I VECCHI E I GIOVANI, di Luigi Pirandello - pagina 4
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per virtù della sua stessa forza,- ribatté a bassa voce, non più ben sicuro il Pigna, rivolgendosi al Lizio per consigliarsi con gli occhi di lui se aveva detto bene; e seguitò, un po' sconcertato: - Migliorare, sissignore, questo iniquo ordinamento economico, dove uomini vivono...
cioè, no...
oppure, sì...
uomini vivono senza lavorare, e uomini, pur lavorando, non vivono! Capisci? Noi diciamo al Popolo: «Tu sei tutto! Tu puoi tutto! Unìsciti e detta la tua legge e il tuo diritto!».
- Bravissimo! - esclamò il Prèola.
- Permetti che parli io, adesso?
- La tua legge e il tuo diritto! - ripeté ancora una volta il Pigna, furioso.
- Parla, parla.
- E non t'offendi?
- Non m'offendo: parla.
- Fosti, sì o no, sagrestano fino a poco tempo fa?
Propaganda si voltò di nuovo a guardarlo, stordito.
- Che c'entra questo?
E il Prèola, placido:
- Hai promesso di non offenderti! Rispondi.
- Sagrestano, sissignore, - riconobbe il Pigna, coraggiosamente.
- Ebbene? Che vuoi dire con ciò? Che ho cambiato colore?
- No, che colore! Lascia stare.
Al massimo, casacca.
- Ho imparato a conoscere i preti, ecco tutto!
- E a far figliuoli, - raffibbiò il Prèola: - sette figlie femmine, tutte di fila; lo puoi negare?
Nocio Pigna si fermò per la terza volta a guatarlo.
Aveva promesso di non offendersi.
Ma dove voleva andare a parare con quell'interrogatorio? Aveva perduto il posto alla chiesa, perché una delle figliuole, la maggiore, e un certo canonico Landolina...
- Col patto, oh, di non toccare certi tasti, - lo prevenne, scombujandosi e abbassando gli occhi.
- No no no, - disse precipitosamente il Prèola, con una mano al petto.
- Senti, Nocio, io sono, a giudizio de' savi universale, quel che si dice un farabutto.
Va bene? Sono stato otto mesi dentro...
figùrati! E vedi qua? - soggiunse, indicando la cicatrice sulla gota.
- Quando mi buttai a fiume, come dicono a Roma...
Già!...
Figùrati dunque se certe cose mi possono fare impressione! Sai, anzi, che mi fa impressione? Che tu, a quella disgraziata...
- Non tocchiamo, t'ho detto, certi tasti.
- Caro mio! - sospirò il Prèola, socchiudendo gli occhi.
- Ti faccio una confidenza.
Quelli che combatto sono i soli per cui abbia una certa stima.
Ma questi tali, per le mie...
diciamo disgrazie, non vogliono averne di me, e non mi vorrebbero lasciar vivere.
Qui sbagliano.
Vivere debbo! E per vivere, sto coi preti.
Gli uomini non perdonano; Dio invece, a detta dei preti, m'ha da un pezzo perdonato; e con questa scusa si servono di me.
Guarda, oh, che piazza, Nocio! - aggiunse, buttandosi indietro il cappelluccio per mostrare la fronte.- E ce n'ho, dentro, sai! Se le cose mi fossero andate per il loro verso...
Basta, lasciamo stare.
Io, voi...
tutto...
ma guardate! Fango.
Ci stiamo tutti e tre, coi piedi affondati; ebbene, parliamoci chiaro, in nome di Dio, diciamoci le cose come sono, senza vestirle di frasi, nude; pigliamoci questo piacere! Io sono un porco, sì, ma tu che sei, Nociarè? che lavoro è il tuo, me lo dici? Pàssati una mano sulla coscienza: tu non lavori!
- Io? - esclamò il Pigna, stupito più che offeso dell'ingiustizia, allungando il braccio e ripiegandolo sul petto con l'indice teso.
- Lavori per la causa? Frase! - ribatté il Prèola, pronto.
- T'ho pregato: la verità nuda! Poi te la vesti a casa come vuoi, per quietarti la coscienza.
Lavoravi...
ti cacciarono via dalla chiesa; poi, da un banco di lotto...
Calunnia, lo so! Ma pure, se davvero ti fossi messo in tasca i bajocchi dei gonzi che venivano a giocare al botteghino, credi che per me avresti fatto male? Benone avresti fatto! Ma ora che fai? Lavorano le tue figliuole, e tu mangi e predichi.
E qua, quest'altro San Luca evangelista...
Come lo chiamate? Amore libero.
Va bene: frase! Il fatto è che s'è messo con un'altra delle tue figliuole, e...
Luca Lizio, a questo punto, livido e scontraffatto, si avventò con le braccia protese alla gola del Prèola.
Ma questi si trasse indietro, ridendo, finché poté ghermirgli i polsi e respingerlo senza furia.
- Ma va'! - gli gridò, con un lustro di gioja maligna negli occhi e nei denti.
- Io sto dicendo la verità.
- Lascialo perdere! - s'interpose il Pigna, a sua volta trattenendo Luca Lizio e riavviandosi.
- Non vedi che fa professione di mosca canina?
- Canina, già: gli ho punzecchiato la nudità,- sghignò il Prèola.- E con questo freddo...
Sì sì, meglio nasconderla! Volevo spiegarti soltanto, caro Nocio, senza offenderti, perché non puoi fare effetto.
- Perché questo è un paese di carogne! - gridò il Pigna, voltandosi a fulminarlo con tanto d'occhi.
- D'accordo!- approvò subito il Prèola.
- E io, piú carogna di tutti.
D'accordo! Ma tu non lavori: le tue figliuole lavorano, e Luca mangia e studia, e tu mangi e predichi.
Studiare, predicare: parole.
La sostanza è il boccone che si mangia.
Vorrei sapere come non vi strozza, pensando che le tue figliuole sgobbano a cucire e non dormono la notte per procurarvelo.
Il Pigna finse di non udire; scrollò più volte il capo e brontolò tra sé, di nuovo:
- Paese di carogne! Va' ad Aragona, a due passi da Girgenti; va' a Favara, a Grotte, a Casteltermini, a Campobello...
Paesi di contadini e solfaraj, poveri analfabeti.
Quattromila, soltanto a Casteltermini! Ci sono stato la settimana scorsa ho assistito all'inaugurazione del Fascio.
- Col lumino acceso davanti alla Madonna? - domandò il Prèola.
- Altro è Dio, altro il prete, imbecille! - rispose alteramente il Pigna.
- E le trombe che suonano la fanfara reale?
- Disciplina! Disciplina! - esclamò il Pigna.
- Fanno bene! Bisognava vederli...
Tutti pronti e serii...
quattromila...
compatti...
parevano la terra stessa, la terra viva, capisci? che si muove e pensa...
ottomila occhi che sanno e che ti guardano...
ottomila braccia...
E il cuore mi si voltava in petto pensando che soltanto da noi, qua a Girgenti, capoluogo, a Porto Empedocle, paese di mare, aperto al commercio, niente! niente! non si può far niente! Come i bruti! Peggio! Ma sai come vivono giù a Porto Empedocle? Come si fa ancora l'imbarco dello zolfo? Lo sai?
Marco Prèola era stanco: crollò il capo, mormorò:
- Porto Empedocle...
E a tutti e tre si rappresentò l'immagine di quella borgata di mare cresciuta in poco tempo a spese della vecchia Girgenti e divenuta ora comune autonomo.
Una ventina di casupole prima, là sulla spiaggia, battute dal vento tra la spuma e la rena, con un breve ponitojo da legni sottili, detto ora Molo Vecchio, e un castello a mare, quadrato e fosco dove si tenevano ai lavori forzati i galeotti, quelli che poi, cresciuto il traffico dello zolfo, avevano gettato le due ampie scogliere del nuovo porto, lasciando in mezzo quel piccolo Molo, al quale in grazia della banchina, è stato serbato l'onore di tener la sede della capitaneria del porto e la bianca torre del faro principale.
Non potendo allargarsi per l'imminenza d'un altipiano marnoso alle sue spalle, il paese s'è allungato sulla stretta spiaggia, e fino all'orlo di quell'altipiano le case si sono addossate, fitte, oppresse, quasi l'una sull'altra.
I depositi di zolfo s'accatastano lungo la spiaggia; e da mane a sera è uno stridor continuo di carri che vengono carichi di zolfo dalla stazione ferroviaria o anche, direttamente, dalle zolfare vicine; e un rimescolìo senza fine d'uomini scalzi e di bestie, ciattìo di piedi nudi sul bagnato, sbaccaneggiar di liti, bestemmie e richiami, tra lo strepito e i fischi d'un treno che attraversa la spiaggia, diretto ora all'una ora all'altra delle due scogliere sempre in riparazione.
Oltre il braccio di levante fanno siepe alla spiaggia le spigonare con la vela ammainata a metà su l'albero; a piè delle cataste s'impiantano le stadere su le quali lo zolfo è pesato e quindi caricato su le spalle dei facchini, detti uomini di mare, i quali, scalzi, in calzoni di tela, con un sacco su le spalle rimboccato sulla fronte e attorto dietro la nuca, immergendosi nell'acqua fino all'anca, recano il carico alle spigonare, che poi, sciolta la vela, vanno a scaricar lo zolfo nei vapori mercantili ancorati nel porto, o fuori.
- Lavoro da schiavi, - disse il Pigna, - che stringe il cuore, certi giorni d'inverno.
Schiacciati sotto il carico, con l'acqua fino alle reni.
Uomini? Bestie! E se dici loro che potrebbero diventar uomini, aprono la bocca a un riso scemo o t'ingiuriano.
Sai perché non si costruiscono le banchine sulle scogliere del nuovo porto, da cui l'imbarco si potrebbe far più presto e comodamente coi carri o i vagoncini? Perché i pezzi grossi del paese sono i proprietarii delle spigonare! E intanto, con tutti i tesori che si ricavano da quel commercio, le fogne sono ancora scoperte sulla spiaggia e la gente muore appestata; con tanto mare lì davanti, manca l'acqua potabile e la gente muore assetata! Nessuno ci pensa; nessuno se ne lagna.
Pajono tutti pazzi, là, imbestiati nella guerra del guadagno, bassa e feroce!
- Ma sai che parli bene davvero? - concluse il Prèola, approvando.
- Ma sai che ti giovarono sul serio le prediche che sentisti da sagrestano?
- Baibai, baibai, dice l'Inglese! - soggiunse Nocio Pigna, stendendo minacciosamente il lunghissimo braccio.- Trecentomila siamo, caro mio, oggi come oggi.
E presto ci sentirete.
Superata l'erta dello stradone, appoggiato di là all'altro versante della vallata, Placido Sciaralla seguitava intanto a trotterellare su Titina per Valsanìa, immerso in nuove e più complicate considerazioni, dopo quelle notizie del Prèola.
A un certo punto se ne stancò, scrollò le spalle e si mise a guardare intorno.
Gli si svolgeva ora, a sinistra, la campagna lieta della vicinanza del mare, tutta a mandorli, a olivi e a vigneti.
Era già in vista della Seta, casale d'una cinquantina d'abituri allineati sullo stradone, fondachi e taverne per i carrettieri, la maggior parte, da cui esalava un tanfo acuto e acre di mosto, un tepor grasso di letame, e botteghe di maniscalchi, di magnani, di carraj, con una stamberguccia in mezzo, ridotta a chiesuola per le funzioni sacre della domenica.
Per schivare la vista di quei borghigiani zotici che lo conoscevano tutti, Sciaralla imboccò un sentieruolo tra i campi e in breve s'internò nelle terre di Valsanìa.
Tranne il vigneto, cura appassionata e orgoglio di Mauro Mortara, e l'antico oliveto saraceno, il mandorleto e alcuni ettari di campo sativo e, giù nell'ampio burrone, l'agrumeto, che costituivano la parte di mezzo riservata a don Cosmo, tutto il resto era ceduto in piccoli lotti a mezzadrìa a poveri contadini, non dal principe don Ippolito direttamente, a cui anche quel fèudo apparteneva, ma da fittavoli di fittavoli, i quali non contenti di vivere in città da signori sulla fatica di quei poveri disgraziati, li vessavano con l'usura più spietata e con un raggiro intricato di patti esosi.
L'usura si esercitava sulla semente e su i soccorsi anticipati durante l'annata; l'angheria più iniqua, nei prelevamenti al tempo del raccolto.
Dopo aver faticato un anno, il così detto mezzadro si vedeva portar via dall'aja a tumulo a tumulo quasi tutto il raccolto: i tumuli per la semente, i tumuli per la pastura, e questo per la lampada e quello per il campiere e quest'altro per la Madonna Addolorata, e poi per San Francesco di Paola, e per San Calògero, e insomma per quasi tutti i santi del calendario ecclesiastico; sicché talvolta, sì e no, gli restava il solame, cioè quel po' di grano misto alla paglia e alla polvere, che nella trebbiatura rimaneva sull'aje.
Il sole s'era già levato, e capitan Sciaralla vedeva qua e là, nella distesa delle terre, sprazzar di luce qualche pozza d'acqua piovana o forse qualche piccolo rottame smaltato.
Tutta la campagna vaporava, quasi un velo di brina vi tremolasse.
Di tratto in tratto, qualche tugurio screpolato e affumicato, che i contadini chiamavano roba, stalla e casa insieme, e usciva da questo la moglie d'uno dei mezzadri per legare all'aperto il porchetto grufolante, e tre, quattro gallinelle la seguivano; innanzi alla porta rossigna e imporrita di quello, un'altra donna pettinava una ragazzetta che piagnucolava; mentre gli uomini, con vecchi aratri primitivi, tirati da una mula stecchita e da un lento asinello che si sfiancava nello sforzo, grattavano a mala pena la terra, dopo quella prim'acquata della notte.
Tutta questa povera gente, vedendo passare Sciaralla su la giumenta bianca, sospendeva il lavoro per salutarlo con riverenza, come se passasse il principe in persona.
Capitan Sciaralla rispondeva pieno di dignità, alzando la mano al berretto, militarmente, e accoglieva quelle dimostrazioni di rispetto come un anticipato compenso all'umiliazione che andava a patire da quella vecchia bestia feroce del Mortara.
Una costernazione tuttavia gli guastava il piacere di quei saluti: tra breve, entrando nei dominii di colui, sarebbe stato assaltato dai cani, da quei tre mastini più feroci del padrone, il quale certo aveva loro insegnato a fargli ogni volta quell'accoglienza.
E aveva un bel gridare Sciaralla, mentre quelli gli saltavano addosso, di qua e di là, fino all'altezza di Titina, la quale a sua volta traeva salti da montone, spaventata: Mauro o il curàtolo Vanni di Ninfa si presentavano col loro comodo a richiamarli, quando il malcapitato aveva già veduto più volte la morte con gli occhi.
Con quei tre mastini Mauro Mortara conversava proprio come se fossero creature ragionevoli.
Diceva che gli uomini non san capire i cani; ma questi sì, gli uomini.
Il male è - diceva - che, poveretti, non ce lo sanno esprimere; e noi crediamo che non ci capiscano e non sentano.
Sciaralla però se lo spiegava altrimenti, il fenomeno.
Quei cani intendevano così bene il padrone, perché questo era più cane di loro.
E gli parve d'averne una riprova quella mattina stessa.
Mauro stava innanzi alla villa; e i tre amiconi, vigili attorno, col muso all'aria.
Ebbene, all'arrivo di lui, questa volta, essi se ne stettero lì (uno, anzi, sbadigliò), quasi avessero compreso che il padrone avrebbe fatto ottimamente le loro veci.
- Che vuoi tu qua, a quest'ora, mal'ombra? - gli disse infatti Mauro, tirandosi giù dal capo il cappuccio del ruvido cappotto, in cui era avvolto, e scoprendo la testa oppressa dall'enorme berretto villoso.
Quand'era prossima la vendemmia, Mauro Mortara non dormiva più, le notti: stava a guardia della vigna, passeggiando per i lunghi filari, insieme coi tre mastini.
Forse se n'era stato all'aperto anche con quella notte da lupi: n'era ben capace!
Sciaralla lo salutò umilmente, poi, indicando i cani, domandò:
- Posso scavalcare?
- Scavalca, - borbottò Mauro.
- Che porti?
- Una lettera per don Cosmo, - rispose Sciaralla, smontando dalla giumenta.
E mentre si cercava nella tasca interna del cappotto, si sentiva addosso gli occhi di Mauro pieni d'ira e di scherno.
- Eccola.
La manda Sua Eccellenza di gran fretta.
- Sta' qui, - gl'intimò Mauro, prendendo la lettera.
- E bada di non lasciare la giumenta.
Sciaralla sapeva che gli era proibito di salire alla villa, come se, con la sua uniforme, potesse sconsacrare quel vecchiume, quella rozza cascinaccia d'un sol piano: lui che veniva dagli splendori di Colimbètra, dove uno si poteva specchiare anche nei muri! La proibizione non partiva certo da don Cosmo, ma dal Mortara stesso, il quale gli vietava perfino di legare la giumenta agli anelli confitti nell'aggetto della rustica scala a collo.
Doveva tener le briglie in mano e star lì in piedi, all'aperto, ad aspettare, quasi fosse venuto per l'elemosina.
Appena Mauro si mosse, i tre cani s'accostarono pian piano a capitan Sciaralla e cominciarono a fiutarlo.
Il poveretto, fermo e con l'anima sospesa, alzò gli occhi al Mortara che saliva la scala.
- Non vi sporcate il muso con codesti calzoni! - disse Mauro, dopo aver chiamato a sé i cani; e soggiunse, rivolto a Sciaralla: - Adesso ti mando un sorso di caffè, per farti rimettere dalla paura.
Pervenuto al pianerottolo, fece per bussare al modo convenuto, battendo cioè tre volte il saliscendi sul dente del nasello interno; ma, appena alzato il saliscendi, la porta si aprì, e Mauro entrò esclamando:
- Aperta? Di nuovo aperta? L'avete aperta voi? - soggiunse poi dietro l'uscio della cucina, da cui per un istante s'era mostrata la testa incuffiata di donna Sara Alàimo, la casiera (cameriera, no!) di Valsanìa.
- Io? - gridò dall'interno donna Sara.
- Mi alzo adesso, io!
E, sentendo che Mauro si allontanava, fece le corna con una mano e le scosse più volte in un gesto di dispetto.
Cameriera, no - lei: eh perbacco! né di lui, né di nessuno, là dentro.
Aveva la ventola in mano, è vero; stava ad accendere il fuoco in cucina, ma era vera signora, di nascita e d'educazione, lei; lontana parente di Stefano Auriti, cognato dei Laurentano, e perciò, via, se vogliamo, parte della famiglia anche lei.
Stava a Valsanìa da molti anni a badare a don Cosmo, che forse non avrebbe mai sentito alcun bisogno di lei se la sorella donna Caterina non gliel'avesse mandata da Girgenti, dove da vera signora non le restava altra consolazione che quella di morire dignitosamente di fame.
A Valsanìa le giornate le passavano a strisciar la groppa a due gatti, debitamente castrati, che le andavano sempre dietro a coda ritta; a dir corone di quindici poste, a labbreggiar senza fine altre preghiere; ma, a starla a sentire, tutto andava bene, solo perché c'era lei; senza lei, addio ogni cosa.
Se le messi imbiondivano, se gli alberi fruttificavano, se veniva a tempo la pioggia...
Insomma si dava l'aria di governare il mondo.
Mauro non la poteva soffrire.
E donna Sara in questo lo contraccambiava cordialmente; anzi nulla le riusciva più penoso che il dovere apparecchiar la tavola anche per lui, poiché don Cosmo pur troppo s'era ridotto fino a tal punto, fino a dar quest'onore a un figlio di contadini e quasi contadino zappaterra anche lui; sissignori...
mentre lei, donna Sara, vera signora di nascita e d'educazione, lì, in cucina lei, e obbligata a servirlo!
S'affacciò alla finestra e, vedendo giù capitan Sciaralla, emise un profondo sospiro con un breve lamento nella gola:
- Ah, Placidino, Placidino! Offriamolo al Signore in penitenza dei nostri peccati...
Intanto Mauro era entrato nello stanzino da bagno di don Cosmo.
Tutto era vecchio e rustico in quell'antica villa abbandonata: rosi i mattoni dei pavimenti avvallati; le pareti e i soffitti, anneriti; le imposte e i mobili, stinti e corrosi; e tutto era impregnato come d'un tanfo di granaglie secche, di paglia bruciata, d'erbe appassite nell'afa delle terre assolate.
Nello stanzino da bagno, don Cosmo, in mutande a maglia, nudo il torso peloso, nudi i piedi nelle vecchie ciabatte, si preparava alla consueta abluzione con una dozzina di spugne, grandi e piccole, disposte sul lavabo.
Si lavava tutto, ogni mattina, anche d'inverno, con l'acqua diaccia; e questa era l'unica delizia della sua vita: solennissima pazzia, invece, per Mauro che, sì e no, ogni mattina si lavava «la semplice maschera», com'egli diceva, per significare la sola faccia.
- Avete dormito di nuovo con la porta aperta?
- Sì? Oh guarda!- fece don Cosmo, come ne fosse stupito; e si grattò sul mento la corta barba grigia, ricciuta.
- Mai, eh? gli occhi non li aprirete mai? - incalzò Mauro.
- Non lo dico io? Il bamboccetto! l'ajo, la bàlia, gli dobbiamo dare...
Santissimo Dio, che cristiano siete? Non lo avete letto il giornale di jeri? Di quei lacci di forca che, con la scusa della fame, vogliono mandare a gambe all'aria tutto quello che abbiamo fatto noi, a costo del sangue nostro?
Don Cosmo, tra i gesticolamenti furiosi di Mauro, non s'era accorto della lettera che questi teneva in mano, e quietamente aveva cominciato a insaponarsi il capo calvo.
Stizzito da quella calma, Mauro seguitò:
- E se tutti fossero come voi...
Ma ci sono anch'io, qua per grazia di Dio! Vecchio come sono, avrebbero ancora da vedersela con me!
Don Cosmo voltò il capo tutto luccicante di bolle di sapone e lo guardò:
- Vedi che posso dunque seguitare a dormire anche con la porta aperta? Ci sei tu!
I giornali, a Valsanìa, capitavano di tanto in tanto, già destinati al loro più umile e forse più utile uso d'involti.
Mauro se li rimetteva in sesto amorosamente, ci passava sopra le mani più volte per appianarne le brancicature e gli strambelli; e, vincendo con una pazienza da certosino l'enorme stento della lettura (giacché da sé assai tardi aveva imparato a compitare appena), se ne pascolava per intere settimane, cacciandoseli a memoria dal primo all'ultimo rigo.
Eran tutte notizie nuove per lui, echi sperduti colà della vita del mondo.
Nell'ultimo giornale, venutogli così per caso tra mano, aveva letto, il giorno avanti, dl uno sciopero di solfaraj in un paese della provincia e della costituzione di essi in «Fascio di lavoratori».
- Rivendicazione del proletariato!
Uhm! si era fatte spiegare da don Cosmo queste due parole per lui sibilline, e tutta la notte, chiuso nel boricco sotto l'acqua furiosa, aveva ruminato e ruminato, sbuffante di sacro sdegno contro quei nemici della patria.
Non degnò di risposta le ultime parole di don Cosmo, il quale anche per lui non doveva avere la testa a segno, e gli porse la lettera di don Ippolito.
- L'ha portata uno dei suoi pagliacci: Sciarallino il capitano.
- Per me? - domandò don Cosmo meravigliato, tenendo l'acqua nelle mani giunte.
- Mi scrive Ippolito? Oh che miracolo...
Apri, leggi: ho le mani bagnate...
- Asciugatevele! - gli disse Mauro, brusco.
- Negli affari di vostro fratello sapete bene che non voglio entrarci.
Ma non pare la sua scrittura.
- Ah, Prèola, - osservò don Cosmo, guardando la busta.
La lettera era scritta dal segretario sotto dettatura e firmata da don Ippolito.
Leggendola, don Cosmo alle prime righe aggrottò le ciglia, poi sciolse man mano la tensione della fronte e degli occhi in uno stupore doloroso; abbassò le pàlpebre; abbassò la mano con la lettera.
- Ah, dunque è vero...
- Vero che cosa? - brontolò Mauro, stizzito della sua curiosità.
Don Cosmo sporse il labbro contraendo in giù gli angoli della bocca in un gesto d'amara e sdegnosa commiserazione, tentennando il capo, poi disse:
- Se dà questo passo, non c'è più rimedio...
si rovina...
- Ditemi che cos'è, santo diavolo!- ripeté Mauro, vieppiù stizzito.
Ma don Cosmo stette a guardarlo un pezzo prima di rispondergli.
- Mi domanda la villa, - poi disse lasciandosi cadere a una a una le parole dalle labbra, - la villa, per Flaminio Salvo.
- Qua? - domandò Mauro con un soprassalto, quasi don Cosmo gli avesse dato un pugno in faccia.
- Qua? - ripeté, tirandosi indietro.
- A Flaminio Salvo, la villa del generale Laurentano?
Ma don Cosmo non s'infuriava come Mauro per l'immaginaria profanazione della villa: era sì oppresso di doloroso stupore per ciò che significava quell'ospitalità offerta al Salvo dal fratello.
Pochi giorni addietro un amico, Leonardo Costa, che veniva qualche volta a trovarlo dal vicino borgo di mare, gli aveva riferito la voce che correva a Girgenti d'un prossimo matrimonio di don Ippolito con la sorella nubile, zitellona del Salvo.
Don Cosmo non aveva voluto crederci: suo fratello Ippolito aveva due anni più di lui, sessantacinque; da dieci era vedovo e s'era mostrato sempre inconsolabile, pur nella sua compostezza, della morte della moglie, santa donna...
Impossibile! - Eppure...
- Gli risponderete di no? - disse Mauro minaccioso dopo avere atteso un momento.
Don Cosmo aprì le braccia e sospirò, con gli occhi chiusi:
- Sarebbe inutile! E poi, del resto...
- Come! - lo interruppe Mauro.
- Il Salvo, quell'usuraio baciapile, qua? Ma me ne vado io, allora! E non vi ricordate, perdio, che suo padre andò ad assistere al Te Deum quando vostro padre fu mandato in esilio? E lui, lui stesso giovanotto, non insegnò alla sbirraglia borbonica la casa dove s'era nascosto don Stefano Auriti con vostra sorella, quando i nobili di Palermo portarono a Satriano in Caltanissetta le chiavi della città? Ve le siete scordate, voi, queste cose? Io le ho tutte qua in mente, come in un libro stampato! Fatelo venire a Valsanìa, ora, se n'avete il coraggio! Ma la stanza del Generale, no! quella, no! La chiave del camerone la tengo io! Là non metterà piede, o l'ammazzo, parola di Mauro Mortara!
Don Cosmo non si scompose affatto dal suo penoso attonimento a quella lunga sfuriata.
Parecchie volte era stato sul punto di far intendere a Mauro che a Gerlando Laurentano suo padre non era mai passata per il capo l'idea dell'unità italiana, e che il Parlamento siciliano del 1848, nel quale suo padre era stato per alcuni mesi ministro della guerra, non aveva mai proposto né confederazione italiana né annessione all'Italia, ma un chiuso regno di Sicilia, con un re di Sicilia e basta.
Questa l'aspirazione di tutti i buoni vecchi Siciliani d'allora; la quale, se di qualche punto, all'ultimo, s'era spinta più in là, non era stato mai oltre una specie di federazione, in cui ciascuno stato dovesse conservare la propria autonomia.
Non glien'aveva detto mai nulla; né pensò di dirglielo adesso; e lasciò che Mauro, sbuffando di sdegno, gli voltasse le spalle e andasse a rinchiudersi in quella stanza del principe padre, sacra per lui quanto la patria stessa, primo covo della libertà e ora quasi tempio di essa.
Giù, intanto, innanzi alla villa, il povero Sciaralla stava ad aspettare ancora il caffè promesso: magari un sorso, e una bella fiammata per stirizzirsi...
Aspetta, aspetta: se ne scordò anche lui e cominciò a sentirsi tra le spine per il ritardo della risposta.
Avrebbe dovuto averla con sé dalla sera avanti, se avesse obbedito al Prèola.
Pensava che a quell'ora il principe a Colimbètra s'era forse levato e domandava al segretario quella risposta.
E lui, ecco, era ancora là, ad aspettarla! Ma ci voleva tanto a legger la lettera e a buttar giù due righi di risposta? O che il Mortara, a bella posta, non l'avesse ancora data a don Cosmo? E capitan Sciaralla sbuffava; se la prendeva ora con Titina che non stava ferma un momento, tormentata dalle mosche.
- Quieta! Quieta! Quieta!
Tre strattoni di briglia.
Titina chiuse gli occhi lagrimosi con tanta pena rassegnata, che Sciaralla subito si pentì dello sgarbo.
- Hai ragione anche tu, poveretta! Non hanno dato neanche a te una manata di paglia...
E lasciò andare un sospirone.
Finalmente don Cosmo s'affacciò a una finestra della villa.
Al rumore delle imposte, Sciaralla si voltò di scatto.
Ma don Cosmo si mostrò meravigliato di vederlo ancora lì.
- Oh, Placido! E che fai?
- Ma come, eccellenza! la risposta! - gemette il Capitano, giungendo le mani.
Don Cosmo aggrottò le ciglia.
- C'è bisogno della risposta?
- Come! - ripeté Sciaralla, esasperato.
- Se sto qui da un'ora ad aspettarla!
Ecco, ecco appunto! Quel vecchio boja non glien'aveva detto nulla!
- Hai ragione, sì, aspetta, figliuolo, - gli disse don Cosmo, ritirandosi dalla finestra.
Pensò che il fratello stava attento anche alle minime formalità (minchionerie, le chiamava lui), e che avrebbe considerato come un affronto, o un grave sgarbo per lo meno, non aver risposta; prese dunque un umile foglietto di carta ingiallito, intinse la penna tutta aggrumata in una bottiglina d'inchiostro rugginoso e, in piedi, lì sul piano di marmo del cassettone, si mise a ponzar la risposta, che infine, dopo molto stento, gli uscì in questi termini:
Da Valsanìa li 22 di settembre del 1892.
Caro mio Ippolito,
Tu forse non sai in quali miserevoli condizioni sia ridotta questa decrepita stamberga, dove io solamente posso abitare, che mi considero già fuori del mondo, e non me ne lagno! Se tu stimi, ciò non per tanto, che non si possa fare di meno, che ci vengano a rusticare li Salvo; abbi, ti prego, l'avvertenza di prevenirli che qua difettiamo di tutto, e che però seco loro si portino tutte qelle masserizie di Casa et ogni altra suppellettile, di cui reputino aver bisogno.
Altro vorrei dirti e direi, se vano non mi paresse lo sperare, che potesse tornare al pro la mia ragione.
Onde, senz'altro, caramente ti abbraccio.
Cosmo
Chiuse la lettera, sbuffando, e si recò di nuovo alla finestra.
Capitan Sciaralla accorse, si levò il berretto e vi accolse la lettera.
- Bacio le mani a Vostra Eccellenza!
Un salto, e in sella.
- Di volo, Titina!
Bau! bau! bau! i tre mastini, svegliati di soprassalto, gli corsero dietro un lungo tratto, per dargli a modo loro l'addio.
Don Cosmo rimase alla finestra: seguì con gli occhi il galoppo di capitan Sciaralla fino alla voltata del viale; poi il ritorno ringhioso e sbuffante dei tre mastini, dopo la vana corsa e il vano abbajare.
Quando le tre bestie alla fine si sdrajarono di nuovo a terra presso la scala e allungando il muso sulle zampe anteriori chiusero gli occhi per rimettersi a dormire, egli, mirandole, scrollò lievemente il capo e sorrise.
Davanti a quel loro ricomporsi al sonno non gli sembrarono più vani né l'abbajare né la corsa di poc'anzi.
Ecco: le tre bestie avevano protestato contro la venuta di quell'uomo, il quale aveva loro interrotto il sonno, ora che credevano di averlo cacciato via, tornavano saggiamente a dormire.
- Perché è saggezza del cane, - pensò, sospirando profondamente - quand'abbia mangiato e atteso agli altri bisogni del corpo, lasciare che il tempo passi dormendo.
Guardò gli alberi, davanti alla villa: gli parvero assorti anch'essi in un sogno senza fine, da cui invano la luce del giorno, invano l'aria smovendo loro le frondi tentassero di scuoterli.
Da un pezzo ormai, nel fruscìo lungo e lieve di quelle fronde egli sentiva, come da un'infinita lontananza, la vanità di tutto e il tedio angoscioso della vita.
CAPITOLO SECONDO
Pregati da Flaminio Salvo, che dagli affari di banco e dai tanti altri negozii a cui attendeva non aveva mai un momento libero, Ignazio Capolino, già suo cognato, e Ninì De Vincentis, giovane amico di casa, scendevano il giorno dopo in carrozza da Girgenti a Valsanìa per dare le opportune disposizioni per la villeggiatura: incarico graditissimo all'uno e all'altro, per due diverse, anzi opposte ragioni.
I carri, sovraccarichi di suppellettile, erano partiti da un pezzo da Girgenti, e a quell'ora dovevano essere già arrivati a Valsanìa.
Il discorso, tra i due in quella carrozza padronale del Salvo, era caduto su le proposte nozze di donna Adelaide sorella di don Flaminio, col principe di Laurentano.
- No no: è troppo! è troppo! - diceva sogghignando Capolino.
- Povera Adelaide, è troppo, dopo cinquant'anni d'attesa! Diciamo la verità!
Ninì De Vincentis batteva di continuo le pàlpebre, come per contenere nei begli occhi neri a mandorla il dispiacere per quella derisione.
Nello stesso tempo, con l'atteggiamento del volto pallido affilato avrebbe voluto mostrare l'intenzione almeno d'un sorriso, per regger la cèlia e rispondere in qualche maniera all'ilarità pur così smodata e sconveniente di Capolino.
- Già, nozze per modo di dire! - seguitò questi, implacabile, lì che nessuno lo sentiva (Ninì, il buon Ninì, pasta d'angelo, era men che nessuno).
- Per modo di dire...
perché, lasciamo andare! sarà bene, sarà male: la legge è legge, caro mio, e le opinioni politiche e religiose, se còntano, còntano poco di fronte a lei.
Ora il principe, lo sai, conditio sine qua non, vuole che il matrimonio sia soltanto religioso, non ammette l'altro per le sue idee.
Dunque, matrimonio senza effetti legali, mi spiego? Sarà una cosa bella, oh! Gustosa, anche coraggiosa, non dico di no: ma quella povera Adelaide, via!
E Capolino si mise a ghignar di nuovo, come se nel suo concetto Adelaide Salvo non fosse la donna più adatta a quell'eroismo di nuovo genere che si richiedeva da lei, a quella sfida coraggiosa alla società civilmente costituita.
Ninì De Vincentis taceva e continuava a sbattere gli occhi, ancora con quel sorriso afflitto, rassegato sulle labbra, sperando che il suo silenzio impacciasse la foga derisoria del compagno.
Ma che! Ci sguazzava, Capolino.
- Perché lo fa? - riprese, ponendosi davanti la sposa zitellona.
- Per entrare nel mondo con tutti i diritti di signora? Ma io direi che ne esce, piuttosto.
Va a rinchiudersi a Colimbètra! È monacazione sotto tutti i rispetti, mi spiego? Il principe, a buon conto, ha sessantacinque anni sonati.
S'interruppe a un atto del De Vincentis.
- Eh, caro mio! Lo so, tu fai professione d'angelo; ma qua si tratta di matrimonio; e ci si deve pur pensare all'età.
Vis, vis, vis: lo dicono anche i sacerdoti! Dunque, mondo, niente.
Diventa principessa, principessa di Laurentano: dirò, regina di Colimbètra! Sì: per me, per te, per tutti noi che riteniamo il matrimonio religioso, non pur superiore al civile, ma il solo, il vero che valga; quello che, bastando davanti a Dio, dovrebbe strabastare per gli uomini.
Tutti gli altri però, ohè, non hanno mica l'obbligo di riconoscerlo e di rispettare lei, fuori di Colimbètra, quale principessa di Laurentano; e Lando, per esempio, il figlio del primo letto, di rispettarla quale seconda madre.
E che le resta allora? La ricchezza...
Non lo fa per questo certamente, ricca com'è di casa sua.
Se lo facesse per questo, oh! povera Adelaide, ho una gran paura che le andrebbe a finire come a me...
E qui rise di nuovo Capolino, ma come una lumaca nel fuoco.
Dopo una lunghissima lotta, era riuscito a ottenere in moglie una sorella di Flaminio Salvo, mezza gobba, minore di due anni di donna Adelaide, e formarsi con la dote di lei uno stato invidiabile.
Allegrezza in sogno, ahimè! Povero mondo, e chi ci crede! Cinque anni dopo, morta la moglie, sterile per colmo di sventura, aveva dovuto restituire al Salvo la dote, ed era ripiombato nello stato di prima, con tante e tante idee, una più bella e più ardita dell'altra nel fecondo cervello alle quali purtroppo, così d'un tratto, era venuta meno la benedetta leva del denaro.
S'era concesso sei mesi di profondo scoramento e poi altri sei d'invincibile malinconia, sperando con quello e con questa d'intenerire il cuore dell'altra sorella del Salvo, di donna Adelaide appunto.
Ma il cuore di donna Adelaide non s'era per nulla intenerito: ben guardato nell'ampia e solida fortezza del busto, aveva per due anni resistito all'assedio di lui, assedio di gentilezze, di cortesie, di devozione; aveva infine respinto d'un colpo un assalto supremo e decisivo, e Capolino s'era dovuto ritirare in buon ordine.
Altri sei mesi di profondo scoramento, d'invincibile malinconia; e, finalmente, munito d'una seconda moglie, giovane, bella e vivacissima, era ritornato con più fortuna all'assalto della casa di Flaminio Salvo.
Le male lingue dicevano che in grazia di Nicoletta Spoto, cioè della moglie giovane, bella e vivacissima, la quale era diventata subito quasi la dama di compagnia di donna Adelaide e dell'unica figliuola di don Flaminio, Dianella, Capolino era bucato nel banco in qualità di segretario e d'avvocato consulente.
Ma se vogliamo pigliare tutte le mosche che volano...
Da un anno egli viveva nel lusso e nell'abbondanza; tanto lui quanto la moglie si servivano da padroni dei landò pomposi e dei superbi cavalli della scuderia del Salvo; elegantissimo cavaliere, ogni domenica, su e giù per il viale della Passeggiata, pareva che egli ne facesse la mostra; e infine col favore incondizionato di Flaminio Salvo era riuscito a imporsi, a farsi riconoscere capo del partito clericale militante, il quale, dopo il ritiro dell'onorevole Fazello, gli avrebbe offerta fra pochi giorni la candidatura alle imminenti elezioni politiche generali.
All'anima candida di Ninì De Vincentis non balenava neppur da lontano il sospetto che tutta quell'acredine di Capolino per donna Adelaide potesse avere una ragione recondita e inconfessabile.
Come non credeva che qualcuno mai si fosse potuto accorgere del suo timido, puro e ardentissimo amore per Dianella Salvo, la figlia ora inferma di don Flaminio, così non s'era mai accorto, prima, del vano ostinato assedio di Capolino a donna Adelaide, né credeva ora minimamente alle chiacchiere maligne sul conto di quella cara signora Nicoletta, seconda moglie di Capolino.
Non sapeva scoprir secondi fini in nessuno; meno che mai poi quello del denaro.
Era, su questo punto, come un cieco.
Da parecchi anni dopo la morte dei genitori, si lasciava spogliare, insieme col fratello maggiore Vincente, da un amministratore ladro, chiamato Jaco Pacia, il quale aveva saputo arruffar così bene la matassa degli affari, che il povero Ninì, avendogliene tempo addietro domandato conto, per poco non ne aveva avuto il capogiro.
E s'era dovuto recare una prima volta al banco del Salvo per un prestito di denaro su cambiali.
Parecchie altre volte era poi dovuto ritornare allo stesso banco; e, alla fine, per consiglio dell'amministratore, aveva fatto al Salvo la proposta di saldare il debito con la cessione della magnifica tenuta di Primosole, proposta che il Salvo aveva subito accettata, acquistandosi per giunta la più fervida gratitudine di Ninì, a cui naturalmente non era passato neppure per il capo il sospetto d'un accordo segreto tra il Pacia, suo amministratore, e il banchiere.
Amava Dianella Salvo e in don Flaminio non sapeva veder altro che il padre di lei.
Ora avrebbe tanto desiderato che la fanciulla, scampata per miracolo a un'infezione tifoidea, fosse andata a recuperar la salute a Primosole, nell'antica villa di sua madre, dove tutto le avrebbe parlato di lui, con la mesta, amorosa dolcezza dei ricordi materni.
Ma i medici avevano consigliato al Salvo per la figliuola aria di mare.
E Ninì pensava, dolente, che a Valsanìa sul mare egli non avrebbe potuto recarsi a vederla se non di rado.
Si confortava per il momento col pensiero che avrebbe sorvegliato lui alla preparazione della camera, del nido che l'avrebbe accolta per qualche mese.
Come se Capolino avesse letto il pensiero del suo giovane amico, di cui facilmente e da un pezzo aveva indovinato l'ingenua aspirazione, suggellò, dopo la risata, con un basta! il primo discorso, e riprese, fregandosi le mani:
- Tra poco saremo arrivati.
Tu attenderai alla camera di Dianella; sarà meglio.
Io penserò per donna Vittoriona.
Ninì, soprappreso così, mostrò una viva costernazione per quest'ultima, ch'era la moglie del Salvo, pazza da molti anni.
- Sì sì, - disse, - bisogna star bene attenti, che questo cambiamento, Dio liberi, non la turbi troppo.
- Non c'è pericolo! - lo interruppe Capolino.
- Vedrai che neppure se n'accorgerà.
Seguiterà tranquillamente la sua interminabile calza.
Fa le calze al Padreterno, lo sai.
Notte e giorno; e vuole che lavorino con lei anche le due suore di San Vincenzo che l'assistono.
Pare che questa calza sia già grande come un tartanone.
Ninì crollò il capo mestamente.
La vettura, poco oltre la Seta, entrò nel fèudo, dallo stradone.
Il cancello era rovinato: una sola banda, tutta arrugginita, era in piedi, fissa a un pilastro; l'altro pilastro era da gran tempo diroccato.
La strada carrozzabile, che attraversava quest'altra parte del fèudo, ceduta anch'essa a mezzadria, era come tutto il resto in abbandono, irta di cespugli, tra i quali si vedevano i solchi lasciati di recente dai carri con la suppellettile.
Ninì De Vincentis guardò tutt'intorno quella desolazione senza dir nulla, ma seguitò a parlar per sé e per lui Capolino.
- La malatuccia - disse, facendo una smusata - avrà poco da stare allegra qua, non ti pare?
- È molto triste,- sospirò Ninì.
- Non dico soltanto per il luogo - soggiunse Capolino.
- Anche per quelli che vi stanno.
Due tomi, caro mio.
Adesso vedrai.
Mah...
Questa villeggiatura si farà più per donna Adelaide che non ci viene, che per Dianella.
E Dianella, che forse lo sospetta, la soffrirà in pace, al solito, per amore della zia...
Eh! Flaminio è un grand'uomo, non c'è che dire!
- L'aria però è buona, - osservò il giovanotto per attenuare, almeno un po', l'aspro giudizio del compagno sul Salvo.
- Ottima! ottima! - sbuffò Capolino, il quale, da questo punto, si chiuse in un silenzio accigliato, fino all'arrivo alla villa.
I carri erano giunti da poco, insieme con la giardiniera che aveva portato due servi del Salvo, il cuoco, una cameriera e due tappezzieri.
Donna Sara Alàimo, sul pianerottolo in cima alla scala, batteva le mani, festante, a quelle quattro montagne di bella roba su i carri.
- Presto, scaricate! - ordinò ai servi e ai carrettieri Capolino, smontando dalla vettura e agitando la mazzettina.
Poi, salita in fretta la scala, domandò a donna Sara: - Don Cosmo?
Ed entrò senza aspettar risposta, nel vecchio cascinone con Ninì De Vincentis, che gli andava dietro come un cagnolino sperduto.
- Scaricate! - ripeté uno dei servi, rifacendo tra le risate dei compagni il tono di voce e il gesto imperioso di quel padrone improvvisato.
Don Cosmo s'aggirava come una mosca senza capo per le stanze lavate di fresco da donna Sara, la quale fin dal giorno avanti, appena saputa la notizia della prossima venuta del Salvo, s'era sentita tutta allargare dalla contentezza e, subito messa in gran da fare, aveva anche persuaso a don Cosmo che sarebbe stato bene sgombrare questa e quella stanza della decrepita mobilia, perché gli ospiti ricconi non vedessero tutta quella miseria in una casa di principi.
«Ma no! ma no! ma no!» aveva cominciato subito a strillare don Cosmo dalla sua stanza, udendo il fracasso di quei poveri vecchi mobili strappati a forza dai loro posti e trascinati; e donna Sara, stupefatta da quella protesta: «No? Come no, se me l'ha detto lei?».
Perché avveniva sempre così: donna Sara parlava, parlava, e don Cosmo, dal canto suo, pensava, pensava, facendo finta di tanto in tanto d'udire, con qualche rapido cenno del capo, quando più lo pungeva il fastidio del suono di quelle interminabili parole.
Questi cenni erano interpretati naturalmente da donna Sara come segni d'assentimento; la sopportazione con cui don Cosmo simulava d'ascoltarla, come riconoscimento della saggezza con cui lei governava la casa e il mondo; e tanto lontana era arrivata nell'interpretare a suo modo quei segni e quella sopportazione del suo padrone, che forse qualche sera se lo sarebbe preso per mano e condotto a letto, se tutt'a un tratto don Cosmo, sbarrando tanto d'occhi e prorompendo in un'esclamazione inopinata, non le avesse fatto crollare tutto il castello delle sue supposizioni.
- Don Cosmo onorandissimo! - esclamò Capolino, scoprendolo alla fine, dopo aver girato anche lui di qua e di là per trovarlo.
- In gran confusione, eh? Perbacco!
- No, no, - s'affrettò a rispondere don Cosmo per troncar subito le cerimonie, con le nari arricciate per il lezzo acre di muffa che ammorbava il cascinone, umido ancora per l'insolita lavatura.
- Cercavo una stanza appartata, dove starmene senza recare incomodo.
Capolino fece per protestare; ma don Cosmo lo fermò a tempo:
- Lasciatemi dire! Ecco...
comodo io, comodi loro: va bene così? In capo, in capo, tenete in capo!
Alzò una mano, così dicendo, a carezzare l'elegantissima barbetta nera di Ninì De Vincentis.
- Ti sei fatto un bel ragazzo, figliuolo mio, e così cresciuto, mi fai accorgere di quanto sono vecchio! Tuo fratello Vincente? sempre arabista?
- Sempre! - rispose Ninì, sorridendo.
- Ah! Quei quattordici volumi d'arabo manoscritti dovrebbero pesare come tanti macigni, nel mondo di là, sull'anima del conte Lucchesi-Palli che volle farne dono morendo alla nostra Biblioteca per rovinare codesto povero figliuolo!
- Ne ha già interpretati dieci, - disse Ninì.
- Gliene restano ancora quattro, ma grossi così!
- Faccia presto! faccia presto! - concluse don Cosmo paternamente.
- E, anche tu, figliuolo mio, bada...
badate alle cose vostre: so che vanno male! Giudizio!
Capolino intanto, presso la finestra, s'industriava di farsi specchio della vetrata aperta, e si lisciava sulle gote le fedine, già un po' brizzolate.
Bello non era davvero, ma aveva occhi fervidi e penetranti che gli accendevano simpaticamente tutto il volto bruno e magro.
Sentendo cadere il discorso tra il Laurentano e Ninì, finse di star lì a determinare i punti cardinali della villa.
- Esposizione a mezzogiorno, è vero? Ma se l'era scelta per lei, questa camera, don Cosmo?
- Questa o un'altra, - rispose il Laurentano.
- Camere ce n'è d'avanzo, vedrete; ma tutte così, vecchie e in pessimo stato.
Uscendo di qua...
(no, senza cerimonie: scusate, che gusto c'è a dire che non è vecchio quello che è vecchio? Si vede!)...
dicevo, uscendo di qua, abbiamo questo lungo corridojo, che divide in due parti il casermone: le camere da questa parte sono a mezzogiorno; quelle di là, a tramontana.
La sala d'ingresso interrompe di qua e di là il corridojo, e divide la villa in due quartieri uguali, salvo che di qua, in fondo, abbiamo un camerone, il cui uscio è alle mie spalle; di là, invece, abbiamo una terrazza.
È semplicissimo.
- Ah bene bene bene, - approvò Capolino.
- E dunque abbiamo anche un camerone?
Don Cosmo sorrise, negando col capo; poi spiegò che cosa era il «camerone», e come ridotto e da chi custodito.
- Per amor di Dio! - esclamò Capolino.
- Sarebbe meglio perciò, - concluse don Cosmo, - che disponeste l'abitazione nel quartiere di là, libero del tutto.
Io m'ero scelta apposta questa camera.
Capolino approvò di nuovo; e poiché i servi eran già venuti su col primo carico, s'avviò con Ninì per l'altro quartiere.
Don Cosmo rimase in quella camera, dove con l'ajuto di donna Sara trasportò tutti i suoi libracci.
La povera casiera, sentendo quanto pesava tutta quella erudizione, non riusciva a capacitarsi come mai don Cosmo che se l'era messa in corpo, potesse vivere poi così sulle nuvole.
Don Cosmo, ancora con le nari arricciate, non riusciva a capacitarsi, invece, perché quella mattina ci fosse tutto quel puzzo d'umido.
Ma forse non distingueva bene tra il puzzo e il fastidio che gli veniva dal pensare che or ora, per l'arrivo degli ospiti, tutte le sue antiche abitudini sarebbero frastornate, e chi sa per quanto tempo.
Di lì a poco, Capolino ritornò, lasciando solo di là il De Vincentis, che s'era dimostrato molto più adatto di lui alla bisogna: così almeno dichiarò.
In verità, veniva per porre a effetto una delle ragioni per cui s'era volentieri accollato l'incarico del Salvo: quella cioè di scoprir l'umore di don Cosmo circa il matrimonio del fratello, o di «tastargli il polso» su quell'argomento, com'egli diceva tra sé.
Non già che sperasse che ormai quelle nozze potessero andare a monte; ma, conoscendo la diversità, anzi l'opposizione inconciliabile tra i due modi di pensare e di sentire del Salvo e di don Cosmo, gli piaceva supporre che qualche attrito, qualche urto potesse nascere dal soggiorno di quello a Valsanìa.
Era così astratta e solitaria l'anima di don Cosmo, che la vita comune non riusciva a penetrargli nella coscienza con tutti quegli infingimenti e quelle arti e quelle persuasioni che spontaneamente la trasfigurano agli altri, e spesso, perciò, dalla gelida vetta della sua stoica noncuranza lasciava precipitar come valanghe le verità più crude.
- Uh quanti libri! - esclamò Capolino entrando.
- Già lei studia sempre...
Romagnosi, Rosmini, Hegel, Kant...
A ogni nome letto sul dorso di quei libri sgranava gli occhi, come se vi ponesse punti esclamativi sempre più sperticati.
- Poesie! - sospirò don Cosmo, con un gesto vago della mano, socchiudendo gli occhi.
- Come come? Don Cosmo, non capisco.
Filosofia, vorrà dire.
- Chiamatela come volete, - rispose il Laurentano, con un nuovo sospiro.
- Da studiare, poco o niente: c'è da godere, sì, della grandezza dell'ingegnaccio umano, che su un'ipotesi, cioè su una nuvola, fabbrica castelli: tutti questi varii sistemi di filosofia, caro avvocato, che mi pajono...
sapete che mi pajono? chiese, chiesine, chiesacce, di vario stile, campate in aria.
- Ah già, ah già...
- cercò d'interrompere Capolino, grattandosi con un dito la nuca.
Ma don Cosmo, che non parlava mai, toccato giusto su quell'unico tasto sensibile, non seppe trattenersi:
- Soffiate, rùzzola tutto; perché dentro non c'è niente: il vuoto, tanto più opprimente, quanto più alto e solenne l'edifizio.
Capolino s'era tutto raccolto in sé, per raccapezzarsi, incitato dalla passione con cui don Cosmo parlava, a rispondere, a rintuzzare; e aspettava, sospeso, una pausa; avvenuta, proruppe:
- Però...
- No, niente! Lasciamo stare! - troncò subito don Cosmo, posandogli una mano su la spalla.
- Minchionerie, caro avvocato!
Per fortuna, in quella, Mauro Mortara, sulla spianata innanzi alla villa dalla parte che guardava la vigna e il mare, si m
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