I VECCHI E I GIOVANI, di Luigi Pirandello - pagina 48
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Appariva pieno di fiducia e sicuro del trionfo.
Si aspettava, credeva anzi imminente la reazione da parte del Governo: scioglimento dei Fasci, arresti, invasione militare.
Ma il buon seme era sparso! Ogni sopraffazione, ogni persecuzione avrebbe reso più grande la vittoria.
Potevano esser tratti in arresto trecentomila uomini? No.
I capi soltanto, qualche dozzina di socii se mai.
Bene, eran già pronti i capi segreti, ignorati ancora dalla polizia, e la propaganda avrebbe seguitato più efficace che mai.
Cataldo Sclàfani, tarchiato, con gli occhi un po' strabi e un barbone che pareva un fascio di pruni, parlava nell'altro crocchio, profeticamente ispirato; diceva con sorridente commozione che là dove prima era spuntata l'alba dell'unità della patria, era fatale spuntasse ora quella più rossa e più fulgida della rivendicazione degli oppressi.
Sapeva, sì, che già prima nelle Romagne, nel Modenese, nelle province di Reggio Emilia e di Parma, nel Cremonese, nel Mantovano, nel Polesine, era sorto a far le prime armi il socialismo italiano; ma tutt'altra cosa era adesso in Sicilia! Rivelazione improvvisa, prodigiosa! Lino Apes, ascoltandolo, si tirava i baffi fino a strapparseli, per tenere a freno il sorriso.
Nelle sue lettere a Lando, chiamava Cataldo Sclàfani il Messia dei Fasci.
Nel terzo crocchio Nicasio Ingrao, tozzo, rude, con un'atra voglia di sangue che gli prendeva mezza faccia, parlava coi deputati, arrotondando alla meglio il dialetto nativo, e balzando con strana mimica da una sconcia bestemmia a una ingenua invocazione infantile; parlava della crisi dell'industria zolfifera in Sicilia e della spaventevole miseria dei solfaraj già da alcuni mesi in isciopero forzato.
Un compagno, direttore del Fascio di Comitini, si provò a far sapere a quei deputati quanto l'Ingrao, proprietario di terre e di case in Aragona, avesse fatto e facesse per quei solfaraj, per impedire che trascendessero a rapine, incendii e tumulti sanguinosi; ma l'Ingrao gli saltò addosso e gli turò la bocca, minacciando di attondarlo con un pugno, se seguitava.
Celsina Pigna, dal posto in cui si teneva appartata, scoppiò a ridere, a quel violento gesto burlesco, e l'Ingrao le domandò, ridendo anche lui:
- Lo attondo, signorina?
Nei tre crocchi tutti gli altri Isolani, giovinotti dai venti ai trent'anni, sentendo parlare quei tre capi piú in vista, gonfiavano d'orgoglio, s'intenerivano fin quasi alle lagrime.
Erano certi, nella loro sincera fatuità giovanile, di rappresentare una parte nuova nella storia, pur lí a Roma.
Avevano veduto davanti a quei tre duci del Comitato centrale migliaja di donne, migliaja di contadini, intere popolazioni dell'isola in delirio, gettar fiori, prosternarsi con la faccia a terra, piangere e gridare, come prima davanti alle immagini dei loro santi.
Tutti si volsero a un tratto e si mossero verso Lando Laurentano che entrava di fretta.
Chiedendo scusa del ritardo, strinse la mano ai primi che gli si fecero innanzi; pregò tutti di prender posto, e appena fu fatto silenzio, disse:
- Ho perduto tempo, signori, per una ragione forse non estranea agli interessi nostri, agli interessi specialmente di tanti nostri compagni che più degli altri, credo, hanno bisogno in questo momento di ajuto, giù in Sicilia.
- I solfaraj! - gridò l'Ingrao, balzando in piedi, come se egli ne fosse il più legittimo difensore.
- Ho capito! - aggiunse.
- Vuoi dire che c'è qua l'ingegnere Aurelio Costa? Ho capito.
Eh, ha viaggiato con me questo signore! Abbiamo discorso a lungo e...
Lando con un gesto lo pregò di tacere:
- L'ingegnere Aurelio Costa, appunto, - riprese, - direttore delle zolfare del Salvo, che credo sia uno dei piú ricchi proprietarii di miniere della provincia di Girgenti, è venuto a Roma per interessare la deputazione siciliana a un disegno...
- Permesso? - interruppe di nuovo l'Ingrao.
- Non perdiamo tempo, signori miei! Vi spiego io il fatto com'è.
Il signor Salvo sta per imparentarsi, per via d'una sorella, col principe di Laurentano...
Un mormorio di protesta si levò per il tratto ruvido dell'Ingrao verso Lando, a cui tutti gli occhi si volsero a chiedere scusa dello sgarbo.
Ma Lando, sorridendo, s'affrettò a dire:
- Non con me, vi prego! non con me.
E l'Ingrao allora, scrollandosi irosamente, gridò:
- Madonna santissima, per chi mi prendete? Se dico il principe! Avrei chiamato principe il nostro amico riverito, ospite e compagno amatissimo? Non per cosa oh! ma egli sa di non salire, se lo chiamiamo principe, e sa che noi non vogliamo abbassarlo chiamandolo semplicemente Laurentano.
Io alludo al principe suo padre, e Lando Laurentano non può offendersi delle parole mie.
Se si offende, è uno sciocco! Parlo io invece di lui, perché egli sta a Roma, io sto in mezzo alle zolfare, e so che il progetto del signor Salvo non tende ad altro che ad ingraziarsi il figlio del principe, facendogli vedere che gli stanno a cuore le sorti degli operaj delle zolfare.
Bubbole! Panzane! Polvere negli occhi! Sa meglio di me il signor Salvo che il suo progetto è una coglionatura! Sissignori, io parlo nudo, così.
Se veramente vuol fare qualche cosa, tolga il signor Salvo dalle zolfare di sua proprietà le così dette botteghe, dove gli operaj sono costretti a provvedersi con l'usura del cento per cento dei generi di prima necessità: vino, che è aceto; pane, che è pietra!
Spiridione Covazza domandò allora di parlare, e tutti si voltarono con viso ostile a guardarlo.
- Volete adesso difendere le botteghe? - lo apostrofò l'Ingrao.
Il Covazza non si voltò nemmeno.
- Vorrei sapere - disse piano - le idee generali di questo disegno.
- Vi dico che è una coglionatura! - tornò a gridare l'Ingrao.
Il Covazza tese una mano, senza scomporsi.
- Prego, - disse,- urlare non è ragionare.
Sono stato anch'io nelle zolfare: ho studiato attentamente le condizioni dell'industria zolfifera, le ragioni complesse della sua crisi e vi so dire che, se nelle condizioni presenti quelli che hanno da sperar meno sono i solfaraj, picconieri e carusi, non meno tristi sono però le sorti dei coltivatori delle miniere e dei proprietarii; e se questo disegno...
Non poté seguitare.
Tutti i rappresentanti dei Fasci scattarono in piedi protestando.
Lando s'interpose, cercò di calmarli, ammonì che si avesse rispetto per le opinioni altrui e propose che uno fosse subito chiamato a dirigere la discussione.
- Bruno! Bruno! Bixio Bruno! - si gridò da varie parti.
E Bixio Bruno, avvezzo ormai a vedersi designato a quell'ufficio, in due salti fu alla tavola preparata in capo alla sala.
- Signori, - disse.
- Di straforo, incidentalmente, siamo entrati nel pieno della discussione.
L'on.
Covazza, in un suo scritto recente...
- Pubblicato all'estero! - interruppe uno in fondo alla sala.
- All'estero, o in Italia, sciocchezze! - ribatté il Bruno.
- Le nostre idee, il nostro partito non riconoscono confini di nazionalità.
In questo scritto l'on.
Covazza ha criticato l'opera mia e dei miei compagni.
Spiridione Covazza, con le braccia incrociate sul petto, negò più volte col capo.
- No? - domandò il Bruno.
- Come no? Non ha ella detto che la nostra propaganda è fatta di miraggi?
- Io ho detto, - rispose il Covazza, levandosi in piedi, - che le vostre dimostrazioni oneste d'una libertà che dia intero realmente il diritto di soddisfare ai bisogni della vita, le spiegazioni che voi date della lotta di classe, sfruttati contro sfruttatori, e del programma della scuola marxista in genere e di quello minimo che vi siete tracciato, si traducono, inevitabilmente e sciaguratamente, in miraggi, per la ignoranza di coloro a cui sono rivolte.
Questo ho detto! E ho soggiunto...
Nuove proteste confuse si levarono nella sala.
Il Bruno batté il pugno sulla tavola e impose silenzio.
- Lasciatelo parlare!
- Ho soggiunto, - riprese il Covazza, - che voi, abbagliati, nel fervore della vostra sincera fede giovanile, credete che le vostre dimostrazioni e spiegazioni siano veramente comprese.
- Sono! sono! sono! - gridarono molti a coro.
- Non sono! Non possono essere! - negò energicamente il Covazza.
- Come volete che siano, se non le comprendete bene neanche voi stessi?
Una tempesta di urli si scatenò a questa affermazione.
Il Bruno, Lando Laurentano, Lino Apes, i colleghi deputati stentarono un pezzo a domarla.
Spiridione Covazza aspettò a capo chino, con gli occhi chiusi, che fosse domata; a un certo punto, giunse le mani e, tenendole alte, piegò di più il capo tra esse, curvò con fatica l'obesa persona; poi, aprendole in un ampio gesto e risollevandosi, pregò quasi piangente:
- Non mi costringete, signori, per falsi riguardi al vostro malinteso amor proprio, non mi costringete ad attenuare d'un punto la verità, con concessioni che farebbero a me e a voi stessi vergogna, e che potrebbero essere perniciose in questo momento! Quanti tra voi conoscono veramente Marx? Quattro, cinque, non piú! Siate franchi! Tutti gli altri non hanno coscienza vera di quel che si vuole: sì, sì, proprio così! né dei mezzi congrui per conseguirlo, infatuati d'un socialismo sentimentale, che s'inghirlanda delle magiche promesse di giustizia e d'uguaglianza.
Ma sapete voi che cosa vuol dire giustizia per i contadini e i solfaraj siciliani? Vuol dire violenza! sangue, vuol dire! vuol dire strage! Perché alla giustizia legale, alla giustizia fondata sul diritto e sulla ragione essi non hanno mai creduto, vedendola sempre a loro danno conculcata! Li conosco io, molto meglio di voi, i contadini e i solfaraj siciliani...
sì, sì, purtroppo, molto meglio di voi! Voi vi illudete! Voi dite loro collettivismo? ed essi traducono: divisione delle terre, tanto io e tanto tu! Dite loro abolizione del salario? ed essi traducono: padroni tutti, fuori le borse contiamo il denaro, e tanto io tanto tu.
- Non è vero! Non è vero! - gridarono alcuni.
- Lasciatemi finire! - esclamò stanco, anelante, il Covazza.
- L'altra illusione, che voi vi fate, è sul numero degli iscritti ai vostri Fasci: tremila qua, quattromila là, ottocento, mille, diecimila...
Dove, come li contate? Son ombre vane, signori, filze di nomi e nient'altro! Sì, lo so anch'io: appena si aprono le iscrizioni, come le pecore: una dà l'esempio, tutte le altre dietro! Ma volete sul serio dar peso, fondarvi su questo, ch'è frutto d'un inevitabile contagio psichico? Quanti, sbollito il primo entusiasmo, restano effettivamente nei vostri Fasci? Basta ad allontanare il maggior numero la prima richiesta della misera quota settimanale! E quanti Fasci, sorti oggi, non si sciolgono domani? Lasciatevelo dire da uno che non s'inganna e che non vi inganna, signori! So che voi oggi qua volete stabilire se si debba, o no, secondare la tendenza delle moltitudini a un'azione immediata.
So che parecchi tra voi sono contrarii, e io li stimo saggi e li approvo.
Un movimento serio come voi l'intendete, non è possibile ancora in Sicilia! Se credete che già ci sia per opera vostra, v'ingannate! Per me non è altro che febbre passeggera, delirio di incoscienti!
Spiridione Covazza sedette, asciugandosi il sudore dal volto congestionato, mentre dieci, quindici, tutt'insieme, si levavano a domandar la parola.
Parlò Cataldo Sclàfani con voce tonante e col volto atteggiato più di dolore che di sdegno, giacché non l'accusa per se stessa poteva offenderlo, ma che uno potesse accusarlo e accusar con lui i suoi compagni.
- Non mi difendo, - disse, - espongo!
Quanti erano i Fasci? Eran presenti i capi dei piú importanti, e ciascuno poteva dire all'on.
Covazza come erano contati i socii e quanti fossero.
I Fasci, secondo gli ultimi dati del Comitato centrale, erano centosessantatré fermamente costituiti, trentacinque in via di formazione.
C'era dunque davvero un grande esercito di lavoratori in Sicilia, nel quale non si sapeva se ammirar più il fervore, la coscienza, o la disciplina con cui obbediva a un cenno del Comitato centrale.
Il capo d'ogni Fascio passava la parola d'ordine ai singoli capi di sezione, e questi a lor volta ai capi dei rioni e delle strade: in un batter d'occhio, sia di giorno, sia di notte, tutti i socii dei Fasci potevano ricevere un avviso.
E se domani i lavoratori si fossero mossi, tutta la gente siciliana sarebbe stata travolta come da una corrente di fuoco.
Perché già da lunghi anni covava il fuoco in Sicilia, da che essa cioè, nel mare, si era veduta come una pietra a cui lo stivale d'Italia allungava un calcio in premio di quanto aveva fatto per la così detta unità e indipendenza della patria.
Perché dire che solo da un anno si parlava di socialismo in Sicilia? Non vi era già, diciott'anni addietro, una sezione dell'Internazionale? E da allora non vi si eran sempre pubblicati giornali del partito; e circoli, gruppi, nuclei non si erano formati qua e là, sicché appena sorta la prima idea dei Fasci, era stato un subito accorrere e un subito riaggregarsi di antichi compagni di fede? Non era vero dunque che la rapidissima formazione dei Fasci era dovuta solo all'assidua e vigorosa propaganda dei giovani: il terreno era già da lunga mano preparato; mancava l'unione, un indirizzo; e ai giovani era bastato soltanto dare una voce e indicar la via, la stessa via che da anni batteva il proletariato di altri paesi.
I contadini e gli operaj di Sicilia erano accorsi ai giovani con le braccia tese, gridando: - Voi, voi siete i veri amici! - e si erano mossi a seguirli con la gioja nel cuore, e con la piena coscienza di ciò che si disponevano a fare.
E, a provar questa coscienza, Cataldo Sclàfani parlò, commosso, dei discorsi tenuti nell'ultimo congresso di Palermo da alcune donne di Piana dei Greci e di Corleone; discorsi che dimostravano, nel modo più lampante, come non il lume artificiale d'una coltura accademica, né teorie di scuola bisognavano a destar quella coscienza, ma la pratica quotidiana del dolore e dell'ingiustizia, e l'indicazione più semplice e più spontanea del rimedio a tanti mali: l'unione! Socialismo sentimentale? Ma la forza che crea è appunto il sentimento, non la fredda ragione, armata di dottrina! Che importava la nozione astratta d'un diritto, quando c'era il sentimento immediato e prepotente di un bisogno? Sentire il proprio diritto con la forza stessa con cui si sente la fame valeva mille volte più d'ogni precisa dimostrazione teorica di esso.
Peraltro, ora questo sentimento era già divenuto coscienza lucida e ferma, e si dimostrava in tutti i modi.
Un vero spirito fraterno s'era diffuso tra i contadini e gli operaj, per cui nei numerosi arresti recenti s'eran veduti i compagni liberi mantenere i carcerati e le loro famiglie; nella disgrazia di qualcuno, il pronto soccorso di tutti e l'assistenza e la sorveglianza amorosa.
Ecco la ronda dei decurioni, la sera, per le strade e le osterie delle città e delle campagne, perché i fratelli non trascendessero ad atti violenti, eccitati dal vino.
- Questi sono gli arruffapopoli, on.
Covazza! - esclamò a questo punto, concludendo, Cataldo Sclàfani con gli occhi lustri d'ebrezza e commozione.
- Vergognatevi delle vostre accuse! Siamo qua oggi, a Roma, di fronte, due generazioni.
Guardate allo spettacolo che dànno i vecchi, e guardate a noi giovani! Domani da qui il Governo, che protegge tutti coloro che dell'amor di patria affagottato e tolto in braccio si fecero scudo per tanti anni ai sassi del popolo censore, manderà in Sicilia l'esercito e l'armata per soffocare con la violenza questo gran palpito di vita nuova che noi giovani vi abbiamo destato! Fin oggi la maggioranza del Comitato centrale, di cui fo parte, è contraria a un'azione immediata.
Ma presto verrà il giorno, lo prevedo, che le smanie dell'impazienza da tanto tempo represse scoppieranno, e noi capi non potremo più frenare il popolo senza immolare noi stessi.
Lando Laurentano, seduto accanto a Lino Apes, ascoltò il lungo discorso dello Sclàfani a capo chino, stirandosi qua e là con le dita nervose la barba e lanciando occhiate a destra e a sinistra.
Quell'adunanza in casa sua gli pareva la prova generale di una rappresentazione.
Tutti quei giovani si erano anche loro assegnate le parti, e gli pareva che, a furia di ripeterle, se le fossero cacciate a memoria e le recitassero con artificioso calore.
Mancava il coro innumerevole, che era in Sicilia.
Oh sì, parlava bene, con bella enfasi apostolica, Cataldo Sclàfani; meritava in qualche punto l'applauso caldo e scrosciante, le lodi del coro, se fosse stato presente.
Innamorato della sua parte, l'avrebbe rappresentata con perfetta coerenza anche davanti ai fucili dei soldati, in piazza; e, se tratto in arresto, davanti ai giudici, in una corte di giustizia.
Perché lui solo non riusciva ancora a comporsi una parte? perché ancora, ancora dentro, esasperatamente, gli scattava la protesta: - No, non è questo? - Che volevano infatti tutti quei suoi compagni? Ben poco, per il momento, in Sicilia.
Volevano che, per l'unione e la resistenza dei lavoratori, venissero a patti più umani i proprietarii di terre e di zolfare, e cessasse il salario della fame, cessassero l'usura, lo sfruttamento, le vessazioni delle inique tasse comunali, per modo che a quelli fosse assicurato, non già il benessere, ma almeno tanto da provvedere ai bisogni primi della vita.
Volevano, adattandosi modestamente alle condizioni locali, l'impianto di cooperative di consumo e di lavoro e la conquista dei pubblici poteri; fra qualche anno trionfare nelle elezioni comunali e provinciali dell'isola; riuscir vittoriosi in qualche collegio politico, per aver controlli e banditori delle più urgenti necessità dei miseri nei Consigli comunali e provinciali e nella Camera dei deputati.
Questo volevano.
Ed era giusto.
Degne d'ammirazione la fede e la costanza con cui seguitavano quest'opera di protezione e di rivendicazione.
Che altro voleva lui? Non c'era altro da volere, altro da fare, per ora.
E tanta esaltazione, dunque, e tanto fermento per ottenere ciò che forse nessuno, fuori dell'isola, avrebbe mai creduto che già non ci fosse: che in ogni casolare sparso nella campagna la lucernetta a olio non mostrasse più ai padri che ritornavano disfatti dal lavoro lo squallido sonno dei figliuoli digiuni e il focolare spento; che fossero posti in grado di divenire e di sentirsi uomini, tanti cui la miseria rendeva peggio che bruti.
Una buona legge agraria, una lieve riforma dei patti colonici, un lieve miglioramento dei magri salarii, la mezzadria a oneste condizioni, come quelle della Toscana e della Lombardia, come quelle accordate da lui nei suoi possedimenti, sarebbero bastati a soddisfare e a quietare quei miseri, senza tanto fragor di minacce, senza bisogno d'assumere quelle arie d'apostoli, di profeti di paladini.
Oneste, modeste aspirazioni, quasi evangelicamente disciplinate, da raggiungere grado grado, col tempo e con la chiara coscienza del diritto negato! Poteva egli pascersi di esse, e non pensare ad altro? No, no: troppo poco per lui! Se fosse bastato, magari avrebbe dato tutto il suo denaro, e chi sa, forse allora, da povero, avrebbe trovato in quelle aspirazioni un pascolo per l'anima irrequieta.
Ma così, no, non potevano bastargli! All'improvviso, voltandosi a guardar Lino Apes, si sentì sonar dentro, come una feroce irrisione, i versi del Leopardi nella canzone all'Italia:
L'armi, qua l'armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io!
E scattò in piedi agli applausi che in quel punto stesso scoppiavano nella sala a coronar l'eloquente discorso di Cataldo Sclàfani, e anche lui con tutti gli altri, senza volerlo, si recò a stringere la mano all'oratore.
Ma Lino Apes, dal suo posto, col socratico sorriso su le labbra e negli occhi, domandò allora a gran voce:
- Signori miei, e che si conclude?
Pareva tutto finito; assolto il còmpito; e ciascuno si sentiva come sollevato e liberato da un gran peso.
Al richiamo dell'Apes tutti si guardarono negli occhi, sorpresi, con pena, e ritornarono mogi mogi ai loro posti.
- La natura, signori miei, - seguitò Lino Apes, appena li vide seduti, - la natura, nella sua eternità, può non concludere, anzi non può concludere, perché se conclude, è finita.
Ma l'uomo no, deve concludere; ha bisogno di concludere; o almeno di credere che abbia concluso qualche cosa, l'uomo! Ebbene, signori miei, che concluderemo noi? Siamo uomini, e venuti qua per questo.
Ma vi leggo negli occhi.
Voi non avete nessuna voglia di concludere, pur non essendo eterni! Voi avete viaggiato.
Molti tra voi seguiteranno il viaggio fino a Reggio Emilia.
Qua a Roma, chi ci viene per la prima volta, ha da veder tante cose; e il tempo stringe.
Scusatemi, se parlo così: sapete che io vedo per minuto, e parlo come vedo.
Ho poca fiducia nelle conclusioni degli uomini, i quali tutti, a un certo punto, guardandosi dietro, considerando le opere e i giorni loro, scuotono amaramente il capo e riconoscono: «Sí, ci siamo arricchiti», oppure: «Sì, abbiamo fatto questo o quest'altro - ma che abbiamo infine concluso?».
Veramente, a dir proprio, non si conclude mai nulla, perché siamo tutti nella natura eterna.
Ma ciò non toglie che noi oggi qua, dato il momento, non dobbiamo venire a una qualsiasi, magari illusoria, conclusione.
Io vi dico che questa s'impone, perché altrimenti ci verranno da sé, senza la vostra guida illuminata e il vostro consenso, gli operaj delle città, delle campagne, delle zolfare.
E sarà cieco scompiglio, tumulto feroce, quello che potrebbe essere invece movimento ordinato, premeditato, sicuro.
Le conseguenze? Signori, usa prevederle chi non è nato a fare.
Credete voi che ci sia ragione d'agire? Avvisiamo ai modi e ai mezzi.
Tutta la Sicilia è ora senza milizie.
Tre, quattro compagnie di fantaccini vi fan la comparsa dei gendarmi offenbachiani, oggi qua, domani là, dove il bisogno li chiama.
E contro ad essi, come voi dite, un intero, compatto esercito di lavoratori.
Non c'è neanche bisogno d'armarlo; basterà disarmar quei pochi e si resta padroni del campo.
No? Dite di no? Aspettate! Lasciatemi dire...
santo Dio, concludere!
Ma non poté più dire.
Come i ranocchi quatti a musare all'orlo d'un pantano, se uno se ne spicca e dà un tonfo, tutti gli altri a due, a tre, tuffandosi, vi fanno un crepitìo via via più fitto; gli ascoltatori incantati dapprima dall'arguto dire dell'Apes, cominciarono alla fine dietro un primo interruttore a interromperlo a due, a tre insieme, e quasi d'un subito, tra fautori e avversarii, schizzò da ogni parte violenta la contesa.
Di qua Lando Laurentano quasi pregava:
- Sì, ecco, se c'è da fare qualche cosa, amici...
Di là Bixio Bruno e Cataldo Sclàfani gridavano:
- No! no! Sarebbe una pazzia! Ma che! La rovina!
E sfide, invettive, proposte, s'abbaruffarono per un pezzo nella sala.
Alcuni, e tra questi il Covazza, scapparono via, indignati.
A un certo punto, uno, tutto spaurito, si cacciò zittendo e con le braccia levate nel crocchio dove più ferveva la contesa e annunziò:
- Signori miei, siamo spiati!
Tutti gli occhi si volsero alle due finestre.
Dietro la ringhiera del giardino due uomini stavano difatti a spiare, cercando di farsi riparo delle piante.
Celsina Pigna guardò alla finestra anche lei e, appena scorse quei due, diventò in volto di bragia.
- Ma no! - saltò a dire irresistibilmente.
- Li conosco io...
Aspettano me.
Innanzi al vermiglio sorriso e agli occhi sfavillanti di lei, la contesa cadde, come se a nessuno paresse più possibile seguitarla, quando quel fior di giovinetta, a cui s'era fatto le viste di non badare, si faceva avanti d'un tratto, quasi ad ammonire: - Ci sono io, finitela: sono aspettata!
Poco dopo, come tutti, tranne Lino Apes, furono andati via, Celsina si accostò a Lando Laurentano e gli domandò, alludendo a uno di quei due che stavano dietro la ringhiera ad aspettarla:
- Non lo conosce? È suo nipote...
- Mio nipote? - disse con meraviglia Lando che ignorava affatto d'averne uno.
- Ma sì, Antonio Del Re, - affermò Celsina.
- Figlio di sua cugina Anna, sorella del signor Roberto Auriti.
- Ah! - sclamò Lando.
- E perché non è entrato?
Celsina notò sul volto del Laurentano un improvviso turbamento subito dopo la domanda, e lo interpretò a suo modo, che egli cioè, sospettando qualche intrigo fra lei e il nipote, si fosse pentito della domanda inopportuna, e si affrettò a rispondere:
- Non è dei nostri, sa! Sta qui a Roma in casa del signor Roberto, all'Università...
Ma temo che...
S'interruppe, accorgendosi che il Laurentano, astratto, assorto, non le badava; e subito riprese:
- Le reco i saluti del Lizio, presidente del Fascio di Girgenti, e i saluti di mio padre.
Anch'io credo, se posso esprimere il mio parere, che non sia tempo d'agire.
Abbiamo nel Fascio di Girgenti circa ottocento iscritti...
Ma sono nomi soltanto, pochi vengono, pochi pagano...
- Ma sì, ma sì, ma sì...
- le disse allora, graziosamente ridendo con tutto il volto bruttissimo, Lino Apes, quasi per farle intendere che egli aveva parlato a quel modo col solo intento di cacciar via tutti.
- Agire? Ma sarebbe una pazzia! L'ho detto per celia, signorina!
Gli occhi di Celsina schizzarono fiamme.
Lo avrebbe schiaffeggiato.
Gli sorrise.
Tese la mano a Lando Laurentano e:
- Mi permettano - disse.
- Li lascio in libertà.
Il quondam tenore Olindo Passalacqua, marito onorario della maestra di canto signora Lalla Passalacqua-Bonomè, nonché censore effettivo del Privato Conservatorio Bonomè, da circa due ore cercava in tutti i modi di tenere a freno la muta rabbiosa impazienza di Antonio Del Re.
Parlava sottovoce, e ogni tanto, di nascosto, se Antonio Del Re sbuffando guardava altrove, cavava fuori lesto lesto l'orologino della moglie e «Poveretto ha ragione!» diceva prima con la mimica degli occhi, delle ciglia, della bocca, e subito dopo, con altra mimica: «Qua sono: avanti; seguitiamo!» E seguitava a parlare, a parlare quasi per commissione; ma in una particolar maniera comicissima e quasi incomprensibile, perché a voli a salti a precipizii per sottintesi che si riferivano a lontane e bizzarre vicende della sua scompigliata esistenza.
E a ogni salto, a ogni volo, eran subitanee alterazioni di viso e di voce, esclamazioni e ghigni e gesti o di rabbia o di gioja o di minaccia o di commiserazione o di sdegno, che facevano restare intronato, a bocca aperta chi, ignorando quelle vicende, riuscisse per un po', senza ridere, a prestargli ascolto.
Olindo Passalacqua, di fronte a questo intronamento, restava soddisfatto; era per lui la misura dell'effetto; e con le mani aperte a ventaglio si tirava su, su, su, da ogni parte i lunghi grigi capelli riccioluti per modo che gli nascondessero la radura sul cocuzzolo, e quindi coi due indici tesi si toccava gli aghi incerati dei baffetti ritinti, quasi per mettere il punto a quel gesto abituale o per accertarsi che nella foga del parlare, non gli fossero cascati.
- Una miseria, basterebbe una miseria! - diceva.
- Guarda, che sono due lirette al giorno, che sono? E vorrei dire anche meno! Una miseria...
Sciagurato! Quanti ne butta via con quei farabutti là che gl'insudiciano il come si chiama...
sicuro...
lo stemma avito! Porci! E mio suocero per l'Italia rovina l'impresa del Carolino a Palermo...
Tesori! Bastava la semplice Jone...
povero Petrella!...
mio cavallo di battaglia...
Là, tutto a catafascio...
per questi porci qua! Senti come strillano? Ed è principe, sissignore...
Vergognosi...
Dico io, due lirette al giorno per un'opera meritoria...
Dio dei cieli, una fortuna come questa! Tutto gratis...
E tu che ne sai? Certi patti infernali...
schiavitù per tutta la vita...
Io, io, per più di dieci anni, trionfatore e schiavo...
Qua, invece, solo ch'egli dicesse di sì...
M'impegnerei io, Nino, m'impegnerei io di portarla in meno d'un anno su i primari palcoscenici d'Italia.
Tu mi conosci; mi spezzo, non mi...
non mi...
frangar...
come si dice? lo sapevo pure in latino, mannaggia! La parola...
se do la parola! E che mi resta? Unico patrimonio.
Bisognerà nutrirla un tantino meglio nei primi tempi: questo sì! Ma se ne viene...
se ne viene...
oh se se ne viene..
E la bastarda musica moderna...
Aveva scoperto, Olindo Passalacqua, una portentosa voce di soprano nella gola di Celsina Pigna, subito, appena l'aveva sentita parlare.
- E con quella figurina là, che scherzi? Furore, m'impegno io: farà furore! Basterebbe a mio cognato, per rispetto a Roberto e a te, un misero assegnino, anche di una lira e cinquanta al giorno; per le spese del vitto...
Nutrirla bene...
e in meno di un anno...
dici di no?
Antonio Del Re tornava a scrollarsi tutto, rabbiosamente, appena una parola del Passalacqua riusciva a cacciarsi tra il tumulto dei pensieri violenti a cui era in preda.
Il giorno avanti, Celsina gli s'era presentata all'improvviso in casa dello zio Roberto, durante il desinare.
Frastornato, stordito dalla vita rumorosa della grande città, dagli aspetti nuovi, dalle nuove e strane abitudini, non aveva potuto attendere in alcun modo alla promessa che le aveva fatto prima di partire, di trovarle subito, cioè, un collocamento a Roma.
Le aveva scritto tuttavia che presto, appena un po' rassettato, si sarebbe messo a cercare; con la certezza però, dentro di sé, che non solo non sarebbe riuscito, ma che non avrebbe avuto né animo né modo di provarcisi, sospeso come si sentiva, e come per un pezzo avrebbe seguitato a sentirsi, in uno smarrimento che quasi gli toglieva il respiro e gli faceva apparir tutto intorno vacillante e inconsistente.
Questo smarrimento, difatti, non solo gli era durato, ma gli era via via cresciuto, in mezzo a quella precarietà d'esistenza eccentrica, scombussolata, in casa dello zio.
Come mai aveva potuto questi adattarsi a vivere così, comporsi in un certo suo ordine meticoloso, in mezzo a tanto disordine, trovarvi un po' di terra da gettarvi le radici? Capiva Olindo Passalacqua, la signora Lalla (Nanna, come la chiamavano) e il fratello di lei, Pilade Bonomè: zingari; il primo, chi sa donde venuto; gli altri due, figli d'un impresario teatrale, capitato prima del 1860 a Palermo e travolto nella corrente liberale dai giovani signori dell'aristocrazia palermitana, frequentatori assidui del palcoscenico del teatro Carolino.
Fallita dopo alcuni anni l'impresa, poveri, vittime della rivoluzione, come diceva ancora Olindo Passalacqua, il quale, subito dopo avere sposato la figlia dell'impresario, aveva perduto la voce; erano venuti a Roma, poco dopo il '70, e s'erano rovesciati addosso a zio Roberto, raccomandati da un amico di Palermo.
Avventurarsi nel bujo della sorte, gettarsi alle più stravaganti imprese, prendere da un momento all'altro le più strampalate risoluzioni, era per essi come bere un bicchier d'acqua.
Oggi qua, domani là; oggi abbondanza, domani carestia; bastava loro ogni giorno arrivare alla sera, comunque, senza indietreggiare di fronte a tutti i possibili ostacoli, ai sacrifizii più duri, buttando in mare le cose più care e più sacre pur di salvar la barca, barca senza più né bussola, né àncora, né timone, assaltata dalle onde incessanti in quella perpetua bufera ch'era stata la loro vita.
Ma tuttavia questo era in essi meraviglioso e pietoso e comico a un tempo, che pur avendo fatto getto di tutto senza alcun ritegno, eran rimasti nell'anima schietti, d'una ingenuità vivida e tutta alata di palpiti gentili, eran rimasti affettuosi, generosi, pronti sempre a spendersi per gli altri, a confortare, a soccorrere, ad accendersi d'entusiasmo per ogni nobile azione.
Quel che di scorretto, di male, di vergognoso era nella loro vita, forse stimavano sinceramente non imputabile a essi.
Necessità su cui bisognava chiudere un occhio, e se uno non bastava, tutt'e due.
Con quanta dignità, per esempio, Olindo Passalacqua, dopo aver mangiato alla tavola di zio Roberto e aver raccomandato a questo di non dimenticarsi di far prendere a Nanna le gocce per il mal di cuore o di far toglier subito dalla tavola il trionfino delle frutta per paura che, toccando inavvertitamente la buccia di qualche pesca, non le si avesse a rompere, Dio liberi, il sangue del naso come tante volte le soleva avvenire, lasciava a lui il letto maritale e, augurando alla moglie la buona notte, felicissimi sogni a tutti; anche ai canarini e al merlo nelle gabbie, al pappagallo Cocò sul tréspolo; a Titì, la scimmietta tisica, su l'anello; a Ragnetta, la gattina in colletto e cravatta; ai due vecchi cani Bobbi e Piccinì, invalidi entrambi in una cesta, quello cieco e questo con la groppa impeciata; se n'andava coi due indici su le punte dei baffi, impalato già nella rigida severità di censore inflessibile, a dormire nel Privato Conservatorio del cognato Bonomè in via dei Pontefici! E che barca di matti quella tavola a cui sedevano ogni sera quattro o cinque estranei, invitati lì per lì, o che venivano a invitarsi da sé, deputati amici di zio Roberto e di Corrado Selmi, maestri di musica chiomati, cantanti d'ambo i sessi! Che discorsi vi si tenevano, a quali scherzi spesso si trascendeva! E che pena vedere zio Roberto lì in mezzo, zio Roberto ch'egli da lontano s'era immaginato con le stesse idee e gli stessi sentimenti della nonna e della mamma (e non a torto, ché ogni giorno poi glieli dimostrava con le più squisite attenzioni e le cure paterne), che pena vederlo lì in mezzo, partecipare a quei discorsi, a quegli scherzi, e di tratto in tratto sorprendergli nel volto uno sguardo, un sorriso afflitto, di mortificazione, se incontrava gli occhi suoi che lo osservavano stupiti e addolorati! Qual guida più poteva dargli quello zio? Avrebbe potuto permettersi tutto, sicuro di non potere aver da lui né un richiamo, né un rimprovero.
S'era iscritto alla facoltà di scienze; ma come studiare in quella casa che cinfolava, gargarizzava, guagnolava dalla mattina alla sera di trilli e scivoli e solfeggi e vocalizzi? Del resto, l'Università così lontana, i numerosi studenti gaj e spensierati, gli avevano destato fin dal primo giorno un'avversione invincibile, uggia, scoramento, sdegno, dispetto; e, pigliando scusa da ogni cosa, non era più andato.
S'era figurato, e subito aveva ritenuto per certo, che a qualcuno di quei ragazzacci potesse venire la cattiva ispirazione di farsi beffe di lui così serio e diverso: e che sarebbe allora accaduto? Solo a pensarci, gli s'artigliavano le mani.
Un incentivo qualunque, in quel punto, una favilla, e il furore, represso con tanto sforzo, sarebbe divampato terribile.
Aveva l'impressione che la vita gli si fosse come ingorgata dentro e gli ribollisse, fomentata dal rimorso di quell'ozio e dal bisogno prepotente di darsi comunque uno sfogo.
Ma come sottrarsi a quell'ozio, se aveva ormai acquistato la certezza di non poter più far nulla, poiché tutto gli si era come intralciato e confuso nel cervello? e dove trovar lo sfogo? Aveva corso Roma da un capo all'altro, come un matto, quasi senza veder nulla, tutto assorto in sé, in quella cupa scontentezza di tutto e di tutti, in quel ribollimento continuo di pensieri impetuosi che, prima di precisarsi, gli svaporavano dentro, lasciandolo vuoto e come stordito, coi lineamenti del volto alterati, le pugna serrate, le unghie affondate nel palmo della mano.
Infine, dalla sorda rabbia che lo divorava, da quell'agra inerzia fosca, un'idea truce, mostruosa, aveva cominciato a germinargli nel cervello, la quale subito aveva preso a nutrirsi voracemente di tutto il rancore contro la vita, fin dall'infanzia accolto e covato.
L'idea gli era balenata, sentendo una sera a tavola discorrere del modello delle bombe recate da Francesco Crispi in Sicilia alla vigilia della Rivoluzione del 1860 e della preparazione di esse.
Corrado Selmi aveva detto che ne aveva preparate alcune anche lui, di notte, nel magazzino preso in affitto da Francesco Riso presso il convento della Gancia.
Forte delle sue nozioni di chimica moderna, s'era messo a ridere e aveva dimostrato quanto fosse puerile quella preparazione, e come adesso si sarebbero potuti ottenere effetti più micidiali con ordigni di molto piú piccolo volume.
- Ecco! - aveva esclamato allora Corrado Selmi.
- Per fare un po' di festa, bisognerebbe buttare dalle tribune uno di questi giocattolini nell'aula del Parlamento!
D'improvviso s'era sentito prendere e predominar tutto da quest'idea.
Gli urli d'indignazione della piazza per la frode scoperta delle banche, e prima il sospetto e poi la certezza che anche zio Roberto col Selmi era coinvolto nello scandalo di quella frode, le notizie sempre più gravi che arrivavano dalla Sicilia, lo avevano deciso a cercare i mezzi e il modo d'attuare al più presto quell'idea.
Tanto, ormai, era finita per lui! Se zio Giulio, partito a precipizio per Girgenti, non riusciva a ottenere dal fratello della nonna il denaro, zio Roberto sarebbe stato arrestato; e allora il crollo, il baratro...
Ah, ma prima! Sì, sì, questa sarebbe la giusta vendetta, questo lo sfogo di tutte le amarezze, che avevano attossicato la sua vita e quella dei suoi; e a quei suoi compagni là, di Sicilia, cianciatori, avrebbe dimostrato che lui solo sapeva far quello che loro tutti insieme non avrebbero mai saputo.
Ebbene, proprio in quel momento era capitata Celsina a Roma.
Nel vedersela comparir dinanzi tutta accesa in volto e ridente nell'imbarazzo, aveva provato un fierissimo dispetto.
Gli pareva ormai che nulla più potesse accadere, nulla più muoversi senza una sua spinta; che tutti dovessero stare al loro posto, immobili e come sospesi nell'attesa dell'atto grandioso e terribile ch'egli doveva compiere.
Donde, come era venuta Celsina, se egli non aveva fatto nulla per farla venire? I denari di Lando...
già! quei denari negati a zio Roberto...
Il Fascio di Girgenti...
Buffonate! E che rabbia nel veder Celsina accolta con tanta festa da quei Passalacqua, per i quali era la cosa più naturale del mondo che una ragazza si avventurasse sola fino a Roma con un pretesto come quello, e si presentasse lì in cerca dell'innamorato, ferma nel proposito di non ritornar più in Sicilia.
S'era fatto di tutti i colori nel vedersi guardato da quelli con certi occhi ridenti di malizia e di indulgenza, che gli dicevano chiaramente: «Via, che c'è di male? abbiamo capito! Non ti vergognare!».
E anche zio Roberto era rimasto lì, col suo solito sorriso afflitto, sotto al quale voleva nascondere il fastidio che gli recava ogni novità: soltanto il fastidio.
Anche per lui nulla di male che una ragazza fosse venuta a trovare il nipote in casa sua, in un momento come quello, col baratro aperto in cui stavano per precipitare tutti.
Per quei Passalacqua quel baratro era niente: una delle tante difficoltà della vita da superare; e per superarla fidavano ciecamente in Corrado Selmi.
Bastava poi a tranquillarli la calma che zio Roberto s'imponeva per non agitar la sua Nanna malata di cuore.
Via, via quel signor Antonio e quel lei, con cui Celsina s'era messa a parlargli! a chi voleva darla a intendere? ma si dessero pure del tu! Oh, cara...
Ma sì, brava, ridere...
Se non si rideva di cuore a quell'età, e con quegli occhi e con quel musino...
Uh, che voce! ma senti?...
un campanello! Non s'era mai provata la voce? Non aveva mai cantato, neanche così per ischerzo? mai mai? Ma bisognava provare, subito subito...
Impossibile che non ci fosse la voce, con quelle inflessioni, con quelle modulazioni...
Via, su, una canzoncina qualunque, là, nel salottino, subito subito...
Ecco il terno! Nulla meglio di questo espediente per non ritornar più in Sicilia! I mezzi per studiare? Ma c'era lei, la signora Lalla, e il Privato Conservatorio Bonomè.
Lezioni gratis, carte e pianoforte gratis: soltanto un piccolo assegno per il vitto.
E Olindo Passalacqua, saputo che Celsina era compagna di fede socialista di Lando Laurentano, subito aveva suggerito di chiedere a lui quell'assegno.
No? perché no? Opera meritoria! Maledetti certi scrupoli, certi pudori che impediscono alla coscienza di fare il bene! si sarebbe potuto proporre al Laurentano la restituzione di quel piccolo assegno coi primi guadagni; ma, nossignori, queste cose le fanno gli sfruttatori, gli strozzini, ragion per cui un gentiluomo deve astenersi dal farle...
Stupidaggini! Miserie! S'era contorto su la seggiola, Antonio, udendo questi discorsi.
Avrebbe voluto strappare per un braccio Celsina e gridarle sul volto: «Va', tòrnatene donde sei venuta! Costoro son pazzi che danzano su l'abisso.
Va'! va'! L'abisso lo spalancherò io! Non c'è piú nulla; io stesso non sono più: tutto è finito!».
Ma pure, eccolo lì, aveva col Passalacqua accompagnato Celsina fino al villino di Lando, e ora stava ad aspettare che l'adunanza si sciogliesse ed ella ne uscisse.
Celsina gli aveva promesso in confidenza che non avrebbe neppur fatto cenno al Laurentano di quella ridicola proposta dell'assegno; solo lo avrebbe pregato d'interessarsi in qualche modo per farle trovare, con le sue tante aderenze, un posticino a Roma.
L'assegno, Celsina si era proposto di domandarlo invece per lui, per Antonio.
Egli le aveva confidato la sera avanti la terribile condizione in cui si trovava lo zio.
- E tu? - gli aveva domandato lei.
Non aveva avuto altra risposta che un gesto furioso, di disperazione.
Le era balenato il sospetto ch'egli covasse un proposito violento, ma contro sé; e aveva cercato di scuoterlo, di rincorarlo.
Era venuta con l'animo tutto acceso di sogni e di speranze, piena di fiducia in sé, e pronta e preparata a vinccre tutti gli ostacoli.
Ebbene, sarebbero stati in due, ora, a dividerli e ad affrontarli; ella lo avrebbe trascinato nella sua foga.
Possibile ch'egli, col suo parentado, perisse? E non c'era poi l'altro zio? Via, via! Le difficoltà sarebbero state per lei.
Ma ecco, ne rideva!
Uscì dal villino, su le furie.
- Niente! Buffoni...
Andiamo! andiamo! - disse, spingendo i due compagni.
- Non ha parlato? - domandò, sospeso e afflitto, il Passalacqua.
- Ma che parlare! - si scrollò Celsina.
- Sono tanti pazzi, scemi, stupidi, imbecilli...
Chiacchiere, chiacchiere, declamazioni o ciance insipide che vorrebbero parere spiritose...
Via, via, via! Ma ci ho guadagnato questo almeno, che sono qua, a Roma! Nino, per carità, Nino, non mi far quella faccia! Vattene...
sì, sì...
è meglio che te ne vada, se mi devi affliggere così!
Olindo Passalacqua corse dietro ad Antonio che, gonfio di rabbia, tutto rabbuffato, aveva allungato il passo; lo trattenne, invitò con la mano Celsina ad avvicinarsi subito, raccomandando con cenni calma e prudenza.
Ma Celsina, sorridendo e avvicinandosi pian piano, gli accennò col capo che lo lasciasse pure andare.
- Ma pazzie, scusate...
calma, ragazzi! Così v'accecate...
E il rimedio? il rimedio così, accecandovi con le furie, non lo trovate più.
Il rimedio c'è sempre, cari amici; a tutto c'è rimedio; più o meno duro, più o meno radicale...
ma c'è! Non bisogna spaventarsi...
In prima, come! dice, questo? Questo no! questo mai!...
Poi...
eh, cari miei, l'avrei a sapere! Questo e altro!...
Però, però, però...
dico, intendiamoci, rispettando sempre le leggi del...
del...
della...
Siamo gentiluomini! Nino, tu lo sai, mi spezzo, non mi...
non mi...
- Che fai? che vuoi? che ti stilli cosí? - domandò Celsina a Nino, rimasto ansante in atteggiamento truce.
- Finiscila! Sono proprio furie sprecate...
Io mi sento così tranquilla e contenta! Su, su, per dove si prende, signor Olindo? Tu...
tu guardami...
no, no, guardami bene negli occhi...
qua, dentro gli occhi...
Prima di partire, ti ricordi?
Nino contrasse tutto il volto, nel tremendo orgasmo, e singultò nel naso, premendosi forte un pugno su la bocca.
- Via! basta, ora! Andiamo! - riprese Celsina.
- Lei, signor Olindo, mi deve dir questo soltanto, ma me lo deve dire proprio in coscienza: Ho la voce?
Olindo Passalacqua si tirò un passo indietro, con le due mani sul petto:
- Ma io ho cantato con la Pasta, sa lei? con la Lucca ho cantato; io ho cantato con le due Brambilla...
- Va bene, va bene, - lo interruppe Celsina.
- E lei è certo dunque che io abbia la voce?
- Ma d'oro! - esclamò il Passalacqua.
- D'oro, d'oro, d'oro, glielo dico io! E in meno d'un anno lei...
- Va bene, - tornò a interromperlo Celsina.
- E allora senta....
un altro favore! A procurarmi l'assegnino, come dice lei, ci penso io.
Son capace di presentarmi in tutte le botteghe che vedo, in tutti gli alberghi, ufficii, banche, caffè, se han bisogno d'una contabile, giovane di negozio, interprete, quel che diavolo sia! Ho il diploma in ragioneria, licenza d'onore; possiedo due lingue, inglese e francese...
Ma anche per sarta mi metto, per modista...
Non so neppur tenere l'ago in mano; imparerò!...
maestra, governante, istitutrice...
Lasci fare a me! Lei ora se ne vada.
Mi lasci sola con questo bel tomo! A rivederla.
E, preso Antonio sotto il braccio, scappò via.
- Fammi veder Roma!
Ma che vedere! Non poteva veder nulla, col cervello in subbuglio.
Parlava, parlava, e gli occhi le sfavillavano ardenti, sotto quel cappellino dalla piuma spavalda; le labbra accese le fremevano, e rideva senz'ombra di malizia a tutti quelli che si voltavano a mirarla.
- Nino, senti, - gli disse a un certo punto, piano, in un orecchio.
- Portami lontano...
in un punto solitario...
lontano...
voglio cantare!...
Ho bisogno di sentire come canto...
Se fosse vero! Tu ci pensi? Ah, se fosse vero, Nino mio! Andiamo, andiamo...
Seguitò a cinguettare per tutta la via.
Gli disse che per forza lei, prima di diventare un soprano, un contralto celebre, per forza doveva trovar marito, dato quel brutto cognome che l'affliggeva.
- Celsa, va bene; ma Pigna! ti pare possibile? Vediamo un po', mettiamo...
Celsa...
come? Celsa Del Re? Oh Dio no! Le mie opinioni politiche...
Del re? Impossibile, Nino! non posso diventare tua moglie, è fatale! Ma tu del resto non mi vuoi...
Ahi, ahi no! mi hai fatto un livido nel braccio...
Mi vuoi? E allora Celsina Del Re, e non se ne parli più! Celsina di Sua Maestà, è buffo, sai? di Sua Maestà Antonio I.
Arrivarono, ch'era già il tramonto, di là dal recinto militare, in prossimità del Poligono, su la sponda destra del Tevere.
Monte Mario drizzava il suo cimiero di cipressi nel cielo purpureo e vaporoso, e la vasta pianura, che serve da campo di esercitazione alle milizie, e le sponde erbose del fiume, nell'ombra soffusa di viola, parevano smaltate.
Nel silenzio quasi attonito, più che la voce si sentiva il movimento delle acque dense, d'un verde morto, tinte dai riflessi rosei del cielo e qua e là macchiate da qualche cuora nera.
- Bello! - sospirò Celsina, guardandosi intorno.
E con l'impressione che la vita vera se ne fosse come andata via di là, e ne fosse rimasta quasi una larva, nel ricordo o nel sogno, dolce e malinconica, aggiunse piano:
- Dove siamo qua?
Poi, volgendosi ad Antonio, che si era seduto su un masso e guardava verso terra, curvo, con le mani strette tra le gambe:
- Ma che fai? - gli domandò.
- Ma tu non vedi, tu non senti più nulla? Alza il capo, guarda, senti...
questo silenzio qua...
il fiume...
e là Roma...
e io che sono qua con te!
Gli s'accostò, gli posò una mano sui capelli, si chinò a guardarlo in faccia, e:
- Tu non hai ancora vent'anni! - gli disse.
- E io ne ho diciotto...
Antonio si scrollò rabbiosamente, per respingerla, e allora ella, sdegnata, alzò una spalla e si allontanò.
Poco dopo, da lontano, giunse ad Antonio il suono della voce di lei che cantava, in quel silenzio, limpida e fervida.
Disperato, serrando le pugna nella furia della gelosia, la vide parata da attrice, in un vasto teatro, davanti ai lumi della ribalta.
Si alzò, fremente; andò a raggiungerla.
- Andiamo! andiamo! andiamo!
- Che te ne pare? - gli domandò lei, con un fresco sorriso di beatitudine.
Antonio le strinse un braccio e, guardandola odiosamente negli occhi:
- Tu ti perderai! - le gridò tra i denti.
Celsina scoppiò a ridere.
- Io? - disse.
- Ma se tu non mi vuoi, si perderanno quelli che mi verranno appresso, caro mio! Io ho le ali...
le ali...
Volerò!
CAPITOLO TERZO
L'on.
Ignazio Capolino non capiva nei panni dalla gioja.
Migliaja d'operaj, nel suo collegio, inferociti dalla fame per la chiusura delle zolfare del Salvo, minacciavano tumulti, rapine, incendii, strage; Aurelio Costa, esposto all'ira di quelli per le promesse fatte a nome del Salvo, fremeva d'indignazione alle lepide ciance di S.
E.
il Sottosegretario di Stato al Ministero d'agricoltura; e lui gongolava beato dell'insperata affabilità, del tratto confidenziale, da vecchio amico, con cui quella sotto-eccellenza lo aveva accolto.
Chiedendo per il Costa quell'udienza, aveva temuto che l'ostentato prestigio, la vantata amicizia personale coi membri del Governo, messi alla prova, avrebbero sofferto la più affliggente mortificazione; e invece...
Ma sì, ma sì, matti da legare, benissimo! nemici dell'ordine sociale, quei solfaraj là! gente facinorosa, ma sì! esaltata da quattro impostori degni della forca! Misure estreme? di estremo rigore? ma sì! benissimo! Non ci voleva altro...
Viso fermo, già! polso duro! Umanità...
ah sicuro...
fin dov'era possibile...
Già, già, oh caro...
ma come no? ma come no?
E accennava, con timidezza mal dissimulata, d'allungare una mano per batterla o su la gamba o dietro le spalle del Sottosegretario di Stato, come un cagnolino che, dopo essersi storcignato per far le feste al padrone che teme severo, s'arrischia a levare uno zampino per far la prova d'averlo placato.
Quanto a quel disegno d'un consorzio obbligatorio tra tutti i produttori di zolfo della Sicilia, studiato dall'amico ingegnere lì presente...
- oh, valorosissimo e tanto modesto, già del corpo minerario governativo, sì, e uscito dall'École des Mines di Parigi - quanto a quel disegno, ecco, se almeno S.
E.
il Ministro avesse voluto degnarlo d'uno sguardo...
No, eh? impossibile, è vero? il momento...
già! già! non era il momento quello! nuova esca al fuoco, sicuro! ci voleva altro...
ma sì! bravissimo! oh caro...
come no? come no?
Uscì dal palazzo del Ministero, tronfio e congestionato come un tacchino, mentre Aurelio Costa, per sottrarsi alla tentazione di schiaffeggiarlo o sputargli in faccia, pallido e muto allungava il passo e lo lasciava indietro.
- Ingegnere!
Il Costa, senza voltarsi, gli rispose con un gesto rabbioso della mano.
- Ingegnere! - lo richiamò Capolino, raggiungendolo, fieramente accigliato.
- Ma scusi, è pazzo lei? o che pretendeva di più?
- Mi lasci andare! per carità, mi lasci andare, - gli rispose Aurelio Costa, convulso.
- Corro al telegrafo.
Venga qua lui, don Flaminio! Io me ne riparto domani.
- Ma si calmi! Dice sul serio? - riprese, con tono tra arrogante e derisorio, Capolino.
- Che voleva lei da un Sottosegretario di Stato? che le buttasse le braccia al collo? Io non so...
Meglio di così? Non m'aspettavo io stesso una simile accoglienza...
- Eh, sfido! - ghignò, fremente, il Costa.
- Se lei...
- Io che cosa? - rimbeccò pronto Capolino.
- Voleva promesse vaghe? fumo? Mi ha trattato, mi ha parlato da amico, da vero amico! E metta ch'io sono deputato d'opposizione; che sono stato combattuto dal Governo, accanitamente, nelle elezioni.
E lei lo sa bene!
- Non so nulla io! - sbuffò il Costa.
- So questo soltanto: che avevo l'ordine, ordine positivo, che il disegno almeno fosse preso subito in considerazione dal Governo.
E lei non ha speso una parola; lei non ha fatto che approvare...
Capolino lo arrestò, squadrandolo da capo a piedi.
- Parlo con un uomo, o parlo con un ragazzino? Dove vive lei? Può credere sul serio che in un momento come questo, in mezzo a questo pandemonio, si possa attendere all'esame del suo disegno? L'ordine! Abbia pazienza! Quando ricevette lei quest'ordine da Flaminio Salvo? Prima di partire, è vero? Ma scusi, ormai...
ecco qua!
E Capolino con furioso gesto di sdegno trasse fuori dal fascio di carte che teneva sotto il braccio la partecipazione delle speciose nozze di S.
E.
il principe don Ippolito Laurentano con donna Adelaide Salvo.
- L'avrà ricevuta anche lei! - disse.
- si stia zitto, e non pensi più né a ordini né a progetti!
- Ah, dunque, un giuoco? - esclamò Aurelio Costa.
- Con la pelle degli altri?
- Ma che pelle! - fece Capolino, con una spallata.
- Con la mia pelle! con la mia pelle, sissignore! - raffermò il Costa infiammato d'ira.
- Con la mia pelle, perché dovrò tornarci io laggiù, ad Aragona, tra i solfaraj! E sa lei come li ritroverò, dopo sette mesi di sciopero forzato? Tante jene! Ma perché dunque mi ha fatto promettere a tutti...
anche qua, anche qua adesso a Nicasio Ingrao, al figlio del principe? E tutti gli studii fatti?
- Caro ingegnere, scusi, - disse pacatamente Capolino, con gli occhi socchiusi, trattenendo il sorriso, - lei pratica con Flaminio da tanti anni, e ancora non s'è accorto che Flaminio non è soltanto uomo d'affari, ma anche uomo politico.
Ora la politica, sa? bisogna viverci un po' in mezzo; la politica, signor mio, che cos'è in gran parte? giuoco di promesse, via! E lei, scusi, va a cacciarsi in mezzo proprio in questo momento...
- Io? - proruppe Aurelio Costa, portandosi le mani al petto.
- Io, in mezzo?
- Ma sì, ma sì,- affermò con forza Capolino.
- Come un cieco, scusi! E non dico soltanto per questa faccenda qua, del progetto.
Lei non vede nulla, lei non capisce...
non capisce tante cose! Dia ascolto a me, ingegnere: non s'impicci più di nulla! se ne torni al suo posto...
Mi duole, creda, sinceramente, veder fare a un uomo come lei, per cui ho tanta stima, una figura...
non bella, via! non bella...
Aurelio Costa restò dapprima, a queste parole, a bocca aperta, trasecolato; poi si fece pallido e abbassò gli occhi per un momento; infine, non riuscendo a frenar l'impeto della stizza:
- A me, - balbettò, - a me dice così? a me?...
Ma io...
Quando mai io...
a quali cose io mi son cacciato in mezzo, di mia volontà? Vi sono stato sempre trascinato, io, tirato per i capelli, e sono stufo, sa? stufo, stufo di queste imprese, di questi intrighi, e bizze, e scandali...
- Scandali, poi! - fece Capolino.
- Sissignori, scandali! - seguitò Aurelio, senza più freno.
- Scandali qua, laggiù...
e se non li vede lei, li vedo io! Basta! basta! Io non ho voluto mai nulla! non ho aspirato mai a nulla, per sua norma, altro che di stare in pace con la mia coscienza, e tranquillo, facendo ciò che so fare.
E basta! Venga qua lui, ora, e pensi, dopo le promesse fatte, ad aggiustar bene le cose, perché laggiù, ripeto, debbo tornarci io, e la pelle non ce la voglio lasciare.
La riverisco.
Ignazio Capolino lo seguì un tratto con gli occhi; poi si scosse con un altro ghigno muto, e tentennò a lungo il capo.
Se avesse saputo che la vera ragione, per cui Aurelio Costa voleva che Flaminio Salvo venisse a Roma, era quella stessa appunto per cui egli voleva che non venisse: sua moglie!
Il calore con cui difendeva quel disegno, studiato veramente con tutto lo zelo scrupoloso che metteva in ogni sua opera, e la stizza nel vederlo mandato a monte, buttato lì, senz'alcuna considerazione e quasi deriso, provenivano in fondo dal calore d'un'altra passione, dalla stizza per un altro smacco, di cui egli, per non mortificare innanzi a se stesso il suo amor proprio, non si voleva accorgere.
Allontanato da Flaminio Salvo da Girgenti con la scusa di quel disegno, proprio nel momento in cui la figlia sapeva che Nicoletta Capolino era a Roma col marito, era accorso come un assetato alla fonte.
Aveva creduto di ritrovar qui Nicoletta come la aveva veduta l'ultima volta a Colimbètra, piena di lusinghe per lui, ardente e aizzosa.
E invece...
per miracolo non s'era messa a ridere nel leggergli nello sguardo profondo il ricordo di quella sera indimenticabile!
Capolino, che aveva tanto da ridire su la condotta della moglie in quei giorni, se ne sarebbe potuto accorgere; ma da che, a Colimbètra, ancora col petto fasciato per la ferita, aveva sentito il bisogno d'un pajo d'occhiali, non riusciva a veder più nulla con l'antica chiarezza, Capolino, né in sé né attorno a sé.
Lo scherzo di quella palla, scappata fuori con inopinata violenza dalla pistola del Verònica, gli aveva turbato profondamente la concezione della vita.
Fino a quel punto, aveva creduto di farlo lui agli altri, lo scherzo, uno scherzo che gli era riuscito sempre bene; ora, all'improvviso e sul più bello, s'era accorto che, ad onta di tutte le diligenze e contro ogni previsione, ridendosi d'ogni arte e d'ogni riparo, il caso, nella sua cecità, può e sa scherzare anche lui, facendone passare agli altri la voglia.
E Capolino era diventato seriissimo.
Già, subito, o per la violenta emozione o per il sangue perduto, gli s'era indebolita la vista.
Il principe don Ippolito, graziosamente, aveva voluto regalargli lui gli occhiali, un bel pajo d'occhiali serii, con staffe, cerchietti e sellino di tartaruga.
E la vita veduta con quegli occhiali, e da deputato, gli aveva fatto d'improvviso un curioso effetto: le sue mani, tutte le cose intorno, sua moglie, il suo passato, il suo avvenire, gli s'erano presentati con linee, luci e colori nuovi, innanzi a cui egli si era veduto quasi costretto ad assumer subito un certo cipiglio tra freddo e grave, che aveva fatto rompere, la prima volta, in una risata sua moglie:
- Oh povero Gnazio mio!
Ed ecco, segnatamente sua moglie non aveva più saputo vedersi d'attorno, Capolino: sua moglie che gli cercava gli occhi dietro quei nuovi occhiali, e non poteva in alcun modo prenderlo sul serio.
Venuta a Roma con lui per quindici o venti giorni, per un mese al più, Lellè vi si tratteneva da più di tre mesi e non accennava ancora, neppur lontanamente, di volersene partire.
O ch'era matta? Tripudiava, Lellè.
Aveva trovato finalmente il suo elemento.
Dai Vella, parenti di Flaminio Salvo, e un po' anche del marito per via della prima moglie, era diventata subito di casa.
A Francesco Vella piaceva il fasto, donna Rosa Vella era tal quale la sorella minore donna Adelaide, sbuffante e sempliciona, e i loro due figli, Ciccino e Lillina, se Nicoletta fosse andata a ordinarseli apposta, non avrebbe potuto trovarli più di suo gusto.
Che amore quella Lillina! Rimasta nubile, ormai spighita nella simpatica bruttezza tutta pepe, era la compagna inseparabile del fratello Ciccino: più scaltra, più ardita, più vivace di lui, lo ajutava, lo difendeva, lo guidava, a parte di tutti i suoi segreti più intimi.
Fratello e sorella non avevano mai pensato ad altro che a darsi buon tempo; e Nicoletta, con loro, in pochi giorni era diventata una cavallerizza perfetta; era già andata tre volte alla caccia della volpe; e teatri e feste e gite: una cuccagna! Lillina sapeva sempre con precisione quando doveva farsi venire un po' di emicrania o qualche altro dolorino, per lasciare in libertà Ciccino e la nuova amica Lellè.
Ora Capolino, per quanto Roma fosse grande, da deputato e con gli occhiali serii, non vi si vedeva minimo, e temeva che quello sbrigliamento della moglie potesse dare all'occhio.
Del resto, non poteva soffrirlo, non tanto per quello che potevano pensarne gli altri quanto per sé.
Da deputato e con gli occhiali, voleva che anche sua moglie, ormai, diventasse più seria.
A Roma e con quei Vella attorno e con la libertà in cui era costretto a lasciarla, non gli pareva possibile.
Flaminio Salvo, ora che donna Adelaide era andata a nozze, certamente avrebbe avuto bisogno di lei, a Girgenti.
Per la figliuola, s'intende; per quella cara Dianella senza mamma.
Se non oggi, domani, avrebbe scritto per pregarla di ritornare.
Non gli pareva l'ora all'onorevole Ignazio Capolino! Ma ecco, adesso, quell'imbecille del Costa che veniva a guastargli le uova nel paniere! La pelle...
Temeva per la pelle...
Pezzo d'asino! Ma già, se non era stato buono in tanti anni neanche d'accorgersi che Dianella lo amava, che aveva sotto mano la fortuna, una simile fortuna! come avrebbe riconosciuto ora, che meglio di così un deputato d'opposizione non poteva essere accolto da un Sottosegretario di Stato? E aveva osato rimproverargli le approvazioni...
Ma sicuro! per far piacere a lui doveva difendere i solfaraj, quasi che, nelle ultime elezioni egli fosse andato su anche col suffragio di quei galantuomini! Messo tra il Governo e i socialisti, poteva un deputato conservatore, d'opposizione, esitare nella scelta? Ma andate a ragionare di queste cose con uno, a cui la fortuna dava il pane perché lo sapeva senza denti! Intanto Flaminio Salvo, per seguitare da un canto la commedia di quel progetto e aver modo dall'altro d'abboccarsi con Lando Laurentano, che non aveva voluto assistere alle nozze del padre, senza dubbio sarebbe accorso alla chiamata; e certo avrebbe condotto con sé Dianella, che non poteva restar sola a Girgenti.
E sarebbe forse rimasta a Roma per un pezzo, Dianella, presso gli zii, per divagarsi e...
chi sa! - gli occhi di Flaminio Salvo vedevano molto lontano - Lando andava qualche volta in casa Vella, e...
chi sa! Rimanendo Dianella a Roma, addio ritorno di Lellè a Girgenti.
Così pensando, Capolino sbuffava, e gli occhiali serii, con staffe, cerchietti e sellino di tartaruga, gli s'appannavano.
Non passò neanche una settimana, che Flaminio Salvo fu a Roma insieme con Dianella, come Capolino aveva preveduto.
Dianella arrivò come una morta; Flaminio Salvo, al solito, sicuro di sé, con quel sorriso freddo su le labbra, a cui lo sguardo lento degli occhi sotto le grosse pàlpebre dava un'espressione di lieve ironia.
Furono ospitati dai Vella, che insieme coi coniugi Capolino e il Costa si recarono ad accoglierli alla stazione.
Donna Rosa, Ciccino e Lillina non conoscevano ancora Dianella.
- Figlia mia, o che mangi lucertole? - le domandò in prima la zia Rosa, nel vederle il volto come di cera e con gli occhi dolenti e smarriti.
- Ma capisco, sai? con un uomo insulso come tuo padre, difficile passarsela bene.
Ah, io gliele dico, sai? Non sono come tua zia Adelaide che cala a tutto la testa.
Sono più grande di lui, e mi deve rispettare.
- Io ti bacio sempre la mano, - disse don Flaminio, inchinandosi.
- Sicuro! Ecco qua: bacia, bacia! - riprese donna Rosa stendendo la mano tozza, paffuta.
- Sicuro che me la devi baciare! Sta' un po' con noi qua a Roma, figlia mia, e vedrai che ti farò ritornare in Sicilia bella grossa come una madre badessa.
Vedi questa signora? - aggiunse, indicando Nicoletta Capolino.
- Come ti pare? Brutta è, bisogna dirglielo; ma da che Ciccino e Lillina le hanno fatto far la cura di trotto a cavallo, vedi l'occhio? più vivo! Lascia fare ai tuoi cugini, cara mia.
Andiamo, andiamo! Ridere, ridere...
Cosa da ridere, la vita, te lo dico io.
A casa, don Flaminio narrò mirabilia alla sorella, al cognato, ai nipoti, agli amici, degli sponsali del principe con donna Adelaide, celebrati da monsignor Montoro nella cappella di Colimbètra, tra il fior fiore della cittadinanza girgentana.
S.
A.
R.
il Conte di Caserta aveva avuto la degnazione di mandare dalla Costa Azzurra una lettera autografa d'augurii e rallegramenti agli sposi.
- E chi è? - domandò donna Rosa, guardando tutti in giro; poi, picchiandosi la fronte: - Ah già, ho capito, il fratello di Cecco Bomba...
Ho un cognato borbonico, coi militari...
Me l'ha scritto Adelaide! Ora è mai possibile che stia allegra codesta povera figliuola con tale razza di Altezze Reali che scrivono lettere autografe per le nozze di sua zia? Va' avanti, va' avanti...
Ah se ci fossi stata io! Codesto tuo principe di Laurentano...
Seguitando, don Flaminio si dichiarò particolarmente grato della presenza di don Cosmo, fratello dello sposo, alla magnifica festa, e del dono prezioso mandato da Lando alla matrigna.
- L'ho visto! - disse Ciccino.
- L'ha comperato con noi! - aggiunse Lillina.
- Ah, dunque lo conoscete bene? - domandò, contento, don Flaminio.
E volle sapere dai nipoti in che intrinsechezza fossero con lui, e che aspetto e che umore avesse, chiamando a parte la figliuola con vivaci esclamazioni, della sua meraviglia e del suo compiacimento per le risposte che quelli gli davano.
Ma Dianella si turbò in viso così manifestamente e mostrò negli occhi un così strano sbigottimento, ch'egli cangiò a un tratto aria e tono, e finse di meravigliarsi, perché la gravità delle cose che avvenivano in quei giorni in Sicilia, e nelle quali il giovane principe, a quanto si diceva, doveva essere più d'un po' immischiato, gli pareva non comportasse in lui quell'umor gajo, che i nipoti dicevano.
E prese a raccontare, con atteggiamento di grave costernazione, i fatti avvenuti di recente in Sicilia, a Serradifalco, a Catenanuova, ad Alcamo, a Casale Floresta, i quali provavano come in tutta l'isola covasse un gran fuoco, che presto sarebbe divampato; e a rappresentar la Sicilia come una catasta immane di legna, d'alberi morti per siccità, e da anni e anni abbattuti senza misericordia dall'accetta, poiché la pioggia dei benefizi s'era riversata tutta su l'Italia settentrionale, e mai una goccia ne era caduta su le arse terre dell'isola.
Ora i giovincelli s'erano divertiti ad accendere sotto la catasta i fasci di paglia delle loro predicazioni socialistiche, ed ecco che i vecchi ceppi cominciavano a prender fuoco.
Erano per adesso piccoli scoppii striduli, crepitìi qua e là; scappava fuori ora da una parte ora dall'altra qualche lingua di fiamma minacciosa; ma già s'addensava nell'aria come una fumicaja soffocante.
E il peggio era questo: che il Governo, invece d'accorrere a gettar acqua, mandava soldati a suscitare altro fuoco col fuoco delle armi.
Ma avesse almeno avuto soldati abbastanza, da fronteggiare l'impeto delle popolazioni irritate! Gli scarsi presidii, bestialmente incitati a sparare su le folle inermi, si vedevano costretti, subito dopo, a rinserrarsi nelle caserme; e allora la folla, inselvaggita dagli eccidii, restava padrona del campo e assaltava furibonda i municipii e vi appiccava il fuoco.
Lo sgomento intanto si propagava per tutta l'isola; sindaci e prefetti e commissarii di polizia perdevano la testa; e dove si sarebbe andati a finire?
Queste cose disse, rivolto specialmente al cognato Francesco Vella, al Capolino e ad Aurelio Costa: volle dedicare alle signore il racconto d'una recente prodezza compiuta da cinquecento donne in un villaggio dell'interno della Sicilia, chiamato Milocca.
Per la speciosa denuncia di un mucchio di concime sparso non già fuori, ma nelle terre medesime d'un proprietario che non aveva voluto arrendersi ai nuovi patti colonici dei contadini del Fascio, la forza pubblica aveva tratto in arresto iniquamente e sottoposto a processo per associazione a delinquere il presidente e i quattro consiglieri del Fascio stesso.
E allora le donne del villaggio, in numero di cinquecento, indignate dell'ingiustizia e della prepotenza, s'erano scagliate come tante furie contro la caserma dei carabinieri, ne avevano sfondato la porta e tratto fuori i cinque arrestati; poi, ebbre di gioja per la liberazione dei prigionieri, avevano condotto in trionfo sulle braccia, per le vie del paese, uno dei carabinieri e le armi strappate loro dalle mani.
Donna Rosa, Nicoletta Capolino e Lillina approvarono festosamente la vittoria di quelle donne gagliarde; ma don Flaminio parò le mani gridando:
- Piano, piano! Aspettate! L'allegrezza è stata breve...
I milocchesi, dico gli uomini, che non s'erano affatto immischiati in questa rivolta delle loro donne, saputo che il prefetto della provincia mandava un rinforzo di soldati e delegati e giudici a Milocca, cavalcarono le mule e, armati di fucile, presero il largo.
Sono ancora sparsi per le campagne, decisi a vender cara la loro libertà.
Ma i signori giudici, a Milocca, hanno arrestato trentadue donne, di cui alcune gestanti, altre coi bambini lattanti in collo, e le hanno tradotte ammanettate nelle carceri di Mussomeli.
- Valorosi! valorosi! - esclamò allora donna Rosa.
- Ma come? E voi, Gnazio, deputato siciliano, non levate la voce in Parlamento neanche contro l'arresto delle donne gravide e delle mamme coi bambini in collo?
Don Flaminio sorrise e, lisciandosi le basette:
- Non gli conviene, - disse.
- Sono gestanti e mamme socialiste.
Lui è conservatore.
Quantunque laggiù, sai? don Ippolito Laurentano vorrebbe che il partito clericale secondasse il movimento proletario e se n'avvalesse, stabilendo anche con esso qualche accordo segreto.
Ma monsignor Montoro, confòrtati, è contrario; forse perché il canonico Pompeo Agrò è da un mese a Comitini a far propaganda, non so quanto evangelica, contro me, tra i solfaraj.
Basta.
Vedremo di stare tra il padre e il figlio.
Domani mi recherò dal giovane principe socialista a lasciargli un biglietto da visita.
Capolino accompagnò Flaminio Salvo in quella gita al villino di via Sommacampagna, tanto nell'andata quanto nel ritorno.
La strana impressione, quasi di sgomento, che gli aveva fatta la vista di Dianella, all'arrivo, si raffermò al discorso che gli tenne il Salvo lungo la via.
Fu al solito un discorso sinuoso, pieno di sottintesi e di velate allusioni, da cui parve a Capolino di poter desumele questo: che il Salvo era davvero fortemente impensierito non dalle condizioni politiche della Sicilia, ma dalle condizioni di spirito della figliuola, le quali tanto piú dovevano dar da pensare, in quanto che la madre era pazza; ch'egli intendeva perciò di contentarla, se quel viaggio a Roma non riusciva agli effetti che se ne riprometteva; contentarla, anche perché, uscita ormai di casa la sorella, egli, non avendo più alcuno che stésse attorno alla figliuola bisognosa di cure, d'affettuosa compagnia, di distrazioni, avrebbe dovuto sacrificare troppo gli affari, e non poteva (qui parve a Capolino di dover notare un grave rimprovero per sua moglie, che aveva osato lasciar sola anche donna Adelaide nell'avvenimento delle nozze); contentarla, infine, anche per dare ad Aurelio Costa (che presto, fra due o tre giorni, sarebbe tornato in Sicilia) un premio degno, se riusciva a ridurre a ragione gli operaj delle zolfare.
Queste deduzioni così chiare del lungo discorso a mezz'aria del Salvo costarono a Capolino un così intenso sforzo, che uno dei cristalli degli occhiali, continuamente appannati dagli sbuffi, gli s'infranse tra le dita nervose, a furia di ripulirlo.
Fortuna che le scagliette del cristallo s'infissero soltanto nel fazzoletto, senza ferirgli le dita.
Ma la sera dovette parlare, e seriamente, alla moglie, senza occhiali.
Nicoletta sapeva che l'improvviso arrivo di Flaminio Salvo e di Dianella a Roma era dovuto al Costa.
Più perspicace del marito, aveva subito preveduto che questo arrivo avrebbe segnato la fine della sua cuccagna, ed era perciò così gonfia d'odio contro quello che lo avrebbe ucciso senza esitare, se le avessero assicurato l'impunità.
Già aveva veduto il primo effetto dell'arrivo: Ciccino e Lillina Vella se n'erano andati in giro per Roma con la cuginetta pallida e smarrita, mettendo lei da parte fin dal primo giorno.
Scelto male, dunque, il momento per un discorso serio!
- Debbo partire? - domandò subito, per tagliar corto.
- Parto anche domani.
Senza chiacchiere.
Ma sola, no!
- E con chi? - fece Capolino.
- Io...
- Tu hai le sorti d'Italia su le braccia, lo so! - esclamò Nicoletta.
- Come potrebbe sedere la Camera, domani, se tu mancassi?
- Ti prego, - fece Capolino, con un gesto delle mani, che significava freno, prudenza, da un canto, e dall'altro, sdegno di avviare il discorso, senza scopo, per una china facile, per quanto sdrucciolevole.
- Io sono qui per fare il mio dovere.
- Anch'io! - rimbeccò, pronta, Nicoletta.
- Non ti pare? Tu, di deputato; io, di moglie.
Lo dice anche il sindaco: la moglie deve seguire il marito.
Caro mio, se la pigli così!...
Lascia stare i doveri, non mi far ridere! Te l'ho detto: tu, caro mio, hai perduto da un pezzo in qua la bussola! Parliamoci come prima, o piuttosto, intendiamoci come prima, senza parlare affatto, per il tuo e per il mio meglio! Bada, Gnazio, tu sei stufo, ma io più che più, e capace...
non so, capace in questo momento di commettere qualunque pazzia.
Te n'avverto!
- Santo Dio, ma perché? - gemette Capolino con le mani giunte.
- Ah, perché? - gridò Nicoletta, andandogli incontro, vampante d'ira e di sprezzo.
- Mi domandi perché? Mi dici di partire, di ritornarmene laggiù, e mi domandi perché?
- Prego, prego...
- cercò d'interromperla Capolino, protendendo adesso le mani, per arrestare anche col gesto quella furia.
- Nel nostro...
nel tuo stesso interesse, scusa! Se non mi lasci parlare...
- Ma che vuoi dire! Lascia stare! - esclamò Nicoletta.
- So come debbo dire, non dubitare, - riprese Capolino con molta gravità, abbassando gli occhi.
- Tu ignori il discorso che mi ha tenuto Flaminio questa mattina.
T'ho detto nulla, finora, del tuo prolungato soggiorno a Roma? Nulla...
E tu stessa ti sei rimproverata di non esser partita per assistere Adelaide nel giorno delle nozze.
Ora la tua assenza da Girgenti sai qual effetto ha prodotto? Questo, semplicemente: che Flaminio Salvo, lasciato solo e stanco, ha deciso di contentar fnalmente la figliuola.
Nicoletta restò a questa notizia.
- Ah sì?- disse; e si morse il labbro, fissando nel vuoto gli occhi, odiosamente.
- Capisci? - seguitò Capolino.
- Teme che le dia di volta il cervello, come alla madre.
E mi pare che il timore non sia infondato.
L'hai veduta? Fa pietà.
- Schifo! - scattò Nicoletta.
- Se ne dovrebbe vergognare!
- L'amore...
- sospirò Capolino, alzando le spalle, socchiudendo gli occhi.
- E Flaminio fors'anche pensa che, con l'ombra della pazzia della madre, un degno partito per la figlia non sarebbe facile trovarlo.
Ha messo poi in gravissimi imbarazzi il Costa laggiù, tra i solfaraj, e pensa di premiar la devozione, l'abnegazione...
- Quanti pensieri!...
quante dolcezze!...
- disse Nicoletta.
- E io dovrei sguazzarci in mezzo, è vero? come un'ape nel miele...
- Tu? perché? - domandò Capolino.
- Ma la custode della figlia non sono io? - inveì Nicoletta.
- Non toccherà a me allora covar con gli occhi la coppia innamorata? assistere alle loro carezze, ai loro colloquii? accogliere in seno le confidenze della timida colombella risanata?
Capolino si strinse nelle spalle, come per dire: «Dopo tutto, che male?...».
- Ah, no, caro mio! - riprese con impeto la moglie.
- Non me ne importerebbe nulla se, per il mio interesse, come tu dici, non mi vedessi costretta a far questa parte...
E tu dimentichi un'altra cosa! Che codesto signor ingegnere chiese un giorno la mia mano, e che io la rifiutai, perché non mi parve degno di me! Bella vendetta, adesso, per lui, diventare sotto gli occhi miei il fidanzato della figlia di Flaminio Salvo!
- Ma questo, se mai, di fronte a te che l'hai rifiutato, - le fece osservar Capolino, - potrà esser ragione d'avvilimento per la figlia di Flaminio Salvo...
- Già! - esclamò Nicoletta, levandosi.
- Perché io adesso sono la moglie dell'onorevole deputato Ignazio Capolino!
- Che vale molto di piú, ti prego di credere! - gridò questi, dando un pugno sulla tavola e levandosi in piedi anche lui, fiero.
Nicoletta lo squadrò, calma, di sotto in su; poi disse:
- Uh, quanto a meriti, non oserei metterlo in dubbio! Però...
però io debbo partire, ecco, sempre per il mio interesse, come tu dici...
Che vuoi? i meriti, caro, non hanno spesso fortuna.
- Fa rabbia anche a me, - disse allora Capolino, - che uno stupido, un imbecille di quella fatta debba salire così, tirato su dal favore della sorte, cacciato a spintoni, come una bestia bendata e restìa...
Perché egli, sai? l'ha detto a me: non vorrebbe nulla...
Questo è il bello.
Non s'accorge di nulla, non capisce nulla, e la fortuna lo ajuta! Domani, genero di Flaminio Salvo!
- Ah no! - scattò Nicoletta.
- Questo matrimonio non si farà! Te l'assicuro io: non-si-fa-rà!
Capolino tornò a stringersi nelle spalle e a socchiudere gli occhi:
- Se Flaminio vuole...
come potresti impedirlo?
- Come? - rispose Nicoletta.
- Come...
non so! Ma a ogni costo...
ah, a ogni costo! puoi esserne certo!
Capolino insistette:
- Ma via, tu credi che il Costa sia capace di sentir la vendetta che tu dici, per il tuo rifiuto? No, sai! Non è capace neanche di questo! Io l'ho studiato: è con te riguardoso, ossequioso...
anzi, tutto impacciato in tua presenza...
non ci penserà mai! E se tu...
se tu saprai vincer lo sdegno, e trattarlo...
dico, trattarlo con una certa...
disinvoltura cortese...
Sotto gli occhi di Nicoletta, che lo fissavano con freddo e calmo sprezzo, smorì, si scompose il sorriso con cui aveva accompagnato le ultime parole.
- Come, del resto, lo hai trattato finora, - soggiunse dignitosamente.
Poi, cangiando discorso: - Oh, volevo proporti d'uscire...
Ceneremo fuori...
Ti va?
Di ritorno a casa a tarda notte, Nicoletta, nel mettersi a letto, domandò al marito:
- Non deve ripartire fra due o tre giorni l'ingegnere Costa per la Sicilia?
- Sì, - rispose Capolino.
- Me l'ha detto Flaminio stamattina.
- E tu a Flaminio potresti dire, - seguitò Nicoletta, raccogliendosi sotto le coperte, - che sono pronta anch'io a partire; ma non sola.
Poiché parte l'ingegnere...
- Ah, già! - esclamò Capolino.
- Benissimo! Potresti accompagnarti con lui.
- Buona notte, caro!
- Buona notte.
Fermamente convinto d'aver sempre avuto contraria la sorte, fin dalla nascita, Flaminio Salvo credeva che soltanto con l'assidua difesa d'una volontà sempre vigile e incrollabile, e opponendosi con atti che egli stesso stimava duri, contro tutti coloro che s'eran fatti e si facevano strumenti ciechi di essa, avesse potuto vincerla finora.
Ma l'avversione della sorte non potendo su lui, s'era rivolta con ferocia su i suoi, su la moglie, sul figlio: ora anche, con quella passione invincibile, su la figlia.
In queste sciagure sentiva veramente come una vendetta vile e crudele; e questo sentimento non solo gli toglieva il rimorso di tutto il male che sapeva d'aver commesso, ma gl'ispirava anzi vergogna di qualche debolezza passeggera, e quasi lo abilitava a commettere altro male, sia per vendicarsi a sua volta della sorte, sia per non essere egli stesso sopraffatto.
Non si poneva neppur lontanamente il dubbio che potesse in fondo non essere un male quella passione della figliuola per Aurelio Costa.
Era per lui sicuramente un male; e non già per la disparità della nascita o della condizione sociale (fisime!); ma perché essa aveva origine da una sua debolezza, dalla gratitudine per tanti anni dimostrata al suo piccolo salvatore.
Da un bene non poteva venirgli altro che un male.
Domma, questo, per lui.
E nessun filosofo avrebbe potuto indurlo a riconoscere che il suo ragionamento, fondato su un pregiudizio, era vizioso.
La logica? Che logica contro l'esperienza di tutta una vita? E poi, se per un solo caso si fosse indotto a riconoscere il vizio del suo ragionamento, addio scusa di tutto il male in tanti altri casi coscientemente commesso! Ogni qual volta un negozio, una faccenda qualsiasi accennava fin da principio di volgergli a seconda, egli, anziché rallegrarsene, s'adombrava, sospettava subito una insidia e si parava in difesa.
Accolse male perciò, da un canto, la notizia e la proposta di Capolino, che cioè Nicoletta era pronta a partire il giorno appresso e che avrebbe voluto accompagnarsi nel viaggio col Costa; dall'altro, l'annunzio recato da Ciccino e Lillina che Lando Laurentano, il quale tutta quella mattina era stato in giro con essi e con Dianella, sarebbe venuto quella sera stessa a salutarlo.
Lo avevano incontrato per caso, e quantunque avesse detto loro in prima d'esser fortemente irritato per una certa pubblicazione in un giornale del mattino, s'era poi dimostrato gajo in loro compagnia e gratissimo della distrazione procuratagli.
Flaminio Salvo era nella stanza da studio di Francesco Vella e dava ad Aurelio Costa le ultime istruzioni circa il ritorno di questo in Sicilia, fissato per la mattina seguente, quando i due nipoti gli recarono quest'annunzio, irrompendo rumorosamente e tirandosi dietro Dianella.
Egli notò subito nel viso della figlia un'alterazione molto diversa dalle solite alla vista di Aurelio, e rimase per un attimo quasi stordito, allorché, parlando i due cugini della graziosa affabilità del Laurentano verso di loro, ella con voce vibrante, che non pareva più la sua, e con un'aria di sfida, confermò:
- Sì, gentilissimo! proprio gentilissimo!
- Piacere...
- rispose freddamente, guardandola di su gli occhiali.
- Ma, vi prego, io ora qua...
E accennò il Costa con un gesto che significava: «Ho da pensare a ben altro per il momento...».
Era vero, del resto.
Si trattava d'esporre a un rischio di morte quel giovane dabbene, ignaro affatto della parte, che stava a rappresentare; si trattava di gettarlo in preda alla rabbia d'un intero paese affamato e disilluso.
Nell'anima del Salvo si svolse allora uno strano giuoco di finzioni coscienti.
Il piacere di quell'annunzio doveva mutarsi in lui in dispiacere, la speranza in diffidenza; e però non solo non doveva tener conto di quella fortunata combinazione dell'incontro del Laurentano e della buona impressione che la figlia pareva ne avesse avuto, ma considerarla anzi come una vera e propria contrarietà, nel momento ch'egli, per contentare appunto la figliuola, faceva intravvedere a quel buon giovane del Costa il premio della pericolosissima impresa a cui lo gettava.
E seguitò in quella finzione cosciente, acceso di stizza contro la figliuola, la quale, dopo averlo costretto a piegarsi fino a tanto, eccola lì, veniva ora a fargli intendere, con aria nuova, che il giovane principe Laurentano non le era punto dispiaciuto! Né s'arrestava qui il giuoco delle finzioni nell'anima del Salvo.
Fingeva di non comprendere ancora quell'aria nuova della figlia, che pure aveva già compreso bene; era sicuro infatti che Dianella, facendo quella lode del Laurentano in presenza di Aurelio, s'era intesa di vendicarsi di questo, e ora di là certo piangeva e si straziava in segreto.
La stizza finta per quel premio ch'egli doveva far balenare al Costa, era dunque in fondo stizza vera, tanto che, per non avvertire il rimorso di quello strazio che cagionava alla figlia, seguitò a fingere di credere sul serio, che veramente, sì, veramente, se il Costa fosse riuscito a ridurre a ragione gli operaj delle zolfare in Sicilia, gli avrebbe dato in premio Dianella.
Intanto, lo faceva partire il giorno appresso in compagnia di Nicoletta Capolino.
La sera, fu compìto, ma con una certa sostenutezza, verso Lando Laurentano, accolto con molta festa dai Vella, specialmente da Ciccino e Lillina.
Dianella era pallidissima, e si teneva su per continui sforzi a scatti, che facevano pena e paura.
I dolci occhi ora le s'accendevano come in un confuso spavento, ora le smorivano quasi in una torba opacità.
Nicoletta Capolino, invitata a tavola dai Vella quell'ultimo giorno, le aveva fatto sapere che la mattina appresso sarebbe partita col Costa; e adesso, ecco, era lì e parlava senza vezzi affettati, ma con la vivace disinvoltura consueta al giovane principe di Laurentano della cortesia squisita di don Ippolito, là a Colimbètra, nella disgraziata congiuntura del duello del marito.
Questi entrò, poco dopo, nel ricco salone insieme con l'ingegnere Aurelio Costa, che veniva a licenziarsi dai Vella.
Fu per Dianella e per Nicoletta un momento d'angosciosa sospensione.
Quanto composto e grave e costernato l'onorevole Ignazio Capolino con quei funebri occhiali di tartaruga, tanto appariva stordito, acceso, abbagliato, Aurelio Costa.
Gli si leggeva chiaramente in viso l'emozione profonda, che la notizia della sua prossima partenza con Nicoletta gli aveva suscitato.
Non sentiva più la terra sotto i piedi; non riusciva ad articolar parola.
Nel vederlo entrare, Nicoletta ne ebbe quasi sgomento: sentì, senza guardarlo, che egli la cercava con gli occhi, senza più badare a nessuno.
Respirò nel sentirlo poco dopo discutere animatamente col Laurentano su i moti dei Fasci in Sicilia.
Ogni costernazione gli era svanita, svanita ogni considerazione per quei solfaraj affamati d'Aragona, svanito il dispetto per quel suo disegno d'un consorzio obbligatorio mandato a monte: avrebbe ora affrontato col frustino in mano tutti quei ribelli laggiù.
Flaminio Salvo, per prudenza di fronte al Laurentano, lo richiamò sorridendo a più miti propositi.
- Perché le diano fuoco alle zolfare? - gli domandò tutto infervorato il Costa.
- Li conosco io, quei bruti! Guaj a mostrare di temerli! Con la verga si riducono a ragione! Lasci fare a me...
Abbandonato da tutti, senza neanche la soddisfazione di veder degnato d'uno sguardo il mio progetto, andrò solo, laggiù...
e ci guarderemo in faccia...
Nell'esaltazione, non avvertiva la stonatura di quella sua apostrofe bellicosa; né si mortificò affatto nell'accorgersi alla fine che nessuno gli badava più, si lasciò condurre da Capolino nell'ampio balcone della sala, mentre Flaminio Salvo, Francesco Vella e Lando Laurentano seguitavano a conversare tra loro pacatamente, e Ciccino prometteva a Nicoletta che presto sarebbe venuto a trovarla a Girgenti, e donna Rosa e Lillina davano consigli a Dianella che si regolasse così e così, se voleva presto recuperare la salute e la gajezza.
Chiamato dal Salvo, Capolino rientrò poco dopo, e Aurelio Costa restò solo nel balcone.
Quanto vi restò? Guardava le stelle, guardava come in un sogno il chiaror della luna che si rifletteva su i vetri di lontane finestre dirimpetto, nella piazza; stretto da un'ansia smaniosa e dolce; senza più pensare al luogo ove si trovava; con una sola immagine davanti agli occhi, quella di lei che ora, tra poco, senza dubbio sarebbe venuta a trovarlo là per dirgli: A domani! Per sempre! - A domani, per sempre, - si ripeteva, serrando le pugna, con gli occhi socchiusi voluttuosamente.
Aveva già parlato con lei la mattina.
S'erano già accordati.
Tutto, tutto ella avrebbe lasciato, per seguir lui! Sì, anche laggiù, nel pericolo, da cui egli non avrebbe potuto in quel momento ritrarsi.
Del resto, per forza, doveva andar laggiù; lì era la sua casa, lì il suo lavoro, che avrebbe ora messo a disposizione di altri, lasciando il Salvo.
Che gl'importava? Di qual premio gli aveva ella parlato? Un grosso premio ch'egli avrebbe perduto lasciando il Salvo...
Che gl'importava? Qual premio maggiore della felicità che ella gli avrebbe data, amandolo? Così farneticava Aurelio nel balcone, in attesa, tornando a ripetere di tratto in tratto, smaniosamente: - A domani! per sempre!
Nel salone, intanto, Ignazio Capolino parlava con aria afflitta del subbuglio, in cui la pubblicazione d'una denunzia in un giornale del mattino aveva messo tutto quel giorno i corridoj della Camera.
Si trattava delle quarantamila lire, di cui appariva debitore verso la Banca Romana Roberto Auriti, (« notoriamente prestanome» diceva il giornale «d'un deputato meridionale molto conosciuto e nelle grazie, fino a poco tempo fa, se non proprio del Governo, di qualche membro (hic et haec) di esso»).
E quel giornale, seguitando, parlava delle carte sottratte per salvare questo deputato meridionale.
Ma nella fretta, all'ultimo momento, qualche biglietto era rimasto fuori e caduto in mano all'autorità giudiziaria, qualche biglietto appunto dell'Auriti, ora in ricerca affannosa di quelle quarantamila lire, per salvare sé e l'amico.
Capolino diceva che parecchi deputati dell'Estrema Sinistra avrebbero portato la denunzia alla Camera, e prevedeva imminente l'arresto dell'Auriti.
Lando Laurentano era su le spine.
Tutto il pomeriggio di quel giorno aveva cercato d'appurare donde quella notizia fosse pervenuta al giornale del mattino: pareva riferita da qualcuno che fosse stato a origliare all'uscio della stanza, in cui Giulio Auriti aveva implorato ajuto da lui; e temeva che questi potesse ora sospettarlo autore della denunzia.
Il Salvo, il Vella e il Capolino, notando il turbamento del giovane principe, si misero a compiangere Roberto Auriti, come una vittima, e il Salvo lasciò intendere chiaramente che egli sarebbe stato disposto ad approntare quella somma per salvarlo; ma il Capolino disse che ormai era troppo tardi.
Non restava che di prendere una tazza di tè, che Lillina aveva già preparato.
Le prime due tazze, recate da Ciccino, erano andate a donna Rosa e a Dianella.
Nicoletta ne porgeva ora una tazza a Lando Laurentano.
- Latte?
- Sì, grazie.
Poco.
E Dianella, sorbendo la sua, aspettava che Nicoletta si recasse al balcone con l'ultima tazza per Aurelio.
Ma Nicoletta, vedendosi spiata, finse in prima di dimenticarsene, e tenne la tazza per sé.
- Uh, e per il mio cavaliere? - esclamò poi, come sovvenendosi all'improvviso.
E andò al balcone.
Appena Aurelio la vide comparire, si ritrasse istintivamente nell'ombra quanto più poté, per attirarla.
Ma ella varcò appena la soglia del balcone e, porgendogli la tazza, disse piano, rigida:
- Rientri, per carità: lei si fa notare.
Non faccia ragazzate!
- Ma mi dica soltanto...
- scongiurò egli.
- Sì, questo; e se lo imprima bene in mente, - soggiunse lei, subito: - che ho fatto di tutto per impedir la sua e la mia rovina.
Non mi accusi, domani; perché l'ha voluta anche lei.
Basta!
E rientrò nel salone.
CAPITOLO QUARTO
Corrado Selmi uscì dalla Camera dei deputati livido, stravolto, con un tremor convulso per tutto il corpo.
Appena su la piazza, nel sole, fece uno sforzo disperato su se stesso per riaversi, per riafferrare in sé e rimettere sotto il suo dominio la vita che gli sfuggiva in un tremendo scompiglio; ma restò, avvertendo che non aveva neanche la forza di trarre il respiro, quasi avesse il petto, il ventre squarciati.
Un sentimento nuovo gli sorse allora improvviso: la paura.
Non degli altri; ma di sé.
Or ora gli altri li aveva sfidati e assaliti, nell'aula del Parlamento, con estrema violenza.
Ancora ne tremava tutto.
Nessuno, là, aveva osato fiatare.
Ma quel silenzio...
ah, quel silenzio era stato per lui peggiore di ogni invettiva, d'ogni tumultuoso insorgere di tutta l'assemblea.
Quel silenzio lo aveva ucciso.
Aveva ancora negli orecchi il suono dei suoi passi nell'uscire dall'aula.
Nel silenzio formidabile, quei passi avevano sonato come colpi di martello su una cassa da morto.
Sentiva una grande arsione; e le gambe, come...
come se gli si fossero stroncate sotto.
Schiacciato dall'accusa, aveva voluto rilevarsene con tutto l'impeto delle energie vitali, ancora possenti in lui; ma appena aveva finito di parlare, quel silenzio.
Nessun dubbio che l'assemblea, subito dopo la sua uscita dall'aula, avesse votato l'autorizzazione a procedere contro di lui.
Eppure tutti lo sapevano povero; sapevano che il denaro preso alle banche non poteva essere rinfacciato a lui come a tanti altri.
Dall'avere affrontato la morte, quando più bella suol essere per tutti la vita, non gli veniva il diritto di vivere? Nella losca complicazione di tante oblique vicende la semplicità di questo diritto appariva quasi ingenua e tale, che tutti, ridendo, dovessero negarglielo.
Morto; non solo, ma anche svergognato lo volevano! Doveva morire allora, e sarebbe stato un eroe per tutti questi vivi d'oggi che gli rinfacciavano come un delitto l'aver vissuto.
Ma non tanto l'accusa, in fondo, gli sembrava ingiusta, quanto ingiusti gli accusatori; e, più che ingiusti, ingrati e vili: vili perché, dopo aver per tanti anni compreso che egli aveva pure questo diritto di vivere, si levavano ora a dimostrargliene con ischerno l'ingenuità; dopo aver per tanti anni compreso il suo bisogno, si levavano ora a rinfacciarglielo come un'onta.
Né si sarebbero arrestati qui! Ora, il processo, la condanna, il carcere.
Corrado Selmi rise, e avvertì ancora lo sforzo che gli costava lo scomporre la truce espressione del volto in quel riso orribile.
Il sorriso schietto e lieve, che aveva accompagnato sempre tutti gli atti della sua vita, anche i più gravi e i più rischiosi, s'era tramutato in quella triste smorfia dura e amara? Ebbe di nuovo paura di sé: paura di assumere coscienza precisa di un certo che oscuro e orrendo che gli s'era cacciato all'improvviso nel fondo dell'essere e glielo scompaginava, dandogli quell'impressione d'esser come squarciato dentro, irrimediabilmente.
E per ricomporre comunque la compagine del suo essere, per vincere il ribrezzo e l'orrore di quell'impressione, si guardò attorno, quasi chiedendo sostegno e conforto ai noti aspetti delle cose.
Gli parvero anche questi cangiati e come evanescenti.
Sentì con terrore che non gli era più possibile ristabilire una relazione qual si fosse tra sé e tutto ciò che lo circondava.
Sì, poteva guardare; ma che vedeva? poteva parlare; ma che dire? poteva muoversi; ma dove andare?
Parlò, tanto per udire il suono della sua voce, e gli parve anch'esso cangiato.
Disse:
- Che faccio?
Sapeva bene quel che gli restava da fare.
Ma nello schiacciar con la lingua contro il palato le due c di faccio, non avvertì altro che l'annodatura della lingua e l'amarezza aspra della bocca; e rimase col viso disgustato e arcigno.
- No, - soggiunse.
- Prima...
che altro?
Qualunque altra cosa gli apparve inutile, vana.
Poteva soltanto, ancor per poco, per passarsi la voglia e darsi così fuor fuori uno sfogo, dire e fare sciocchezze.
Pensare seriamente, agire seriamente non avrebbe potuto se non a costo di cedere al proposito oscuro e violento che stava a distruggergli dentro tutti gli elementi della vita.
Baloccarsi poteva coi frantumi di essa che dal tumulto interno balzavano a galla della sua coscienza squarciata: baloccarsi un poco...
Sì, in casa di Roberto Auriti! Doveva vederlo, dirgli che per lui, per coprirlo, si era messo da sé sotto accusa.
Ecco che aveva ancora dove andare.
Chiamò una vettura, per non avvertire il tremore e la debolezza delle gambe, e diede al vetturino l'indirizzo: via delle Colonnette.
Appena montato, se ne pentì, prevedendo, in compenso di quanto aveva fatto, una scenata.
Ma no: a ogni costo avrebbe saputo impedirla.
Più che doveroso, il suo atto gli appariva generoso verso Roberto Auriti.
E, in quel momento, non poteva sentir che disprezzo della sua stessa generosità.
S'era spogliato d'ogni prestigio, d'ogni prerogativa, per subir la stessa sorte d'uno sconfitto, che delle sue doti, dei suoi meriti non aveva saputo avvalersi per farsi uno stato, per imporsi, come avrebbe potuto, alla considerazione altrui.
Non pietà, ma dispetto, poteva ispirare Roberto Auriti.
Che se pure egli, navigando alla ventura, lo aveva gittato con sé in quei frangenti, non meritava certo quel naufrago che Corrado Selmi, già quasi scampato, si ributtasse in mare per perire con lui: non lo meritava, perché non aveva saputo mai vivere, quell'uomo, mai disimpacciarsi da ostacoli anche lievi: era già per se stesso un annegato, a cui tante e tante volte egli aveva gettato una corda per ajutarlo a trarsi in salvo.
L'unica volta che quest'uomo s'era messo a dar lui ajuto, ecco, con la stessa mano che gli aveva teso, lo tirava con sé nel baratro, giù, giù, costringendolo a rinunziare al salvataggio altrui.
E quel suo fratello corso in Sicilia per salvare entrambi: ma sì! tutti dovevano stare ad aspettare che andasse e ritornasse col denaro! a comodo! senza fretta! e dopo avere svelato tutto a Lando Laurentano! imbecille! Ecco: per questo solo fatto, egli avrebbe potuto fare a meno d'esporsi per coprire un inetto.
Ma ormai...
Arrivato in via delle Colonnette, salendo la scala semibuja, incontrò Olindo Passalacqua che scendeva gli scalini a quattro a quattro.
- Ah! giusto lei, onorevole! Correvo in cerca di lei...
Dica, che c'è? che c'è?
- Vento, - rispose Corrado Selmi, placidamente.
Olindo Passalacqua restò come un ceppo.
- Vento? Che dice? Quella denunzia infame? Ma come? chi è stato? roba da sputargli in faccia! Andate a far l'Italia per questa canaglia!
Corrado Selmi gli prese il mento fra due dita:
- Bravo, Olindo! Nobili sensi, invero...
Su, andiamo!
- Aspetti, onorevole, - pregò il Passalacqua, trattenendolo.
- La prevengo! Nanna mia non sa ancora nulla.
Non sapevamo nulla neanche noi.
Per combinazione a mio cognato Pilade càpita tra le mani il giornale di due giorni fa...
apre e vede...
ce lo manda su, segnato...
Roberto stava ad annaffiare i fiori in terrazzo...
legge, casca dalle nuvole...
Ma ci si crede? un uomo, un uomo come lui, non leggere i giornali, in un momento come questo? Capisce? come quell'uccello...
qual è? che caccia la testa nella rena...
E gliene compro tre, sa? ogni sera: tre giornali! Ne leggesse uno! Appena lo apre, si mette a pisolare; e poi dice che li ha letti tutti e tre e che dorme poco!
- Lo struzzo, - disse Corrado Selmi.
- Permetti?
E alzò le mani per aggiustare sotto la gola a Olindo Passalacqua la cravatta rossa sgargiante, annodata a farfalla.
- Lo struzzo, - ripeté.
- Quell'uccello che dicevi...
Così va bene!
Olindo Passalacqua restò di nuovo a bocca aperta.
- Grazie, - disse.
- Ma dunque...
dunque possiamo star tranquilli?
Corrado Selmi lo guardò negli occhi, serio; gli posò le mani sugli omeri, e:
- Non sei censore tu? - gli domandò.
- Censore...
già, - rispose perplesso, quasi non ne fosse ben sicuro, il Passalacqua.
- E dunque lascia crollare il mondo! - esclamò il Selmi con un gesto di noncuranza sdegnosa.- Censore, te ne impipi.
Su, su, vieni su con me.
Trovarono Roberto abbattuto su una poltrona, con la faccia rivolta al soffitto, le braccia abbandonate, l'annaffiatojo accanto.
Appena vide il Selmi, fece per balzare in piedi, e, arrangolando in una irrompente convulsione, andò a buttarglisi sul petto.
- Per carità! per carità! - scongiurò Olindo Passalacqua, correndo a chiudere l'uscio e accennando con le mani di far piano, che Nanna non sentisse di là.
Attraverso l'uscio chiuso, all'arrangolìo di Roberto sul petto di Corrado Selmi rispondeva di là il vocalizzo miagolante di una studentessa di canto.
Corrado Selmi, gravato dal peso di Roberto, stette un po' a guardare i cenni del Passalacqua, che seguitava a implorar carità per il cuore malato della sua povera moglie, carità per Roberto così perduto, carità per la casa che sarebbe andata a soqquadro; e scattò alla fine, scrollandosi, in una risata pazzesca:
- Ma da' qui! - disse, ghermendo l'annaffiatojo e avviandosi di furia al terrazzo.
- Ma che facciamo sul serio? Annaffiavi? E seguitiamo ad annaffiare! Qua...
qua...
così! così! Pioggia, Olindo! pioggia! pioggia!
E una vera pioggia furiosa si rovesciò dalla mela dell'annaffiatojo addosso a Olindo Passalacqua, che prese a fuggire per il terrazzo, gridando e riparandosi con le mani la testa, inseguito dal Selmi che seguitava a ridere, dicendo:
- Io passo l'acqua, tu passi l'acqua, egli passa l'acqua, tutti passiamo l'acqua!
- Oh Dio! per carità...
no! caro...
nòooo...
ma che fa? basta...
per carità...
non è scherzo! basta...
uuuh...
basta!...
Alle grida, sopravvennero Nanna, la studentessa di canto, Antonio Del Re e Celsina.
Subito Corrado Selmi, ansante, corse a stringere la mano alla signora Lalla che rideva, guardando il marito che si scrollava come un pulcino bagnato.
Ridevano anche le due giovinette.
- La pianta, Nanna mia, - gridò il Selmi, - quale è la pianta più utile? Il riso! Coltiviamo il riso e annacquiamo Olindo che fa ridere!
- Ma io piango, invece...
- gemette il Passalacqua.
- E appunto perché piangi, fai ridere! - ribatté il Selmi.
- Chi fa ridere, invece...
- borbottò Antonio Del Re, serrando le pugna.
- Fa piangere, è vero? - compì la frase il Selmi.- Bravo, giovanotto! Sempre serio! Tu le tue sciocchezze le farai sempre sode, bene azzampate e con tanto di grugno.
Noi, le nostre...
qua, censore...
ballando, ballando...
Su, di là, Nanna, di là...
al pianoforte! Lei suona, e noi balliamo! Roberto si metterà i calzoncini con lo spacco di dietro e la falda della camicina fuori; prenderà la sciaboletta e il cavalluccio di legno, quelli con cui giocò alla guerra, al Sessanta; gli faremo l'elmo di carta, e si metterà a girare attorno...
arri!...
arri!...
mentre io e Olindo balleremo al suono dell'inno di Garibaldi...
Va' fuori d'Italia...
Va' fuori d'Italia...
Va' fuori d'talia...
Va' fuori, o stranier!
Non aveva finito l'ultima battuta, che su la soglia del terrazzo si presentò, con gli occhi ilari e lagrimosi, raggiante di commossa beatitudine, Mauro Mortara, con le medaglie sul petto e lo zainetto dietro le spalle.
Appena lo vide, Corrado Selmi fece un gesto d'orrore e scappò via per l'altro finestrone che dava sul terrazzo, gridando:
- Ah perdio, no! Questo poi è troppo!
Roberto Auriti gli corse dietro per trattenerlo:
- Corrado! Corrado!
Mauro Mortara, a quella fuga, restò come smarrito davanti allo stupore della signora Lalla, del Passalacqua e della studentessa di canto, alla meraviglia sorridente di Celsina e a quella ingrugnita di Antonio Del Re.
- Vengo, se non c'è offesa, - disse, - a salutare don Roberto.
Parto domani.
- Ma chi siete? - gli domandò la signora Lalla, come se avesse davanti un abitante della luna, piovuto dal cielo.
- Sono...
- prese a rispondere Mauro Mortara; ma s'interruppe riconoscendo Antonio Del Re.
- Non siete il nipote di donna Caterina, voi?
E, pronunziando questo nome, si levò il cappello.
- Diteglielo voi, - soggiunse, - chi sono io.
Sono venuto due altre volte; non mi hanno fatto salire, perché don Roberto non era in casa.
Il Passalacqua, tutto bagnato, gli s'accostò, gli sbirciò le medaglie sul petto, e:
- Patriota siciliano? - domandò.
- Ai patrioti siciliani, perdio, statue d'oro! sta...
statu...
statue...
Uno starnuto, tardo a scoppiare, lo tenne un tratto a bocca aperta, le nari frementi, le mani tese come a pararlo; finalmente scoppiò e:
- D'oro! - ripeté il Passalacqua.
- Mannaggia il Selmi che m'ha fatto raffreddare! Ma perché è scappato? Che è pazzo?...
Guardate come mi...
mi ha...
ma dove è andato?
- Roberto! - strillò a questo punto la signora Lalla, accorrendo dal terrazzo nella stanza, attraverso la quale il Selmi era poc'anzi fuggito.
Rientrarono tutti, spaventati, dietro a lei.
Un estraneo, col cappello in mano e gli occhi bassi, stava rigido su la soglia di quella camera, mentre Roberto, col viso terreo, chiazzato qua e là, si guardava attorno, convulso, indeciso.
Al grido di lei, protese le mani, ma come per impedire il prorompere della sua più che dell'altrui commozione.
- Vi prego, vi prego, - disse, - senza chiasso...
Nulla...
Una...
una chiamata in questura...
- Lo arrestano! - fischiò allora tra i denti Antonio Del Re, col volto scontraffatto e tutto vibrante.
Nanna cacciò uno strillo e cadde in convulsione tra le braccia del marito.
- Lo arrestano? - domandò Mauro Mortara, facendosi innanzi, mentre Roberto Auriti cercava nella camera gli abiti da indossare e con le mani accennava a tutti di non gridare, di non far confusione.
- Come? - seguitò Mauro, guardando Antonio Del Re.
Non ottenendo risposta da nessuno, andò incontro a quell'estraneo e, levando un braccio, lo apostrofò:
- Voi! voi siete venuto qua ad arrestare don Roberto Auriti?
- Mauro! - lo interruppe questi.
- Per carità, Mauro...
lascia!
- Ma come? - ripeté Mauro Mortara, rivolgendosi a Roberto.
- Arrestano voi? Perché?
Roberto accorse a dare una mano al Passalacqua, alla studentessa di canto, a Celsina, che non riuscivano a sorreggere la signora Lalla, la quale si dibatteva e si scontorceva, tra urli, singhiozzi, gemiti e risa convulse.
- Di là, per carità, di là, portatela di là! - scongiurò.
Ma non fu possibile.
Il Passalacqua, invece di avvalersi dell'ajuto di Roberto, pensò bene di buttargli le braccia al collo, rompendo in singhiozzi ed esclamando:
- Cireneo! Cireneo! Cireneo!
Roberto si divincolò, quasi con schifo, e si turò gli orecchi, mentre il Passalacqua, rivolto a Mauro Mortara, seguitava:
- Patriota, vedete? così l'Italia compensa i suoi martiri! così!
- Il figlio di Stefano Auriti! - diceva tra sé Mauro Mortara, con gli occhi sbarrati, battendosi una mano sul petto.
- Il figlio di donna Caterina Laurentano!...
E dovevo veder questo a Roma? Ma che avete fatto? - corse a domandare a Roberto, afferrandolo per le braccia e scotendolo.
- Ditemi che siete sempre lo stesso! Sì? E allora...
Si afferrò con una mano le medaglie sul petto; se le strappò; le scagliò a terra; vi andò sopra col piede e le calpestò; poi, rivolgendosi al delegato:
- Ditelo al vostro Governo! - gridò.
- Ditegli che un vecchio campagnuolo, venuto a veder Roma con le sue medaglie garibaldine, vedendo arrestare il figlio d'un eroe che gli morì tra le braccia nella battaglia di Milazzo, si strappò dal petto le medaglie e le calpestò! così!
Tornò a Roberto, lo abbracciò, e sentendolo singhiozzare su la sua spalla:
- Figlio mio! figlio mio! - si mise a dirgli, battendogli dietro una mano.
A questo punto, Antonio Del Re scappò via dalla camera mugolando e rovesciando nella furia una seggiola.
Celsina, che lo spiava, gli corse dietro, sgomenta, chiamandolo per nome.
Mauro Mortara si voltò felinamente, come se a quell'uscita precipitosa gli fosse balenato in mente che si volesse impedire comunque l'arresto; e si mostrò pronto a qualunque violenza.
Sciolto dall'abbraccio di lui, Roberto Auriti si fece innanzi al delegato:
- Eccomi.
- No! - gridò Mauro, riafferrandolo per un braccio.
- Don Roberto! Così vi consegnate?
- Ti prego, lasciami...
- disse Roberto Auriti; e, rivolgendosi al delegato: - Lei scusi...
Con la mano chiamò Nanna, che fiatava ora a stento, con ambo le mani sul cuore, e la baciò in fronte, dicendole:
- Coraggio...
- E che dirò a vostra madre? - esclamò allora Mauro agitando in aria le mani.
Roberto Auriti si gonfiò, si portò le mani sul volto per far argine all'impeto della commozione e andò via, seguito dal delegato, mentre la signora Lalla, sostenuta dal marito e dalla studentessa di canto, riprendeva più a gemere che a gridare:
- Roberto! Roberto! Roberto!
Mauro Mortara restò a guatare, come annichilito.
Quando il Passalacqua lo ragguagliò di tutto, e, fresco della recente lettura del giornale, gli espose tutta la miseria e la vergogna del momento:
- Questa, - disse, - questa è l'Italia?
E, nel crollo del suo gran sogno, non pensò più a Roberto Auriti, all'arresto di lui, non sentì, non vide più nulla.
Le sue medaglie rimasero lì per terra, calpestate.
Uscendo dalla casa di Roberto, Corrado Selmi s'imbatté per le scale nel delegato e nelle guardie che salivano ad arrestar l'innocente.
Si fermò un istante, indeciso; ma subito si sentì occupare il cervello da una densa oscurità, e in quella tenebra d'ira e d'angoscia udì una voce che dal fondo della coscienza lo ammoniva ch'egli non poteva in alcun modo sul momento impedire quell'atroce ingiustizia.
Seguitò a scendere la scala; rimontò in vettura e provò quasi stupore alla domanda del vetturino, ove dovesse condurlo.
Ma a casa; c'era bisogno di dirlo? dove poteva più andare? che più gli restava da fare?
- Via San Niccolò da Tolentino.
E, come se già vi fosse, si vide per le scale della sua casa: ecco, entrava in camera; si recava all'angolo, ov'era uno stipetto a muro, di lacca verde; lo apriva; ne traeva una boccetta, e...
Istintivamente, s'era cacciata una mano nel taschino del panciotto, ov'era la chiave di quello stipetto.
Cosa strana: pensava ora allo specchio, a un piccolo specchio ovale, appeso accanto a quello stipetto, al quale egli non avrebbe dovuto volger lo sguardo, per non vedersi.
Ma pure, ecco, si vedeva: sì, in quello specchio, con la boccetta in mano: vedeva l'espressione dei suoi occhi, ridente, quasi non credessero ch'egli avrebbe fatto quella cosa.
No! Prima doveva scrivere e suggellare una dichiarazione per l'Auriti: poche righe, esplicite.
Non meritavano gli accusatori un suo ultimo sfogo.
Due righe soltanto, per salvar l'amico, già in carcere.
I nemici...
- ma quali? quanti erano? Tutti! Possibile? Tutti gli amici di jeri.
Tutti e nessuno, a prenderli a uno a uno.
Ché nulla egli aveva fatto a nessuno di loro perché le liete accoglienze di jeri si convertissero così d'un tratto in tanta alienazione d'animi, in tanta ostilità.
Ma era il momento, la furia cieca del momento, che s'abbatteva su lui, che in lui trovava la preda, e lo abbrancava, ecco, e lo sbranava in un attimo.
Ah come andava lenta quella vettura! Parve a Corrado Selmi ch'essa gli prolungasse con feroce dispetto l'agonia.
- Non sono in casa per nessuno, - disse a Pietro, il vecchio servo che stava da tanti anni con lui.
E il primo suo moto, entrando in camera, fu verso quello stipetto.
Si trattenne.
Pensò alla dichiarazione da scrivere.
Ma pur volle prendere prima la boccetta e, senza guardarla, la recò con sé alla scrivania dello studio.
Restò un pezzo lì in piedi, come sospeso in cerca di qualche cosa che s'era proposto di fare e a cui non pensava più.
Istintivamente, pian piano, rientrò nella camera; gli occhi gli andarono al piccolo specchio ovale, appeso alla parete presso lo stipetto.
Aveva dimenticato di guardarsi lì.
Scrollò le spalle e tornò indietro, alla scrivania; sedette; trasse dalla cartella un foglio e una busta; guardò se su la scrivania ci fosse il cannello di ceralacca e il sigillo; si alzò di nuovo e rientrò nella camera per prendere dal tavolino da notte la bugia con la candela.
La dichíarazione gli venne men breve di quanto aveva divisato, poiché a maggior salvaguardia dell'innocenza dell'Auriti pensò di chiamare in testimonio lo stesso governatore della banca, già anche lui tratto in arresto, col quale, prima di contrarre sott'altro nome quel debito, si era segretamente accordato.
Finito di scrivere, guardò su la scrivania la boccetta, e sentì mancarsi a un tratto la voglia di rileggere quanto aveva scritto.
Gli parvero enormi tutte le piccole cose che gli restavano ancora da fare: piegare in quattro quel foglio, chiuderlo nella busta; accendere la candela; bruciarvi il cannello di ceralacca; apporre i sigilli...
si diede a far tutto con esasperazione.
Ansava; le dita, senza più tatto, gli ballavano.
Stava per chiudere la busta, quando giù dalla via scattò stridulo, sguajato, il suono d'un organetto.
Parve al Selmi che quel suono, in quel punto, gli spaccasse il cranio: si turò gli orecchi, balzò in piedi, contrasse tutto il volto come per uno strazio insopportabile, fu per avventarsi alla finestra a scagliare ingiurie a quel sonatore ambulante.
Ah no perdio! così, no! al suono d'una canzonetta napoletana, no no, no.
Si sentì avvilito da tutta quella furia.
O che era un ladro davvero? Piano, piano, senza tremor di mani, senza quell'aridezza in bocca; dopo aver sedato i nervi, e sorridente, egli doveva uccidersi, come a lui si conveniva.
Prese la busta con la dichiarazione e la cacciò dentro la cartella; si pose in tasca la boccetta del veleno.
Voleva uscir di nuovo per un'ultima passeggiata, per salutar la vita, scevro ormai d'ogni cura, esente d'ogni peso, libero d'ogni passione, con occhi limpidi e animo sereno; salutar la vita, col suo lieve antico sorriso; bearsi per l'ultima volta delle cose che restavano, liete in quel giorno di sole, ignare in mezzo al torbido fluttuare di tante vicende che presto il tempo avrebbe travolte con sé.
Ridiscese in istrada, fe' cenno a un vetturino d'accostarsi e si fece condurre al Gianicolo.
Dapprima, come in preda a quello stordimento rombante cagionato da un improvviso otturarsi degli orecchi, non poté avvertire, né vedere, né pensar nulla; solo quando passò con la vettura per la via della Lungara, innanzi le carceri di Regina Coeli, pensò che forse a quell'ora Roberto Auriti vi era rinchiuso; ma non volle affliggersene più.
Tra poco, con quella sua dichiarazione, ne sarebbe uscito, per seguitare la sua incerta e penosa esistenza tra quella sua signora Lalla e il Passalacqua e il Bonomè, mentre egli, invece - ah! si sarebbe liberato!
Giunto in cima al colle, gli parve davvero una liberazione quell'altezza, da cui poté contemplare Roma luminosa nel sole, sotto l'azzurro intenso del cielo; liberazione da tutte le piccole miserie acerbe che laggiù lo avevano offeso e soffocato, dall'urto di tutte le meschine volgarità quotidiane; dalle fastidiose risse dei piccoli uomini che volevano contendergli il passo e il respiro.
Si sentì lassù libero e solo, libero e sereno, sopra tutti gli odii, sopra tutte le passioni, sopra e oltre il tempo, inalzato, assunto a quella altezza dal suo grande amore per la vita ch'egli difendeva, uccidendosi.
E in esso e con esso si sentì puro, in un attimo, per sempre.
Nell'eternità di quell'attimo si cancellarono, sparvero assolte le sue debolezze, i suoi trascorsi, le sue colpe, già che egli era pure stato un uomo e soggetto a contrarie necessità.
Ora, con la morte, le avrebbe vinte tutte.
Restava solo, in quel punto, luminoso indefettibile immortale il suo amore per la vita, l'amore per la sua terra, per la sua patria, per cui