I VECCHI E I GIOVANI, di Luigi Pirandello - pagina 51
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- Ecco! - aveva esclamato allora Corrado Selmi.
- Per fare un po' di festa, bisognerebbe buttare dalle tribune uno di questi giocattolini nell'aula del Parlamento!
D'improvviso s'era sentito prendere e predominar tutto da quest'idea.
Gli urli d'indignazione della piazza per la frode scoperta delle banche, e prima il sospetto e poi la certezza che anche zio Roberto col Selmi era coinvolto nello scandalo di quella frode, le notizie sempre più gravi che arrivavano dalla Sicilia, lo avevano deciso a cercare i mezzi e il modo d'attuare al più presto quell'idea.
Tanto, ormai, era finita per lui! Se zio Giulio, partito a precipizio per Girgenti, non riusciva a ottenere dal fratello della nonna il denaro, zio Roberto sarebbe stato arrestato; e allora il crollo, il baratro...
Ah, ma prima! Sì, sì, questa sarebbe la giusta vendetta, questo lo sfogo di tutte le amarezze, che avevano attossicato la sua vita e quella dei suoi; e a quei suoi compagni là, di Sicilia, cianciatori, avrebbe dimostrato che lui solo sapeva far quello che loro tutti insieme non avrebbero mai saputo.
Ebbene, proprio in quel momento era capitata Celsina a Roma.
Nel vedersela comparir dinanzi tutta accesa in volto e ridente nell'imbarazzo, aveva provato un fierissimo dispetto.
Gli pareva ormai che nulla più potesse accadere, nulla più muoversi senza una sua spinta; che tutti dovessero stare al loro posto, immobili e come sospesi nell'attesa dell'atto grandioso e terribile ch'egli doveva compiere.
Donde, come era venuta Celsina, se egli non aveva fatto nulla per farla venire? I denari di Lando...
già! quei denari negati a zio Roberto...
Il Fascio di Girgenti...
Buffonate! E che rabbia nel veder Celsina accolta con tanta festa da quei Passalacqua, per i quali era la cosa più naturale del mondo che una ragazza si avventurasse sola fino a Roma con un pretesto come quello, e si presentasse lì in cerca dell'innamorato, ferma nel proposito di non ritornar più in Sicilia.
S'era fatto di tutti i colori nel vedersi guardato da quelli con certi occhi ridenti di malizia e di indulgenza, che gli dicevano chiaramente: «Via, che c'è di male? abbiamo capito! Non ti vergognare!».
E anche zio Roberto era rimasto lì, col suo solito sorriso afflitto, sotto al quale voleva nascondere il fastidio che gli recava ogni novità: soltanto il fastidio.
Anche per lui nulla di male che una ragazza fosse venuta a trovare il nipote in casa sua, in un momento come quello, col baratro aperto in cui stavano per precipitare tutti.
Per quei Passalacqua quel baratro era niente: una delle tante difficoltà della vita da superare; e per superarla fidavano ciecamente in Corrado Selmi.
Bastava poi a tranquillarli la calma che zio Roberto s'imponeva per non agitar la sua Nanna malata di cuore.
Via, via quel signor Antonio e quel lei, con cui Celsina s'era messa a parlargli! a chi voleva darla a intendere? ma si dessero pure del tu! Oh, cara...
Ma sì, brava, ridere...
Se non si rideva di cuore a quell'età, e con quegli occhi e con quel musino...
Uh, che voce! ma senti?...
un campanello! Non s'era mai provata la voce? Non aveva mai cantato, neanche così per ischerzo? mai mai? Ma bisognava provare, subito subito...
Impossibile che non ci fosse la voce, con quelle inflessioni, con quelle modulazioni...
Via, su, una canzoncina qualunque, là, nel salottino, subito subito...
Ecco il terno! Nulla meglio di questo espediente per non ritornar più in Sicilia! I mezzi per studiare? Ma c'era lei, la signora Lalla, e il Privato Conservatorio Bonomè.
Lezioni gratis, carte e pianoforte gratis: soltanto un piccolo assegno per il vitto.
E Olindo Passalacqua, saputo che Celsina era compagna di fede socialista di Lando Laurentano, subito aveva suggerito di chiedere a lui quell'assegno.
No? perché no? Opera meritoria! Maledetti certi scrupoli, certi pudori che impediscono alla coscienza di fare il bene! si sarebbe potuto proporre al Laurentano la restituzione di quel piccolo assegno coi primi guadagni; ma, nossignori, queste cose le fanno gli sfruttatori, gli strozzini, ragion per cui un gentiluomo deve astenersi dal farle...
Stupidaggini! Miserie! S'era contorto su la seggiola, Antonio, udendo questi discorsi.
Avrebbe voluto strappare per un braccio Celsina e gridarle sul volto: «Va', tòrnatene donde sei venuta! Costoro son pazzi che danzano su l'abisso.
Va'! va'! L'abisso lo spalancherò io! Non c'è piú nulla; io stesso non sono più: tutto è finito!».
Ma pure, eccolo lì, aveva col Passalacqua accompagnato Celsina fino al villino di Lando, e ora stava ad aspettare che l'adunanza si sciogliesse ed ella ne uscisse.
Celsina gli aveva promesso in confidenza che non avrebbe neppur fatto cenno al Laurentano di quella ridicola proposta dell'assegno; solo lo avrebbe pregato d'interessarsi in qualche modo per farle trovare, con le sue tante aderenze, un posticino a Roma.
L'assegno, Celsina si era proposto di domandarlo invece per lui, per Antonio.
Egli le aveva confidato la sera avanti la terribile condizione in cui si trovava lo zio.
- E tu? - gli aveva domandato lei.
Non aveva avuto altra risposta che un gesto furioso, di disperazione.
Le era balenato il sospetto ch'egli covasse un proposito violento, ma contro sé; e aveva cercato di scuoterlo, di rincorarlo.
Era venuta con l'animo tutto acceso di sogni e di speranze, piena di fiducia in sé, e pronta e preparata a vinccre tutti gli ostacoli.
Ebbene, sarebbero stati in due, ora, a dividerli e ad affrontarli; ella lo avrebbe trascinato nella sua foga.
Possibile ch'egli, col suo parentado, perisse? E non c'era poi l'altro zio? Via, via! Le difficoltà sarebbero state per lei.
Ma ecco, ne rideva!
Uscì dal villino, su le furie.
- Niente! Buffoni...
Andiamo! andiamo! - disse, spingendo i due compagni.
- Non ha parlato? - domandò, sospeso e afflitto, il Passalacqua.
- Ma che parlare! - si scrollò Celsina.
- Sono tanti pazzi, scemi, stupidi, imbecilli...
Chiacchiere, chiacchiere, declamazioni o ciance insipide che vorrebbero parere spiritose...
Via, via, via! Ma ci ho guadagnato questo almeno, che sono qua, a Roma! Nino, per carità, Nino, non mi far quella faccia! Vattene...
sì, sì...
è meglio che te ne vada, se mi devi affliggere così!
Olindo Passalacqua corse dietro ad Antonio che, gonfio di rabbia, tutto rabbuffato, aveva allungato il passo; lo trattenne, invitò con la mano Celsina ad avvicinarsi subito, raccomandando con cenni calma e prudenza.
Ma Celsina, sorridendo e avvicinandosi pian piano, gli accennò col capo che lo lasciasse pure andare.
- Ma pazzie, scusate...
calma, ragazzi! Così v'accecate...
E il rimedio? il rimedio così, accecandovi con le furie, non lo trovate più.
Il rimedio c'è sempre, cari amici; a tutto c'è rimedio; più o meno duro, più o meno radicale...
ma c'è! Non bisogna spaventarsi...
In prima, come! dice, questo? Questo no! questo mai!...
Poi...
eh, cari miei, l'avrei a sapere! Questo e altro!...
Però, però, però...
dico, intendiamoci, rispettando sempre le leggi del...
del...
della...
Siamo gentiluomini! Nino, tu lo sai, mi spezzo, non mi...
non mi...
- Che fai? che vuoi? che ti stilli cosí? - domandò Celsina a Nino, rimasto ansante in atteggiamento truce.
- Finiscila! Sono proprio furie sprecate...
Io mi sento così tranquilla e contenta! Su, su, per dove si prende, signor Olindo? Tu...
tu guardami...
no, no, guardami bene negli occhi...
qua, dentro gli occhi...
Prima di partire, ti ricordi?
Nino contrasse tutto il volto, nel tremendo orgasmo, e singultò nel naso, premendosi forte un pugno su la bocca.
- Via! basta, ora! Andiamo! - riprese Celsina.
- Lei, signor Olindo, mi deve dir questo soltanto, ma me lo deve dire proprio in coscienza: Ho la voce?
Olindo Passalacqua si tirò un passo indietro, con le due mani sul petto:
- Ma io ho cantato con la Pasta, sa lei? con la Lucca ho cantato; io ho cantato con le due Brambilla...
- Va bene, va bene, - lo interruppe Celsina.
- E lei è certo dunque che io abbia la voce?
- Ma d'oro! - esclamò il Passalacqua.
- D'oro, d'oro, d'oro, glielo dico io! E in meno d'un anno lei...
- Va bene, - tornò a interromperlo Celsina.
- E allora senta....
un altro favore! A procurarmi l'assegnino, come dice lei, ci penso io.
Son capace di presentarmi in tutte le botteghe che vedo, in tutti gli alberghi, ufficii, banche, caffè, se han bisogno d'una contabile, giovane di negozio, interprete, quel che diavolo sia! Ho il diploma in ragioneria, licenza d'onore; possiedo due lingue, inglese e francese...
Ma anche per sarta mi metto, per modista...
Non so neppur tenere l'ago in mano; imparerò!...
maestra, governante, istitutrice...
Lasci fare a me! Lei ora se ne vada.
Mi lasci sola con questo bel tomo! A rivederla.
E, preso Antonio sotto il braccio, scappò via.
- Fammi veder Roma!
Ma che vedere! Non poteva veder nulla, col cervello in subbuglio.
Parlava, parlava, e gli occhi le sfavillavano ardenti, sotto quel cappellino dalla piuma spavalda; le labbra accese le fremevano, e rideva senz'ombra di malizia a tutti quelli che si voltavano a mirarla.
- Nino, senti, - gli disse a un certo punto, piano, in un orecchio.
- Portami lontano...
in un punto solitario...
lontano...
voglio cantare!...
Ho bisogno di sentire come canto...
Se fosse vero! Tu ci pensi? Ah, se fosse vero, Nino mio! Andiamo, andiamo...
Seguitò a cinguettare per tutta la via.
Gli disse che per forza lei, prima di diventare un soprano, un contralto celebre, per forza doveva trovar marito, dato quel brutto cognome che l'affliggeva.
- Celsa, va bene; ma Pigna! ti pare possibile? Vediamo un po', mettiamo...
Celsa...
come? Celsa Del Re? Oh Dio no! Le mie opinioni politiche...
Del re? Impossibile, Nino! non posso diventare tua moglie, è fatale! Ma tu del resto non mi vuoi...
Ahi, ahi no! mi hai fatto un livido nel braccio...
Mi vuoi? E allora Celsina Del Re, e non se ne parli più! Celsina di Sua Maestà, è buffo, sai? di Sua Maestà Antonio I.
Arrivarono, ch'era già il tramonto, di là dal recinto militare, in prossimità del Poligono, su la sponda destra del Tevere.
Monte Mario drizzava il suo cimiero di cipressi nel cielo purpureo e vaporoso, e la vasta pianura, che serve da campo di esercitazione alle milizie, e le sponde erbose del fiume, nell'ombra soffusa di viola, parevano smaltate.
Nel silenzio quasi attonito, più che la voce si sentiva il movimento delle acque dense, d'un verde morto, tinte dai riflessi rosei del cielo e qua e là macchiate da qualche cuora nera.
- Bello! - sospirò Celsina, guardandosi intorno.
E con l'impressione che la vita vera se ne fosse come andata via di là, e ne fosse rimasta quasi una larva, nel ricordo o nel sogno, dolce e malinconica, aggiunse piano:
- Dove siamo qua?
Poi, volgendosi ad Antonio, che si era seduto su un masso e guardava verso terra, curvo, con le mani strette tra le gambe:
- Ma che fai? - gli domandò.
- Ma tu non vedi, tu non senti più nulla? Alza il capo, guarda, senti...
questo silenzio qua...
il fiume...
e là Roma...
e io che sono qua con te!
Gli s'accostò, gli posò una mano sui capelli, si chinò a guardarlo in faccia, e:
- Tu non hai ancora vent'anni! - gli disse.
- E io ne ho diciotto...
Antonio si scrollò rabbiosamente, per respingerla, e allora ella, sdegnata, alzò una spalla e si allontanò.
Poco dopo, da lontano, giunse ad Antonio il suono della voce di lei che cantava, in quel silenzio, limpida e fervida.
Disperato, serrando le pugna nella furia della gelosia, la vide parata da attrice, in un vasto teatro, davanti ai lumi della ribalta.
Si alzò, fremente; andò a raggiungerla.
- Andiamo! andiamo! andiamo!
- Che te ne pare? - gli domandò lei, con un fresco sorriso di beatitudine.
Antonio le strinse un braccio e, guardandola odiosamente negli occhi:
- Tu ti perderai! - le gridò tra i denti.
Celsina scoppiò a ridere.
- Io? - disse.
- Ma se tu non mi vuoi, si perderanno quelli che mi verranno appresso, caro mio! Io ho le ali...
le ali...
Volerò!
CAPITOLO TERZO
L'on.
Ignazio Capolino non capiva nei panni dalla gioja.
Migliaja d'operaj, nel suo collegio, inferociti dalla fame per la chiusura delle zolfare del Salvo, minacciavano tumulti, rapine, incendii, strage; Aurelio Costa, esposto all'ira di quelli per le promesse fatte a nome del Salvo, fremeva d'indignazione alle lepide ciance di S.
E.
il Sottosegretario di Stato al Ministero d'agricoltura; e lui gongolava beato dell'insperata affabilità, del tratto confidenziale, da vecchio amico, con cui quella sotto-eccellenza lo aveva accolto.
Chiedendo per il Costa quell'udienza, aveva temuto che l'ostentato prestigio, la vantata amicizia personale coi membri del Governo, messi alla prova, avrebbero sofferto la più affliggente mortificazione; e invece...
Ma sì, ma sì, matti da legare, benissimo! nemici dell'ordine sociale, quei solfaraj là! gente facinorosa, ma sì! esaltata da quattro impostori degni della forca! Misure estreme? di estremo rigore? ma sì! benissimo! Non ci voleva altro...
Viso fermo, già! polso duro! Umanità...
ah sicuro...
fin dov'era possibile...
Già, già, oh caro...
ma come no? ma come no?
E accennava, con timidezza mal dissimulata, d'allungare una mano per batterla o su la gamba o dietro le spalle del Sottosegretario di Stato, come un cagnolino che, dopo essersi storcignato per far le feste al padrone che teme severo, s'arrischia a levare uno zampino per far la prova d'averlo placato.
Quanto a quel disegno d'un consorzio obbligatorio tra tutti i produttori di zolfo della Sicilia, studiato dall'amico ingegnere lì presente...
- oh, valorosissimo e tanto modesto, già del corpo minerario governativo, sì, e uscito dall'École des Mines di Parigi - quanto a quel disegno, ecco, se almeno S.
E.
il Ministro avesse voluto degnarlo d'uno sguardo...
No, eh? impossibile, è vero? il momento...
già! già! non era il momento quello! nuova esca al fuoco, sicuro! ci voleva altro...
ma sì! bravissimo! oh caro...
come no? come no?
Uscì dal palazzo del Ministero, tronfio e congestionato come un tacchino, mentre Aurelio Costa, per sottrarsi alla tentazione di schiaffeggiarlo o sputargli in faccia, pallido e muto allungava il passo e lo lasciava indietro.
- Ingegnere!
Il Costa, senza voltarsi, gli rispose con un gesto rabbioso della mano.
- Ingegnere! - lo richiamò Capolino, raggiungendolo, fieramente accigliato.
- Ma scusi, è pazzo lei? o che pretendeva di più?
- Mi lasci andare! per carità, mi lasci andare, - gli rispose Aurelio Costa, convulso.
- Corro al telegrafo.
Venga qua lui, don Flaminio! Io me ne riparto domani.
- Ma si calmi! Dice sul serio? - riprese, con tono tra arrogante e derisorio, Capolino.
- Che voleva lei da un Sottosegretario di Stato? che le buttasse le braccia al collo? Io non so...
Meglio di così? Non m'aspettavo io stesso una simile accoglienza...
- Eh, sfido! - ghignò, fremente, il Costa.
- Se lei...
- Io che cosa? - rimbeccò pronto Capolino.
- Voleva promesse vaghe? fumo? Mi ha trattato, mi ha parlato da amico, da vero amico! E metta ch'io sono deputato d'opposizione; che sono stato combattuto dal Governo, accanitamente, nelle elezioni.
E lei lo sa bene!
- Non so nulla io! - sbuffò il Costa.
- So questo soltanto: che avevo l'ordine, ordine positivo, che il disegno almeno fosse preso subito in considerazione dal Governo.
E lei non ha speso una parola; lei non ha fatto che approvare...
Capolino lo arrestò, squadrandolo da capo a piedi.
- Parlo con un uomo, o parlo con un ragazzino? Dove vive lei? Può credere sul serio che in un momento come questo, in mezzo a questo pandemonio, si possa attendere all'esame del suo disegno? L'ordine! Abbia pazienza! Quando ricevette lei quest'ordine da Flaminio Salvo? Prima di partire, è vero? Ma scusi, ormai...
ecco qua!
E Capolino con furioso gesto di sdegno trasse fuori dal fascio di carte che teneva sotto il braccio la partecipazione delle speciose nozze di S.
E.
il principe don Ippolito Laurentano con donna Adelaide Salvo.
- L'avrà ricevuta anche lei! - disse.
- si stia zitto, e non pensi più né a ordini né a progetti!
- Ah, dunque, un giuoco? - esclamò Aurelio Costa.
- Con la pelle degli altri?
- Ma che pelle! - fece Capolino, con una spallata.
- Con la mia pelle! con la mia pelle, sissignore! - raffermò il Costa infiammato d'ira.
- Con la mia pelle, perché dovrò tornarci io laggiù, ad Aragona, tra i solfaraj! E sa lei come li ritroverò, dopo sette mesi di sciopero forzato? Tante jene! Ma perché dunque mi ha fatto promettere a tutti...
anche qua, anche qua adesso a Nicasio Ingrao, al figlio del principe? E tutti gli studii fatti?
- Caro ingegnere, scusi, - disse pacatamente Capolino, con gli occhi socchiusi, trattenendo il sorriso, - lei pratica con Flaminio da tanti anni, e ancora non s'è accorto che Flaminio non è soltanto uomo d'affari, ma anche uomo politico.
Ora la politica, sa? bisogna viverci un po' in mezzo; la politica, signor mio, che cos'è in gran parte? giuoco di promesse, via! E lei, scusi, va a cacciarsi in mezzo proprio in questo momento...
- Io? - proruppe Aurelio Costa, portandosi le mani al petto.
- Io, in mezzo?
- Ma sì, ma sì,- affermò con forza Capolino.
- Come un cieco, scusi! E non dico soltanto per questa faccenda qua, del progetto.
Lei non vede nulla, lei non capisce...
non capisce tante cose! Dia ascolto a me, ingegnere: non s'impicci più di nulla! se ne torni al suo posto...
Mi duole, creda, sinceramente, veder fare a un uomo come lei, per cui ho tanta stima, una figura...
non bella, via! non bella...
Aurelio Costa restò dapprima, a queste parole, a bocca aperta, trasecolato; poi si fece pallido e abbassò gli occhi per un momento; infine, non riuscendo a frenar l'impeto della stizza:
- A me, - balbettò, - a me dice così? a me?...
Ma io...
Quando mai io...
a quali cose io mi son cacciato in mezzo, di mia volontà? Vi sono stato sempre trascinato, io, tirato per i capelli, e sono stufo, sa? stufo, stufo di queste imprese, di questi intrighi, e bizze, e scandali...
- Scandali, poi! - fece Capolino.
- Sissignori, scandali! - seguitò Aurelio, senza più freno.
- Scandali qua, laggiù...
e se non li vede lei, li vedo io! Basta! basta! Io non ho voluto mai nulla! non ho aspirato mai a nulla, per sua norma, altro che di stare in pace con la mia coscienza, e tranquillo, facendo ciò che so fare.
E basta! Venga qua lui, ora, e pensi, dopo le promesse fatte, ad aggiustar bene le cose, perché laggiù, ripeto, debbo tornarci io, e la pelle non ce la voglio lasciare.
La riverisco.
Ignazio Capolino lo seguì un tratto con gli occhi; poi si scosse con un altro ghigno muto, e tentennò a lungo il capo.
Se avesse saputo che la vera ragione, per cui Aurelio Costa voleva che Flaminio Salvo venisse a Roma, era quella stessa appunto per cui egli voleva che non venisse: sua moglie!
Il calore con cui difendeva quel disegno, studiato veramente con tutto lo zelo scrupoloso che metteva in ogni sua opera, e la stizza nel vederlo mandato a monte, buttato lì, senz'alcuna considerazione e quasi deriso, provenivano in fondo dal calore d'un'altra passione, dalla stizza per un altro smacco, di cui egli, per non mortificare innanzi a se stesso il suo amor proprio, non si voleva accorgere.
Allontanato da Flaminio Salvo da Girgenti con la scusa di quel disegno, proprio nel momento in cui la figlia sapeva che Nicoletta Capolino era a Roma col marito, era accorso come un assetato alla fonte.
Aveva creduto di ritrovar qui Nicoletta come la aveva veduta l'ultima volta a Colimbètra, piena di lusinghe per lui, ardente e aizzosa.
E invece...
per miracolo non s'era messa a ridere nel leggergli nello sguardo profondo il ricordo di quella sera indimenticabile!
Capolino, che aveva tanto da ridire su la condotta della moglie in quei giorni, se ne sarebbe potuto accorgere; ma da che, a Colimbètra, ancora col petto fasciato per la ferita, aveva sentito il bisogno d'un pajo d'occhiali, non riusciva a veder più nulla con l'antica chiarezza, Capolino, né in sé né attorno a sé.
Lo scherzo di quella palla, scappata fuori con inopinata violenza dalla pistola del Verònica, gli aveva turbato profondamente la concezione della vita.
Fino a quel punto, aveva creduto di farlo lui agli altri, lo scherzo, uno scherzo che gli era riuscito sempre bene; ora, all'improvviso e sul più bello, s'era accorto che, ad onta di tutte le diligenze e contro ogni previsione, ridendosi d'ogni arte e d'ogni riparo, il caso, nella sua cecità, può e sa scherzare anche lui, facendone passare agli altri la voglia.
E Capolino era diventato seriissimo.
Già, subito, o per la violenta emozione o per il sangue perduto, gli s'era indebolita la vista.
Il principe don Ippolito, graziosamente, aveva voluto regalargli lui gli occhiali, un bel pajo d'occhiali serii, con staffe, cerchietti e sellino di tartaruga.
E la vita veduta con quegli occhiali, e da deputato, gli aveva fatto d'improvviso un curioso effetto: le sue mani, tutte le cose intorno, sua moglie, il suo passato, il suo avvenire, gli s'erano presentati con linee, luci e colori nuovi, innanzi a cui egli si era veduto quasi costretto ad assumer subito un certo cipiglio tra freddo e grave, che aveva fatto rompere, la prima volta, in una risata sua moglie:
- Oh povero Gnazio mio!
Ed ecco, segnatamente sua moglie non aveva più saputo vedersi d'attorno, Capolino: sua moglie che gli cercava gli occhi dietro quei nuovi occhiali, e non poteva in alcun modo prenderlo sul serio.
Venuta a Roma con lui per quindici o venti giorni, per un mese al più, Lellè vi si tratteneva da più di tre mesi e non accennava ancora, neppur lontanamente, di volersene partire.
O ch'era matta? Tripudiava, Lellè.
Aveva trovato finalmente il suo elemento.
Dai Vella, parenti di Flaminio Salvo, e un po' anche del marito per via della prima moglie, era diventata subito di casa.
A Francesco Vella piaceva il fasto, donna Rosa Vella era tal quale la sorella minore donna Adelaide, sbuffante e sempliciona, e i loro due figli, Ciccino e Lillina, se Nicoletta fosse andata a ordinarseli apposta, non avrebbe potuto trovarli più di suo gusto.
Che amore quella Lillina! Rimasta nubile, ormai spighita nella simpatica bruttezza tutta pepe, era la compagna inseparabile del fratello Ciccino: più scaltra, più ardita, più vivace di lui, lo ajutava, lo difendeva, lo guidava, a parte di tutti i suoi segreti più intimi.
Fratello e sorella non avevano mai pensato ad altro che a darsi buon tempo; e Nicoletta, con loro, in pochi giorni era diventata una cavallerizza perfetta; era già andata tre volte alla caccia della volpe; e teatri e feste e gite: una cuccagna! Lillina sapeva sempre con precisione quando doveva farsi venire un po' di emicrania o qualche altro dolorino, per lasciare in libertà Ciccino e la nuova amica Lellè.
Ora Capolino, per quanto Roma fosse grande, da deputato e con gli occhiali serii, non vi si vedeva minimo, e temeva che quello sbrigliamento della moglie potesse dare all'occhio.
Del resto, non poteva soffrirlo, non tanto per quello che potevano pensarne gli altri quanto per sé.
Da deputato e con gli occhiali, voleva che anche sua moglie, ormai, diventasse più seria.
A Roma e con quei Vella attorno e con la libertà in cui era costretto a lasciarla, non gli pareva possibile.
Flaminio Salvo, ora che donna Adelaide era andata a nozze, certamente avrebbe avuto bisogno di lei, a Girgenti.
Per la figliuola, s'intende; per quella cara Dianella senza mamma.
Se non oggi, domani, avrebbe scritto per pregarla di ritornare.
Non gli pareva l'ora all'onorevole Ignazio Capolino! Ma ecco, adesso, quell'imbecille del Costa che veniva a guastargli le uova nel paniere! La pelle...
Temeva per la pelle...
Pezzo d'asino! Ma già, se non era stato buono in tanti anni neanche d'accorgersi che Dianella lo amava, che aveva sotto mano la fortuna, una simile fortuna! come avrebbe riconosciuto ora, che meglio di così un deputato d'opposizione non poteva essere accolto da un Sottosegretario di Stato? E aveva osato rimproverargli le approvazioni...
Ma sicuro! per far piacere a lui doveva difendere i solfaraj, quasi che, nelle ultime elezioni egli fosse andato su anche col suffragio di quei galantuomini! Messo tra il Governo e i socialisti, poteva un deputato conservatore, d'opposizione, esitare nella scelta? Ma andate a ragionare di queste cose con uno, a cui la fortuna dava il pane perché lo sapeva senza denti! Intanto Flaminio Salvo, per seguitare da un canto la commedia di quel progetto e aver modo dall'altro d'abboccarsi con Lando Laurentano, che non aveva voluto assistere alle nozze del padre, senza dubbio sarebbe accorso alla chiamata; e certo avrebbe condotto con sé Dianella, che non poteva restar sola a Girgenti.
E sarebbe forse rimasta a Roma per un pezzo, Dianella, presso gli zii, per divagarsi e...
chi sa! - gli occhi di Flaminio Salvo vedevano molto lontano - Lando andava qualche volta in casa Vella, e...
chi sa! Rimanendo Dianella a Roma, addio ritorno di Lellè a Girgenti.
Così pensando, Capolino sbuffava, e gli occhiali serii, con staffe, cerchietti e sellino di tartaruga, gli s'appannavano.
Non passò neanche una settimana, che Flaminio Salvo fu a Roma insieme con Dianella, come Capolino aveva preveduto.
Dianella arrivò come una morta; Flaminio Salvo, al solito, sicuro di sé, con quel sorriso freddo su le labbra, a cui lo sguardo lento degli occhi sotto le grosse pàlpebre dava un'espressione di lieve ironia.
Furono ospitati dai Vella, che insieme coi coniugi Capolino e il Costa si recarono ad accoglierli alla stazione.
Donna Rosa, Ciccino e Lillina non conoscevano ancora Dianella.
- Figlia mia, o che mangi lucertole? - le domandò in prima la zia Rosa, nel vederle il volto come di cera e con gli occhi dolenti e smarriti.
- Ma capisco, sai? con un uomo insulso come tuo padre, difficile passarsela bene.
Ah, io gliele dico, sai? Non sono come tua zia Adelaide che cala a tutto la testa.
Sono più grande di lui, e mi deve rispettare.
- Io ti bacio sempre la mano, - disse don Flaminio, inchinandosi.
- Sicuro! Ecco qua: bacia, bacia! - riprese donna Rosa stendendo la mano tozza, paffuta.
- Sicuro che me la devi baciare! Sta' un po' con noi qua a Roma, figlia mia, e vedrai che ti farò ritornare in Sicilia bella grossa come una madre badessa.
Vedi questa signora? - aggiunse, indicando Nicoletta Capolino.
- Come ti pare? Brutta è, bisogna dirglielo; ma da che Ciccino e Lillina le hanno fatto far la cura di trotto a cavallo, vedi l'occhio? più vivo! Lascia fare ai tuoi cugini, cara mia.
Andiamo, andiamo! Ridere, ridere...
Cosa da ridere, la vita, te lo dico io.
A casa, don Flaminio narrò mirabilia alla sorella, al cognato, ai nipoti, agli amici, degli sponsali del principe con donna Adelaide, celebrati da monsignor Montoro nella cappella di Colimbètra, tra il fior fiore della cittadinanza girgentana.
S.
A.
R.
il Conte di Caserta aveva avuto la degnazione di mandare dalla Costa Azzurra una lettera autografa d'augurii e rallegramenti agli sposi.
- E chi è? - domandò donna Rosa, guardando tutti in giro; poi, picchiandosi la fronte: - Ah già, ho capito, il fratello di Cecco Bomba...
Ho un cognato borbonico, coi militari...
Me l'ha scritto Adelaide! Ora è mai possibile che stia allegra codesta povera figliuola con tale razza di Altezze Reali che scrivono lettere autografe per le nozze di sua zia? Va' avanti, va' avanti...
Ah se ci fossi stata io! Codesto tuo principe di Laurentano...
Seguitando, don Flaminio si dichiarò particolarmente grato della presenza di don Cosmo, fratello dello sposo, alla magnifica festa, e del dono prezioso mandato da Lando alla matrigna.
- L'ho visto! - disse Ciccino.
- L'ha comperato con noi! - aggiunse Lillina.
- Ah, dunque lo conoscete bene? - domandò, contento, don Flaminio.
E volle sapere dai nipoti in che intrinsechezza fossero con lui, e che aspetto e che umore avesse, chiamando a parte la figliuola con vivaci esclamazioni, della sua meraviglia e del suo compiacimento per le risposte che quelli gli davano.
Ma Dianella si turbò in viso così manifestamente e mostrò negli occhi un così strano sbigottimento, ch'egli cangiò a un tratto aria e tono, e finse di meravigliarsi, perché la gravità delle cose che avvenivano in quei giorni in Sicilia, e nelle quali il giovane principe, a quanto si diceva, doveva essere più d'un po' immischiato, gli pareva non comportasse in lui quell'umor gajo, che i nipoti dicevano.
E prese a raccontare, con atteggiamento di grave costernazione, i fatti avvenuti di recente in Sicilia, a Serradifalco, a Catenanuova, ad Alcamo, a Casale Floresta, i quali provavano come in tutta l'isola covasse un gran fuoco, che presto sarebbe divampato; e a rappresentar la Sicilia come una catasta immane di legna, d'alberi morti per siccità, e da anni e anni abbattuti senza misericordia dall'accetta, poiché la pioggia dei benefizi s'era riversata tutta su l'Italia settentrionale, e mai una goccia ne era caduta su le arse terre dell'isola.
Ora i giovincelli s'erano divertiti ad accendere sotto la catasta i fasci di paglia delle loro predicazioni socialistiche, ed ecco che i vecchi ceppi cominciavano a prender fuoco.
Erano per adesso piccoli scoppii striduli, crepitìi qua e là; scappava fuori ora da una parte ora dall'altra qualche lingua di fiamma minacciosa; ma già s'addensava nell'aria come una fumicaja soffocante.
E il peggio era questo: che il Governo, invece d'accorrere a gettar acqua, mandava soldati a suscitare altro fuoco col fuoco delle armi.
Ma avesse almeno avuto soldati abbastanza, da fronteggiare l'impeto delle popolazioni irritate! Gli scarsi presidii, bestialmente incitati a sparare su le folle inermi, si vedevano costretti, subito dopo, a rinserrarsi nelle caserme; e allora la folla, inselvaggita dagli eccidii, restava padrona del campo e assaltava furibonda i municipii e vi appiccava il fuoco.
Lo sgomento intanto si propagava per tutta l'isola; sindaci e prefetti e commissarii di polizia perdevano la testa; e dove si sarebbe andati a finire?
Queste cose disse, rivolto specialmente al cognato Francesco Vella, al Capolino e ad Aurelio Costa: volle dedicare alle signore il racconto d'una recente prodezza compiuta da cinquecento donne in un villaggio dell'interno della Sicilia, chiamato Milocca.
Per la speciosa denuncia di un mucchio di concime sparso non già fuori, ma nelle terre medesime d'un proprietario che non aveva voluto arrendersi ai nuovi patti colonici dei contadini del Fascio, la forza pubblica aveva tratto in arresto iniquamente e sottoposto a processo per associazione a delinquere il presidente e i quattro consiglieri del Fascio stesso.
E allora le donne del villaggio, in numero di cinquecento, indignate dell'ingiustizia e della prepotenza, s'erano scagliate come tante furie contro la caserma dei carabinieri, ne avevano sfondato la porta e tratto fuori i cinque arrestati; poi, ebbre di gioja per la liberazione dei prigionieri, avevano condotto in trionfo sulle braccia, per le vie del paese, uno dei carabinieri e le armi strappate loro dalle mani.
Donna Rosa, Nicoletta Capolino e Lillina approvarono festosamente la vittoria di quelle donne gagliarde; ma don Flaminio parò le mani gridando:
- Piano, piano! Aspettate! L'allegrezza è stata breve...
I milocchesi, dico gli uomini, che non s'erano affatto immischiati in questa rivolta delle loro donne, saputo che il prefetto della provincia mandava un rinforzo di soldati e delegati e giudici a Milocca, cavalcarono le mule e, armati di fucile, presero il largo.
Sono ancora sparsi per le campagne, decisi a vender cara la loro libertà.
Ma i signori giudici, a Milocca, hanno arrestato trentadue donne, di cui alcune gestanti, altre coi bambini lattanti in collo, e le hanno tradotte ammanettate nelle carceri di Mussomeli.
- Valorosi! valorosi! - esclamò allora donna Rosa.
- Ma come? E voi, Gnazio, deputato siciliano, non levate la voce in Parlamento neanche contro l'arresto delle donne gravide e delle mamme coi bambini in collo?
Don Flaminio sorrise e, lisciandosi le basette:
- Non gli conviene, - disse.
- Sono gestanti e mamme socialiste.
Lui è conservatore.
Quantunque laggiù, sai? don Ippolito Laurentano vorrebbe che il partito clericale secondasse il movimento proletario e se n'avvalesse, stabilendo anche con esso qualche accordo segreto.
Ma monsignor Montoro, confòrtati, è contrario; forse perché il canonico Pompeo Agrò è da un mese a Comitini a far propaganda, non so quanto evangelica, contro me, tra i solfaraj.
Basta.
Vedremo di stare tra il padre e il figlio.
Domani mi recherò dal giovane principe socialista a lasciargli un biglietto da visita.
Capolino accompagnò Flaminio Salvo in quella gita al villino di via Sommacampagna, tanto nell'andata quanto nel ritorno.
La strana impressione, quasi di sgomento, che gli aveva fatta la vista di Dianella, all'arrivo, si raffermò al discorso che gli tenne il Salvo lungo la via.
Fu al solito un discorso sinuoso, pieno di sottintesi e di velate allusioni, da cui parve a Capolino di poter desumele questo: che il Salvo era davvero fortemente impensierito non dalle condizioni politiche della Sicilia, ma dalle condizioni di spirito della figliuola, le quali tanto piú dovevano dar da pensare, in quanto che la madre era pazza; ch'egli intendeva perciò di contentarla, se quel viaggio a Roma non riusciva agli effetti che se ne riprometteva; contentarla, anche perché, uscita ormai di casa la sorella, egli, non avendo più alcuno che stésse attorno alla figliuola bisognosa di cure, d'affettuosa compagnia, di distrazioni, avrebbe dovuto sacrificare troppo gli affari, e non poteva (qui parve a Capolino di dover notare un grave rimprovero per sua moglie, che aveva osato lasciar sola anche donna Adelaide nell'avvenimento delle nozze); contentarla, infine, anche per dare ad Aurelio Costa (che presto, fra due o tre giorni, sarebbe tornato in Sicilia) un premio degno, se riusciva a ridurre a ragione gli operaj delle zolfare.
Queste deduzioni così chiare del lungo discorso a mezz'aria del Salvo costarono a Capolino un così intenso sforzo, che uno dei cristalli degli occhiali, continuamente appannati dagli sbuffi, gli s'infranse tra le dita nervose, a furia di ripulirlo.
Fortuna che le scagliette del cristallo s'infissero soltanto nel fazzoletto, senza ferirgli le dita.
Ma la sera dovette parlare, e seriamente, alla moglie, senza occhiali.
Nicoletta sapeva che l'improvviso arrivo di Flaminio Salvo e di Dianella a Roma era dovuto al Costa.
Più perspicace del marito, aveva subito preveduto che questo arrivo avrebbe segnato la fine della sua cuccagna, ed era perciò così gonfia d'odio contro quello che lo avrebbe ucciso senza esitare, se le avessero assicurato l'impunità.
Già aveva veduto il primo effetto dell'arrivo: Ciccino e Lillina Vella se n'erano andati in giro per Roma con la cuginetta pallida e smarrita, mettendo lei da parte fin dal primo giorno.
Scelto male, dunque, il momento per un discorso serio!
- Debbo partire? - domandò subito, per tagliar corto.
- Parto anche domani.
Senza chiacchiere.
Ma sola, no!
- E con chi? - fece Capolino.
- Io...
- Tu hai le sorti d'Italia su le braccia, lo so! - esclamò Nicoletta.
- Come potrebbe sedere la Camera, domani, se tu mancassi?
- Ti prego, - fece Capolino, con un gesto delle mani, che significava freno, prudenza, da un canto, e dall'altro, sdegno di avviare il discorso, senza scopo, per una china facile, per quanto sdrucciolevole.
- Io sono qui per fare il mio dovere.
- Anch'io! - rimbeccò, pronta, Nicoletta.
- Non ti pare? Tu, di deputato; io, di moglie.
Lo dice anche il sindaco: la moglie deve seguire il marito.
Caro mio, se la pigli così!...
Lascia stare i doveri, non mi far ridere! Te l'ho detto: tu, caro mio, hai perduto da un pezzo in qua la bussola! Parliamoci come prima, o piuttosto, intendiamoci come prima, senza parlare affatto, per il tuo e per il mio meglio! Bada, Gnazio, tu sei stufo, ma io più che più, e capace...
non so, capace in questo momento di commettere qualunque pazzia.
Te n'avverto!
- Santo Dio, ma perché? - gemette Capolino con le mani giunte.
- Ah, perché? - gridò Nicoletta, andandogli incontro, vampante d'ira e di sprezzo.
- Mi domandi perché? Mi dici di partire, di ritornarmene laggiù, e mi domandi perché?
- Prego, prego...
- cercò d'interromperla Capolino, protendendo adesso le mani, per arrestare anche col gesto quella furia.
- Nel nostro...
nel tuo stesso interesse, scusa! Se non mi lasci parlare...
- Ma che vuoi dire! Lascia stare! - esclamò Nicoletta.
- So come debbo dire, non dubitare, - riprese Capolino con molta gravità, abbassando gli occhi.
- Tu ignori il discorso che mi ha tenuto Flaminio questa mattina.
T'ho detto nulla, finora, del tuo prolungato soggiorno a Roma? Nulla...
E tu stessa ti sei rimproverata di non esser partita per assistere Adelaide nel giorno delle nozze.
Ora la tua assenza da Girgenti sai qual effetto ha prodotto? Questo, semplicemente: che Flaminio Salvo, lasciato solo e stanco, ha deciso di contentar fnalmente la figliuola.
Nicoletta restò a questa notizia.
- Ah sì?- disse; e si morse il labbro, fissando nel vuoto gli occhi, odiosamente.
- Capisci? - seguitò Capolino.
- Teme che le dia di volta il cervello, come alla madre.
E mi pare che il timore non sia infondato.
L'hai veduta? Fa pietà.
- Schifo! - scattò Nicoletta.
- Se ne dovrebbe vergognare!
- L'amore...
- sospirò Capolino, alzando le spalle, socchiudendo gli occhi.
- E Flaminio fors'anche pensa che, con l'ombra della pazzia della madre, un degno partito per la figlia non sarebbe facile trovarlo.
Ha messo poi in gravissimi imbarazzi il Costa laggiù, tra i solfaraj, e pensa di premiar la devozione, l'abnegazione...
- Quanti pensieri!...
quante dolcezze!...
- disse Nicoletta.
- E io dovrei sguazzarci in mezzo, è vero? come un'ape nel miele...
- Tu? perché? - domandò Capolino.
- Ma la custode della figlia non sono io? - inveì Nicoletta.
- Non toccherà a me allora covar con gli occhi la coppia innamorata? assistere alle loro carezze, ai loro colloquii? accogliere in seno le confidenze della timida colombella risanata?
Capolino si strinse nelle spalle, come per dire: «Dopo tutto, che male?...».
- Ah, no, caro mio! - riprese con impeto la moglie.
- Non me ne importerebbe nulla se, per il mio interesse, come tu dici, non mi vedessi costretta a far questa parte...
E tu dimentichi un'altra cosa! Che codesto signor ingegnere chiese un giorno la mia mano, e che io la rifiutai, perché non mi parve degno di me! Bella vendetta, adesso, per lui, diventare sotto gli occhi miei il fidanzato della figlia di Flaminio Salvo!
- Ma questo, se mai, di fronte a te che l'hai rifiutato, - le fece osservar Capolino, - potrà esser ragione d'avvilimento per la figlia di Flaminio Salvo...
- Già! - esclamò Nicoletta, levandosi.
- Perché io adesso sono la moglie dell'onorevole deputato Ignazio Capolino!
- Che vale molto di piú, ti prego di credere! - gridò questi, dando un pugno sulla tavola e levandosi in piedi anche lui, fiero.
Nicoletta lo squadrò, calma, di sotto in su; poi disse:
- Uh, quanto a meriti, non oserei metterlo in dubbio! Però...
però io debbo partire, ecco, sempre per il mio interesse, come tu dici...
Che vuoi? i meriti, caro, non hanno spesso fortuna.
- Fa rabbia anche a me, - disse allora Capolino, - che uno stupido, un imbecille di quella fatta debba salire così, tirato su dal favore della sorte, cacciato a spintoni, come una bestia bendata e restìa...
Perché egli, sai? l'ha detto a me: non vorrebbe nulla...
Questo è il bello.
Non s'accorge di nulla, non capisce nulla, e la fortuna lo ajuta! Domani, genero di Flaminio Salvo!
- Ah no! - scattò Nicoletta.
- Questo matrimonio non si farà! Te l'assicuro io: non-si-fa-rà!
Capolino tornò a stringersi nelle spalle e a socchiudere gli occhi:
- Se Flaminio vuole...
come potresti impedirlo?
- Come? - rispose Nicoletta.
- Come...
non so! Ma a ogni costo...
ah, a ogni costo! puoi esserne certo!
Capolino insistette:
- Ma via, tu credi che il Costa sia capace di sentir la vendetta che tu dici, per il tuo rifiuto? No, sai! Non è capace neanche di questo! Io l'ho studiato: è con te riguardoso, ossequioso...
anzi, tutto impacciato in tua presenza...
non ci penserà mai! E se tu...
se tu saprai vincer lo sdegno, e trattarlo...
dico, trattarlo con una certa...
disinvoltura cortese...
Sotto gli occhi di Nicoletta, che lo fissavano con freddo e calmo sprezzo, smorì, si scompose il sorriso con cui aveva accompagnato le ultime parole.
- Come, del resto, lo hai trattato finora, - soggiunse dignitosamente.
Poi, cangiando discorso: - Oh, volevo proporti d'uscire...
Ceneremo fuori...
Ti va?
Di ritorno a casa a tarda notte, Nicoletta, nel mettersi a letto, domandò al marito:
- Non deve ripartire fra due o tre giorni l'ingegnere Costa per la Sicilia?
- Sì, - rispose Capolino.
- Me l'ha detto Flaminio stamattina.
- E tu a Flaminio potresti dire, - seguitò Nicoletta, raccogliendosi sotto le coperte, - che sono pronta anch'io a partire; ma non sola.
Poiché parte l'ingegnere...
- Ah, già! - esclamò Capolino.
- Benissimo! Potresti accompagnarti con lui.
- Buona notte, caro!
- Buona notte.
Fermamente convinto d'aver sempre avuto contraria la sorte, fin dalla nascita, Flaminio Salvo credeva che soltanto con l'assidua difesa d'una volontà sempre vigile e incrollabile, e opponendosi con atti che egli stesso stimava duri, contro tutti coloro che s'eran fatti e si facevano strumenti ciechi di essa, avesse potuto vincerla finora.
Ma l'avversione della sorte non potendo su lui, s'era rivolta con ferocia su i suoi, su la moglie, sul figlio: ora anche, con quella passione invincibile, su la figlia.
In queste sciagure sentiva veramente come una vendetta vile e crudele; e questo sentimento non solo gli toglieva il rimorso di tutto il male che sapeva d'aver commesso, ma gl'ispirava anzi vergogna di qualche debolezza passeggera, e quasi lo abilitava a commettere altro male, sia per vendicarsi a sua volta della sorte, sia per non essere egli stesso sopraffatto.
Non si poneva neppur lontanamente il dubbio che potesse in fondo non essere un male quella passione della figliuola per Aurelio Costa.
Era per lui sicuramente un male; e non già per la disparità della nascita o della condizione sociale (fisime!); ma perché essa aveva origine da una sua debolezza, dalla gratitudine per tanti anni dimostrata al suo piccolo salvatore.
Da un bene non poteva venirgli altro che un male.
Domma, questo, per lui.
E nessun filosofo avrebbe potuto indurlo a riconoscere che il suo ragionamento, fondato su un pregiudizio, era vizioso.
La logica? Che logica contro l'esperienza di tutta una vita? E poi, se per un solo caso si fosse indotto a riconoscere il vizio del suo ragionamento, addio scusa di tutto il male in tanti altri casi coscientemente commesso! Ogni qual volta un negozio, una faccenda qualsiasi accennava fin da principio di volgergli a seconda, egli, anziché rallegrarsene, s'adombrava, sospettava subito una insidia e si parava in difesa.
Accolse male perciò, da un canto, la notizia e la proposta di Capolino, che cioè Nicoletta era pronta a partire il giorno appresso e che avrebbe voluto accompagnarsi nel viaggio col Costa; dall'altro, l'annunzio recato da Ciccino e Lillina che Lando Laurentano, il quale tutta quella mattina era stato in giro con essi e con Dianella, sarebbe venuto quella sera stessa a salutarlo.
Lo avevano incontrato per caso, e quantunque avesse detto loro in prima d'esser fortemente irritato per una certa pubblicazione in un giornale del mattino, s'era poi dimostrato gajo in loro compagnia e gratissimo della distrazione procuratagli.
Flaminio Salvo era nella stanza da studio di Francesco Vella e dava ad Aurelio Costa le ultime istruzioni circa il ritorno di questo in Sicilia, fissato per la mattina seguente, quando i due nipoti gli recarono quest'annunzio, irrompendo rumorosamente e tirandosi dietro Dianella.
Egli notò subito nel viso della figlia un'alterazione molto diversa dalle solite alla vista di Aurelio, e rimase per un attimo quasi stordito, allorché, parlando i due cugini della graziosa affabilità del Laurentano verso di loro, ella con voce vibrante, che non pareva più la sua, e con un'aria di sfida, confermò:
- Sì, gentilissimo! proprio gentilissimo!
- Piacere...
- rispose freddamente, guardandola di su gli occhiali.
- Ma, vi prego, io ora qua...
E accennò il Costa con un gesto che significava: «Ho da pensare a ben altro per il momento...».
Era vero, del resto.
Si trattava d'esporre a un rischio di morte quel giovane dabbene, ignaro affatto della parte, che stava a rappresentare; si trattava di gettarlo in preda alla rabbia d'un intero paese affamato e disilluso.
Nell'anima del Salvo si svolse allora uno strano giuoco di finzioni coscienti.
Il piacere di quell'annunzio doveva mutarsi in lui in dispiacere, la speranza in diffidenza; e però non solo non doveva tener conto di quella fortunata combinazione dell'incontro del Laurentano e della buona impressione che la figlia pareva ne avesse avuto, ma considerarla anzi come una vera e propria contrarietà, nel momento ch'egli, per contentare appunto la figliuola, faceva intravvedere a quel buon giovane del Costa il premio della pericolosissima impresa a cui lo gettava.
E seguitò in quella finzione cosciente, acceso di stizza contro la figliuola, la quale, dopo averlo costretto a piegarsi fino a tanto, eccola lì, veniva ora a fargli intendere, con aria nuova, che il giovane principe Laurentano non le era punto dispiaciuto! Né s'arrestava qui il giuoco delle finzioni nell'anima del Salvo.
Fingeva di non comprendere ancora quell'aria nuova della figlia, che pure aveva già compreso bene; era sicuro infatti che Dianella, facendo quella lode del Laurentano in presenza di Aurelio, s'era intesa di vendicarsi di questo, e ora di là certo piangeva e si straziava in segreto.
La stizza finta per quel premio ch'egli doveva far balenare al Costa, era dunque in fondo stizza vera, tanto che, per non avvertire il rimorso di quello strazio che cagionava alla figlia, seguitò a fingere di credere sul serio, che veramente, sì, veramente, se il Costa fosse riuscito a ridurre a ragione gli operaj delle zolfare in Sicilia, gli avrebbe dato in premio Dianella.
Intanto, lo faceva partire il giorno appresso in compagnia di Nicoletta Capolino.
La sera, fu compìto, ma con una certa sostenutezza, verso Lando Laurentano, accolto con molta festa dai Vella, specialmente da Ciccino e Lillina.
Dianella era pallidissima, e si teneva su per continui sforzi a scatti, che facevano pena e paura.
I dolci occhi ora le s'accendevano come in un confuso spavento, ora le smorivano quasi in una torba opacità.
Nicoletta Capolino, invitata a tavola dai Vella quell'ultimo giorno, le aveva fatto sapere che la mattina appresso sarebbe partita col Costa; e adesso, ecco, era lì e parlava senza vezzi affettati, ma con la vivace disinvoltura consueta al giovane principe di Laurentano della cortesia squisita di don Ippolito, là a Colimbètra, nella disgraziata congiuntura del duello del marito.
Questi entrò, poco dopo, nel ricco salone insieme con l'ingegnere Aurelio Costa, che veniva a licenziarsi dai Vella.
Fu per Dianella e per Nicoletta un momento d'angosciosa sospensione.
Quanto composto e grave e costernato l'onorevole Ignazio Capolino con quei funebri occhiali di tartaruga, tanto appariva stordito, acceso, abbagliato, Aurelio Costa.
Gli si leggeva chiaramente in viso l'emozione profonda, che la notizia della sua prossima partenza con Nicoletta gli aveva suscitato.
Non sentiva più la terra sotto i piedi; non riusciva ad articolar parola.
Nel vederlo entrare, Nicoletta ne ebbe quasi sgomento: sentì, senza guardarlo, che egli la cercava con gli occhi, senza più badare a nessuno.
Respirò nel sentirlo poco dopo discutere animatamente col Laurentano su i moti dei Fasci in Sicilia.
Ogni costernazione gli era svanita, svanita ogni considerazione per quei solfaraj affamati d'Aragona, svanito il dispetto per quel suo disegno d'un consorzio obbligatorio mandato a monte: avrebbe ora affrontato col frustino in mano tutti quei ribelli laggiù.
Flaminio Salvo, per prudenza di fronte al Laurentano, lo richiamò sorridendo a più miti propositi.
- Perché le diano fuoco alle zolfare? - gli domandò tutto infervorato il Costa.
- Li conosco io, quei bruti! Guaj a mostrare di temerli! Con la verga si riducono a ragione! Lasci fare a me...
Abbandonato da tutti, senza neanche la soddisfazione di veder degnato d'uno sguardo il mio progetto, andrò solo, laggiù...
e ci guarderemo in faccia...
Nell'esaltazione, non avvertiva la stonatura di quella sua apostrofe bellicosa; né si mortificò affatto nell'accorgersi alla fine che nessuno gli badava più, si lasciò condurre da Capolino nell'ampio balcone della sala, mentre Flaminio Salvo, Francesco Vella e Lando Laurentano seguitavano a conversare tra loro pacatamente, e Ciccino prometteva a Nicoletta che presto sarebbe venuto a trovarla a Girgenti, e donna Rosa e Lillina davano consigli a Dianella che si regolasse così e così, se voleva presto recuperare la salute e la gajezza.
Chiamato dal Salvo, Capolino rientrò poco dopo, e Aurelio Costa restò solo nel balcone.
Quanto vi restò? Guardava le stelle, guardava come in un sogno il chiaror della luna che si rifletteva su i vetri di lontane finestre dirimpetto, nella piazza; stretto da un'ansia smaniosa e dolce; senza più pensare al luogo ove si trovava; con una sola immagine davanti agli occhi, quella di lei che ora, tra poco, senza dubbio sarebbe venuta a trovarlo là per dirgli: A domani! Per sempre! - A domani, per sempre, - si ripeteva, serrando le pugna, con gli occhi socchiusi voluttuosamente.
Aveva già parlato con lei la mattina.
S'erano già accordati.
Tutto, tutto ella avrebbe lasciato, per seguir lui! Sì, anche laggiù, nel pericolo, da cui egli non avrebbe potuto in quel momento ritrarsi.
Del resto, per forza, doveva andar laggiù; lì era la sua casa, lì il suo lavoro, che avrebbe ora messo a disposizione di altri, lasciando il Salvo.
Che gl'importava? Di qual premio gli aveva ella parlato? Un grosso premio ch'egli avrebbe perduto lasciando il Salvo...
Che gl'importava? Qual premio maggiore della felicità che ella gli avrebbe data, amandolo? Così farneticava Aurelio nel balcone, in attesa, tornando a ripetere di tratto in tratto, smaniosamente: - A domani! per sempre!
Nel salone, intanto, Ignazio Capolino parlava con aria afflitta del subbuglio, in cui la pubblicazione d'una denunzia in un giornale del mattino aveva messo tutto quel giorno i corridoj della Camera.
Si trattava delle quarantamila lire, di cui appariva debitore verso la Banca Romana Roberto Auriti, (« notoriamente prestanome» diceva il giornale «d'un deputato meridionale molto conosciuto e nelle grazie, fino a poco tempo fa, se non proprio del Governo, di qualche membro (hic et haec) di esso»).
E quel giornale, seguitando, parlava delle carte sottratte per salvare questo deputato meridionale.
Ma nella fretta, all'ultimo momento, qualche biglietto era rimasto fuori e caduto in mano all'autorità giudiziaria, qualche biglietto appunto dell'Auriti, ora in ricerca affannosa di quelle quarantamila lire, per salvare sé e l'amico.
Capolino diceva che parecchi deputati dell'Estrema Sinistra avrebbero portato la denunzia alla Camera, e prevedeva imminente l'arresto dell'Auriti.
Lando Laurentano era su le spine.
Tutto il pomeriggio di quel giorno aveva cercato d'appurare donde quella notizia fosse pervenuta al giornale del mattino: pareva riferita da qualcuno che fosse stato a origliare all'uscio della stanza, in cui Giulio Auriti aveva implorato ajuto da lui; e temeva che questi potesse ora sospettarlo autore della denunzia.
Il Salvo, il Vella e il Capolino, notando il turbamento del giovane principe, si misero a compiangere Roberto Auriti, come una vittima, e il Salvo lasciò intendere chiaramente che egli sarebbe stato disposto ad approntare quella somma per salvarlo; ma il Capolino disse che ormai era troppo tardi.
Non restava che di prendere una tazza di tè, che Lillina aveva già preparato.
Le prime due tazze, recate da Ciccino, erano andate a donna Rosa e a Dianella.
Nicoletta ne porgeva ora una tazza a Lando Laurentano.
- Latte?
- Sì, grazie.
Poco.
E Dianella, sorbendo la sua, aspettava che Nicoletta si recasse al balcone con l'ultima tazza per Aurelio.
Ma Nicoletta, vedendosi spiata, finse in prima di dimenticarsene, e tenne la tazza per sé.
- Uh, e per il mio cavaliere? - esclamò poi, come sovvenendosi all'improvviso.
E andò al balcone.
Appena Aurelio la vide comparire, si ritrasse istintivamente nell'ombra quanto più poté, per attirarla.
Ma ella varcò appena la soglia del balcone e, porgendogli la tazza, disse piano, rigida:
- Rientri, per carità: lei si fa notare.
Non faccia ragazzate!
- Ma mi dica soltanto...
- scongiurò egli.
- Sì, questo; e se lo imprima bene in mente, - soggiunse lei, subito: - che ho fatto di tutto per impedir la sua e la mia rovina.
Non mi accusi, domani; perché l'ha voluta anche lei.
Basta!
E rientrò nel salone.
CAPITOLO QUARTO
Corrado Selmi uscì dalla Camera dei deputati livido, stravolto, con un tremor convulso per tutto il corpo.
Appena su la piazza, nel sole, fece uno sforzo disperato su se stesso per riaversi, per riafferrare in sé e rimettere sotto il suo dominio la vita che gli sfuggiva in un tremendo scompiglio; ma restò, avvertendo che non aveva neanche la forza di trarre il respiro, quasi avesse il petto, il ventre squarciati.
Un sentimento nuovo gli sorse allora improvviso: la paura.
Non degli altri; ma di sé.
Or ora gli altri li aveva sfidati e assaliti, nell'aula del Parlamento, con estrema violenza.
Ancora ne tremava tutto.
Nessuno, là, aveva osato fiatare.
Ma quel silenzio...
ah, quel silenzio era stato per lui peggiore di ogni invettiva, d'ogni tumultuoso insorgere di tutta l'assemblea.
Quel silenzio lo aveva ucciso.
Aveva ancora negli orecchi il suono dei suoi passi nell'uscire dall'aula.
Nel silenzio formidabile, quei passi avevano sonato come colpi di martello su una cassa da morto.
Sentiva una grande arsione; e le gambe, come...
come se gli si fossero stroncate sotto.
Schiacciato dall'accusa, aveva voluto rilevarsene con tutto l'impeto delle energie vitali, ancora possenti in lui; ma appena aveva finito di parlare, quel silenzio.
Nessun dubbio che l'assemblea, subito dopo la sua uscita dall'aula, avesse votato l'autorizzazione a procedere contro di lui.
Eppure tutti lo sapevano povero; sapevano che il denaro preso alle banche non poteva essere rinfacciato a lui come a tanti altri.
Dall'avere affrontato la morte, quando più bella suol essere per tutti la vita, non gli veniva il diritto di vivere? Nella losca complicazione di tante oblique vicende la semplicità di questo diritto appariva quasi ingenua e tale, che tutti, ridendo, dovessero negarglielo.
Morto; non solo, ma anche svergognato lo volevano! Doveva morire allora, e sarebbe stato un eroe per tutti questi vivi d'oggi che gli rinfacciavano come un delitto l'aver vissuto.
Ma non tanto l'accusa, in fondo, gli sembrava ingiusta, quanto ingiusti gli accusatori; e, più che ingiusti, ingrati e vili: vili perché, dopo aver per tanti anni compreso che egli aveva pure questo diritto di vivere, si levavano ora a dimostrargliene con ischerno l'ingenuità; dopo aver per tanti anni compreso il suo bisogno, si levavano ora a rinfacciarglielo come un'onta.
Né si sarebbero arrestati qui! Ora, il processo, la condanna, il carcere.
Corrado Selmi rise, e avvertì ancora lo sforzo che gli costava lo scomporre la truce espressione del volto in quel riso orribile.
Il sorriso schietto e lieve, che aveva accompagnato sempre tutti gli atti della sua vita, anche i più gravi e i più rischiosi, s'era tramutato in quella triste smorfia dura e amara? Ebbe di nuovo paura di sé: paura di assumere coscienza precisa di un certo che oscuro e orrendo che gli s'era cacciato all'improvviso nel fondo dell'essere e glielo scompaginava, dandogli quell'impressione d'esser come squarciato dentro, irrimediabilmente.
E per ricomporre comunque la compagine del suo essere, per vincere il ribrezzo e l'orrore di quell'impressione, si guardò attorno, quasi chiedendo sostegno e conforto ai noti aspetti delle cose.
Gli parvero anche questi cangiati e come evanescenti.
Sentì con terrore che non gli era più possibile ristabilire una relazione qual si fosse tra sé e tutto ciò che lo circondava.
Sì, poteva guardare; ma che vedeva? poteva parlare; ma che dire? poteva muoversi; ma dove andare?
Parlò, tanto per udire il suono della sua voce, e gli parve anch'esso cangiato.
Disse:
- Che faccio?
Sapeva bene quel che gli restava da fare.
Ma nello schiacciar con la lingua contro il palato le due c di faccio, non avvertì altro che l'annodatura della lingua e l'amarezza aspra della bocca; e rimase col viso disgustato e arcigno.
- No, - soggiunse.
- Prima...
che altro?
Qualunque altra cosa gli apparve inutile, vana.
Poteva soltanto, ancor per poco, per passarsi la voglia e darsi così fuor fuori uno sfogo, dire e fare sciocchezze.
Pensare seriamente, agire seriamente non avrebbe potuto se non a costo di cedere al proposito oscuro e violento che stava a distruggergli dentro tutti gli elementi della vita.
Baloccarsi poteva coi frantumi di essa che dal tumulto interno balzavano a galla della sua coscienza squarciata: baloccarsi un poco...
Sì, in casa di Roberto Auriti! Doveva vederlo, dirgli che per lui, per coprirlo, si era messo da sé sotto accusa.
Ecco che aveva ancora dove andare.
Chiamò una vettura, per non avvertire il tremore e la debolezza delle gambe, e diede al vetturino l'indirizzo: via delle Colonnette.
Appena montato, se ne pentì, prevedendo, in compenso di quanto aveva fatto, una scenata.
Ma no: a ogni costo avrebbe saputo impedirla.
Più che doveroso, il suo atto gli appariva generoso verso Roberto Auriti.
E, in quel momento, non poteva sentir che disprezzo della sua stessa generosità.
S'era spogliato d'ogni prestigio, d'ogni prerogativa, per subir la stessa sorte d'uno sconfitto, che delle sue doti, dei suoi meriti non aveva saputo avvalersi per farsi uno stato, per imporsi, come avrebbe potuto, alla considerazione altrui.
Non pietà, ma dispetto, poteva ispirare Roberto Auriti.
Che se pure egli, navigando alla ventura, lo aveva gittato con sé in quei frangenti, non meritava certo quel naufrago che Corrado Selmi, già quasi scampato, si ributtasse in mare per perire con lui: non lo meritava, perché non aveva saputo mai vivere, quell'uomo, mai disimpacciarsi da ostacoli anche lievi: era già per se stesso un annegato, a cui tante e tante volte egli aveva gettato una corda per ajutarlo a trarsi in salvo.
L'unica volta che quest'uomo s'era messo a dar lui ajuto, ecco, con la stessa mano che gli aveva teso, lo tirava con sé nel baratro, giù, giù, costringendolo a rinunziare al salvataggio altrui.
E quel suo fratello corso in Sicilia per salvare entrambi: ma sì! tutti dovevano stare ad aspettare che andasse e ritornasse col denaro! a comodo! senza fretta! e dopo avere svelato tutto a Lando Laurentano! imbecille! Ecco: per questo solo fatto, egli avrebbe potuto fare a meno d'esporsi per coprire un inetto.
Ma ormai...
Arrivato in via delle Colonnette, salendo la scala semibuja, incontrò Olindo Passalacqua che scendeva gli scalini a quattro a quattro.
- Ah! giusto lei, onorevole! Correvo in cerca di lei...
Dica, che c'è? che c'è?
- Vento, - rispose Corrado Selmi, placidamente.
Olindo Passalacqua restò come un ceppo.
- Vento? Che dice? Quella denunzia infame? Ma come? chi è stato? roba da sputargli in faccia! Andate a far l'Italia per questa canaglia!
Corrado Selmi gli prese il mento fra due dita:
- Bravo, Olindo! Nobili sensi, invero...
Su, andiamo!
- Aspetti, onorevole, - pregò il Passalacqua, trattenendolo.
- La prevengo! Nanna mia non sa ancora nulla.
Non sapevamo nulla neanche noi.
Per combinazione a mio cognato Pilade càpita tra le mani il giornale di due giorni fa...
apre e vede...
ce lo manda su, segnato...
Roberto stava ad annaffiare i fiori in terrazzo...
legge, casca dalle nuvole...
Ma ci si crede? un uomo, un uomo come lui, non leggere i giornali, in un momento come questo? Capisce? come quell'uccello...
qual è? che caccia la testa nella rena...
E gliene compro tre, sa? ogni sera: tre giornali! Ne leggesse uno! Appena lo apre, si mette a pisolare; e poi dice che li ha letti tutti e tre e che dorme poco!
- Lo struzzo, - disse Corrado Selmi.
- Permetti?
E alzò le mani per aggiustare sotto la gola a Olindo Passalacqua la cravatta rossa sgargiante, annodata a farfalla.
- Lo struzzo, - ripeté.
- Quell'uccello che dicevi...
Così va bene!
Olindo Passalacqua restò di nuovo a bocca aperta.
- Grazie, - disse.
- Ma dunque...
dunque possiamo star tranquilli?
Corrado Selmi lo guardò negli occhi, serio; gli posò le mani sugli omeri, e:
- Non sei censore tu? - gli domandò.
- Censore...
già, - rispose perplesso, quasi non ne fosse ben sicuro, il Passalacqua.
- E dunque lascia crollare il mondo! - esclamò il Selmi con un gesto di noncuranza sdegnosa.- Censore, te ne impipi.
Su, su, vieni su con me.
Trovarono Roberto abbattuto su una poltrona, con la faccia rivolta al soffitto, le braccia abbandonate, l'annaffiatojo accanto.
Appena vide il Selmi, fece per balzare in piedi, e, arrangolando in una irrompente convulsione, andò a buttarglisi sul petto.
- Per carità! per carità! - scongiurò Olindo Passalacqua, correndo a chiudere l'uscio e accennando con le mani di far piano, che Nanna non sentisse di là.
Attraverso l'uscio chiuso, all'arrangolìo di Roberto sul petto di Corrado Selmi rispondeva di là il vocalizzo miagolante di una studentessa di canto.
Corrado Selmi, gravato dal peso di Roberto, stette un po' a guardare i cenni del Passalacqua, che seguitava a implorar carità per il cuore malato della sua povera moglie, carità per Roberto così perduto, carità per la casa che sarebbe andata a soqquadro; e scattò alla fine, scrollandosi, in una risata pazzesca:
- Ma da' qui! - disse, ghermendo l'annaffiatojo e avviandosi di furia al terrazzo.
- Ma che facciamo sul serio? Annaffiavi? E seguitiamo ad annaffiare! Qua...
qua...
così! così! Pioggia, Olindo! pioggia! pioggia!
E una vera pioggia furiosa si rovesciò dalla mela dell'annaffiatojo addosso a Olindo Passalacqua, che prese a fuggire per il terrazzo, gridando e riparandosi con le mani la testa, inseguito dal Selmi che seguitava a ridere, dicendo:
- Io passo l'acqua, tu passi l'acqua, egli passa l'acqua, tutti passiamo l'acqua!
- Oh Dio! per carità...
no! caro...
nòooo...
ma che fa? basta...
per carità...
non è scherzo! basta...
uuuh...
basta!...
Alle grida, sopravvennero Nanna, la studentessa di canto, Antonio Del Re e Celsina.
Subito Corrado Selmi, ansante, corse a stringere la mano alla signora Lalla che rideva, guardando il marito che si scrollava come un pulcino bagnato.
Ridevano anche le due giovinette.
- La pianta, Nanna mia, - gridò il Selmi, - quale è la pianta più utile? Il riso! Coltiviamo il riso e annacquiamo Olindo che fa ridere!
- Ma io piango, invece...
- gemette il Passalacqua.
- E appunto perché piangi, fai ridere! - ribatté il Selmi.
- Chi fa ridere, invece...
- borbottò Antonio Del Re, serrando le pugna.
- Fa piangere, è vero? - compì la frase il Selmi.- Bravo, giovanotto! Sempre serio! Tu le tue sciocchezze le farai sempre sode, bene azzampate e con tanto di grugno.
Noi, le nostre...
qua, censore...
ballando, ballando...
Su, di là, Nanna, di là...
al pianoforte! Lei suona, e noi balliamo! Roberto si metterà i calzoncini con lo spacco di dietro e la falda della camicina fuori; prenderà la sciaboletta e il cavalluccio di legno, quelli con cui giocò alla guerra, al Sessanta; gli faremo l'elmo di carta, e si metterà a girare attorno...
arri!...
arri!...
mentre io e Olindo balleremo al suono dell'inno di Garibaldi...
Va' fuori d'Italia...
Va' fuori d'Italia...
Va' fuori d'talia...
Va' fuori, o stranier!
Non aveva finito l'ultima battuta, che su la soglia del terrazzo si presentò, con gli occhi ilari e lagrimosi, raggiante di commossa beatitudine, Mauro Mortara, con le medaglie sul petto e lo zainetto dietro le spalle.
Appena lo vide, Corrado Selmi fece un gesto d'orrore e scappò via per l'altro finestrone che dava sul terrazzo, gridando:
- Ah perdio, no! Questo poi è troppo!
Roberto Auriti gli corse dietro per trattenerlo:
- Corrado! Corrado!
Mauro Mortara, a quella fuga, restò come smarrito davanti allo stupore della signora Lalla, del Passalacqua e della studentessa di canto, alla meraviglia sorridente di Celsina e a quella ingrugnita di Antonio Del Re.
- Vengo, se non c'è offesa, - disse, - a salutare don Roberto.
Parto domani.
- Ma chi siete? - gli domandò la signora Lalla, come se avesse davanti un abitante della luna, piovuto dal cielo.
- Sono...
- prese a rispondere Mauro Mortara; ma s'interruppe riconoscendo Antonio Del Re.
- Non siete il nipote di donna Caterina, voi?
E, pronunziando questo nome, si levò il cappello.
- Diteglielo voi, - soggiunse, - chi sono io.
Sono venuto due altre volte; non mi hanno fatto salire, perché don Roberto non era in casa.
Il Passalacqua, tutto bagnato, gli s'accostò, gli sbirciò le medaglie sul petto, e:
- Patriota siciliano? - domandò.
- Ai patrioti siciliani, perdio, statue d'oro! sta...
statu...
statue...
Uno starnuto, tardo a scoppiare, lo tenne un tratto a bocca aperta, le nari frementi, le mani tese come a pararlo; finalmente scoppiò e:
- D'oro! - ripeté il Passalacqua.
- Mannaggia il Selmi che m'ha fatto raffreddare! Ma perché è scappato? Che è pazzo?...
Guardate come mi...
mi ha...
ma dove è andato?
- Roberto! - strillò a questo punto la signora Lalla, accorrendo dal terrazzo nella stanza, attraverso la quale il Selmi era poc'anzi fuggito.
Rientrarono tutti, spaventati, dietro a lei.
Un estraneo, col cappello in mano e gli occhi bassi, stava rigido su la soglia di quella camera, mentre Roberto, col viso terreo, chiazzato qua e là, si guardava attorno, convulso, indeciso.
Al grido di lei, protese le mani, ma come per impedire il prorompere della sua più che dell'altrui commozione.
- Vi prego, vi prego, - disse, - senza chiasso...
Nulla...
Una...
una chiamata in questura...
- Lo arrestano! - fischiò allora tra i denti Antonio Del Re, col volto scontraffatto e tutto vibrante.
Nanna cacciò uno strillo e cadde in convulsione tra le braccia del marito.
- Lo arrestano? - domandò Mauro Mortara, facendosi innanzi, mentre Roberto Auriti cercava nella camera gli abiti da indossare e con le mani accennava a tutti di non gridare, di non far confusione.
- Come? - seguitò Mauro, guardando Antonio Del Re.
Non ottenendo risposta da nessuno, andò incontro a quell'estraneo e, levando un braccio, lo apostrofò:
- Voi! voi siete venuto qua ad arrestare don Roberto Auriti?
- Mauro! - lo interruppe questi.
- Per carità, Mauro...
lascia!
- Ma come? - ripeté Mauro Mortara, rivolgendosi a Roberto.
- Arrestano voi? Perché?
Roberto accorse a dare una mano al Passalacqua, alla studentessa di canto, a Celsina, che non riuscivano a sorreggere la signora Lalla, la quale si dibatteva e si scontorceva, tra urli, singhiozzi, gemiti e risa convulse.
- Di là, per carità, di là, portatela di là! - scongiurò.
Ma non fu possibile.
Il Passalacqua, invece di avvalersi dell'ajuto di Roberto, pensò bene di buttargli le braccia al collo, rompendo in singhiozzi ed esclamando:
- Cireneo! Cireneo! Cireneo!
Roberto si divincolò, quasi con schifo, e si turò gli orecchi, mentre il Passalacqua, rivolto a Mauro Mortara, seguitava:
- Patriota, vedete? così l'Italia compensa i suoi martiri! così!
- Il figlio di Stefano Auriti! - diceva tra sé Mauro Mortara, con gli occhi sbarrati, battendosi una mano sul petto.
- Il figlio di donna Caterina Laurentano!...
E dovevo veder questo a Roma? Ma che avete fatto? - corse a domandare a Roberto, afferrandolo per le braccia e scotendolo.
- Ditemi che siete sempre lo stesso! Sì? E allora...
Si afferrò con una mano le medaglie sul petto; se le strappò; le scagliò a terra; vi andò sopra col piede e le calpestò; poi, rivolgendosi al delegato:
- Ditelo al vostro Governo! - gridò.
- Ditegli che un vecchio campagnuolo, venuto a veder Roma con le sue medaglie garibaldine, vedendo arrestare il figlio d'un eroe che gli morì tra le braccia nella battaglia di Milazzo, si strappò dal petto le medaglie e le calpestò! così!
Tornò a Roberto, lo abbracciò, e sentendolo singhiozzare su la sua spalla:
- Figlio mio! figlio mio! - si mise a dirgli, battendogli dietro una mano.
A questo punto, Antonio Del Re scappò via dalla camera mugolando e rovesciando nella furia una seggiola.
Celsina, che lo spiava, gli corse dietro, sgomenta, chiamandolo per nome.
Mauro Mortara si voltò felinamente, come se a quell'uscita precipitosa gli fosse balenato in mente che si volesse impedire comunque l'arresto; e si mostrò pronto a qualunque violenza.
Sciolto dall'abbraccio di lui, Roberto Auriti si fece innanzi al delegato:
- Eccomi.
- No! - gridò Mauro, riafferrandolo per un braccio.
- Don Roberto! Così vi consegnate?
- Ti prego, lasciami...
- disse Roberto Auriti; e, rivolgendosi al delegato: - Lei scusi...
Con la mano chiamò Nanna, che fiatava ora a stento, con ambo le mani sul cuore, e la baciò in fronte, dicendole:
- Coraggio...
- E che dirò a vostra madre? - esclamò allora Mauro agitando in aria le mani.
Roberto Auriti si gonfiò, si portò le mani sul volto per far argine all'impeto della commozione e andò via, seguito dal delegato, mentre la signora Lalla, sostenuta dal marito e dalla studentessa di canto, riprendeva più a gemere che a gridare:
- Roberto! Roberto! Roberto!
Mauro Mortara restò a guatare, come annichilito.
Quando il Passalacqua lo ragguagliò di tutto, e, fresco della recente lettura del giornale, gli espose tutta la miseria e la vergogna del momento:
- Questa, - disse, - questa è l'Italia?
E, nel crollo del suo gran sogno, non pensò più a Roberto Auriti, all'arresto di lui, non sentì, non vide più nulla.
Le sue medaglie rimasero lì per terra, calpestate.
Uscendo dalla casa di Roberto, Corrado Selmi s'imbatté per le scale nel delegato e nelle guardie che salivano ad arrestar l'innocente.
Si fermò un istante, indeciso; ma subito si sentì occupare il cervello da una densa oscurità, e in quella tenebra d'ira e d'angoscia udì una voce che dal fondo della coscienza lo ammoniva ch'egli non poteva in alcun modo sul momento impedire quell'atroce ingiustizia.
Seguitò a scendere la scala; rimontò in vettura e provò quasi stupore alla domanda del vetturino, ove dovesse condurlo.
Ma a casa; c'era bisogno di dirlo? dove poteva più andare? che più gli restava da fare?
- Via San Niccolò da Tolentino.
E, come se già vi fosse, si vide per le scale della sua casa: ecco, entrava in camera; si recava all'angolo, ov'era uno stipetto a muro, di lacca verde; lo apriva; ne traeva una boccetta, e...
Istintivamente, s'era cacciata una mano nel taschino del panciotto, ov'era la chiave di quello stipetto.
Cosa strana: pensava ora allo specchio, a un piccolo specchio ovale, appeso accanto a quello stipetto, al quale egli non avrebbe dovuto volger lo sguardo, per non vedersi.
Ma pure, ecco, si vedeva: sì, in quello specchio, con la boccetta in mano: vedeva l'espressione dei suoi occhi, ridente, quasi non credessero ch'egli avrebbe fatto quella cosa.
No! Prima doveva scrivere e suggellare una dichiarazione per l'Auriti: poche righe, esplicite.
Non meritavano gli accusatori un suo ultimo sfogo.
Due righe soltanto, per salvar l'amico, già in carcere.
I nemici...
- ma quali? quanti erano? Tutti! Possibile? Tutti gli amici di jeri.
Tutti e nessuno, a prenderli a uno a uno.
Ché nulla egli aveva fatto a nessuno di loro perché le liete accoglienze di jeri si convertissero così d'un tratto in tanta alienazione d'animi, in tanta ostilità.
Ma era il momento, la furia cieca del momento, che s'abbatteva su lui, che in lui trovava la preda, e lo abbrancava, ecco, e lo sbranava in un attimo.
Ah come andava lenta quella vettura! Parve a Corrado Selmi ch'essa gli prolungasse con feroce dispetto l'agonia.
- Non sono in casa per nessuno, - disse a Pietro, il vecchio servo che stava da tanti anni con lui.
E il primo suo moto, entrando in camera, fu verso quello stipetto.
Si trattenne.
Pensò alla dichiarazione da scrivere.
Ma pur volle prendere prima la boccetta e, senza guardarla, la recò con sé alla scrivania dello studio.
Restò un pezzo lì in piedi, come sospeso in cerca di qualche cosa che s'era proposto di fare e a cui non pensava più.
Istintivamente, pian piano, rientrò nella camera; gli occhi gli andarono al piccolo specchio ovale, appeso alla parete presso lo stipetto.
Aveva dimenticato di guardarsi lì.
Scrollò le spalle e tornò indietro, alla scrivania; sedette; trasse dalla cartella un foglio e una busta; guardò se su la scrivania ci fosse il cannello di ceralacca e il sigillo; si alzò di nuovo e rientrò nella camera per prendere dal tavolino da notte la bugia con la candela.
La dichíarazione gli venne men breve di quanto aveva divisato, poiché a maggior salvaguardia dell'innocenza dell'Auriti pensò di chiamare in testimonio lo stesso governatore della banca, già anche lui tratto in arresto, col quale, prima di contrarre sott'altro nome quel debito, si era segretamente accordato.
Finito di scrivere, guardò su la scrivania la boccetta, e sentì mancarsi a un tratto la voglia di rileggere quanto aveva scritto.
Gli parvero enormi tutte le piccole cose che gli restavano ancora da fare: piegare in quattro quel foglio, chiuderlo nella busta; accendere la candela; bruciarvi il cannello di ceralacca; apporre i sigilli...
si diede a far tutto con esasperazione.
Ansava; le dita, senza più tatto, gli ballavano.
Stava per chiudere la busta, quando giù dalla via scattò stridulo, sguajato, il suono d'un organetto.
Parve al Selmi che quel suono, in quel punto, gli spaccasse il cranio: si turò gli orecchi, balzò in piedi, contrasse tutto il volto come per uno strazio insopportabile, fu per avventarsi alla finestra a scagliare ingiurie a quel sonatore ambulante.
Ah no perdio! così, no! al suono d'una canzonetta napoletana, no no, no.
Si sentì avvilito da tutta quella furia.
O che era un ladro davvero? Piano, piano, senza tremor di mani, senza quell'aridezza in bocca; dopo aver sedato i nervi, e sorridente, egli doveva uccidersi, come a lui si conveniva.
Prese la busta con la dichiarazione e la cacciò dentro la cartella; si pose in tasca la boccetta del veleno.
Voleva uscir di nuovo per un'ultima passeggiata, per salutar la vita, scevro ormai d'ogni cura, esente d'ogni peso, libero d'ogni passione, con occhi limpidi e animo sereno; salutar la vita, col suo lieve antico sorriso; bearsi per l'ultima volta delle cose che restavano, liete in quel giorno di sole, ignare in mezzo al torbido fluttuare di tante vicende che presto il tempo avrebbe travolte con sé.
Ridiscese in istrada, fe' cenno a un vetturino d'accostarsi e si fece condurre al Gianicolo.
Dapprima, come in preda a quello stordimento rombante cagionato da un improvviso otturarsi degli orecchi, non poté avvertire, né vedere, né pensar nulla; solo quando passò con la vettura per la via della Lungara, innanzi le carceri di Regina Coeli, pensò che forse a quell'ora Roberto Auriti vi era rinchiuso; ma non volle affliggersene più.
Tra poco, con quella sua dichiarazione, ne sarebbe uscito, per seguitare la sua incerta e penosa esistenza tra quella sua signora Lalla e il Passalacqua e il Bonomè, mentre egli, invece - ah! si sarebbe liberato!
Giunto in cima al colle, gli parve davvero una liberazione quell'altezza, da cui poté contemplare Roma luminosa nel sole, sotto l'azzurro intenso del cielo; liberazione da tutte le piccole miserie acerbe che laggiù lo avevano offeso e soffocato, dall'urto di tutte le meschine volgarità quotidiane; dalle fastidiose risse dei piccoli uomini che volevano contendergli il passo e il respiro.
Si sentì lassù libero e solo, libero e sereno, sopra tutti gli odii, sopra tutte le passioni, sopra e oltre il tempo, inalzato, assunto a quella altezza dal suo grande amore per la vita ch'egli difendeva, uccidendosi.
E in esso e con esso si sentì puro, in un attimo, per sempre.
Nell'eternità di quell'attimo si cancellarono, sparvero assolte le sue debolezze, i suoi trascorsi, le sue colpe, già che egli era pure stato un uomo e soggetto a contrarie necessità.
Ora, con la morte, le avrebbe vinte tutte.
Restava solo, in quel punto, luminoso indefettibile immortale il suo amore per la vita, l'amore per la sua terra, per la sua patria, per cui aveva combattuto e vinto.
Sì, come i tanti che avevano avuto lassù, in difesa di Roma, una bella morte, troncati nel frenetico ardore della gioventù e resi immuni di tutte le miserie, liberi di tutti gli ostacoli che forse nel tempo li avrebbero deformati e avviliti.
Ora in quel momento anch'egli, spogliandosi di tutte le miserie, liberandosi di tutti gli ostacoli, acceso e vibrante dell'ardore antico, con negli occhi l'oro dell'ultimo sole su le case della grande città quadrata, si foggiava com'essi una bella morte, una morte che lo inalzava a se stesso, senza invidia per quelli effigiati e composti lassù per la gloria in un mezzo busto di marmo.
Pensò che aveva con sé la boccetta del veleno; ma no! a casa! a casa! tranquillamente, sul suo letto: senza dare spettacolo! E ridiscese alla città.
Ridisceso, gli parve di aver lasciato la propria anima lassù, nel sole.
Qua, nell'ombra era il corpo ancor vivo, per poco si guardò le mani, le gambe, e provò subito un brivido d'orrore.
Ma, come se di lassù una voce severamente lo richiamasse, egli si riprese e a quella voce rispose che sì, quel suo corpo, egli lo avrebbe tra poco ucciso, senza esitare.
Passato il ponte di ferro, udì strillare da alcuni giornalaj un'edizione straordinaria del foglio più diffuso di Roma.
Pensò che fosse per lui, e fece fermar la vettura; comprò quel foglio.
Difatti, in prima pagina era il resoconto della seduta parlamentare, e nella sesta colonna spiccava in cima il suo nome
CORRADO SELMI
come titolo dell'articolo del giorno.
Prese a leggerlo; ma presto n'ebbe un fastidio strano: avvertì che quello era già per lui un linguaggio vuoto e vano, che non aveva più alcun potere di muovere in lui alcun sentimento, quasi fatto di parole senza significato.
Gli parve che lo scrittore di quell'articolo non avesse altra mira che quella di dimostrare che egli era vivo, ben vivo, e che, come tale, poteva e sapeva giocare con le parole, perché gli altri vivi, i lettori, potessero dire: «Guarda com'è bravo! guarda come scrive bene!».
Quel foglio, così leggero, gli parve a un tratto, con quel suo nome stampato lì in cima, una lapide, la sua lapide, ch'egli stesso per uno strano caso si portasse in carrozza, diretto alla fossa; strana lapide, in cui, anziché le solite lodi menzognere, fossero incise accuse e ingiurie.
Ma che importavano più a lui? Era morto.
Voltò la pagina del giornale.
Subito gli occhi gli andarono su un'intestazione a grossi caratteri, che prendeva cinque colonne di quella seconda pagina:
L'ECCIDIO D'ARAGONA IN SICILIA
e sotto, a caratteri piú piccoli: Gli operaj delle zolfare in rivolta - L'assalto alla vettura dell'ingegnere minerario Costa - Scene selvagge - Lo uccidono con la moglie del deputato Capolino e bruciano i cadaveri.
Corrado Selmi restò, oppresso d'orrore e di ribrezzo, con gli occhi fissi su quelle notizie.
Comprese che per esse e non per lui era uscita quell'edizione straordinaria del giornale.
La moglie del deputato Capolino? Egli l'aveva veduta a Girgenti, quando vi si era recato per sostenere la candidatura di Roberto Auriti e assistere il Verònica nel duello col marito di lei.
Bellissima donna...
Uccisa? E come si trovava in vettura, ad Aragona, con quell'ingegnere? Ah, partita da Roma con lui...
Una fuga?...
Era l'ingegnere del Salvo...
Gli operaj delle zolfare si recavano in colonna dal paese alla stazione, risoluti a non farlo entrare, se da Roma non portava l'assicurazione che le promesse sarebbero state mantenute...
Oh, guarda...
quel Prèola...
Marco Prèola, quel miserabile che Roberto Auriti aveva scaraventato contro l'uscio a vetri della redazione del giornalucolo clericale...
capitanava lui, adesso, quella turba selvaggia di facinorosi...
li incitava all'assalto della vettura, al macello.
Ah, vili! colpire una donna...
Il Costa sparava...
e allora...
Il Selmi non poté leggere più oltre; restò, nel raccapriccio, col giornale aperto tra le mani, come soffocato da quella strage; gli parve di sentirsi investito dal feroce affanno di tutto un popolo inselvaggito.
Appallottò in un impeto di schifo il foglio e lo scagliò dalla vettura.
Domani, o la sera di quello stesso giorno, in una nuova edizione straordinaria esso avrebbe annunziato con quei grossi caratteri il suicidio di lui.
Rientrando in casa, da Pietro, il vecchio servo, fu avvertito che c'era in salotto il nipote dell'Auriti, Antonio Del Re.
- Sta bene, - disse.
- Lo farai entrare nello studio, appena sonerò.
Forse Pietro si aspettava una riprensione per aver fatto entrare quel giovanotto, e aveva pronta la risposta, che questi cioè s'era introdotto di prepotenza in casa, non ostante che lui già una prima volta gli avesse detto che il padrone non c'era e avesse fatto poi di tutto per impedirgli il passo.
Aprì le braccia e s'inchinò al reciso ordine del Selmi; ma, come questi s'avviò per la sua camera, rimase perplesso, se non lo dovesse prevenire circa al contegno minaccioso e all'aspetto stravolto di quel giovanotto.
Socchiuse gli occhi, si strinse nelle spalle, come per dire: «L'ordine è questo!» e si recò nel salotto per tener d'occhio quell'insolente visitatore.
- Ecco - gli disse, indicando con una mossa del volto l'uscio di fronte.
- Adesso, appena suona...
Antonio Del Re non stava più alle mosse; friggeva.
Il viso, nello spasimo dell'attesa terribile, gli si scomponeva.
Teneva una mano irrequieta in tasca.
E il vecchio servo gli guatava quella mano che, dentro la giacca, pareva brancicasse un'arma.
Il suono del campanello, intanto, tardava; e più tardava, più cresceva l'ansito, invano dissimulato, del giovine e l'irrequietezza di quella mano.
Il vecchio servo, ormai al colmo della costernazione, si accostò all'uscio, vi si parò davanti, appena a tempo, ché allo squillo del campanello Antonio Del Re s'avventò all'uscio come una belva con un pugnale brandito, trascinandosi dietro nella furia il vecchio che lo teneva abbrancato.
Corrado Selmi, pallidissimo, seduto innanzi alla scrivania, col bicchiere ancora in mano, da cui aveva bevuto or ora il veleno della boccetta rovesciata presso la cartella, si volse e arrestò d'un tratto con uno sguardo gelido e un sorriso appena sdegnoso, tremulo su le labbra, la violenza del giovine.
- Non t'incomodare! - gli disse.
- Vedi? Ho fatto da me...
Lascialo! - ordinò al servo.
- E ti proibisco di gridare o di correre a soccorsi.
Prese dalla scrivania la busta sigillata e la mostrò al giovine che ansimava e mirava, ora, allibito.
- Tu butti male, ragazzo,- gli disse.
- Hai una trista faccia...
Ma sta' tranquillo: questa busta è per tuo zio.
Sarà liberato.
Lasciala stare qua.
Posò di nuovo la busta su la scrivania; strizzò gli occhi; serrò i denti; s'interì, mentre nel pallore cadaverico il viso gli si chiazzava di lividi.
Fece per alzarsi; il servo accorse a sostenerlo.
- Accompagnami...
al letto...
Si voltò al Del Re, con gli occhi già un po' vagellanti.
Quasi l'ombra d'un sorriso gli tremò ancora nella faccia spenta.
E disse con strana voce:
- Impara a ridere, giovanotto...
Va' fuori: oggi è una bellissima giornata.
E scomparve dall'uscio, sostenuto dal servo.
Come da via delle Colonnette, all'arresto di Roberto Auriti, Antonio Del Re era scappato alla casa del Selmi, così, ma con altro animo, Mauro Mortara era corso in cerca di Lando Laurentano.
Al villino di via Sommacampagna, Raffaele il cameriere gli aveva detto che il padrone, letta nel giornale la notizia di quell'eccidio avvenuto in Sicilia, dalle parti di Girgenti, era saltato in vettura, diretto alla casa dei Vella.
- E dov'è? Come faccio a trovar la via?
- Se volete, in vettura vi ci accompagno io.
In vettura, vedendolo affannato e smanioso d'arrivare, gli aveva chiesto se conosceva quella signora e quell'ingegnere.
- Che signora? che ingegnere?
- Come? Non avete inteso? Non sapete nulla? Li hanno assassinati ad Aragona...
- Ad Aragona?
- I solfaraj.
- Ma dunque...
E s'era interrotto, con un balzo, per guardar prima fiso in faccia, con occhi stralunati, il cameriere, poi dalla vettura la gente che passava per via, quasi tutt'a un tratto assaltato dal dubbio che una gran catastrofe fosse accaduta, senza ch'egli ne sapesse nulla.
- Ma dunque, che succede? Tutto sottosopra? Là ammazzano! Qua arrestano! Sapete che hanno arrestato don Roberto Auriti?
- Il cugino del padrone?
- Il cugino! il cugino! E lui se ne va dal Vella! Gli arrestano il cugino, don Roberto Auriti, uno dei Mille, che al Sessanta aveva dodici anni, e combatteva! E suo padre mi morì fra le braccia, a Milazzo...
Arrestato! Sotto gli occhi miei! A questo, a questo mi dovevo ritrovare!
S'era messo a gridare in vettura e a gesticolare e a pianger forte; e tutta la gente, a voltarsi, a fermarsi, a commentare, nel vederlo così stranamente parato, con quello zainetto dietro le spalle, in fuga su quella vettura e vociferante.
- Statevi zitto! statevi zitto!
Ma che zitto! Voleva giustizia e vendetta Mauro Mortara di quell'arresto; e come Raffaele, per farlo tacere, gli parlò della visita che, alcuni giorni addietro, forse per questo don Giulio, il fratello di don Roberto, aveva fatto al padrone:
- Ma sicuro! - gridò, sovvenendosi.
- C'ero io! c'ero io! E l'ho visto piangere.
Per questo, dunque, piangeva quel povero figliuolo? Voleva ajuto...
E dunque...
e dunque don Landino gliel'ha negato? Possibile?
- Forse perché la somma era troppo forte...
- Ma che troppo forte mi andate dicendo! Quando si tratta dell'onore d'un patriota! E lui è ricco! E sua zia non ebbe nulla dei tesori del padre, ché si prese tutto il fratello maggiore...
Oh Dio! Dio! Donna Caterina...
l'unica degna figlia di suo padre...
Ora donna Caterina ne morrà di crepacuore...
Ma se è vero questo, per la Madonna, che gli ha negato ajuto, non lo guardo più in faccia, com'è vero Dio! Non ci credo! non ci voglio credere!
Arrivato in casa Vella, però, vi trovò tale scompiglio, che non poté più pensare a domandar conto a Lando dell'arresto di Roberto Auriti.
Dianella Salvo, la sua amicuccia donna Dianella, la sua colomba, che in quel mese passato a Valsanìa aveva saputo avvincerlo e intenerirlo con la grazia soave degli sguardi e della voce, nel vederlo entrare aggrondato e smarrito nel salone, gli si precipitò subito incontro quasi con un nitrito di polledra spaurita, e gli s'aggrappò al petto, tutta tremante, affondandogli la testa scarmigliata entro la camicia d'albagio, quasi volesse nascondersi dentro di lui, e gridando, con una mano protesa indietro, verso il padre:
- Il lupo!...
Il lupo!
Mauro Mortara, così soprappreso, frugato nel petto da quella fanciulla in quello stato, levò il capo, sbalordito, a cercar negli occhi degli astanti una spiegazione: mirò visi sbigottiti, afflitti, piangenti, mani alzate in gesti di timore, di riparo, di pena e di maraviglia.
Non comprese che la fanciulla fosse impazzita.
Le prese il capo tra le mani e provò di scostarselo dal petto per guardarla negli occhi:
- Figlia mia! - disse.
- Che vi hanno fatto? che vi hanno fatto? Ditelo a me! Assassini...
Il cuore...
hanno strappato il cuore...
il cuore anche a me!
Ma, come poté vederle gli occhi e la faccia disfatta, stravolta, aperta ora a uno squallido riso, con un filo di sangue tra i denti, inorridì: guatò di nuovo tutti in giro e, riponendosi sul petto il capo di lei e lasciandovi sui capelli scarmigliati la mano in atto di protezione e di pietà:
- Come la madre? - disse in un brivido, e addietrò spinto dalla fanciulla che, seguitando sul petto di lui quell'orribile riso come un nitrito, con ansia frenetica lo incitava:
- Da Aurelio...
da Aurelio...
Accorse, col volto inondato di lagrime, la cugina Lillina, mentre in fondo al salone Lando Laurentano e don Francesco Vella cercavano di far coraggio a Flaminio Salvo che, a quella scena, s'era nascosto il volto con le mani, imprecando.
- Sì, Dianella, sii buona! sii buona! Ora lui ti porterà...
ti porterà dove tu vuoi...
sii buona, cara, sii buona! da Aurelio!
Ma Dianella, sentendo la voce del padre, invasa di nuovo dal terrore, aveva ripreso ad affondar la testa sul petto di Mauro e a riaggrapparsi a lui più freneticamente, urlando:
- Il lupo!...
il lupo!...
- Ci sono qua io! Dov'è il lupo? - le gridò allora Mauro, ricingendola con le braccia.
- Non abbiate paura! Ci sono io, qua!
- Vedi? c'è lui, ora! c'è lui! - le ripeteva Lillina.
E anche Ciccino e la zia Rosa le si fecero attorno a ripetere:
- C'è lui! Vedi che è venuto per te? per difenderti, cara...
Levò, felice e tremante, il volto, appena appena, la poverina, a mostrare un sorriso di riconoscenza, e seguitò a spinger Mauro verso la porta:
- Sì...
sì...
da Aurelio...
da Aurelio...
Strozzato dalla commozione Mauro, così respinto indietro, tra quella gente che non conosceva e gli si stringeva attorno, domandò con rabbia:
- Ma insomma, che è? com'è stato? che dice? dice Aurelio? Chi è? Il figlio di don Leonardo Costa? Ah, è lui...
quello che hanno assassinato?
Con gli occhi, con le mani, tutti gli facevano cenno di tacere, e qualcuno gli rispondeva chinando il capo.
- Lo amava? Oh figlia...
Lando Laurentano e don Francesco Vella si portarono via di là Flaminio Salvo.
- Ditemi, ditemi che vi hanno fatto, - seguitò Mauro rivolto a Dianella, con tenerezza quasi rabbiosa.
- Ora andiamo da Aurelio...
Ma ditemi che vi hanno fatto! Chi è il lupo, che lo ammazzo? Chi è il lupo? - domandò agli altri con viso fermo.
Ma nessuno sapeva con certezza che cosa fosse accaduto, a chi veramente alludesse Dianella con quel suo grido.
Pareva al padre, ma poi, chi sa? Forse lo scambiava per un altro.
Era stato lì, durante la loro assenza, Ignazio Capolino.
Dianella era rimasta in casa, lei sola, perché si sentiva poco bene; e certo sopra di lei Capolino, senza misericordia, forsennato per l'orrenda sciagura, aveva dovuto rovesciar la furia della sua disperazione.
Ciccino e Lillina, che erano stati i primi a rincasare, gli avevano sentito gridare:
- Tuo padre! tuo padre, capisci?
Ma al loro entrare, quegli era scappato via, furibondo, lasciando questa poveretta come insensata, come intronata da tanti colpi spietati alla testa, e, subito dopo, dando segni di terrore, s'era messa a urlare: - Il lupo!...
il lupo!...
Che le aveva detto Capolino?
Uno solo poteva saperlo, così bene come se fosse stato presente alla scena: Flaminio Salvo, che di là, tra Lando Laurentano e il cognato Francesco Vella, sentiva prepotente il bisogno di confessare il suo rimorso, ma che tuttavia, senza che potesse impedirlo, si scusava accusandosi.
Francesco Vella gli aveva domandato, se si fosse mai accorto che la figliuola amava il Costa.
- Se tu non lo sapevi!
- Io lo sapevo.
Ma potevo io, io padre, profferire la mia figliuola a un mio dipendente? Quel disgraziato, lui, non se n'era mai accorto, per la modestia della mia figliuola, e perché a lui stesso non poteva passare per il capo una tal cosa; tanto più che, da un pezzo, era invescato nella passione per quell'altra disgraziata...
Ma il torto è mio, il torto è mio: io non ho scuse! Nessuno meglio di me può sapere che il torto è mio! Avevo beneficato quel povero giovine, come avevo beneficato tutti coloro che laggiù lo hanno assassinato! Qual altro frutto poteva recare il beneficio? Il Costa era cresciuto a casa mia, come un figliuolo; e quella mia povera ragazza...
Ma sì, certo! E io, io vedevo bene la necessità che il male da me fatto in principio, beneficando, si dovesse compiere con un matrimonio; però, lo confesso, mi ripugnava, e cercavo d'allontanarlo quanto più mi fosse possibile.
Ma, vedete: intanto, avevo richiamato quel figliuolo dalla Sardegna, e lo avevo assunto alla direzione delle zolfare d'Aragona; e ora, qua a Roma, avevo detto al Capolino che, se il Costa fosse riuscito a domare quei bruti laggiù, io gli avrei dato in premio la mia figliuola.
Notate questo: che dunque Capolino sapeva e, per conseguenza, sapeva anche la moglie, che questo era il mio disegno.
Sì, è vero, sotto, avevo altre intenzioni, o piuttosto, una speranza...
Signori miei, io potevo bene per la mia figliuola aspirare a ben altro...
(e, così dicendo, fissò negli occhi Lando Laurentano).
L'avevo perciò condotta a Roma e mi proponevo di lasciarla qua in casa di mia sorella, con la speranza che si distraesse da quella sua puerile ostinazione.
Ebbene, la signora Capolino volle profittare di questa mia speranza per render vano quel mio disegno: volle partire col Costa per toglierlo per sempre alla mia figliuola.
E il signor Capolino forse sperava che, sposo Aurelio, domani, di mia figlia e già amante di sua moglie, egli potesse seguitare a tenere un posto in casa mia.
E ora, ora che tutto gli è crollato così d'un tratto, ha gridato a mia figlia, come mie, le sue macchinazioni! Ma io vi giuro, signori, che lo schiaccerò, lo schiaccerò...
Seppure...
ormai...
ormai...
Scrollò le spalle, scartò con le mani quella sua minaccia come se ogni proposito gli désse ora un'invincibile nausea.
E andò a buttarsi su una poltrona, come atterrito a mano a mano dal vuoto arido, orrido, che dopo quel lungo sfogo gli s'era fatto dentro.
Nulla: non sentiva piú nulla: nessuna pietà, né affetto per nessuno.
Un fastidio enorme, anzi afa, afa sentiva ormai di tutto, e specialmente della parte che doveva rappresentare, di padre inconsolabile per quella sciagura della figliuola, che invece non gli moveva altro che irritazione, ecco, e dispetto, e quasi vergogna, sì, vergogna.
Quella smania folle della figliuola per l'innamorato lo rivoltava come alcunché di vergognoso.
E si domandava, con bieca crudezza, se avesse mai amato veramente, di cuore, quella sua figliuola.
No.
Come per dovere l'aveva amata.
E ora che questo dovere gli si rendeva così grave e penoso, non poteva provarne altro che uggia e nausea.
Ma sì, perché era anche fatalmente condannata quella sua figliuola! Non era pazza la madre? E ormai, tutto quello che poteva accadergli, ecco, gli era accaduto.
La misura era colma, e basta ormai! Lo sterminio della sorte su la sua esistenza era compiuto; in quel vuoto arido, orrido, restava padrone, senza più nulla da temere.
La morte non la temeva.
E guardò il brillìo della grossa pietra preziosa dell'anello nel tozzo mignolo della sua mano pelosa, posata su la gamba.
Quel brillìo, chi sa perché, gli richiamò un lembo delle carni di Nicoletta Capolino che laggiù quei bruti avevano arse.
Sollevò il capo, con le nari arricciate.
Ah come volentieri avrebbe fumato un sigaro! Ma pensò che non poteva fumare, perché in quel momento sarebbe sembrato scandaloso.
Sentì che Francesco Vella diceva a Lando Laurentano:
- Ma sì, è certo: erano fuggiti! Partiti da quattro giorni, arrivavano allora appena ad Aragona...
Dove erano stati in questi quattro giorni?
E interloquì, con altra voce, con altro aspetto, come se non fosse più quello di prima:
- Non c'è luogo a dubbio, - disse.
- Già l'altro jeri da Napoli m'era arrivata una lettera del Costa, con la quale si licenziava da me.
È andato dunque a morire per conto suo laggiù: e anche di questo, dunque, posso non aver rimorsi.
Entrò a questo punto Ciccino come sospeso e smarrito nell'ambascia della notizia che recava.
- Lando, - disse esitante, - bisogna che ti avverta...
Quel vecchio...
- Mauro?
- Ecco, sì...
era venuto qua col tuo domestico a cercarti per...
dice che...
dice che hanno arrestato Roberto Auriti.
Lando impallidì, poi arrossì, aggrottando le ciglia come per un pensiero che, contro la sua volontà, gli si fosse imposto; si mostrò imbarazzato lì tra gente che aveva per sé una sciagura ben più grave.
- Vada, vada, - s'affrettò a dirgli Flaminio Salvo, tendendogli una mano e posandogli l'altra su una spalla per accompagnarlo.
- Le auguro, - gli disse allora Lando, - che sia un turbamento passeggero questo della sua figliuola.
Flaminio Salvo socchiuse gli occhi e negò col capo:
- Non mi faccio illusioni.
E rientrarono nel salone, così, con le mani afferrate.
Mauro Mortara, già da un pezzo esasperato, soffocato, ancora con la povera fanciulla demente aggrappata al petto, non seppe trattenersi a quello spettacolo: si scrollò con un muggito nella gola, e gridò alle due donne che gli stavano attorno:
- Tenetela...
prendetevela...
Gli dà la mano...
Non posso vederlo...
Sapete come si chiama? Ha il nome di suo nonno: Gerlando Laurentano!
E, strappandosi dalle braccia di Dianella, scappò via.
Flaminio Salvo schiuse le labbra a un sorriso amaro, più di commiserazione derisoria che di sdegno: e, alle scuse che gli porgeva Lando Laurentano, rispose:
- Contagio...
Niente, principe...
La pazzia purtroppo è contagiosa...
CAPITOLO QUINTO
A Girgenti, tutto il popolo si accalcava nel vasto piano fuori Porta di Ponte, all'entrata della città, in attesa che dalla stazione, giù in Val Sollano, arrivassero con le vetture di quella corsa i resti (che si dicevano raccolti in una sola cassa) di Nicoletta Capolino e di Aurelio Costa.
Sbalordimento, angoscia, ribrezzo erano dipinti su tutti i volti per quell'efferato delitto, che da due giorni teneva in subbuglio la città e tutta la provincia intorno.
Era in tutti quegli occhi un'attenzione intensa e dolorosa, un'ansietà guardinga di raccoglier nuove notizie di più precisi particolari e di non lasciarsi nulla sfuggire; perché nessuno era pago di quanto sapeva, e tutti volevano vedere e quasi toccare con gli occhi, in quella cassa che si aspettava, la prova che ciò che era avvenuto lontano, e che pareva per la sua ferocia incredibile, era vero.
Non avendo potuto assistere allo spettacolo di quella ferocia, volevano vedere almeno, per quanto or ora sarebbe possibile, i miserandi effetti di essa.
Antiche ragioni, per una almeno delle vittime; altre nuove che ora si divulgavano e accrescevano, tra lo stupore e la pietà, il tragico dell'avvenimento, se trattenevano il rimpianto, non potevano impedir la commiserazione per l'atrocità di quella morte, l'indignazione per l'infamia che si riversava per essa su l'intera provincia.
Viva ancora davanti agli occhi di tutti era l'immagine della bellissima donna, quando, altera, squisitamente abbigliata, passava nella vettura del Salvo e chinava appena il capo per rispondere ai saluti con un sorriso quasi di mesta compiacenza.
Tutti vedevano entro di sé, con una strana nitidezza di percezione, qualche particolarità viva del corpo o dell'espressione di lei, il bianco dei denti appena trasparente tra il roseo delle labbra, in quel sorriso; il brillare degli occhi tra le ciglia nere; e si domandavano, con una indefinibile inquietudine, chi avrebbe potuto immaginare, allora, che dovesse esser questa la sua fine.
Per lasciare, così d'un tratto, gli agi e gli onori a cui, col Salvo amico e col marito deputato, era salita, e prender la fuga con uno, al quale prima aveva ricusato d'unirsi in matrimonio, via, certo il cervello doveva averle dato di volta.
Ma forse per astio, ecco, per astio contro Dianella Salvo che amava segretamente il Costa...
Forse? E non si sapeva già che quella poverina, appena avuta la notizia della fuga e di quel macello, era impazzita come la madre? Dunque, dal tradimento quei due, da un'avventura che forse per uno solo di essi era d'amore, e che già di per sé avrebbe suscitato tanto scandalo in paese, erano balzati a quella morte.
Ma come, perché si erano diretti ad Aragona dov'egli doveva sapersi aspettato da quelle jene fameliche da tanti mesi per la chiusura delle zolfare del Salvo? Ma perché alla volta di Girgenti, così fuggiti insieme, non potevano avviarsi.
Quella fuga, più che in onta al marito, era in onta al Salvo, e perciò là appunto s'era volta, dove tutti erano contro il Salvo.
Forse egli, il Costa, credeva, o almeno sperava che, annunziando subito all'arrivo che anche lui si era ribellato al Salvo, quelli dovessero accoglierlo come uno dei loro e non tenerlo più responsabile delle mancate promesse.
E poi, lì, ad Aragona, aveva la casa; forse vi andava soltanto per prendere la roba, gli strumenti del suo lavoro, i libri, col proposito di ripartirsene subito, di ritornarsene in Sardegna al posto di prima.
Sì; ma con la donna? doveva andar lì, tra nemici, con la donna? Poteva almeno lasciar questa, prima, in qualche posto! Eh, ma forse lei, lei stessa aveva voluto affrontare insieme il pericolo.
Aveva animo fiero, quella donna, e aveva saputo mostrarlo di fronte a quell'orda di selvaggi, levandosi in piedi su la carrozza, a fare scudo del suo corpo ad Aurelio Costa, e gridando che questi per loro s'era licenziato dal Salvo, per le promesse non mantenute! Ma quel ribaldo di Marco Prèola aveva levato la voce:
- Morte alla sgualdrina!
E l'orda dei selvaggi, rimasta dapprima come sbigottita dalla temerità superba di quella signora, aveva avuto un fremito.
Forse ancora Nicoletta Capolino sarebbe riuscita a dominarla, a farsi ascoltare, se inconsultamente a quel grido di morte, a quell'ingiuria volgare, Aurelio Costa non fosse balzato in difesa di lei, con l'arma in pugno.
Allora la carrozza era stata assaltata da ogni parte, e l'uno e l'altra, tempestati prima di coltellate, di martellate, erano stramazzati, poi sbranati addirittura, come da una canea inferocita; anche la carrozza, anche la carrozza era stata sconquassata, ridotta in pezzi; e, quando su la catasta formata dai razzi delle ruote, dagli sportelli, dai sedili, erano stati gettati i miserandi resti irriconoscibili dei due corpi, s'era visto uno versare su di essi da un grosso lume d'ottone a spera, trafugato dalla vicina stazione ferroviaria, il petrolio, e tanti e tanti con cupida ansia affannosa appiccare il fuoco, come per toglier subito ai loro stessi occhi l'atroce vista di quello scempio.
Così, i particolari della strage erano per minuto e quasi con voluttà d'orrore descritti e rappresentati, come se tutti vi avessero assistito e la avessero ancora davanti agli occhi.
Vedevano tutti quel bruto insanguinato, che versava il petrolio da quella lampa d'ottone su le membra oscenamente squarciate e ammucchiate su la catasta, e quegli altri chini e ansanti a suscitare il fuoco.
Si sapeva che molti, più di sessanta, erano gli arrestati insieme con Marco Prèola, aborto di natura; prima, lancia spezzata dei clericali; poi, presidente di quel fascio di solfaraj ad Aragona.
Tra breve, dunque, forse quel giorno stesso, un nuovo avvenimento spettacoloso: il trasporto di tutti quei manigoldi, in catena, a due a due, dalla stazione al carcere di San Vito, tra una scorta solenne di guardie, di carabinieri a cavallo e di soldati.
- Ecco, ecco intanto le carrozze! - Là, eccola! - Dov'era la cassa? - Uh, come piccola! - Eccola là! - Su la terza carrozza là, su quella che aveva in serpe un maresciallo! - Uh, capiva tutta sul sedile davanti! - Quella, quella cassetta là! quella cassettina di latta! - Quella? che nell'altro sedile c'era il commissario di polizia? - Sì, sì! - E chi era quell'altro accanto? Ah, Leonardo Costa! il padre! il padre! - Ah, povero padre, con quella cassetta là davanti!
Un urlo di pietà, di raccapriccio si levò da tutta la folla alla vista del padre che pareva impietrato in una espressione di rabbia, ma come stupefatta nell'orrore; con gli occhi fissi su quella cassetta, quasi chiedesse come poteva esser là il suo figliuolo, la sua colonna! Ma che poteva dunque esser restato, del suo figliuolo, se due corpi, due, erano là, due? Le teste sole? Forse, spiccate, sì, e qualche membro, arsicchiato.
Oh Dio! oh Dio!
E quasi tutti piangevano, e tanti singhiozzavano forte.
Udendo quegli urli, quei inghiozzi, Leonardo Costa, passando, levò un urlo anche lui, esalò la ferocia del suo cordoglio in un ruglio che non aveva più nulla di umano; poi s'abbatté, si contorse, tra le braccia del commissario di polizia.
La carrozza si fermò alla voltata della piazza, dove sorge il palazzo della Prefettura, sede anche del commissariato di polizia.
Due guardie presero la cassetta; il cavalier Franco ajutò Leonardo Costa a smontare.
Il povero vecchio, per quanto massiccio, non si reggeva più su le gambe; un'orecchia gli sanguinava, perché alla stazione, in un impeto di rabbia, s'era strappato uno dei cerchietti d'oro.
Altre guardie si schierarono davanti al portone, per impedire alla folla d'invadere l'atrio del palazzo.
E la folla restò lì davanti, irritata, delusa, insoddisfatta.
Che sarebbe avvenuto adesso? Era tutto finito così? Sarebbe rimasta lì, nel commissariato, quella cassetta? Non si farebbe il trasporto al camposanto di Bonamorone? C'era lì la gentilizia della famiglia Spoto.
Ormai più nessuno restava di quella famiglia.
Per Aurelio Costa c'era il padre; per Nicoletta Capolino, nessuno: non poteva esserci il marito; avrebbe potuto esserci il patrigno, don Salesio Marullo; ma si sapeva che il poverino, abbandonato da tutti, era andato a cercar rifugio per carità a Colimbètra, e si trovava lì da qualche mese, ammalato.
Forse Leonardo Costa reclamava per sé i resti del suo figliuolo, per trasportarli al camposanto di Porto Empedocle; e ragioni giudiziarie si opponevano a questo suo desiderio.
La folla, a poco a poco, cominciò a sbandarsi tra infiniti commenti.
Leonardo Costa voleva proprio ciò che la folla aveva immaginato.
Il commissario, cav.
Franco, cercava di persuaderlo ad avere un po' di pazienza, che prima tutte le pratiche giudiziarie fossero, come egli diceva, esperite, là in ufficio...
Ma sì, in giornata; dopo la visita del giudice istruttore.
Il Costa, come se non capisse, insisteva, ripetendo ostinatamente, con le stesse parole, la richiesta pietosa.
E il cavalier Franco, quantunque compreso di pietà per quel povero padre, sbuffava, non ne poteva più.
Erano momenti terribili, per lui, e non sapeva da qual parte voltarsi prima, giacché da ogni canto della provincia, da tutta la Sicilia, giungevano notizie di giorno in giorno più gravi; pareva che da un istante all'altro dovesse scoppiare una generale sommossa e il presidio delle milizie era scarso, e più scarso ancora quello di polizia.
Ma che voleva, che altro voleva adesso quel benedett'uomo? Voleva...
voleva che i resti di suo figlio - quali che fossero - non rimanessero mescolati là con quelli della donna, di quella donna esecrata! Perché, perché cosí insieme li avevano raccolti?
- Perché? - gli gridò.
- Ma che vi figurate che ci sia più là dentro?
E indicò la cassetta, deposta su una tavola.
- Oh figlio!
- Tutto quello che si è potuto raccogliere, tra le fiamme.
Niente! quasi niente!
- Oh figlio!
- Che volete più scartare, distinguere? Si arrivò troppo tardi.
Alla stazione non c'erano guardie.
Prima che arrivasse il delegato d'Aragona, il fuoco...
Niente, vi dico...
qualche residuo d'ossa...
- Oh figlio!
- Non si conosce più nulla...
Sì, sì, pover'uomo, sì, piangete, piangete, che è meglio...
Povero Costa, sì...
sì...
È una cosa che...
oh Dio, oh Dio, che cosa...
sì, fa rinnegare l'umanità! Ma voi pensate, per levarvi almeno questa spina dal cuore, pensate che lì non c'è...
vostro figlio lì non c'è: non c'è più niente lì...
E del resto, poverino, pensate che quella donna, se voi la odiate, egli la amò; e forse non gli dispiace adesso, che ciò che di lui ci può essere là dentro, sia insieme, mescolato, coi resti di lei...
Povera donna! Avrà avuto i suoi torti, ma via, che sorte anche la sua!
- No...
no...
lei...
non posso...
non posso parlare...
lei...
a perdizione...
mio figlio...
lei! Ma non sapete, signor commissario, che mio figlio era amato dalla figlia del principale? Si sa sicuro...
sicuro, questo...
è impazzita quella povera figlia mia, come la mamma! È stata...
è stata tutta una macchina...
Costei e quell'assassino del padre...
che se la intendevano tra loro...
per rovinare questo figlio mio...
per toglierlo all'amore di quella santa creatura...
Oh, signor commissario, legatemi, legatemi le braccia; signor commissario, chiudetemi, chiudetemi in prigione, perché se io lo vedo, quell'assassino che mi ha fatto morire il figlio così, io lo ammazzo, signor commissario, io non rispondo di me, lo ammazzo! lo ammazzo!
Il cavalier Franco intrecciò le mani, le strinse, le scosse piú volte in aria:
- Ma vi pare, - gli gridò poi, con gli occhi sbarrati - vi pare, scusate, che io debba sentire simili spropositi? Vi compatisco, siete arrabbiato dal dolore e non sapete più quel che vi dite.
Ma perdio, vostro figlio, vostro figlio...
in un momento come questo, che basta un niente...
una favilla, a mandare in fiamme tutta la Sicilia...
non si contenta di prender la fuga come un ragazzino con la moglie d'un deputato...
ma va a cacciarsi da sé, là, come a dire: «Eccoci qua, fateci a pezzi! Cercate l'esca? Eccola qua! Ci siamo noi!» Perdio, bisogna esser pazzi, ciechi...
io non so! Con chi ve la prendete? E noi siamo qua a dover rispondere di tutto...
anche d'una pazzia come questa! E per giunta, mi tocca di sentire anche voi: «ammazzo! ammazzo! ammazzo!» Chi ammazzate? Credete che il Salvo, se pur è vero tutto quel che voi farneticate, ha bisogno della vostra punizione? Gli basta la pazzia della figlia!
Il Costa, dopo questa sfuriata, non ebbe più ardire di parlar forte; lo guardò con gli occhi invetrati di lagrime; e si morse un dito; mormorò:
- Se fosse capace di rimorso, signor commissario! Ma non è!
Il cavalier Franco si scrollò; uscì dalla stanza.
- Andate, andate...
- gli disse dietro, il Costa; poi cauto, s'appressò alla cassetta deposta su la tavola, e si provò ad alzarla.
Un groppo di singulti muti, fitti, nella gola e nel naso, gli scrollarono in convulsione la testa.
Non pesava, non pesava niente, quella cassetta!
S'inginocchiò davanti alla tavola, appoggiò la fronte al freddo di quella latta, e si mise a gemere:
- Figlio!...
figlio...
figlio!...
Due giorni dopo, arrivò a Girgenti, inatteso, funebre, l'on.
Ignazio Capolino.
La condizione, in cui lo aveva messo non tanto forse la sciagura improvvisa quanto lo scatto violento per cui Dianella Salvo aveva perduto la ragione, era così difficile e incerta, che egli aveva bisogno di raccogliere a consulto, lì sul posto, tutte le sue forze per trovare una via da uscirne in qualche modo, al più presto.
Lo scandalo della fuga della moglie era soffocato nell'orrore della morte; il tragico, che spirava da questa morte, lo rendeva immune dal ridicolo che poteva venirgli da quella fuga.
Bastava dunque presentarsi ai suoi concittadini compunto nell'aspetto, ma nello stesso tempo austeramente riservato, per trarre profitto della commozione generale, senza tuttavia parteciparvi, giacché dalla moglie era stato offeso.
La simpatia degli altri doveva venirgli come giusto e meritato compenso a questa offesa.
E dovevano tutti vedere che egli soffriva, schiantato dall'atrocissimo fatto, e che lui più di tutti meritava compianto, poiché finanche dalle due vittime tanto commiserate era stato of