I VECCHI E I GIOVANI, di Luigi Pirandello - pagina 29
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La vita, se la farà da sé...
- Ma lei, dunque...
è vecchia, lei?
Con quest'ultima domanda, quasi involontaria, s'era chiusa quella prima conversazione.
Ora Corrado Selmi rientrava in casa di Roberto, esilarato di quanto aveva veduto nella villa di Colimbètra.
Tutti quei fantocci là con la divisa borbonica, che gli avevano presentato le armi! Roba da matti! Ma che splendore, quella villa! Il principe - no - non s'era fatto vedere.
Che peccato! Avrebbe tanto desiderato di conoscerlo.
Ecco là uno che s'era fissato anche lui, nei suoi affetti, in un tempo oltrepassato...
ma che pur seguitava a vivere, fuori del tempo, fuori della vita...
in un modo curiosissimo, che bellezza! protendendo da quel suo tempo certe immagini di vita che per forza, nella realtà dell'oggi, dovevano apparire inconsistenti, maschere, giocattoli: tutti quei fantocci là...
che bellezza!
- Eppure quei fantocci là, caro Selmi, che vi hanno fatto ridere, - gli disse donna Caterina, - nelle elezioni di domani, qua, vinceranno voi, il vostro amico Roberto, il signor Prefetto, il vostro Governo e tutti quanti...
Ridete ancora, se vi riesce.
Ombre? Ma siamo noi, le ombre!
- Io no, la prego, donna Caterina, - disse allora, ridendo e toccandosi, il Selmi.
- Mi lasci almeno questa illusione! Guardi, il principe, innanzi a me, s'è dileguato lui come un'ombra...
Avrei pagato non so che cosa per vedermelo venire incontro, anche per rifarmi...
eh, Roberto lo sa...
per rifarmi d'un certo incontro con suo figlio a Roma, in cui toccò a me, per forza, far la parte dell'ombra...
Beh! pazienza..
Ma sì, lei dice bene, donna Caterina; ci ostiniamo purtroppo a volere esser ombre noi, qua, in Sicilia.
O inetti o sfiduciati o servili.
La colpa è un po' del sole.
Il sole ci addormenta finanche le parole in bocca! Guardi, non fo per dire: ho studiato bene la questione, io.
La Sicilia è entrata nella grande famiglia italiana con un debito pubblico di appena ottantacinque milioni di capitale e con un lieve bilancio di circa ventidue milioni.
Vi recò inoltre tutto il tesoro dei suoi beni ecclesiastici e demaniali, accumulato da tanti secoli.
Ma poi, povera d'opere pubbliche, senza vie, senza porti, senza bonifiche, di nessun genere.
Sa come fu fatta la vendita dei beni demaniali e la censuazione di quelli ecclesiastici? Doveva esser fatta a scopo sociale, a sollievo delle classi agricole.
Ma sì! Fu fatta a scopo di lucro e di finanza.
E abbiamo dovuto ricomprare le nostre terre chiesiastiche e demaniali e allibertar le altre proprietà immobiliari con la somma colossale di circa settecento milioni, sottratta naturalmente alla bonifica delle altre terre nostre.
E il famoso quarto dei beni ecclesiastici attribuitoci dalla legge del 7 luglio 1866? Che irrisione! Già, prima di tutto il valore di questi beni fu calcolato su le dichiarazioni vilissime del clero siciliano, per soddisfar la tassa di manomorta, e da questo valore nominale, noti bene, furon dedotte tutte le percentuali attribuite allo Stato e le tasse e le spese d'amministrazione.
Poi però tutte queste deduzioni furon ragionate sul valore effettivo e furon sottratte inoltre le pensioni dovute ai membri degli enti soppressi.
Cosicché nulla, quasi nulla, han percepito fin oggi i nostri Comuni.
Ora, dopo tanti sacrificii fatti e accettati per patriottismo, non avrebbe il diritto l'isola nostra d'essere equiparata alle altre regioni d'Italia in tutti i beneficii, nei miglioramenti d'ogni genere che queste hanno già ottenuto? Non c'è stato mai verso, per quanti sforzi io abbia fatto, di raccogliere in un fascio operoso tutta la deputazione siciliana.
Via, via, non ne parliamo donna Caterina! Dovrei guastarmi il sangue.
Io faccio quanto posso.
Poi alzo le spalle e dico: «Vuol dire che questo ci meritiamo, noi».
Si voltò verso Roberto, per cambiar discorso, e aggiunse:
- Sai? Ho visto jeri, per via, la moglie del tuo avversario.
Caro mio, tu devi perdere per forza.
Ah che bella donnina! Scusatemi, signore mie, se parlo così; ma io non avrei proprio il coraggio di vincere, neanche nel nome santo della Patria e della Libertà, per non far piangere gli occhi di quella bella signora!
CAPITOLO SETTIMO
Nicoletta Capolino entrò nello studio del marito già abbigliata, con uno strano cappellone piumato di feltro su i bellissimi capelli corvini.
Florida, snella e procacissima, ardente negli occhi e nelle labbra, spirava dalle segrete sapienti cure della persona un profumo voluttuoso, inebriante.
Era quello un momento drammatico, d'intermezzo alla commedia che marito e moglie rappresentavano da due anni ogni giorno, anche nell'intimità delle pareti domestiche, l'una di fronte all'altro, compiacendosi reciprocamente della loro finezza e della loro bravura.
Sapevano bene l'uno e l'altra che non sarebbero mai riusciti a ingannarsi e non tentavan nemmeno.
Che lo facessero per puro amore dell'arte, non si poteva dire, ché odiavano entrambi in segreto la necessità di quelle loro finzioni.
Ma se volevano vivere insieme, senza scandalo per gli altri, senza troppo disgusto per sé, riconoscevano di non poterne far di meno.
Ed eccoli dunque premurosi a vestire o meglio, a mascherare di garbata e graziosa menzogna quel loro odio; a trattar la menzogna come un mesto e caro esercizio di carità reciproca, che si manifestava in un impegno, in una gara di compitezze ammirevoli, per cui alla fine marito e moglie avevano acquistato non solo una stima affettuosa del loro merito, ma anche una sincera gratitudine l'uno per l'altra.
E quasi si amavano davvero.
- Gnazio, non vado via tranquilla! - diss'ella, entrando, come imbronciata d'un supposto inganno che la addolorava e costernava.
- Giurami che non vai a batterti questa mattina.
- Oh Dio, Lellè, ma se t'ho detto che vado a Siculiana! - rispose Capolino, levando le mani per posargliele lievemente sulle braccia.
- Dovevo andarci jeri, lo sai.
Sta' tranquilla, cara.
Il duello è stato rimandato alla fine delle elezioni.
- Debbo crederci, proprio? - insistette lei, mentre stentava ad abbottonarsi il guanto con l'altra mano già inguantata.
Capolino volentieri avrebbe risposto a quell'insistenza con uno sbuffo; invece, sorrise; si accostò premuroso; le prese la mano per abbottonarle lui quel guanto, e vi s'indugiò, come un innamorato.
- Sapessi quanto mi secca d'andare a Valsanìa! - soggiunse lei allora, parlandogli quasi all'orecchio, con abbandono.
- Ma va'! - esclamò egli, guardandola negli occhi, come per farle avvertire che quella nota tenera (molto cara e graziosa, del resto) era per lo meno fuor di tempo e di luogo.
- Ti giuro! - replicò lei, ostinandosi, ma pur rispondendo al sorriso.
Capolino scattò a ridere forte:
- Ma va'! ma va'! che ti divertirai un mondo! Vedere quella foca di Adelaide davanti allo sposo...
Sarà uno spettacolo impagabile! Dici sul serio, Lellè?
- Se avessi il cuore tranquillo...
- ripeté Nicoletta.
- Jersera ti sei trattenuto qua, chi sa quanto...
Non t'ho sentito venire a letto...
- Ma tutta questa corrispondenza elettorale, non vedi? - le disse egli, indicando la scrivania.
- Zio Salesio, santo Dio, almeno in questo, potrebbe ajutarmi...
- Oh sì, zio Salesio! Fossero pasticcini...
- Basta.
Non perder tempo, va' va'...
O aspetti la carrozza?
Nicoletta fece con gli occhi il gesto di chi si rassegna a credere non convinto, e sospirò:
- Se è vero che vai a Siculiana, al ritorno verso sera, passando dallo stradone, non potresti venire a Valsanìa?
- Ah, potendo, figùrati! - rispose egli.
- Ma se gli amici...
Non ritornerò solo...
Se potrò...
dico, se potrò lasciarli...
Tese le labbra per baciarla.
Ella ritrasse il capo, istintivamente, temendo di guastarsi l'acconciatura.
- Perché? - disse.
- Perché mi piaci, così...
Non vuoi darmi un bacio?
- Piano, però...
Furono sorpresi dalla vecchia cameriera, la quale veniva ad annunziare che la carrozza del Salvo era arrivata.
Nicoletta si staccò subito dal marito.
- Ecco, vengo - disse alla serva; poi, tendendo la mano al marito: - E allora, a rivederci.
- Divèrtiti - le augurò Capolino.
Quella vettura, per una cittaduzza come Girgenti, era proprio di più; goffa ostentazione di lusso e di ricchezza che soltanto al Salvo si poteva passare.
Dal sobborgo Ràbato, ove Capolino abitava, al viale della Passeggiata, ove il Salvo da alcuni anni s'era fatto costruire un'amenissima villa, si poteva andare a piedi in mezz'ora.
Nicoletta non aveva alcun dubbio che il marito andava a battersi quella mattina.
Ma non doveva saperlo per potersi divertire.
Quante e quant'altre cose non doveva allo stesso modo sapere, per poter essere così, gaja e amante della vita! Ci riusciva, spesso, a forza di volontà, non già a non saperle, che non le sarebbe stato possibile, ma a fare, proprio, come se non le sapesse.
Di nascosto, quando ne aveva fino alla gola, uno sbuffo, e là! sollevava l'anima sopra tutte le miserie che la avevano oppressa sempre, fin dalla nascita.
Non doveva sapere, ad esempio, che la madre le aveva fatto morire, se non proprio di veleno, come qualcuno in paese aveva malignato, certo però di crepacuore il padre, per unirsi in seconde nozze con colui ch'ella chiamava zio Salesio, antico scritturale del banco Spoto.
Aveva appena cinque anni, quando il padre le era morto, eppure lo ricordava bene; tanto che la madre non aveva potuto mai persuaderla a chiamar babbo quel suo secondo marito molto più giovine di lei.
Non era cattivo, no, zio Salesio; ma fatuo, e vano come la stessa vanità.
Appena marito della vedova di Baldassare Spoto, aveva creduto sul serio che da quel matrimonio gli fosse derivato quasi un titolo di nobiltà; e i più strani fumi gli erano saliti al cervello; tutta l'anima anzi gli si era convertita in fumo.
Presto però la brace per quei fumi aveva cominciato a languire.
Spese pazze...
E n'avesse almeno goduto! Che supplizio cinese dovevano essere per lui, tuttora, quelle scarpine di coppale, che lo costringevano ad andare a passetti di pernice, quasi in punta di piedi! Le male lingue dicevano che sotto il panciotto teneva il busto, come le donne.
Il busto, no; una fascia di lana teneva, stretta e rigirata più volte attorno alla vita, anche a salvaguardia delle reni che gli s'erano ingommate.
Non era poi tanto vecchio: aveva appena qualche annetto più di Capolino: ma lo sfacimento, ad onta di tutte le diligenze e delle piú amorose e disperate cure, era cominciato in lui prestissimo.
Pareva adesso un fantoccio automatico: tutto aggiustato, tutto congegnato, tutto finto: nei denti, nel roseo delle gote, nel nero dei baffetti incerati e del piccolo pappafico e delle esili sopracciglia e dei radi capelli; e camminava e si moveva come per virtù di molle, giovanilmente.
Gli occhi, però, tra tanta chimica, quasi smarriti entro le borse gonfie e acquose delle pàlpebre, esprimevano una pena infinita.
Perché erano venuti i guaj, purtroppo, dopo la morte della moglie.
Nicoletta avrebbe potuto sbarazzarsi di lui, ma ne aveva avuto pietà; s'era presa però lei l'amministrazione di quel po' ch'era restato; e le apparenze, sì, aveva voluto salvarle, e zio Salesio (ormai quasi mummificato) aveva seguitato a mostrarsi per via come un milordino, prodigio d'eleganza, sempre in calze di seta e scarpine di coppale, in punta di piedi; ma, in casa, eh, in casa la più stretta economia.
Tanto che un giorno Nicoletta se l'era visto arrivare con un involto di due polli arrosto finti, di cartone, sotto il braccio.
Sicuro: due polli arrosto di cartone da figurare su la magra mensa sotto il paramosche di rete metallica.
Ogni giorno il povero vecchio se li metteva lì davanti, su la tavola, per illudersi: non poteva farne a meno! E quei due polli di cartone e un tozzo di pane (vero, ma duro per i suoi denti non veri) erano adesso per intere settimane tutto il suo pranzo giornaliero! Perché Capolino non aveva voluto prenderlo con sé, e zio Salesio Marullo, rimasto solo nella vecchia e triste casa che Nicoletta gli aveva ceduto con quel po' ch'era riuscita a salvare dalla rovina, spesso, non sapendo limitarsi nelle spese, per comperarsi una bella cravatta o un bel bastoncino, restava digiuno - quando, beninteso, non si presentava in casa di Flaminio Salvo nell'ora del desinare, sapendo che la figliastra era lì.
E Nicoletta, che per l'onta segreta gli avrebbe strappato il pappafico o gli occhi, doveva accoglierlo sorridente.
Sentiva che avrebbe potuto esser buona, in fondo, e veramente buona le pareva d'essersi dimostrata in certi momenti della sua vita; ma che intanto un perfido destino non aveva voluto permetterle d'esser tale.
Cattiva per forza doveva essere! Tutto falso in lei, dentro e fuori e intorno.
E una lotta segreta, continua, per vincer l'afa del disgusto, per non sentir l'impiccio della maschera, quantunque già sul volto le fosse divenuta fina come la stessa pelle.
Ma aveva su la fronte un cerro di capelli svoltato, ribelle, Nicoletta Capolino, e temeva in certe ore che così l'anima qualche giorno le si sarebbe svoltata in petto, in un subito prorompimento contro la soffocazione di tanti e tanti anni.
Per ora, il marito andava a battersi? E lei a festa!
Per non vedere, per non esser veduta da troppa gente, ordinò al cocchiere di lasciar la via Atenea e di prendere per la strada esterna di Santa Lucia, sotto la città.
Non si curava più da un pezzo di ciò che la gente pensava nel vederla nella carrozza del Salvo.
Era ormai cosa risaputa.
Del resto, anche qua, le apparenze in certo qual modo erano salvate dalla parentela che Capolino aveva avuto col Salvo e dall'ufficio ch'ella rappresentava presso la figlia di don Flaminio.
L'audacia aveva sfidato la malignità e, se non vinta del tutto, l'aveva costretta a tacere e a far di cappello in pubblico; a spettegolare solo in privato, ed anche con una certa filosofica indulgenza.
Perché la filosofia ha questo di buono: che alla fine dà sempre ragione a chi, comunque, riesca a imporsi.
Villa Salvo era situata in alto, aerea, e dominava il viale tagliato su la collina dal lato meridionale.
Vi si saliva per ampie scalee, che superavano l'altezza con agevoli fughe.
A ogni ripiano, su i pilastrini, eran quattro statue d'arcigna bruttezza, che certo non facevano buona accoglienza ai visitatori né si congratulavano molto con essi della branca superata.
Si godeva però di lassù la vista incantevole dell'intera campagna tutta a pianure e convalli e del mare lontano.
Prima di salire al piano superiore della villa, Nicoletta corse diviata allo studio del Salvo a pianterreno; ma si arrestò d'un tratto su la soglia, vedendo ch'egli non era solo.
- Avanti, avanti, - disse, inchinandosi, Flaminio Salvo, che stava in piedi davanti alla scrivania, a cui era seduto un giovine, intento a scrivere: Aurelio Costa.
- Domando scusa, se...
- cominciò a dire Nicoletta, guardando il Costa che si levava da sedere.
- Ma non lo dica! - la interruppe il Salvo, lisciandosi le basette, con un sorriso freddo, a cui lo sguardo lento degli occhi sotto le grosse palpebre dava un'espressione di lieve ironia.
- Venga avanti...
stavo qui a chiacchierare col mio ingegnere.
Poi, notando l'impaccio di questo per la presenza della signora, aggiunse:
- Non vi conoscete?
- Veramente, di nome sì, - rispose con una certa disinvoltura Nicoletta.
- Credo però non ci sia mai stata presentazione fra noi...
- Oh! e allora, - riprese il Salvo, - per la formalità: l'ingegnere Aurelio Costa, la signora Lellè Capolino-Spoto.
Aurelio Costa, con gli occhi bassi, senza scostarsi dalla scrivania, chinò lievemente il capo.
Era ben messo, senza ombra di ricercatezza, composto e altero nella maschia bellezza, cui l'insolito abito cittadino, di fresca fattura, faceva forse apparire un po' rude.
- Sarà pronta Adelaide? - domandò Nicoletta al Salvo dopo aver osservato il giovane e risposto con un lieve sorriso all'inchino sostenuto di lui.
- Ecco, un momento, - rispose il Salvo.
- Segga, segga, donna Lellè.
Io vado e torno.
Credo che Adelaide sia pronta.
E s'avviò per uscire.
- Ma sarà meglio che venga su anch'io! - gli gridò dietro Nicoletta.
- No, perché? - disse il Salvo, voltandosi su la soglia.
- Viene giù subito Adelaide.
E uscì.
Nicoletta non volle sedere; girò un po', dimenandosi capricciosamente per l'ampia sala addobbata con sobria ricchezza.
Aurelio, rimasto in piedi, non sapeva se dovesse, o no, rimettersi a sedere; temeva di commettere un atto indelicato; ma, d'altra parte, era urtato dal pensiero che, per il capriccio di colei, dovesse star lì come un servitore in attesa.
E come una padrona veramente ella era lì: ma a qual prezzo? E dire che lui aveva sognato tant'anni di farla sua, quella donna! Era anche lui lì al servizio del Salvo, come lei, come Capolino, come tutti; ma se ella fosse stata sua moglie, il Salvo non avrebbe certamente osato neppur di pensare che avrebbe potuto servirsene pe' i suoi senili allettamenti.
Là, tra due vecchi si trovava ella ora, con la sua florida bellezza voluttuosa, contaminata.
Ne godeva? Ostentava di fronte a lui quella sfacciata padronanza? Godeva di quel lusso? degli onori che le si rendevano per l'onore perduto? Ma sì! Anche deputato sarebbe stato tra poco suo marito...
E lei, moglie d'un deputato! Con lui, invece, che sarebbe stata, se pur fosse riuscita a vincere l'orrore - già, l'orrore! - d'unirsi a uno di così bassi natali? L'onestà, la gioventù, l'amore puro e santo? Ma valevan di più per lei le piume ondeggianti e il velo dell'ampio cappello!
Stanco e sdegnato, sedette.
- Oh bravo, sì, - esclamò allora Nicoletta, voltandosi a guardarlo.
- Mi scusi tanto, se non gliel'ho detto...
Distratta, pensavo...
Si appressò; venne a porsi innanzi alla scrivania, di fronte a lui, con una mossa repentina, risoluta e provocante della persona.
- Lei ora starà qui, ingegnere?
- Forse...
Non so...
- le rispose egli, guardandola a sua volta con fermezza.
- Attendiamo per ora a tracciare un disegno...
Se si attua...
- Rimarrà qui?
- Ci sarà bisogno d'un direttore...
Nicoletta rimase un po' a guardarlo, sopra pensiero; poi, rialzandosi lievemente con una mano i capelli su la fronte:
- Lei studiò a Parigi, è vero?
- Sì, - rispose lui, reciso, sentendo il profumo inebbriante che ella esalava dalla procacissima persona.
- Parigi! - esclamò Nicoletta Capolino, levando il mento e socchiudendo gli occhi.
- Ci sono stata, nel mio viaggio di nozze...
e dica un po', volendo, adesso, lei non potrebbe più ritornare ingegnere governativo?
Aurelio la guardò, stordito da questa subitanea diversione Aggrottò le ciglia; rispose:
- Non so.
Non credo.
Ma non tenterei neppure.
Ritornerei per mio conto in Sardegna.
Sono qua per fare un piacere al signor Salvo.
Non perderei nulla, andandomene.
- Oh lo so! - disse subito lei.
- Coi suoi meriti...
Volevo dir questo appunto! E il signor Salvo certamente non se lo lascerà scappare, se ha in mente, come lei dice, un disegno.
Strizzò un po' gli occhi, e portò un dito alle labbra, stette un po' assorta e riprese con altro tono di voce:
- Eppure io mi ricordo bene di lei, sa? di quando lei era qua, ancora studente...
giovanottino...
sì! me ne ricordo benissimo ora...
Aurelio fece un violento sforzo su se stesso per resistere al turbamento, all'urto che le parole di lei, dette con così calma improntitudine, gli cagionavano.
Che voleva da lui quella donna? Perché gli parlava così?
Era veramente difficile a indovinare; e per Aurelio, anzi, impossibile.
L'improvviso, inopinato incontro con lui; l'impressione che ne aveva ricevuta; i pensieri che coi feminei sguardi furtivi gli aveva letti in fronte dopo il suo irrompere con tanta libertà nello studio del Salvo, e poi durante quell'attesa; l'avvilimento segreto per la sua condizione, che in fondo non poteva non sentire davanti a quel giovine che un giorno l'aveva chiesta in moglie onestamente, per amore; il pensiero ch'egli ora sarebbe rimasto lì, nella casa del Salvo, e che Dianella lo amava in segreto, e che presto egli, con la vicinanza, avrebbe potuto accorgersene; e che tra poco dunque - ostinandosi Dianella fino a vincere l'opposizione del padre - lei avrebbe potuto soffrir l'onta d'assistere al fidanzamento di colui con la figlia del suo padrone, avevano messo in subbuglio l'anima di Nicoletta Capolino.
Sarebbe toccato a lei, allora, di sorvegliare, di far la guardia ai fidanzati; e quel giovine là, che si mostrava ancor tanto mortificato del rifiuto ch'ella sdegnosamente aveva opposto alla domanda di lui; quel giovine là si sarebbe presa una tale rivincita su lei: sarebbe diventato domani suo padrone anche lui, marito di quella Diana, da cui ella si sentiva sprezzata e odiata.
Ed era pur bello, e forte, e fiero! E ancora (se n'era accorta bene!), ancora sotto il fascino di lei, per quanto offeso e sdegnato...
Perché poi Flaminio Salvo, che sapeva tutto, se n'era subito uscito e l'aveva lasciata lì, sola con lui?
Tornò a strizzar gli occhi, quasi per smorzare lo sfavillìo dei segreti pensieri; e aggiunse con un tono strano:
- Anche lei forse si ricorderà...
Aurelio, sconvolto, levò gli occhi a guardarla con una espressione fosca e dura.
- Non me ne voglia male, - disse allora ella con triste dolcezza, piegando da un lato la testa.
- Poiché lei rimarrà qui e noi avremo occasione di vederci spesso, cogliamo questa, intanto, per togliere con franchezza un'ombra tra noi, che ci aduggerebbe.
Io passo per sventata; sarò tale, non nego; ma non posso soffrire le simulazioni, le dissimulazioni d'ogni sorta, per nessuna ragione, i pensieri coperti...
Vogliamo essere buoni amici?
Gli tese, così dicendo, la bella mano inanellata; e, dopo la stretta, gliela lasciò ancora un poco per aggiungere:
- Tanto, creda, non glielo dico per civetteria, né per avere un complimento; lei ancora ha la sua bella libertà; nessuna perdita e nessun rimpianto.
Buoni amici?
E, sentendo l'ànsito affannoso e il fruscìo della veste di seta di donna Adelaide Salvo, tornò a stringergli la mano in fretta, apposta, come per dar senso e sapore d'un patto segreto a quella conversazione.
- Alla fiera! alla fiera! - esclamò donna Adelaide, entrando con le mani per aria, accaldata, sbuffante.
- Guarda, Lellè, guarda, ingegnere, figlio mio, come mi hanno parata! Oh, Maria Santissima, mi sembro io stessa una bella puledra stagionata, tutta infiocchettata, da condurre alla fiera...
Ma con Flaminio non si può combattere, picciotti miei; bisogna fare: Su, bubbolino, salutami il re; dir sempre di sì, dir sempre di sì.
Ridete? ridete pure...
Ridevano, infatti, Nicoletta Capolino e Aurelio Costa, mentre donna Adelaide con le braccia aperte si girava intorno come una trottola; ridevano anche, irresistibilmente, per il piacere d sentire espressa con tanta disinvoltura e tanta comicità la loro segreta impressione, che essi si sarebbero guardati bene, non che d'esprimere, ma anche di riflettere, con quella crudezza, su la propria coscienza.
Appunto questo voleva donna Adelaide.
La quale sentiva il ridicolo di quelle nozze strane e tardive, e poneva le mani avanti per disarmar l'altrui malignità.
Dotata di buon senso e d'un certo spirito, aveva stimato di poter senz'altro approfittare della sua privilegiata condizione e di quella dello sposo, che mascheravano con pompa sdegnosa quanto vi era d'illegale in quelle nozze.
Ma vi si prestava senza entusiasmo, quasi per fare un piacere al fratello più che a se stessa.
Sapeva però che il principe era un bellissimo e garbatissimo uomo.
Ella, già anziana, dopo l'entrata di quella simpatica Nicoletta in casa, che aveva preso tanto impero su Flaminio (e giustamente, veh! bella figliuola, sacrificata, poverina, da quel cagliostro del marito!), ella s'era stancata della sua «terribile signorinaggine» come la chiamava, e aveva detto di sì:
- Su, bubbolino, salutami il re!
Senza municipio; con la chiesa soltanto.
Che glien'importava? Vecchia, non avrebbe fatto figli di certo.
L'assoluzione del prete, per lei, bastava, per i parenti e gli amici bastava, e dunque avanti, alla fiera! allegramente! La musoneria, la musoneria non poteva soffrire, donna Adelaide.
Era impensierita soltanto di questo: che le avevano detto che il principe aveva la barba lunga.
Un uomo con la barba lunga doveva essere molto serio per forza, o averne per lo meno l'impostatura.
Sperava di fargliela accorciare.
Bella Madre Santissima, non ci avrebbe avuto pazienza, lei, a lisciar peli lunghi come fiumi! Più corta, la barba, più corta...
Chionza popputa, quasi senza collo, non era tuttavia brutta, donna Adelaide; aveva anzi bello il viso, ma gli occhi troppo lucenti, d'una lucentezza cruda, quasi di smalto, e lucentissimi i denti che le si scoprivano tutti nelle sonore risate frequenti.
Smaniava sempre, oppressa com'era e soffocata da quelle enormi poppe sotto il mento, «prepotenti escrescenze», com'ella le chiamava.
E caldo, caldo, caldo; aveva sempre caldo, e voleva aria! aria! aria!
Non se l'aspettava, intanto, il vecchio cascinone di Valsanìa, nel desolato abbandono in cui da tanti anni viveva, tutti quei fronzoli e quei pennacchi, tutti quei paramenti sfarzosi che i tappezzieri gli appendevano dalla mattina.
Pareva se li guardasse addosso, triste e un po' stupito, con gli occhi delle sue finestre.
Oh! oh! gli avevano appeso anche un lungo festone di lauro, come una collana; un'altra collana, più su, di mortella, sotto le gronde, con certi rosoni di carta che avevano spaventato i passeri del tetto.
Povere care creaturine, a cui esso, buon vecchione ospitale, voleva tanto bene! Eccoli là, tutti scappati via, nascosti tra le foglie degli alberi attorno.
E di là gli mandavano, sgomenti, certi acuti squittìi, che volevano dire:
- Oh Dio, che ti fanno, vecchione, che ti fanno?
Mah! S'era da gran tempo addormentato, il vecchione, nella pace dei campi.
Lontano dalla vita degli uomini e quasi abbandonato da essa, aveva da un pezzo cominciato a sentirsi, nel sogno, cosa della natura: le sue pietre, nel sogno, a risentire la montagna nativa da cui erano state cavate e intagliate; e l'umidore della terra profonda era salito e s'era diffuso nei muri, come la linfa nei rami degli alberi e qua e là per le crepe erano spuntati ciuffi d'erba, e le tegole del tetto s'eran tutte vestite di musco.
Il vecchio cascinone, dormendo, godeva di sentirsi così riprendere dalla terra, di sentire in sé la vita della montagna e delle piante, per cui ora intendeva meglio la voce dei venti, la voce del mare vicino, lo sfavillìo delle stelle lontane e la blanda carezza lunare.
Che bel tappeto nuovo fiammante su la vecchia scala rustica, che aveva due stanghe verdi per ringhiera! che scorta di lauri e di bambù su per i gradini e poi sul pianerottolo! e che drappi damascati ai davanzali delle finestre e al terrazzo di levante per nascondere la ringhiera arrugginita! che tappeto anche lì, su quel terrazzo, e sedie di giunco e tavolini e vasi di fiori...
Ora vi rizzavano una tenda a padiglione.
Il ricevimento e la presentazione degli sposi avrebbero avuto luogo lì, poiché non s'era potuta strappare a Mauro Mortara la chiave del camerone.
Dall'alba egli era andato a rintanarsi, non si sapeva dove.
Don Cosmo, in maniche di camicia, sbuffava e smaniava per la camera in disordine, mentre donna Sara Alàimo, ancora spettinata, cercava dentro un'arca antica di faggio, stretta e lunga come una bara, un abito decente per farlo comparire nella solenne cerimonia.
Spirava da quell'arca piena d'abiti vecchi un denso acutissimo odore di canfora.
- Mi tenga il coperchio, almeno, santo Dio! - gemeva soffocata, come da sotterra, la povera «casiera».
Già due volte il coperchio le era caduto addosso, su le reni.
E don Cosmo:
- Gnornò! Siamo in campagna! Lasciatemi in pace!
- Ma si lasci servire...
- seguitava a gemere dentro l'arca donna Sara.
- Verrà monsignor vescovo...
verrà la sposa...
Vuol comparire in giacchetta? Mi lasci cercare...
So che c'è!
- E io vi dico, invece, che non c'è piú!
- Ma se l'ho vista io! C'è! C'è!
Cercava un'antica napoleona, che don Cosmo al tempo dei tempi aveva indossata una o due volte, e rimasta perciò nuova nuova, lì sepolta sotto la canfora, di foggia antica, sì, ma «abito di tono» almeno...
- Eccola qua! gridò alla fine, trionfante, donna Sara, rizzandosi su le reni indolenzite.
E tira e tira e tira...
oh, Dio, cosí lunga?...
e tira...
Le si allentarono le braccia, a donna Sara.
Era una tonaca, quella.
La tonaca da seminarista di don Cosmo Laurentano.
Finì di tirarla fuori tutta, mogia mogia, per ripiegarla a modo e riseppellirla coi debiti riguardi.
Tentennò il capo; sospirò:
- Vero peccato! Chi sa che, invece di monsignor Montoro, non sarebbe lei a quest'ora vescovo di Girgenti...
- Starebbe fresca la diocesi! - borbottò don Cosmo.
- Buttatela via, giù!
S'era turbato alla vista inaspettata di quella tonaca, spettro della sua antica fede giovanile.
Vuota e nera come quella tonaca era rimasta di poi l'anima sua! Che angosce, che torture gli resuscitava...
Con gli angoli della bocca in giù e gli occhi chiusi, don Cosmo s'immerse nelle memorie lontane e tuttavia dolenti della sua gioventù tormentata per anni dalla ragione in lotta con la fede.
E la ragione aveva vinto la fede, ma per naufragare poi in quella nera, fredda e profonda disperazione.
- C'era o non c'era? - gli disse donna Sara alla fine, parandoglisi davanti con la napoleona su le braccia protese.
Don Cosmo fece appena in tempo a indossarla.
Uno degli uomini di guardia (ne erano venuti otto, alla spicciolata, da Colimbètra, in gran tenuta) entrò di corsa ad annunziar l'arrivo di Monsignore.
Don Cosmo tornò a sbuffare; volle alzar le braccia per esprimere il fastidio che gli recava quell'annunzio; ma non poté; la napoleona...
- Giusta! attillata! dipinta! - lo prevenne donna Sara.
- Dipinta un corno! - gridò don Cosmo.
- Mi sega le ascelle, mi strozza!
E scappò via.
Sperava che arrivasse per ultimo il vescovo e che non toccasse a lui d'accoglierlo e di tenergli compagnia fino all'arrivo degli altri ospiti.
Gli seccavano anche questi, gli seccava enormemente tutta quella pagliacciata pomposa; ma più di tutto e di tutti la vista di monsignor vescovo, di quell'alto rappresentante d'un mondo da cui egli s'era allontanato dopo tanto strazio, urtato specialmente dall'ipocrisia di tanti altri suoi compagni, i quali, pur assaliti in segreto dai suoi stessi dubbii, vi erano rimasti.
E monsignor Montoro era appunto fra questi.
Ora si faceva baciar la mano, colui, e aveva la cura suprema delle anime di un'intera diocesi.
Le illusioni incoscienti, le finzioni spontanee e necessarie dell'anima, don Cosmo, sì, le scusava e le commiserava e compativa; ma le finzioni coscienti, no, segnatamente in quell'ufficio supremo, in quel ministero della vita e della morte.
- Oh bello! oh bene! - diceva intanto Monsignore, molle molle, smontato dalla vettura e guardando la campagna intorno, tra Dianella Salvo e il suo segretario, giovane prete, smilzo e pallidissimo, dagli occhi profondi e intelligenti.
- Col mare vicino...
oh bello!...
oh bene!...
e la valle...
e la valle...
e che...
S'interruppe, vedendo don Cosmo scender la scala della vecchia villa infronzolata.
- Oh eccolo! Caro mio don Cosmo...
- Monsignore riveritissimo, - disse questi, inchinandosi goffamente.
- Caro...
Caro...
- ripeté Monsignore, quasi abbraccianolo e battendogli una mano sulla spalla.
- Da quanti mai anni non ci vediamo più...
Vecchi...
eh! vecchi...
Tu...
(ci daremo del tu, spero, come un tempo noi due) tu devi avere, se non sbaglio, qualche annetto più di me...
- Forse...
sì, - sospirò don Cosmo.
- Ma chi li conta piú, Montoro mio? So che n'ho molti dietro; pochi, davanti; e quelli mi pesano, e questi mi pajono enormemente lunghi...
Non so altro.
Dianella Salvo, guardando don Cosmo, aveva atteggiato involontariamente il volto di riso nel vedergli addosso quell'antica napoleona che gli serrava le spalle e le braccia.
Sorrideva sotto il naso anche il giovine e pallido prete; e gli otto uomini di guardia, postati e impalati a piè della scala, miravano il fratello del principe loro padrone, a quel solenne ricevimento, tra afflitti e mortificati.
Donna Sara Alàimo s'era accomodati alla bell'e meglio i capelli sotto la cuffia ed era scesa a baciar la mano al vescovo, piegando un ginocchio fino a terra; erano scese con lei le due cameriere insieme col cuoco e il servitore, e s'era accostata anche la moglie del curàtolo Vanni di Ninfa coi tre marmocchi sbracati, dalle zampe a roncolo.
Monsignore tendeva la mano al bacio e sorrideva a tutti, chinando il capo.
Poi presentò il segretario a don Cosmo e, salendo la scala della villa, parlò della visita che aveva fatto testé, di passata, alla chiesuola della Seta, e della festa che gli avevano fatta tutti gli abitanti di quel casale.
- Che buona gente...
che buona gente...
E domandò a Dianella e a donna Sara se la domenica andavano a messa lì, a quella chiesuola.
- So che ci viene apposta un sacerdote da Porto Empedocle, e che quei buoni borghigiani raccolgono l'obolo dai viandanti tutta la settimana, per lo stradone...
Entrando nella villa si rivolse a Dianella e le domandò:
- La mamma?
Dianella gli rispose con un gesto sconsolato delle braccia, impallidendo e guardandolo negli occhi amaramente.
- Che pena! - sospirò Monsignore, andando a sedere nel terrazzo già addobbato.
- Ma calma, eh, almeno è calma?
- Non si sente! - esclamò donna Sara.
- E seguita a pregare, è vero? - aggiunse il vescovo.
- Sempre, - rispose Dianella.
- Consolante per voi, - osservò Monsignore, tentennando lievemente il capo, con gli occhi globulenti socchiusi, - che nel bujo della mente, soltanto il lume della fede le sia rimasto acceso...
Divina misericordia...
- Perdere la ragione! - mormorò don Cosmo.
Monsignore si voltò a guardarlo, piccato.
Ma don Cosmo, assorto, non lo vide: pensava per conto suo.
- Dico serbar la fede, pur avendo perduto la ragione, - spiegò Monsignore.
- Sì, sì! - sospirò don Cosmo, riscotendosi.
- Ma difficile è il contrario, Monsignore mio!
- Credo che non sia prudente, è vero, farmi vedere da lei? - domandò il vescovo, rivolgendosi a Dianella, come se non avesse inteso le parole di don Cosmo.
- Lasciamola, lasciamola tranquilla...
Con te, - soggiunse poi, piano e con un benevolo sorriso a don Cosmo, - vorrei pur riprendere le fervide discussioni nostre d'un tempo, ma non ora e non qui...
Se tu volessi venire a trovarmi...
- Discutere? Stolido perfetto! - esclamò don Cosmo.
- Sono diventato stolido perfetto, caro Montoro mio...
Non connetto più! Se uno mi dice che due e due fanno sei e un altro mi dice che fanno tre...
- Ecco il principe! - lo interruppe donna Sara, che guardava verso il viale dalla ringhiera del terrazzo.
Monsignore si alzò con Dianella e don Cosmo per vederlo arrivare.
Questi accorse, per abbracciarlo appena smontato dalla vettura.
Cavalcavano ai due lati capitan Sciaralla e un altro graduato, anch'essi in alta tenuta.
Il rosso acceso dei calzoni spiccava gajamente tra il verde degli alberi e sotto l'azzurro del cielo.
La vettura era chiusa.
Il segretario Lisi Prèola sedeva dirimpetto al principe.
Donna Sara si ritrasse dal terrazzo, ove rimasero soltanto Monsignore, Dianella Salvo e il segretario ad assistere dalla ringhiera all'abbraccio che i due fratelli si sarebbero scambiato.
Don Ippolito Laurentano smontò dalla vettura con giovanile agilità.
Vestiva da mattina e aveva in capo un cappello avana dalle ampie tese.
Baciò il fratello e subito si trasse indietro a osservarlo.
- Cosmo, e come ti sei conciato? - gli domandò sorridendo.
- Ma no! ma no! Vai subito a levarti codesto monumento dalle spalle...
Don Cosmo si guardò addosso la napoleona, di cui non si ricordava più, quantunque se ne sentisse segar le ascelle.
- Sì, difatti, - disse, - sento un certo odore...
- Odore? Ma tu appesti, caro! - esclamò don Ippolito.
- Senti di canfora lontano un miglio!
E sorrise a Monsignore e si levò il cappello per salutare Dianella Salvo nel terrazzo; poi s'avviò per la scala.
- Vi do la consolante notizia che siete molto più stolida di me! ma molto! molto! - diceva poco dopo don Cosmo alla «casiera» avvilita e stizzita, punto persuasa che quell'«abito di tono» fosse fuor di luogo in un avvenimento come quello, con la presenza d'un monsignore.
- E mi avete fatto girar la testa, - incalzava don Cosmo, - e mi avete ubriacato con tutta la vostra canfora...
Tirate, giù! tirate subito...
Non mi posso scorticare da me! Datemi la mia solita giacca, adesso.
Quando ricomparve sul terrazzo, don Ippolito levò le braccia.
- Ah, sia lodato Dio! così va bene!
Monsignore e Dianella ridevano.
- Pensate di donna Sara! che vuoi farci? - sospirò don Cosmo, alzando le spalle.
- Vi assicuro che è molto più stolida di me.
- Questo poi! - disse il principe, ridendo.
- E di' un po', Mauro dov'è? non si fa vedere?
- Uhm! - fece don Cosmo.- Sparito! Non ne ho più nuova da tanti giorni, da che abbiamo l'onore...
- Io so dov'è, - disse Dianella, inchinando graziosamente il capo al complimento di don Cosmo, che volle interrompere.
- Sotto un carubo giù nel vallone...
Ma, per carità non deve saperlo nessuno! Noi abbiamo fatto amicizia...
- Ah sí? - domandò don Ippolito, ammirando con occhi ridenti la gentilezza e la grazia della fanciulla.
- Con quell'orso?
- È un gran pazzo! - sentenziò gravemente don Cosmo.
- No, perché? - fece Dianella.
- E guardi poi chi lo dice, Monsignore! - esclamò il principe.
- Non so che pagherei per assistere, non visto, alle scene che debbono avvenire qua fra tutti e due, quando son soli...
Don Cosmo approvò col capo ed emise il suo solito riso di tre oh! oh! oh!
- Dev'essere uno spasso! - aggiunse don Ippolito.
Dianella guardava con piacere e indefinibile soddisfazione quel vecchio, a cui la virile bellezza, la composta vigoria, la sicura padronanza di sé davano una nobiltà così altera e così serena a un tempo; indovinava il tratto squisito che doveva avere senza il minimo studio e però senz'ombra d'affettazione, e soffriva nel porgli accanto col pensiero sua zia Adelaide di così diversa, anzi opposta natura: scoppiante e sempliciona.
Che impressione ne avrebbe ricevuta tra poco?
Si mossero tutti dal terrazzo e tutti, tranne Monsignore e il suo segretario che rimasero sul pianerottolo innanzi alla porta, scesero a piè della scala, quando i sonaglioli d'argento annunziarono per il viale la vettura di Flaminio Salvo.
Don Ippolito si fece avanti per ajutar le signore a smontare, e sorprese la sposa nell'atto di sbuffare un Eccoci qua! con le braccia protese verso il cielo della carrozza, come per spiccicarsele.
Finse di non accorgersi di quell'atto sguajato, facendo più profondo l'inchino, poi le baciò la mano; la baciò a donna Nicoletta Capolino, e strinse vigorosamente quella di Flaminio Salvo, mentre le due signore abbracciavano festosamente Dianella, e don Cosmo restava impacciato, non sapendo se e come farsi avanti.
Capitan Sciaralla su la giumenta bianca pareva una statua, a piè della scala, innanzi al plotone su l'attenti.
- Ah, i militari! lasciatemi vedere i militari! - esclamò donna Adelaide, accorrendo come una papera, senza accorgersi che dall'alto della scala, tra i cassoni di lauro e di bambù, monsignor Montoro col volto atteggiato di benevolo condiscendente sorriso per la terza volta si inchinava invano.
Dianella, scorgendo alla fine l'imbarazzo di don Cosmo, troncò le espansioni d'affetto di Nicoletta Capolino, e trattenne la zia per indicargli e presentargli il futuro cognato.
- Ah già - fece donna Adelaide, ridendo e stringendogli forte la mano.
- Tanto piacere! Il romito di Valsanìa, è vero? Piacerone! E come l'hanno parata bella la villa! Uh, guarda! guarda! ma c'è già Monsignore...
E nessuno me lo diceva!
S'avviò in fretta per la scala; subito il principe accorse per offrirle il braccio; don Cosmo lo offrì a donna Nicoletta, e Dianella seguì col padre.
- Vestiti proprio bene codesti militari! - disse donna Adelaide al principe, tirandosi su davanti con la mano libera la veste, per non incespicar nella salita.
- Graziosi davvero! pajono pupi di zucchero!
Poi, prima d'arrivare al pianerottolo in cima alla scala:
- Monsignore eccellentissimo! Credevo che Vostra Eccellenza dovesse arrivare col comodo suo, ed eccola qua invece...
puntuale!
Il vescovo sorrise, tese la mano perché donna Adelaide baciasse l'anello, e le disse:
- Per aver la gioja di vedervi così, a braccio del principe e darvi la benvenuta, donna Adelaide, nelle case dei Laurentano.
- Ma che degnazione, grazie, grazie, proprio gentile, Vostra Eccellenza! - rispose donna Adelaide, entrando nella villa a un invito del principe.
Entrò Monsignore e poi donna Nicoletta e poi Dianella e il Salvo e il segretario del vescovo e anche don Cosmo: il principe volle entrare per ultimo.
Quando si fece nel terrazzo, sorprese i dolci occhi di Dianella che lo aspettavano, indagatori.
Istintivamente rispose a quello sguardo con un lievissimo sorriso.
- Bell'uomo, no? - disse piano a Dianella Nicoletta Capolino.
- Non ci sarà punto bisogno d'accorciargli la barba, come dice Adelaide.
- Accorciargli la barba? - domandò Dianella.
- Sì, - riprese l'altra.
- Ci ha fatto tanto ridere in carrozza, con la paura della barba lunga del principe.
- Che avete da dire voi due là? - saltò a domandare a questo punto donna Adelaide.
- Ridete di noi? Ridono di me e di voi, caro principe.
Ragazzacce! Ma non c'è che fare: siamo qua per questo; oggi è la nostra giornata...
Come alla fiera! Flaminio, figlio mio, non mi mangiare con gli occhi.
Fammi coraggio, piuttosto! Io ti dico di sì, sempre di sì...
Ma lasciami stare allegra! Dico sciocchezze, perché sono commossa...
Andiamo, Nicoletta! Con licenza vostra, principe, vado a salutare la mia povera cognata.
E andò seguita dalla nipote e da Nicoletta.
Subito il Salvo, per rimediare all'impressione sgradevole di quella scappata della sorella nell'animo del principe, spiegò con aria misteriosa che la signora Capolino ignorava affatto che il marito forse in quel momento stesso si batteva e che lo credeva invece a Siculiana per il giro elettorale.
- Preghiamo Iddio che avvenga bene! - sospirò Monsignore, afflittissimo, levando gli occhi al cielo.
- Oh, non c'è da dubitarne! - sorrise il Salvo.- Un avversario ridicolo, che le ha prese da tutti, sempre: corto, grassoccio e miope forte.
Il nostro Capolino, invece...
- Ho visto da lontano, per lo stradone, appena uscito dalla villa, - disse don Ippolito, - le due carrozze che venivano a Colimbètra.
- Eh già, - soggiunse il Salvo, - a quest'ora, certamente...
E s'interruppe.
Tacquero tutti per un istante, sopraffatti senza volerlo dalla costernazione, e volarono col pensiero alla villa lontana, dove in quel momento avveniva lo scontro.
Lì era una ben diversa realtà: due uomini a fronte, due sciabole nude, guizzanti nell'aria; qua, in mezzo al silenzio della campagna, gli addobbi sfarzosi, improvvisati per una festa, che ora, stranamente, appariva a tutti quasi fuor di luogo.
C'era veramente, fin dall'arrivo, in fondo a gli animi una certa freddezza impicciosa, che tanto il principe quanto il Salvo cercavano di dissimulare alla meglio.
Tale freddezza proveniva dalla risposta di Landino, finalmente arrivata, alla lettera del padre: solite congratulazioni, soliti augurii, espressioni ricercate di compiacimento per la buona e affettuosa compagnia che il padre avr'ebbe avuto; ma nessun accenno alla sua venuta per assistere alle nozze.
Don Ippolito, partendo da Colimbètra, aveva divisato di mandare a Roma Mauro Mortara, perché facesse intendere a Landino quanto dispiacere gli cagionasse la sua condotta, e lo inducesse a ritornare con sé in Sicilia.
Sapeva che Landino fin dalla prima infanzia nutriva un affetto tenerissimo e profondo per il vecchio Mauro e una viva ammirazione per il carattere di lui, per la fedeltà fanatica alla memoria e alle idee del nonno, per l'atteggiamento quasi sdegnoso che aveva assunto fin da principio e manteneva tuttora di fronte al padre, cioè di fronte a lui don Ippolito, che pure era il suo padrone.
Nessun ambasciatore forse sarebbe stato più efficace di lui.
Perché quel vecchio selvaggio era come radicato nel cuore della famiglia.
Volle approfittare di quel momento che le due signore s'erano assentate, per uscire sul pianerottolo della scala a ordinare a Sciaralla di mandar giù nel burrone Vanni di Ninfa in cerca di Mauro, a cui voleva parlare.
Quando ritornò sul terrazzo, vi ritrovò donna Adelaide, donna Nicoletta e Dianella.
Le prime due s'erano tolti i cappelli Donna Adelaide aveva gli occhi rossi di pianto e Dianella era più pallida e più fosco il Salvo.
- Io non v'ho chiesto, don Flaminio, - disse il principe afflitto, - d'essere presentato alla vostra signora, perché so purtroppo...
- Oh, grazie, grazie, - lo interruppe il Salvo, stringendosi nel suo cordoglio e scrollando lievemente il capo, con gli occhi socchiusi, come per dire: «Tanto...
è come se non ci fosse!».
Donna Adelaide s'era accostata alla ringhiera del terrazzo e, con le spalle voltate, s'asciugava gli occhi, si soffiava forte il naso, dicendo a Nicoletta Capolino che la esortava a calmarsi:
- Sono un'asinaccia, lo so! Ma che ci posso fare? Quando la vedo...
quando le vedo quegli occhi...
mi fa una pena! una pena!
A un tratto, facendo uno sforzo, alzò le braccia, si provò a sollevare e a scuotere il capo, come soffocata, sbuffò:
- Uff, e basta ora! - e si voltò sorridente.
Vennero nel terrazzo due camerieri in livrea con vassoj pieni di tazze e di paste.
Dopo la colazione, monsignor Montoro prese la parola per dichiarare con un forbito sermoncino (che pur voleva aver l'aria d'essere improvvisato lì per lì, alla buona) la promessa formale delle prossime nozze, ed esaltò naturalmente i bei tempi, in cui alla società degli uomini bastava d'intendersi solamente con Dio per il vincolo matrimoniale, che soltanto la religione può render sacro e nobile, laddove la legge umana e così detta civile lo avvilisce e quasi lo abietta...
Tutti ascoltavano a occhi bassi, religiosamente, le parole dipinte del vescovo.
Solo don Cosmo teneva le ciglia aggrottate e gli occhi serrati, come se in qualcuna di quelle parole volesse trovar l'appiglio per una discussione filosofica.
Don Ippolito, nel vederlo in quell'atteggiamento, se ne impensierì sul serio.
Flaminio Salvo, dal canto suo, con quella lettera da Roma attraverso all'anima, pensava che eran belle e buone, sì, quelle considerazioni del vescovo, ma che intanto il signor figlio del principe faceva orecchie da mercante, e che non si stava ai patti, e che la sorella senz'alcuna garanzia si lasciava andare a quella prima compromissione.
Per donna Adelaide quell'orazioncina era come una funzione sacra, quasi come sentir messa: una formalità, insomma.
Tutta una commedia, invece, non molto divertente in quel punto era per Nicoletta Capolino, e nauseosa per Dianella che guardava costei e chiaramente le leggeva in fronte ciò che pensava.
S'era levata una brezzolina dal mare, e la tenda a padiglione si gonfiava a tratti come un pallone, e un lembo del drappo damascato sbatteva insolentemente contro le bacchette della ringhiera nascosta.
Questo battìo distrasse alla fine l'attenzione non molto intensa che donna Adelaide prestava all'orazioncina oramai troppo lunga e, come una nuvola portata dal vento offuscò a un tratto il sole, ella si chinò alquanto a sbirciare il cielo di sotto la tenda e non poté tenersi dal mormorare:
- Purché non piova...
Queste tre parole, appena mormorate, ebbero un effetto disastroso, come se tutti irresistibilmente (tranne Monsignore s'intende) scoprissero una relazione immediata tra la minaccia della pioggia e quel ponderoso e interminabile sermone.
Don Cosmo sbarrò gli occhi, stralunato; donna Nicoletta non poté frenare uno scatto di riso; don Flaminio si accigliò; Monsignore s'interruppe, si smarrí, disse:
- Speriamo di no, - e subito soggiunse: - Conchiudo.
Conchiuse, naturalmente, con augurii e rallegramenti, e tutti si levarono con molto sollievo.
Donna Adelaide, sentendosi proprio soffocare sotto quel parato a padiglione, propose di scendere a passeggiare per il viale.
Il principe tornò a offrirle il braccio, Nicoletta scese con Dianella, e Monsignore, il Salvo, don Cosmo e il segretario tennero dietro.
Don Ippolito Laurentano si sentiva la lingua inaridita e legata, per la lotta crudele dentro di lui tra il sentimento cavalleresco che lo spingeva a mostrarsi premuroso e galante con la dama, e il disinganno e la repulsione invincibile che i modi di lei, il tratto, i gesti, la voce, il riso gli avevano subito ispirato; tra il bisogno istintivo, prepotente, irresistibile di liberarsene al più presto, mandando a monte senz'altro quel disegno che ora, in atto, gli appariva così intollerabilmente minore dell'idea che se n'era formata, e il pensiero della difficoltà dopo quella prima compromissione, e il puntiglio inoltre, segreto e acerbo, contro il figlio lontano, a cui gli pareva di darla vinta, dopo che s'era abbassato fin quasi a chiedergli il permesso di quelle nozze.
Gli bolliva dentro, infine, acerrima, la stizza contro Monsignore che così ingannevolmente gli aveva dipinto la sposa: - briosetta, gran cuore, indole aperta, sincera, vivace, remissiva...
- Che dirle intanto? da che rifarsi a parlarle? Per fortuna sopravvenne capitan Sciaralla ad annunziargli, su l'attenti, che il Mortara era venuto su dal «vallone».
- E dov'è? - domandò il principe aspramente.
- Digli che venga qua.
- Mauro? - domandò don Cosmo.
- Eh no, lascialo stare, poveretto...
Sai com'è...
- Ah, quello che chiamano il monaco? - esclamò donna Adelaide.
- Andiamo a vederlo, andiamo subito, principe, per favore!
- No, zia! - pregò Dianella, che si pentiva d'avere indicato il nascondiglio...
- Lo faremmo soffrire...
- Ma è proprio così orso? - disse, stupita, donna Adelaide.
- Orsissimo! - confermò don Cosmo.
- Figuratevi, - soggiunse Flaminio Salvo, - che, dopo tanti giorni, non ho potuto ancora vederlo.
E Nicoletta domandò:
- È vero che ha una pelle di capro in testa e va armato fino ai denti?
- Andiamo noi due soli, principe! - propose di nuovo donna Adelaide.- Vorrei proprio vederlo...
non so resistere, andiamo!
Mauro se ne stava davanti alla porta della sua camera a terreno, e guardava torvo la vigna e il mare.
Vedendo il principe con una signora, s'infoscò vieppiù; ma, come don Ippolito lo chiamò amorevolmente, s'accostò e si curvò a baciarlo sul petto.
Il bacio fu seguìto da una specie di singulto.
- Vecchio mio, - disse don Ippolito, intenerito da quel bacio sul cuore, - sai chi è questa signora?
- Me lo figuro; e Dio vi faccia contento! - rispose Mauro, guardando serio donna Adelaide che lo mirava con gli occhi lucenti, sbarrati, e la bocca ridente.
- Vorrei far contento anche te, - riprese il principe.
- Vuoi andare a Roma?
- A Roma? io? - esclamò Mauro, stordito.
- A Roma? E me lo domandate? Chi sa quante volte ci sarei andato a piedi, pellegrino, se le mie gambe...
- Bene, - lo interruppe il principe, - ci andrai col vapore e con la ferrovia.
Ho da darti un incarico per Lando.
Vieni domani a Colimbètra...
cioè, domani no...
lasciami pensare! Manderò io a chiamarti in settimana.
Devo parlarti a lungo.
- E poi...
presto a Roma? - domandò, titubante, Mauro.
- Prestissimo!
- Perché sono vecchio, - soggiunse Mauro.
- Su la forca dei due 7...
e morire senza veder Roma è stata sempre la spina mia!
- Ma ci andrete vestito così, a Roma? - gli domandò donna Adelaide.
- Nossignora, - le rispose Mauro.
- Ci ho l'abito buono, di panno, e un bel cappello nero, come codesto del vostro sposo.
- E codesta berretta lanosa, - tornò a domandargli donna Adelaide, - come potete sopportarla? Oh Dio, io soffro soltanto a vederla!
- Questa berretta...
- cominciò a dir Mauro; ma un grido improvviso, dall'altra parte della cascina, lo interruppe.
Sopraggiunse, sconvolto, con passo concitato, Flaminio Salvo.
- Don Ippolito, venite! venite!...
Il nostro Capolino...
- Che è stato? - gridò donna Adelaide.
- Ferito? - domandò il principe.
- Sì, pare gravemente...
- rispose il Salvo.
- Venite!
- Ma chi l'ha detto?
- È venuto di corsa uno dei vostri uomini da Colimbètra...
L'hanno portato su da voi ferito al petto...
non so ancora se di sciabola o di pistola...
E la povera signora Nicoletta che è qua con noi!
Quando salirono alla villa, Nicoletta si dibatteva tra Monsignore e Dianella, gemendo di continuo:
- Il cuore me lo diceva! il cuore mi parlava! Il mio cappello...
il mio cappello...
Presto, la vettura...
Infami, assassini...
O Gnazio mio!
- La vettura è pronta! - venne ad annunziare capitan Sciaralla.
Nicoletta si lanciò senza salutar nessuno.
- Voi, principe? - disse il Salvo.
- Debbo andare anch'io? - domandò don Ippolito.
E il Salvo:
- Sarebbe meglio.
Tu, Adelaide, questa sera rimarrai qua.
Andiamo.
Andiamo.
La vettura con Nicoletta, il principe e il Salvo partì di galoppo.
- Oh bella Madre Santissima, che jettatura! - rimase a esclamare sul pianerottolo della scala donna Adelaide, battendo le mani.
- Ma che c'entrava proprio oggi il duello, che c'entrava? Son cose giuste? Lasci star Dio, Monsignore! Mi faccia il piacere! Che ci prega?...
Mi scusi Vostra Eccellenza, ma sono parti, queste, da fare a una povera donna come me?
CAPITOLO OTTAVO
Nella casa di donna Caterina Auriti Laurentano, il giorno delle elezioni, erano raccolti intorno a Roberto i pochi amici rimasti fedeli, riveduti in quei giorni, mutati come lui dal tempo e dalle vicende della vita.
Per un momento, negli occhi di ciascuno, abbracciando l'amico, era guizzato lo sguardo della gioventù, di quei giorni lontani, ignari di ciò che la sorte riserbava; e, subito dopo, fra un lieve tentennìo del capo, quegli occhi s'eran velati di commozione mentre le labbra si schiudevano a uno squallido sorriso.
«Chi ci avrebbe detto, - esprimevano quello sguardo velato e quel sorriso - chi ci avrebbe detto allora, che un giorno ci saremmo ritrovati così? che tante cose avremmo perdute, che erano tutta la nostra vita allora, e che ci sarebbe parso impossibile perdere? Eppure le abbiamo perdute; e la vita ci è rimasta così: questa!».
Più penosa ancora era la vista di qualcuno che non s'era accorto, o fingeva di non accorgersi tuttavia delle sue perdite, e lo mostrava nella cura della propria persona rinvecchignita, da cui spiravano, compassionevolmente affievolite, le arie e le maniere d'un'altra età.
Ciascuno s'era adattato alla meglio alla propria sorte, s'era fatto un covo, uno stato.
Sebastiano Ceràulo, avvocato di scarsi studii, fervido improvvisatore di poesie patriottiche negli anni della Rivoluzione, giovine allora animoso, impetuoso, con una selva di capelli scarmigliati, era entrato per favore come segretario negli ufficii della Provincia, e si raffilava ora sul cranio con miserevole studio i quattro lunghi peli incerottati che gli erano rimasti; s'era ingrassato enormemente; aveva preso moglie; ne aveva avuto cinque figliole, ora tutte smaniose di trovar marito.
Un altro, Marco Sala, condannato a morte dal governo borbonico, e pur non di meno tante volte dall'esilio venuto in Sicilia travestito da frate per diffondervi segretamente i proclami del Mazzini, s'era dato prima al commercio dello zolfo; aveva avuto fortuna per alcuni anni; poi un tracollo; e per parecchio tempo aveva mantenuto col giuoco la famiglia; alla fine aveva avuto il posto di magazziniere dei tabacchi.
Rosario Trigòna, che nella giornata del maggio del 1860, a Girgenti, mentre Garibaldi combatteva a Calatafimi, era uscito solo, pazzescamente, con altri quattro compagni, la bandiera tricolore in una mano e uno sciabolone nell'altra incontro ai tre mila uomini del presidio borbonico, e che, inseguito, tempestato di fucilate, era scampato per miracolo e aveva raggiunto a piedi Garibaldi vittorioso, correndo di giorno e di notte e sfuggendo all'esercito regio che s'internava nella Sicilia in cerca del Filibustiere, il quale era intanto a Gibilrossa sopra Palermo; Rosario Trigòna, disfatto adesso dalla nefrite, gonfio, calvo, sdentato e quasi cieco, sovraccarico anch'esso di famiglia, vivucchiava miseramente col magro stipendio di vice-segretario alla Camera di Commercio.
E Mattia Gangi, che aveva buttato la tonaca alle ortiche per prender parte alla Rivoluzione, ora, asmatico, rabbioso, con la barba, i capelli e le foltissime sopracciglia ritinti d'un color rosso di carota, insegnava nel ginnasio inferiore alauda est laeta, e «lieta un corno!» soggiungeva ai ragazzi con tanto d'occhi sbarrati: «ma che lieta! non ci credete, canta perché ha fame, canta per chiamare! lieta un corno!» Contrastava con questi Filippo Noto, alto, magro, appassito, ma ancora biondiccio e azzimato.
Prima del '60 s'era battuto in duello con un ufficialetto borbonico per motivo di donne ed era stato perseguitato; quell'avventura amorosa era divenuta per lui un precedente patriottico; ma s'impacciava poco di politica: studiando molto, era riuscito a tenersi a galla, a rinnovarsi coi tempi, pur rimanendo malva, conservatore; passava per uno degli avvocati più dotti del foro siciliano, ed era spesso chiamato a difendere le più importanti cause civili anche a Palermo, a Messina, a Catania.
Questi cinque amici e il canonico Agrò si sforzavano di tener desta la conversazione, parlando di cose aliene, di avvenimenti lontani, ricordando aneddoti che promovevano qualche riso stentato; tanto per impedire che col silenzio il peso della sconfitta, quantunque prevista, gravasse maggiormente su gli animi oppressi.
Ma veramente, a poco a poco, dopo la prima scossa nel riveder l'amico e ora per la commozione crescente nel rievocare gli antichi ricordi della gioventù, cominciava a scomporsi in loro la coscienza presente, e con una specie di turbamento segreto che li inteneriva avvertivano in sé la sopravvivenza di loro stessi quali erano stati tanti e tanti anni addietro, con quegli stessi pensieri e sentimenti che già da un lungo oblìo credevano oscurati, cancellati, spenti.
Si dimostrava vivo in quel momento in ciascuno di loro un altro essere insospettato, quello che ognun d'essi era stato trent'anni fa, tal quale; ma così vivo, così presente che, nel guardarsi, provavano una strana impressione, triste e ridicola insieme, dei loro aspetti cangiati, che quasi quasi a loro medesimi non sembravano veri.
Di tratto in tratto, però, entrava nel salotto Antonio Del Re, che li vedeva vecchi com'erano, e che, stando un pezzo a udire i loro discorsi, provava una tristezza indefinita, la tristezza che si prova nel veder nei vecchi, che per un tratto si dimenticano d'esser tali, ancora verdi certe passioni che hanno radici in un terreno oltrepassato, che noi ignoriamo.
- Ci eravamo trattenuti a San Gerlando, - raccontava Marco Sala, - a giocare fin quasi a mezzanotte in casa di Giacinto Lumìa, buon'anima.
- Povero Giacinto! - sospirò il Trigòna, scrollando il capo.
- C'era con noi Vincenzo Guarnotta di Siculiana, - seguitò il Sala.
- Ah, Vincenzo! - disse Roberto Auriti.
- Che ne è?
- Morto, - rispose il Sala.
- Anche lui?
- Eh, sarà nove o dieci anni!
Con quel suo sorriso perenne, più degli occhi che della bocca...
occhi chiari, di mare, col nudo faccione di terracotta...
«Ah! sti cazzi! chi mi pigli pi fissa?» - scomparso anche lui.
- Era venuto a Girgenti per affari, e alloggiava, come usava allora che non c'erano alberghi, nel convento di Sant'Anna.
Adesso, neanche il convento c'è piú! Nottata da lupi: vento, lampi, tuoni e acqua, acqua che il tetto pareva ne dovesse subissare.
Tanto che Giacinto Lumìa alla fine propose a tutti di rimanere a dormire in casa sua.
Ci saremmo accomodati alla meglio.
Gli altri, scapoli, e il Guarnotta, forestiere, accettarono l'invito; io, non ostanti le preghiere insistenti, volli andarmene per non tenere in pensiero mia madre, sant'anima, e mia moglie.
Prima d'andarmene, il Guarnotta, sapendo che per arrivare a casa dovevo passare per lo stretto di Sant'Anna, mi pregò di bussare alla porta del convento per avvertire il frate portinajo ch'egli quella notte avrebbe dormito fuori.
Glielo promisi e andai.
Vi assicuro che, appena su la via, mi pentii di non avere accettato l'ospitalità del Lumìa.
Che vento! portava via! frustava la pioggia, densa come piombo; e freddo e bujo, un bujo che s'affettava, dopo gli sprazzi paurosi dei lampi.
Tuttavia, passando per lo stretto di Sant'Anna, mi ricordai di quel che m'aveva detto il Guarnotta e mi fermai a picchiare alla porta del convento.
Picchia e ripicchia: niente! non mi sentiva nessuno! Per miracolo non buttai la porta a terra.
Stavo per andarmene, su le furie, quando sentii schiudere una finestra ferrata in alto; e un vocione: «Chi è là?» «Sala, - dico, - Marco Sala!» «Va bene!» risponde allora il vocione di lassù; e subito dopo sento sbattere di nuovo e sprangare la finestra.
Restai come un allocco.
Non mi avevano dato il tempo di parlare, e andava bene? Mi scrollai dalla rabbia, pensando che per far piacere al Guarnotta che se ne stava al coperto, io, col rischio di prendere un malanno, per giunta ero passato forse per matto o per ubriaco.
Chi poteva girare a quell'ora, con quel tempo? Fatti pochi passi, sento per lo Stretto un rintocco di campana, - don - lento, che mi fece sobbalzare; e il vento propagò il suono, lugubremente, nella notte; poi, di nuovo, don, don, altri rintocchi; saranno stati quindici; non ci badai più.
Arrivato a casa, mi strappai gli abiti, che mi s'erano incollati addosso; mi asciugai ben bene; mi cacciai a letto, e buona notte.
La mattina dopo m'alzo presto, com'è mia abitudine, vado per aprire la porta, e indovinate chi mi trovo davanti? I portantini col cataletto.
Appena mi vedono, levano le braccia, dànno un balzo indietro; rimangono basiti: «Don Marco! Ma come? Voscenza non è morto?» «Figliacci di cane!» grido io, levando il bastone.
E quelli: «Sissignore...
A Sant'Anna, stanotte, sono venuti ad avvertire che Voscenza era morto!» Quella campana, capite? aveva sonato a morto per me.
Ed ero andato io stesso ad annunziare la mia morte.
Benché la storiella non fosse allegra, le ultime parole del Sala furono accolte dalle risa degli amici.
- Ridete.
- diss'egli.
- Eppure chi sa se non sono morto davvero, io, allora, cari miei! Ma sì! Posso dire che quella fu l'ultima nottata allegra della mia gioventù! Forse, ripensandoci, l'impressione di quei rintocchi mi s'è fissata, mal augurosa; ma mi sembra che proprio da allora la vita mi si sia chiusa tra un diluvio di guaj, sia divenuta per me come era lo stretto di Sant'Anna in quella notte da lupi, e che quei don don della campana a morto mi abbiano seguito per tutto il cammino...
Rientrò, in quel punto, Antonio Del Re con un nuovo telegramma.
Ne erano già arrivati parecchi dalle varie sezioni elettorali del collegio.
Il canonico Agrò lo aprì, lo lesse con gli occhi soltanto e lo buttò in un canto, su la sedia presso al canapè.
Né Roberto né gli altri si curarono di sapere da che sezione venisse, che esito recasse.
Il gesto e il silenzio dell'Agrò avevano reso inutile ogni domanda.
La sconfitta del momento, che toccava all'Auriti, rendeva più evidente quella, ben piú grave e irrimediabile, che a ciascuno era toccata dal tempo e dalla vita.
E questa sconfitta pareva avesse la propria immagine scolpita in donna Caterina Auriti Laurentano, taciturna e scura.
Di tratto in tratto gli amici e Roberto le volgevano uno sguardo fuggevole, come a uno spettro del tempo, di cui essi erano i superstiti vani.
Altre voci erano nel nuovo tempo, che non trovavano eco negli animi loro; altri pensieri che non entravano nelle loro menti; altre energie, altri ideali, innanzi a cui i loro animi si chiudevano ostili.
E la prova era patente e cruda in quel mucchio di telegrammi su la sedia.
Era sorta improvvisamente, negli ultimi giorni, ma certo preparata in segreto da lunga mano, la candidatura d'un tale Zappalà di Grotte, perito minerario: candidatura esplicitamente dichiarata come di protesta e d'affermazione dei lavoratori delle zolfare e delle campagne della provincia, già raccolti in fasci.
Roberto Auriti era passato in terza linea.
In quasi tutte le sezioni quello Zappalà aveva raccolto più voti di lui, mettendolo così fuori di combattimento, d'un tratto spiccio e sprezzante, come si butterebbe da canto con un piede uno straccio inutile, ingombro più che inciampo.
A un certo punto, quando arrivò il telegramma da Grotte ch'era uno dei maggiori centri zolfiferi della provincia con l'esito della votazione quasi unanime per lo Zappalà, parve che costui dovesse finanche contender seriamente la vittoria al Capolino ed entrare in ballottaggio, non ostante il suffragio entusiastico che il campione clericale aveva raccolto a Girgenti, in compenso della grave ferita riportata nel duello.
Il Trigòna, per coprire con pietoso inganno la verità, voleva attribuire principalmente la sconfitta all'esito di quel duello inconsulto, alle maniere troppo violente del Verònica, forestiere, e al contegno arrogante d'uno dei suoi padrini, quel signor tale, spadaccino, che aveva urtato e indignato veramente la cittadinanza girgentana, non ostante che il Selmi, già partito per il suo collegio, avesse fatto di tutto per attenuare l'indignazione.
Il canonico Agrò approvò col capo, in silenzio.
Non sapeva perdonare al Verònica di avergli mandato a monte, con quella indegna piazzata, il piano strategico meditato e disegnato da lui con astuzia così sottile.
E quell'altro cavaliere Giovan Battista Mattina! Mandato a Grotte a sostenervi la candidatura dell'Auriti, aveva fatto la parte di Giuda, mettendosi d'accordo all'ultimo momento coi popolari.
- Ma chi è costui? - domandò col solito piglio feroce Mattia Gangi.
- Chi rappresenta? come vive? che fa? da qual chiavica è scappato fuori? Lindo, attillato, con quell'aria di principe regnante...
Il canonico Agrò scosse leggermente la testa con un sogghignetto su le labbra, poi disse:
- Aquiloni, cari amici, aquiloni! Lui, il Verònica e quanti altri mai! Aquiloni...
Li vedete in alto, ai sette cieli, rimanete a bocca aperta a mirarli; e chi sa intanto qual è la mano che dà loro il filo! Può esser quella di qualche mala femmina; o il filo può venire dalla Questura, o da qualche bisca notturna...
Nessuno può saperlo! L'aquilone intanto è là, piglia il vento, lo segue e par che lo domini.
Di tratto in tratto, uno svarione, una vertigine, l'accenno d'un crollo a capofitto.
Ma la mano ignota, sotto, subito lo rialza con lievi scossettine sapienti o con larghe stratte energiche e lo rimette a vento e torna a dar filo e filo e filo.
Gli aquiloni, cari miei...
Quanti ce n'è! E hanno tutti la coda, et in cauda venenum...
Sei teste si scossero per approvare silenziosamente e con profonda amarezza l'immaginoso paragone del canonico Agrò, che ne rimase egli stesso un pezzetto come abbagliato, e trasse un respiro di sollievo, quasi con esso si fosse scrollato dall'anima il peso della sconfitta.
Roberto Auriti soffriva maggiormente per quell'ostinato, cupo silenzio della madre.
Ella aveva parlato molto prima, contro il suo solito, per dissuaderlo dall'impresa; e gravi erano state allora le sue parole; più grave, adesso, era il suo silenzio.
Voleva che soltanto i fatti parlassero ora, crudamente, a conferma di quanto aveva detto.
Se ne irritò, e disse:
- Del resto, amici miei, aquiloni o serpi...
lasciamoli andare! A parlarne, parrebbe che io, venendo, mi fossi fatta qualche illusione.
Nessuna, lo sapete.
Mi ha mandato qua Uno, a cui non potevo dir di no: mi sarebbe parso di disertare.
- Povero Cristo! - esclamò Mattia Gangi.
- Per farti mettere in croce sei venuto!
- In croce no, veramente, - sorrise Roberto.
- Perché la mia offerta, col valore che poteva avere nella presente lotta, venisse respinta dai miei concittadini; e questa risposta data sul mio nome al Governo, facesse pensare che ormai basta, qua si vuol altro!
- Zappalà, Zappalà si vuole! - sghignò allora Mattia Gangi.
- Quanto mi piacerebbe che fosse eletto Zappalà!
- Mamma, - soggiunse piano Roberto, toccandole un braccio, con un sorriso d'amara rassegnazione, - asini vecchi...
La madre sporse il labbro e aggrottò le ciglia mentre gli altri gridavano, approvando l'augurio di Mattia Gangi, che fosse eletto Zappalà.
Un Zappalà solo? No! Cinquecentootto Zappalà, uno per ogni collegio della penisola! Che sedute allora alla Camera! Subito, abolizione di tutte le scuole! abolizione di tutte le tasse! abolizione dell'esercito e della polizia! della polizia e della pulizia! spianare i confini, e tutti fratelli! già, già, decapitare le montagne, ridurle tutte a colline d'uguale altezza! E Mattia Gangi, sorto in piedi, si mise a declamare:
Al ronzio di quella lira
Ci uniremo, gira gira,
Tutti in un gomitolo.
Varietà d'usi e di clima
Le son fisime di prima;
È mutata l'aria.
I deserti, i monti, i mari,
Son confini da lunari,
Sogni di geografi...
...E tu pur chetati, o Musa,
Che mi secchi con la scusa
Dell'amor di patria.
Son figliuol dell'universo,
E mi sembra tempo perso
Scriver per l'Italia.
S'eran levati tutti in piedi, tranne Pompeo Agrò, e applaudivano calorosamente.
- Signori miei, signori miei, - disse allora Filippo Noto, tirandosi con le dita adunche i polsini di sotto le maniche, - siamo giusti, signori miei; non pigliamocela con loro, perché il torto è tutto nostro! di noi cristianelli! Quando noi sentiamo dire: «Vogliamo che a ciascuno si dia secondo le sue opere! Vogliamo che la personalità umana possa elevarsi sopra la vita materiale! Vogliamo che ciascuno trovi pane e lavoro!» noi borghesucci ignoranti, noi cristianelli pietosi, siamo i primi ad applaudire...
- Sfido! - gridò il Ceràulo.
- Nei voti per la felicità universale, sfido! tutti gli animi onesti si trovano d'accordo.
- E i socialisti, ahm! aprono la bocca, e voi ci cascate dentro, - rimbeccò pronto Filippo Noto.
- Fanno intravedere un ideale d'umanità e di giustizia che a nessuno può dispiacere, di cui tutti dovrebbero esser contenti; e così fanno proseliti alla loro causa tra quanti non sanno distinguere le ragioni astratte da quelle pratiche della vita sociale, caro Ceràulo! Ingenui che non si domandano neppure se i nuovi metodi non siano tali da render mille volte maggiori le ingiustizie e la tristezza della nostra valle di lacrime; dico bene, Monsignore?
Pompeo Agrò chinò più volte il capo in segno di approvazione.
- Il pericolo vero, signori miei, è qua, - seguitò con più calore il Noto: - nella persuasione in cui siamo venuti noi cristianelli, che il movimento del così detto quarto stato sia inevitabile, irresistibile...
- È, è, è, purtroppo! - lo interruppe di nuovo il Ceràulo.
- Ma nient'affatto! nientissimo affatto! Fandonie! Fandonie! - gridò Filippo Noto.
- Alla teoria dei socialisti manca l'appoggio della scienza, caro mio, della scienza, della logica, della morale e anche della civiltà, e non può reggersi, e cadrà per forza come un sogno pazzo, come uno sproloquio da ubriachi! Vorrei dimostrartelo, vorrei dimostrarlo a tutti, e prima agli uomini di governo che ci fanno assistere allo spettacolo miserando dello Stato che si piega, dello Stato che si smarrisce e s'impaccia di cose di cui non dovrebbe impacciarsi!
Si calmò alquanto, protese le mani e riprese con altro tono di voce:
- Lasciatemi dire, in poche parole.
Tutto il procedimento è sbagliato, dall'a alla z.
Guardate! Il provvedere ai vecchi, alle donne, ai fanciulli abbandonati, agli infermi, può esser cosa, realmente, d'interesse pubblico.
- Interesse d'umanità, - disse il Trigòna.
- Benissimo! D'accordo! - approvò il Noto.
- Ma dal soccorrere la miseria presente per mezzo d'asili, di dormitorii, di cucine economiche, è stato facile, inavvertito il passo, signori miei, a salvaguardare il proletariato...
- Il cosí detto proletariato, - masticò tra i denti il Gangi.
- ...dalla miseria anche possibile, - seguitò il Noto, - mercé le assicurazioni obbligatorie contro gl'infortunii del lavoro e contro la futura inabilità dell'operajo per età o per malattia.
Ora non vi sembra facile, cari miei, dati questi primi passi, il darne altri che ci conducano sempre più verso quello Stato-Provvidenza tanto biasimato dai più illustri scrittori positivi? Perché, quando sia entrato nella coscienza pubblica il concetto che la comunità deve occuparsi di coloro che per inabilità fisica non possono lavorare, è facile saltare il fosso che ci separa dalla regione vera del socialismo, estendendo il principio anche agli uomini validi e disoccupati.
E valga il vero! Se questi, non ostante la buona volontà, non trovano lavoro, o se le loro fatiche non sono sufficientemente retribuite, sono forse meno da compiangere di coloro che, per un difetto fisico, non possono lavorare? L'effetto è il medesimo, signori miei: la fame non meritata! E con la proclamazione del diritto al lavoro, si può vedere da tutti dove si andrà a finire; si è già veduto, del resto, in Francia, nel 1848...
Un'improvvisa esclamazione di sdegno del canonico Agrò interruppe a questo punto il discorso di Filippo Noto, che cominciava ad assumere proporzioni e tono di vera concione.
Era arrivata da Comitini, paese nativo dell'Agrò, una lettera che denunziava un altro tradimento.
Il figlio di Rosario Trigòna s'era venduto colà al partito Capolino, spargendo la voce che Roberto Auriti si ritirava dalla lotta e pregava gli amici di votare per il candidato clericale contro il socialista Zappalà.
L'Agrò non si poté frenare: senz'alcuna pietà per il povero padre mezzo cieco lì presente, ebbe parole di fuoco per quel tristo che gli faceva patire un così grave smacco là, nella sua stessa cittadella.
Roberto Auriti tentò più volte di interromperlo, s'affrettò poi a consolare l'amico, il quale dapprima s'era levato in piedi inorridito, lì per lì per lanciarsi su quella lettera e su l'Agrò, poi s'era lasciato cader di peso su la seggiola, rompendo in singhiozzi, col volto tra le mani.
- Ma sarà una calunnia, Rosario...
una calunnia, vedrai! Tuo figlio avrà agito in buona fede, credendo di interpretare il mio pensiero...
Difatti, tra i due, tra il Capolino e quello Zappalà, via! meglio che i voti siano andati al Capolino...
Ha stimato insostenibile da parte mia la lotta...
e...
- No...
no...
- muggiva tra i singhiozzi Rosario Trigòna, inconsolabile.
- Infame! Infame!
Per fortuna, sopravvenne Mauro Mortara, che da Valsanìa s'era recato a Colimbètra per accordarsi col principe circa alla sua andata a Roma.
Non sapeva nulla delle elezioni.
Accolto con festa da Marco Sala, dal Ceràulo, dal Gangi, i quali non lo vedevano da tanto tempo, scostò tutti con le braccia e quasi s'inginocchiò ai piedi di donna Caterina, prendendole una mano e baciandogliela più e più volte; abbracciò poi Roberto e si chinò a baciarlo al suo solito in petto, sul cuore.
- A Roma! - disse.
- Sapete? Vengo a Roma!
Ma il suo giubilo non trovò eco: tutti erano ancora sconcertati e commossi dal pianto del Trigòna.
- Oh, don Rosario! - esclamò Mauro.- E che avete? Perché piangete?
Guardò tutti in giro e appuntò gli occhi sul canonico Agrò che appariva il più scuro e il più turbato.
- Niente, - disse subito Roberto.
- Una notizia, senza dubbio, infondata.
Signori miei, per carità! Soffro...
soffro della vostra pena...
molto più che per me.
Volete farmi contento? Non parliamo più di nulla.
Quel che è stato è stato.
Basta! Voi sapete quanto mi siete cari e per qual ragione.
Io non vi ringrazio di quel che avete fatto per me in questa occasione, perché so che, se sono cangiati i tempi, non è cangiato il nostro cuore, e voi dunque non potevate non fare per me quel che avete fatto.
Il torto è nostro, veramente, cari miei! E lo sappiamo tutti, da un pezzo, chi per un verso, chi per un altro.
Dunque...
dunque basta: perché lagnarci adesso? È stata un'altra prova, di cui io, per conto mio, non sentivo alcun bisogno...
Basta!
Non ne poteva proprio più Roberto Auriti.
La vista di quegli amici e il silenzio della madre, il pianto del Trigòna, la stizza acerba dell'Agrò, la frigida saccenteria del Noto gli eran divenuti insopportabili.
Gli premeva di scrivere a Roma, di dar subito notizia della lotta perduta alla sua donna, a colei che da tanto tempo gli aveva addormentato aspirazioni e sdegni, e nella quale affogato ormai nell'incuria di tutto ciò che non si riferisse direttamente e minutamente alla sua persona, neghittoso e dimentico, saziava soltanto la fame bruta del senso.
Di fronte alla nobiltà della madre, alla purezza della sorella, si sentiva quasi istintivamente costretto a nascondere anche a se stesso la sua schiavitù d'affetto per quella donna che conosceva tutte le sue miserie; e le scriveva di notte.
Falsando i proprii sentimenti, per stare in pace con lei e averla docile e pronta alle sue voglie, non aveva osato confessarle prima di partire la vera ragione per cui s'esponeva a quella lotta: le aveva dato a intendere ch'era per migliorare la sua condizione, ponendosi da deputato più in vista.
E nelle prime lettere le aveva lasciato sperare non improbabile la vittoria; poi man mano l'aveva messa in dubbio; le aveva scritto infine che gli premeva ormai soltanto di ritornar presto a lei.
Andava lui stesso a impostare quelle lettere, mentre per tutte le altre si serviva del nipote.
Eppure sapeva che questi, il giorno appresso, sarebbe partito con lui per intraprendere a Roma gli studii universitarii e avrebbe abitato in casa sua e veduto, dunque, e saputo tutto.
Ma voleva, finché era lì, serbare il segreto.
Quel giovanotto ispido e angoloso non era fatto certamente per attirar la confidenza di alcuno.
E Roberto soffriva al pensiero di condurlo con sé, di fargli conoscere e di far quindi conoscere per mezzo di lui alla madre e alla sorella la vita ch'egli viveva a Roma.
Ma come esimersi?
Donna Caterina, intanto, domandava a Mauro notizie del fratello Cosmo, «di quel matto», e di donna Sara Alàimo.
- Non me ne parlate, per carità! - esclamò Mauro.
- Vado a Roma, vi dico, e non so altro, non voglio saper altro in questo momento!
- Caro Mauro mio, - gli rispose allora donna Caterina, sorridendo amaramente, - se è così, chiudi gli occhi, tùrati bene gli orecchi e ritòrnatene subito subito in campagna: segui il consiglio mio!
Quando dalla Badia Grande gli amici scesero alla via Atenea, si trovarono presi in mezzo a una fiumana di popolo che esaltava la proclamazione d'Ignazio Capolino.
La carrozza del canonico Agrò si dovette fermare; Il vecchio servo-cocchiere dalle zampe sbieche faceva schioccar la frusta: - Ohi, favorì! Ohi, favorì! - Poteva mai figurarsi che si dovesse mancar di rispetto al suo padrone, o che questi dovesse aver paura? E, tra il clamore e la confusione, non udiva la voce del Canonico che gli gridava: «Indietro, Cola! indietro! Per la via del Purgatorio!».
Un fischio, e due, e tre...
Figli di cane! Ma Capolino era ancora a letto, convalescente nella villa del principe di Laurentano a Colimbètra, e la dimostrazione di giubilo, per darsi uno sfogo diretto, fu proprio tentata di cangiarsi lì per lì in dimostrazione di protesta contro il canonico Agrò.
Per fortuna, i caporioni riuscirono a stornar la bufera che stava per rovesciarsi sulla carrozza mal capitata, non per riguardo a Pompeo Agrò che non ne meritava alcuno, ma all'abito che indossava indegnamente.
Qualche fischio sì, passando, non sarebbe stato sprecato; poi via, via, alla Passeggiata, sotto la villa di Flaminio Salvo.
- Viva Ignazio Capolinòòò!
- Vivààà!
- Viva il nostro deputatòòò!
- Vivààà!
Nel bujo della sera, sotto il pallore dei lampioni, per l'angusta via passò tumultuando quel torrente di popolo, che si lasciava trascinare senza il minimo entusiasmo, come un armento belante, dalla volontà di due o tre interessati.
La villa di Flaminio Salvo era illuminata tutta, splendidamente, perché si vedesse come segno di trionfo dalla lontana Colimbètra.
Vi erano raccolti i maggiorenti del partito che si affacciarono tutti al gran balcone dalla balaustrata di marmo, appena i clamori della dimostrazione si fecero sentire giú per il viale.
- Viva Flaminio Salvòòò!
- Vivààà!
- Viva Ignazio Capolinòòò!
- Vivààà!
Salì alla villa una commissione di dimostranti, che fu accolta dal Salvo con quel solito sorriso freddo, a cui lo sguardo lento degli occhi sotto le grosse pàlpebre dava un'espressione di lieve ironia.
E veramente quei quindici o sedici cittadini accaldati, usciti or ora dalla moltitudine anonima, che giù nel bujo del viale aveva tanta imponenza, assumendo lì ciascuno il proprio nome, il proprio aspetto, timidi, impacciati, smarriti, ossequiosi, facevano una ben misera figura, tra gli splendori del magnifico salone.
Flaminio Salvo si dichiarò grato alla cittadinanza di quella spontanea affermazione del sentimento popolare; diede notizie della salute dell'on.
Capolino e, in presenza della commissione stessa, pregò l'ingegnere Aurelio Costa di recarsi sul momento alla villa del principe, a Colimbètra, per darvi l'annunzio della proclamazione e di quella manifestazione di giubilo di tutto il popolo di Girgenti.
Uno dei quindici, allora, s'affacciò al balcone e, tra i lumi sorretti da due camerieri, arringò con impeto la folla.
Nessuno badò allo scompiglio delle povere nottole del viale che abbarbagliate piombavan dall'alto a strisciare sulle teste dei dimostranti, quindi al clamore, al battìo delle mani, si risollevavano disperatamente, lanciando acutissimi stridi, come per chiedere ajuto e vendetta alle stelle che sfavillavano ilari in cielo.
L'oratore improvvisato diceva che l'elezione di Capolino era un avvenimento dei più memorabili della storia italiana contemporanea; ma nessuno certamente avrà potuto levar dal capo a quelle nottole, che invece tutta la città, quella sera, si fosse raccolta soltanto per dare a loro una immeritatissima guerra.
Arringava ancora quell'oratore, quando Aurelio Costa su un sauro del Salvo, sellato in fretta in furia, partì di galoppo per Colimbètra.
Giù, confuso tra la folla, era il Pigna, arrivato in coda alla dimostrazione, espurgato smaltito evacuato da essa con molta violenza di conati lungo tutto il percorso.
Prepotenza! Sopraffazione! Andava per i fatti suoi, stava a traversar la via Atenea, quando la folla gli era venuta addosso; non aveva fatto in tempo a ritrarsi, e allora quelli che stavano alla fronte lo avevano strappato indietro per passare, e così la fiumana se l'era ingojato: sguizzare, con quelle cianche e quel groppone, non gli era stato possibile; furibondo, urlando, s'era messo a tirare spinte da tutte le parti e pugni e calci e gomitate, per farsi un po' di largo e uscirne; ma quelli per il gusto di portarselo via con sé come in ostaggio gli s'eran pigiati con furia addosso, gridando: «Ecco Pigna! c'è Pigna! viva Pigna! abbasso Propaganda! no, viva! giù, giù con noi!» e qualche lattone e qualche scapaccione era pur volato; più che mai inferocito, come un cinghiale in mezzo a una muta di cani, aveva avventato anche morsi ai più vicini; più d'una volta, puntando i piedi e le spalle per svincolare un braccio e credendo che la folla dietro lo avrebbe parato, trovando invece un po' di largo fatto da qualcuno che voleva scansarlo, era stato per cadere; ma subito altri lo avevan scaraventato con un nuovo urtone alle spalle di chi stava davanti, e lì, rinserrato compresso, boccheggiante come un pesce, altri lattoni e scapaccioni e dileggi; e tira e spingi, se l'erano sballottato così, malmenandolo in tutti i modi, fino a che, pesto, disfatto, non s'era lasciato andare alla corrente, ma con le proprie gambe no, no: là, così, trascinato...
Selvaggi! Mascalzoni! Coscienze vendute! Che spettacolo! Oh Girgenti, disonore della Sicilia e dell'umanità! ludibrio, vituperio! Tutti in sagrestia domani, sì, sì, ad attaccar con le ostie della chiesa le mezze carte da cinque lire...
Sì, viva Capolino e viva Salvo! viva Bacco e viva Mammone! - Così esclamando, e guardando con aria di dispetto minaccioso la folla sotto la villa del Salvo, ora s'accomodava una spalla, ora soffiava o sbruffava, ora sorsava col naso, e puh, feccia della umanità! puh, vili ignoranti!
- Domani, Propaga', sta' zitto! - gli gridavano alcuni.
- Domani c'inscriveremo tutti al Fascio! Ora, qua: Viva Capolinòòò! (Non ci credere, sai? è per minchionare).
Viva! vivààà!
Questa la conclusione d'una giornata campale, questo il rinfranco di tutte le corse che s'era fatte fin dalla mattina da un seggio elettorale all'altro, per assegnar le parti ai compagni, per dare istruzioni, e qua regolare, e là persuadere, e incitare, e pregare, secondo i casi, che il suffragio di tutti i lavoratori fosse per un lavoratore, loro compagno, perdio! Angelo Zappalà, che li avrebbe difesi, che avrebbe perorato la loro causa in Parlamento!
Sì, dato che quella candidatura popolare doveva valer soltanto quale protesta, egli in fondo avrebbe potuto dichiararsi soddisfatto dell'esito: sì, ma della votazione dei paeselli vicini! il cuore gli faceva sangue invece per la vergogna di Girgenti capoluogo, della sua città natale! Ludibrio, vituperio...
Quando, alla fine, il Pigna, senza più voce, cascante a pezzi dalla stanchezza, si ridusse a casa, al Piano di Gamez, per mandar giù un boccone di cena avvelenato dalla bile, salendo i primi gradini della scaletta di legno che dalla stanza terrena conduceva a quella di sopra, vi trovò al bujo in fitto colloquio Celsina e Antonio Del Re.
- Ohè, voi qua?
- Va' su; passa, papà! - gli disse Celsina, come a un cane.
- Sto a salutarlo.
Parte domani.
- Ah, buona sera, allora, - disse il Pigna.
- Cioè, buon viaggio...
Partite subito, dunque? V'invidio, caro mio.
Oh, vedrete certo a Roma...
come viene a essere di voi don Landino Laurentano? già, zio, l'abbiamo detto: riveritelo tanto per me, ditegli che Girgenti ha bisogno di lui; sta disonorando l'isola, Girgenti...
- Abbiamo inteso, papà, - lo interruppe Celsina infastidita.
- Lasciaci parlare adesso! Vattene!
- Paese di carogne! - brontolò il Pigna, tirando su a stento le cianche per la scala.
- Farabutti...
ohi ohi...
ignoranti...
E svoltò.
Subito i due giovani si riabbracciarono.
Antonio non si reggeva più; ebro, perduto, non poteva più staccarsi da lei; le cercò la bocca, com'arso di sete, per un altro bacio che le penetrasse nel fondo più fondo dell'anima; un altro bacio smanioso, cocente, infinito, col quale darle tutto se stesso e prendersela tutta, nello spasimo del più violento desiderio.
- Basta, - gemette ella, esausta, abbandonandogli il capo sul petto.
Ma egli la stringeva ancora, più ardente; più tremante; voleva ancora la bocca.
- No, basta, Nino, - disse allora Celsina, riavendosi.
- Basta...
basta...
Gli prese le mani, gliele strinse; se le posò sul seno ansante, senza lasciargliele; riprese:
- Così!...
Dunque, senti...
tu vedrai, è vero? cercherai...
Devi far di tutto...
- Sì...
- M'ascolti?
- Sì.
- Non m'ascolti! Basta, ora, Nino! T'ho detto, basta.
Non m'ascolti...
- Sì...
cercherò...
- Che cercherai? Lasciami, per carità!
- Non so...
farò di tutto...
figùrati! Dammi ancora un bacio...
- No! Dove cercherai?
- Ma per tutto, per tutto...
- Sì, un posticino qualunque...
infimo anche...
per cominciare, capisci?...
Tu sai che posso...
m'adatterò a fare ogni cosa! Debbo, debbo essere a Roma al più presto, m'ascolti?
- Sì, amore...
amore...
amore mio! - alitò egli; poi, stringendole le braccia e smaniando: - Come faccio? oh Celsina mia...
come faccio?
- Zitto! - gli intimò Celsina.
- Non voglio che ti sentano su.
- Allora vado...
non posso...
- Sì, va' va'...
è tardi! Mi chiamano.
Scrivimi subito, sai?
- Sì...
- Addio, addio.
Ma egli non sapeva lasciarle ancora la mano; le accostò il volto al volto, le domandò:
- Che mi dài?
- Che vuoi?
- Te, tutta! Vieni con me, vieni con me!
- Potessi! Subito!
- Oh amore...
Che mi dài? Qualcosa tua..
- Non ho nulla, Nino mio...
- Eppure ho qualcosa di te, sai? che tu m'hai data.
- Io?
- Non m'hai dato niente tu? Neppure il cuore, un poco?
- Ah, quello...
- E un'altra cosa...
Non ti ricordi?
- No...
- La bambola...
- Ah, - sorrise Celsina, - quella coi baffi?
- Non ridere, non ridere.
Glieli ho cancellati, sai? Me la porto con me.
- Ragazzo...
- Sai? stanotte è stata con me, abbracciata con me, a letto.
E sempre...
- Ma va'! Non sono io, quella, sai!
- Lo so; ma è tua, è stata tua...
Non l'hai baciata tu?
- Tanto, da bambina...
- E dunque...
- Va', va', Nino.
Mi richiamano.
Addio.
Ricòrdati, sai? Scrivimi! Addio.
Un altro lungo, lungo bacio sulla porta, e Antonio andò via.
Si fermò nel Piano di Gamez deserto; e si guardò intorno, smarrito; guardò su nel vano immoto dell'aria ed ebbe un senso di stupore, come se, sveglio, fosse entrato in un sogno.
Come sfavillavano le stelle! Sentì schiudere la vetrata del balconcino.
Celsina s'affacciò.
- Addio.
Ricòrdati.
- Sì.
Addio!
Era già lontana; lontana la voce, lontana la figura; e quella casetta, sulla cui facciata chiara in mezzo al Piano umido e nero si rifletteva la luna, e quel Piano stesso, il chioccolìo della fontanella, e quelle anguste viuzze storte, nere, tutto il paese silenzioso nella notte, alto sul colle, sotto le stelle, ogni cosa gli parve come lontana ormai; gli parve come se egli da lontano, con tristezza infinita, con infinita angoscia contemplasse la propria vita che rimaneva lì, strappata da lui.
Quando Aurelio Costa arrivò a Colimbètra, don Ippolito Laurentano sapeva già della proclamazione di Capolino; e ne parlava nel salone con don Salesio Marullo e con Ninì De Vincentis.
Il primo, accorso subito da Girgenti appena conosciuto l'esito del duello; il secondo, dopo lo scontro a cui aveva assistito da testimonio, rimasto a Colimbètra accanto al letto del ferito.
Zio Salesio ascoltava il principe con un'aria di degnazione contegnosa, come se Capolino lo avesse fatto elegger lui.
Ma sì, via! non gli aveva dato in moglie la figliastra? Da cinque giorni si sentiva proprio rinato, là tra gli splendori di Colimbètra, nei quali s'invaniva e si ricreava, come se fossero suoi.
Camminava su gli spessi tappeti più che mai in punta di piedi; faceva il bocchino a tutte le cose belle e preziose che vedeva; a tavola per poco non sveniva dal piacere davanti a quelle finissime stoviglie luccicanti, o quando Liborio in marsina e guanti bianchi gli presentava i cibi prelibati.
E, sul tramonto, non ostante che i piedi gli facessero male, scendeva su lo spiazzo e andava fino al cancello per il gusto di farsi salutare militarmente dall'uomo di guardia in calzoni rossi e cappotto turchino.
L'uomo di guardia prendeva lo stesso gusto a salutare; e tutti e due, dopo il saluto, si guardavano e si sorridevano.
Ninì De Vincentis pareva non si fosse rimesso ancora del tutto dallo spavento che s'era preso nel veder Capolino piegarsi sulle gambe, ferito in petto dalla pistola del Verònica, al secondo colpo.
Era stata, veramente, una terribile sorpresa per tutti, quella ferita.
Le pistole, per tacita intesa fra i padrini, erano state caricate in modo da non produrre alcun effetto, volendosi che il vero duello avvenisse alla sciabola.
E meno male che la palla, arrivata senza troppa violenza, aveva appena appena intaccato una costola ed era deviata dal cuore! Ma non solo quello spavento teneva ancora il povero Ninì tanto abbattuto e sbalordito; Nicoletta Capolino gli aveva lasciato intendere chiaramente che Dianella Salvo non era né sarebbe mai stata per lui, quand'anche il padre non avesse opposto un così reciso rifiuto alla domanda.
Dopo la prima notte vegliata accanto al letto del marito, non ostante l'assicurazione dei medici che ogni pericolo per fortuna fosse scongiurato, Nicoletta si era persuasa che non era piú il caso di rappresentar la parte della moglie disperata, come aveva fatto a Valsanìa all'annunzio della ferita toccata «a Gnazio suo».
E s'era messa ad alternar le cure amorose e diligenti al suo povero «paladino» ferito con lo studio sapiente di rimaner lì a Colimbètra, nella memoria di don Ippolito Laurentano, ospite graditissima.
Ah, se al posto di quella foca di Adelaide Salvo fosse stata lei, là, tra poco, regina di quel piccolo regno! Era certa che tutte le parti buone, di cui si sentiva pur dotata e che la sorte aveva voluto opprimere e soffocare in lei, si sarebbero ridestate liberamente e avrebbero preso alla fine in lei il sopravvento; certo che avrebbe saputo render felici gli ultimi anni di quell'altero e bellissimo vecchio, ancora così vegeto, e fresco! Indovinava in lui l'amaro disinganno provato alla vista della futura sposa; ma intuiva che nessun'arte di seduzione sarebbe valsa su quell'uomo, il quale della fedeltà alla parola data s'era fatta quasi una religione.
Neppur l'ombra della civetteria, dunque, in lei, ma una gara di cortesie e di compitezze con lui, in quei giorni, senza la minima affettazione.
E che prediche a quattro occhi allo zio Salesio, il quale non voleva capire che non c'era più nessuna ragione, proprio, perché si trattenesse ancora a Colimbètra.
Sapeva star bene a posto, sì - troppo bene, anzi - zio Salesio; ma...
ma...
ma...
E del suo sogno inattuabile, della nostalgia della bontà, dell'incubo che le cagionava la vista del patrigno così compito e ridicolo, della nausea che in quel momento le dava la sua lunga odiosa finzione d'affetto per quel marito, per quel degno compagno della parte peggiore di sé, Nicoletta si vendicava tormentando Ninì De Vincentis, segnatamente la sera, su quel terrazzo aggettato su le colonne del vestibolo esterno.
Gli parlava di Dianella.
Lo straziava quasi con voluttà.
Sapeva che nessun dolore, nessuna ingiustizia, non solo non avrebbero fatto commettere alcunché di male a quel giovine incorruttibile, ma non gli avrebbero neppure strappato una parola acerba dalle labbra, tanto era schiavo della propria bontà e rassegnato a essa! Gli parlava misteriosamente, con frasi smozzicate, quasi per non farlo saziare in una volta sola del proprio dolore.
Ninì voleva sapere per qual ragione gli avesse detto che Dianella Salvo non sarebbe stata mai per lui, nemmeno se il padre avesse accondisceso.
- Perché? Eh, caro Ninì...
C'è una ragione, una ragione che non è cattiva soltanto per voi!
- Che ragione?
- Non ve la posso dire.
- Cattiva anche per chi?
- Anche per me, Ninì!
- Per lei? - domandava Ninì, stupito.
E lei, sorridendo:
- Sicuro.
Voi non la vedete; ma c'è.
C'è una relazione tra me, voi e...
lei.
Che relazione? Che ci può esser di comune tra me e voi? Eppure c'è, Ninì.
Io e voi siamo uniti da qualche cosa.
Pare impossibile, no? Eppure!
Ninì De Vincentis restava assorto ad almanaccare su quella ragione misteriosa e si struggeva dentro.
Quando Aurelio Costa, introdotto da Liborio, si presentò nel salone, Nicoletta era presso il marito; ma sopravvenne poco dopo e provò un gran piacere nel farsi veder da lui in quella casa principesca, tra gli ossequii e il rispetto di tutti.
Don Ippolito s'affrettò a riferirle la notizia della dimostrazione popolare.
- Ora riposa, - diss'ella.
- Temo che si turberebbe troppo...
Ma, se vogliono...
- No, no, - soggiunse subito il principe.
- si troverà modo d'annunziarglielo domani.
- Ma sì, credo che don Flaminio, - aggiunse Aurelio Costa, - mi abbia mandato così di fretta a quest'ora, per far sapere lì per lì agli elettori che l'onorevole Capolino e il principe sarebbero stati subito informati della dimostrazione.
- Mi dispiace tanto per lei, ingegnere, - disse allora Nicoletta, - che ha dovuto farsi codesta corsa...
- Ma non lo dica! - la interruppe subito il Costa.
- L'ho fatta anzi con piacere.
- Anche perché, scommetto, - interloquì zio Salesio, - lei non era mai stato a Colimbètra, eh? Meravigliosa dimora caro ingegnere...
meravigliosa! Vero paradiso in terra!
Il principe sorrise chinando lievemente il capo e invitò Aurelio Costa a rimanere a cena.
Per quella serata Ninì De Vincentis fu lasciato in pace da Nicoletta; ma non gliene fu grato affatto.
Aveva preso gusto alla tortura.
Fu tutta per Aurelio Costa Nicoletta quella sera.
E volle proprio inebriarlo; volle ch'egli interpretasse segretamente tutte le premure e gli sguardi e i sorrisi di lei come un compenso all'incarico ingrato impostogli da Flaminio Salvo, di venire cioè là a Colimbètra ad annunziare il trionfo del marito; e volle che in quel compenso ch'ella gli dava, egli sentisse un sapor di vendetta contro il Salvo stesso, il quale, pur conoscendo i sentimenti di lui, lo aveva mandato lì come un servo.
Considerava egli tutti come suoi schiavi venduti? Poteva anche darsi però che questi schiavi alla fine, così provocati, accettassero la sfida e s'intendessero tra loro! Non s'intendevano già? Non c'era già tra loro un accordo, un patto segreto? E gli occhi di Nicoletta Capolino fissi in quelli di lui ora sfolgoravano aizzosi e ardenti, ora s'illanguidivano velati e turbati, quasi nella promessa di un'intensa voluttà.
Schiavo, schiavo con lei! si sarebbero vendicati di tutti quei vecchi che volevano tenere schiavi loro due giovani! Per lei, d'ora innanzi, egli avrebbe amata la sua schiavitù; e non avrebbe più pensato di diventar padrone anche se Dianella Salvo gli avesse fatto intendere apertamente il suo amore.
Schiavo, schiavo con lei!
Era veramente com'ebro Aurelio Costa, avvampato in volto da una gioja riconoscente verso quella donna, quando, a sera tarda, lasciò Colimbètra.
Non sapeva che pensare.
Il sangue gli frizzava per le vene, le orecchie quasi gli rombavano.
Era ella così, per abito o per natura, lusinghiera con tutti, o per lui unicamente aveva formato quei sorrisi e trovato quegli sguardi e quelle premure? Doveva dubitarne o esserne certo? E se certo, per qual ragione s'era indotta così d'improvviso a tentarlo, a provocarlo, dopo avere opposto, anni fa, un così deciso e sdegnoso rifiuto all'onesta domanda di lui? Se n'era pentita? Stanca, nauseata della parte infame che le aveva assegnato il marito, voleva ribellarsi e vendicarsi, scegliendo per la vendetta chi onestamente un giorno aveva voluto farla sua? Voleva ora dargli questa rivincita sopra colui per il quale lo aveva allora rifiutato? O voleva tendergli un'insidia? Questo sospetto, per quanto gli paresse indegno in quel momento, gli s'era pure insinuato tra le varie ondeggianti supposizioni.
Non poteva aver molta stima di lei.
Ma quale insidia? Innamorarlo, fargli perdere la testa, fino al punto di suscitar la gelosia di Flaminio Salvo, e farlo cacciar via da questo? Ma non le aveva egli detto che nessuna perdita sarebbe stata per lui, ormai, lasciare il Salvo? E poi, qual interesse avrebbe avuto ad allontanarlo? che ombra le dava? Le ricordava nella miseria presente, il passato? Ma se lei stessa, stringendogli forte, segretamente la mano, aveva voluto ricordare a lui invece quel passato, per toglier l'ombra di esso fra loro due? E gli era parsa sincera! Sì, franca e sincera! E com'era bella! Qual fascino si sprigionava da tutta la persona di lei! Oh, esserne amato...
Giunto alla villa di Flaminio Salvo, ora silenziosa e buja, Aurelio Costa lasciò nella scuderia il cavallo e salì nello studio, ove il Salvo lo aspettava.
Questi notò subito il turbamento, l'animazione insolita nel volto e nelle parole del giovine che si scusava del ritardo per essere stato trattenuto a cena dal principe.
Ascoltandolo, lo fissava con acuta investigazione; e, appena Aurelio chinava gli occhi, accentuava un po' più il solito sorriso, effuso in tutti i lineamenti del volto, che un po' di stanchezza, quella sera, faceva apparir più floscio.
- Me l'aspettavo - gli disse, carezzandosi le basette.
- Credetti che...
- si provò ad aggiungere Aurelio.
- Ma sì! hai fatto bene, - lo interruppe subito il Salvo.
- Che buon'aria porti da fuori! Deve far bene una cavalcata a quest'ora in campagna...
Bella serata! Qua si soffoca...
Quando sarai vecchio te ne ricorderai...
- Io? - domandò Aurelio, indotto a sorridere dal tono amorevole con cui il Salvo gli parlava, quantunque le parole, dopo le riflessioni fatte nel venire, lo ponessero in sospetto.
- Perché?
- Mah...
dico, forse...
- sospirò il Salvo, accompagnando un'alzata di spalle con un gesto vago della mano.
- Veramente, tu ci sei avvezzo...
Di giorno, di notte, in giro...
Vita mossa, la tua! Ma forse questa gita è stata speciale.
Quando siamo vecchi, ci si accendono, così, a lampi, ricordi, visioni lontane di noi stessi quali fummo in certi momenti...
e non sappiamo neppure perché quel momento e non un altro ci sia rimasto impresso e, a un tratto, ci si stacchi e guizzi sperduto nella memoria.
Era forse un ricordo più ampio, di tutto un brano di vita.
S'è spezzato.
Resta viva una sola scena, vivo un sol momento, un attimo...
E ti rivedrai a cavallo, in una notte serena sotto le stelle...
e forse invano ti sforzerai di ricordarti quali pensieri avevi in quel punto in mente, quali sentimenti nel cuore...
- Ma questo avviene anche senz'esser vecchi - osservò Aurelio.
- Non è lo stesso, - rispose il Salvo.
- Te n'accorgerai.
E restò un pezzo con gli occhi immobili e fissi senza attenzione.
C'era veramente anche nel Salvo, quella sera, non so che di strano, e anche Aurelio lo notò, come se, durante la sua assenza, quegli, lì nello studio austero, se ne fosse stato immerso in pensieri che gli avessero ingenerato una tristezza nuova.
Quali pensieri? Certo, se n'era stato coi gomiti su la scrivania e la testa tra le mani, poiché sul capo, calvo su l'occipite, erano scomposti i pochi capelli grigi attorno alla fronte.
Aurelio sapeva ch'era profondamente triste il fondo di quell'anima torbida e imperiosa, e che il tratto duro, i modi risentiti e irruenti eran come rigurgiti istantanei di quella tristezza inveterata, nascosta, compressa, inconsolabile.
Ma perché si era tanto abbandonato ad essa proprio in quella sera che doveva esser lieto della vittoria?
- Tutti bene laggiú? - domandò il Salvo, riscotendosi.
- Lui, lo hai visto?
- No, - rispose Aurelio, dissimulando l'impaccio e il turbamento che forse gli trasparivano sul viso, col timore d'aver mancato a una cosa che doveva fare; e però aggiunse in iscusa, arrossendo: - Perché la signora disse che riposava.
- Su gli allori, eh? - aggiunse il Salvo; quindi, levando il mento e sorridendo apertamente, domandò: - E...
dimmi, contenta, lei...
la signora?
Aurelio aprì le braccia, e con l'aria di chi si fa nuovo di una cosa:
- Non mi parve, - rispose.
- Perché?
- Dev'esser contenta.
Va a Roma...
- Già, col marito adesso...
- Deputato, deputato, - concluse il Salvo, dimenando il capo.
- Era necessario! Deputato.
E si alzò.
- Vedi, caro mio, quali sono le nostre colpe imperdonabili? Poi ci lamentiamo! In un momento come questo, con un'impresa come quella che abbiamo in animo di tentare, che ci costa già tanti studii, che mi espone già a tanti rischi, ho fatto eleggere deputato Capolino.
Proprio l'uomo che mi ci voleva, non ti pare? per parlar forte a Roma, domani, al Ministero dell'Industria e del Commercio...
Ma era necessario.
Vedrai che Ignazio starà benissimo a Roma: è il posto suo, quello.
Qua m'ingombrava...
Piazza pulita, piazza pulita...
Caso mai, andrò io a parlare col signor Ministro, a Roma.
Bisogna però che prima qua sottoscrivano tutti i produttori di zolfo, grossi e piccini; li voglio tutti; e con questo, che limitino occorrendo, l'estrazione del minerale e lo depositino tutto nei magazzini generali.
Se no, niente.
Arrischio i miei capitali per la salvezza dell'industria siciliana.
Ho diritto di pretendere l'unione e l'accordo di tutti gl'interessati e qualche lieve sacrifizio, se occorre.
Intanto, mentre qua si studia sul serio per portar rimedio a questa condizione di cose disperata per tutti, hai sentito a Grotte? Vogliono imporsi col numero...
Stupidi! Imporsi a chi, e perché? la rovina, oggi, è più per chi ha, che per chi non ha! Il numero...
Che forza può avere il numero? Ti può dar l'urto bestiale; ma la valanga che atterra, si frantuma anch'essa nello stesso tempo.
Ah che nausea! che nausea! A uno a uno, hanno paura, capisci? e si raccolgono in mille per dare un passo che non saprebbero da soli; a uno a uno, non hanno un pensiero; e mille teste vuote, raccolte insieme, si figurano che l'avranno, e non s'accorgono che è quello del matto o dell'imbroglione che le guida.
Questo, là.
E qua? Qua un altro spettacolo, più nauseante.
Io forse invecchio, Aurelio.
- Lei?
- Invecchio, sì; perdo il gusto di comandare.
Me lo fa perdere la servilità che scopro in tutti.
Uomini, vorrei uomini! Mi vedo attorno automi, fantocci che devo atteggiare così o così, e che mi restano davanti, quasi a farmi dispetto, nell'atteggiamento che ho dato loro, finché non lo cambio con una manata.
Soltanto di fuori però, capisci? si lasciano atteggiare! Dentro...
eh, dentro, restano duri, coi loro pensieri coperti, nemici, vivi solamente per loro.
Che puoi su questi? Docili di fuori, miti, malleabili, visi ridenti, schiene ossequiose, t'approvano, t'approvano sempre.
Ah, che sdegno! Vorrei sapere perché mi arrovello così; perché e per chi lo faccio...
Domani morrò.
Ho comandato! Sì, ecco: ho assegnato la parte a questo e a quello, a tanti che non hanno mai saputo veder altro in me che la parte che rappresento per loro.
E di tant'altra vita, vita d'affetti e di idee che mi s'agita dentro, nessuno che abbia mai avuto il più lontano sospetto...
Con chi vuoi parlarne? Sono fuori della parte che devo rappresentare...
Certe volte, a qualcuno che viene qua a visitarmi, a incensarmi, mi diverto a rivolgere certi sguardi, certi sguardi che sfondano la parete, e me lo vedo allora per un attimo, restar davanti sospeso, impacciato, goffo; Dio sa che forza devo far su me stesso per non scoppiargli a ridere in faccia.
Mi crederebbe ammattito, per lo meno.
E anche tu, caro mio, se vedessi con che occhi mi stai guardando in questo momento...
- Io no! - disse subito Aurelio, riscotendosi.
Flaminio Salvo rise, scotendo il capo:
- Anche tu, anche tu...
È così; per forza è così...
Ti posso io dire quel che vorrei veramente da te? il piacere che mi faresti, se tu agissi com'io forse al tuo posto agirei?
- E perché no? - domandò Aurelio, levandosi.
- Mi dica...
- Ma perché no, - negò subito il Salvo, stringendosi nelle spalle, - perché non posso...
Puoi dirmi tu quel che pensi, quel che senti, la vita che hai dentro in questo momento?...
Non puoi...
Sei davanti a me nelle relazioni che possono correre fra me e te: tu sei il mio ingegnere, il mio buon figliuolo che amo, a cui questa sera, davanti a una ventina di marionette, ho dato l'incarico di recarsi a Colimbètra, messaggero di trionfo: e basta! Che altro potrei dirti? Questo soltanto, forse, per il tuo bene...
E Flaminio Salvo posò una mano sulla spalla di Aurelio:
- Non ti tracciar vie da seguire, figliuolo mio; né abitudini, né doveri; va', va', muoviti sempre; scròllati di tratto in tratto d'addosso ogni incrostatura di concetti; cerca il tuo piacere e non temere il giudizio degli altri e neanche il tuo, che puoi stimar giusto oggi e falso domani.
Conosci don Cosmo Laurentano? Se sapessi quanta ragione ha quel matto! Va', va', è tardi; andiamo a dormire.
Addio.
Sceso nel viale della Passeggiata, sotto gli alberi spioventi, nell'ampio silenzio della notte, Aurelio Costa ebbe l'impressione di non trovar più se stesso in sé, e si fermò come per cercarsi.
I pensieri che lo avevano agitato intorno al suo avvenire, per quel vasto disegno del Salvo; gli sguardi provocanti, le parole e le premure di Nicoletta Capolino, poc'anzi, a Colimbètra; e qua, adesso, questo discorso triste, sinuoso e inatteso del Salvo, gli avevano quasi disperso, sparpagliato lo spirito.
Una parte era rimasta là a Colimbètra; l'altra qua nella villa.
Frastornato, messo in sospetto, ripensava alle parole del Salvo.
E dunque sarebbe andata a Roma Nicoletta? E allora? Ma come? Il Salvo s'era voluto sbarazzare del Capolino? Sì, lo aveva detto chiaramente: Piazza pulita.
Aveva alluso fors'anche a lei? C'era una certa ironia nella domanda che gli aveva rivolta: Contenta, la signora? Aveva voluto allontanare anche lei dalla sua casa? O forse ella gli si era ribellata? Era egli così triste, in un animo così insolito, per questo? E che voleva da lui? Che senso cavare dalle strane cose che gli aveva dette? Ti posso io dire il piacere che mi faresti, se tu agissi com'io forse al tuo posto agirei? Che piacere? che aveva inteso dire? Un desiderio segreto, inconfessabile? O aveva detto così, in genere? S'era lamentato d'aver attorno automi, fantocci...
E quei consigli, infine! Per quanto si sforzasse, non riuscì a raccapezzarsi.
E allora, quasi lasciando fuori, a vagar dove volevano pensieri e dubbii e sospetti, si restrinse nel guscio sicuro della sua coscienza, nel sentimento modesto, tranquillo e solido che aveva sempre avuto di sé.
Per il caso fortuito d'aver cavato, un giorno, quasi senza volerlo, dalle mani della morte il Salvo, era stato sollevato a una condizione invidiabile, di cui con le sue stesse doti naturali, e la buona volontà, aveva poi saputo rendersi degno.
Il favore stesso della fortuna, che tutti riconoscevano meritato, l'eco ingrandita degli onori a cui era venuto negli studii, nei concorsi, nella professione, gli avevano dato di poi un'importanza che egli stesso riconosceva soverchia, e che lo metteva qualche volta in imbarazzo.
Il modo con cui si vedeva accolto e trattato, quel che si diceva di lui, gli dimostravano di continuo ch'egli era per gli altri qualcosa di più che per se stesso; un altro Aurelio Costa, ch'egli non conosceva bene, di cui non si rendeva ben conto; restava perciò sempre innanzi agli altri in uno stato d'animo angustioso, in una strana apprensione confusa, di venir meno all'aspettativa altrui, di decadere dalla sua reputazione.
Sapeva star bene al suo posto, ma avrebbe voluto starci quieto e sicuro; invece gli pareva che gli altri, avendo egli preso a salire fin da ragazzo, gli indicassero ancora come a lui pertinente un posto più alto, e lo spingessero e non lo lasciassero star tranquillo.
Non era timidezza la sua; era un ritegno impiccioso, che spesso lo irritava contro gli altri o contro se stesso, una costernazione assidua che si scoprisse in lui qualche manchevolezza, se appena appena si fosse allontanato dal campo delle sue conoscenze, ove si sentiva sicuro, dal posto, ove poteva stare, ov'era arrivato da sé per suo merito effettivo.
La irritazione contro se stesso nasceva anche dal veder che tanti, da lui stesso stimati inferiori in tutto, sapevano farsi avanti con disinvoltura ed erano lasciati passare; mentre lui, ritenuto da tutti superiore anche al concetto ch'egli aveva di se medesimo, lui si tirava indietro e, se spinto, si sentiva spesso impacciato nei movimenti, nel parlare, e arrossiva talvolta come una fanciulla.
Quella sera, Aurelio C