I VECCHI E I GIOVANI, di Luigi Pirandello - pagina 3
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Che fosse vero? Sciaralla si sforzò d'impedire che quella notizia incredibile, di un avvenimento così inopinato, gli accendesse in un lampo la visione di splendide feste, di una gaja animazione nuova in quel silenzioso, austero ritiro; la speranza di regali per la bella comparsa che avrebbe fatto coi suoi uomini e il servizio inappuntabile che avrebbe disimpegnato...
Ma il principe, possibile? così serio...
alla sua età? E poi, come prestar fede al Prèola?
Cercando di nascondere la meraviglia e la curiosità con un sorriso di diffidenza, gli domandò:
- E chi sposa?
- Se mi dài la lettera, te lo dico, - rispose quello.
- Domani! Va' là! Ho capito.
E Sciaralla si spinse col busto per cacciar la giumenta.
- Aspetta! - esclamò il Prèola, trattenendo Titina per la coda.
- M'importa assai delle nozze, e che tu non ci creda! Forse...
vedi? questo mi premerebbe più di sapere...
forse il principe parla al fratello delle elezioni, della candidatura del nipote.
Non sai neanche questo? Non sai che Roberto Auriti, «il dodicenne eroe», si presenta deputato?
- So un corno io; chi se n'impiccia? - fece Sciaralla.
- Non abbiamo l'on.
Fazello per deputato?
- Non lo dico io che siete fuori della storia, vojaltri, a Colimbètra! - ghignò il Prèola.
- Abbiamo le elezioni generali, e Fazello non si ripresenta, somaro, per la morte del figliuolo!
- Del figliuolo? Se è scapolo!
Il Prèola tornò a ridere sguajatamente.
- E che uno scapolo, uomo di chiesa per giunta, non può aver figliuoli? Bestione! Avremo l'Auriti, sostenuto dal governo, contro l'avvocato Capolino.
Fiera lotta, singolar tenzone...
Dammi la lettera!
Sciaralla diede una spronata a Titina e con uno sfaglio si liberò del Prèola.
Questi allora gli tirò dietro una e due sassate; stava per tirargli la terza, quando dalla svoltata si levò una voce rabbiosa:
- Ohè, corpo di...
Chi tira?
E un'altra voce, rivolta evidentemente a Sciaralla che fuggiva:
- Vergògnati! Fantoccio! Ignorante! Buffone!
E dalla svoltata apparvero sotto un ombrellaccio verde sforacchiato, stanchi e inzaccherati, i due inseparabili Luca Lizio e Nocio Pigna, o, come tutti da un pezzo li chiamavano, Propaganda e Compagnia: quegli, uno spilungone ispido e scialbo, con un pajo di lenti che gli scivolavano di traverso sul naso, stretto nelle spalle per il freddo e col bavero della giacchettina d'estate tirato su; questi, tozzo, deforme, dal groppone sbilenco, con un braccio penzolante quasi fino a terra e l'altro pontato a leva sul ginocchio, per reggersi alla meglio.
Erano i due rivoluzionarii del paese.
Capitan Sciaralla credeva a torto che nessuno si movesse a Girgenti.
Si movevano loro, Lizio e Pigna.
È vero che, l'uno e l'altro, quella mattina, così bagnati e intirizziti, sotto quell'ombrello sforacchiato, non davano a vedere che potessero esser molto temibili le loro imprese rivoluzionarie.
Nessuno poteva vederlo meglio di Marco Prèola, il quale avendo già da un pezzo abbandonato al caso la propria vita, tenuta per niente da lui stesso più che dagli altri e senza più né affetti né fede in nulla, sciolta non pur d'ogni regola, ma anche d'ogni abitudine e gettata in preda a ogni capriccio improvviso e violento, tutto vedeva buffo e vano e tutto e tutti derideva, sfogando in questa derisione le scomposte energie non comuni dell'animo esacerbato.
Sapeva che, tre giorni addietro, quei due si erano recati alla marina di Porto Empedocle a catechizzare i facchini addetti all'imbarco dello zolfo, gli scaricatori, gli stivatori, i marinaj delle spigonare, i carrettieri, i pesatori, per raccoglierli in fascio.
Vedendoli di ritorno a quell'ora, in quello stato, arricciò il naso, si fermò in mezzo allo stradone ad aspettarli per accompagnarsi con loro fino a Girgenti; quando gli furon vicini, aprì le braccia, quasi per reggere un fiasco, di que' grossi, e disse loro:
- Andiamo; niente: lo porto io.
Il Pigna si fermò e, sforzandosi di dirizzarsi meglio sul braccio, squadrò con disprezzo il Prèola.
Il corpo, tutto groppi e nodi; ma una faccia da bambolone aveva, senza un pelo, arrossata sulle gote dal salso che gli aveva dato fuori alla pelle, e un pajo d'occhi neri, smaltati e mobilissimi da matto, sotto un cappellaccio tutto sbertucciato, che lo faceva somigliare a uno di quei fantocci che schizzan su dalle scàtole a scatto.
Marco Prèola lo chiamò con un vezzeggiativo dispettosamente bonario, e gli disse ammiccando:
- Nociarè, non te n'avere a male! Mondaccio laido è questo, d'ingrati.
Marinaj, piedi piatti.
Oh, e chiudi il paracqua, Luca! Dio ci manda l'acqua, e non te ne vuoi profittare? Laviamoci il visino, così...
E levò la faccia fangosa verso il cielo.
Spruzzolava ancora dalle nuvole che s'imporporavano negli orli frastagliati, correndo incontro al sole che stava per levarsi, un'acquerugiola gelida e pungente.
- Che son aghi? - gridò, sbruffando come un cavallo, squassando la testa e buttandosi apposta addosso al Pigna.
Sozzo com'era già da capo a piedi e tutto fradicio di pioggia, si sentiva ormai libero da ogni angustia di guardarsi dall'acqua e dalla zàcchera, e provava la voluttà, sguazzando nel fango senza più impaccio né ritegno, di potere insozzarne gli altri impunemente.
- Scànsati! - gli gridò il Pigna.
- Chi ti cerca? chi ti vuole? chi ti ha dato mai confidenza?
Il Prèola, senza scomporsi, gli rispose:
- Quanto mi piaci arrabbiato! Creta madre, caro mio.
Te ne volevo attaccare un po'...
Mi scansi? Poi ti lagni degli altri, che sono ingrati.
- Ci vuole una faccia...
- brontolò il Pigna, rivolto al Lizio.
Ma questi andava chiuso in sé, non curante e accigliato.
Diede una spallata, come per dire che non voleva esser frastornato dai suoi pensieri, e avanti.
Il Prèola li seguì un pezzo in silenzio, un po' discosto, guardando ora l'uno ora l'altro.
Aveva nelle viscere la smania di fare qualche cosa, quella mattina; non sapeva quale, si sarebbe messo a urlare come un lupo.
Per non urlare, apriva la bocca, si cacciava una mano sui denti e tirava fin quasi a slogarsi la mascella; poi sospirava o si scrollava tutto in un fremito animalesco.
Poteva solo sfogarsi con quei due; ma, a stuzzicare il Lizio, che gusto c'era? Disperatonaccio come lui e, per giunta, con la testa piena di fumo.
Due disgrazie, una sopra l'altra, il suicidio del padre, bravo avvocato ma di cervello balzano, poi quello del fratello, gli avevano cattivato in paese una certa simpatia, mista di costernazione, e anche un certo rispetto.
Studiava molto e parlava poco, anzi non parlava quasi mai.
La ragione c'era, veramente: gli mancava quasi mezzo alfabeto.
Di lui si poteva ridere soltanto per questo: che aveva trovato nel Pigna il suo organetto; e organetto e sonatore, ogni volta, ai comizii, comparivano insieme.
Se il Pigna stonava, egli lo rimetteva in tono, serio serio, tirandolo per la manica.
Rivoluzione sociale...
fratellanza dei popoli...
rivendicazione dei diritti degli oppressi...
parole grandi, insomma! E forse perciò, distratto, s'era attaccato intanto a un tozzo di pane faticato da altri per lui.
Faceva benone, oh! Solo che, con questo po' po' di freddo...
- Una caffettierina, volesse Iddio! - invocò con improvviso scatto il Prèola, levando le braccia.- Tre pezzetti di zucchero, un vasetto di panna, quattro fettine di pane abbruscato.
Oh animucce sante del Purgatorio!
Luca Lizio si voltò, brusco, a guatarlo.
Proprio a una tazzina di caffè pensava in quel momento, così accigliato; e la vedeva, e se ne inebriava quasi in sogno, aspirandone il fumante aroma; e stringeva in tasca, nel desiderio che lo struggeva, il pugno intirizzito.
Partito a bujo, e sconfitto, da Porto Empedocle, sentiva un freddo da morire; non gli pareva l'ora d'arrivare.
Avvilito da quel bisogno meschino, si vedeva misero, degno di conforto, d'un conforto che sapeva di non poter trovare in nessuno.
Poc'anzi, tra quel fantoccio fuggito di là su la giumenta bianca e il Prèola fermo più su ad aspettare con un ghigno rassegato sulle labbra, aveva avuto lui stesso un'improvvisa strana impressione di sé, che gli era penetrata fino a toccare e sommuovere dal fondo del suo essere un sentimento finora sconosciuto, quasi di stupore per tutti i suoi sdegni, per tutte le sue furie ardenti, le quali a un tratto gli s'erano scoperte, come da lontano, folli e vane, là in mezzo a quella scena di desolato squallore.
Nella magrezza miserabile del suo corpo tremante di freddo e pur madido di un sudorino vischioso, s'era veduto simile a quegli alberi che s'affacciavano dalle muricce, stecchiti e gocciolanti.
Gocciolavano anche a lui per il freddo la punta del naso e gli occhi miopi dietro le lenti.
S'era ristretto in sé; e, quasi quell'impressione, toccato il fondo del suo essere e vanita in quello stupore, gli si fosse ora serrata attorno come un'irta angustia, s'era sentito tutto dolere: doler le tempie schiacciate, le aguzze sporgenze delle scapole, su cui la stoffa della giacchettina d'estate aveva preso il lustro, e i polsi scoperti dalle maniche troppo corte e i piedi bagnati entro le scarpe rotte.
E tutto ora gli pareva un di più, una soperchieria crudele: ogni nuova pettata di quello stradone divenuto una fiumara di creta; la cruda luce dell'alba che, non ostante la cupezza di quelle nuvole, si rifletteva su la motriglia e lo abbagliava; ma sopra tutto la compagnia di quel tristo, da capo a piedi imbrattato di fango, fango fuori, fango dentro, che stuzzicava il Pigna a parlare.
Avvezzo ormai da anni a star zitto, provava uno stordimento a mano a mano più confuso per quel suo silenzio che, all'insaputa di tutti, si nutriva e s'accresceva dentro di lui di certe stravaganti impressioni, come quella di poc'anzi, che non avrebbe potuto esprimere neppure a se stesso, se non a costo di togliere ogni credito e ogni fiducia all'opera sua.
Marco Prèola, intanto, seguitava a dire, quasi tra sé:
- Io, va bene; che sono io? un vagabondo; mi merito questo e altro.
Ma vedete Domineddio che tempo pensa di fare, quando sono in cammino per una santa missione due poveri umanitarii che una turba irriverente ha cacciato via, di notte, a nerbate!
Il Pigna accennò di fermarsi, fremente; ma Luca Lizio lo tirò via con uno strappo alla manica e un grugnito rabbioso.
- Nerbate...
ma bada, sai! - masticò quello tra i denti.
- Gliele darei io, le nerbate...
- E da te me le piglierei, Nociarè, - s'affrettò a dirgli il Prèola con un inchino, - perché tu, non sembri, ma sei un eroe.
Puzzi, mannaggia, ma sei un eroe; e quando te lo dico io ci puoi credere.
Il popolo non ti può capire.
Non può capire la tua idea, perché per disgrazia l'idea non ha occhi, non ha gambe, e non ha bocca.
Parla e si muove per bocca e con le gambe degli uomini.
Se dici, poniamo: «Popolo, l'umanità cammina! T'insegnerò io a camminare!» - son capaci di guardarti le cianche, come le butti: «Ma guarda un po', chi vuole insegnarci a camminare!».
- Pezzo d'asino! - sbottò Propaganda, non potendo più tenersi.
- E non si chiama ragionare coi piedi, codesto?
- Io? Il popolo! - rimbeccò il Prèola.
- Il Popolo, per tua norma,- ribatté il Pigna, roteando gli occhi da matto; ma subito si trattenne.- Non lo nominare, il Popolo; non sei degno neanche di nominarlo, tu, il Popolo! Troppe cose ha capito il Popolo, caro mio, per tua norma; e prima di tutte questa: che i tuoi patrioti lo ingannarono...
- I miei?- fece il Prèola, ridendo.
- I tuoi, quelli che lo spinsero a fare la rivoluzione del Sessanta, promettendo l'età dell'oro! I patrioti e i preti.
Noi, caro mio, per tua norma, gli dimostriamo, quattr'e quattr'otto e con le prove alla mano, che...
capisci? per virtù della sua stessa forza, capisci? per virtù, dico bene, della sua stessa forza, non per concessione d'altri, esso può, se vuole, migliorare le sue condizioni.
- Meglio sarebbe per forza della sua virtù, - osservò, placido, il Prèola.
Il Pigna lo guardò, stordito.
Ma subito quello s'affrettò a tranquillarlo:
- Niente, non ci badare.
Giuoco di parole!
- Per virtù...
per virtù della sua stessa forza,- ribatté a bassa voce, non più ben sicuro il Pigna, rivolgendosi al Lizio per consigliarsi con gli occhi di lui se aveva detto bene; e seguitò, un po' sconcertato: - Migliorare, sissignore, questo iniquo ordinamento economico, dove uomini vivono...
cioè, no...
oppure, sì...
uomini vivono senza lavorare, e uomini, pur lavorando, non vivono! Capisci? Noi diciamo al Popolo: «Tu sei tutto! Tu puoi tutto! Unìsciti e detta la tua legge e il tuo diritto!».
- Bravissimo! - esclamò il Prèola.
- Permetti che parli io, adesso?
- La tua legge e il tuo diritto! - ripeté ancora una volta il Pigna, furioso.
- Parla, parla.
- E non t'offendi?
- Non m'offendo: parla.
- Fosti, sì o no, sagrestano fino a poco tempo fa?
Propaganda si voltò di nuovo a guardarlo, stordito.
- Che c'entra questo?
E il Prèola, placido:
- Hai promesso di non offenderti! Rispondi.
- Sagrestano, sissignore, - riconobbe il Pigna, coraggiosamente.
- Ebbene? Che vuoi dire con ciò? Che ho cambiato colore?
- No, che colore! Lascia stare.
Al massimo, casacca.
- Ho imparato a conoscere i preti, ecco tutto!
- E a far figliuoli, - raffibbiò il Prèola: - sette figlie femmine, tutte di fila; lo puoi negare?
Nocio Pigna si fermò per la terza volta a guatarlo.
Aveva promesso di non offendersi.
Ma dove voleva andare a parare con quell'interrogatorio? Aveva perduto il posto alla chiesa, perché una delle figliuole, la maggiore, e un certo canonico Landolina...
- Col patto, oh, di non toccare certi tasti, - lo prevenne, scombujandosi e abbassando gli occhi.
- No no no, - disse precipitosamente il Prèola, con una mano al petto.
- Senti, Nocio, io sono, a giudizio de' savi universale, quel che si dice un farabutto.
Va bene? Sono stato otto mesi dentro...
figùrati! E vedi qua? - soggiunse, indicando la cicatrice sulla gota.
- Quando mi buttai a fiume, come dicono a Roma...
Già!...
Figùrati dunque se certe cose mi possono fare impressione! Sai, anzi, che mi fa impressione? Che tu, a quella disgraziata...
- Non tocchiamo, t'ho detto, certi tasti.
- Caro mio! - sospirò il Prèola, socchiudendo gli occhi.
- Ti faccio una confidenza.
Quelli che combatto sono i soli per cui abbia una certa stima.
Ma questi tali, per le mie...
diciamo disgrazie, non vogliono averne di me, e non mi vorrebbero lasciar vivere.
Qui sbagliano.
Vivere debbo! E per vivere, sto coi preti.
Gli uomini non perdonano; Dio invece, a detta dei preti, m'ha da un pezzo perdonato; e con questa scusa si servono di me.
Guarda, oh, che piazza, Nocio! - aggiunse, buttandosi indietro il cappelluccio per mostrare la fronte.- E ce n'ho, dentro, sai! Se le cose mi fossero andate per il loro verso...
Basta, lasciamo stare.
Io, voi...
tutto...
ma guardate! Fango.
Ci stiamo tutti e tre, coi piedi affondati; ebbene, parliamoci chiaro, in nome di Dio, diciamoci le cose come sono, senza vestirle di frasi, nude; pigliamoci questo piacere! Io sono un porco, sì, ma tu che sei, Nociarè? che lavoro è il tuo, me lo dici? Pàssati una mano sulla coscienza: tu non lavori!
- Io? - esclamò il Pigna, stupito più che offeso dell'ingiustizia, allungando il braccio e ripiegandolo sul petto con l'indice teso.
- Lavori per la causa? Frase! - ribatté il Prèola, pronto.
- T'ho pregato: la verità nuda! Poi te la vesti a casa come vuoi, per quietarti la coscienza.
Lavoravi...
ti cacciarono via dalla chiesa; poi, da un banco di lotto...
Calunnia, lo so! Ma pure, se davvero ti fossi messo in tasca i bajocchi dei gonzi che venivano a giocare al botteghino, credi che per me avresti fatto male? Benone avresti fatto! Ma ora che fai? Lavorano le tue figliuole, e tu mangi e predichi.
E qua, quest'altro San Luca evangelista...
Come lo chiamate? Amore libero.
Va bene: frase! Il fatto è che s'è messo con un'altra delle tue figliuole, e...
Luca Lizio, a questo punto, livido e scontraffatto, si avventò con le braccia protese alla gola del Prèola.
Ma questi si trasse indietro, ridendo, finché poté ghermirgli i polsi e respingerlo senza furia.
- Ma va'! - gli gridò, con un lustro di gioja maligna negli occhi e nei denti.
- Io sto dicendo la verità.
- Lascialo perdere! - s'interpose il Pigna, a sua volta trattenendo Luca Lizio e riavviandosi.
- Non vedi che fa professione di mosca canina?
- Canina, già: gli ho punzecchiato la nudità,- sghignò il Prèola.- E con questo freddo...
Sì sì, meglio nasconderla! Volevo spiegarti soltanto, caro Nocio, senza offenderti, perché non puoi fare effetto.
- Perché questo è un paese di carogne! - gridò il Pigna, voltandosi a fulminarlo con tanto d'occhi.
- D'accordo!- approvò subito il Prèola.
- E io, piú carogna di tutti.
D'accordo! Ma tu non lavori: le tue figliuole lavorano, e Luca mangia e studia, e tu mangi e predichi.
Studiare, predicare: parole.
La sostanza è il boccone che si mangia.
Vorrei sapere come non vi strozza, pensando che le tue figliuole sgobbano a cucire e non dormono la notte per procurarvelo.
Il Pigna finse di non udire; scrollò più volte il capo e brontolò tra sé, di nuovo:
- Paese di carogne! Va' ad Aragona, a due passi da Girgenti; va' a Favara, a Grotte, a Casteltermini, a Campobello...
Paesi di contadini e solfaraj, poveri analfabeti.
Quattromila, soltanto a Casteltermini! Ci sono stato la settimana scorsa ho assistito all'inaugurazione del Fascio.
- Col lumino acceso davanti alla Madonna? - domandò il Prèola.
- Altro è Dio, altro il prete, imbecille! - rispose alteramente il Pigna.
- E le trombe che suonano la fanfara reale?
- Disciplina! Disciplina! - esclamò il Pigna.
- Fanno bene! Bisognava vederli...
Tutti pronti e serii...
quattromila...
compatti...
parevano la terra stessa, la terra viva, capisci? che si muove e pensa...
ottomila occhi che sanno e che ti guardano...
ottomila braccia...
E il cuore mi si voltava in petto pensando che soltanto da noi, qua a Girgenti, capoluogo, a Porto Empedocle, paese di mare, aperto al commercio, niente! niente! non si può far niente! Come i bruti! Peggio! Ma sai come vivono giù a Porto Empedocle? Come si fa ancora l'imbarco dello zolfo? Lo sai?
Marco Prèola era stanco: crollò il capo, mormorò:
- Porto Empedocle...
E a tutti e tre si rappresentò l'immagine di quella borgata di mare cresciuta in poco tempo a spese della vecchia Girgenti e divenuta ora comune autonomo.
Una ventina di casupole prima, là sulla spiaggia, battute dal vento tra la spuma e la rena, con un breve ponitojo da legni sottili, detto ora Molo Vecchio, e un castello a mare, quadrato e fosco dove si tenevano ai lavori forzati i galeotti, quelli che poi, cresciuto il traffico dello zolfo, avevano gettato le due ampie scogliere del nuovo porto, lasciando in mezzo quel piccolo Molo, al quale in grazia della banchina, è stato serbato l'onore di tener la sede della capitaneria del porto e la bianca torre del faro principale.
Non potendo allargarsi per l'imminenza d'un altipiano marnoso alle sue spalle, il paese s'è allungato sulla stretta spiaggia, e fino all'orlo di quell'altipiano le case si sono addossate, fitte, oppresse, quasi l'una sull'altra.
I depositi di zolfo s'accatastano lungo la spiaggia; e da mane a sera è uno stridor continuo di carri che vengono carichi di zolfo dalla stazione ferroviaria o anche, direttamente, dalle zolfare vicine; e un rimescolìo senza fine d'uomini scalzi e di bestie, ciattìo di piedi nudi sul bagnato, sbaccaneggiar di liti, bestemmie e richiami, tra lo strepito e i fischi d'un treno che attraversa la spiaggia, diretto ora all'una ora all'altra delle due scogliere sempre in riparazione.
Oltre il braccio di levante fanno siepe alla spiaggia le spigonare con la vela ammainata a metà su l'albero; a piè delle cataste s'impiantano le stadere su le quali lo zolfo è pesato e quindi caricato su le spalle dei facchini, detti uomini di mare, i quali, scalzi, in calzoni di tela, con un sacco su le spalle rimboccato sulla fronte e attorto dietro la nuca, immergendosi nell'acqua fino all'anca, recano il carico alle spigonare, che poi, sciolta la vela, vanno a scaricar lo zolfo nei vapori mercantili ancorati nel porto, o fuori.
- Lavoro da schiavi, - disse il Pigna, - che stringe il cuore, certi giorni d'inverno.
Schiacciati sotto il carico, con l'acqua fino alle reni.
Uomini? Bestie! E se dici loro che potrebbero diventar uomini, aprono la bocca a un riso scemo o t'ingiuriano.
Sai perché non si costruiscono le banchine sulle scogliere del nuovo porto, da cui l'imbarco si potrebbe far più presto e comodamente coi carri o i vagoncini? Perché i pezzi grossi del paese sono i proprietarii delle spigonare! E intanto, con tutti i tesori che si ricavano da quel commercio, le fogne sono ancora scoperte sulla spiaggia e la gente muore appestata; con tanto mare lì davanti, manca l'acqua potabile e la gente muore assetata! Nessuno ci pensa; nessuno se ne lagna.
Pajono tutti pazzi, là, imbestiati nella guerra del guadagno, bassa e feroce!
- Ma sai che parli bene davvero? - concluse il Prèola, approvando.
- Ma sai che ti giovarono sul serio le prediche che sentisti da sagrestano?
- Baibai, baibai, dice l'Inglese! - soggiunse Nocio Pigna, stendendo minacciosamente il lunghissimo braccio.- Trecentomila siamo, caro mio, oggi come oggi.
E presto ci sentirete.
Superata l'erta dello stradone, appoggiato di là all'altro versante della vallata, Placido Sciaralla seguitava intanto a trotterellare su Titina per Valsanìa, immerso in nuove e più complicate considerazioni, dopo quelle notizie del Prèola.
A un certo punto se ne stancò, scrollò le spalle e si mise a guardare intorno.
Gli si svolgeva ora, a sinistra, la campagna lieta della vicinanza del mare, tutta a mandorli, a olivi e a vigneti.
Era già in vista della Seta, casale d'una cinquantina d'abituri allineati sullo stradone, fondachi e taverne per i carrettieri, la maggior parte, da cui esalava un tanfo acuto e acre di mosto, un tepor grasso di letame, e botteghe di maniscalchi, di magnani, di carraj, con una stamberguccia in mezzo, ridotta a chiesuola per le funzioni sacre della domenica.
Per schivare la vista di quei borghigiani zotici che lo conoscevano tutti, Sciaralla imboccò un sentieruolo tra i campi e in breve s'internò nelle terre di Valsanìa.
Tranne il vigneto, cura appassionata e orgoglio di Mauro Mortara, e l'antico oliveto saraceno, il mandorleto e alcuni ettari di campo sativo e, giù nell'ampio burrone, l'agrumeto, che costituivano la parte di mezzo riservata a don Cosmo, tutto il resto era ceduto in piccoli lotti a mezzadrìa a poveri contadini, non dal principe don Ippolito direttamente, a cui anche quel fèudo apparteneva, ma da fittavoli di fittavoli, i quali non contenti di vivere in città da signori sulla fatica di quei poveri disgraziati, li vessavano con l'usura più spietata e con un raggiro intricato di patti esosi.
L'usura si esercitava sulla semente e su i soccorsi anticipati durante l'annata; l'angheria più iniqua, nei prelevamenti al tempo del raccolto.
Dopo aver faticato un anno, il così detto mezzadro si vedeva portar via dall'aja a tumulo a tumulo quasi tutto il raccolto: i tumuli per la semente, i tumuli per la pastura, e questo per la lampada e quello per il campiere e quest'altro per la Madonna Addolorata, e poi per San Francesco di Paola, e per San Calògero, e insomma per quasi tutti i santi del calendario ecclesiastico; sicché talvolta, sì e no, gli restava il solame, cioè quel po' di grano misto alla paglia e alla polvere, che nella trebbiatura rimaneva sull'aje.
Il sole s'era già levato, e capitan Sciaralla vedeva qua e là, nella distesa delle terre, sprazzar di luce qualche pozza d'acqua piovana o forse qualche piccolo rottame smaltato.
Tutta la campagna vaporava, quasi un velo di brina vi tremolasse.
Di tratto in tratto, qualche tugurio screpolato e affumicato, che i contadini chiamavano roba, stalla e casa insieme, e usciva da questo la moglie d'uno dei mezzadri per legare all'aperto il porchetto grufolante, e tre, quattro gallinelle la seguivano; innanzi alla porta rossigna e imporrita di quello, un'altra donna pettinava una ragazzetta che piagnucolava; mentre gli uomini, con vecchi aratri primitivi, tirati da una mula stecchita e da un lento asinello che si sfiancava nello sforzo, grattavano a mala pena la terra, dopo quella prim'acquata della notte.
Tutta questa povera gente, vedendo passare Sciaralla su la giumenta bianca, sospendeva il lavoro per salutarlo con riverenza, come se passasse il principe in persona.
Capitan Sciaralla rispondeva pieno di dignità, alzando la mano al berretto, militarmente, e accoglieva quelle dimostrazioni di rispetto come un anticipato compenso all'umiliazione che andava a patire da quella vecchia bestia feroce del Mortara.
Una costernazione tuttavia gli guastava il piacere di quei saluti: tra breve, entrando nei dominii di colui, sarebbe stato assaltato dai cani, da quei tre mastini più feroci del padrone, il quale certo aveva loro insegnato a fargli ogni volta quell'accoglienza.
E aveva un bel gridare Sciaralla, mentre quelli gli saltavano addosso, di qua e di là, fino all'altezza di Titina, la quale a sua volta traeva salti da montone, spaventata: Mauro o il curàtolo Vanni di Ninfa si presentavano col loro comodo a richiamarli, quando il malcapitato aveva già veduto più volte la morte con gli occhi.
Con quei tre mastini Mauro Mortara conversava proprio come se fossero creature ragionevoli.
Diceva che gli uomini non san capire i cani; ma questi sì, gli uomini.
Il male è - diceva - che, poveretti, non ce lo sanno esprimere; e noi crediamo che non ci capiscano e non sentano.
Sciaralla però se lo spiegava altrimenti, il fenomeno.
Quei cani intendevano così bene il padrone, perché questo era più cane di loro.
E gli parve d'averne una riprova quella mattina stessa.
Mauro stava innanzi alla villa; e i tre amiconi, vigili attorno, col muso all'aria.
Ebbene, all'arrivo di lui, questa volta, essi se ne stettero lì (uno, anzi, sbadigliò), quasi avessero compreso che il padrone avrebbe fatto ottimamente le loro veci.
- Che vuoi tu qua, a quest'ora, mal'ombra? - gli disse infatti Mauro, tirandosi giù dal capo il cappuccio del ruvido cappotto, in cui era avvolto, e scoprendo la testa oppressa dall'enorme berretto villoso.
Quand'era prossima la vendemmia, Mauro Mortara non dormiva più, le notti: stava a guardia della vigna, passeggiando per i lunghi filari, insieme coi tre mastini.
Forse se n'era stato all'aperto anche con quella notte da lupi: n'era ben capace!
Sciaralla lo salutò umilmente, poi, indicando i cani, domandò:
- Posso scavalcare?
- Scavalca, - borbottò Mauro.
- Che porti?
- Una lettera per don Cosmo, - rispose Sciaralla, smontando dalla giumenta.
E mentre si cercava nella tasca interna del cappotto, si sentiva addosso gli occhi di Mauro pieni d'ira e di scherno.
- Eccola.
La manda Sua Eccellenza di gran fretta.
- Sta' qui, - gl'intimò Mauro, prendendo la lettera.
- E bada di non lasciare la giumenta.
Sciaralla sapeva che gli era proibito di salire alla villa, come se, con la sua uniforme, potesse sconsacrare quel vecchiume, quella rozza cascinaccia d'un sol piano: lui che veniva dagli splendori di Colimbètra, dove uno si poteva specchiare anche nei muri! La proibizione non partiva certo da don Cosmo, ma dal Mortara stesso, il quale gli vietava perfino di legare la giumenta agli anelli confitti nell'aggetto della rustica scala a collo.
Doveva tener le briglie in mano e star lì in piedi, all'aperto, ad aspettare, quasi fosse venuto per l'elemosina.
Appena Mauro si mosse, i tre cani s'accostarono pian piano a capitan Sciaralla e cominciarono a fiutarlo.
Il poveretto, fermo e con l'anima sospesa, alzò gli occhi al Mortara che saliva la scala.
- Non vi sporcate il muso con codesti calzoni! - disse Mauro, dopo aver chiamato a sé i cani; e soggiunse, rivolto a Sciaralla: - Adesso ti mando un sorso di caffè, per farti rimettere dalla paura.
Pervenuto al pianerottolo, fece per bussare al modo convenuto, battendo cioè tre volte il saliscendi sul dente del nasello interno; ma, appena alzato il saliscendi, la porta si aprì, e Mauro entrò esclamando:
- Aperta? Di nuovo aperta? L'avete aperta voi? - soggiunse poi dietro l'uscio della cucina, da cui per un istante s'era mostrata la testa incuffiata di donna Sara Alàimo, la casiera (cameriera, no!) di Valsanìa.
- Io? - gridò dall'interno donna Sara.
- Mi alzo adesso, io!
E, sentendo che Mauro si allontanava, fece le corna con una mano e le scosse più volte in un gesto di dispetto.
Cameriera, no - lei: eh perbacco! né di lui, né di nessuno, là dentro.
Aveva la ventola in mano, è vero; stava ad accendere il fuoco in cucina, ma era vera signora, di nascita e d'educazione, lei; lontana parente di Stefano Auriti, cognato dei Laurentano, e perciò, via, se vogliamo, parte della famiglia anche lei.
Stava a Valsanìa da molti anni a badare a don Cosmo, che forse non avrebbe mai sentito alcun bisogno di lei se la sorella donna Caterina non gliel'avesse mandata da Girgenti, dove da vera signora non le restava altra consolazione che quella di morire dignitosamente di fame.
A Valsanìa le giornate le passavano a strisciar la groppa a due gatti, debitamente castrati, che le andavano sempre dietro a coda ritta; a dir corone di quindici poste, a labbreggiar senza fine altre preghiere; ma, a starla a sentire, tutto andava bene, solo perché c'era lei; senza lei, addio ogni cosa.
Se le messi imbiondivano, se gli alberi fruttificavano, se veniva a tempo la pioggia...
Insomma si dava l'aria di governare il mondo.
Mauro non la poteva soffrire.
E donna Sara in questo lo contraccambiava cordialmente; anzi nulla le riusciva più penoso che il dovere apparecchiar la tavola anche per lui, poiché don Cosmo pur troppo s'era ridotto fino a tal punto, fino a dar quest'onore a un figlio di contadini e quasi contadino zappaterra anche lui; sissignori...
mentre lei, donna Sara, vera signora di nascita e d'educazione, lì, in cucina lei, e obbligata a servirlo!
S'affacciò alla finestra e, vedendo giù capitan Sciaralla, emise un profondo sospiro con un breve lamento nella gola:
- Ah, Placidino, Placidino! Offriamolo al Signore in penitenza dei nostri peccati...
Intanto Mauro era entrato nello stanzino da bagno di don Cosmo.
Tutto era vecchio e rustico in quell'antica villa abbandonata: rosi i mattoni dei pavimenti avvallati; le pareti e i soffitti, anneriti; le imposte e i mobili, stinti e corrosi; e tutto era impregnato come d'un tanfo di granaglie secche, di paglia bruciata, d'erbe appassite nell'afa delle terre assolate.
Nello stanzino da bagno, don Cosmo, in mutande a maglia, nudo il torso peloso, nudi i piedi nelle vecchie ciabatte, si preparava alla consueta abluzione con una dozzina di spugne, grandi e piccole, disposte sul lavabo.
Si lavava tutto, ogni mattina, anche d'inverno, con l'acqua diaccia; e questa era l'unica delizia della sua vita: solennissima pazzia, invece, per Mauro che, sì e no, ogni mattina si lavava «la semplice maschera», com'egli diceva, per significare la sola faccia.
- Avete dormito di nuovo con la porta aperta?
- Sì? Oh guarda!- fece don Cosmo, come ne fosse stupito; e si grattò sul mento la corta barba grigia, ricciuta.
- Mai, eh? gli occhi non li aprirete mai? - incalzò Mauro.
- Non lo dico io? Il bamboccetto! l'ajo, la bàlia, gli dobbiamo dare...
Santissimo Dio, che cristiano siete? Non lo avete letto il giornale di jeri? Di quei lacci di forca che, con la scusa della fame, vogliono mandare a gambe all'aria tutto quello che abbiamo fatto noi, a costo del sangue nostro?
Don Cosmo, tra i gesticolamenti furiosi di Mauro, non s'era accorto della lettera che questi teneva in mano, e quietamente aveva cominciato a insaponarsi il capo calvo.
Stizzito da quella calma, Mauro seguitò:
- E se tutti fossero come voi...
Ma ci sono anch'io, qua per grazia di Dio! Vecchio come sono, avrebbero ancora da vedersela con me!
Don Cosmo voltò il capo tutto luccicante di bolle di sapone e lo guardò:
- Vedi che posso dunque seguitare a dormire anche con la porta aperta? Ci sei tu!
I giornali, a Valsanìa, capitavano di tanto in tanto, già destinati al loro più umile e forse più utile uso d'involti.
Mauro se li rimetteva in sesto amorosamente, ci passava sopra le mani più volte per appianarne le brancicature e gli strambelli; e, vincendo con una pazienza da certosino l'enorme stento della lettura (giacché da sé assai tardi aveva imparato a compitare appena), se ne pascolava per intere settimane, cacciandoseli a memoria dal primo all'ultimo rigo.
Eran tutte notizie nuove per lui, echi sperduti colà della vita del mondo.
Nell'ultimo giornale, venutogli così per caso tra mano, aveva letto, il giorno avanti, dl uno sciopero di solfaraj in un paese della provincia e della costituzione di essi in «Fascio di lavoratori».
- Rivendicazione del proletariato!
Uhm! si era fatte spiegare da don Cosmo queste due parole per lui sibilline, e tutta la notte, chiuso nel boricco sotto l'acqua furiosa, aveva ruminato e ruminato, sbuffante di sacro sdegno contro quei nemici della patria.
Non degnò di risposta le ultime parole di don Cosmo, il quale anche per lui non doveva avere la testa a segno, e gli porse la lettera di don Ippolito.
- L'ha portata uno dei suoi pagliacci: Sciarallino il capitano.
- Per me? - domandò don Cosmo meravigliato, tenendo l'acqua nelle mani giunte.
- Mi scrive Ippolito? Oh che miracolo...
Apri, leggi: ho le mani bagnate...
- Asciugatevele! - gli disse Mauro, brusco.
- Negli affari di vostro fratello sapete bene che non voglio entrarci.
Ma non pare la sua scrittura.
- Ah, Prèola, - osservò don Cosmo, guardando la busta.
La lettera era scritta dal segretario sotto dettatura e firmata da don Ippolito.
Leggendola, don Cosmo alle prime righe aggrottò le ciglia, poi sciolse man mano la tensione della fronte e degli occhi in uno stupore doloroso; abbassò le pàlpebre; abbassò la mano con la lettera.
- Ah, dunque è vero...
- Vero che cosa? - brontolò Mauro, stizzito della sua curiosità.
Don Cosmo sporse il labbro contraendo in giù gli angoli della bocca in un gesto d'amara e sdegnosa commiserazione, tentennando il capo, poi disse:
- Se dà questo passo, non c'è più rimedio...
si rovina...
- Ditemi che cos'è, santo diavolo!- ripeté Mauro, vieppiù stizzito.
Ma don Cosmo stette a guardarlo un pezzo prima di rispondergli.
- Mi domanda la villa, - poi disse lasciandosi cadere a una a una le parole dalle labbra, - la villa, per Flaminio Salvo.
- Qua? - domandò Mauro con un soprassalto, quasi don Cosmo gli avesse dato un pugno in faccia.
- Qua? - ripeté, tirandosi indietro.
- A Flaminio Salvo, la villa del generale Laurentano?
Ma don Cosmo non s'infuriava come Mauro per l'immaginaria profanazione della villa: era sì oppresso di doloroso stupore per ciò che significava quell'ospitalità offerta al Salvo dal fratello.
Pochi giorni addietro un amico, Leonardo Costa, che veniva qualche volta a trovarlo dal vicino borgo di mare, gli aveva riferito la voce che correva a Girgenti d'un prossimo matrimonio di don Ippolito con la sorella nubile, zitellona del Salvo.
Don Cosmo non aveva voluto crederci: suo fratello Ippolito aveva due anni più di lui, sessantacinque; da dieci era vedovo e s'era mostrato sempre inconsolabile, pur nella sua compostezza, della morte della moglie, santa donna...
Impossibile! - Eppure...
- Gli risponderete di no? - disse Mauro minaccioso dopo avere atteso un momento.
Don Cosmo aprì le braccia e sospirò, con gli occhi chiusi:
- Sarebbe inutile! E poi, del resto...
- Come! - lo interruppe Mauro.
- Il Salvo, quell'usuraio baciapile, qua? Ma me ne vado io, allora! E non vi ricordate, perdio, che suo padre andò ad assistere al Te Deum quando vostro padre fu mandato in esilio? E lui, lui stesso giovanotto, non insegnò alla sbirraglia borbonica la casa dove s'era nascosto don Stefano Auriti con vostra sorella, quando i nobili di Palermo portarono a Satriano in Caltanissetta le chiavi della città? Ve le siete scordate, voi, queste cose? Io le ho tutte qua in mente, come in un libro stampato! Fatelo venire a Valsanìa, ora, se n'avete il coraggio! Ma la stanza del Generale, no! quella, no! La chiave del camerone la tengo io! Là non metterà piede, o l'ammazzo, parola d
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