I VECCHI E I GIOVANI, di Luigi Pirandello - pagina 54
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- Mi domandi perché? Mi dici di partire, di ritornarmene laggiù, e mi domandi perché?
- Prego, prego...
- cercò d'interromperla Capolino, protendendo adesso le mani, per arrestare anche col gesto quella furia.
- Nel nostro...
nel tuo stesso interesse, scusa! Se non mi lasci parlare...
- Ma che vuoi dire! Lascia stare! - esclamò Nicoletta.
- So come debbo dire, non dubitare, - riprese Capolino con molta gravità, abbassando gli occhi.
- Tu ignori il discorso che mi ha tenuto Flaminio questa mattina.
T'ho detto nulla, finora, del tuo prolungato soggiorno a Roma? Nulla...
E tu stessa ti sei rimproverata di non esser partita per assistere Adelaide nel giorno delle nozze.
Ora la tua assenza da Girgenti sai qual effetto ha prodotto? Questo, semplicemente: che Flaminio Salvo, lasciato solo e stanco, ha deciso di contentar fnalmente la figliuola.
Nicoletta restò a questa notizia.
- Ah sì?- disse; e si morse il labbro, fissando nel vuoto gli occhi, odiosamente.
- Capisci? - seguitò Capolino.
- Teme che le dia di volta il cervello, come alla madre.
E mi pare che il timore non sia infondato.
L'hai veduta? Fa pietà.
- Schifo! - scattò Nicoletta.
- Se ne dovrebbe vergognare!
- L'amore...
- sospirò Capolino, alzando le spalle, socchiudendo gli occhi.
- E Flaminio fors'anche pensa che, con l'ombra della pazzia della madre, un degno partito per la figlia non sarebbe facile trovarlo.
Ha messo poi in gravissimi imbarazzi il Costa laggiù, tra i solfaraj, e pensa di premiar la devozione, l'abnegazione...
- Quanti pensieri!...
quante dolcezze!...
- disse Nicoletta.
- E io dovrei sguazzarci in mezzo, è vero? come un'ape nel miele...
- Tu? perché? - domandò Capolino.
- Ma la custode della figlia non sono io? - inveì Nicoletta.
- Non toccherà a me allora covar con gli occhi la coppia innamorata? assistere alle loro carezze, ai loro colloquii? accogliere in seno le confidenze della timida colombella risanata?
Capolino si strinse nelle spalle, come per dire: «Dopo tutto, che male?...».
- Ah, no, caro mio! - riprese con impeto la moglie.
- Non me ne importerebbe nulla se, per il mio interesse, come tu dici, non mi vedessi costretta a far questa parte...
E tu dimentichi un'altra cosa! Che codesto signor ingegnere chiese un giorno la mia mano, e che io la rifiutai, perché non mi parve degno di me! Bella vendetta, adesso, per lui, diventare sotto gli occhi miei il fidanzato della figlia di Flaminio Salvo!
- Ma questo, se mai, di fronte a te che l'hai rifiutato, - le fece osservar Capolino, - potrà esser ragione d'avvilimento per la figlia di Flaminio Salvo...
- Già! - esclamò Nicoletta, levandosi.
- Perché io adesso sono la moglie dell'onorevole deputato Ignazio Capolino!
- Che vale molto di piú, ti prego di credere! - gridò questi, dando un pugno sulla tavola e levandosi in piedi anche lui, fiero.
Nicoletta lo squadrò, calma, di sotto in su; poi disse:
- Uh, quanto a meriti, non oserei metterlo in dubbio! Però...
però io debbo partire, ecco, sempre per il mio interesse, come tu dici...
Che vuoi? i meriti, caro, non hanno spesso fortuna.
- Fa rabbia anche a me, - disse allora Capolino, - che uno stupido, un imbecille di quella fatta debba salire così, tirato su dal favore della sorte, cacciato a spintoni, come una bestia bendata e restìa...
Perché egli, sai? l'ha detto a me: non vorrebbe nulla...
Questo è il bello.
Non s'accorge di nulla, non capisce nulla, e la fortuna lo ajuta! Domani, genero di Flaminio Salvo!
- Ah no! - scattò Nicoletta.
- Questo matrimonio non si farà! Te l'assicuro io: non-si-fa-rà!
Capolino tornò a stringersi nelle spalle e a socchiudere gli occhi:
- Se Flaminio vuole...
come potresti impedirlo?
- Come? - rispose Nicoletta.
- Come...
non so! Ma a ogni costo...
ah, a ogni costo! puoi esserne certo!
Capolino insistette:
- Ma via, tu credi che il Costa sia capace di sentir la vendetta che tu dici, per il tuo rifiuto? No, sai! Non è capace neanche di questo! Io l'ho studiato: è con te riguardoso, ossequioso...
anzi, tutto impacciato in tua presenza...
non ci penserà mai! E se tu...
se tu saprai vincer lo sdegno, e trattarlo...
dico, trattarlo con una certa...
disinvoltura cortese...
Sotto gli occhi di Nicoletta, che lo fissavano con freddo e calmo sprezzo, smorì, si scompose il sorriso con cui aveva accompagnato le ultime parole.
- Come, del resto, lo hai trattato finora, - soggiunse dignitosamente.
Poi, cangiando discorso: - Oh, volevo proporti d'uscire...
Ceneremo fuori...
Ti va?
Di ritorno a casa a tarda notte, Nicoletta, nel mettersi a letto, domandò al marito:
- Non deve ripartire fra due o tre giorni l'ingegnere Costa per la Sicilia?
- Sì, - rispose Capolino.
- Me l'ha detto Flaminio stamattina.
- E tu a Flaminio potresti dire, - seguitò Nicoletta, raccogliendosi sotto le coperte, - che sono pronta anch'io a partire; ma non sola.
Poiché parte l'ingegnere...
- Ah, già! - esclamò Capolino.
- Benissimo! Potresti accompagnarti con lui.
- Buona notte, caro!
- Buona notte.
Fermamente convinto d'aver sempre avuto contraria la sorte, fin dalla nascita, Flaminio Salvo credeva che soltanto con l'assidua difesa d'una volontà sempre vigile e incrollabile, e opponendosi con atti che egli stesso stimava duri, contro tutti coloro che s'eran fatti e si facevano strumenti ciechi di essa, avesse potuto vincerla finora.
Ma l'avversione della sorte non potendo su lui, s'era rivolta con ferocia su i suoi, su la moglie, sul figlio: ora anche, con quella passione invincibile, su la figlia.
In queste sciagure sentiva veramente come una vendetta vile e crudele; e questo sentimento non solo gli toglieva il rimorso di tutto il male che sapeva d'aver commesso, ma gl'ispirava anzi vergogna di qualche debolezza passeggera, e quasi lo abilitava a commettere altro male, sia per vendicarsi a sua volta della sorte, sia per non essere egli stesso sopraffatto.
Non si poneva neppur lontanamente il dubbio che potesse in fondo non essere un male quella passione della figliuola per Aurelio Costa.
Era per lui sicuramente un male; e non già per la disparità della nascita o della condizione sociale (fisime!); ma perché essa aveva origine da una sua debolezza, dalla gratitudine per tanti anni dimostrata al suo piccolo salvatore.
Da un bene non poteva venirgli altro che un male.
Domma, questo, per lui.
E nessun filosofo avrebbe potuto indurlo a riconoscere che il suo ragionamento, fondato su un pregiudizio, era vizioso.
La logica? Che logica contro l'esperienza di tutta una vita? E poi, se per un solo caso si fosse indotto a riconoscere il vizio del suo ragionamento, addio scusa di tutto il male in tanti altri casi coscientemente commesso! Ogni qual volta un negozio, una faccenda qualsiasi accennava fin da principio di volgergli a seconda, egli, anziché rallegrarsene, s'adombrava, sospettava subito una insidia e si parava in difesa.
Accolse male perciò, da un canto, la notizia e la proposta di Capolino, che cioè Nicoletta era pronta a partire il giorno appresso e che avrebbe voluto accompagnarsi nel viaggio col Costa; dall'altro, l'annunzio recato da Ciccino e Lillina che Lando Laurentano, il quale tutta quella mattina era stato in giro con essi e con Dianella, sarebbe venuto quella sera stessa a salutarlo.
Lo avevano incontrato per caso, e quantunque avesse detto loro in prima d'esser fortemente irritato per una certa pubblicazione in un giornale del mattino, s'era poi dimostrato gajo in loro compagnia e gratissimo della distrazione procuratagli.
Flaminio Salvo era nella stanza da studio di Francesco Vella e dava ad Aurelio Costa le ultime istruzioni circa il ritorno di questo in Sicilia, fissato per la mattina seguente, quando i due nipoti gli recarono quest'annunzio, irrompendo rumorosamente e tirandosi dietro Dianella.
Egli notò subito nel viso della figlia un'alterazione molto diversa dalle solite alla vista di Aurelio, e rimase per un attimo quasi stordito, allorché, parlando i due cugini della graziosa affabilità del Laurentano verso di loro, ella con voce vibrante, che non pareva più la sua, e con un'aria di sfida, confermò:
- Sì, gentilissimo! proprio gentilissimo!
- Piacere...
- rispose freddamente, guardandola di su gli occhiali.
- Ma, vi prego, io ora qua...
E accennò il Costa con un gesto che significava: «Ho da pensare a ben altro per il momento...».
Era vero, del resto.
Si trattava d'esporre a un rischio di morte quel giovane dabbene, ignaro affatto della parte, che stava a rappresentare; si trattava di gettarlo in preda alla rabbia d'un intero paese affamato e disilluso.
Nell'anima del Salvo si svolse allora uno strano giuoco di finzioni coscienti.
Il piacere di quell'annunzio doveva mutarsi in lui in dispiacere, la speranza in diffidenza; e però non solo non doveva tener conto di quella fortunata combinazione dell'incontro del Laurentano e della buona impressione che la figlia pareva ne avesse avuto, ma considerarla anzi come una vera e propria contrarietà, nel momento ch'egli, per contentare appunto la figliuola, faceva intravvedere a quel buon giovane del Costa il premio della pericolosissima impresa a cui lo gettava.
E seguitò in quella finzione cosciente, acceso di stizza contro la figliuola, la quale, dopo averlo costretto a piegarsi fino a tanto, eccola lì, veniva ora a fargli intendere, con aria nuova, che il giovane principe Laurentano non le era punto dispiaciuto! Né s'arrestava qui il giuoco delle finzioni nell'anima del Salvo.
Fingeva di non comprendere ancora quell'aria nuova della figlia, che pure aveva già compreso bene; era sicuro infatti che Dianella, facendo quella lode del Laurentano in presenza di Aurelio, s'era intesa di vendicarsi di questo, e ora di là certo piangeva e si straziava in segreto.
La stizza finta per quel premio ch'egli doveva far balenare al Costa, era dunque in fondo stizza vera, tanto che, per non avvertire il rimorso di quello strazio che cagionava alla figlia, seguitò a fingere di credere sul serio, che veramente, sì, veramente, se il Costa fosse riuscito a ridurre a ragione gli operaj delle zolfare in Sicilia, gli avrebbe dato in premio Dianella.
Intanto, lo faceva partire il giorno appresso in compagnia di Nicoletta Capolino.
La sera, fu compìto, ma con una certa sostenutezza, verso Lando Laurentano, accolto con molta festa dai Vella, specialmente da Ciccino e Lillina.
Dianella era pallidissima, e si teneva su per continui sforzi a scatti, che facevano pena e paura.
I dolci occhi ora le s'accendevano come in un confuso spavento, ora le smorivano quasi in una torba opacità.
Nicoletta Capolino, invitata a tavola dai Vella quell'ultimo giorno, le aveva fatto sapere che la mattina appresso sarebbe partita col Costa; e adesso, ecco, era lì e parlava senza vezzi affettati, ma con la vivace disinvoltura consueta al giovane principe di Laurentano della cortesia squisita di don Ippolito, là a Colimbètra, nella disgraziata congiuntura del duello del marito.
Questi entrò, poco dopo, nel ricco salone insieme con l'ingegnere Aurelio Costa, che veniva a licenziarsi dai Vella.
Fu per Dianella e per Nicoletta un momento d'angosciosa sospensione.
Quanto composto e grave e costernato l'onorevole Ignazio Capolino con quei funebri occhiali di tartaruga, tanto appariva stordito, acceso, abbagliato, Aurelio Costa.
Gli si leggeva chiaramente in viso l'emozione profonda, che la notizia della sua prossima partenza con Nicoletta gli aveva suscitato.
Non sentiva più la terra sotto i piedi; non riusciva ad articolar parola.
Nel vederlo entrare, Nicoletta ne ebbe quasi sgomento: sentì, senza guardarlo, che egli la cercava con gli occhi, senza più badare a nessuno.
Respirò nel sentirlo poco dopo discutere animatamente col Laurentano su i moti dei Fasci in Sicilia.
Ogni costernazione gli era svanita, svanita ogni considerazione per quei solfaraj affamati d'Aragona, svanito il dispetto per quel suo disegno d'un consorzio obbligatorio mandato a monte: avrebbe ora affrontato col frustino in mano tutti quei ribelli laggiù.
Flaminio Salvo, per prudenza di fronte al Laurentano, lo richiamò sorridendo a più miti propositi.
- Perché le diano fuoco alle zolfare? - gli domandò tutto infervorato il Costa.
- Li conosco io, quei bruti! Guaj a mostrare di temerli! Con la verga si riducono a ragione! Lasci fare a me...
Abbandonato da tutti, senza neanche la soddisfazione di veder degnato d'uno sguardo il mio progetto, andrò solo, laggiù...
e ci guarderemo in faccia...
Nell'esaltazione, non avvertiva la stonatura di quella sua apostrofe bellicosa; né si mortificò affatto nell'accorgersi alla fine che nessuno gli badava più, si lasciò condurre da Capolino nell'ampio balcone della sala, mentre Flaminio Salvo, Francesco Vella e Lando Laurentano seguitavano a conversare tra loro pacatamente, e Ciccino prometteva a Nicoletta che presto sarebbe venuto a trovarla a Girgenti, e donna Rosa e Lillina davano consigli a Dianella che si regolasse così e così, se voleva presto recuperare la salute e la gajezza.
Chiamato dal Salvo, Capolino rientrò poco dopo, e Aurelio Costa restò solo nel balcone.
Quanto vi restò? Guardava le stelle, guardava come in un sogno il chiaror della luna che si rifletteva su i vetri di lontane finestre dirimpetto, nella piazza; stretto da un'ansia smaniosa e dolce; senza più pensare al luogo ove si trovava; con una sola immagine davanti agli occhi, quella di lei che ora, tra poco, senza dubbio sarebbe venuta a trovarlo là per dirgli: A domani! Per sempre! - A domani, per sempre, - si ripeteva, serrando le pugna, con gli occhi socchiusi voluttuosamente.
Aveva già parlato con lei la mattina.
S'erano già accordati.
Tutto, tutto ella avrebbe lasciato, per seguir lui! Sì, anche laggiù, nel pericolo, da cui egli non avrebbe potuto in quel momento ritrarsi.
Del resto, per forza, doveva andar laggiù; lì era la sua casa, lì il suo lavoro, che avrebbe ora messo a disposizione di altri, lasciando il Salvo.
Che gl'importava? Di qual premio gli aveva ella parlato? Un grosso premio ch'egli avrebbe perduto lasciando il Salvo...
Che gl'importava? Qual premio maggiore della felicità che ella gli avrebbe data, amandolo? Così farneticava Aurelio nel balcone, in attesa, tornando a ripetere di tratto in tratto, smaniosamente: - A domani! per sempre!
Nel salone, intanto, Ignazio Capolino parlava con aria afflitta del subbuglio, in cui la pubblicazione d'una denunzia in un giornale del mattino aveva messo tutto quel giorno i corridoj della Camera.
Si trattava delle quarantamila lire, di cui appariva debitore verso la Banca Romana Roberto Auriti, (« notoriamente prestanome» diceva il giornale «d'un deputato meridionale molto conosciuto e nelle grazie, fino a poco tempo fa, se non proprio del Governo, di qualche membro (hic et haec) di esso»).
E quel giornale, seguitando, parlava delle carte sottratte per salvare questo deputato meridionale.
Ma nella fretta, all'ultimo momento, qualche biglietto era rimasto fuori e caduto in mano all'autorità giudiziaria, qualche biglietto appunto dell'Auriti, ora in ricerca affannosa di quelle quarantamila lire, per salvare sé e l'amico.
Capolino diceva che parecchi deputati dell'Estrema Sinistra avrebbero portato la denunzia alla Camera, e prevedeva imminente l'arresto dell'Auriti.
Lando Laurentano era su le spine.
Tutto il pomeriggio di quel giorno aveva cercato d'appurare donde quella notizia fosse pervenuta al giornale del mattino: pareva riferita da qualcuno che fosse stato a origliare all'uscio della stanza, in cui Giulio Auriti aveva implorato ajuto da lui; e temeva che questi potesse ora sospettarlo autore della denunzia.
Il Salvo, il Vella e il Capolino, notando il turbamento del giovane principe, si misero a compiangere Roberto Auriti, come una vittima, e il Salvo lasciò intendere chiaramente che egli sarebbe stato disposto ad approntare quella somma per salvarlo; ma il Capolino disse che ormai era troppo tardi.
Non restava che di prendere una tazza di tè, che Lillina aveva già preparato.
Le prime due tazze, recate da Ciccino, erano andate a donna Rosa e a Dianella.
Nicoletta ne porgeva ora una tazza a Lando Laurentano.
- Latte?
- Sì, grazie.
Poco.
E Dianella, sorbendo la sua, aspettava che Nicoletta si recasse al balcone con l'ultima tazza per Aurelio.
Ma Nicoletta, vedendosi spiata, finse in prima di dimenticarsene, e tenne la tazza per sé.
- Uh, e per il mio cavaliere? - esclamò poi, come sovvenendosi all'improvviso.
E andò al balcone.
Appena Aurelio la vide comparire, si ritrasse istintivamente nell'ombra quanto più poté, per attirarla.
Ma ella varcò appena la soglia del balcone e, porgendogli la tazza, disse piano, rigida:
- Rientri, per carità: lei si fa notare.
Non faccia ragazzate!
- Ma mi dica soltanto...
- scongiurò egli.
- Sì, questo; e se lo imprima bene in mente, - soggiunse lei, subito: - che ho fatto di tutto per impedir la sua e la mia rovina.
Non mi accusi, domani; perché l'ha voluta anche lei.
Basta!
E rientrò nel salone.
CAPITOLO QUARTO
Corrado Selmi uscì dalla Camera dei deputati livido, stravolto, con un tremor convulso per tutto il corpo.
Appena su la piazza, nel sole, fece uno sforzo disperato su se stesso per riaversi, per riafferrare in sé e rimettere sotto il suo dominio la vita che gli sfuggiva in un tremendo scompiglio; ma restò, avvertendo che non aveva neanche la forza di trarre il respiro, quasi avesse il petto, il ventre squarciati.
Un sentimento nuovo gli sorse allora improvviso: la paura.
Non degli altri; ma di sé.
Or ora gli altri li aveva sfidati e assaliti, nell'aula del Parlamento, con estrema violenza.
Ancora ne tremava tutto.
Nessuno, là, aveva osato fiatare.
Ma quel silenzio...
ah, quel silenzio era stato per lui peggiore di ogni invettiva, d'ogni tumultuoso insorgere di tutta l'assemblea.
Quel silenzio lo aveva ucciso.
Aveva ancora negli orecchi il suono dei suoi passi nell'uscire dall'aula.
Nel silenzio formidabile, quei passi avevano sonato come colpi di martello su una cassa da morto.
Sentiva una grande arsione; e le gambe, come...
come se gli si fossero stroncate sotto.
Schiacciato dall'accusa, aveva voluto rilevarsene con tutto l'impeto delle energie vitali, ancora possenti in lui; ma appena aveva finito di parlare, quel silenzio.
Nessun dubbio che l'assemblea, subito dopo la sua uscita dall'aula, avesse votato l'autorizzazione a procedere contro di lui.
Eppure tutti lo sapevano povero; sapevano che il denaro preso alle banche non poteva essere rinfacciato a lui come a tanti altri.
Dall'avere affrontato la morte, quando più bella suol essere per tutti la vita, non gli veniva il diritto di vivere? Nella losca complicazione di tante oblique vicende la semplicità di questo diritto appariva quasi ingenua e tale, che tutti, ridendo, dovessero negarglielo.
Morto; non solo, ma anche svergognato lo volevano! Doveva morire allora, e sarebbe stato un eroe per tutti questi vivi d'oggi che gli rinfacciavano come un delitto l'aver vissuto.
Ma non tanto l'accusa, in fondo, gli sembrava ingiusta, quanto ingiusti gli accusatori; e, più che ingiusti, ingrati e vili: vili perché, dopo aver per tanti anni compreso che egli aveva pure questo diritto di vivere, si levavano ora a dimostrargliene con ischerno l'ingenuità; dopo aver per tanti anni compreso il suo bisogno, si levavano ora a rinfacciarglielo come un'onta.
Né si sarebbero arrestati qui! Ora, il processo, la condanna, il carcere.
Corrado Selmi rise, e avvertì ancora lo sforzo che gli costava lo scomporre la truce espressione del volto in quel riso orribile.
Il sorriso schietto e lieve, che aveva accompagnato sempre tutti gli atti della sua vita, anche i più gravi e i più rischiosi, s'era tramutato in quella triste smorfia dura e amara? Ebbe di nuovo paura di sé: paura di assumere coscienza precisa di un certo che oscuro e orrendo che gli s'era cacciato all'improvviso nel fondo dell'essere e glielo scompaginava, dandogli quell'impressione d'esser come squarciato dentro, irrimediabilmente.
E per ricomporre comunque la compagine del suo essere, per vincere il ribrezzo e l'orrore di quell'impressione, si guardò attorno, quasi chiedendo sostegno e conforto ai noti aspetti delle cose.
Gli parvero anche questi cangiati e come evanescenti.
Sentì con terrore che non gli era più possibile ristabilire una relazione qual si fosse tra sé e tutto ciò che lo circondava.
Sì, poteva guardare; ma che vedeva? poteva parlare; ma che dire? poteva muoversi; ma dove andare?
Parlò, tanto per udire il suono della sua voce, e gli parve anch'esso cangiato.
Disse:
- Che faccio?
Sapeva bene quel che gli restava da fare.
Ma nello schiacciar con la lingua contro il palato le due c di faccio, non avvertì altro che l'annodatura della lingua e l'amarezza aspra della bocca; e rimase col viso disgustato e arcigno.
- No, - soggiunse.
- Prima...
che altro?
Qualunque altra cosa gli apparve inutile, vana.
Poteva soltanto, ancor per poco, per passarsi la voglia e darsi così fuor fuori uno sfogo, dire e fare sciocchezze.
Pensare seriamente, agire seriamente non avrebbe potuto se non a costo di cedere al proposito oscuro e violento che stava a distruggergli dentro tutti gli elementi della vita.
Baloccarsi poteva coi frantumi di essa che dal tumulto interno balzavano a galla della sua coscienza squarciata: baloccarsi un poco...
Sì, in casa di Roberto Auriti! Doveva vederlo, dirgli che per lui, per coprirlo, si era messo da sé sotto accusa.
Ecco che aveva ancora dove andare.
Chiamò una vettura, per non avvertire il tremore e la debolezza delle gambe, e diede al vetturino l'indirizzo: via delle Colonnette.
Appena montato, se ne pentì, prevedendo, in compenso di quanto aveva fatto, una scenata.
Ma no: a ogni costo avrebbe saputo impedirla.
Più che doveroso, il suo atto gli appariva generoso verso Roberto Auriti.
E, in quel momento, non poteva sentir che disprezzo della sua stessa generosità.
S'era spogliato d'ogni prestigio, d'ogni prerogativa, per subir la stessa sorte d'uno sconfitto, che delle sue doti, dei suoi meriti non aveva saputo avvalersi per farsi uno stato, per imporsi, come avrebbe potuto, alla considerazione altrui.
Non pietà, ma dispetto, poteva ispirare Roberto Auriti.
Che se pure egli, navigando alla ventura, lo aveva gittato con sé in quei frangenti, non meritava certo quel naufrago che Corrado Selmi, già quasi scampato, si ributtasse in mare per perire con lui: non lo meritava, perché non aveva saputo mai vivere, quell'uomo, mai disimpacciarsi da ostacoli anche lievi: era già per se stesso un annegato, a cui tante e tante volte egli aveva gettato una corda per ajutarlo a trarsi in salvo.
L'unica volta che quest'uomo s'era messo a dar lui ajuto, ecco, con la stessa mano che gli aveva teso, lo tirava con sé nel baratro, giù, giù, costringendolo a rinunziare al salvataggio altrui.
E quel suo fratello corso in Sicilia per salvare entrambi: ma sì! tutti dovevano stare ad aspettare che andasse e ritornasse col denaro! a comodo! senza fretta! e dopo avere svelato tutto a Lando Laurentano! imbecille! Ecco: per questo solo fatto, egli avrebbe potuto fare a meno d'esporsi per coprire un inetto.
Ma ormai...
Arrivato in via delle Colonnette, salendo la scala semibuja, incontrò Olindo Passalacqua che scendeva gli scalini a quattro a quattro.
- Ah! giusto lei, onorevole! Correvo in cerca di lei...
Dica, che c'è? che c'è?
- Vento, - rispose Corrado Selmi, placidamente.
Olindo Passalacqua restò come un ceppo.
- Vento? Che dice? Quella denunzia infame? Ma come? chi è stato? roba da sputargli in faccia! Andate a far l'Italia per questa canaglia!
Corrado Selmi gli prese il mento fra due dita:
- Bravo, Olindo! Nobili sensi, invero...
Su, andiamo!
- Aspetti, onorevole, - pregò il Passalacqua, trattenendolo.
- La prevengo! Nanna mia non sa ancora nulla.
Non sapevamo nulla neanche noi.
Per combinazione a mio cognato Pilade càpita tra le mani il giornale di due giorni fa...
apre e vede...
ce lo manda su, segnato...
Roberto stava ad annaffiare i fiori in terrazzo...
legge, casca dalle nuvole...
Ma ci si crede? un uomo, un uomo come lui, non leggere i giornali, in un momento come questo? Capisce? come quell'uccello...
qual è? che caccia la testa nella rena...
E gliene compro tre, sa? ogni sera: tre giornali! Ne leggesse uno! Appena lo apre, si mette a pisolare; e poi dice che li ha letti tutti e tre e che dorme poco!
- Lo struzzo, - disse Corrado Selmi.
- Permetti?
E alzò le mani per aggiustare sotto la gola a Olindo Passalacqua la cravatta rossa sgargiante, annodata a farfalla.
- Lo struzzo, - ripeté.
- Quell'uccello che dicevi...
Così va bene!
Olindo Passalacqua restò di nuovo a bocca aperta.
- Grazie, - disse.
- Ma dunque...
dunque possiamo star tranquilli?
Corrado Selmi lo guardò negli occhi, serio; gli posò le mani sugli omeri, e:
- Non sei censore tu? - gli domandò.
- Censore...
già, - rispose perplesso, quasi non ne fosse ben sicuro, il Passalacqua.
- E dunque lascia crollare il mondo! - esclamò il Selmi con un gesto di noncuranza sdegnosa.- Censore, te ne impipi.
Su, su, vieni su con me.
Trovarono Roberto abbattuto su una poltrona, con la faccia rivolta al soffitto, le braccia abbandonate, l'annaffiatojo accanto.
Appena vide il Selmi, fece per balzare in piedi, e, arrangolando in una irrompente convulsione, andò a buttarglisi sul petto.
- Per carità! per carità! - scongiurò Olindo Passalacqua, correndo a chiudere l'uscio e accennando con le mani di far piano, che Nanna non sentisse di là.
Attraverso l'uscio chiuso, all'arrangolìo di Roberto sul petto di Corrado Selmi rispondeva di là il vocalizzo miagolante di una studentessa di canto.
Corrado Selmi, gravato dal peso di Roberto, stette un po' a guardare i cenni del Passalacqua, che seguitava a implorar carità per il cuore malato della sua povera moglie, carità per Roberto così perduto, carità per la casa che sarebbe andata a soqquadro; e scattò alla fine, scrollandosi, in una risata pazzesca:
- Ma da' qui! - disse, ghermendo l'annaffiatojo e avviandosi di furia al terrazzo.
- Ma che facciamo sul serio? Annaffiavi? E seguitiamo ad annaffiare! Qua...
qua...
così! così! Pioggia, Olindo! pioggia! pioggia!
E una vera pioggia furiosa si rovesciò dalla mela dell'annaffiatojo addosso a Olindo Passalacqua, che prese a fuggire per il terrazzo, gridando e riparandosi con le mani la testa, inseguito dal Selmi che seguitava a ridere, dicendo:
- Io passo l'acqua, tu passi l'acqua, egli passa l'acqua, tutti passiamo l'acqua!
- Oh Dio! per carità...
no! caro...
nòooo...
ma che fa? basta...
per carità...
non è scherzo! basta...
uuuh...
basta!...
Alle grida, sopravvennero Nanna, la studentessa di canto, Antonio Del Re e Celsina.
Subito Corrado Selmi, ansante, corse a stringere la mano alla signora Lalla che rideva, guardando il marito che si scrollava come un pulcino bagnato.
Ridevano anche le due giovinette.
- La pianta, Nanna mia, - gridò il Selmi, - quale è la pianta più utile? Il riso! Coltiviamo il riso e annacquiamo Olindo che fa ridere!
- Ma io piango, invece...
- gemette il Passalacqua.
- E appunto perché piangi, fai ridere! - ribatté il Selmi.
- Chi fa ridere, invece...
- borbottò Antonio Del Re, serrando le pugna.
- Fa piangere, è vero? - compì la frase il Selmi.- Bravo, giovanotto! Sempre serio! Tu le tue sciocchezze le farai sempre sode, bene azzampate e con tanto di grugno.
Noi, le nostre...
qua, censore...
ballando, ballando...
Su, di là, Nanna, di là...
al pianoforte! Lei suona, e noi balliamo! Roberto si metterà i calzoncini con lo spacco di dietro e la falda della camicina fuori; prenderà la sciaboletta e il cavalluccio di legno, quelli con cui giocò alla guerra, al Sessanta; gli faremo l'elmo di carta, e si metterà a girare attorno...
arri!...
arri!...
mentre io e Olindo balleremo al suono dell'inno di Garibaldi...
Va' fuori d'Italia...
Va' fuori d'Italia...
Va' fuori d'talia...
Va' fuori, o stranier!
Non aveva finito l'ultima battuta, che su la soglia del terrazzo si presentò, con gli occhi ilari e lagrimosi, raggiante di commossa beatitudine, Mauro Mortara, con le medaglie sul petto e lo zainetto dietro le spalle.
Appena lo vide, Corrado Selmi fece un gesto d'orrore e scappò via per l'altro finestrone che dava sul terrazzo, gridando:
- Ah perdio, no! Questo poi è troppo!
Roberto Auriti gli corse dietro per trattenerlo:
- Corrado! Corrado!
Mauro Mortara, a quella fuga, restò come smarrito davanti allo stupore della signora Lalla, del Passalacqua e della studentessa di canto, alla meraviglia sorridente di Celsina e a quella ingrugnita di Antonio Del Re.
- Vengo, se non c'è offesa, - disse, - a salutare don Roberto.
Parto domani.
- Ma chi siete? - gli domandò la signora Lalla, come se avesse davanti un abitante della luna, piovuto dal cielo.
- Sono...
- prese a rispondere Mauro Mortara; ma s'interruppe riconoscendo Antonio Del Re.
- Non siete il nipote di donna Caterina, voi?
E, pronunziando questo nome, si levò il cappello.
- Diteglielo voi, - soggiunse, - chi sono io.
Sono venuto due altre volte; non mi hanno fatto salire, perché don Roberto non era in casa.
Il Passalacqua, tutto bagnato, gli s'accostò, gli sbirciò le medaglie sul petto, e:
- Patriota siciliano? - domandò.
- Ai patrioti siciliani, perdio, statue d'oro! sta...
statu...
statue...
Uno starnuto, tardo a scoppiare, lo tenne un tratto a bocca aperta, le nari frementi, le mani tese come a pararlo; finalmente scoppiò e:
- D'oro! - ripeté il Passalacqua.
- Mannaggia il Selmi che m'ha fatto raffreddare! Ma perché è scappato? Che è pazzo?...
Guardate come mi...
mi ha...
ma dove è andato?
- Roberto! - strillò a questo punto la signora Lalla, accorrendo dal terrazzo nella stanza, attraverso la quale il Selmi era poc'anzi fuggito.
Rientrarono tutti, spaventati, dietro a lei.
Un estraneo, col cappello in mano e gli occhi bassi, stava rigido su la soglia di quella camera, mentre Roberto, col viso terreo, chiazzato qua e là, si guardava attorno, convulso, indeciso.
Al grido di lei, protese le mani, ma come per impedire il prorompere della sua più che dell'altrui commozione.
- Vi prego, vi prego, - disse, - senza chiasso...
Nulla...
Una...
una chiamata in questura...
- Lo arrestano! - fischiò allora tra i denti Antonio Del Re, col volto scontraffatto e tutto vibrante.
Nanna cacciò uno strillo e cadde in convulsione tra le braccia del marito.
- Lo arrestano? - domandò Mauro Mortara, facendosi innanzi, mentre Roberto Auriti cercava nella camera gli abiti da indossare e con le mani accennava a tutti di non gridare, di non far confusione.
- Come? - seguitò Mauro, guardando Antonio Del Re.
Non ottenendo risposta da nessuno, andò incontro a quell'estraneo e, levando un braccio, lo apostrofò:
- Voi! voi siete venuto qua ad arrestare don Roberto Auriti?
- Mauro! - lo interruppe questi.
- Per carità, Mauro...
lascia!
- Ma come? - ripeté Mauro Mortara, rivolgendosi a Roberto.
- Arrestano voi? Perché?
Roberto accorse a dare una mano al Passalacqua, alla studentessa di canto, a Celsina, che non riuscivano a sorreggere la signora Lalla, la quale si dibatteva e si scontorceva, tra urli, singhiozzi, gemiti e risa convulse.
- Di là, per carità, di là, portatela di là! - scongiurò.
Ma non fu possibile.
Il Passalacqua, invece di avvalersi dell'ajuto di Roberto, pensò bene di buttargli le braccia al collo, rompendo in singhiozzi ed esclamando:
- Cireneo! Cireneo! Cireneo!
Roberto si divincolò, quasi con schifo, e si turò gli orecchi, mentre il Passalacqua, rivolto a Mauro Mortara, seguitava:
- Patriota, vedete? così l'Italia compensa i suoi martiri! così!
- Il figlio di Stefano Auriti! - diceva tra sé Mauro Mortara, con gli occhi sbarrati, battendosi una mano sul petto.
- Il figlio di donna Caterina Laurentano!...
E dovevo veder questo a Roma? Ma che avete fatto? - corse a domandare a Roberto, afferrandolo per le braccia e scotendolo.
- Ditemi che siete sempre lo stesso! Sì? E allora...
Si afferrò con una mano le medaglie sul petto; se le strappò; le scagliò a terra; vi andò sopra col piede e le calpestò; poi, rivolgendosi al delegato:
- Ditelo al vostro Governo! - gridò.
- Ditegli che un vecchio campagnuolo, venuto a veder Roma con le sue medaglie garibaldine, vedendo arrestare il figlio d'un eroe che gli morì tra le braccia nella battaglia di Milazzo, si strappò dal petto le medaglie e le calpestò! così!
Tornò a Roberto, lo abbracciò, e sentendolo singhiozzare su la sua spalla:
- Figlio mio! figlio mio! - si mise a dirgli, battendogli dietro una mano.
A questo punto, Antonio Del Re scappò via dalla camera mugolando e rovesciando nella furia una seggiola.
Celsina, che lo spiava, gli corse dietro, sgomenta, chiamandolo per nome.
Mauro Mortara si voltò felinamente, come se a quell'uscita precipitosa gli fosse balenato in mente che si volesse impedire comunque l'arresto; e si mostrò pronto a qualunque violenza.
Sciolto dall'abbraccio di lui, Roberto Auriti si fece innanzi al delegato:
- Eccomi.
- No! - gridò Mauro, riafferrandolo per un braccio.
- Don Roberto! Così vi consegnate?
- Ti prego, lasciami...
- disse Roberto Auriti; e, rivolgendosi al delegato: - Lei scusi...
Con la mano chiamò Nanna, che fiatava ora a stento, con ambo le mani sul cuore, e la baciò in fronte, dicendole:
- Coraggio...
- E che dirò a vostra madre? - esclamò allora Mauro agitando in aria le mani.
Roberto Auriti si gonfiò, si portò le mani sul volto per far argine all'impeto della commozione e andò via, seguito dal delegato, mentre la signora Lalla, sostenuta dal marito e dalla studentessa di canto, riprendeva più a gemere che a gridare:
- Roberto! Roberto! Roberto!
Mauro Mortara restò a guatare, come annichilito.
Quando il Passalacqua lo ragguagliò di tutto, e, fresco della recente lettura del giornale, gli espose tutta la miseria e la vergogna del momento:
- Questa, - disse, - questa è l'Italia?
E, nel crollo del suo gran sogno, non pensò più a Roberto Auriti, all'arresto di lui, non sentì, non vide più nulla.
Le sue medaglie rimasero lì per terra, calpestate.
Uscendo dalla casa di Roberto, Corrado Selmi s'imbatté per le scale nel delegato e nelle guardie che salivano ad arrestar l'innocente.
Si fermò un istante, indeciso; ma subito si sentì occupare il cervello da una densa oscurità, e in quella tenebra d'ira e d'angoscia udì una voce che dal fondo della coscienza lo ammoniva ch'egli non poteva in alcun modo sul momento impedire quell'atroce ingiustizia.
Seguitò a scendere la scala; rimontò in vettura e provò quasi stupore alla domanda del vetturino, ove dovesse condurlo.
Ma a casa; c'era bisogno di dirlo? dove poteva più andare? che più gli restava da fare?
- Via San Niccolò da Tolentino.
E, come se già vi fosse, si vide per le scale della sua casa: ecco, entrava in camera; si recava all'angolo, ov'era uno stipetto a muro, di lacca verde; lo apriva; ne traeva una boccetta, e...
Istintivamente, s'era cacciata una mano nel taschino del panciotto, ov'era la chiave di quello stipetto.
Cosa strana: pensava ora allo specchio, a un piccolo specchio ovale, appeso accanto a quello stipetto, al quale egli non avrebbe dovuto volger lo sguardo, per non vedersi.
Ma pure, ecco, si vedeva: sì, in quello specchio, con la boccetta in mano: vedeva l'espressione dei suoi occhi, ridente, quasi non credessero ch'egli avrebbe fatto quella cosa.
No! Prima doveva scrivere e suggellare una dichiarazione per l'Auriti: poche righe, esplicite.
Non meritavano gli accusatori un suo ultimo sfogo.
Due righe soltanto, per salvar l'amico, già in carcere.
I nemici...
- ma quali? quanti erano? Tutti! Possibile? Tutti gli amici di jeri.
Tutti e nessuno, a prenderli a uno a uno.
Ché nulla egli aveva fatto a nessuno di loro perché le liete accoglienze di jeri si convertissero così d'un tratto in tanta alienazione d'animi, in tanta ostilità.
Ma era il momento, la furia cieca del momento, che s'abbatteva su lui, che in lui trovava la preda, e lo abbrancava, ecco, e lo sbranava in un attimo.
Ah come andava lenta quella vettura! Parve a Corrado Selmi ch'essa gli prolungasse con feroce dispetto l'agonia.
- Non sono in casa per nessuno, - disse a Pietro, il vecchio servo che stava da tanti anni con lui.
E il primo suo moto, entrando in camera, fu verso quello stipetto.
Si trattenne.
Pensò alla dichiarazione da scrivere.
Ma pur volle prendere prima la boccetta e, senza guardarla, la recò con sé alla scrivania dello studio.
Restò un pezzo lì in piedi, come sospeso in cerca di qualche cosa che s'era proposto di fare e a cui non pensava più.
Istintivamente, pian piano, rientrò nella camera; gli occhi gli andarono al piccolo specchio ovale, appeso alla parete presso lo stipetto.
Aveva dimenticato di guardarsi lì.
Scrollò le spalle e tornò indietro, alla scrivania; sedette; trasse dalla cartella un foglio e una busta; guardò se su la scrivania ci fosse il cannello di ceralacca e il sigillo; si alzò di nuovo e rientrò nella camera per prendere dal tavolino da notte la bugia con la candela.
La dichíarazione gli venne men breve di quanto aveva divisato, poiché a maggior salvaguardia dell'innocenza dell'Auriti pensò di chiamare in testimonio lo stesso governatore della banca, già anche lui tratto in arresto, col quale, prima di contrarre sott'altro nome quel debito, si era segretamente accordato.
Finito di scrivere, guardò su la scrivania la boccetta, e sentì mancarsi a un tratto la voglia di rileggere quanto aveva scritto.
Gli parvero enormi tutte le piccole cose che gli restavano ancora da fare: piegare in quattro quel foglio, chiuderlo nella busta; accendere la candela; bruciarvi il cannello di ceralacca; apporre i sigilli...
si diede a far tutto con esasperazione.
Ansava; le dita, senza più tatto, gli ballavano.
Stava per chiudere la busta, quando giù dalla via scattò stridulo, sguajato, il suono d'un organetto.
Parve al Selmi che quel suono, in quel punto, gli spaccasse il cranio: si turò gli orecchi, balzò in piedi, contrasse tutto il volto come per uno strazio insopportabile, fu per avventarsi alla finestra a scagliare ingiurie a quel sonatore ambulante.
Ah no perdio! così, no! al suono d'una canzonetta napoletana, no no, no.
Si sentì avvilito da tutta quella furia.
O che era un ladro davvero? Piano, piano, senza tremor di mani, senza quell'aridezza in bocca; dopo aver sedato i nervi, e sorridente, egli doveva uccidersi, come a lui si conveniva.
Prese la busta con la dichiarazione e la cacciò dentro la cartella; si pose in tasca la boccetta del veleno.
Voleva uscir di nuovo per un'ultima passeggiata, per salutar la vita, scevro ormai d'ogni cura, esente d'ogni peso, libero d'ogni passione, con occhi limpidi e animo sereno; salutar la vita, col suo lieve antico sorriso; bearsi per l'ultima volta delle cose che restavano, liete in quel giorno di sole, ignare in mezzo al torbido fluttuare di tante vicende che presto il tempo avrebbe travolte con sé.
Ridiscese in istrada, fe' cenno a un vetturino d'accostarsi e si fece condurre al Gianicolo.
Dapprima, come in preda a quello stordimento rombante cagionato da un improvviso otturarsi degli orecchi, non poté avvertire, né vedere, né pensar nulla; solo quando passò con la vettura per la via della Lungara, innanzi le carceri di Regina Coeli, pensò che forse a quell'ora Roberto Auriti vi era rinchiuso; ma non volle affliggersene più.
Tra poco, con quella sua dichiarazione, ne sarebbe uscito, per seguitare la sua incerta e penosa esistenza tra quella sua signora Lalla e il Passalacqua e il Bonomè, mentre egli, invece - ah! si sarebbe liberato!
Giunto in cima al colle, gli parve davvero una liberazione quell'altezza, da cui poté contemplare Roma luminosa nel sole, sotto l'azzurro intenso del cielo; liberazione da tutte le piccole miserie acerbe che laggiù lo avevano offeso e soffocato, dall'urto di tutte le meschine volgarità quotidiane; dalle fastidiose risse dei piccoli uomini che volevano contendergli il passo e il respiro.
Si sentì lassù libero e solo, libero e sereno, sopra tutti gli odii, sopra tutte le passioni, sopra e oltre il tempo, inalzato, assunto a quella altezza dal suo grande amore per la vita ch'egli difendeva, uccidendosi.
E in esso e con esso si sentì puro, in un attimo, per sempre.
Nell'eternità di quell'attimo si cancellarono, sparvero assolte le sue debolezze, i suoi trascorsi, le sue colpe, già che egli era pure stato un uomo e soggetto a contrarie necessità.
Ora, con la morte, le avrebbe vinte tutte.
Restava solo, in quel punto, luminoso indefettibile immortale il suo amore per la vita, l'amore per la sua terra, per la sua patria, per cui aveva combattuto e vinto.
Sì, come i tanti che avevano avuto lassù, in difesa di Roma, una bella morte, troncati nel frenetico ardore della gioventù e resi immuni di tutte le miserie, liberi di tutti gli ostacoli che forse nel tempo li avrebbero deformati e avviliti.
Ora in quel momento anch'egli, spogliandosi di tutte le miserie, liberandosi di tutti gli ostacoli, acceso e vibrante dell'ardore antico, con negli occhi l'oro dell'ultimo sole su le case della grande città quadrata, si foggiava com'essi una bella morte, una morte che lo inalzava a se stesso, senza invidia per quelli effigiati e composti lassù per la gloria in un mezzo busto di marmo.
Pensò che aveva con sé la boccetta del veleno; ma no! a casa! a casa! tranquillamente, sul suo letto: senza dare spettacolo! E ridiscese alla città.
Ridisceso, gli parve di aver lasciato la propria anima lassù, nel sole.
Qua, nell'ombra era il corpo ancor vivo, per poco si guardò le mani, le gambe, e provò subito un brivido d'orrore.
Ma, come se di lassù una voce severamente lo richiamasse, egli si riprese e a quella voce rispose che sì, quel suo corpo, egli lo avrebbe tra poco ucciso, senza esitare.
Passato il ponte di ferro, udì strillare da alcuni giornalaj un'edizione straordinaria del foglio più diffuso di Roma.
Pensò che fosse per lui, e fece fermar la vettura; comprò quel foglio.
Difatti, in prima pagina era il resoconto della seduta parlamentare, e nella sesta colonna spiccava in cima il suo nome
CORRADO SELMI
come titolo dell'articolo del giorno.
Prese a leggerlo; ma presto n'ebbe un fastidio strano: avvertì che quello era già per lui un linguaggio vuoto e vano, che non aveva più alcun potere di muovere in lui alcun sentimento, quasi fatto di parole senza significato.
Gli parve che lo scrittore di quell'articolo non avesse altra mira che quella di dimostrare che egli era vivo, ben vivo, e che, come tale, poteva e sapeva giocare con le parole, perché gli altri vivi, i lettori, potessero dire: «Guarda com'è bravo! guarda come scrive bene!».
Quel foglio, così leggero, gli parve a un tratto, con quel suo nome stampato lì in cima, una lapide, la sua lapide, ch'egli stesso per uno strano caso si portasse in carrozza, diretto alla fossa; strana lapide, in cui, anziché le solite lodi menzognere, fossero incise accuse e ingiurie.
Ma che importavano più a lui? Era morto.
Voltò la pagina del giornale.
Subito gli occhi gli andarono su un'intestazione a grossi caratteri, che prendeva cinque colonne di quella seconda pagina:
L'ECCIDIO D'ARAGONA IN SICILIA
e sotto, a caratteri piú piccoli: Gli operaj delle zolfare in rivolta - L'assalto alla vettura dell'ingegnere minerario Costa - Scene selvagge - Lo uccidono con la moglie del deputato Capolino e bruciano i cadaveri.
Corrado Selmi restò, oppresso d'orrore e di ribrezzo, con gli occhi fissi su quelle notizie.
Comprese che per esse e non per lui era uscita quell'edizione straordinaria del giornale.
La moglie del deputato Capolino? Egli l'aveva veduta a Girgenti, quando vi si era recato per sostenere la candidatura di Roberto Auriti e assistere il Verònica nel duello col marito di lei.
Bellissima donna...
Uccisa? E come si trovava in vettura, ad Aragona, con quell'ingegnere? Ah, partita da Roma con lui...
Una fuga?...
Era l'ingegnere del Salvo...
Gli operaj delle zolfare si recavano in colonna dal paese alla stazione, risoluti a non farlo entrare, se da Roma non portava l'assicurazione che le promesse sarebbero state mantenute...
Oh, guarda...
quel Prèola...
Marco Prèola, quel miserabile che Roberto Auriti aveva scaraventato contro l'uscio a vetri della redazione del giornalucolo clericale...
capitanava lui, adesso, quella turba selvaggia di facinorosi...
li incitava all'assalto della vettura, al macello.
Ah, vili! colpire una donna...
Il Costa sparava...
e allora...
Il Selmi non poté leggere più oltre; restò, nel raccapriccio, col giornale aperto tra le mani, come soffocato da quella strage; gli parve di sentirsi investito dal feroce affanno di tutto un popolo inselvaggito.
Appallottò in un impeto di schifo il foglio e lo scagliò dalla vettura.
Domani, o la sera di quello stesso giorno, in una nuova edizione straordinaria esso avrebbe annunziato con quei grossi caratteri il suicidio di lui.
Rientrando in casa, da Pietro, il vecchio servo, fu avvertito che c'era in salotto il nipote dell'Auriti, Antonio Del Re.
- Sta bene, - disse.
- Lo farai entrare nello studio, appena sonerò.
Forse Pietro si aspettava una riprensione per aver fatto entrare quel giovanotto, e aveva pronta la risposta, che questi cioè s'era introdotto di prepotenza in casa, non ostante che lui già una prima volta gli avesse detto che il padrone non c'era e avesse fatto poi di tutto per impedirgli il passo.
Aprì le braccia e s'inchinò al reciso ordine del Selmi; ma, come questi s'avviò per la sua camera, rimase perplesso, se non lo dovesse prevenire circa al contegno minaccioso e all'aspetto stravolto di quel giovanotto.
Socchiuse gli occhi, si strinse nelle spalle, come per dire: «L'ordine è questo!» e si recò nel salotto per tener d'occhio quell'insolente visitatore.
- Ecco - gli disse, indicando con una mossa del volto l'uscio di fronte.
- Adesso, appena suona...
Antonio Del Re non stava più alle mosse; friggeva.
Il viso, nello spasimo dell'attesa terribile, gli si scomponeva.
Teneva una mano irrequieta in tasca.
E il vecchio servo gli guatava quella mano che, dentro la giacca, pareva brancicasse un'arma.
Il suono del campanello, intanto, tardava; e più tardava, più cresceva l'ansito, invano dissimulato, del giovine e l'irrequietezza di quella mano.
Il vecchio servo, ormai al colmo della costernazione, si accostò all'uscio, vi si parò davanti, appena a tempo, ché allo squillo del campanello Antonio Del Re s'avventò all'uscio come una belva con un pugnale brandito, trascinandosi dietro nella furia il vecchio che lo teneva abbrancato.
Corrado Selmi, pallidissimo, seduto innanzi alla scrivania, col bicchiere ancora in mano, da cui aveva bevuto or ora il veleno della boccetta rovesciata presso la cartella, si volse e arrestò d'un tratto con uno sguardo gelido e un sorriso appena sdegnoso, tremulo su le labbra, la violenza del giovine.
- Non t'incomodare! - gli disse.
- Vedi? Ho fatto da me...
Lascialo! - ordinò al servo.
- E ti proibisco di gridare o di correre a soccorsi.
Prese dalla scrivania la busta sigillata e la mostrò al giovine che ansimava e mirava, ora, allibito.
- Tu butti male, ragazzo,- gli disse.
- Hai una trista faccia...
Ma sta' tranquillo: questa busta è per tuo zio.
Sarà liberato.
Lasciala stare qua.
Posò di nuovo la busta su la scrivania; strizzò gli occhi; serrò i denti; s'interì, mentre nel pallore cadaverico il viso gli si chiazzava di lividi.
Fece per alzarsi; il servo accorse a sostenerlo.
- Accompagnami...
al letto...
Si voltò al Del Re, con gli occhi già un po' vagellanti.
Quasi l'ombra d'un sorriso gli tremò ancora nella faccia spenta.
E disse con strana voce:
- Impara a ridere, giovanotto...
Va' fuori: oggi è una bellissima giornata.
E scomparve dall'uscio, sostenuto dal servo.
Come da via delle Colonnette, all'arresto di Roberto Auriti, Antonio Del Re era scappato alla casa del Selmi, così, ma con altro animo, Mauro Mortara era corso in cerca di Lando Laurentano.
Al villino di via Sommacampagna, Raffaele il cameriere gli aveva detto che il padrone, letta nel giornale la notizia di quell'eccidio avvenuto in Sicilia, dalle parti di Girgenti, era saltato in vettura, diretto alla casa dei Vella.
- E dov'è? Come faccio a trovar la via?
- Se volete, in vettura vi ci accompagno io.
In vettura, vedendolo affannato e smanioso d'arrivare, gli aveva chiesto se conosceva quella signora e quell'ingegnere.
- Che signora? che ingegnere?
- Come? Non avete inteso? Non sapete nulla? Li hanno assassinati ad Aragona...
- Ad Aragona?
- I solfaraj.
- Ma dunque...
E s'era interrotto, con un balzo, per guardar prima fiso in faccia, con occhi stralunati, il cameriere, poi dalla vettura la gente che passava per via, quasi tutt'a un tratto assaltato dal dubbio che una gran catastrofe fosse accaduta, senza ch'egli ne sapesse nulla.
- Ma dunque, che succede? Tutto sottosopra? Là ammazzano! Qua arrestano! Sapete che hanno arrestato don Roberto Auriti?
- Il cugino del padrone?
- Il cugino! il cugino! E lui se ne va dal Vella! Gli arrestano il cugino, don Roberto Auriti, uno dei Mille, che al Sessanta aveva dodici anni, e combatteva! E suo padre mi morì fra le braccia, a Milazzo...
Arrestato! Sotto gli occhi miei! A questo, a questo mi dovevo ritrovare!
S'era messo a gridare in vettura e a gesticolare e a pianger forte; e tutta la gente, a voltarsi, a fermarsi, a commentare, nel vederlo così stranamente parato, con quello zainetto dietro le spalle, in fuga su quella vettura e vociferante.
- Statevi zitto! statevi zitto!
Ma che zitto! Voleva giustizia e vendetta Mauro Mortara di quell'arresto; e come Raffaele, per farlo tacere, gli parlò della visita che, alcuni giorni addietro, forse per questo don Giulio, il fratello di don Roberto, aveva fatto al padrone:
- Ma sicuro! - gridò, sovvenendosi.
- C'ero io! c'ero io! E l'ho visto piangere.
Per questo, dunque, piangeva quel povero figliuolo? Voleva ajuto...
E dunque...
e dunque don Landino gliel'ha negato? Possibile?
- Forse perché la somma era troppo forte...
- Ma che troppo forte mi andate dicendo! Quando si tratta dell'onore d'un patriota! E lui è ricco! E sua zia non ebbe nulla dei tesori del padre, ché si prese tutto il fratello maggiore...
Oh Dio! Dio! Donna Caterina...
l'unica degna figlia di suo padre...
Ora donna Caterina ne morrà di crepacuore...
Ma se è vero questo, per la Madonna, che gli ha negato ajuto, non lo guardo più in faccia, com'è vero Dio! Non ci credo! non ci voglio credere!
Arrivato in casa Vella, però, vi trovò tale scompiglio, che non poté più pensare a domandar conto a Lando dell'arresto di Roberto Auriti.
Dianella Salvo, la sua amicuccia donna Dianella, la sua colomba, che in quel mese passato a Valsanìa aveva saputo avvincerlo e intenerirlo con la grazia soave degli sguardi e della voce, nel vederlo entrare aggrondato e smarrito nel salone, gli si precipitò subito incontro quasi con un nitrito di polledra spaurita, e gli s'aggrappò al petto, tutta tremante, affondandogli la testa scarmigliata entro la camicia d'albagio, quasi volesse nascondersi dentro di lui, e gridando, con una mano protesa indietro, verso il padre:
- Il lupo!...
Il lupo!
Mauro Mortara, così soprappreso, frugato nel petto da quella fanciulla in quello stato, levò il capo, sbalordito, a cercar negli occhi degli astanti una spiegazione: mirò visi sbigottiti, afflitti, piangenti, mani alzate in gesti di timore, di riparo, di pena e di maraviglia.
Non comprese che la fanciulla fosse impazzita.
Le prese il capo tra le mani e provò di scostarselo dal petto per guardarla negli occhi:
- Figlia mia! - disse.
- Che vi hanno fatto? che vi hanno fatto? Ditelo a me! Assassini...
Il cuore...
hanno strappato il cuore...
il cuore anche a me!
Ma, come poté vederle gli occhi e la faccia disfatta, stravolta, aperta ora a uno squallido riso, con un filo di sangue tra i denti, inorridì: guatò di nuovo tutti in giro e, riponendosi sul petto il capo di lei e lasciandovi sui capelli scarmigliati la mano in atto di protezione e di pietà:
- Come la madre? - disse in un brivido, e addietrò spinto dalla fanciulla che, seguitando sul petto di lui quell'orribile riso come un nitrito, con ansia frenetica lo incitava:
- Da Aurelio...
da Aurelio...
Accorse, col volto inondato di lagrime, la cugina Lillina, mentre in fondo al salone Lando Laurentano e don Francesco Vella cercavano di far coraggio a Flaminio Salvo che, a quella scena, s'era nascosto il volto con le mani, imprecando.
- Sì, Dianella, sii buona! sii buona! Ora lui ti porterà...
ti porterà dove tu vuoi...
sii buona, cara, sii buona! da Aurelio!
Ma Dianella, sentendo la voce del padre, invasa di nuovo dal terrore, aveva ripreso ad affondar la testa sul petto di Mauro e a riaggrapparsi a lui più freneticamente, urlando:
- Il lupo!...
il lupo!...
- Ci sono qua io! Dov'è il lupo? - le gridò allora Mauro, ricingendola con le braccia.
- Non abbiate paura! Ci sono io, qua!
- Vedi? c'è lui, ora! c'è lui! - le ripeteva Lillina.
E anche Ciccino e la zia Rosa le si fecero attorno a ripetere:
- C'è lui! Vedi che è venuto per te? per difenderti, cara...
Levò, felice e tremante, il volto, appena appena, la poverina, a mostrare un sorriso di riconoscenza, e seguitò a spinger Mauro verso la porta:
- Sì...
sì...
da Aurelio...
da Aurelio...
Strozzato dalla commozione Mauro, così respinto indietro, tra quella gente che non conosceva e gli si stringeva attorno, domandò con rabbia:
- Ma insomma, che è? com'è stato? che dice? dice Aurelio? Chi è? Il figlio di don Leonardo Costa? Ah, è lui...
quello che hanno assassinato?
Con gli occhi, con le mani, tutti gli facevano cenno di tacere, e qualcuno gli rispondeva chinando il capo.
- Lo amava? Oh figlia...
Lando Laurentano e don Francesco Vella si portarono via di là Flaminio Salvo.
- Ditemi, ditemi che vi hanno fatto, - seguitò Mauro rivolto a Dianella, con tenerezza quasi rabbiosa.
- Ora andiamo da Aurelio...
Ma ditemi che vi hanno fatto! Chi è il lupo, che lo ammazzo? Chi è il lupo? - domandò agli altri con viso fermo.
Ma nessuno sapeva con certezza che cosa fosse accaduto, a chi veramente alludesse Dianella con quel suo grido.
Pareva al padre, ma poi, chi sa? Forse lo scambiava per un altro.
Era stato lì, durante la loro assenza, Ignazio Capolino.
Dianella era rimasta in casa, lei sola, perché si sentiva poco bene; e certo sopra di lei Capolino, senza misericordia, forsennato per l'orrenda sciagura, aveva dovuto rovesciar la furia della sua disperazione.
Ciccino e Lillina, che erano stati i primi a rincasare, gli avevano sentito gridare:
- Tuo padre! tuo padre, capisci?
Ma al loro entrare, quegli era scappato via, furibondo, lasciando questa poveretta come insensata, come intronata da tanti colpi spietati alla testa, e, subito dopo, dando segni di terrore, s'era messa a urlare: - Il lupo!...
il lupo!...
Che le aveva detto Capolino?
Uno solo poteva saperlo, così bene come se fosse stato presente alla scena: Flaminio Salvo, che di là, tra Lando Laurentano e il cognato Francesco Vella, sentiva prepotente il bisogno di confessare il suo rimorso, ma che tuttavia, senza che potesse impedirlo, si scusava accusandosi.
Francesco Vella gli aveva domandato, se si fosse mai accorto che la figliuola amava il Costa.
- Se tu non lo sapevi!
- Io lo sapevo.
Ma potevo io, io padre, profferire la mia figliuola a un mio dipendente? Quel disgraziato, lui, non se n'era mai accorto, per la modestia della mia figliuola, e perché a lui stesso non poteva passare per il capo una tal cosa; tanto più che, da un pezzo, era invescato nella passione per quell'altra disgraziata...
Ma il torto è mio, il torto è mio: io non ho scuse! Nessuno meglio di me può sapere che il torto è mio! Avevo beneficato quel povero giovine, come avevo beneficato tutti coloro che laggiù lo hanno assassinato! Qual altro frutto poteva recare il beneficio? Il Costa era cresciuto a casa mia, come un figliuolo; e quella mia povera ragazza...
Ma sì, certo! E io, io vedevo bene la necessità che il male da me fatto in principio, beneficando, si dovesse compiere con un matrimonio; però, lo confesso, mi ripugnava, e cercavo d'allontanarlo quanto più mi fosse possibile.
Ma, vedete: intanto, avevo richiamato quel figliuolo dalla Sardegna, e lo avevo assunto alla direzione delle zolfare d'Aragona; e ora, qua a Roma, avevo detto al Capolino che, se il Costa fosse riuscito a domare quei bruti laggiù, io gli avrei dato in premio la mia figliuola.
Notate questo: che dunque Capolino sapeva e, per conseguenza, sapeva anche la moglie, che questo era il mio disegno.
Sì, è vero, sotto, avevo altre intenzioni, o piuttosto, una speranza...
Signori miei, io potevo bene per la mia figliuola aspirare a ben altro...
(e, così dicendo, fissò negli occhi Lando Laurentano).
L'avevo perciò condotta a Roma e mi proponevo di lasciarla qua in casa di mia sorella, con la speranza che si distraesse da quella sua puerile ostinazione.
Ebbene, la signora Capolino volle profittare di questa mia speranza per render vano quel mio disegno: volle partire col Costa per toglierlo per sempre alla mia figliuola.
E il signor Capolino forse sperava che, sposo Aurelio, domani, di mia figlia e già amante di sua moglie, egli potesse seguitare a tenere un posto in casa mia.
E ora, ora che tutto gli è crollato così d'un tratto, ha gridato a mia figlia, come mie, le sue macchinazioni! Ma io vi giuro, signori, che lo schiaccerò, lo schiaccerò...
Seppure...
ormai...
ormai...
Scrollò le spalle, scartò con le mani quella sua minaccia come se ogni proposito gli désse ora un'invincibile nausea.
E andò a buttarsi su una poltrona, come atterrito a mano a mano dal vuoto arido, orrido, che dopo quel lungo sfogo gli s'era fatto dentro.
Nulla: non sentiva piú nulla: nessuna pietà, né affetto per nessuno.
Un fastidio enorme, anzi afa, afa sentiva ormai di tutto, e specialmente della parte che doveva rappresentare, di padre inconsolabile per quella sciagura della figliuola, che invece non gli moveva altro che irritazione, ecco, e dispetto, e quasi vergogna, sì, vergogna.
Quella smania folle della figliuola per l'innamorato lo rivoltava come alcunché di vergognoso.
E si domandava, con bieca crudezza, se avesse mai amato veramente, di cuore, quella sua figliuola.
No.
Come per dovere l'aveva amata.
E ora che questo dovere gli si rendeva così grave e penoso, non poteva provarne altro che uggia e nausea.
Ma sì, perché era anche fatalmente condannata quella sua figliuola! Non era pazza la madre? E ormai, tutto quello che poteva accadergli, ecco, gli era accaduto.
La misura era colma, e basta ormai! Lo sterminio della sorte su la sua esistenza era compiuto; in quel vuoto arido, orrido, restava padrone, senza più nulla da temere.
La morte non la temeva.
E guardò il brillìo della grossa pietra preziosa dell'anello nel tozzo mignolo della sua mano pelosa, posata su la gamba.
Quel brillìo, chi sa perché, gli richiamò un lembo delle carni di Nicoletta Capolino che laggiù quei bruti avevano arse.
Sollevò il capo, con le nari arricciate.
Ah come volentieri avrebbe fumato un sigaro! Ma pensò che non poteva fumare, perché in quel momento sarebbe sembrato scandaloso.
Sentì che Francesco Vella diceva a Lando Laurentano:
- Ma sì, è certo: erano fuggiti! Partiti da quattro giorni, arrivavano allora appena ad Aragona...
Dove erano stati in questi quattro giorni?
E interloquì, con altra voce, con altro aspetto, come se non fosse più quello di prima:
- Non c'è luogo a dubbio, - disse.
- Già l'altro jeri da Napoli m'era arrivata una lettera del Costa, con la quale si licenziava da me.
È andato dunque a morire per conto suo laggiù: e anche di questo, dunque, posso non aver rimorsi.
Entrò a questo punto Ciccino come sospeso e smarrito nell'ambascia della notizia che recava.
- Lando, - disse esitante, - bisogna che ti avverta...
Quel vecchio...
- Mauro?
- Ecco, sì...
era venuto qua col tuo domestico a cercarti per...
dice che...
dice che hanno arrestato Roberto Auriti.
Lando impallidì, poi arrossì, aggrottando le ciglia come per un pensiero che, contro la sua volontà, gli si fosse imposto; si mostrò imbarazzato lì tra gente che aveva per sé una sciagura ben più grave.
- Vada, vada, - s'affrettò a dirgli Flaminio Salvo, tendendogli una mano e posandogli l'altra su una spalla per accompagnarlo.
- Le auguro, - gli disse allora Lando, - che sia un turbamento passeggero questo della sua figliuola.
Flaminio Salvo socchiuse gli occhi e negò col capo:
- Non mi faccio illusioni.
E rientrarono nel salone, così, con le mani afferrate.
Mauro Mortara, già da un pezzo esasperato, soffocato, ancora con la povera fanciulla demente aggrappata al petto, non seppe trattenersi a quello spettacolo: si scrollò con un muggito nella gola, e gridò alle due donne che gli stavano attorno:
- Tenetela...
prendetevela...
Gli dà la mano...
Non posso vederlo...
Sapete come si chiama? Ha il nome di suo nonno: Gerlando Laurentano!
E, strappandosi dalle braccia di Dianella, scappò via.
Flaminio Salvo schiuse le labbra a un sorriso amaro, più di commiserazione derisoria che di sdegno: e, alle scuse che gli porgeva Lando Laurentano, rispose:
- Contagio...
Niente, principe...
La pazzia purtroppo è contagiosa...
CAPITOLO QUINTO
A Girgenti, tutto il popolo si accalcava nel vasto piano fuori Porta di Ponte, all'entrata della città, in attesa che dalla stazione, giù in Val Sollano, arrivassero con le vetture di quella corsa i resti (che si dicevano raccolti in una sola cassa) di Nicoletta Capolino e di Aurelio Costa.
Sbalordimento, angoscia, ribrezzo erano dipinti su tutti i volti per quell'efferato delitto, che da due giorni teneva in subbuglio la città e tutta la provincia intorno.
Era in tutti quegli occhi un'attenzione intensa e dolorosa, un'ansietà guardinga di raccoglier nuove notizie di più precisi particolari e di non lasciarsi nulla sfuggire; perché nessuno era pago di quanto sapeva, e tutti volevano vedere e quasi toccare con gli occhi, in quella cassa che si aspettava, la prova che ciò che era avvenuto lontano, e che pareva per la sua ferocia incredibile, era vero.
Non avendo potuto assistere allo spettacolo di quella ferocia, volevano vedere almeno, per quanto or ora sarebbe possibile, i miserandi effetti di essa.
Antiche ragioni, per una almeno delle vittime; altre nuove che ora si divulgavano e accrescevano, tra lo stupore e la pietà, il tragico dell'avvenimento, se trattenevano il rimpianto, non potevano impedir la commiserazione per l'atrocità di quella morte, l'indignazione per l'infamia che si riversava per essa su l'intera provincia.
Viva ancora davanti agli occhi di tutti era l'immagine della bellissima donna, quando, altera, squisitamente abbigliata, passava nella vettura del Salvo e chinava appena il capo per rispondere ai saluti con un sorriso quasi di mesta compiacenza.
Tutti vedevano entro di sé, con una strana nitidezza di percezione, qualche particolarità viva del corpo o dell'espressione di lei, il bianco dei denti appena trasparente tra il roseo delle labbra, in quel sorriso; il brillare degli occhi tra le ciglia nere; e si domandavano, con una indefinibile inquietudine, chi avrebbe potuto immaginare, allora, che dovesse esser questa la sua fine.
Per lasciare, così d'un tratto, gli agi e gli onori a cui, col Salvo amico e col marito deputato, era salita, e prender la fuga con uno, al quale prima aveva ricusato d'unirsi in matrimonio, via, certo il cervello doveva averle dato di volta.
Ma forse per astio, ecco, per astio contro Dianella Salvo che amava segretamente il Costa...
Forse? E non si sapeva già che quella poverina, appena avuta la notizia della fuga e di quel macello, era impazzita come la madre? Dunque, dal tradimento quei due, da un'avventura che forse per uno solo di essi era d'amore, e che già di per sé avrebbe suscitato tanto scandalo in paese, erano balzati a quella morte.
Ma come, perché si erano diretti ad Aragona dov'egli doveva sapersi aspettato da quelle jene fameliche da tanti mesi per la chiusura delle zolfare del Salvo? Ma perché alla volta di Girgenti, così fuggiti insieme, non potevano avviarsi.
Quella fuga, più che in onta al marito, era in onta al Salvo, e perciò là appunto s'era volta, dove tutti erano contro il Salvo.
Forse egli, il Costa, credeva, o almeno sperava che, annunziando subito all'arrivo che anche lui si era ribellato al Salvo, quelli dovessero accoglierlo come uno dei loro e non tenerlo più responsabile delle mancate promesse.
E poi, lì, ad Aragona, aveva la casa; forse vi andava soltanto per prendere la roba, gli strumenti del suo lavoro, i libri, col proposito di ripartirsene subito, di ritornarsene in Sardegna al posto di prima.
Sì; ma con la donna? doveva andar lì, tra nemici, con la donna? Poteva almeno lasciar questa, prima, in qualche posto! Eh, ma forse lei, lei stessa aveva voluto affrontare insieme il pericolo.
Aveva animo fiero, quella donna, e aveva saputo mostrarlo di fronte a quell'orda di selvaggi, levandosi in piedi su la carrozza, a fare scudo del suo corpo ad Aurelio Costa, e gridando che questi per loro s'era licenziato dal Salvo, per le promesse non mantenute! Ma quel ribaldo di Marco Prèola aveva levato la voce:
- Morte alla sgualdrina!
E l'orda dei selvaggi, rimasta dapprima come sbigottita dalla temerità superba di quella signora, aveva avuto un fremito.
Forse ancora Nicoletta Capolino sarebbe riuscita a dominarla, a farsi ascoltare, se inconsultamente a quel grido di morte, a quell'ingiuria volgare, Aurelio Costa non fosse balzato in difesa di lei, con l'arma in pugno.
Allora la carrozza era stata assaltata da ogni parte, e l'uno e l'altra, tempestati prima di coltellate, di martellate, erano stramazzati, poi sbranati addirittura, come da una canea inferocita; anche la carrozza, anche la carrozza era stata sconquassata, ridotta in pezzi; e, quando su la catasta formata dai razzi delle ruote, dagli sportelli, dai sedili, erano stati gettati i miserandi resti irriconoscibili dei due corpi, s'era visto uno versare su di essi da un grosso lume d'ottone a spera, trafugato dalla vicina stazione ferroviaria, il petrolio, e tanti e tanti con cupida ansia affannosa appiccare il fuoco, come per toglier subito ai loro stessi occhi l'atroce vista di quello scempio.
Così, i particolari della strage erano per minuto e quasi con voluttà d'orrore descritti e rappresentati, come se tutti vi avessero assistito e la avessero ancora davanti agli occhi.
Vedevano tutti quel bruto insanguinato, che versava il petrolio da quella lampa d'ottone su le membra oscenamente squarciate e ammucchiate su la catasta, e quegli altri chini e ansanti a suscitare il fuoco.
Si sapeva che molti, più di sessanta, erano gli arrestati insieme con Marco Prèola, aborto di natura; prima, lancia spezzata dei clericali; poi, presidente di quel fascio di solfaraj ad Aragona.
Tra breve, dunque, forse quel giorno stesso, un nuovo avvenimento spettacoloso: il trasporto di tutti quei manigoldi, in catena, a due a due, dalla stazione al carcere di San Vito, tra una scorta solenne di guardie, di carabinieri a cavallo e di soldati.
- Ecco, ecco intanto le carrozze! - Là, eccola! - Dov'era la cassa? - Uh, come piccola! - Eccola là! - Su la terza carrozza là, su quella che aveva in serpe un maresciallo! - Uh, capiva tutta sul sedile davanti! - Quella, quella cassetta là! quella cassettina di latta! - Quella? che nell'altro sedile c'era il commissario di polizia? - Sì, sì! - E chi era quell'altro accanto? Ah, Leonardo Costa! il padre! il padre! - Ah, povero padre, con quella cassetta là davanti!
Un urlo di pietà, di raccapriccio si levò da tutta la folla alla vista del padre che pareva impietrato in una espressione di rabbia, ma come stupefatta nell'orrore; con gli occhi fissi su quella cassetta, quasi chiedesse come poteva esser là il suo figliuolo, la sua colonna! Ma che poteva dunque esser restato, del suo figliuolo, se due corpi, due, erano là, due? Le teste sole? Forse, spiccate, sì, e qualche membro, arsicchiato.
Oh Dio! oh Dio!
E quasi tutti piangevano, e tanti singhiozzavano forte.
Udendo quegli urli, quei inghiozzi, Leonardo Costa, passando, levò un urlo anche lui, esalò la ferocia del suo cordoglio in un ruglio che non aveva più nulla di umano; poi s'abbatté, si contorse, tra le braccia del commissario di polizia.
La carrozza si fermò alla voltata della piazza, dove sorge il palazzo della Prefettura, sede anche del commissariato di polizia.
Due guardie presero la cassetta; il cavalier Franco ajutò Leonardo Costa a smontare.
Il povero vecchio, per quanto massiccio, non si reggeva più su le gambe; un'orecchia gli sanguinava, perché alla stazione, in un impeto di rabbia, s'era strappato uno dei cerchietti d'oro.
Altre guardie si schierarono davanti al portone, per impedire alla folla d'invadere l'atrio del palazzo.
E la folla restò lì davanti, irritata, delusa, insoddisfatta.
Che sarebbe avvenuto adesso? Era tutto finito così? Sarebbe rimasta lì, nel commissariato, quella cassetta? Non si farebbe il trasporto al camposanto di Bonamorone? C'era lì la gentilizia della famiglia Spoto.
Ormai più nessuno restava di quella famiglia.
Per Aurelio Costa c'era il padre; per Nicoletta Capolino, nessuno: non poteva esserci il marito; avrebbe potuto esserci il patrigno, don Salesio Marullo; ma si sapeva che il poverino, abbandonato da tutti, era andato a cercar rifugio per carità a Colimbètra, e si trovava lì da qualche mese, ammalato.
Forse Leonardo Costa reclamava per sé i resti del suo figliuolo, per trasportarli al camposanto di Porto Empedocle; e ragioni giudiziarie si opponevano a questo suo desiderio.
La folla, a poco a poco, cominciò a sbandarsi tra infiniti commenti.
Leonardo Costa voleva proprio ciò che la folla aveva immaginato.
Il commissario, cav.
Franco, cercava di persuaderlo ad avere un po' di pazienza, che prima tutte le pratiche giudiziarie fossero, come egli diceva, esperite, là in ufficio...
Ma sì, in giornata; dopo la visita del giudice istruttore.
Il Costa, come se non capisse, insisteva, ripetendo ostinatamente, con le stesse parole, la richiesta pietosa.
E il cavalier Franco, quantunque compreso di pietà per quel povero padre, sbuffava, non ne poteva più.
Erano momenti terribili, per lui, e non sapeva da qual parte voltarsi prima, giacché da ogni canto della provincia, da tutta la Sicilia, giungevano notizie di giorno in giorno più gravi; pareva che da un istante all'altro dovesse scoppiare una generale sommossa e il presidio delle milizie era scarso, e più scarso ancora quello di polizia.
Ma che voleva, che altro voleva adesso quel benedett'uomo? Voleva...
voleva che i resti di suo figlio - quali che fossero - non rimanessero mescolati là con quelli della donna, di quella donna esecrata! Perché, perché cosí insieme li avevano raccolti?
- Perché? - gli gridò.
- Ma che vi figurate che ci sia più là dentro?
E indicò la cassetta, deposta su una tavola.
- Oh figlio!
- Tutto quello che si è potuto raccogliere, tra le fiamme.
Niente! quasi niente!
- Oh figlio!
- Che volete più scartare, distinguere? Si arrivò troppo tardi.
Alla stazione non c'erano guardie.
Prima che arrivasse il delegato d'Aragona, il fuoco...
Niente, vi dico...
qualche residuo d'ossa...
- Oh figlio!
- Non si conosce più nulla...
Sì, sì, pover'uomo, sì, piangete, piangete, che è meglio...
Povero Costa, sì...
sì...
È una cosa che...
oh Dio, oh Dio, che cosa...
sì, fa rinnegare l'umanità! Ma voi pensate, per levarvi almeno questa spina dal cuore, pensate che lì non c'è...
vostro figlio lì non c'è: non c'è più niente lì...
E del resto, poverino, pensate che quella donna, se voi la odiate, egli la amò; e forse non gli dispiace adesso, che ciò che di lui ci può essere là dentro, sia insieme, mescolato, coi resti di lei...
Povera donna! Avrà avuto i suoi torti, ma via, che sorte anche la sua!
- No...
no...
lei...
non posso...
non posso parlare...
lei...
a perdizione...
mio figlio...
lei! Ma non sapete, signor commissario, che mio figlio era amato dalla figlia del principale? Si sa sicuro...
sicuro, questo...
è impazzita quella povera figlia mia, come la mamma! È stata...
è stata tutta una macchina...
Costei e quell'assassino del padre...
che se la intendevano tra loro...
per rovinare questo figlio mio...
per toglierlo all'amore di quella santa creatura...
Oh, signor commissario, legatemi, legatemi le braccia; signor commissario, chiudetemi, chiudetemi in prigione, perché se io lo vedo, quell'assassino che mi ha fatto morire il figlio così, io lo ammazzo, signor commissario, io non rispondo di me, lo ammazzo! lo ammazzo!
Il cavalier Franco intrecciò le mani, le strinse, le scosse piú volte in aria:
- Ma vi pare, - gli gridò poi, con gli occhi sbarrati - vi pare, scusate, che io debba sentire simili spropositi? Vi compatisco, siete arrabbiato dal dolore e non sapete più quel che vi dite.
Ma perdio, vostro figlio, vostro figlio...
in un momento come questo, che basta un niente...
una favilla, a mandare in fiamme tutta la Sicilia...
non si contenta di prender la fuga come un ragazzino con la moglie d'un deputato...
ma va a cacciarsi da sé, là, come a dire: «Eccoci qua, fateci a pezzi! Cercate l'esca? Eccola qua! Ci siamo noi!» Perdio, bisogna esser pazzi, ciechi...
io non so! Con chi ve la prendete? E noi siamo qua a dover rispondere di tutto...
anche d'una pazzia come questa! E per giunta, mi tocca di sentire anche voi: «ammazzo! ammazzo! ammazzo!» Chi ammazzate? Credete che il Salvo, se pur è vero tutto quel che voi farneticate, ha bisogno della vostra punizione? Gli basta la pazzia della figlia!
Il Costa, dopo questa sfuriata, non ebbe più ardire di parlar forte; lo guardò con gli occhi invetrati di lagrime; e si morse un dito; mormorò:
- Se fosse capace di rimorso, signor commissario! Ma non è!
Il cavalier Franco si scrollò; uscì dalla stanza.
- Andate, andate...
- gli disse dietro, il Costa; poi cauto, s'appressò alla cassetta deposta su la tavola, e si provò ad alzarla.
Un groppo di singulti muti, fitti, nella gola e nel naso, gli scrollarono in convulsione la testa.
Non pesava, non pesava niente, quella cassetta!
S'inginocchiò davanti alla tavola, appoggiò la fronte al freddo di quella latta, e si mise a gemere:
- Figlio!...
figlio...
figlio!...
Due giorni dopo, arrivò a Girgenti, inatteso, funebre, l'on.
Ignazio Capolino.
La condizione, in cui lo aveva messo non tanto forse la sciagura improvvisa quanto lo scatto violento per cui Dianella Salvo aveva perduto la ragione, era così difficile e incerta, che egli aveva bisogno di raccogliere a consulto, lì sul posto, tutte le sue forze per trovare una via da uscirne in qualche modo, al più presto.
Lo scandalo della fuga della moglie era soffocato nell'orrore della morte; il tragico, che spirava da questa morte, lo rendeva immune dal ridicolo che poteva venirgli da quella fuga.
Bastava dunque presentarsi ai suoi concittadini compunto nell'aspetto, ma nello stesso tempo austeramente riservato, per trarre profitto della commozione generale, senza tuttavia parteciparvi, giacché dalla moglie era stato offeso.
La simpatia degli altri doveva venirgli come giusto e meritato compenso a questa offesa.
E dovevano tutti vedere che egli soffriva, schiantato dall'atrocissimo fatto, e che lui più di tutti meritava compianto, poiché finanche dalle due vittime tanto commiserate era stato offeso, così da non poter piangere, neanche piangere ora la sua sciagura!
Eppure...
come mai? Rientrando in casa, in quella casa che le squisite e sapienti cure della moglie avevano reso così bene adatta alla commedia di garbate e graziose menzogne, alla gara di compitezze ammirevoli, nella quale entrambi avevano preso tanto gusto a esercitarsi perché la loro vita non fosse troppo di scandalo agli altri, troppo disgustosa a loro stessi; e sentendo nel silenzio cupo delle stanze, rimaste con tutti i mobili come in attesa, il vuoto, il vuoto in cui dal primo momento della sciagura si vedeva perduto...
- come mai? - nell'aprir la camera da letto e nell'avvertirvi affievolito, ma pur presente ancora, il voluttuoso profumo di lei, ecco, per un irresistibile impeto che lo stordì per la sua incoerenza, ma che pur gli piacque come un ristoro insperato di accorata tenerezza - pianse, sì, pianse per il ricordo di lei, pianse per la prima volta dopo l'annunzio di quella morte, pianse come non aveva mal pianto in vita sua, sentendo in quel pianto quasi un dolore non suo, ma delle sue lagrime stesse che gli sgorgavano dagli occhi senza ch'egli le volesse, ma, appunto perché non le voleva, con tanto sapor di dolcezza e di refrigerio!
Non doveva però, no, no, non doveva...
perché...
si fermò un momento a considerare perché non avrebbe dovuto piangerla.
Non era stata forse la compagna sua necessaria e insurrogabile? la compagna preziosa dei suoi sottili e complicati accorgimenti, la quale, correndo - più per sé, forse, quella volta, che per lui - a un riparo a cui anch'egli però l'aveva spinta - era caduta? Sì, e così orribilmente, così orribilmente caduta! Eppure, no; apparentemente, ecco, almeno apparentemente non doveva piangerla...
Così in segreto sì, anche perché quel pianto gli faceva bene, ora.
Era restato solo; e da sé solo, ora, doveva ajutarsi, difendersi; e non sapeva ancora, non vedeva come.
Piangendo, no, intanto, di certo!
E Capolino sorse in piedi; si portò via, prima con le mani, poi a lungo, col fazzoletto, accuratamente, le lagrime dagli occhi, dalle guance; si rimise le lenti cerchiate di tartaruga, e si presentò, fosco, severo, aggrondato, allo specchio dell'armadio.
Dio, come il suo viso era sbattuto, invecchiato in pochi giorni!
Il dolore? Che dolore? Non poteva riconoscere d'aver provato dolore...
se non forse or ora, un poco.
Ma no, anche prima, in fondo, aveva certo dovuto provarne uno e ben grande, se a Roma, all'annunzio della sciagura, era stato accecato da quella rabbia che lo aveva scagliato su Dianella Salvo.
Doveva pentirsi di quello scatto?
Si era con esso attirato per sempre l'odio, la nimicizia mortale del Salvo.
Ma se pur fosse riuscito a reprimersi in quel primo momento, a vietarsi la soddisfazione feroce di quella vendetta, che avrebbe ottenuto? A lui, restato solo, senza più la moglie, avrebbe forse Flaminio Salvo seguitato a dare ajuto e sostegno, per il rimorso e la complicità segreta nel sacrifizio di quella? Forse la figlia, già inferma, sarebbe impazzita anche senza quel suo scatto, al solo annunzio della morte del Costa.
E allora? Flaminio Salvo avrebbe creduto di pagare già abbastanza con la pazzia della figliuola; e per lui non avrebbe avuto più alcuna considerazione; anzi lo avrebbe respinto da sé, come lo spettro del suo rimorso.
Caso pensato.
Se poi Dianella non fosse impazzita e si fosse a poco a poco quietata, era uomo Flaminio Salvo, avendo raggiunto lo scopo, da restar grato alla memoria di chi gliel'aveva fatto raggiungere, a costo della propria vita; e, per essa, al marito, rimasto vedovo? Ma se già, subito, per scrollarsi d'addosso ogni responsabilità, subito aveva gridato ai quattro venti che Nicoletta Capolino e Aurelio Costa avevano preso la fuga e che il Costa s'era licenziato ed era andato dunque a morire per conto suo, ad Aragona, insieme con l'amante! Sì: fuggita col Costa, sua moglie; ma chi l'aveva spinta a commettere questa pazzia? Chi aveva spedito a Roma il Costa con la scusa di quel disegno da presentare al Ministero? Chi aveva aizzato la gelosia, o piuttosto, il puntiglio di lei, facendole balenare prossimo il matrimonio della figlia col Costa? Ed egli, Capolino, egli, il marito, aveva dovuto prestarsi a tutte queste perfide manovre che dovevano condurre a una tale tragedia; così, è vero? per restar poi abbandonato, senza più alcuna ragione d'ajuto, raccolto il frutto di tante scellerate perfidie! Ah, no, perdio! Di quel suo scatto non doveva pentirsi.
Se egli aveva perduto la moglie, e lui la figlia! Pari, e di fronte l'uno all'altro.
Ora il Salvo gli avrebbe soppresso ogni assegno.
Toccava a lui, dunque, di provvedere subito anche ai bisogni più immediati.
E ogni credito presso gli altri, con l'amicizia del Salvo, gli veniva meno.
Che fare? Come fare?
Così pensando, Capolino brancicava con le dita irrequiete la medaglietta da deputato appesa alla catena dell'orologio.
Aveva per sé, ancora, il prestigio che gli veniva da quella medaglietta.
Per ora, il Salvo non poteva strappargliela dalla catena dell'orologio.
E con essa, per uno che valeva, se non più, certo non meno del Salvo in paese, egli era ancora il deputato.
Don Ippolito Laurentano non avrebbe permesso, che colui che rappresentava alla Camera il paladino della sua fede, si dibattesse tra meschine difficoltà materiali.
Ecco: subito, prima che Flaminio Salvo arrivasse a Girgenti e si recasse a Colimbètra a preoccupare l'animo del principe contro di lui, egli vi correrebbe e parlerebbe aperto a don Ippolito della perfidia di colui.
Dopo tanti mesi di convivenza con donna Adelaide, non doveva il principe essere in animo da tenere più tanto dalla parte del cognato; oltreché, in favor suo, egli avrebbe in quel momento la commiserazione per la sua sciagura.
Poteva, sì, contro a questa, il Salvo porre in bilancia quella della propria figliuola; ma appunto su ciò egli andrebbe a prevenire il principe, dimostrandogli che non lui, con quel suo scatto naturale e legittimo, nella rabbia del cordoglio, era stato cagione di quella pazzia; ma il padre, il padre stesso che con tanta violenza aveva voluto impedire che la figlia sposasse il Costa, sacrificando costui e distruggendolo insieme con la moglie.
Ora, per sgabellarsi d'ogni rimorso, voleva gettar la colpa addosso a lui, e anche di lui sbarazzarsi, come già del Costa e della moglie.
Ecco il piano! Ma né quel giorno, né il giorno appresso, Capolino ebbe tempo di recarsi a Colimbètra ad attuarlo.
Una processione ininterrotta di visite lo trattenne in casa, con molta sua soddisfazione, quantunque sapesse e vedesse chiaramente che più per curiosità che per pietà di lui si fosse mossa tutta quella gente, la quale certo, domani, a un cenno del Salvo, gli avrebbe voltato le spalle.
A ogni modo, andando dal principe, avrebbe potuto parlare di questo solenne attestato di condoglianza e di simpatia dell'intera cittadinanza; oltreché, in tanti animi che, per la commozione del tragico avvenimento, eran come un terreno ben rimosso e preparato, poteva intanto seminar odio per il Salvo, così senza parere.
- Non me ne parlate, per carità! - protestava, alterandosi in viso al minimo accenno.
- Dovrei dir cose, cose che...
no, niente; per carità, non mi fate parlare...
E se qualcuno, esitante, insisteva:
- Quella povera figliuola...
- La figliuola? - scattava.
- Ah, sì, povera, povera vittima anche lei! Non sopra tutte le altre, però, certo...
Per carità, non mi fate parlare...
Il salotto era pieno zeppo di gente quando entrò il D'Ambrosio, quello che gli aveva fatto da testimonio nel duello col Verònica e che era lontano parente di Nicoletta Spoto.
Avvenne allora una scena che, neanche se Capolino l'avesse preparata apposta, gli sarebbe riuscita più favorevole.
Il D'Ambrosio entrò tutto gonfio di commozione, e con le braccia protese.
In piedi, tutti e due si abbracciarono in mezzo alla stanza, si tennero stretti un pezzo piangendo forte.
Forte, con la sua abituale irruenza, parlò il D'Ambrosio, staccandosi dall'abbraccio:
- Dicono tutti, qua, che Nicoletta mia cugina era la ganza di quell'imbecille del Costa: è vero? Tu puoi dirlo meglio di tutti: è vero?
Sbigottiti, gli astanti si volsero a guatare il Capolino.
Questi cadde a sedere, come trafitto, su la poltrona, con le braccia abbandonate su le gambe, e scosse amaramente il capo.
Poi, facendo un atto appena appena con le mani, parlò:
- Troppe...
troppe cose dovrei dire, che non posso...
Anche la pietà, capirete...
sì, sì...
anche queste lacrime, amici, mi bruciano! Perché anche da quei due che le meritano per la loro sorte, ma da voi, cari, da voi; non da me...
anche da quei due io ebbi male; ma sopra tutto da chi li guidò a quel passo; da chi li teneva in pugno, e...
- Il Salvo! - proruppe il D'Ambrosio.
- Hanno arrestato ad Aragona Marco Prèola; ma lui, il Salvo, per la Madonna, debbono arrestare! lui affamò là tutto il paese! lui è il vero assassino! E giustamente Dio l'ha punito, con la pazzia della figlia! Così, tra due pazze, se ne starà ora con tutte le sue ricchezze!
Capolino, allora, scattò in piedi, sublime.
- Ma per carità! no! no! Non posso permettere che si dicano di queste cose alla mia presenza! Vuoi difendere quegli assassini? Via! Sappiamo tutti che il Salvo era nel suo diritto, chiudendo là le zolfare! Ognuno provvede, come sa e crede, ai proprii interessi.
E, del resto, non si è forse adoperato in tanti modi qua, al risorgimento dell'industria? No, no! Signori miei, vedete? parlo io, io, in questo momento, e arrivo fino a dirvi che egli, dal suo canto, anche come padre, ha creduto di agire per il bene della figliuola! Voi tutti non avete alcuna ragione per non riconoscer questo; potrei non riconoscerlo io, io solo, perché i mezzi di cui si è servito mi hanno distrutto la casa, spezzato la vita! Ma egli mirava, là, al bene di tutti quei bruti; e qua, al bene della sua figliuola!
Dieci, quindici, venti mani si tesero a Capolino, in un prorompimento d'ammirazione per così magnanima generosità; e Capolino si sentì levato d'un cubito sopra se stesso.
- Forse mi vedrò costretto, - soggiunse con triste gravità, - a restituirvi il mandato, di cui avete voluto onorarmi.
- No! no! che c'entra questo? E perché? - protestarono alcuni.
Capolino, sorridendo mestamente, levò le mani ad arrestare quell'affettuosa protesta:
- La condizione mia, - disse.
- Considerate.
Potrei più aver rapporti, non dico di parentela o d'amicizia, ma pur soltanto d'interessi, con Flaminio Salvo? No, certo.
E allora? Devo provvedere a me stesso, signori miei, mentre il mandato che ho da voi esige un'assoluta indipendenza, quella appunto che avevo per i miei ufficii nel banco del Salvo.
Ora...
ora bisognerà che mi raccolga a pensar seriamente ai miei casi.
Non son cose da decidere così su due piedi e in questo momento.
- Ma sì! ma sì! - ripresero quelli a confortarlo a coro.
- Questi sono affari privati! La rappresentanza politica...
- Eh eh...
- Ma che! non c'entra...
- Altra cosa...
- E poi, per ora...
- Per ora, - disse, - mi basta, miei cari, di avervi dimostrato questo: che sono pronto a tutto, e che guardo le cose e la mia stessa sciagura con animo equo e, per quanto mi è possibile, sereno.
Grazie, intanto, a tutti, amici miei.
Più tardi, recatosi al Vescovado a visitar Monsignore, ebbe da questo tali notizie su don Ippolito Laurentano e donna Adelaide, che stimò da abbandonare senz'altro il piano dapprima architettato, e che anzi gli convenisse aspettare il ritorno di Flaminio Salvo da Roma, per recarsi a Colimbètra a tentarne un altro, che già gli balenava, audacissimo.
Flaminio Salvo non volle lasciare a Roma Dianella in qualche «casa di salute», come i medici e la sorella e il cognato gli consigliavano; disse che, se mai, l'avrebbe lasciata in una di queste case a Palermo, per averla più vicina e poterla più spesso visitare; ma la sua casa ormai - soggiunse - poteva pur trasformarsi in uno di questi privati ospizii della pazzia, sotto il governo d'uno o più medici e con l'assistenza di altre infermiere adatte: vi restava egli solo provvisto di ragione; ma sperava che presto, con l'esempio e un po' di buona volontà, la perderebbe anche lui.
Quando fu sul punto di partire, però, si vide costretto a ricorrere a Lando Laurentano, perché gli désse a compagno di viaggio Mauro Mortara, da cui Dianella non avrebbe voluto più staccarsi, e che forse era il solo che avrebbe potuto indurla a uscire da uno stanzino bujo ove s'era rintanata, e a partire.
Lando Laurentano, che si preparava in gran fretta anche lui, chiamato a Palermo dai compagni del Comitato centrale del partito, rispose al Salvo, che avrebbero potuto fare insieme il viaggio, e che la mattina seguente sarebbe venuto con Mauro a prenderlo in casa Vella.
Flaminio Salvo notò nell'aspetto, nella voce, nei gesti del giovane principe una strana agitazione febbrile, e fu più volte sul punto di domandargliene premurosamente il motivo; ma se n'astenne.
Lando Laurentano era in quell'animo per una ragione, a cui il Salvo non avrebbe potuto neppur lontanamente pensare in quel momento: cioè, l'enorme impressione prodotta in tutta Roma dal suicidio di Corrado Selmi.
Se n'era divulgata la notizia la sera stessa, che egli usciva con Mauro da casa Vella.
Il grido d'un giornalajo glien'aveva dato l'annunzio.
Aveva fatto fermar la vettura per comperare il giornale.
Ma, anziché dargli gioja, quell'annunzio improvviso lo aveva in prima stordito.
Aveva ordinato al vetturino d'accostarsi a un fanale, per leggere, non ostante l'impazienza di Mauro; aveva saltato il lungo commento necrologico premesso alle notizie sul suicidio, ed era corso con gli occhi a queste.
Dal racconto del cameriere del Selmi aveva saputo, prima, l'aggressione a mano armata del nipote di Roberto Auriti, quando già il Selmi aveva ingojato il veleno; poi...
ah poi!...
una visita, che il giornalista diceva drammaticissima, al Selmi appena spirato, «d'una dama velata» di cui, per degni rispetti, non si faceva il nome, «accorsa», seguitava il cronista, «ignara del suicidio, forse per dare ajuto e conforto all'amico, dopo la sfida da lui lanciata, la mattina, all'intera assemblea».
Lando Laurentano non aveva avuto alcun dubbio, che quella dama velata fosse donna Giannetta D'Atri, sua cugina; e aveva strappato il giornale, con schifo e con rabbia, gridando al vetturino di correre a casa.
Qua aveva trovato in smaniosa ambascia Celsina Pigna e Olindo Passalacqua, che cercavano disperatamente Antonio Del Re, scomparso dalla mattina.
Eran sembrate così inopportune a Lando in quel momento la vista buffa di quell'uomo, le smaniette di quella ragazza, tutta quell'ansia attorno a lui per la ricerca d'un giovane ch'egli non conosceva e ch'era tanto lontano dai suoi pensieri, che aveva avuto contro il suo solito un violento scatto d'ira.
Aveva chiamato Raffaele, il cameriere, per ordinargli di mettersi a disposizione di quei due, ed era rimasto solo con Mauro.
Questi, interpretando quello scatto come un segno di sprezzante noncuranza per l'arresto del cugino, non s'era potuto trattenere; gli s'era fatto innanzi tutto acceso di sdegno, gridando:
- Me ne voglio andare, subito! ora stesso! Non voglio più guardarvi in faccia!
- Mauro! Mauro! Mauro! - aveva esclamato Lando, scotendo in aria le mani afferrate.
Mauro allora s'era cacciato una mano in tasca, per trarne fuori le medaglie:
- Guardate! Dal petto me l'ero strappate, davanti al delegato, quando ho visto arrestare vostro cugino! Ora quella ragazza è venuta a riportarmele...
Che sangue avete voi nelle vene? È questa la gioventù d'oggi? è questa?
- La gioventù...
- s'era messo a rispondere con veemenza Lando; ma s'era subito frenato, premendosi forte le pugna serrate su la bocca e andando a sedere, coi gomiti su le ginocchia e la testa tra le mani.
La gioventù? Che poteva la gioventù, se l'avara paurosa prepotente gelosia dei vecchi la schiacciava così, col peso della più vile prudenza e di tante umiliazioni e vergogne? Se toccava a lei l'espiazione rabbiosa, nel silenzio, di tutti gli errori e le transazioni indegne, la macerazione d'ogni orgoglio e lo spettacolo di tante brutture? Ecco come l'opera dei vecchi qua, ora, nel bel mezzo d'Italia, a Roma, sprofondava in una cloaca; mentre su, nel settentrione, s'irretiva in una coalizione spudorata di loschi interessi; e giù, nella bassa Italia, nelle isole, vaneggiava apposta sospesa, perché vi durassero l'inerzia, la miseria e l'ignoranza e ne venisse al Parlamento il branco dei deputati a formar le maggioranze anonime e supine! Soltanto, in Sicilia forse, or ora, la gioventù sacrificata potrebbe dare un crollo a questa oltracotante oppressione dei vecchi, e prendersi finalmente uno sfogo, e affermarsi vittoriosa!
Lando era balzato in piedi per gridare questa sua speranza a Mauro Mortara; ma s'era trattenuto per carità, alla vista di lui che piangeva, con quelle sue pietose medaglie in mano.
Il giorno appresso Antonio Del Re era stato ritrovato.
Olindo Passalacqua era venuto a mostrare a Lando due telegrammi e un vaglia spediti d'urgenza da Girgenti per far subito partire il giovine; ma aveva soggiunto che il Del Re si ricusava ostinatamente di ritornare in Sicilia.
Lando allora aveva pregato Mauro di recarsi a prendere il giovine per invitarlo a partire con loro il giorno appresso e Mauro a questa preghiera si era arreso di buon grado.
Ma come proporgli adesso di viaggiare insieme con Flaminio Salvo?
La mattina per tempo venne al villino di via Sommacampagna Ciccino Vella per concertare il modo di spinger fuori dal nascondiglio Dianella e farla partire.
Guaj, se vedeva il padre! Durante tutto il viaggio non doveva vederlo.
Zio Flaminio e Lando dovevano viaggiare in un altro scompartimento della vettura, senza mai farsi scorgere.
C'era anche quel giovanotto, il Del Re? Bene: tutti e tre, appartati, nascosti.
Mauro e Dianella sarebbero stati soli, nello scompartimento attiguo: tutt'intera una vettura sarebbe stata a loro disposizione.
Fu men difficile, a tali condizioni, persuadere Mauro a render questo servizio al Salvo.
Quando seppe che né ora, a casa Vella, né poi, durante tutto il tragitto, lo avrebbe veduto, e che non si trattava tanto di rendere un servizio a lui quanto un'opera di carità a quella povera fanciulla demente, si arrese aggrondato, e andò avanti con Raffaele in casa Vella.
Non ci fu bisogno né di preghiere né di esortazioni: appena Dianella rivide Mauro, balzò dal nascondiglio e tornò a riaggrapparsi a lui, incitandolo a fuggire insieme.
Si dovette all'incontro stentare a trattenerla un po' per rassettarla alla meglio, ravviarle i capelli scarmigliati, metterle un cappello in capo, perché almeno non desse tanto spettacolo alla gente, in compagnia di quel vecchio che già per suo conto attirava la curiosità di tutti.
Quando l'uno e l'altra, tenendosi per mano, quello col viso tutto scombujato, lo zainetto alle spalle, questa con gli occhi e la bocca spalancati a un'ilarità squallida e vana, i capelli cascanti, scompigliati sotto il cappello assettato male sul capo, attraversarono il salone per andarsene, chi li vide non se ne poté più levar l'immagine dalla memoria.
Che discorsi tennero tra loro, nel viaggio?
Dietro l'usciolino dello scompartimento, il Salvo e il Laurentano, ora l'uno ora l'altro, li intesero conversar tra loro, a lungo, e s'illusero dapprima che tra loro il vecchio e la fanciulla s'intendessero.
Ma sì, a maraviglia s'intendevano, perché l'uno e l'altra, ciascuno per sé, non parlavano se non con la propria follia.
E le due follie sedevano accanto e si tenevano per mano.
- Una donna...
vergogna!...
Non si dice Aurelio...
Signor Aurelio...
Signor Aurelio!...
Ma com'è possibile che l'abbia dimenticato?...
Una così grossa ferita al dito...
Vieni, vieni qua, al bujo...
nell'andito...
Te lo succhio io, il sangue dal dito...
Una donna? Vergogna...
Signor Aurelio...
- Questi...
sono questi, i figli! La nuova gioventù...
Per veder questo, oh assassini, abbiamo tanto combattuto, sacrificato la vita nostra...
per veder questo, donna Dianella! E che ci vado più ad appendere, adesso, sotto la lettera del Generale nel camerone? che ci vado più ad appendere, dopo tutto quello che ho visto?
- Eh, ma chi lo sa l'anno che viene? Il gelso, a marzo, coglie sangue di nuovo...
E allora, quand'è in amore, per gettare, è molle, molle come una pasta, e se ne fa quello che se ne vuole...
Chi lo sa l'anno che viene?
- Incerto il bene, ma certe le pene, figlia mia! Incerto il bene, ma certe le pene!
Così conversavano di là, quei due.
Né Lando né Flaminio Salvo badavano intanto a un altro, di qua con loro, che non diceva nulla, ma che pure non meno di quei due vaneggiava col cervello.
Non vedeva, non sentiva, non pensava più nulla, Antonio Del Re.
La furia della disperazione, con la quale s'era avventato sopra il Selmi, gli aveva come folgorato lo spirito.
Uscito dalla casa del Selmi, era rimasto vuoto, sospeso in una tetraggine attonita, spaventevole; e non ricordava più nulla, dove fosse andato, che avesse fatto, come e dove avesse passato la notte, se proprio la notte, una notte fosse passata.
Non rispondeva a nessuna domanda; forse non udiva.
Vedere, vedeva; stava per lo meno a guardare; ma la ragione non vedeva più, la ragione degli aspetti delle cose e degli atti degli uomini.
Non si era già opposto al suo ritorno in Sicilia; ma a muoversi da sé dal luogo ove i piedi lo avevano condotto e la stanchezza accasciato.
Si era mosso, allorché Mauro lo aveva strappato per il petto; ma senza udir nulla di quanto quegli gli aveva detto della nonna e della mamma.
Il Passalacqua e Celsina lo avevano accompagnato, la mattina, al villino di Lando; prima di partire aveva veduto Celsina sorridere a Ciccino Vella, accettarne il braccio, montare in carrozza con lui e col Passalacqua: tutto questo aveva veduto, e più là, col pensiero; e nulla, più nulla gli s'era rimosso dentro.
Quando, passato lo stretto di Messina, Lando Laurentano scese dal treno per proseguire su un altro alla volta di Palermo, Flaminio Salvo provò una certa costernazione al pensiero di restar solo nella vettura per un'intera giornata fino a Girgenti con quel giovane a lui ignoto, che due giorni avanti aveva levato il pugnale per uccidere il Selmi, e che ora gli teneva gli occhi addosso con tanta fissità di sguardo, tra il torvo e l'insensato.
Ecco, con tre pazzi egli viaggiava; e forse non meno pazzo di questi tre era quello or ora sceso dal treno con l'intenzione di mettere a soqquadro tutta l'isola! Lui solo, dunque, per terribile condanna, doveva serbare intatto il privilegio di non aver minimamente velata, offuscata, né per rimorso, né per pietà, né più da alcun affetto, né più da alcuna speranza, né più da alcun desiderio, quella lucida, crudele limpidità di spirito? Lui solo.
E, come per assaporare lo scherno della sua sorte, si accostò ancora una volta all'usciolino dello scompartimento, con l'orecchio allo spiraglio, ad ascoltare i discorsi vani del vecchio e della figliuola.
Appena Mauro Mortara, arrivato a Girgenti, poté strapparsi dalle braccia di Dianella Salvo, corse di furia alla casa di donna Caterina Laurentano.
Vi trovò Antonio Del Re ancora tra le braccia della madre che invano, stringendolo, scotendolo, smaniando, cercava di spetrarlo.
Come Anna vide entrar Mauro, gli corse incontro, lasciando il figlio:
- Che ha? Che ha? Ditemi voi che ha! Che gli hanno fatto?
Ma il Mortara le scostò le braccia e gridò più forte di lei:
- Vostra madre? Dov'è vostra madre?
Sopravvenne Giulio, in pochi giorni invecchiato di dieci anni.
Negli occhi, nelle braccia protese aveva la speranza di aver da Mauro qualche notizia precisa sull'arresto di Roberto, sul suicidio del Selmi, se questi veramente avesse lasciato qualche dichiarazione in favore del fratello, come dicevano i giornali.
Dal nipote non aveva potuto saper nulla, per quanto, tra le braccia della madre, lo avesse furiosamente scrollato per farlo parlare.
Ma il Mortara scostò anche lui, ripetendo, testardo e violento:
- Vostra madre? Non so nulla! So che l'hanno arrestato sotto i miei occhi! Non voglio veder nessuno! Voglio vedere lei sola!
Giulio restò perplesso, se permettergli d'entrare nella camera della madre, così all'improvviso.
Dal giorno che egli, sotto l'urgenza della necessità, vincendo ogni riluttanza, dapprima con circospezione, poi risolutamente, con crudezza, le aveva detto che bisognava si recasse dal fratello Ippolito per salvare il figlio, era caduta, di schianto, in un attonimento quasi di apatia, come se la vista di tutte le cose intorno le si fosse a un tratto vuotata d'ogni senso.
Non un gesto, non una parola.
Più niente.
E quella immobilità e quel silenzio avevano avuto fin da principio un che di così assoluto e invincibile, che né un gesto, né una parola eran più stati possibili agli altri per scuoterla o esortarla.
Giulio sapeva che avrebbe ucciso la madre, parlando.
E difatti, ecco, subito, parlando, l'aveva uccisa.
Ella non poteva andare dal fratello per salvare il figlio: sarebbe stata la sua morte.
Ed ecco, era morta.
Tanto egli quanto Anna avevano sperato, dapprima, che non volesse più muoversi né parlare; non che, veramente, non potesse.
Ma ben presto s'erano accorti che non poteva.
Pure, una lieve contrazione rimasta su la fronte, tra ciglio e ciglio, diceva chiaramente che, anche potendo, non avrebbe voluto.
La avevano sollevata di peso dalla seggiola e adagiata sul letto.
Erano di morte la immobilità e il silenzio; soltanto, ancora, non era fredda.
E per impedire che anche quel freddo le sopravvenisse, si erano affrettati a coprirla bene sul letto, con mani amorose, piangendo.
L'ultima crudeltà doveva compiersi così sopra di lei, e, perché fosse più iniqua, per mano stessa dei figli.
Ora, vegliandola e piangendo, i figli le dimostravano, o piuttosto dimostravano a se stessi, che non erano stati loro a compierla.
Se ella, per tutto ciò che aveva fatto, non poteva pagare per il figlio, bisognava che pagasse così, ora.
Giulio lo sapeva; e, pur sapendolo, non aveva potuto impedirlo.
Doveva parlare, spingerla a quella morte, darle il crollo.
L'aveva poi raccolta su le braccia, e ora le rincalzava le coperte e le stringeva attorno alle braccia lo scialle nero di lana, per ripararla dall'ultimo freddo, e andava in punta di piedi, perché nessun rumore arrivasse più a quel silenzio.
Anche il volo d'una mosca sarebbe stato di più, ora, oltre a quello che egli aveva fatto, perché doveva.
Un pensiero, se non fosse anche di più la sua vita, il suo respiro, dopo quello che aveva fatto, gli era anche passato per la mente.
Fuori di quella madre, fuori della Sicilia, egli, fin da giovinetto, aveva preso mondo.
Era vissuto senza né ricordi, né affetti, né aspirazioni, quasi giorno per giorno: freddo, svogliato, ironico, sdegnoso.
D'improvviso, quando men se l'aspettava, il destino della sua famiglia aveva allungato una spira a involgerlo, a invilupparlo, e lo aveva attratto a sé e piombato là, a rinsertarsi, a riaffiggersi alla radice, da cui s'era strappato; a sentire tutto ciò che non aveva voluto mai sentire, a ricordarsi di tutto ciò di cui non aveva voluto mai ricordarsi.
La fine di colei, che aveva sempre e tutto sentito, e di tutto e sempre si era ricordata, schiantata ora dall'urto con cui egli era tornato a inviscerarsi in lei, non doveva essere adesso anche la sua fine? Schiantato il tronco, schiantati i rami.
Nel tetro squallore della casa, era rimasto inorridito del suo apparire a se stesso coi sentimenti e i ricordi tutti di quella madre.
Ma gli era apparsa anche Anna, la sorella: il ramo che non s'era mai staccato da quel tronco; che miseramente una volta sola, per poco, era fiorito, per dare il frutto ispido e attossicato di quel figlio, in cui neanche l'amore della madre riusciva a penetrare.
E fratello e sorella si erano stretti, allora, fusi in un abbraccio d'infinita tenerezza, d'infinita angoscia, all'ombra della tetra casa, assaporando la dolcezza del pianto che li univa per la prima volta e che pur rompeva loro il cuore.
Egli doveva vivere per quella sorella e per quel ragazzo.
La notizia dell'arresto di Roberto, ormai inevitabile, attesa da un momento all'altro, era finalmente arrivata insieme con quella del suicidio di Corrado Selmi, ma vaga, ristretta in poche righe nei giornali siciliani, come una notizia a cui i lettori non avrebbero dato importanza, presi com'erano tutti, allora, dalla morbosa curiosità di conoscere fin nei minimi particolari l'eccidio d'Aragona.
La trepidazione di Anna per il figlio solo a Roma, il pensiero dell'ajuto da portare a Roberto avevano spinto dapprima Giulio a ritornar subito alla Capitale.
Ma come abbandonar la madre in quello stato, sola lì con Anna che s'aggirava per le stanze chiamando il figlio, quasi forsennata? E che ajuto avrebbe potuto portare a Roberto? L'unico ajuto possibile sarebbe stato il denaro, il rimborso alla banca di quelle quarantamila lire, così che tutti potessero credere che queste fossero state prese da lui, per bisogni suoi.
Il suicidio del Selmi ora, avrebbe forse aperta la porta del carcere a Roberto, ma gli sarebbe rimasta, incancellabile, dopo la denunzia e l'arresto, la macchia d'una losca complicità.
Quanti avrebbero creduto, domani, che disinteressatamente egli si fosse prestato a contrarre il debito, sotto il suo nome, per conto d'un altro? La dichiarazione del Selmi, se davvero esisteva come i giornali asserivano, non sarebbe valsa a cancellare del tutto quella macchia.
Di là, nella camera della madre, c'era il canonico Pompeo Agrò, che da tanti giorni, per ore e ore, non si staccava dalla poltrona a pie' del letto, fissi gli occhi nella faccia spenta della giacente, forse con la speranza di scoprirvi un indizio che ella - non avendo più nulla da dire agli uomini - desiderasse per suo mezzo comunicare con Dio.
Più d'una volta con profonda voce l'aveva chiamata per nome, a più riprese, senza ottener risposta.
Giulio disse a Mauro di attendere un poco: voleva consigliarsi con l'Agrò, se questi désse più peso alla sua speranza o al suo timore che la vista o la voce del Mortara, scotendo la madre da quel torpore di morte, potessero farle bene o male.
- Credo, - gli rispose l'Agrò, - che non ci sia più né da sperare né da temere.
Non avvertirà nulla.
Provate.
Tanto se dura così, è la morte lo stesso.
Mauro entrò come un cieco nella camera quasi al bujo, chiamando forte, con affanno di commozione:
- Donna Caterina...
donna Caterina...
Restò, davanti al letto, alla vista di quella faccia volta al soffitto, sui guanciali ammontati, cadaverica, con gli occhi che s'immaginavano torbidi e densi di disperata angoscia sotto la chiusura perpetua delle gravi pàlpebre annerite, con una ostinata, assoluta volontà di morte negli zigomi tesi, nelle tempie affossate, nelle pinne stirate del naso aguzzo, nelle livide, sottili labbra, non solo serrate, ma anche in qualche punto attaccate dall'essiccamento degli umori.
- Oh figlia...
oh figlia...
- esclamò.
- Donna Caterina...
sono io...
Mauro...
il cane guardiano di vostro padre...
Guardatemi...
aprite gli occhi...
da voi voglio essere guardato...
Aprite gli occhi, donna Caterina; guardando me, guardate la vostra stessa pena...
Sentitemi: debbo dirvi una cosa...
torno da Roma...
Urtando contro la rigida impassibilità funerea della morente, la commozione di Mauro Mortara si spezzò a un tratto in striduli singhiozzi, molto simili a una risata.
L'Agrò e Giulio, anch'essi piangenti, se lo presero in mezzo, e, sorreggendolo per le braccia, lo trassero fuori della camera.
La morente, rimasta sola nell'ombra, immobile su i guanciali ammontati, udì tardi la voce, come se questa avesse dovuto far molto cammino per raggiungerla nelle profonde lontananze misteriose, ove già il suo spirito s'era inoltrato.
E da queste lontananze, in risposta a quella voce, tardi venne alle sue pàlpebre chiuse una lagrima, ultima, che nessuno vide.
Sgorgò da un occhio; scorse su la gota; cadde e scomparve tra le rughe del collo.
Quando Pompeo Agrò tornò a sedere su la poltrona a pie' del letto, né più nell'occhio, né più su la gota ve n'era traccia.
Donna Caterina era morta.
CAPITOLO SESTO
Per donna Adelaide e don Ippolito Laurentano era cominciato, fin dalla prima sera che eran rimasti soli nella villa di Colimbètra, un supplizio previsto da entrambi difficilissimo da sopportare, per quanta buona volontà l'uno e l'altra ci avrebbero messo.
Appena andati via gl'invitati alla cerimonia nuziale, don Ippolito, con molto garbo prendendole una mano, ma pur senza guardargliela per non avvertire quanto fosse diversa da quella tenuta un tempo tra le sue (pallida e lunga mano morbida, tenera e lieve!), aveva cercato di farle intendere il bene che da lei si riprometteva in quella solitudine d'esilio, di cui supponeva le dovessero esser note le ragioni, se non tutte, almeno in parte.
Il discorso tenuto sul terrazzo, davanti alla campagna silenziosa, già invasa dal bujo della notte, era stato, in verità, un po' troppo lungo e un tantino anche faticoso.
La povera donna Adelaide, oppressa dalla violenza di tanti sentimenti nuovi durante quella giornata, e ora da tutta quell'ombra e da quel silenzio che le vaneggiavano intorno e le rendevano più che mai soffocante l'ambascia per ciò che misteriosamente incombeva ancora su la sua «terribile signorinaggine», a un certo punto, per quanto si fosse sforzata, non aveva potuto udir più nulla di quel pacato interminabile discorso.
Aveva avuto l'impressione che esso, proprio fuor di tempo, la volesse trarre per forza quasi in una cima di monte altissima e nebbiosa, dalla quale le sarebbe stato difficile se non addirittura impossibile, ridiscendere ancora in grado di resistere ad altre sorprese, ad altre emozioni che quella notte certamente le apparecchiava.
Non per cattiva volontà, ma per l'aria, ecco, per l'aria che, a un certo punto, cominciava a sentirsi mancare, non le era stato mai possibile prestare ascolto a lunghi discorsi.
Oh, buon Dio, e perché poi prendere di questi giri così alla lontana, se alla fine pur sempre bisognava ridursi a fare, su per giù, le stesse cose, quelle che la natura comanda? Che brutto vizio, buon Dio! E senz'altro effetto che la stanchezza e la stizza.
Anche la stizza, sì.
Perché le cose da fare sono semplici, e da contarsi tutte su le dita d'una mano; cosicché, alla fine, ciascuno deve riconoscere che tutto quel girare attorno a esse, non solo è inutile, ma anche sciocco e dannoso, in quanto che poi, per la stanchezza appunto e con la stizza di questo riconoscimento, si fanno tardi e si fanno male.
Dapprima s'era messa a guardare, con occhi tra imploranti e spaventati, il principe, o piuttosto, quella sua lunga, lunghissima barba.
Poi, nell'intronamento, aveva sentito un prepotente bisogno di ritirare la mano e di soffiare, di soffiare un poco almeno, non potendo sbuffare, non potendo gridare per dare uno sfogo alla soffocazione e alle smanie.
Alla fine, era riuscita a vincere l'intronamento: gli orecchi le si erano rifatti vivi un istante, ma per fuggire lontano, per afferrarsi a un qualche filo di suono, nell'oscurità della notte, che le avesse dato sollievo, distrazione.
Veniva dalla riviera, laggiù laggiù, invisibile, un sordo borboglìo continuo.
E tutt'a un tratto, proprio nel punto che il discorso del principe s'era fatto più patetico, donna Adelaide era uscita a domandargli:
- Ma che è, il mare? si sente così forte, ogni notte?
Don Ippolito, dapprima stordito (il mare? che mare? -) si era poi sentito cascar le braccia:
- Ah sì...
è il mare, è il mare...
E le aveva lasciato la mano e si era scostato.
Donna Adelaide, imbarazzata, non sapendo come rimediare alla evidente mortificazione del principe per quella domanda inopportuna, era rimasta come appesa balordamente alla sua domanda.
La risposta s'era fatta aspettare un po'; alla fine era arrivata da lontano, grave:
- Grida così, quand'è scirocco...
Quella remota voce del mare era a lui cara e pur triste.
Tante volte, nella pace profonda delle notti, gli aveva dato angoscia e compagnia.
Abbandonato su la sedia a sdrajo, s'era lasciato cullare da quel cupo fremito continuo delle acque che gli parlavano di terre lontane, d'una vita diversa e tumultuosa ch'egli non avrebbe mai conosciuta.
S'era sentito ripiombare tutt'a un tratto da quel richiamo nella profondità della sua antica solitudine.
Come più riprendere il discorso, adesso? E, d'altra parte, come rimaner così in silenzio, lasciar lì discosta nel terrazzo quella donna che ora gli apparteneva per sempre e che s'era affidata alla sua cortesia, in quella solitudine per lei nuova e certo non gradita? Bisognava farsi forza, vincere la ripugnanza e riaccostarsi.
Ma certo, ormai, di non potere entrare con lei in altra intimità che di corpo, don Ippolito s'era domandato amaramente qual altro effetto questa intimità avrebbe potuto avere, se non lo scàpito irreparabile della sua considerazione.
E difatti, quella notte...
Ah, la povera donna Adelaide non avrebbe potuto mai immaginare un