
Dianella si levò, costernata, e corse alla finestra a guardare attraverso le stecche delle persiane.
Restò.
Dalla vettura, che s'era fermata davanti alla villa, scendevano il padre, di ritorno, e Aurelio Costa - lui! - in tenuta da campagna.
- Andate, andate, - le disse Mauro, quasi spingendola.
- Chiudo e me ne scappo!
Dianella uscì sul corridojo e vide in fondo a esso il Costa e il padre, diretti alla camera di questo, nella quale si chiusero.
Allora Mauro Mortara, come una bestia sorpresa nel giaccio, sgattajolò ranco ranco, senza dirle nulla.
Ella rimase perplessa, profondamente turbata, non sapendo che pensare di quell'improvviso insolito ritorno del padre.
Evidentemente, tanto questo ritorno quanto la venuta d'Aurelio Costa si connettevano con le notizie dei tumulti d'Aragona.
Qualcosa di molto grave doveva essere accaduto.
Era fuggito Aurelio? No: Dianella non volle nemmeno supporlo.
Forse il padre stesso aveva mandato a chiamarlo.
Con quale animo?
Fu tentata di recarsi nella sua camera, attigua a quella del padre, se le riuscisse di cogliere qualche parola attraverso la parete, ma ricordò lo sguardo del padre, quella mattina, e se n'astenne; rimase tuttavia come tenuta tra due, nella sala d'ingresso.
- Suo papà, - le annunziò donna Sara Alàimo, sporgendo il capo dall'uscio della cucina.
Dianella le accennò di sì col capo.
- Con l'ingegnere, - aggiunse donna Sara, sottovoce.
Dianella le accennò di nuovo col capo che sapeva, e uscì sul pianerottolo della scala esterna.
La vettura era lì ancora, in attesa, a piè della scala.
Dunque il padre doveva ripartire subito? Forse era venuto per prendere qualche carta.
- Andrete a Porto Empedocle adesso? - domandò al cocchiere.
- Eccellenza, sì - rispose questi.
Ed ecco il padre e il Costa frettolosi.
Flaminio Salvo non s'aspettava di trovar la figlia sul pianerottolo della scala, e, vedendola, si tirò un po' indietro, senza fermarsi, le fece un sorriso e la salutò con la mano.
Aurelio Costa, che gli veniva dietro, rimase un istante confuso, accennò di togliersi il berretto da viaggio ma il Salvo gli gridò:
- Andiamo, andiamo...
Dianella, pallida, col fiato rattenuto, li vide montare su la vettura, partire senza volgere il capo, e li seguí con gli occhi finché non scomparvero tra gli alberi del viale.
Com'era cangiato Aurelio! Sconvolto...
Pareva malato, invecchiato, con la barba non rifatta...
Dianella pensò al giudizio che ne aveva dato Nicoletta Capolino.
Avrebbe voluto vederlo più altero di fronte al padre; avrebbe voluto che, non ostante il richiamo imperioso di questo, egli si fosse fermato lì sul pianerottolo, almeno per salutarla.
Invece subito aveva obbedito...
Forse il momento...
Chi sa che era accaduto alle zolfare!
Flaminio Salvo ritornò tardi, la sera, d'umor gajo, come ogni qual volta prendeva una grave decisione.
A cena, si scusò con don Cosmo della sfuriata della mattina; disse che n'aveva fino alla gola, delle innumerevoli seccature che gli erano diluviate da quelle zolfare d'Aragona, e che aveva deciso di chiuderle.
- Così sciopereranno un po' per piacer mio, i signori solfaraj, e avranno piú tempo d'assistere alle prediche dei loro sacerdoti umanitarii.
Mangino prediche! Bello, il vangelo umanitario, don Cosmo, letto su una pagina sola! Se voltassero pagina.
Ma se ne guardano bene! Hanno ragione; ma la loro ragione è qua!
E si toccò il ventre.
- Andate a far loro intendere che la politica doganale seguìta dal Governo italiano è stata tutta una cuccagna per l'industria e gl'industriali dell'alta Italia e una rovina spaventosa per il Mezzogiorno e per la nostra povera isola; che da anni e anni l'aumento delle tasse e di tutti i pesi è continuo e continuo il ribasso dei prodotti; che col prezzo a cui è disceso lo zolfo non solo è assolutamente impossibile trattarli meglio, ma è addirittura una follìa seguitar l'industria...
Io non avevo chiuso le zolfare per loro, per dar loro almeno un tozzo di pane.
Scioperano? Tante grazie! Vuol dire che possono fare a meno di lavorare.
Tutti a spasso! Allegria!
- La vita! - sospirò don Cosmo, con gli angoli della bocca contratti in giù.
- A pensarci bene...
Lo zolfo, sicuro...
le industrie..
questa tovaglia qua, damascata, questo bicchiere arrotato...
il lume di bronzo...
tutte queste minchionerie sulla tavola...
e per la casa...
e per le strade...
piroscafi sul mare, ferrovie, palloni per aria...
Siamo pazzi, parola d'onore!...
Sì, servono, servono per riempire in qualche modo questa minchioneria massima che chiamiamo vita, per darle una certa apparenza, una certa consistenza...
Mah! Vi giuro che non so, in certi momenti, se sono più pazzo io che non ci capisco nulla o quelli che credono sul serio di capirci qualche cosa e parlano e si muovono, come se avessero veramente un qualche scopo davanti a loro, il quale poi, raggiunto, non dovesse a loro stessi apparir vano.
Io comincerei, signor mio, dal rompere questo bicchiere.
Poi butterei giù la casa...
Ricominciando daccapo, chi sa!...
Voi dite che quei disgraziati la ragione l'hanno qua? Beati loro, signor mio! E guaj se si saziano...
Dove l'avete più voi, la ragione? Dove l'ho piú io?
Poco dopo, Flaminio Salvo e Dianella erano affacciati alla finestra.
La notte era scurissima.
Le stelle profonde, che pungevano e allargavano il cielo, non arrivavano a far lume in terra.
I grilli scampanellavano lontano ininterrottamente e, a quando a quando, dal fondo del vallone saliva il verso accorato d'un gufo, come un singulto.
Il bujo, il silenzio intorno alla villa era qua e là a tratti punto e vibrante di rapidi stridi di nottole invisibili.
Poi la luna emerse, paonazza, su dall'ampia chiostra di Monserrato in fondo, e s'avvertì un lievissimo brulichìo di foglie per tutta la campagna.
Un cane, lontano, abbajò.
- Tu non hai niente, Dianella, proprio niente da dire a tuo padre? - domandò il Salvo senza guardarla, con tono mesto, come se con l'anima vagasse lontano assai da quella finestra.
- Io? - fece Dianella, incerta e quasi sbigottita.
- Niente...
Che potrei dirti?
- Niente, dunque, - riprese il padre.
- Nessun piccolo, piccolo segreto...
niente, eh? Sono contento.
Perché tu, povera figliuola mia, purtroppo hai soltanto me, preso da tante brighe...
E oggi...
che giornataccia!...
Sai che manca a molti? Il senso dell'opportunità.
Non dico che avrei risposto di sí, se la domanda mi fosse stata rivolta in altro giorno, in altro modo; ma avrei risposto di no, almeno con piú garbo, ecco, dopo aver parlato con te.
Dianella temette, ascoltando queste parole calme e lente del padre, che questi potesse udire il violento martellare del cuore di lei, sospeso in un'aspettazione angosciosa, tra l'impetuoso ribollimento di tutto il sangue per le vene.
- Mi hanno chiesto...
tu m'intendi, - seguitò il Salvo, voltandosi a spiarla negli occhi.
- E io, certo che la mia buona figliuola, così savia, non poteva aver fissato neanche per un momento la propria attenzione su un giovane - oh, buono, sì; ma pure, per tante ragioni, non adatto né degno - preso in quel momento proprio inopportuno, ho rifiutato senz'altro.
Vediamo un po', non indovini?
- No...
- rispose, più col fiato che con la voce, Dianella.
- Non indovini proprio? - insistette il padre, sorridendo come conscio della tortura che le infliggeva.
- Su, pròvati...
- Non...
non saprei...
- balbettò lei.
- E allora bisognerà che te lo dica, - concluse il padre - perché tu sappia regolarti.
Il De Vincentis...
- Ah! - esclamò Dianella, con uno scatto di riso irresistibile.
- Quel povero Ninì?
- Quel povero Ninì, - ripeté il padre, scrollando il capo e sorridendo anche lui.
- Dunque, te l'aspettavi?
- No, ti giuro, - s'affrettò a rispondergli Dianella, con vivacità.
- M'ero accorta, sì...
- Ma t'aspettavi qualche altro? - tornò a domandare il padre, pronto, guardandola più acutamente.
Dianella allora s'impuntò e sostenne lo sguardo del padre con fredda fermezza.
- Ti ho detto di no.
Il sospetto che il padre con quel discorso avesse voluto tenderle un'insidia era divenuto certezza.
Forse non era neanche vero che Ninì De Vincentis gli avesse fatto quella richiesta.
E l'essersi il padre servito di lui, povero giovane troppo dabbene, quasi per metterlo in dileggio, le parve odioso, sapendo il De Vincentis anche peraltro vittima del padre.
Questi non disse più nulla; rimase ancora un pezzo alla finestra, a guardar fuori, poi se ne ritrasse con un sospiro e salutò la figlia per andare a dormire.
- Buona notte - gli rispose Dianella, freddamente.
Appena sola, si nascose il volto tra le mani e pianse.
Le parve che il padre si fosse divertito a straziarle il cuore, come un gatto col topo.
Oh Dio, perché, perché così cattivo anche con la propria figlia, quando gli sarebbe stato così facile esser buono con tutti? Se veramente voleva ch'ella gli dicesse il suo segreto, ricordandole che non aveva più da confidarsi con altri, se non con lui, perché, nello stesso momento che le poneva innanzi la sorte crudele che le aveva tolto il consiglio e l'amore della madre, le tendeva un'insidia? Dunque, no; era certo ormai: egli non voleva che lei amasse Aurelio.
Aveva chiuso le zolfare; forse aveva posto a effetto la minaccia della mattina: «Caccio via tutti!».
Anche Aurelio? Oh, Aurelio non aveva più bisogno di lui, adesso! Perduto quel posto, tanti altri, anche migliori, avrebbe potuto trovarne subito.
E questo forse, ecco, faceva più dispetto al padre, aver dato a quel giovane il mezzo di non aver più bisogno di lui, e averglielo dato per un dovere che a lui lo legava.
Voleva che tutti fossero docili strumenti nelle sue mani; e Aurelio invece avrebbe potuto levarglisi contro, dov'egli più temeva la ribellione: nel cuore di sua figlia.
Sì, sì, perché sapeva bene che ella lo amava.
Così lo avesse saputo Aurelio! Ma che sarebbe intanto avvenuto, se davvero il padre, chiuse le zolfare, lo aveva licenziato? Aurelio se ne sarebbe andato di nuovo lontano, sarebbe ritornato in Sardegna, senz'alcun sospetto dell'amore di lei, e forse, là...
Dianella tornò a nascondersi il volto tra le mani.
Nel vuoto angoscioso, fissando l'udito, senza volerlo, nel fitto continuo scampanellìo dei grilli, le parve ch'esso nel silenzio diventasse di punto in punto più intenso e più sonoro; pensò ai tumulti d'Aragona e di Comitini; e quel fervido concento divenne allora per lei, a un tratto, il clamore lontano, indefinito d'un popolo in rivolta, di cui Aurelio, ribelle, andava a farsi duce e vendicatore.
E lei? e lei?
Scoprì il volto: come un sogno le apparve allora la pace smemorata della campagna, lì presente, all'umido e blando albore lunare.
E un fresco rivo inatteso di tenerezza le scaturì dal cuore; e altre lagrime le velarono gli occhi.
Ah, era pur bello lo spettacolo di quella profonda notte lunare su la campagna, con quegli alberi antichi, immobili nel loro triste sogno perenne, sorgente col fusto dal grembo della terra, con quei monti laggiú che chiudevano, cupi contro il cielo, il mistero degli evi più remoti, con quel tremulo limpido assiduo canto dei grilli che, sparsi tra le erbe dei piani, pareva persuadessero all'oblio d'ogni cosa.
Tra quei grilli e quegli alberi e quella luna e quei monti non era forse un concerto misterioso, a cui gli uomini restavano estranei? Tanta bellezza non era fatta per gli uomini, che chiudevano stanchi, a quell'ora, gli occhi al sonno; sarebbe durata tutta la notte non veduta più da nessuno, nella solitudine della campagna, quando anche lei avrebbe chiuso la finestra.
Forse voleva questo la nottola invisibile che strideva svolando lì innanzi, offesa e attratta dal lume: voleva ch'ella non disturbasse più oltre con la sua veglia il notturno misterioso concerto della natura solitaria?
E Dianella chiuse la finestra: lasciò aperto appena appena uno scuro e, attraverso quello spiraglio, con le mani congiunte innanzi alla bocca, pregò silenziosamente per tutta quella bellezza rimasta fuori, animata a un tratto agli occhi di lei dallo spirito di Dio che gli uomini offendono con le loro torbide e tristi passioni.
Volgendo un ultimo sguardo al viale innanzi alla villa, scorse un'ombra che vi passeggiava, un cranio lucido sotto la luna.
Don Cosmo? Lui.
Ah, immerso là nello spirito di Dio, egli forse non lo sentiva! Andava a quell'ora su e giù per il viale, con le mani dietro la schiena, assorto tuttavia, certo, nelle sue buje e vane meditazioni.
CAPITOLO SESTO
Né inviti agli elettori stampati a caratteri cubitali su carta d'ogni colore, né alcuna animazione insolita per le vie tortuose della vecchia città.
Eppure il giorno fissato per le elezioni politiche era imminente.
Ma il tedio da gran tempo aveva soffiato in bocca alla ciarlataneria, e questa aveva perduto la voce.
La scala per dar l'assalto ai muri le si era imporrita e rotto il pentolino della colla.
S'era camuffata decorosamente da prete la ciarlataneria a Girgenti, e raccolta, guardinga, a collo torto, andava per via, nascondendo tra le pieghe del tabarro il mazzocchio della grancassa cangiato in aspersorio.
I cittadini, sotto a quel travestimento, la riconoscevano bene: la lasciavano andare e fare; la rispettavano anche; oh, perché non seccava nemmeno con troppe prediche; prestava denaro poi, sottomano - a usura, ma ne prestava -; pubblicamente, con molti carati del Salvo e con altri di socii minori, aveva aperto una banca popolare cattolica - all'interesse consentito da santa madre Chiesa.
I pubblici ufficii, prefettura, intendenza delle finanze, scuole governative, tribunali, davano ancora un po' di movimento, ma quasi meccanico, alla città: altrove ormai urgeva la vita.
L'industria, il commercio, la vera attività insomma, s'era da un pezzo trasferita a Porto Empedocle giallo di zolfo, bianco di marna, polverulento e romoroso, in poco tempo divenuto uno de' piú affollati e affaccendati emporii dell'isola.
Ma anche là, la sovrabbondanza dello zolfo per le condizioni mal proprie con cui si svolgeva l'industria, l'ignoranza degli usi a cui quel minerale era destinato e dei profitti che se ne potevano ricavare, il difetto di grossi capitali, il bisogno o l'avidità di un pronto guadagno, eran cagione che quella ricchezza del suolo, che avrebbe dovuto esser ricchezza degli abitanti, se n'andasse giorno per giorno ingojata dalle stive dei vapori mercantili inglesi, americani, tedeschi e francesi, lasciando tutti coloro che vivevano di quell'industria e di quel commercio con le ossa rotte dalla fatica, la tasca vuota e gli animi inveleniti dalla guerra insidiosa e feroce, con cui si eran conteso il misero prezzo o lo scotto o il nolo della merce da loro stessi rinvilita.
A Girgenti, solo i tribunali e i circoli d'Assise davano da fare veramente, aperti com'erano tutto l'anno.
Su al Culmo delle Forche il carcere di San Vito rigurgitava sempre di detenuti, che talvolta dovevano aspettare tre o quattro anni per essere giudicati.
E meno male che l'innocenza, nel maggior numero dei casi, di questo forzato indugio non aveva a patire.
La città era piuttosto tranquilla; ma nelle campagne e nei paesi della provincia i reati di sangue, aperti o per mandato, per risse improvvise o per vendette meditate, e le grassazioni e l'abigeato e i sequestri di persona e i ricatti erano continui e innumerevoli, frutto della miseria, della selvaggia ignoranza, dell'asprezza delle fatiche che abbrutivano, delle vaste solitudini arse, brulle e mal guardate.
In piazza Sant'Anna, ov'erano i tribunali, nel centro della città, s'affollavano i clienti di tutta la provincia, gente tozza e rude, cotta dal sole, gesticolante in mille guise vivacemente espressive: proprietarii di campagne e di zolfare in lite con gli affittuarii o coi magazzinieri di Porto Empedocle, e sensali e affaristi e avvocati e galoppini; s'affollavano storditi i paesani zotici di Grotte o di Favara, di Racalmuto o di Raffadali o di Montaperto, solfaraj e contadini, la maggior parte, dalle facce terrigne e arsicce, dagli occhi lupigni, vestiti dei grevi abiti di festa di panno turchino, con berrette di strana foggia: a cono, di velluto; a calza, di cotone; o padovane; con cerchietti o catenaccetti d'oro agli orecchi; venuti per testimoniare o per assistere i parenti carcerati.
Parlavano tutti con cupi suoni gutturali o con aperte protratte interiezioni.
Il lastricato della strada schizzava faville al cupo fracasso dei loro scarponi imbullettati, di cuojo grezzo, erti, massicci e scivolosi.
E avevan seco le loro donne, madri e mogli e figlie e sorelle, dagli occhi spauriti o lampeggianti d'un'ansietà torbida e schiva, vestite di baracane, avvolte nelle brevi mantelline di panno, bianche o nere, col fazzoletto dai vivaci colori in capo, annodato sotto il mento, alcune coi lobi degli orecchi strappati dal peso degli orecchini a cerchio, a pendagli, a lagrimoni; altre vestite di nero e con gli occhi e le guance bruciati dal pianto, parenti di qualche assassinato.
Fra queste, quand'eran sole, s'aggirava occhiuta e obliqua qualche vecchia mezzana a tentar le più giovani e appariscenti che avvampavano per l'onta e che pur non di meno talvolta cedevano ed eran condotte, oppresse di angoscia e tremanti, a fare abbandono del proprio corpo, senz'alcun loro piacere, per non ritornare al paese a mani vuote, per comperare ai figliuoli lontani, orfani, un pajo di scarpette, una vesticciuola.
(«Occasioni! Una poverella bisognava che ne profittasse.
Nessuno avrebbe saputo...
Presto presto...
Peccato, sì, ma Dio leggeva in cuore...»).
I molti sfaccendati della città andavano intanto su e giù, sempre d'un passo, cascanti di noja, con l'automatismo dei dementi, su e giù per la strada maestra, l'unica piana del paese, dal bel nome greco, Via Atenèa, ma angusta come le altre e tortuosa.
Via Atenèa, Rupe Atenèa, Empedocle...
- nomi: luce di nomi che rendeva più triste la miseria e la bruttezza delle cose e dei luoghi.
L'Akragas dei Greci, l'Agrigentum dei Romani, eran finiti nella Kerkent dei Musulmani, e il marchio degli Arabi era rimasto indelebile negli animi e nei costumi della gente.
Accidia taciturna, diffidenza ombrosa e gelosia.
Dal bosco della Civita, cuore della scomparsa città vetusta, saliva un tempo al colle, su cui siede misera la nuova, una lunga fila di altissimi e austeri cipressi, quasi a segnar la via della morte.
Pochi ormai ne restavano; uno, il più alto e il più fosco si levava ancora sotto l'unico viale della città, detto della Passeggiata, la sola cosa bella che la città avesse, aperto com'era alla vista magnifica di tutta la piaggia, sotto, svariata di poggi, di valli, di piani, e del mare in fondo, nella sterminata curva dell'orizzonte.
Quel cipresso, stagliandosi nero e maestoso dopo il fiammeggiare dei meravigliosi tramonti su la piaggia che s'ombrava tutta di notturno azzurro, pareva riassumesse in sé la tristezza infinita del silenzio che spirava dai luoghi, sonori un tempo di tanta vita.
Era qua, ora, il regno della morte.
Dominata, in vetta al colle, dall'antica cattedrale normanna, dedicata a San Gerlando, dal Vescovado e dal Seminario, Girgenti era la città dei preti e delle campane a morto.
Dalla mattina alla sera, le trenta chiese si rimandavano con lunghi e lenti rintocchi il pianto e l'invito alla preghiera, diffondendo per tutto un'angosciosa oppressione.
Non passava giorno che non si vedessero per via in processione funebre le orfanelle grige del Boccone del povero: squallide, curve, tutte occhi nei visini appassiti, col velo in capo, la medaglina sul petto, e un cero in mano.
Tutti, per poca mancia, potevano averne l'accompagnamento; e nulla era più triste che la vista di quella fanciullezza oppressa dallo spettro della morte, seguito così ogni giorno, a passo a passo, con un cero in mano, dalla fiamma vana nella luce del sole.
Chi poteva curarsi, in tale animo, delle elezioni politiche imminenti? E poi, perché? Nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, né mai l'aveva avuta.
La corruzione era sopportata come un male cronico, irrimediabile; e considerato ingenuo o matto, impostore o ambizioso, chiunque si levasse a gridarle contro.
In quei giorni, più che delle imminenti elezioni politiche, gli sfaccendati parlavano del duello del candidato Ignazio Capolino con Guido Verònica.
Per l'intromissione violenta di Roberto Auriti, la questione cavalleresca s'era complicata.
Guido Verònica aveva accettato subito la sfida del Capolino; aveva chiesto però qualche giorno di tempo per provvedersi di padrini.
Ed era arrivato da Palermo il deputato Corrado Selmi, con un altro signore, che si diceva famoso spadaccino.
Roberto Auriti, intanto, non potendo battersi col Prèola e non volendo che altri vendicasse della turpe offesa la memoria del padre, aveva preteso di battersi lui per primo col Capolino.
I padrini di questo, il Verònica stesso, si erano opposti a tale pretesa.
A nome del Capolino quelli avevano lealmente dichiarato di deplorar l'articolo del Prèola, pubblicato di furto nel giornale.
Squalificato così dai suoi stessi partigiani il vero autore dell'offesa, peraltro riconosciuto indegno di scendere sul terreno e ormai cacciato via da Girgenti, l'Auriti non aveva più da domandare altra soddisfazione; e un solo duello doveva aver luogo, perché l'affare si terminasse lodevolmente: tra il Veronica e il Capolino, per l'aggressione da questo patita sulla pubblica via.
Troppo giusto!
La vertenza tanto dibattuta aveva appassionato vivamente la cittadinanza, tra la quale d'improvviso s'erano scoperti tanti calorosi dilettanti di cavalleria; e la passione sopra tutto s'era accesa per l'intervento d'un uomo così noto come il Selmi e per le arie spagnolesche e provocanti dell'altro testimonio del Verònica, spadaccino.
Ma, dal canto suo, il campione paesano, Ignazio Capolino s'era affidato anche lui in buone mani: a un certo D'Ambrosio lontano parente della moglie, che sapeva tener bene la spada in pugno e non si sarebbe lasciato imporre né dal prestigio di Corrado Selmi né dalla spocchia di quell'altro messere.
E lui solo, ohè! perché l'altro testimonio di Capolino faceva ridere: Ninì De Vincentis, figurarsi!
Povero Ninì, vi era stato tirato proprio pei capelli! Sciabole, sangue - lui che era una damigella, un San Luigi col giglio in mano.
Sarebbe svenuto certamente, assistendo allo scontro! Che idea, quel Capolino, andare a scegliere proprio Ninì, come se non ci fossero stati altri piú adatti in paese! Ma forse lo aveva scelto il D'Ambrosio, apposta, per una bravata, per rispondere ironicamente alla chiamata dello spadaccino dalla parte avversaria.
Ninì ignorava ancora il rifiuto reciso opposto dal Salvo alla domanda di matrimonio che - costretto dal fratello Vincente - gli aveva fatto rivolgere da monsignor Montoro.
Il Capolino lo aveva forzato ad accettar quell'ufficio per lui terribile di secondo testimonio al duello, dandogli a intendere che il Salvo lo avrebbe molto gradito.
Perbacco, doveva sì o no sfatare una buona volta la fama di verginale timidezza che s'era fatta in paese? Uomo! uomo! bisognava che si dimostrasse uomo! Del resto, pancia e presenza: non si voleva altro da lui.
Che pancia? Dove aveva la pancia Ninì? Fino e diritto come un bastoncino...
Via, era un modo di dire, pancia e presenza.
Composto, elegantissimo come un vero zerbinotto di Parigi, avrebbe fatto una splendida figura.
Tutti e quattro i padrini s'erano recati nella mattinata alla villa del principe di Laurentano, a Colimbètra, dove il duello avrebbe avuto luogo, per i concerti opportuni e la scelta del terreno.
Nessuno lì si sarebbe attentato a disturbare lo scontro.
Il principe, la mattina seguente, si sarebbe recato a Valsanìa per la presentazione con la sposa, com'era già convenuto; subito dopo la partenza del principe, si sarebbe fatto il duello.
Gli sfaccendati peripatetici assistettero dal viale della Passeggiata al ritorno in carrozza dei quattro padrini da Colimbètra.
Ignazio Capolino, intanto, aspettava i suoi, passeggiando coi maggiorenti del partito su l'ampia terrazza marmorea, davanti al Circolo che, come tant'altre cose, aveva anch'esso nome da Empedocle.
Quel duello, proprio alla vigilia delle elezioni, gli aveva accresciuto importanza e simpatia.
Mostrava di non curarsene affatto, e questa noncuranza per nulla ostentata destava ammirazione e compiacimento negli amici che gli passeggiavano accanto.
Aveva già intrapreso il giro elettorale, e ora descriveva le festose accoglienze ricevute il giorno avanti nel vicino borgo di Favara.
Avrebbe voluto recarsi quel giorno stesso nell'altro borgo di Siculiana, dove gli elettori lo attendevano impazienti; ma il D'Ambrosio, suo padrone, suo tiranno in quel momento, gliel'aveva assolutamente proibito, per paura che si strapazzasse troppo.
Gli dispiaceva per gli amici di Siculiana, ecco.
Gli avevano preparato anch'essi una gran festa.
La vittoria era sicura, non ostanti le minacce e le prepotenze del Governo e gli ordini del Prefetto e le persecuzioni della polizia.
Roberto Auriti avrebbe avuto, sì e no, una maggioranza di pochi voti soltanto nel borgo di Comitini, dove Pompeo Agrò contava molti amici.
Capolino dava queste notizie con sincero rammarico per il suo avversario, e sinceramente questo rammarico era condiviso da quanti lo ascoltavano.
Perché si sapeva che l'Auriti non aveva mai cavato alcun profitto dai principii liberali, per cui da giovine aveva combattuto, né dalla fedeltà che sempre aveva serbato ad essi; certamente non per cavarne profitto adesso era venuto a chiedere il suffragio dei suoi concittadini, bensì quasi per un dovere impostogli, o forse per l'ingenua illusione che potesse bastargli a chiederlo il rispetto che si doveva alla sua onestà.
Nessuno gli negava questo rispetto, e tutti si sentivano anche disposti a rendergli qualche onore consentaneo ai suoi meriti.
Quello della deputazione, no, via: non era, né poteva essere per lui; e la prova più evidente era appunto nell'ingenuità di quella sua illusione.
Venuti i padrini, Capolino s'appartò con essi in un angolo dell'ampio salone del Circolo.
Ninì De Vincentis pareva imbalordito, col viso chiazzato, come se gli avessero dato qua e là tanti pizzichi, e gli occhi lustri, assenti e scontrosi.
Il D'Ambrosio, alto e biondo, miope, irrequieto, dalla faccia equina, le spalle in capo, il torace enorme e le gambe secche e lunghe, parlava arruffato, ruzzolando le parole.
Era sguajatissimo, e tutti tolleravano le sue sguajataggini, non solo perché lo sapevano manesco, ma anche perché spesso faceva ridere.
Le sue ingiurie si spuntavano e perdevano il fiele nelle risate da cui erano accolte, e così egli poteva ingiuriar tutti e scagliare in faccia le villanie più crude senza che nessuno se ne sentisse offeso o ferito.
- Fammi il santissimo piacere, - cominciò, - di dire a mia cugina Nicoletta che questa sera si stia quieta, perché tu devi combattere per i santi diavoli.
Voglio dire per i santi ideali.
Sei vecchio, Gnazio, lo vuoi capire? Stendi il braccio fammi vedere se ti trema.
Capolino, sorridendo, stese il braccio.
- Va bene, - riprese il D'Ambrosio.
- Gli daremo le palle, caro mio.
Sul serio! Prima, alla pistola.
Scambio di tre palle, a venticinque passi.
(Raccomandazione a Ninì di non turarsi gli orecchi, al botto).
Poi, alla sciabola.
Quanto alla sciabola, siamo a cavallo; ma per la pistola, Gnazio mio, sei vecchio, e ho paura che...
Basta; vieni con me, a casa mia.
C'è il cortile.
Voglio vedere come tiri.
Capolino tentò d'opporsi; ma non ci fu verso: dovette andare, e anche Ninì, per esercitarsi gli orecchi al botto.
Presero per l'erta via di Lena, dove pareva fosse un tumulto attorno a qualcuno che cantava.
Niente! Erano pescivendoli che, arrivati or ora dalla marina, scavalcati dalle mule cariche, gridavano tra la folla il pesce fresco, con lunga e gaja cantilena.
I tre proseguirono per la salita sempre più erta di Bac Bac, finché non giunsero presso la porta piú alta della città, a settentrione, il cui nome, arabo anchesso, Bâb-er-rijah (Porta dei venti), era divenuto Biberia.
Il D'Ambrosio stava lassù, in una casa antica, col baglio (vasto cortile acciottolato) e un cisternone in mezzo, insieme con la madre vecchissima, per cui aveva una devozione più che religiosa.
La povera vecchina era sorda, e viveva in continua ansia, in continui palpiti per quel suo figliuolo impetuoso.
Sempre con la calza in collo, stava a guardare dai vetri d'una finestra.
Vedeva il colle, su cui sta Girgenti, scoscendere in ripido pendìo su la Val Sollano, tutta intersecata di polverosi stradoni.
Il panorama, di fronte, era profondo e montuoso.
A destra, si levava fosco e imminente monte Caltafaraci; più là, in fondo, il San Benedetto; quindi s'allargava il piano di Consòlida, e a mano a mano, sempre più verso ponente, il pian di Clerici, di là dalla montagna di Carapezza e di Montaperto più qua.
Giù, dirimpetto, la Serra Ferlucchia, gessosa, mostrava le bocche cavernose delle zolfare e i lividi tufi arsicci dei calcheroni spenti.
In fondo in fondo, dai confini della provincia sorgeva maestoso e invaporato Monte Gemini, tra i più alti della Sicilia.
La grigia, arida asperità ferrigna era solo interrotta qua e là da qualche cupo carubo.
Il D'Ambrosio fece aspettare i due amici nel cortile; andò su e ridiscese subito con una grossa rivoltella da cavalleggere e una scatola di cartucce; tracciò con un pezzo di carbone sul muro, presso la stalla vuota, quattro segnacci, un uomo, Guido Verònica; poi contò dal muro venticinque passi.
- Qua, Gnazio! Batto tre volte le mani; alla terza, fuoco! In guardia.
Capolino si prestava a quella prova come a uno scherzo, svogliato.
Tuttavia, quando si vide innanzi, sul muro, quella quintana là, che ora smorfiosamente inerte pareva aspettasse i suoi colpi ma che domani gli si sarebbe fatta incontro staccandosi da quel muro, con gambe e braccia vive, presentandogli la bocca d'un'altra pistola, Capolino, col sorriso rassegato sulle labbra, aggrottò le ciglia e tirò con impegno.
Il D'Ambrosio si dichiarò molto soddisfatto della prova.
Poi, per ridere, volle forzare Ninì a tirare anche lui al bersaglio.
Ninì recalcitrò come un mulo.
Ma il D'Ambrosio tanto disse, tanto fece, che lo costrinse a sparare; poi, subito dopo, scoppiò in una matta risata:
- Parola mia d'onore, ha chiuso gli occhi, tutti e due! Un bicchier d'acqua! un bicchier d'acqua!
E corse a sostenerlo, come se davvero Ninì stesse per svenire.
Ma non insistette molto su quello scherzo.
Prese a parlare con molto fervore di Corrado Selmi:
- Simpaticone! Pare un giovanotto, sai? ed è del 4 aprile, della campana della Gancia...
Deve avere per lo meno cinquant'anni...
Ne dimostra trentacinque, trentotto al più...
Geniale, spregiudicato, alla mano.
Dicono che ha più debiti che capelli.
Me l'immagino! E...
gallo, oh! Matto per le pollastrelle.
Sua Eccellenza il ministro D'Atri pare ne debba sapere qualche cosa...
Presi gli accordi per la mattina seguente, Capolino andò via con Ninì De Vincentis.
- Mi raccomando per Nicoletta! Prudenza alla vigilia! - gli gridò dietro il D'Ambrosio dall'usciolo del cortile, facendosi portavoce delle mani; poi, come se avesse veduto un cane arrabbiato: - Scànsati, Gnazio! scànsati! Passa là! passa là!
Capolino e Ninì De Vincentis si voltarono a guardare, ridendo, e videro alle loro spalle Nocio Pigna, Propaganda, che scendeva per la stessa via col lungo braccio penzoloni e l'altro pontato a leva sul ginocchio.
Propaganda si voltò anche lui, iroso, verso il D'Ambrosio, sbarrò gli occhi lustri da matto e levando il braccio, gli scagliò la parola, ch'era per lui il più grave marchio d'infamia:
- Ignorante!
E aveva più che mai il diritto, adesso, di bollar con questo marchio tutti i suoi nemici, borghesi e preti e titolati, Propaganda: il Fascio, a dispetto della Prefettura e del Municipio della Polizia e del Comando militare, era riuscito finalmente a metterlo su.
Sissignori, anche a Girgenti, nel paese dei corvi e delle campane a morto, un Fascio, con tutti i sagramenti.
Guardava lassù, gonfio d'orgoglio e con aria di protezione, quelle vecchie casupole del quartiere di San Michele, tane di miseria; quelle anguste viuzze storte, sudice, affossate, piene tutte di quel tanfo che suol lasciare la spazzatura marcita; gli occhi gli sfavillavano.
Più che con gli uomini, se la intendeva per ora con le pietre corrose e annerite di quelle casupole, coi ciottoli mal connessi di quelle viuzze fetide e dirupate; parlava con esse in cuor suo; diceva loro: «Bai bai!».
Sopra tutto per l'onore del paese, infatti, aveva lottato e lottava, perché non si dicesse che Girgenti sola, quando tutta l'isola era in fermento, restava muta e come morta.
Presto in quelle case, presto per quelle vie una nuova vita avrebbe tripudiato.
Era un gran dire però, che gli dovesse costar tanta fatica il persuadere agli altri di fare il proprio bene; e che tutti lo dovessero costringere ad affannarsi, a incalorirsi in quell'opera di persuasione così, che quasi quasi si poteva sospettare ci avesse qualche tornaconto!
Chi glielo faceva fare? Oh bella! Era stato messo da parte, espulso dalla società, reso nella sua stessa casa superfluo.
Con le buone e con le cattive gli avevano detto e dimostrato che se ne poteva pure andare; che non si aveva più alcun bisogno di lui.
Dopo averlo spremuto come un limone, avergli disonorato una figlia, o, come lui diceva, «inzaccherata di fango la canizie», averlo calunniato e infamato, volevano buttarlo via? Ah, no! Queste cose al Pigna non si facevano.
Non solo non era superfluo, ma anzi necessario, perdio, voleva essere: necessario, a dispetto di tutti! E presto se ne sarebbero accorti gli ignoranti che non volevano riconoscerlo.
Se altri lavorava per il suo mantenimento, egli non ne profittava che per lavorare a sua volta per gli altri; con questo per giunta, che l'ajuto dato a lui era misero, in fondo, e per meschine, infime necessità, mentre l'ajuto ch'egli dava agli altri, l'opera ch'egli metteva, era grande e per necessità superiori.
Facile, comoda, quest'opera? Ah, sì, tutta rose, difatti! Ma scalmanarsi da mane a sera, correr di qua e di là con quelle belle cianche che Dio gli aveva date, perderci la voce, sprecarci il fiato, ognuno poteva immaginare che bel piacere dovesse essere!
Come una rocca assediata, che di tutto ciò che aveva dentro si fosse fatto arma e puntello per resistere agli assalti di fuori, e dentro fosse rimasta vuota, Nocio Pigna aveva posto davanti e dietro e tutt'intorno a sé ragioni e sentimenti, tutte le sue disgrazie, com'armi di difesa contro a quelli che lavoravano accanitamente per levargli ogni credito.
Più parlava e più le sue stesse parole accrescevano la sua persuasione e la sua passione.
Ma a furia di ripetere sempre le medesime cose, col medesimo giro, queste alla fine gli s'erano fissate in una forma che aveva perduto ogni efficacia; gli s'erano, per dir così, impostate su le labbra, come bocche di fuoco che non mandavano più fuori se non botto, fumo e stoppaccio.
Dentro, non aveva più nulla.
Era un uomo che parlava, e nient'altro.
Il Fascio, intanto, lo aveva messo su.
Che fosse proprio tutto di lavoratori, si poteva dubitare.
Neanch'egli, Propaganda, forse arrebbe avuto il coraggio d'affermare che quegli stessi non lavoratori iscritti fossero molti per ora.
Ma il forte era cominciare; e così, a poco a poco, si comincia.
Certo, una bella retata, un'entratura solenne con qualche migliajo di socii raccolti in un sol giorno sarebbe stata possibile a Porto Empedocle soltanto, tra gli uomini di mare, i carrettieri, i mozzi delle spigonare, i giovani di magazzino, i pesatori e gli scaricatori.
Ma a Porto Empedocle...
Piano, per amor di Dio! non poteva più sentirlo nominare, Nocio Pigna: la memoria della baja che gli avevano data laggiù era come una piaga sempre aperta nel cuore di lui e, a toccargliela appena appena, non avrebbe finito più di strillare.
Figli di cane, ributto d'ogni civiltà! avere il mare, signori miei, lì sempre davanti agli occhi; che si scherza? il mare, l'immensità! aver posto le proprie case su la spiaggia in attesa delle navi di lontani paesi, cioè la propria vita alla mercé delle genti; e, sissignori, nessuno spirito di fratellanza umana! di tutto quel mare non sapevano veder altro che la spiaggia, anzi le immondizie soltanto della spiaggia, le loro fecce scorrenti lungo le fogne scoperte.
Quel mare, ah quel mare avrebbe dovuto gonfiarsi d'ira, di sdegno, alzare un'ondata e sommergerlo, ingojarselo, quel paese di carognoni!
Qua, a Girgenti, bisognava lavorare come le formiche, pazienza! Aveva cominciato a trattare con qualche presidente delle maestranze locali: ma quelle due mani afferrate, simbolo delle società di mutuo soccorso, mani tagliate, senza sangue, cioè senza colore politico, o mani col santo rosario e la rametta d'olivo di qualche circolo cattolico, stentavano a staccarsi, stentavano a tendersi fraternamente ai lavoratori d'altre arti e d'altri mestieri, come avevano fatto a Catania, a Palermo, per comporre un più ampio circolo, l'unione di tutte le forze proletarie, il Fascio dei Fasci, insomma.
Luca Lizio aveva già scritto a Roma a don Lando Laurentano (ch'era dei loro, vivaddio, principe e socialista!), perché désse lui la spinta a tutti i perplessi e i titubanti: una sola parola di lui, un cenno sarebbe bastato.
Si aspettava di giorno in giorno la risposta, la quale forse tardava per il dispiacere che quel buffo matrimonio del padre doveva cagionare al giovine principe.
Intanto lui, Nocio Pigna, non perdeva tempo e non s'avviliva tra gli ostacoli.
Comprendeva che sarebbe stata ingenuità far troppo assegnamento su quelle maestranze: in un paese morto come Girgenti, privo d'ogni industria, ove da anni non si fabbricavan più case e tutto deperiva in lento silenzioso abbandono; ove non solo non si cercavano mai svaghi costosi, ma ciascuno si sforzava di restringere i più modesti bisogni; muratori e fabbri-ferraj, sarti e calzolaj dipendevano troppo dai pochi così detti signori; e il segreto malcontento non avrebbe trovato certo in loro il coraggio d'affermarsi apertamente, all'occasione.
Domani avrebbero votato tutti per quel farabutto di Capolino, a un cenno di don Flaminio Salvo.
Ma pure, entrando, iscrivendosi al Partito, gli operaj potevano servire d'esempio ai contadini; tirarseli dietro, ecco.
Come le pecore - questi - poveretti! Pecore però, che sapevan la crudeltà delle mani rapaci che le tosavano e le mungevano; pecore che, se riuscivano ad acquistar coscienza dei loro diritti, a compenetrarsi minimamente di quella famosa «virtú della loro forza», sarebbero diventate lupi in un punto.
Parte di essi, intanto, dimorava sparsa nelle campagne e non saliva alla città, alta sul colle, se non le domeniche e le feste.
Quelli tra loro che si chiamavano garzoni, i meno imbecilliti dalla miseria, perché riscotevano tutto l'anno un meschino salario, temevan troppo i castaldi, o curàtoli, o soprastanti, feroci aguzzini a servizio dei padroni.
Restavano i braccianti a giornata, quelli che, dopo sedici ore di fatica (quando avevan la fortuna di trovar lavoro), si riducevano la sera in città con la zappa in collo, la schiena rotta e quindici soldi in tasca, sì e no.
A questi mirava Nocio Pigna; erano i più; ma creta, creta, creta, su cui Dio non aveva soffiato, o la miseria aveva da tempo spento quel soffio; creta indurita, che destava pena e stupore se, guardando, moveva gli occhi e, parlando, le labbra.
Aveva preso in affitto il vasto magazzino d'un pastificio abbandonato al Piano di Gamez, accanto alla sua casa: capace di cinquecento e più socii.
Umido e bujo, di giorno, senza l'ajuto di due o tre candele non ci si vedeva; ma con quelle candele accese e certi vecchi paramenti sacri di finto damasco appesi alle pareti, aveva l'aria d'un funerale.
Quei paramenti avevano ornato, un tempo, nelle feste solenni, la chiesa di San Pietro di cui Nocio Pigna era stato sagrestano; li aveva avuti in dono dal padre beneficiale d'allora, quando s'erano fatti i nuovi; e li aveva conservati con la canfora e col pepe in una vecchia cassapanca, tesoro ormai screditato.
Ora, con le dieci tabelle sopra, cinque di qua e cinque di là, coi motti sacramentali del Partito, Luca Lizio poteva pur dire di no, ma agli occhi di Pigna facevano una magnifica figura.
Del resto, per attirare i contadini, non vedeva male che il Fascio avesse quell'aria di chiesa; e su la tavola della presidenza aveva posto anche un Crocefisso.
Dietro la tavola troneggiava lo stendardo rosso ricamato da sua figlia Rita, la compagna di Luca.
E Luca stava lì, dalla mattina alla sera, a studiare Marx (Marchis, diceva il Pigna), a prendere appunti, a corrispondere coi presidenti degli altri Fasci della provincia e con quelli di tutta l'isola e con Milano e con Roma.
Qualcuno, passando davanti al portone del Fascio, talvolta lo poteva vedere magari intento a cavarsi qualche caccoletta dal naso; quand'uno è assorto e perduto nei suoi pensieri, un dito nel naso è niente, le maleducazioni a cui, senza saperlo, può lasciarsi andare, sono senza fine e imprevedibili; in quei momenti Luca non avvertiva neppur le strombettate dei cinque fratelli addetti alla fanfara; i quali, per dire la verità, erano un'ira di Dio.
Ma non conveniva raffreddare l'entusiasmo giovanile.
Cinque tra gli studenti dell'Istituto Tecnico accorsi tra i primi a iscriversi al Partito: Rocco Ventura, che aveva preso quell'anno il diploma di ragioniere, Mondino Miccichè, Bernardo Raddusa, Totò Licasi ed Emanuele Garofalo ajutavano Luca nella corrispondenza.
Avevan trovato un galoppino che s'era assunto l'ufficio della polizia segreta, un certo Pìspisa, che bazzicava tutto il giorno con quelli della questura.
I quaranta socii, che presto sarebbero diventati quattrocento, quattromila, avevano già eletto i loro decurioni, ciascuno con la sua brava fascia rossa a tracolla.
In previsione di qualche arresto del presidente, cioè di Luca Lizio, era stato eletto dal Consiglio presidente segreto Rocco Ventura.
Perché già, tanto lui Pigna, quanto il Lizio erano stati chiamati insieme ad audiendum verbum dal cavalier Franco, commissario di polizia.
Uh, garbatissimo, biondo e sorridente, strizzando i begli occhi languidi o carezzandosi con le bianche mani di dama l'aurea barbetta spartita sul mento, il cavalier Franco aveva tenuto loro un discorsetto che Pigna non si stancava di ripetere a tutti, imitando i gesti e la voce.
Il rosso, il rosso del gonfalone e delle fasce aveva urtato sopra tutto il signor commissario.
Eh già come i tori, la sbirraglia davanti al rosso perdeva il lume degli occhi.
Ma non s'era mica infuriato il cavalier Franco: tutt'altro; aveva voluto sapere perché rosso, ecco, quando c'erano tant'altri bei colori.
E un'altra cosa aveva voluto sapere: perché proprio loro due, Lizio e Pigna, s'erano messi a quell'impresa.
Che speravano? che se n'aspettavano? Un seggio al Consiglio comunale, o anche più su, al Parlamento? Niente di tutto questo? E allora perché? Per disinteressata carità di prossimo? Oh guarda! Ma erano poi certi di rendere al popolo un servizio rialzandolo dalle condizioni in cui si trovava? Chi sta al bujo non spende per il lume; e il lume costa, e fa veder certe cose che prima non si vedevano; e più se ne vedono e più se ne vogliono.
Ora, in che consiste la vera ricchezza, la vera felicità? Nell'aver pochi bisogni.
E dunque...
e dunque...
- Insomma, uno squarcio di filosofia e questa conclusione:
- Cari signori, io non vi faccio arrestare, neanche se voi voleste.
Voi dite che l'urto avverrà per forza, se non migliora la sorte dei vostri protetti? Bene.
Io vi prego di ricordarvi della brocca che tanto andò al pozzo...
E non aggiungo altro!
Era rimasto un po' tra indispettito e sconcertato il cavalier Franco dal silenzio di Luca; parlando, s'era rivolto sempre a lui, e a stento aveva nascosto la stizza nel sentirsi invece rispondere dal Pigna.
Ma avrebbe potuto dirgli, questi, la ragione di quel silenzio? Povero Luca, che supplizio! Sarebbe stato meno da compiangere, se cieco.
Oratore nato, nato per arringar le folle, vero tipo dell'uomo pubblico, tutto per gli altri, niente per sé - bollato nella lingua dal destino buffone! Scriveva, si sfogava a scrivere, e schizzava fuoco dalla penna, schegge d'inferno; poi s'arrabbiava, poveretto, si mangiava le mani, mugolava, quando sentiva leggere la roba sua senza il giusto tono, il giusto rilievo, la fiamma che ci aveva messo lui dentro, nello scriverla.
Nessuno lo contentava, neanche Celsina, quella tra le figliuole del Pigna, che sola s'era tutta accesa delle nuove idee.
Anche Rita, sì, un poco, prima che le nascesse il bambino...
Ma che cos'era Rita a confronto di Celsina? Altra spina, questa, che faceva sanguinare il cuore di Nocio Pigna: non poter mandare all'Università questa figliuola, che aveva preso la licenza d'onore all'Istituto Tecnico, sbalordendo tutti, preside, professori e condiscepoli.
A tanti scemi, figli di ricchi signori, la via aperta e piana; a Celsina, troncata ogni via; condannata Celsina a funghir lì in quel paese marcio, d'ignoranti.
Ecco la giustizia sociale! Intanto, quella sera, vigilia delle elezioni, Celsina avrebbe fatto la sua prima comparsa in pubblico: avrebbe tenuto una conferenza nella sede del Fascio.
Era in giro dalla mattina, Nocio Pigna, per questo solenne avvenimento.
Mancavano le seggiole.
Se ogni socio si fosse portata la sua con sé, e l'avesse poi lasciata lì...
Per ora, egli non pretendeva neppure che pagassero con la dovuta puntualità la misera quota settimanale.
Ma avessero almeno regalato una seggiola, santo Dio, da servire per loro stessi! Niente.
Sì e no, aveva potuto metterne insieme una ventina.
Pensava a tutte le seggiole delle chiese, a quelle ch'erano sotto la sua custodia, un tempo, a San Pietro; pensava alle carrettate che ogni domenica sera se ne trasportavano all'emiciclo in fondo al viale della Passeggiata, ove sonava la banda militare.
Seggiole d'avanzo, là per le bigotte, qua per le civette! e nel Fascio, niente! Colpa dei socii, però, alla fin fine; e dunque, peggio per loro! Sarebbero rimasti in piedi.
Stava per rincasare, quando da un vicoletto che sboccava nella piazza sentì chiamarsi piano da qualcuno in agguato lì ad aspettarlo, incappucciato.
- Ps, ps...
Un contadino! Il cuore gli diede un balzo in petto.
Gli s'accostò premuroso.
- Serv'a Voscenza.
Posso dirle una parolina?
- Come dici? - gli domandò Nocio Pigna, facendoglisi più presso, costernato dall'aria di sospetto e di mistero con cui quell'uomo gli stava davanti, parlando dentro il cappuccio che gli lasciava scoperti appena gli occhi soltanto.
- Vuoi parlare con me?
- Sissignore, - rispose quegli più col cenno che con la voce.
- Eccomi, figlio mio, - s'affrettò a dir Pigna.
- Vieni qua...
entriamo qua...
E gl'indicò il portone del Fascio.
Ma quegli negò col capo e subito si trasse più indietro nel vicoletto.
Pigna lo seguì.
- Non aver paura.
Non c'è nessuno.
Che vuoi dirmi?
L'uomo incappucciato esitò ancora un po', prima di rispondere; volse intorno gli occhi sospettosi, poi mormorò, sempre dentro il cappuccio:
- M'hanno parlato a quattr'occhi...
Persona fidata...
Dice che...
E s'interruppe di nuovo.
- Parla, parla, figlio mio, - lo esortò il Pigna.
- Siamo qua soli...
Che t'hanno detto?
Gli occhi sospettosi sotto il cappuccio espressero lo sforzo penoso che colui faceva su se stesso per vincere il ritegno di parlare.
Alla fine, stringendosi più al muro e stendendo appena fuor del cappotto una mano sul braccio del Pigna, domandò a bassissima voce:
- È qua che si spartiscono le terre?
Nocio Pigna, mezzo imbalordito per tutto quel mistero, restò a guardarlo un pezzo di traverso, a bocca aperta.
- Le terre? - disse.
- Le terre, no, figlio mio.
Quegli allora alzò il mento e chiuse gli occhi, per un cenno d'intesa.
Sospirò:
- Ho capito.
Mi pareva assai! Mi hanno burlato.
E si mosse per andar via.
Nocio Pigna lo trattenne.
- Perché burlato? No, figlio mio...
Senti...
- Mi scusi Voscenza, - disse quegli, fermandosi per farsi dar passo.
- È inutile.
Ho capito.
Mi lasci andare...
- E aspetta, caro mio, se non mi dài il tempo di spiegarmi...
- s'affrettò a soggiungere il Pigna.
- Le terre, sissignore, verranno anche quelle...
Basta volere! Se noi vogliamo...
Sta tutto qui!
Quegli seguitò a scuotere il capo con amara e cupa incredulità; poi disse:
- Ma che dobbiamo volere, noi poveretti? che possiamo volere?
Pigna si scrollò, urtato:
- E allora, scusa, tie', ti do le terre, è vero? Prima di tutto dev'esserci la volontà, in te e in tutti, senza paura, capisci? Non c'è bisogno di guerra, mettiti bene in mente questo! Noi vogliamo anzi cantare inni di pace, caro mio.
Il Fascio è come una chiesa! E chi entra nel Fascio...
- Voscenza mi lasci andare...
- Aspetta, ti voglio dir questo soltanto: chi entra nel Fascio, entra a far parte d'una corporazione che abbraccia, puoi calcolare, i quattro quinti dell'umanità, capisci? i quattro quinti non ti dico altro.
E agitò innanzi a quegli occhi le quattro dita d'una mano: poi riprese:
- Unione, corpo di Dio, e siamo tutto, possiamo tutto! La legge la detteremo noi: debbono per forza venire a patti con noi.
Chi lavora? chi zappa? chi semina? chi miete? O date tanto, o niente! Questo per il momento.
Il nostro programma...
Vieni, ti spiego tutto...
- Voscenza mi lasci andare...
Non è per me...
- Come non è per te, pezzo d'asino? se si tratta proprio di te, della tua vita, del tuo diritto? Pensaci, figlio! Guarda: il Fascio è qua.
Mi trovi sempre.
- Sissignore, bacio le mani...
Per carità, come se non le avessi detto niente...
E, voltate le spalle, se n'andò randa randa, guardingo.
Nocio Pigna lo seguì per un pezzo con gli occhi, scrollando il capo.
Trambusto, a casa, più del solito.
Si progrediva notevolmente, di giorno in giorno, verso la rivoluzione sociale.
C'erano - e s'indovinava subito fin dalla strada - i cinque studenti, già condiscepoli di Celsina.
C'era anche, ma ingrugnato e tutto aggruppato in un angolo, Antonio Del Re, il nipote di donna Caterina Laurentano e di Roberto Auriti.
Parlavano tutti insieme a voce alta.
Il gigante, cioè Emanuele Garofalo, e quel piccolo Miccichè che friggeva in ogni membro e scattava e schizzava come un saltamartino, e il recalmutese atticciato e violento Bernardo Raddusa gridavano, non si capiva bene che cosa, attorno a sua figlia Mita, la maggiore delle sei rimaste in casa, quella che lavorava tutto il giorno e talvolta anche la notte insieme con Annicchia, ch'era la terza.
Attorno a questa strillavano le sorelle Tina e Lilla con Totò Licasi e Rocco Ventura; Rita cercava di quietare il bimbo che piangeva, spaventato, Celsina, accesa di stizza, litigava con Antonio Del Re; e, come se tutto quel badanai fosse poco, 'Nzulu, il vecchio barbone nero baffuto e mezzo cieco, acculato su una seggiola, levando alto il muso, si esercitava in lunghi e modulati guaiti di protesta.
Luca Lizio, appartato, si teneva il capo con tutt'e due le mani, quasi per paura che quegli strilli glielo portassero via.
- Signori miei, che cos'è? dove siamo? - gridò Nocio Pigna, entrando.
Tutti si voltarono, gli corsero incontro e, accalorati, presero a rispondergli a coro.
Nocio Pigna si turò gli orecchi.
- Piano! Mi stordite! Parli uno!
- Mita e Annicchia, al solito! - strillò Tina.
- Smorfie! - aggiunse Lilla.
Ed Emanuele Garofalo, il gigante, scotendo le braccia levate, con voce da cannone:
- Tutti giù! tutti giù!
- S'imponga l'autorità paterna! - saltò a dire Mondino Miccichè, facendo il mulinello in aria col bastoncino.
- Non capisco nulla! zitti! - urlò Nocio Pigna.
Tacquero tutti; ma subito, nel silenzio sopravvenuto, sonò un: «Mammalucco!» rivolto da Celsina ad Antonio Del Re con tale espressione di rabbia concentrata, che le risa si levarono fragorose.
Celsina si fece avanti, snella su i fianchi procaci, col seno colmo in sussulto, il bruno volto in fiamme e gli occhi sfavillanti.
In mezzo a tutte quelle risa, l'espressione di fierissima stizza accennò in un baleno di scomporsi, le labbra di fuoco le si atteggiarono per un momento a un riso involontario, ma subito si riprese e gridò imperiosamente e con sprezzo:
- Andiamo! andiamo! andiamo! Chi vuol sentire, senta! Chi non vuol sentire...
me n'importa un corno!
- Insomma, - gemette Nocio Pigna, raggruppando le dita delle due mani e giungendole per le punte, - posso sapere che diavolo è avvenuto? - E subito aggiunse, sbarrando gli occhi: - Ma parli uno!
Parlò Rocco Ventura, piccolo e tondo, col naso a pallottola in su e due baffetti spelati che gli cominciavano agli angoli della bocca e subito finivano lì, come due virgolette:
- Niente, - disse, - proponevamo semplicemente di scendere tutti giù, nella stanza a pianterreno, per assistere alla prova generale della conferenza di Celsina, ecco.
- E Mita e Annicchia, al solito...
- aggiunse Tina, tutta scarmigliata.
- Smorfie! - ripeté Lilla.
- Non vogliono scendere? e lasciatele stare! - disse Celsina, dalla soglia.
- Loro sono le formiche, si sa, io la cicala.
Andiamo, andiamo giù, e basta!
Pigna guardò le due figlie Mita e Annicchia rimaste sedute, tutt'e due vestite di nero, pallide in volto e con gli occhi dolenti; poi guardò Antonio Del Re, rimasto anch'egli seduto, torbido in faccia, con un gomito appoggiato sul ginocchio e le unghie tra i denti.
- Andate, andate, - disse a quelli che già si disponevano a scendere dietro Celsina nella stanza terrena.
- Ora vengo...
Debbo dire una parola a don Nino Del Re.
- Nient'affatto! - gridò Celsina, risalendo gli scalini della scaletta di legno e ripresentandosi tutta vibrante su la soglia.
- Te lo proibisco, papà! A Nino ho parlato io, e basta! Vieni giù!
- Va bene, va bene, - disse il Pigna.- Che furia! Debbo tenergli un altro discorsetto io...
Piano piano...
Antonio Del Re si sgruppò, scattò in piedi per un improvviso ribollimento di sdegno; ma, subito pentito della risoluzione d'andarsene, restò lì, cercando soltanto con gli occhi, in giro per la stanza, il cappello.
- Uh, santo Dio, come fate presto a pigliar ombra anche voi! Non vi precipitate! - esclamò Nocio Pigna.
- Ma no! ma lascialo andare, se vuole andarsene! - soggiunse aizzosa Celsina.
- Mi fa un gran piacere, se va via; già gliel'ho detto! Anzi, aspetta...
Corse nel camerino accanto, in cui dormiva; trasse da un cassetto del canterano una vecchia bambola, la sua ultima bambola di tant'anni fa, ritrovata per caso alcuni giorni addietro e a cui quel bestione di Emanuele Garofalo, senz'intendere la pena che le avrebbe cagionato, aveva fatto di nascosto con la penna un pajo di baffoni da brigadiere; e venne a posarla sul petto d'Antonio Del Re; gli tirò su un braccio, perché se la tenesse lì stretta, dicendo:
- Tieni; questa è per te! questa tu puoi amare! - E di corsa scomparve per la scaletta.
Antonio Del Re buttò la bambola nel grosso canestro da lavoro, che stava tra Mita e Annicchia.
Nocio Pigna rimase un po' a guardarla, accigliato; si curvò a osservarla davvicino; domandò:
- Che sono, baffi?
Per tutta risposta, Nino riprese la bambola e se la ficcò in tasca a capo all'ingiú.
Le due gambette, una calzata e l'altra no, rimasero fuori.
- E cosí il sangue le andrà alla testa! - disse allora Nocio Pigna.
- Calma, calma, don Ninì! Ragioniamo.
Veramente sarebbe meglio che voi ve n'andaste.
La vostra condizione, in questo momento, con vostro zio a Girgenti, in ballo...
Noi qua dobbiamo lavorare.
Si comincia adesso; poco possiamo fare, ma una voce almeno dobbiamo levarla, di protesta.
Ora, io entro nel vostro cuore di nipote, e comprendo.
Siete ancora ragazzo, figlio di famiglia: so come la pensate; certe cose non vi possono far piacere.
Dovreste però entrare anche voi un poco nel mio cuore di padre, comprendere la mia responsabilità, mi spiego? e anche...
Don Ninì, sono un uomo esposto, voi lo sapete; un pover'uomo lapidato di calunnie da tutte le parti: me ne rido; ma quanto a voi e al vostri parenti, anche per riguardo a...
- come sarebbe di voi don Landino Laurentano? zio? cugino? zio, è vero? già...
cugino carnale di vostra madre - anche per un riguardo a lui, dicevo, non vorrei che si sospettasse...
Parlo bene, Mitina?
Mita alzò gli occhi appena appena dal lavoro e li riabbassò subito, seguitando a cucire.
Antonio Del Re era andato presso la vetrata del balconcino e guardava fuori, nel Piano di Gamez deserto, seguitando a rodersi le unghie.
- Sentite, - riprese il Pigna.
- È la verità sacrosanta: non ha fatto tanto male a sé, a tutta la sua famiglia e a voi, vostra nonna...
A questo punto il Del Re si voltò di scatto, gli venne incontro, scotendo le pugna, e gridò:
- Basta! basta! basta!
Nocio Pigna lo guardò un pezzo, sbalordito, poi disse:
- Ma sapete che mi sembrate pazzi tutti quanti, oggi, qua? Sto dicendo che il più gran male lo fece al paese, lasciando tutto il ben di Dio che le spettava nelle mani di quel fratello che...
Ma poi, ohè don Ninì, lasciamo svaporar le smanie e parliamoci chiaro! Di che colore siete? Così non facciamo niente! Io non vi sforzo.
Ma è tempo di risolvervi, caro mio: o qua con noi, dico col Partito, a viso scoperto; o ve ne state coi vostri.
Se non sapete neanche voi stesso...
- Ma giusto lei? giusto lei? - proruppe Antonio Del Re, quasi piangendo dalla rabbia, facendoglisi di nuovo incontro, con le dita artigliate (alludeva a Celsina).
- Perché lei? Non c'eravate voi? non c'erano quegli stupidi là, Raddusa o Garofalo?
- Che, lei? - fece il Pigna, stordito.
- La conferenza, - spiegò, a bassa voce, Annicchia.
- Ah, la conferenza? E che fa?...
Ah, già...
Ma scusate tanto, don Nino mio! A voi non brucia! Voi ora ve n'andate a Roma con vostro zio, a seguitare gli studii, nella bella città; andate a sedere a tavola a pappa scodellata; tasse, libri, tutto pagato...
Ma pensate, Cristo di Dio, che anche mia figlia qua...
Ve l'immaginate come le deve ribollire il sangue, povera figlia mia, pensando che ha fatto tanto, stentato tanto, per niente? che deve finire così tutto il suo amore per lo studio, tutta la sua smania di riuscire? Lasciatela sfogare! Dovrebbe dar fuoco a tutto il paese! Vorreste metterle la museruola, per giunta? E con quale diritto, scusate? Che potete far voi per lei? Se non me ne vado, schiatto...
Scappò via, anche lui, infuriato, per la scaletta di legno.
Antonio Del Re era ritornato presso la vetrata a guardar fuori.
Mita e Annicchia seguitarono a lavorare in silenzio, a testa bassa.
In quel silenzio tutti e tre avvertirono l'affanno del proprio respiro, che palesava a loro stessi l'interno cordoglio esasperato dal pensiero di non poter opporsi a quello stato di cose contrario alla loro natura, ai loro affetti, alle loro aspirazioni.
Il più combattuto era Antonio Del Re.
Tutta la cupa amarezza della nonna gli s'era trasfusa, sin dall'infanzia, nel sangue, e glielo aveva avvelenato; la tenerezza quasi morbosa, piena di palpiti e di sgomento, della madre gli dava pena e fastidio, un'angustia che lo avviliva; la remissione dello zio, sopraffatto dalle tristi vicende, rimasto indietro, pur avendo corso da giovinetto con tanta fiamma e tanto ardire, e che tuttavia non voleva parer vinto e sorrideva per mostrar fiducia ancora in un ideale che tanti torti, tanti errori, avevano offeso e offuscato, gli cagionava dispetto.
Sentiva, sapeva che quel sorriso avrebbe voluto nascondere un marcio insanabile, per una pietà mal intesa.
Ma perché, invece di nasconderlo, non lo scopriva zio Roberto quel marcio, come la nonna, come qua in casa del Pigna, i suoi compagni, tutti giovani? In un modo, però, questi lo scoprivano, che gli faceva nausea e stizza.
Quelli che avevano operato, combattuto e sofferto, quelli sì avrebbero dovuto gridar forte contro tante colpe e tante miserie e domandar giustizia e vendetta in nome dell'opera loro e del loro sangue e delle loro sofferenze; non questi che nulla avevano fatto, che nulla dimostravano di saper fare, altro che chiacchiere per passatempo, e metter tutti in un fascio gli onesti e i disonesti, suo zio coi mestatori e gl'intriganti, coi tanti patrioti per burla o per tornaconto!
Non questa ingiustizia soltanto, però, rendeva avverso Antonio Del Re ai suoi compagni.
Educato alla scuola di un dolor cupo e fiero che sdegnava di sfogarsi a parole, d'una rinunzia ancor piú fiera che sdegnava ogni bassa invidia, se egli si fosse gettato nella lotta, spezzando ogni legame ideale coi suoi, non avrebbe né proferito una parola né cercato compagni: a testa bassa, coi denti serrati e la mano armata, subito all'atto si sarebbe avventato.
Quelli invece eran lì per ciarlare, lì per spassarsi con le figlie del Pigna.
Non avrebbe voluto riconoscere Antonio Del Re che la sua avversione e il suo sdegno erano in gran parte gelosia feroce.
Con lo stesso ardor chiuso con cui si sarebbe lanciato a un'azione violenta, s'era innamorato perdutamente di Celsina fin dal primo giorno che questa, ragazzetta allora con la vestina fino al ginocchio, s'era presentata alle scuole tecniche maschili.
E Celsina, pure corteggiata da tutti i compagni, aveva risposto all'amore di lui, prima in segreto, poi lasciandolo intravedere agli altri, dichiarandosi infine apertamente e sfidando la baja dei disillusi.
Non s'era chiusa però nel suo amore, non s'era accostata e stretta a lui com'egli avrebbe voluto: era rimasta lì, in mezzo a tutti, col cuore aperto, la mente qua e là, prodiga di parole, di sguardi e di sorrisi, inebriata dei suoi trionfi, della sua gloriola di ribelle a tutti i pregiudizii, conscia del suo valore e smaniosa di farsi notare, ammirare, applaudire.
Più ella gli appariva così, e più Antonio riconosceva che non avrebbe dovuto amarla, non solo perché così non era secondo il sentimento suo, ma anche perché, pensando alla madre e alla nonna, comprendeva che l'una ne avrebbe avuto orrore e l'altra l'avrebbe stimata una fraschetta sciocca.
Eppure, no: non era né cattiva né sciocca Celsina, egli lo sapeva bene; e anzi, se avesse dovuto ascoltar la voce più intima e profonda della sua coscienza, voce soffocata dal rispetto, dalla suggezione, dall'amore, anziché la ribellione aperta di Celsina avrebbe condannato la fierezza troppo chiusa della nonna, la rassegnazione troppo ligia della madre.
- Don Ninì, - chiamò con dolce voce Mita.
- Volete venire un po' qua?
Antonio si scosse, le s'accostò, ma nel vederle sollevare il capo di biancheria ch'ella stava a cucire come per prendergli una misura, si trasse subito indietro, urtato, scrollandosi tutto.
- No!...
no, adesso...
- Caro don Ninì, - sospirò Mita.
- Pazienza ci vuole! Bisogna far presto...
Voi partite...
Beato voi!
Mita stava ad allestirgli, insieme con la sorella, la biancheria che doveva portarsi a Roma.
Tutte le migliori famiglie della città, e anche la nonna e la madre d'Antonio, davan lavoro a quelle due povere sorelle che si recavano spesso anche a giornata qua e là.
La considerazione era per esse soltanto, anzi la pietà; ed esse lo comprendevano bene, e di giorno in giorno si facevano più umili per meritarsela meglio, per dimostrar la loro gratitudine e non essere abbandonate.
Capivano che a troppe cose si doveva passar sopra per ajutarle, a troppe cose che il padre e le sorelle, anziché attenuare, facevan di tutto perché avventassero di piú, come se apposta volessero concitarsi contro tutto il paese e stancare la pazienza e la carità del prossimo.
Ma il danno poi non sarebbe stato anche loro? Che doveva dir la gente? Noi, estranei, dobbiamo aver considerazione per voi, dobbiamo ajutarvi, mentre il vostro sangue stesso, quelli che voi mantenete con l'ajuto nostro, debbono farci la guerra? Disordini, scandali, inimicizie!
Per scusare in certo qual modo il padre, Mita e Annicchia si forzavano a credere che veramente il cervello gli avesse dato di volta dopo la sciagura di Rosa, la sorella maggiore.
Certo, da allora s'era aperto l'inferno in casa loro.
Più che del padre, Mita e Annicchia si lagnavano, si crucciavano in cuore delle sorelle.
Come mai non comprendevano queste, che solamente col silenzio, con la modestia più umile e più schiva si poteva, se non cancellare del tutto, render meno evidente il marchio d'infamia di cui la loro casa era ormai segnata? Rita, quando il bambino le lasciava un po' le mani libere, e anche Tina e Lilla, sì, le ajutavano a cucire, a imbastire o a passare a macchina, nei giorni non frequenti che il lavoro abbondava; ma lavoravano senz'amore, svogliate, specialmente le due ultime, perché non rassegnate dopo quella sciagura alla rinunzia di ogni speranza e di ogni desiderio.
Nel vederle acconciarsi e rabbellirsi ogni mattina, si sentivano stringere il cuore, intendendo che non si acconciavano, non si facevano belle per speranze e desiderii onesti: dovevano sapere anch'esse purtroppo che nessuno più, ormai, avrebbe voluto mettersi con loro.
E da un giorno all'altro s'aspettavano che Tina e Lilla, con tutti quei giovanotti lì sempre tra i piedi, avrebbero finito come Rita.
Ma avessero trovato almeno un buon giovine, come Luca! Poteva cader peggio Rita...
Perché, in fondo, sì, sì, dovevano riconoscere che Luca era buono.
Solo non potevano passargli l'ostinazione di non regolare davanti alla legge e all'altare la sua unione con Rita.
Era così buono con tutti, e amava tanto il bambino e non pesava nulla in casa.
Certo, se non si fosse fatti tanti nemici per quelle sue idee, e non fosse stato così disgraziato, avrebbe potuto recar molto ajuto alla famiglia, ché, quanto a lavorare, lavorava sempre e doveva esser dotto davvero, a giudicare dai tanti libri che aveva letti e leggeva!
Un po' di questo rispetto imposto dall'ingegno e dall'istruzione, Mita e Annicchia lo estendevano anche a Celsina, perché veramente pareva loro, per tante prove, fuori dell'ordinario, e riconoscevano col padre che, in altro luogo, in altre condizioni, ella avrebbe fatto davvero chi sa che spicco! La vedevano piena di sprezzo per gli uomini - e questo per un verso le rassicurava.
Ah, gli uomini ella era andata a sfidarli là, nelle loro stesse scuole; e tutti li aveva superati! Veramente, quella sfida non avevano saputo approvarla: con maggior profitto, se pur con minore soddisfazione, avrebbe potuto frequentare le scuole femminili e diventar maestra.
Così, invece, era rimasta senza professione.
Ma non temevano per l'avvenire: qualche via, certo, Celsina se la sarebbe aperta, in paese o altrove.
Quel povero don Ninì, intanto, che l'amava e ne era geloso...
Tanto buono, poveretto! Ma non era per lui, Celsina.
Guaj se lo avessero saputo i suoi parenti! Pareva loro mill'anni che partisse per Roma.
Annicchia toccò pian piano un braccio a Mita per mostrarle le due gambette della bambola, che uscivano dalla tasca di lui ancora lì, dietro la vetrata del balconcino.
Mita rispose con un mesto sorriso al sorriso della sorella; poi sovvenendosi di una preghiera che dalla notte aveva in animo di rivolgere al giovine, si levò in piedi, posando il lavoro nel canestro, e gli si accostò timidamente.
- Don Ninì, - gli disse piano, - prima di partire per Roma, dovreste farmi per l'ultima volta quella tal grazia, se...
- No, per carità, no, Mita, non me ne parlate! - la interruppe con violenza Antonio Del Re, premendosi le mani sulle tempie e strizzando gli occhi.
- L'avete a disonore, è vero? - disse afflitta, con gli occhi bassi, Mita.
- No, non per questo! non per questo! - s'affrettò a soggiungere Antonio.
- Ma ora, in questo momento...
non posso...
non posso sentir parlare di nulla, Mita!
Una cosa atroce voleva da lui quella poveretta, un ricordo atroce gli ridestava proprio in quel momento.
La guardò, temendo che l'orrore che traspariva attraverso il suo rifiuto avesse potuto farle sorgere qualche sospetto.
Ma le vide più che mai dolenti e umili i begli occhi, che tante lagrime versate avevano velati e quasi intorbidati per sempre.
Quasi ogni notte, infatti, ella piangeva col cuore sfranto per Rosa, la sorella sua disgraziata, la sorella sua perduta, caduta nell'ultimo fondo dell'ignominia.
Più volte, non potendo andarla a trovare nel luogo infame, dove ora stava chiusa, aveva pregato Antonio di andarci per lei.
E Antonio, l'ultima volta che c'era andato, trovandola mezzo brilla, era stato attratto da lei e...
Un fracasso di grida, d'applausi, misti agli strilli del bambino e agli abbajamenti del cane, giunse in quel punto dalla stanza a terreno; e poco dopo 'Nzulu, il vecchio barbone, cacciato via a pedate da giù, tutto tremante, piegato sulle zampe di dietro come se volesse col fiocchetto della coda convulsa spazzare il suolo, venne ad allungare il naso baffuto su le ginocchia di Mita, che s'era rimessa a sedere.
Le due sorelle, nel veder la povera bestia implorante ajuto e riparo da loro, si misero a piangere.
E allora Antonio Del Re, non sapendo più tenersi, si cacciò in capo il cappello, aprì la vetrata del balconcino e, scavalcata la ringhiera di ferro, mentra Mita e Annicchia, spaventate, gridavano: «Oh, Dio, don Ninì...
che fate? che fate?», si calò giù, reggendosi prima con le mani a due bacchette della ringhiera, poi si lasciò cadere nella piazza sottostante.
S'udì il tonfo e quindi il rumore di qualcosa andata in frantumi.
Mita accorse a guardare e lo vide, curvo, che cercava con le braccia protese, come un cieco, il cappello che gli era cascato lì presso.
- Don Niní, vi siete fatto male?
- Nulla...
- rispose egli di sotto.
- Le lenti...
Mi sono cascate le lenti.
E, ghermito il cappello, scappò via.
- Impazzisce! - disse Mita.
- Ma possibile?
E accennò con la mano la stanza giù, dove Celsina predicava.
Precipitandosi per la via di Gamez, Antonio Del Re, che senza lenti non vedeva di qui là, inciampò in qualcuno all'imboccatura della via Atenea.
- Oh Nino!
Riconobbe alla voce l'on.
Corrado Selmi.
- Mi lasci andare! - gli gridò, scrollandosi rabbiosamente.
Corrado Selmi aveva lasciato il Verònica all'albergo in compagnia dell'altro testimonio, e si recava ora in casa di Roberto Auriti che l'ospitava.
Da quattro giorni, appena si mostrava per via, si vedeva tutti gli occhi addosso; parecchi curiosi si fermavano anche a mirarlo a bocca aperta; altri sbucavano dalle botteghe e si piantavan sulla soglia, addossati gli uni agli altri.
Tanta curiosità l'obbligava a darsi un certo contegno, contro il suo solito.
Ma gli veniva da ridere.
Non sapeva più dove guardare, perché gli occhi naturalmente gaj e l'aria aperta e fresca del volto non déssero di lui un falso concetto di petulanza.
Era davvero e si sentiva giovanissimo ancora, nel corpo e nell'anima, non ostanti l'età, le vicende fortunose e le tante lotte sostenute.
Non un pelo bianco, né per nulla ancora appassito il color biondo dei baffi e dei capelli.
Vestiva con naturale eleganza e spirava da tutta la persona, da ogni gesto, da ogni sguardo, una freschezza e una grazia che incantavano.
Questa persistente gioventù Corrado Selmi di Rosàbia la doveva al vivace, costante amore per la vita e, nello stesso tempo, al pochissimo peso che sempre le aveva dato.
Né di troppi ricordi, né di troppi studii, né di troppi scrupoli, né d'aspirazioni tenaci se l'era voluta mai gravare, come fanno tanti a cui per forza poi, sotto un tal fardello, debbono le gambe piegarsi e aggobbirsi le spalle.
Viaggiatore senza bagaglio, soleva definirsi.
E sempre s'era imbarcato così, spiccio e leggero, per viaggi lunghi, avventurosi e difficili.
Niente da perdere, e avanti! Fallita l'insurrezione del 4 aprile, scampato per miracolo dal convento della Gancia, aveva dapprima guerrigliato con le squadre attorno a Palermo; aveva poi fatto la campagna del 1860 con Garibaldi fino al Volturno; ma come? senza munizioni e con un fucilaccio che non tirava, venuto da Malta per sei ducati.
Alla Camera, tra tanti colleghi dalla fronte gravida di pensieri e dalla cartella gonfia di note e d'appunti, aveva fatto parte delle Commissioni più difficili, senza né un lapis né un taccuino.
E sempre s'era dato da fare, comunque; senza mai sforzarsi; e tutto gli era riuscito facile e agevole non schivando mai, anzi sfidando e bravando i più gravi pericoli, le più difficili imprese, le avventure più intricate.
Non ammetteva che ci potessero essere difficoltà per uno come lui, sempre pronto a tutto.
Non andava incontro alla vita; si faceva innanzi, e passava.
Passava, disarmando tutti con la sicurezza convinta e la gaja tranquillità: d'ogni retorica ostentazione, la rigida virtú dei Catoni; d'ogni scrupolo di pudore, l'onestà delle donne.
Né s'era mai fermato un momento in questa corsa della vita per giudicare fra sé se fosse bene o male ciò che aveva fatto pur dianzi.
Non bisognava dar tempo al giudizio, come né peso ai proprii atti.
Oggi, male; bene, domani.
Inutile richiamarlo indietro a considerare il mal fatto; scrollava le spalle, sorrideva, e avanti; avanti a ogni modo, per ogni via, senza mai indugiarsi, lasciandosi purificare dall'attività incessante e dall'amore per la vita e rimanendo sempre alacre e schietto, largo di favori a tutti, con tutti alla mano.
La vita era per lui piena di ganci che lo tiravano di qua e