I VECCHI E I GIOVANI, di Luigi Pirandello - pagina 2
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La costernazione di Sciaralla, per quel grave pericolo che sovrastava a tutti i signori, proveniva più che altro dalla sicurezza con cui il principe, là nel salone, pareva lo sfidasse.
Riposava certo su lui e sul valore e la devozione dei suoi uomini quella sicurezza del principe, al quale poteva bastare che dicesse di non aver paura, lasciando poi agli altri il pensiero del rimanente.
Fortuna che finora lì a Girgenti nessuno si moveva, né accennava di volersi muovere! Paese morto.
Tanto vero - dicevano i maligni - che vi regnavano i corvi, cioè i preti.
L'accidia, tanto di far bene quanto di far male, era radicata nella più profonda sconfidenza della sorte, nel concetto che nulla potesse avvenire, che vano sarebbe stato ogni sforzo per scuotere l'abbandono desolato, in cui giacevano non soltanto gli animi, ma anche tutte le cose.
E a Sciaralla parve di averne la prova nel triste spettacolo che gli offriva, quella mattina, la campagna intorno e quello stradone.
Aveva già attraversato il tratto incassato nel taglio perpendicolare del lungo ciglione su cui sorgono aerei e maestosi gli avanzi degli antichi Tempii akragantini.
Si apriva là, un tempo, la Porta Aurea dell'antichissima città scomparsa.
Ora egli ranchettava giù per il pendìo che conduce alla vallata di Sant'Anna, per la quale scorre, intoppando qua e là, un fiumicello di povere acque: l'Hypsas antico, ora Drago, secco d'estate e cagione di malaria in tutte le terre prossime, per le trosce stagnanti tra gl'ispidi ciuffi del greto.
Impetuoso e torbido per la grande acquata della notte scorsa, investiva laggiù, quella mattina, il basso ponticello uso, d'estate, ad accavalciare i ciottoli e la rena.
Veramente da quella triste contrada maledetta dai contadini, costretti a dimorarvi dalla necessità, macilenti, ingialliti, febbricitanti, pareva spirasse nello squallore dell'alba un'angosciosa oppressione di cui anche i rari alberi che vi sorgevano fossero compenetrati: qualche centenario olivo saraceno dal tronco stravolto, qualche mandorlo ischeletrito dalle prime ventate d'autunno.
- Che acqua, eh? - s'affrettava a dire capitan Sciaralla, imbattendosi lungo quel tratto nella gente di campagna o nei carrettieri che lo conoscevano, per prevenire beffe e ingiurie, e dava di sprone alla povera Titina.
Non a caso però, quel giorno, metteva avanti la pioggia della notte scorsa.
Trottando e guardando nel cielo la nera nuvolaglia sbrendolata e raminga, pensava proprio a essa per trovarvi una scusa che gli quietasse la coscienza, avendo trasgredito a un ordine positivo ricevuto la sera avanti dal segretario del principe: l'ordine di recare sul tamburo una lettera a don Cosmo Laurentano, fratello di don Ippolito, che viveva segregato anche lui nell'altro fèudo di Valsanìa, a circa quattro miglia da Colimbètra.
Sciaralla non se l'era sentita d'avventurarsi a quell'ora, con quel tempo da lupi, fin laggiù; aveva pensato che Lisi Prèola, il vecchio segretario, avendo una forca di figliuolo che aspirava a diventar capitano della guardia, non cercava di meglio che mandar lui Sciaralla all'altro mondo; che però forse quella lettera non richiedeva tale urgenza ch'egli rischiasse di rompersi il collo per una via scellerata, al bujo, sotto la pioggia furiosa, tra lampi e tuoni; e che infine avrebbe potuto aspettar l'alba e partir di nascosto, senza rinunziare per quella sera alla briscola nella casermuccia sul greppo dello Sperone, dove si riduceva coi tre compagni graduati a passar la notte, dandosi il cambio ogni tre ore nella guardia.
L'uscir di Colimbètra era sempre penoso per capitan Sciaralla, ma una vera spedizione allorché doveva recarsi a Valsanìa, dove ogni volta gli toccava d'affrontar paziente l'odio d'un vecchio energumeno, terrore di tutte le contrade circonvicine, chiamato Mauro Mortara, il quale, approfittando della dabbenaggine di don Cosmo, a cui certo i libracci di filosofia avevano sconcertato il cervello, vi stava da padrone, né sopra di lui riconosceva altra signoria.
- Coraggio, coraggio, Titina! - sospirava pertanto Sciaralla, ogni qual volta gli si presentava alla mente la figura di quel vecchio: basso di statura, un po' curvo, senza giacca, con una ruvida camicia d'albagio di color violaceo a quadri rossi aperta sul petto irsuto, un enorme berretto villoso in capo, ch'egli da se stesso s'era fatto dal cuojo d'un agnello, la cui concia col sudore gli aveva tinti di giallo i lunghi cernecchi e, ai lati, l'incolta barba bianca: comico e feroce, con due grosse pistole sempre alla cintola, anche di notte, poiché si buttava a dormir vestito su uno strapunto di paglia per poche ore soltanto: a settantasette anni sveglio ancora e robusto, più che un giovanotto di venti.
- E non morrà mai! - sbuffava Sciaralla.
- Sfido! che gli manca? Dopo tant'anni è considerato come parte della famiglia anche da don Ippolito, che è tutto dire.
Con don Cosmo per poco non si dànno del tu.
E ripensava, proseguendo la via, alle straordinarie avventure di quell'uomo che, al Quarantotto, aveva seguito nell'esilio a Malta il principe padre, don Gerlando Laurentano, il quale gli s'era affezionato fin da quando, privato del grado di gentiluomo di camera, chiave d'oro, per uno scandalo di corte a Napoli, sera ritirato a Valsanìa, dove il Mortara era nato, figlio di poveri contadini, contadinotto anche lui, anzi guardiano di pecore, allora.
A un'avventura segnatamente, tra le tante, si fermava il pensiero di Placido Sciaralla: a quella che aveva procurato al Mortara il nomignolo di Monaco; avventura dei primi tempi, avanti al Quarantotto, quando a Valsanìa, attorno al vecchio principe di Laurentano, acceso di vendetta dopo quello scandalo di corte a Napoli, si radunavano di nascosto, venendo da Girgenti, i caporioni del comitato rivoluzionario.
Mauro Mortara faceva la guardia ai congiurati a piè della villa.
Ora una volta un frate francescano ebbe la cattiva ispirazione di avventurarsi fin là per la questua.
Il Mortara, chi sa perché, lo prese per una spia; e senza tante cerimonie lo afferrò, lo legò, lo tenne appeso a un albero per tutto un giorno; alla notte lo sciolse e lo mandò via; ma tanta era stata la paura, che il frate non poté più riaversene e ne morì poco dopo.
Quest'avventura era più viva delle altre nella memoria di Sciaralla, non solo perché in essa Mauro Mortara si mostrava, come a lui piaceva crederlo, feroce, ma anche perché l'albero, a cui il francescano era stato appeso, era ancora in piedi presso la villa, e Mauro non tralasciava mai d'indicarglielo, accompagnando il cenno con un muto ghigno e un lieve tentennar del capo, atteggiato il volto di schifo nel vedergli addosso quell'uniforme borbonica.
- Coraggio, coraggio, Titina!
Conveniva soffrirseli in pace gli sgarbi e i raffacci di quel vecchio.
Il quale, sì, guaj e rischi d'ogni sorta ne aveva toccati e affrontati in vita sua, senza fine; ma che fortuna, adesso, servire sotto don Cosmo che non si curava mai di nulla, fuori di quei suoi libracci che lo tenevano tutto il giorno vagante come in un sogno per i viali di Valsanìa!
Che differenza tra il principe suo padrone e questo don Cosmo! che differenza poi tra entrambi questi fratelli e la sorella donna Caterina Auriti, che viveva - vedova e povera - a Girgenti!
Da anni e anni tutti e tre erano in rotta tra loro.
Donna Caterina Laurentano aveva seguito lei sola le nuove idee del padre; e poi si diceva che, da giovinetta, aveva recato onta alla famiglia, fuggendo di casa con Stefano Auriti, morto poi nel Sessanta, garibaldino, nella battaglia di Milazzo, mentre combatteva accanto al Mortara e al figlio don Roberto, che ora viveva a Roma e che allora era ragazzo di appena dodici anni, il più piccolo dei Mille.
Figurarsi, dunque, se il principe poteva andar d'accordo con quella sorella! Ma con Cosmo, intanto, perché no? Questi, almeno apparentemente, non aveva mai parteggiato per alcuno.
Ma forse non approvava la protesta del fratello maggiore contro il nuovo Governo.
Chi aveva però ragione di loro due? Il padre, prima che liberale, era stato borbonico, gentiluomo di camera e chiave d'oro: che meraviglia, dunque, se il figlio, stimando fedifrago il padre, s'era serbato fedele al passato Governo? Meritava anzi rispetto per tanta costanza: rispetto e venerazione; e non c'era nulla da ridire, se voleva che tutti sapessero com'egli la pensava, anche dal modo con cui vestiva i suoi dipendenti.
Sissignori, sono borbonico! ho il coraggio delle mie opinioni!
Un toffo di terra arrivò a questo punto alle spalle di capitan Sciaralla, seguíto da una sghignazzata.
Il capitano diè un balzo sulla sella e si voltò, furente.
Non vide nessuno.
Da una siepe sopra l'arginello venne fuori però questa strofetta, declamata con tono derisorio, lento lento:
Sciarallino, Sciarallino,
dove vai con tanta boria
sul ventoso tuo ronzino?
Sei scappato dalla storia,
Sciarallino, Sciarallino?
Capitan Sciaralla riconobbe alla voce Marco Prèola, il figlio scapestrato del segretario del principe, e sentì rimescolarsi tutto il sangue.
Ma, subito dopo, il Prèola gli apparve in tale stato, che le ciglia aggrottate gli balzarono fino al berretto e la bocca serrata dall'ira gli s'aprì dallo stupore.
Non pareva più un uomo, colui: salvo il santo battesimo, un porco pareva, fuori del brago, ritto in piedi, cretaceo e arruffato.
Con le gambe aperte, buttato indietro sulle reni a modo degli ubriachi, il Prèola seguitò da lassù a declamare con ampii e stracchi gesti:
Oppur vai, don Chisciottino,
all'assalto d'un molino?
od a caccia di lumache
t'avventuri col mattino,
così rosso nelle brache,
nel giubbon così turchino,
Sciarallino, Sciarallino?
- Quanto sei caro! - sbuffò Sciaralla, allungando una mano alle terga, ove la mota gli s'era appiastrata.
Marco Prèola si calò giù, sul sedere, dall'arginello lubrico di fango, e gli s'accostò.
- Caro? No,- disse,- mi vendo a buon mercato! Ti piace la poesia? Bella! E séguita, sai? La stamperò su L'Empedocle domenica ventura.
Capitan Sciaralla stette ancora un pezzo a guardarlo, col volto contratto, ora, in una smorfia tra di schifo e di compassione.
Sapeva che colui andava soggetto ad attacchi d'epilessia; che spesso vagava di notte come un cane randagio e spariva per due o tre giorni finché non lo ritrovavano come una bestia morta, con la faccia a terra e la bava alla bocca, o su al Culmo delle Forche o su la Serra Ferlucchia o per le campagne.
Gli vide la faccia gonfia, deturpata da una livida cicatrice su la gota destra, dall'occhio alla bocca, con pochi peli ispidi biondicci sul labbro e sul mento; gli guardò il vecchio cappelluccio stinto e roccioso, che non arrivava a nascondergli la laida calvizie precoce; notò che calvo era anche di ciglia; ma non poté sostenere lo sguardo di quegli occhi chiari, verdastri, impudenti, in cui tutti i vizii pareva vermicassero.
Cacciato dalla scuola militare di Modena, il Prèola era stato a Roma circa un anno nella redazione d'un giornalucolo di ricattatori; scontata una condanna di otto mesi di carcere, aveva tentato di uccidersi buttandosi giù da un ponte nel Tevere; salvato per miracolo, era stato rimpatriato dalla questura, e ora viveva alle spalle del padre, a Girgenti.
- Che hai fatto?- gli domandò Sciaralla.
Il Prèola si guardò l'abito cretoso addosso, e con un ghigno frigido rispose:
- Niente.
Un insultino...
Con le mani aggiunse un gesto per significare che s'era voltolato per terra.
Poi, all'improvviso, cangiando aria e tono, gli ghermì un braccio e gli gridò:
- Qua la lettera! So che l'hai!
- Sei matto? - esclamò Sciaralla con un soprassalto, tirandosi indietro.
Il Prèola scoppiò a ridere sguajatamente.
- Mi serve soltanto per annusarla.
Càvala fuori.
Voglio sentire se sa odor di confetti.
Animale, non sai che il tuo padrone sposa?
Sciaralla lo guardò, stordito.
- Il principe?
- Sua Eccellenza, già! Non credi? Scommetto che la lettera parla di questo.
Il principe annunzia le prossime nozze al fratello.
Non hai visto monsignor Montoro? È lui il paraninfo!
Veramente monsignor Montoro in quegli ultimi giorni s'era fatto vedere molto più di frequente a Colimbètra.
Che fosse vero? Sciaralla si sforzò d'impedire che quella notizia incredibile, di un avvenimento così inopinato, gli accendesse in un lampo la visione di splendide feste, di una gaja animazione nuova in quel silenzioso, austero ritiro; la speranza di regali per la bella comparsa che avrebbe fatto coi suoi uomini e il servizio inappuntabile che avrebbe disimpegnato...
Ma il principe, possibile? così serio...
alla sua età? E poi, come prestar fede al Prèola?
Cercando di nascondere la meraviglia e la curiosità con un sorriso di diffidenza, gli domandò:
- E chi sposa?
- Se mi dài la lettera, te lo dico, - rispose quello.
- Domani! Va' là! Ho capito.
E Sciaralla si spinse col busto per cacciar la giumenta.
- Aspetta! - esclamò il Prèola, trattenendo Titina per la coda.
- M'importa assai delle nozze, e che tu non ci creda! Forse...
vedi? questo mi premerebbe più di sapere...
forse il principe parla al fratello delle elezioni, della candidatura del nipote.
Non sai neanche questo? Non sai che Roberto Auriti, «il dodicenne eroe», si presenta deputato?
- So un corno io; chi se n'impiccia? - fece Sciaralla.
- Non abbiamo l'on.
Fazello per deputato?
- Non lo dico io che siete fuori della storia, vojaltri, a Colimbètra! - ghignò il Prèola.
- Abbiamo le elezioni generali, e Fazello non si ripresenta, somaro, per la morte del figliuolo!
- Del figliuolo? Se è scapolo!
Il Prèola tornò a ridere sguajatamente.
- E che uno scapolo, uomo di chiesa per giunta, non può aver figliuoli? Bestione! Avremo l'Auriti, sostenuto dal governo, contro l'avvocato Capolino.
Fiera lotta, singolar tenzone...
Dammi la lettera!
Sciaralla diede una spronata a Titina e con uno sfaglio si liberò del Prèola.
Questi allora gli tirò dietro una e due sassate; stava per tirargli la terza, quando dalla svoltata si levò una voce rabbiosa:
- Ohè, corpo di...
Chi tira?
E un'altra voce, rivolta evidentemente a Sciaralla che fuggiva:
- Vergògnati! Fantoccio! Ignorante! Buffone!
E dalla svoltata apparvero sotto un ombrellaccio verde sforacchiato, stanchi e inzaccherati, i due inseparabili Luca Lizio e Nocio Pigna, o, come tutti da un pezzo li chiamavano, Propaganda e Compagnia: quegli, uno spilungone ispido e scialbo, con un pajo di lenti che gli scivolavano di traverso sul naso, stretto nelle spalle per il freddo e col bavero della giacchettina d'estate tirato su; questi, tozzo, deforme, dal groppone sbilenco, con un braccio penzolante quasi fino a terra e l'altro pontato a leva sul ginocchio, per reggersi alla meglio.
Erano i due rivoluzionarii del paese.
Capitan Sciaralla credeva a torto che nessuno si movesse a Girgenti.
Si movevano loro, Lizio e Pigna.
È vero che, l'uno e l'altro, quella mattina, così bagnati e intirizziti, sotto quell'ombrello sforacchiato, non davano a vedere che potessero esser molto temibili le loro imprese rivoluzionarie.
Nessuno poteva vederlo meglio di Marco Prèola, il quale avendo già da un pezzo abbandonato al caso la propria vita, tenuta per niente da lui stesso più che dagli altri e senza più né affetti né fede in nulla, sciolta non pur d'ogni regola, ma anche d'ogni abitudine e gettata in preda a ogni capriccio improvviso e violento, tutto vedeva buffo e vano e tutto e tutti derideva, sfogando in questa derisione le scomposte energie non comuni dell'animo esacerbato.
Sapeva che, tre giorni addietro, quei due si erano recati alla marina di Porto Empedocle a catechizzare i facchini addetti all'imbarco dello zolfo, gli scaricatori, gli stivatori, i marinaj delle spigonare, i carrettieri, i pesatori, per raccoglierli in fascio.
Vedendoli di ritorno a quell'ora, in quello stato, arricciò il naso, si fermò in mezzo allo stradone ad aspettarli per accompagnarsi con loro fino a Girgenti; quando gli furon vicini, aprì le braccia, quasi per reggere un fiasco, di que' grossi, e disse loro:
- Andiamo; niente: lo porto io.
Il Pigna si fermò e, sforzandosi di dirizzarsi meglio sul braccio, squadrò con disprezzo il Prèola.
Il corpo, tutto groppi e nodi; ma una faccia da bambolone aveva, senza un pelo, arrossata sulle gote dal salso che gli aveva dato fuori alla pelle, e un pajo d'occhi neri, smaltati e mobilissimi da matto, sotto un cappellaccio tutto sbertucciato, che lo faceva somigliare a uno di quei fantocci che schizzan su dalle scàtole a scatto.
Marco Prèola lo chiamò con un vezzeggiativo dispettosamente bonario, e gli disse ammiccando:
- Nociarè, non te n'avere a male! Mondaccio laido è questo, d'ingrati.
Marinaj, piedi piatti.
Oh, e chiudi il paracqua, Luca! Dio ci manda l'acqua, e non te ne vuoi profittare? Laviamoci il visino, così...
E levò la faccia fangosa verso il cielo.
Spruzzolava ancora dalle nuvole che s'imporporavano negli orli frastagliati, correndo incontro al sole che stava per levarsi, un'acquerugiola gelida e pungente.
- Che son aghi? - gridò, sbruffando come un cavallo, squassando la testa e buttandosi apposta addosso al Pigna.
Sozzo com'era già da capo a piedi e tutto fradicio di pioggia, si sentiva ormai libero da ogni angustia di guardarsi dall'acqua e dalla zàcchera, e provava la voluttà, sguazzando nel fango senza più impaccio né ritegno, di potere insozzarne gli altri impunemente.
- Scànsati! - gli gridò il Pigna.
- Chi ti cerca? chi ti vuole? chi ti ha dato mai confidenza?
Il Prèola, senza scomporsi, gli rispose:
- Quanto mi piaci arrabbiato! Creta madre, caro mio.
Te ne volevo attaccare un po'...
Mi scansi? Poi ti lagni degli altri, che sono ingrati.
- Ci vuole una faccia...
- brontolò il Pigna, rivolto al Lizio.
Ma questi andava chiuso in sé, non curante e accigliato.
Diede una spallata, come per dire che non voleva esser frastornato dai suoi pensieri, e avanti.
Il Prèola li seguì un pezzo in silenzio, un po' discosto, guardando ora l'uno ora l'altro.
Aveva nelle viscere la smania di fare qualche cosa, quella mattina; non sapeva quale, si sarebbe messo a urlare come un lupo.
Per non urlare, apriva la bocca, si cacciava una mano sui denti e tirava fin quasi a slogarsi la mascella; poi sospirava o si scrollava tutto in un fremito animalesco.
Poteva solo sfogarsi con quei due; ma, a stuzzicare il Lizio, che gusto c'era? Disperatonaccio come lui e, per giunta, con la testa piena di fumo.
Due disgrazie, una sopra l'altra, il suicidio del padre, bravo avvocato ma di cervello balzano, poi quello del fratello, gli avevano cattivato in paese una certa simpatia, mista di costernazione, e anche un certo rispetto.
Studiava molto e parlava poco, anzi non parlava quasi mai.
La ragione c'era, veramente: gli mancava quasi mezzo alfabeto.
Di lui si poteva ridere soltanto per questo: che aveva trovato nel Pigna il suo organetto; e organetto e sonatore, ogni volta, ai comizii, comparivano insieme.
Se il Pigna stonava, egli lo rimetteva in tono, serio serio, tirandolo per la manica.
Rivoluzione sociale...
fratellanza dei popoli...
rivendicazione dei diritti degli oppressi...
parole grandi, insomma! E forse perciò, distratto, s'era attaccato intanto a un tozzo di pane faticato da altri per lui.
Faceva benone, oh! Solo che, con questo po' po' di freddo...
- Una caffettierina, volesse Iddio! - invocò con improvviso scatto il Prèola, levando le braccia.- Tre pezzetti di zucchero, un vasetto di panna, quattro fettine di pane abbruscato.
Oh animucce sante del Purgatorio!
Luca Lizio si voltò, brusco, a guatarlo.
Proprio a una tazzina di caffè pensava in quel momento, così accigliato; e la vedeva, e se ne inebriava quasi in sogno, aspirandone il fumante aroma; e stringeva in tasca, nel desiderio che lo struggeva, il pugno intirizzito.
Partito a bujo, e sconfitto, da Porto Empedocle, sentiva un freddo da morire; non gli pareva l'ora d'arrivare.
Avvilito da quel bisogno meschino, si vedeva misero, degno di conforto, d'un conforto che sapeva di non poter trovare in nessuno.
Poc'anzi, tra quel fantoccio fuggito di là su la giumenta bianca e il Prèola fermo più su ad aspettare con un ghigno rassegato sulle labbra, aveva avuto lui stesso un'improvvisa strana impressione di sé, che gli era penetrata fino a toccare e sommuovere dal fondo del suo essere un sentimento finora sconosciuto, quasi di stupore per tutti i suoi sdegni, per tutte le sue furie ardenti, le quali a un tratto gli s'erano scoperte, come da lontano, folli e vane, là in mezzo a quella scena di desolato squallore.
Nella magrezza miserabile del suo corpo tremante di freddo e pur madido di un sudorino vischioso, s'era veduto simile a quegli alberi che s'affacciavano dalle muricce, stecchiti e gocciolanti.
Gocciolavano anche a lui per il freddo la punta del naso e gli occhi miopi dietro le lenti.
S'era ristretto in sé; e, quasi quell'impressione, toccato il fondo del suo essere e vanita in quello stupore, gli si fosse ora serrata attorno come un'irta angustia, s'era sentito tutto dolere: doler le tempie schiacciate, le aguzze sporgenze delle scapole, su cui la stoffa della giacchettina d'estate aveva preso il lustro, e i polsi scoperti dalle maniche troppo corte e i piedi bagnati entro le scarpe rotte.
E tutto ora gli pareva un di più, una soperchieria crudele: ogni nuova pettata di quello stradone divenuto una fiumara di creta; la cruda luce dell'alba che, non ostante la cupezza di quelle nuvole, si rifletteva su la motriglia e lo abbagliava; ma sopra tutto la compagnia di quel tristo, da capo a piedi imbrattato di fango, fango fuori, fango dentro, che stuzzicava il Pigna a parlare.
Avvezzo ormai da anni a star zitto, provava uno stordimento a mano a mano più confuso per quel suo silenzio che, all'insaputa di tutti, si nutriva e s'accresceva dentro di lui di certe stravaganti impressioni, come quella di poc'anzi, che non avrebbe potuto esprimere neppure a se stesso, se non a costo di togliere ogni credito e ogni fiducia all'opera sua.
Marco Prèola, intanto, seguitava a dire, quasi tra sé:
- Io, va bene; che sono io? un vagabondo; mi merito questo e altro.
Ma vedete Domineddio che tempo pensa di fare, quando sono in cammino per una santa missione due poveri umanitarii che una turba irriverente ha cacciato via, di notte, a nerbate!
Il Pigna accennò di fermarsi, fremente; ma Luca Lizio lo tirò via con uno strappo alla manica e un grugnito rabbioso.
- Nerbate...
ma bada, sai! - masticò quello tra i denti.
- Gliele darei io, le nerbate...
- E da te me le piglierei, Nociarè, - s'affrettò a dirgli il Prèola con un inchino, - perché tu, non sembri, ma sei un eroe.
Puzzi, mannaggia, ma sei un eroe; e quando te lo dico io ci puoi credere.
Il popolo non ti può capire.
Non può capire la tua idea, perché per disgrazia l'idea non ha occhi, non ha gambe, e non ha bocca.
Parla e si muove per bocca e con le gambe degli uomini.
Se dici, poniamo: «Popolo, l'umanità cammina! T'insegnerò io a camminare!» - son capaci di guardarti le cianche, come le butti: «Ma guarda un po', chi vuole insegnarci a camminare!».
- Pezzo d'asino! - sbottò Propaganda, non potendo più tenersi.
- E non si chiama ragionare coi piedi, codesto?
- Io? Il popolo! - rimbeccò il Prèola.
- Il Popolo, per tua norma,- ribatté il Pigna, roteando gli occhi da matto; ma subito si trattenne.- Non lo nominare, il Popolo; non sei degno neanche di nominarlo, tu, il Popolo! Troppe cose ha capito il Popolo, caro mio, per tua norma; e prima di tutte questa: che i tuoi patrioti lo ingannarono...
- I miei?- fece il Prèola, ridendo.
- I tuoi, quelli che lo spinsero a fare la rivoluzione del Sessanta, promettendo l'età dell'oro! I patrioti e i preti.
Noi, caro mio, per tua norma, gli dimostriamo, quattr'e quattr'otto e con le prove alla mano, che...
capisci? per virtù della sua stessa forza, capisci? per virtù, dico bene, della sua stessa forza, non per concessione d'altri, esso può, se vuole, migliorare le sue condizioni.
- Meglio sarebbe per forza della sua virtù, - osservò, placido, il Prèola.
Il Pigna lo guardò, stordito.
Ma subito quello s'affrettò a tranquillarlo:
- Niente, non ci badare.
Giuoco di parole!
- Per virtù...
per virtù della sua stessa forza,- ribatté a bassa voce, non più ben sicuro il Pigna, rivolgendosi
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